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TRENTINI

MONDO

nel

MENSILE DELL’ASSOCIAZIONE TRENTINI NEL MONDO onlus ADERENTE ALLA F.U.S.I.E

3/2016

Foto Gianni Zotta/Archivio Vita Trentina

Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Trento - Taxe Percue

anno 59°

Mons. Lauro Tisi, salutato da una grande folla, sta per entrare nel Duomo di Trento dove il 3 aprile è stato ordinato Vescovo.


CIRCOLI, DELEGAZIONI E FEDERAZIONI/COORDINAMENTI DI CIRCOLI dell’Associazione Trentini nel Mondo - onlus

Coordinamenti Argentina, Australia, Benelux, Bosnia, Brasile, Canada, Cile, Germania, Messico, Paraguay e Uruguay Argentina - 57 circoli - 1 delegazione Alta Gracia, Avellaneda, Azul, Bahia Blanca, Bariloche, Buenos Aires, Catamarca, Chajarì, Chilecito, Colonia Tirolesa, Concepción del Uruguay, Concordia, Cordoba, Cordoba Sud, Corrientes, Corzuela, Cruz del Eje, Formosa, General Roca, General San Martín, La Carlotta, La Plata, La Toma, Lanteri, Las Breñas, Machagai Plaza, Makallè, Malabrigo, Malagueño, Mar del Plata, Mendoza, Olavarria, Pampa del Infierno, Presidente Roque Sáenz Peña, Puerto Tirol, Quitilipi, Reconquista, Resistencia, Río Cuarto, Romang, Rosario, Salta, San Jaime, Sampacho, San José (Depto. Colon), San Nicolas de los Arroyos, Santa Fé, Santa Rosa de la Pampa, Tandil, Tucuman, Venado Tuerto, Viedma, Villa Carlos Paz, Villa General Belgrano, Villa Ocampo, Villa Regina, Zárate - Comodoro Rivadavia Australia - 8 circoli - 2 delegazioni Adelaide, Canberra, Mackay, Melbourne, Myrtleford, Perth, Sydney, Wollongong - Tasmania, Townsville Belgio - 4 circoli - 1 delegazione Bruxelles, Charleroi, La Louviére, Liegi – Limburgo Bolivia La Paz

- 1 circolo

Bosnia - 3 circoli Sarajevo, Stivor, Tuzla Brasile -

Canada - 5 circoli Alberta, Montreal, Toronto, Vancouver, Windsor & Detroit Cile - 3 circoli Copiapò, La Serena, Santiago Colombia Bogotá

- 1 circolo

Danimarca Copenaghen

- 1 circolo

Federazioni ITTONA (Canada e Stati Uniti) Messico - 13 circoli - 1 delegazione Aguas Calientes, Citlatepetl, Città del Messico, Colonia Manuel Gonzalez, Colonia Manuel Diez Gutierrez, Cordoba, Huatusco, Monterrey, Puebla, San Luis de Potosí, Tijuana, Veracruz, Xalapa - Cuernavaca Paraguay - 10 circoli Asunción, Atyrà, Caacupé, Caaguazù, Concepción, Fernando de la Mora, Lambaré, Luque, Paso Barreto, San Pedro Ycuamandiyù

Ex emigrati - 3 circoli Australia, Stivor (BIH), Svizzera

Peru Lima

Francia - 3 circoli Grenoble, Lorena, Parigi

Portogallo Portogallo

Germania - 7 circoli - 1 delegazione Colonia, Dortmund, Friedrichshafen, Monaco, Norimberga, Reno Neckar, Stoccarda – Berlino

Romania Romania

Gran Bretagna - 1 circolo - 1 delegazione Londra - Manchester Italia - 13 circoli Biella; Borgosesia; Brescia; Bresciani amici del Trentino; Como; Famiglia Trentina di Roma; Friuli; Milano; Pontino; Predazzani nel Mondo; Roma; Società Americana di Storo; Trieste Lussemburgo Lussemburgo

- 1 circolo

62 circoli

Ascurra, Belo Horizonte, Bento Gonçalves, Blumenau, Brusque, Caxias do Sul, Colatina, Coronel Pilar, Corupà, Curitiba, Divino di Laranjeiras, Encantado, Erexim, Florianopolis, Garibaldi, Gasparin, Gramado, Guaramirim, Indaial, Jahú, Jaraguà do Sul, Joinville, Jundiaì, Laurentino, Londrina, Luzerna, Nereu Ramos, Nova Brescia, Nova Trento, Ouro Fino, Passo Fundo, Pedrinhas Paulista, Piracicaba, Porto Alegre, Presidente Getulio, Rio de Janeiro, Rio do Oeste, Rio do Sul, Rio dos Cedros, Rodeio, Salete, Salvador, São Paulo, Sananduva, Santa María, Santa Olímpia, Santa Teresa, Santa Tereza do Rio Taquarì, São Bento do Sul, São João Batista, Sao Miguel do Oeste,São Sepe, São Valentim do Sul, Taiò, Tapejara, Trentin, Três de Maio, Tucunduva, Venda Nova do Emigrante, Veranòpolis, Vitoria, Xanxerè

L’elenco è consultabile (completo con indirizzi e nomi dei presidenti) sul nostro sito internet: www.trentininelmondo.it

- 1 circolo

Serbia Indija

- 1 circolo

- 1 circolo

- 1 circolo

Stati Uniti - 21 circoli Alliance, Chicago, Cleveland, Denver, Hazleton, Milwaukee, Minnesota, New England, New York, Norway, Ogden, Pittsburgh, Readsboro, San Francisco, Solvay, South Alabama, South East Pennsylvania, Southern California, Washington, Wyoming Sud Africa - 2 delegazioni Pretoria, Cape Town Svizzera - 8 circoli Amriswil, Basilea, Sciaffusa, Ticino, Winterthur, Zofingen, Zug, Zurigo Uruguay - 5 circoli Carmelo, Cerro Largo, Colonia del Sacramento, Montevideo, Rivera (S. Ana do Livramento - BR) Venezuela Caracas

- 1 circolo


EDITORIALE

Pagina 2-3 CITTADINANZA: LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI ROMA Pagine 4-5 LA MOSTRA «SOTTOTERRA» Pagine 6-7 IL PITTORE DEI MINATORI Pagina 8 ORDINATO IL NUOVO VESCOVO Pagine 9-11 GENTE E FATTI Pagine 12-13 GIOVANI OLTRECONFINE: CAMILLA BERNARDI (VIETNAM) Pagina 14 TRENTINO “SUPER” Pagine 15-17 CIRCOLI (Jau, Rodeio, Toronto, Sydney, Chaco, Santa Fe) Pagine 18-19 DALLE VALLI Pagine 20 -21 LORENZO FRACCHETTI Pagine 20 -21 EMIGRAZIONE IN BELGIO

ASSOCIAZIONE TRENTINI NEL MONDO O.n.l.u.s. Presidente Alberto Tafner

Direttore Anna Lanfranchi

TRENTINI NEL MONDO Mensile dell’Associazione Trentini nel Mondo aderente alla F.U.S.I.E Direzione, amministrazione e redazione

Via Malfatti, 21 - 38122 TRENTO Tel. 0461/234379 - Fax 0461/230840 sito: www.trentininelmondo.it e-mail:info@trentininelmondo.it Direttore responsabile Maurizio Tomasi Comitato editoriale G. Bacca, C. Barbacovi, F. Casagrande, B. Cesconi, C. Ciola, M. Dallapè, P. Dalla Valle, A. Degaudenz, E. Formilan, B. Fronza, L. Imperadori, A. Lanfranchi, E. Lorenzini, A. Maistri, S.Margheri, G. Michelon, N. Paulus, L. Pontalti, F. Pisoni, S. Regazzola, V. Rodaro, P. Rossi, G. Sbetti, A. Tafner, D. Zatelli, G. Zorzi Hanno collaborato: R. Barchiesi - S. Corradini - G. Degasperi F. Bocchetti Autorizzazione del Tribunale di Trento n. 62 - 6 febbraio 1958 STAMPA: Grafiche Dalpiaz srl Ravina di Trento (TN) Quote di adesione: Italia: Euro 20,00; Europa; Euro 20,00 Sud America: Euro 20,00; Nord America e Australia: Euro 25,00 Socio - Euro 30,00 Conto corrente postale n. 12509386 N. 3 MARZO 2016 Stampato il 12 aprile 2016

In copertina: un momento dell’ordinazione del nuovo Vescovo. (Foto G. Zotta/Vita Trentina)

SONO PRESENTI IN QUASI TUTTO IL MONDO E POSSONO FAVORIRE L’INTERNAZIONALIZZAZIONE

I Circoli, un potenziale immenso per l’intera comunità trentina

P

iù volte nel corso di questi ultimi anni abbiamo affrontato il tema di una crisi globale che va ben oltre il pur importate aspetto economico. Intendiamo continuare a farlo, pur nella consapevolezza dell’influenza relativa che possiamo avere sulle decisioni che la politica ed il potere in generale stanno prendendo (o dovrebbero prendere) perché siamo convinti che ognuno di noi deve assumersi quella parte di responsabilità che gli compete nella gestione del bene collettivo. La Trentini nel Mondo si dice convinta che, proprio in momenti difficili come quello che stiamo attraversando, è più che mai necessario che i trentini si sentano una Comunità unita e consapevole. E su questo vogliamo continuare a ragionare. Riteniamo infatti che uno dei compiti di un’Associazione internazionale come la nostra sia anche quello di mettere in circolazione ragionamenti e idee positive che contribuiscano ad abbattere barriere e preconcetti dannosi: primo fra tutti quello che fa considerare la gestione pubblica come una cosa che riguarda “gli altri”. C’è un vecchio detto trentino che recita «cosa del Comun, cosa de nessun». Ebbene ci sembra che sia arrivato il momento di cambiare registro e si torni a pensare come delle persone civili, senza lasciarsi andare passivamente alle emozioni della pancia come molti (magari per una manciata di voti in più) oggi istigano a fare. Riflessioni, idee e proposte devono stare alla base di un ragionamento che ci faccia arrivare ad una visione complessiva del ruolo che la Trentini nel Mondo può ricoprire all’interno del quadro di una internazionalizzazione sempre più diffusa, ma anche sempre più confusa. Per dare un senso, anche pratico, alle parole che andiamo ripetendo, da quest’anno ad esempio l’Associazione ospita fisicamente alcune sedi diplomatiche riconosciute dalla Farnesina come il Consolato Onorario della Polonia e quello della Romania.

Foto Luciano Imperadori

SOMMARIO

La rete di amicizia e di collaborazione creata in quasi 60 anni è un patrimonio che l’Associazione può mettere a disposizione del Trentino e di tutti i trentini e costituisce un motore capace di mettere in movimento scambi utili alla reciproca crescita, al miglioramento delle reciproche conoscenze sia sul piano culturale che su quello economico Abbiamo inoltre aperto una linea di collaborazione con il Consolato Onorario del Cile e quello della Russia mentre l’Argentina ha scelto la nostra sede quale punto di incontro e di collaborazione per il Consolato Generale itinerante di Milano. Si tratta di un impegno istituzionale e di una collaborazione internazionale che dà concretezza al ruolo che viene riconosciuto nel mondo alla nostra Associazione e che intendiamo continuare a perseguire. All’interno del Consiglio di amministrazione inoltre, da qualche tempo è nato spontaneamente un gruppo che sta lavorando fattivamente all’idea di rinnovo della Trentini nel Mondo alla luce di una realtà che cambia sempre più velocemente. Ma il ruolo che più ci rende

Sempre in tema di internazionalizzazione l’Associazione ospita fisicamente in via Malfatti le sedi del Consolato onorario della Romania e quello della Polonia 1

fieri e ci rende unici, è quello che abbiamo instaurando con i Circoli Trentini nell’arco di quasi 60 anni. Oggi la Trentini nel mondo può contare su una rete di Circoli Trentini organizzati e articolati in tutto il mondo che costituiscono un potenziale immenso per l’intera Comunità Trentina. Questa rete di amicizia e di collaborazione rappresenta un patrimonio che la nostra Associazione può mettere a disposizione del Trentino e di tutti i trentini e costituisce un motore capace di mettere in movimento scambi utili alla reciproca crescita, al miglioramento delle reciproche conoscenze sia sul piano culturale che su quello economico. Per arrivare a rendere pienamente operativa questa rete è necessario però lavorare ancora parecchio affinché i vari Circoli (ma anche molte persone che hanno il compito di gestire il Trentino) si abituino a considerarsi parte integrante di un sistema diffuso e si rendano pienamente conto della potenzialità che questo tipo di collaborazione reciproca può offrire all’intera Comunità Trentina. Alberto Tafner 3 - 2016


AGENDA Il 23 marzo è stata pubblicata la sentenza n° 6015/2016 emessa dal Tribunale civile di Roma in tema di cittadinanza, che è stata accolta con grande soddisfazione dall’Associazione Trentini nel mondo

Anche ai discendenti delle emigrate trentine può essere trasmessa la cittadinanza italiana Il 23 marzo è stata pubblicata la sentenza n° 6015/2016 emessa dal Tribunale civile di Roma in tema di cittadinanza, che è stata accolta con grande soddisfazione dall’Associazione Trentini nel mondo, poiché riconosce la fondatezza di una tesi da sempre sostenuta dall’Associazione, e cioè che la cittadinanza italiana può essere trasmessa anche per linea femminile ai discendenti di trentini emigrati prima del 1919. È stato questo il tema al centro della conferenza stampa che si è svolta il 31 marzo presso la sede della Trentini nel mondo, alla quale hanno partecipato (da sinstra nella foto) l’avvocata Giovanna Frizzi, Edvard Cucek e il presidente dell’Associazione, Alberto Tafner. La sentenza è frutto della «causa pilota» che la Trentini nel mondo ha avviato dopo che il Ministero degli Interni aveva respinto la domanda di riconoscimento della cittadinanza italiana, presentata da Edvard Cucek in base alla legge 379/2000. Secondo la Trentini nel mondo quel diniego configurava la violazione di un diritto. Dopo quasi cinque anni dall’avvio della causa, è arrivata la sentenza del Tribunale di Roma che ha dichiarato Edvard Cucek «cittadino italiano».

La sentenza è frutto della «causa pilota» avviata dall’Associzione dopo che il Ministero degli Interni aveva respinto la domanda di riconoscimento della cittadinanza presentata da Edvard Cucek, cittadino bosniaco di origini trentine, in base alla legge 379/2000 sferisce in Trentino con la moglie Dijana, per costruirsi una nuova vita. Appena arrivato, presenta domanda di riconoscimento della cittadinanza italiana in base alla legge 379/2000, per non vivere come straniero nella terra che fu dei suoi avi, per rivendicare un diritto che considerava legittimo, perché voleva rivendicare la sua appartenenza anche alla comunità

Trentino faceva parte dell’Impero Austroungarico, di richiedere la cittadinanza italiana. LA VICENDA DI EDVARD CUCEK

Dopo essere sopravvissuto alla terribile guerra in Jugoslavia, nel 2005 Edvard Cucek, cittadino bosniaco di origini trentine, si tra-

Gli articoli apparsi sui quotidiani locali

COSA PREVEDE LA LEGGE 379/2000

Nel 2000 fu approvata la legge 379, fortemente voluta dalla Trentini nel mondo. La legge, rimasta in vigore fino al 2010, consentiva ai discendenti degli emigrati partiti dal Trentino prima della fine della Prima Guerra Mondiale, cioè quando il 3 - 2016

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trentina e italiana. Per poter presentare la domanda aveva ricostruito la sua discendenza a partire dal bisnonno Vittorio Emanuele Dal Sasso, emigrato da Roncegno in Bosnia Erzegovina nel 1883. La figlia Chiara Dal Sasso aveva poi dato alla luce Josip Cucek, padre di Edvard. Secondo il Ministero dell’Interno, però, questa discendenza per linea femminile non consentiva ad Edvard Cucek di richiedere la cittadinanza italiana. La risposta negativa arriva nel 2012. La Trentini nel mondo decide di opporsi e di portare la vicenda in tribunale e affida l’incarico alle avvocate Lara Olivetti, da anni consulente legale per l’associazione proprio in tema di cittadinanza, e Giovanna Frizzi. LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI ROMA

Dopo due anni di processo, nel 2014 il Tribunale di Trento rinvia la decisione a quello di Roma. Per Cucek riparte la sarabanda burocratica fino alla sentenza dell’11 marzo 2016, pubblicata il 23 marzo, con la quale si stabilisce che la cittadinanza italiana spetta anche ai discendenti delle donne emigrate dal Trentino. È una sentenza importante perché ha risolto per la prima volta un problema che riguarda tutti i d discendenti di emigrati trentini - o m meglio, di emigrate trentine. La speranza oggi è che una simile v vicenda non si ripeta per altre p persone di origine trentina, discendenti di donne emigrate, che p potranno fare riferimento a questa sentenza per avere giustizia in m modo più certo e rapido.


ATTUALITÀ IL COMMENTO DELL’AVV. LARA OLIVETTI, DA ANNI CONSULENTE LEGALE DELL’ASSOCIAZIONE

La sentenza di Roma ha posto fine alla lunga odissea di Edvard Cucek

O

ggi Edvard è felice perché finalmente ha ottenuto la cittadinanza italiana. È anche incredulo di essere uscito da un tunnel burocratico lungo ben 11 anni fra scartoffie, termini, solleciti, errori, indifferenza. Tanti ostacoli che Edvard ha affrontato sempre con il coraggio e la mitezza che lo contraddistinguono. Se l’emigrazione di migliaia di trentini per la terribile crisi economica verso la fine dell’800 fu uno dei passaggi più duri della storia della nostra terra, il ritorno è stato certamente sofferto per Edvard, il nipote di Vittorio Emanuele Dalsasso emigrato in Jugoslavia da Roncegno. Ma questa è una storia a lieto fine. UNA VORAGINE BUROCRATICA

La comunità di origine trentina in Bosnia è stata colpita in modo drammatico dalla terribile guerra alla fine degli anni 90. Edvard, i genitori, i fratelli e tutti i parenti si sono ritrovati in una delle zone più tese, a tutt’oggi sotto il controllo serbo. Fra i nipoti del nonno Dalsasso, Edvard è giovane e intraprendente: nel 2005 viene in Trentino con la moglie Dijana, per costruirsi una nuova vita. La legge prevede che abbia diritto alla cittadinanza italiana e Edvard la chiede. Ma ecco che si apre una voragine burocratica: la pratica rimane impantanata al Ministero dell’Interno per anni, non ostante ripetuti solleciti. Nel frattempo, Edvard è trattato come extracomunitario e così la moglie: permessi di soggiorno temporanei, affitti a costi molto alti, lavori precari. Poi nascono le due figlie, il lavoro diventa più stabile ma niente casa di edilizia residenziale pubblica per loro, mentre la cittadinanza rimane ferma a Roma. Finché nel 2012, a distanza di ben sette anni, arriva il no: niente cittadinanza italiana. Perché? La decisione del Ministero dell’Interno dice che non ne ha diritto chi ha una donna nella linea di discendenza dall’avo emigrato. Vittorio Emanuele Dalsasso, emigrato in Jugoslavia, aveva infatti avuto una figlia,

La speranza oggi è che una simile vicenda, costellata di scartoffie, termini, solleciti, errori, indifferenza, non si ripeta per le persone di origine trentina, discendenti di donne emigrate Chiara Dalsasso, in un’epoca in cui le donne italiane perdevano automaticamente la cittadinanza quando sposavano uno straniero. Così non sono considerati italiani i figli di Chiara e neanche i nipoti, fra cui Edvard. Se il nonno Vittorio avesse avuto un figlio maschio, non ci sarebbero stati problemi! Ma è giusto che ancora oggi sia così? E poi, se l’avo Vittorio Emanuele Dalsasso emigrò durante l’impero austro-ungarico e mai fu italiano, perché fare una questione sulla trasmissione della legge italiana? Un bel rompicapo. Edvard non voleva essere condannato a vivere come straniero nella terra dei suoi avi, voleva la parità dei diritti per se’ e la sua famiglia e il riconoscimento morale di essere trentino e italiano. Perciò l’Associazione Trentini nel Mondo lo ha aiutato a portare la vicenda in tribunale. Lara Olivetti, avvocato consulente legale da anni per l’associazione, raccoglie la sfida e la porta avanti insieme all’avvocato Giovanna Frizzi. Un altro passo tutt’altro che facile, visto che il Comune (di Ora, in cui Edvard aveva trovato alloggio) e il Ministero dell’Interno si opponevano. Dopo due anni di processo, convincevano

il Tribunale di Trento a rinviare la decisione a quello di Roma. Di nuovo carte, notifiche, atti e contro-atti per un processo da rifare a Roma. Siamo nel 2014 e la famiglia di Edvard sta perdendo le speranze in un sistema burocratico che si incaglia su una questione incredibile ai giorni nostri. Un’odissea che ricorda le situazioni paradossali e angosciose raccontate da Kafka. Sono passati altri due anni quando oggi è arrivata la sentenza del Tribunale di Roma per dire finalmente che la cittadinanza italiana spetta anche ai discendenti delle donne emigrate dal Trentino. PERCHÉ È IMPORTANTE LA STORIA DI EDVARD?

Perché ha risolto per la prima volta un problema che riguarda tutti i discendenti di emigrati trentini - o meglio, di emigrate trentine. Per questo la Trentini nel Mondo ha sostenuto nel tempo la famiglia di Edvard: per aiutare anche altri discendenti di donne trentine emigrate ai quali è rifiutata la cittadinanza italiana. La legge era dalla parte di Edvard, eppure ci sono voluti

Edvard Cucek (a sinistra) insieme al sindaco di Laktasi, Milovan Topolovic, durante la cerimonia di inaugurazione del monumento eretto nel 2013 a Mahovlljani (Bosnia Erzegovina) a ricordo delle famiglie trentine emigrate nel 1883.

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11 anni per avere giustizia. La speranza oggi è che una simile vicenda non si ripeta per le persone di origine trentina, discendenti di donne emigrate. Certamente potranno fare riferimento a questa sentenza per avere giustizia in modo più certo e rapido. Ma, prima di tutto, si deve cercare una soluzione che eviti il ricorso alle vie giudiziarie. Da anni sono state presentate in Parlamento proposte di legge per evitare ogni discriminazione fra discendenti in linea femminile e maschile, oltre che parificare i diritti degli emigrati trentini e dei loro discendenti a quelli degli emigrati dalle altre province italiane. L’Associazione Trentini nel Mondo sostiene che l’approvazione di quelle proposte eviterebbe alle persone di dover affrontare anni di processi inutili, spese e precarietà. LIETO FINE: COSA ACCADE ORA?

Per prima cosa, Edvard ha chiesto per le sue bambine, Barbara e Chiara, nate in Trentino: sono anche loro cittadine italiane, insieme al papà? La risposta è sì. Il Comune di Nave San Rocco, dove risiede oggi la famiglia, registrerà la sua cittadinanza italiana e quella delle figlie. Ma la sentenza è definitiva? Beh, il Comune di Ora e il Ministero dell’Interno, controparti nel processo, hanno diritto di impugnare la sentenza e far continuare il processo per anni. Ma, visto che non si sono presentati nel processo a Roma e non hanno svolto le loro difese negli scorsi due anni, confidiamo che lascino stare. Dopo tutto, il Tribunale di Roma non li ha neppure condannati a sostenere le spese legali. La famiglia di Edvard merita un po’ di pace adesso, vero? Lara Olivetti 3 - 2016


ATTUALITÀ È STATA INAUGURATA L’11 MARZO ALLE «GALLERIE» DI TRENTO, SARÀ VISITABILE FINO AL 26 GIUGNO

Inaugurata a Trento la mostra «Sottoterra» dedicata al lavoro dei minatori trentini La mostra “Sottoterra: il lavoro dei minatori trentini in Belgio e l’opera di Calisto Peretti” è ospitata nelle Gallerie di Piedicastello a Trento. Aperta fino al 26 giugno 2016, racconta i principali aspetti della drammatica esperienza in miniera vissuta da emigrati trentini ed italiani nell’immediato secondo dopoguerra. Erano i tempi della nostra grande disoccupazione e della contemporanea ripresa dei programmi industriali per la ricostruzione in Belgio dove pressante e continua era la necessità di manodopera. L’accordo uomo-carbone del 23 giugno 1946 tra i due stati diede il via al grande flusso migratorio che declinò solamente negli anni Sessanta. A centinaia i trentini lasciarono le loro case specialmente dalle Valli di Cembra e Non, dalle Giudicarie, dalla Valsugana, dall’Alto Garda, dalla Vallarsa e dall’altopiano di Lavarone. Ed a migliaia da molte regioni italiane. La mostra propone una corposa e variegata documentazione fotografica e filmica, testimonianze dirette, la ricostruzione sonora e visiva di ambientazioni tipiche del

A seguito dell’accordo «uomo-carbone» del 1946, fra Italia e Belgio ci furono anche centinaia di trentini che emigrarono specialmente dalle Valli di Cembra e Non, dalle Giudicarie, dalla Valsugana, dall’Alto Garda, dalla Vallarsa e dall’altopiano di Lavarone lavoro in miniera. Inoltre, preziosi strumenti di lavoro provenienti dal Museo di Blegny-Mine, uno dei quattro in Europa dove le miniere sono state conservate

com’erano un tempo e dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco. È una rarità il film in proiezione continua prodotto ai tempi della Ceca (Comunità eu-

All’inaugurazione della mostra, venerdì 11 marzo, sono intervenuti (da sinistra): Vittorino Rodaro curatore della mostra; Dominique e Josette (figlia e vedova di Calisto Peretti); Giorgio Postal presidente della Fondazione Mu-

ropea del carbone e dell’acciaio) sugli ambienti di lavoro e di vita nelle baracche. Su un pannello si trova il famoso manifesto rosa propagandistico affisso in tutta Italia per convincere i giovani a migrare in Belgio. Un settore della mostra propone la ricostruzione degli ambienti di vita dei minatori. Ci si può sedere in un anfratto per sperimentare l’incredibile situazione lavorativa in cui spesso si trovavano, quasi al buio ed a rischio di asfissia. Ed ancora carrelli, rotaie, lampade,

seo storico del Trentino; Guy Simons, capo di gabinetto del primo ministro belga; Jacques Crul, responsabile del sito minerario Museo di Blegny-Mine; Tommaso Pasquini curatore della mostra.

INTERVISTA ALLA VEDOVA DELL’ARTISTA CALISTO PERETTI, DEL QUALE A TRENTO SONO IN ESPOSIZIONE ALCUNE OPERE

Era un uomo forte, gentile e coraggioso Josette Peretti era accanto alla figlia Dominique durante la presentazione della mostra dedicata a suo marito Calisto (vedi articolo alle pagine 6-7), venerdì 11 marzo. Attenta ad ogni parola, alla fine commossa. Quanto aveva sentito, da italiani e belgi, aveva fatto riaffiorare in lei il ricordo di tratti importanti della loro vita. Anche Calisto giovane al lavoro in miniera, intento a disegnare. In Belgio, in Italia ed in altri Paesi di suo marito s’è scritto e detto molto, ma chi era veramente Calisto Peretti? «Un uomo forte e gentile allo stesso tempo, co3 - 2016

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raggioso, al servizio di chi aveva bisogno e molto studioso». Cosa lo ispirava? «L’uomo, la sua vita, il lavoro in miniera». Come ne parlava in famiglia? «Ci raccontò che all’inizio era molto curioso, voleva capire, poi quanto vedeva lo provò molto nell’anima. Ne fu segnato, ma aveva un modo molto discreto di raccontarne. Il suo lavoro gli ha fatto veramente capire quel mondo e, si può dire, tutto il mondo delle persone che faticano». Perché ha voluto dipingere proprio la


ATTUALITÀ

martelli pneumatici pionieristici, tute, ecc. Alcuni pannelli ricordano la tragedia di Marcinelle, dove morì anche il trentino Primo Leonardelli. Altri riproducono mappe di miniere. Alle pareti copie di quotidiani dell’epoca, di lettere. Alcuni video proiettano le interviste fatte a parenti ed eredi dei minatori, di seconda e terza generazione. Tutto ciò consente ai visitatori di apprendere e vivere un’esperienza non solo intellettuale, ma anche sensoriale dal forte impatto emotivo. Le opere esposte del pittore e scultore belga di origini italiane Calisto Peretti (1937-2015) rappresentano la fatica dei corpi al lavoro in miniera ed i rischi che correvano. Negli schizzi cerca di restituire giustizia e verità a chi fu costretto a lavorare sottoterra per vivere. Peretti dedicò infatti parte consistente della sua vasta produzione alle tremende condizioni di lavoro e di vita dei minatori

La mostra ospita anche alcune opere di Calisto Peretti, definito «il pittore dei minatori»

negli anni della grande affluenza da tutta Europa verso i principali centri minerari belgi. L’iniziativa della mostra fa seguito ad un impegno assunto dai due curatori, Vittorino Rodaro e Tommaso Pasquini, nel corso dell’intervista effettuata a Calisto Peretti nella sua abitazione

a Horrues, un piccolo villaggio nel comune vallone di Soignies in Belgio. Il nome dell’artista venne indicato loro dalla giornalista Maria Laura Franciosi, autrice del libro “Per un sacco di carbone”. «Calisto teneva molto a realizzare una mostra in Italia e a Trento in particolare - ricorda

Rodaro - abbiamo esaudito il suo desiderio, purtroppo in ritardo perché è morto nel giugno 2015». I due curatori hanno ascoltato anche altre persone che nel tempo si sono trovate a fianco dei lavoratori italiani e trentini. Sono interviste effettuate per i laboratori della Fondazione Museo storico del Trentino su mandato della provincia di Trento (ufficio emigrazione e solidarietà internazionale) da luglio 2013 a febbraio 2014 ed hanno interessato una cinquantina di persone, prevalentemente trentine. «Abbiamo cercato di farci raccontare le storie e le vicende relative alla loro emigrazione in Belgio - ricorda Rodaro - la loro vita e il loro lavoro in miniera, ma non solo». La mostra (aperta da martedì a domenica, ore 9-18, ingresso libero) è promossa dalla Fondazione Museo storico del Trentino mediante il Centro di documentazione sulla storia dell’emigrazione trentina, in collaborazione con l’ufficio migrazione della provincia autonoma di Trento e con il Museo di Blegny-Mine in Belgio.

«Il suo lavoro gli ha fatto capire tutto il mondo delle persone che faticano» durezza del lavoro sottoterra e quell’ambiente? «L’ha spinto una molla profonda, intima. Ha voluto raffigurare le sofferenze di suo padre vedendole e rappresentandole in ogni minatore. S’é servito della matita, del carboncino, della pittura e della scultura per raccontare quanto accadeva sottoterra ed anche sopra». Lo si descrive come uomo molto attivo

ed impegnato. È proprio così? «Lottava molto con le armi di cui disponeva per aiutare i minatori ed i lavoratori, ma sempre con molta umanità. Con i suoi schizzi ha illustrato quanto accadeva nella terra buia e come si potevano prevenire molte situazioni di pericolo. Calisito era un combattente. Suo padre, del resto, aveva avuto il coraggio di scegliere l’esilio volontario in quanto antifascista».

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Com’é conosciuto oggi in Belgio suo marito? «Come un precursore in campo antinfortunistico, come un pittore e disegnatore in campo figurativo critico e dell’art cru». Cosa diceva dell’«art cru» che contribuì a fondare? «Che doveva essere efficace, diretta come un pugno, doveva rappresentare la realtà com’era, ma insisteva sempre sul concetto che l’arte doveva essere comunque figurativa, seppure in senso critico». 3 - 2016


GENTE E FATTI UNA SELEZIONE DELLE SUE OPERE È ESPOSTA ALLE «GALLERIE» DI PIEDICASTELLO NELL’AMBITO DELLA MOSTRA «SOTTOTERRA»

Calisto Peretti, un uomo e un artista che non ha mai smesso di combattere

L’

hanno chiamato il pittore dei minatori, ma Calisto Peretti è stato ben altro: l’artista creatore prima ed ispiratore poi della cartellonistica mirata alla prevenzione di massa posta sui luoghi di lavoro o affissa in strada, in Belgio ed anche in altri Paesi europei. Combtté perché la prevenzione nelle immagini, sosteneva, «non è sempre una strizzatina d’occhio. Se vogliamo che sia efficace, deve essere concepita in un’etica morale di rispetto nei confronti dell’operaio». Schizzi a carboncino di minatori al lavoro prima, poi la pittura e la scultura. Il suo stile, la sua etica profonda e l’espressività della sua grafica sono bene esemplificati in alcuni suoi manifesti esposti da marzo a giugno nelle Gallerie di Piedicastello a Trento. Binari dei carrelli da miniera che diventano trappole mortali per i lavoratori, cavi elettrici che sembrano serpi pronte a mordere mostrano con efficacia l’attenzione di Calisto e la sua conoscenza degli ambienti produttivi e rischiosi. Vere opere d’arte trasposte in manifesti da affiggere, mirati a salvare i lavoratori. Sono cambiate le tecniche oggi ispirate dalle tendenze del mondo pubblicitario, ma ancor oggi i cataloghi del settore in Belgio si rifanno all’artista figlio di italiani emigrati. FIN DA PICCOLO AMA DISEGNARE

È una vita con venature alla Dickens quella giovanile e povera di Calisto Peretti, mentre sarebbe piaciuta a Victore Hugo quella

Definito il pittore dei minatori, apprezzato per il suo stile, la sua etica profonda e l’espressività della sua grafica, è stato creatore prima ed ispiratore poi della cartellonistica mirata alla prevenzione di massa posta sui luoghi di lavoro in Belgio e anche in altri paesi europei del coraggio e della riscossa sociale. Calisto fin da piccolo aveva manifestato la passione per il disegno, incoraggiato da Achille Wautiè, il suo maestro delle scuole elementari. S’era più tardi iscritto all’Accademia di belle arti di Mons, su consiglio d’un italiano che le frequentava, scegliendo però i corsi di pubblicità per l’alto costo di quelli di pittura, insopportabile per la sua famiglia. Completò il ciclo di sei anni in tre solamente. In attesa di fare il servizio militare, volle scendere in miniera «per vedere dove aveva lavorato mio padre. Era per me una questione sentimentale».

È Calisto stesso a raccontarlo a chi gliene chiede la motivazione. Così diventa il pittore dei minatori. La ricerca del padre mai conosciuto nei luoghi dove aveva lavorato fu la molla interna che mai si scaricò. VIA DALL’ITALIA E DAL FASCISMO

Suo padre con la moglie negli anni Trenta se n’era andato da Trissino, paese veneto tra Vicenza e Valdagno, per sfuggire al fascismo, approdando, esule volontario, in Belgio. Prima a Hautrage, poi a St. Ghislain, quindi a Tertre e da ultimo in

una baracca nel vicino villaggio di Villerot, dove stava per essere aperta una nuova miniera. Lavorò allo scavo dei pozzi, per lo più nell’acqua fino alla cintola per l’intera giornata. Aveva solamente sei mesi quando il padre morì di polmonite trasformatasi in tubercolosi, a 31 anni. «Il sacrificio di mio padre mi è rimasto sempre impresso nel cuore e con il passar degli anni mi sono reso conto di quale deve essere stata la sua tortura fisica a lavorare al fondo della miniera, tubercolotico e affaticato com’era. Ma ancor più atroce deve essere stata la sua tortura morale nel rendersi conto che stava per morire senza sapere cosa sarebbe stato di noi. Quanto avrei voluto conoscerlo!» esclamò Calisto molti anni dopo, ormai adulto. Degli immigrati cechi di culto Antonista indicano le cure naturali che guariscono il bimbo gravemente ammalato, quindi i Masson, una famiglia del posto, lo nutrono ed allevano come un figlio. La miseria era nera nella sua famiglia, come tutto l’ambiente circostante. Il ragazzino sopravvive. La madre morirà all’età di 74 anni. Sulle tracce del padre entra nella miniera di Tertre nel 1956, poco dopo la catastrofe di Marcinelle. Uno dei suoi schizzi comparirà sul francobollo della Posta belga per commemorare i 50 anni dalla tragedia. L’aveva aiutato Hector Flamme, il responsabile del servizio di sicurezza a Tertre. Lo assunse come cronometrista, per registrare i tempi di lavoro in modo da sincronizzare bene l’arrivo del materiale di supporto con

L’«Art cru» e la «Figuration Critique Belgique» L’artista occupato nell’ideazione grafica pubblicitaria nel campo della prevenzione trova comunque il tempo di dedicarsi alla passione della sua vita, la pittura. Nel 1973 entra nel gruppo MAKA e nel 1977 fonda l’«Art cru» con Christian Leroy e Yvon Van Dycke. In seguito, nel 1990 fonda con Daniel Pelletti e Rudy Vandilborg 3 - 2016

il gruppo di Figuration Critique e ne diventa la guida. Partecipa con il suo gruppo ai saloni annuali organizzati al Grand Palais di Parigi dal gruppo francese «Figuration Critique Belgique» i cui fondatori, Mirabelle Dors e Maurice Rapin, sono stati i colleghi maggiormente legati ad André Breton, nel secondo periodo surrealista del dopoguerra.

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In questo movimento di difesa dell’arte figurativa, «Figuration critique Belgique» ha partecipato a quasi tutte le esposizioni (Mosca, Leningrado, Copenaghen, Maubeuge, Amburgo, Biarritz, Seoul ecc). Nel 1992 il gruppo belga ha organizzato al Museo delle Belle Arti di Mons una mostra complessiva.


GENTE E FATTI

l’evacuazione del carbone. Osservando gli operai al lavoro, condividendo lo stesso ambiente, diventa uno di loro. L’impegno sociale gli cresce dentro, mentre la sua sensibilità artistica assume l’estetica di quei corpi al lavoro, curvi sotto il peso della fatica ed appena delineati dalle tenui luci nel buio dei «buchi neri». FARE PREVENZIONE ATTRAVERSO LE IMMAGINI

Nei suoi disegni inconsciamente continua a cercare il volto del padre, con angoscia affiorante e crede di trovarlo in quelli dei tanti minatori italiani ed europei che furono i suoi inconsapevoli modelli. Quando Flamme vide gli schizzi del ragazzo, lo incaricò di fare prevenzione attraverso le immagini. Giudicava insufficienti le campagne per la sicurezza della Federazione carbone Belgio (Fedechar). In tre anni di lavoro Calisto disegna circa 150 manifesti, esposti nella stanza paghe, non stampati per mancanza di denaro. Una sola copia per ciascuno. Con il salario ricevuto può finalmente dedicarsi alla pittura. I disegni dettagliati degli strumenti che possono rivelarsi rischiosi per l’errato uso consente ai tecnici di modificarli. Schizza su carta osservando gli operai al lavoro in modo da conoscere le cause più comuni degli incidenti. Ne studia l’anatomia in ambienti che riecheggiano chiaroscuri alla Rembrandt. L’impatto sugli operai stessi è assai forte perché in quei manifesti si riconoscono. Ne derivano molteplici cambiamenti per evitare i rischi nel modo di guidare i carrelli e da contatto, nell’uso di strumenti i più vari, sull’uso di scarpe, guanti, maschere, sulla conduzione dei treni, ecc. Gli incidenti erano numerosi quanto i rischi, per la fatica continua, per il lavoro distesi in vene

carbonifere di circa 80 centimetri, raramente larghe un metro, magari imbracciando una pesante perforatrice. Per il rumore assordante, per la polvere e l’acre odore che tutto permeavano ed a temperature che potevano superare i 40 gradi. Per il passaggio dei vagoncini in ambienti angusti. I minatori si toglievano le maschere per respirare, ma nei polmoni entrava polvere nera. Calisto Peretti ricorda di avere sputato carbone nei dieci anni successivi alla fine del suo lavoro in miniera, nonostante ci fosse

stato solamente per due e non come minatore. La sua competenza e bravura sono ormai note in molti ambienti, passa quindi all’Associazione nazionale per la prevenzione degli infortuni sul lavoro (Anpat) di Bruxelles. L’epopea delle miniere stava infatti per finire. Louis Cloquet, il direttore generale, lo assunse per sei mesi, ma Peretti ci rimase 25 anni durante i quali ha progettato circa 800 manifesti e numerosi pannelli di legno in leasing alle imprese. Avvia il servizio delle creazioni grafiche

Gli incidenti erano numerosi quanto i rischi, per la fatica continua, per la polvere, per il lavoro distesi in vene carbonifere di circa 80 centimetri, raramente larghe un metro, magari imbracciando una pesante perforatrice, per il passaggio dei vagoncini in ambienti angusti

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e dopo qualche anno diventa direttore artistico dell’Anpat stessa. Collabora con istituzioni sempre maggiori e complesse come, ad esempio, l’Unione economica del Benelux, con il Comitato d’azione per l’edilizia, con l’Istituto nazionale di ricerca e sicurezza di Parigi. HA SEMPRE DIFESO LA SUA LIBERTÀ CREATIVA

Sua è l’ideazione di manifesti per compagnie metallurgiche, chimiche, tessili, edili ed ospedaliere. Peretti ricorda i confronti serrati con professionisti dei vari settori per tutelare la sua libertà creativa. «Il manifesto non ha uno scopo decorativo, ma deve dare un messaggio efficace anche se è scioccante e forse proprio perché è scioccante - sosteneva - inoltre l’umorismo non è appannaggio di una certa classe sociale e di un certo livello intellettuale, ma è la conseguenza di una intelligenza e apertura di spirito e di una sensibilità personale. Io mi sono sempre rifiutato di servire ai lavoratori una minestra ribollita e insipida volendo invece destinar loro immagini forti e plasticamente valide. Il lavoratore ne ha diritto e, in aggiunta, questo è il modo migliore per sensibilizzarlo e inculcargli la voglia di partecipare agli sforzi per garantire la sicurezza al lavoro». Non ha mai smesso di combattere, insomma. Per un decennio insegnò pure pittura, disegno e anatomia all’Accademia di disegno di Molenbeek St. Jean di Bruxelles ed in seguito prospettiva ed anatomia alla Scuola superiore statale di arti plastiche e visive di Mons. In seguito continuò l’attività come professionista. È stato pittore e scultore ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi in patria ed all’estero. M.A. 3 - 2016


GENTE E FATTI IL RITO DI ORDINAZIONE SI È SVOLTO DOMENICA 3 APRILE ALLA PRESENZA DI MOLTI FEDELI ARRIVATI DA TUTTO IL TRENTINO

Campane a festa al Duomo di Trento per il nuovo vescovo mons. Lauro Tisi

«V

oglio iniziare insieme a voi questo cammino: nessuno si senta escluso, non all’altezza, non necessario; il bene non ha colore e ognuno può esserne protagonista. Ne ho avuto tante volte prova e non potrò che averne conferma», queste le parole pronunciate dell’arcivescovo Lauro Tisi nel suo primo intervento dopo il rito di ordinazione, che si è svolto nel Duomo di Trento domenica 3 aprile. La cerimonia - andata in onda in diretta sulle emittenti televisive Telepace (su satellite e a diffusione nazionale e locale), RTTR, Trentino Tv, Telechiara e via web in streaming video sul portale della Diocesi, di Vita Trentina e di Telepace - si era aperta alle due del pomeriggio nel giardino dell’Arcivescovado, dove il vescovo eletto ha ricevuto l’abbraccio dei giovani, ai quali ha rivolto la promessa di ascoltarli e di avvicinare insieme il Vangelo, contro ogni paura e liberando i sogni più belli. È seguita la processione da piazza Fiera fino ad una piazza Duomo gremita di fedeli (foto qui sotto). Ad attenderlo, sul palco allestito sul lato nord della Cattedrale, c’erano il sindaco di Trento Alessandro Andreatta e il presidente della Provincia Autonoma di Trento, Ugo Rossi, che lo hanno salutato a nome della comunità cittadina e provinciale. «Come comunità cristiana - ha affermato in risposta Tisi - ribadiamo la nostra fiducia in voi, rappresentanti delle istituzioni e vi invitiamo a sentirvi chiamati, insieme a noi, a corrispondere al bene comune!» Bene comune che secondo il nuovo vescovo si concretizza in alcune priorità: - costruire reti di relazioni significative nelle nostre comunità, spesso lacerate da egoismi di parte; - dare prospettive ai giovani, ai quali rischiamo di precludere opportunità di crescita, di lavoro e di futuro, dimenticando che loro sono il nostro futuro! - accettare una verità che non possiamo più definire emergenza, 3 - 2016

Il suo stemma La sua terra e la sua Chiesa. Così si presenta lo stemma episcopale di mons. Lauro Tisi, nel quale il nuovo vescovo ha scelto un riferimento alla sua terra di origine, la Val Rendena. Il simbolo araldico è a sfondo blu con una croce dorata nel centro. Nei quattro riquadri: una colomba che richiama lo Spirito Santo, la stella simbolo della Vergine Maria; c’è poi la montagna, richiamo alle rocce della val Rendena, e l’aquila, simbolo del Trentino. In evidenza il motto episcopale scelto da mons. Tisi «Il Verbo si fece carne». Foto Gianni Zotta - Archivio Vita Trentina

ma una provocazione della storia: la presenza di migliaia di migranti, viandanti della speranza. «Una sfida non solo all’accoglienza, di cui stiamo dando prova encomia-

bile - ha affermato - ma ormai alla convivenza nel rispetto reciproco delle sue regole basilari». Alle ore 15.30 è iniziata in Duomo la messa e il rito dell’ordina-

Foto Gianni Zotta - Archivio Vita Trentina

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zione episcopale che si è svolto alla presenza di altri 24 vescovi, di oltre trecento sacerdoti e di moltissimi fedeli. «Siamo tutti emozionati e lieti di poter partecipare a questo momento storico per la nostra Chiesa locale», ha detto all’omelia l’arcivescovo Luigi Bressan, che ha imposto le mani a Lauro Tisi, uno dei momenti chiave del rito di ordinazione. Per la prima volta un vescovo trentino ha ordinato un prete trentino come suo successore. Sta anche in questa assoluta novità storica la portata dell’ordinazione del nuovo arcivescovo. La conclusione della cerimonia, e di una giornata vissuta intensamente dalla Chiesa e dalla comunità trentina, è stata annunciata dalle campane del Duomo suonate a festa.


GENTE E FATTI IL TEMA È STATO AL CENTRO DI UN CONVEGNO INTERNAZIONALE CHE SI È SVOLTO IL 18 MARZO ALL’«IRPA» DI BRUXELLES

L’affascinante storia dei Tesini in Belgio frutto di un’innata cultura della mobilità

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entre a distanza di un isolato i capi di stato europei erano riuniti per il secondo giorno di discussione sul problema della gestione dei migranti, venerdì 18 marzo nella sede dell’IRPA (Institut Royal du Patrimoine Artistique) a Bruxelles, si analizzava la storia di un’altra migrazione, quella tesina in Belgio. E lo si faceva attraverso un incontro tra storici ed appassionati trentini, italiani e belgi che si sono alternati sul palco dell’aula magna dell’IRPA. «I Tesini in Belgio» era il titolo del convegno internazionale, frutto della collaborazione fra il Museo Per Via (gestito dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi) e l’IRPA. «La soddisfazione è grande – ha affermato Alberto Milano, grande esperto di stampe e membro della commissione scientifica del Museo Per Via di Pieve Tesino – perché il convegno dimostra anzitutto che questa storia legata alle stampe interessa molti e ben oltre i confini della piccola valle di Tesino. Gli studiosi belgi, anche giovani e dottorandi, che sono intervenuti, sono partiti con l’intento di rintracciare le proprie radici e hanno capito che esse sono intrecciate con quelle di altre tradizioni, in questo caso con l’epopea dei Tesini. Oggi abbiamo raccontato una bella storia di integrazione, non solo quella che vediamo nel passato, ma anche quella che abbiamo costruito ai giorni nostri». Portando al centro dell’attenzione le diverse prospettive con cui storici di varia provenienza hanno fino ad oggi guardato all’esperienza del commercio tesino in Belgio, è stato mosso un deciso passo avanti nelle ricerche che il Museo Per Via intende promuovere. Molte le domande a cui è stata data risposta, ma ancora di più quelle che sono emerse, anche dal confronto con iniziative di esperienze simili a quella di cui furono protagonisti i Tesini. «Il Tesino è testimone di una cultura della mobilità che è essenzialmente europea. Non la si può spiegare considerandola sola-

I primi tesini arrivarono in Belgio nel corso del Settecento come commercianti di stampe e verso la fine del secolo seppero dare vita ad imprese commerciali strutturate, costituendo anche attraverso un’incredibile politica matrimoniale, una rete capace di gestire un mercato ampissimo. Da negozianti molti diverranno poi editori

Foto di gruppo dei relatori del convegno. In basso un particolare della litografia «Napoléon Duc de Reichstadt», risalente al 1825-1830 circa.

mente un’eccezione» ha sottolineato Marco Odorizzi, direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, nel suo intervento introduttivo. «Le comunità locali - ha proseguito - non devono temere questa apertura al confronto, che non ne ridimensiona la grandezza e l’unicità, ma è anzi la porta d’accesso per ritrovare il loro posto come fondatrici della storia del continente europeo». Non erano presenti solo specialisti e appassionati: la sala è stata riempita anche da molti curiosi,

che si sono accostati per la prima volta a queste tematiche. Per alcuni si è trattato di una “scoperta eccezionale”, come l’ha definita

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Giuseppe Filippi, coordinatore dei Circoli trentini in Belgio, notando che «ci si ricorda delle migrazioni seguite ai trattati “uomo-carbone” del secondo dopoguerra, ma questa storia tesina ci porta quasi due secoli più indietro, facendoci scoprire le radici più profonde della presenza trentina in questa nazione». Muovendosi a cavallo tra due secoli, il Settecento e l’Ottocento e battendo gli archivi trentini e quelli delle maggiori città belghe, il convegno ha ripercorso le varie tappe di questa storia. I primi tesini arrivarono in Belgio come commercianti di stampe nel corso del Settecento e verso la fine del secolo seppero dare vita ad imprese commerciali strutturate, costituendo anche attraverso un’incredibile politica matrimoniale, una rete capace di gestire un mercato ampissimo. Da negozianti molti diverranno poi editori, ritraendo specialmente i luoghi simbolici delle maggiori città belghe dove operavano: Bruxelles, Gand, Bruges, Namur, Mons, Anversa… Le genealogie familiari, ricostruite da Elda Fietta, (componente della commissione scientifica del Museo Per Via) e arricchite dai lavori degli studiosi bbelgi (soprattutto da quelli di Dirk M Michiels, dedicati alla presenza ttesina a Bruges), parlano di una ppresenza che durò per più generrazioni, realizzando una rete tra iimprese presenti in diverse città, m ma unite dalla comune origine e dal fatto che i legami con la tterra di partenza non vennero m mai recisi. Rari furono i casi in ccui l’emigrazione coinvolse l’inttero nucleo familiare, mentre più sspesso donne e bambini restarono iin Tesino. «Alcune di queste ddonne – ha evidenziato Elda F Fietta – il Belgio non lo videro m mai, benché lì avessero costruito lla propria fortuna i propri mariti, figli e nipoti». Moltissimi dunque gli spunti e lle suggestioni e anche i materiali iinediti che verranno presentati aalla popolazione trentina nella m mostra annuale del Museo Per V Via, che sarà inaugurata l’1 lugglio e che nasce dal convegno di B Bruxelles. 3 - 2016


GENTE E FATTI PIETRO FACINELLI HA VISITATO I LUOGHI CHE FURONO TEATRO DI TRAGICI SCONTRI DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Dagli Stati Uniti in cima al Col di Lana sulle orme del padre militare al fronte Pietro (Peter) Facinelli vive negli Stati Uniti a Bellmore (Long Island, New York) e nelle settimane scorse ha telefonato alla Trentini nel mondo e ha parlato con Ro-

sanna Barchiesi, alla quale ha detto che avrebbe avuto piacere di condividere con i lettori della rivista una storia che riguarda lui e suo padre Alessandro. Ha annunciato

che avrebbe inviato un testo e alcune fotografie. Il materiale è finalmente arrivato in redazione e ben volentieri lo pubblichiamo su questa pagina.

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i chiamo Pietro Faccinelli, ho lasciato il mio caro paesello Revò, Val di Non, nell’anno 1958. Avevo 17 anni in cerca di una vita migliore che fare il contadino: quei tempi c’erano più spese che ricavato. A me grazie a Dio è andata bene, ho sposato a ventisei anni mia moglie Bruna, oriunda di Spormaggiore (Val di Non). Abbiamo avuto tre figlie e un figlio. Li ho fatti studiare tutti, con buoni risultati. Ora tutti sposati e adesso che sono in pensione mi godo i miei dieci nipotini. Ora però voglio parlare un po’ di mio padre Alessandro, nato a Revò nel 1896. Nel 1914 all’età di 18 anni lo chiamarono a prestare servizio militare sotto l’Austria e lo mandarono in prima linea sul Col di Lana, una montagna nelle Dolomiti bellunesi, il punto più difficile lungo il fronte tra l’Austria e l’Italia. Quando avevo 14-15 anni mi raccontava sempre quello che

Alessandro Facinelli in divisa.

Peter Facinelli sul Col di Lana.

passò nei venti mesi trascorsi al fronte: tanta fame, scarpe rotte, freddo d’inverno e senza medicine. Quando gli italiani fecero

scoppiare la famosa mina che fece saltare tutta la montagna, (poco prima della mezzanotte del 17 aprile 1916 furono fatte

Peter Facinelli, figlio di Pietro, è un attore famoso in tutto il mondo L’attore Peter Ale». «After the red rain». nxander Joseph FacinelLa foto qui a fianli, è nato il 26 novembre co con la dedicaa 1973 negli Stati Uniti all’Associazionee oda genitori trentini è (nella quale l’attoel figlio di Pietro Facinelli re veste i panni del l(autore della storia pubdottor Carlisle Culblicata qui sopra). len, capofamigliaa el Ha recitato in molti e guida morale del ri film, tra i quali spicca gruppo di vampiri la saga di «Twilight» ©Mark Seliger/SHOWTIME “buoni”) e quellaa el che l’ha reso famoso in tutto autografata di centro pagina (nel il mondo, e in serie televisive, ruolo del dott. Cooper, nella seriee come «Nurse Jackie», «American «Nurse Jackie») ci sono statee i, Odyssey» e «Supergirl». inviate dal padre Pietro Facinelli, he È anche autore del graphic ed erano nella stessa busta che inovel «Protocol: Orphans» e di conteneva foto e testo dell’artiun romanzo per giovani adulti, colo qui sopra. 3 - 2016

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esplodere circa cinque tonnellate di esplosivo che provocarono il crollo di circa diecimila tonnellate di roccia e uccisero metà del contingente austriaco, ndr) mio padre fortunatamente non era in trincea ma in una baracca più distante perché era ammalato. Così la fece franca ma tutti i suoi amici morirono, incluso il suo primo cugino Pietro Facinelli. Subito dopo fu fatto prigioniero e passarono due anni prima che fosse liberato. Mi diceva sempre che avrebbe voluto tornare sul Col di Lana, per rivedere i luoghi di quei brutti tempi passati ma non ci è mai riuscito. Così due anni fa, con un mio nipote, sono venuto in Italia, per realizzare il desiderio di mio padre. Abbiamo fatto una camminata di quattro ore, ogni tanto con le lacrime agli occhi perché sentivo che stavo camminando sulle orme di mio padre. Pietro Facinelli I love the Trentini nel mondo


GENTE E FATTI «ECOCIDE: AN INTERNATIONAL CRIME?» È IL TITOLO DELLA TESI DISCUSSA IL 17 MARZO ALL’UNIVERSITÀ DI TRENTO

Complimenti a Lucas Alejandro Benitez per la sua laurea con il massimo dei voti Ci sono traguardi che testimoniano come l’impegno e la voglia di mettersi alla prova possano davvero portare lontano: è il caso di quello raggiunto da Lucas Alejandro Benitez, che il 17 marzo ha conseguito la laurea magistrale in «European and International Studies» presso l’Università di Trento, discutendo la tesi «Ecocide: an international crime?» ottenendo il punteggio di 110/110. È stato un momento di soddisfazione e di orgoglio, che Benitez ha condiviso anche con due suoi carissimi amici Naty Vasileff e Oscar Pietra (con lui nella foto piccola), venuti epressamente da Resistencia (Chaco, in Argentina, città natale anche di Lucas) per condividere con lui un’occasione così importante. Tra gli invitati anche l’Associazione Trentini nel Mondo, che ha avuto un ruolo determinante nella sua formazione: nel 2002 Benitez ha ottenuto una delle borse

Qui sopra Lucas con gli amici della Trentini nel mondo (da sinistra): Sabina Corradini, Rosanna Barchiesi e Matteo Bazzocco. Nell’altra foto con Naty Vasileff e Oscar Pietra, arrivati appositamente dal Chaco (Argentina).

di studio messe a disposizione dall’Associazione per contrastare l’abbandono scolastico e destinate a discendenti di immigrati trentini (il nonno del laureato emigrò nel 1925 da Levico Terme), che gli ha permesso di proseguire

gli studi, frequentare un corso di italiano e venire a contatto con una cultura e una realtà diversa. Nel 2009 ha ottenuto una borsa di studio universitaria messa a disposizione dalla Provincia Autonoma di Trento, anche questa

destinata ai discendenti di immigrati trentini, che lo ha portato a studiare Sociologia all’Università di Trento; grazie ai buoni voti, ha aderito al programma di Doppia Laurea tra l’Università di Trento e di Granada (Spagna), che gli ha permesso di trascorrere il terzo anno in Spagna e conseguire così alla fine del percorso una doppia laurea. Benitez sta attualmente svolgendo un tirocinio presso il Parlamento Europeo a Bruxelles. Angela Ciola

Addio a Vittoria Bonatti, centenaria di Rio dos Cedros Vittoria Bonatti, nata Nardelli, di Rio dos Cedros (Santa Catarina - Brasile) è scomparsa lo scorso mese di ottobre all’età di 105 anni. Era discendente diretta dei primi immigranti trentini a Rio dos Cedros un comune dove la maggioranza degli abitanti sono ancora oggi trentini originari in gran parte di Mattarello e della Valsugana.

Era sposata con Luigi Bonatti e era madre di tre figli, Guerino, Ilda e Valeriano. Ha sempre lavorato in campagna. Fino agli ultimi anni faceva piccoli lavori domestici e non era mai stata dal medico in ospedale. Sempre sorridente gradiva molto le visite che riceveva e accoglieva tutti con gioia e allegria.

Super festa per i 60 anni di Mario Lucio Chistè Silva Per il sessantesimo compleanno di Mario Lucio Chistè Silva, meglio conosciuto come «Che», la moglie Silvia Claro e le figlie Luciana e Camila il 12 marzo hanno organizzato una festa a sorpresa all’Hillside Club di Ouro Fino (Minas Gerais - Brasile). La festa è iniziata a mezzogiorno ed è finita al tramonto, con tanta musica dal vivo, menù a base di pasta, una deliziosa «feijoada», birra e vino. Vi hanno partecipato molti amici di «Che» e praticamente tutta la famiglia Chistè che risiede nei dintorni di Ouro Fino. Mario è figlio di Iria Chistè e João Lucio, nipote di Mario Chistè e Sebastiana Pereira Chistè, e pronipote di Enrico Giovanni Chistè ed

Elisabetta Chemotti, i capostipiti della famiglia, nati in Trentino, a Cavedine. Anche attraverso il giornale

«Trentini nel mondo» rinnovo i miei auguri e mando un forte abbraccio al cugino «Che» per i suoi sessant’anni, a nome dell’intera

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comunità trentina di Ouro Fino Paulo Henrique Chistè Silva Presidente del Circolo trentino di Ouro Fino 3 - 2016


«Ringrazio il Viet la libertà di es

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el luglio del 2014 ho lasciato Trento, le mie sicurezze affettive e la stabilità di un contratto a tempo indeterminato per trasferirmi in Vietnam e partecipare a un progetto umanitario che tutela la salute dei neonati nei paesi in via di sviluppo. Sono rimasta in Asia un anno e mezzo, tra soddisfazioni profonde e momenti di scoraggiamento, esplorazioni meravigliose e nostalgia di casa. Proverò in cinque minuti a raccontare ciò che ho visto e vissuto, consapevole che le parole faticano a cogliere i colori e le sfumature di un’esperienza così unica, intensa e irripetibile. UN PAESE RICCO DI CONTRADDIZIONI

Il Vietnam è un paese ricco di contraddizioni. Dopo secoli di guerre sanguinose e anni di regime repressivo che non sono mai riusciti a soffocare la tenacia e l’indipendenza della popolazione, il paese ha finalmente voglia di pace, apertura e benessere: si respira aria di progresso economico e sociale, le riforme promuovono la credibilità del sistema attirando gli investimenti esteri e il governo investe nella costruzione di grandi infrastrutture. Accanto ai cantieri e ai nuovi complessi residenziali, si affacciano però paesaggi incontaminati e il fascino di tradizioni antichissime, un mondo leggendario dove il ritmo della vita segue il sorgere e tramontare del sole. Se la città vive di rumore, in campagna regna il silenzio. Passeggiando per le strade di Hanoi ci si ritrova in un mercato a cielo aperto dove gli odori colpiscono con violenza, i rumori cessano solo al coprifuoco e il traffico rende l’aria irrespirabile. Nei templi, in campagna, sugli altopiani, tutto è colore e spirito. Tra i canti dei monaci buddisti, i campi color smeraldo e le risaie, la natura segue il ritmo che l’uomo ha stravolto. Due mondi paralleli che ancora convivono senza farsi troppe domande sul futuro. Vivere nel pieno degli opposti ha causato un forte conflitto anche dentro di me. Odio e amore, senza una via di mezzo. Da un lato, fatica ad accettare l’inquinamento della città, il caos incessante, il caldo umido che preme sul petto, anche di notte. E ancora, difficoltà ad affrontare le 3 - 2016

barriere comunicative e le incompatibilità culturali, soprattutto sul posto di lavoro. Dall’altro, puro incanto e momenti di bellezza che si schiudono senza preavviso, squarci di poesia che fioriscono nella disarmonia. Ho nel cuore un’alba sulla baia di Halong, dopo una lunga notte passata sotto le stelle. Un tè verde sorseggiato da una tazzina dipinta sul terrazzino di un antico edificio coloniale. Riso, mangiato con le mani da una foglia di banano, ai piedi di una cascata che non saprei ritrovare. Ma è il lavoro per il progetto umanitario che ha suscitato in me le emozioni più intense. Visitando ospedali e strutture sanitarie in Vietnam, Myanmar, Filippine e Tanzania ho conosciuto una realtà di piccoli guerrieri che ogni giorno lottano per la vita. I rapporti pubblicati dall’Unicef raccontano un decremento globale del tasso di mortalità infantile. Un traguardo importante e incoraggiante, raggiunto grazie a campagne di vaccinazione estensive, alla lotta alla malnutrizione, alla promozione della pianificazione familiare e alla distribuzione di trattamenti

per la cura della polmonite, della diarrea e della malaria. In Africa e Asia, i paesi a basso reddito che hanno investito sulla salute e sul benessere della prima infanzia, hanno registrato risultati eccezionali. Purtroppo, ancora troppe nascite finiscono in tragedia. Parti pretermine, condizioni igieniche insufficienti e cure mediche inadeguate trasformano i primi attimi di vita in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Dei 6,6 milioni di bambini che ogni anno muoiono prima di aver com-

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Camilla Bernardi, trentina d nel 1985. Dopo il liceo si isc dell’Università di Bologna e specialistica a Berkeley (Califo prima di terminare gli studi di marketing e comunicazion per il Vietnam per collaborare a con incarichi che l’hanno fatt Rientrata recentemente in e lavora come graphic design


nam che mi ha insegnato ssere felice con poco»

dell’Altopiano di Piné, è nata crive alla facoltà di filosofia nel 2011 consegue la laurea ornia). Inizia a lavorare ancora e per quattro anni si occupa ne. Poi la decisione di partire ad un progetto medico-sanitario ta crescere professionalmente. Europa, vive in Alto Adige ner per una clientela straniera

piuto cinque anni, la metà perde la vita nel periodo neonatale, ovvero nei 28 giorni successivi alla nascita. Tra questi, un milione non supera il primo giorno di vita. Sono cifre inaccettabili, soprattutto se si pensa che queste morti potrebbero essere evitate con semplici interventi di cura e assistenza durante la gravidanza, il parto e le prime ore di vita. Le enormi disuguaglianze legate alle politiche sanitarie in atto nei vari paesi, alle condizioni economiche e alla facilità di accesso ai servizi sanitari di base rendono la situazione ancora più intollerabile. Intervenire a tutela del diritto alla vita e alla salute dei neonati è indispensabile, come dimostra la scelta dell’Onu di riproporre la lotta alla mortalità infantile tra gli obiettivi di sviluppo globale. UN’INDIMENTICABILE LEZIONE DI VITA

Il progetto con cui ho collaborato dota le strutture sanitarie di macchinari medici per la terapia intensiva neonatale, raggiungendo anche le aree più remote e isolate, e organizza corsi di formazione per assicurare che gli operatori sanitari sappiano utilizzare le apparecchiature mediche e siano pronti ad affrontare le emergenze nel corso del parto o nelle prime ore di vita del neonato. Fornisce anche assistenza tecnica, verifica lo stato di manutenzione delle tecnologie donate per garantirne il corretto funzionamento e raccoglie dati statistici per valutare l’efficacia e l’impatto

Il progetto al quale ha partecipato dota le strutture sanitarie di macchinari medici per la terapia intensiva neonatale, raggiungendo anche le aree più remote e isolate, e organizza corsi di formazione per assicurare che gli operatori sanitari sappiano utilizzare le apparecchiature mediche e siano pronti ad affrontare le emergenze nel corso del parto o nelle prime ore di vita del neonato degli interventi, individuando le aree di miglioramento e di potenziale sviluppo. La sua efficacia è notevole: in dieci anni sono stati installati più di 3.000 macchinari, coinvolgendo 300 ospedali in Asia e Africa e formando 2.500 dottori, infermieri, ostetriche e tecnici biomedici. Dall’ufficio di Hanoi, io mi occupavo di coordinare la comunicazione del programma e dell’azienda vietnamita che progetta e produce le unità di terapia intensiva neonatale donate agli ospedali. Il mio compito era

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quello di promuovere le attività attraverso vari canali di comunicazione, come il sito internet, gli articoli per blog e riviste, la partecipazione ad eventi internazionali, le interviste a mamme e dottori. Incarichi che mi hanno fatto crescere professionalmente e, ancor più, mi hanno donato una consapevolezza tutta nuova rispetto alla persona che sono a agli obiettivi che voglio perseguire nella vita. Vorrei saper descrivere ciò che ho imparato senza risultare banale. Non è facile. Certe esperienze non possono essere raccontate, devono essere fatte in prima persona. Quello che posso dire è che ci si sente improvvisamente fortunati ad essere nati e cresciuti in una parte del mondo che, pur con i suoi problemi, non conosce la miseria, l’analfabetismo, la lotta per la sopravvivenza. La grande lezione che mi porto dal Vietnam è che non ho bisogno di cose per definire la mia identità. Quello che sono non è determinato dalle cose che possiedo. Io non sono i vestiti che indosso, la macchina che guido. Io sono i libri che ho letto, le storie che ho ascoltato, gli amici con cui ho condiviso un pezzo di strada, i paesaggi a cui ho aperto il cuore. Quando ho deciso di ritornare in Europa, sapevo che non sarebbe stato semplice tener fede a questa lezione di vita. Sono passati tre mesi da quando ho salutato l’Asia e ancora sono disorientata. Fatico a trovare un equilibrio, ho paura di ricadere nella logica consumistica dei bisogni inutili. Dico giornalmente grazie al Vietnam, che mi ha insegnato la libertà di essere felice con poco. Hẹn Gặp Lại, Việt Nam (Ci rivedremo, Vietnam).

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LO STUDIO È STATO PUBBLICATO SU «PSYSICAL REVIEW LETTERS» UNA DELLE PIÙ AUTOREVOLI RIVISTE SCIENTIFICHE INTERNAZIONALI

Effettuato a Trento il test che esplora i confini della meccanica quantistica In un recente lavoro pubblicato sulla rivista Physical Review Letters, il giovane fisico trentino Andrea Vinante, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler e del TIFPA (Trento Institute for Fundamental Physics and Applications), insieme a collaboratori dell’Università di Leiden (Olanda) e Trieste, ha sperimentalmente testato le previsioni di una delle teorie più note in grado di spiegare la transizione fra mondo quantistico e mondo classico. Gli oggetti della vita quotidiana, che possiamo vedere e toccare, seguono le leggi della fisica classica: possiedono proprietà ben definite e occupano posizioni definite nello spazio. Al contrario, gli oggetti del mondo microscopico, come elettroni, atomi e molecole, seguono le bizzarre leggi della meccanica quantistica: non hanno necessariamente proprietà definite e possono trovarsi simultaneamente in posizioni diverse. Come e dove avvenga la transizione fra tra mondo quantistico e mondo classico è ancora in parte un mistero. Secondo la teoria del collasso spontaneo della funzione d’onda, il comportamento classico

Il trentino Andrea Vinante, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler e del TIFPA (Trento Institute for Fundamental Physics and Applications).

sarebbe associato a piccolissime vibrazioni che verrebbero indotte in oggetti di dimensioni nanometriche. L’esperimento condotto da Vinante e collaboratori cerca di rivelare queste vibrazioni in

un nano-oscillatore meccanico, raffreddato alla temperatura di un centesimo di grado sopra lo zero assoluto, per ridurre gli effetti dell’agitazione termica. Le misure hanno permesso di mettere

Fotografia al microscopio elettronico del dispositivo (nano-oscillatore) usato nell’esperimento

un limite superiore alle vibrazioni previste dalla teoria, fornendo quindi delle informazioni precise sulla natura del confine classicoquantistico. «Oltre a indagini nel campo della fisica fondamentale - spiega Andrea Vinante - dispositivi nanomeccanici dello stesso tipo trovano svariate applicazioni sia nella ricerca applicata, come microscopi in grado di vedere singoli atomi, che nella vita di tutti i giorni, come gli accelerometri degli smartphone». Lo studio (Upper Bounds on Spontaneous Wave-Function Collapse Models Using Millikelvin-Cooled Nanocantilevers) è stato pubblicato su una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali del settore, la «Physical Review Letters», in quanto rappresenta il miglior test di questo tipo effettuato finora al mondo. I ricercatori sono ora impegnati in un secondo esperimento migliorato significativamente. (m.l. - FBK)

ALLA SUA REALIZZAZIONE HANNO CONTRIBUITO ANCHE L’UNIVERSITÀ DI TRENTO E L’ISTITUTO NAZIONALE DI FISICA NUCLEARE

LISA Pathfinder, la sonda dell’Ente Spaziale Europeo è pronta a cercare le onde gravitazionali nello spazio La sonda LISA Pathfinder ha cominciato la sua missione scientifica. Lanciata in orbita il 3 dicembre dello scorso anno, Lisa Pathfnder ha raggiunto la sua operazione posizione operativa lo scorso 22 gennaio e, dopo una lunga serie di test, può ora cominciare l’esperimento scientifico e tecnologico, per cui è stata progettata. La sonda, realizzata dall’ESA con il fondamentale contributo dell’ASI, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l’Università di Trento, punta infatti a dimostrare la fattibilità tecnologica del rilevamento di onde gravitazionali nello spazio. Predette da Albert Einstein 3 - 2016

un secolo fa, le onde gravitazionali sono fluttuazioni nel tessuto dello spazio-tempo, generate eventi astronomici estremi, come l’esplosione di supernovae o la fusione di buchi neri. Scienziati e ingegneri con LISA Pathfinder puntano proprio a verificare la

possibilità di estendere la ricerca delle onde gravitazionali allo spazio. LISA svolgerà sei mesi di attività scientifica e i suoi risultati apriranno la strada alla missione L3, il prossimo progetto di ESA, dedicato alla esplorazione

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dell’Universo gravitazionale. L’osservazione nello spazio infatti allargherà la finestra sull’Universo gravitazionale, che abbiamo appena aperto, essendo sensibile alle onde generate da buchi neri supermassivi, con masse pari a milioni di miliardi quella del Sole, posti al centro delle galassie più grandi. Negli scontri e fusioni di galassie, i mostri cosmici che racchiudono si fondono lentamente e producono onde gravitazionali. Questi dati forniranno indizi unici sulla formazione delle grandi strutture cosmiche e soprattutto sull’evoluzione dell’Universo primordiale, quando si generarono le prime stelle e galassie.


CIRCOLI

Il Circolo trentino sostiene con orgoglio l’attività della «Casa da Criança» di Jau Sono la segretaria del Circolo Trentino di Jaù (San Paolo - Brasile) e i nostri amici ci hanno chiesto di inviare un articolo sulla Casa da Criança (Casa dei Bambini) della nostra città, che riceve il nostro supporto perché fa un bellissimo lavoro a favore dei bambini poveri. Inoltre, il responsabile della Casa, Claudinet Migliorini, è di origine trentina. Insieme alla moglie Marilda Rosseto è nostro associato ed è stato anche nostro presidente. La Casa dei Bambini ha creato un gruppo di danza che si chiama «Primavera Trentina» che si esibisce in diverse occasioni durante l’anno. A ogni cena del nostro Circolo, ad

esempio, il momento culturale è affidato al Gruppo, che piace sempre a tutti. I bambini si esibiscono indossando abiti

tradizionali e nel repertorio che propongono c’è sempre almeno una canzone trentina. Nel giorno della Festa della Mamma, della Festa del Papà e in altri giorni festivi importanti nel nostro paese, i bambini fanno delle attività all’interno della Casa. Per il nostro Circolo è sempre stato motivo d’orgoglio aiutare la Casa da Criança soprattutto perché il lavoro dei nostri amici è totalmente basato sul volontariato e sulla solidarietà, due dei principi fondanti anche della nostra Associazione. Adriana Cristina Limoni de Morai

e tutti i soci del Circolo Trentino di Jaù

È STATO AVVIATO UN PROGETTO CULTURALE CHE COINVOLGE GLI STUDENTI DELLA SCUOLA STATALE «OSVALDO CRUZ»

Rodeio valorizza le proprie origini La Scuola Statale «Osvaldo Cruz» di Rodeio (Santa Catarina - Brasile) sta portando avanti il progetto denominato «Le nostre origini: Passato, Presente, Futuro», che punta a riscoprire e valorizzare le origini del Comune di Rodeio. Il progetto è stato concepito con l’intento di coinvolgere tutte le aree di insegnamento durante tutto l’anno scolastico, con l’obiettivo generale di approfondire la conoscenza delle tradizioni culturali degli immigrati trentini

e di mantenerle vive nelle nuove generazioni. L’idea del progetto è scaturita durante la commemorazione della liberazione di Rodeio, quando gli studenti, affiancati dai genitori, hanno fatto una ricerca sulla storia

delle loro famiglie e dei quartieri dove vivono. I risultati di quella ricerca hanno fatto capire che il lavoro svolto poteva essere il punto di partenza di un più ampio progetto specifico, di interesse anche al di fuori dell’ambiente scolastico.

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L’avvio ufficiale del progetto «Le nostre origini: Passato, Presente, Futuro» è avvenuto con una conferenza pubblica, che è stata molto apprezzata, tenuta il 9 marzo da Iracema Moser Cani nell’anfiteatro della scuola. La storica e scrittrice ha parlato del suo libro intitolato «Storie e Memorie di Rodeio», che descrive la storia della colonizzazione della città e della religiosità della sua popolazione, riscoperte tramite documenti e racconti orali e scritti.

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CIRCOLI

Dal Circolo di Toronto, un bollettino ricco di notizie

È

uscito il secondo numero dell’anno di “Notizie dalla baita”, bollettino bimestrale del Circolo trentino di Toronto (Canada), come sempre molto ricco di informazioni sull’attività svolta e su quella in programma. Sia nel «Messaggio» del presidente David Corazza, sia a pagina 2, si parla dell’assemblea generale annuale del Circolo, che si è svolta il 15 gennaio scorso, durante la quale sono stati eletti i consiglieri che rimarranno in carica per i prossimi due anni: oltre al presidente in carica sono Dan Bertolini, Lorena Breda, Gemma Angeli, Eddy Angeli, Albina Franch, Mario Franch, Natalia Prevedel, Franco Prevedel, Massimo Prevedel, Rick Tanel, Ivo Finotti, Lorena Danelon e Carla Gembrini. Si parla poi dell’annuale «Cena di canderli» organizzata dai soci del Circolo originari di Cloz,

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vuto luogo il 30 gennaio che ha avuto scorso edd è stata un grande successo; il 27 febbraio invece si è svolta la «Cena del Presidente», anche questa con esito più che positivo. Vino e formaggio sono stati i protagonisti della serata di raccolta fondi del 12 marzo: l’intero ricavato verrà consegnato a una famiglia della comunità, che sta affrontando un momento delicato. Il bollettino si è arricchito di una nuova sezione, intitolata «Conosciamo i nostri membri», riservata ai soci del Circolo che vogliono raccontare la propria storia: ad inaugurare la nuova rubrica sono stati Ivo Finotti e Sonia Dalpiaz con il marito Peter Stec. Ivo Finotti è nato a Rovereto nel 1954 e due anni dopo è emigrato a Montreal con la famiglia, che rientra tra i membri fondatori del Montreal Trentino

Club. Ha dedicato gli ultimi 20 anni della sua carriera al settore del commercio e delle vendite, è vice-presidente del Club dal 2012, è impegnato con Trentini nel Mondo come coordinatore per i club canadesi e dal 1976 porta avanti un progetto iniziato dallo zio sull’albero genealogico della famiglia. Sonia Dalpiaz è nata a Montreal (ma il padre era trentino, originario di Tassullo, Val di Non) e anche la sua famiglia faceva parte del gruppo di fondatori del Montreal Trentino Club; è terapista del sistema respiratorio. Peter Stec, marito di Sonia Dalpiaz, è senior technical manager in ambito farmaceutico e membro di Habitat For Humanity, un’organizzazione no profit che costruisce case per gente bisognosa. Nelle pagine dedicate al «Grup-

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po Femminile» viene ringraziato padre Gabriele Cingolani per i tanti consigli e l’incoraggiamento dispensati durante la conferenza per la preparazione pasquale; le donne del Gruppo vengono invece a loro volta ringraziate da parte da Camp Oki (unico campo estivo canadese per bambini con cardiopatie congenite) e dalla Sick Kids Foundation, in seguito a una donazione fatta con il ricavato di una vendita di dolci e una lotteria. Il Trentino Club si congratula infine con Florio ed Edda Cescolini per il cinquantesimo anniversario di matrimonio (11 dicembre 2015) e con i neosposi Sonia Albertini e Gavskar Allen e porge gli auguri per il novantesimo compleanno a Bruno Cristan (15 febbraio 2016) e Ida Dalsass (17 febbraio 2016). A. Ciola


CIRCOLI ERA STATO FRA I FONDATORI DEL CIRCOLO TRENTINO DI SYDNEY (AUSTRALIA) E PER MOLTI ANNI NE ERA STATO IL PRESIDENTE

Renato de Oliva è scomparso a 85 anni La sera della vigilia di Natale Renato de Oliva ha sita’ parenti ed amifatto ritorno alla casa del Padre. Era nato a Campoci, ospiti dall’Italia e denno (Val di Non, Trento) nel 1930, in una numerosa dall’Australia, godenfamiglia di tredici fratelli e sorelle. Come tutte le fado dell’ottima cucina miglie, anche i De Oliva si guadagnavano la vita con di Lina (con lui nella il lavoro della terra. foto qui a fianco) e dei Renato fece il servizio militare con il corpo Alpini. tipici prodotti trentini Al ritorno in paese, con senso di coraggio e di iniziadi Renato! tiva, Renato aprì un piccolo negozio di generi misti, il In occasione della quale ebbe subito grande successo, anche grazie alla visita di Bruno Fronza personalità di Renato e alla popolarità della famiglia. a Sydney nel 1977, ReEntro poco tempo, Renato acquistò una Fiat Multipla, nato accettò l’invito di l’unica automobile in paese, e rimasta famosa fino ai fare parte di un Circolo trentino, e ne divenne «socio tempi recenti! fondatore». Qualche anno dopo fu eletto presidente Ma nel frattempo incontrò e si innamorò di Lina del Circolo trentino di Sydney, carica che occupò Finadri di Dercolo, i cui fratelli erano emigrati in per molti anni, mentre faceva parte anche del Gruppo Australia. Lina accettò l’invito del fratello Aurelio, Alpini, e del Club Marconi. e partì anch’essa per l’Australia, da dove fece l’atto Si può dire che gli anni della presidenza di Renato di richiamo al fidanzato Renato, che a sua volta partì, De Oliva coincisero con il periodo di maggior partelasciando negozio e automobile ad uno dei fratelli. cipazione e successo del Circolo, con attività sociali, Alcuni mesi dopo il suo arrivo a Sydney nel 1962, Renato e Lina si culturali, ricreative e di beneficenza, con un «gruppo giovani» molto sposarono, nella parrocchia di San Giovanni Bosco a Engadine (al attivo, con feste di famiglia e religiose. Sud di Sydney). Si era integrato felicemente nella cultura australiana ma era rimasto Renato si adattò a fare qualsiasi lavoro: all’inizio fece il camionista fedele alle sue tradizioni trentine: era orgoglioso di essere italiano per trasporto di materiale da costruzione per una ditta italiana, poi e australiano allo stesso tempo. Al funerale celebrato da Padre si trasformò in contadino nelle Bertagnolli hanno partecipato campagne all’interno di Sydney. numerosi trentini di Sydney, con Intanto nacquero tre figli: Ivan, la bandiera del Circolo, ed alcuni Bruno e Mauro. E quando questi amici Trentini venuti da Canberra Renato era persona squisita, parlava correntemente l’inglese ed e da Wollongong. raggiunsero l’età della scuola superiore, Renato e Lina portarono aveva saputo integrarsi perfettamente nella società australiana senza Alla moglie Lina, ai figli Ivan, la famiglia a Sydney, dove i figli comunque dimenticare le proprie origini, il suo paese era sempre nel Mauro, Bruno, alle nuore e ai avevano migliori possibilità di suo cuore ed era sempre informato degli avvenimenti nonesi e trentini. nipoti Jackson, Gemma, Damian Come presidente del Circolo Trentino di Sydney spesso ha ospitato e Liana, ai parenti e amici in Itauna buona educazione. La zona di St Marys all’ovest a casa sua prominenti ospiti sia trentini che italiani: fra questi c’è lia, vadano le condoglianze della della città divenne la sede della stato anche il grande cantante Luciano Taioli!!!! comunità trentina in Australia e Lascia in tutti quanti lo conobbero, un grande vuoto, anche perché in Italia. famiglia. La casa De Oliva ha sempre accolto con genero- egli era un punto di riferimento per i trentini d’Australia. padre Ferruccio Bertagnolli

Il ricordo del nipote Ruggero Finadri

Cordoglio in Chaco e Santa Fe per l’addio a Ricardo Moschen I primi immigrati che si sono stabiliti in Argentina conservavano nei loro ricordi, nei loro cuori e nel loro vivere quotidiano gli usi, il cibo, il ballo, i giochi della loro terra natale; per chi proveniva dal Trentino era difficile separarsi da tutto questo. Non lo voleva perdere, ne aveva bisogno affinché la nostalgia e lo sradicamento non fossero così dolorosi. Nacquero così i primi Circoli Trentini nelle principali città argentine. Si sentiva la necessità che, nonostante il passare del tempo, quella sopravvivesse tra i discendenti trentini. Per farlo bisognava riunire e organizzare i discendenti degli emigrati trentini. Proprio con questo intento, alcuni anni fa, Ricardo Moschen si è dato da fare soprattutto nelle località lontane dai grandi centri urbani e collaborando con Ciro Russo, coordinatore dei progetti della Provincia Autonoma di Trento in Sud America, ha contribuito alla

fondazione di alcuni Circoli trentini all’interno della provincia del Chaco e nel nord della Provincia di Santa Fe. Con la sua grande energia, saggezza, pazienza e la sua capacità di coordinare, Ricardo Moschen fu colui che insegnò ai trentini ad organizzarsi e a recuperare oggetti e racconti del passato, che più di una persona teneva custoditi nel baule dei ricordi. Un po’ alla volta, ma con costanza e convinzione, i trentini e i loro discendenti che vivono nelle zone interne di queste due province hanno seguito gli insegnamenti di Ricardo, al quale sono molto grati per averli aiutati a rispolverare, recuperare e ricordare le loro radici. Il 25 febbraio 2016 Ricardo Moschen è spirato e tutta la comunità trentina ha pianto la sua scomparsa ma le sue azioni resteranno vive per sempre nei cuori di ogni abitante del

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Chaco e di Santa Fe. Camminerai per sempre tra di noi e ti saremo sempre riconoscenti, Don Ricardo Moschen. 3 - 2016


DALLE VALLI UN’INIZIATIVA RIVOLTA AI RAGAZZI DELLE SCUOLE MEDIE DELLA BASSA E ALTA VAL DI SOLE

Per spazzare via i pregiudizi bisogna capire le migrazioni

I

l 17 marzo è stato inaugurato il progetto «Mi racconti la tua storia?», promosso dal comune di Commezzadura e finanziato dai Piani Giovani della Val di Sole, un percorso culturale e interdisciplinare alla ricerca di storie, di emigrazione e di immigrazione, da e verso il Trentino. Storie che diventeranno lezioni di storia attraverso la lettura e la rielaborazione che ne faranno gli studenti delle scuole medie della Bassa e Alta Val di Sole per mezzo di un ricco ventaglio di strumenti che daranno voce alle loro narrazioni: scrittura creativa, disegno, collage, video-intervista. Le attività si svolgeranno tra il mese di marzo e giugno e i lavori realizzati dagli studenti diventeranno oggetto di una mostra collettiva nell’ambito della manifestazione culturale «5 Passi per il Mondo» che si svolgerà nel comune di Commezzadura la prossima estate, in vista dei mondiali di Mountain Bike. Questa prima giornata ha visto il coinvolgimento degli studenti delle classi prime e seconde delle Scuole Secondarie di Primo Grado di Malè e di Ossana, in qualità di destinatari del progetto, accompagnati dai loro insegnanti in un incontro informativo sul tema «Migrazioni, ieri e oggi» in cui attori associativi, civili ed ecclesiali del territorio hanno affrontato l’argomento, ognuno da una prospettiva diversa. Ha aperto il dibattito Pio Dalla Valle (nella foto), in rappresentanza dell’Associazione Trentini nel Mondo, che ha fornito un’ampia panoramica sull’emigrazione italiana e trentina dalla fine del 1800 al secondo dopoguerra. Federica Costanzi, ambasciatrice del Centro Studi Val di Sole, ha realizzato un interessante intervento sull’emigrazione femminile raccontata nell’autobiografia di Jolanda Vecchietti, «L’Affre3 - 2016

Il progetto «Mi racconti la tua storia?», promosso dal comune di Commezzadura e finanziato dai «Piani Giovani della Val di Sole», propone una riflessione costruttiva su un tema quanto mai complesso e di grandissima attualità sco», e mostrato uno spaccato di vita quotidiana degli emigrati italiani in Cile e in Australia attraverso la lettura e il racconto di alcune lettere contenute nel libro «Frammenti», in cui i ricordi si mescolano a meraviglia con un caleidoscopio di emozioni, visive, uditive, olfattive, tuttora percepibili dalla voce che le narra. Renato Giacomelli, archivista dell’Archivio Diocesano e Don Giuseppe Caldera, responsabile del Centro Missionario Diocesano di Trento hanno affrontato il tema dell’asilo e della diaspora, attraverso un excursus storico e fotografico sulla condizione di profugo vissuta dai trentini durante la prima guerra mondiale e la condizione dei rifugiati di oggi in Africa, in Medio Oriente e in Europa. Ha chiuso questa mattinata di incontri Giorgio Giampiccolo, della Croce Rossa Italiana, con una riflessione intorno ai pregiudizi e alle bufale sui migranti alimentate dai mass media e con un invito ai ragazzi all’analisi critica delle fonti, in un lavoro di consultazione e di ricerca.

Dopo questa intensa giornata di discussioni e approfondimenti, gli studenti saranno coinvolti in attività laboratoriali creative ed artistiche in cui saranno loro stessi ad individuare le storie e a raccontarle. Ma storie di che tipo? Storie di emigrazione e di immigrazione, di partenze e di arrivi, di miti e di speranze perché le migrazioni hanno interessato tutte le epoche e tutte le civiltà e noi stessi siamo stati a nostra volta emigrati, per il Paese che abbiamo lasciato, ed immigrati, per le società che ci hanno accolto, ma anche profughi, sfollati e migranti «irregolari». La storia della nostra emigrazione ci aiuterà a capire meglio anche l’emigrazione degli altri, senza pregiudizi ed allarmismi, ma solo se abbattiamo quelle barriere mentali che ci portano ad assumere a priori un atteggiamento ostile, intollerante o anche semplicemente indifferente. Il progetto si configura come una risposta positiva a tali posizioni di chiusura e come una riflessione costruttiva su un tema

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quanto mai complesso e di rilevanza assolutamente attuale. Gli studenti esprimeranno quindi il loro punto di vista sul fenomeno migratorio che ha interessato le proprie vicende familiari o che caratterizza la loro realtà scolastica, come sappiamo sempre più multiculturale, per mezzo della letteratura, della storia, dell’arte, attraverso le testimonianze orali e le opportunità offerte dai nuovi media, raccontando e raccontandoci, con un viaggio alla scoperta di una parte importante del nostro passato che ci aiuti a rendere più comprensibili anche molti avvenimenti attuali. Un viaggio che prenderà in considerazione una pluralità di voci e punti di osservazione diversi, l’unico modo per poter spiegare un fenomeno mondiale così complesso come quello della circolazione dei popoli, di ieri e di oggi. Infine, un gruppo di studenti realizzerà un lavoro di ricostruzione storica. Con il supporto dei responsabili della sezione didattica del Museo Storico di Trento, i ragazzi avranno infatti la possibilità di vestire i panni degli storici e di cimentarsi in un lavoro di ricerca e consultazione presso l’archivio del Museo partecipando ad un percorso didattico pensato appositamente per loro. Olinda Paesano


DALLE VALLI PROMOSSO DALL’«IPSIA - ISTITUTO PACE SVILUPPO E INNOVAZIONE» DELLE ACLI, HA COME PROTAGONISTI SEI STUDENTI

Uno spettacolo nelle scuole racconta il dramma dei profughi e dei rifugiati Un gruppo di sei studenti, fra 15 e 18 anni, italiani e immigrati, sono in giro per le scuole del Trentino per presentare lo spettacolo di teatro «Scacco Matto Afghanistan», ideato e realizzato da loro stessi sotto la direzione del regista Michele Trotter e dell’educatore Matteo Petrolli. L’iniziativa è promossa da IPSIA del Trentino (Istituto Pace Sviluppo e Innovazione delle ACLI) come attività di sensibilizzazione sul tema dell’emergenza profughi prevista nel progetto di cooperazione internazionale «Emergenza rifugiati sulla Western Balkan Route - Intervento di sostegno umanitario ai rifugiati», finanziato dalla Giunta Provinciale e l’Assessorato alla Cooperazione allo Sviluppo della

Provincia Autonoma di Trento. Lo spettacolo, con la durata di appena 45 minuti, ripercorre le tappe del viaggio di un giovane rifugiato dall’Afghanistan all’Italia. Prima la vita in un paese

dell’Afghanistan, dove matura la decisione di partire; quindi il viaggio attraverso le montagne; poi la vita randagia e solitaria in Grecia in attesa di un’occasione propizia per attraversare

IL PREMIO VIENE ASSEGNATO A PERSONE CHE SI SONO PARTICOLARMENTE DISTINTE NEL MONDO

«Chiavi di Pinzolo» consegnate al generale Christofer Cavoli Le «chiavi di Pinzolo» sono state consegnate dal sindaco Michele Cereghini al generale Christopher Cavoli, comandante del Joint Multinational Training Command in Europa, in una bella cerimonia presso la sala consiliare. Si tratta di un riconoscimento che viene dato a persone che si sono particolarmente distinte nel mondo e sono ospiti fedeli e affezionati alla comunità locale. Quest’anno il premio, su proposta del compianto Italo Maffei Lustro, è stato assegnato al generale Christopher Cavoli figlio di Ivo Cavoli di Pinzolo e di Rita Maffei Maestranzi di Giustino. La serata è stata allietata dalle canzoni del coro Presanella. (Nelle foto - di Luciano Imperadori - la famiglia del gen. Christofer Cavoli con il sindaco, la Giunta comunale e il coro Presanella)

il Mediterraneo; quindi i viaggi clandestini in mare e sugli autocarri; infine l’arrivo in Italia e finalmente, a distanza di due anni, la voce della madre all’altro capo del telefono. Originariamente, lo spettacolo è stato realizzato nell’ambito del «Laboratorio Teatro e Convivenza», organizzato dal Comune e dalla Parrocchia di Denno in collaborazione con la Cooperativa Sociale Casa Zambiasi Coop e con l’appoggio del Cinformi. A interpretare la storia di Mohamed sono i giovani attori Andrea Dalpiaz, Nader Bouaouni, Linda Cova, Madalena Lima, Michele Martini e Silvia Berlanda, tutti della Bassa Val di Non. All’iniziativa, che sta coinvolgendo circa seicento studenti e prevede anche momenti di riflessione e dibattito in seguito allo spettacolo, hanno aderito: Liceo G. Prati di Trento, ENAIP Villazzano, ENAIP Borgo Valsugana, Liceo Martino Martini di Mezzolombardo e Liceo F. Filzi di Rovereto. Il progetto «Emergenza rifugiati sulla Western Balkan Route» viene realizzato al confine tra la Serbia e la Macedonia. A Presevo, in Serbia, si tratta di un intervento umanitario con l’obiettivo di ridurre il disagio dei rifugiati e dei migranti (circa 650.000 persone, 6.000 arrivi al giorno) durante il loro viaggio e soggiorno in Serbia lungo la Western Balkan Route / la rotta balcanica occidentale. In partenariato con la Caritas Serbia, IPSIA del Trentino vuole garantire migliore accesso e distribuzione degli aiuti umanitari (cibo, materiale igienico sanitario, protezioni dagli agenti atmosferici) in particolare per i gruppi vulnerabili (anziani, donne, bambini) della popolazione migrante migliorando al contempo anche la logistica e i servizi di supporto sociale nei centri di registrazione e transito.

Per comunicare con la redazione del mensile:

redazione@trentininelmondo.it 19

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DAL MONDO NATO NEL 1946 AD AVIO, EMIGRATO CON LA FAMIGLIA IN SVIZZERA NEL 1952, DAL 1967 VIVE E LAVORA IN CANADA

L’arte di Lorenzo Fracchetti è un invito a conoscere e salvaguardare l’Artico Lorenzo Fracchetti è un pittore canadese di origine trentina - è nato ad Avio nel 1946 - che ha fatto della rappresentazione artistica dell’Artico la propria vita. In occasione del suo settantesimo compleanno è stata promossa da un gruppo di amici una mostra di sue opere grafiche, che si è svolta dal 12 al 28 febbraio 2016 presso la Biblioteca Civica “G. Tartarotti” di Rovereto, nell’ambito di un’iniziativa intitolata «Artico: l’ultima eco-frontiera?». In occasione dell’inaugurazione è stata presentata anche la missione didattico-scientifica «Progetto RESEt», che durante la prossima estate porterà gli studenti della 4a LUC del liceo Filzi per quattordici giorni alle isole Svalbard a visitare le stazioni scientifiche attive sul posto e a compiere ricerche dirette sul campo. L’abbinamento fra «Progetto RESEt» e la mostra di Fracchetti non è stato casuale, perché lo scopo dell’arte stessa di Fracchetti è quello di diffondere un messaggio di conoscenza, rispetto e salvaguardia dell’Artico.

nutre un interesse profondo per gli Inuit (Eschimesi) e la loro cultura, il loro modo di vivere. L’amore per l’estremo Nord non è mai venuto meno. L’ARTE DI FRACCHETTI È IL NATURALISMO

di vallate, crepacci, laghi e fiumi. Studia all’Accademia di Belle Arti di Milano, perfezionando

DA CINQUANT’ANNI IN CANADA

Nel 1952 emigra con la famiglia in Svizzera e fin da giovane Lorenzo Fracchetti inizia a sviluppare una passione per la maestosità delle montagne e il fascino

poi gli studi in Svizzera, dove si dedica per due anni al design artistico. Nel 1967 può scegliere di emigrare in Canada o in Australia: sceglie la prima destinazione a causa della sua passione per la stagione invernale. Inseritosi nella comunità artistica di Toronto, lavora come illustratore per George Lonn, rinomato editore di libri sull’Artico e professore all’Accademia degli Artisti dell’Ontario. Sarà proprio Lonn a dargli la spinta cruciale p la sua arte alcuni anni più per tardi, quando lo manderà sull’isola di Baggin per disegnare, fare fotografie e prendere appunti Fracchetti a trent’anni si innamora dell’Artico, degli animali e delle persone che lo popolano,

L’arte di Fracchetti appartiene alla corrente naturalista, genere apprezzato in misura maggiore negli Stati Uniti rispetto all’Europa, che ritrae la natura e la rielabora per enfatizzare situazioni, stati d’animo, percezioni sensoriali. In questo tipo di espressione artistica non è necessario raffigurare ogni dettaglio presente nella realtà: si dipinge l’essenziale, ciò che conta davvero. I soggetti maggiormente rappresentati dal pittore sono la banchisa dell’Artico canadese, gli animali (cani da slitta, orsi, trichechi, orche), gli Inuit adulti mentre lavorano o nel tempo libero, visi di singoli o di coppia Inuit. Nelle sue opere non ci sono aggressività né tragicità, natura animali e uomini coesistono in un clima sereno, silenzioso, in uno spazio che sembra infinito e nel quale il freddo domina insieme alla luce e a un senso di solitudine. La luce è l’elemento che fa la differenza, sostiene l’artista, che predilige la pittura ad olio per la resa brillante del colore. «Nei quadri dipinti - ha affer-

L’Artico è un mondo da favola, di pace e silenzio In un suo commento al quadro «Il mare della tranquillità» (nella foto a fianco), Fracchetti spiega perché ama così tanto l’Artico. Ecco le sue parole. «Forse perché lo vedevo come un mondo desolato, solitario e con un freddo polare, tutte cose che quasi tutti gli uomini odiano malgrado che si tratti del “frigorifero del pianeta”. Al di là di tutto questo è un mondo da favola, una grande espressione di pace e di silenzio, che è la vera voce dell’universo, con una luce che ti fa uscire dal3 - 2016

la nostra realtà caotica di tutti i giorni e ti trasporta in un mondo

surreale e fantastico. Esiste anche una solitudine

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sublime e trascendente che ti fa sentire parte integrante della natura con un paesaggio in constante cambiamento. I trichechi: animali intelligenti che non fanno altro che mangiare e dormire e stare vicino ai loro amici».


DAL MONDO

mato il professor Bruno Sanguanini, ordinario di sociologia della comunicazione e dei media, che in occasione dell’inaugurazione della mostra di Rovereto ha introdotto il personaggio di Lorenzo Fracchetti e la sua arte - non c’è paesaggio che non sia popolato da un qualche vivente, animale o uomo dei ghiacci. Nella pittura di grandi dimensioni gli sprazzi

di colore del giorno che cambia regnano distintamente sul bianco e sull’azzurro. C’è sempre qualcosa della vita “vivente” che fa eco a ciò che intendiamo noi umani, per lo più cresciuti a misura della città, non nelle “frontiere” del Pianeta, con ciò che è degno di essere vissuto, ma anche valorizzato e tutelato, per il bene nostro e del Pianeta».

Secondo Sanguanini «tanto nell’aria quanto sulla neve più brillante s’impone un respiro che sa di vapore ma anche di silenzio. I cani da slitta non ringhiano mai, né si azzannano fra di loro. Gli Inuit del ritratto sorridono allo spettatore, prima con il cuore e poi con gli occhi e tutto il resto del corpo. Le rughe dei vecchi lasciano trasudare le tante “storie”

di cui sono state protagoniste». Fracchetti ha annunciato la prossima pubblicazione di un libro per celebrare cinquant’anni di carriera artistica, iniziata nel 1967. È probabile che per la copertina la scelta ricada su «Le luci che ci guidano», un quadro (descritto qui sotto), che il pittore ritiene un simbolo dello stretto legame tra cielo e terra. A.C.

lanciate dall’atmosfera superiore del sole negli spazi. Visibili solo in inverno, queste particelle interagiscono con lo scudo magnetico terrestre. Si produce energia che viene attratta dai due poli della terra: ed ecco dunque le aurore. I mistici e i poeti pensano che

sia un misterioso abbraccio tra il paradiso e la terra, e che danzino assieme luce e spazio per ricordarci che tutti noi siamo parte dei milioni di luci nell’universo. Forse la bellezza surreale delle notti artiche invernali - così silenziose, buie e fredde - ci fa

sentire più vicini all’ignoto e al sovrannaturale. I cani Husky, otto come le stelle del “Grande cane”, rappresentano un elemento di perfezione, così come il Cristo cosmico, l’infinito e la totalità dell’universo.

«Luci che ci guidano» In questo quadro ci sono più di 10.000 stelle, dipinte una per una. In esso trovate i quattro principali elementi che rendono unico l’artico canadese: l’igloo, l’aurora boreale, i cani da slitta e l’infinito orizzonte con gli iceberg. Sullo sfondo un albero stilizzato rappresenta i legami tra tutte le forme di vita sul nostro bellissimo pianeta. L’albero della vita ci lega ad ogni forma creata ed è considerato il simbolo del creatore stesso. Nel centro del cielo brilla la stella più luminosa, chiamata “stella cane”, dato che fa parte di una costellazione di otto stelle chiamata “Il grande cane” (Canis majoris). Essa brilla venti volte di più ed ha un volume doppio rispetto al sole. Si crede che essa sia “un sole dietro al nostro sole” e che mantenga vivo il mondo dello spirito. L’aurora boreale è uno dei fantastici ed unici eventi nel cielo di notte. E’ grazie al sole e ai suoi bagliori che si crea l’aurora: enormi quantità di particelle con cariche elettriche vengono

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Lorenzo Fracchetti

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STORIA IL PICCO DELL’EMIGRAZIONE VERSO IL PAESE NORDEUROPEO SI VERIFICÒ DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Verso il Belgio per scavare il carbone in condizioni pericolose e disumane

E

rano decine migliaia gli stranieri al lavoro quando Calisto Peretti s’infila per la prima volta in una galleria sotterranea di Tertre, nel Borinage (Vallonia belga) per raffigurare i minatori nel mondo nero del carbone da estrarre. Era il 1956 ed era un ragazzo di 19 anni. Una statistica ufficiale dell’anno dopo dava 23.000 occupati nell’industria del carbone nel solo Borinage su 64.800 che vi lavoravano. Già dalla fine Ottocento il governo aveva chiamato operai stranieri per sostituire i belgi che sempre meno volevano lavorarci. Troppa fatica, troppi incidenti, troppe morti. Molti gli italiani. L’emigrazione politica verso il Belgio era iniziata già all’epoca dei moti rivoluzionari del 1840. Poi, alla fine di quel secolo, continuò per sfuggire alle repressioni anti-socialiste ed in seguito alla dittatura fascista. Anche il padre di Calisto. Negli anni Trenta era arrivato nel Borinage fuggendo dalla dittatura allora trionfante. Con la moglie aveva lasciato il Veneto e si trovò in un mondo cosmopolita, unito solamente dal colore nero della polvere di carbone, a scavare pozzi.

spiccato turn over tra i due Paesi. Tra il 1946 e gli inizi degli anni Sessanta quattro milioni di italiani emigrarono, è il periodo in cui vennero firmati i trattati di Roma con i quali si ridefinì lo status giuridico del lavoratore nei Paesi aderenti all’allora Mercato Economico Comune europeo. L’ACCORDO BILATERALE TRA ITALIA E BELGIO

Gli annuari statistici dicono che in quei tempi il 75 per cento dei minatori erano italiani. Il resto erano polacchi, greci, turchi, magrebini, qualche belga fiammingo e vallone. È una storia mai scritta per intero quella della migrazione italiana e trentina in Belgio, mentre abbondano i racconti di vissuti e di vicende singole, dense di tanta

fatica, di mogli che s’adattano a qualsiasi lavoro per integrare paghe da fame, di malattie, di morti, di segregazione, ma pure di integrazioni riuscite. Di lavoro che affratella: in miniera non c’é appartheid - siam tutti neri in modo uguale - si diceva allora. Appena risalito dal pozzo, però, il minatore andava in baracca. In seguito anche storie di rientri e di

IN MINIERA SIAM TUTTI NERI IN MODO UGUALE

Già dopo la prima guerra mondiale il numero degli immigrati nelle miniere s’era impennato. Nel 1923 il dieci per cento era straniero, italiani assai più che polacchi, iugoslavi, ungheresi, algerini e marocchini. Gli immigrati erano partiti alla spicciolata dai luoghi d’origine ed il Belgio cercò di regolamentarne i flussi mediante accordi stipulati con Italia ed altri Paesi. Inoltre, creò apposite commissioni da inviare all’estero, soprattutto nell’Europa dell’Est, per cercare manodopera. Tra le migliaia di minatori italiani anche molti trentini. Il picco dell’immigrazione economica in Belgio si verificò dopo la seconda guerra mondiale, quando forte era il bisogno di lavoratori per il rilancio economico. 3 - 2016

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Lo scambio uomo-carbone ovvero gli accordi bilaterali tra gli stati che chiedevano manodopera per la ricostruzione post-bellica vennero avviati dal governo Degasperi con i vicini Paesi europei: tutti si assicuravano la loro quota controllata di lavoratori. Con Francia e Belgio nel 1946. Con Cecoslovacchia, Svezia e Gran Bretagna nel 1947. Con Svizzera, Olanda e Lussemburgo nel 1948. Con la Germania nel 1955. Nel frattempo firmò accordi anche con Argentina, Brasile, Uruguay, Australia e Canada. (Il metodo del contingentamento seguiva di fatto quello adottato durante il fascismo con la nuova politica migratoria annunciata da Mussolini nel 1926). Fu così che nel solo biennio 1946-1947 partirono per le miniere del Belgio e della Francia quasi 84mila italiani, la maggior parte provenienti dal Veneto, dalla Campania e dalle regioni del Sud. E dal Trentino. Il picco verso il Belgio fu a metà degli anni Cinquanta, il minimo nel 1963. Il protocollo d’intesa italobelga concedeva ben poche garanzie ai lavoratori immigrati, mentre l’Italia si impegnava a inviarne 2.000 alla settimana con età massima di 35 anni (45 anni dal 1954), sani e con la fedina penale pulita. In cambio riceveva carbone nella misura di 2.500 tonnellate mensili. Era previsto un contratto di 12 mesi, rinnovabile a secondo delle esigenze del datore di lavoro. Il protocollo italo-belga del 23 giugno 1946 avviò l’immigrazione di 50.000 minatori italiani in Belgio di fatto molti di più di questo numero ufficiale, tra


STORIA

Tra il 1945 ed il 1950 l’emigrazione trentina nelle miniere belghe volò al 7% sul totale dei migranti. Nel 1961, gli italiani rappresentavano il 44 %della popolazione straniera del Belgio clandestini e non contingentati). Le rimesse degli emigranti contribuirono alla rinascita italiana: nel 1950 ammontavano già a 400 milioni di franchi l’anno. Questi i contenuti salienti della “vendita” delle braccia da lavoro italiane. Per assicurarsi che gli accordi venissero rispettati, le compagnie carbonifere inviarono loro medici per visite accurate nei luoghi di partenza in Italia ed altre seguivano nei luoghi d’arrivo in Belgio. Chi si rifiutava poi di lavorare in miniera veniva arrestato e rimpatriato. Molte mogli emigrate per fare da infermiere ai mariti ammalati rimasero da vedove in Belgio, allevando i figli con i lavori più umili e con piccole pensioni di reversibilità. Alloggiate nelle baracche di legno dei mariti, prima usate dai nazisti nei campi d’internamento circondati da filo spinato senza acqua corrente ed energia elettrica. I FLUSSI MIGRATORI DAL TRENTINO ALTO ADIGE

Nella regione Trentino-Alto Adige dal 1921 al 1942, il 4 per cento della popolazione emigrò in Europa (non esiste il dato disaggregato per provincia). La media migratoria annua nei primi dieci del dopoguerra fu di 4.000 persone, mentre il massimo assoluto dell’emigrazione trentina avvenne nel periodo 51-61 quando nell’80 per cento dei comuni si verificò il fenomeno dello spopolamento, con peso maggiore nelle valli di Non, Sole e Alto Sarca. Il Belgio aveva già calamitato tra le due guerre poco

meno di 6.500 migranti quasi tutti nelle miniere della Sambre e della Mosa ovvero nei pays noir così chiamati perché tutto era coperto da polvere di carbone. Lavoro per lo più a cottimo specialmente dal 1926 quando si iniziò ad utilizzare il martello pneumatico. In seguito, tra il 1945 ed il 1950 l’emigrazione trentina nelle miniere belghe volò al sette per cento sul totale dei migranti, per scendere a qualche migliaio negli anni Sessanta. Mete comuni, la Vallonia ed il Limburgo. Molti di loro si ammalarono di silicosi per le polveri inspirate per anni. L’universo delle malattie professionali era talmente esteso che nel 1959 i medici delle compagnie carbonifere dichiararono invalidi 31.729 minatori su 112.000. Nel periodo 1953-1975 le partenze vengono indicate in 70.000 dal Trentino-Alto Adige, poi il numero dei rimpatri inizia a superare quello degli espatri. Le zone di partenza si trovavano per lo più tra i 400 ed i 1.000 metri di altitudine, dove più scarso era il reddito. Tale fenomeno diede origine a squilibri demografici ed economici ancora oggi non sanati del tutto. Anche in Italia l’emigrazione provocava vistosi squilibri demografici ed economici, mentre i Paesi di immigrazione si erano ripresi dai guai bellici proprio in virtù del lavoro degli immigrati. Nel 1961, gli italiani rappresentavano il 44 per cento della popolazione straniera del Belgio. Dal 1946 al 1976 il 68 per cento della nostra emigrazione si era

diretta verso l’Europa, il 12 per cento verso il Sudamerica ed il 5 per cento verso l’Australia. Nel medesimo periodo le migrazioni interne italiane si rivolgono soprattutto in Lombardia, Piemonte e Veneto provenendo da Sud, ma pure dalle zone montuose del Nord e del Nordest. Solamente a partire dagli anni Settanta iniziano i rientri in Italia, di pari passo con l’industrializzazione diffusa. Già dal 1973 il numero di chi rientra supera quello di chi se ne va. DOPO MARCINELLE TUTTO È CAMBIATO

Tutto cambiò dopo la tragedia di Marcinelle, l’8 agosto 1956. La causa fu imputata alla stanchezza di un manovale addetto ai carrelli che a 1.000 metri di profondità, nel nero ventre della terra, avrebbe toccato con un mezzo un filo elettrico, provocando un corto circuito. Di qui lo scoppio del gas grisou e l’incendio. Gli italiani morti furono 136 sul totale di 262. Uno era trentino, Primo Leonardelli di Viarago, frazione di Pergine. Si trovano tra gli 867 deceduti

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in miniera ed in altri luoghi di lavoro dal 1946 al 1965 (dato ufficiale belga). A quel numero vanno aggiunti i defunti per silicosi. I minatori sapevano che le responsabilità vere derivavano dalle condizioni di lavoro pericolose e disumane in cui erano costretti a lavorare, sei giorni a settimana per più di otto ore al giorno, tra il nero del carbone e le esalazioni del mortale grisou. La miniera di Marcinelle, attiva dal 1822 e mai sostanzialmente ammodernata, divenne il simbolo del lavoro privo di ogni sicurezza. Riprese l’attività l’anno dopo e venne chiusa nel 1967. Ora a sud di Charleroi sorge il museo di Bois du Cazier, dove si ricordano le storie di lavoro, sudore e morte dei minatori. In seguito a quella tragedia furono introdotte le maschere antigas. L’eco e lo scandalo furono tali che la migrazione nelle miniere finì quasi per arrestarsi e prendere un’altra direzione, quella verso la Germania, dove il picco degli arrivi fu nel 1961. L’epopea del carbone sul continente finì nel 2004 con la chiusura della miniera di Creutzwald in Francia, al confine con il Lussemburgo. 3 - 2016


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CANONE RAI PRONTO IL MODELLO PER L’ESENZIONE PER CHI NON POSSIEDE UN TELEVISORE MA HA UN CONTRATTO ELETTRICO In attesa del decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze sul Canone RAI che deve indicare le modalità di attuazione della nuova normativa introdotta con la legge di stabilità per il 2016, l’Agenzia delle Entrate ha nel frattempo approvato un provvedimento che definisce le modalità e i termini di presentazione della dichiarazione sostitutiva relativa al canone per autodichiarare di non essere in possesso di un apparecchio televisivo e quindi di non dover pagare il canone RAI in bolletta. Come si ricorderà il governo aveva deciso di introdurre con la legge di stabilità 2016 una ulteriore presunzione di possesso di un apparecchio televisivo collegando tale presunzione alla titolarità di un contratto per l’energia elettrica. La decisione del Governo è stata presa per ridurre il fenomeno dell’elusione di questo tributo da parte dei contribuenti italiani. Il canone televisivo infatti, tassa legata al possesso di apparecchi in grado di ricevere e trasmettere informazioni radio-televisive, è una delle imposte maggiormente evasa. Il decreto illustrativo e interpretativo è oramai pronto ma i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico lo hanno inviato per i consueti pareri all’Autorità per l’Energia e al Consiglio di Stato. Ora invece il provvedimento appena emanato dall’Agenzia delle Entrate è destinato a tutti coloro i quali vogliono chiedere l’esenzione e prevede la compilazione di un modello da parte di tutti coloro i quali non sono in possesso nelle loro abitazioni, comprese quelle di proprietà dei residenti all’estero, di un apparecchio televisivo (ricordiamo che Secondo quanto dispone l’Art. 1 del R.D.L. del 21/02/1938 n. 246, il canone tv dev’essere corrisposto da chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive indipendentemente dalla qualità o dalla quantità del relativo utilizzo - Sentenza costituzionale 12/5/1988 n. 535 - Sentenza Corte di Cassazione 3/8/1993 n.8549 – e indipendentemente dalla residenza del detentore). La scadenza per la presentazione del modello è il 30 aprile 2016 per la presentazione cartacea oppure il 10 maggio per la presentazione telematica. Il modello si compone di una parte dedicata ai dati anagrafici e di una dichiarazione sostitutiva di non detenzione dell’apparecchio televisivo, in attuazione di quanto previsto dalla Legge di Stabilità 2016, che ha ridotto il Canone RAI a 100 euro prevedendone però il pagamento con la bolletta elettrica. Il modello è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle entrate www. agenziaentrate.gov.it, del Ministero dell’economia e delle finanze www. finanze.gov.it e della RAI www.canone.rai.it La dichiarazione si può presentare con le seguenti modalità: 1) per posta, via raccomandata, inviando il modello cartaceo all’indirizzo Agenzia delle Entrate, Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti TV – Casella Postale 22 – 10121 Torino. Fa fede la data di spedizione: la scadenza per questo tipo di consegna è il 30 aprile; 2) online tramite applicazione web dell’Agenzia delle Entrate, utilizzando le credenziali Fisconline o Entratel. In questo caso, la scadenza è il 10 maggio; tramite intermediario entro il 30 aprile: il provvedimento delle Entrate dettaglia gli obblighi del professionista (copia al dichiarante, delega, ricevuta). La presentazione della dichiarazione in ritardo comporta la non validità

della stessa, e quindi l’obbligo di pagare il canone RAI, anche se non necessariamente per l’intero anno: un ritardo fino al 30 giugno, non ha effetto su tutto l’anno ma solo sul secondo semestre. In pratica, quindi, si pagherà il canone da gennaio a giugno, ma non da luglio a dicembre. Ricordiamo che le rate arrivano comunque a partire dal mese di luglio (in cui saranno inserite le prime sei rate dell’anno, 60 euro). Dal 2017 quando la riforma sarà a regime, la dichiarazione sostitutiva va presentata dal primo luglio dell’anno precedente al 31 gennaio. La presentazione in ritardo, ma entro il 30 giugno, comporta esenzione per il secondo semestre. Si considera apparecchio televisivo, per cui bisogna pagare il canone RAI, una tv che riceve il digitale terrestre o il segnale satellitare. Quindi, ad esempio un pc o un altro monitor, anche se consente la visione di programmi via Internet, o un vecchio televisore analogico, non comportano il pagamento del canone, a meno che non riceva il segnale radiotelevisivo via digitale terrestre o satellitare. Att.ne: Il modello di cui stiamo parlando deve essere utilizzato esclusivamente da parte dei contribuenti titolari di utenza di fornitura di energia elettrica per uso domestico residenziale, per presentare alternativamente all’Agenzia delle entrate: - la dichiarazione sostitutiva di non detenzione di un apparecchio TV, da parte di alcun componente della famiglia anagrafica, in alcuna delle abitazioni in cui il dichiarante è titolare di utenza elettrica (quadro A); - la dichiarazione sostitutiva di non detenzione di un ulteriore apparecchio televisivo oltre a quello per il quale è stata precedentemente presentata una denunzia di cessazione dell’abbonamento per suggellamento, da parte di alcun componente della famiglia anagrafica, in alcuna delle abitazioni in cui il dichiarante è titolare di utenza elettrica (quadro A); - la dichiarazione sostitutiva che il canone non deve essere addebitato in alcuna delle utenze elettriche intestate al dichiarante in quanto il canone è dovuto in relazione all’utenza elettrica intestata ad altro componente della stessa famiglia anagrafica (quadro B); - la dichiarazione sostitutiva del venir meno dei presupposti di una dichiarazione sostitutiva precedentemente presentata (quadri A e B in un’apposita sezione). Tutti coloro i quali nella loro abitazione non hanno un contratto per l’energia elettrica e non possiedono un apparecchio televisivo possono tuttavia, come negli anni passati, presentare, mediante raccomandata con ricevuta di ritorno, una dichiarazione di non possesso del televisore all’Agenzia delle Entrate, direzione provinciale I di Torino SAT Sportello Abbonamento TV Cas. Postale n. 22, 10121, da sempre deputata alla gestione del canone televisivo. Per presentare tale dichiarazione sarà necessario utilizzare il modello predisposto dalla stessa Agenzia delle Entrate nel proprio sito. Si fa presente che in base agli articoli 75 e 76 del D.P.R. n. 445 del 2000, chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia, nonché decade dai benefici eventualmente concessi. Per i residenti all’estero i quali desiderino avere informazioni sul Canone di Abbonamento alla televisione è disponibile per tutti i paesi al di fuori dell’Italia la numerazione 0039 06-87408198 a pagamento alla tariffa applicata dal proprio operatore telefonico per le chiamate verso l’Italia.


Primavera in Val Brenta.

Foto Luciano Imperadori

Marzo 2016  

Mensile dell'Associazione Trentini nel Mondo del mse di marzo

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