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Pierre Chiartano

Jean Pierre Darnis

Giancristiano Desiderio

Maria Egizia Gattamorta

PIÙ SICUREZZA DALLO SPAZIO

Mario Arpino

21

2012

gennaio-febbraio

numero 65 anno XIII euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Difesa senza gravità La strategia italiana? Una forte collaborazione tra attività civili e militari JEAN PIERRE DARNIS E MICHELE NONES

risk

L’Italia in orbita Come fare ricerca senza dimenticare il business ENRICO SAGGESE

Riccardo Gefter Wondrich

Guerre stellari È giunta l’ora della geopolitica spaziale ANDREA NATIVI

Virgilio Ilari

Il cielo dell’Europa Esa e Commissione Ue verso l’integrazione NICCOLÒ SARTORI

Alessandro Marrone

PIÙ SICUREZZA DALLO SPAZIO

Andrea Nativi

Michele Nones

Antonio Picasso

Niccolò Sartori

Alberto Traballesi

Anna Veclani

RISK GENNAIO-FEBBRAIO 2012

Enrico Saggese

COME PUNTARE SULLE TECNOLOGIE AVANZATE PER SALVARE IL PIANETA E L’ECONOMIA Acque pericolose Antonio Picasso

Idee in guerra per sconfiggere il jihad Mario Arpino

• quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia •


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quaderni di geostrategia

DOSSIER

S

O

M

M

A

SCACCHIERE

R

I

O

Difesa senza gravità

Unione Europea

Jean Pierre Darnis e Michele Nones

Alessandro Marrone

L’Italia in orbita

Americhe

Colloquio con Enrico Saggese di Pierre Chiartano

Riccardo Gefter Wondrich

Guerre stellari prossime venture

Africa

Andrea Nativi

Maria Egizia Gattamorta

Un vero traino per la ripresa

pagine 64/67

Alberto Traballesi

Il cielo dell’Europa Niccolò Sartori

LA STORIA Virgilio Ilari

Roma chiama Parigi via satellite

pagine 68/73

Lucia Marta

Verso le stelle in tempo di crisi Anna Veclani

pagine 5/53

LIBRERIA

Mario Arpino Giancristiano Desiderio

Editoriali

pagine 74/79

Michele Nones Stranamore pagine 54/55

SCENARI

Acque pericolose Antonio Picasso pagine 56/63

DIRETTORE Michele Nones REDATTORE Pierre Chiartano COMITATO SCIENTIFICO Ferdinando Adornato Luisa Arezzo Mario Arpino Enzo Benigni Gianni Botondi Giorgio Brazzelli Vincenzo Camporini Amedeo Caporaletti Giulio Fraticelli Pier Francesco Guarguaglini Virgilio Ilari Carlo Jean Alessandro Minuto Rizzo Andrea Nativi Giuseppe Orsi Remo Pertica Luigi Ramponi Ferdinando Sanfelice di Monforte Stefano Silvestri Guido Venturoni RUBRICHE Arpino, Incisa di Camerana, Ilari, J. Smith, Gattamorta, Gefter Wondrich, Marrone, Ottolenghi, Tani

REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 283 DEL 23 GIUGNO 2000 Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni

Editore Filadelfia, società cooperativa di giornalisti, via della Panetteria, 10/-1 00187 Roma. Redazione via della Panetteria, 10/-1 00187 Roma. Tel 06/6796559 Fax 06/6991529 email segreteria.risk@gmail.com Amministrazione Cinzia Rotondi Abbonamenti 40 euro l’anno Stampa Centro Rotoweb s.r.l. via Tazio Nuvolari, 3-16 00011 - Tivoli Terme (Rm) Distribuzione Parrini s.p.a. Via di Santa Cornelia 9 00060 Formello


PIÙ SICUREZZA DALLO SPAZIO L’Europa nello spazio è oggi a un bivio. Si sente forte l’esigenza d’integrazione tra lo stile Esa, l’Agenzia spaziale europea e l’Europa. Il primo è improntato alla ricerca e al mantenimento di un’industria nel settore di punta delle tecnologie, ma che tiene conto delle quote geografiche, la Commissione europea invece finanzia progetti in base a una regola di efficienza e di convenienza economica. In tempi di crisi il settore aerospazio è quello su cui molti puntano per rimettere in moto lo sviluppo in tutto l’Occidente. Anche in Italia con l’Asi e con il settore aerospaziale dell’industria siamo in possesso di uno strumento strategico per mantenere il paese nel campo delle ricerche avanzate e delle sue ricadute economiche. Sempre di più si punterà su tecnologie duali, cioè dal doppio utilizzo civile e militare. Una politica che porterà a tagliare sprechi e a ottimizzare gli investimenti. Anche nelle alleanze industriali si stanno percependo dei cambiamenti degli equilibri geopolitici, e lo spazio diventerà presto un terreno di confronto sempre più serrato a livello strategico. L’eccellenza italiana nel settore dei satelliti radar ha portato a sinergie con i cinesi, ma la tradizionale cooperazione con la Nasa continua, specialmente dopo le scoperte fatte su Marte: è grazie agli strumenti italiani che si è raggiunta la certezza della presenza di acqua sul Pianeta rosso. I programmi a lunga scadenza dell’Asi garantiscono una continuità operativa assai preziosa in questo periodo difficile. La dimensione strategica dello spazio va sempre tenuta presente, anche perché le capacità militari spaziali sono state create con la dissuasione nucleare – basti pensare al parallelo sviluppo dei missili intercontinentali – nonché all'insieme delle tecnologie di comunicazione e d’osservazione satellitare che sono tasselli fondamentali per affrontare un bersaglio nell'ambito della deterrenza planetaria. Anche se tutto ciò rimane comunque valido e deve tuttora spingere a non tralasciare le tematiche della militarizzazione dello spazio, si è sviluppato negli ultimi vent'anni un concetto di spazio e sicurezza molto più ampio. L’Onu sta provando a impedire che lo spazio diventi un nuovo campo di battaglia attraverso una convenzione internazionale ma, come quasi sempre accade, quando la macchina diplomatica si è messa in movimento era ormai tardi. Ne scrivono: Chiartano, Darnis, Marta, Nones, Saggese, Sartori, Traballesi e Veclani


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È VINCENTE IL MODELLO ITALIANO DI FORTE COLLABORAZIONE TRA ATTIVITÀ CIVILI E MILITARI

DIFESA SENZA GRAVITÀ DI JEAN •

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PIERRE DARNIS E MICHELE NONES

egli anni 80, il termine «guerre stellari» veniva usato per descrivere la Strategic defence initiative promossa dall'amministrazione Reagan. Si trattava di un progetto per creare un insieme di capacità spaziali che avrebbero dato agli Usa una superiorità decisiva nel confronto contro l'Urss. Ancora oggi assistiamo ogni tanto a qualche tentativo

di affermare la propria potenza spaziale basato sulla capacità di distruggere alcuni asset nello spazio, come nel caso della Cina nel 2007. Questa dimensione strategica dello spazio va sempre tenuta presente, anche perché le capacità militari spaziali sono state create insieme alla dissuasione nucleare (basti pensare al parallelo sviluppo dei missili intercontinentali), nonché all’insieme delle tecnologie di comunicazione e d’osservazione satellitare che sono tasselli fondamentali per affrontare un bersaglio nell’ambito della deterrenza planetaria. Anche se tutto ciò rimane comunque valido e deve tuttora spingere a non tralasciare le tematiche della militarizzazione dello spazio, si è sviluppato negli ultimi vent’anni un concetto di spazio e sicurezza molto più ampio. Dal punto di vista militare, con la fine della guerra fredda abbiamo assistito a un nuovo utilizzo delle forze convenzionali nei teatri di intervento. Questo ha comportato, fra il resto, l’affermarsi di due esigenze particolari: 1) una dispersione non pianificabile su scala mondiale delle forze impegnate in missioni internazionali che richiede sempre più

il trasferimento di grandi flussi di dati e informazioni; 2) una conoscenza dei teatri altrettanto impianificabile e in continua e rapida evoluzione. Le applicazioni spaziali si sono dimostrate essenziali per far fronte a queste necessità. La flessibilità delle reti di comunicazioni basate sullo spazio ha consentito di far fronte all’impiego delle forze in teatri operativi diversi e lontani in tempi rapidissimi. La crescente flessibilità dei sistemi di osservazione basati nello spazio ha permesso di fornire a queste forze e alla catena di comando puntuali informazioni sul teatro operativo. Il più recente sviluppo di piattaforme non pilotate, soprattutto aeree, per compiti di sorveglianza, ma anche offensivi è stato reso possibile proprio dallo sviluppo delle capacità satellitari, soprattutto nella trasmissione dei dati. La tendenziale crescita di queste ultime capacità (che consentiranno di ridurre l’impegno di risorse umane e, quindi, anche di limitare le perdite) incontra uno dei maggiori limiti proprio nella disponibilità di corrispondenti capacità di trasmissione sicura dei dati. La disponibilità di sistemi di posizionamento satellitare ha 5


Risk consentito sia una più esatta individuazione delle ritorio, la gestione delle crisi, la pianificazione agriminacce e degli obiettivi, sia una riduzione dei ri- cola o edilizia. Per i paesi europei, a partire dai conschi di danni collaterali e di «fuoco amico». flitti balcanici vi è stata una netta evoluzione delle percezioni nei confronti delle tecnologie spaziali di Nel contesto operazionale militare post-1990 osservazione: la dipendenza nei confronti degli Staè, quindi, emersa, quindi, un’esigenza di maggiori ti Uniti è, infatti, emersa come uno dei fattori cricapacità per la raccolta di dati (osservazione, quin- tici. I maggiori paesi europei hanno conseguentedi intelligence) e la loro trasmissione (telecomuni- mente deciso di aumentare o creare capacità procazioni). Inoltre, le tecnologie di navigazione co- prie per quanto riguarda l’osservazione militare. me il Gps si sono affermate come un elemento fon- Nel contempo è aumentato anche il coinvolgimendamentale della catena di commando e controllo. to dell’Unione Europea e dell’Esa nel campo della Questa necessità è diventata sempre più forte, ma sicurezza attraverso due programmi spaziali svilupnon ancora soddisfatta: anche nel recente interven- pati congiuntamente: il sistema di radionavigazioto in Libia si sono registrate alcune mancanze di ne satellitare Galileo-Egnos e quello d’osservaziocapacità direttamente riconducibili alle tecnologie ne della Terra denominato Gmes–Global monitospaziali d’osservazione e trasmissione dati. ring for environnement and security. Entrambi posA questo insieme di necessità corrispondenti al- siedono, infatti, importanti potenzialità per lo svil’evoluzione delle operazioni militari, si sono ag- luppo delle capacità di sicurezza di carattere duale giunte altrettanto importanti e crescenti esigenze sia civile che militare. civili. Le tecnologie di navigazione sono diventate Nei documenti ufficiali dell’Unione europea sulle un’infrastruttura fondamentale per l’insieme della alle attività spaziali non vi è un chiaro riferimento società, dai trasporti alla gestione delle emergenze. ad esigenze operative per la sicurezza di carattere Sono cresciute le applicazioni derivanti dai satelli- esplicitamente militare. La Commissione europea ti d’osservazione della Terra per la gestione del ter- ha infatti affermato che «per il futuro non è previsto di dare a Gmes una dimensione di difesa». Si preferisce usare il termine «sicurezza» ovvero, più in generale, parlare di contributo informativo a supporto delle «azioni esterne dell’Ue», facendo riferimento piuttosto alla dimensione duale (civile e militare) della politica spaziale. La dimensione di sicurezza di Gmes è evidente negli aspetti quali la prevenzione e la risposta delle crisi relative a rischi naturali e tecnologici, la prevenzione dei conflitti, la politica di sicurezza e difesa comune: scopi che a ben vedere poco si discostano da alcune delle finalità dell’azione militare. Allo stesso modo per il programma Galileo, è stato affermato che si tratta di un «sistema civile sotto il controllo civile», ma che, secondo i suoi stessi principi fondativi, ha evidenti finalità di sicurezza e potenziale utilizzo militare. In particolare il suo segnale Prs-Public regulated service, criptato e resistente alle interferenze,

Le capacità militari spaziali sono state create insieme alla dissuasione nucleare (pensiamo al parallelo sviluppo dei missili intercontinentali), nonché all’insieme delle tecnologie di comunicazione e d’osservazione satellitare che sono tasselli chiave per affrontare un bersaglio nell’ambito della deterrenza planetaria

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Risk

L’interpretazione italiana delle nuove esigenze in materia di sicurezza offre anche un modello particolarmente adatto all’evoluzione del concetto di sicurezza: si tratta della costellazione satellitare Cosmo-Skymed ad uso duale, che associa utenza e finanziamento militare e civile. A questa impostazione, basata su una politica pubblica dove i principali attori sono le amministrazioni militari e civili, si aggiunge poi l’eventuale possibilità di accordi commerciali è stato indicato come contributo alla dimensione sicurezza anche «militare» del sistema di radionavigazione europeo, data la relativa accuratezza degli altri quattro segnali utilizzabili per numerosissimi usi civili. Solo recentemente sono state superate alcune difficoltà riguardanti l’interoperabilità con gli attuali sistemi di posizionamento satellitare che rendevano complessa la cooperazione tra le forze armate europee sullo specifico tema. In questa stessa ottica, più recentemente, si è aggiunta un’altra area. Da un paio di anni si sta, infatti, cominciando a parlare dell’esigenza di un sistema europeo Ssa-Space situational awareness, “ab initio” di natura duale, in grado di individuare e monitorare sia i detriti che altri satelliti, potenzialmente pericolosi per l’integrità degli assetti spa8

ziali in orbita. L’iniziativa, che intende affiancare gli Usa, attualmente gli unici a disporre di una capacità Ssa su scala globale nonché fare tesoro dei sistemi presenti in Francia e Germania (i soli paesi europei che già possiedono una propria limitata capacità Ssa nazionale), trae origine dall’Ssa-Preparatory programme di Esa che ha come obiettivo quello di supportare l’accesso e l’utilizzazione indipendente dello spazio da parte dell’Europa attraverso accurate acquisizioni di informazioni, dati e servizi afferenti l’ambiente spaziale ed in particolare le minacce alle infrastrutture spaziali provenienti da possibili collisioni con oggetti o detriti di manufatto, fenomeni o perturbazioni spaziali o detriti/asteroidi che attraversano l’orbita terrestre. La storia del settore spaziale europeo è diversa da quella russa o statunitense. In Europa, lo spazio si è largamente sviluppato con applicazioni civili. Certo, non va dimenticato il caso della Francia che ha perseguito obiettivi da potenza militare spaziale, legando il programma spaziale alla force de frappe, ovvero la dissuasione nucleare. Ma altri paesi spaziali europei, come la Germania e l’Italia, hanno seguito una logica diversa, nella quale l’aspetto scientifico e i programmi dell’Agenzia spaziale europea hanno avuto un ruolo strutturante. D’altro canto a livello europeo la Commissione ha lanciato nell’ambito del sesto e poi settimo Programma quadro uno sforzo di ricerca tecnologica per la sicurezza. Queste azioni hanno contribuito a sviluppare la percezione della necessità di associare lo sviluppo tecnologico a un concetto esteso di sicurezza che ingloba le esigenze sia della sicurezza interna che esterna, con attori civili e militari.

Nell’ambito di questo sforzo le tecnologie spaziali sono state strettamente associate alle esigenze di sicurezza dell’Europa. A questo proposito va ricordato il programma Astro plus, azione preparatoria per la ricerca nel campo della sicurezza che ha sviluppato un concetto globale dell’uso delle capacità spaziali.


dossier L’Italia è oggi ad un punto decisivo per le attività spaziali e la sicurezza. Il comparto industriale spaziale italiano ha consolidato una serie di punti di eccellenza: i sistemi spaziali di telecomunicazione e di osservazione radar, la partecipazione a quelli di navigazione, ma anche alla realizzazione di infrastrutture orbitali e di lanciatori, in particolare quelli piccoli con il progetto Vega. Queste specializzazioni derivano da una forte volontà pubblica che, tramite l’Asi, ha saputo sostenere sia la ricerca scientifica (va ricordata l’importanza dei laboratori associati alle università italiane, storicamente fulcro dello sviluppo spaziale) sia le filiere industriali.

La capacità del paese nel settore spaziale discende direttamente dalle strategie politiche adottate. Il Governo con i grandi programmi può, infatti, orientare il processo di sviluppo del settore e dell’industria a vantaggio del benessere del cittadino e rafforzare il ruolo nazionale nel contesto europeo ed internazionale. La capacità di spesa istituzionale, che rappresenta più della metà dei finanziamenti dell’intero comparto, è risultata ancora più determinante, negli ultimi anni, in un quadro generale di crisi finanziaria ed economica per sostenere il settore e ridare slancio alla crescita. Di fatto, in tutto il mondo, il finanziamento privato non è sufficiente a garantire la realizzazione dei grandi programmi spaziali, in quanto tale risorsa tende ad orientare le sue iniziative principalmente su attività in grado di generare un utile immediato ed in grado di ripagare nel breve periodo gli investimenti iniziali. Per tale motivo è indispensabile l’intervento dell’investitore istituzionale che, grazie all’impiego delle risorse pubbliche, è in grado di garantire una visione di lungo periodo all’interno della quale sviluppare sia capacità nazionali strategiche sia collaborazioni internazionali di ampio respiro, come ad esempio la realizzazione dei programmi Galileo e Gmes, l’Iss-International space station o la famiglia dei lanciatori Ariane.

L’interpretazione italiana delle nuove esigenze in materia di sicurezza offre anche un modello particolarmente adatto all’evoluzione del concetto di sicurezza: si tratta della costellazione satellitare Cosmo-Skymed ad uso duale, che associa utenza e finanziamento militare e civile. A questa impostazione, basata su una politica pubblica dove i principali attori sono le amministrazioni militari e civili, si aggiunge poi l’eventuale possibilità di accordi commerciali. Con questo approccio innovativo l’Italia ha saputo interpretare sia le crescenti esigenze militari, ma anche il cambiamento del quadro di sicurezza, sempre più ibrido in quanto coinvolge l’insieme delle amministrazioni dello Stato, e del quadro industriale, sempre più interessato a fornire servizi oltre che sistemi. Il comparto industriale italiano ha subito una forte europeizzazione: presenza del fondo inglese Cinven come azionista maggioritario di Avio; Ohb tedesca che controlla la Cgs, Compagnia generale per lo spazio; joint venture Space alliance fra Finmeccanica e Thales che vede le due holding dividersi l’azionariato di Telespazio (a maggioranza italiana) e Thales Alenia Space (a maggioranza francese); e recente presa di controllo della Space engeneering da parte di Eads-Astrium. La presenza di investitori industriali esteri nel settore spaziale italiano è certamente un segno della valutazione positiva delle potenzialità di questo mercato. Un passo ulteriore potrebbe essere compiuto se con una nuova normativa si potesse organizzare un controllo di questi investimenti stranieri in settori strategici, come avviene in altri paesi europei: non si tratta di erigere barriere, anzi di facilitare gli investimenti definendo binari precisi che rispecchino le esigenze della sicurezza nazionale. È questo un punto dolente del Sistema-Italia perché attualmente gli investimenti esteri non sono regolamentati e si possono solo definire le modalità per la tutela delle informazioni classificate. Ma, anche in quest’ultimo caso, ci si deve quasi limitare alla verifica del possesso di un’adeguata abilitazio9


Risk ne degli addetti, compresi quelli non italiani. Sarebbe, invece, utile poter disporre di un insieme di strumenti coordinati che consentano di assicurare il mantenimento delle capacità tecnologiche e industriali italiane indipendentemente dalle caratteristiche dell’assetto proprietario. La valorizzazione delle risorse del Sistema-Italia richiede strumenti sempre più articolati, visti anche come capacità di coinvolgere vari attori nel contesto degli scenari europei di cooperazione o competizione: la recente iniziativa per una piattaforma industriale spaziale Spin-It lanciata da Confindustria, va nel senso di contribuire alla definizione di priorità tecnologiche in una logica di cluster che ben si integra nelle attività europee. Questa iniziativa si può anche collegare alla piattaforma industriale sulla sicurezza Serit che, parallelamente, sta favorendo la cooperazione fra mondo scientifico, accademico e industriale nel comparto della sicurezza. La competitività dei cluster italiani è senz’altro un fattore strategico. Mentre il futuro dei progetti europei sembra a volte difficile, come nel caso di Gmes, la ricerca di una maggiore coesione fra i vari attori é certamente una strada da percorrere. L’Italia ha posto un particolare interesse sull’ultima lettera della sigla, la «S» di Security di questo programma. Forte dell’esperienza di Cosmo-Skymed, l’Italia intende giocare una sua specifica partita nella promozione della dualità dei nuovi sistemi europei.

Il settore industriale spaziale ha delle marcate specificità: è caratterizzato dalla diffusa presenza di alta tecnologia, con un forte investimento sul capitale umano, e con delle ricadute importanti in termini di valore aggiunto economico, ma anche politico. È un ambiente ostile per l’uomo, analogamente a quello sottomarino, che impone il raggiungimento di prestazioni non paragonabili a quelle richieste da altri settori. Nemmeno le attività molto pericolose (nucleare, chimica) lo richiedono: queste ultime, infatti, si svolgono comunque sulla 10

Il programma di navigazione satellitare Galileo, sarebbe un «sistema civile sotto il controllo dei civili», ma che, secondo i suoi stessi principi fondativi, ha evidenti finalità di sicurezza e potenziale utilizzo da parte dei militari terra e consentono interventi di riparazione, seppure a prezzi elevatissimi in termini finanziari ed umani (basti pensare alla Russia con Chernobil, all’India con Bhopal, al Giappone con Fukushima). Nello spazio, di conseguenza, è richiesto il raggiungimento di elevate prestazioni che spingono avanti la frontiera della tecnologia: basti pensare, fra il resto, all’alleggerimento di satelliti e lanciatori, alla riduzione di dimensione, peso e consumi dei payload, alla durata dei satelliti, all’aumento della potenza disponibile a bordo, alla protezione delle carrozze, alla precisione del collocamento dei satelliti. Più in generale va sottolineata la quasi impossibilità di manutenzione e per ora rifornimento che fa sì che ogni guasto, anche minimo, rischi di compromettere il funzionamento dell’intero satellite. Di qui la necessità di un livello elevatissimo di affidabilità. Per queste ragioni lo spazio rappresenta una delle principali sfide tecnologiche che l’uomo sta affrontando. Il modello di governance italiano del settore spaziale corrisponde alla specifica storia: ruolo dell’università, perseguimento di filiere industriali, creazione tardiva dell’Agenzia spaziale italiana e importanza della cooperazione internazionale, con l’Esa e con la Nasa. Oggi, però, per fronteggiare le prospettive di un settore che rischia di soffrire a causa delle crescenti ristrettezze dei budget pubbli-


ci nazionali ed europei, assistiamo a nuovi sforzi di coordinamento, soprattutto nella definizione delle priorità. È una scelta necessaria che si deve basare su una strategica condivisa. Storicamente le attività spaziali della Difesa erano considerate «altamente sensibili» e si preferiva trattarle in modo autonomo. Le nuove sfide globali così come i nuovi scenari economici hanno reso necessario un approccio diverso che oggi, per la Difesa italiana, è imprescindibile dal contesto della dualità.

La dualità, insita in tutte le tecnologie spaziali, può essere vista per un paese come l’Italia di grandi ambizioni e potenzialità nel settore e purtroppo non sempre accompagnate da altrettante capacità finanziare, il miglior strumento per condividere le risorse necessarie ad assicurare lo sviluppo di programmi civili e militari. In tale quadro vanno viste, negli ultimi anni, le numerose iniziative congiunte Asi e Difesa, che hanno permesso, ottimizzando l’impiego delle disponibilità economiche e tecniche, l’attuazione dei maggiori programmi spaziali della Difesa. Inoltre, essendo i programmi e le attività spaziali d’interesse di più istituzioni e dicasteri, in primis i ministeri degli Esteri, Interno, Difesa, Istruzione Università e Ricerca, Infrastrutture e Trasporti, Sviluppo Economico, nel 2010 è stato costituito presso la presidenza del Consiglio dei ministri un tavolo di coordinamento interministeriale con il compito di realizzare le massime sinergie e l’indispensabile organicità di trattazione dell’intera complessa materia tra i numerosi attori in gioco. Questa iniziativa ha portato il 22 ottobre 2010 all’approvazione da parte del consiglio dei Ministri del documento «Indirizzi del Governo per la politica spaziale italiana», che, per la prima volta, ha indicato le linee guida per tutte le iniziative civili e militari, scientifiche, tecnologiche ed operative nel campo spaziale. È


Risk opportuno sottolineare, in particolare, due punti del documento: • Il riconoscimento dell’importanza e della natura duale delle attività spaziali: «Le ricadute di tali investimenti sono assolutamente positive, grazie anche alla scelta strategica, e per certi versi innovativa, fatta dall’Italia di cogliere le opportunità offerte dalla natura intrinsecamente duale, civile e militare, delle tecnologie spaziali. Una natura duale che è fattore abilitante per indurre le varie amministrazioni a concentrare e ottimizzare l’impiego delle disponibilità economiche e tecniche su programmi congiunti, con maggiori opportunità di sviluppo, così come dimostrano le numerose iniziative congiunte Agenzia spaziale italiana - ministero Difesa già in atto».

• Il riconoscimento della necessità di uno stretto coordinamento interministeriale, per dare coerenza alle diverse iniziative a partire da quelle civili e militari: «A tal fine, essendo i programmi e le attività spaziali di interesse di più istituzioni e dicasteri, in primis i ministeri degli Esteri, Interno, Difesa, Istruzione Università e Ricerca, Sviluppo Economico, sarà indispensabile – come auspicato da più parti – che la presidenza del Consiglio dei ministri prosegua e intensifichi una presenza istituzionale sempre più efficace di rigoroso coordinamento e impulso, così da realizzare le massime sinergie e l’indispensabile organicità di trattazione dell’intera complessa materia tra i numerosi attori in gioco». Le capacità spaziali che il paese riesce ad esprimere sono, quindi, da considerarsi una infrastruttura strategica ed in quanto tale le attività nel settore debbono essere oggetto di specifica attenzione, programmazione pluriennale e prospettive sinergiche ed innovative. 12


dossier IL PRESIDENTE DELL’ASI: COME LO SPAZIO PUÒ COMBATTERE LA CRISI

L’ITALIA IN ORBITA COLLOQUIO CON ENRICO SAGGESE DI PIERRE CHIARTANO

ella scoperta! Di solito è un’affermazione che commenta l’ovvietà di un argomento o del risultato di una ricerca, per quel che riguarda invece la tecnologia italiana utilizzata nello spazio diventa un’esclamazione decisamente positiva. Una pura constatazione. Tutto questo grazie a un’istituzione che da oltre quarant’anni coordina e promuove lo •

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studio e l’applicazione della scienza in questo settore strategico. L’Agenzia spaziale italiana (Asi) è la punta di diamante della ricerca ipertecnologica italiana ed è un modello per l’intero comparto industriale italiano, anche se promuove ricerca in un settore in apparenza con un campo ristretto d’applicazione. Ma non è così. Storicamente le ricerche “spaziali” hanno avuto ricadute importanti nel campo commerciale. Ricordiamo, solo a titolo d’esempio, il teflon studiato per le prime missioni lunari del progetto Apollo. Poi diventato un materiale d’uso comune, specialmente in cucina. E in tempi di crisi, Aerospazio e Difesa sono tra i pochi settori in grado di creare nuovi posti di lavoro e far ripartire lo sviluppo. L’Asi è anche un modello di relazioni internazionali che va da Occidente, con la Nasa, a Oriente con l’Agenzia spaziale cinese, pur mantenendo un cuore europeo. L’Italia è il terzo contributor del consorzio Esa, l’Agenzia spaziale europea. L’istituzione italiana segue logiche di mercato, posizionandosi in settori leader come il monitoraggio della Terra per la salvaguardia dell’ambiente, oppure col progetto Vega per un vettore di lancio per satelliti economici e in grado di renderci autonomi. L’Asi vara un’iniziativa pianificando subito il passo successivo, con Lyra, per “scodellare” satelliti di oltre due tonnellate in orbite più alte. Insomma, anche in tempi di crisi, ma

dovremmo dire “soprattutto in tempi di crisi”, un modello operativo come quello dell’Asi dovrebbe fare scuola. Sul ponte di comando dell’Agenzia c’è Enrico Saggese, ingegnere elettronico di origini lucane, passato, nei precedenti incarichi, dalla stanza dei bottoni di Finmeccanica e Telespazio. Risk gli ha chiesto di tratteggiare un quadro delle attività dell’Agenzia presenti e future. La Luna è rimasta per circa trent’anni nell’immaginario comune come la frontiera dello spazio. Chi può dimenticare la lunga diretta televisiva che ha tenuto inchiodati davanti ai teleschermi milioni di italiani durante la missione Apollo 11. Oggi quell’icona è stata però sostituita dall’esplorazione su Marte. Questa volta però non siamo solo spettatori, perché una delle scoperte più importanti è stata fatta con tecnologia italiana. Possiamo affermare che l’Italia abbia scoperto “l’acqua fredda” sul Pianeta rosso. «Su Marte sicuramente l’acqua sarà fredda. L’elemento importante in quella missione è stato mettere alla prova due grandi sistemi radar. Due apparati che hanno scoperto delle differenze nella riflessione al suolo delle onde elettromagnetiche, anche a grande profondità. Un fatto che gli scienziati affermano sia legato alla presenza di acqua. Il fatto che questa scoperta derivi da misure fatte da strumenti italiani è assolutamente vero». Ma per Marte si sta facendo ancora di più. «C’è 13


Risk il progetto Exomars dell’Agenzia spaziale europea (Esa) in cui l’Italia si è ritagliata il ruolo di nazione guida. È un’iniziativa molto ambiziosa che prevede due missioni: una nel 2016 e un’altra nel 2018. La prima dovrebbe consentire di entrare nell’atmosfera marziana e atterrare dolcemente (2016). Quella successiva prevede che ci sia un rover (un mezzo che si chiamerà Curiosity) che possa andare in giro su Marte e sul quale possa essere montato uno strumento italiano chiamato drill e che serve a perforare il suolo fino a due metri di profondità, in modo da poter estrarre dei campioni dal sottosuolo. Mentre tutto il sistema è molto complesso, stiamo negoziando tramite Esa di coinvolgere anche Stati Uniti e Russia nel progetto». L’Italia è il terzo contributor dell’Agenzia europea, ma in tempi di crisi e di tagli ai bilanci c’è da sperare che la scure non si abbatta anche su un settore strategico, non solo per la ricerca, ma anche per l’industria nazionale. «L’Italia è effettivamente il terzo contribuente di Esa e grazie a programmi di lungo periodo dovrebbe mantenere questo status. E dovrebbero risultare stabili anche i contributi che lo Stato darà all’Asi. Una posizione di rilievo e di responsabilità che si manterrà anche nel futuro».

Sono i progetti di lungo periodo a garantire la continuità operativa dell’Agenzia. «Certo sono principalmente i programmi scientifici di medio e lungo periodo. Le grandi missioni prevedono Baby Colombo su Mercurio, poi ci sarà un’altra grande missione che partirà nei prossimi mesi. Per ciò che riguarda le missioni medie c’è Orbiter (Solar Orbiter) per lo studio del Sole e poi Euclid che si occuperà di ricerche sullo spazio profondo. Queste sono le cosiddette missioni obbligatorie, perché fanno parte del contributo che gli Stati forniscono in funzione della percentuale di pil, rispetto al totale di tutti i membri di Esa. L’Italia partecipa con circa il 12 per cento di risorse e ha in Baby Colombo un ruolo guida. Poi ci sono programmi facoltativi come Exomars e attività che principalmente vertono sull’osservazione della Terra. Ora il grande programma europeo è il Global mo-


dossier nitoring for enviroment and security (Gmes) che osserva la Terra con diversi satelliti. Si sta cercando di capire con l’Unione europea se ci siano risorse per delle costellazioni di questi satelliti che potremo definire delle sentinelle nello spazio. Vi sono poi attività che riguardano la meteorologia. Esistono anche iniziative dell’Esa, ma finanziate dall’Ue, come Galileo il sistema per la navigazione e i programmi di telecomunicazioni. Oltre al grande programma di esplorazione umana che comprende la stazione spaziale, l’iniziativa che attira di più l’attenzione. E in cui l’Italia è stata presente in quest’ultimo anno con due astronauti contemporaneamente a bordo della stazione orbitale. Parliamo di Roberto Vittori e Paolo Nespoli». E per l’Asi non esistono figli e figliastri, programmi di seria A e serie B. «Tutte le iniziative sono importanti, chiaramente quelli che coinvolgono i nostri astronauti, come quello dell’esplorazione umana hanno un grande richiamo mediatico e di pubblico. Loro sono i nostri ambasciatori, perché hanno una visibilità importante oltre a fornire un contributo tecnologico evidente. Certamente i programmi d’osservazione della Terra, in un momento in cui il nostro pianeta è minacciato da situazioni pericolose, come terremoti, tsunami e inquinamento atmosferico, i satelliti che studiano tutti questi aspetti sono altrettanto importanti». Un altro aspetto di questi centri d’eccellenza scientifica sono le ricadute industriali ed economiche, sia a livello nazionale che intorno ai presidi territoriali dell’Asi dove la loro presenza può nel tempo contaminare positivamente il tessuto imprenditoriale spingendo le aziende a scoprire gli aspetti positivi dell’alta tecnologia, primo fra tutti: l’alto valore aggiunto del prodotto, in un paese con un costo manodopera altrettanto alto. «Vi sono due grandi tipi di ritorno. Uno nel sistema paese: pensiamo ai programmi d’infrastrutture come quelle delle telecomunicazioni e di osservazione della Terra. L’importanza è che l’Italia possa così dotarsi d’infrastrutture moderne. Poi c’è un progetto come Vega, un lanciatore spaziale (la prima missione è prevista ai primi di febbraio) che ci mette in evidenza nel

«Aerospazio e Difesa sono settori su cui puntano tutti i paesi per creare nuova occupazione e poter superare una crisi che è mondiale. Le grandi missioni prevedono Baby Colombo su Mercurio, poi ci sarà un’altra grande missione che partirà nei prossimi mesi. Per ciò che riguarda le missioni medie c’è Orbiter (Solar Orbiter) per lo studio del Sole e poi c’è Euclid che si occuperà di ricerche sullo spazio profondo» mondo tra i paesi in grado di concepire e realizzare una simile iniziativa. È un progetto europeo ma l’Italia partecipa per oltre il 60 per cento. Vega è importante perché si tratta di un vettore di piccole dimensioni dai costi contenuti. Consente di portare una tonnellata e mezza di carico a 700 chilometri d’altezza, che è proprio l’orbita dove stazionano i satelliti scientifici e quelli per l’osservazione della Terra. È un mezzo particolarmente adatto a questo tipo di satelliti. Ariane 5 e Soyuz sono concepiti per enormi carichi (20 tonnellate), come quelli diretti alla stazione spaziale, oppure per payload destinati all’orbita geostazionaria per i satelliti per telecomunicazioni. Ogni classe di lanciatore ha una sua applicazione. Vega è per l’osservazione della Terra. È il completamento dell’offerta europea in questo settore, con Ariane 5 e Soyuz». Chiaramente Asi pensa anche al futuro e allo sviluppo del capitolo successivo di Vega. «Lyra 15


Risk

«Occorre comprendere che in America il rapporto investimenti-fatturato è nove a uno. Cioè per ogni dollaro speso in ricerca spaziale l’industria ha venduto prodotti per nove dollari. Il ritorno economico è particolarmente rilevante. Servirebbe una buona politica di sviluppo delle start up cioè di quelle società che partendo dalle tecnologie aerospaziali possano creare business e fatturato» appartiene alla fase successiva di Vega. Avrà dei motori più potenti. È il futuro a cui pensiamo, una volta che la prima versione avrà avuto successo e si sarà stabilizzata. Con Lyra il carico aumenterà a circa due tonnellate che è il peso di Cosmo- Skymed, i nostri satelliti radar. Così avremo satelliti e lanciatori compatibili». L’Agenzia non guarda solo oltre l’orizzonte tecnologico ma è sempre aperta a nuove collaborazioni, non ultimi i rapporti instaurati con l’Agenzia spaziale cinese. «Lo spazio è un argomento relativamente semplice da concepire e proporre, per ciò che riguarda le collaborazioni internazionali. In particolare con la Cina abbiamo concepito un programma scientifico con degli strumenti – due dei quali potrebbero essere italiani – per lo studio di alcune fasi critiche degli eventi tellurici. Oltre a monitorare il territorio si cercherà di valutare segnali più deboli, di natura elettromagnetica che si possono sviluppare sul terreno durante un terremoto. Parliamo 16

di onde elettromagnetiche non radar. Quindi dallo spazio non ci limiteremo a verificare i danni di un sisma, ma cercheremo di catturare i segnali che lo precedono». Una ricerca scientifica strategica viste le dimensioni dei terremoti che flagellano la Cina, ma in prospettiva utile anche per essere utilizzata in Italia. Chi non vorrebbe poter prevedere in anticipo un sisma come quello che ha raso al suolo L’Aquila? «Sul satellite ci sarebbero cinque strumenti cinesi e due italiani. Ogni analisi sarà fatta in un settore diverso, poi dovremo correlare i dati per cercare di arrivare a un risultato». Con la Nasa invece si è di casa e non potrebbe essere altrimenti per l’Asi. «Le collaborazioni sono frequenti anche perché la Nasa ogni volta che progetta una nuova missione fa il cosiddetto announcement of opportunity dove fa sapere che c’è occasione di imbarcare degli strumenti in una missione d’esplorazione. È un’opportunità che viene offerta a tutto il mondo, a patto che ci siano caratteristiche di particolare pregio, ecletticità e capacità scientifica, oltre che a una buona connessione con le industrie in grado di produrre questi strumenti. Quando una di queste opportunità viene accettata l’Asi si fa carico di finanziare la ricerca».

Chiaramente lo spazio non è solo un campo per applicazioni civili ma sempre più spesso è fondamentale per il settore militare. «Con l’Aeronautica militare italiano stiamo sviluppando delle iniziative di ricerca sui radar in banda P per capire che tipo d’informazioni potremmo utilizzare nello studio del sottosuolo. In pratica è una derivazione terrestre dei radar usati su Marte (Marsis e Sharad). Dobbiamo vedere se questi apparati, montati su aerei, possano dare dei risultati interessanti. Con l’Aeronautica naturalmente lavoriamo anche su CosmoSkymed e nel settore delle telecomunicazioni con satelliti dual use civile e militare». Quest’anno si terrà a Napoli l’Expo Spazio, un appuntamento importante non solo come vetrina. «A livello annuale è l’esposizione più importante in campo mondiale.


Si è svolta a Seul, in Sud Africa, in Cechia e raduna tutti i settori dell’aerospazio con tre-quattromila delegati. È un congresso globale dove ogni paese può mostrare tutte le migliori realizzazioni. Lo farà anche l’Italia nel padiglione della Fiera d’Oltremare di Napoli». È il momento che precede quelli che poi, su altri tavoli, diventeranno dei veri e propri accordi di tipo industriali. «È una vetrina scientifica, ma oggi la scienza è fortemente connessa col business». E tanto per essere chiari sull’importanza strategica del settore, specie in tempi di crisi – dove non bisogna perdere colpi di fronte a paesi emergenti dal basso costo manodopera – è uno dei pochi campi in grado di ridare ossigeno alle economie malate dell’Occidente. «Aerospazio e Difesa sono settori su cui puntano tutti i paesi per creare nuova occupazione e poter superare una crisi che è mondiale». Uno dei punti chiave per attivare il binomio scienza-sviluppo è creare una legislazione che faciliti il trasferimento e la connessione veloce tra ricerca ed economia. Il paragone con gli Usa è immediato e inevitabile. «Occorre comprendere che in America il rapporto investimenti-fatturato è uno a nove. Cioè per ogni dollaro speso in ricerca spaziale l’industria ha venduto prodotti per nove dollari. Il ritorno economico è particolarmente rilevante. Servirebbe una buona politica di sviluppo delle start up cioè di quelle società che partendo dalle tecnologie aerospaziali possano creare business e fatturato. Il problema del settore è l’alto rischio connesso agli investimenti nelle start up, che non sempre vanno a buon fine. Ad esempio, sempre restando in America, su dieci nuove aziende solo due o tre hanno successo, le altre sono destinate a fallire. Bisogna solo capire che nell’innovazione e nella ricerca il fallimento fa parte del gioco. Non dobbiamo pensare che il fallimento di un’idea condanni tutto un settore». Ciò di cui parla Saggese è un punto chiave della cultura, non solo economica, di un paese. È il concetto di competizione e di rischio come chiave dello sviluppo: chi oggi non risica nello spazio, rosicherà assai poco.


dossier L’EUROPA SENZA IPOCRISIE E LA GEOPOLITICA SENZA GRAVITÀ

GUERRE STELLARI PROSSIME VENTURE DI •

L’

ANDREA NATIVI

Onu ci sta provando, c’è il tentativo di scongiurare che lo spazio diventi un nuovo campo di battaglia attraverso una convenzione internazionale ma, come quasi sempre accade, quando la macchina diplomatica si è messa in movimento era ormai tardi. Drammaticamente tardi, perché, come è già avvenuto in passato, i paesi emergenti, che solo ora si

affacciano sulla scena spaziale o intendono farlo ritengono, non senza ragione, che si tratti di un tentativo di bloccare il loro diritto di accesso militare allo spazio, senza che chi lo spazio già lo sfrutta ampiamente a fini militari/strategici sia disposto a cedere nulla o quasi. Del resto non ci si deve dimenticare che lo sfruttamento militare dello spazio è iniziato… proprio agli albori della conquista di questa dimensione. Il lancio dello Sputnik, il primo satellite, posto in orbita dall’Urss, era il frutto di un progetto militare e il satellite fu lanciato da un razzo vettore ottenuto modificando un missili balistico a testata nucleare. Gli Usa percepirono correttamente la mossa del Cremlino come un guanto di sfida militare in un nuovo terreno di confronto e, potenzialmente, scontro. La minaccia era evidente e Washington fu subito massicciamente coinvolta in una corsa a due che la vide recuperare rapidamente lo svantaggio iniziale e poi affermare il proprio predominio, già evidente anche prima del collasso dell’impero sovietico. La situazione non è cambiata oggi e gli Usa hanno e mantengono saldamente il dominio nello spazio e non hanno alcuna intenzione di abdicare, anche nell’era dei tagli di bilancio e del ridimensionamento della spesa militare e spaziale. Che nella declinazione statunitense (come in Urss) marciano al-

l’unisono. Lo stesso programma Space Shuttle così come le prime stazioni spaziali orbitanti avevano una veste scientifica “pacifica”, ma anche una connotazione militare. Ad esempio la navetta shuttle può essere considerata come un veicolo spaziale da ricognizione… e non solo. E gli equipaggi delle navette sono formati da militari in servizio attivo. La Nasa svolge da sempre una infinità di compiti e attività di interesse strategico e militare, in campo spaziale ed aeronautico. Solo in Europa per lungo tempo ci si è baloccati con l’idea naif che le attività spaziali dovessero essere esclusivamente rivolte a finalità scientifiche o civili. L’Esa, Agenzia spaziale europea, ha finalizzato ricerche ed investimenti a programmi che non dovevano avere la benché minima connotazione militare. Le attività con targa «militare» venivano così condotte solo a livello nazionale, il che ha portato alle solite duplicazioni e sprechi, dei quali hanno beneficiato i concorrenti. Oggi peraltro si sta voltando pagina, utilizzando come grimaldello i cosiddetti programmi «duali» come quelli per la osservazione terrestre, per far cadere tabù radicati. Ma l’esempio più eclatante in questo senso è rappresentato dal programma Galileo relativo ad una costellazione di satelliti per navigazione/posizionamento, che fin dall’inizio ha previsto una dimensione pudicamente 19


Risk

Che lo spazio abbia una enorme valenza militare è evidente, anche solo pensando a due attività militari elementari: l’osservazione e la comunicazione. Qualunque comandante ha sempre cercato una posizione di vantaggio, in genere orograficamente elevata, dalla quale seguire le mosse dell’avversario e delle proprie forze. La collina più alta è oggi un satellite

Perché la militarizzazione dello spazio

definita di «sicurezza»: i satelliti trasmettono anche un segnale di posizione molto accurato e protetto, accessibile solo a utenti certificati governativi e militari. Si tratta di un inizio, altri passi in questa direzione seguiranno, purtroppo con tempi non rapidissimi. Del resto è evidente che se l’Europa vuole contare qualcosa in campo spaziale per quanto riguarda sicurezza e difesa deve necessariamente integrare risorse economiche, capacità industriali e tecnologia. E sarà bene che si svegli e cominci a fare sul serio, se non vuole essere emarginata o perdere posizioni. Una politica spaziale militare comune è urgentissima, mentre dalle cooperazioni bilaterali o multilaterali (come quelle tra Francia e Italia) si deve passare al più presto ad iniziative paneuropee cofinanziate e cogestiste. Anche perché i concorrenti non si pongono questi problemi, basta guardare a Giappone, India e Cina. Tutte queste nuove potenze stanno effettuando colossali investimenti per costruire una

Che lo spazio abbia una enorme valenza militare è evidente, anche solo pensando a due attività militari elementari: l’osservazione e la comunicazione. Qualunque comandante ha sempre cercato una posizione di vantaggio, in genere orograficamente elevata, dalla quale seguire le mosse dell’avversario e delle proprie forze. La collina più alta oggi è… un satellite. I satelliti da osservazione non sono più un appannaggio delle sole grandi potenze, le immagini fornite da satelliti per telerilevamento commerciali hanno raggiunto un livello di accuratezza (risoluzione) che qualche anno fa sarebbe stato esclusivo appannaggio di sistemi militari segreti e costosissimi. Si può dire che immagini con una risoluzione di classe metrica abbiano già una chiara valenza strategica militare. E se satelliti relativamente poco costosi e commerciali hanno capacità di questo tipo si può immaginare come sia diventata “acuta” la vista dei satelliti militari, i quali oggi scattano immagini con una risoluzione centimetrica. Una analoga corsa alla riso-

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capacità spaziale militare completa. E l’esempio dei grandi e dei Bric viene seguito da moltissimi altri paesi: basta pensare alla Turchia, che vuole essere in grado di progettare, costruire e gestire satelliti, ma anche di lanciarli in orbita con propri vettori. Una capacità analoga è già da tempo di Israele, in qualche misura anche dell’Iran, della Corea del Nord, del Brasile etc. Ormai non esistono barriere tecnologiche o finanziarie di accesso tali da impedire ad una media potenza di sviluppare una propria capacità militare spaziale, sia pure parziale e rudimentale. E chi ha ambizioni o problemi di sicurezza globali, regionali o persino locali vuole acquistare una capacità spaziale militare indipendente, senza dover dipendere da quello che si può comprare sul mercato o si può ottenere dai propri partner ed alleati. Quindi la nobile crociata per evitare che i cieli stellati diventino un nuovo teatro di guerra è fallita in partenza.


Risk luzione sempre più spinta riguarda i satelliti con sensori all’infrarosso (immagini notturne o in condizioni meteo non ottimali) o con sensori radar (che sono gli unici realmente ognitempo). Ma non si tratta solo di scattare immagini. Quello che per lungo tempo è stata solo una finzione cinematografica, ovvero la possibilità di seguire costantemente dallo spazio un bersaglio in movimento, come si potrebbe fare con un telecamera dotata di zoom, sta diventando realtà grazie ai sensori satellitari con capacità Mti (Indicatore di bersaglio mobile) che quindi forniscono informazioni con maggiore continuità (risolvendo in parte il problema della copertura, del campo di visione, dei «passaggi» periodici sull’obiettivo tipici dei satelliti) e che potrebbero anche fornire dati così accurati da consentire di effettuare inseguimento/designazione del bersaglio direttamente dallo spazio. In questo modo il satellite d’osservazione diventa uno strumento davvero tattico. I satelliti d’allarme sono invece un mezzo importante per segnalare il lancio di missili balistici (e non solo), in modo da allertare i sistemi di difesa antimissile e eventualmente consentire un attacco di risposta. Dallo spazio, da sempre, oltre all’osservazione si può anche curiosare negli affari altrui, ascoltando le comunicazioni, ogni tipo di emissione elettromagnetica: schiere di satelliti per sigint, signal intelligence, sono utilizzati da grandi e piccole potenze. Lo stesso dicasi per le comunicazioni. Se comunicare liberamente e possibilmente in modo sicuro è sempre stato un sogno sui campi di battaglia, oggi, con l’avvento della guerra «net-centrica», le comunicazioni satellitari diventano un «a priori» imprescindibile, al punto che i satelliti militari dedicati non bastano per soddisfare la “fame” di canali e di banda e si impiegano quindi anche quelli commerciali. Dunque occorrono satelliti per comunicazioni, ma anche satelliti che possa immagazzinare e “rimbalzare” dati e informazioni da un satellite ad un altro, ai centri di comando e controllo a terra ed anche ai singoli 22

utenti. In generale, i satelliti stanno diventando sempre più capaci e meno costosi, mentre la “banalizzazione” delle tecnologie consente anche a piccole industrie o enti universitari di realizzare satelliti con possibili applicazioni militari. Gli stessi Usa utilizzando per molti ruoli satelliti commerciali, compresi quelli per osservazione, che permettono di evitare l’impiego dei propri più sofisticati satelliti per soddisfare esigenze meno prioritarie o che non richiedono un livello elevato di dettaglio. E oltre a continuare a sviluppare satelliti costosissimi e enormi gli Usa cominciano anche ad utilizzare satelliti militari più “spartani” e più piccoli, ma disponibili in maggior numero. In pratica per ogni impiego c’è un satellite, mentre ampliandosi la comunità dei potenziali utenti si è reso necessario aumentare il numero dei veicoli spaziali, ma senza per questo accrescere gli investimenti.

Ci sono alternative al satellite? Un tempo per svolgere determinate attività di osservazione/spionaggio c’erano solo due possibilità: i satelliti o i velivoli da ricognizione. Questi ultimi furono poi in larga misura superati dall’avvento dei missili antiaerei (il famoso abbattimento del velivolo spia U-2 statunitense da parte dell’Urss segnò la fine di un era, gli aerei spia che sorvolavano il territorio del paese di interesse divennero una eccezione, non la regola). Ora però i satelliti saranno sempre più integrati da una nuova generazione di dirigibili d’alta quota e di velivoli senza pilota capaci di rimanere in azione per settimane, mesi o addirittura anni. Questi mezzi condividono con i satelliti alcune caratteristiche, come quella della persistenza e della «visione dall’alto», però sono anche relativamente più vulnerabili. A questi mezzi si andranno poi ad aggiungere gli spazioplani, ovvero veicoli spaziali riutilizzabili, probabilmente senza equipaggio, capaci di volare a quote e velocità elevatissime, raggiungendo nel volgere di minuti qualunque punto del pianeta. Questi velivoli spaziali saranno


dossier difficilmente intercettabili e potranno svolgere diverse funzioni, dalla ricognizione fino all’attacco, grazie all’impiego di speciali missili a grande gittata e enorme velocità. Tutto questo porterà a sfruttare non solo lo spazio propriamente detto, ma anche gli strati alti dell’atmosfera che fino ad oggi non sono stati utilizzati o “popolati”. Ma dirigibili, velivoli senza pilota d’alta quota e spazioplani non andranno a sostituire i satelliti, piuttosto li integreranno. In poche parole, chi può permetterselo cercherà di sfruttare al massimo il cielo, l’alta atmosfera e lo spazio, perché ogni «strato» ed ogni mezzo offre vantaggi specifici ed è la combinazione di questi mezzi che fornisce la risposta ottimale. Inutile dire che in questo campo è in atto una nuova competizione tecnologica e che gli Usa sono saldamente al comando. Solo negli Stati Uniti alla chiarezza di visione a lungo termine, con obiettivi ben identificati, si unisce un piano di investimenti, di ricerche, di esperimenti che non sempre sono coronati dal successo, ma che consentono di sviluppare e far maturare le tecnologie, ridurre i rischi, comprendere i problemi ed arrivare per tentativi ed approssimazioni alla realizzazione di sistemi operativi.

Verso le guerre spaziali I guerrieri spaziali sono già una realtà consolidata in diversi paesi. A muoversi per primi in questa direzione sono stati ovviamente Russia e Stati Uniti, che hanno istituzionalizzato la creazione di appositi comandi, con reparti, basi e personale dedicati. Negli altri paesi in genere le attività spaziali rappresentano una costola di quelle aeronautiche, ma non necessariamente. La guerra spaziale può essere ovviamente sia difensiva sia offensiva, perché con lo spazio e dallo spazio si può condurre un vasto spettro di operazioni belliche. Ovviamente si cercherà di eliminare i satelliti altrui: non è una operazione impossibile. Si possono utilizzare attacchi elettronici o cyber, oppure armi ad energia diretta o armi ad energia cinetica o ancora mis-

Una volta che si è realizzata una navicella spaziale pressurizzata e riutilizzabile in grado di trasportare astronauti e di navigare in orbita bassa si è anche ottenuta la base tecnologica per arrivare, in un secondo tempo, ad un veicolo spaziale militare pilotato sili o veicoli spaziali o esplosioni nucleari nello spazio. Dipende dalla natura del bersaglio. Usa, Russia, Cina hanno capacità di questo tipo. Naturalmente i satelliti militari vengono corazzati contro ogni tipo di minaccia e si è anche studiato il modo di far “scappare” un satellite contro il quale è indirizzato un veicolo killer o un missile oppure di dotare il satellite di armi difensive. Ovviamente “l’indurimento” di un satellite comporta costi elevati, tecnologie sofisticate e l’impiego di una parte del prezioso carico utile del veicolo spaziale. Ma il rischio è già oggi così elevato che non c’è satellite militare che non sia in qualche misura protetto da interferenze e attacchi condotti da terra o dallo spazio. È in corso anche in questo campo l’abituale sfida tra cannone e corazza: si cercano i mezzi per distruggere i sistemi dell’avversario ed al contempo per difendere i propri. Come accennato, non è necessario ottenere la distruzione fisica dell’obiettivo, può essere sufficiente “accecarlo”, disturbarlo, destabilizzarlo, impedirgli di ricevere ordini o di eseguire la sua missione. Anzi, probabilmente è preferibile ottenere il risultato desiderato attraverso un attacco poco evidente. Perché se un satellite killer va ad impattare su un satellite disintegrandolo l’attacco sarà registrato come tale, ma se si riesce a danneggiare un satellite in modo che l’utilizzatore possa cre23


Risk dere ad un guasto tecnico è ancora meglio. Certo in caso di conflitto generalizzato cautele del genere non avrebbero molto senso, ma se si tratta di eliminare uno o due satelliti o di metterli fuori uso per qualche tempo, un attacco discreto sarebbe sicuramente preferibile. Ai tempi del progetto di Reagan delle «guerre stellari», si ipotizzava di montare sui satelliti armi di vario tipo per intercettare e distruggere i missili balistici dell’avversario durante la fase “spaziale” della loro traiettoria. Oggi si ritiene molto più economico impiegare missili basati a terra o in mare o montati su aeroplani per intercettare questi missili. Ma la possibilità tecnica rimane. E c’è chi ha studiato la possibilità di realizzare un sistema di «specchi ustori» antimissile che utilizza specchi montati su satelliti o dirigibili d’alta quota. Senza contare che un satellite può diventare una bomba orbitante.

L’accesso e la negazione allo spazio Quando si parla di guerre spaziali si pone evidentemente la questione dell’accesso allo spazio, che richiede necessariamente la disponibilità di vettori, nonché la realizzazione di un segmento terrestre che consenta di controllare ed impiegare ciò che è stato collocato nello spazio. Quindi poligoni, razzi vettori, la filiera industriale che li realizza, le infrastrutture terrestri dedicate sono elementi critici di qualunque «sistema» spaziale. Chiunque ambisca a dotarsi di satelliti ed affini vuole anche affrancarsi dalla dipendenza dai vettori spaziali e dai centri di controllo di terzi, anche quando questi ultimi sono messi a disposizione da partner fidati. Ovviamente il desiderio di indipendenza ha un costo. Ci sono paesi, come Iran o Israele che non hanno alternative, devono necessariamente far tutto o quasi da soli perché l’indipendenza strategica è essenziale o semplicemente perché è difficile trovare fornitori di servizi affidabili sia in tempo di pace sia in tempo di crisi. Come abbiamo visto le vere potenze, vecchie e nuove, vogliono totale indipendenza, quindi sviluppano razzi vettori di vario 24

tipo e classe, veicoli spaziali, satelliti, stazioni spaziali, creano un corpo di astronauti, realizzano infrastrutture per il controllo dei mezzi spaziali e così via. È il caso di sgombrare il terreno da ogni preconcetto: quando la Cina dice che vuole creare una propria stazione spaziale permanente, che vuole mandare i suoi astronauti sulla Luna e magari su Marte, non cerca solo una affermazione in termini di prestigio o di immagine: in effetti vuole anche, forse soprattutto, sviluppare le tecnologie necessarie per lo sfruttamento militare dello spazio e la sua colonizzazione. Per intenderci… una volta che si è realizzata una navicella spaziale pressurizzata e riutilizzabile in grado di trasportare astronauti e di navigare in orbita bassa, si è anche ottenuta la base tecnologica per arrivare, in un secondo tempo, ad un veicolo spaziale militare pilotato. Ovviamente tutti gli elementi essenziali di un sistema spaziale completo diventano potenziali bersagli in caso di conflitto. Negare l’accesso allo spazio all’avversario è altrettanto essenziale che distruggere le capacità e i satelliti già disponibili. Quindi tra i bersagli con la massima priorità ci sono i poligoni spaziali e le rampe di lancio, i centri di controllo, i sistemi di comunicazione da e per lo spazio, le industrie che producono i razzi vettori e quelli che realizzano i satelliti e relativi componenti. Perché danneggiando o eliminando questi elementi si può cancellare, anche a lungo termine, la capacità che un paese ha di sfruttare militarmente lo spazio. Non a caso le misure di sicurezza che vengono dispiegate per proteggere le infrastrutture spaziali stanno aumentando ovunque (non in Italia, purtroppo) e non solo per scongiurare attacchi terroristici. I centri spaziali statunitensi, quello Kennedy, civile/militare e quello di Vandenberg, militare, sono considerati obiettivi strategici e vengono protetti contro ogni tipo di minaccia, da quella terroristica a quella militare convenzionale. E la Francia ha adottato misure forse ancora più arcigne per la sicurezza del cosiddetto centro spaziale europeo (in effetti Francese) di Korou, nella Guia-


dossier

Chiunque ambisca a dotarsi di satelliti ed affini vuole anche affrancarsi dalla dipendenza dai vettori spaziali e dai centri di controllo di terzi, anche quando questi ultimi sono messi a disposizione da partner fidati. Ovviamente il desiderio di indipendenza ha un costo na Francese. Il dispositivo militare che Parigi schiera in permanenza in questo territorio d’oltremare non serve tanto a assicurarne i confini, quando a proteggere il centro spaziale. E non parliamo dei centri spaziali cinesi o russi. I dispositivi di protezione sono poi ulteriormente potenziati con l’approssimarsi di un lancio, sia esso commerciale, scientifico o militare. La protezione delle capacità spaziali si ottiene anche con la ridondanza delle stesse e dei vettori e con la riduzione dei tempi necessari per preparare ed effettuare un lancio. Anche in questo gli Usa sono all’avanguardia: se è prassi normale mantenere satelliti “di riserva” in orbita, pronti per essere posizionati ed attivati in caso di guasti o attacchi, gli Usa hanno anche satelliti di riserva a terra e stanno introducendo in servizio nuove generazioni di vettori spaziali e spazioplani (anche commerciali o persino civili, per supportare i sogni di viaggi di una élite di passeggeri straricchi) che possano essere lanciati o fatti decollare nel giro di qualche giorno o addirittura qualche ora dal via, in modo da poter potenziare il proprio «ordine di battaglia spaziale» in caso di necessità o, in futuro, per sostituire le capacità distrutte dal nemico. Così come si possono potenziare gli schieramenti di forze sulla terra o sul mare e mandare rinforzi la stes-

sa cosa avviene e avverrà nello spazio. Si pensa già a come sia possibile inviare satelliti cargo che possano rifornire quelli operativi, oppure possano ripararli, sostituire strumenti, sensori ed equipaggiamenti. I satelliti robot faranno dunque la spola verso lo spazio. L’ideale è ovviamente poter aumentare a piacimento le proprie “forze spaziali” impedendo all’avversario di fare altrettanto. Ed a tale obiettivo non lavorano certo solo gli Stati Uniti. In questo contesto va anche compreso perché l’Europa non può rinunciare ad una propria autonoma capacità: lanciare satelliti e sonde può anche essere un business profittevole, ma anche se non lo fosse, avere propri lanciatori spaziali senza dipendere dai razzi commerciali che in caso di crisi potrebbero non essere più disponibili è essenziale. Quindi se Arianespace ha bisogno di sovvenzioni statali per rimanere sul mercato e competere per i lanci commerciali con cinesi e russi e in misura minore con gli Stati Uniti… si deve pagare, si tratta infatti di un investimento strategico, non di un modo per fare soldi. Poi che i razzi ed i servizi spaziali europei debbano costare meno è altrettanto vero, ma non è questo l’aspetto cruciale. Non è un caso se negli Usa, per legge, un carico spaziale governativo può viaggiare solo su vettori americani.

Per questi motivi è ridicolo che l’Italia abbia seriamente pensato di “nazionalizzare” il programma per il vettore Vega, accarezzando poi l’idea di creare una alternativa a Korou… in Kenya. Già… ammesso che ci fossero i soldi per condurre una politica di grandeur spaziale nazionale in contrapposizione all’Europa e alla Francia (e non ci sono), poi come avremmo potuto proteggere un poligono in Kenya? Conquistando Malindi? Acquistando un’enclave? Evidentemente l’Europa nello spazio, specie nella sua dimensione militare e strategica, deve avere un unico intento e parlare con una sola voce. E quando lo farà sarà sempre troppo tardi. 25


Risk PRESENTE E FUTURO DELL’INDUSTRIA SPAZIALE ITALIANA

UN VERO TRAINO PER LA RIPRESA DI

L

ALBERTO TRABALLESI

e attività spaziali negli ultimi due decenni si sono sensibilmente sviluppate. Si è costituita una nuova mappa delle nazioni spaziali: da un club ristretto di pochi paesi, si è passati a più di 50 stati con capacità in questo settore. Lo spazio, ovvero l'insieme di tecnologie e di sistemi relativi, rappresenta oggi un elemento essenziale per una molteplicità di attività umane, una

cosiddetta general purpose technology, un elemento abilitante del nostro modo di comunicare, della possibilità di conoscere in modo approfondito le evoluzioni del nostro pianeta, di continuare a sviluppare la conoscenza scientifica del nostro sistema solare e dell’universo, della possibilità di prevenire e gestire catastrofi naturali nonché eventi infausti procurati dall’uomo ed infine di sviluppare sistemi ed applicazioni rivolti alla sicurezza del territorio, dei cittadini e delle infrastrutture. Il nuovo panorama è frutto anche della globalizzazione, esercitata – secondo l’Ocse – dagli investimenti transfrontalieri in filiali estere di industrie multinazionali e dai robusti trasferimenti di tecnologie, con crescenti attività di import ed export di prodotti e servizi ad alta tecnologia. L’industria spaziale manifatturiera rappresenta di per sé solo lo 0.2 per cento del pil mondiale, circa 75 miliardi di euro, ma crea un indotto pari a circa 5 volte il valore dell’industria stessa ed i settori che beneficiano di ricadute valgono ben il 22 percento del pil mondiale, circa 8mila miliardi di euro. Tali cifre indicano in modo chiaro la rilevanza di del settore spaziale nell’economia mondiale di oggi. Dalle attività spaziali è nata la «space economy», che comprende innumerevoli sbocchi commerciali, che vanno dal prodotti Ict all’impiego 26

delle risorse satellitari per la navigazione, le comunicazioni e l’osservazione della Terra nelle più svariate attività delle nostre società. Inoltre, si è sviluppata un’interessante convergenza nello sviluppo delle tecnologie spaziali per le esigenze civili e per soddisfare i requisiti richiesti dagli impieghi per la difesa e sicurezza. Fattore che ha portato a concentrare su programmi comuni di carattere duale le risorse economiche disponibili. Il termine «tecnologia duale» (dual-use technology) è stato sempre più frequentemente utilizzato per indicare tecnologie suscettibili di applicazioni sia in ambito civile che militare e riguarda uno spettro abbastanza ampio di tecnologie – dal nucleare alle biotecnologie – nel quale un ruolo particolarmente significativo hanno assunto le tecnologie spaziali. Ciò non deve destare sorpresa in quanto tradizionalmente il dominio spaziale ha rappresentato all’inizio del ciclo di sviluppo dell’industria relativa, ed ancora rappresenta, un campo di ricerca avanzata per applicazioni militari. Parallelamente, si sono osservate nel passato più recente dinamiche di accelerazione dell’utilizzo nel campo spaziale di tecnologie sviluppatesi in modo dirompente in ambiti commerciali (spin-in, breakthrough technology) e che hanno portato in modo crescente alla costituzione di un set di tecnologie abilitanti


dossier comuni e alla possibilità di concepire e realizzare sistemi interamente duali.Se per anni siamo stati abituati a pensare alle applicazioni civili e a quelle governative come ambienti separati, non comunicanti tra di loro, in quanto rispondenti a requisiti operativi e strategici diversi, oggi ciò non rappresenta più la realtà. L’utilizzo dello stesso strumento per le applicazioni civili, ad esempio le applicazioni a banda larga, e le esigenze di comunicazione istituzionale, ad esempio nei teatri d’operazione fuori area, è oggi un pilastro essenziale nelle strategie europee, nelle quali l’Italia ben si innesta nella collaborazione con la Francia con i progetti Athena/Fidus e Sicral 2. La stessa considerazione è parte essenziale del sistema per l’osservazione della Terra Cosmo-Skymed e delle sue applicazioni e ricadute, ove settori, quali lo studio delle foreste, del territorio, delle coste, dell’idrologia, sono accompagnati dalle applicazioni governative di sicurezza e di controllo del terreno per applicazioni strategiche. Anzi, con la sua costellazione Cosmo-Skymed, concepita sin dall’inizio con caratteristiche duali, l’Italia ha contribuito in maniera determinante, e con anticipo rispetto alle altre potenze spaziali, alla definizione di questo approccio innovativo al settore spaziale. Meno evidente, soprattutto per l’incapacità di informare adeguatamente l’opinione pubblica, è il contributo decisivo che tecnologie originariamente pensate per l’ambito militare hanno poi apportato al settore civile e scientifico. La capacità di promuovere un adeguato trasferimento tecnologico costituisce per questo uno dei banchi di prova decisivi per ottimizzare l’impiego delle risorse del «sistema spazio» e per legittimare e rendere comprensibili quelle scelte che hanno puntato sullo sviluppo della tecnologia duale. I programmi spaziali, peraltro, richiedono ingenti finanziamenti, per lo più governativi, e protratti nel medio e lungo periodo, coerentemente con la dimensione pluriennale dello sviluppo delle iniziative in questo campo, ovvero con la lunga incubazione necessaria nel-

la creazione di professionalità e know how nel settore. L’alto livello dei finanziamenti rende ineluttabile per la maggior parte dei progetti la cooperazione internazionale e la competitività nello spazio di una nazione si misura sull’insieme delle sue caratteristiche istituzionali e strutturali comparate a quelle delle altre nazioni spaziali. Si assiste ad una crescente coscienza da parte dei responsabili delle istituzioni e delle industrie che le attività spaziali richiedono una partnership tra i governi o, meglio, tra i governi e le industrie. Un’analisi della situazione e delle prospettive dell’industria spaziale italiana non può, quindi, prescindere da un suo inquadramento nello scenario industriale mondiale e, soprattutto, europeo.

Lo Scenario Globale La «space economy» ha continuato a crescere negli ultimi anni nonostante le perdite denunciate da altri importanti settori industriali a fronte della perdurante crisi economica. L’incremento è stato nel 2010 del 7.7 per cento, ben superiore al 5 per cento del 2008 e del 2009, in termine monetari pari a 20 miliardi di dollari, con un totale stimato per l’economia spaziale di 276.52 miliardi di dollari. Una parte della crescita va attribuita all’aumento delle spese governative, ma il 69 percento è merito del comparto commerciale: 32 per cento (87.39 miliardi di dollari, con un incremento del 13 per

L’eccellenza dell’industria italiana si è evidenziata negli ultimi anni a tutto campo, dalla sistemistica ad elementi tecnologici allo stato dell’arte e ha posto l’Italia a buon diritto tra i protagonisti internazionali dello spazio 27


Risk

Il termine tecnologia duale è stato sempre più frequentemente utilizzato per indicare tecnologie suscettibili di applicazioni sia in ambito civile che militare e riguarda uno spettro abbastanza ampio di tecnologie nel quale un ruolo particolarmente significativo hanno assunto le tecnologie spaziali

rispetto ai 78 dell’anno precedente, ma i carichi posti in orbita sono stati 118, contro i 111 del 2009. Tuttavia, nel mezzo di una crisi economica, segnata soprattutto dalla stagnazione del pil dei paesi Bric e dall’austerità europea, l’andamento positivo del settore spaziale potrebbe subire una flessione nei prossimi anni. La prevista riduzione in molti paesi dei fondi, in particolare per la scienza e la difesa, potrebbe avere qualche impatto, sia pur limitato, sui contratti delle agenzie e delle industrie spaziali nei prossimi tre anni. Questo perché le industrie continuano a dipendere dai bilanci pubblici per la ricerca e sviluppo nei satelliti e nei lanciatori. Peraltro, i principali clienti per i grandi e piccoli satelliti continuano a essere i governi. Comunque, per il momento i bilanci per lo spazio di diversi paesi permangono stabili se non in crescita.

cento) nel settore manifatturiero e 37 per cento (102.00 miliardi di dollari, con un incremento del 9 per cento) in quello dei prodotti e servizi spaziali.I motivi di questo successo vanno ricercati nella strategicità del settore spaziale, spesso protetto, nell’incremento dei paesi che investono nelle tecnologie spaziali per conseguire obiettivi di crescita nazionale, ma soprattutto nella ciclicità dei sistemi spaziali (ad esempio, il mercato di sostituzione di assetti giunti alla fine della loro vita operativa nonché il rinnovo delle costellazioni) e nel crescente successo dei servizi spaziali. I maggiori fatturati continuano a pervenire dalle telecomunicazioni, seguite dal telerilevamento e dalla navigazione satellitare. In particolare, è in aumento l’interesse nell’impiego delle immagini satellitari, nelle trasmissioni televisive e radio via satellite. Le istituzioni civili e militari, nonché diversi operatori commerciali, seguitano a confidare nelle connessioni satellitari per le loro comunicazioni. Il superamento del digital divide sta ricevendo un determinante supporto dalla connessione ad internet via satellite. L’industria dei lanciatori ha subito un decremento nel 2010 del 5 per cento, con 74 lanci

Lo Scenario Europeo

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Con il Trattato di Lisbona del 2007 le istituzioni dell’Unione europea hanno acquisito specifiche competenze nella politica spaziale, sancendo la strategicità della risorsa spazio. Le recenti scelte fanno ritenere che la sicurezza diventerà l’obiettivo chiave dei futuri investimenti nelle applicazioni spaziali. Il sistema di navigazione satellitare Galileo, prima infrastruttura di proprietà dell’Ue, era nato con precise e conclamate caratteristiche «civili». Ora il progetto è diventato essenziale per la salvaguardia della sicurezza e della difesa dei cittadini europei, tanto che le maggiori attenzioni sono riservate allo sviluppo e all’operatività del Prs (Public regulated service), il servizio di precisione riservato alle istituzioni. Per l’Esa, l’Agenzia spaziale europea, non è più un tabù trattare le questioni di sicurezza e difesa in stretta collaborazione con l’Eda (European defence agency). Analogamente, anche per il programma Gmes (Global monitoring for environment and security) sono state superate tutte le ambiguità nell’interpretazione del significato da attribuire alla «S» dell’acronimo, dando al progetto la caratteristica principale di sup-


porto alla sicurezza europea, intesa come civile, ma in pratica anche militare. Ovvero, in ambito Unione si assiste ad una convergenza nei fatti tra sicurezza e difesa, anche se a parole continuano a seguire vie separate. Al momento tutte le attività sono state concentrate sulla «sicurezza dallo spazio» e solo nel recente passato si è cominciato a discutere di un argomento di assoluta attualità ed importanza, ma che richiede ingenti risorse, quale quello della «sicurezza dello spazio», con lo «Space situational awareness preparatory programme». L’industria spaziale europea è una nicchia strategica del vasto complesso industriale europeo dell’aerospazio e difesa. A quattro larghe holding industriali (Eads, Finmeccanica, Safran e Thales) risale più del 70 per cento degli impieghi nell’industria spaziale europea. Le unità produttive dedicate più significative si trovano in Eads Astrium ed in Thales Alenia Space (joint venture tra Finmeccanica e Thales). Questi due raggruppamenti transnazionali rappresentano il risultato in Europa dell’imponente processo mondiale di consolidamento del settore, che si è svolto nelle ultime due decadi. Sono, come tutto il settore, caratterizzati da un’alta intensità di innovazione e di R&S. Qualità che rappresentano una barriera d’ingresso per le Pmi, tendenzialmente con una minor capacità d’investimento, come è possibile rilevare nella realtà italiana. Le Pmi, infatti, rappresentano meno dell’8 percento del totale degli impieghi nell’industria spaziale europea, anche se esprimono il 43 per cento delle unità produttive del comparto. Il processo di consolidamento ha comportato anche il fenomeno di una crescente esternalizzazione. Se sino all’inizio degli anni Novanta l’impresa spaziale presentava una forte verticalizzazione, oggi la vastità e complessità delle applicazioni ha imposto ai grandi gruppi di concentrarsi sul core business, identificando nel contempo una rete di collaborazioni e partnership per mantenere


dossier e rafforzare la capacità innovativa. Tale processo ha determinato riposizionamenti nella catena del valore dei sistemi spaziali ed ha come obiettivo la concentrazione degli investimenti interni della grande impresa, con il presidio dello spettro delle tecnologie e dei prodotti indispensabili per la progettazione e la realizzazione di sistemi spaziali competitivi. Nel 2010 il turnover dell’industria spaziale europea è stato di 6.1 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 5.5 miliardi euro dell’anno precedente. Un record in tempi di crisi economica, come record è stato l’incremento di occupati, 35mila lavoratori a tempo pieno. I risultati positivi vanno attribuiti per lo più alle commesse istituzionali, dove, però, quelle per la difesa restano sotto il miliardo di euro e fanno capo solo ai quattro paesi di punta nelle attività spaziali, nell’ordine: Francia, Germania, Italia e Regno Unito. Resta comunque alta, anche per il 2011, la concorrenza delle industrie americane sul mercato europeo, nonostante che i clienti europei continuino ad essere i principali acquirenti dell’industria europea, con l’Esa in primo piano.

L’Industria Spaziale Italiana L’industria spaziale è uscita ormai dal puro modello istituzionale per entrare a pieno titolo nel novero delle attività che, pur conservando appieno sia il loro rilievo strategico che un alto profilo scientifico, non possono non riferirsi a modelli competitivi, garantendo a qualsiasi tipo di azionista che le promuove adeguati ritorni economici. Una sfida difficile nel dover conciliare elevati tassi di innovazione, soluzioni adeguate alle sfide scientifiche e a quelle industriali, una competizione crescente da parte dei paesi emergenti ed infine il presidio di competenze chiave nazionali in un contesto di cooperazione, ma anche di competizione sempre più vasto, europeo prima e mondiale successivamente. Certamente un’opportunità per il sistema industriale spaziale italiano, ma anche la necessità di un attento presidio delle capacità si-

La space economy ha continuato a crescere negli ultimi anni nonostante le perdite denunciate da altri settori a fronte della perdurante crisi economica. L’incremento è stato nel 2010 del 7,7 per cento, ben superiore al 5 per cento del 2008 e del 2009, in termine monetari pari a 20 miliardi di dollari, con un totale stimato per l’economia spaziale di 276 miliardi di dollari stema paese il cui sviluppo non può avere nessuna soluzione di continuità. Nel quadro che abbiamo delineato, l’industria spaziale nazionale opera a pieno titolo e con risultati di rilievo, tanto da essere diventata il terzo player europeo nello sviluppo e commercializzazione dei sistemi spaziali, dopo aver consentito al paese di essere la prima nazione europea, la terza nel mondo, a porre un satellite in orbita. Nel 2010 il suo turnover ha superato i 1500 milioni di euro, in crescita per il terzo anno consecutivo, anche se con un ulteriore contrazione degli addetti, scesi sotto le 5mila unità. Nello stesso anno il turnover delle sole Pmi è salito a 145 milioni di euro, con una riduzione dei dipendenti da 5870 a 3468. L’industria spaziale italiana rappresenta non solo uno dei campi di superiorità tecnologica del paese, ma anche una realtà industriale di primo livello, un settore rilevante per l’economia sia per quanto riguarda la componente manifatturiera che per 31


Risk quella dei servizi associati ed a valore aggiunto. Occorre notare al riguardo che il menzionato processo di consolidamento del settore spaziale ha visto protagonista il paese innanzitutto attraverso il mondo Finmeccanica, con la costituzione della cosiddetta «Space Alliance» con Thales, nella quale la componente manifatturiera è rappresentata da Thales Alenia Space, joint venture con Thales al 67 per cento e Finmeccanica al 33 per cento, e la componente servizi da Telespazio, ove lo schema azionario è speculare. Al gruppo fa riferimento anche l’unità di business che si occupa di spazio di Selex Galileo, con eccellenza nel campo delle tecnologie e sistemi ottici, degli strumenti scientifici e robotici e delle tecnologie di alimentazione. Nel campo dell’accesso allo spazio e dei lanciatori il player “nazionale” è Avio, con una quota societaria considerevole posseduta da fondi di investimenti internazionali e un ruolo preminente nel settore dei lanciatori ed in particolare nello sviluppo del piccolo lanciatore dell’Esa, ma con contributo preponderate ed essenziale dell’Italia, Vega. Seguono player minori da un punto di vista dimensionale, ma con importanti specializzazioni tecnologiche e sistemiche, quali Cgs, Compagnia generale dello spazio, inserita nel gruppo tedesco Ohb, Space engineering, recentemente oggetto di acquisto di quota maggioritaria da parte di Astrium, e un mondo più frastagliato di Pmi di dimensioni minori.Questa presenza di compagini industriali straniere dovrebbe, però, essere attentamente valutata e controllata, perché se espressione dell’attrattiva esercitata dall’eccellenza della nostra industria, tale da tradursi in investimenti nella nostra filiera produttiva che ne potrebbero aumentare la base produttiva e la capacità innovativa, è ovviamente auspicata e benvenuta. Non altrettanto se si dovesse trattare di meri acquisti per potersi avvantaggiare dei flussi finanziari, che interessano la mostra industria e che potrebbero essere reinvestiti con obiettivi non in linea con le strategie nazionali. L’eccellenza dell’industria italiana si è estrinsecata negli ultimi anni a tut32

to campo, dalla sistemistica ad elementi tecnologici allo stato dell’arte e ha posto l’Italia a buon diritto tra i protagonisti internazionali dello spazio. Risultato che vede la componente industriale come terminale di un sistema paese che – tramite le proprie istituzioni preposte, in primis Agenzia spaziale italiana, con un ruolo significativo del ministero della Difesa e sotto il coordinamento della presidenza del Consiglio dei ministri – ha consentito il conseguimento di questo successo. Come tutti i mondi di frontiera il contesto è tale, però, che non è possibile fermare nemmeno per un attimo l’evoluzione dell’ingegneria sistemica e della tecnologia spaziale. Nel momento in cui i sistemi richiamati sono entrati o entreranno nel prossimo futuro in fase operativa, ci dobbiamo già porre il problema di quali saranno le evoluzioni future e di come le dobbiamo presidiare attraverso la nostra industria inserita nel contesto industriale e di cooperazione paneuropea. Nel campo delle telecomunicazioni avremo sempre più l’esigenza di sistemi flessibili, in grado di riconfigurare la risorsa satellite in funzione del traffico e delle condizioni operative e ciò avrà profondi impatti nella sistemistica e nelle tecnologie abilitanti. Nel settore dell’osservazione, la possibilità di “vedere” oggetti in movimento sia sulla superficie che in mare rappresenterà uno strumento dinamico di particolar importanza per gli aspetti di sicurezza e per fini istituzionali. A valle delle esperienze sul campo cumulate negli scorsi anni, soprattutto nelle operazioni di peace-keeping, è emersa inoltre la necessità di analizzare come poter aumentare la space responsiveness, ovvero il dispiegamento di assetti spaziali, limitato nel tempo e nello spazio ed in tempi rapidi. Nel campo della esplorazione planetaria sarà possibile capitalizzare l’esperienza accumulata nei moduli pressurizzati e più recentemente negli studi abilitanti su sistemi gonfiabili, per costruire elementi prodromi della costituzione di piccole colonie spaziali attraverso lo sviluppo della


Risk tecnologia degli spazi abitativi pressurizzati. Due filoni nei quali l’industria italiana ha un ruolo riconosciuto, ovvero rappresenta in alcuni casi frontiere di sviluppo. È doveroso anche segnalare l’impegno dell’industria italiana nel completamento della stazione spaziale internazionale e la generazione di idee ed esperimenti (es. microgravità), essenziali per lo studio dei materiali, della biologia molecolare, della sintesi di molecole nello spazio, che tanti elementi conoscitivi ha portato e porterà alle scienze mediche e biologiche. Ma alla base dei grandi programmi applicativi c’è uno spettro di tecnologie abilitanti vasto, nel quale nessuna compagine industriale può essere isolata. La catena del valore di un sistema spaziale è costituita da decine di fornitori integrati in un complesso sistema di pianificazione, logistico ed industriale. In questo contesto, la centralità della piccola media e impresa nel tessuto economico del paese rappresenta un cardine della politica industriale italiana. Il nostro tessuto economico si caratterizza, infatti, in modo chiaro per una forte presenza di Pmi e l’allargamento dei mercati, la dimensione globale della competizione, l’emergere di nuove economie impone necessariamente una riflessione su come sostenere e consentire al comparto il richiesto livello di competitività. Il collegamento della piccola e media impresa con la rete cooperativa, nata dopo il consolidamento e l’esternalizzazione delle attività non core business, risulta l’unico modello che può consentire alle Pmi spaziali italiane di poter beneficiare di canali di accesso abilitanti a una crescita strutturale e, nel medio lungo termine, l’accumulo di competenze, tecnologie e prodotti in grado di sostenere una presenza redditizia e un ruolo significativo nell’industria spaziale. Quindi, opportunamente innestate nelle strategie della grande impresa, pool di Pmi specializzate e complementari possono contribuire ad arricchire e rafforzare competenze chiave della grande, in modo solido, robusto e redditizio. Tale visione impone una governance tec34

nologica complessiva di medio-lungo termine, che coinvolga tutti gli stakeholder della tecnologia spaziale. Un modello di governance possibile potrebbe essere ricavato da quello denominato «ExploraLab», che è stato sviluppato nello studio commissionato dall’Agenzia spaziale italiana per proporre una risposta efficace alle sfide del Programma di esplorazione del sistema solare, ma è adattabile a tutte le situazioni di sviluppo di tecnologie spaziali abilitanti. ExploraLab è stato ideato come un cluster di centri di Ricerca & Sviluppo, pubblici e privati, organizzati in network. Più specificatamente, il laboratorio è costituito dall’unione di infrastrutture e competenze, dedicate e condivise, e da un sistema per la loro gestione. Il pool di soggetti coinvolti nel cluster è suddiviso in diversi insiemi caratterizzati da competenze e obiettivi comuni, nell’ambito delle attività di sviluppo dei sistemi e dei sottosistemi pianificati: i network tematici. Ogni network presiede un segmento omogeneo del programma e s’incentra in un nodo primario di aggregazione, attorno al quale la rete cresce e si sviluppa. Secondo questa nomenclatura si può efficacemente definire ExploraLab come un cluster di network, dotato di governance, (la Cluster management company). Nel perseguimento delle tecnologie abilitanti, sino alla realizzazione di sistemi e sottosistemi, ogni network deve esaltare la possibilità di impiego commerciale dei risultati, per massimizzare le ricadute nel breve medio periodo in mercati anche differenti da quello spaziale ed ottimizzare i ritorni economici. Un esempio chiarificatore può essere quello delle serre spaziali, progetto ibrido che, sebbene sviluppato per supportare la vita umana con colture in ambienti ostili come quelli lunari o marziani, ha generato, allo stesso tempo, tutta una serie di prodotti e tecnologie ampiamente utilizzabili sulla Terra, per migliorare sia la qualità e la diffusione della produzione agricola, sia l’impatto che questa ha sull’ambiente.


dossier LE LINEE GUIDA DELLA POLITICA SPAZIALE DEL VECCHIO CONTINENTE

IL CIELO DELL’EUROPA DI

N

NICCOLÒ SARTORI

egli ultimi quindici anni i successi europei in ambito spaziale hanno permesso all’Europa di accrescere la propria indipendenza strategica, il prestigio scientifico e tecnologico, e la capacità di agire come un attore di primo livello nel contesto internazionale. La necessità di un approccio coordinato alle questioni spaziali è chiaramente emersa all’inizio del

nuovo millennio, quando nel Duemila gli sforzi congiunti di Commissione europea e Agenzia spaziale europea (Esa) hanno portato alla stesura del primo documento europeo di natura strategica sullo spazio. Nel 2007, l’adozione da parte della Commissione e dell’Esa di una Politica spaziale europea (Pse) ha contribuito a confermare definitivamente il ruolo strategico dello spazio nella vita politica, economica e sociale dell’Unione europea (Ue) e dei suoi stati nazionali, fornendo linee guida fondamentali per accrescere l’efficienza e l’efficacia delle diverse attività europee in ambito spaziale. Il documento ha contribuito a delineare la missione strategica delle attività spaziali europee, fissando una serie di obiettivi per la Pse: sviluppare e favorire l’utilizzo di applicazioni spaziali in grado di servire gli obiettivi di politica pubblica europea, e le necessità di cittadini e imprese; soddisfare le esigenze europee nei settori della sicurezza e della difesa; incoraggiare la crescita di un’industria spaziale europea forte e competitiva; promuovere il progresso tecnologico e scientifico, contribuendo allo sviluppo di una società basata sulla conoscenza; assicurare l’accesso a tecnologie, sistemi e capacità critici o di nuova produzione, che garantiscano lo sfruttamento indipendente delle applicazioni spaziali europee. Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel dicembre 2009, ha contribuito a

rafforzare l’impronta europea sulla politica spaziale, introducendo con gli Articoli 4 (3) e 189 una competenza specifica e condivisa all’Ue sulle materie spaziali, in particolare promuovendo iniziative comuni, sostenendo la ricerca e lo sviluppo tecnologico, nonché coordinando gli sforzi per l’esplorazione e l’uso dello spazio. È importante notare che tale competenza non preclude in alcun modo quella degli stati membri. Al contempo, la rinnovata intraprendenza europea in ambito spaziale ha dato vita ad ambiziose iniziative, tra cui spiccano i due flagship programs Galileo e Gmes. Il primo ha l’obiettivo di fornire all’Europa un sistema globale di navigazione satellitare, mentre il secondo punta a rafforzare le capacità europee di osservazione e monitoraggio del pianeta Terra. L’esperienza maturata in Europa in questi anni ha confermato la necessità di un forte impegno istituzionale in ambito spaziale. A causa delle peculiarità del settore – un mercato limitato ma dall’alto valore strategico, caratterizzato da forti barriere all’entrata e da ingenti costi in R&D determinati dall’intensità tecnologica e dai lunghi cicli di sviluppo dei prodotti – il sostegno pubblico, politico e finanziario, risulta un elemento fondamentale per garantire la continuità delle attività spaziali in Europa e il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi fissati dalla Pse. 35


Risk Tuttavia, l’efficacia dell’intervento pubblico a sostegno del settore spaziale rischia di essere fortemente limitata dalle attuali caratteristiche della governance dello spazio in ambito Europeo. Infatti, nonostante negli anni passati siano state avviate alcune importanti iniziative in questo senso, la mancanza di chiarezza sulle competenze e la duplicazione dei ruoli tra i principali attori spaziali europei rappresenta ancora un forte limite allo sviluppo equilibrato del settore.

La governance della politica spaziale europea è estremamente complessa, ed è a causa di questa complessità che il settore dello spazio – nonostante gli sforzi profusi – soffre di evidenti debolezze strutturali. Per descriverne il funzionamento si ricorre comunemente all’espressione «triangolo istituzionale», che sintetizza in modo chiaro la relazione tra l’Esa, l’Ue e i rispettivi stati membri. I meccanismi del «triangolo istituzionale» evidenziano i due nodi principali della governance spaziale europea: il rapporto tra Esa e Ue, e la prevalenza del metodo intergovernativo nel decisionmaking europeo in ambito spaziale. Esa e Ue sono due istituzioni indipendenti, l’una di natura intergovernativa, l’altra di carattere sovranazionale. Esse hanno differenti competenze, diversi stati membri, e operano attraverso differenti regole e procedure. Mentre la prima nasce esplicitamente con l’obiettivo di coordinare la politica spaziale in Europa, la seconda ha rafforzato solo di recente – in particolare grazie alle disposizioni dell’Art. 189 del Trattato di Lisbona – la propria competenza in materia spaziale. L’Esa è stata creata nel 1975 con l’obiettivo di sostenere e promuovere la cooperazione tra gli stati europei in ambito spaziale. Essa ha anche il compito di coordinare la propria attività con i programmi delle agenzie spaziali dei suoi paesi membri, nella prospettiva di una progressiva integrazione delle iniziative nazionali con quelle europee. L’Esa è essenzialmente un ente di ricerca e sviluppo, ed ha un ampio programma che include attività nei campi della scienza, dell’osservazione della Terra, delle telecomunicazioni e delle tecnologie del segmento spa-

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ziale. Essa opera attraverso due tipi di programmi, «obbligatori e opzionali». I primi, ai quali contribuiscono tutti i paesi membri in modo proporzionale al loro reddito nazionale, comprendono le attività di base dell’Agenzia. I secondi, che coinvolgono – a differenti livelli di partecipazione finanziaria – solo i paesi membri interessati, riguardano settori specifici come l’osservazione della Terra, le telecomunicazioni, la navigazione, il volo spaziale con equipaggio umano e i lanciatori. Le procedure di gestione dei programmi sottolineano la natura puramente intergovernativa dell’Esa, che ha un risvolto anche nella funzione di sviluppo industriale dell’Agenzia: essa, infatti, gestisce le proprie attività applicando il principio del «ritorno geografico» (juste retour), lo strumento che garantisce agli stati membri un equo ritorno industriale e tecnologico in base agli investimenti effettuati su ciascun programma. La competenza dell’Ue in ambito spaziale è decisamente più recente, e la sua attività si basa su pratiche e procedure radicalmente differenti rispetto a quelle dell’Esa. La crescente rilevanza politica, economica e sociale dello spazio – le sue applicazioni possono essere utilizzate, ad esempio, in ambiti come l’agricoltura e la pesca, lo sviluppo e la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, i cambiamenti climatici e l’ambiente, i trasporti e l’energia – ha alimentato l’interesse dell’Ue a giocare un ruolo sempre più importante nel settore. Dai primi anni Duemila l’Ue ha inserito il tema spazio nella sua agenda politica – e al centro del processo di integrazione europea – diventando a tutti gli effetti il secondo attore “istituzionale” spaziale in Europa accanto all’Esa. La Commissione, attraverso l’attività della DG Enterprise&Industry e gli strumenti finanziari forniti dal 6° e 7° Programma quadro, ha stabilito una politica di ricerca e sviluppo nel settore spaziale che permetta all’Ue di giocare un ruolo chiave nello sviluppo di applicazioni e tecnologie spaziali a vantaggio dell’Europa, delle sue imprese e dei suoi cittadini. A differenza dell’Esa, la Commissione adotta un approccio competitivo nei confronti del mercato spaziale. Da un lato essa lavora per garantire una sempre maggiore integra-


dossier zione del mercato spaziale europeo, mentre dall’altro i finanziamenti erogati dalla Commissione non rispondono in alcun modo al principio del «ritorno geografico» – irrilevante in ambito Ue – ma si basano sul principio della competizione.

L’obiettivo di una più efficace politica spaziale europea ha spinto le due istituzioni – nonostante le differenze appena sottolineate – verso un progressivo rafforzamento della loro cooperazione. Il framework agreement firmato da Esa e Commissione nel maggio 2004 fornisce le basi legali per l’approfondimento del dialogo interistituzionale. Grazie all’accordo è stato creato il segretariato congiunto EsaCommissione europea, ed è stato istituito lo Space council europeo, il meeting unitario del Consiglio dell’Unione europea (nella sua formazione Competitività) e del Consiglio dell’Esa a livello ministeriale incaricato di discutere gli orientamenti e le priorità europee in ambito spaziale. Negli otto Space council tenutisi sino ad oggi, Esa e Commissione hanno contribuito a definire il ruolo strategico dello spazio per l’Europa e le rispettive responsabilità in materia spaziale, a stabilire la roadmap per i programmi Gmes e Galileo, a identificare le linee guida della Pse e gli strumenti per portarla avanti, a definire il contributo delle attività spaziali all’innovazione e alla competitività dell’industria europea, e ad individuare le sfide future per il settore spaziale europeo. Accanto ai due principali attori istituzionali Esa e Ue, non va assolutamente dimenticato il ruolo dei singoli stati nazionali nel definire le linee guida della politica spaziale in Europa. A conferma della natura prettamente intergovernativa che guida le iniziative in ambito spaziale, gli stati nazionali mantengono ancora forte controllo sull’indirizzo delle loro attività spaziali, e intraprendono iniziative nel settore al di fuori dei tradizionali framework di cooperazione creati da Esa e Commissione: programmi satellitari nazionali quali Helios, Sar-Lupe e Cosmo-SkyMed sono l’emblema del forte interesse dei paesi europei a sviluppare e mantenere proprie capacità e competen-

ze in materia spaziale – e soprattutto nella sfera militare. In ambito nazionale, la gestione della politica spaziale è affidata, per la parte civile, dalle agenzie spaziali o dai ministeri della ricerca e, per la parte militare, dai ministeri della difesa, che poi operano anche congiuntamente, come avviene in Italia per il programma Cosmo-SkyMed. Sebbene queste amministrazioni tendano a cooperare e coordinarsi tra loro nello sviluppo di capacità nazionali, non mancano anche a livello interno difficoltà nell’attribuzione delle competenze e sdoppiamento dei ruoli, data anche la natura prettamente duale delle tecnologie spaziale. Infine, la crescente rilevanza delle attività spaziali nelle politiche di sicurezza e difesa, in particolare come strumento centrale per un’efficace Politica di sicurezza e di difesa Comune (Psdc), ha contribuito all’ascesa di un ulteriore attore europeo nella governance delle politiche spaziali, l’Agenzia per la difesa europea (Eda). Unica agenzia europea direttamente menzionata da Trattato di Lisbona, l’Eda partecipa insieme a Commissione, Esa, Segretariato generale del Consiglio e direzione per la Gestione delle crisi e la pianificazione (Cmdp) del Servizio europeo d’azione esterna (Seae) ai lavori del Dialogo Strutturato sullo Spazio e la Sicurezza, forum di coordinamento delle rispettive attività istituzionali in ambito spaziale. Come sottolineato durante il settimo Space council: l’Eu-

In Europa vige la regola della concorrenza, nell’Esa quella della ripartizione geografica dei progetti che non segue logiche del mercato, con costi aggiuntivi. Per il futurò servirà trovare una sintesi per mantenere alto il valore strategico del settore spazio europeo 37


Risk

La politica europea potrebbe pensare di favorire lo sfruttamento commerciale delle applicazioni spaziali, nella speranza che i vari settori possano raggiungere livelli sufficienti di auto-sostenibilità, come accaduto ad esempio nell’ambito delle telecomunicazioni ropa è chiamata a identificare modi per rafforzare le attuali e future necessità di gestione delle crisi garantendo l’accesso a robusti e sicuri assetti e servizi satellitari per la comunicazione, l’osservazione della terra, il posizionamento e la navigazione, traendo vantaggio anche dalle sinergie emergenti in ambito dualuse (civile-militare). L’Eda, grazie alla sua azione orientata principalmente all’armonizzazione dei requirement e al coordinamento degli sforzi europei di R&D nel settore della difesa, gioca un ruolo crescente nella determinazione delle necessità e delle priorità in termini di capacità spaziali. Tuttavia, il fatto che i programmi di sviluppo industriale e il procurement vengano condotti a livello nazionale al di fuori dell’Agenzia stessa, limita fortemente la capacità di controllo “europeo” sulle attività del settore. Lo scenario che emerge dall’analisi degli attori istituzionali attualmente coinvolti nei processi di governance della politica spaziale europea mostra in modo abbastanza eloquente il sovraffollamento e la mancanza di chiarezza sui compiti, le competenze e le gerarchie sul lato della domanda pubblica. Questa situazione rischia di alimentare il divario tra il consolidato potenziale europeo in ambito tecnologico e industriale e l’assenza di un’effettiva capacità di svilup38

pare una politica spaziale adeguata. L’incapacità di raggiungere un accordo sulla governance delle attività spaziali in ambito europeo implica, in definitiva, uno spreco di competenze e denaro per l’Europa.

Le differenze con un modello di comprovata efficienza come quello americano fa risaltare in modo ancora più evidente il grande lavoro di razionalizzazione necessario in ambito europeo. Gli Stati Uniti, infatti, hanno una politica spaziale coerente che prevede la suddivisione delle responsabilità tra due attori principali, uno civile e uno militare, che gestiscono la maggior parte del budget pubblico relativo alle attività spaziali. La National aeronautics and space administration (Nasa) agisce principalmente come agenzia di ricerca e sviluppo, concentrandosi su attività scientifiche e di avanzata ricerca tecnologica; il Dipartimento della Difesa (DoD), gioca un ruolo primario nella gestione dei programmi di sviluppo industriale e di procurement, focalizzandosi sullo sviluppo di sistemi di navigazione, telecomunicazione e osservazione della Terra. L’attività delle due istituzioni è sostanzialmente complementare, e caratterizzata da continui sforzi di cooperazione e interscambio. In Europa, come detto, l’Esa svolge più o meno (con budget sensibilmente minori) le funzioni di ricerca e sviluppo portate avanti dalla Nasa. Accanto alle sue attività, tuttavia, le singole agenzie spaziali nazionali operano in modo indipendente e con budget talvolta ben maggiore rispetto a quello dedicato al contributo per l’Esa, come nel caso francese. Questa situazione crea un evidente sdoppiamento degli sforzi e una perdita di efficienza nell’utilizzo delle risorse finanziarie disponibili. In ambito militare la situazione è ancora più critica: non solo vi è lo sdoppiamento tra attività europee – condotte dall’Eda – e quelle nazionali portate avanti dai singoli ministeri della Difesa, ma vi è anche un forte disequilibrio e mancanza di risorse in seno all’agenzia di Bruxelles. Con un budget totale di 30 milioni di euro, l’Eda non ha una capacità propria di ricerca e sviluppo ma è costretta a operare come ente di coordinamento, mentre le attività tec-


Risk nologiche e industriali vengono condotte dai vari ministeri. Infine vi è il ruolo anomalo dell’Ue, non assimilabile né a quello di un’agenzia impegnata nella R&D né a quello di un’amministrazione incaricata di gestire il procurement pubblico in ambito spaziale. L’Ue – il cui mandato non permette alcun tipo di armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli stati membri – attraverso la Commissione e i fondi erogati dai suoi programmi quadro, finanzia e coordina attività di ricerca e sviluppo nel tentativo dotare l’Europa di una politica industriale per il comparto spaziale in grado di promuovere l’efficienza e la competitività internazionale del settore. L’attività della Commissione, inoltre, esclude le materie puramente militari – dove gli stati nazionali mantengono ancora forte controllo sulle attività di investimento. Gli effetti negativi legati alla complessa governance delle politiche spaziali in Europa si manifestano in modo evidente nelle difficoltà sperimentate dai principali programmi spaziali condotti a livello europeo: Galileo e Gmes. Recentemente, le difficoltà nel finanziare e gestire questi complessi programmi scientifico-tecnologici di lungo termine hanno spinto la Commissione ad escludere dal suo ultimo Piano di finanziamento pluriennale 2014-2020 (Multiannual financial framework, Mff) il programma Gmes.

La Commissione, nella sua proposta di budget, ha deciso di rinunciare al finanziamento del suo programma – a lungo definito di interesse strategico per la politica europea e costantemente incluso tra le priorità della stessa – scaricandone la responsabilità sugli stati membri. Essi – previo raggiungimento di un accordo intergovernativo in seno al Consiglio – sarebbero chiamati a finanziare su base nazionale lo sviluppo del programma, attraverso un contributo fissato in base al proprio reddito nazionale lordo. Rimane da sciogliere il nodo della governance del programma, rispetto alla quale la Commissione ha recentemente avanzato una proposta parziale. Si prospetta un ruolo chiave per agenzie ed organizzazioni europee competenti negli ambiti di applicazione di Gmes 40

La complessità e il carattere strategico dello spazio richiedono all’Europa di agire in modo rapido nella definizione della governance delle proprie attività spaziali land, emergencies, atmosphere, ma non vi sono ancora indicazioni in merito ai campi marine e security. Per questi ultimi è ipotizzabile il coinvolgimento di altre agenzie e organizzazioni specializzate, anche sfruttandone possibili sinergie. Si pensa per esempio a Emsa, Frontex, Eusc, Eeas, ed Eda. Tuttavia, è soprattutto la definizione della governance della dimensione security di Gmes a creare più controversie ed esitazioni, data la sensibilità delle informazioni coinvolte e gli interessi di sicurezza nazionale degli stati membri. Quanto alla Commissione, il ruolo proposto è di coordinamento politico e di gestione dei fondi; mentre l’Esa, in cooperazione con Eumetsat, si occuperebbe dello sviluppo e delle operazioni delle Sentinelle. Nel prossimo Mff sarà invece rinnovato il finanziamento di Galileo. Dopo le difficoltà sperimentate negli anni passati con il passaggio dalla malriposta gestione attraverso una Public-private partnership (Ppp) al finanziamento completamente pubblico stabilito nel 2007, la Commissione ha identificato le applicazioni Gnss fornite dal sistema come un bene pubblico, decidendo di allocare 7 miliardi di euro per il proseguimento delle attività di Galileo nel prossimo Mff. La scelta della Commissione sancisce l’impossibilità di mantenere l’investimento su Galileo su base commerciale, e sottolinea la necessità di un impegno finanziario pubblico per tutta la durata del programma. Nota positiva, la Commisione ha proposto una governance della fase operativa del sistema che chiarisce il ruolo politico e tecnico degli attori già coinvolti nel programma, evitando l’istituzione di nuovi enti e sovrapposizioni di competenze. Le funzioni


dossier relative alle operazioni di Galileo sarebbero infatti affidate alla European Gnss agency (Gsa), mentre alla Commissione verrebbe attribuito un ruolo di supervisione politica, di gestione dei fondi, e di monitoraggio dei progressi del programma per conto dell’Ue. L’Esa, attraverso accordi-delega, sarebbe responsabile dello sviluppo e del completamento dell’infrastruttura. La questione delle future modalità di finanziamento e gestione dei programmi diviene pertanto un elemento chiave di tutta l’architettura spaziale in Europa. Nel caso si ritenesse necessario proseguire con le procedure attuali e mantenere un finanziamento puramente pubblico, passi avanti possono e devono essere fatti per razionalizzare la governance istituzionale. Infatti, il finanziamento pubblico implica il ricorso a risorse che attualmente non sono disponibili nel budget dell’Ue. Per ovviare a questa situazione, una prima possibile opzione potrebbe essere l’incorporamento dell’Esa nella struttura dell’Ue, con relativo assorbimento del bilancio Esa nella linea di bilancio spaziale dell’Unione.

Questa possibilità, poco condivisa in ambito politico, presenta problematiche non indifferenti. Prima di tutto, la difficoltà nel conciliare il principio del «ritorno geografico» con l’approccio dell’Ue basato sul principio comunitario della libera concorrenza. Inoltre, si dovrebbero fare i conti con le resistenze interne all’Esa – che andrebbe a perdere potere e indipendenza a vantaggio dell’Ue – nonché con l’effettiva capacità dell’Agenzia di diventare il braccio esecutivo di Bruxelles sulle tematiche spaziali senza perdere il proprio dinamismo, derivante anche dalla sua natura intergovernativa e dalla struttura variabile. Da non trascurare, infine, la diversa composizione nazionale delle due istituzioni. Alternativamente, si potrebbe adottare un approccio intermedio, simile a quello che ha ispirato la creazione dell’Eda. L’Esa verrebbe concepita come l’Agenzia Europea per lo Spazio, posta sotto l’autorità ed il controllo politico del Consiglio. Mantenendo una natura intergovernativa e a geometria variabile, tale scelta risolverebbe il problema

degli undici paesi membri dell’Ue che non partecipano alle attività dell’Agenzia. Resterebbero tuttavia non del tutto risolte le difficoltà nel conciliare il principio del «ritorno geografico» con quello comunitario, e la questione dei paesi Esa non membri dell’Ue, Norvegia e Svizzera. Nel caso invece si decidesse di mantenere l’indipendenza dell’Esa, sarà assolutamente necessario decidere (in modo chiaro) con quali modalità l’Ue sarà chiamata a definire il proprio contributo al finanziamento di alcuni o di tutti i programmi spaziali europei. Da un lato si potrebbe rinegoziare il Framework agreement Esa-Ue, integrandolo con disposizioni che sanciscano il coinvolgimento sistematico – seppur indipendente – dell’Esa come agenzia di elaborazione sviluppo dei programmi spaziali dell’Ue. Tale schema dovrebbe stabilire strutture e procedure in seno all’Esa che assicurino la gestione di un numero di programmi in base al modus operandi dell’Ue, ma allo stesso tempo la continuità dei programmi opzionali dell’Agenzia secondo le regole del «ritorno geografico». Una simile distinzione procedurale è già applicata, non senza difficoltà e pressioni da parte degli Stati membri Esa, nell’ambito di Galileo e Gmes. Inoltre, il nuovo accordo dovrebbe fornire, agli Stati dell’Ue non membri dell’Esa e allo stesso Parlamento europeo , gli strumenti adeguati per monitorare le attività dell’Agenzia finanziate con budget dell’Unione. Dall’altro lato si potrebbe rafforzare il vincolo tra le due istituzioni attribuendo all’Ue la membership dell’Esa. Tuttavia, questa possibilità presenta numerose criticità. Innanzitutto, risulta difficile immaginare un ruolo paritario per l’Ue nell’Agenzia al fianco degli altri stati membri. Inoltre, rimarrebbero irrisolti i problemi relativi alle procedure di finanziamento e gestione dei programmi: sarebbe l’Ue soggetta alle procedure del «ritorno geografico» al pari degli altri Stati membri? Come potrebbe essere applicato questo principio ad un’entità sovranazionale come l’Ue? Infine, resterebbe da chiarire la questione del contributo di quei paesi che fanno parte sia dell’Esa che dell’Ue, che attraverso uno schema simile si troverebbero a stanziare somme più ele41


vate rispetto agli stati che non partecipano direttamente alle attività dell’Agenzia. La soluzione completamente pubblica potrebbe essere abbandonata se si dovesse decidere di aprire il finanziamento dei complessi programmi spaziali a lungo temine alla partecipazione di attori privati. Si potrebbe, infatti, pensare di favorire lo sfruttamento commerciale delle applicazioni spaziali, nella speranza che i vari settori possano raggiungere livelli sufficienti di auto-sostenibilità, come accaduto ad esempio nell’ambito delle telecomunicazioni, dove il grado di privatizzazione è forte ed il settore è sostanzialmente finanziato da investimenti privati. Sebbene sia attualmente difficile poter pensare alla sostenibilità commerciale di segmenti come quello dell’osservazione della Terra o della navigazione, dove il sostegno pubblico appare una necessità ineludibile, in particolar modo se si considerano le condizioni dei competitori sulla scena globale, alcune soluzioni di compromesso tra partecipazione pubblica e privata potrebbero essere trovate. In questo senso, l’esperienza negativa di Galileo potrà certamente fornire spunti di riflessione sulle caratteristiche dei partenariati da attuare.

La complessità e il carattere strategico dello spazio richiedono all’Europa di agire in modo rapido nella definizione della governance delle proprie attività spaziali. Il riconoscimento della rilevanza politica dello spazio da parte dell’Ue rappresenta il punto di partenza, ma anche la chiave di volta, di una politica spaziale che permetta all’Europa di giocare un ruolo da protagonista – indipendente e competitivo – nel contesto internazionale. La definizione degli assetti futuri dovrà pertanto prendere le mosse da tale consapevolezza, senza tuttavia trascurare le competenze e l’esperienza accumulate in questi anni, sia in ambito europeo che a livello nazionale. Soltanto grazie allo sforzo sinergico – ma ben definito – da parte di tutti i suoi attori istituzionali, l’Europa potrà mantenere il proprio prestigio nel settore dello spazio, e raggiungere gli ambiziosi obietti fissati dalla sua politica spaziale.


dossier PROSPETTIVE E INCERTEZZE DELLA COOPERAZIONE FRANCO-ITALIANA

ROMA CHIAMA PARIGI VIA SATELLITE DI •

L’

LUCIA MARTA

articolo basato su una serie di interviste valuta la percezione e la visione che i responsabili italiani hanno della Francia in quanto partner nei programmi di cooperazione nel settore spaziale e militare in corso nel 2011. Emergono i numerosi motivi di soddisfazione da parte italiana, ma non si nascondono le tensioni e le problematiche legate a certi

episodi. Tutto sommato la Francia resta un partner privilegiato per l’Italia in questo settore, ma non ad ogni prezzo. Da anni l’Italia e la Francia sviluppano una cooperazione bilaterale solida nel settore spaziale militare. L’obiettivo di questo articolo non è quello di ricostruire le tappe di tale cooperazione o di fornire una descrizione esaustiva dei programmi in corso. L’obiettivo è, piuttosto, di valutare la percezione e la visione che i responsabili italiani hanno della Francia in quanto partner nei programmi di cooperazione nel settore spaziale e militare in corso nel 2011. Una decina di interviste con diversi funzionari italiani di alto livello legati al settore spaziale e della difesa hanno permesso la redazione di questo articolo. I colloqui con l’Agenzia Spaziale Italiana, il minsitero della Difesa, la presidenza del Consiglio e l’industria spaziale si sono svolti a Roma tra il 10 e il 15 Aprile 2011. L’articolo è una versione breve dell’originale «Perceptions italiennes sur la coopération spatiale militaire avec la France», disponibile sul sito della Fondation pour la Recherche Stratégique (Note n°16/11). Da anni l’Italia e la Francia sono partner privilegiati nel settore degli armamenti. Contrariamente a quanto avviene nel settore terrestre, le attività spaziali sono oggetto di un livello importante di cooperazione. La collaborazione riguarda in particolare i settori dell’osservazione della Terra, giacché l’Ita-

lia e la Francia dispongono di due tecnologie diverse e complementari. La Francia ha sviluppato sistemi ottici per l’osservazione della Terra (Spot, Hélios e Pléiades), mentre l’Italia investe nella tecnologia radar (Sar) attraverso il suo sistema duale Cosmo-SkyMed. La complementarietà di queste due tecnologie ha dato luogo a degli accordi per lo scambio di dati ed ha così permesso ai due Paesi di completare la propria capacità di intelligence senza investimenti aggiuntivi o costi importanti. Lo sviluppo del concetto duale è un punto in comune tra i due Paesi: Cosmo-SkyMed, come Pléiades, sono sistemi a finalità sia civili che militari. Il futuro satellite di comunicazione Athena-Fidus è concepito anch’esso per un uso duale ed è sviluppato in cooperazione. I due Paesi beneficiano dunque di una relazione privilegiata in questo settore: le amministrazioni civili e militari, a Parigi come a Roma, condividono una visione ed un’esperienza comune. Infine, la Francia e l’Italia hanno anche stabilito una solida cooperazione industriale che si è concretizzata con l’Alleanza Spaziale, ossia con degli investimenti incrociati nelle sussidiarie Thales Alenia Space Italia e Telespazio. Tenuto conto, ovviamente, della forza di dissuasione nucleare francese. Gli investimenti italiani confermano l’interesse nella cooperazione. Nel 2011, gli investimenti del 43


Risk ministero della Difesa italiano per programmi satellitari ammontano complessivamente a 48,9 milioni di Euro. Una parte importante di tali investimenti è dedicata ai programmi condotti in cooperazione con la Francia: 27,5 milioni di Euro per la continuazione dei programmi Helios 1 e 2, Sicral 2, Athena-Fidus e Musis. Solo il ministero della Difesa ha dedicato quindi più del 50 per cento delle sue risorse per sistemi satellitari alla cooperazione transalpina. È tuttavia importante notare che il ministero della Difesa italiano non è la sola amministrazione ad investire in tali programmi. L’Asi partecipa al finanziamento dei programmi duali. Inoltre, il ministero per lo Sviluppo economico mette a disposizione ogni anno delle risorse importanti a sostegno della fase di R&S nel settore delle alte tecnologie, compreso il settore aerospaziale.

La mancanza di reciprocità tra Francia e Italia è talvolta sentita anche sul piano operativo. Nel quadro del programma Orfeo i quattro satelliti della famiglia Cosmo-SkyMed sono operativi da tempo, mentre il satellite Pléiades 1 é stato lanciato soltanto nel dicembre 2011. Ciò ha comportato un’assenza di scambi operativi

La Francia, partner privilegiato…

volta le conseguenze di tali difficoltà sono sottovalutate a livello politico, ma per le industrie esse sono reali e ampiamente percepite. Parallelamente, le difficoltà legate ai programmi faro dell’Unione europea incoraggiano la dimensione intergovernativa, e bilaterale in particolar modo. L’accordo di Torino (2001) dà l’avvio alla cooperazione transalpina. Dopo un inizio difficile dovuto, secondo alcuni, alla mancanza di fiducia sulle capacità tecnologiche e forse anche gestionali italiane, tale accordo ha aperto le porte ad una cooperazione bilaterale proficua. Il programma Orfeo permette ai due paesi di condividere le proprie tecnologie di punta e di ottenere dati di utilità e qualità senza pari nel settore dell’osservazione della Terra. Questo accordo costituisce un esempio di non-duplicazione e di miglioramento delle capacità di difesa grazie allo scambio di informazioni sensibili tra i due ministeri, senza grandi investimenti aggiuntivi. Il buon esito del dialogo franco-italiano ha permesso, tra altri successi, di interrompere la fase di stallo del programma Musis, fase in cui si trovava a causa dell’incapacità dei sei paesi originariamente coinvolti a trovare una soluzione comune per l’architettura del sistema. Il bisogno concomitante di Italia e Francia di avviare lo svilup-

L’Italia considera la cooperazione con la Francia nel settore spaziale militare globalmente positiva e fruttuosa dal punto di vista operativo e militare, grazie anche all’esperienza acquisita in seno alla Nato. La posizione di leadership della Francia nel panorama spaziale europeo è riconosciuta ed è uno dei motivi principali per cui l’Italia ha desiderato stabilire una relazione basata sulla cooperazione. La capacità francese di integrare sistemi complessi è anch’essa ampiamente riconosciuta: un partner di questo livello offre quindi opportunità stimolanti dal punto di vista tecnologico-industriale, politico ed economico. I numerosi accordi firmati tra i due paesi testimoniano, anche da parte francese, un riconoscimento delle capacità tecnologiche e industriali italiane e, di conseguenza, l’esistenza di interessi nazionali francesi in favore di tale cooperazione. La soddisfazione reciproca è dunque il motore per la continuazione di programmi comuni e per lo sfruttamento di capacità complementari. Inoltre, è nota la crescente difficoltà, per tutti, di perseguire programmi spaziali su base puramente nazionale per ragioni legate soprattutto alle enormi risorse richieste e al relativo rischio tecnologico-finanziario. Tal44


dossier po della futura generazione di sistemi di osservazione, indipendentemente dalla sopravvivenza di Musis, ha certamente favorito l’intesa e creato le condizioni per un accordo bilaterale. La scelta di sviluppare due segmenti terra dotati di un’interfaccia, invece che uno in comune, testimonia un calo di ambizione, ma anche il proseguimento del programma, che non era dato per scontato. L’esperienza di Orfeo e i precedenti scambi di dati hanno permesso la maturazione di un’esperienza unica di cui Musis potrà beneficiare. L’accordo per lo scambio di dati sensibili potrebbe secondo alcuni ripresentarsi, malgrado l’esperienza Orfeo. Ma non ad ogni costo.

I momenti di tensioni nel passato e nel presente La valutazione globalmente positiva della relazione italo-francese nel settore spaziale militare non esclude tuttavia una serie di difficoltà che mettono alla prova la cooperazione e che sono state evocate nel corso delle interviste con i responsabili italiani. In particolare, Roma non ha completamente digerito l’episodio legato al software del lanciatore Vega: nonostante gli accordi previsti, la Francia ha rifiutato di trasmetterlo alla società italiana Elv. L’episodio ha provocato ritardi e costi supplementari, seguiti dalla decisione italiana di sviluppare un nuovo sistema di controllo di volo con la partecipazione dell’Agenzia spaziale europea. Questo incidente ha molto irritato i responsabili romani, come gli industriali e i circoli militari. Le ragioni evocate da Parigi sulle procedure dei trasferimenti di tecnologie sensibili non hanno convinto Roma. L’Italia si interroga perciò sulle vere ragioni di tale rifiuto e sugli insegnamenti da trarre. Sono esse ragioni di ordine politico o industriale? Si tratta forse di una sorta di sistema «Itar» in Europa? O si cerca invece di rallentare i progressi compiuti da un Paese che minaccia la posizione di monopolio nel settore dei lanciatori? Per alcuni, a Roma, la mancanza di spiegazioni chiare e convincenti su questo episodio frena la costruzione di una relazione di fiducia e nuoce alla cooperazione. È prioritario non sottovalutare l’impor-

tanza del volet industriale. È dunque imperativo, fin dalla fase di negoziazione, chiarire nei dettagli la ripartizione del lavoro tra gli attori industriali coinvolti. L’alleanza industriale rafforza certamente le relazioni bilaterali, ma è noto che la differenza di cultura dietro la gestione di un’impresa richiede l’identificazione di dirigenti che assicurino un livello di comprensione e apertura reciproca per garantire un dialogo costruttivo. Questo aspetto non deve essere dato per scontato, poiché una joint-venture finanziaria non basta in assenza di una visione strategica comune e di un dialogo aperto. Sul piano industriale, una mancanza di reciprocità è anche sentita dai fornitori di servizi spaziali, in particolare in riferimento al ricorso insufficiente a Telespazio da parte francese. Mancanza di reciprocità e talvolta sentita anche sul piano operativo. Nel quadro del programma Orfeo, per esempio, i quattro satelliti della famiglia Cosmo-SkyMed sono operativi da tempo, mentre il satellite Pléiades 1 é stato lanciato soltanto nel dicembre 2011. Ciò ha comportato un’assenza di reciprocità operativa, poiché le immagini dei satelliti italiani sono ormai da tempo fornite alle amministrazioni francesi, mentre la difesa italiana potrà solo ora cominciare a beneficiare delle immagini provenienti da Pléiades. Inoltre, ed in maniera più generale, sembra esistere per l’Italia una certa difficoltà ad inserirsi nelle negoziazioni in una posizione paritaria vis-à-vis del proprio partner, sensazione assente nelle negoziazioni con altri paesi. Più precisamente, la tendenza francese a voler sempre assumere il ruolo di leader, anche nei settori di nicchia tecnologici dove la competenza di altri paesi non lo giustificano, sembra dare all’Italia l’impressione di non essere considerata come un partner dello stesso livello. Infine, l’accordo franco-britannico è anch’esso un episodio che ha sorpreso Roma. L’accordo, concluso al di fuori del quadro europeo, esclude a priori la partecipazione dell’Italia. Il volet dedicato alle comunicazioni militari satellitari, per il dopo-Athena-Fidus, è percepito come un messaggio implicito sulla volontà di non continuare la cooperazione. Ciò solleva a Roma alcune perplessità. 45


Risk Le incertezze per il futuro Gli episodi appena ricordati sollevano una serie di domande circa il futuro delle relazioni franco-italiane e dei programmi spaziali italiani. In seguito all’accordo franco-britannico, l’Italia riflette sulla futura generazione di sistemi di comunicazione satellitare, che potrebbe essere perseguita senza la cooperazione della Francia. Le possibilità includono lo sviluppo puramente nazionale del sistema, ed anche la possibilità di intraprendere una public-private partnership (ppp). Quest’ultima opzione sarà probabilmente oggetto di studio, ma con una certa cautela visti di dubbi che incombono sulla gestione delle comunicazioni sensibili, il reale (o no?) vantaggio finanziario e la necessità di sostenere il comparto industriale manufatturiero. Un’altra possibilità per l’Italia sarebbe l’avvio della cooperazione con un altro partner. Essa si dice aperta a tale possibilità – la partnership potrebbe essere ricercata in Europa o eventualmente a livello transatlantico, specialmente nel caso in cui il volet spaziale dell’accordo fosse allargato alla Germania – anche se non si è ancora concretizzata. Un’ultima possibilità consisterebbe nell’integrare l’accordo franco-britannico, volet spaziale, e trovare una soluzione trilaterale. L’accordo franco-britannico genera anche delle incertezze sull’avvenire del settore industriale manufatturiero. In particolare, la possibilità che la Francia possa adottare il modello britannico (ppp – paradigm) per le Milsatcom solleva una serie domande sul futuro delle industrie spaziali legate alla produzione delle infrastrutture (Thales Alenia Space Francia e Italia). Se il Regno Unito non sembra interessato a tali questioni, la stessa cosa non può dirsi né per l’Italia né per la Francia, per le quali gli ordini istituzionali nel settore restano ancora un importante mezzo di sostegno alle industrie. Un dialogo tra Thales e Finmeccanica dovrebbe essere stabilito per assicurare una visione strategica dell’Alleanza spaziale che possa andare nella stessa direzione. Nel settore dell’osservazione l’Italia si interroga anche sulla possibilità di sviluppare mezzi di osservazione ottici a scopi militari. Questa ipotesi comporterebbe dei costi non indifferenti. Infine, 46

altre incertezze concernono i lanciatori. Questi ultimi rientrano ormai tra le competenze italiane. L’utilizzazione della base spaziale d’Europa a Kourou, essenziale per garantire l’utilizzo indipendente di Vega, dovrebbe anch’essa essere oggetto di discussione al fine di considerare una partecipazione finanziaria e, quindi, una gestione più europea. Un eccesso di peso relativo della Francia nella gestione della base potrebbe portare l’Italia a cercare soluzioni alternative (ad esempio in Argentina, Brasile o Kenia), anche se Kourou resta la soluzione più favorevole ai suoi interessi. Lo stesso ragionamento può essere applicato ad Arianespace, che commercializza lanciatori europei tra cui Vega, ed in particolare in riferimento al suo capitale e alla sua governance.

Conclusioni La cooperazione nel settore spaziale militare con la Francia è importante per l’Italia e ha dato dei risultati positivi e globalmente soddisfacenti. Il ministero della Difesa, nel 2011, ha dedicato più della metà delle sue risorse per programmi spaziali a quelli in cooperazione con la Francia. Nonostante qualche episodio che ha irritato Roma, come l’accordo franco-britannico o il non trasferimento del software del lanciatore Vega, la cooperazione non è messa in discussione per il momento. Tuttavia, una riflessione sulle questioni evocate potrebbe essere condotta per il futuro. La percezione di una mancanza di reciprocità operativa ed industriale in seno a certi programmi, la difficoltà per l’Italia ad affermare il suo ruolo di partner alla pari in una relazione mutualmente vantaggiosa, una governance più collettiva della base di Kourou e di Arianespace sono tematiche anch’esse evocate a Roma e che meritano una riflessione. Certi episodi hanno portato l’Italia ad interrogarsi circa la possibilità di avviare programmi con altri partner o su base puramente nazionale, ma la cooperazione resta per il momento preferibile. La riduzione dei budget militari conferma la logica della cooperazione, senza tuttavia escludere altre opzioni in caso di insoddisfazione permanente.


dossier C’ERA UNA VOLTA ARIANE, OGGI CI SONO SOYUZ E VEGA

VERSO LE STELLE IN TEMPI DI CRISI DI •

I

ANNA VECLANI

l lanciatore europeo Ariane, nelle sue cinque versioni, ha garantito in oltre trent'anni di attività il successo in più di duecento lanci effettuati per missioni commerciali e istituzionali, civili e militari, tutti operati dallo spazioporto europeo di Kourou, nella Guyana francese. Oggi la famiglia di lanciatori europei si apre a due nuovi vettori, Soyuz e Vega. Il primo, una versione europea

del razzo russo più utilizzato al mondo, frutto di una cooperazione tra l’Agenzia spaziale europea (Esa) e quella russa (Roscosmos), ha effettuato il lancio inaugurale lo scorso ottobre, portando in orbita i primi due satelliti del futuro sistema europeo di navigazione Galileo; il secondo, sviluppato da Esa nell’ambito di un programma a leadership italiana, entrerà in funzione nel prossimo mese di febbraio. I tre lanciatori consentiranno di soddisfare l’intera gamma dei requisiti di lancio, dai satelliti pesanti per le telecomunicazioni a quelli leggeri per l’osservazione della Terra. Come Ariane, Soyuz e Vega saranno commercializzati dalla società di lancio Arianespace che, attraverso una maggiore flessibilità delle soluzioni proposte, amplierà i margini di offerta, migliorando così la sua competitività sulla scena internazionale. Gli sforzi di diversificazione e ammodernamento tuttavia non garantiranno all’Europa nel futuro un proprio accesso allo spazio. Il 2012 vedrà l’Esa impegnata a risolvere due nodi principali legati alla politica dei lanciatori: il Consiglio ministeriale, di prevista convocazione a fine anno, dovrà, in primo luogo, decidere quali programmi preparatori e/o di sviluppo di lanciatori portare avanti e, in secondo, stabilire una struttura appropriata di Arianespace e dell’industria del trasporto spaziale tale da garantirne sostenibilità e competitività nel lungo periodo. Il consenso su tali

scelte sarà un obiettivo difficile da raggiungere sia a causa di interessi nazionali divergenti e veicolati attraverso i diversi programmi Esa (non solo relativi ai lanciatori, ma anche all’esplorazione, all’osservazione della Terra, ecc.), sia per i crescenti tagli alla spesa pubblica imposti a tutti i paesi europei dall’attuale crisi economico-finanziaria internazionale. I protagonisti di questa partita saranno principalmente Francia, Germania e Italia, ovvero i paesi europei maggiormente coinvolti nel settore del trasporto spaziale. Sul primo fronte, relativo ai lanciatori del futuro, il dibattito riguarda la possibilità di avviare nell’immediato un programma preparatorio per il successore di Ariane 5 per ora noto come New generation launcher (Ngl) e/o un programma di sviluppo della versione potenziata di Ariane 5 chiamata Midlife evolution (Me). Per oltre un decennio il successo di Ariane 5 è stato garantito dalla possibilità di effettuare sia lanci doppi di satelliti per telecomunicazioni in orbita geostazionaria (fino a 10 tonnellate; uno dei due satelliti può pesare fino a 6 tonnellate) che lanci singoli per il veicolo automatico di trasporto (Atv, fino a 20 tonnellate) in orbita bassa per il rifornimento della Stazione spaziale internazionale. Con opportune modifiche la seconda configurazione di Ariane 5 potrebbe arrivare a lanciare cluster di quattro satelliti di Galileo in orbita media. Dal punto di vista commer47


Risk

Nel 2012 l’Esa dovrà decidere su quali lanciatori puntare e stabilire una struttura appropriata di Arianespace e dell’industria del trasporto spaziale tale da garantirne sostenibilità e competitività nel lungo periodo

cremento della capacità di lancio del 20 per cento circa (ovvero due tonnellate in più) e la possibilità di rilasciare due satelliti pesanti (5 tonnellate l’uno) in orbita geostazionaria, ovvero satelliti diversi su di un più ampio spettro di orbite grazie alla riaccensione del motore (re-ignitable engine). Ariane 5 Me assorbirebbe quindi in un solo lanciatore le funzionalità delle due attuali e diverse configurazioni di Ariane 5. Il volo inaugurale potrebbe avvenire intorno al 2017, qualora gli stati membri Esa ne approvino il finanziamento.

Posto che, ragionevolmente, sia Ariane 5 Me ciale, i lanci doppi hanno permesso di abbassare il prezzo applicato ai clienti, rendendo Ariane 5 uno dei lanciatori pesanti di riferimento a livello mondiale. Tuttavia, oggi, il lancio doppio richiede sforzi sempre maggiori di calendarizzazione, ma anche di abbinamento dei carichi, considerato l’aumento del peso medio dei satelliti per le telecomunicazioni. Si tratta quindi di due problemi che influenzano la capacità di Ariane 5 di rimanere competitivo sul mercato, rendendolo sempre più costoso per l’operatore Arianespace e inadeguato rispetto alla domanda. Per questi motivi le caratteristiche tecniche dei futuri vettori sono al momento oggetto di ripensamento da parte degli stati membri Esa. Pertanto, il Ngl sarà verosimilmente caratterizzato da dimensioni più ridotte e adatto a lanci singoli, in grado di portare satelliti medio-pesanti (tra le 3 e le 8 tonnellate) in orbita geostazionaria. Allo scadere dei termini dell’accordo con la Russia, tale lanciatore potrebbe sostituirsi alla versione europea del vettore medio Soyuz, garantendo la necessaria riservatezza di informazioni tecniche e tecnologie critiche connesse al lancio di satelliti ad uso militare. Il Consiglio ministeriale dell’Esa del 2012 dovrà quindi decidere se avviare e finanziare immediatamente il Ngl di prevista entrata in funzione nel 2025. Ariane 5 Me sarebbe invece una soluzione dedicata a coprire le esigenze del medio termine. Grazie al nuovo motore Vinci, la versione evoluta dovrebbe garantire un duplice vantaggio: l’in48

che il Ngl dovrebbero essere finanziati per garantire continuità all’accesso europeo allo spazio con uno sguardo al 2025, la pressione ed il rigore sui conti pubblici europei potrebbero imporre scelte dolorose, sacrificando una delle due opzioni, certo non senza conseguenze. Mentre i sostenitori di Ariane 5 Me, per lo più tedeschi e italiani, ne sottolineano l’aderenza alla domanda nel medio temine (2017-2025) a fronte di costi equiparabili a quelli di Ariane 5, del Ngl, principalmente francesi, temono che i fondi destinati ad Ariane 5 Me possano ritardare lo sviluppo del nuovo lanciatore in un momento in cui le maggiori potenze spaziali ed alcuni attori privati emergenti stanno già progettando o sviluppando soluzioni innovative di lancio. Tuttavia, le già ricordate difficoltà di calendarizzazione e abbinamento riscontrate su Ariane 5 possono rivelarsi determinanti sia in termini di perdite economiche societarie che di affidabilità del lanciatore. Arianespace ha infatti rinunciato nel 2011 ad una missione, chiudendo l’anno con cinque lanci operati contro una media consolidata di sei lanci/anno, con possibili ripercussioni sui conti, già in perdita nel biennio 2009-2010; inoltre, l’affidabilità di un lanciatore è direttamente proporzionale al numero di lanci di successo effettuati in un anno (cinque o sei come requisito minimo), in modo da consentire il mantenimento delle competenze ingegneristiche, le attività di ricerca e sviluppo continue, cicli industriali efficienti e soprattutto la sicurezza delle operazio-


ni. Per queste ragioni, dunque, sarebbe rischioso contare su Ariane 5 troppo a lungo. Inoltre, da un lato, l’evoluzione delle tecnologie e delle caratteristiche dei satelliti, nonché della domanda globale di lanci, richiedono un adeguamento dell’offerta nel più breve tempo possibile; dall’altro lato, il design e lo sviluppo di un nuovo veicolo necessitano di almeno una dozzina d’anni. Quanto a Vega, l’Agenzia spaziale italiana (Asi) ha già avviato un programma nazionale, denominato Lyra, mirato ad aumentarne la capacità verso carichi più pesanti ed a sviluppare un software di volo innovativo. Lyra contribuirà pertanto ad accrescere le potenzialità di commercializzazione del lanciatore anche per missioni istituzionali militari, nonché a garantire lo sviluppo ed il controllo di competenze italiane per i sistemi di lancio, da far valere in ambito Esa, anche per il Ngl.

Il sistema di appalti alla base dello sviluppo e della produzione di Ariane, Soyuz e Vega prevede un capocommessa per ogni lanciatore che poi consegna il vettore ad Arianespace. Quest’ultima commercializza i lanciatori, adattandoli sulla base dei requisiti delle singole missioni, e segue direttamente le operazioni di lancio. Le industrie capocommessa prendono altresì parte alle attività di integrazione delle componenti presso il cosmodromo di Kourou insieme al personale tecnico di Arianespace. Il capocommessa di Ariane 5 è Eads-Astrium, quello di Soyuz è l’Agenzia spaziale russa (Rfsa) e quello di Vega è la European launch vehicle (Elv), società italiana partecipata dell’Asi (30 per cento) e di Avio (70 per cento). In questo sistema apparentemente lineare, l’anomalia è che i due grandi capicommessa dei lanciatori europei, Eads-Astrium ed Elv, rappresentano allo stesso tempo azionisti e fornitori di Arianespace, così come alcuni dei loro subappaltati. In tale organizzazione si riflettono le problematiche legate alla governance di Arianespace, il secondo fronte su cui gli stati Esa dovranno confrontarsi nella ministeriale del 2012. Infatti, solo una strategia di investimento rigorosa e di lungo termine, nonché una chia-


Risk ra divisione dei ruoli dei principali attori, politici ed industriali, potranno rendere più efficace la pianificazione dei programmi di sviluppo e di produzione dei lanciatori e rafforzare la solidità di Arianespace sul mercato internazionale. Nonostante i successi commerciali di Arianespace del passato, per due anni di seguito la società ha chiuso i conti in perdita, costringendo gli azionisti all’adozione di misure eccezionali e costose. Nel corso del 2011, ad esempio, gli azionisti hanno ricapitalizzato la società con 80 milioni di euro a fronte delle perdite di 135 milioni di euro del biennio precedente. In aggiunta, su proposta del governo francese, il Consiglio dell’Esa ha stanziato 222,5 milioni di euro su un orizzonte di due anni per il mantenimento dell’infrastruttura e delle operazioni di Ariane 5. Ciononostante, molti degli stati membri, ed in particolare l’Italia, sono stati e continueranno ad essere restii a coprire le perdite di Arianespace, considerati gli investimenti che già veicolano nei programmi di sviluppo dei lanciatori. Non solo, nel 2010 si è concluso lo European guaranteed access to space programme (Egas) che per sei anni ha finanziato parte dei costi di produzione di Ariane 5, al fine di rendere Arianespace autosufficiente, ma senza successo.

Data la criticità della situazione, l’Esa ha richiesto nel 2011 un audit esterno per fare chiarezza sulla gestione della società ed affrontare le cause delle perdite accumulate. Da questo è emerso che in base all’organizzazione industriale attuale di Ariane 5 non esistono margini né di risparmio significativo (l’ordine sarebbe del 5 per cento) né di profitti “nascosti” dalle aziende. Sebbene le difficoltà economiche di Arianespace siano riconducibili a diversi fattori, è proprio l’inefficienza del ciclo industriale, dovuta al meccanismo del «ritorno geografico», principio cardine della politica industriale dell’Esa, a gravare sui costi di Ariane 5. Di fatto, tale principio non garantisce che le aziende designate siano le più efficienti dal punto di vista dei costi e del ciclo produttivo come in un contesto di libera competizione. Inol50

Oggi la famiglia di lanciatori europei si apre a due nuovi vettori, Soyuz e Vega. Il primo, una versione europea del razzo russo più utilizzato al mondo, frutto di una cooperazione tra Esa e quella russa (Roscosmos). Ha effettuato il lancio inaugurale lo scorso ottobre, portando in orbita i primi due satelliti del futuro sistema europeo di navigazione Galileo tre, come accennato in precedenza, alcune aziende ricoprono contemporaneamente il ruolo di azionisti e di fornitori di Arianespace, configurando un evidente conflitto d’interesse. Vi è poi la necessità di mantenere prezzi competitivi sul mercato mondiale (ma insufficienti a coprire il costo di produzione dei lanciatori), dove le potenze spaziali sostengono significativamente i loro sistemi di lancio sia per lo sviluppo che per l’utilizzo. In Europa invece il mercato istituzionale di lanci è molto limitato, determinando l’esigenza di apertura ai lanci commerciali a favore di operatori privati. A dimostrazione di ciò, nel 2010 Arianespace non ha effettuato lanci per conto di governi europei, mentre la Cina ne ha operati ben 15 per esigenze istituzionali, civili e militari. Nel 2011, invece, l’inaugurazione della versione europea di Soyuz ha consentito l’effettuazione di 2 dei 3 lanci istituzionali operati da Arianespace. Tuttavia, il mercato istituzionale europeo potrebbe recuperare ulteriore terreno con il completamento di Galileo e di Gmes, i quali offriranno l’opportunità di lanciare più di trenta satelliti negli anni a venire. Ariane 5, non senza costi aggiuntivi, potrebbe essere adattato


dossier per i lanci dei satelliti di Galileo, mentre Vega è già stato selezionato per il lancio di due Sentinelle di Gmes. Infine, anche la produzione svolta in Europa e le attività di integrazione delle componenti nella Guyana francese impongono altissimi costi di trasferimento, così come i costi di produzione sostenuti in euro ed i proventi dei servizi di lancio percepiti in dollari implicano delle perdite legate al cambio. Tutti questi elementi giocano a sfavore della sostenibilità, efficienza e competitività delle capacità di lancio europee. Tuttavia, molte problematiche sono strettamente legate alla governance ed ai finanziamenti di Arianespace. Quindi soprattutto la struttura della società, oggi di natura pubblico-privata, ad essere oggetto di serie riflessioni in ambito Esa, sia dal punto di vista politico che industriale.

Arianespace è una società internazionale il cui capitale è detenuto da ventuno azionisti di dieci diversi paesi europei. La quota di maggioranza è detenuta dalla Francia, che grazie ai suoi sette azionisti controlla il 64,1 per cento del pacchetto azionario, seguita dalla Germania con il 19,85 per cento. Gli altri otto paesi, tra cui l’Italia, controllano il restante 16,05 per cento con quote che non superano il 4 per cento per azionista. Ad uno sguardo d’insieme, ciò che balza all’attenzione è che la maggioranza relativa è detenuta dall’agenzia spaziale francese (Centro nazionale per gli studi spaziali, Cnes), mentre un’altra grossa quota del capitale è principalmente nelle mani delle industrie che producono Ariane 5, in particolare del gigante europeo dell’aerospazio Eads attraverso sei delle sue controllate. Pertanto, le difficoltà economiche riscontrate negli ultimi anni potrebbero essere superate riorganizzando la governance della società. Le opzioni a disposizione andrebbero da un azionariato totalmente pubblico, con la presenza dominante delle agenzie nazionali spaziali, ad uno totalmente privato. Tuttavia, entrambe le soluzioni presentano degli svantaggi inerenti alla natura del settore del trasporto spaziale e all’esiguità del mercato istituzionale europeo, che rendono di fatto molto difficile avere

margini di profitto sulle attività di lancio. La prima ipotesi è quella di trasformare Arianespace in una società interamente pubblica, conferendo alle agenzie spaziali nazionali maggiore controllo sui conti della società. Tuttavia, come dimostrato dall’audit, maggiore trasparenza non implicherebbe necessariamente una riduzione dei costi di gestione della società, essendo comunque applicato il principio del «ritorno geografico», al quale i governi difficilmente rinuncerebbero. In tal caso però, dato il valore strategico attribuito all’accesso indipendente allo spazio e l’interesse dei governi nazionali a mantenere una capacità europea nel settore, il supporto pubblico in favore dell’attività in perdita di Arianespace sarebbe più facilmente giustificabile. Non è altresì scontato che i governi siano disposti ad investire nella società e, soprattutto, che dispongano delle risorse necessarie. Al di là degli attuali tagli alla spesa pubblica, alcune legislazioni nazionali potrebbero imporre procedure specifiche per consentire una tale operazione. Nel caso dell’Italia, ad esempio, sarebbe necessario un provvedimento legislativo ad hoc che autorizzi l’Asi ad intervenire in tal senso, assegnandole le risorse necessarie. Per ridurre l’onere delle agenzie spaziali nazionali, l’Ue potrebbe entrare nelle fila degli azionisti, evidenziando il valore strategico per l’Europa dell’accesso allo spazio e assicurando un impegno collettivo degli stati membri. La seconda ipotesi è quella di privatizzare Arianespace, eliminando così gli «extra-costi» determinati dal «ritorno geografico» e lasciando l’azienda libera di competere sul mercato internazionale senza «aiuti di Stato». Tale società privata, operando in base alle regole del mercato unico europeo, non sarebbe titolata a ricevere finanziamenti pubblici per coprire eventuali perdite, anche nel caso in cui alcuni governi fossero disponibili a ricorrere agli appositi strumenti di deroga. Inoltre, in assenza di sostegno pubblico, la società potrebbe non riuscire a mantenere i prezzi relativamente bassi di oggi, incentivando i governi, ove possibile, a rivolgersi ad operatori di paesi terzi più a buon mercato. Ad ogni modo, se la scel51


ta dovesse ricadere sula privatizzazione, questa potrebbe avvenire in tre modi diversi. Le strade percorribili vanno dalla quotazione in borsa alla costituzione di una nuova società che includa alcune delle industrie già altamente specializzate e coinvolte nel settore. La quotazione della società sui mercati azionari potrebbe tuttavia rivelarsi difficoltosa a causa della situazione finanziaria attuale del consorzio. Inoltre, nel bel mezzo della crisi economica globale, potrebbe essere difficile trovare investitori privati disposti ad acquisire il 34,68 per cento delle azioni attualmente nelle mani del Cnes. Una società di nuova costituzione, guidata da EadsAstrium Space transportation e Avio, consentirebbe invece una razionalizzazione delle attuali capacità europee industriali nel settore del trasporto spaziale. Tale consorzio consoliderebbe in un unico attore, oltre alla produzione di Ariane e Vega e dei loro successori, attività che oggi sono variamente frammentate. In particolare, si potrebbero ricondurre alla nuova società le attività commerciali di Eurokot e Starsem e quelle industriali di Europropulsion e Regulus. Queste aziende sono infatti partecipate in varia misura da Eads e da Avio, ma anche da Arianespace stessa. In particolare, Eads è azionista di maggioranza di Eurockot launch services Gmbh, joint-venture con il centro spaziale Khrunichev che commercializza i lanci del vettore russo Rockot, nonché di maggioranza relativa di Starsem, consorzio russo-europeo che opera i lanci del vettore russo Soyuz dal cosmodromo di Baikonour (Kazakhstan). Allo stesso tempo, attraverso la società partecipata Europropulsion e la controllata Regulus, Avio ha progettato, qualificato ed attualmente produce i motori a propellente solido per Ariane 5. In aggiunta, in queste due ultime aziende è significativamente rappresentata anche l’industria francese. Grazie alle eccellenze del settore, una tale soluzione consentirebbe altresì di progettare in modo comprensivo lo sviluppo del Ngl e delle evoluzioni di Vega già avviate in Italia. La nuova società racchiuderebbe tutta l’attività di ricerca, sviluppo e produzione oggi svolta in ambito Esa


dossier

Il pragmatismo americano di superpotenza di lungo corso vede però ancora i limiti della politica turca, e Hillary Clinton ha più volte cercato di portare il governo di Ankara sul terreno di una presa di responsabilità sul piano internazionale e quella commerciale per missioni private e istituzionali attualmente gestite da Arianespace. L’organizzazione industriale dovrebbe essere strutturata attorno alle eccellenze nazionali, sottoposte a forme di supervisione e controllo dei governi rappresentati nei loro azionariati. Gli azionisti dell’azienda sarebbero dunque Eads (che, a sua volta è partecipata dai governi francese e spagnolo e almeno temporaneamente da quello tedesco) e Avio (che, a sua volta, è partecipata da Finmeccanica, il cui 30 per cento è controllato dal governo italiano). In questo modo gli interessi dei governi europei che ad oggi più hanno investito nell’accesso allo spazio, a livello nazionale e tramite l’Esa, rimarrebbero tutelati, anche attraverso una società privata. Come soluzione intermedia di privatizzazione, dato il significativo coinvolgimento attuale, Eads potrebbe acquisire l’intera Arianespace. Tuttavia, ciò porterebbe il completo controllo delle capacità europee di lancio in mano principalmente francese, non senza implicazioni politiche e strategiche e con un’inversione di tendenza nel processo di europeizzazione dell’accesso allo spazio e delle attività spaziali europee più in generale. Nel dibattito sulla governance del trasporto spaziale europeo si inserisce anche il centro spaziale di Kourou, che la Francia ha messo a disposizione dell’Esa per le attività di lancio in base ad accordi di lungo corso che prevedono, tra le altre co-

se, la condivisione dei costi. Sebbene l’Esa sia proprietaria delle infrastrutture di lancio, la Francia rimane responsabile della sicurezza del centro e del coordinamento di tutte le operazioni di lancio con potere decisionale. La rilevanza del ruolo francese ha più volte sollevato il dubbio sulla dimensione europea dello spazioporto. In questo contesto, la possibilità che in futuro l’Ue sostenga i costi fissi del Centro spaziale va nella direzione di una maggiore europeizzazione della base. Tutti questi scenari saranno comunque condizionati dalla riorganizzazione dei rapporti istituzionali tra l’Esa, l’Ue ed i rispettivi stati membri, ovvero dalla ridefinizione del “triangolo istituzionale”.

Durante la ministeriale Esa, i governi dovranno dunque impegnarsi sensibilmente affinché siano prese decisioni che favoriscano l’efficienza e la sostenibilità dell’accesso europeo indipendente allo spazio. L’eventuale discontinuità delle capacità di lancio europee avrebbe serie conseguenze sia dal punto di vista politico che economico: da un lato, tutte le attività spaziali dell’Ue nell’ambito della Politica spaziale europea, come Gmes e Galileo, e quelle delle agenzie spaziali nazionali, sarebbero affidate a paesi terzi creando dipendenza dagli stessi anche per missioni di natura strategica; dall’altro, le aziende d’eccellenza europee favorirebbero la crescita delle economie e delle industrie aerospaziali straniere. Quanto all’Italia, essendo uno dei maggiori attori nel trasporto spaziale europeo, avendo già contribuito in modo significativo allo sviluppo di Ariane e Vega, grazie alla notevole competenza ed esperienza maturata nel settore della propulsione solida, è fondamentale che non abbandoni l’impegno sin qui dimostrato. Solo assicurando con misure credibili la necessaria continuità ai finanziamenti in ricerca, sviluppo ed industrializzazione, sia in ambito nazionale che nel quadro dell’Esa, sarà possibile mantenere un ruolo da autentico protagonista nel complesso percorso di accesso europeo allo spazio. 53


Risk

GLI

EDITORIALI/MICHELE

NONES

Joint strike fighter: un’altra guerra ideologica

La crisi economica e finanziaria e la necessità di ridurre la spesa pubblica hanno richiamato l’attenzione sulla partecipazione italiana al programma per il velivolo da combattimento Jsf (Joint strike fighter). Ma, mentre le Forze Armate, sulla base delle indicazioni date dal ministro Di Paola appena insediatosi, stanno definendo dimensioni e caratteristiche di uno strumento militare sostenibile, alcune organizzazioni e movimenti pacifisti hanno immediatamente rilanciato la campagna contro il Jsf (con la benedizione di quanti vorrebbero investire in altri programmi militari). Gli ingredienti per attizzare le polemiche ci sono tutti: è il maggiore e più costoso programma previsto per questo decennio, è ancora nella fase iniziale e quindi deve essere messo a punto, è un velivolo da combattimento, è una collaborazione transatlantica con un ruolo predominante degli Usa, è la cattiva memoria dell’Europa che non ha saputo né lanciare per tempo un programma alternativo né presentare uniti i paesi partecipanti di fronte agli americani. Ma, soprattutto, non è ancora stato stabilita la dimensione e la pianificazione temporale della partecipazione italiana e questo fa sperare agli oppositori che possa essere cancellata o congelata. Così le critiche passano da un aspetto all’altro senza un attimo di tregua. Da ultimo, si è sostenuto che, non essendo previste penali, possiamo uscire dal programma senza problemi, come se non ci fossero serie e tuttora valide motivazioni per rimanerci. Sarebbe bene, invece, affrontare il problema in termini più seri perché difesa e sicurezza vanno coniugate al futuro, non al presente. Ci vogliono decenni per preparare uno strumento militare efficiente ed equipaggiarlo in modo da poter far fronte a minacce e crisi che non sono facilmente prevedibili. Il punto di partenza non può che essere legato alla necessità di questo aereo. Bisognerà sostituire a partire dalla fine di questo decennio circa 250 velivoli Amx, Av8B e Tornado che andranno progressivamente in pensione. Anche gli americani e gli altri partecipanti hanno problemi analoghi con questi ed altri velivoli e non ci sono alternative: per questo è certo che il programma andrà comunque avanti. Qualcuno sostiene che non lo è altrettan54

to la versione a decollo corto e atterraggio verticale, ma, a meno che gli americani non cancellino l’aviazione dei Marines, vi sarà solo un ritardo sui tempi inizialmente previsti. La recente decisione del Giappone di acquisire il Jsf ha, per altro, ridato vigore al programma. dopo alcuni tagli e rinvii da parte di molti partecipanti che, però, non hanno compromesso il suo proseguimento. Se, quindi, l’Italia vuole mantenere una sua capacità aerotattica, il Jsf è indispensabile, così come lo è l’Eurofighter come intercettore. Avere un numero analogo di velivoli specializzati nelle due missioni (anche se secondariamente possono svolgere anche l’altra) sembra un obiettivo ragionevole. Il Jsf è ancora all’inizio della sua vita e richiede adeguamenti, messe a punto e miglioramenti, come tutti i nuovi mezzi. È stata anche la storia dell’Efa la cui prima tranche non aveva praticamente alcuna capacità operativa. Non c’è praticamente un programma aeronautico militare che non abbia avuto un difficile avvio: fra gli altri, il convertiplano americano V-22, il tanker americano 767, il velivolo da trasporto europeo A 400M. Lo stesso avviene anche in campo civile: si sono già dimenticati ritardi e problemi del Boeing 787 o dell’Airbus 380 o, in campo spaziale, dell’Ariane 5? Più un programma è complesso e più tempo impiega per andare a regime. Quanto ai costi, i valori sono sempre sottostimati all’inizio, un po’per vincere le resistenze e un po’perché è effettivamente difficile definire il costo di equipaggiamenti e parti ancora da sviluppare. Nel caso italiano il costo di un po’ meno di un centinaio di Jsf (fra Aeronautica e Marina) sembra compatibile con il nostro Bilancio della Difesa. Infine i tempi. Forse, considerando il ritardo del programma e la crisi finanziaria, la nostra partecipazione può essere leggermente ritardata e diluita. Ma bisognerà tenere in debito conto la nostra partecipazione industriale per non rischiare di compromettere i risultati già raggiunti e quelli che si stanno perseguendo sia per la fase di produzione, sia, soprattutto, per quella del successivo supporto logistico: l’investimento nella base di Cameri è giustificabile solo se poi diventerà il centro di manutenzione per l’area europea e mediterranea.


editoriali

GLI

EDITORIALI/STRANAMORE

Attacco alla Difesa? Dopo tanti anni o lustri di disattenzione totale, la Difesa ha avuto l’onore di conquistare le prime pagine dei quotidiani e dei servizi dei Tg. E non si è trattato di un fatto di sangue nei teatri dove i nostri soldati operano e combattono o del solito servizio di colore sulle donne in uniforme, bensì di una polemica sui costi dello strumento militare e dell’opportunità di tagliarli per destinare i soldi così risparmiati per altre e più importanti finalità (come il servizio civile?). «Bene o male, purché...» direbbe Oscar Wilde, ma in questo caso se ne parla male e soprattutto a sproposito. Perché come al solito l’informazione fornita è all’insegna del pressapochismo o della distorsione voluta ed ha preso a bersaglio la casta con le stellette ed un programma di ammodernamento, quello relativo al cacciabombardiere F-35. In realtà con l’avvento di un governo tecnico che pare possa far digerire ai partiti quasi qualunque cosa, dalla riforma delle pensioni alla liberalizzazione delle professioni, anche per la Difesa si offre l’opportunità di condurre quella riforma complessiva che attende invano da almeno un paio di lustri. E la cosa potrebbe risultare più semplice perché alla guida del ministero della Difesa c’è l’ottimo Giampaolo di Paola. Il quale aveva già a suo tempo delineato e poi aggiornato un piano complessivo di riforma, all’insegna del superamento di quel modello professionale con 190mila uomini che era già evidentemente insostenibile quando fu varato e che è arrivato invariato fino ad oggi. Con il risultato che oggi il 70 percento della spesa per la funzione difesa, 9,5 miliardi di euro all’anno, se ne va in stipendi per il personale militare e civile. Il resto è diviso per l’esercizio, circa l’11 per cento e l’investimento, 18 per cento. Questi sono i dati dopo l’ultimo taglio al bilancio 2012 che ha portato ad eliminare 1,4 miliardi per gli investimenti. Del resto non c’erano alternative, gli stipendi non si toccano e l’esercizio è già stato massacrato negli scorsi anni.

È evidente dunque che la riforma della difesa, se è condizionata dal fattore soldi e non da un ragionamento sul ruolo dell’Italia, le sue esigenze di difesa e sicurezza e del livello di ambizione, deve “aggredire” la voce di spesa più importante. Il che vuol dire scendere dai 180mila effettivi attuali a 150mila140mila e ridurre anche il personale civile, pari a 30mila unità. E visto che si tratta di professionisti e volontari e non di soldati di leva… buona fortuna al ministro e al Governo. Però questa è la volta buona per introdurre anche nuove piante organiche, una nuova legge di avanzamento che potrebbe eliminare le storiche disfunzioni che fanno dell’Italia uno dei paesi con più elevato tasso di generali, dirigenti e quadri in tutta la Nato (e non solo). La spesa per l’esercizio, oggi insufficiente, potrà comunque in qualche misura ridursi se si riuscirà nell’impresa di razionalizzare una volta per tutte e in chiave interforze l’elefantiaco apparato di supporto, territoriale, logistico, di istruzione, privilegiando la componente operativa a tutte le altre. Quanto all’investimento, il tasso di capitalizzazione, ovvero quanto si spende per ogni soldato, non potrà ridursi, ma anzi dovrà essere mantenuto sugli standard internazionali, se vogliamo che le nostre forze armate possano operare al fianco di quelle di partner ed alleati. Insomma forze armate più piccole, meno capaci no. Il ministro ha già accennato al fatto che cambierà il modo di acquistare sistemi ed equipaggiamenti per la difesa, perché ovviamente i quantitativi andranno a ridursi e i soldi disponibili per finanziare ricerca e sviluppo andranno concentrati in settori prioritari. Si dovrà fare maggiore ricorso ai programmi in collaborazione e agli acquisti off the shelf (ma con pacchetti di offsets in linea con gli standard internazionali). Insomma se ci si pensa bene la ristrutturazione del sistema difesa è una sfida, avrà dei costi, ma è anche una opportunità unica. Che non va sprecata. 55


S

cenari

PENISOLA ARABICA

ACQUE PERICOLOSE DI ANTONIO PICASSO

mmaginiamo che il comandante di petrolio nasce da una partnership di di una petroliera battente bandietanti clienti dell’Europa orientale. Tutra italiana debba fare rotta da to frutto dell’immaginazione, ma non Trieste al Bahrein. Prima ancora di è così distante dalla realtà. L’avventusalpare, ha la sensazione di affrontara che è di là da affrontare sembra rire uno dei viaggi più temerari della calcare una sintesi della Mitteleuropa sua carriera navale. Non è tanto lo trasportata nel Terzo millennio. Da doscopo della missione, quanto la rotta ve potremmo partire quindi, se non L’Egitto non potrà da percorrere che lo preoccupa. Gli Trieste, la città più asburgica d’Italia? mai fare basta un rapido sguardo alla carta geoQuesto, per giunta, è lo scalo petrolia meno di gestire grafica perché si renda conto che la fero più attivo di tutto il Paese, con i il transito di Suez. Troppo forti sua nave dovrà affrontare tre punti crisuoi 35 milioni di greggio qui scaricagli interessi tici, sia a livello di sicurezza sia politi ogni anno. Insomma, il viaggio è una economici. ticamente. Sono cambiate molte cose sfida al quadrante geopolitico medioE Hormuz appare ancora lo spettro da appena cinque, forse sei anni fa, rientale (in senso lato), realizzato con che Khomeini quando attraversare Suez, tagliare le la bandiera dell’Unione europea issasapeva agitare onde prospicienti il Corno d’Africa e ta sul pennone della nave. così bene. L’unica vera poi risalire verso le calde acque del La prima tappa è Suez. Il suo canale è incognita rimane Golfo persico era un gioco da ragazsempre un protagonista essenziale nelil Corno d’Africa zi. Oggi questa lunga tratta è segnata la storia politica ed economica tra il da almeno tre chock point, nei quali la petroliera, Mediterraneo e l’Estremo oriente. Da qui passa l’8 ma soprattutto l’equipaggio potrebbero trovarsi se- percento degli scambi commerciali di tutto il monriamente nei guai. Il Canale di Suez appunto fa pen- do. E non si parla solo di petrolio. Anzi. È ormai il sare a quel che è accaduto lo scorso anno in Egitto. made in China a spadroneggiare nei cargo che atCon la Somalia, la mente corre dritta alla pirateria, traversano questo segmento di 164 chilometri di mache così tanto si è intensificata dal 2008 a oggi. In- re in pieno deserto. Per l’Egitto si tratta della sua fine c’è Hormuz: l’ennesima provocazione lancia- terza fonte di reddito, dopo il Nilo e il turismo. È ta dall’Iran al mercato globale. stato calcolato che un eventuale blocco del canale, Premessa: questo viaggio parte da Trieste per una come avvenne nelle tre guerre combattute tra le forserie di motivazioni. La nave è italiana ma l’arma- ze egiziane e quelle israeliane, provocherebbe una tore è tedesco, mentre la commissione di acquisto perdita di 7 milioni di dollari al giorno per il mer-

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scenari cato globale. Nella rivoluzione araba del 2011, Suez verrà ricordata come la Sidi-Bouzid dell’Egitto, in riferimento alla città tunisina dove scoppiò la metastasi contro Ben Ali. Sono 450mila gli abitanti della città sul canale. Un numero esiguo, rispetto ai milioni di cairoti e di alessandrini. In termini di reddito però si tratta di una fetta sociale influente. Le rimesse sempre positive del passaggio di navi incidono virtuosamente sulla popolazione locale. Nei primissimi giorni del 2012, il ministro egiziano dello Sviluppo e della cooperazione internazionale, Faisa Abul Naga, ha reso pubblico il bilancio delle attività del Canale in riferimento all’anno che si è appena concluso. Ammontano a 12 i miliardi di dollari delle rimesse totali del 2011, 3 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Il 2 gennaio 2012 inoltre, si è raggiunto il record assoluto di introiti nel passaggio di navi in tutta la storia del canale: 18,9 milioni di dollari, per un ammontare di 71 imbarcazioni transitate (3 milioni di tonnellate totali). È un successo per tutto il comparto marittimo nazionale, in barba a chi, caduto Mubarak, temeva un crollo delle attività a Suez. Tuttavia, se il quadro economico della città resta florido, non si può dire altrettanto del contesto politico. Da qui lo scetticismo del nostro marinaio in partenza da Trieste e per forza di cose in transito per il canale. È a Suez infatti che il 25 gennaio 2011 è morto Mustafa Regab Mohamed, prima vittima della rivoluzione. Nelle elezioni parlamentari di novembre e dicembre, la coalizione islamista di Fratelli musulmani e dei salafiti, rispettivamente Freedom and justice party e al-Nour, hanno ottenuto una vittoria significativa contro l’Egyptian bloc, l’alleanza formata da liberali e socialdemocratici, oltre che sostenuta dai copti e dall’Islamist Sufi liberation party. La sconfitta è risultata dolorosa soprattutto per la comunità cristiana, 28mila elettori, il cui benessere economico è legato ai comparti chiave dell’economia nazionale. Sono copti i massimi investitori nel turismo del Mar rosso, così come nei commerci ad Alessandria e negli introiti del Cana-

le. Il cocktail di politica, religione ed economia, però, ha trovato in Suez l’ennesimo punto critico. Recentemente, il governo del Cairo ha confiscato 2.100 ettari a nordovest della città, acquistati ancora nel 1996 da Naguib Sawiris e Ahmed Ezz. A suo tempo, l’operazione era volta a fare dell’area un nuovo polo turistico e industriale. Tuttavia, la mancanza di risultati in questi diciotto anni ha spinto la Giunta militare alle decisioni più estreme. Il fatto poi che le operazioni d’acquisto dell’appezzamento fossero gravate dal sospetto di corruzione ha ancor più motivato il governo del Cairo. La vicenda lascia degli strascichi di scetticismo nel momento in cui la si osserva da una prospettiva politica. Sawiris è un cristiano copto, fondatore del Free Egypt party, un movimento di opposizione all’attuale esecutivo e come pure alla maggioranza islamista che ha vinto le elezioni. Ezz, a sua volta, è un ex esponente del regime di Mubarak, per giunta arrestato a febbraio e tuttora dietro le sbarre. Dando libero sfogo alla malizia, è possibile che il sequestro di un immobile, di cui Sawiris ed Ezz sono proprietari, sia legato non tanto ai nobili motivi di fare giustizia in seno a un establishment egiziano corrotto, bensì all’intenzione di bloccare le attività di due tycoon pericolosi per la Giunta oggi e per il governo di domani? Se così fosse, sarebbe la conferma di come la rivoluzione della primavera scorsa si stia traducendo rapidamente in un’involuzione politico-confessionale. A Suez la Fratellanza ha celebrato la vittoria del conservatorismo. Nulla da obiettare sulla terminologia. Bisogna capire però se l’obiettivo sia di superare il post-Mubarak (cosa necessaria) e imporre al Paese gli abiti di una repubblica moderatamente islamica. Operazione che farebbe storcere il naso ai più. Perché in questo caso a rimetterci non sarebbe solo la classe dirigente nazionale che è riuscita a salvarsi dallo tsunami politico dello scorso anno, bensì anche i rapporti con Occidente ed Estremo oriente. La grande incognita per Suez è: nell’ipotesi di un’affermazione delle fronde più estreme dei Fratelli mu57


Risk sulmani e dei salafiti (non tutti, solo alcuni sono fondamentalisti) che succederebbe alle navi che transitano dal Canale? Un anno fa, quando piazza Tahrir era ancora l’entusiasmante esempio della caduta di un tiranno manu populi, il vice segretario dei Fratelli musulmani paventava la chiusura del canale in caso di conflitto con Israele. Le ragioni di un blocco di Suez sono sempre nate da una guerra con il nemico dall’altra parte del Mar rosso: nel 1956, nel 1967 e ancora nel 1973. Sappiamo inoltre che gli islamisti vorrebbero sottoporre a referendum il trattato di pace con Israele (Camp David, 1978). Il guaio è che Suez non è vincolata unica-

munità copta, oppure la Cina eccessivamente amica dell’Iran. A ben vedere, molte sono le ipotesi, ma poche quelle prese in adeguata considerazione e che potrebbero mettere a rischio tutti gli accordi di transito, commercio e scambio relativi a Suez. C’è da chiedersi però quanto gioverebbe a qualsiasi governo egiziano prossimo venturo rinunciare ai milioni di biglietti verdi che galleggiano quotidianamente tra Mar rosso e Mediterraneo, con doppio senso di marcia. Laica o multiconfessionale, oppure islamista radicale, o ancora democratica o dittatoriale, la prossima leadership egiziana dovrà comunque garantire a tutta la cittadinanza un tenore di vita migliore di quello che le veniva offerto da Mubarak. Per farlo, le entrate di Suez per il bilancio nazionale sono irrinunciabili. Forse ancor più di quelle del turismo. Supponiamo comunque che tutte le angosce del comandante siano infondate e che la sua nave passi tranquillamente Suez senza problemi. Tratto il sospiro di sollievo però, la tensione torna subito ad aumentare avvicinandoci al Corno d’Africa. Il capitano in tal senso è realista. Già dopo Port Sudan, a metà del Mar rosso, la situazione potrebbe farsi critica e proseguire addirittura fino a Musqat, nell’Oman. Le miglia marine pericolose sono tantissime. Prima ancora di salpare, era stata ventilata la rotta alternativa di circumnavigare l’Africa. Armatore e cliente l’hanno subito scartata. La lunghezza del viaggio, i costi e il premio assicurativo escludono una possibilità tanto anacronistica. È impensabile che il mercato mondiale debba rinunciare a varcare Suez e scendere verso la Somalia solo perché un gruppo di mente a rapporti e frizioni Cairo-Gerusalemme del- pirati tiene in scacco un tratto di mare la cui giuril’immediato futuro. Il Canale potrebbe essere bloc- sdizione dovrebbe spettare al governo di Mogadicato per altri motivi. È infatti il mondo arabo-isla- scio. Sembra di essere tornati alla prima epoca momico, inclusi Corno d’Africa e Iran, a essere in cri- derna, quando si doveva doppiare Buona Speranza si, non solo il dialogo tra Egitto e Israele. Ricordia- per acquistare spezie e seta agli empori delle Indie moci che in questa parte del mondo sono tutti i go- orientali. Peraltro lo stesso Golfo di Guinea non è verni occidentali a essere etichettati negativamen- un mare tranquillo. Stando all’ultimo report dei te, non solo quello di Netanyahu. Il Cairo potrebbe Lloyds di Londra, i casi di arrembaggio e pirateria accusare l’Europa di essere troppo vicina alla co- avvenuti di fronte alla Nigeria sono identici a quel-

Il 2 gennaio 2012, si è raggiunto il record assoluto di introiti nel passaggio di navi in tutta la storia del canale: 18,9 milioni di dollari, per un ammontare di 71 imbarcazioni transitate (3 milioni di tonnellate totali). È un successo per tutto il comparto marittimo nazionale, in barba a chi, caduto Mubarak, temeva un crollo delle attività a Suez

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li della filibusta somala. Certo, le iniziative nel Corno sono tutte utili e sembrano funzionare. Almeno dimostrano che, se l’interesse è comune, gli Stati sono anche in grado di schierarsi tutti dalla stessa parte. Tra Euronavfor e la Combined Task Force 150 non c’è concorrenza. Da quando nel 2008 c’è stato il boom di attacchi, Stati Uniti, Unione Europea, insieme a Russia e Cina hanno saputo impiegare le rispettive forze navali per venire in soccorso dei navigli commerciali. In realtà, India e Giappone sono stati i due Paesi più impegnanti nel quadrante. A quattro anni di distanza dalle prime grandi manovre, sono circa 40 le navi da guerra superaccessoriate che tagliano le onde dinnanzi al Corno. Positivo in questo senso è che le singole unità non siano chiamate a intervenire solo in caso di arrembaggio di un’imbarcazione connazionale. Non esiste un’esclusiva di bandiera.

Tuttavia, questo non basta. Il 2011 si è chiuso con ben sei imbarcazioni di alto tonnellaggio nelle mani dei terroristi del mare, per un totale di 176 persone sequestrate. Le compagnie navali sono preoccupate non solo per la tratta, ma anche per i premi assicurativi che crescono a seguito degli incidenti in loco. Gli interventi dei governi, per quanto chirurgici possano apparire, risultano inefficaci. Così come palliativa è la proposta di imbarcare contractor sulle navi civili e sui cargo. A prescindere dal rischio in cui si può incorrere nel far salire a bordo di una nave armi e altri strumenti di difesa. I pirati non sono interessati solo al riscatto percepibile dal sequestro di una superpetroliera, ma anche al recupero di fucili, munizioni, razzi e tutto quanto occorra per proseguire la propria guerra di corsa. Certo, sull’immediato il tornaconto dell’iniziativa potrebbe essere positivo. Ma poi ci si renderebbe conto che con esso non verrebbero abbattuti i costi di viaggio e le ossessionanti assicurazioni. Il vero problema infatti è sulla terraferma, a Mogadiscio, dove il governo non c’è, perché al sicu-


scenari ro in Kenya. Nel frattempo il Paese, dichiarato fallito ormai da vent’anni, ondeggia tra Shabab, alQaeda, signori della guerra e tribù rivali. Quest’anno si dovrebbero tenere le elezioni. Ma il condizionale è inevitabile. Se la comunità internazionale si rendesse conto che per sistemare la pirateria fosse prioritario fare ordine sulla costa, magari non solo in Somalia, ma anche in Yemen, i mercantili attraverserebbero il Mar rosso con meno palpitazione. Comunque, supponiamo che fortunatamente il nostro Corto Maltese esca indenne anche dal Mar rosso ed entri nel Mare arabico, o Golfo persico che dir si voglia. Qui si troverebbe al centro del ciclone diplomatico che spadroneggia sulle prime pagine di tutti i giornali dalla fine del 2011. La recente ammonizione del governo iraniano di bloccare lo Stretto di Hormuz alle navi in transito da e per tutti i grandi scali petroliferi del Golfo ha provocato una nuova impennata dei prezzi del greggio. «Se ci saranno altre sanzioni contro di noi, bloccheremo lo Stretto di Hormuz», ha detto il vicepresidente iraniano, Mohammad Rahimi. È vero che, dopo appena un giorno, è arrivata una smentita da parte dello Stato maggiore della Marina di Teheran: «Sarebbe facile per noi chiuderlo. Come bere un bicchiere d’acqua. Ma non è necessario farlo perché già lo controlliamo». La dichiarazione però suona come una beffarda provocazione che si aggiunge a quella precedente. Altrettanto significativa è la riflessione del ministero del Petrolio del regime: «Sarebbe un suicidio». Questo impone ai governi occidentali di non reagire, né a parole né con altre sanzioni, almeno per ora. Gli Ayatollah sono in preda a una fase di riassestamento interno. Non sfuggono le lotte di potere tra i moderati e disponibili dal dialogo da un lato e gli oltranzisti dall’altro, i quali non aspettano altro che un attacco statunitense o israeliano per assumere il pieno controllo del Paese. È il realismo che si scontra con l’estremismo, ma è anche la manifestazione di una frammentazione in casa sciita che forse qui in Occidente non riusciamo a calcolare nella sua totali-

tà. «Qualsiasi atto per interrompere il traffico marittimo non sarà tollerato», ha detto il Pentagono, mentre in Europa si è tornati a discutere del varo di nuove sanzioni. Forse però, sarebbe bene per Washington e Bruxelles temporeggiare. In gioco c’è la stabilità del mercato energetico mondiale. A Teheran questo lo sanno bene, non a caso ritirano fuori la carta Hormuz. Da qui transita circa un terzo del greggio mondiale, oltre 15 milioni di barili al giorno e di questi 4 milioni vengono dai pozzi iraniani. Dunque la chiusura avrebbe effetti catastrofici sulle nostre povere economie, già in recessione. Ma si ripercuoterebbe anche sui Paesi in via di affermazione, vedi l’India e poi la lunga schiera di mercati dell’Estremo Oriente.

L’obiettivo di Teheran è semplice. Con la potenziale chiusura dello stretto – un budello lungo appena 60 chilometri e largo 30 – si metterebbero in crisi le dinamiche diplomatiche intessute da Washington per creare il cordone sanitario delle sanzioni intorno al regime. Europei, giapponesi e sud coreani si trovano nella non facile situazione di stare al fianco degli Usa e, al tempo stesso, di salvaguardare le relazioni con gli iraniani. Se chiude Hormuz, le locomotive industriali rischiano di rimanere a secco. Si troverebbero quindi a non poter nemmeno riuscire a dare mano forte agli Usa, né sul fronte politico né a livello militare ed economico. Con cisterne e serbatoi vuoti, gli aerei non decollano e le navi non salpano. In sede Ue e Nato, la sola a poter aiutare sul campo gli Stati Uniti sarebbe la Gran Bretagna. Ma con le riserve del Mare del nord bloccate per eventuali periodi di vacche magre, Raf e Royal Navy resterebbero bloccate a terra od ormeggiate. Vista così, Teheran parrebbe aver schiacciato il bottone giusto. Tuttavia, lo spauracchio di Hormuz non è una novità. Nei casi precedenti in cui era stato tirato fuori dall’armadio, gli Ayatollah si erano resi conto che il saldo costi-benefici dell’operazione risultava poco vantaggiosa. Negli anni Ottanta, durante il conflitto con l’Iran, furono numerosi i momenti in cui 61


Risk si rischiò uno scontro tra la marina iraniana e le unità della marina statunitense impiegate nelle operazioni di controllo delle attività belliche tra i due Paesi. La prima guerra del Golfo (1990-1991) aveva spinto il Pentagono a realizzare una flotta permanente da dislocare in quelle acque e da lasciare attraccata nella base del Bahrain. La decisione non poteva che suscitare le ire degli iraniani, a quel tempo non così determinati nel loro progetto nucleare. Tuttavia, a Baghdad c’era ancora Saddam Hussein e Washington era convinta prima di tutto di far fuori il suo ex alleato. Poi ci si sarebbe occupati di Khamenei e company. Quel momento è arrivato in meno di dieci anni. Un po’ perché il tiranno iracheno ha fatto la fine che ha fatto, un po’ perché il programma nucleare iraniano ha ingranato una marcia che nessuno di aspettava. Su questi precedenti di base, Hormuz è già stata un proscenio di tensioni. Tra il 2007 e il 2008, i veloci barchini della Marina iraniana hanno giocato a tagliare la rotta alle corazzate Usa. La scena era molto si-

Ci sarebbe un’alternativa per risolvere una volta per tutte il problema dello Stretto del Golfo Persico. Tagliare fuori Hormuz grazie a un sistema di oleodotti. Il progetto non è nuovo. Anzi, il disegno più avvenieristico risale a tempi non sospetti, quando in Medioriente a comandare erano davvero i governi occidentali e le grandi compagnie petrolifere 62

mile a quella dei motoscafi di Greenpeace che cercano di fermare le baleniere giapponesi immolandosi nei mari artici. Solo che nel Golfo di naturalistico non c’è nulla. Venti di guerra a parte, ci sarebbe un’alternativa per risolvere una volta per tutte il problema. E cioè quella di bypassare Hormuz con un sistema oleodotti. Il progetto non è nuovo. Anzi, il disegno più avveniristico risale a tempi non sospetti, quando in Medioriente a comandare erano davvero i governi occidentali insieme alla Sette sorelle. Il Trans-Arabia pipeline porta la data del 1947. A quel tempo, gli Stati Uniti non erano ancora presenti in maniera così capillare nel Golfo. Il controllo della zona era nelle mani della Gran Bretagna, grazie ai mandati post prima guerra mondiale e in Persia c’era un scià. L’oleodotto trasportava via terra il greggio partendo da Qaisumah, in Arabia Saudita, fino al porto mediterraneo di Haifa. Con la nascita di Israele l’anno dopo, però, il terminal divenne off limit. In un primo momento quindi si pensò di dirottare il pipeline verso la Siria oppure il Libano. Poi l’infrastruttura venne abbandonata a se stessa. Di quell’impianto rimane una segmentazione di ben 1200 chilometri che taglia il deserto arabico in diagonale. È un oleodotto in disuso, le cui caratteristiche non ne permettono un immediato utilizzo. Sette anni fa, il governo giordano ha calcolato che basterebbero 500 milioni di dollari per ripristinarlo. La cifra è esigua. Il problema però è mettere d’accordo tutti i Paesi attraversati. Alla luce della Primavera araba, ecco che l’idea si dimostra velleitaria. Ragionando su scale di intervento minore, gli Emirati arabi uniti (Eau) hanno dimostrato ancora una volta di essere all’avanguardia. Salvo imprevisti dell’ultimo momento, ad aprile prossimo sarò inaugurato l’Abu Dhabi crude oil pipeline (Adcop): 360 chilometri, di cui 15 off shore e una capacità stimata di 1,5 milioni di barili giornalieri. L’infrastruttura partirà da Habshan, giacimento prossimo ad Abu Dhabi, e terminerà a Fujairah, emirato membro della federazione. Nella sua essenzialità è quanto basta per tagliar via Hormuz e tutti i suoi problemi senza che nessun Paese produttore vada a risentirne. Anzi. Te-


nuto conto che, in seno al Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) c’è una gara a chi riesce a far per primo le scarpe all’Iran, l’Adcop sembra soddisfare tutte le ambizioni diplomatiche quanto energetiche. Inoltre riduce la navigazione di qualche miglio in un mare di per sé difficile da navigare e potenzialmente darebbe nuovo lustro all’Oman e al suo golfo che, negli ultimi anni, ha risentito del ridursi delle proprie risorse estrattive. Insomma, l’Adcop sembra davvero al quadratura del cerchio. Tant’è che nessuna delle potenze che mantengono un rapporto di cordialità con l’Iran – India, Russia, ma soprattutto Cina – ha avanzato proteste. L’idea che il nodo Hormuz venga sciolto senza tante polemiche piace a tutti. Poi si potrà tornare a parlare di nucleare iraniano. Certo è che il potere contrattuale e di ricatto degli ayatollah sarà sensibilmente ridimensionato. Anzi, è già stato ricalibrato. Durante il forum mondiale sull’energia, che si è tenuto ad Abu Dhabi a metà gennaio, i sauditi si sono dichiarati ben lieti di sopperire alle potenziali mancanze dovute a Hormuz. Riyad non si lascia sfuggire di aumentare i profitti anche da una crisi che rischia di scoppiare nel suo giardino di casa.

A questo punto, al nostro capitano appena sbarcato in Bahrein non resta che condividere la ritrovata serenità con i colleghi cinesi e indiani, come pure con i militari statunitensi. Due delle tre criticità che lo angosciavano durante la traversata si sono rivelate fittizie, Suez e Hormuz. La prima perché l’Egitto non potrà mai fare a meno di gestire il transito della navigazione mondiale. Hormuz invece appare lo spettro di quel drappo rosso che Khomeini sapeva agitare così bene negli anni Ottanta. Khamenei, si sa, non è all’altezza del suo predecessore. Questo non esclude un attacco all’Iran, ma fa scoppiare la bolla Hormuz. Per quanto riguarda il corno d’Africa la questione resta preoccupante. Il comandante infatti non vede all’orizzonte iniziative in soccorso della Somalia per la sua ricostruzione politica. E così si rende conto di una cosa: dal Bahrein, con la sua petroliera che ha appena fatto il pieno, deve tornare a Trieste.


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Unione europea /sulla difesa

si muovono tutti. ma non l’italia

Se Washington fa un passo indietro e la crisi morde ancora DI ALESSANDRO MARRONE

entre i riflettori sono stati puntati sull’euro ed è cambiato il governo italiano, nei mesi scorsi gli altri Paesi dell’Ue non sono rimasti inerti sul tema della difesa europea. Non tanto riguardo alle istituzioni o alle operazioni della Common security and defence policy (Csdp), come avveniva nello scorso decennio, quanto piuttosto rispetto ad accordi bilaterali o trilaterali intergovernativi, alle cooperazioni su procurement e Research&Development (R&D), al coordinamento politico che contribuisce a definire l’agenda successivamente posta sui vari tavoli dell’Unione. In questo contesto, anche appuntamenti non ufficiali come l’imponente conferenza Security and Defence Day, organizzata lo scorso novembre a Bruxelles dalla Security and Defence Agenda, danno segnali importanti sulla direzione in cui soffia il vento. Specialmente se ad aprire il rapporto della conferenza sono gli interventi del ministro della Difesa francese e del suo omologo tedesco. Il primo, Gérard Longuet, ha ribadito la posizione ufficiale francese secondo cui l’accordo franco-britannico del 2010 non è una cooperazione bilaterale esclusiva ed è anzi una compo-

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nente della difesa europea. Eppure, sia la lettera che l’attuazione dell’accordo puntano verso una direzione opposta, di bilateralismo puro stile inizio Novecento. Longuet ha insistito inoltre sull’importanza dell’iniziativa sulla difesa europea avviata con il vertice di Weimar del febbraio 2011 tra Francia, Germania e Polonia, il cosiddetto Weimar triangle. Nel complesso Parigi persegue dunque una strategia, legittima e coerente, per basare l’impianto della difesa europea su un insieme di cooperazioni bilaterali o trilaterali con al centro la Francia stessa. Il ministro della Difesa tedesco, Thomas de Maizière, dal canto suo ha posto l’accento sui tagli ai bilanci della difesa dei Paesi europei, e sulle crescenti minacce alla sicurezza dell’Europa, per sostenere la necessità di cooperazioni che evitino duplicazioni e preservino le capacità militari dei Paesi membri. Una posizione certo non innovativa, ma che presenta due sfumature nuove ed interessanti. La prima è l’assenza di un riferimento da parte del ministro tedesco a framework istituzionali Ue, sostituiti invece dal «forte sostegno per un processo guidato dagli Stati membri rispetto al pooling and sharing». La seconda è il sostanziale “astensionismo” tedesco di fronte alla vecchia disputa politico-ideologica tra i sostenitori del (consolidato) primato Nato e quelli del (futuro) primato Ue in fatto di difesa europea. In modo pragmatico, oggi si sostiene invece che capacità militari complementari e sinergiche tra i


scacchiere

principali paesi europei servono tanto alla Nato quanto all’Ue, e non importa in che framework istituzionale verranno poi utilizzate in caso di eventuali operazioni militari. Anche questa affermazione riflette la posizione assunta dalla Germania nel caso delle operazioni in Libia, e una certa emancipazione di Berlino dalla lealtà a prescindere una volta dovuta alla Nato. Proprio la campagna militare in Libia sembra aver trasmesso almeno due lezioni ai paesi europei. La prima è che può accadere che gli Stati Uniti non abbiano interesse a sostenere l’onere di un massiccio e prolungato intervento militare in una crisi nel vicinato europeo, e che quindi, come accaduto in Libia, offrano il minimo di capacità indispensabili alle operazioni lasciando che siano gli europei ad esporsi maggiormente. Ciò specialmente dopo che, a causa del mancato accordo tra repubblicani e democratici sul contenimento del debito pubblico, sono previsti tagli per 600 miliardi di dollari al bilancio del Pentagono tra il 2013 e il 2023. Gli europei devono quindi assicurarsi il mantenimento di determinate capacità strategiche se non vogliono rimanere inerti spettatori in caso di crisi nel loro cortile di casa. La seconda lezione è che, dopo un tentativo iniziale francese di condurre le operazioni in Libia su base nazionale – tentativo respinto anche per l’opposizione dell’Italia – la Nato offre un buon framework per le operazioni militari congiunte tra gli stati membri, come riconosciuto dallo stesso Longuet. In quest’ottica, la lettera inviata all’Alto rappresentante Csdp, Catherine Ashton dai governi di Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna per avviare la costituzione di un quartier generale militare Ue, è probabile che rimanga lettera morta – e non solo per l’opposizione della Gran Bretagna e per l’incapacità della Ashton di darvi seguito. Il punto non sono infatti i quartier generali, già sovrabbondanti nel Vecchio Continente, ma le capacità militari europee che invece so-

no scarse e saranno ancora più scarse dopo gli attuali tagli ai bilanci della difesa. Poiché il punto sono le capacità militari, e quindi il procurement e le commesse per l’industria della difesa, cooperazioni politiche come il Weimar triangle – per non parlare dell’accordo franco-britannico – assumono maggiore rilevanza e non solo simbolica. È infatti all’interno di questi ambiti che, in modo più o meno formale o informale, si gettano i semi delle prossime cooperazioni militari e industriali. E l’Italia? Tra gli speaker del Security and defence day non c’era nessun rappresentante del governo, delle istituzioni o delle Forze Armate italiane, mentre erano numerosi non solo i rappresentanti francesi e tedeschi ma anche quelli polacchi – con il risultato, alquanto paradossale, di un ammiraglio polacco che tiene una relazione sulla sicurezza marittima del Mediterraneo. L’unico speaker italiano era il direttore generale per la gestione delle crisi del Servizio europeo di Azione esterna, Agostino Miozzo, in veste però di alto funzionario Ue e non di rappresentante dell’Italia. Sulla difesa europea c’è di fatto un vuoto da riempire con un’iniziativa politica da parte del governo italiano, in primis ministero della Difesa e ministero degli Esteri, nell’interesse di tutto il sistema-Paese, e anche nell’interesse di una difesa europea che non può essere impostata solo come un insieme di rapporti bilaterali. Approfittando della ritrovata maggiore coesione interna, nel 2012 l’Italia ha forse l’opportunità, e di certo la necessità, di recuperare parte del terreno perduto in Europa – per vari motivi – nel 2010-2011, e non solo sul fronte del debito pubblico e dei mercati finanziari. 65


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Americhe/il brasile sfamerà il mondo La battaglia ambientalista contro l’agroindustria per l’Amazzonia DI

RICCARDO GEFTER WONDRICH

n questi mesi si stanno definendo i contorni della nuova normativa brasiliana nel settore ambientale, con riflessi sulla produzione agricola e sulla preservazione delle foreste. Il tema è al centro di dibattiti e proteste. Il 26 per cento del Pil del Brasile viene dal settore agroindustriale, che impiega il 37 per cento della forza lavoro. La produzione cerealicola è triplicata in trent’anni, superando i 160 milioni di tonnellate. Nel 2010 le esportazioni di origine agricola hanno toccato la quota record di 76 miliardi di dollari e, pur se la campagna in corso risentirà negativamente di una siccità eccezionale, il ministero dell’Agricoltura entro il 2021 prevede aumenti del 20 per cento nella produzione di latte, del 23 per cento nei cereali, del 26 per cento nella carne. Quando la Fao afferma che la produzione di alimenti dovrà crescere del 70 per cento per sfamare 9,1 miliardi di persone nel 2050, aggiunge anche che ci si aspetta che il 40 per cento di quest’aumento verrà proprio dal Brasile. La ricerca scientifica, gli investimenti e la tecnologia disponibile permettono di guardare al settore primario con ottimismo. I problemi vengono dalla sostenibilità ambientale della produzione agro-zootecnica, e sono tanto più complessi quanto più ci si sposta da Stati iper-produttivi come Paraná e San Paolo verso la vasta regione amazzonica, dove bisogna far quadrare esigenze di sviluppo economico, tutela ambientale e rispetto delle leggi. L’agroindustria è importante anche dal punto di vista politico-elettorale. Per difendere i propri interessi ha articolato una lobby potente, che oggi è massicciamente dispiegata nella battaglia per la riforma del codice forestale. A dicembre il Senato Federale ha approvato il progetto di legge con 58 voti a favore e 8 contrari, e rinviato il testo alla Camera per la votazione definitiva prevista per il 6 marzo. Il codice attualmente in vigore risale al 1965, con successive modifiche. Stabilisce le norme per l’utilizzo

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commerciale del suolo, regolando la gestione delle Aree di preservazione permanente e delle Riserve legali. Le prime sono zone vicine ai corsi d’acqua e ai pendii delle montagne con potenziali rischi di erosione, piene e smottamenti. La riserva legale è invece quella porzione della proprietà rurale che deve mantenere la copertura vegetale originale per conservare o riabilitare i processi ecologici e la biodiversità. Tra i vari punti, il progetto di riforma prevede una riduzione delle App e Rl: dall’80 per cento al 50 per cento nelle proprietà private della regione amazzonica in talune situazioni, e da 30 a 15 metri ai bordi dei fiumi di minor larghezza. I movimenti ambientalisti sono sul piede di guerra: per loro, se si vuole accrescere la produzione agricola basterebbe rendere più efficiente l’allevamento passando a forme più intensive, recuperando così oltre 60 milioni di ettari all’agricoltura (dati di uno studio dell’Università di San Paolo). Esiste un sistema di sanzioni per chi viola la normativa ambientale, ma nei fatti è quasi inapplicabile. I governi passati avevano tollerato se non addirittura promosso il disboscamento, e i produttori agricoli sostengono che è ingiusto far ricadere su di loro tutta la colpa. Di fronte a questa impasse, il testo del nuovo codice prevede un’amnistia per le violazioni commesse prima del 2008, a cambio di un impegno da parte dei produttori per recuperare le aree (App e Rl) degradate. Questo è però inaccettabile per gli ambientalisti, che parlano di colpo di spugna sui disboscamenti illegali dell’Amazzonia e puntano sull’opinione pubblica internazionale per costringere il presidente Dilma Rousseff a porre il veto alla legge. Un anticipo delle proteste si è avuto a Durban, in Sudafrica, durante il vertice Onu sul cambio climatico, ed è facile prevedere che questo tema sarà protagonista nelle strade di Rio de Janeiro nel giugno prossimo, quando si terrà la conferenza mondiale sullo sviluppo sostenibile «Rio+20».


scacchiere

Africa /la sfida nel maghreb islamico

La “Primavera” è messa a rischio dall’asse al Shabab, Boko Haram ed al Qaeda DI

MARIA EGIZIA GATTAMORTA

l 2012 si presenta come un anno insidioso per l’Africa, ricco di pericolose sfide ma anche di grandi opportunità. L’ondata di cambiamento, innescata ormai da alcuni mesi in Nord Africa con l’Arab Spring, prosegue inarrestabile il suo percorso con le consultazioni elettorali, tuttavia si è creato uno sfasamento tra le proteste sociali (che continuano nelle piazze) ed i nuovi detentori del potere. Dopo i primi momenti di euforia in Tunisia, Egitto e Libia, si sono prodotti dei blocchi che ostacolano una nuova gestione responsabile, equilibrata e scevra da vendette di parte. Da non sottovalutare poi il rischio di estremismi religiosi che – oltre a far regredire i singoli paesi – potrebbe provocare ulteriori faglie tra le due sponde del Mediterraneo. Nell’area sub-sahariana, ci sono ritardi evidenti. La volontà di modificare gli assetti istituzionali c’è ma è debole: non c’è coesione tra i gruppi etnici, non c’è reductio ad unum dell’opposizione (come dimostrato dalle recenti elezioni del Congo Kinshasa), non c’è una coscienza sociale. L’alternanza non riesce a decollare, né attraverso una protesta dal basso né tramite elezioni free and fair. Ad eccezione di Ghana e Mali, il voto per le consultazioni – siano esse presidenziali, parlamentari o locali – non lascia molte speranze in Senegal, in Kenya, in Zimbabwe, in Madagascar, in Angola e Togo. In Senegal, la candidatura del cantante Youssou N’dour per la più alta carica istituzionale, piuttosto che coagulare la minoranza, può spaccare ulteriormente l’opposizione e favorire l’85enne Abdoulaye Wade, al potere dall’aprile del 2000. In Kenya, l’avvio caotico dell’operazione militare Linda Nchi in Somalia ha messo in evidenza – oltre al premier Odinga – il ministro della Difesa Haji e quello della Sicurezza interna Salitoti, ma resta il dubbio sulle formazioni politiche dietro a questi uomini, e soprattutto c’è una grande paura che si possano ripetere le violenze delle competizioni del dicembre 2007. A ciò si aggiunge il timore che possano verificarsi attentati organizzati da

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gruppi terroristici collegati con al Qaeda. In Zimbabwe, l’87enne Robert Mugabe ha annunciato la sua candidatura alle prossime elezioni ed ha assicurato che porterà ancora una volta lo Zanu-Pf alla vittoria. L’accordo forzoso con l’opposizione del Mdc di Morgan Tsvangirai, volto ad un governo inclusivo, non ha prodotto i risultati auspicati e non poteva fare altrimenti. La partita è arrivata alla fase finale: non ci può essere mediazione, solo con la forza una delle due parti può assicurarsi la gestione del potere. Se il voto rappresenta una sfida aperta per il continente, non si può sottovalutare il rischio terrorismo in Somalia, Nigeria e Sahel. E non si tratta di singoli reparti: la sinergia di al Shabab, Boko Haram ed al Qaeda nel Maghreb islamico potrebbe provocare danni irrimediabili alla stabilità continentale. Ai protagonisti indiscussi del terrore, nella regione centrale si aggiunge il Lord’s resistance army (Lra). Le azioni del gruppo nord-ugandese hanno addirittura indotto un impegno di Nazioni Unite, Unione Africana e Usa. Il quadro diventa ancora più fosco qualora si mettano a sistema connessioni di queste entità con il traffico di stupefacenti, di armi e con la tratta di esseri umani. Per quanto concerne il settore petrolifero, resta il nodo dell’accordo mancante tra Sud e Sud Sudan: le accuse reciproche non colmano la lacuna degli ultimi mesi e mettono in pericolo la ricchezza nazionale di entrambi i paesi nonché il lavoro di operatori stranieri. Se questo è il quadro generale, c’è da chiedersi da dove nascano allora le opportunità per il continente. Di certo dal modo in cui esso si impegnerà nel garantire i principi della good governance all’interno e dal modo in cui il continente saprà proporsi ai suoi interlocutori (asiatici, americani ed europei) all’esterno. È passato il tempo dell’apatia e degli slogan propagandistici in cui i problemi erano esclusivamente originati dall’esterno. I grandi «padri africani» (Mandela in primis) dimostrano che la vera opportunità è l’impegno responsabile… su tutti i fronti. 67


La storia

LOLOTTA “the beautifull”, che amava i soldatini di Virgilio Ilari ra l’estate del ‘54. Travolti da una botta di vita, eravamo in vacanza in Riviera, doloranti tra i sassi roventi e taglienti, baraccati in una fetida locanda gestita da un siciliano. Pe famme sta’zitto m’avevano comprato una panoplia da indiano, e fu proprio quella dottoressa a provocare il trauma! L’avevo appena appoggiata alla parete per mettermi a tavola, che una mia coetanea s’impadronì della lancia e si scatenò in una selvaggia danza di guerra. «M… mamma, qu..quella femmina m’ha preso la lancia!», riuscii appena a balbettare, strozzato di vergogna tra i cocci della mia identità. Yes, madam! Poi, certo, crescendo e studiando giurisprudenza, riconsiderai sotto un’altra angolatura la concessione di lance in comodato d’uso alle allegre scespiriane di Windsor. Ma er trauma c’era stato, eccome! In quel momento stavo facendo colazione con burro e

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marmellata, e da allora quella mescolanza di bianco e giallastro me da il voltastomaco. No, dottoré, non è che me fa pensà alla «cuccarda der mezz’ovo tosto» messa in berlina da quel mangiapreti del Belli: si figuri se ce la posso avé co la Santa Sede io, che ho insegnato alla Cattolica e tutte le sere feriali m’aggusto Radio Londra. No, anzi, la Chiesa la pensa come me: il burro è burro, la marmellata è marmellata, e le donne prete no pasaran. «No pasaran»? Ma se già si parla di aprire la guardia svizzera alle converse ticinesi! Avete poco da ridere, tartufi! Avete ceduto sul voto, tanto stavate per abolire la democrazia; e da allora giornaliste, magistrate, chirurghe, ammiraglie, papesse. E vabbé, tutto qui? pensate sornioni voi gattopardi vitelloni e femminieri che tanto campate di rendita. Voglio vedere che faccia farete quando il Tar imporrà le quote rosa pure in serie A!


“Cantiniera” degli Chasseurs appiedati della Guardia imperiale di Napoleone III

Il primo libro entrato nella Anne K. S. Military Collection

Intanto già la Curva Sud è in mano alle ultrà e alle ce- compagnavano alla fiera di Novegro erano le povere lerine. A voi soldatinari non fa né caldo né freddo, ve- mogli-mamme che non vi possono mai lasciare da soro? Tanto la partita è roba da parrucchiere, come l’eser- li; e le single, a Waterloo, si accontentavano di vestircito, la patente, le Seychelles e l’Ipod ... Eh sì, voi zuz- si da vivandiere! Alla fine li hanno incarnati, i vostri zurelloni siete rimasti ad Hans Christian Andersen! Al- sogni inconfessabili: eccoli davvero, i team di soft-air tro che soldatini di stagno e ballerine di carta! L’avete e gli escuadrones de picas pullulanti di “ruzze” assarimossa, quella scena iniziale di Miracolo a Milano in tanate dall’invidia penis! cui la signora Lolotta (Emma Gramatica) non solo com- Altro che comunismo! Stalin, sant’uomo, vietò infatpra i soldatini a Totò il Buono ti Miracolo a Milano pro(Francesco Golisano) ma è proprio per la scena reazionaLa Kinsolving Brown prio lei che gl’insegna a giocarci, ria e piccolo borghese di aveva conosciuto schierandoli abilmente sulle opLolotta coi soldatini; menDwyght Eisenhower, poste sponde del rigagnolo di lattre era proprio nell’AmeriOmar Bradley e Herman te sbollito fuori dal pentolino? Anca maccartista e capitalista Beukema quando erano naspate, vero? Lo so a che vi stache c’era una Lolotta in carancora dei cadetti te aggrappando: quello era un inne ed ossa e in dimensione all’accademia militare cubo comunista, come quelle fakolossal! In realtà si chiavole terrificanti delle amazzoni, mava Anne Seldon Kinsole possedeva una delle gladiatrici, della Monja Alving Brown; aveva trent’ancollezione sconfinata férez, delle Kunoichi, mica una coni meno di Emma Gramadi soldatini lunga sa vera ... Infatti! È finita l’epoca tica, e, a differenza di Lolotben 5 chilometri in cui le uniche donne che vi acta, era sposata e redditiera. 69


Risk

Veterani napoleonici fotografati nel 1860 con le loro uniformi storiche

Nata nel 1906 (a Brooklin), era figlia di una poetessa e di un pastore episcopale di Baltimora e l’estate la passavano (loro sempre!) al mare, vicino ad una batteria costiera (ancora puntata contro la Royal Navy). Affascinata dal cambio della guardia, sfoggiava il distintivo regalatole dai cannonieri, imparava a cavalcare alla militare e un giorno fatale si beccò in fronte la pallonata di tre cretini che giocavano a baseball sotto la batteria. Erano tre cadettini che facevano il corso di tiro, e che malgrado quell’esordio da conti di Toppo, fecero poi una certa carriera: si chiamavano Dwyght Eisenhower, Omar Bradley e Herman Beukema (18911960), quest’ultimo poi professore di storia militare a West Point, sosia di Richard Widmark e massimo interprete americano del pensiero geopolitico tedesco. D’inverno Anne guardava dal balcone le parate del «Dandy Fifth» (5th Maryland Infantry) e nel 1914, a otto anni, fu ammessa al corso per ufficiali di riserva uscendone capitano del Girls’ Battalion (per chi non lo sapesse, Balilla e Piccole italiane discendevano dai Battaglioni della speranza giacobini e mazziniani e il militarismo fascista fu una blanda imitazione di quello anglosassone). La collezione di Anne ebbe inizio nel 1915, quando, per il suo nono compleanno, si fece abilmente regalare da un esterrefatto collega del padre The Wonder Book of Soldiers for boys and girls. Seguirono poi i soldatini da 10 cent (la paghetta di due 70

Locandina del film di Vittorio De Sica

settimane), ma nel dopoguerra furono temporaneamente smobilitati per far posto alle nuove collezioni di carnets de danse e di articoli di critica musicale e letteraria che Anne scriveva per il Baltimore American (oltre a guidare locomotive e rodeare attorno al Washington Monument a bordo di un aereo da guerra). Il fortunato fu infine John Nicholas Brown II. Nel 1930 la stampa si era ormai involgarita, e intitolò la notizia delle nozze «Million-Dollar Baby Marries Cinderella Girl», alludendo al fatto che il trentenne laureato di Harvard, discendente da uno dei fondatori di Providence (nel 1636), era stato il neonato più ricco del 1900 e, grazie al crollo di Wall Street, aveva appena preso le redini delle aziende agricole e tessili di famiglia rilanciandole e aprendo nuove imprese. Assolti così brillantemente gli obblighi di leva, Anne poté tornare alla sua eccentrica passione. Pure John era un raffinato collezionista (di libri e opere d’arte) e le accordò generosamente un’intera stanza dell’avita dimora di tre piani nell’Est Side di Providence per esporre in graziose vetrine i soldatini acquistati in Europa durante la luna di miele. Occupavano già 83 metri lineari (poi gli effettivi crebbero a 5mila), e per poterli classificare correttamente Anne mobilitò tutti i librai americani per reperire regolamenti, trattati e stampe di uniformi. Nel 1934 nacque il primo dei tre figli, John Carter Brown III, futuro direttore della National Gallery


storia

«The Garibaldinians crossing the Tiber». Una delle 53 tavole del «Garibaldi Panorama» di John James Story

of Art. Naturalmente Anne fu pure un’esponente di spicco della Lega femminile antiproibizionista e fervente rooseveltiana, ma fu grazie a Stalin che poté attingere alle favolose biblioteche dell’aristocrazia zarista messe gentilmente in vendita dal regime sovietico. Anne decise l’entrata in guerra ben prima di Pearl Harbour, quando lesse che l’aviazione unna aveva barbaramente coventrizzato la Rudolf Ackermann, casa editrice di tutti i principali libri (d’arte e di) uniformi pubblicati in Inghilterra negli ultimi 150 anni. Decise così di salvare il resto, acquistando ogni documento iconografico militare comunque reperibile in Europa. Furibonde, Kriegsmarine e Regia Marina fecero del loro peggio, ma alla faccia degli U-boot tutte le casse spedite dalla Festung Europa arrivarono incolumi in Benefit Street a Providence. Poi intervenne John, sbarcato a Omaha beach come consigliere culturale di Eisenhower e addetto al recupero delle opere d’arte razziate dai nazisti. Il colpo più grosso delle sue trouvailles fu, a Parigi, una colossale raccolta di iconografia militare francese commissionata ad un bouquiniste collabo da altolocati feticisti nazisti e ovviamente finita a Providence. Immobilizzata per due anni da una brutta caduta dalla bicicletta, Anne dovette abbandonare le attività assistenziali della Croce Rossa e della Marina, ma in compenso poté mettere a punto una strategia di catalogazione dello sterminato materiale che stava rac-

cogliendo: non solo libri, stampe, quadri, ma pure disegni, acquerelli, fotografie, caricature, cartoline postali, pacchetti di sigarette, ceramiche, foulard e via seguitando. (L’iconografia religiosa è meno ricca e fantasiosa di quella militare, e la Libreria Paolina e i bancarellari di Medjugorje sono poca cosa rispetto a Petitot e Novero). Naturalmente pure Anne aveva la sua brava corte di maniaci: inizialmente un ferroviere, un cadettino e il gorilla del governatore. Tuttavia la cerchia si allargò nei quattro anni (1946-1950) in cui Anne seguì a Washington John, nominato da Truman assistant undersecretary alla Marina (dove serviva il loro secondogenito, poi divenuto capitano di vascello). Così nel 1949, con altri cinque promotori, Anne fondò la Company of military collectors & historians (ancora attivissima) e nel 1951 affidò la catalogazione della sua collezione a Richard B. Harrington. Il bibliotecario morì nel 1989, dieci anni dopo John (1979) e quattro dopo Anne (1985). Nel 1971 il Post Office di Princeton recapitò una lettera dall’Italia. Era di Piero Crociani, il principe degli uniformologi italiani: chiedeva se per caso avesse qualche dato sulle uniformi napoletane. Due settimane dopo un postino romano recapitò in via Padre Reginaldo Giuliani l’inventario della sezione napoletana della biblioteca di Anne, comprendente tra l’altro un libro «rilegato in marocchino rosso con le armi reali e i gigli d’oro», la famo71


il quotidiano Economia, politica, cultura, scienza, religione: ne succedono di cose in ventiquattr’ore. E ci sono decine di televisioni e di giornali che ti assediano per raccontartele. Ma nessuno prova a spiegartele. Leggendo, dentro gli eventi, i segni di dove sta andando il mondo. E cercando insieme le idee per renderlo migliore…

…questo lo fa solo liberal Tutti i giorni in edicola Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro • Annuale 130 euro


storia sissima serie Sassonia Teschen e molte altre minori per un totale di 1.453 stampe, in massima parte acquistate a Parigi nel dopoguerra. Nel 1973, in gita in Italia con John, invitò Piero a colazione all’Hilton di Roma. Gli uniformologi sono notoriamente capaci di percorrere i campi di battaglia, se dell’uopo finendo pure i feriti e contendendosi gli stivali con gli sciacalli ordinari, per reperire buffetterie ed altri effetti; così l’incidente nucleare di Three Mile Island (1979) dette modo a Giancarlo Boeri, dirigente dell’Enea nonché compagno di merende di Piero e mio, di trascorrere due giorni nella ospitalissima Nightinghale-Brown House. Tornò con mille foto de tutto, poi accolte col sopracciò da Massimo Fiorentino, che mascherava l’invidia criticando angolature e messa a fuoco. Tra i contatti internazionali, particolarmente importante fu quello con l’associazione della Sabretache e col Musée de l’Armée. Nel 1959 Anne tradusse in inglese la monumentale storia della guardia imperiale di Napoleone I del comandante Henri Lachouque (di cui Anne aveva apprezzato soprattutto il famoso Dix siècles de costume militaire). La traduzione fu pubblicata nel 1961, con uno splendido corredo iconografico tratto dalla collezione di Anne e col titolo The Anatomy of Glory, dalla Brown University Press. Già, perché mi ero dimenticato di dire che la settima più antica università degli Stati uniti, fondata nel 1764 a Providence da James Manning, porta il nome del cofondatore e benefattore John Brown (1736-1803), che a differenza del suo più celebre omonimo, doveva la sua fortuna alla tratta dei negri. Pur mantenendo nello statuto il divieto puritano di studiare legge ed economia (sterco del diavolo), la Braunensis è stata la prima università non confessionale e una delle prime ad ammettere le ragazze. Dal 2001 è presieduta da una docente afroamericana e nel 2007 una commissione ufficiale ha contestato che il denaro del benefattore eponimo provenisse dal commercio di schiavi. Dopo l’11 settembre la Braunensis ha istituito una cattedra di controterrorismo intitolata a John Nicholas II. Con 100 professori e 700 studenti residenti, ha una biblioteca di 6,8 milioni di item a stampa e include tra l’altro decine di migliaia di collegamenti elettronici e ben 250 collezio-

ni (collocate in gran parte nella John Hay Library, uno dei due edifici della biblioteca). L’Anne K. S. Military Collection, è solo una di queste: suddivisa in 11 sezioni (per tipologia di materiale e per soggetto) è accessibile online tramite il catalogo online, il sito particolare (Anne S. K. Brown Military Collection) e la collezione digitale (Prints, Drawings & Watercolors from the ASKB Collection). Due riguardano il risorgimento italiano: una raccolta di 253 stupende illustrazioni relative agli eventi politico-militari del 1848-70 tratte da dodici giornali illustrati francesi, inglesi, austriaci, tedeschi e svizzeri dell’epoca e un “panorama” di 88 metri in 53 tavole acquarellate sulla «vita eroica» di Garibaldi, costruito nel 1860 a Nottingham da John James Story, acquisito dalla Brown nel 2005 e digitalizzato nel 2007 da Vincent J. Buonanno (curiosamente omonimo del noto deputato leghista nonché sindaco del Comune, Varallo, a cui nel 2006 ho donato la mia famosa biblioteca militare). Tutto questo materiale, e i pezzi migliori delle altre collezioni sono liberamente scaricabili ad altissima risoluzione, sul principio del fair play che fa onore agli Stati Uniti e con l’impegno da gentiluomini di non farne un uso commerciale. Malgrado il devastante confronto con lo stato delle biblioteche pubbliche italiane, è di conforto apprendere dal sito della Braunensis della sua feconda collaborazione con l’Università di Bologna (Angela De Benedictis) e con l’Istituto per la storia del Risorgimento di Roma e l’Istituto Mazziniano di Genova. Vabbé, ma che c’azzeccano i soldatini co n’armanacco strategico serio come Risk? direte delusi voi affezionati lettori, sempre che siate arrivati fin qui. Che volete, cari amici. Quest’anno nella calza della Befana c’era solo carbone. Tirano aria di bancarotta e venti di guerra, Dio è morto e nemmeno io mi sento troppo bene. Ma, mentre passeggiavo per Milano in compagnia di Totò il Buono, abbiamo visto in piazza Duomo una scopa, dimenticata da qualche operatore ecologico senegalese. Allora ci siamo guardati, l’abbiamo inforcata, e siamo volati a razzo oltre le nuvole, a giocare a soldatini con Lolotta Brown, a cavallo della Via Lattea. Nell’altra metà del cielo, quella delle Eroine. 73


la libreria


libreria

SE LE IDEE VANNO IN GUERRA PER SCONFIGGERE IL JIHADISMO di Mario Arpino

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er cercare di comprendere meglio le varie “primavere” nel mondo arabo e musulmano, le loro conseguenze, gli episodi di riacutizzazione della lotta secolare tra sciiti e sunniti e gli episodi di crescente intolleranza religiosa verso i cristiani e, sebbene con minore rilevanza, verso qualsiasi altra religione, è necessario riprendere in mano qualche libro non proprio recentissimo e rileggerlo alla luce di quanto sta accadendo ai giorni nostri. Si scoprirà così che non è affatto vero il mantra secondo cui «nessuno aveva previsto tutto ciò». Era prevedibile, eccome lo era, tanto che qualcuno, inascoltato, lo aveva sempre detto e cercato di spiegare. Ma in Occidente, ripiegati come siamo su noi stessi e sui nostri valori, non abbiamo la modestia o il desiderio di cercare di capire a fondo come la pensino gli “altri”. Quelli che vivono dal di dentro mondi differenti dal nostro, o da questi mondi provengono, e al riguardo hanno quindi capacità di analisi e percezioni che per loro sono normali, mentre per noi sono casuali o del tutto inarrivabili. Rileggendo, si può comprendere perché le migliaia di giovani che alla prima ora avevano occupato le piazze animati da sano entusiasmo per il nuovo e per la libertà – intesa nel senso più ampio – oggi si sentano frustrati, traditi o addirittura sfruttati. Ora quelle piazze non le occupano più loro, basta vedere la differenza sui teleschermi per capire. Sono occupate principalmente da coloro che hanno atteso nell’ombra che qualcuno aprisse la

WALID PHARES The War of Ideas Palgrave-Macmillan Editori pagine 266 • 24,95 dollari Walidi Pahares è nato e cresciuto in Libano, dove si è laureato in giurisprudenza e scienze politiche, ha ricevuto un diploma anche in sociologia ed ha esercitato la professione di avvocato del foro di Beirut. In Francia ha ottenuto un master in affari esteri e negli Stati Uniti un Ph.D. in relazioni internazionali e scienze strategiche. Dal 2009 è co-segretario generale del Transatlantic legislative group on Counter terrorism e in tale qualità è testimone presso il Congresso, il Parlamento europeo e il Consiglio di sicurezza (Onu) su questioni relative alla sicurezza internazionale e i conflitti mediorientali

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Risk strada. È così che, in Egitto, i giovani della prima piazza Tahrir nelle prime tornate elettorali, dove gli islamisti superano il 70 per cento, sono rimasti emarginati. Ma è comunque democrazia, dicono alcuni, visto che a stravincere sono stati i Fratelli Musulmani, che ora passano per moderati. Ed è anche probabile che cerchino di esserlo, finchè non saranno scavalcati dalle forze jihadiste che, in un ambiente per loro divenuto più permissivo, stanno trovando un terreno di coltura certamente meno accidentato. Idem in Siria e nello Yemen. Anche là le piazze si sono trasformate, e ciò che vi accade sta addirittura permettendo giustificazioni ai repressori, che naturalmente non si lasciano scappare l’occasione di fare d’ogni erba un fascio. Ecco perché è bene fermarsi un attimo e tornare a documentarsi. Le fonti originali sono più d’una e, come si può ben comprendere, nessuna di esse è totalmente oggettiva. Tutte, però, aiutano a capire. Tra queste ho scelto due libri non recentissimi e non pubblicati in Italia. Si tratta di War of Ideas (Jihadism against Democracy) uscito negli Stati Uniti nel 2007, e Future Jihad (Terrorist strategies against the West), del 2005. Entrambi sono di Walid Phares – ora vedremo chi è – ma mi soffermerò solamente sul primo citato, che conserva, pur senza ripetersi, anche l’essenza dei contenuti del secondo. È importante, in questo caso, identificare bene l’autore, prima di inoltrarsi nei contenuti. È nato e cresciuto in Libano, dove si è laureato in giurisprudenza e scienze politiche, ha ricevuto un diploma anche in sociologia ed ha esercitato la professione di avvocato del foro di Beirut. In Francia ha ottenuto un master in affari esteri e negli Stati Uniti un Ph.D. in relazioni internazionali e scienze strategiche. Dal 2009 è co-segretario generale del Transatlantic legislative group on Counter terrorism e in tale qualità è testimone presso il Congresso, il Parlamento europeo e il Consiglio di sicurezza (Onu) su questioni relative alla sicurezza internazionale e i conflitti mediorientali. 76

Dal 2006 è titolare della cattedra di strategie globali presso la National defense University (Ndu) di Washington. Il suo libro più recente, The Coming Revolution, è del 2010. È qui che, basandosi sui concetti espressi nei due libri citati, ha previsto con un anno di anticipo le rivolte arabe del 2011. È spesso presente anche a Bruxelles, dove svolge attività come visiting fellow alla European foundation for democracies. The War of Ideas, la Guerra delle Idee, è certamente il libro dove l’Autore rende maggiormente esplicito il pensiero che è fondamento del suo credo, e lo fa con metodo da professore ed in modo organico. Pur lontano dalle conseguenze del conflitto di civiltà ipotizzato da Samuel Huntington, è tuttavia convinto che la mancanza di comprensione tra il mondo musulmano e quello occidentale derivi soprattutto dal rifiuto, o della mancanza, della ricerca di questa comprensione. Questa difficoltà è amplificata, da un lato, dall’estremismo jihadista e, dall’altro, dalla diffidenza che esso genera nell’Occidente per tutto il mondo musulmano. Il quale a sua volta, pur non condividendo nella sua più ampia maggioranza la pratica del terrorismo, sinora non è stato capace di fare nulla di esplicito per dimostrarlo e così scrollarsi finalmente di dosso questa diffidenza. Che, a questo punto, diventa giustificata, anche se all’origine dei problemi rimane sempre il fondamentalismo islamico. È questo, quindi, che va combattuto. Ma non con la guerra al terrorismo, che, secondo Phares, a volte addirittura rischia di favorirlo, ma con una guerra dialettica, mediatica e culturale all’idea stessa del fondamentalismo, e quindi alla conseguente ideologia dello jihadismo. Questo altro non è che un’ideologia che deriva da una visione semplificata del mondo, che loro vedono suddiviso in «territorio dell’Islam» (dar al Islam) e «territorio della guerra» (dar al harb). Mentre le democrazie guardano avanti, lo jihadismo guarda indietro, verso restaurazioni millenarie. Non c’è fretta, occorrerà il tempo necessario, decenni o centinaia d’anni. Ma l’obietti-


libreria vo del califfato mondiale, dove l’unica legge sia quella coranica, la sharia, è per loro irrinunciabile. Fino ad allora la pace non esisterà, ma è ammessa una tregua, la hudna, che viene solo temporaneamente accettata quando il nemico è così forte da rendere la guerra improduttiva o impraticabile. Non sono concetti affatto nuovi, e sono già noti a tutti coloro che si occupano anche solo episodicamente di questo tipo di problemi. Ma Walid Phares vi si dilunga per 266 pagine, scendendo nel dettaglio, esemplificando, convincendo e ricercando – anzi, suggerendo – ogni via d’uscita proponibile. Trattandosi di un unico argomento, ne deriva un lavoro decisamente articolato, appassionato, dove in tredici capitoli, un’introduzione e una conclusione che si avventura in sette raccomandazioni puntuali verso il mondo della politica, quello della cultura, i governi e le organizzazioni internazionali. L’auspicio è che si riequilibri un dibattito che vede l’Occidente ancora troppo distratto, il fondamentalismo islamico sempre più motivato e un mondo musulmano che, nonostante le cosiddette “primavere”, sembra non rendersi appieno conto della serpe che si sta nutrendo nel seno. Sono premonizioni che, alla luce delle recenti tornate elettorali sulla costa nordafricana, fanno davvero riflettere. Se, come abbiamo osservato, alcuni lettori già esperti potrebbero non trovare in questo libro grandi novità, è anche vero che questa élite è abbastanza limitata, mentre con ogni probabilità la gran massa dei lettori, magari incuriosita dal titolo, scoprirà i tanti «perché» della realtà attuale, ricevendo così una nitida chiave di lettura di fatti ed avvenimenti. Se sarà davvero così, il professor Phares ha indubbiamente conseguito uno degli obiettivi che si proponeva: diffondere cultura, sfatare pregiudizi e seminare consapevolezza anche tra i «non addetti ai lavori». Come tutti i libri, anche The War of Ideas andrebbe letto secondo la corretta sequenza dei capitoli, facendo anche molta attenzione alle dieci pagine di riferimenti e note esplicative. Tuttavia, coloro che non avessero letto il li-

bro precedente, Future Jihad, potrebbero anche essere consigliati a saltare dal primo capitolo, che riguarda i dibattiti storici sulla materia, ai capitoli otto, nove e dieci, per riprendere successivamente una lettura ordinata. Il motivo di questo consiglio è presto detto. Si tratta di tre capitoli che seguono un’evoluzione storico-temporale delle tre fasi del terrorismo jihadistico come maturazione all’interno del mondo islamico. Nel periodo della guerra fredda, tra il 1945 e il 1990, questo mondo si spezza in due tronconi, affiancandosi l’uno al comunismo e l’altro all’Occidente. Lo jihadismo, pur non essendo favorevole alla cultura occidentale, era decisamente schierato contro il comunismo. Ricordiamo i mujiaiddin in Afghanistan. In una seconda fase, tra il 1990 e il 2001, all’ombra dei regimi autoritari da un lato e di quelli nazionalistici dall’altro, prendevano coscienza della propria trascinante forza nella lotta ideologica contro l’Occidente i salafiti in campo sunnita e i khomeinisti in campo sciita. Ciascuno con il proprio brand di guerra ideologica o terroristica, a seconda dei differenti obiettivi strategici. La terza fase comincia e si sviluppa con alterne vicende – stagnazioni, riprese e frammentazione dell’unicità di comando – a partire dall’11 settembre 2001. In parallelo a queste tre fasi, Walid Phares conduce un’indagine sull’atteggiamento dell’Occidente a fronte di questa evoluzione stop-and-go dello jihadismo. Si tratta di letture, o di riletture, indispensabili per chi davvero intenda acquisire le basi minime per comprendere ciò che avviene in quel mondo così diverso, che ci circonda o che vive tra noi in modo separatamente vicino, ma con il quale dobbiamo comunque trovare il modo di convivere. Le frange più estreme sono dotate di una macchina ideologica inarrestabile, a meno che non venga frenata e devitalizzata da una maggior comprensione tra il mondo dal quale trae origine e quello che non può esimersi dal confrontarsi quotidianamente con esso. Se ciò non avverrà, sappiamo già quale dei due, alla distanza, è destinato a soccombere. 77


Risk

GLI INDIANA JONES COL TRICOLORE

Alla scoperta degli “esploratori perduti” una storia poco conosciuta delle missioni italiane sui quattro continenti di Giancristiano Desiderio orreva l’anno 1876, il giorno 7 luglio volgeva al suo termine, caldo, infuocato; l’aria era calma, il mare tranquillo; sul tardi profittando degli ultimi raggi del sole leggermente sospinta dalla brezza vespertina, una bianca vela usciva dal porto di Genova e con destinazione al largo s’allontanava. La stella bianca in campo azzurro sventolava sulla svelta alberata ed i colori nazionali erano alzati a picco. Al crepuscolo sottentrò la notte ammantando ogni cosa nelle tenebre e la bianca vela pur essa poco a poco disparve nell’oscurità». Dal giornale di bordo di Enrico Alberto d’Albertis. E qui il luogo manzoniano ci sta tutto: Enrico Alberto d’Albertis, chi era costui? Va letto il libro di Stefano Mazzotti, Esploratori perduti, edito da Codice edizioni. La storia che si racconta, ricca di notizie, informazioni, spedizioni, volti, vite, morti, fedi, dei, fotografie, mondi altri, è una storia italiana poco nota, senz’altro trascurata. I suoi elementi sono l’esotismo, lo spirito d’avventura, la sete di conoscenza e atmosfere che ricordano i romanzi di Emilio Salgari. Ma naturalmente anche lo spirito di conquista e di affermazione della giovane o nuova Italia. A cavallo tra Ottocento e Novecento, in piena epoca coloniale, le zone più selvagge e inesplorate dei cinque continenti – Corno d’Africa, Borneo, Lapponia, Amazzonia, Alaska e Siberia – vennero attraversate da coraggiosi scienziati italiani che dedicarono la loro vita allo studio delle biodiversità della Terra. Sono uomini e personaggi poco conosciuti dal grande pubblico, che oltre ad aver vissuto vite straordinarie hanno dato un contributo fondamentale allo sviluppo delle discipline scientifiche allora emergenti. Esploratori perduti, appunto. Il libro di Stefano Mazziotti – a sua volta curatore della sezione di zoologia dei vertebrati del Museo civico di Storia naturale di Ferrara – recupera gli «esploratori perduti» le cui avventure sono tutte ac-

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comunate «da uno spirito di conoscenza ed esplorazione, da una curiosità che li rendeva irrequieti in patria e formidabili perlustratori e raccoglitori di nuove conoscenze, nelle “terre incognite” di un pianeta ancora tutto da scoprire». E allora rispondiamo alla domanda: Enrico Alberto d’Albertis nacque a Voltri in Liguria il 23 marzo 1846. Fu il perfetto esempio di uomo d’avventura dell’Ottocento: viaggiatore, scrittore, naturalista curioso, affascinato dalla grande varietà delle forme di vita che osservava durante i suoi molteplici viaggi in giro per il mondo, si inserì in modo esemplare nella vicenda culturale e scientifica dell’Italia di fine XIX secolo. Una curiosità tra le curiosità: durante il suo ultimo viaggio portò via con sé da Calcutta una giovane tigre che teneva libera a bordo come fosse un cane. Al suo ritorno la regalò al suo amico Doria, che l’allevò in un recinto del giardino della sua villa per 17 anni. Ma l’impresa che rese celebre d’Albertis è un’altra: nel 1891, l’anno prima dei quattrocento anni della scoperta dell’America da parte di un altro famoso genovese, con lo yacht Corsaro che si era fatto costruire per l’avventura, ripercorse la rotta di Cristoforo Colombo per raggiungere l’America centrale. In 27 giorni di navigazione, servendosi della stessa strumentazione utilizzata da Colombo, raggiunse le coste di San Salvador. Il nuovo Colombo visse fino al 1932 a Montegalletto nei pressi di Genova e al comune donò il suo castello con tutte le collezioni, con il desiderio che alla sua scomparsa diventasse un museo. Oggi Castello d’Albertis è il Museo delle culture del mondo. Ai modelli di navi, strumenti e carte nautiche, numerosissime lastre fotografiche d’epoca, meridiane collezionate per tutta la vita da Enrico d’Albertis, reperti etnologici e archeologici, una cospicua biblioteca e centinaia di disegni, raccolti dal capitano durante gli innumerevoli viaggi attorno al mondo, si aggiungono le collezioni del cugino Luigi Maria, primo esploratore del fiume Fly, in Nuova Guinea. Gli ispiratori di cose di


libreria questo tipo sono Charles Darwin e Alfred Russel Wallace. L’opera di Darwin, in particolare, darà all’Occidente un nuovo modo di vedere sia l’uomo sia la Terra. Nella seconda metà del secolo anche in Italia uomini non comuni intrapresero «viaggi straordinari in continenti inesplorati: Orazio Antinori in Eritrea ed Etiopia, Odoardo Beccari nel Borneo, Elio Modigliani a Sumatra, Luigi Robecchi Brichett in Somalia, Luigi Maria d’Albertis in Nuova Guinea, Filippo de Filippi nel Caucaso e nell’Himalaya, Giacomo Bove in Patagonia, Leonardo Fea in Birmania. Nessuno di questi dovette conoscere la frase del filosofo Pascal che ripeteva, più o meno: i guai dell’umanità si devono al fatto che l’uomo non sa stare nella sua stanza di casa. E nella vita degli esploratori c’era un’inquietudine di fondo, ma la loro vita non fu solo avventura, scoperta e meraviglia bensì privazioni fisiche, malattie, incidenti, ostilità, violenze. Pochi sopravvissero indenni alla loro sete d’avventura, e chi non trovò una fine violenta non scampò a lungo alla malaria, alla dissenteria, alle febbri e, spesso, «all’incapacità di tornare al ‘normale’ stile di vita europeo». Non seppero stare e vivere nella stanza di casa né prima né dopo i loro viaggi avventurosi. Non tutti si mossero perché spinti o suggestionati dalla rivoluzione darwiniana. Grande importanza nelle esplorazioni ebbero i missionari. Nel sistema coloniale dell’Ottocento la figura dell’esploratore, consapevole o inconsapevole che fosse, fu importante, spesso decisiva. Gli esploratori furono dei pionieri che giungevano prima dei governi e contribuirono alla divisione dei territori e dei commerci. Così fu senz’altro per l’Italia. Il primo dei pionieri italiani

fu Giuseppe Sapeto: percorse le rive del Mar Rosso, nel 1837 si stabilì ad Adua, scrisse alcune opere sull’Eritrea e l’Abissinia, e nel 1869 fu l’artefice dell’acquisto per conto della compagnia di navigazione Rubattino della baia di Assab che acquistava, di fatto, con il benestare e il supporto del governo italiano. Sapeto è tante cose insieme: missionario, geografo, naturalista, archeologo, etnologo, glottologo e «gran saccheggiatore di reperti sacri delle chiese e dei conventi copti». Quindi è la volta di Guglielmo Massaja, altra figura straordinaria di religioso, medico, missionario, avventuriero, traduttore. Ma qui interessa sottolineare che Massaja svolse il ruolo di vero e proprio punto di riferimento per le prima spedizioni diplomatiche e scientifiche degli italiani nell’Africa centro-orientale. Il valore politico del missionario crebbe a tal punto da farlo diventare consigliere di Menelik, re dello Scioia, ed essere considerato uno dei fondatori di Addis Abeba, capitale dell’Etiopia dal 1889. Anche Giovanni Giacinto Stella è un fondatore di colonie in terra d’Africa. Anche lui sacerdote, legato d’amicizia a Sapeto, cercò contatti con Cavour perché lo sapeva interessato alle espansioni sulle coste africane. Entrò in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche, convisse con un’indigena, smise l’abito talare e nel «paese dei bogos» fondò la sua colonia che non ebbe però vita lunga. Diversa, invece, la storia di Daniele Comboni che si adoperò per l’abolizione della schiavitù e fondò l’istituto dei missionari poi detti padri comboniani. Un’esplorazione tra gli «esploratori perduti» che ha il senso della ri-scoperta e dell’attualità in un mondo globale e pur diverso.

STEFANO MAZZOTTI Esploratori perduti Codice edizioni pagine 239 • euro 16 La storia che si racconta, ricca di notizie, informazioni, spedizioni, volti, vite, morti, fedi, dei, fotografie, mondi altri, è una storia italiana poco nota, senz’altro trascurata. I suoi elementi sono l’esotismo, lo spirito d’avventura, la sete di conoscenza e atmosfere che ricordano i romanzi di Emilio Salgari. Ma naturalmente anche lo spirito di conquista e di affermazione della giovane o nuova Italia. A cavallo tra Ottocento e Novecento, in piena epoca coloniale, le zone più selvagge e inesplorate dei cinque continenti – Corno d’Africa, Borneo, Lapponia, Amazzonia, Alaska e Siberia – vennero attraversate da coraggiosi scienziati italiani che dedicarono la loro vita allo studio delle biodiversità della Terra. Sono uomini e personaggi poco conosciuti dal grande pubblico, che oltre ad aver vissuto vite straordinarie hanno dato un contributo fondamentale allo sviluppo delle discipline scientifiche allora emergenti. Esploratori perduti, appunto

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del numero

MARIO ARPINO: generale, già capo di Stato Maggiore della Difesa JEAN PIERRE DARNIS: vicedirettore area Sicurezza e difesa, Istituto affari internazionali GIANCRISTIANO DESIDERIO: giornalista e scrittore, ha curato il libro La libertà della scuola di Luigi Einaudi e Salvatore Valitutti MARIA EGIZIA GATTAMORTA: analista internazionale, esperta di Africa e Mediterraneo RICCARDO GEFTER WONDRICH: esperto di America Latina VIRGILIO ILARI: già docente di Storia delle Istituzioni militari all’Università Cattolica di Milano ALESSANDRO MARRONE: ricercatore presso lo Iai - Istituto affari internazionali nell’Area Sicurezza e Difesa LUCIA MARTA: ricercatrice settore Aerospazio presso Foundation pour la recherche strategique, Parigi ANDREA NATIVI: analista militare e giornalista ANTONIO PICASSO: giornalista e scrittore. Autore di Il Medio Oriente Cristiano ENRICO SAGGESE: presidente Agenzia spaziale italiana NICOLÒ SARTORI: ricercatore Iai ALBERTO TRABALLESI: generale, esperto presso l’ufficio del consigliere militare della presidenza del Consiglio ANNA VECLANI: assistente ricercatrice Iai

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