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L’INTERVISTA

D’AVENIA: «QUANTA FAME DI FELICITÀ NASCOSTA NEL DOLORE»

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strada

ESCLUSIVA LA POVERTÀ NEL CINEMA. I FILM PIÙ BELLI SCELTI DA PAOLO MEREGHETTI

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D.L. 353/2003 (convertito in Legge 27/02/2004 n° 46) art.1, comma 1, LO/MI

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febbraio 2017 anno 22 numero 208

I sogni dei ragazzi che scappano SONO I MINORI NON ACCOMPAGNATI, ADOLESCENTI CHE SBARCANO SULLE NOSTRE COSTE CON DESIDERI, ASPETTATIVE, SPESSO ILLUSIONI. PER ALCUNI DI LORO SI APRONO LE PORTE DI COMUNITÀ E SCUOLE. ALTRI FINISCONO MALE. DI TANTISSIMI NON SI SA PIÙ NULLA


EDITORIALE

Apriti cielo, sì. E manda un po’ di sole

LA PROVOCAZIONE

Lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Ora risposte concrete e urgenti di Luciano Gualzetti direttore Caritas Ambrosiana

di Stefano Lampertico [

@stefanolamp ]

Le cronache dell’inverno ci hanno consegnato, come ogni anno, il triste elenco di quanti non ce l’hanno fatta. Già. Il freddo uccide. Nel gelo della politica, come titoliamo nelle pagine che seguono. E uccide soprattutto i più poveri. Sul numero di dicembre abbiamo accompagnato gli irriducibili del freddo nel viaggio che tutte le sere li porta a Linate, per avere un luogo confortevole dove dormire. Il freddo è arrivato dopo

capodanno. E non ha avuto pietà. Sulle tristi cronache di questi giorni vi invito a leggere, con attenzione, le rubriche di Lambruschi e Brivio che trovate più avanti nel giornale. In questo numero dedichiamo lo spazio centrale al te-

ma dei minori stranieri non accompagnati, i più giovani, ragazzi, adolescenti, che sbarcano in Italia dopo mille traversie e che sperano di trovare un futuro migliore del passato che hanno lasciato alle spalle. I sogni di chi scappa, spesso, quasi sempre, restano chiusi in un cassetto impossibile da aprire. Sul tema, più di tante parole, vale una can-

zone. È nell’ultimo disco del cantautore Alessandro Mannarino: «Apriti cielo e manda un po’ di sole, su chi non c’ha un nome, su chi non ha regione. Apriti cielo e manda un po’ di sole, su chi cammina solo tra milioni di persone». Apriti cielo, sì.

Apriti cielo e cambiamo registro con una bella storia. Quella che ci piace raccontare. È la storia dei Gatti di Milano. Chi sono? Sono gli ospiti della Piazzetta di Milano, il centro diurno di Caritas Ambrosiana e Farsi Prossimo. Hanno avuto una bella idea. Raccontare la città di Milano da un altro punto di vista. Dalla strada. È nata così una guida alternativa alla città, angoli nascosti da riscoprire, leggende, aneddoti, storie vere o verosimili, che incuriosiscono il lettore. La guida si intitola I Gatti di Milano non toccano terra, costa 10 euro e può essere richiesta in redazione chiamando allo 02 67479017. C’è una bella novità in arrivo.

Un’altra firma prestigiosa che ci accompagnerà sul nostro giornale. Quella di Eraldo Affinati, lo scrittore che è stato finalista al Premio Strega di quest’anno. Ci ha mandato tre racconti, molto belli. Sul prossimo numero, il primo dei tre. Da leggere.

La bella storia di questo numero è quella dei Gatti di Milano, gli ospiti del centro diurno di Caritas Ambrosiana, autori di una guida alternativa alla città. Nove itinerari da percorrere con le scarpe da tennis, ovviamente

contatti Per commenti, idee, opinioni e proposte: mail scarp@coopoltre.it facebook scarp de tenis twitter @scarpdetenis www.scarpdetenis.it instagram scarpdetenis

Il tema centrale di questo numero è quello dei minori stranieri non accompagnati. «’Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me – ha scritto Papa Francesco nel messaggio per la Giornata del Rifugiato, – gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare’. Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza scrupoli a danno di tante bambine e bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e abbandonati?». È un tema delicato che non può prescindere da percorsi di integrazione che abbiano come obiettivo il raggiungimento di una vita autonoma. Il grado di vulnerabilità di questi ragazzi che arrivano in Italia, sempre dopo un viaggio disperato, è molto alto e se lasciati soli possono essere esposti a rischi molti seri, a partire dalle sirene loro lanciate dal sottobosco dell’illegalità. Il tema dei minori si inserisce nel quadro generale delle politiche di accoglienza. Abbiamo lavorato nei mesi scorsi per sostenere l’ospitalità diffusa, nel territorio, con l’obiettivo di favorire nelle Parrocchie un impegno per l’integrazione. Siamo in presenza di diversi aspetti che, come abbiamo sperimentato in questi mesi, non possono essere risolti con soluzioni standard. Ci viene chiesto un passo in più. Con risposte che tengano insieme umanità e diritti anche quando si affrontano le nuove “emergenze”. Sull’accoglienza e sui percorsi di autonomia e integrazione, la Caritas, ci sarà sempre. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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SOMMARIO

Sul nuovo Scarp ci sono i film del Mereghetti e tante altre storie Ci sono i sogni dei ragazzi che scappano, in copertina: il dossier di questo numero è dedicato proprio a loro, ai migranti più giovani, spesso minorenni, che sbarcano sulle nostre coste con lo zaino carico solo di desideri, aspettative, speranze. Destinate, purtroppo, in molti casi,

a infrangersi e sbattere contro una realtà che definire dura è un eufemismo. In copertina altri due richiami su contenuti davvero esclusivi che vi proponiamo. L’intervista ad Alessandro D’Avenia, lo scrittore che ha battuto tutti i record di vendita con il suo nuovo libro, amato dai ragazzi e dai più giovani. E poi, nel bollo bianco, una sorpresa per i nostri lettori. Un pezzo davvero di grande qualità che mette in fila i film italiani più importanti che parlano dei poveri, dei barbun, degli esclusi. Lo ha scritto per noi Paolo

Mereghetti, grande critico cinematografico che conosciamo sia per i suoi pezzi sul Corriere sia per il mitico “Mereghetti”, il Dizionario dei Film, la sua opera più importante. Il suo è un viaggio davvero particolare, in scarpe da tennis potremmo definirlo, nel cinema italiano del dopoguerra. E tra film noti e meno noti, emerge un quadro davvero significativo di come il cinema abbia affrontato negli anni il tema della povertà. E per il numero di marzo, sono in arrivo, tante alte importanti novità. Continuate a camminare con noi.

Il nemico non è, no non è oltre la tua frontiera; il nemico non è qui tra noi, mangia come noi, parla come noi, dorme come

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rubriche

servizi

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PAG.7 (IN)VISIBILI di Paolo Lambruschi

PAG.20 L’INTERVISTA D’Avenia: «Racconto la felicità nascosta nel dolore»

PAG.9 IL TAGLIO di Piero Colaprico

PAG.22 L’INTERVENTO Poveri protagonisti. I film più belli scelti dal Mereghetti

PAG.11 PIANI BASSI di Paolo Brivio

PAG.24 COPERTINA Ragazzi che scappano. I sogni dei minori non accompagnati

pag.12 LA FOTO di Fabian Bimmer/REUTERS

PAG.32 ANNIVERSARIO Fio.PSD, trent’anni al fianco dei senza dimora

PAG.18 LE DRITTE di Yamada

PAG.34 DOSSIER Cibo a domicilio. La protesta dei forzati del pedale

PAG.19 VISIONI di Sandro Paté

PAG.38 ESPERIENZE Persone fragili. A Cagliari l’ufficio che tutela i più deboli

PAG.55 VOCI DALL’EUROPA di Mauro Meggiolaro

PAG.41 MILANO I Gatti di Milano non toccano terra. La città degli Spiazzati

PAG.61 CALEIDOSCOPIO

PAG.42 SPORT Santa Lucia. Il sogno più bello che ci sia

PAG.65 SCIENZE di Federico Baglioni

PAG.44 TORINO Insieme si vince. La via torinese all’Housing First

PAG.66 IL VENDITORE DEL MESE

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PAG.46 VICENZA A Lesbo, sulla rotta dei disperati PAG.49 VENEZIA Don Nandino e i suoi senza dimora in visita dal Papa PAG.50 RIMINI A spasso con Umberto, che sogna la casa PAG.56 VENTUNO Tutti gli uomini del Presidente Trump PAG.62 NAPOLI La mostra di Mimmo Iodice. L’immagine diventa poesia

Scarp de’ tenis Redazione di strada e giornalistica via degli Olivetani 3, 20123 Milano tel. 02.67.47.90.17 fax 02.67.38.91.12 scarp@coopoltre.it

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Scarp de’ tenis febbraio 2017

Direttore responsabile Stefano Lampertico Redazione Ettore Sutti, Francesco Chiavarini, Paolo Brivio

Segretaria di redazione Sabrina Montanarella Responsabile commerciale Max Montecorboli

Redazione di strada Roberto Guaglianone, Antonio Mininni, Lorenzo De Angelis, Alessandro Pezzoni

Foto Insp, Reuters, Romano Siciliani, Unicef Disegni Sergio Gerasi, Gianfranco Florio, Luca Usai, Loris Mazzetti, Claudia Ferraris


da

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Il men

aforisma di Merafina Il giornalista Il giornalista si trova ovunque. Io sono giornalista, giornalaio e anche giornaliero

Il tweet di Aurelio [Il bonazza

@aure1970 ]

ANSA - Maltempo:clochard muore nell'Agrigentino. Aveva 53 anni, carabinieri di Canicattì avvertiti da passanti Chissà quale era il tuo nome, fratello. Chissà che mano sognavi di stringere, smettendo lentamente di respirare.

n è, no non è oltre la tua trincea; il nemico e noi, pensa come noi ma è diverso da noi

Cos’è Scarp de’ tenis è un giornale di strada noprofit nato da un’idea di Pietro Greppi e da un paio di scarpe. È un’impresa sociale che dà voce e opportunità di reinserimento a persone senza dimora o emarginate. È un’occasione di lavoro e un progetto di comunicazione.

Dove vanno i vostri 3,50 euro

Il monumento - tributo a Enzo Jannacci

Vendere il giornale significa lavorare, non fare accattonaggio. Il venditore trattiene una quota sul prezzo di copertina. Contributi e ritenute fiscali li prende in carico l’editore. Quanto resta è destinato a progetti di solidarietà.

Per contattarci

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TOP 15

Donne in Parlamento 1

Fonte: Dati ipu.org aggiornata a dicembre 2016

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22 Progetto grafico Francesco Camagna Sito web Roberto Monevi Editore Oltre Soc. Coop. via S. Bernardino 4, 20122 Milano Presidente Luciano Gualzetti

3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 42

Rwanda Bolivia Cuba Islanda Nicaragua Svezia Senegal Messico Sud Africa Ecuador Finlandia Namibia Monzambico Norvegia Italia

Registrazione Tribunale di Milano n. 177 del 16 marzo 1996 Stampa Elcograf Spa Verona Arretrati Su richiesta al doppio del prezzo di copertina

63,8% 53,1% 48,9% 47,6% 45,7% 43,6% 42,7% 42,4% 42% 41,6% 41,5% 41,3% 39,6% 39,6% 31%

Direzione e redazione centrale - Milano Cooperativa Oltre, via degli Olivetani 3 tel. 02.67479017 scarp@coopoltre.it Redazione Torino Via San Massimo 31/C, presso Spazio Laboratorio tel. 3200454758 scarptorino@gmail.com Redazione Genova Fondazione Auxilium, via Bozzano 12 tel. 010.5299528/544 comunicazione@fondazioneauxilium.it Redazione Verona Il Samaritano, via dell’Artigianato 21 tel. 045.8250384 segreteria@ilsamaritanovr.it Redazione Vicenza Caritas Vicenza, Contrà Torretti 38 tel. 0444.304986 scarp@caritas.vicenza.it Redazione Venezia Caritas Venezia, Santa Croce 495/a tel. 041.5289888 info@caritasveneziana.it Redazione Rimini Settimanale Il Ponte, via Cairoli 69 tel 0541.780666 rimini@scarpdetenis.net Redazione Firenze Il Samaritano, via Baracca 150/e tel. 055.3438680 samaritano@caritasfirenze.it Redazione Napoli Cooperativa sociale La Locomotiva via Pietro Trinchera 7, tel. 081.446862 scarp@lalocomotivaonlus.org Redazione Sud Caritas diocesana, Salita Corpo di Cristo, Teggiano (Sa) tel.0975 79578 info@caritasteggianopolicastro.it

Consentita la riproduzione di testi, foto e grafici citando la fonte e inviandoci copia. Questo numero è in vendita dal 28 gennaio al 24 febbraio

www.insp.ngo febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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(IN)VISIBILI

Si muore per strada Nel gelo dell’inverno e della politica

di Paolo Lambruschi

Continuo a non crederci. Mentre chiudiamo questo numero di Scarp, alla metà di gennaio, sono morte di freddo sette persone senza dimora in 15 giorni in tutta Italia, tre delle quali a Roma. Sette

Non si può piangere dopo, bisogna pensarci prima. Bisogna mettere in atto un piano preventivo per evitare che succedano queste cose

Ora, è vero che il freddo a Roma e nel sud Italia è un evento raro. È vero che le foto delle fontane gelate nella capitale hanno fatto il giro del mondo, ma è vero che il freddo in inverno anche nell’Europa meridionale non è un’eventualità così improbabile come la pioggia nel Sahara. Succede anche

persone che dormivano all’addiaccio o in ricoveri di fortuna dopo aver perso tutto. Le loro storie le possiamo immaginare, chissà quante ne abbiamo ascoltate. Ma nel 2017, in in-

verno, essere poverissimi rischia di trasformarsi in una condanna a morte.

«Non si può piangere dopo, bisogna pensarci prima – ha dichiarato monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma –. Questo è quello che cerchiamo di dire continuamente: non si può affrontare il freddo sempre come un’emergenza correndo dietro a quello che si potrebbe o si deve fare. Bisogna assolutamente mettere in atto un piano preventivo per evitare che succedano queste cose; con il freddo di quest’anno, in questo momento, bisogna pensare al freddo che ci sarà a dicembre 2017, a gen-

naio e febbraio 2018 e organizzarci, perché se non c’è un’organizzazione che preveda la possibilità di dare la risposta a tante persone che rimangono in mezzo alla strada, proprio perché la povertà sta aumentando, credo che la nostra civiltà sia regredita tantissimo».

che 40 invisibili perdano la vita nell’Europa orientale martellata dal freddo siberiano.

Fatte le debite proporzioni, i conti non tornano. Allora, non vogliamo certo

scheda

Paolo Lambruschi è nato a Milano nel 1966. Lavora ad Avvenire, come capo degli interni, dopo essere stato per tanti anni inviato. Ha diretto Scarp de’ tenis e il mensile di finanza etica Valori. Nel 2011 ha vinto il prestigioso premio giornalistico “Premiolino” per le inchieste sul traffico di esseri umani nel Sinai.

buttare la croce su questo o quel sindaco, ma senza programmazione per fronteggiare i disagi dei mesi più freddi, che a Roma è ancora cronicamente carente e assente dalle precedenti amministrazioni, il numero di morti dipenderà ancora dalla clemenza del tempo e della colonnina di mercurio. Ci sono costi? Certo, e si met-

tano a bilancio alla voce – se esiste – prevenzione morti da gelo. E, per favore,

fiuto di alcuni di entrare nei ricoveri di emergenza, per non predisporre un piano per il freddo. Il numero delle

persone salvate aumenta proporzionalmente alla quantità dell’offerta di letti e pasti caldi, possibilmente in luoghi facilmente accessibili. L’esempio lo ha dato Papa Francesco – vescovo di Roma. Ha aperto 24 ore su 24 i dormitori vaticani e ha pensato anche agli irriducibili mettendo a disposizione le auto dell’Elemosineria e donando loro sacchi a pelo speciali, resistenti fino a 20 gradi sotto zero e guanti. Infine ha aperto la chiesa di San Calisto in Trastevere con il supporto della Comunità di Sant’Egidio per dormire e cenare.

Quanto alla civiltà che rischia di regredire, bastano queste sue semplici parole pronunciate l’8 gennaio che valgono finché non arriverà la primavera: «In questi giorni di tanto freddo penso e invito a pensare alle tante persone che vivono al gelo e nell’indifferenza. Preghiamo per loro e chiediamo a Dio di scaldarci i cuori per poterli aiutare».

non si prenda come scusa l’irriducibilità dei clochard, cioè il rifebbraio 2017 Scarp de’ tenis

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IL TAGLIO

Chi “grida al lupo” non ricorda chi siamo e quanto abbiamo sofferto Aveva fatto a Berlino la strage del mercatino di Natale, è morto in una sparatoria con i poliziotti. Tutto qui? Intorno ad

Ancora una volta, la cronaca nera, è servita ad alimentare sta ai fatti, proviamo per una la “politica volta a lavorare con la fanta- della paura”: sia. È notte, fa freddo, il terrorista è armato, ha appena capito che la bisogna dire ai votanti stazione ferroviaria di Sesto San che il pericolo Giovanni è chiusa. Si guarda in giro, è intorno a noi quando arriva una pattuglia. Ècom-

Anis Amri, e a qualche dettaglio della sua storia, forse bisogna aggiungere qualche parola. Di solito si

di Piero Colaprico

posta da due cinquantenni. Manco scendono dalla Volante. Uno tira giù il finestrino: «Ehi, te, hai i documenti?». Amri si avvicina mansueto, all’improvviso estrae la pistola li uccide entrambi. E scappa. Il giorno dopo, allarme rosso internazionale: «Caccia alla cellula che protegge il terrorista e che uccide due agenti di pattuglia, l’Isis è in Italia, rischio attentati in piazza Duomo».

Perché scriviamo così? Ricostruiamo i fatti reali. Dal-

scheda

Piero Colaprico (Putignano 1957), giornalista e scrittore, vive a Milano dal 1976. È inviato speciale di Repubblica, si occupa di giustizia e di cronaca nera. Ha scritto alcuni romanzi, tra cui Trilogia della città di M. (2004), vincitore del Premio Scerbanenco. Una penna tagliente. Come questa rubrica che cura per Scarp.

la Volante Alfa-Sesto scendono due trentenni, molto operativi, e come da manuale si mettono uno a destra e uno a sinistra del soggetto da controllare. Quando Armi si sente perduto e spara, ne ferisce uno, ma l’altro è già pronto a far fuoco, anche il ferito reagisce e spara. Un colpo alla testa e Amri muore, i soccorsi sono inutili.

Indagini: com’è arrivato a Sesto il terrorista ricercato in tutta Europa? Una telecamera lo

inquadra a Torino, vorrebbe fare un biglietto per Roma, ma il treno parte troppo tardi, allora opta per Milano. Arriva alla Centrale. Esce. Chiede a un «latino» incontrato a caso come può fare ad andare al Sud, quello gli indica la stazione: «Vengo di lì», dice Amri. «Allora prendi il bus, scendi a Sesto San Giovanni, partono anche

da lì». E Amri va a Sesto. La sua è dunque, carte alla mano, la fuga di un lupo solitario. Eppure per giorni e giorni, le televisioni nazionali, come se non ci fosse alcun senso di responsabilità nell’informazione, hanno raccontato di una probabile cellula di Sesto San Giovanni, di Milano non come una tappa, ma come destinazione. Ancora una volta, la cronaca nera, che ha le sue regole di oggettività, è servita ad alimentare la «politica della paura»: bisogna dire ai votanti che il pericolo è intorno a noi. Attenzione: il pericolo è davvero intorno a noi. Ma deve essere raccontato per quello che è. Non si può far diventare Sesto San Giovanni, solo perché – viene da immaginare – è amministrato da una giunta rossa, il luogo dove si possono nascondere i terroristi internazionali, dove esistono cellule, dove la comunità islamica «dà problemi». Amri scappava da Berlino, dove ha ucciso le persone inermi, usando un Tir come un’arma. È stato in Olanda, in Belgio, a

Lione, a Bardonecchia, la sua corsa è finita in un piazzale deserto, grazie a due agenti italiani. E va aggiunto un aspetto sottovalutato, se non omesso. Milano, 1969, piazza Fontana, la madre di tutte le stragi. Brescia, 1974, piazza della Loggia; Bologna 1980. Attentati sanguinosi e feroci alla Fiera, a Fiumicino, sui treni. Roma, 1978: il presidente della Dc Aldo Moro rapito poi ucciso, la sua scorta di quattro uomini sterminata. Magistrati, detective, giornalisti, avvocati, militari, agenti uccisi o feriti. Si potrebbe continuare a lungo: nessun paese

occidentale ha avuto, come accaduto da noi in Italia, così tante croci, in nessuna parte d’Europa mafia e terrorismo hanno sparso tanto dolore come nelle nostre regioni. Quel dolore non è morto. Nel Dna degli investigatori c’è il ricordo del piombo, il controllo del territorio attraverso i posti di blocco a Milano si esercita dagli anni Settanta e le indagini complesse, quelle nelle quali non si perde il più labile e invisibile dei fili, sono una costante. Così come, quando serve, lo scambio delle informazioni tra forze di polizia diverse e in competizione si fa, sotto il coordinamento dei sostituti procuratori. Amri è morto, altri come lui sono certamente qui, in mezzo a noi, ma a Sesto San Giovanni è avvenuta qualcosa che, volendo, potremmo definire anche una lezione: di storia nera italiana. E se nessuno vuol sentirla, se si pre-

ferisce «gridare al lupo» e fare campagne elettorali e giornalistiche a basso costo, basate

sulle paure legittime della gente semplice, difficile opporsi: ma impossibile far finta di niente di fronte alle falsificazioni e non ricordare chi siamo, che cosa abbiamo sofferto, che cosa sappiamo. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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PIANI BASSI

Il gelo ribadisce due cose che dovremmo sapere

di Paolo Brivio

L’emergenza, questa volta, c’è stata. Eccome se c’è stata. L’abbiamo scritto un milione di volte: farsi sorprendere dal freddo, d’inverno, è un po’ come meravigliarsi che il Papa dica messa. Però, nelle settimane a cavallo tra 2016 e 2017, tutta l’Italia, anche le sue propaggini mediterranee, è andata pesantemente sotto zero. E per un periodo prolungato. Gelo polare e coltri di neve, anche dove fiorisce la bouganville: non accadeva da tanto tempo. Per una volta, dunque, l’abusa-

ta espressione “emergenza freddo” ha avuto parvenza di credibilità. Le cronache l’hanno

l’autore Paolo Brivio, 49 anni, si è appassionato ai giornali ai tempi dell’università. E ha coniugato questa passione-professione con l’esplorazione dei “piani bassi” della nostra società. Direttore di Scarp dal 2005 al 2014, oggi fa il sindaco: pro tempore, perché rimane “giornalista sociale” in servizio permanente effettivo

sostanziata di vicende di morti assiderati e soli, ma anche di volontari e organismi non profitcapaci di moltiplicare gli sforzi, di enti pubblici impegnati a inventare risposte d’urgenza, di cittadini mobilitati, magari solo nel consegnare una coperta. Pur nel dolore e nello sdegno che si devono a tante vite perse, tutto sommato si è avuta la di-

mostrazione che non siamo più all’anno zero (sottozero, verrebbe da ironizzare) dell’attenzione alle persone senza dimora, e della capacità di inter-

vento dei sistemi pubblici e privati. C’è un’Italia che si sa preoccupare dei poveri estremi. Che non considera i loro patimenti, sino alla morte, inevitabili effetti collaterali di un’anomala ondata di gelo. C’è un’Italia sensibile ai dolori di chi abita la strada: sensibilità, ahimé, che ancora pe-

rò non fa rima con la capacità di fare prevenzione. Innaffiata con pazienza Il gelo omicida, in effetti, ribadisce due cose che dovremmo sapere da tempo. Primo: l’Italia dei senza

dimora non è più, o non è più soltanto, l’Italia metropolitana. L’agghiacciata e agghiacciante

conta dei morti ha infatti toccato Roma e Milano, ma anche Firenze, San Benedetto del Tronto, Aversa, Avellino, Messina... E potenziali tragedie sono state evitate in molte altre medio-piccole città di provincia.

Diverse persone senza dimora sono state vittima, quest’inverno, dell’anomala e lunga ondata di freddo polare. In molti si sono dati da fare per aiutarle. Ma sensibilità non fa rima con capacità di prevenire: bisogna fare i conti con i “provinciali” e gli “irriducibili”...

L’Istat, d’altronde, aggiornando nel 2015 l’indagine nazionale 2012 sulle persone senza dimora, aveva rilevato che, rispetto alla popolazione totale di homeless, la percentuale presente nelle città da 30 a 70 mila e in quelle da 70 a 250 mila abitanti era salita, rispettivamente, dal 2,7 al 4,1% e dal 28 al 32,6% (mentre nelle aree metropolitane era scesa dal 68,8 al 62,5%). Pare di capire che

sia in corso una sorta di “provincializzazione” dell’homelessness. Che non può non avere a

che fare con la pervasività con cui crisi e povertà hanno inflitrato lo Stivale, nell’ultimo lustro. E non potrà non condizionare, in prospettiva, politiche centrali e locali. In secondo luogo, si conferma che vi è una quota di senza dimora che resistono (per mille motivi) all’offerta di ricovero anche in condizioni estreme, rifiutando “istituzionalizzazioni” coatte, per quanto temporanee. Da costoro è arduo aspettarsi risposte diverse in inverno, se i servizi non potenziano, nel resto dell’anno, parallelamente all’incremento delle strategie housing first, il lavoro sociale e relazionale su strada. Difficile, infatti, che al precipitare delle temperature un “irriducibile” dia credito a un sistema che ha sin lì avvertito estraneo, se non ostile. La costruzione della fiducia è un tragitto complesso, che infine può scaldare e salvare esistenze: ma solo se la pianta delle relazioni viene innaffiata per tempo, con fatica, tenacia e pazienza. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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LA FOTO

di Fabian Bimmer

scheda Girmay Mehari oggi ha 17 anni. E vive in Svezia dal 2015. Qui è ritatto sulla costa svedese di Bastad nel sud del Paese. La Svezia è la sua nuova casa. Credit: REUTERS / Fabian Bimmer (courtesy Reuters/INSP)

Dall’Eritrea alla Svezia, passando per Libia, Sicilia, Verona, Milano e Monaco. Girmay Mehari è scappato dall’Eritrea, e con la scabbia contratta in una prigione libica, senza cibo per settimane, è sbarcato a Messina. Solo, senza documenti, è arrivato a Milano, dove 12 Scarp de’ tenis febbraio 2017


ha vissuto per qualche settimana nei pressi della stazione Centrale. Con 75o euro avuti dal fratello che vive a Tel Aviv, Girmay ha comprato un biglietto per Monaco. Da lÏ in Svezia, dove oggi vive. E dove ha un permesso per studiare e lavorare per i prossimi cinque anni febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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IN BREVE

europa Scarso impegno per la giustizia sociale di Enrico Panero Nella maggior parte dei Paesi dell’Ue il livello di giustizia sociale è lievemente migliorato dopo il crollo del periodo 20122014, ma si è ancora lontani dai livelli pre-crisi e soprattutto non si sa se si tratti di una tendenza stabile o di una dinamica temporanea. È quanto sostiene il Social Justice Index, pubblicato ogni anno dalla Fondazione Bertelsmann, indice composto da 6 dimensioni: prevenzione della povertà, equità dell’istruzione, accesso al mercato del lavoro, coesione sociale e non discriminazione, salute, giustizia intergenerazionale. Se risulta in aumento un po’ ovunque la partecipazione al mercato del lavoro, restano elevate le differenze tra Paesi e si registra uno scarso impegno dei governi europei nella lotta alla discriminazione dei gruppi vulnerabili, nel rafforzamento della solidarietà intergenerazionale e nell’equità relativa alla distribuzione del reddito. Continua a preoccupare la diffusione della povertà e dell’esclusione sociale, che colpisce sempre più anche lavoratori a tempo pieno. La condizione dei lavoratori poveri (working poor) è causata soprattutto dall’espansione dell’occupazione a basso reddito e dalla “dualizzazione” del mercato del lavoro, con l’aumento dei lavoratori poco garantiti e tutelati in particolare tra i più giovani. Per minori e giovani, sottolinea il Rapporto, si riducono le opportunità, cosa che aumenta il rischio di povertà ed esclusione, diminuisce la solidarietà intergenerazionale e alimenta il fenomeno Neet (Non in Education, Employment and Training), giovani che non lavorano e non si formano, stimati al 17,3% nell’Ue ma che in Italia sono quasi uno su tre.

14 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Gli studenti accanto ai bambini ricoverati Per i ragazzi delle scuole di Milano e dei comuni dell’hinterland c’è la possibilità di fare un’esperienza di volontariato dedicando alcune ore nei reparti pediatrici degli ospedali Fatebenefratelli-Sacco, Niguarda e, a Garbagnate Milanese, l’Ospedale Salvini. L’iniziativa è organizzata da Cuore e Parole onlus e promossa dall’Ufficio scolastico regionale. Nata sei anni fa, ha coinvolto finora

500 studenti. Paola Brodoloni è la fondatrice di Cuore e Parole Onlus e ha raccontato il progetto: «I ragazzi che si dedicano a questa esperienza generalmente ne escono entusiasti e rafforzati nella loro autostima perché si rendono conto subito che fare volontariato non vuole dire solo dare ma anche ricevere: un bambino fragile che ride e si diverte è una grande soddisfazione, anche gratificante. In questo modo i ragazzi crescono consapevoli del fatto che la nostra società può migliorare se tutti noi ci impegniamo in prima persona e diventiamo cittadini più attivi e responsabili». Le scuole interessate possono informarsi scrivendo a: l.ivona@cuoreparole.org

street art L’arte ribelle sul muro del carcere Non me la racconti giusta prende corpo con diverse finalità: innanzitutto per dare la possibilità a chi è in carcere di esercitare la propria creatività. Il progetto nasce dalla collaborazione tra due artisti, Collettivo Fx e Nemo’s, il magazine di arte e cultura contemporanea Ziguline e Antonio Sena, fotografo e videomaker. Attraverso l’intervento artistico, la realizzazione di un video-racconto e il coinvolgimento attivo di un gruppo di detenuti, il programma si propone inoltre di far riflettere sulla dimensione carcere attraverso la street art. Portare i graffiti all’interno delle mura manifesta uno sforzo di creare arte pubblica in un contesto sociale e culturale nel quale normalmente l’arte non entra. I murales del video sono stati realizzati dai detenuti e dai due artisti presso la Casa circondariale di Ariano Irpino e nella Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi.

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I dati del rapporto Immigrazione e Imprenditoria, curato dal centro studi e ricerche Idos evidenzia una buona tenuta delle imprese guidate da persone immigrate. La crisi non le ha affondate, anzi: se fra il 2011 e il 2015 sono aumentate di oltre il 21% a fine 2015 erano oltre 550 mila, il 9,1% del totale del nostro Paese. Producono 96 miliardi di euro di valore aggiunto, il 6,7% della ricchezza complessiva. Il commercio rappresenta il principale ambito di attività; segue l’edilizia (129 mila, 23,4%). Notevole è anche il comparto manifatturiero caratterizzato, come l’edilizia, da una forte dimensione artigiana. Sono artigiane, infatti, oltre 4 imprese edili immigrate su 5 (83,2%). I dati sui responsabili di imprese individuali confermano il protagonismo di specifici gruppi nazionali. I più numerosi sono i marocchini (14,9%), seguiti da cinesi (11,1%) e romeni (10,8%).

L’Italia raggiunge la sufficienza, risicata, solo in matematica. Le scuole italiane non hanno speranza, secondo l’Ocse, rispetto a Paesi come Singapore, Giappone, oltre ai soliti noti come Svezia, Olanda, Germania. È quanto emerge dai nuovi testi Pisa (Programme for International Student Assessment) che hanno coinvolto 540 mila studenti di 72 Paesi. Dal 2006 l’Italia non ha miglioramenti tra i ragazzi di seconda superiore nella capacità di lettura di un testo e in scienze. Eppure, i ragazzi italiani studiano più degli altri: quasi 50 ore a settimana passate sui libri, contro una media di 44 ore. In Finlandia e Germania gli studenti passano 36 ore in tutto tra lezioni e studio a casa. A spiegare la distanza è un dato economico: tra il 2005 e il 2013 la spesa pubblica per studente è calata di circa l’11%, mentre nella media degli altri Paesi è cresciuta del 19%.

Crescono le imprese di immigrati in Italia

L’Ocse boccia la nostra scuola


[ pagine a cura di Daniela Palumbo ]

L’America on the road di Robert Frank in mostra a Milano

Fino al 19 febbraio negli spazi del Forma Meravigli è ospitata la mostra Gli Americani, di Robert Frank, considerato il più grande fotografo vivente. Realizzata in collaborazione con la Mep, Maison Européenne de la Photographie di Parigi, è promossa da Forma Meravigli in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto. Per la prima volta a Milano più di ottanta fotografie vintage, l’America immortalata on the road dall’obiettivo di Robert Frank. David Dawidoff del New York Times Magazine ha così scritto a proposito del reportage fotografico: «In quelle foto il ritratto di un territorio e dei suoi abitanti che molti americani non potevano o non volevano vedere: un Paese triste, difficile, diviso. Più malinconico che eroico». Info www.formafoto.it

pillole homeless Tutte le religioni insieme a favore dei senza dimora inglesi

mi riguarda David Beckham ambasciatore Unicef contro violenze e abusi L'Unicef ha lanciato un filmato con David Beckham per ricordare quanto gli abusi fisici e psicologici possano segnare le vite dei bambini per sempre. Nel filmato si animano, sul corpo di David Beckham, una serie di tatuaggi raffiguranti scene di violenza contro i bambini. Mentre i veri tatuaggi di Beckham rappresentano il ricordo di momenti felici o importanti, milioni di bambini portano invece sul loro corpo segni che non hanno scelto di avere: cicatrici di violenze e abusi che subiscono in luoghi in cui dovrebbero invece essere al sicuro. Ogni anno, nel mondo, circa un miliardo di bambini fra 2 e 14 anni subisce punizioni corporali da parte di coloro che se ne prendono cura.

Secondo stime dell'organizzazione no profit Shelter, sono almeno 255 mila le persone senza fissa dimora in Inghilterra e ben 124 mila i bambini senza casa. Sono state molte le iniziative natalizie in tutti gli Stati del mondo, ma in Inghilterra quest'anno hanno avuto un segno particolare: non sono iniziate a Natale e continuano tutto l'anno. Tutte nel segno della collaborazione fra comunità religiose differenti. In particolare, anglicani, cattolici, metodisti, quaccheri, ebrei, indù, musulmani e sikh si sono coalizzati e hanno contribuito all'apertura di un ricovero notturno per homeless a Leicester: è la prima volta che accade che tanti gruppi di diverse comunità religiose decidano di lavorare uniti a un grande progetto in favore dei senza dimora. Il rifugio, inaugurato a dicembre, prevede 10 posti letto per coloro che non hanno la casa e dormono in strada.

Storie di migrazione raccontate da giovani stranieri Boubacar ha appena compiuto 18 anni. Viene dalla Guinea, da cui è fuggito 6 anni fa dopo la morte della mamma. È arrivato in Italia il 4 dicembre 2015, e oggi è ospite di Casa Murri, struttura di seconda accoglienza per minori stranieri non accompagnati, a Bologna. È Boubacar il conduttore della nuova trasmissione radiofonica Benvenuti a Bologna, in onda ogni mercoledì alle 13 su Radio Città del Capo. Un viaggio dentro le storie di vita dei giovani di origine straniera che, arrivati nel capoluogo emiliano, cercano un futuro. Boubacar aveva solo 12 anni quando è partito perché aveva perso il suo unico punto di riferimento, la madre. Un viaggio durato anni che l’ha portato in Mali, Burkina Faso, Benin, Togo, Niger, Algeria e Libia, prima di imbarcarsi per attraversare il Mediterraneo. Il programma Benvenuti a Bologna è un’iniziativa di Abc Digitale, progetto della cooperativa Open Group per portare il digitale nelle strutture per migranti che gestisce, costruendo così nuove professionalità. Info radiocittadelcapo.it

L’esordio del rapper che canta con la lingua dei segni Era il suo sogno, cantare. Francesco Brizio, adesso Brazzo, è nato a Taranto da genitori sordi e il suo sembrava un sogno impossibile. Ora però ce l'ha fatta, grazie anche al sostegno di una logopedista, Brazzo canta seguendo i tempi, il ritmo e le vibrazioni musicali e soprattutto grazie alla lingua dei segni. Sono sordo mica scemo è la sua prima canzone. Un testo scritto dallo stesso giovane rapper per parlare del disagio sociale e l'emarginazione a cui sono destinati i sordi nel nostro Paese. Francesco vive da tanti anni a Milano e lavora in una compagnia di assicurazioni.

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IN BREVE

La pallottola, è il brano di Davide Peron scelto da Libera contro le Mafie in Veneto come proprio inno

Non solo emergenza progetti strutturati Michele Ferraris «Si parla delle persone senza dimora solo quando muoiono per il freddo, ma se si lavorasse in una logica di programmazione, durante tutto l’anno, quando arriva l’inverno non saremmo in questa situazione» (Cristina Avonto, presidente di fio.PSD) A poche ore dalla morte di 8 persone in tutta Italia a causa del freddo, vogliamo evidenziare come a fronte di una situazione climatica come quella attuale, «fosse più che prevedibile un triste epilogo, soprattutto se ci si occupa di questi temi solo quando c’è l’emergenza». La vera emergenza invece è quando di queste persone ci si dimentica, nel momento del “clima tiepido”, momento in cui invece sarebbe importante nei territori strutturare azioni e servizi per l’aggancio della persona in strada, servizi che siano realmente di tutela e di tregua rispetto alla strada, che siano percorsi di reale dignità e cittadinanza, percorsi di diritti. «Con le stesse risorse economiche possono riconvertire i servizi con coraggio per renderli più efficaci». La fio.PSD infatti ha scelto di puntare sull’Housing First, «un obiettivo alto, ma vanno bene anche le situazioni intermedie, l’abitare sociale o altre forme che restituiscano la dignità e l’umanità alle persone». La Federazione che rappresenta oltre 110 organizzazioni in Italia che lavorano direttamente con le persone più fragili, più escluse, più isolate, vuole dare loro oggi voce: queste persone, che nel 70 per cento dei casi avevano una famiglia, un lavoro e una casa, hanno bisogno di un segnale forte di fiducia e crescita che le sostenga in un percorso di recupero non fatto solo di emergenza.

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QUATTRO DOMANDE

Davide Peron, parole e musica per raccontare la società civile di Daniela Palumbo

Nei testi di Davide Peron - classe 1974, di Schio, nella provincia di Vicenza - affiora forte l’impegno sociale.

Uno dei suoi pezzi, La pallottola, è stato scelto come inno da Libera contro le Mafie per la Regione Veneto. Ha quattro album all’attivo, l’ultimo è Imbastir parole. Attualmente sei in giro con uno spettacolo musicale. Di che si tratta? Il titolo è Una calza a salire e una a scendere. Lavoro con mia moglie, che è attrice, Eleonora Fontana. È un testo sulla prima guerra mondiale. In particolare raccontiamo con musica e parole le donne che hanno attraversato la guerra, i loro gesti semplici ma spesso eroici. V’è un angolo di luce è invece la canzone sulla quale hai lavorato in un video clip insieme ai ragazzi disabili della Cooperativa Primula di Valdagno. L’angolo di luce che illumina le persone disabili è la meraviglia per la vita che noi normodotati perdiamo strada facendo. Noi persone “normali” ci dimentichiamo la meraviglia con la quale da piccoli guardiamo il mondo. I ragazzi disabili hanno voluto raccontare invece il collegamento tra terra e cielo. Noi a volte siamo così impegnati a guardare appena oltre il nostro naso, da non renderci conto di quanta bellezza ci circonda.

Musica e società. Parole e impegno. Qual è la tua idea di cantautore? Io sono abituato a scrivere ciò che vivo, ciò che vedo: il mondo che mi circonda, le persone che incontro. Se quello che mi accade intorno suscita in me un sentimento di ingiustizia come per esempio il tema della mafia, o un sentimento di incomprensione, non riesco a girarmi dall’altra parte, a fare finta che non sia successo e che non mi riguardi. Le mie canzoni parlano di questo, poi ogni persona nell’ascoltarle vi associa la propria storia, il proprio vissuto, e mediante questo scambio passa il messaggio contenuto. Nella tua canzone Fortuna al fianco, canti che ci vuole coraggio ad andare via dalla propria terra. Il tema attualissimo dei migranti. Io nell’altro mi riconosco. Ogni volta che vengo a contatto con una persona e nasce il dialogo, in lei trovo sia la parte di me che già conosco, sia quella più oscura, non nota, che può fare anche paura. Nel momento in cui classifico l’altro come “diverso” sto dando libero sfogo alla voce della paura. Ci vuole coraggio a lasciare la propria terra per dirigersi verso l’ignoto, verso qualcosa che non sappiamo se sarà una certezza. Molti di noi non avrebbero questo coraggio, né tantomeno il coraggio di comprendere quello che ci fa paura dentro di noi. È molto più semplice respingere. Info www.davideperon.it


IN BREVE

Esempi da imitare. Progetto ponte per comuni e imprese

L’Italia fatica a “ripartire”. Il rischio di impresa fa paura. Se le aziende hanno qualche euro da parte, preferiscono investirlo in speculazioni finanziarie piuttosto che nel proprio sistema produttivo (al fine di aggiornarlo) o in progetti di comunicazione tesi a promuovere la loro immagine e quindi, auspicabilmente, ad accrescere il giro di affari. Anche l’amministrazione pubblica, soprattutto gli enti locali, fa fatica a programmare iniziative e lavori di interesse collettivo, anche di limitato respiro come la riqualificazione di un giardino o di una piazza. In questo quadro di riferimento,

è nato all’inizio di dicembre a Milano Esempi da Imitare. Si tratta di un progetto pensato dall’ethical advisor Pietro Greppi, a cui si è successivamente affiancata la giornalista professionista Sandra Tognarini, che si colloca a metà fra la campagna di comunicazione e l’intervento di utilità sociale, agevolando e semplificando la realizzazione di opere utili ai Comuni italiani e stimolando la disponibilità delle aziende a contribuire in tal senso. «Il momento –spiega Greppi –è favorevole alla sensibilizzazione sui temi che implicano la partecipazione delle aziende a programmi e attività che combinano comunicazione e azioni coerenti e utili al territorio su cui operano. Esempi da Imitare innesta il concetto dell’etica su quello del business, parla di sociale e di non profit pur muovendosi insieme agli

interessi delle imprese profit». «Troviamo – prosegue Greppi – da una parte, le imprese che devono identificare modalità di comunicazione che le rendano visibili e gradite al loro pubblico, dall’altra abbiamo i Comuni italiani, soprattutto i più piccoli, che lamentano la carenza delle risorse necessarie per far fronte alle esigenze delle comunità». Sandra Tognarini spiega le prossime fasi del progetto. «Verrà realizzata una piattaforma online con un database costituito dall’elenco dei Comuni italiani, ognuno abbinato ai bisogni da risolvere. Dalla carenza di panchine, al rifacimento dei tetti degli edifici pubblici, al restauro di monumenti. Ma anche dotazioni di libri per biblioteche e servizi sociali per minori, anziani e categorie a rischio. Esempi da Imitare sottoporrà i progetti pervenuti, in forma sommaria, all’attenzione delle aziende che, se interessate, potranno accedere a una descrizione approfondita di ogni progetto incluso nell’elenco, con l’impegno economico previsto per sostenerlo. Inoltre è previsto un piano di comunicazione, concordato con i Comuni che avrà un fact-checking sulle fasi di attuazione e il rispetto dei tempi previsti. Il Comune non ha alcun onere se non quello di autorizzare ufficialmente l’intervento. Esempi da Imitare viene ricompensata solo dall’azienda per il servizio di segnalazione e “ponte” svolto con il Comune interessato».

Alle associazioni le biciclette abbandonate riparate dai disabili Le prime trenta biciclette sono state distribuite al Sermig, al Servizio adulti in difficoltà e ad altre realtà del sociale torinese. Quando escono dall’Officina sembrano nuove. Ma in realtà erano ridotte in cattivo stato perché erano rimaste abbandonate per mesi nel deposito dei vigili urbani di via Druento dove di solito vengono portate le due ruote senza padrone. Il progetto Biciclabile prevede che ora qualcuno se ne prenda cura, le ripari e le renda funzionali. A rendere le bici come nuove sono i ragazzi disabili che fanno parte del progetto voluto dall'assessorato al welfare della città. I ragazzi che curano le bici sono stati selezionati tra quanti non avevano trovato lavoro dopo un corso di formazione regionale. Il luogo dove le due ruote sono recuperate si chiama La Bici, una piccola officina sul lungo Po.

LA STRISCIA

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LE DRITTE DI YAMADA

Quanti spunti per disegnare La recensione in immagini

L’urlo di Auschwitz Ogni anno il luogo nel quale sorgeva il più grande campo di sterminio nazista viene visitato da più di un milione di visitatori, decine di migliaia dall’Italia. Piotr Cywinski, direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau, ci racconta che Auschwitz ormai trascende la sua storia e parla direttamente a noi, ora e qui e il suo urlo lacerante è più che mai necessario per pensare al nostro futuro.

di Yamada

642 spunti insoliti per disegnare – liberamente – quello che ci viene proposto pagina dopo pagina. Qui ne vedete alcuni cui non ho resistito (una star di Hollywood e il Piccolo Principe inclusi).�

Piotr Cywinski Non c’è una fine Bollati Boringhieri, euro 15

L’eredità di padre Pino Puglisi Cosa è cambiato dopo la morte di padre Pino Puglisi, ucciso a Palermo da Cosa Nostra il 15 settembre 1993? Cosa rimane del suo impegno evangelico e sociale con i giovani, ai quali faceva intravedere un futuro diverso da quello malavitoso? Padre Puglisi aveva l’obiettivo di far crescere nei giovani la speranza di una vita diversa. Il primo martire della Chiesa morto per mano della mafia è beato dal 2013. R. Cascio e S. Ognibene Il primo martire di mafia. L'eredità di padre Pino Puglisi EDB edizioni, euro 18

642 idee per disegnare Ippocampo edizioni

[ a cura di Daniela Palumbo ]

Quei memorabili anni Settanta

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Gli anni ‘70 sono quelli di Italia-Germania 4-3, di Fantozzi e Guerre Stellari, della disco dance e del punk. Anni memorabili, ma anche anni difficili e decisivi per la società e per l'arte. Un libro per rievocare ricordi. M. Laudiano e M. Cuccato Il mio primo dizionario degli Anni '70 Becco Giallo, euro 19.50


VISIONI

La stoffa dei sogni

La bellissima Ariane Labed (Assassin’s Creed, Black Mirror, The Lobster) in una scena del film

Il film racconta le vicissitudini di una modesta “compagnia di teatranti” che naufragano insieme a dei pericolosi camorristi sulle coste di un’isola in mezzo al Mediterraneo. All’Asinara, l’isola-carcere. È il primissimo dopoguerra e per il direttore del carcere sarà impossibile distinguere i pericolosi camorristi dai teatranti. Commedia ricca di colpi di scena.

Alps, quando la disperazione entra nei panni degli altri

Dopo il successo di The Lobster, torna in sala una piccola perla cinematografica frutto del lavoro del regista greco Yorgos Lanthimos, che aveva stupito tutti alla alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2011 tanto da vincere il premio per la miglior sceneggiatura. Alps è un film di zombi, senza gli zombi. I protagonisti di que-

sta storia piena di disperazione offrono una inaudita forma di conforto a chi perde un parente. Chi ha subito un grave lutto può avere direttamente a casa propria una persona che prenderà il posto del caro defunto. Un’infermiera, una giovane ginnasta e il suo allenatore si offrono a turno per sostituire gli scomparsi. Monte Bianco, il capo della stranissima cricca, sceglie nuovi clienti, coordina gli affari e, quando serve, fa ricorso alle maniere forti. Può capitare, infatti, che a furia di lavorare a tu per tu con la morte si co-

La banda utilizza i nomi di alcune cime alpine. Tanta segretezza ma non si rapina una gioielleria e non si rapisce nessun pezzo grosso. Il servizio gentilmente offerto è molto più inquietante...

il film Alps Un film di Yorgos Lanthimos Con Angeliki Papoulia, Ariane Labed, Aris Servetalis, Johnny Vekris. Drammatico, 2011

Billy Lynn. Un giorno da eroe Un film sulla guerra e sull’America, con il suo infantile bisogno di eroi. Il visionario regista Ang Lee porta al cinema l’omonimo best-seller e racconta la storia del giovane Billy che finisce, per caso, in diretta tv durante una missione in Iraq. Al rientro verrà accolto come un eroe. La verità e il realismo della guerra verranno fuori azzerando l’eroismo.

Se pensate che tutto ciò sia eccessivo, fate bene. «Dopo aver finito il film – ha dichiarato il regista – abbiamo scoperto che un’azienda in Giappone o in Corea ingaggia degli attori per comportarsi come marito e moglie nella realtà. La realtà non dista mai molto dalla finzione. Non importa quanto le vostre idee siano astruse, ci sono sempre persone che hanno fatto la stessa cosa, se non peggio, da qualche parte, nel mondo reale». Il regista classe ’73 ha pronti due film e una serie tv per i prossimi due anni. Da seguire atten-

tamente la sua carriera e recuperare i suoi “capolavori di esistenzialismo contemporaneo” come li hanno definiti alcuni critici. Da ritrovare in dvd o a Milano solo al Cinema Beltrade, zona stazione Centrale.

Manchester by the sea [ a cura di Daniela Palumbo ]

di Sandro Paté

minci ad avere qualche piccola crisi. Tanto per far capire cos’è Alps, chi ha perso la figlia in un incidente stradale subito dopo il funerale può scegliere di piazzare qualcuno nel letto rimasto vuoto, può far indossare gli stessi abiti dell’estinto e gustarsi placidamente la discutibile messa in scena.

Lee Chandler è fuggito dal suo drammatico passato. Costretto a tornare nella sua città quando il fratello muore e gli lascia in eredità il nipote Patrick, adolescente, Lee ritrova la sua vecchia comunità e l’ex moglie. Sarà la gioventù e il bisogno di calore di suo nipote Patrick a fargli decidere di rimettersi in gioco nella vita e negli affetti. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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Con L’arte di essere fragili, il quarantenne scrittore palermitano Alessandro D’Avenia ha scalato le classifiche di vendita

AlessandroD’Avenia «Racconto la fame di felicità nascosta dentro un dolore» di Daniela Palumbo foto di Marta D’Avenia

Leopardi può salvarti la vita. La forza della poesia nel libro che è riuscito ad arrivare al cuore e al cervello di molti ragazzi facendo intravere buoni motivi per “coltivare” la fragilità 20 Scarp de’ tenis febbraio 2017

L’arte di essere Fragili, non è solo il quarto libro di Alessandro D’Avenia, è anche il suo manifesto-pensiero. Alle soglie dei 40 anni (è nato il 2 maggio del 1977), continua a sentire il bisogno di percepire dentro di sé l’infinito: la promessa di bellezza che può diventare il destino di ognuno di noi. La fragilità, ci racconta nel libro, non è una mancanza, ma ricchezza interiore: perché proprio il suo “inciampare” dentro la vita, può indicarcene il senso profondo. Difficile sostenerlo con la sua platea di lettori forti, gli adolescenti. Oggi, per loro, la fragilità è spesso motivo di scherno, senso di inadeguatezza: fragilità uguale debolezza. Eppure ce l’ha fatta D’Avenia, è riuscito ad arrivare al cuore e al cervello di questi ragazzi facendo intravedere


dei buoni motivi per coltivare, e non soffocare, la fragilità. E da

chi poteva trarre esempio e sostanza lo scrittore siciliano se non da colui che contiene in sé tutti i semi della fragilità? Il poeta Giacomo Leopardi. Paradossal-

Occorre riattivare la vita interiore delle persone, e la poesia ha in sé questo dono

mente – è di questo paradosso che si nutre il libro edito da Mondadori – è in quella fragilità che Leopardi manifestava la forza dell’infinito. Di quella ricerca delle cose eterne, Leopardi ci ha fatto dono. Il dono che mi ha fatto questo libro è stato proprio quello di rivedere questa parola: Fragilità. Oggi è percepita come negativa perché siamo in un’epoca in cui il paradigma di giudizio di una persona sono i risultati, e non la persona stessa. E quindi, se il parametro della felicità è la performance, è chiaro che chi non riesce tutti i giorni a essere perfetto, è tagliato fuori. Fragilità viene dal latino fragilis, “che si spezza facilmente”. A Leopardi la vita aveva spezzato ogni cosa. Il padre non capiva il suo talento, i contemporanei idem, la progressiva cecità, la mancanza di amore. A 39 anni esce di scena. Eppure, memore di questa sua fragilità, che non usò mai come alibi, ha lottato per cercare l’occasione per mettersi faccia a faccia con la vita e creare ciò che poi l’ha reso il più grande poeta moderno italiano. Si può donare agli altri la ricerca della bellezza, come cerchi di fare nei tuoi libri? Certo che si può, lo vedo a scuola, tutti i giorni. Ed è quello che sta succedendo nel racconto teatrale tratto dal libro che sto portando in giro: tante persone restano

fuori perché i biglietti non bastano. Ma io faccio solo una lezione su Leopardi. Racconto che la bellezza ricevuta e creata è la risposta che l’uomo ha di fronte alla tentazione del nulla. Tanti giovani che ti scrivono ogni giorno. Cosa ti sorprende di loro? Questa fame straordinaria di felicità, di vocazione. Io che cavolo ci sto a fare qui? Qualcuno mi dica se la mia vita è importante, se serve a qualcosa. E lo smarrimento. Perché li abbiamo generati biologicamente, ma non riusciamo a generarli culturalmente, simbolicamente, cioè non li inseriamo in una narrazione più grande che dica loro: la vita è un progetto in cui fare qualche cosa di bello. Mi sorprende la grande solitudine: si aprono con me, con uno scrittore di cui hanno magari letto un libro, dicendo cose intime e profondissime. Mi chiedo: ma tu non hai nessuno che ti guarda in faccia? Ragazzi che mi scrivono perché hanno dei problemi enormi, bulimia, anoressia, bullismo, chi si taglia, chi è a un passo dal volersi cancellare. Questi ragazzi non possono es-

L’INTERVISTA sere invisibili, ma noi dove guardiamo? E mi sorprende la gratitudine, che è qualcosa che fa parte del cuore dei ragazzi. I nostri ragazzi hanno ancora la voglia di immaginarsi il futuro, di cercare l’infinito? Certo, ce l’hanno ancora perché ce l’ha ogni uomo. Ma se hanno intorno a loro persone che quando sono disperati li risarciscono comprando oggetti, consumando oggetti, poi la speranza dell’altezza si spegne. Bisogna riattivare la vita interiore delle persone, e la poesia ha in sè questo dono. Se una persona non si coltiva dentro, non si ama da dentro, non si conosce né si possiede, se è in balia degli oggetti, dello sguardo degli altri, allora sì la vita diventa una prigione perché non puoi esercitare la libertà se non sai cosa sei venuto a trovare al mondo. Quindi poi i copioni che la cultura dominante detta diventano le nostre biografie. E questo sì che è un dramma. Eppure spesso la scuola oggi si risolve con una frase: siete troppi... E sono proprio i più fragili a farne le spese. La scuola italiana oggi ha un 20% di insegnanti che reggono la scuola e conservano passione. Un altro 20% sono “delinquenti” che andrebbero

scheda Alessandro D’Avenia è nato a Palermo il 2 maggio 1977, terzo di sei figli. Ha frequentato il liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo, dove ha incontrato padre Pino Puglisi, che insegnava religione nello stesso istituto. Laureato in lettere classiche alla Sapienza di Roma è professore di greco e latino in un liceo classico. Insegnante, scrittore, sceneggiatore. L’arte di essere fragili è il suo quarto romanzo.

cacciati perché in classe non fanno lezione, non fanno niente. Ricevo racconti da parte dei ragazzi da rabbrividire. Però in questi casi si deve reagire. Non in modo scomposto. Ma non bisogna tacere. E infine c’è un 60% di insegnanti che era partito con il fuoco iniziale e che poi la vita, il mestiere logorante, lo stipendio, la fatica, hanno spento. Nel mio piccolo ci provo a risvegliare quel 60% perché senza il fuoco non vai avanti. Non dai niente ai ragazzi. Insegnare è prendersi carico delle persone, ma spesso non li guardano neppure. E allora se non ho voglia di farmene carico, l’unica cosa che resta è il “siete troppi, vi ridurremo”. Altri si rifugiano nella burocrazia: non ci vogliamo mettere in gioco e creiamo sistemi per rendere anonime le persone. Conoscevi bene don Puglisi, il prete ucciso dalla mafia a Palermo? Quando lessi gli atti del processo e vidi scritto il motivo e il capo di accusa che aveva determinato l’uccisione di don Pino da parte dei Graviano rimasi senza parole. Era uno che si portava i piccireddu con iddo. Fa sorridere, ma è una bomba atomica in quel contesto. Don Pino faceva vedere ai bambini che esisteva un altro mondo se solo lo avessero cercato. Li portava al mare, faceva vedere loro un cielo stellato. Quando un giorno a un bambino che era rimasto incantato dal cielo, don Pino dice che le stelle ci sono pure dove abita lui, il ragazzino gli risponde Sì vabbeh. Non ci crede. Se tu gli fai vedere un’alternativa di vita, sei pericoloso. Il suo messaggio era grande: nessuno vi concede la dignità che già avete.

febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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L’INTERVENTO

Poveri protagonisti Quando il cinema racconta gli ultimi Sono rari gli esempi di film che cercano di affrontare con coraggio e onestà il tema della povertà. Li ha scelti per Scarp Paolo Mereghetti, l’autore del più celebre Dizionario dei film

di Paolo Mereghetti

scheda

Paolo Mereghetti è nato a Milano il 28 settembre 1949. Laureato in filosofia. Critico cinematografico e giornalista, è autore del più celebre dizionario dei film realizzato in lingua italiana “Il Mereghetti: Dizionario dei film” che cura dal 1993. Nel 2001 ha vinto il Premio Flaiano per la critica cinematografica. Attualmente collabora con il Corriere della Sera, Radiotre e Rai 3.

22 Scarp de’ tenis febbraio 2017

All’inizio fu il neorealismo. Con l’Italia distrutta dalla guerra (e dalla dittatura fascista), il cinema italiano non poteva che cercare di aprire gli occhi degli spettatori su quello che era accaduto. Lo fece Rossellini ricordando il sacrificio di chi aveva lottato contro l’oppressore (con Roma città aperta e Paisà) e lo fece Vittorio De Sica mettendo al centro dei suoi film gli umiliati e gli offesi che affollavano un’Italia tutta da ricostruire. E cominciando con Sciuscià (1946) proprio dai più indifesi: i giovani e i giovanissimi. Sono loro che insegnano allo spettatore che si possono ancora avere dei sogni – nel film, un cavallo bianco su cui dimenticare le loro disgrazie – e sono loro che, travolti dagli inganni e dalle truffe degli adulti, aiutano a denunciare le ingiustizie della società (il riformatorio gestito da ex fascisti) e a rivendicare il valore dell’amicizia. Una strada che altri registi dopo di lui continuarono a percorrere, utilizzando i bambini e la loro innata innocenza per cercare di trasmettere un po’ di calore e un invito alla soli-

darietà. È il caso di film come O.K. John! (1946, di Ugo Fasano) dove un prete, don Fernando Giorgi (un autentico salesiano che interpreta se stesso), aiuta i ragazzi di strada a sopravvivere e a cercare di contrastare le cattive influenze (regalando almeno una scena da antologia, quella in cui i piccoli interpreti riconoscono le marche delle diverse sigarette annusando le cicche che raccolgono per strada). O del film che segnò l’esordio di Luigi Comencini: Proibito rubare(1948), dove un prete deciso a partire in missione per l’Africa (interpretato da Adolfo Celi ma doppiato da Ubaldo Lay) abbandona i suoi propositi e si ferma a Napoli per occuparsi degli orfani abbandonati dopo aver scoperto la miseria di certi ambienti.

Ma è Miracolo a Milano (1951, ancora di De Sica) il film che impose nell’immaginario collettivo la figura del «barbone», raccontando le disavventure di Totò che nato sotto una foglia di cavolo e allevato dalla misteriosa Lolotte riuscì a guidare il popolo di poveracci con cui era andato a vivere verso un futuro di spe-

ranza. Ai tempi scandalizzò (e fu attaccato sia da destra che da sinistra) ma la chiave di favola che De

Sica e il suo sceneggiatore Zavattini avevano scelto per raccontare questo apologo si è rivelata la migliore per raccontare con leggerezza e ironia sia le tante facce dell’Uomo (anche tra i barboni ci sono gli invidiosi, i rancorosi e i bugiardi) sia per trovare una soluzione allo scontro tra l’umanità e il calore delle persone da una parte e la freddezza e l’inumanità del denaro dall’altra. Una soluzione che sa di miracolo – scacciati dal terreno dove abitano perché vi è stato trovato il petrolio, Totò e i suoi amici s’involano verso un futuro migliore a cavallo delle scope degli spazzini milanesi – ma che proprio per questo sa ribadire con la forza della fantasia la necessità di andare oltre gli steccati e i luoghi comuni per riuscire a immaginare un mondo dove «buongiorno vuol dire veramente buongiorno». Un capolavoro, quello di De Sica, ma anche una specie di canto del cigno perché l’Italia degli anni Cin-


L’INTERVENTO

Poveri protagonisti Quando il cinema racconta gli ultimi Sono rari gli esempi di film che cercano di affrontare con coraggio e onestà il tema della povertà. Li ha scelti per Scarp Paolo Mereghetti, l’autore del più celebre Dizionario dei film

di Paolo Mereghetti

scheda

Paolo Mereghetti è nato a Milano il 28 settembre 1949. Laureato in filosofia. Critico cinematografico e giornalista, è autore del più celebre dizionario dei film realizzato in lingua italiana “Il Mereghetti: Dizionario dei film” che cura dal 1993. Nel 2001 ha vinto il Premio Flaiano per la critica cinematografica. Attualmente collabora con il Corriere della Sera, Radiotre e Rai 3.

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All’inizio fu il neorealismo. Con l’Italia distrutta dalla guerra (e dalla dittatura fascista), il cinema italiano non poteva che cercare di aprire gli occhi degli spettatori su quello che era accaduto. Lo fece Rossellini ricordando il sacrificio di chi aveva lottato contro l’oppressore (con Roma città aperta e Paisà) e lo fece Vittorio De Sica mettendo al centro dei suoi film gli umiliati e gli offesi che affollavano un’Italia tutta da ricostruire. E cominciando con Sciuscià (1946) proprio dai più indifesi: i giovani e i giovanissimi. Sono loro che insegnano allo spettatore che si possono ancora avere dei sogni – nel film, un cavallo bianco su cui dimenticare le loro disgrazie – e sono loro che, travolti dagli inganni e dalle truffe degli adulti, aiutano a denunciare le ingiustizie della società (il riformatorio gestito da ex fascisti) e a rivendicare il valore dell’amicizia. Una strada che altri registi dopo di lui continuarono a percorrere, utilizzando i bambini e la loro innata innocenza per cercare di trasmettere un po’ di calore e un invito alla soli-

darietà. È il caso di film come O.K. John! (1946, di Ugo Fasano) dove un prete, don Fernando Giorgi (un autentico salesiano che interpreta se stesso), aiuta i ragazzi di strada a sopravvivere e a cercare di contrastare le cattive influenze (regalando almeno una scena da antologia, quella in cui i piccoli interpreti riconoscono le marche delle diverse sigarette annusando le cicche che raccolgono per strada). O del film che segnò l’esordio di Luigi Comencini: Proibito rubare(1948), dove un prete deciso a partire in missione per l’Africa (interpretato da Adolfo Celi ma doppiato da Ubaldo Lay) abbandona i suoi propositi e si ferma a Napoli per occuparsi degli orfani abbandonati dopo aver scoperto la miseria di certi ambienti.

Ma è Miracolo a Milano (1951, ancora di De Sica) il film che impose nell’immaginario collettivo la figura del «barbone», raccontando le disavventure di Totò che nato sotto una foglia di cavolo e allevato dalla misteriosa Lolotte riuscì a guidare il popolo di poveracci con cui era andato a vivere verso un futuro di spe-

ranza. Ai tempi scandalizzò (e fu attaccato sia da destra che da sinistra) ma la chiave di favola che De

Sica e il suo sceneggiatore Zavattini avevano scelto per raccontare questo apologo si è rivelata la migliore per raccontare con leggerezza e ironia sia le tante facce dell’Uomo (anche tra i barboni ci sono gli invidiosi, i rancorosi e i bugiardi) sia per trovare una soluzione allo scontro tra l’umanità e il calore delle persone da una parte e la freddezza e l’inumanità del denaro dall’altra. Una soluzione che sa di miracolo – scacciati dal terreno dove abitano perché vi è stato trovato il petrolio, Totò e i suoi amici s’involano verso un futuro migliore a cavallo delle scope degli spazzini milanesi – ma che proprio per questo sa ribadire con la forza della fantasia la necessità di andare oltre gli steccati e i luoghi comuni per riuscire a immaginare un mondo dove «buongiorno vuol dire veramente buongiorno». Un capolavoro, quello di De Sica, ma anche una specie di canto del cigno perché l’Italia degli anni Cin-


COPERTINA

Si chiamano minori non accompagnati, ragazzi che lasciano casa e famiglia per sbarcare sulle nostre coste. C’è chi sogna di diventare calciatore, chi di raggiungere il nord Europa. Per alcuni di loro si aprono le porte

©UNICEF/UN020016/Gilbertson VII Photo

Ablie (17 anni), Fodaoi (14 anni) e Alieu (17) tutti e tre provenienti dal Gambia, trascorrono la loro giornata nell’hot spot di Pozzallo, in Sicilia, centro di accoglienza in cui sono presenti anche alloggi per minori non accompagnati

Ragazzi che

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di comunità e scuole. Di tanti non si sa più nulla. Scarp è stato a Rebbio dove una parrocchia si è mobilitata; in una comunità di accoglienza e a casa di Cecilia e Marco, i genitori affidatari di Youssef , arrivato tutto solo dal Marocco.

scappano febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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COPERTINA

di Marta Zanella

Li chiamano con un termine tecnico: “minori stranieri non accompagnati”. Ma a guardarli in faccia vedi quello che sono realmente: adolescenti – a volte anche più piccoli – costretti a crescere molto in fretta, in grado di cavarsela e sopravvivere nelle peggiori situazioni come un adulto ma ancora ragazzini, che avrebbero bisogno soprattutto di una guida adulta, di una famiglia, di un sostegno. Di non essere lasciati soli, insomma. Di questi migranti minorenni soli, in Italia, ne risultano attualmente censiti e accolti quasi 16 mila. Oltre a loro, altri 6 mila sono arrivati nel nostro Paese e, dopo essere stati identificati, hanno fatto perdere le loro tracce: scappati subito dalla prima accoglienza o più

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tardi dalle comunità a cui erano stati affidati, ripartiti verso altri Paesi europei o bloccati alle frontiere e rimasti incastrati qui, a fare la spola tra accoglienze di emergenza e reti di conoscenti. Milano, snodo europeo La Lombardia – secondo i dati di ottobre 2016 – ne accoglie 974, di cui 873 nella sola Milano. La maggior parte dei ragazzi presi in carico dal Comune è accolto in strutture specifiche per minorenni: alcune già esistenti e riadattate, altre aperte appositamente in sinergia con realtà del privato sociale. Ma i posti non sono comunque sufficienti e sono decine i ragazzini che restano per strada. Oppure accolti in strutture per adulti. Per rispondere all’emergenza posti si è tentata anche la strada dei centri Sprar, il sistema per l’ac-

coglienza rifugiati e richiedenti asilo, per minori. «Ma noi pensiamo che questo modello, efficace per gli adulti, non sia adatto invece per i ragazzini, che hanno bisogno di una forte presenza educativa – commenta Matteo Zappa, responsabile dell’area minori di Caritas Ambrosiana –. Per assicurare il tipo di accoglienza adeguata, bisogna ribaltare la prospettiva con cui si guarda a queste persone. Bisogna considerare che sono minorenni, con esigenze specifiche perché migranti, e non considerarli stranieri con esigenze specifiche perché minori». Oggi la maggior parte dei ragazzini accolti è egiziana. «Di solito sono primogeniti, motivati a crearsi un futuro, con un progetto familiare ben condiviso tra i genitori e il ragazzo – è quanto può osservare il responsabile del Pronto intervento


I DATI

Uno dei tanti minori non accompagnati sbarcati nel porto di Augusta, nel giugno del 2015. Attende di essere smistato in un centro di accoglienza

REUTERS/Antonio Parrinello (courtesy of INSP)

Minori soli sempre più numerosi: quasi 20 mila sbarcati lo scorso anno È un numero che continua ad aumentare. I minori stranieri che arrivano in Italia senza un genitore o un adulto di riferimento sono sempre di più: stando al rapporto “Diritti negati ai minori non accompagnati” di Caritas Roma, aggiornato alla fine di novembre 2016, solo l’anno scorso sono giunti sulle nostre coste 19.400 ragazzini, rispetto ai 12.360 del 2015. I principali paesi di provenienza sono il Gambia, l’Eritrea, l’Egitto e la Nigeria ma in tantissimi arrivano anche dall’Albania. «Il flusso è cominciato a crescere in maniera esponenziale nel 2014 – commenta Oliviero Forti dall’ufficio immigrazione di Caritas Italiana –: si tratta quasi sempre di maschi tra i 15 e i 17 anni. Alle spalle hanno situazioni difficili, sia familiari che di viaggio». I minorenni in Italia non sono considerati clandestini, anche se non hanno un regolare permesso: non possono essere espulsi e anzi vanno protetti e aiutati. «Ed è questo che li spinge a venire nel nostro Paese – continua Forti – a volte sono incoraggiati dalle famiglie, che si indebitano per pagare ai figli la migrazione (e che spesso, una volta che i ragazzi sono in Italia, fanno pressioni perché rimandino indietro i soldi), a volte partono di testa propria, perché hanno amici che li hanno preceduti. A volte vederli fa tenerezza: arrivano con la maglietta di Totti o di Messi, convinti che qui potranno diventare giocatori famosi. In realtà molti diventano presto irreperibili: per loro l’Italia è solo un transito, la vera meta sono i Paesi del nord Europa dove li aspetta una rete consolidata di parenti. Le loro condizioni di salute sono buone ma presentano sofferenze psichiche: disturbi dell’emotività, ansia e depressione, disturbi del sonno e sintomi psicosomatici. Tutte conseguenze del dolore di essersi separati dai genitori, della prigionia in Libia, della lunga deprivazione di acqua e cibo, delle torture, degli abusi e delle vessazioni che hanno vissuto, e anche di quel costante terrore di morire con cui hanno convissuto». Stefania Culurgioni

minori di Milano, Massimo Gottardi –. Ma negli ultimi due anni la tendenza è cambiata: arrivano minori molto fragili, sia dal punto di vista sanitario che psicologico, più giovani, anche dodicenni e analfabeti». Como in prima linea Quaranta chilometri più a nord, la situazione è decisamente più fluida. Como si è drammaticamente riscoperta città di frontiera nell’ultima estate, quando alla stazione di San Giovanni si sono trovati a bivaccare centinaia di migranti che tentavano disperatamente di passare il confine con la Svizzera, per andare a nord. Secondo l’Amministrazione federale svizzera delle dogane, nel corso del 2016 sono stati 34 mila i tentativi di ingresso illegale di migranti in Ticino, quasi tutti attraverso la frontiera di Chiasso; 20 mila

Dalla parrocchia di Rebbio, vicino al confine con la Svizzera, questa estate sono passati circa 700 minori non accompagnati. Il 10% di loro, oggi, è in una comunità per minori in Italia o in una struttura dedicata oltre confine. Degli altri non si sa più nulla

sono stati i respingimenti in Italia. Dopo l’emergenza estiva la prefettura ha allestito un campo profughi, gestito dalla Croce Rossa insieme alla Caritas diocesana, da cui sono transitate circa 1.800 persone, di cui due terzi minori. In generale, la grandissima parte delle persone si è fermata poco, da qualche ora ad alcuni giorni. Ma non tutti possono, o vogliono, entrare al campo. Chi non ha i requisiti, oppure arriva dopo le 22.30, orario di chiusura, resta per strada. Un gruppo di giovani comaschi, non legati a parrocchie o associazioni, ogni notte fa la spola tra l’esterno del campo, la stazione a cui arrivano molti con l’ultimo treno da Milano, e la frontiera di Chiasso, dove la Svizzera ha appena espulso gli ultimi migranti della notte, raccoglie chi dovrebbe pas-

sare la notte all’addiaccio e li porta alla parrocchia di Rebbio, quartiere della periferia di Como. Lì c’è don Giusto della Valle, uno di quei preti di frontiera che aprono le porte e fanno un po’ di spazio in più. Nella piccola cucina della casa parrocchiale, appena riscaldata da una vecchia stufa a legna, c’è un cartello che ricorda l’orario dei pasti, un mappamondo e una mappa dell’Africa. Perché oltre a don Giusto, in questa casa ci abitano una ventina di giovani uomini richiedenti asilo. Nella palazzina di fronte, l’ex casa del vicario, sono oggi ospitate un gruppo di donne nigeriane in protezione umanitaria con i loro bambini, alcuni neonati, e una famiglia senegalese. Altri giovani hanno alloggio nell’oratorio. Rebbio, comunità aperta «Quest’estate abbiamo iniziato ad allestire una mensa serale nel bar dell’oratorio. Poi è iniziato ad arrivare il “popolo della notte” – racconta don Giusto –. Ogni notte mi portano sessanta, ottanta persone che dormirebbero all’aperto. Teniamo la porta aperta fino all’una, diamo un tè caldo e qualcosa da mangiare. Nel salone sopra disponiamo materassi e coperte per loro. Al mattino dopo escono, perché qui dobbiamo ripristinare per le attività della parrocchia». Tra chi passa qualche notte qui, in attesa di ripartire per un altro luogo, molti sono minorenni. Qualcuno è qui da quest’estate, ma per la stragrande maggioranza la parrocchia di Rebbio è stato solo un passaggio. «Da quest’estate ne ho visti circa 700. Il 10% di loro, oggi, è in una comunità per minori in Italia oppure, grazie a un’associazione di avvocati svizzeri, in una struttura dedicata oltre confine». Al campo profughi della Croce Rossa la situazione è fluida: poco prima di Natale erano oltre 200 i ragazzini che avevano trovato riparo nei container, ma nel giro di alcune settimane sono scesi a qualche decina. Nonostante il confine sia sotto costante controllo da parte degli svizzeri, anche con l’impiego di droni per monitorare i boschi della zona, c’è chi riesce a passare. Molti si fanno aiutare dai passatori: alcuni stranieri, altri sono i vecfebbraio 2017 Scarp de’ tenis

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COPERTINA chi contrabbandieri che si sono così riciclati. «Sono in prevalenza ragazzi eritrei, che lasciano il loro paese a 15 o 16 anni per evitare il servizio militare – racconta don Giusto –. I ragazzi che ho incontrato io non scappano da situazioni particolarmente drammatiche o peggiori di altre. Quello che è drammatico è il viaggio che fanno. Ci mettono mesi per arrivare fino alla Libia, perché si fermano spesso per fare qualche lavoretto e mettere da parte i soldi necessari a continuare il viaggio. Tutti raccontano del deserto, dove ci sono cadaveri abbandonati lungo tutta la strada, la puzza, un cimitero a cielo aperto».

©UNICEF/UN020052/Gilbertson VII Photo

Ragazzi spesso segnati Poi la Libia, «dove il razzismo nei confronti dei neri è fortissimo. Vengono portati in carcere, lasciati in pessime condizioni e liberati solo se sono in grado di pagarsi un riscatto. Molti arrivano deprivati da quella esperienza». Quando finalmente sbarcano in Italia, sono organizzati in gruppi: viaggiano insieme, hanno qualche soldo in tasca e vogliono raggiungere un parente o un amico in un altro Paese europeo. «Credono davvero di riuscire ad arrivare tranquillamente in Germania e lì di potersi trovare una scuola e poi un lavoro con cui poter iniziare a mandare i soldi a casa. Ma hanno un basso livello di scolarizzazione, non sanno l’inglese: hanno pochissime probabilità di farcela. Potremmo aiutarli di più se accettassero di restare in Italia, potrebbero andare a scuola, essere regolarizzati e anche rivedere, un giorno, la loro famiglia – scuote la testa don Giusto – è su questo che lo vedi chiaramente: per molti aspetti sono cresciuti in fretta, ma per altri sono ancora ingenui e bambini». Bambini che credono ancora nelle favole. Ma che spesso sono vittime degli orchi.

Alcuni ospiti di Rainbow a Trabia, in Sicilia. Il centro fornisce riparo, cibo, istruzione e assistenza legale per minori non accompagnati sbarcati sulle nostre coste

In comunità: tra i sogni infranti degli adolescenti di Stefania Culurgioni

Vengono in Italia sognando un futuro da calciatori o da uomini di successo. Tanti si salvano ma qualcuno sparisce 28 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Mohamed con le infradito nel giardino della comunità. Nevica e non ha mai visto la neve. Piange dalla commozione. Ahmed dorme sotto al letto. Al materasso non è abituato, non ci sa dormire. «Disegnami la tua casa» gli chiedono. Con la matita fa quattro mura sul foglio, poche stanze, un enorme cortile, tantissimi tra adulti e bambini. «Ecco dove vivo». E poi c’è la pasta nel piatto, questa sconosciuta. E il fatto di non essere abituati a pranzare e cenare tutti insieme, allo stesso orario, intorno alla stessa tavola. Qualcuno, per esempio, arriva con un lutto forte nel petto, quel padre che è morto a tradimento proprio quando non ci voleva e subito il viaggio nel futuro, quel futuro migliore dal quale mantenere la


MILANO

Il Pronto intervento minori del Comune in emergenza continua: «Posti insufficienti per tutti nelle comunità. Costretti a dire dei no» In via Statuto, al Pronto intervento minori del comune di Milano, bussano 60 ragazzini stranieri ogni giorno. Il Pronto intervento è un servizio attivo dagli anni Novanta esplicitamente in supporto delle situazioni di emergenza per i minori, che provengono da famiglie in situazioni di fragilità sociale o, appunto, che arrivano soli da altri Paesi. Un fenomeno, quest'ultimo, in rapida crescita, se i minori seguiti e accolti sono triplicati nel giro di cinque anni. La maggior parte di loro arriva inviata dalla Questura, dopo che l'ufficio minori della polizia li ha registrati e fotosegnalati. Qualcuno arriva già a Milano con l'indirizzo in mano, che gli avevano dato alla partenza, nel Paese di origine. Ci sono anche quelli che proprio non vengono intercettati: «Oggi nella nostra città arrivano minori con l'intenzione di restare e integrarsi – spiega Massimo Gottardi, responsabile del Pronto intervento – altri che vengono solo per ottenere un permesso di soggiorno regolare, infine quelli che sono solo in transito verso altre nazioni. Questi ultimi non vengono da noi, stazionano all'Hub Sammartini e ripartono». Di quelli che si presentano allo sportello del Comune, molti erano già stati lì il giorno prima, e quello prima ancora. Il fatto è che non ci sono posti sufficienti per tutti nelle comunità per minori. Alla fine del 2016, degli 873 ragazzini presi in carico dal comune di Milano, 811 erano ospitati in strutture dedicate: centri di accoglienza di medie e piccole dimen-

sioni, create ex novo e attrezzate con operatori preparati ad affrontare le problematiche di adolescenti provenienti da altre culture o nelle comunità educative per minori allontanati dalle famiglie che nel frattempo si sono adeguate a rispondere ai nuovi bisogni. Quattordici di loro sono stati accolti in famiglia con un progetto di affido. «Ma a fronte di questi numeri, non riusciamo a inserire tutti i ragazzi. Stiamo cercando di reperire nuove strutture – dice ancora Gottardi –. A luglio abbiamo aperto un centro Sprar dedicato ai minori, con 30 posti. E si è appena chiuso il bando per l’assegnazione di 3 lotti per l’accoglienza di altri 40 ragazzi». Agli altri, quelli in esubero, quando si presentano al Pronto intervento gli operatori dicono di “tornare domani”. Sessantadue sono al momento ospitati nei Centri di accoglienza temporanea, strutture pensate però per la sola accoglienza di adulti. Chi non trova un posto nemmeno qui, finisce all'Hub Sammartini, quello che dovrebbe essere una prima accoglienza per migranti in transito. Infine, ci sono quelli che “domani” non tornano proprio: «Pensiamo che si appoggino a conoscenti o reti di connazionali. Ma non siamo in grado di accertare dove effettivamente finiscano». Marta Zanella

LA STORIA

mamma e i fratelli a casa. Di certo però non ne parlerà mai con i compagni. Magari, forse, solo quando la nostalgia morde di più, alla sera. Sogni da ragazzini Si incrociano tante storie nella comunità della Fondazione Casa del giovane La Madonnina. Cinque palazzine, 80 minori non accompagnati ospitati, aiutati a ritrovare un equilibrio e a costruirsi una briciola di avvenire. Qualcosa di più sereno da quello da cui sono scappati. «Sono tutti ragazzi adolescenti sbarcati per lo più sulle coste siciliane – spiega il direttore Augusto Zaninelli –. Quando arrivano li prendiamo e cerchiamo di costruire un progetto educativo». Significa che imparano l’italiano, vanno a scuola e prendono la terza media, si instradano in una professione e fanno tutto questo al volo, perché

poi, quando compiono 18 anni, per lo Stato italiano sono maggiorenni e devono cavarsela da soli. E fa venire un po’ di apprensione, se si considera la loro condizione. Prendiamo Ibrahim che è arrivato dal Senegal: i suoi genitori sono morti di tumore, entrambi, e lui era un bambino analfabeta. Se l’è cavata lavorando come mercante di tessuti, venduti ai turisti, con cui ha mantenuto i fratelli. Però, avendo un cellulare e anche Facebook, ha visto che in Italia, in Europa in generale, si gioca a calcio e si può diventare ricchi. «Questo è quello che pensano molti di loro – confida Luigi Rigamonti, 44 anni, educatore –: non è che sono matti, è che sono adolescenti, adolescenti come tutti. E così anche loro hanno sogni da ragazzini, e sognano di sfondare come calciatori. E così Ibrahim ha raccolto i soldi ed è partito».

Per cercare di ricomporre l’armonia psichica di questi ragazzi è utile e necessario trovare figure stabili nella comunità. In fondo sono adolescenti e come tutti i ragazzi di quella età cercano modelli in cui rispecchiarsi

Sedici anni, una immensa nostalgia dei fratelli e degli zii, quando è arrivato in Italia si è trovato frastornato: la realtà era molto diversa dal sogno. «Ma questa è una storia a lieto fine – continua Luigi – siccome lui in Senegal frequentava i turisti, sapeva l’inglese, il francese e persino qualcosa di italiano. E adesso che ha compiuto 18 anni siamo riusciti a trovargli un lavoro: fa il commesso alla Decathlon e gioca in una squadra di calcio per neomaggiorenni». Modelli da seguire «Questi ragazzi hanno un compito importante quando sbarcano in Italia: elaborare i frammenti della loro vita, ricomporre il viaggio, riposizionarsi dentro quella baraonda di emozioni – commenta Giorgio Pacchiarini, psicologo della struttura – noi cominciamo con il dargli dei punti fermi: dove dormire, dei pasti febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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COPERTINA regolari, la scuola. Ma uno degli elementi fondamentali per ricomporre quell’armonia psichica destabilizzata è trovare figure stabili nella comunità. In fondo sono adolescenti, e come tutti cercano dei modelli in cui rispecchiarsi». Le stanze sono composte ciascuna da due posti letto, nell’assegnazione dei letti si cerca per quanto si può di variare la provenienza degli adolescenti. Gli educatori sono 30. «Il primo incontro è quello con il clima – continua Rigamonti –: Milano non è Il Cairo e neanche Alessandria d’Egitto». Eppure, fanno in fretta: Mohamed, quell’adolescente con le infradito di cui parlavamo all’inizio, oggi è maggiorenne e lavora in una macelleria islamica. Ha fatto la terza

media, vive a Milano in un appartamento con altri connazionali, e si è comprato gli scarponi. «La maggior parte delle volte gli esiti di queste storie sono buoni – continua Pacchiarini –: solo una minoranza finisce male per la fretta di mandare i soldi a casa. La verità è che sono tutti ragazzini adultizzati adolescenti che da quando hanno otto anni lavorano nei campi». Ma è anche vero che poi, quando li guardi, non hanno proprio nulla di diverso dagli adolescenti italiani: anche loro si tagliano i capelli nel modo dei ragazzini e si vestono alla moda. È la prima cosa che fanno per integrarsi, è il loro primo modo per investire nel futuro. Provare per una volta ad avere la loro età.

Youssef, 18 anni, giunto da solo in Italia dal Marocco insieme a Marco e Cecilia, diventati suoi genitori affidatari italiani

Youssef che è tornato ad essere un figlio di Francesco Chiavarini

Arrivato dal Marocco da solo ora può contare sul supporto di una famiglia grazie al progetto avviato da comune di Milano e Caritas Ambrosiana 30 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Da un anno Marco e Cecilia Erba hanno scelto di accogliere in affido Youssef, 18 anni, originario del Marocco, giunto in Italia senza genitori, tecnicamente un minore non accompagnato. Marco, è un giovane insegnante di lettere in un liceo di Sesto San Giovanni, al tema dei minori stranieri ha anche dedicato il suo romanzo d’esordio, Fra me e te, uscito da Rizzoli. La moglie, Cecilia, è maestra. Entrambi hanno scelto di formare una famiglia allargata perché dicono «non si è genitori solo in senso biologico». Per questo nella loro casa a Cernusco sul Naviglio con i figli naturali Beatrice, di 5 anni, e Pietro, di 3, da tempo vive anche il figlio di un’altra coppia, Francesco, undicenne. «Youssef è l’ultimo arrivato ed è

stato un regalo per tutti – racconta Marco –. Pietro, il più piccolo, era galvanizzato all’idea di avere un fratello maggiore. Oggi vuole giocare solo con lui e quando a cena ci si mette tutti attorno al tavolo, lui sceglie sempre il posto accanto al suo. Il più grande, invece, Francesco, quando a scuola gli hanno chiesto di raccontare in un tema come dovesse essere un ragazzo modello, ha descritto il profilo di Youssef, il suo impegno sul lavoro e in casa. Ogni tanto litigano, come avviene tra fratelli, ma poi si fa la pace. Tutti abbiamo in mente che siamo un un’unica grande famiglia fatta di persone diverse ora anche nei colori della pelle, come spiega bene il disegno di benvenuto che Beatrice ha fatto la prima sera che il nostro nuovo compagno di viaggio è venuto a cena». Nei coniugi Erba Youssef ha trovato una seconda famiglia che lo ha


SICILIA

Bubacarr, 16 anni, è originario di Barra in Gambia. Ha lasciato la sua famiglia e il suo Paese perchè spera di diventare un calciatore professionista

©UNICEF/UN020003/Gilbertson VII Photo

In Sicilia situazione drammatica: «I ragazzi? Contenti di essere vivi»

LA STORIA

aiutato ad inserirsi. In 8 mesi ha imparato l’italiano, ha preso la licenza media, «uscendo con il 7», dice orgoglioso Marco, e ha trovato lavoro un’azienda meccanica. Una famiglia tutta nuova «Youssef si impegna, ma come tanti suoi coetanei italiani, ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare. A conti fatti penso che noi lo stiamo aiutando, facendo semplicemente i genitori, incoraggiandolo, spronandolo, standogli accanto come si fa con tutti gli adolescenti che devono diventare adulti. Ma ci sta aiutando anche lui, occupandosi con una pazienza infinita dei nostri figli più piccoli. E’ un scambio e funziona bene», spiega Marco. Quella degli Erba è una delle 11 famiglie che hanno scelto di aderire alla proposta del comune di Milano e di Caritas Ambrosiana per far

Il numero dei minori non accompagnati aumenta, l’età si abbassa e le comunità non sono sufficienti. Scenario drammatico in Sicilia, dove gli sbarchi continuano e anzi si fanno sempre più numerosi: a febbraio, quando arriverà il bel tempo, si attendono altre migliaia di migranti. Premono alle porte dell’Europa, vogliono fuggire a questo punto persino da una Libia divenuta inferno, e tra loro ci saranno sicuramente tantissimi adolescenti soli. «La situazione è seria ma non posso certo dire che nelle comunità si respiri una brutta atmosfera – confida con un po’ di tenerezza don Enzo Cosentino, direttore della Caritas di Piana degli Albanesi a Palermo – perché loro, questi giovani, sono come prima cosa contenti. Contenti di essere arrivati vivi, contenti di essere in Italia, contenti che il loro viaggio sia finito. Hanno una grande voglia di sentire i genitori, di far sapere a casa che ce l’hanno fatta e che sono vivi, e vorrebbero subito mettersi a lavorare». Questo è uno dei punti forse più difficili: quell’aspettativa così forte e radicata, costruita e maturata dalle frequentazioni sui social network, per la quale in Italia si trova subito lavoro e con poco ci si fa ricchi. «Spesso il pocket money di 2,50 euro che ricevono al giorno lo conservano – continua don Enzo – perché a fine mese quelle cinquanta euro che avanzano rappresentano comunque qualcosa da mandare alle famiglie. E in posti come la Nigeria, significa far mangiare tante persone». Ma il problema, nell’isola, riguarda l’insufficienza delle strutture. Il sistema di prima accoglienza in Italia è sottodimensionato, i minori rimangono concentrati nelle Regioni e nei Comuni di sbarco con un onere insopportabile per gli enti locali più esposti. In Sicilia e a Palermo la situazione è diventata insostenibile e sta producendo gravi tensioni sociali. «Ci sono le strutture inserite nel circuito Sprar che ospitano al massimo 12 ragazzi, e queste sono le migliori – dice il direttore di Piana degli Albanesi – perché lì i ragazzi vanno a scuola, sono seguiti da un assistente sociale e da uno psicologo. Ma queste comunità sono poche e tutte le altre sono strutture di prima accoglienza che non riescono a gestire l’intero flusso». Sbarcati nei porti siciliani, questi adolescenti dichiarano l’età e il loro nome. Il più delle volte, stanchi oppure agitati oppure disorientati, sbagliano a farne lo spelling, oppure tutto viene semplicemente fatto troppo di fretta e insomma finisce che i documenti che vengono loro forniti riportano errori di ortografia, tanto che quando se ne accorgono, bisogna rifare tutto daccapo. Sono dei rallentamenti che finiscono per pesare sul disbrigo delle pratiche burocratiche che riguardano la loro condizione sul suolo italiano, il fatto insomma che abbiano un codice fiscale o dei documenti regolari. «Spesso mi trovo davanti a famiglie che vorrebbero prenderli in carico – dice don Enzo – ma di fronte alla complicazione della burocrazia, che prevede che la casa in cui sono accolti abbia certe caratteristiche e un’infinità di documenti, fanno un passo indietro e preferiscono aiutarli così, dal fuori, senza niente di scritto». Altri ragazzini si dileguano, pensano di risolvere tutto da soli e partono per le mete lontane, la Francia, la Germania, l’Inghilterra. Salvo poi trovare le porte chiuse alle frontiere e tornare indietro in Sicilia, da dove sono partiti. E infine, ecco aggiungersi un’altra curiosità in questo brulichio di storie di vita e di carte bollate: tanti dichiarano di essere minorenni ma magari non lo sono. Esiste dunque il cosiddetto “esame del polso”, una radiografia che viene fatta in ospedale e con la quale i medici, con un’approssimazione del 90 per cento, indiduano l’età vera del ragazzo. «Ma questo esame ha dei tempi e soprattutto dei costi – dice don Enzo – e ancora una volta intasa il sistema». Stefania Culurgioni

fronte alla domanda di accoglienza di minori stranieri che arrivano in Italia senza i propri genitori. Numeri in crescita Un fenomeno in costante aumento. Secondo i dati della direzione delle politiche sociali del comune di Milano al servizio di Pronto intervento del capoluogo lombardo si sono presentati 497 minori stranieri non accompagnati nel 2013, 605 nel 2014, 605 nel 2015 e nei primi 10 mesi del 2016 già 545. Attualmente sono accolti 873 stranieri minorenni. Quasi tutti sono ospitati in strutture ad hoc. Ma oltre a questi va aggiunto un numero imprecisato di “irreperibili”, minorenni, cioè, che hanno fatto perdere le loro tracce dopo essere stati identificati e che chiedono di essere accolti ma non trovano un posto e quindi sono in strada, oppure trovano alloggi di fortuna per proprio conto e rischiano di finire nelle mani di sfruttatori. Secondo l’ultimo Report mensile della Direzione generale dell’immigrazione del Ministero del lavoro in Italia sono 6.500 i minori senza accoglienza di cui si sono perse le tracce. Quanti di questi abbiano scelto il capoluogo lombardo è difficile stimarlo. Affido, un aiuto concreto «Milano sta facendo molto ma le strutture non sono sufficienti per offrire un’accoglienza adeguata, in particolare ai minori. Insieme alle comunità, le famiglie che scelgono l’affido possono dare un grande contributo – spiega Matteo Zappa, responsabile dell’area minori di Caritas Ambrosiana –. Spesso riceviamo richieste di famiglie disponibili ad adottare. Non è però questo lo strumento. Per il semplice motivo che la stragrande maggioranza di questi cosiddetti minori non accompagnati non sono affatto orfani: un buona parte una famiglia ce l’ha ancora nel suo paese di origine. Ed anzi è stata a volte proprio la famiglia di origine a spingere questi minorenni a migrare nella speranza che possano costruirsi un futuro migliore. Lo strumento migliore è l’affido familiare. In fondo è anche un modo per esprimere in modo attivo il proprio ruolo di cittadini responsabili». febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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Fio.PSD Da trent’anni al fianco dei senza dimora di Generoso Simeone

Nel 1986 nasce il coordinamento del nord-Italia per i senza fissa dimora. Era la prima volta che enti locali, associazioni di volontariato, cooperative e realtà ecclesiali si mettevano insieme per affrontare, con logiche di rete, la questione della grave emarginazione. Dalla collaborazione scaturiscono non solo dialogo e confronto, ma anche iniziative di formazione, la nascita di una rivista di collegamento, viaggi in Europa, l’allargamento della rete al Sud Italia. Nel 1990 viene

Tanta strada è stata fatta da quel lontano 1986 quando è nato il coordinamento del nord Italia per i senza dimora. Sempre a fianco degli ultimi. Il racconto dalla voce dei protagonisti

costituita formalmente la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, Fio.PSD. A dicembre 2016 la federazione ha festeggiato 30 anni di impegno a favore di chi vive sulla stra-

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50.724

2,43 %

+ 6,5 %

Il numero delle persone senza dimora che vivono in Italia

Percentuale dei senza dimora sul t0tale della popolazione

Percentuale di crescita dei senza dimora rispetto al 2011

da. Ripercorriamone il cammino insieme ai presidenti che si sono succeduti. Non più invisibili Francesco Dante (1990-1992) Nei primi anni Novanta l’impegno di Fio.PSD è volto a portare alla luce l’esistenza delle persone senza dimora. «Volevamo uscire dall’ombra – ricorda Francesco Dante – per non essere più gli “ultimi” nemmeno nell’ambito dei servizi sociali. Per farlo, subito iniziative molto concrete e mirate come il grande lavoro per l’affermazione della residenza anagrafica. Una residenza “fittizia”, che però avrebbe consentito il riconoscimento dell’assistenza sanitaria e l’accesso ai servizi sociali. È stato il primo passo sulla strada della dignità e dell’affermazione dei diritti». Fermento ed entusiasmo Dino Gallo (1993-1995) Fio.PSD cresce e si moltiplicano le iniziative a favore delle persone che vivono in strada. «Ricordo – spiega Dino Gallo – l’incessante confronto e scambio di esperienze che si tramutava subito in azione. Dopo si pensava a strutturare i progetti. Un clima del fare caratterizzato da grande fermento. Così sono nati i “piani freddo”, i dormitori di “pronta accoglienza”, le ospitalità “a bassa soglia”, i percorsi di autonomia, gli esperimenti di inserimento nelle case popolari, le forme di welfare-mix. Tutte buone pratiche che, con entusiasmo e desiderio di scoperta, trovavano in Fio.PSD il volano per la diffusione sul territorio nazionale». Impegno per i diritti Alberto Remondini (1996-2000) Per Fio.PSD arriva il tempo di fare un salto di qualità nella lotta per l’affermazione dei diritti delle persone senza dimora. «Eravamo preoccupati – rac-

I presidenti Fio.PSD. Da sinistra: Francesco Dante, Cristina Avonto, Stefano Galliani, Beatrice Valentini, Paolo Pezzana, Dino Gallo. È assente Alberto Remondini

conta Alberto Remondini – di operare per motivazioni che riguardassero solo la storia di ciascuno di noi o per le buone intuizioni di qualcuno. Dovevamo invece porre la questione dei senza dimora in termini di diritti e cioè di politiche per la casa, per il lavoro, per la salute, per la vita dignitosa. A una nostra assemblea decisi di invitare l’allora ministro delle Politiche sociali, Livia Turco. Trovammo un interlocutore sensibile e in ascolto. Iniziò una proficua collaborazione che portò all’istituzione della Commissione di indagine sull’esclusione sociale e alla realizzazione del primo stanziamento della storia a favore delle povertà estreme. Le persone senza dimora erano entrate nel vocabolario della politica». Dentro le politiche sociali Beatrice Valentini (2000-2002) La legge 328 del 2000 cambia il mondo del sociale. «Quel provvedimento – dice Beatrice Valentini – puntava, attraverso il loro riordino, all’integrazione dei servizi. Nacquero i piani di zona e diversi nuovi interventi per te-

nere insieme le politiche sociali a cominciare da quelle per la casa e il lavoro. Come Fio.PSD ci concentrammo sul tema del lavoro non solo come fonte di reddito, ma come strumento per riappropriarsi della propria vita e per cui erano necessarie varie forme di accompagnamento.

Molto impegno da parte nostra anche nella formazione, per trasformare il tanto volontariato delle nostre realtà in professionalità di alto livello». Responsabilizzare i territori Stefano Galliani (2002-2004 e 2013-2014) Fio.PSD si rende conto che un modello unico nazionale non è adeguato a comprendere le diversità dei contesti locali. «Era necessario – argomenta

scheda Fio.PSD – Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, è una associazione che persegue finalità di solidarietà sociale nell’ambito della grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora. Aderiscono alla Fio.PSD enti e/o organismi, appartenenti sia alla Pubblica amministrazione sia al privato sociale, che si occupano di grave emarginazione adulta e di persone senza dimora.

ANNIVERSARIO Stefano Galliani – che ogni territorio sviluppasse proprie competenze perché il fenomeno dei senza dimora è strettamente correlato alle condizioni socioeconomiche di un determinato luogo. Sono nati così i gruppi di lavoro territoriali che, riunendo i soci attivi di ogni regione, dovevano operare come una sorta di agenzia di sviluppo tenendo conto delle proprie specificità e interloquendo con i politici di riferimento. Il mio secondo mandato, dieci anni dopo il primo, è stato caratterizzato da una nuova consapevolezza della rete, acquisita negli anni, che ci ha reso interlocutori credibili a tutti i livelli istituzionali». Mai più senza di noi Paolo Pezzana (2004-2013) Fio.PSD capisce che deve essere presente nei luoghi decisionali. «Abbiamo lavorato – afferma Paolo Pezzana – per far entrare stabilmente il tema dei senza dimora nell’agenda pubblica e per diventare attori ascoltati e rispettati. Ci siamo riusciti con un lavoro paziente fatto di sostanza e non di apparenza, con proposte concrete e campagne di sensibilizzazione, interlocuzione costante con le istituzioni, a volte anche con scontri e momenti aspri». Al centro la persona Cristina Avonto (dal 2014) Negli ultimissimi anni Fio.PSD è tornata a occuparsi di politiche attive a favore delle persone. «La scelta – commenta Cristina Avonto – era legata alla necessità di rimettere al centro la persona, la sua dignità e i suoi diritti con iniziative innovative e sperimentali. L’Housing First, cioè quei progetti che prevedono l’inserimento in abitazione di chi vive per strada, ci è sembrato lo strumento migliore per raggiungere questo obiettivo».

febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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DOSSIER

Cibo a domicilio La protesta dei forzati del pedale servizi di Paolo Riva

Si moltiplicano in Italia le società di consegna pasti a domicilio. Tante le società che utilizzano rider a cottimo per le consegne garantendo salari minimi. Da Torino è partita la protesta. I fattorini: «Su di noi i rischi d’impresa» 34 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Una volta erano fattorini. Oggi sono rider. Una volta avevano a che fare direttamente con il pizzaiolo per il quale consegnavano. Oggi sono comandati da un’app che li guida dai migliori ristoranti della città fino alle case dei clienti che, da quella stessa app, hanno ordinato poco prima. Una volta facevano dei lavoretti per arrotondare. Oggi sono occupati nella gig economy. Il termine indica quelle imprese di recente costituzione che, sfruttando la tecnologia e la rete, negli ultimi anni hanno inserito lavori sempre esistiti all’interno di nuovi modelli di business. Il tutto all’insegna dell’innovazione e della soddisfazione dei clienti, un po’ meno della regolamentazione e della tutela dei lavoratori. «La politica è in ritardo. E non solo in Italia: per questo settore, manca una legislazione adeguata – riflette il segretario della Camera del lavoro di Milano, Massimo Bonini –. Detto ciò, che si trat-


L’INTERVISTA

Foodora rigetta le accuse: «Da noi contratti più tutelanti. Ora i rider guadagnano di più» Matteo Lentini e Gianluca Cocco sono i co-Managing Director di Foodora in Italia

Un fattorino al lavoro. Qui sopra un momento della protesta dei rider di Foodora a Torino per ottenere migliori condizioni di lavoro e maggiori benefit

I rider di Foodora hanno protestato perché l’azienda ha iniziato a pagarli a cottimo ma anche perché tutte le spese (dalla manutenzione della bici alla connessione internet dello smartphone) ricadono su di loro. Ma non solo: i fattorini sostengono che alcuni di loro siano stati “licenziati” semplicemente venendo esclusi dal gruppo Whatsapp

ti di lavoro subordinato, autonomo o misto, l’importante è che siano forme di lavoro protette come tutte le altre. Di certo la questione va affrontata a livello europeo, perché queste realtà viaggiano a livello globale». Uber con i suoi autisti ne è l’esempio più famoso, ma esistono anche piattaforme come Helpling per cercare addetti per le pulizie di casa e, soprattutto, l’ampio e variegato mondo delle start-up per la consegna di cibo a domicilio. Settore in fermento Sui pedali o in sella ai motorini, è per queste compagnie che corrono i rider, che di lavoro ne hanno, eccome. Lo scorso settembre, Il Sole 24 Ore, parlava di mercato “in grande fermento” che “in Italia vale 400 milioni di euro”. E, rivela uno studio Gfk Eurisko, oggi a utilizzare questi servizi è solo il 2 per cento della popolazione italiana, a fronte di un diciannove per cento che si dichiara propenso a sfruttarli in futuro. Logico quindi che, da Milano a Palermo passando per Roma e Firenze, le città della penisola toccate da questa novità stiamo aumentando e che anche il numero delle aziende operanti nel nostro Paese sia decisamente cresciuto: alla prima arrivata Just Eat, negli ultimi anni, si sono affiancate anche Foodora, Deliveroo, Glovo, Foodracers e, ultima novità, anche Uber Eats. La start-up che, però, suo malgrado, si è guadagnata più attenzioni negli ultimi mesi è stata Foodora, braccio nostrano dell’omoni-

Per i lavoratori di Foodora le consegne sono la prima occupazione? Oppure è “vera” economia dei lavoretti? Il profilo del nostro rider tipo corrisponde - per la maggior parte dei casi- a un giovane collaboratore autonomo, studente o lavoratore, di età compresa tra i 20 e i 35 anni in cerca di un’occupazione secondaria caratterizzata da tempi e disponibilità flessibili. Noi non pensiamo si tratti di “economia dei lavoretti” ma di economia on demand questo perchè il nostro modello di business si basa su una piattaforma digitale dove tramite alcuni algoritmi il sistema decodifica e incrocia le disponibilità dei rider a effettuare le consegne e le richieste dei consumatori. Vi accusano di scaricare il rischio di impresa sui lavoratori... I rider sono totalmente indipendenti, in quanto spetta solo a loro comunicarci la propria disponibilità a collaborare, scegliendo in libertà tempi e mezzi per farlo. Allo stesso modo, è anche una loro libera scelta il non accettare un ordine, o il non rendersi disponibili. A volte capita che un rider si impegni nel comunicarci la sua disponibilità a collaborare in un determinato slot temporale, per poi -invece- non presentarsi. Questo è un esempio di come il rischio d’impresa gravi sull’azienda. Con quali motivazioni e con quale base giuridica avete deciso di passare a un tipo di compenso a cottimo per i rider? Dopo un test avviato pochi mesi dopo l’inizio delle nostre attività in Italia e sulla scia di altre esperienze positive nei Paesi in cui Foodora è presente, abbiamo ritenuto che il passaggio ad un sistema retributivo a consegna rappresentasse una soluzione win-win per noi e per i nostri rider: per noi si traduce in un maggior efficientamento, per loro in un modello più remunerativo. Mediamente, durante il periodo di disponibilità, ogni rider effettua più di due consegne all’ora, che grazie al nuovo sistema retributivo -in vigore da novembre- si traducono in più di 8 euro lordi (7,20 euro netti), superiori ai 5,60 euro lordi (5 euro netti) del precedente sistema. Durante lo scorso settembre ogni rider ha guadagnato in media il 20% in più rispetto al vecchio modello retributivo “fisso” orario. Non a caso, infatti, una parte largamente maggioritaria della nostra flotta ha accolto con soddisfazione questo cambiamento. In cosa consiste l’autonomia dei rider che lavorano per Foodora? Ogni rider gode della massima flessibilità potendo scegliere se, quando e come portare a termine il proprio servizio; non si tratta di un lavoro subordinato poiché non esistono “turni”, dato che non siamo noi a imporre un orario di lavoro prestabilito. Lasciamo che i nostri collaboratori mettano a disposizione un loro mezzo (bici o scooter) proprio perché ciò dà loro la possibilità di potersi organizzare in maniera autonoma ed indipendente, scegliendo in particolare in quali fasce orarie lavorare. Rispetto a questo modello di lavoro autonomo noi, diversamente da altri competitor del settore, abbiamo scelto la modalità contrattuale più tutelante, ossia il contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Sulla base di questo contratto Foodora versa regolarmente i contributi pensionistici e l'assicurazione Inail, oltre ad un’assicurazione integrativa contro danni a terzi, che estende quindi ulteriormente le garanzie previste di base dal contratto di collaborazione. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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DOSSIER

LA PROTESTA

Da Torino è partita la protesta dei fattorini a pedali: «Per molti di noi è il primo lavoro. Vogliamo più tutele» «È nei punti di partenza indicati per l'inizio dei turni che si sviluppano le prime chiacchiere sulle condizioni lavorative. Brevi scambi di battute tra quattro o cinque colleghi, interrotti dalla secca “campanella” degli ordini via app. Filamenti di lagnanze, improperi e speranze intessuti tra le pieghe di un lavoro altrimenti atomizzante». I protagonisti della protesta, i fattorini torinesi di Foodora, raccontano così, in prima persona, l’inizio della loro mobilitazione, che mesi dopo finirà su tutti i giornali venendo frettolosamente bollata come la prima protesta della new economy, qualsiasi cosa questa espressione significhi. A ripercorrerne le tappe sulla sua pagina Facebook è il collettivo Deliverance project. In una lunga e dettagliata cronologia, spiegano il loro percorso, nato da un gruppo Whatsapp, sostenuto da alcuni sindacalisti dei CoBas, passato per raccolte di firme, feste e cene, ma anche segnato da richieste ben precise all’azienda (rifiuto del cottimo, convenzioni aziendali con ciclofficine per la riparazione delle bici e dei motorini, aumento di paga nei giorni festivi e rimborso delle spese telefoniche) e da rapporti sempre più tesi con i responsabili italiani della start-up tedesca. Il tutto fino alla mattina dell’8 ottobre scorso, quando i rider sono scesi in piazza, nella centrale piazza Vittorio, ovviamente in sella alle loro bici. «L'idea è semplice: a gruppi ben visi-

ma azienda tedesca che ha cominciato le sue operazioni italiane nel settembre 2015. I fattorini in bicicletta dell’azienda sono stati sostanzialmente i primi a scendere in piazza per chiedere migliori condizioni di

bili - spiegano sempre su Deliverance project - si entra nei locali che si appoggiano a Foodora e si volantina a clienti, esercenti e lavoratori delle cucine». Fin dall’inizio, l’idea dei fattorini è stata coinvolgere la clientela dell’azienda e, anche grazie ai social, attaccarne la reputazione. Una strategia che ha portato ad alcune parziali risultati (da 2,70 euro a 3,60 euro a consegna oltre alle convenzioni con le ciclofficine), ma che ha anche visto un’allargarsi della mobilitazione a Milano e l’arrivo di «tante testimonianze di solidarietà da mezza Europa». Il punto non è secondario. Le lotte dei lavoratori della gig economy, infatti, vanno oltre i confini nazionali perché a superarli sono innanzitutto molte delle multinazionali che vi operano. E così ad ispirare i fattorini di Torino sono stati i loro colleghi britannici di Deliveroo che, quest’estate, hanno ottenuto delle considerevoli vittorie sindacali. E in Italia, come continua la mobilitazione? Sotto varie forme, tra le quali anche un questionario lanciato da Deliverance Milano, dove hanno sede il maggior numero di imprese di questo tipo. L’obiettivo è scattare «un'istantanea complessiva e attendibile sul frammentato mondo delle consegne a domicilio». Per capire se è proprio vero che, come dissero i manager di Foodora sul nascere della protesta, un’occupazione di questo genere «deve essere considerata un secondo-terzo lavoro. Non un primo. Per chi vuole guadagnare un piccolo stipendio e ha la passione di andare in bicicletta. Non un lavoro per sbarcare il lunario».

lavoro tra i lavoratori della gig economy italiana, svelando all’opinione pubblica del nostro Paese anche le ombre di un settore che, invece, sembrava riservare ai propri utenti solo comodità, immediatezza e convenienza.

Lavoro freelancizzato Come ha spiegato a Wired Antonio Aloisi, ricercatore in diritto del lavoro alla Bocconi, la gig economy è “un sistema di lavoro freelancizzato…una forma efficiente di impresa capitalistica. Su lavori che scontano flessibilità e intermittenza”. Ma in pratica, cosa significa? Che i rider di Foodora hanno protestato perché l’azienda ha iniziato a pagarli a cottimo, perché denunciano assoluta discrezionalità nel distribuire i turni, perché sono a carico loro tutte le spese (dalla manutenzione della bici alla connessione internet dello smartphone) e perché sostengono che alcuni di loro siano stati “licenziati” semplicemente venendo esclusi dal gruppo Whatsapp con colleghi e superiori.

Non solo. Avendo firmato un Co.co.co, un contratto di Collaborazione Coordinata e Continuativa, ai fattorini non spettano malattia, ferie e infortuni. Una situazione che ha spinto i sindacati confederali di Torino, la città da cui la mobilitazione è partita, a parlare di “rapporti al limite della legalità” e “caporalato digitale”. Ciò nonostante, l’azienda ha mantenuto un atteggiamento molto rigido e, pur avendo sollevato una grande eco, la protesta ha finora ottenuto risultati limitati. Certo, verrebbe da dire, si sta pur sempre parlando di lavoretti, di occupazioni per giovani e studenti, di impieghi temporanei e passeggeri. Difficile capire se la situazione è davvero questa. Durante le manifestazioni i rider hanno più volte ribadito che per molti di loro quello di Foodoranon è “un secondo lavoro o un lavoretto estivo” e, con la disoccupazione giovanile oltre il 39 per cento (Istat, novembre 2016), non è un’ipotesi da scartare, anzi. Il settore, però, rimane talmente nuovo che di dati attendibili ancora non ce ne sono. C’è un precedente cui ci si potrebbe, per certi versi, rifare. Anche del lavoro nei call center, 20 anni fa, si diceva: “è solo cosa per studenti”. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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A Cagliari da qualche anno è attivo l’Ufficio tutela persone fragili, un servizio pensato per chi, altrimenti, non avrebbe voce

Persone fragili A Cagliari l’ufficio che tutela i più deboli di Daniela Palumbo

Nato nel 2014, l’Ufficio tutela persone fragili è diventato un punto di riferimento per tutti quei cittadini che non sanno di avere diritto a delle tutele pubbliche 38 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Le persone fragili a Cagliari hanno un ufficio che si prende cura di loro. Quando scriviamo “prendersi cura” non è un modo di dire. È esattamente ciò che avviene nell’Ufficio tutela persone fragili. «La burocrazia rende le persone anonime, da noi nessuno è anonimo, neppure chi dorme in strada e non ha accesso ai servizi. In quel caso siamo noi che l’andiamo a cercare». Maria Mura, cagliaritana, presidente della sezione Famiglia e Persone del Tribunale. È lei che ha voluto rendere realtà un bisogno che aveva già individuato da anni. «Lavorando sul campo – racconta – rilevavo una serie di esigenze. Io mi occupo spesso di casi di separazione, ricorsi o affidamento di figli. Nell’ambito dell’Ufficio Famiglia esiste poi un ufficio del giudice tutelare che si occupa di tutele, di amministrazioni di sostegno, in ambito disabilità, carcere e altre fragilità. In queste


ESPERIENZE cause è importantissimo il contatto diretto del giudice con i vari uffici territoriali di presa in carico delle situazioni complesse, servizi sociali in primis. Ma spesso si faceva grande fatica a fare rete, a lavorare insieme. Mi sono battuta in diverse occasioni per avere la presenza di una professionalità che garantisse questo raccordo. Nel 2014 finalmente hanno trasferito da noi una persona validissima, un’assistente sociale: la dottoressa Angela Lai, che lavora nell’Ufficio tutela. Sappiamo che avremo questo servizio fino al 2018. E poi speriamo di rinnovarlo». Conoscere la burocrazia Angela Lai è preziosa perché conosce la macchina burocratica dei servizi territoriali, avendone fatto parte. Sa come funziona. Conosce le persone. Questa conoscenza fa risparmiare tempi lunghissimi di attesa ai giudici e ai cittadini. Chi ne trae beneficio sono le persone meno tutelate, quelle che resterebbero schiacciate dentro i meccanismi di rimbalzo da ufficio a ufficio, da competenza a competenza. «Spesso con Angela Lai risolviamo una situazione stagnante. Faccio un esempio: è capitato che i servizi sociali di un comune, al quale il giudice si era rivolto in una causa di separazione per avere supporto per un minore, non rispondessero in maniera adegua-

LA STORIA/1

G. prima il carcere poi la strada, ora ha un futuro

La burocrazia rende le persone anonime, da noi nessuno lo è davvero, neppure chi dorme in strada e non ha accesso ai servizi. In quel caso siamo noi che l’andiamo a cercare

G. ha meno di 50 anni. Viveva praticamente in carcere. Fuori, era in strada. A un certo punto G. subisce un processo per furto. Il giudice penale chiede all'Ufficio tutela di portare avanti un colloquio per valutare eventualmente un progetto d’inclusione sociale. Angela Lai ne discute con Maria Mura e con il giudice tutelare per valutare la nomina di un amministratore di sostegno. G. non ha nessuna risorsa, accetta un inserimento diverso dal carcere. L’Ufficio tutela chiede al Pubblico Ministero di poter procedere con amministratore di sostegno individuato in una brava psicologa a cui G. si affida. La psicologa gli trova un posto letto in un centro di accoglienza. G. diventa un cittadino: ottiene il certificato di residenza, i documenti, l’iscrizione al servizio sanitario nazionale. Questi percorsi però non sono sempre lineari. Di nuovo il carcere e le ricadute. La vita di G. però è cambiata: non è più completamente abbandonato ad un destino segnato. Ha una possibilità di riscatto.

LA STORIA/2

Interventi a fianco dei senza dimora: «Garantire sostegno, per ridare dignità» «Vedevo sempre una donna senza dimora che stazionava nei pressi della stazione ferroviaria, vicino al Palazzo di Giustizia - racconta Maria Mura –. La donna era divenuta oggetto di scherno da parte di ragazzini. In quel periodo l'Ufficio tutela non era ancora costituito, ma io avevo già contatti professionali con Angela Lai». «Facciamo qualcosa noi Angela – le proposi -, cerchiamo di intercettarla, le nominiamo un amministratore di sostegno e cerchiamo di toglierla da questa situazione». Angela acquisì le informazioni sulla donna dalla Polizia ferroviaria, riuscì a

parlare con le sorelle. Ma non successe niente dopo quel primo contatto. Allora, Angela Lai seguì la donna, insieme a una psichiatra. Questa aveva una casa, e riuscirono a parlarci. La sua situazione psichica era compromessa, era anche alcolista. Dopo qualche tempo la donna fu ricoverata per una caduta e accettò un intervento più ampio. Fu nominata un’amministratrice di sostegno e ci fu l'inserimento in una residenza sanitaria assistita dove vive tranquillamente. La considero una storia dell'Ufficio tutela perché sono questi i nostri obiettivi e il modo di procedere».

ta. Come giudice ho suggerito agli avvocati di rivolgersi all’Ufficio di pubblica tutela per le persone fragili in modo che la dottoressa Lai potesse subito mettersi in comunicazione con i servizi sociali. Conosce uno a uno i colleghi e può dire loro: guardate che il giudice di questa causa sta aspettando una risposta, si tratta di avere queste informazioni». L’Ufficio tutela persone fragili è diventato anche un punto di riferimento per i cittadini che non sanno di avere diritto a delle tutele pubbliche: la signora che non sa a chi rivolgersi per presentare la domanda per ottenere la pensione d’invalidità ma anche far conoscere a chi ha figli disabili a casa, a quali diritti possono accedere e come ottenerli. A fianco dei senza dimora «Altra importantissima funzione dell’Ufficio tutela – spiega Maria Mura – è l’attività in strada, sul territorio. La persona che vive in strada spesso non sa di avere diritto a tutta una serie di servizi. Ci sono persone che non avendo documenti e residenza non possono accedere ai servizi minimi, come l’assistenza sanitaria o la possibilità di richiedere un alloggio popolare. Il nostro Ufficio va a scovare questi ultimi cercando di garantire tutte le informazioni. Angela Lai insieme ad alcuni medici e sanitari compie delle uscite notturne (che si configurano come volontariato perché ufficialmente non rientrano strettamente in quello che sono i compiti dell’Ufficio di pubblica tutela) per monitorare il territorio. Quando vedono persone che possono essere recuperate si fanno avanti, ci parlano. E poi li informano su ciò che possono fare per diventare cittadini più tutelati. Infine, c’è un’altra attività molto importante dell’Ufficio, nell’ambito delle misure alternative da applicare nel processo penale. Persone che sembrerebbero essere destinate solo al carcere, vengono avviate a percorsi per verificare la fattibilità di una misura alternativa». febbraio 2015 Scarp de’ tenis

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MILANO

I Gatti di Milano non toccano terra: la città degli Spiazzati di Francesco Chiavarini

info I Gatti di Milano non toccano terra (edizioni Oltre - 10 euro). I protagonisti del testo, i senza dimora che frequentano il centro diurno La Piazzetta, come gatti, sanno muoversi in modo silenzioso, guardingo. Conoscono la città e i luoghi, anche quelli più nascosti e spesso preferiscono la notte. Sanno nascondersi o apparire, dove non te l’aspetti, sanno osservare e raccontare storie che non tutti conoscono. Info: 02/67479017 (coop Oltre) 02/810901 (La Piazzetta)

Quando la Milano in chiaro si spegne, ad animarsi è la città in ombra. Succede ogni sera, in centro come in periferia. Ora un gruppo di senza tetto, frequentatori de La Piazzetta, centro diurno gestito dalla cooperativa Farsi Prossimo di Caritas Ambrosiana, lo ha raccontato in una funambolica guida alla città I Gatti di Milano non toccano terra. Uscita poco prima di Natale, al prezzo di 10 euro, l’insolito baedeker, 61 pagine, edito dalla Cooperativa Oltre, editrice di Scarp de’ tenis sta avendo un discreto successo. L’iniziativa editoriale ha anche un fine benefico. Il ricavato della vendita aiuterà gli autori stessi a pro-

Una Milano vista dal basso, da parte di chi la vive occupandone solo i margini. Una lezione di vita utile davvero a tutti

seguire il percorso verso una progressiva autonomia. Il libro propone nove diversi itinerari nel capoluogo lombardo. Vi si trovano una grande quantità di informazioni storiche, aneddoti curiosi, episodi celebri. Ma soprattutto vi viene rappresentata la Milano degli Spiazzati, questo il nome che si sono dati gli autori della guida. Una città sommersa, che di giorno non si vede, o perché sovrastata dal rumore della vita quotidiana o perché accuratamente scansata dal mondo di sopra. Il triangolo dell’umanità Quando però il “quadrilatero della moda” chiude e il popolo dei consumatori se ne va, nel cuore di Milano si innesta il “triangolo dell’umanità”. Tra piazza San Babila, la chiesa di San Carlo al Corso e la Galleria omonima, dopo le 23, il popolo della strada si muove “raggruppandosi in base ai rapporti di conoscenza o alla

provenienza geografica” per recuperare il cibo che le associazioni di volontariato distribuiscono nei tre punti del centro cittadino. Piazza Duomo, che i turisti vengono ad ammirare diventa “l’Albergo a 5 cartoni”, un albergo diffuso, realizzato dagli stessi senza tetto con le scatole degli imballaggi di cui i negozianti si disfano a fine giornata. Un albergo effimero, smontato ogni mattina all’alba prima che arrivino gli addetti dell’Amsa. Oltre ai suoi rituali il popolo della strada ha anche i suoi eroi. Come Roye Lee, ad esempio, al quale è dedicato il secondo itinerario. Nato a Nashville, musicista country piuttosto rinomato in patria, fu testimonial della nota marca di jeansche ha il suo nome. Poi, negli anni ’90, finì sulla strada a Milano. Per anni girovagò tra via Torino, dove c’era il negozio della Fnac e piazza sant’Alessandro fino a quando non si accorse di lui un suo vecchio fan, il giornalista della Radio Svizzera Italiana, Giuliano Founier che lo convinse ad incidere un disco e lo strappò dal mondo della marginalità. A proposito di miti, non poteva mancare un riferimento al Bar del Giambellino che ispirò la canzone di Giorgio Gaber, Cerrutti Gino. Oggi il locale è gestito da Mister Hu, giovane di origine cinese. Ma le foto e i cimeli dello storico bar si possono vedere nelle macelleria accanto. Passando per porta Genova non si possono dimenticare i luoghi della malavita meneghina degli anni ’50 e ’60 ammantata del fascino fasullo del tempo passato, la cosiddetta ligera: il bar a metà del Corso che era il luogo di ritrovo dei ricettatori di orologi e l’ex gelateria Pozzi, in piazzale Antonio Cantore, dove fu arrestato Angelo Epaminonda, detto il tebano, mentre mangiava un sorbetto. Nella guida sono indicati e recensiti tutti i luoghi dove le associazioni di volontariato offrono aiuto, dove si può dormire al caldo e farsi una doccia, cenare ma anche assistere ovviamente gratis, a concerti. Insomma una guida per guardare Milano dal basso. Una lezione utile a tutti. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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Santa Lucia

Il sogno più grande che ci sia di Alberto Rizzardi

È la squadra più blasonata del basket in carrozzina in Italia eppure ha rischiato di chiudere i battenti. Ora grazie alla volontà dei suoi giocatori sta lentamente risalendo la china. E continua ad essere speranza 42 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Santa Lucia, il giorno più corto e il sogno più grande che ci sia: bisognerebbe cambiare così il popolare detto. È una storia lunga e bellissima, quella del Santa Lucia Basket, un patrimonio dello sport italiano: una sorta di Juventus del basket in carrozzina, con 21 scudetti, 12 coppe Italia, 5 supercoppe italiane, 3 coppe dei Campioni e 3 coppe Vergauwen vinti in cinquantasei anni. Tutto partì nel 1960 a Roma: vi ricorda qualcosa? Sì, era l’estate delle Olimpiadi: quelle dell’oro di Cassius Clay prima che diventasse Muhammad Ali; quelle di Livio Berruti, primo europeo nella storia a cinque cerchi a spezzare il dominio dei nordamericani sui 200; quelle dell’etiope Abebe Bikila capace di vincere la maratona correndo scalzo. Ma non solo: Roma 1960 tenne anche a battesimo i giochi paralimpici e, proprio in concomitanza e sulla scia delle prime Paralimpiadi iniziarono le attività del gruppo sportivo Santa Lucia, grazie all’impegno del centro residenziale per la riabilitazione L’Oasi, oggi Fondazione Santa Lucia


SPORT

Due momenti di una partita del Santa Lucia Basket di Roma. Dopo un avvio traballante la squadra sta lentamente risalendo la classifica

La carrozzina non è altro che uno strumento che ci permette di muoverci per il campo e di essere tutti uguali, mantenendo le caratteristiche del basket per normodotati, quindi uno sport molto fisico e spettacolare. Coinvolgiamo le persone per offrire le stesse opportunità che sono state date a noi

Irccs di Roma. Nel 1977 il Santa Lucia partecipa ai primi campionati italiani organizzati dall’Associazione nazionale sportivi paraplegici e sono subito successi, dall’atletica leggera alla scherma, dal tennistavolo al tiro con l’arco, anche se sono, soprattutto, nuoto e basket il fiore all’occhiello della società romana. Un sogno quasi infranto I risultati del Santa Lucia Basketli abbiamo elencati sopra: ci sarebbero da aggiungere pure due scudetti e tre supercoppe a livello giovanile, per una società capace di arrivare tra le prime quattro realtà a livello europeo, secondo il ranking stilato ogni anno dall’International wheelchair basketball federation. Insomma, un pedigree di tutto rispetto: la storia del Santa Lucia Basketha rischiato, tuttavia, di finire all’improvviso. Alla fine dello passato campionato, chiuso al secondo posto alle spalle della Briantea 84 Cantù, la proprietà annuncia di non poter proseguire nell’impegno di sostenere la successiva stagione sportiva, a causa della complessa situazione finanziaria della Fondazione Santa Luciache supporta la squadra di basket in carrozzina. Sarebbe potuto finire tutto qui, come è successo per molte realtà sportive italiane. Ma così non è stato. Certificate le difficoltà e l’impossibilità di proseguire nel campionato di quest’anno, il presidente Luigi Amadio, a fine luglio, decide di cedere a titolo gratuito ai giocatori la proprietà della società. Nuovo presidente diventa Mohamed Sanna

Ali, per tutti Giulio, uno dei giocatori più rappresentativi della compagine gialloblù. «Èmeglio fare il giocatore – confessa, sorridendo, Giulio – piuttosto che essere alle prese con contatti, sponsor, eccetera. Non vedo l’ora che arrivino gli allenamenti per poter pensare solo al campo». Per andare avanti servono, però, soldi e sponsor: per questo viene lanciata una raccolta fondi attraverso la piattaforma Rete del Dono. Il Santa Lucia riesce a iscriversi al

LA SCHEDA

Attiva una campagna di crowdfunding Volete seguire le gesta del Santa Lucia Basket? È facile: calendario e risultati del campionato 20162017 di Serie A sono consultabili sul sito della Federazione italiana pallacanestro in carrozzina www.federipic.it. Per partecipare, invece, alla campagna di crowdfunding c’è tempo fino al 26 luglio: l’obiettivo fissato è 80 mila euro, finora siamo circa al 20%. Per avere informazioni più dettagliate od eventuali donazioni www.retedeldono.it, cercando Santa Lucia Basket. Info www.santaluciabasket.org Facebook @santaluciapallacanestro hashtag ufficiali #BelliCarichi e #Lasfidapiùgrande

campionato 2016-2017 di Serie A, anche se deve fare i conti con una realtà diversa: per una squadra abituata a vincere le sconfitte, che arrivano copiose a inizio stagione, pesano il doppio. Si sapeva: la risalita sarà lunga e faticosa (la squadra è a metà classifica), ma da queste parti non si molla di un centimetro. Lo spirito del Santa Lucia Basket è ben rappresentato dal suo capitano, Matteo Cavagnini, una leggenda di questo sport: bresciano, con la maglia gialloblù, indossata per la prima volta a 35 anni (oggi ne ha 42), ha vinto di tutto e di più, diventando anche capitano della Nazionale italiana, con cui ha partecipato alle Paralimpiadi di Atene 2004 e Londra 2012. Di disabile c’è poco Matteo aveva 14 anni quando perse, per un incidente stradale, la gamba sinistra: «Giocavo a calcio – racconta – e fu un trauma. L’incontro con il basket in carrozzina è stato come tornare a sognare». Oggi continua a giocare alla grande, è sposato e ha due bellissime bimbe. Non pensiate, però, che quella di Matteo e del Santa Luciasia una storia di disabili: è una storia di campioni, nella vita prima che nello sport. «Di disabile c’è poco e nulla – conferma Matteo –. La carrozzina non è altro che uno strumento che ci permette di muoverci per il campo e di essere tutti uguali, mantenendo regole e caratteristiche della pallacanestro per normodotati, quindi uno sport molto fisico e spettacolare. Dopo un trauma come quello che ho subito io la vita tende a far male e, grazie allo sport, ho ritrovato la voglia di lottare e di pormi degli obiettivi: per questo cerchiamo di coinvolgere le persone per offrire anche ad altri le stesse opportunità che sono state date a noi». La storia del Santa Lucia Basket, insomma, pare destinata a non finire, anzi: «È un’avventura/pazzia che abbiamo intrapreso e che vuole essere un nuovo inizio – spiega Matteo – . Vogliamo riportare il Santa Lucia dove è sempre stato e dove merita». In alto, nel rettangolo di gioco e della vita. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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Insieme si vince: la via torinese all’Housing First di Enrico Panero

Torino ha una gamma di servizi per senza dimora ben costruiti e avviati che permettono, ogni anno,a circa 150 persone di uscire dal cosiddetto “percorso a gradini”. L’Housing First permetterà di aiutare anche persone con difficoltà diverse 44 Scarp de’ tenis febbraio 2017

«Mi potete poi mettere il nome e il cognome sul campanello?» chiede Lucia agli operatori che l’hanno aiutata ad arredare l’appartamento dove da alcuni mesi vive con il suo compagno nel centro di Torino. Lucia e Giuseppe, 55 e 60 anni, sono una coppia nata in strada, senza dimora da lungo tempo che ha deciso di condividere la propria difficile quotidianità. Un anno fa è stata data loro l’opportunità di accedere a un appartamento e di sistemarlo secondo il loro gusto e le loro esigenze. Sono stati accompagnati a scegliere i colori per le pareti e l’arredamento, poi sono stati aiutati a sistemarlo assecondando i loro tempi, senza alcuna imposizione. Dopo tre mesi sono entrati e hanno così iniziato la loro prima esperienza di convivenza da inquilini, in una casa loro. Fabrizio, 46 anni, non aveva pos-


TORINO

Nella foto sopra Lucia e Giuseppe, una coppia nata in strada, nel loro appartamento che hanno arredato secondo i loro gusti

Nel progetto di Housing First ognuno è libero di scegliere il proprio percorso, l’unico obiettivo è un miglioramento della qualità di vita. L’aspetto innovativo è che le modalità sono scelte dalle persone e non solo dagli operatori

sibilità di accesso a una casa popolare e aveva già utilizzato, senza successo, tutti i percorsi previsti dai servizi cittadini per persone senza dimora. Con buone competenze lavorative, ma con difficoltà a gestire la propria quotidianità, poco più di un anno fa ha avuto la possibilità di accedere a un appartamento. Gli operatori sociali l’hanno aiutato a risolvere i problemi pregressi e nella ricerca di lavoro. Oggi ha un contratto come aiuto cuoco e l’avere una casa autonoma gli permette di trascorrere lì del tempo con i suoi due figli, cosa che gli dà la speranza di poter avere una vita “normale”. Sono due storie di Housing First a Torino, molto diverse tra loro perché i due gruppi cittadini impegnati nella sperimentazione, Abi.To e Res.To, hanno scelto tipologie differenti di persone, con in comune solo l’essere senza dimora e l’impossibilità di accedere ai servizi specifici esistenti. L’Housing First è un modello di intervento nell’ambito della grave marginalità che consiste nell’inserire persone in disagio socio-abitativo in appartamenti indipendenti, allo scopo di favorirne percorsi di benessere e integrazione sociale. Molti i soggetti impegnati Torino è particolare sul panorama italiano perché ha una vasta gamma

di servizi per persone senza dimora, tutti ben costruiti e avviati da tempo. «Servizi che funzionano, dal momento che ogni anno circa 150 persone escono dal “percorso a gradini” – spiega Massimo De Albertis, del Servizio adulti in difficoltà del Comune –. Il problema è che si sta allargando la gamma di persone che si rivolgono a noi e un numero crescente non è nelle condizioni di seguire questo percorso. Bisogna dunque prevedere anche la possibilità di progetti di autonomia abitativa per persone che non possono accedere ai modelli esistenti. Visto quello che è stato in questi anni il modello “a gradini” l’Housing First ci dà una spinta in più». La vastità di servizi e la molteplicità di soggetti che li gestiscono ha portato a una lunga gestazione della progettazione cittadina di Housing First, perché si è voluto creare un modello che si differenziasse dall’esistente e che coinvolgesse tutti gli attori interessati. Si è sviluppata così un’eterogeneità dei promotori della sperimentazione: un’ampia rete di soggetti

pubblici e privati ha condiviso risorse materiali, culturali, etiche ed esperienziali al fine di sperimentare l’Housing First nel territorio cittadino. «Ciò ha comportato tempi di avvio più lunghi, ma in prospettiva dà maggiori garanzie su un sistema cittadino di gestione delle risorse pubbliche e private, perché è stato stretto un patto mettendo i soggetti in collaborazione – sostiene Paolo Moreschi, operatore di Abi.To». Risultati molto positivi È presto per valutare i risultati dell’Housing First torinese, ma le prime impressioni sono positive. «In alcuni abbiamo osservato un cambiamento delle abitudini, altri hanno invece continuato a mantenere la quotidianità precedente – dice Roberto Taricco, operatore di Res.To –. Ognuno è libero di scegliere il proprio percorso, l’unico obiettivo è un miglioramento della qualità di vita, l’aspetto innovativo è che le modalità sono scelte dalle persone protagoniste e non dagli operatori».

LA SCHEDA

Attivati due progetti destinati a chi non ha accesso alle case popolari A Torino sono stati avviati tra il 2015 e il 2016 due progetti, Abi.To e Res.To. Il primo coinvolge quattro cooperative associate (Aeris, Progetto Tenda, Stranaidea e Terra Mia) , il Comune di Torino, l’Ufficio Pio S. Paolo e Caritas Diocesana. È destinato a persone senza dimora che non possono accedere all’edilizia residenziale pubblica ma che possiedono autonomia nella gestione di una casa e hanno prospettive di autonomia economica (lavoro o pensione). Attualmente sono inserite due persone, di 46 e 62 anni, in due appartamenti messi a disposizione dal Cottolengo a cui Caritas paga l’affitto; le cooperative hanno messo gli operatori, il Comune ha finanziato azioni specifiche. L’Ufficio Pio fornisce una forma sperimentale di reddito di cittadinanza di 322 euro mensili per due anni. Ciò avviene sia per le persone inserite in Abi.To sia per quelle inserite in Res.To, l’altra sperimentazione di Housing First cittadina avviata da tre grandi cooperative (Valdocco, Frassati, Testarda). In Res.To gli alloggi, sempre del Cottolengo, sono tre per tre nuclei: una coppia e due singoli di 45 e 65 anni. Le tre cooperative hanno intestato i contratti d’affitto e mettono a disposizione gli operatori, chiedendo alle persone inserite il 30% delle loro entrate mensili come parziale copertura dei costi dell’alloggio. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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VICENZA

A Lesbo, sulla rotta dei disperati di Filippo Dal Lago foto di Roberto Maculan e Filippo Dal Lago

Il resoconto del viaggio di un volontario vicentino sulla Balkan route fino all’isola di Lesbo uno dei punti di approdo dei migranti provenienti dalla Turchia. I recenti accordi tra Ue e Turchia hanno chiuso la rotta spingendo i flussi su rotte molto più pericolose 46 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Poco più di un anno fa, sbarcavo a Lesbo al seguito di Missionland e Rainbow for Africa, due onlus italiane impegnate in un progetto di assistenza medica ai migranti. Scendemmo attraverso la “nuova rotta migratoria” dei Balcani. C’era qualcosa d’innaturale nel seguire la strada in senso opposto: sguardi e domande alle frontiere non mancavano di farcelo notare, mentre controllavano una volta ancora la grande clinica mobile arancione che stavamo trasportando. In tre giorni raggiungemmo Ayvalik in Turchia, da lì il traghetto per Lesbo è il modo più veloce di arrivare. Aspettammo una notte guardando le luci di Lesbo al di là del mare, pensando che proprio dalle coste in cui eravamo partivano i viaggi della speranza per centinaia di migliaia di persone. Lo stretto braccio di mare navigabile a vista aveva trasformato le isole di Lesbo, Leros, Samos e Kos in punti di approdo, varchi principali nel passaggio di una frontiera invisibile persa nel mare. Al di là del guado l’Europa, meta decisa consapevolmente a volte, o spacciata come unica terra promessa, un miraggio.


Tre immagini dai campi di accoglienza organizzati sull’isola greca di Lesbo per accogliere i rifugiati provenienti dalla vicina Turchia

Si deve decidere se lasciar continuare guerre e ineguaglianze che spingono questi popoli a lasciare le loro terre; se lasciarli a loro stessi nella fuga, facili prede di malavita, terroristi e trafficanti. Si deve decidere se lasciare che il mare li inghiotta, piuttosto che soccorrerli o trovare soluzioni alternative

Dei numeri e dei sogni ci rendemmo conto il giorno seguente: gommoni fatiscenti, carichi di 50/60 persone ciascuno, si avvicinavano alla costa, beccheggiando: uomini, donne, bambini gli uni sopra agli altri, ammassati fino al punto da formare una chiglia con il loro peso, incrinando il fragile ponte di compensato. Pakistani, afgani, iracheni e siriani, molti arrivati legalmente con l’aereo, in Turchia non riuscivano a proseguire il viaggio, e sparivano nella rete dei trafficanti, sballottati di nascondiglio in nascondiglio, per venire poi caricati senza alternative su gommoni fasulli, forniti di pessimi motori con poca benzina di scarsissima qualità, vestiti di giubbotti di salvataggio finti e riempiti con isolante edile. Si era risparmiato anche su quello, ma tanto i migranti non lo sapevano. Tra quelle bagnarole più di qualcuna purtroppo affondava e se le scialuppe di salvataggio delle diverse ong impegnate nei soccorsi non erano tempestive, l’annegamento e l’ipotermia terminavano un viaggio di stenti in maniera atroce. A riva le emozioni erano miste, chi felice per avercela fatta, altri in pensiero per i familiari persi durante gli spostamenti lungo la costa turca, forse caricati su altre bar-

che, forse ancora in Turchia. Diverse associazioni si occupavano del ricongiungimento familiare nel caos concitato di un apparato di soccorso che doveva confrontarsi con uno stato di emergenza permanente e con un rigido protocollo di soccorso e assistenza imposto dalle normative europee. Dopo poco tempo sulla spiaggia venivano tutti caricati e spostati nei centri di accoglienza. Volontari e associazioni tornavano a guardare il mare in attesa dei prossimi. Gli arrivi in quei giorni si attestavano sulle 2/3 mila persone al giorno secondo le stime di Unhcr (l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nonostante l’impegno di associazioni e società civile nel portare conforto e assistenza lo scenario era desolante. Tra rivolte e speranze Non potevo fare a meno di pensare a quei documentari africani dove enormi branchi si addossano infine sulle sponde di un fiume popolato di coccodrilli, consapevoli di dover saltar dentro e tentare la sorte. Forse era proprio questa sorte inevitabile e la grande anomia a far reggere il paragone. La differenza era che lì erano persone costrette a spostarsi come branchi in fuga, viaggiando in condizioni inumane, addossandosi

tutti i rischi e le incognite di un viaggio il cui controllo apparteneva sempre a qualcun’altro, senza sapere se e dove sarebbero arrivati, consapevoli soltanto di non poter restare fermi. Ho passato a Lesbo quattro mesi e in quel lasso di tempo sono cambiate molte cose: i ritmi di arrivo, il sovraffollamento nei campi di accoglienza, le rivolte per le condizioni di vita, il progressivo passaggio della gestione di assistenza e soccorso dalle ong alle agenzie militari ed europee come Frontex, fino al patto siglato tra Europa e Turchia che ha di fatto determinato la chiusura della migrazione attraverso la Grecia, spingendo i flussi a seguire la ben più pericolosa rotta mediterranea. Più dignità per tutti Aver vissuto la situazione di persona non mi ha chiarito le idee su come un fenomeno così complesso possa essere risolto. Soluzioni miopi come la costruzione di muri o l’inasprimento delle norme sulla libertà al movimento delle persone sembrano solo poter esasperare le scelte dei singoli incentivando traffici sempre più opachi e pericolosi. Si deve decidere se lasciar continuare senza intervenire guerre e ineguaglianze che spingono questi popoli a lasciare le loro terre; se lasciarli a loro stessi nella fuga, facili prede di malavita,terroristi e trafficanti; si deve decidere se lasciare che il mare li inghiotta, piuttosto che soccorrerli o trovare soluzioni alternative. Si deve infine decidere se una volta qui debbano vivere da invisibili, stipati in qualche centro di accoglienza lontano da tutti, senza futuro ne dignità. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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VERONA

La casa di accoglienza Il Samaritano La sfida è superare l’idea di dormitorio

Il Samaritano, dalla parte dei senza dimora

Non solo: abbracciare questa visione ha iniziato un percorso di riflessione che ci ha portati a trasformare una parte della casa di accoglienza in unità abitative, in vista di superare definitivamente la struttura dormitorio. Una rivoluzione copernicana che tanto andavamo cercando, che era nelle nostre corde fin dall’inizio del nostro cammino, ma che senza l’aiuto di Fio.PSD non sarebbe stata possibile.

di Elisa Rossignoli

La cooperativa Il Samaritano (Caritas diocesana di Verona) è da anni membro della Fio.PSD, e da quest’anno con un ruolo attivo, in quanto il direttore, Michele Righetti, ne è attualmente l’economo. Di seguito pubblichiamo un suo intervento che spiega cosa ha significato e significa per Il Samaritano far parte della Federazione. *** Per noi Fio.PSD ha sempre reppresentato il punto di riferimento nazionale per il lavoro con le persone in stato di grave marginalità, ma anche un passo avanti nella rifles-

Parte della nostra casa di accoglienza è stata trasformata in unità abitative per cercare di superare l’idea di dormitorio 48 Scarp de’ tenis febbraio 2017

persone di Paolo Pezzana (allora presidente) e Marco Iazzolino, è nata la collaborazione con il Politecnico e l’Università di Torino nel progetto La bellezza vince sempre, grazie al quale abbiamo pensato e realizzato la ristrutturazione di alcuni nostri spazi secondo una logica partecipativa e seguendo l’idea che chi vive nella marginalità debba trovare luoghi di ospitalità accoglienti ed esteticamente belli, che richiamino positività e dignità. La riflessione già iniziata in precedenza sulla possibilità di superare il dormitorio costituendolo con alloggi veri e propri, che dalla prima casa famiglia è diventato l’oggi ben più ampio progetto Casa Solidale, ci ha portati ancora oltre. Dall’incontro con il metodo Housing first, avvenuto sempre grazie a Fio.PSD, ci siamo buttati anche noi nell’avventura del network Housing First Italia e nella sperimentazione pratica del metodo nella nostra realtà.

sione su questo tema. Quando, all’apertura del Samaritano, chiesi a Caritas un contatto di riferimento per questa nascente avventura, mi è stata indicata Fio.PSD. Era il 2006. Da allora è nata una collaborazione che è gradualmente divenuta sempre più intensa e che ha elevato costatemente il livello delle nostre riflessioni, portandoci a progettare in modo nuovo e a porci sempre nuovi obiettivi. La bellezza vince sempre Nel 2013 grazie a Fio.PSD, e alle

Last but not least: lavorare insieme in questi anni ci ha portati a crescere, ma anche ad allargare lo sguardo ad un contesto nazionale ed europeo che tanto ha da dirci e da darci. Ciò ci sta aiutando a guardare il nostro contesto e la nostra realtà in una prospettiva più ampia. E non è ancora finita.


I 33 senza dimora e gli 11 accompagnatori che hanno preso parte al Giubileo dei senza dimora

Don Nandino e i suoi senza dimora in visita dal Papa di Michele Trabucco

Un’occasione simile non poteva sfuggire all’entusiasmo e alla passione di don Nandino e degli altri volontari della sua parrocchia e della Caritas di Venezia. Una giornata con Papa Francesco, una visita alla città eterna luogo ricchissimo di storia e di fede. E così è stato accolto l’invito di Papa Francesco ad andare in S. Pietro per il Giubileo dei senza dimora. Un gruppo di 44 persone, di cui 11 accompagnatori e 33 senza dimora ospiti delle strutture Caritas e della parrocchia della Città di Marghera, sono partiti in pullman da Marghera per vivere questa

In occasione del Giubileo dei senza dimora un gruppo di 44 persone è partito da Marghera alla volta di Roma

straordinaria esperienza insieme. Don Nandino non ha fatto fatica a coinvolgere i volontari e gli ospiti, raccogliendo una proposta della rete della carità di don Giovanni Nicolini di organizzare un “treno per i poveri e andare a Roma dal Papa”. «Il mio ricordo ed emozione più forte – racconta don Nandino –è legato al momento in cui Papa Francesco li ha chiamati attorno a sè, in aula Paolo VI, per un momento di preghiera. Un’emozione fortissima, si respirava nell’aria la carica e la partecipazione di tutti. Abbiamo dovuto superare alcune resistenze iniziali di chi criticava la spesa per un evento simile. Le solite critiche di chi non comprende il valore simbolico e profondo di alcuni gesti e incontri. I poveri non hanno solo bisogno di cibo e vestiti. Hanno bisogno di relazioni, affetto, calore umano. Così come di bellezza, stupore, arte. Sono come noi».

VENEZIA Anche suor Anna Martini, operatrice Caritas, ha sottolineato l’importanza di dare a queste persone anche un momento di spiritualità e di vita normale. «Èstato molto bello – racconta – non notare differenze tra noi e loro durante i due giorni a Roma. Non si sono viste né sentite quelle differenze di ruolo, di status che invece si percepiscono quando ci incontriamo nei luoghi del servizio e del bisogno. Ho visto il loro forte desiderio di spiritualità, di fede, di preghiera. Anche chi non era praticante o non cristiano ha voluto partecipare a tutti i momenti, con rispetto e dignità. Ho visto il loro stupore di vivere occasioni di vita normale, come durante il tour cittadino a bordo dei bus turistici. Ho visto nei loro occhi e nei loro gesti la loro gioia di essere così vicini al Papa». Occasione importante L’esperienza giubilare ha fatto riflettere gli operatori di quanto importante sia la dimensione spirituale anche per queste persone, che pur vivendo in strada, non l’hanno persa. Anzi. Assopita sotto la coltre del freddo, del disagio, della fragilità, non è morta. «Dobbiamo pensare – commenta suor Anna – occasioni e proposte anche di vita spirituale per questi nostri ospiti. Non solo il pane e i vestiti». La dimensione religiosa è essenziale al benessere anche per loro. A volte neanche il lavoro può dare quella pace e serenità che solo la fede e la spiritualità possono offrire. L’esperienza così bella e unica ha certamente segnato la vita di tutti i partecipanti. Tornati a casa o almeno nel proprio territorio, ognuno si porta dentro questo ricordo, che ha mutato le relazioni, le attese e le prospettive di ciascuno. Nuove sfide e nuove strade con e per i senza dimora certamente si dovranno e potranno aprire.

febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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A spasso con Umberto che sogna la casa di Simone Santini

Fino a tre anni fa Umberto aveva una vita assolutamente normale: il lavoro, una casa, degli amici. È bastata una malattia per distruggere tutto quello che aveva costruito e farlo finire in strada. È difficile, ma grazie ai volontari la salita è meno dura. «Cosa mi manca? Un tetto sulla testa» 50 Scarp de’ tenis febbraio 2017

Giovedì 24 novembre, ore 9 del mattino. Alla stazione di Rimini è una giornata come le altre: tra treni che arrivano e treni che vanno, ogni persona si dirige verso la propria destinazione. Un quotidiano focolaio di vite diverse che si incrociano ma che raramente si intrecciano. Un giorno normale, per tanti. Ma non per tutti. Li chiamiamo invisibili: sono i tanti che vivono ai margini della nostra società, senza dimora. Che cercano di sopravvivere, non potendosi permettere di progettare una vita che vada al di là dell’oggi, o, al massimo, del domani. Ma invisibili non lo sono davvero. Siamo noi a chiamarli così perché è più facile non vederli, perché non ci riguardano, fanno da sfondo alla nostra quotidianità. Sono due mondi distinti: il “nostro” ed il “loro”, che convivono ma non comunicano. L’unico modo per metterli in comunicazione è rendere visibile l’invisibile. Per questo ho appuntamento con Umberto. Lo vedi aggirarsi tra i binari, ma non diresti mai che non ha una meta.


RIMINI sta bene è la paura del giudizio. Quindi mi nascondo».

Dopo essere finito nel baratro della strada Umberto, seppur lentamente, sta cercando di uscirne. Anche se non è facile rompere le catene

Chi condivide la mia condizione deve combattere con gli altri, con chi deve occuparsi di noi ma non lo fa, con chi fa finta di non vederci o si convince che non esistiamo o che siamo tutti delinquenti da evitare. Ma, soprattutto, deve combattere con se stesso, con la propria vergogna e il proprio orgoglio

Pantaloni e camicia di jeans, giubbotto, capelli biondi non meno pettinati di tanti altri, braccialetti ai polsi, piccola croce al collo. Ha il volto di un uomo buono, capace di sorridere, ma c’è dell’’altro. Dietro il sorriso si può vedere un’espressione inequivocabile: stanchezza. Soprattutto negli occhi. Occhi che incrociano i miei quasi subito, appena scendo dal treno. Ci salutiamo e ci diamo la mano. «Buongiorno, Santini. Ci accomodiamo lì?». Mi dà del lei, anche se potrei essere suo figlio. E lì significa una delle tante panchine della stazione. Ci sediamo e Umberto comincia a parlare, senza che io ponga alcuna domanda. Come se avesse bisogno di sfogarsi. «Oggi mi è andata bene. Ho dormito in treno, al caldo. E mentre la aspettavo ho trovato 10 euro per terra». Mi basta già questo per capire la sua situazione, basterebbe a chiunque. Ma voglio raccontare ogni dettaglio della sua storia. Problemi di salute Voglio sapere com’è cominciato tutto. Umberto abbassa lo sguardo, ma non per vergogna o tristezza. Sta ricordando. Poi comincia, raccontandomi della sua vita “prima”. «Facevo il cameriere –dice –, andava bene. Ero anche riuscito a prendere una quota in un’azienda agrituristica, diventandone socio. È successo tutto circa tre anni fa per problemi di salute, problemi molto gravi. Avevo 55 anni e pesavo 130 chili, muovermi per me era molto difficile. E tutto questo aveva un prezzo. Sono stato colpito da uno

scompenso cardiaco, che mi ha portato ad avere una grande quantità di liquidi in eccesso in corpo. Ho dovuto assolutamente correre ai ripari per curarmi ed evitare il peggio». E qui nasce un paradosso: un uomo che deve scegliere tra la salute e il lavoro. «Ho deciso di dare

priorità al percorso di cure – dice ancora Umberto –. Questo mi ha portato ad ignorare il mio lavoro, tasse comprese. E qui nasce il mio errore. La Guardia di Finanza mi ha comminato una pena pecuniaria di 210 mila euro, cifra che ho pagato fino all’ultimo centesimo. Ma dopo il pagamento non mi è rimasto più nulla». A quel punto mi arriva, inattesa, la seconda domanda, mandando all’aria la piccola bozza di scaletta che mi ero preparato. Mi chiedo come sia possibile che non si fosse rivolto a nessuno dei suoi parenti, amici o conoscenti per chiedere aiuto. Umberto mi sta guardando negli occhi, ora con uno sguardo meno formale nei miei confronti. Ha intuito. «Chi sono le prime persone alle quali si pensa quando si è in difficoltà? Mamma e papà, ovviamente. Loro aiutano incondizionatamente, senza giudicare. Io, però, mamma e papà li avevo già persi, tempo prima. Di amici ne avevo, ma il vero problema è l’orgoglio, il senso di dignità. È difficile chiedere aiuto e sostegno, perché implica il dover accettare di essere in difficoltà. Il vero muro che divide il mondo dei cosiddetti invisibili da quello di chi

Troppa la vergogna Umberto è abbastanza provato, quindi ci fermiamo un attimo per un caffè. Poi sposto il punto di vista, perché in fondo lui non è davvero solo. Gli chiedo, infatti, cosa ne pensa delle associazioni di volontariato che aiutano lui e tanti come lui. «Mi hanno aiutato molto, mi hanno salvato –dice –. È grazie a loro se il cibo o i vestiti non sono più una priorità, perché so che li troverò sempre. Il problema, però, è che non si va oltre. Grazie a loro posso sopravvivere oggi, domani ed anche dopodomani, ma continuando a vivere alla giornata, senza futuro. È come tamponare una ferita che sanguina, senza però curarla. L’elemento fondamentale è la dimora, un tetto sotto il quale rifugiarsi. Avendo quello si ha, potenzialmente, tutto. Perché puoi lavarti, renderti presentabile per cercare un lavoro. E, soprattutto, una residenza ti permette di usufruire delle cure di un medico di base, fondamentale per chi, come me, ha problemi di salute». Umberto, infatti, è costretto a curarsi attraverso il Pronto Soccorso, con tutti i problemi che ne conseguono. Siamo qui uno di fronte all’altro ma non potremmo essere più distanti. Come mettere in comunicazione questi due mondi? «Ci vuo-

le uno sforzo da entrambe le parti – conclude Umberto – ma, paradossalmente, è la parte più debole a dover fare il più del lavoro. Perché chi condivide la mia condizione deve combattere con gli altri, con chi deve occuparsi di noi ma non lo fa, con chi fa finta di non vederci o si convince che non esistiamo, o che siamo tutti delinquenti da evitare. Ma, soprattutto, deve combattere con se stesso, con la propria vergogna ed il proprio orgoglio». Ci salutiamo, stringendoci di nuovo la mano. Mi sorride, ha uno sguardo diverso, quasi paterno. Ma mi dà ancora del lei. febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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Gli studenti a scuola di accoglienza di Stefania Marino

Si chiama “Migranti, la sfida dell’incontro” la mostra che ha girato tra Campania e Basilicata per offrire momenti di riflessione e conoscenza agli studenti delle superiori. Un percorso di crescita che i ragazzi hanno apprezzato 52 Scarp de’ tenis febbraio 2017

«Una faccina triste con una lacrima che scende, come un’emoticon che appare sullo smartphone, disegnata su di un foglio bianco e lasciata cadere in una scatola. È così che forse uno studente o forse un giovane migrante ha racchiuso il suo stato d’animo dopo aver visitato la mostra itinerante “Migranti, la sfida dell’incontro” ospitata nei locali Depositi e Derrate nella Corte Esterna della Certosa di San Lorenzo a Padula . Chissà cosa lo ha rattristato. La mostra, curata dal giornalista e scrittore Giorgio Paolucci, è stata realizzata in occasione della XXXVII edizione del Meeting di Rimini con il patrocinio della Fondazione Migrantes. In Campania, ha fatto quattro tappe. Prima presso la Caritas di


SUD

A sinistra l’allestimento della mostra di Padula. Qui sopra alcuni dei biglietti scritti dagli studenti al termine della visita

La mostra è stata pensata come uno strumento culturale ed educativo, per le scuole e le comunità per cercare di fornire gli elementi necessari per comprendere il grande e sempre più attuale tema dell’immigrazione

Avellino, poi a Padula nel Vallo di Diano e poi a Salerno per poi approdare a Senise in Basilicata. Un percorso espositivo di 27 pannelli legati tra loro dal fil rougedell’immigrazione, con approfondimenti storici che narra di un’umanità in cammino a partire dai greci e poi dai romani fino ad arrivare agli inizi del secolo scorso quando “ i migranti eravamo noi” in riferimento agli italiani che partivano per le Americhe. E poi ancora lo sguardo sulle parole e i gesti di Papa Francesco, le sue visite a Lampedusa e a Lesbo, l’esperienza dei corridoi umanitari e lo sguardo sui flussi migratori nel mondo, le rotte verso l’Europa, le politiche di accoglienza, i numeri sulle richieste di asilo. A Padula, la mostra, è stata promossa dalla Caritas diocesana di Teggiano-Policastro e dalle cooperative sociali L’Opera di un Altro, Tertium Millennium e Il Sentiero, realtà del privato sociale, fortemente impegnate dal 2011 nell’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati. Un momento di incontro Un evento che per la sua valenza sociale ha avuto anche il patrocinio morale della Città di Padula. L’inaugurazione, il 7 dicembre scorso, alla presenza di monsignor Antonio De Luca, Vescovo di Teggiano-Policastro, del direttore della Caritas diocesana Don Martino De Pasquale, dell’assessore alla cultura Filomena Chiappardo, è stata l’occasione per favorire appunto “ l’ incontro” tra alcuni minori stranieri non accompa-

gnati e gli studenti dell’Istituto omnicomprensivo di Padula accompagnati dalla dirigente Liliana Ferzola. Insieme, passo dopo passo, si sono soffermati davanti alle immagini forti e reali degli uomini e delle donne tratti in salvo nel Mediterraneo, hanno ascoltato le testimonianze di quei rifugiati che in Italia hanno trovato la salvezza. Uno strumento culturale «La mostra –ha detto in quest’occasione don Vincenzo Federico –vuole essere uno strumento culturale, educativo, per le scuole e le comunità per fornire tutti gli elementi necessari per comprendere il grande e complesso e sempre più attuale tema dell’immigrazione». Quell’immigrazione vera e presente su questo lembo del territorio salernitano, nei centri di accoglienza

straordinari, nelle comunità alloggio per minori, nelle strutture Sprar. E anche loro, i migranti, hanno varcato con gli operatori la soglia della Certosa di San Lorenzo. Per loro, fermi sulle immagini dei corpi tirati su dall’acqua, la mostra ha rappresentato una sorta di specchio in cui rivedere la propria storia e quella del proprio Paese. In sette giorni la mostra è stata visitata da oltre 500 persone, tra cui anche i volontari del servizio civile. La sera del 14, in chiusura, è stata la volta delle istituzioni. Presente il Prefetto di Salerno Salvatore Malfi e i sindaci di Padula, Montesano sulla Marcellana, Atena Lucana, Polla, Sassano, Sanza, Sicignano degli Alburni, Roscigno, qui dove l’accoglienza dei migranti è realtà e pratica quotidiana. Dopo Padula, la mostra ha fatto tappa all’Istituto tecnico nautico Giovanni XXIII di Salerno. «È stata un’esperienza ricca di valori umani – ha detto la dirigente Daniela Novi – nella quale gli alunni del nostro istituto si sono immersi con curiosità ed entusiasmo scoprendo e toccando con mano ciò di cui avevano percezione solo attraverso il filtro mediatico».

IL PROGETTO

Semplici e profondi: la bellezza della voce di studenti e migranti Originali. Semplici. Profondi. Così sono i messaggi lasciati dagli studenti e dai migranti dopo aver visitato la mostra, Migranti, la sfida dell’incontro. «È stata molto interessante perché ha fatto capire la vita degli immigrati e cosa hanno sofferto». E ancora «La frase che più mi è piaciuta è stata, scusate se non siamo affogati», «Mi è piaciuta la frase che diceva che i migranti non sono numeri ma persone con la loro cultura e storia»,«ci ha aperto le strade a un nuovo mondo per molti ancora sconosciuto». E poi ci sono i messaggi in francese lasciati da Ali che ringrazia tutti coloro che in Europa si occupano degli immigrati aggiungendo un «prezioso ringraziamento a Papa Francesco» e poi ancora Alhassan che viene dal Gambia e che dice «spero di trovare un lavoro in Italia e rimanere qui con la mia famiglia». E un altro ancora che riferendosi ai salvataggi scrive «ringrazio l’Italia che aiuta le persone nel mare». E una voce della scuola dice «non dobbiamo fare distinzioni tra razze perché siamo tutti esseri umani». febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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aforismi

POESIE

di Emanuele Merafina

A mio figlio A mio figlio, dò la lode del mio cuore. A lui, il mio primogenito, il mio primo fiore. A lui che baci e carezze ha cercato e da questo padre non ha trovato. Credendo che suo padre amasse solo la sorella, quella birbante ruffianella. Ormai sei grande, hai più di tredici anni, più passano gli anni e più tu mi assomigli. Tu non sai, quanto è grande l’orgoglio che io provo. Avere te per figlio. La più grande ricchezza, il più grande tesoro. Scrivo questa poesia con le lacrime agli occhi. La scrivo a te Vittorio e le lacrime cadono a fiocchi. Non avrei voluto di meglio a questo mondo. Te lo dice questo padre col bene più profondo. Non essere geloso della tua sorellina, io con te mi arrabbio, perché lei è piccolina. Sia te che Melania, vi amo allo stesso modo. Solo che quando tu nascesti, io ero ancora un ragazzino, per questo ti considero il mio fratello piccolino. Tutte le volte, che ti vedevo al seno di tua madre. Piccolino, piccolino, che piangevi e avevi fame. Tu sei stata la prima cosa più bella che ho visto al mondo. Non ci credevo che eri fatto di me, non ci credevo che sei cosa mia. Vittorio, tu sei la mia più bella poesia. Non permettere a questo mondo di farti fare i miei stessi errori.. Ora chiudo questa mia lettera, poesia. Dicendoti in napoletano

«Vittò sì a vita mia». Fabio Schioppa

La notte Che bella la notte, fuori da qui però! Sentire i rumori ovattati, trovarsi con persone che neanche conosci a mangiarti un panino insieme e subito solidarizzare con loro. La gente della notte pare più buona, ha bisogno di parlare o vuole solo un saluto, un sorriso. Va beh ci sono anche i lupi, quelli vestiti di buono ma pronti ad azzannarti: ma anche di giorno ci sono. Cominciano a cinguettare gli usignoli, sono le cinque. Comincia un nuovo giorno: come sarà? Boh! Adriano

La notte La notte è nera e buia e non ho ancora le idee chiare La Storia che gira La Storia è una grande galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie

Gocce di Paradiso Non potrei dir che questo è un Paradiso senza aver prima toccato il fondo inferno ma di gioir per ogni mia Amicizia per ogni mio stretto affetto o soltanto per questa libertà che ora tengo dentro al petto mi basta come un Paradiso Mino Beltrami

Brexit Poi che la pianta Europa ha perso un ramo, sorpreso il mondo incredulo e deluso, tutte le parti all’albero congiunte vanno al perché del fatto ormai concluso. Aride braccia i rami, frutti acerbi; ...e le radici all’opra tutto l’anno! Il tronco tratteneva a sé il profitto lasciando il resto a dieta e nell’affanno. L’un dopo l’altro i sofferenti rami, nel rischio di cadere nel pantano, studiano il modo di salvarsi insieme e uscir dal dubbio dandosi la mano. La linfa c’è, la terra è concimata, la gente è buona e alla fatica avvezza: un nuovo sforzo e l’ideal comune daranno all’Eu più forza e concretezza. Sapienza greca, Diritto romano, Cuore cristiano: sono le radici

L’idea di un giovane volontario della della di Milano: che hanRonda dato civiltà. Da lor carità nutrita, avrà l’Europa giorni più felici. una App contro lo spreco alimentare Lodovico Grimoldi

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VOCI DALL’EUROPA

Il sogno di Sven diventa realtà: una mini-casa per chi non ha casa

di Mauro Meggiolaro

Èarrivato l’inverno, quello vero, e a Berlino le temperature possono stare sotto lo zero anche per intere settimane. Caritas, Diakonie (chiesa evangelica) e Croce Rossa si sono poste un obiettivo molto chiaro: «Nessuno deve morire di freddo». Fino al 31 marzo offriranno pasti caldi, assistenza e un tetto per chi vive sulla strada: dalle 3 mila alle 6 mila persone. Quest’anno riusciranno a mettere insieme 650 posti letto ma ne servirebbero almeno 800. Il comune ha aumentato il suo contributo da 15 a 17 euro a notte per ogni posto ma «L’aiuto pubblico dovrebbe però salire almeno a 25 euro – ha dichiarato Ulrike Kostka, direttrice della Caritas berlinese –. Altrimenti sempre meno associazioni riusciranno a coprire i costi». Durante la notte sono operativi due “pulmini del freddo” per accompagnare i senza dimora agli alloggi provvisori, sperando che ci sia sempre spazio per tutti: l’inverno scorso i posti letto sono stati occupati in media al 96% del totale.

scheda Mauro Meggiolaro, nato a Verona nel 1976. Ha lavorato per banche e finanziarie etiche in Germania e a Milano (Etica Sgr, Banca Etica). Azionista critico alle assemblee di Enel ed Eni, nel 2009 ha creato la società di ricerca Merian Research. Scrive anche per “Valori” e “Il Fatto Quotidiano”. Nel 2013 è tornato a vivere a Berlino.

Le casette di Colonia Intanto a Colonia, dall’altra parte della Germania, Sven Lüdner – che ha 39 anni e di professione fa il fotografo – ha avuto un’idea geniale. Da novembre dell’anno scorso, nel tempo libero, si è messo a costruire piccole casette di legno con le ruote per chi vive in strada. Hanno una superficie di 2,8 metri quadri, un tetto e una finestrella perché entri la luce. «Non è tanto, ma è pur sempre meglio che dormire all’aperto», spiega Lüdner. Ne ha già

costruite sette che ha regalato a senzatetto come Andreas, un uomo di 51 anni che dormiva in tenda, in un bosco alla periferia della città.

Andreas, 51 anni, dormiva in tenda in un bosco alla periferia di Colonia è stato il primo a ricevere in dono una casetta da Sven: «La notte è incredibilmente umida e fredda – racconta Andreas –. Nella casetta si sta decisamente meglio e per la prima volta dopo tanti anni ho l’impressione di avere qualcosa di mio. Ed è fantastico»

«La notte è incredibilmente umida e fredda – ha raccontato Andreas alla stampa locale –. Nella casetta si sta decisamente meglio e per la prima volta dopo tanti anni ho l’impressione di avere qualcosa di mio. Ed è fantastico». Certo, non è questa la soluzione al problema dei senza fissa dimora. «Le casette non hanno luce, acqua né riscaldamento», spiega il comune di Colonia in una nota. Appena vengono “parcheggiate” sul suolo pubblico i vigili le sgombrano e sequestrano. Sven Lüdner, però, non si perde d’animo. Nel fine settimana organizza corsi di costruzione nel suo cortile invitando vicini di casa e senzatetto. Insieme segano, avvitano e incollano assi di legno per interi pomeriggi. Costruire una mini-casa costa 600 euro e Sven, per ora, li sta sborsando di tasca propria. Far emergere il problema Ma intanto stanno arrivando donazioni da privati e imprese, che saranno raccolte dalla neonata associazione no profit Little Home Köln e a Berlino sta sorgendo un’iniziativa simile, che piace alla Caritas locale. «Le casette sono una buona iniziativa e devono essere incoraggiate – ha dichiarato la direttrice Ulrike Kostka –. Perché anche se non risolvono il problema, aiutano sicuramente a richiamare l’attenzione dei cittadini su migliaia di persone a cui normalmente si voltano le spalle».

Una delle piccole case di legno costruite per i senza dimora febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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VENTUNO

Quante delle soluzioni “estreme” proposte in campagna elettorale da Donald Trump saranno attuate? Alcune risposte, certamente, possono essere cercate guardando alla squadra di Governo. Eccola. di Andrea Barolini

scheda

Ventuno come il secolo nel quale viviamo, come l’agenda per il buon vivere, come l’articolo della Costituzione sulla libertà di espressione. Ventuno è la nostra idea di economia. Con qualche proposta per agire contro l’ingiustizia e l’esclusione sociale nelle scelte di ogni giorno.

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La notizia dell’elezione alla presidenza degli Stati Uniti del miliardario Donald Trump ha sorpreso la maggior parte degli osservatori politici di tutto il mondo. In pochi, infatti, avrebbero scommesso sulla vittoria del candidato repubblicano, che invece è riuscito a sopravanzare la democratica Hillary Clinton. La domanda che tutti si pongono però è: quante delle soluzioni “estreme” proposte in campagna elettorale dal nuovo numero uno della Casa Bianca si tradurranno in fatti concreti nel corso del suo mandato? Dai muri anti-migranti in Messico all’abbattimento del sistema di assicurazione sanitaria universale voluto da Barack Obama, fino alla volontà di distruggere le politiche di lotta ai cambiamenti climatici. Se si osservano le promesse avanzate da Trump l’impressione è che ci si debba attendere un cambiamento di rotta diametrale rispetto alle amministrazioni democratiche. Come fare dunque per tentare di pronosticare le scelte politiche del magnate statunitense?

Alcune risposte possono essere ricavate dall’analisi della sua squadra di governo. Che, in effetti, è imbottita di “climatoscettici”, paladini dell’anti-immigrazione e uomini di Wall Street. Cominciamo da uno dei postichiave dell’amministrazione di Washington, ovvero quello di segretario di Stato al Tesoro, l’equivalente del nostro ministro dell’Economia. La poltrona è stata affidata a Steven Mnuchin, 53 anni, che per diciassette ha ricoperto un ruolo di primo piano nel board del colosso bancario Goldman Sachs. Ha diretto perciò una delle banche che per anni ha portato avanti operazioni spericolate rivelatesi poi corresponsabili della bolla finanziaria esplosa nel 2007, della quale ancora il mondo intero paga il prezzo (economico e sociale). Tra l’altro Mnuchin nel corso della sua lunga carriera all’interno dell’istituto di credito, si è occupato soprattuto di mutui ipotecari (oltreché di titoli di Stato), ovvero di una delle “micce” che ha innescato la crisi mondiale. Come se non bastasse,

REUTERS/Lucas Jackson (courtesy of INSP)

Banchieri, amici e petrolieri Tutti gli uomini del Presidente

una volta uscito da Goldman Sachs il manager ha diretto un hedge fund, ovvero un fondo d’investimento speculativo, in California, prima di diventare responsabile della campagna elettorale di Donald Trump. Insomma, l’impressione che è sia stato scelto un “lupo di Wall Street” per dirigere l’economia del Paese. L’ex generale agli Interni

Agli Affari interni va invece John Kelly, un ex generale dell’esercito americano, che tra le altre cose ha diretto la base americana di Guantanamo a Cuba, finita nel mirino delle associazioni che difendono i diritti dell’uomo per i trattamenti inflitti ai prigionieri. La scelta è ricaduta sul “sergente di ferro” soprattutto per un motivo: a lui Trump ha deciso di affidare le operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina. Allo stesso modo, un uomo che nei prossimi anni potrebbe essere ricordato per il suo impegno contro l’ingresso degli stranieri sul suolo americano è Jeff Sessions, designato Attorney General presso il dipar-


timento di Giustizia. Noto per le proprie posizioni ultra-conservatrici, è finito nel mirino dei media americani (o almeno parte di essi) per un video di una trentina di anni fa, ripescato in occasione della sua nomina. Era il 1986, e Sessions si lanciava in una dichiarazione pubblica sconvolgente: accusò un avvocato bianco di rappresentare una vergogna per la sua “razza”. Ciò perché il legale aveva osato difendere, nel corso della propria carriera, anche alcuni clienti neri. Alla Segreteria di Stato, ovvero al posto di ministro degli Esteri degli Stati Uniti, la casella è stata invece riempita con il nome di Rex Tillerson, che ha fatto rabbrividire le associazioni ambientaliste di tutto il mondo. Per anni, infatti, il manager è stato il numero uno della più grande compagnia petrolifera statunitense, la ExxonMobil. A lui – amico del presidente russo Vladimir Putin e convinto difensore dello sfruttamento delle fonti fossili, a cominciare dal carbone – andrà il più alto e delicato ruolo nell’amministrazione Trump. Sul suo tavolo

Il segretario di Stato è stato per anni il numero uno della più grande compagnia petrolifera americana, la ExxonMobil, amico di Putin e difensore dello sfruttamento delle fonti fossili. La nomina di Rex Tillerson ha fatto rabbrividire le associazioni ambientaliste di tutto il mondo

passeranno le carte dei negoziati sul clima che si terranno nei prossimi anni, a partire dall’appuntamento del prossimo autunno a Bonn per la Cop 23. D’altra parte, lo stesso Trump –in un’intervista rilasciata al New York Times dopo l’elezione – ha affermato senza mezzi termini che il rispetto dell’Accordo di Parigi (che punta a limitare la crescita della temperatura media globale a 2 gradi centigradi entro la fine del secolo) da parte degli Stati Uniti sarà subordinato «al costo che esso comporterà per le imprese americane». Non si tratta di una sorpresa, se si tiene conto che lo stesso nuovo presidente americano, durante la campagna elettorale, aveva definito «una barzelletta» i cambiamenti climatici.

All’Istruzione è stata designata invece Betsy DeVos, moglie del pluri-miliardario Dick DeVos: ultraconservatrice, sostiene da sempre un sistema di educazione basato sugli istituti privati. Il suo posto avrebbe dovuto essere ricoperto però da Ben Car-

son, neurochirurgo in pensione che poi è stato dirottato

al dipartimento per lo Sviluppo urbano, in ragione di alcune sue dichiarazioni considerate “troppo dure” perfino da Trump. L’ex medico aveva infatti spiegato di voler ridurre lo spazio concesso all’Islam nei libri di testo, aggiungendo che quella musulmana «non è una religione». Si è inoltre scagliato contro la teoria evoluzionista e contro quella sull’origine dell’universo. Lo “stratega” estremista

Altro nome che ha fatto saltare in molti sulle sedie è quello di Stephen Bannon, direttore della campagna elettorale di Trump, scelto per ricoprire il ruolo di “capo della strategia”. Un “superconsigliere” che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha già dovuto difendere in più occasioni dall’accusa di avere inclinazioni razziste e legami con gruppi radicali di destra. Prima di entrare nell’entourage del magnate americano, d’altra parta, Bannon è stato proprietario del sito internet Breitbart, un portale d’informazione noto per le posizioni estremiste. Un altro consigliere febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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VENTUNO

speciale “controverso” è il marito della figlia Ivanka, Jared Kushner: il rischio è che la nomina venga contestata in nome della legge “anti-nepotismo”. Inoltre, il parente di Trump è proprietario di aziende attive nel settore immobiliare: la normativa antitrust potrebbe perciò scattare per il pericolo di conflitti d’interesse.

Alla Difesa è stato nominato, senza troppe sorprese, un militare: James Mattis. È il marine che nel 2005 fece discutere il Paese per aver dichiarato che «sparare sulle persone è divertente»

Alla Sicurezza nazionale è stato quindi scelto Michael Flynn, che per 33 anni ha servito l’esercito degli Stati Uniti, guidando tra l’altro le operazioni militari della Na-

to in Afganistan e in Iraq. Accusato di avere posizioni decisamente anti-islamiche, anche lui è annoverato nella lista delle persone vicine a Putin. Alla Salute, poi, c’è Tom Price: chirurgo, è un detrattore convinto delle politiche adottate da Obama in materia di sanità pubblica. In particolare, si è scagliato in passato contro la Obamacare, ovvero la riforma che consente a tutti di poter accedere ad un’assicurazione sanitaria.

Al Commercio Trump ha voluto l’ennesimo miliardario: si tratta di Wilbur Ross,

nager di istituti di credito, Gary Cohn, è stato scelto per presiedere il Consiglio economico. Anche lui ha lavorato a lungo (ben 27 anni, fino a diventare il numero due) presso Goldman Sachs. Mentre alla Difesa va,

senza troppe sorprese, un militare: la scelta è ricaduta su James Mattis. Un marine che nel 2005 fece discutere il Paese intero per aver dichiarato – letteralmente – che «sparare sulle persone è divertente».

Nel riquadro a fianco , alcuni uomini scelti da Trump per affiancarlo nel suo nuovo incarico. Sopra a sinistra, la copertina di Mi Valedor, giornale di strada messicano, dedicata al nuovo Presidente

Il duro colpo (in extremis) di Obama ai petrolieri

Nelle ultime settimane prima dell’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama è sembrato voler rispondere alle posizioni annunciate dal nuovo capo di Stato, in particolare in materia di ambiente. Il presidente Trump ha infatti scelto per un ruolo estremamente importante in tema di ecologia, quello di presidente dell’Environment Protection Agency (Epa, l’agenzia americana deputata alla protezione dell’ambiente), un fervente “climatoscettico”. Si tratta di Scott Pruitt, 48

anni, che il New York Times ha definito «un eroe per gli attivisti conservatori», perché «durante l’amministra-

L’ex Presidente ha disposto un divieto perenne di prospezioni per la ricerca di idrocarburi dall’Alaska alla Florida. Che farà Trump? 58 Scarp de’ tenis febbraio 2017

ex banchiere presso Rotschild e Goldman Sachs. Un altro ex ma-

zione Obama ha riunito in un’alleanza i principali produttori di energia del Paese al fine di respingere le politiche del governo in materia di difesa dell’ambiente». Sulla stessa linea il Washington Post, per il quale la scelta di Pruitt ha rappresentato «un autentico assalto alle scelte assunte negli ultimi anni in materia di lotta ai cambiamenti climatici».

Il nuovo numero uno dell’Epa, infatti, è stato ministro della Giustizia nello Stato dell’Oklahoma (dove il 50% della ricchezza locale è determinata dalla vendita di petrolio). Poltrona che gli ha consentito, ha ricordato il quotidiano francese Le Monde, «di intraprendere una serie di battaglie legali contro le regole introdotte al fine di limitare l’uso delle fonti fossili». Ciò, ha aggiunto il giornale, «lo hanno fatto divenire in breve il braccio armato delle compagnie petrolifere». In un articolo firmato sulla Na-


(photo: courtesy of INSP)

Un divieto pesante, quello sancito da Obama. Non si potrà effettuare alcuna ricerca di idrocarburi sulle coste degli Oceani Artico e Atlantico

SCHEDA

tional Review, inoltre, Pruitt ha scritto che «gli scienziati continuano ad essere in disaccordo sul grado e l’estensione del riscaldamento climatico, nonché sul suo possibile legame con le attività umane. Questo dibattito dovrebbe essere incoraggiato, dalle scuole fino al Congresso. Non possiamo tacere, e dissentire non è un crimine».

Di fronte ad una scelta di tale rottura, non sembra un caso che Obama abbia deciso di operare una decisione storica e che, almeno sulla carta, potrebbe essere “definitiva”. In accordo con il governo del Canada, l’ex presidente ha disposto infatti un divieto «perenne» di prospezioni alla ricerca di idrocarburi sulle coste degli oceani Artico e Atlantico, che va dall’Alaska fino alla Florida. La decisione è stata assunta sfruttando una legge del 1953, l’Outer Continental Shelf Lands Act, che concede al capo di Stato il potere di proteggere le acque federa-

li dalle ricerche di gas e petrolio. Michael Brune, direttore dell’associazione ambientalista Sierra Club, ha accolto la notizia con grande soddisfazione: «Queste misure – ha spiegato – impediranno alle prossime amministrazioni di distruggere le acque e le coste». Il riferimento è ai vari disastri avvenuti negli ultimi decenni dall’Alaska al Golfo del Messico.

Il problema, però, è che sulla decisione di Obama grava comunque il rischio di ricorsi. Basti pensare al precedente di Bill Clinton: negli anni novanta l’allora presidente americano aveva utilizzato la stessa legge del ’53 per disporre una serie di divieti alle prospezioni petrolifere. Il suo successore George W. Bush riuscì però a farli annullare grazie ad una battaglia giudiziaria. Trump proverà ad utilizzare la stessa tattica? febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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INCONTRI

LABORATORI

AUTOBIOGRAFIE

CALEIDOSCOPIO

Daniela ha sempre sognato di prendere la sua chitarra e partire. Ora ha un contatto con un talent scout e un sogno da coccolare

Daniela, la ragazza con la chitarra in mano Daniela è una persona che attende. Attende di riuscire a realizzare i suoi sogni attraverso la musica. «Ho trentadue anni – racconta – e ogni momento della mia vita è legato a un attimo in cui ho suonato o cantato. Prima la chitarra, poi il pianoforte, le percussioni in generale, l’armonica e ora il flauto traverso, tutto da autodidatta». Le chiedo da quanto tempo suona on the road e sorridendo risponde: «Ho sempre pensato che un giorno avrei lasciato tutto e sarei partita con la mia chitarra e mi sarei fermata per strada. Quando pagano il mio tempo per lavorare è una soddisfazione dal punto di vista economico ma quando le persone per strada si fermano ad ascoltarmi, questo vale molto di più di tutti i cachet che potrò mai ricevere per futuri ingaggi». Ha anche un contatto con un talent scoutdi cui però non dice nulla perché «i sogni, finché non si realizzano, vanno custoditi gelosamente». Napoletana di origine le chiediamo un giudizio sul suo periodo meneghino: «Non ho mai suonato a Milano senza Antonio Vanzillotta il sole, una sensazione di accoglienza». Facebook daniela.picciau03 febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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Nelle foto due scatti di Mimmo Iodice che fanno parte della mostra «L’attesa 1960-2016» andata in scena al Museo Madre

PAROLE

Lo sguardo sognante di un fotografo che racconta

“L’attesa” di Mimmo Iodice, se l’immagine diventa poesia A Napoli il Museo Madre ha presentato una retrospettiva di Mimmo Iodice dal titolo “L’attesa 1960-2016”, con prefazione di Carlo Levi e schede di Roberto De Simone. Mimmo Iodice è un fotografo molto conosciuto, è nato a Napoli il 24 marzo 1934 nel rione Sanità. Il suo viaggio è cominciato negli anni ‘50 mentre le prime esposizioni risalgono agli anni ‘60 grazie al grande e mai dimenticato gallerista Lucio Amelio. Di lui si ricordano anche le collaborazioni con Andy Warhol, Sol LeWitt, Michelangelo Pistoletto e Alberto Burri. Nel 2003 è stato il primo fotografo a ricevere il premio Antonio Feltrinelli dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Nel 2006 l’Università Federico II di Napoli gli ha conferito la laurea honoris causa in architettura. Il linguaggio fotografico di Iodice è semplice, quindi universale, riesce ad arrivare a tutte le persone di ogni ceto e condizione sociale. L’Attesa è una ricerca continua nell’affascinante mondo dell’uomo, raccontato in 100 opere dedicate alla città di Napoli. Molte mostrano come era la città negli anni ’60 e ’70 e le sue tradizioni (canti e feste popolari). Ma non solo. Con il suo obbiettivo Mimmo Iodice ha trasformato delle immagini in denuncia sociale, documentando il lavoro minorile, le condizioni precarie di chi vive in carcere, il degrado delle periferie urbane della città di Napoli. Sono veramente opere fantastiche e valgono più di mille parole. Questa è la forza della fotografia: far trasparire da ogni scatto una storia diversa. Mimmo Iodice ha saputo cogliere i momenti della vita quotidiana in epoche diverse e ha saputo legare a ogni scatto un’emozione Luciano D’Aniello e uno sguardo diverso. 62 Scarp de’ tenis febbraio 2017

PAROLE

Il tram di Lisbona, vecchio attrezzo che mi assomiglia Un pomeriggio estivo afoso, senza sole, senza ombre, quasi senza calore, che a Lisbona certo abbonda; una curva di una strana via che scende e sale, un tram immobile come se dopo la discesa non potesse più continuare in salita. Non un’anima che dia vita a questa foto di Mimmo Iodice. C’è tutta una serie di sue foto al Madre, chiamata Attesa, e in molte si avverte un possibile cambiamento. Ma il tram è fermo e nessuno sta arrivando a schiodarlo da lì. Alla fine capisco che quel tram sono io, stanco di discese e salite, stanco di essere usato da passeggeri che mi insozzano; stanchissimo di portare a compimento le loro attività senza che si preoccupino della mia destinazione. Bruno Limone

Viso angelico, sguardo sognante; in questo viso c’è la profondità della sua anima, del suo cuore. Il suo sguardo racconta mille storie, guarda lontano sognante, verso qualcosa di meraviglioso. Il suo viso è di una dolcezza unica, guardandolo è come se ne accarezzassi i contorni. Esprime serenità e delicatezza. I suoi capelli sono belli, è come se guardassi le onde del mare che si intrecciano e si ritrovano. I suoi occhi raccontano storie incantate che soltanto loro hanno visto e vissuto. Guardandoli e riguardandoli ti portano in un mondo lontano dove nessun altro poteva andare. I suoi occhi sono di un azzurro meraviglioso. Azzurri come il cielo sereno d’estate. Non c’è bisogno di vedere tutto il suo volto per capirne la profondità. Sapete una cosa? Ci ho pensato, e guardando meglio, questo volto racconta una storia, la storia delle mani di un artista che l’hanno creato e formato. Un artista che ha saputo trasmetterci un messaggio, donando tanta dolcezza a questo viso. L’ho guardato e riguardato e mi era quasi impossibile staccare lo sguardo. Mi sembrava un volto vivo: si rimane affascinati e sognanti davanti a quest’opera d’arte. Denisa Valutano


NAPOLI

Le rughe di una città come Napoli raccontate e descritte in bianco e nero Raccontare le miserie e le bellezze di Napoli con un unico grande sguardo. Questa la magia messa in scena da Iodice Ho sempre apprezzato il bianco e nero. Il bianco è il colore della luna non ancora piena, della prima comunione, della giovane che va sposa, il colore dei gigli in fiore, delle Dolomiti innevate, del latte materno. Il nero è il colore dell’eleganza, dei frac, della Foresta Nera; ma anche il colore del lutto, del dolore, di rispetto per chi non c’è più. Nelle foto i due colori ti danno una sensazione retrò, forse, sarò un passatista, ma i ricordi delle vecchie cartoline che amici e parenti spedivano da posti a me sconosciuti avevano il potere di farmi stare lì. La mostra retrospettiva ospitata nel Museo Madre del fotografo partenopeo Mimmo Iodice, è la prova tangibile che i due colori resistono nel tempo. La bellezza si spiritualizza nel bianco e nero, e la splendida mostra di Iodice lo ha dimostrato. Artista poliedrico, estroverso, ironico e drammatico. Da molti anni Iodice scruta l’universo umano, ed ancora oggi, nonostante la tarda età, lo fa con la leggerezza e la curiosità di un bambino a cui hanno regalato la prima macchina fotografica. Se fosse uno scrittore, sarebbe un Italo Calvino, un ragno che tesse la tela, un novello Pindaro. Mimmo (chiedo scusa per la confidenza) è una delle tante eccellenze napoletane noto in tutto il mondo. Esportiamo intellighentie non dimentichiamolo. Le foto scorrono una ad una, sono piccoli film, racconti, storie vere che il bianco mette ancora di più in risalto. I due colori non accettano finzioni. Gli scugnizzi scalzi, eppur sorridenti nonostante le privazioni, le

compagne e i compagni in corteo, “incazzati”, per difendere il diritto al lavoro, i consigli di fabbrica atti alla rimozione dei caporali. Gli uomini rei, affacciati alle finestre della galera. I volti rugosi di ragazzine già adulte. Le deformatio fisiche e mentali. Le spiagge cittadine prese d’assalto da abitatori di tuguri in cerca di fresco: bagnarsi, per non pensare. Le feste di piazza per omaggiare il santo di quartiere. La sofferenza sui volti degli anziani, quella per aver attraversato e non conosciuto una vita normale. Le periferie distruttive, i ghetti, le asocialità, le case sgarrupate. Uno splendido film in bianco e nero. Aldo Cascella

VICENZA

La nuova vita di Federica: «La vita non è così dura quando puoi contare su delle amiche “angeliche”» Mi chiamo Federica e da tempo sono una venditrice di Scarp. Qualche mese fa dall’Albergo cittadino, struttura d’emergenza del comune di Vicenza, mi hanno trasferito in un appartamento di sgancio. Appena arrivata nella nuova abitazione ho chiesto a Elisabetta, una volontaria, se avesse un pentolino da regalarmi, anche vecchio, per il tè. Mi ha risposto: «Ti regalo pentolino e tazza, ma nuovi. Fa freddo, e sono utili per scaldarsi». Un giorno mentre aspettavo la fine della messa per vendere Scarp ho visto sul banco di un mercatino una bellissima borsetta a forma di bambola con le treccine e una faccina tanto carina. Mi sono detta: è mia, devo averla. Avevo abbastanza soldi per comperarla. Invece no, è arrivata MariaPia: mi ha vista e si è fermata a parlare. Le ho spiegato cosa stavo per fare, ma è stata lei a comprarla. Per me. Un altro giorno incontro Miriam che mi dice: «Voglio inaugurare la tua nuova stanza con un regalo: cosa ti manca? Hai le le lenzuola?». Siamo andate insieme in negozio e abbiamo trovato quelle giuste, proprio belle. Sono con la bici a mano lungo la strada e incontro Oriana. Le spiego che sto andando a comperare una padella per cucinare. «Te la regalo io». Anche stavolta ho provato a dire che non serviva, ma lei ha insistito. Che felicità possedere una padella, ora posso anch’io cucinare le zucchine. Quest’estate ho incontrato Linda al mercato di piazza dei Signori, stavo guardandomi intorno per comprare un vestito leggero. Linda mi ha offerto la colazione e poi mi ha accompagnato tra i banchetti. Quando abbiamo individuato il capo giusto non ne ha voluto sapere e mi sono ritrovata con un vestito nuovo senza aver speso nulla. Tutte queste sono amiche che ho conosciuto grazie alla vendita di Scarp e al progetto teatrale della redazione di Vicenza: Elisabetta volontaria Caritas frequenta la nostra redazione e fa servizio al centro diurno San Faustino; Pia in ospedale assiste i bambini malati; Miriam pensionata aiuta la mamma anziana e promuove informazione e solidarietà verso il popolo palestinese. Oriana, la conoscono tutti, è famosa, tra i bambini, tra gli adulti e gli anziani, perché ha sempre una parola buona, lavora in un panificio. Linda insegnante in pensione aiuta la mamma anziana. Mi capita che anche persone sconosciute insistano per farmi regali inaspettati. Mi spiegano che mi hanno visto sul palco, quando recito nel Diario di strada insieme agli altri collaboratori della redazione: loro mi conoscono, io non le avevo notate. Nella vita puoi incontrare persone come le mie amiche, arrivate nella mia giornata come degli angeli. Federica Tescaro febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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CALEIDOSCOPIO

Specchio d’eternità Anche il tempo commosso ad ammirar si ferma nei tuoi occhi sublimi la sua immagine eterna com’un lampo notturno sullo specchio del cielo sfocia nella luce durevole di stelle. L’idea della bellezza dalla mente divina nei tuoi occhi discende, nelle sue forme belle com’un raggio di sole versa il suo fiume d’oro nel calice di un’onda con armonia profonda. Pietro Pizzichemi

Essere liberi Essere liberi significa esprimere la propria idea Essere liberi significa sognare di guardare il cielo Essere liberi significa guardare il cielo pieno di neve Essere liberi significa uscire a fare una corsa E riscaldarsi.. Monica Esposito

Libertà Libertà è come un passero che vola libero Libertà è come un albero che cresce Libertà è come il respiro che corre nel cielo e nell’aria Umberto D’Amico

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Trent’anni di cooperativa Alfa, pazzia che ha salvato 200 persone di Salvatore Couchoud

Sembrerà inverosimile, ma a Como opera da decenni, e con risultati di eccellenza, una cooperativa no profit che nessuno conosce. Si tratta della cooperativa sociale Alfadi Lomazzo, sorta nel 1986 per aiutare soggetti definiti “a rischio” che in paese venivano solitamente evitati quasi fossero appestati o lebbrosi, in quanto tossicodipendenti e recidivi in materia di furtarelli e piccoli raggiri. Attualmente la cooperativa serve ben 25 comuni e 21 privati, con i suoi 97 soci lavoratori e i suoi 9 soci volontari, e nel trentennio appena consegnato agli archivi vanta un bilancio a dir poco encomiabile: sono infatti più di 200 le persone salvate, e non è un modo di dire, nel senso che sono state sottratte al circuito della droga per essere impiegate full time nell’azienda Lu-Ve di Iginio Liberali, specializzata nella produzione di scambiatori di calore (grandi frigoriferi), che agli inizi del Duemila ha incorporato la benemerita cooperativa. «Ricordo lo scetticismo e le risatine che ci accompagnarono quando partimmo, nel lontano 1986 –rievoca il presidente Antonio Gervasio – e rammento soprattutto il fatto che tutti ci presero per matti. E a ragione. Solo un matto come il sottoscritto avrebbe potuto unirsi ad altri matti per dar vita a una struttura solidale che offrisse lavoro a quel gruppetto di tre o quattro tossicodipendenti che bighellonavano e rubacchiavano nel territorio, cominciando con qualche parete da imbiancare e qualche staccionata da verni-

ciare». Più tardi seguirono alcuni piccoli appalti comunali, i contatti con i primi Sertche nascevano proprio allora, la collaborazione con l’associazione Il Gabbiano, che ha impartito ai volontari lezioni teorico-pratiche sul mondo della droga che sono state utilissime. «Negli anni– continua Gervasio – ci siamo a tal punto sviluppati che ora aiutiamo anche altre categorie svantaggiate, come i soggetti psichiatrici e gli ex detenuti. Ora più nessuno ci ride addosso, ma la fama di matti non ce l’ha mai tolta nessuno». Sarà forse per non smentire questa fama che anche il libretto celebrativo dei trent’anni di Alfa, polifonia di cinque racconti scritti da Marco Rava, Cristina Tagliabue, David Zampieri, Cecco Bellosi e Antonio Gervasio è intitolato Come le scarpe nel frigorifero, è provocatorio, paradossale e matto dalla prima all’ultima riga. Ma è anche un’occasione forse irripetibile per dare finalmente un po’ di legittima “visibilità” a questa cooperativa che silenziosamente ha seminato e silenziosamente ha raccolto lontano dalla luce dei riflettori per tanto tempo, proprio in un’epoca come la nostra dove normalmente si strombazzano anche le più ignobili e insulse sciocchezze. Tra l’altro il ricavato della vendita (il libro costa 12 euro) andrà totalmente in beneficenza, il che non guasta e non contraddice la tendenza degli operatori di Alfanel “lavorare in perdita”, come del resto i “matti” sanno fare benissimo. Sarebbe il giusto premio, almeno sul piano simbolico, per un gruppo di persone che ha osato quello che nessuno immaginava potesse diventare possibile.


SCIENZE

Il Kamut è un marchio usato per il Khorasan, un grano poco diffuso in Europa ma molto simile a quello che usiamo

Kamut, quando un marchio vende normalissimo grano di Federico Baglioni

Da qualche anno si sta diffondendo il consumo di un particolare grano antico, chiamato Kamut, che avrebbe proprietà benefiche e permetterebbe di evitare fastidiose allergie e intolleranze. Molte di queste informazioni però non sono corrette.

scheda Federico Baglioni Biotecnologo, divulgatore e animatore scientifico, scrive sia su testate di settore (Le Scienze, Oggi Scienza), che su quelle generaliste (Today, Wired, Il Fatto Quotidiano). Ha fatto parte del programma RAI Nautilus ed è coordinatore nazionale del movimento culturale “Italia Unita Per La Scienza”, con il quale organizza eventi contro la disinformazione scientifica.

Innanzitutto il Kamut non è un tipo di grano, bensì un marchio, come fosse la Coca Cola. Il grano di cui si parla è invece il Khorasan, un grano simile a quello che usiamo noi, ma poco diffuso dalle nostre parti. Tutto ha inizio dopo la seconda Guerra Mondiale quando, si narra, che un agricoltore americano fosse riuscito a far germogliare chicchi di un grano antico trovati vicino a un’antica tomba egizia. Alla fine degli anni Settanta l’agricoltore Bob Quinn recuperò quei semi e nel 1989 decise di registrare quella varietà con un nome che richiamasse l’Egitto, Kamut, per l’appunto. Quali sono le sue caratteristiche?

È davvero così salutare? A conti fatti, però, il grano Khorasan è un grano rustico, adatto soprattutto per la pasta, facilmente digeribile. Ha un alto contenuto proteico e discrete quantità di vitamine del gruppo A, ma non ha nulla da invidiare a tanti grani di nicchia italiani, meno blasonati e sicuramente più “ecosostenibili”. Attenzione poi a non cadere in trappole pericolose: il fatto che sia un grano digeribile non significa che sia privo di glutine e quindi adatto ai celiaci. Il Khorasan, infatti, non solo contiene glutine, ma ne contiene anche in quantità piuttosto elevate, spesso di più di tanti grani “convenzionali”. In conclusione, quindi, il Kamut non è un grano ma un marchio, ha proprietà interessanti, ma non certo leggendarie. Il prezzo molto più alto rispetto ad altri prodotti è determinato dal marketing. Ciò non toglie che non vi sono controindicazioni e che si è liberissimi di comprarlo, basta non farsi troppe illusioni.

Voci segrete Il mare nel suo fascino del suo misterioso silenzio, continua a sussurrare voci segrete, suoni che si spandono nell’etere e diventano musiche dolci di un melodioso concerto, armonie di una notte d’incanto, mentre l’onda spumeggiante si frange sugli scogli. Gocce di una seducente luna indorano la spiaggia creando una fantasiosa suggestione di luci e ombre. Una dolce brezza sfiora il mio corpo e schizzi di salsedine pungono acri il mio viso. Ascolto quel silenzio che mi carezza l’anima mentre luci lontane sfavillano nel firmamento. Lacrime di stelle inattese quitano la mia anima. Gaetano “Toni” Grieco

febbraio 2017 Scarp de’ tenis

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Le persone in stato di difficoltà a cui Scarp de’ tenis ha dato lavoro nel 2016 (venditori-disegnatori-collaboratori). In 20 anni di storia ha aiutato oltre 800 persone a ritrovare la propria dignità

IL VENDITORE DEL MESE

Agostino è finalmente tornato a sorridere. Dopo aver sconfitto la malattia del gioco ora guarda al futuro

Agostino Con Scarp un lavoro vero: «Finalmente non gioco più» storia raccolta da Stefano Neri

info

Nel 2016 la redazione genovese di Scarp ha dato lavoro a 5 venditori che si sono attivati sulle 40 parrocchie che collaborano alla buona riuscita del progetto. Nel 2016 è stata raggiunta una media di 575 riviste vendute ogni mese

66 Scarp de’ tenis febbraio 2017

GENOVA

Ora posso condividere con i lettori di Scarp la mia vita, e per me è difficile, perché è la prima volta che mi racconto scrivendo. Mi presento: mi chiamo Agostino Calice, sono nato a Potenza, ma dai sei mesi di vita sino a tre anni fa ho vissuto a Varese. La mia infanzia e la mia adolescenza le ho rimosse, e non mi ci soffermo. Nel 1996 mi sono sposato e fin qui tutto bene. Nello stesso periodo mi sono ammalato (perché così bisogna definire il mio male, una malattia). Ho iniziato a giocare alle slot machine. Questa terribile malattia cancella la tua identità; è come se fossi solo un involucro, all’interno il vuoto. Il 2000 fu l’anno della separazione. In più, nel 2004, la ditta in cui lavoravo da 18 anni ha chiuso i battenti. Iniziai così il lavoro precario tramite agenzie interinali. Il gioco si era impossessato di me. I soldi a disposizione erano sempre meno, e cominciarono anche piccoli guai con la giustizia. Per giocare serve denaro. In seguito arrivò lo sfratto esecutivo dall’appartamento in cui

abitavo. Le vere umiliazioni, la vergogna, il freddo e la voglia di rifarmi una vita mi hanno portato a prendere una decisione, che in seguito si sarà rivelata giusta: partire. Così, senza un euro in tasca, in spalla uno zainetto arancione contenente un cambio e qualche effetto personale. Senza biglietto son partito con il treno. Arrivo a Genova. All’inizio ho vissuto per strada, poi un giorno, in una mensa per i poveri, mi è stato indicato un centro di ascolto della Fondazione Auxilium. Qui sono stato subito accolto. Grazie agli operatori e agli educatori ho iniziato un cammino, a detta loro buono. Dimenticavo la cosa più importante: io, il 12 agosto 2013, grazie ad un topolino ho smesso di giocare». *** Questo è Agostino. Persona sensibile che sta cercando di uscire allo scoperto, per trovare serenità. Da circa due anni è venditore di Scarp. Mettendo passione e dedizione. Sempre propositivo (suo lo stimolo a scrivere). Ha chiuso l’anno appena trascorso con il botto, vendendo moltissime copie.


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