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Pietro Batacchi

Roberto Cajati

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L’ALTRA AFRICA

Mario Arpino

2010

maggio-giugno

numero 57 anno XI euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Il deserto delle speranze

Pierre Chiartano

Corruzione, fuga di capitali, poca governance e boom demografico CARLO JEAN

Howard W. French

L’ALTRA AFRICA

Egizia Gattamorta

Riccardo Gefter Wondrich

Virgilio Ilari

Carlo Jean

Non solo una terra di miniere

Valérie Miranda

L’economia non decolla, ma qualche virtuoso c’è. Come il Botswana ROBERTO CAJATI

Neocolonialismo in salsa cinese

Alessandro Marrone

Michele Nones

Guazzabuglio Africom

Marta Ottaviani

Emanuele Ottolenghi

Nicoletta Pirozzi

Maurizio Stefanini

RISK MAGGIO-GIUGNO 2010

Andrea Nativi

Sotto l’egida “infrastrutture per risorse” Pechino scala il Continente, ma non l’aiuta HOWARD W. FRENCH

Comando in Germania, Esercito a Vicenza e Marina a Napoli: per gli Usa non è facile ANDREA NATIVI

Il business dei pasdaran Emanuele Ottolenghi

La rock star del Medioriente Marta Ottaviani

• quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia •


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5-05-2010

15:00

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risk

57

quaderni di geostrategia

DOSSIER

S

O

M

M

A

SCACCHIERE

Il deserto delle speranze

Unione Europea

Carlo Jean

Alessandro Marrone

R

I

O

L’Unione africana e la speranza Nepad

America Latina

Valérie Miranda

Riccardo Gefter Wondrich

Non solo una terra di miniere

Africa

Roberto Cajati

Maria Egizia Gattamorta

Neocolonialismo in salsa cinese

pagine 64/67

Howard W. French

Un continente di conquista Nicoletta Pirozzi

LA STORIA

Virgilio Ilari

Tutte le guerre dimenticate

pagine 68/73

Maurizio Stafanini

Guazzabuglio Africom Andrea Nativi

Il fallimento dei caschi blu

LIBRERIA

Pietro Batacchi

Mario Arpino Pierre Chiartano

pagine 5/51

pagine 74/79

Editoriali

Michele Nones Stranamore pagine 52/53

SCENARI

DIRETTORE Andrea Nativi •

Il business dei pasdaran Emanuele Ottolenghi

La rock star del Medioriente Marta Ottaviani pagine 54/63

CAPOREDATTORE Luisa Arezzo COMITATO SCIENTIFICO Michele Nones (Presidente) Ferdinando Adornato Mario Arpino Enzo Benigni Vincenzo Camporini Amedeo Caporaletti Carlo Finizio Pier Francesco Guarguaglini

Virgilio Ilari Carlo Jean Alessandro Minuto Rizzo Remo Pertica Luigi Ramponi Stefano Silvestri Guido Venturoni Giorgio Zappa

RUBRICHE Arpino, Incisa di Camerana, Chiartano, Ilari, J. Smith, Gattamorta, Gefter Wondrich, Marrone, Ottolenghi, Tani

REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 283 DEL 23 GIUGNO 2000 Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni

Editore Filadelfia, società cooperativa di giornalisti, via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Redazione via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Tel 06/6796559 Fax 06/6991529 email segreteria.risk@gmail.com Amministrazione Cinzia Rotondi Abbonamenti 40 euro l’anno Stampa Centro Rotoweb s.r.l. via Tazio Nuvolari, 3-16 - 00011 - Tivoli Terme (Rm) Distribuzione Parrini s.p.a. - via Vitorchiano, 81 00189 Roma


L’ALTRA AFRICA Ogni anno, in occasione dei G8 e dei G20 si parla di Africa, poi tutto viene dimenticato. In questo 2010, però, l’attenzione riservata al Continente Nero è stata fagocitata dai mondiali di calcio sudafricani. E adesso, spente le luci degli stadi, il tema è già diventato, come dire, indigesto. Soprattutto se si vuole parlare dell’Altra Africa: non quella che ha brillato a Johannesburg (a cui abbiamo già dedicato un intero numero di Risk) né tantomeno quella che si affaccia sul Mediterraneo, la più vicina all’Italia e dunque più navigata dai media (anche in questo caso abbiamo già pubblicato un numero monografico di Risk), bensì quella centrale e subsahariana, dilaniata da conflitti, corruzione e malattie. ma anche terra di opportunità e investimenti. A dir il vero, più stranieri che nazionali. La speranza è che si metta in moto un motore virtuoso, che però, in assenza di una sana governance, è ancora spento. Ne scrivono: Batacchi, Cajati, French, Jean, Miranda, Nativi, Pirozzi e Stefanini


D

ossier

NESSUNA GOVERNANCE, CORRUZIONE, FUGA DI CAPITALI, BOOM DEMOGRAFICO

IL DESERTO DELLE SPERANZE DI

L’

CARLO JEAN

Africa sub-sahariana, detta anche “Africa nera” per distinguerla da quella “bianca” settentrionale, è la regione situata a Sud del deserto del Sahara. È raccordata ad esso dal Sahel, che significa “la spiaggia” su cui termina il mare di sabbia. Solo la vallata del Nilo mette in comunicazione l’Africa sub-sahariana con il Mediterraneo. Il deserto non ha però mai costituito una barriera

• invalicabile. È stato percorso sin dall’antichità da vie carovaniere che si appoggiavano alle catene di oasi. A Sud confina con l’Africa Australe, spesso inclusa nell’Africa sub-sahariana, poiché molti degli Stati, che ne fanno parte, interagiscono strettamente con il Sud Africa, dal Mozambico all’Angola e dalla Zambia allo Zimbabwe. Inoltre, l’influenza geopolitica del Sud Africa si estende anche più a Nord, grazie soprattutto al prestigio di cui gode l’ex presidente Mandela e all’efficienza delle sue Forze Armate. Spesso si attribuiscono le difficoltà dell’Africa alla frammentazione derivata dal fatto che i confini amministrativi furono trasformati in politici all’atto della decolonizzazione. Ma non è la frammentazione ad ostacolarne lo sviluppo. È l’inefficiente e corrotta governance e l’assenza del rapporto Stato-società. L’Africa sub-sahariana possiede talune caratteristiche comuni: la crescita demografica, la ricchezza mineraria, la povertà, l’instabilità geopolitica, il prevalere dei conflitti interni e di secessione su quelli fra gli Stati, l’abnorme incidenza di malattie come l’Aids. Negli ultimi cinquant’anni, due soli conflitti sono scoppiati fra Stati: quello, negli anni 1990, fra l’Eritrea e l’Etiopia, che è stato un conflitto di secessione, e quello fra Tanzania ed

Uganda nel 1970. Gli Stati dell’Africa sub-sahariana sono pseudo-Stati. Non sono riusciti a creare una nazione o un’identità comune. Sono divisi in etnie, tribù e clan spesso in competizione fra loro, per impossessarsi delle risorse. Non sono stati creati dagli africani, ma dalle potenze europee, le cui colonie in Africa sub-sahariana non sono state di popolamento, come nelle Americhe, ma di sfruttamento. Inoltre, gli insediamenti europei erano rimasti prevalentemente limitati alle regioni costiere. I confini sono stati tracciati indipendentemente da ogni considerazione etnica e culturale, secondo le regole definite nella conferenza di Berlino del 1884-85. E lo sfruttamento continua da parte delle élites africane, che hanno inteso la sovranità come occasione di arricchimento e che trasferiscono all’estero da 20 a 40 miliardi di dollari all’anno. Dopo la decolonizzazione – in parte promossa da élites formatesi nelle università europee, ma spesso sostenute dall’Urss, oppure selezionate dalle stesse potenze coloniali - l’Africa fu vittima, durante la guerra fredda, della lotta per l’influenza fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Le vecchie potenze coloniali europee cercavano dal canto loro di proteggere i loro connazionali e gli interessi delle compagnie minerarie. Per far questo, 5


Risk

Gli Stati dell’Africa sub-sahariana sono pseudo-Stati. Non sono riusciti a creare una nazione o un’identità comune. Sono divisi in etnie, tribù e clan spesso in competizione fra loro, per impossessarsi delle risorse. Non sono stati creati dagli africani, ma dalle potenze europee, le cui colonie in Africa sub-sahariana non sono state di popolamento, come nelle Americhe, ma di sfruttamento provocavano anche guerre civili e secessioni, sostenendo una fazione contro le altre e ricorrendo anche a mercenari ed a compagnie militari private. L’Urss, dal canto suo, impiegò in Africa decine di migliaia di soldati cubani. I conflitti sono tuttora endemici e molto sanguinosi. Hanno bloccato lo sviluppo, reso complessa e costosa la valorizzazione delle risorse naturali e provocato milioni di rifugiati, raccolti in campi da cui le bande armate reclutano i loro componenti, che spesso sono bambinisoldato. L’Africa sub-sahariana non è unitaria. È molto differenziata fra le sue varie regioni geopolitiche: il Sahel a Nord, l’Africa Occidentale, l’Africa Centrale, la Regione di Grandi Laghi, l’Africa Orientale ed il Corno d’Africa. Dopo quarant’anni dall’indipendenza, l’Africa ha conosciuto nel primo decennio del XXI secolo una certa crescita economica, dovuta soprattutto alla competizione fra Cina, Stati Uniti ed Europa - a cui recentemente si è aggiunta l’India - per accaparrarsi le sue materie prime, il cui prezzo era salito notevolmente. Gli investimenti cinesi, europei ed americani e l’alto prezzo delle commodities hanno consentito, dal 2000 alla crisi mon6

diale del 2008, un aumento del Pil medio dell’intero subcontinente del 4-5% all’anno. Aspenia - registrando tale fatto - ha denominato l’Africa continente “grigio”, anziché “nero”. Ma le condizioni per lo sviluppo e la stabilizzazione dell’area sono ancora tutte da inventare. Il potenziale che l’Africa sub-sahariana potrebbe esprimere è utilizzato solo in minima parte, soprattutto per la debolezza delle istituzioni, la corruzione, l’instabilità etnica e tribale e la fuga di capitali e di cervelli all’estero, a cui si è aggiunta la riduzione dell’entità degli aiuti occidentali e l’aumento del prezzo dei generi alimentari e del petrolio, l’esplosione della popolazione e le pandemie che devastano il continente. Tutto ciò ha reso drammatica la situazione in molti Stati. Il collasso degli Stati africani rappresenta una sfida globale. Esiste, infatti, il rischio di contagio nei continenti limitrofi e l’incertezza dei rifornimenti di commodities essenziali. Nel continente, agiscono molte Ong umanitarie, religiose e non, spesso attirate da un senso di colpa collettivo degli europei nei riguardi dello schiavismo e del passato coloniale dell’Europa. La loro azione è stata stigmatizzata da Bernard Kouchner - fondatore dei “Medici senza frontiere” ed attuale ministro degli Esteri francese – perché ha contribuito ad aumentare l’instabilità. Molte Ong hanno finanziato le bande armate per garantirsi la loro protezione. Spesso hanno deresponsabilizzato le élites locali, provvedendo ai bisogni fondamentali della popolazione. Gli aiuti farmaceutici e sanitari hanno poi rotto la connessione fra crescita demografica ed economica, creando una “bomba demografica” che – oltre ad aumentare i conflitti interni ed accrescere la dipendenza da potenze straniere – potrebbe coinvolgere l’Europa. Sotto il profilo della sicurezza globale, dal Corno d’Africa alla zona dei Grandi Laghi e al Congo nord-orientale, per prolungarsi fino al Sudan meridionale e al Darfur, i conflitti sono endemici ed impediscono la crescita, eccetto quella demografica, stimolata anche dagli aiuti in campo sanitario che i paesi africani ricevono dalla comunità internazionale. Inoltre, sia in Somalia, Eritrea e Sudan sia in Nigeria e nella sezione nord-orientale del Sahel - dalla Mauritania al Mali - preoccupante è la penetrazione del radicalismo


dossier islamico. Osama bin-Laden ha indicato nella Nigeria il paese nel quale si deciderà la lotta fra l’Islam e la Cristianità. E la Nigeria, divisa fra musulmani al Nord e cristiani ed animisti a Sud, gioca già un ruolo importante nel mercato energetico. Taluni esperti valutano che i disordini del Delta del Niger abbiano causato nel 2008 un aumento del 20% del prezzo del greggio. A nordovest, nel Sahel, il radicalismo islamico locale è collegato con l’Aqim (al-Qaeda in the Islamic Maghreb) ed è sostenuto dal Sudan; e quello del Corno d’Africa, in Somalia ed Eritrea, con l’Aqap (al-Qaeda in the Arabic Peninsula). Egitto, Etiopia e Nigeria sono gli Stati con forti minoranze cristiane in lotta contro l’Islam. In essi, sono particolarmente attive le missioni evangeliche, considerate dalle popolazioni musulmane una “quinta colonna” di Washington. In Africa vivevano 200 milioni di persone nel 1950. Oggi hanno raggiunto il miliardo e sfioreranno i due nel 2050. L’Africa registrerà, quindi, nei prossimi quarant’anni quasi la metà dell’aumento mondiale della popolazione. Nigeria, Congo, Uganda ed Etiopia – tutti Stati sub-sahariani – sono tra i dieci paesi che, nei prossimi quarant’anni, registreranno il più consistente aumento della popolazione. La crescita è concentrata soprattutto nell’Africa sub-sahariana, dato che in quella settentrionale si è quasi raggiunta la “soglia della transizione demografica”, con la diminuzione del numero di figli per donna da 6-7 a 2-2,5. Il peso demografico dell’Africa nel mondo sta aumentando rapidamente. Era del 8,8% nel 1950; ha superato il 15% nel 2010; raggiungerà il 21,7% nel 2050. Sotto il profilo demografico è agli antipodi dell’Europa che, dopo aver popolato nel XVIII e XIX secolo le Americhe e l’Australia, rappresentava nel 1950 ancora il 21,6% della popolazione mondiale, sceso al 10,6% nel 2010 e che calerà ancora al 7,2% nel 2050. Inoltre, la popolazione europea sta invecchiando, mentre quella africana è la più giovane del mondo. Tali divari demografici non incidono se non indirettamente sulla sicurezza dell’Europa. La potenza militare dipende dalla tecnologia, non dalla demografia. Esiste però il rischio di un aumento dell’instabilità interna

africana, di difficoltà per i rifornimenti energetici e di materie prime e di immigrazioni che, per motivi umanitari, l’Europa non può bloccare. La differenza dell’età mediana fra le popolazioni africane ed europee illustra come il divario con l’Europa sta aumentando drammaticamente. Nel 2005 erano rispettivamente di 38,9 anni per l’Europa e di 18 per l’Africa sub-sahariana. Nel 2050 si prevede che l���età mediana sia per l’Europa di 47,3 anni e per l’Africa sub-sahariana di 26. Anziché verificarsi una convergenza, come fra gli Usa e l’Asia Orientale, il divario aumenta. Dato che la popolazione giovane è più aggressiva di quella anziana e che i mezzi d’informazione di massa raggiungono buona parte dell’Africa, è prevedibile che aumentino delle tendenze ad immigrare verso Nord. Esse non potranno essere contrastate né dal deserto né dai paesi dell’Africa Bianca, sempre più integrati nell’Ue e con una demografia meno dinamica. Si determineranno altri sanguinosi conflitti. Essi freneranno la crescita, aumenteranno le spinte immigratorie, soprattutto delle classi medie, di cui l’Africa ha peraltro un bisogno disperato per svilupparsi e stabilizzarsi.

Per quanto riguarda le materie prime rare, che solo l’Africa può fornire, sarebbe necessaria una strategia nazionale - possibilmente concordata in ambito europeo - per garantirne ai nostri paesi l’approvvigionamento. Occorrerebbe effettuare investimenti mirati a lungo termine per garantire l’utilizzazione delle risorse africane ed evitarne l’accaparramento da parte dei cinesi, indiani ed americani. Tali accordi dovrebbero costituire parte integrante degli aiuti allo sviluppo concessi dall’Europa all’Africa e dovrebbero includere predisposizioni anche militari per garantirne il rispetto. Il continente più interessato a farlo sarebbe l’Europa. Ma, a parte le sue divisioni politiche e debolezze militari, gli interessi materiali immediati dell’Europa in Africa stanno diminuendo ed il costo per realizzarli sta salendo. La minaccia di emigrazioni massicce, di pandemie e dell’interruzione dei rifornimenti minerari è troppo a lungo termine per essere presa in carico dalla politica dei paesi democratici, che stanno dibattendosi per superare 7


Risk la crisi del 2008-9. Gli Stati europei, intervenendo in Africa, temono poi di assumersi l’onere di provvedere alla sicurezza degli investimenti cinesi ed americani e di imbarcarsi in avventure impopolari e senza speranza. Gli interventi sono attualmente giustificati solo quando sono finalizzati a salvaguardare connazionali in pericolo, come è avvenuto per l’intervento dell’Ue a guida francese a Kolwesi nel Congo ex-belga, oppure le operazioni umanitarie in cui sono coinvolte Ong con forte appeal elettorale. Parlare di interventi per salvaguardare interessi economici (eccetto contro la pirateria) suscita un pandemonio simile a quello che ha costretto alle dimissioni il presidente della Germania per talune dichiarazioni rilasciate durante un suo viaggio in Afghanistan. Egli aveva affermato che le truppe tedesche difendevano in quel paese anche interessi economici. Apriti cielo! È stato accusato di neocolonialismo. Per uno scherzo del destino, qualche giorno dopo, l’Agenzia federale mineraria Usa ha affermato che l’Afghanistan possiede risorse minerarie per almeno un trilione di dollari! I tentativi di stabilizzare i vari Stati africani - con operazioni di peacekeeping, con aiuti allo sviluppo e, soprattutto, con il miglioramento della governance - incontrano difficoltà. Che sembrano insormontabili anche nel medio periodo. Dopo il ritiro dalla Somalia, nel 1994, nessuno vuole più impegnarsi a fondo. Anche se l’Onu dedica all’Africa 5 dei 7 miliardi stanziati complessivamente per le operazioni di pace, le esigenze africane sono solo parzialmente soddisfatte. Il recente rapporto sulla Pesc e Pesd dell’Istituto Studi di Sicurezza dell’Ue non menziona neppure l’eventualità di interventi si stabilizzazione nell’Africa Sub sahariana, limitandosi ai paesi della sponda Sud del Mediterraneo.

Per quanto concerne

il miglioramento della governance, le pressioni sui governi africani esercitabili dai governi europei sono limitate non solo dal senso di colpa per il loro colonialismo, ma anche dal fatto che i cinesi, non facendo “prediche” sulla democrazia e sui diritti umani, ottengono facilitazioni dai governi, spesso a danno delle imprese europee ed americane. La propo8

sta di troncare gli aiuti e le relazioni diplomatiche e di espellere dalle istituzioni internazionali gli Stati africani con i peggiori standard di governance – formulata sull’International Herald Tribune del 15 giugno da Pierre Eglebert nell’articolo Remaking Africa – è del tutto irrealistica. Potrebbe anzi peggiorare la situazione. I “signori della guerra” e le loro bande potrebbero provocare secessioni, impadronendosi delle regioni più ricche di risorse minerarie. Tale rischio è aumentato a seguito dei mutamenti verificatisi in tutto il mondo nel finanziamento delle guerre civili dopo la fine della guerra fredda. Esse non sono più sostenute dagli Usa o dall’Urss, ma si alimentano saccheggiando le risorse naturali e taglieggiando le popolazioni. Inoltre, se si adottasse tale mezzo di pressione, si rinuncerebbe all’utilizzazione delle organizzazioni regionali africane e, soprattutto, dell’Unione Africana, che male o bene, esprimono una certa capacità di contenimento dei conflitti. Basta esaminare le conclusioni del rapporto commissionato dall’Onu a Romano Prodi, su come migliorare gli interventi di peacekeeping e gli aiuti allo sviluppo in Africa, per rendersi conto di come la situazione sia critica. Essa è connessa anche con il fatto che, se gli Usa hanno costituito Africom e si appoggiano a potenze regionali come l’Etiopia e l’Uganda, la Cina mantiene un profilo molto più basso, anche per il timore di essere accusata di voler ri-colonizzare l’Africa per potersi impadronire delle sue ricchezze minerarie. Lo fa in realtà anche perché europei ed americani le “tolgono le castagne dal fuoco”, proteggendo i suoi investimenti, come d’altronde si verifica in Afghanistan. Per la Cina, oltre che continente di espansione geopolitica, l’Africa è un promettente mercato. La Cina ha in Africa 2-300.000 tecnici, mentre un terzo degli studenti stranieri nelle università cinesi è africano. Particolarmente importanti sono le ricchezze petrolifere del Golfo di Guinea, dalla Nigeria all’Angola, che potrebbero soddisfare il 25-30% del fabbisogno mondiale, rispetto al 12% attuale. Gli Usa, anche per affrancarsi dalla dipendenza dai paesi del Golfo, stanno aumentando le loro importazioni di petrolio dall’Africa. La Cina ne importa però già il 25% delle


dossier proprie esigenze, seguita a ruota dal Giappone. Il petrolio del Golfo di Guinea è particolarmente pregiato sul mercato mondiale per il suo ridotto contenuto di zolfo, che ne riduce i costi di raffinazione. La già grave instabilità dell’intera Africa sub-sahariana sembra destinata ad aggravarsi, con pesanti conseguenze sulle prospettive di sviluppo del continente. Spesso i leader africani, per giustificarsi di fronte all’opinione pubblica internazionale - di quella interna non si curano più di quel tanto, poiché mantengono il loro potere con la forza - attribuiscono la responsabilità di tutti i mali dei loro paesi alla tratta degli schiavi prima, ed al colonialismo europeo, poi. Bene ha fatto il presidente Barack Obama, nel suo discorso in Ghana, ad invitare i responsabili africani a non piangersi addosso, ma a darsi da fare per migliorare le condizioni dei loro popoli. Le difficoltà dovute all’enorme aumento demografico sono rese più drammatiche dalla prospettiva di cambiamenti climatici. Essi potrebbero desertificare regioni oggi produttive ed originare carestie ancora più devastanti delle attuali. La crisi economica del mondo industrializzato ha inoltre diminuito sia l’entità degli aiuti allo sviluppo sia le possibilità d’interventi di stabilizzazione. I primi, ormai si limitano alle emergenze alimentari. Trascurano la crescita economica e la necessità dell’istruzione, per superare il cosiddetto digital divide con il resto del mondo. I problemi dell’Africa sub-sahariana non sono risolvibili senza un netto miglioramento della governance dei singoli Stati ed un aumento d’efficienza delle istituzioni regionali e subregionali. Qualche vantaggio potrebbe essere tratto da un maggiore coordinamento degli aiuti e da una minore competizione fra gli Stati avanzati negli interventi internazionali. Sarebbe necessario farlo almeno tra quelli dell’Ue (anche nell’ambito della Pesd) e quelli americani di Africom, che riguarda anche aspetti propri del soft power. Gli interventi esterni per la stabilizzazione dei vari paesi non possono essere solo militari, anche se la forza è talvolta indispensabile. Devono essere globali - di soft e hard power combinati nello smart power su cui spesso insiste il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton - che vanno volti, innanzitutto, a

In Africa vivevano 200 milioni di persone nel 1950. Oggi hanno raggiunto il miliardo e sfioreranno i due nel 2050. L’Africa registrerà, quindi, nei prossimi quarant’anni quasi la metà dell’aumento mondiale della popolazione. Nigeria, Congo, Uganda ed Etiopia, tutti stati sub-sahariani, sono tra i dieci paesi che, nel prossimo futuro, registreranno il più consistente aumento della popolazione bloccare i finanziamenti delle guerre civili che insanguinano il continente. Generalmente, esse sono “guerre dimenticate”, ignorate dai media occidentali, forse anche per non provocare richieste di intervento da parte delle opinioni pubbliche emozionate dalle immagini di fame e massacri. Ignorandoli, l’Occidente difende anche la propria buona coscienza! La crisi economica ha avuto conseguenze molto diverse nei vari paesi sub-sahariani. Ha riguardato soprattutto l’esportazione di risorse naturali, energetiche e minerarie. I paesi che le producono - e che sono i più ricchi hanno subito consistenti perdite. Il tasso di crescita è sceso complessivamente dal 5,4% nel 2008 all’1,7% nel 2009. Si è verificato altresì un deterioramento della bilancia dei pagamenti e del deficit di bilancio. Quelli meno sviluppati, che hanno un’economia basata su di un’agricoltura di sussistenza, hanno sofferto meno, anche perché non possono soffrire più di quanto già oggi subiscano. Danni sono derivati loro dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, conseguenti anche ai maggiori prezzi degli idrocarburi, essenziali anche per i 9


Risk concimi. Complessivamente, l’Africa ha però subito meno danni del mondo industrializzato. Il commercio ne ha risentito solo parzialmente, soprattutto per la rapida ripresa della Cina e per quella crescente dell’India e del Sud-Est asiatico.Sono da registrarsi anche taluni accordi che stimolano la cooperazione Sud-Sud, nonché gli sforzi dell’Unione Africana di sviluppare una “Architettura Africana di Pace e Sicurezza”, secondo i principi stabiliti dalla Risoluzione 1809 del Consiglio di Sicurezza. Essa comprenderà cinque comandi regionali e un sistema di early warning. Per ora rimane soprattutto una buona intenzione o, tutt’al più un progetto, date le sue carenze finanziarie e di capacità, nonché per la difficoltà di trovare un consenso politico. Lo impediscono la disomogeneità e le numerose tensioni esistenti fra gli Stati membri del’Unione Africana. L’Ue appoggia l’iniziativa con un programma denominato African Peace Facility che è un trust multidonors, dell’ammontare di 300 milioni di euro. Ma i risultati sono marginali. Quello che va registrato è il fatto che la penetrazione cinese sta erodendo l’accettazione da parte degli Stati africani del Washington Consensus (il benessere deve portare alla democrazia, alle liberalizzazioni e al libero mercato) e la sua sostituzione con il Bejing Consensus (di cui Pechino nega peraltro l’esistenza) e che permette la coesistenza di regimi autoritari con la liberalizzazione economica e l’apertura al commercio mondiale. Anche il Fmi ha preso atto di tale nuova situazione, adottando nella concessione dei suoi prestiti una maggiore flessibilità. Ma, come accennato, senza un netto miglioramento della governance dei vari Stati, i positivi impatti delle misure adottate per armonizzare a livello continentale il diritto commerciale, per sviluppare mercati finanziari regionali e per adeguare la politica degli aiuti allo sviluppo, saranno in gran parte vanificati. La valorizzazione delle risorse africane è ostacolata dalla carenza del sistema infrastrutturale. I massicci investimenti che stanno facendo i cinesi nel settore potranno migliorare la situazione. Non dovrebbero essere considerati dall’Europa una minaccia, ma un’opportunità di sviluppo locale. Quindi, di attenuazione delle potenziali ondate immigratorie verso Nord. 10


dossier

“AFRICA MUST UNITE” È IL LEIT MOTIV DELL’INTEGRAZIONE AFRICANA, MA È ANCORA UN SOGNO

L’UNIONE AFRICANA E LA SPERANZA NEPAD DI

T

VALÉRIE MIRANDA

ra le sfide principali che l’Africa ha dovuto affrontare agli inizi nel nuovo millennio c’era la creazione di un’organizzazione che rappresentasse l’intero continente nel nuovo panorama internazionale e che offrisse una “soluzione africana ai problemi africani” meglio di quanto fatto in passato. Con tali auspici, al Vertice di Durban (Sudafrica) del luglio 2002

è stata lanciata l’Unione Africana (Ua) che si è sostituita, raccogliendone la pesante eredità, all’Organizzazione per l’Unità Africana (Oua). L’Ua riunisce oggi tutti gli Stati africani, ad eccezione del Marocco che, già nel 1984, aveva abbandonato l’Oua per protesta contro l’ammissione, in qualità di Stato membro, della Repubblica araba democratica Saharawi (il Sahara occidentale), su cui il Marocco rivendica tuttora la sovranità. I fattori che avevano condotto nel 1963 alla creazione dell’Oua traevano origine essenzialmente dagli ideali panafricanisti, secondo cui gli Stati africani, soltanto se uniti, potevano uscire vincenti dalla dominazione coloniale e razzista e garantire standard di vita migliori alla popolazione. Gli obiettivi primari dell’Oua erano quindi l’integrazione del continente, la liberazione dal giogo coloniale e anche la lotta al regime di apartheid allora vigente in Sudafrica, ultimo avamposto della minoranza bianca. Se l’Oua è riuscita con successo a portare a compimento il processo di decolonizzazione, il suo operato è stato giudicato sostanzialmente fallimentare nel fornire una risposta ai problemi emersi nel continente all’indomani del colonialismo e nell’intervenire con fermezza nelle

gravi crisi politiche, economiche e di sicurezza che l’hanno colpito. L’Oua è stata certamente figlia del suo tempo, ma già a 15 anni dalla nascita erano evidenti i suoi limiti. Vittima dei contrasti e dei giochi di potere tra i suoi Stati membri, l’Organizzazione ha bloccato sul nascere qualsiasi evoluzione in senso sovranazionale, dando un’interpretazione stato-centrica della sua Carta istitutiva e arenandosi nel ruolo di “club di mutua preservazione”. Applicando rigidamente i principi di non-interferenza e di non-ingerenza negli affari interni di uno Stato, i suoi interessi principali erano infatti la protezione dei confini, dell’integrità territoriale e della sovranità dei suoi membri, chiudendo anche un occhio su alcuni dei peggiori dittatori dell’epoca, come Idi Amin Dada in Uganda, presidente dell’Oua dal 1975 al 1976, proprio negli anni del massacro contro la popolazione ugandese. Nei primi anni ‘90, la fine della guerra fredda, la globalizzazione e il maggiore disimpegno in Africa delle potenze occidentali hanno determinato la crescente marginalizzazione del continente nel panorama internazionale e hanno reso manifesta la debolezza strutturale dell’Oua. Nonostante il timido impegno nella preven11


Risk

L’Ua, dotata di una struttura in parte ispirata a quella dell’Unione Europea, con un’Assemblea dei capi di stato e di governo, una Commissione con funzioni di segretariato, un Consiglio Esecutivo, un Parlamento Panafricano e, ancora in costituzione, una Corte di giustizia e istituzioni finanziarie era, secondo i leader africani, lo strumento migliore per affrontare le sfide del nuovo millennio

Africana (Aec). Di impulso a questa trasformazione è stato anche il relativo successo dell’ondata di democratizzazione che ha investito il continente negli anni ‘90 e che, anche su pressione di una società civile più forte, richiedeva un’organizzazione maggiormente conforme ai principi di democrazia, trasparenza e responsabilità. La neonata Unione, dotata di una struttura in parte ispirata a quella dell’Unione Europea, con un’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo quale massimo organo decisionale, una Commissione con funzioni di segretariato, un Consiglio Esecutivo, un Parlamento Panafricano e, ancora in fase di costituzione, una Corte di giustizia e istituzioni finanziarie, era, secondo i leader africani, lo strumento migliore per affrontare le poliedriche sfide del nuovo millennio. Gli obiettivi e i principi della nuova Organizzazione, enunciati negli articoli 3 e 4 dell’Atto Costitutivo, rappresentano una sintesi delle due visioni che avevano animato il dibattito precedente alla sua nascita: il revival panafricanista, di cui si è fatto portavoce il leader libico Gheddafi, e il concetto di “Rinascita africana” dell’ex-presidente sudafricano Thabo Mbeki, secondo cui il rilancio zione e gestione dei conflitti, la cronica mancanza di dell’Africa poteva avvenire solo se il continente avesse risorse e il prevalere di politiche particolaristiche da preso in mano il proprio destino sfruttando al massimo parte dei singoli Stati membri hanno ostacolato l’opera- tutte le risorse umane e naturali disponibili. I principi to dell’Organizzazione. Inoltre, nel 1994, con la fine del dell’Ua, benché strettamente correlati, possono essere regime di apartheid e le prime elezioni multirazziali in per semplicità distinti in tre categorie: i principi tradiSudafrica era venuto meno il principale motivo di coe- zionali ereditati dall’Oua; le novità nel settore della sione tra i suoi Stati membri. L’Oua, incapace di pro- pace e della sicurezza; e quelli sulla promozione dello muovere adeguatamente lo sviluppo, la pace e la sicu- sviluppo economico e sociale, incluse le misure a favorezza nel continente, andava così incontro ad una crisi re della democrazia e del buon governo. ormai irreversibile. Per quanto riguarda il primo gruppo, non vi sono Richieste per riformare l’Oua e i suoi meccanismi di sostanziali differenze, almeno nei toni, rispetto ai prinintervento erano già state avanzate nel corso degli anni cipi che ispiravano l’Oua. Il riferimento chiave è sem‘80, ma, ad esclusione di modifiche minime, non ave- pre allo slogan Africa must unite che rievoca con più vano avuto grande seguito. La svolta è avvenuta con il vigore l’ideale pan-africanista rilanciato da Gheddafi. Summit straordinario di Sirte nel settembre 1999 quan- La principale novità rispetto al passato è il parziale do i Capi di Stato e di Governo africani hanno espresso abbandono di una visione stato-centrica a favore di una la volontà di istituire una nuova organizzazione, che riservi maggiore attenzione al popolo africano, che l’Unione Africana, tra l’altro già prevista dal Trattato di preveda un più ampio coinvolgimento della società Abuja del 1991 che aveva invece posto le basi per la civile e che favorisca la creazione di partnership tra il progressiva creazione della Comunità Economica governo e il mondo imprenditoriale. Per ora, tuttavia, 12


dossier tale obiettivo non sembra risultare prioritario: basti pensare che il Consiglio economico, sociale e culturale (Ecosocc), responsabile sulla carta dell’attuazione di questo principio, e il Parlamento panafricano (Pap) non dispongono ancora di pieni poteri e non hanno ancora un ruolo attivo nel rappresentare la voce del popolo africano nel processo decisionale. Maggiori potenzialità per l’effettivo superamento dei limiti dell’Organizzazione per l’Unità Africana sono, invece, insite nelle disposizioni sulla promozione della pace e della sicurezza, cui l’Ua ha riservato una crescente attenzione, ponendo le basi per una progressiva “securitizzazione” del progetto panafricano. Il punto cruciale di rottura con il passato è il superamento del divieto di ingerenza negli affari interni di uno stato membro. Primo caso nel mondo, l’articolo 4(h) autorizza, infatti, l’Unione ad intervenire in uno stato membro in caso di crimini di guerra o contro l’umanità e di genocidio, su decisione dell’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo. Inoltre, viene riconosciuta agli stati membri la facoltà di richiedere l’intervento dell’Ua per il ristabilimento della pace e della sicurezza nel proprio territorio (art. 4(j)). L’intervento dell’Unione sembra dunque trovare la sua ragion d’essere nella protezione della popolazione africana e dei suoi valori, istituzionalizzando così il principio della Responsibility to Protect (Responsabilità di Proteggere). Tuttavia, ancora una volta, la pratica non corrisponde alla teoria e ci sono dubbi sul riconoscimento in toto di tale principio, o almeno sulla sua attuazione. Di fronte a diverse crisi nel continente, l’Unione Africana ha avuto infatti reazioni piuttosto ambigue: emblematica è stata la gestione della crisi in Darfur tra il 2003 e il 2007 che, al contrario di quanto espresso sulla carta, testimonia la perdurante attenzione verso interessi di potere a discapito della “responsabilità di proteggere” la popolazione dalle sofferenze di cui è vittima. Dal punto di vista operativo, l’Ua ha avviato nel 2004 la costruzione di un’Architettura Africana di Pace e Sicurezza (Apsa), con al vertice un Consiglio di Pace e Sicurezza (ispirato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), organo decisionale per la prevenzione,

gestione e risoluzione dei conflitti, che lavora a stretto contatto con il Commissario alla pace e alla sicurezza e al suo Dipartimento, benché fortemente sottodimensionato. Il Consiglio si avvale di un Meccanismo di Pace e Sicurezza, comprendente un Comitato degli Stati Maggiori Africani Riuniti e una Forza Panafricana Permanente (African Standby Force, Asf) per missioni umanitarie e di mantenimento della pace. Quest’ultima dovrà essere schierabile nei dieci giorni successivi allo scoppio di una crisi e sarà composta da cinque brigate regionali (3.500-5.000 uomini ognuna), incardinate in altrettante organizzazioni sub-regionali. Il piano iniziale prevedeva la piena operatività dell’Asf entro il 2010. Tuttavia, considerati i notevoli ritardi subiti, tale scadenza non potrà essere rispettata. Completano l’Apsa un “Gruppo dei Saggi” (composto da cinque eminenti figure africane impegnate nella prevenzione dei conflitti), un Sistema di allerta rapida a livello continentale (ancora in fase di dispiegamento, con funzioni di monitoraggio e di allerta tempestiva su possibili conflitti) e un Fondo Speciale per la Pace per finanziare le operazioni di peacekeeping.

L’Unione Africana ha dato

segnali positivi rispetto all’Oua anche con riferimento alla promozione dello sviluppo economico e sociale del continente. Dal punto di vista economico, l’Atto Costitutivo dell’Ua ha tra i suoi obiettivi la promozione dello sviluppo sostenibile del continente, la maggiore integrazione delle economie africane e la loro piena partecipazione al sistema economico mondiale. Strumento dell’Unione in tal senso dovrebbe essere il Nepad (New Partnership for Africa’s Development – Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell’Africa), proposto da Thabo Mbeki come grande piano per la crescita economica del continente nel luglio 2001 nel pieno fermento della “Rinascita Africana”. Il partenariato rappresenta l’impegno dei leader africani per sradicare la povertà e promuovere uno sviluppo economico sostenibile, grazie soprattutto a maggiori investimenti esteri nei settori delle infrastrutture, dell’agricoltura, dell’educazione e della sanità. Per rendere più attrattivi gli investimenti in Africa, il 13


Risk Nepad riserva particolare attenzione alla stabilità politica e al buon governo dei paesi parte, tenuti in costante monitoraggio con strumenti quali l’African Peer Review Mechanism (Aprm). Nonostante l’entusiasmo con cui è stato lanciato, i risultati ottenuti sono stati finora piuttosto scarsi. Alcuni aspetti problematici sembrano essere l’eccessiva fiducia nei modelli macroeconomici di ispirazione neoliberista, l’insufficiente preoccupazione per le concrete esigenze di diffusione territoriale dello sviluppo, l’attenzione solo formale che i paesi ricchi hanno finora riservato al Piano e, infine, le difficoltà di conciliare fattori come la cultura, la religione e l’appartenenza etnica con le logiche di interesse tipiche dell’economia. Il Nepad, concepito come programma speciale dell’Oua prima e dell’Unione Africana poi, è stato integrato a pieno nelle strutture dell’Organizzazione solo recentemente. Nello scorso febbraio, durante l’ultimo Summit dell’Ua ad Addis Abeba, è stata infatti creata, all’interno dell’Unione, l’Agenzia per la Pianificazione e il Coordinamento del Nepad. Il suo mandato è facilitare e coordinare i programmi di sviluppo a livello regionale e continentale, reperire le risorse necessarie alla loro attuazione e procedere al loro monitoraggio e valutazione. La speranza è che la nuova Agenzia restituisca vigore ad un piano di grande lungimiranza (almeno sulla carta) e assicuri una maggiore coerenza con le altre iniziative regionali. Per quanto riguarda la componente sociale, il rispetto dei principi e delle istituzioni democratiche, della partecipazione popolare, del buon governo e i diritti umani, sono stati inseriti a pieno titolo nell’Atto Costitutivo dell’Unione. Vi è però il rischio che tutto ciò resti lettera morta. Se ci riferiamo, ad esempio, alla promozione della good governance, la forte condanna di alcuni colpi di stato (in Togo e in Mauritania nel 2005 e in Guinea nel 2008) non è stata confermata in altre occasioni, come nelle dibattute elezioni in Zimbabwe nel 2008, o nelle continue violazioni dei diritti umani sempre in Zimbabwe o in Darfur che sollevano molti interrogativi sulla capacità - o volontà - dell’Ua di garantire l’effettiva protezione di tali diritti in tutto il continente. Uno strumento certamente utile che l’Unione Africana 14

ha a sua disposizione per la promozione del buon governo è l’African Peer Review Mechanism, un meccanismo volontario di valutazione inter pares, creato nel 2002 e integrato al Nepad. Attraverso review periodiche e volontarie o su richiesta di altri stati parte, team di valutatori esterni verificano che i paesi membri diano concreta attuazione agli impegni assunti in materia di governance politica, economica, sociale e di sviluppo socio-economico. Al termine delle verifiche, è redatto un programma correttivo d’azione nazionale, al quale il paese dovrà dare effettivamente seguito con il coinvolgimento del più ampio numero di attori statali e non (associazioni di professionisti, unioni sindacali, giovani, donne, settore privato e comunità rurali). Nonostante le buone intenzioni, l’efficacia dell’Aprm è messa a rischio da due forti limiti: la volontarietà del Meccanismo (al momento, solo la metà degli Stati africani ha deciso di aderire) e l’assenza di penalità per lo stato che non adempia agli obblighi previsti.

Le previsioni sul futuro dell’Africa

sono influenzate da due tendenze agli antipodi: afro-pessimismo Vs. afro-ottimismo. Se i mali e le sfortune del continente sono ben noti, meno evidente è l’impegno delle istituzioni africane per invertire la rotta. L’Ua è un’organizzazione relativamente giovane e con obiettivi piuttosto ambiziosi: “una nuova organizzazione, nuovi ideali, nuovi obiettivi e nuovi leader” era lo slogan del 2002. Ne sono derivate aspettative piuttosto elevate che, nel breve-medio periodo, sono state in buona parte disattese. Difficilmente poteva essere altrimenti, viste le condizioni drammatiche di partenza. L’Unione Africana, riconoscendo l’interdipendenza tra sicurezza, buon governo (quindi stabilità) e sviluppo, si è impegnata in questi anni su tutti e tre i fronti, incontrando molti ostacoli che, combinati a scelte politiche spesso ambigue, se non contraddittorie, ne hanno limitato fortemente l’operato. Per quanto riguarda il settore della sicurezza, l’Apsa, lanciata solo nel 2004, è ancora in piena fase di sviluppo operativo e la sua costruzione risulta fortemente rallentata da carenze logistiche, di risorse umane e finanziarie. Quest’ultimo aspetto non è di poco conto,


dossier in quanto fa dipendere l’Ua dai contributi dei donatori esterni che tendono dunque a condizionarne l’attività, impedendo ulteriori progressi nell’ “africanizzazione” delle procedure di crisis management e conflict prevention. Altre difficoltà derivano anche da procedure di procurement piuttosto farraginose e da lungaggini burocratiche che complicano anche il coordinamento tra strutture e iniziative continentali e regionali. L’altro importante ambito di intervento dell’Unione Africana è la promozione della giustizia sociale e del buon governo. Si tratta certamente di un compito non facile che necessita di un notevole impegno a livello nazionale da parte degli stati membri, nei confronti dei quali, tuttavia, l’Ua non dispone al momento di forti strumenti di pressione. Per quanto riguarda la maggiore partecipazione popolare al processo di decisionmaking, un importante progresso sarebbe l’attribuzione di pieni poteri legislativi al Parlamento panafricano, i cui membri dovrebbero essere eletti a suffragio universale. L’up-grade del Pap da organo consultivo a organo decisionale doveva avvenire già nel 2009, ma, nonostante le continue richieste da parte dei diretti interessati, siamo ancora ad un nulla di fatto. Con riferimento al buon governo, l’Ua, tramite il Nepad e il suo Aprm, dispone di strumenti piuttosto validi. Tuttavia, il potere di coercizione del meccanismo è praticamente nullo: solo se diventasse obbligatorio, le aspettative a riguardo potrebbero essere soddisfatte. Oltre che nel settore della governance, il Nepad sembra rappresentare un buon punto di partenza anche in ambito economico, tallone d’Achille di quasi tutti gli Stati africani. Sebbene alcuni paesi abbiano registrato tassi di crescita sorprendentemente elevati fino al 2008 (una media per l’Africa di circa il 6%), la situazione è critica per la maggior parte di essi, soprattutto in seguito alla recente crisi internazionale. Pur apprezzando l’impegno e gli sforzi dei leader africani, il rischio che questi restino delle mere dichiarazioni di intenti è alto: è difficile infatti credere che un unico piano rivolto all’intero continente possa nel brevemedio termine risollevarne le sorti superando anche l’attuale congiuntura negativa mondiale. Un punto di

I principi dell’Ua, benché strettamente correlati, possono essere per semplicità distinti in tre categorie: i principi tradizionali ereditati dall’Oua; le novità nel settore della pace e della sicurezza e quelli sulla promozione dello sviluppo economico e sociale, incluse le misure a favore della democrazia e del buon governo forza del Nepad è tuttavia rappresentato dal “doppio cappello” governance – sviluppo economico che dovrebbe favorire un approccio integrato a due problematiche tra loro strettamente connesse e i cui risultati positivi non possono che rinforzarsi a vicenda. L’auspicio è che inoltre la creazione della nuova Agenzia per l’implementazione del partenariato, grazie al maggiore coordinamento con la Commissione e i suoi dipartimenti interessati, rappresenti un ulteriore progresso per l’integrazione delle componenti buon governo-sviluppo con quella della sicurezza. L’Unione Africana non sembra oggi in grado di offrire “soluzioni africane ai problemi africani”. Il ruolo e il contributo di attori esterni sono ancora indispensabili e il processo di ownership, intesa come la titolarità africana delle iniziative condotte in loco, ha speranze di successo solo nel lungo periodo. Perché ciò si realizzi è tuttavia fondamentale che l’Africa abbia una leadership, da molti definita “strategica”, che, insieme alla necessaria volontà politica, abbia una visione chiara e lungimirante del futuro e che proponga strategie efficaci per mobilitare le adeguate risorse umane, finanziarie, scientifiche e sociali. 15


Risk

L’ECONOMIA, SENZA UNA SANA GESTIONE, NON DECOLLA. MA QUALCHE VIRTUOSO C’È, COME IL BOTSWANA

NON SOLO UNA TERRA DI MINIERE DI •

N •

ROBERTO CAJATI

egli ultimi quattro o cinque anni la percezione dell’Africa da parte della business community internazionale e di una vasta schiera di osservatori sembra essere cambiata rispetto al pessimismo senza appello che ha dominato incontrastato fin dall’avvio dell’indipendenza. L’immagine del continente era costituita sostanzialmente da carestie,

governi corrotti, guerre civili elevatissima mortalità infantile ed epidemie. Oggi molti di questi mali continuano ad affliggere l’Africa; tuttavia vari indicatori mostrano alcuni parziali miglioramenti e, soprattutto, crescono i buoni esempi di paesi che, oltre a crescere a ritmi elevati, hanno saputo intervenire con decisione anche in ambito sociale e politico. Il numero dei conflitti interetnici è diminuito e la comunità degli Stati africani, rappresentata dall’Unione Africana, si sta dando una struttura in grado di intervenire per prevenire i conflitti e consentire un ritorno alla stabilità, laddove le guerre interetniche hanno lasciato una scia di lutti e devastazioni. La positiva percezione degli ultimi anni non è dunque il semplice risultato dell’osservazione degli indicatori di sviluppo economico. Questi, com’è noto, hanno mostrato a livello aggregato continentale segnali positivi. Nel periodo 2000-2008 il Pil africano (tenendo conto della parità di potere d’acquisto) è cresciuto annualmente del 4,9% contro una media mondiale del 3,8%, ed è cresciuto il doppio rispetto a quello degli anni ’80 e ’90. Gli investimenti diretti esteri (Ide) verso l’Africa hanno visto un incremento notevole negli ultimi 10 anni e si sono attestati nel 2008, prima della crisi finanziaria, 16

intorno agli 87 mld. di dollari, poco al di sotto di quelli verso la Cina ed il doppio di quelli diretti verso l’India. Anche gli indicatori sociali hanno segnato indiscutibili progressi, anche se non omogenei tra paese e paese. Secondo la Banca Mondiale i tassi di povertà sono comunque diminuiti mediamente in maniera significativa: la proporzione degli africani che vivono al di sotto di 1,25 $ al giorno si è ridotta dal 59% del 1996 al 50% del 2009. I pessimisti evidenziano che gran parte di queste performance sono il frutto del boom dei prezzi delle materie prime di cui l’Africa è ricchissima. Tuttavia i più attenti analisti, come la società di consulenza McKinsey, calcolano che la crescita africana sia dovuta soltanto per un terzo alle risorse naturali. Tali giudizi sono confermati dalla dottrina economica, che ha sempre evidenziato che i paesi produttori di materie prime e petrolio, a fronte di altissimi tassi di crescita del Pil nei periodi di boom dei prezzi delle commodities, hanno mediamente tassi di sviluppo inferiori nel medio lungo periodo, rispetto a paesi non altrettanto dotati di risorse naturali, ma che attuano buone politiche economiche. Le economie basate sulle industrie estrattive scontano infatti due fat-


dossier tori negativi: uno di tipo economico e l’altro di tipo politico. Il prmo, denominato Dutch Deseas, ha a che fare con l’apprezzamento abnorme dei tassi di cambio dovuto ai grandi flussi finanziari in entrata, che determina la penalizzazione degli altri settori dell’economia. Da un punto di vista politico la rendita petrolifera e mineraria tende a deresponsabilizzare le classi dirigenti e, in molti casi, le politiche economiche attuate sono del tutto inadeguate alle esigenze del paese. Senza infine contare i rischi di conflittualità interna per la spartizione delle risorse e le conseguenze i termini di stabilità politica. Corrette politiche economiche e una buona governance sono dunque fattori chiave dello sviluppo. Vi è oggi un largo consenso che su questi temi in Africa il clima politico e culturale ora è cambiato in meglio. Il presidente della Coca Cola Sudafrica, Bill Egbe in una recente intervista alla Cnn, spiegava che il consolidamento delle condizioni di base per uno sviluppo sostenibile in Africa è da ascrivere ai progressi della democrazia ed alla riduzione della corruzione. Due elementi che rientrano nella definizione di governance. Certo, se guardiamo all’Africa, la governance è ancora molto al di sotto degli standard dei paesi avanzati. Tuttavia in un’analisi dinamica i progressi fatti dal 1990 sono stati visibili e significativi, ed in alcuni settori, superiori ad altri paesi in via di sviluppo. Il tasso di miglioramento, per quanto riguarda ad esempio la stabilità politica, la diminuzione della violenza e l’efficacia con cui i cittadini si fanno sentire attraverso i media (incrementando così il controllo popolare sui governi) sono elementi che hanno segnato un netto progresso negli ultimi anni.

A ben vedere la governance

rappresenta l’anello mancante delle teorie dello sviluppo economico che indicavano tradizionalmente l’accumulazione del capitale o l’innovazione tecnologica, come i fattori primari anche nel continente africano. Tali teorie erano tuttavia il frutto dell’osservazione dello sviluppo economico in Europa o negli Stati Uniti, dove la capacità istituzionale, e quindi la governance era data per scontata. Nei paesi attualmente avanzati l’evoluzione che ha por-

La Nigeria, uno dei paesi più corrotti al mondo, anche a causa della sua ricchezza petrolifera e di gas naturale, ha mostrato che anche in un ambiente estremamente difficile è possibile reagire con qualche risultato. Questo paese è riuscito a passare dal 132° posto su 133 paesi nell’indice di corruzione (Cpi) di Transaprency International del 2003, al 121° posto su 180 tato alla democrazia e alla capacità di gestire in maniera più o meno efficace l’economia di mercato e creare le regole che gestiscono il rapporto tra governanti e cittadini, è stato il frutto di un’evoluzione secolare che ha visto tra i suoi elementi fondanti la rivoluzione protestante, l’illuminismo, la rivoluzione americana e quella francese e il positivismo, tutti elementi essenziali per la prima e la seconda rivoluzione industriale. Al momento dell’indipendenza gli Stati africani con tradizioni precoloniali arcaiche, si sono trovati a gestire una situazione senza sbocchi, con apparati debolissimi, con compagini sociali divise dai conflitti inter-etnici e con un capitale umano non adeguato a gestire un processo di modernizzazione, con il rischio di ripiombare nel caos tribale. Gli elementi che hanno consentito alla maggior parte degli Stati indipendenti di non frantumarsi, sono stati essenzialmente due: la creazione di stati autoritari (in gran parte di impostazione socialista o dirigista) e il massiccio afflusso di aiuti internazionali nella logica delle sfere di influenza della guerra fredda. La conse17


Risk guenza da un punto di vista economico è stata quella di creare un forte indebitamento dei paesi africani e di consentire una gestione economica del tutto inefficiente. Negli anni ’80, per affrontate la questione del debito e cercare di intervenire per favorire l’economia di mercato come motore di sviluppo, la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale, hanno imposto i controversi Programmi di aggiustamento strutturale. Se in molti casi questi hanno prodotto effetti negativi sul piano sociale, per via dei tagli draconiani della spesa pubblica, hanno altresì introdotto regole di buona politica economica per migliorare l’efficienza dei sistemi. Successivamente, negli anni ’90, la stessa Banca Mondiale e la più vasta comunità di accademici, esperti e professionisti impegnati negli aiuti allo sviluppo, si sono resi conto che le riforme potevano avere successo soltanto se non fossero imposte esternamente, ma fossero state il frutto di un’azione endogena africana condotta dalle nuove classi dirigenti. Per questi motivi l’attenzione si è spostata dagli aspetti puramente economici a quelli politici ed istituzionali e quindi la governance è diventata uno degli elementi distintivi, come fattore fondamentale di sviluppo. Parallelamente, la fine della Guerra fredda, con il progressivo disinteresse delle grandi potenze per l’Africa, manifestatosi anche con una netta diminuzione degli aiuti internazionali, ha determinato una reazione da parte della parte più illuminata delle elite africane. Le nuove leadership, preoccupate di una progressiva marginalizzazione del continente africano, si rendevano conto che era necessario lanciare un nuovo impulso innovativo basato sulla ownership africana, nella consapevolezza che i problemi africani dovevano trovare soluzioni africane. L’atto fondante di questo nuovo approccio è stato la risoluzione del luglio 2001 che ha dato l’avvio alla New Partnership for Africa’s Development (Nepad) frutto di un’iniziativa congiunta dell’ex presidente del Sudafrica Thabo Mbeki, dell’ex presidente della Nigeria Olusegun Obasanjo e del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, insieme al presidente del Senegal Abdoulaye Wade. I principi fondamentali sui quali si basa questo nuovo organismo sono 18

essenzialmente, l’economia di mercato, la buona governance, istituzioni democratiche, rispetto dei diritti umani e risoluzione pacifica dei conflitti, principi percepiti come fattori chiave per lo sviluppo economico-sociale del continente. Coerentemente nel luglio 2002 a Durban in Sudafrica, nell’ambito della Nepad è stata approvata la Declaration on democracy, political, economic and corporale governance che impegna gli Stati partecipanti a sottoporsi, previa ratifica degli accordi sottoscritti, ad un meccanismo mirato al monitoraggio per l’effettiva applicazione dei principi sottoscritti, il cosiddetto African peer review mechanism (Aprm). L’incontro di Durban ha assunto una rilevante portata storica in quanto, non solo ha posto limiti al principio di sovranità assoluta e di non-interferenza negli affari interni per i firmatari degli accordi, ma ha enunciato principi che non sono così unanimemente accettati a livello globale, se si escludono i paesi avanzati occidentali, come libertà individuali e democrazia. Non è un caso che proprio a partire di quegli anni, molti paesi dell’Africa sub-sahariana abbiano mostrato grandi progressi. L’annuario “Doing Business 2010” della Banca Mondiale che misura il grado di efficienza di un sistema regolatorio nel favorire le attività imprenditoriali, colloca su una scala di 183 economie molti paesi africani in posizione, se non di testa, talvolta superiore a quella di paesi più avanzati: Mauritius (17°), Sudafrica (34°), Botswana (45°), Namibia (66°), Rwanda (67°) , superano tutti l’Italia che si piazza al 78° posto. Anche in questo caso l’analisi dinamica premia l’Africa più di quella statica: il Rwanda, noto soprattutto per il genocidio e la guerra civile tra Tutsi ed Hutu, viene citato nel rapporto come primo paese al mondo per i progressi negli ultimi due anni nelle riforme delle normative a favore delle imprese. Discorso analogo vale per la corruzione, ormai considerata dal main stream economics come uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo e all’economia di mercato. Anche qui l’Africa, nelle carte tematiche di Transparency International, l’oganizzazione non-governativa più accreditata nel calcolare la percezione dei livelli di corruzione in tutti i paesi del mondo, risulta essere piuttosto indietro rispetto agli


dossier standard internazionali. Tuttavia i progressi recenti di molti paesi e soprattutto la svolta costituita dal venir meno di quella diffusa acquiescenza e rassegnazione delle classi popolari nei confronti di tangenti, favoritismi clientele e nepotismi, lascia sperare che in qualche decennio il continente africano possa migliorare molto anche in questo settore.

La Nigeria, uno dei più corrotti paesi del mondo, anche a causa della sua ricchezza petrolifera e di gas naturale, ha mostrato che anche in un ambiente estremamente difficile è possibile reagire con qualche risultato. Questo paese è riuscito a passare dal 132° posto su 133 paesi nell’indice di corruzione (Cpi) di Transaprency International del 2003, al 121° posto su 180 paesi nel 2008. I progressi, se non rivoluzionari, ma certamente significativi, sono il frutto dell’impegno di Nuhu Ribadì, presidente dell’ Executive economic and financial crimes commission (Efcc). Nel corso del suo mandato l’Efcc ha indagato con successo banchieri, governatori dello Stato federale, senatori, prominenti figure politiche e ministri assicurando ben 270 arresti eccellenti. Anche dopo la sua rimozione, avvenuta nel 2006, l’Efcc ha continuato ad esercitare una discreta pressione sul potere politico e finanziario. Se la Nigeria continua ad essere un paese caotico e violento, con un tasso di rispetto della legge molto basso, ha saputo negli ultimi anni, a differenza di altri paesi petroliferi, diversificare la propria economia. Nel corso della recessione del 2009, nonostante il declino delle esportazioni di petrolio, questo paese ha retto bene all’urto, grazie alla sua produzione manifatturiera. Per quanto riguarda in generale l’Africa sub-sahariana, la recessione mondiale del 2009, a differenza del passato, ha avuto un impatto non drammatico: ha mantenuto mediamente tassi di crescita positivi del 2% e il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita media del 4,75% nel 2010 e del 6% nel 2011. Se le materie prime, come si è visto, non costituiscono la causa preponderante dello sviluppo economico, queste hanno sicuramente costituito un importante fattore rivitalizzante dell’interesse per l’Africa a livello

internazionale. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, già nel 2001 la commissione Cheney (Energy Task Force), istituita dalla Casa Bianca per delineare la politica energetica nazionale dichiarava : «West Africa is expected to be one of the fastest growing sources of oil and gas for the American market». Questa scelta derivava dal deterioramento della situazione geopolitica in Medioriente e conseguentemente si prevedeva un incremento delle importazioni petrolifere dall’Africa occidentale dall’attuale 15% del fabbisogno degli Stati Uniti al 25% entro il 2015, oltre ad una parallela riduzione delle importazioni dal Medio Oriente al di sotto del 25% del fabbisogno. Questa impostazione strategica ha portato gli Stati Uniti a promuovere una ricca serie di iniziative nel settore economico, imprenditoriale, politico e di assistenza allo sviluppo, che sta indubbiamente avendo effetti positivi sulla capacità africana di diversificare le proprie economie e migliorare la governance politica ed economica. Parallelamente, la Cina negli ultimi anni ha iniziato a sviluppare intense relazioni con il continente africano nella sua ricerca spasmodica di nuove fonti energetiche e minerarie, risorse necessarie per un modello di sviluppo basato sull’industria manifatturiera ad alto uso di materie prime. Con l’obiettivo di creare una vera e propria partnership strategica, nel 2006 il terzo Forum on China and Africa cooperation (Focac) ha segnato un importante passo verso il consolidamento della politica cinese nel continente africano, così come le innumerevoli missioni ad altissimo livello di ministri e responsabili governativi, tra cui quattro visite ufficiali del premier Hu Jintao tra il 2003 ed il 2009 in ben 18 paesi africani. Le forniture di petrolio africane ammontano a circa il 26% delle importazioni totali di greggio della Cina, in gran parte provenienti dal Golfo di Guinea e Sudan. In particolare, l’Angola ha superato l’Arabia Saudita come partner energetico della Cina. Da un punto di vista commerciale l’export cinese verso l’Africa è aumentato in valore del 700% tra il 2000 ed il 2006, superando Usa e Giappone e attestandosi a poco meno di ? di quello dell’Unione Europea. Il rapporto Cina-Africa appare controverso per almeno tre motivi: 19


Risk 1. i rischi connessi alla sostenibilità finanziaria dei grandi prestiti cinesi in gran parte utilizzati per le opere infrastrutturali; 2. l’invasione di prodotti cinesi a basso costo che rischiano di distruggere consistenti settori manifatturieri africani come è già avvenuto e sta avvenendo in Ghana e Sudafrica nel settore tessile; 3. il cattivo esempio cinese in termini di aiuti non condizionati alla buona governance e allo sviluppo dei processi democratici e del rispetto dei diritti umani, che premiano regimi antidemocratici e corrotti, a tutto scapito di quel clima virtuoso di buone politiche economiche sostenute dagli occidentali e da molti governi africani virtuosi. Insieme ai cinesi altri nuovi attori, come indiani, brasiliani, indonesiani e malesi, si stanno riversando sul continente africano attirati da investimenti spesso ad alto rischio, ma che possono tradursi in grandi profitti e soprattutto per posizionarsi su un mercato molto promettente per il futuro. Come prevede la McKinsey, grazie all’aumento del tenore di vita nel continente, circa 200 milioni di africani entreranno nel mercato dei beni di consumo nei prossimi 5 anni. Dal lato dell’offerta, dal 1998, le 500 più grandi società africane, escludendo le banche, hanno avuto un rendimento medio dell’8,3% all’anno. In 30 anni si prevede inoltre che la popolazione in età da lavoro raggiungerà 1,1 miliardi di individui.

Nel corso degli anni ’70 ed ‘80 l’Italia ha senz’altro avuto un ruolo rilevante nelle attività di cooperazione allo sviluppo con l’Africa, impegnandosi in grandi opere infrastrutturali, aiuti di emergenza, cooperazione nel settore sanitario ed educativo. Successivamente, con il forte indebitamento del nostro paese, la crisi finanziaria della prima metà degli anni ‘90 e le attuali difficoltà di bilancio, il peso degli aiuti allo sviluppo sul nostro Pil è progressivamente diminuito. La nuova dottrina a cui si attengono le principali agenzie internazionali allo sviluppo ha inoltre trasformato la tipologia delle attività di aiuto allo sviluppo; queste oggi richiedono un know-how molto elevato, che spesso paesi di media grandezza non possono permettersi. In questo contesto diventa al contrario sempre più rilevan20

te, soprattutto in Europa, il ruolo che ciascun paese membro può giocare all’interno del quadro delle attività di cooperazione economica e politica dell’Unione europea. L’Europa costituisce un elemento di punta a livello internazionale. Essa, oltre ad essere il maggior partner commerciale dell’Africa sub-sahariana è anche il maggiore donatore, con il 56% sul totale degli aiuti che riceve il sub-continente e garantisce il 68% degli investimenti diretti. Il rapporto euro-africano si è peraltro rinnovato negli ultimi anni, con una nuova strategia concepita per rafforzare il dialogo politico tra l’Ue e l’Africa ed in particolare per superare l’impostazione dei rapporti euro-africani, per promuovere un rapporto paritario e responsabile fondato sugli interessi reciproci. Con il vertice di Lisbona (Eu Africa Summit) nel dicembre 2007 è stato adottato il First action plan (2008-2010) for the implementation of the Africa-Eu strategic partnership per costruire un vero e proprio partenariato strategico tra l’Africa e l’Europa fondato su 8 priorità e sul rapporto diretto con l’Unione Africana. In questo ambito l’Italia ha giocato un ruolo importante nella priorità 1, Pace e sicurezza, come paese leader. Settore in cui l’Italia ha visto anche un riconoscimento internazionale in ambito del tutto diverso, con la nomina di Romano Prodi da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Kimoon a presiedere il panel sugli interventi di peacekeeping in Africa. Meno rilevante è il ruolo italiano in ambito europeo nel delineare, attraverso l’analisi e le riflessioni, le strategie dell’Unione verso l’Africa. Se infatti si guarda alla rete di istituti policy oriented euro-africani formatasi nell’ambito del partenariato strategico, non è presente nemmeno un istituto nazionale, a fronte di una forte presenza non soltanto francese, inglese o tedesca, ma anche olandese, belga e portoghese. Il fatto che l’Europa costituisca l’ambito principale dell’azione verso l’Africa in un mondo globalizzato costituito da giganti, non significa che una media potenza come l’Italia non possa perseguire i suoi interessi nazionali, soprattutto di tipo economico, a livello bilaterale. E coerentemente con questa considerazione il nostro Governo sembra aver compreso che


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Nel periodo 2000 - 2008 il Pil africano è cresciuto annualmente del 4,9% contro una media mondiale del 3,8%, ed è aumentato il doppio rispetto a quello degli anni ’80 e ’90. Gli investimenti diretti esteri (Ide) verso l’Africa hanno visto un incremento negli ultimi 10 anni e si sono attestati nel 2008, prima della crisi finanziaria, intorno agli 87 miliardi di dollari, poco al di sotto di quelli verso la Cina la posta è alta e si sta attivando con un’importante iniziativa: il Piano per l’Africa sub-sahariana. Lanciato nel 2009 e gestito da ministero per lo Sviluppo economico in collaborazione con il ministero degli Affari esteri, l’Ice, la Sace e la Simest, intende stimolare l’interesse degli operatori italiani verso il continente africano, promuovendo commercio ed investimenti esteri con tutta una serie di azioni di supporto. Dal 2009, oltre al Forum Italy & Africa partners in business, che avrà cadenza annuale, e che ha visto la partecipazioni anche di molti ministri africani, si sono susseguite importanti visite ufficiali dei ministri Frattini e Urso in numerosi paesi africani. L’idea è quella di esportare il modello italiano basato sulle piccole e medie imprese, trasferire know how e posizionarsi su quei mercati incrementando gli investimenti diretti. 21


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SOTTO L’EGIDA «INFRASTRUTTURE IN CAMBIO DI RISORSE» PECHINO SCALA L’AFRICA. MA NON L’AIUTA

NEOCOLONIALISMO IN SALSA CINESE DI

E

HOWARD W. FRENCH

ro alla stazione di Dar es Salaam, in procinto di intraprendere una delle più grandi corse in treno, un viaggio da quella afosa cittadina portuale sull’Oceano Indiano, la capitale commerciale della Tanzania, fino all’estremità della Copper Belt nello Zambia, nel cuore profondo dell’Africa meridionale. L’impiegato che mi aveva venduto il biglietto era

• sembrato perplesso quando gli avevo chiesto l’ora di arrivo del treno alla sua destinazione finale, e si era rifiutato di rispondere; negli ultimi anni, quel viaggio di 1.900 chilometri era diventato noto per durare sino ad un’intera settimana, invece dei due giorni previsti. La ferrovia - conosciuta come la linea Tazara - venne costruita dalla Cina all’inizio degli anni ’70, ad un costo di quasi 500 milioni di dollari, una spesa straordinaria nel bel mezzo della Rivoluzione Culturale, un simbolo della determinazione di Pechino di non perdere il confronto con Washington e Mosca in un’era in cui infuriava la competizione stile guerra fredda sull’Africa. Al tempo della sua costruzione era il terzo più grande progetto infrastrutturale mai intrapreso in Africa, dopo la diga di Assuan, in Egitto e quella di Akosombo sul lago Volta, in Ghana. Oggi la Tazara rappresenta un talismano di speranze sbiadite e fallimentari ricette economiche, una vecchia ed inaffidabile ferrovia con poche locomotive operanti. Per poco tempo una fiorente arteria commerciale, è stata penalizzata dal suo stesso decadimento e dalle strade e rotte aeree che sono spuntate 22

intorno ad essa. I costi di manutenzione hanno accollato sulle spalle di Tanzania e Zambia debiti per 700 milioni di dollari complessivi e, secondo i resoconti informativi dello Zambia, la linea dispone solo di 300 dei 2mila vagoni necessari per funzionare normalmente. Tuttavia, la Tazara disegna un percorso attraverso una regione in cui le speranze sono state ravvivate da una nuova forma di sviluppo guidata dalla Cina e a livelli senza precedenti. Da un capo all’altro del continente le compagnie cinesi siglano accordi che non fanno altro che sminuire il vecchio progetto della ferrovia. Quelli più sonoramente pubblicizzati riguardano la produzione di petrolio; dall’inizio del nuovo millennio, le compagnie cinesi si sono inserite nei redditizi mercati petroliferi di paesi quali Angola, Nigeria, Algeria e Sudan. Ma le ditte cinesi firmano anche contratti di estrazione mineraria in luoghi come Zambia e Repubblica Democratica del Congo, creando quella che è stata salutata come la più grande miniera di ferro del mondo, in Gabon. Ricercano terre su cui insediare vasti agribusiness. E per portare quei minerali e quei raccolti sul mer-


dossier cato, stanno costruendo nuovi grandi insediamenti portuali e migliaia di chilometri di strade. Nella maggior parte delle capitali e dei centri commerciali del continente africano è difficile non notare la presenza ed influenza cinese. A Dar, una mattina prima dell’inizio del mio viaggio, salii sul tetto dell’hotel per una veduta panoramica della città. Un caposquadra di una compagnia di costruzioni britannica, lì presente per sovrintendere ai lavori di espansione dell’albergo, indicò il porto a forma di V di cui la marina inglese si era impossessata dopo una breve battaglia con i tedeschi all’inizio della prima guerra mondiale. Dal porto la porzione britannica della città si estendeva in modo compito nell’entroterra, lungo una manciata di lunghi viali. «Vede tutti quegli alti edifici che fanno capolino lì in fondo?» chiese il caposquadra, con un pizzico d’invidia nella sua voce mentre il suo braccio era intento a descrivere un arco lungo il fronte del porto che scintillava in lontananza. `Quella è la nuova Dar es Salaam, e la maggior parte di essa è opera dei cinesi». A sud sorge il nuovo, modernissimo stadio nazionale della Tanzania da 60mila posti, finanziato dalla Cina ed inaugurato nel febbraio 2009 dal presidente Hu Jintao. «È difficile recuperare le statistiche, ma la Cina è probabilmente il più importante investitore in Africa» afferma Martyn Davies, direttore del China Africa Network presso l’università di Pretoria. «Sono i più grandi costruttori di infrastrutture. Sono i più grandi finanziatori dell’Africa e il commercio sino-africano ammonta ormai a più di 100 miliardi di dollari l’anno». Davies definisce il boom cinese «una storia di fenomenale successo per l’Africa» e prevede che esso continuerà indefinitamente. «L’Africa costituisce la fonte di almeno un terzo delle materie prime del mondo - materie di cui la Cina ha bisogno, in quanto la sua economia continua a crescere - e se si comprende ciò, si comprende al contempo la determinazione cinese nel costruire strade, porti e linee ferroviarie lungo tutta l’Africa». Davies non è l’unico a manifestare entusiasmo. «Nessun altro paese ha avuto un impatto così signi-

Le ditte cinesi firmano giganteschi contratti di estrazione mineraria in luoghi come Zambia e Repubblica Democratica del Congo, creando quella che è stata salutata come la più grande miniera di ferro del mondo, in Gabon. Ricercano terre su cui insediare vasti agribusiness. E per portare quei minerali e quei raccolti sul mercato, stanno costruendo nuovi grandi insediamenti portuali e migliaia di chilometri di strade ficativo sul tessuto politico, economico e sociale dell’Africa come la Cina dall’inizio del nuovo millennio», scrive Dambisa Moyo, un’economista residente a Londra, nel suo libro, Dead Aid: Why Aid Is Not Working and How There Is a Better Way For Africa. Dambisa Moyo, una quarantenne dello Zambia che ha lavorato come investment banker per Goldman Sachs e come consulente per la Banca Mondiale, ritiene che l’assistenza straniera rappresenti una maledizione che ha paralizzato e corrotto l’Africa e che la Cina offra una via d’uscita dalla confusione creata dall’Occidente. «Tra il 1970 ed il 1998 - scrive - quando i flussi di aiuti verso l’Africa erano ai loro massimi, la povertà nel continente crebbe dall’11% ad un incredibile 66%». Dambisa Moyo afferma inoltre che la sovvenzione di prestiti incoraggia i governi africani a prendere decisioni deboli e dispendiose. Alimenta la corruzione, consentendo 23


Risk ai politici di dirottare i fondi stanziati. E tutto ciò a discapito di uno sviluppo nazionale, che secondo la Moyo inizia con la costruzione di un sistema fiscale e con l’attrazione di capitali commerciali dall’estero. Nella sua visione, anche l’occidentale “ossessione per la democrazia” si è rivelata dannosa. Nei paesi poveri, scrive, «I regimi democratici trovano difficoltà a portare avanti legislazioni positive a livello economico tra partiti rivali ed interessi contrastanti». La democrazia sostenibile è, a suo dire, possibile solo dopo che si è instaurata una forte classe media. Nel suo recente approccio all’Africa, la Cina non poteva comportarsi molto diversamente dall’Occidente. Si è concentrata sul commercio e su investimenti sensati a livello commerciale, piuttosto che garantire aiuti o prestiti corposamente sovvenzionati. Si è rifiutata di dire ai governi africani come avrebbero dovuto gestire i propri paesi, o di vincolare i finanziamenti ad apposite riforme governative. E si è mossa in modo veloce e deciso, in special modo se la confrontiamo con i molti carrozzoni degli aiuti occidentali.

La verità è che anche prendendo in considerazione la recente fase recessiva globale, quello appena trascorso si è rivelato un periodo di speranza per un continente storicamente calpestato. Il reddito pro capite dell’Africa sub-sahariana è quasi raddoppiato tra il 1997 e il 2008, alimentato da un grande boom delle merci, da una diminuzione nella prevalenza dei conflitti e da costanti – seppur minimi miglioramenti nella qualità della governance. Ed anche se la flessione economica ha per il momento ridotto i prezzi delle materie prime, vi è una crescente percezione che il continente più povero del mondo sia diventato il teatro ideale per il prossimo atto della globalizzazione. Per molti, la Cina - ricca di liquidità, affamata di risorse e costante nel suo ardore - rappresenta ora il più probabile agente di tale cambiamento. Naturalmente, l’Africa ha goduto anche in passato di momenti di speranza, e cioè nei primi anni ’60, all’inizio dell’era dell’indipendenza, quando 24

molti governi optarono per grandi ricette economiche a guida statale che fallirono rapidamente, ed ancora negli anni ’70, un’altra epoca di boom dei prezzi delle materie, quando la corruzione galoppante, l’alto debito ed i conflitti armati condannarono al fallimento qualsiasi speranza di decollo economico. La fiorente partnership cinese con l’Africa fa sorgere domande importanti: è l’approccio di non ingerenza negli affari governativi quello giusto? Riusciranno il denaro e le ambizioni cinesi lì dove l’impegno occidentale ha manifestamente fallito? O la Cina diventerà l’ultima di una serie di potenze coloniali e neocoloniali in Africa, destinata come le altre a lasciare la propria eredità di amarezza e delusione? Mi stavo dirigendo a sud della Tazara per tentare di catturare una prima sensazione di come tutto quel maestoso progetto stesse procedendo. La Banca Mondiale e le Nazioni Unite condussero ispezioni per una linea ferroviaria sulla scia della Tazara all’inizio degli anni ’60, ed entrambe conclusero che una simile progetto non sarebbe stato né economicamente fattibile né sostenibile. La Cina invece costruì la linea ferroviaria, tra il 1970 ed il 1975, per ordine di due leader africani: Julius Kambarage Nyerere, il primo presidente della Tanzania, il quale voleva aprire il remoto sud del proprio paese e sostenere le proprie credenziali panafricane, e il presidente Kenneth Kaunda dello Zambia, il cui paese senza sbocco sul mare stava cercando un’alternativa alle rotte commerciali verso sud attraverso la Rhodesia dominata dai bianchi. Nell’arco di un decennio, la ferrovia iniziò a soffrire ripetuti guasti, frane e fallimenti gestionali. I progettisti avevano previsto una percorrenza di 17 treni al giorno, ma a partire del 1978 ne transitavano solo due. I tanzaniani e gli zambiani tendono ad imputare i cronici problemi operativi alla corruzione ufficiale. Come esempio di sviluppo calato dall’alto e guidato dallo stato, la Tazara era altresì stata creata in breve tempo. I progettisti avevano immaginato un nuovo corridoio agricolo ampio quasi 10 miglia su ambo i lati dei binari, per raddoppiare così la produzione


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Nel suo approccio al continente la Cina si è concentrata sul commercio e gli investimenti, piuttosto che garantire aiuti o prestiti corposamente sovvenzionati. Si è rifiutata di dire ai governi africani come avrebbero dovuto gestire i propri paesi, o di vincolare i finanziamenti ad apposite riforme governative. E si è mossa in modo veloce e deciso

pendente, riferì che la Cina, «di fronte ad una crescente pressione sulla sicurezza alimentare», stava «pianificando di affittare e comprare terra all’estero per aumentare la fornitura di cibo interna». Pechino aveva destinato 5 miliardi di dollari per i progetti agricoli in Africa nel 2008, ponendo l’accento sulla produzione sia di riso sia di altri prodotti agricoli destinati alla vendita. Un alone di mistero circonda molte iniziative agricole cinesi. Nel 2006, ad esempio, la Cina offrì un prestito agevolato di 2 miliardi di dollari al Mozambico per un progetto mirante alla costruzione di una diga nella valle del fiume Zambesi, che ospita uno dei suoli più fertili del continente. L’anno seguente, funzionari cinesi e mozambicani siglarono, stando a quanto si dice, un memorandum d’intesa che consentiva a 3mila coloni cinesi di iniziare a coltivare nell’area. Ma in seguito ad una rivolta locale, il governo del Mozambico negò il piano, e poco o nulla è trapelato da quel momento. Gli ufficiali nella provincia di regionale di cibo. Il governo non aveva mai investi- Chongqinq - che ospita all’incirca 12 milioni di agrito in elettrificazione, scuole o strade vicine alla fer- coltori la cui terra o è andata persa nelle alluvioni che rovia, né aveva fornito accesso al credito affinché gli hanno accompagnato la costruzione della diga delle agricoltori potessero acquistare fertilizzanti o buone Tre Gole, oppure è messa sotto pressione dall’espansementi. Percorrendo un tratto di 90 minuti nello sione urbana della provincia - hanno pubblicamente Zambia nord-orientale, iniziato a Mkushi, non vidi incoraggiato l’emigrazione di massa verso l’Africa. una sola fattoria o villaggio. Il valore irrealizzato di Nel settembre 2007 Li Ruogu, il capo della Exportquella terra lasciata a maggese mi addolorò. Ero con- Import Bank cinese, riferì al South China Morning sapevole dell’opportunità che essa rappresentava per Post: «Chongqinq ha una grande esperienza nella gli stranieri, alla luce della crescente domanda mon- produzione agricola di massa, mentre in Africa vi è diale di prodotti agricoli. E infatti: «I cinesi hanno disponibilità di terra, ma la produzione di cibo è già iniziato ad arrivare», mi disse un passeggero. insoddisfacente… l’esportazione del lavoro da tale «Bramano la nostra terra. Sembra quasi che da loro provincia è appena iniziata, ma decollerà solo quannon vi sia spazio per le persone». Da anni ormai i do avremo convinto gli agricoltori a diventare procontadini cinesi giungono alla spicciolata in Africa, prietari terrieri all’estero». Al tempo Li promise totacomprano piccoli appezzamenti e li lavorano impie- le sostegno finanziario agli agricoltori in questione, gando tecniche cinesi. La Cina iniziò a dare priorità ma ha successivamente preso le distanze da quelle agli investimenti agricoli su larga scala in Africa esternazioni. «L’interesse della Cina negli investiall’epoca del sontuoso vertice Cina-Africa a Pechino menti agricoli è una questione controversa», ha scritnel 2006, una pietra miliare nel corteggiamento cine- to in una recente pubblicazione Deborah Bräutigam, se del continente africano. Lo scorso giugno, docente alla American University ed uno dei massil’Economic Observer, un settimanale cinese indi- mi esperti delle relazioni economiche sino-africane. 25


Risk «Per molti, la terra rappresenta il nocciolo dell’identità nazionale, ed è particolarmente facile suscitare determinate sensazioni nei riguardi degli estranei quando è coinvolta la terra». La qualità di incentivi e disincentivi prevista dai maggiori accordi agricoli cinesi e le forti reazioni che hanno generato suggeriscono che la luna di miele tra i cinesi e gli africani possa non durare a lungo. Nel corso del mio viaggio, i problemi connessi alla terra sembravano far affiorare i pregiudizi peggiori nelle persone con cui parlavo. «Se si desse la terra a persone cinesi, questi luoghi diverrebbero ricchi da un giorno all’altro» commentò una donna cinese immigrata, una commerciante di mezza età del Congo meridionale; «Questi africani sono troppo pigri». Molti africani, da parte loro, si sono rivelati molto diffidenti nei riguardi dell’immigrazione cinese; teorie cospirative sono emerse di frequente. Per comprendere appieno l’approccio economico della Cina nei riguardi dell’Africa, dobbiamo studiare la storia imperiale europea, come Pechino stessa sta facendo. «Di recente, una delegazione cinese molto particolare ha visitato Bruxelles», mi riferisce Jonathan Holslag, capo ricerche del Brussels Institute of Contemporary China Studies. «E ha chiesto di vedere le vecchie mappe coloniali del Congo. Sono le uniche carte che riportano descrizioni ragionevolmente accurate del sottosuolo congolese; intendono usarle per piani di sviluppo nel Katanga e ovunque capiti. Se si studiano i documenti politici cinesi, risulta ovvio che Pechino sia concentrata nell’aprire il cuore del continente. Vi è chiaramente una strategia di lungo termine in ciò, che cerca di rompere il flusso nord-sud dei minerali, per costruire linee est-ovest che consentano di bypassare il Sud Africa». Jamie Monson, uno storico della linea Tazara, scrive lucidamente su tale strategia: «Costruire una strada significava comandare una regione - la più famosa manifestazione di ciò era il sogno di Cecil Rhodes di unire “il Capo al Cairo” attraverso una collegamento ferroviario che attraversasse tutto il continente. Controllare una regione significava tenerne fuori gli 26

dossier avversari, o almeno ridurne la partecipazione commerciale mediante tariffe ed altri interventi regolatori. Sebbene la Cina possa affermare di essere un nuovo tipo di potenza, i suoi piani hanno sempre avuto una componente strategica, caratterizzata dalla rivalità con l’Occidente e, in tempi più recenti, dal desiderio di eludere il fulcro di potere regionale, il Sud Africa, per controllare i mercati dei principali minerali africani. Inoltre in cinque brevi anni, la Cina ha ricostruito la linea Benguela nell’Angola, gettando le basi per una nuova vasta rete fatta di rotaie e strade da costruirsi in Congo, Zambia ed altri paesi periferici. La Cina non darà quelle linee ai governi africani, come fece con la Tazara. Manterrà invece il controllo del pacchetto di maggioranza degli investimenti ferroviari, facendo funzionare le linee fino a quando non avrà recuperato la somma spesa mediante biglietti, trasporti merci ed altre tasse. Kapiri Mposhi è la via d’accesso ad uno dei centri forse più significativi dell’attività cinese nel continente. Circa 120 miglia più a sud si trova Lusaka, in cui la presenza di Pechino è datata e le attività cinesi abbondano. E ad una novantina di chilometri più a nord troviamo il Congo, il teatro del più grande esperimento - e della più grande scommessa - cinese in Africa. Mi stavo dirigendo a Lubumbashi, una città mineraria cinese di 1,2 milioni di persone, dove i miliardi di dollari di investimenti cinesi stanno, nel bene o nel male, iniziando a far sentire i propri effetti. Uno dei maggiori e più popolosi paesi africani, la Repubblica Democratica del Congo ottenne l’indipendenza dal Belgio nel 1960 e divenne immediatamente il luogo del primo colpo di stato d’Africa. Patì quindi 32 anni sotto il dominio di Mobutu Sese Seko, dittatore appoggiato dagli americani. Negli ultimi 10 anni, il paese è stato testimone di sanguinosi conflitti. Nella primavera del 2008, il travagliato governo congolese svelò un pacchetto di investimenti cinesi che ammontavano a 9,3 miliardi di dollari, una stima più tardi ridimensionata, per ragioni complesse che coinvolgono le pressioni del Fondo


Risk Monetario Internazionale, a 6 miliardi: circa la metà del Pil del paese. La Cina costruirà nuove gigantesche miniere di rame e cobalto; 3.500 chilometri di linee ferroviarie; 4mila chilometri di strade; centinaia di cliniche, ospedali e scuole e due nuove università. In cambio, la Cina otterrà quasi 11 milioni di tonnellate di rame e 620mila tonnellate di cobalto, che estrarrà nel corso dei prossimi 25 anni - uno scambio “risorse per infrastrutture” che la Cina ha per prima inaugurato, su scala più ridotta, in Angola nel 2004. Buona parte dell’attività mineraria cinese si concentrerà intorno a Lubumbashi. Le tracce dell’industria cinese non sono difficili da rinvenire. Ben prima che il nuovo accordo “minerali in cambio di sviluppo” venisse siglato, la città ed i suoi dintorni erano diventati una sorta di nuova Terra Promessa per quei cinesi in cerca di fortuna. Dato che i prezzi del rame si sono quadruplicati tra l’agosto 2003 e l’agosto 2008, migliaia di migranti sono accorsi nella regione, come i cercatori d’oro del 1849 durante la corsa all’oro americana. Erano spinti dalle voci circa le ricchezze minerarie e la facilità con cui lì si possono fare affari. I funzionari congolesi potevano essere facilmente corrotti. I visti potevano essere agevolmente comprati, così come i permessi per l’attività di minatore. Molti cinesi in cerca di fortuna avevano assunto squadre di lavoro africane per cercare il rame, a volte anche nelle strade rosso creta di Lubumbashi. «C’erano approfittatori e speculatori», mi riferisce un imprenditore locale. «Il Congo non ha ottenuto nulla da loro». Il governo tentò tardivamente di riguadagnare il controllo, richiedendo a tutti coloro che cercavano il rame di fonderlo e di compiere investimenti più sostanziosi nelle attrezzature, al fine di creare più posti di lavoro e redditi tassabili e per rendere l’industria maggiormente sostenibile. In risposta, i piccoli operatori lottarono per costruire fornaci piccole ed inefficienti. Nel 2008, quando i prezzi diminuirono da 9mila dollari alla tonnellata ad un minimo di 3.500 dollari, le fonderie improvvisate chiusero i battenti ed i proprietari cinesi fuggi-

dossier rono, lasciandosi dietro lavoratori congolesi senza paga ed un paesaggio disseminato di rifiuti industriali. Un insigne avvocato congolese facente parte di un’ampia rete di cittadini che sta investigando sul pacchetto cinese afferma che l’accordo lascerà il Congo nella stessa posizione in cui si è trovato dopo decenni di sfruttamento da parte del Belgio. «Avremmo potuto dire “potete avere il nostro rame,

In Congo, la Cina costruirà nuove gigantesche miniere di rame e cobalto; 3.500 chilometri di linee ferroviarie; 4mila chilometri di strade; centinaia di cliniche, ospedali e scuole e due nuove università. In cambio otterrà quasi 11 milioni di tonnellate di rame ma vogliamo che una parte di esso venga trasformata qui”. Abbiamo negoziato per miliardi di dollari senza definire se quegli investimenti fossero produttivi, senza pensare in prospettiva, senza riflettere sulla creazione di un’industria metallurgica. Abbiamo negoziato senza esperti e senza analisi». Gli chiedo se tale grande programma di costruzione - la strade le scuole e gli ospedali - produrrà dividendi, e lui scuote la testa con fare grave. «Sei miliardi di dollari in infrastrutture non rappresentano lo sviluppo. Le scuole con i banchi non educheranno la nostra popolazione. Una strada non svilupperà questo paese… Le scuole richiedono un sistema scolastico, ed hanno bisogno di insegnanti. Con questo clima, le strade durano solo 10 anni senza manutenzione, ed il Congo non ha capacità da questo punto di vista».Queste opinioni echeggiano anche in Zambia, il vicino a sud del Congo ricco di rame, il 27


Risk quale vanta una serie più lunga di accordi commerciali con la nuova Cina capitalista. Gli zambiani accolsero entusiasticamente gli investimenti cinesi nel 1998, quando la China Non-Ferrous Metal Mining Company acquistò una miniera di rame in disuso presso Chambishi, vicino al confine con il Congo, per 20 milioni di dollari e prontamente investì 100 milioni di dollari nel suo recupero. Tuttavia le cose iniziarono a cambiare quando i nuovi manager cinesi bandirono l’attività sindacale ed iniziarono a pagare i dipendenti zambiani meno del salario minimo mensile di 67 dollari. Nel 2005, più di 50 zambiani furono uccisi in un’esplosione accidentale in una fabbrica di esplosivi che riforniva la miniera; i testimoni affermarono che i membri cinesi dello staff erano fuggiti dal luogo della tragedia pochi secondi prima dell’esplosione, senza avvertire i lavoratori africani. Un anno più tardi, nel corso di proteste per via degli arretrati e delle condizioni lavorative, un supervisore cinese aprì il fuoco sui lavoratori zambiani con un fucile, ferendone parecchi. I tumulti alla miniera Chambishi irruppero rapidamente nella politica zambiana. Michael Sata, il leader del Fronte Patriottico, fece delle pratiche affaristiche cinesi e della loro crescente presenza nel paese i grandi temi delle elezioni presidenziali del 2006; la Cina minacciò di interrompere le relazioni con lo Zambia se Sata avesse vinto. Sata, il cui partito era giovane e relativamente piccolo al tempo, conquistò il 28% dei voti. Nelle elezioni del 2008, ottenne il 38%, perdendo le elezioni per soli due punti.

Ovunque andassi in Africa, la gente si esprimeva a favore di un principio: la connessione tra buona governance e prestiti da parte dell’Occidente. «Molti guardano alle condizioni occidentali come ad una cosa positiva, poiché oggigiorno molti argomenti possono essere discussi apertamente, diversamente che in passato, quali la corruzione, ad esempio», dice John Kulekana, un giornalista tanzaniano veterano. Gli ex ministri sono chiamati a rendere conto del proprio comportamento. Stiamo sviluppando il 28

dossier senso di responsabilità». Gli stati ben governati - in cui il popolo ha effettivamente voce in capitolo nella scelta dei propri leader, in cui le priorità nazionali vengono dibattute apertamente, ed in cui le istituzioni legali sono forti - trarrà indubbiamente benefici duraturi dalla partnership commerciale con la Cina. Ma i legami commerciali da soli non sembrano in grado di determinare una buona governance o una prosperità duratura. Un approccio di indifferenza verso la governance lascerebbe molti paesi con risorse esaurite ed istituzioni politiche inibite, anche mentre la popolazione continua a crescere rapidamente. L’atteggiamento degli africani nei confronti delle recenti iniziative della Cina sul loro continente è inevitabilmente minato dall’ambivalenza. Molti intellettuali africani rigettano le critiche occidentali nei riguardi del pressing a tutto campo da parte della Cina. Essi affermano che l’Occidente ha a lungo trattato con paternalismo il loro continente, e sin dalla fine della Guerra Fredda ne ha fatto l’oggetto di una totale negligenza. E tutto ciò è vero. Ma la domanda rimane: come può il loro continente superare una serie di impegni stranieri estrattivi - iniziati con il primo contatto con l’Europa, quando oro e schiavi venivano acquistati in cambio di stoffa e ciondoli - rintracciabile ancora oggi? Tale quesito, che si sente quasi dappertutto, ha ricevuto risposta in modo alquanto energico dall’avvocato congolese da me incontrato a Lubumbashi. Gli chiedo se l’arrivo dei cinesi possa rappresentare una nuova e grande opportunità per il continente, come alcuni hanno detto. «Il problema non è chi sia l’ultimo acquirente delle nostre risorse» replica. «Il problema è determinare quale sia il posto dell’Africa nel futuro dell’economia globale, e finora abbiamo visto ben poco di nuovo. La Cina sta prendendo il posto dell’Occidente: prendono le nostre materie prime e vendono beni finiti al mondo. Rimaniamo sempre sotto lo stesso vecchio schema: il nostro cobalto viene portato in Cina sotto forma di materiale polveroso e ritorna qui sotto forma di costose batterie».


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INDIA, USA, FRANCIA: ECCO CHI SI SPARTISCE IL RESTO DEL GRANDE GIOCO AFRICANO

UN CONTINENTE DI CONQUISTA DI

L’

NICOLETTA PIROZZI

anno 2000, nelle parole dell’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki, ha inaugurato il “secolo dell’Africa”. La visione di Mbeki faceva riferimento alla rinascita e al rinnovamento del continente attraverso il pieno sfruttamento delle sue risorse, umane e naturali, e alla necessità per l’Africa di assumersi la responsabilità del proprio futuro. La

nuova importanza attribuita al “continente dimenticato” da vecchie e nuove potenze - in particolare Stati Uniti, Paesi europei, Cina e India - sembra confermare questo auspicio. La crescente attenzione rivolta ai paesi africani da un nutrito gruppo di attori internazionali è legata a diversi fattori. Esiste senza dubbio un imperativo morale dei paesi occidentali ad intervenire nel continente africano. Dei 53 Stati indipendenti del continente africano, 35 rientrano tra i paesi meno sviluppati al mondo, metà della popolazione africana vive con meno di 1 dollaro al giorno, 1/3 soffre di malnutrizione, si registrano allarmanti tassi di mortalità infantile e in Africa sub-sahariana l’aspettativa di vita media è di 47 anni. I “paesi ricchi”, e primi fra tutti gli Stati Uniti e i membri europei del G8, hanno assunto impegni precisi per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio entro il 2015 in termini di lotta alla povertà estrema e alla fame, alla mortalità infantile e alle pandemie, a favore della sostenibilità ambientale e dello sviluppo. All’Africa è stata accordata priorità assoluta. Giocano inoltre gli interessi commerciali legati alle immense risorse naturali del continente, dai diaman-

ti della Costa d’Avorio, ai minerali del coltan e del cobalto della Repubblica Democratica del Congo, al petrolio della Nigeria. Vecchie e nuove potenze stanno registrando un crescente declino della propria autosufficienza energetica: si calcola che entro il 2025 l’approvvigionamento giornaliero americano raggiungerà i 29 milioni di barili di petrolio, nei prossimi otto anni il consumo indiano crescerà del 50%, mentre l’Europa importa già l’80% del petrolio che consuma. Parallelamente, si impone per tutti una diversificazione delle importazioni, che identifichi fonti alternative al petrolio e al gas naturale provenienti dalla turbolenta zona geopolitica del Golfo Persico. La regione dell’Africa occidentale, e del Golfo di Guinea in particolare, rappresenta una valida alternativa: produzione petrolifera in aumento, bassi consumi di prodotti petroliferi, buona qualità dell’oro nero. Esistono inoltre questioni di sicurezza legate all’instabilità politica del continente e al fenomeno dei cosiddetti “Stati falliti”, cioè quei governi che non hanno un effettivo controllo sul proprio territorio, non garantiscono sicurezza nazionale o servizi pubblici di base ai propri cittadini, e mancano dell’esclusiva sull’uso della forza. 29


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Esiste senza dubbio un imperativo morale dei paesi occidentali ad intervenire nel continente africano. Qualche dato: dei 53 Stati indipendenti 35 rientrano tra i paesi meno sviluppati al mondo; metà della popolazione africana vive con meno di un dollaro al giorno; 1/3 soffre di malnutrizione; i tassi di mortalità infantile sono allarmanti e in Africa sub-sahariana l’aspettativa di vita media è di 47 anni Secondo il Failed States Index 2010, diffuso dal Fund for Peace e dalla rivista Foreign Policy, 21 tra i paesi più vulnerabili al mondo si trovano in Africa sub-sahariana. Questo ha gravi conseguenze - in termini di proliferazione del terrorismo, del crimine organizzato, dell’immigrazione clandestina, del traffico di droga e di armi - che superano i confini del continente africano e impattano più o meno direttamente sulle politiche di sicurezza degli Stati occidentali. La politica statunitense verso l’Africa ha conosciuto un deciso rilancio sotto l’amministrazione Clinton, soprattutto attraverso l’Africa Growth and Opportunity Act (Agoa) per il commercio e lo sviluppo economico, e gli ingenti investimenti nella sicurezza canalizzati nell’Africa Crisis Response Initiative (Acri). Tuttavia, il giudizio sulla politica statunitense di quegli anni non può prescindere dai 30

dossier fallimenti generati dalle scelte di disimpegno dalle crisi in Somalia, Ruanda e Sierra Leone, di ingerenza nel conflitto tra Etiopia ed Eritrea, di sostegno fornito ai “nuovi leader” degli Stati del Corno d’Africa. Con l’elezione di George W. Bush e soprattutto in seguito agli attentati dell’11/9, l’attenzione degli Stati Uniti per la sicurezza in Africa è cresciuta in modo significativo. Il Cheney Report del maggio 2001 ha definito l’accesso al petrolio africano una questione di sicurezza nazionale e l’Africa ha assunto un’importanza cruciale nella “guerra al terrorismo”. A partire dal 2002, si è assistito ad una progressiva militarizzazione della politica statunitense nel continente africano: gli Stati Uniti hanno rafforzato la cooperazione militare con i paesi africani, soprattutto nel Corno d’Africa e nel Golfo di Guinea, hanno stabilito una base militare in Gibuti e, nel febbraio del 2007, hanno deciso di creare il nuovo comando militare Africom. L’elezione di Barack Obama ha suscitato grandi aspettative per quanto riguarda la politica statunitense verso l’Africa. Una serie di fattori hanno contribuito ad alimentare le speranze per un decisivo cambio di rotta rispetto all’attitudine unilaterale e militaristica della precedente amministrazione. In primo luogo, le origini keniote del neo presidente, ma anche la composizione del gruppo di esperti chiamati a formulare la nuova politica africana - dal vice Segretario di Stato per gli affari africani, Johnnie Carson, a Michelle Gavin, responsabile per l’Africa nel Consiglio di sicurezza nazionale, a Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, fino ai rappresentanti speciali nominati per il Sudan e la regione dei Grandi Laghi - nonché dal discorso pronunciato da Obama in Ghana nel luglio del 2009, a pochi mesi dall’inizio del suo incarico. Tuttavia, a più di un anno di distanza, solo una minima parte delle aspettative originarie è stata esaudita. La politica di Obama verso l’Africa è stata articolata in cinque settori principali. Primo fra tutti, la promozione


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dossier

sulla lotta alla povertà, alla fame e alla malnutrizione, soprattutto attraverso nuove tecnologie e metodi di produzione da importare nel continente africano. Tuttavia, anche questa iniziativa ha incontrato forti opposizioni, poiché si basa sull’utilizzo estensivo di fertilizzanti ricavati dal petrolio, sulla meccanizzazione della produzione agricola e sullo sviluppo di semi geneticamente modificati. Nel settore della lotta alle pandemie, dall’Aids alla malaria, Obama si è proposto di continuare ciò che era stato iniziato dall’amministrazione Bush con il President’s Emergency Plan for Aids Relief (Pepfar) e con uno stanziamento aggiuntivo di 63 miliardi da investire per il miglioramento della salute pubblica in diversi paesi africani. Infine, la nuova amministrazione si è impegnata a sostenere le istituzioni Un forte accento è stato posto da Obama africane nella lotta alle minacce transnazionali, dal sulla necessità di porre fine ai conflitti africani, con cambiamento climatico, al narcotraffico, al traffico specifico riferimento a Guinea, Somalia, Sudan, di armi e esseri umani, fino allo sfruttamento illeciRepubblica Democratica del Congo, Nigeria e to delle risorse minerarie e marittime del continenMadagascar. In questo ambito, il nuovo presidente te. Tuttavia, i nobili propositi espressi da Obama non sembra aver abbandonato, almeno non ancora e all’inizio del suo mandato stentano ancora a trovare non per il prossimo futuro, l’approccio della politi- una convincente realizzazione. Mancano ancora ca di Bush. In particolare, si conferma la tendenza adeguate risorse diplomatiche, e cioè una presenza ad una progressiva securitizzazione delle relazioni capillare di rappresentanze statunitensi sul territorio tra Stati Uniti ed Africa, nonché una visione della africano, ed economiche, da investire in primo gestione dei conflitti incentrata sull’elemento mili- luogo nella cooperazione allo sviluppo. Inoltre, le tare e sulle attività di contrasto al terrorismo. Gli questioni africane dovrebbero diventare terreno pristanziamenti richiesti dalla nuova amministrazione vilegiato per attuare l’impegno per una politica esteper finanziare programmi di assistenza nel settore ra genuinamente multilaterale, così come proclamadella sicurezza in Africa nel 2011 si concentrano to dal nuovo Presidente. L’Unione Europea, la Cina, infatti sulla vendita di armi (38 milioni di dollari), le nuove potenze emergenti non sono ancora consisulla formazione delle forze armate africane (21 derate dagli Stati Uniti come interlocutori paritari milioni di dollari), e sul sostegno alla lotta al terro- per un’azione coordinata a favore dell’Africa. rismo (24.4 milioni di dollari). Altro pilastro della Oggi l’India rappresenta uno dei partner privilegiati politica africana di Obama è quello del supporto alla dell’Africa sub-sahariana, non soltanto dal punto di crescita e allo sviluppo economico. In particolare, vista commerciale, ma anche nel settore delle infragli Stati Uniti hanno promosso alcune importanti strutture, per il trasferimento di tecnologia e il capainiziative nel settore dell’agricoltura e della sicurez- city-building. Dal punto di vista politico, India ed za alimentare. 3.5 miliardi di dollari sono stati inve- Africa sono alleati strategici in una serie di fora stiti dalla nuova amministrazione nella Global internazionali, dalle Nazioni Unite, al Movimento Hunger and Food Security Initiative, concentrata dei Non-Allineati, fino al Gruppo dei 77. Inoltre, della democrazia e dello stato di diritto. I paesi sui quali si è concentrata l’attenzione della nuova amministrazione sono la Repubblica Democratica del Congo, il Sudan, e soprattutto la Nigeria (dal quale proviene circa il 10% delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti). Tuttavia, la condotta della nuova amministrazione ha sollevato numerose critiche, soprattutto per il sostegno fornito a regimi instabili, repressivi e non democratici. In Nigeria, ad esempio, il supporto finanziario incondizionato fornito alle forze militari governative non sembra tener conto della fragilità delle istituzioni statuali e della precaria situazione di sicurezza determinata dal conflitto del delta del Niger e dall’estremismo islamico del nord del Paese.

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Risk una nuova alleanza strategica tra i due si sta profilando nell’ambito del G20. L’India ha interessi importanti nel continente africano, che spaziano dalle risorse energetiche - il 16% per cento delle importazioni di petrolio indiane proviene da Stati africani, in particolare Nigeria, Egitto, Liberia e Sudan - a quelle agricole. Imprese agricole indiane hanno acquistato centinaia di migliaia di ettari di terreno in Kenya, Madagascar, Senegal e Mozambico, incentivate dal governo attraverso prestiti a bassi tassi d’interesse. Inoltre, non bisogna dimenticare che la diaspora indiana in Africa conta circa due milioni di individui. Le relazioni commerciali tra India e Africa sono cresciute di quattro volte negli ultimi cinque anni (da 9.9 miliardi di dollari nel 2004-05 a 39 miliardi di dollari nel 2008-09). I principali referenti commerciali per l’India nell’Africa sub-sahariana sono Nigeria, Sud Africa, Mauritius, Kenya, Etiopia, Tanzania e Ghana, che insieme rappresentano il 69% del commercio bilaterale tra i due continenti. L’India ha anche fatto dell’Africa uno dei principali destinatari dei propri investimenti: 5.7 miliardi di dollari dal 1996 al 2007, principalmente diretti verso Mauritius e Sudan. Si tratta di investimenti estremamente diversificati, che riguardano i settori energetico, delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, dei trasporti e dell’educazione. Le iniziative di collaborazione tra India ed Africa si sono moltiplicate negli ultimi anni. A livello regionale, si possono ricordare il programma Focus Africa, i Conclavi annuali sulla partnership India-Africa e l’India-Africa Summit, diretti ad incentivare le relazioni commerciali e gli investimenti sud-sud. Altri progetti riuniscono soltanto alcuni Paesi: ad esempio l’iniziativa Team-9, che coinvolge l’India e 8 Stati dell’Africa dell’est (Burkina Faso, Ciad, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Ghana, Guinea-Bissau, Mali, Senegal); o anche la Commissione trilaterale India, Brasile e Sud Africa (Ibsa) per lo sviluppo della cooperazione industriale, tecnologica e dei servizi. A partire dall’India-Africa Summit del 2008, l’India si è 32

dossier impegnata anche nei settori della sicurezza e della promozione della pace nel continente africano. L’India ha già istituito rapporti di cooperazione nel settore della difesa con 13 stati africani, il contributo dei peacekeepers indiani alle operazioni delle Nazioni Unite in Africa è cresciuto notevolmente negli ultimi anni e il governo indiano ha avviato serie di attività di formazione per il personale africano impegnato in missioni di supporto alla pace. La diversificazione delle attività indiane in Africa, unita ad un approccio non intrusivo alle questioni politiche interne, hanno garantito all’India un notevole credito presso i leader africani, una premessa indispensabile per lo sviluppo sostenibile delle relazioni bilaterali tra i due continenti.

L’Unione europea è il principale

partner commerciale per l’Africa (Stati Uniti e Cina occupano il secondo e il terzo posto, rispettivamente) e il più generoso quanto all’erogazione dell’aiuto allo sviluppo (circa 25 milioni di euro all’anno). Numerose missioni dell’Unione, sia civili che militari, sono state dispiegate in Africa a partire da Artemis nella Repubblica Democratica del Congo nel 2003. Oggi l’Ue è presente con cinque missioni e circa 2mila uomini in Guinea Bissau, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Golfo di Aden. L’Unione è anche uno dei principali sostenitori dello sviluppo delle istituzioni e delle capacità africane deputate alla prevenzione e gestione dei conflitti, soprattutto attraverso l’African Peace Facility, uno strumento finanziario che prevede lo stanziamento di 300 milioni di euro per il periodo 20082010. I rapporti tra Unione europea e Unione africana si sono intensificati a partire dal Summit del Cairo del 2000 e si sviluppano oggi nella cornice della Strategia congiunta Africa-Unione europea, adottata a Lisbona nel dicembre del 2007. La Strategia identifica otto priorità di cooperazione, che vanno dal settore della pace e della sicurezza alla democrazia ai diritti umani, dal commercio e l’integrazione regionale agli Obiettivi del


dossier Millennio, dall’energia al cambiamento climatico, dall’immigrazione allo sviluppo tecnologico. Tuttavia, la politica africana dell’Unione europea rimane poco efficiente e poco coesa. Sebbene l’Unione europea abbia notevolmente modificato il proprio approccio alle questioni africane, passando da una logica donatore-ricevente ad un rapporto più equilibrato di cooperazione, restano ancora numerose questioni irrisolte. La politica di condizionalità in termini di buona gestione, stato di diritto, rispetto dei diritti umani e sviluppo sostenibile imposta dall’Ue ai paesi africani come contropartita per il proprio sostegno tecnico e finanziario non è ben recepita dai partner. La necessità di rispettare criteri e standard europei è vista da molti leader africani come una inaccettabile rivisitazione della logica colonialista, soprattutto se comparata con l’approccio utilizzato da altri interlocutori internazionali, primi fra tutti Cina e India. Inoltre, la mancanza di obiettivi strategici chiari in ambito Ue e la condotta incoerente della sua politica estera ancora pongono una pesante ipoteca sui rapporti Europa-Africa. Il double standard spesso applicato dall’Ue nei suoi rapporti con l’Unione africana non favorisce un clima di fiducia e collaborazione, che è indispensabile per la costruzione di relazioni paritarie e durature. In generale, la politica africana dell’Unione non riesce ad emanciparsi dalle priorità dei principali Stati europei ex coloniali. Gran Bretagna e Francia, in particolare, sembrano impegnati nel tentativo di smarcasi dal proprio passato di relazioni privilegiate con alcuni governi africani. Tuttavia, sono questi paesi a dettare l’agenda europea e i risultati delle loro politiche si concretizzano spesso in una semplice multilateralizzazione degli interessi nazionali ed ad un’europeizzazione delle iniziative bilaterali. Tony Blair aveva fatto delle relazioni Regno Unito-Africa uno dei punti cardine della sua politica estera. L’esperimento della Commission for Africa del 2004 e il vertice G8 di Gleneagles del 2005 sono esempi dell’approccio del governo laburista ai problemi africani, caratterizzato da un forte

accento sui temi della cooperazione allo sviluppo e dell’aiuto umanitario. Gli anni successivi sono stati caratterizzati dalla scelta selettiva degli ambiti di intervento e dei partner strategici, tra cui il Sud Africa, la Nigeria, la Tanzania e il Ghana. La politica africana del nuovo governo di coalizione guidato dal conservatore Cameron sembra destinata a svilupparsi in continuità con questa tendenza, mentre i temi della sicurezza, del controllo dell’immigrazione e degli investimenti privati nel continente africano assumeranno una rilevanza crescente.

La condotta francese

nel continente è stata spesso accusata di favorire l’ascesa al potere di capi crudeli e corrotti, sulla base di scelte dettate dai rapporti ereditati dall’epoca coloniale piuttosto che da strategie di sviluppo di lungo periodo. All’inizio del suo mandato, Sarkozy aveva proclamato di voler imprimere un cambiamento di rotta decisivo alle relazioni bilaterali tra Francia e paesi africani. In particolare, il Presidente francese si è concentrato sulla rinegoziazione degli accordi militari stipulati con gli Stati dell’Africa francofona negli anni Sessanta e sull’instaurazione di relazioni più aperte e trasparenti con i leader africani. Tuttavia, i segnali di una decisiva trasformazione nelle relazioni tra Francia e continente africano tardano ad arrivare. Ad oggi, la Francia mantiene una massiccia presenza militare in Africa e continua ad influenzare pesantemente le vicende politiche dei suoi tradizionali interlocutori africani. L’appoggio francese è stato determinante per la vittoria di Ali Bongo nelle ultime e controverse elezioni presidenziali in Gabon, così come per la sopravvivenza del regime autoritario di Idriss Déby in Ciad. In altri casi, ha fatto discutere il mancato intervento francese per la risoluzione di crisi come quella del Darfur e della Repubblica Democratica del Congo. L’esito del grande gioco africano appare dunque quanto mai incerto. La lungimiranza degli attori africani e la responsabilità dei partner internazionali ne determineranno vincitori e vinti. 33


DAL CIAD ALL’UGANDA, DALL’ERITREA ALLA NIGERIA, FINO AI TRISTEMENTE NOTI DARFUR E SOMALIA

TUTTE LE GUERRE DIMENTICATE DI

F

MAURIZIO STEFANINI

u nel 1969 che Catherine Ciquery-Vidrovitch scrisse il famoso saggio “Recherches sur un Mode de Production Africain”, in cui introdusse il concetto di “modo di produzione africano”. Come è noto, era stato Marx a individuare un “modo di produzione asiatico” distinto da quelli schiavista, feudale e capitalista che si erano succeduti in Occidente. Unendo

• questa idea di un regime economico caratterizzato dal monopolio dei mezzi di produzione da parte del Sovrano, più l’idea classica di dispotismo teorizzata da Platone a Montesquieu, più la critica al totalitarismo moderno in particolare di Karl Raimonud Popper e Hanna Arendt, più i suoi studi sulla storia cinese, il tedesco ex-comunista e esule antinazista negli Stati Uniti, Karl August Wittfogel, ne aveva ricavato nel 1957 la famosa teoria del “dispotismo idraulico”. Un’idea secondo la quale sarebbe stata la necessità di una direzione organizzata dei grandi lavori di irrigazione necessari alle civiltà nate lungo i grandi fiumi a fornire un modello e uno strumento di controllo totale sulla società, poi sviluppatasi nel dispotismo antico e nel totalitarismo del XX secolo. Catherine Ciquery-Vidrovitch era partita appunto dalla confutazione di alcuni tentativi di applicare il concetto di modo di produzione asiatico alla storia africana fatti in particolare da Jean Suret-Canale, mentre Maurice Godelier aveva distinto un modo di produzione asiatico con grandi opere tipico dell’Asia da un modo di produzione asiatico senza grandi opere tipico dell’Africa. Secondo lei, piuttosto, il modo di produzione africano era caratterizzato dalla coesistenza tra un’economia di 34

sussistenza decentrata a livello di villaggi, in comunità patriarcali; con un importante commercio internazionale e anche intercontinentale in cui invece si manifesta la presenza degli Stati. Stati, però, che possono interagire con le comunità locali anche a livello di conquista militare. Insomma, il sovrano, che fa lavorare le sue donne e i suoi servi domestici, non possiede i mezzi di produzione come nel modo di produzione asiatico, ma si appropria della ricchezza attraverso il commercio o la razzia. Il che permetterebbe anche di intravedere il rapporto che si crea col colonialismo, in cui le Potenze colonizzatrici si affiancano al sovrano (ipotesi del protettorato) o lo sostituiscono addirittura (ipotesi della colonia). Ma nel post-colonialismo, questa centralità del commercio con l’estero e della razzia come strumento di accumulazione torna in mano a moderni “sovrani” locali: partiti unici, dittatori, ma anche leader democratici eletti in competizioni dove la clientela e l’appartenenza etnica sono più importanti di classi, interessi o ideologie. Oppure, signori della guerra che la razzia non la praticano solo come metafora sull’appropriazione della ricchezza pubblica, ma nel senso più proprio del termine. D’altra parte, in regimi autoritari o di democrazia bloccata da clientele o appartenenza


dossier etnica, sono il golpe o la guerriglia il modo più diretto per effettuare un ricambio al potere. Come ha poi ricordato Dambisa Moyo nel suo recente best-seller La carità che uccide - Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo, anche la cooperazione allo sviluppo e la solidarietà internazionale finiscono per alimentare il bottino da contendere e razziare. Naturalmente, sono tutte tesi che meriterebbero ulteriori approfondimenti. Ma per introdurre il problema dei conflitti che continuano a sconvolgere l’Africa la categoria del modo di produzione africano basato sulla razzia e della sua interrelazione con l’eredità coloniale è probabilmente più feconda delle altre due tesi principali che sono state avanzate. L’una, derivata proprio dalle vicende immediatamente successive alla decolonizzazione in paesi come il Congo ex-Belga, insisteva in particolare sul carattere “artificiale” degli Stati postcoloniali. Le cui frontiere, fissate a tavolino nel XIX secolo dalle cancellerie europee sulla base dell’equilibrio e della conquista sul campo, avevano finito per mettere assieme etnie diversissime, e destinate fatalmente a scontrarsi. Nell’impossibilità tecnica di revisionare la carta ereditata dalla colonizzazione per far coincidere le frontiere con le etnie, i Paesi post-coloniali si erano accordati per congelare ogni irredentismo. Ma a livello interno una conseguenza era che i partiti finivano nella maggior parte dei casi per coincidere con etnie o alleanze di etnie. In qualche caso c’erano anche altri cleavage: in Kenya, ad esempio, la distinzione tra Congresso del Popolo e Partito Democratico corrispondeva a quello protestanticattolici, mentre in Sudan i partiti del Nord si appoggiavano alle principali confraternite islamiche. Sempre, comunque, l’identità prendeva il sopravvento, rispetto a interessi, classi e/o ideologie. Per questo negli anni ’60, ’70 e ’80 in Africa imperò il partito unico, come strumento di unificazione nazionale. Ma nella pratica piuttosto che assicurare l’integrazione tra le etnie, il partito unico fu strumento del dominio di una etnia sulle altre. Nel 1974 il presidente senegalese Léopold Sédar Senghor ebbe l’idea di pilotare un pluriparitismo

ideologico attraverso l’autorizzazione a tre partiti «socialista, liberale e marxista-leninista»: una trovata peraltro motivata essenzialmente dalla voglia di farsi ammettere in un’Internazionale Socialista che non accettava i partiti unici, e che non ebbe sul momento troppi imitatori. Ma il pluripartitismo dilagò invece dopo il 1989, anche per effetto di una serie di rivoluzioni ispirate direttamente all’esempio dell’Est europeo, visto attraverso le televisioni. Con esiti alterni, visto che anch’esso ha finito per combinarsi al modo africano di produzione dell’appropriazione dei beni pubblici. Ma più ancora delle etnie, nell’ultimo ventennio il gioco politico africano e anche la dinamica dei conflitti si è intrecciato a un altro grande cleavage, che in epoche di scontro di civiltà post-11 settembre 2001 ha finito anch’esso per essere giudicato specie dalla pubblicistica spicciola uno dei principali motori dei conflitti africani: quello tra cristiani e musulmani. L’Africa è infatti attraversata da una colossale soluzione di continuità più o meno attorno all’Equatore, tra un Nord islamizzato e un centro-sud che invece rimase animista e dal XIX secolo in poi è stato convertito in massa al cristianesimo dai missionari. Nel dettaglio, c’erano nel 1900 nell’Africa Sub-sahariana 11 milioni di musulmani e 7 milioni di cristiani; 110 anni dopo, i musulmani sono diventati 234 milioni, ma i cristiani 470 milioni. Un cristiano su ogni cinque esistenti al mondo, e un musulmano su sette. Se poi consideriamo anche il Nordafrica, il rapporto nell’intero Continente è di perfetto equilibrio: mezzo miliardo di musulmani, mezzo miliardo di cristiani. Sono dati che il Pew Research Center, noto think tank di Washington, ha stimato in un rapporto, incrociandoli a un’inchiesta che ha avuto luogo tra dicembre 2008 e aprile 2009 su un ampio campionario di 25mila africani, cittadini di 19 Paesi e parlanti 60 lingue. L’Africa è dunque il Continente dove nell’ultimo secolo è più cresciuto il cristianesimo ed è più cresciuto l’islamismo. Mettendoli l’uno di fronte all’altro. Nell’antichità, peraltro, era stata proprio l’Africa il primo Continente in cui il cristianesimo era diventato 35


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La storia dei conflitti africani dimostra che sia la religione sia l’etnia non siano altro che mere sovrastrutture, per usare un linguaggio marxista. Le guerre di genocidio più feroci, infatti, sono avvenute in Ruanda: paese monolingue in kinyarwanda (oltre che in francese) e monoreligioso cattolico. In Somalia: paese anch’esso monolingue in somalo e monoreligioso musulmano. E nel Darfur: regione uniformemente islamica fenomeno di massa. L’Egitto fu il primo paese al mondo a diventare in maggioranza cristiano, poi seguì l’attuale Maghreb, e dal Nordafrica al primo cristianesimo vennero pensatori importanti come Origene, Tertulliano, Lattanzio e Sant’Agostino. Pure in Egitto nacque il monachesimo, mentre in Etiopia il cristianesimo divenne religione di Stato nella trentina d’anni successiva alla conversione dell’Armenia e a quella di Costantino. Ma la cristianità nord-africana fu poi spazzata via dall’Islam, salvo una sempre più ridotta minoranza copta in Egitto (oggi tra l’8 e il 12%). In compenso, il formidabile bastione montano del cristianesimo indigeno etiopico riuscì manu militari a bloccare la via diretta dell’espansione dell’Islam dal Mar Rosso all’interno, permettendo solo il più lento filtraggio attraverso le etnie in contatto col Deserto del Sahara, per la via 36

delle carovane. E questa era ancora sostanzialmente la situazione all’inizio del XX secolo: quando il colonialismo occidentale aprì l’Africa Sub-shariana ai missionari. Cristiani, ma anche musulmani. Come ricorda pure il rapporto del Pew Research Center, in Africa cristianesimo e islamismo crescono non sottraendosi fedeli a vicenda, ma entrambi a spese dei culti tradizionali, che comunque sono ancora seguiti da un africano su quattro. Molto spesso, sovrapponendosi all’ortodossia musulmana o cristiana. Ma è proprio la zona al confine tra le aree a predominanza cristiana a sud dell’asse Somalia-Senegal e quelle a predominanza musulmana al nord, quella dove non solo restano le più forti componenti animiste, ma la coesistenza tra le fedi finisce spesso per degenerare in scontro. Tra gli avamposti islamici sulla costa dell’Oceano Indiano Al Qaeda fece i suoi primi grandi attentati, alle ambasciate Usa di Kenya e Tanzania. E nella zona di faglia del Sahel Al Qaeda si sta diffondendo ora. In Nigeria, Sudan, Costa d’Avorio e Ciad le guerre civili tra Nord e Sud hanno spesso acquisito il carattere di una guerra di religione tra cristiani e musulmani, come la rivolta di somali e oromo islamici contro l’Etiopia cristiana, o quella della Casamance cristiana contro il Senegal islamico. Secondo il citato rapporto, l’80% degli intervistati dice che “la religione non può giustificare la violenza”, ma l’altro 20% la pensa evidentemente in modo opposto. Metà dei musulmani dice che portare o no il velo “deve essere deciso dalla società e non dalle donne”, ma sia i cristiani che i musulmani vogliono politici attenti ai valori. Un dato dal Ciad, al confine col Darfur: solo il 16% dei musulmani ritiene violenti i cristiani, ma il 70% dei cristiani ritiene violenti i musulmani. La contrapposizione religiosa, insomma, sovrapponendosi alle rivalità etniche e all’economia di razzia ha finito per renderle più virulente, oltre che più appariscenti dal punto di vista mediatico. Ma proprio la storia dei conflitti africani ci dimostra in modo incontrovertibile come sia la religione sia l’etnia non siano altro che mere sovrastrutture, per usare un linguaggio marxista. Le guerre di genocidio più feroci, infatti, sono avvenu-


dossier te in Ruanda: Paese monolingue in kinyarwanda (oltre che in francese) e monoreligioso cattolico. In Somalia: Paese anch’esso monolingue in somalo e monoreligioso musulmano. E nel Darfur: regione uniformemente islamica. Ma in Ruanda le rivalità si sono inventate i lignaggi hutu e tutsi; in Somalia hanno riscoperto i clan; e nel Darfur il massacro ha contrapposto musulmani pastori di lingua araba a musulmani contadini stanziali e parlanti lingue nilo-sahariane. Nella stessa Nigeria, le rivalità tra cristiani del Sud e musulmani del Nord hanno il carattere informale della rissa e del pogrom, ma la rivolta del Delta del Niger per ottenere una maggior quota di royalties petrolifere è invece una guerriglia formalizzata, e acquisisce i caratteri di un conflitto tra un’etnia cristiana e un governo centrale che negli ultimi anni ha avuto per lo più un Presidente cristiano. D’altra parte, il rapporto del Pew ci dice pure che in Nigeria e Uganda le mutilazioni genitali femminili le praticano più i cristiani che i musulmani. Dunque, il conflitto africano più distruttivo tuttora in corso è una faida tra gente che condivide la stessa lingua e la stessa religione. Da ben 24 anni va infatti avanti la Guerra Civile Somala, in sette o forse otto fasi. Prima: la rivolta contro Siad Barre del 1986-1991. Seconda: il successivo conflitto tribale, tra 1991 e 1992. Terza: lo scontro tra una parte delle milizie tribali e le forze di peace keeping a guida Onu tra 1992 e 1995. Quarta: l’interminabile faida tra i signori della guerra tra 1995 e inizio 2006. Quinta: lo scontro tra le Corti Islamiche e il Governo di Transizione. Sesta: l’intervento etiopico del 2006-2008. Settima: la ripresa dello scontro principale tra islamisti contrari all’accordo delle Corti Islamiche con il Governo di Transizione e lo stesso Governo di Transizione; quest’ultimo non più appoggiato direttamente dagli etiopici, ma sempre con al fianco in contingente ugandese-burundese-gibutino della Amisom; più la faida interna islamista tra alShabaab e Hizbul Islam. Ottava: la guerra delle flotte di tutto il mondo contro i pirati. In questo quarto di secolo l’ammontare delle vittime è stato variamente stimato tra le 300mila e le 600mila persone, su una popolazione che non arriva agli 11 milioni. La Somalia

è tuttora, più che uno Stato fallito, uno Stato scomparso, con il territorio diviso tra almeno sette entità differenti: Governo Federale di Transizione, Shabaab, Hizbul Islam, la repubblica autoproclamatasi indipendente del Somaliland, gli “Stati” di Puntland e Galmudug e l’enclave dei pirati. Ma aggiungendo poi i Signori della Guerra che continuano a impazzare un po’ dappertutto si arriva probabilmente a varie decine. Eppure, l’interminabile Guerra Civile Somala non è stata il conflitto africano più sanguinoso. Tra i tre milioni e mezzo e i quattro milioni di morti è stato infatti il bilancio stimato di quel conflitto congolese che qualcuno ha definito Prima Guerra Mondiale Africana. Prima fase tra 1996 e 1997, con la rivolta dell’Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del CongoZaire (Afdl) di Laurent-Desirée Kabila contro il dittatore Mobutu. Secondo fase tra 1998 e 2003, con la rottura tra Kabila e i suoi antichi protettori Uganda e Ruanda, mentre al fianco di Kabila intervenivano Namibia, Zimbabwe, Angola e Ciad.

Seguiva la misteriosa uccisione

di Kabila, sostituito dal figlio; una faida nella faida tra ruandesi e ugandesi; un’ulteriore faida tribale tra 1999 e 2006 nell’Ituri; e da ultimo la guerra del 2004-09 che nel Kivu ha contrapposto il Coingresso Nazionale per la Difesa del Popolo, una fazione tutsi appoggiata dal Ruanda, a una coalizione tra esercito congolese, milizie filko-governative Mai-Mai, ribelli hutu ruandesi delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, Angola, Zimbabwe e contingenti Onu. In teoria concluso un un accordo di pace nel marzo del 2009; ma di fatto ribelli tutsi e esercito congolese hanno continuato a combattere anche dopo. Oro, diamanti e coltan sono state le risorse che le varie fazioni si sono contesi, mentre la guerra si saldava con altri conflitti, a catena. In Uganda, ad esempio, continua dal 1987 la rivolta dell’Esercito di Resistenza del Signore: un gruppo tribale espressione dell’etnia acholi, mascherato da fondamentalista cristiano e famigerato per i suoi abusi contro bambini sequestrati e mutilati. Nata dal risenti37


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La Somalia più che uno stato fallito è uno stato scomparso, con il territorio diviso tra almeno sette entità differenti: Governo Federale di Transizione, Shabaab, Hizbul Islam, la repubblica autoproclamatasi indipendente del Somaliland, gli “Stati” di Puntland e Galmudug e l'enclave dei pirati mento per il rovesciamento del Presidente acholi Tito Okello da parte della guerriglia di Yoveri Museveni, dell’etnia sudista Nyankole e ancora al potere, appoggiata dal Sudan in reazione all’aiuto che a sua volta Museveni dava ai ribelli del Sud, questa rivolta ha fatto almeno 12.000 morti. Il Ruanda a sua volta voleva prevenire la rivalsa dei 2 milioni di hutu che erano scappati in Congo dopo aver perso la guerra coi tutsi, in margine alla quale gli stessi tutsi erano stati vittime di un genocidio da mezzo milione-un milione di vittime. E in Angola si è conclusa nel 2002 una guerra civile tra il governo del Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola e l’Unione per l’Indipendenza Totale dell’Angola: due fazioni a base etnica, mbundu del centro e meticci della capitale Luanda contro ovimbundu del Sud. Ma che all’epoca della Guerra Fredda si erano schierati secondo le parole d’ordine del socialismo e dell’anticomunismo, con l’intervento di Cuba con l’Mpla e del Sudafrica dell’apartheid con l’Unita, e con l’appropriazione in particolare delle risorse di petrolio per l’Mpla e di diamanti per l’Unita. Finita nel 1975 per l’accettazione da parte dell’Unita di un ruolo di partito di opposizione dopo la morte in combattimento del suo leader Jonas Savimbi, la guerra civile 38

angolana aveva provocato dal 1975 mezzo milione di morti.In Ciad la Quarta Guerra Civile è iniziata nel 2005, provocando oltre un migliaio di morti. Quattro gruppi armati si sono opposti alla riforma costituzionale che aveva consentito la terza candidatura presidenziale di Idriss Déby: il Fronte Unito per il Cambio Democratico, le Forze Unite per lo Sviluppo e la Democrazia, il Raggruppamento di Forze per il Cambio, l’Accordo Nazionale delk Ciad. Sono stati appoggiati dal governo del Sudan e anche alle famigerate milizie Janjaweed del Darfur, in rappresaglia all’altro appoggio che il governo del Ciad ha invece dato ai ribelli del Darfur. Quel Darfur in cui tra 2003 e 2009 un conflitto tra pastori arabofoni e contadini nilotici è degenerato in una guerra aperta. Da una parte tre gruppi armati. Il Movimento Giustizia e Eguaglianza, il Fronte Nazionale di Redenzione e il Movimento di Liberazione del Sudan/Esercito, appoggiati appunto da Ciad e Eritrea. Dall’altra il governo sudanese, che in campo ha scatenato le già citate milizie Janjaweed, “Diavoli a Cavallo”. I 300400mila morti del Darfur si aggiungono ai quasi 2 milioni caduti in seguito all’altra rivolta del Sud cristiano e animista durata dal 1983 al 2005. La rivolta del Sud si è poi conclusa con l’accordo di pace che ha portato gli exguerriglieri sudisti dell’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan a partecipare al governo, in attesa del referendum che il prossimo gennaio dovrebbe decidere su un’eventuale indipendenza. E anche nel Darfur a febbraio è stata siglata una tregua. Ma ad aprile le elezioni hanno portato a una ripresa di tensione, col boicottaggio di gran parte delle opposizioni, accuse di brogli e scontri armati in zone al confine tra il Nord e il Sud. Inquietante preludio a una deflagrazione che potrebbe aver luogo in caso di indipendenza del Sud, sull’assegnazione di alcune aree particolarmente ricche di petrolio. Senza dimenticare che tra 2009 e 2010 varie faide sono avvenute tra gruppi di nomadi rivali nel Kordofan meridionale, con il saldo di 2000-2500 vittime. Tra l’altro, anche le cinque fazioni che tra 2003 e 2007 hanno combattuto nella Repubblica Centrafricana contro il governo del presidente François Bozizé sono state appoggiate dal Sudan,


dossier mentre con Bozizé si è schierato il Ciad. Un conflitto anch’esso da varie centinaia di morti, e che continua a produrre violenza anche dopo l’accordo di pace del dicembre 2008. Tant’è che qualcuno ha parla di una sola grande Guerra dell’Africa Centrale, divisa in varie fasi e vari fronti. La guerra in Somalia si è saldata a sua volta alle varie rivolte separatiste in corso in Etiopia, aiutate da un’Eritrea che tresca con l’integralismo islamico, ma è a sua volta minacciata da una Jihad eritrea appoggiata dal Sudan, ed è in contrasto sulla delimitazione dei confini con tutti i suoi confinanti. In particolare l’insorgenza somalo-islamista del Fronte di Liberazione Nazionale dell’Ogaden, in corso dal 1995, ha provocato tra i 3000 e i 3500 morti. Nel giugno del 2008 c’è stata una miniguerra di confine tra Eritrea e Gibuti, con circa 150 vittime. E a gennaio ci sono state anche scaramucce al confine tra Eritrea ed Etiopia, con 35 caduti. Due, come si è già ricordato, i fronti di tensione in Nigeria. Da una parte, le continue faide e pogrom tra cristiani e musulmani nelle aree plurireligiose: non solo per l’opposizione dei cristiani all’imposizione della Sharia nelle zone a maggioranza islamica, ma più in generale per insofferenza verso le migrazioni interne. Nel luglio del 2009 uno scoppio di violenza particolarmente intenso nel NordEst ha ammucchiato oltre 700 cadaveri. Dall’altra nel Delta del Niger continua nel 2004 la guerriglia del Mend: il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger, espressione dell’etnia Ijaw, e che comunque continua le stesse rivendicazioni del Sud-Est sui giacimenti petroliferi che già avevano portato negli anni ‘70 l’etnia Ibo a tentare la secessione del Biafra e negli anni ‘90 l’etnia Ogoni a condurre la campagna di disobbedienza civile che l’allora regime militare aveva stroncato impiccando il suoi leader, lo scrittore Ken Saro-Wiwa. In realtà qui il numero delle vittime non è molto alto: ma in compenso è alta l’attenzione del mondo, per la gran quantità di attacchi a piattaforme petrolifere gestite da multinazionali. Poi c’è il Maghreb. Nel 1992 il golpe che impedì la vittoria elettorale del Fronte Islamico di Salvezza accese in Algeria la rivolta islamista che in 10 anni provocò 160mila morti. Dal 2002 quel conflitto ad alta intensità è stato dichiarato concluso, ma i resti della

guerriglia jihadista si sono uniti ad altri elementi qaidisti in un’insorgenza a più basso livello, e che però si è estesa a Marocco, Tunisia, Mali, Mauritania, Niger e perfino le enclaves spagnole di Ceuta e Melilla. E le vittime sono ormai stimate in oltre 6mila. Per controbatterla dal febbraio del 2007 la Operation Enduring Freedom Trans Sahara, che si estende fino a Senegal e Ciad. E il tutto ha rischiato di saldarsi alla Seconda Rivolta Tuareg che si è accesa in Mali e Niger tra 2007 e 2009, provocando varie centinaia di morti.

Anche grazie a un forte intervento multinazionale si sono invece concluse le guerre civili che avevano sconvolto la Costa d’Avorio nel 2002-2007 (quasi 2mila morti), la Liberia nel 1989-96 e 1999-03 (350.000 morti) e la Sierra Leone nel 1991-2000 (75mila morti): tutti conflitti che sono partiti da contestazioni elettorali, si sono complicate con rivalità tribali e sono degenerate in guerre di razzia che hanno però cercato di mobilitarsi con motivazioni nazionaliste contro le forze di peace keeping straniere. Di carattere più propriamente separatista la rivolta della Casamance contro il Senegal (19902006, oltre un migliaio di morti) e quella del Fronte Polisario nel Sahara Occidentale: 1973-75 contro la Spagna, 1975-1979 contro Mauritania e Marocco, 19791992 contro il solo Marocco, per un totale di 25mila morti. Dal 1991 nel Sahara Occidentale è in corso un’interminabile mediazione internazionale per un referendum che dovrebbe decidere tra autonomia o indipendenza, e che ogni tanto è inframmezzato da riprese di tensione. Anche in Kenya tra fine 2007 e inizio 2008 la polemica su un risultato elettorale accese una faida etnica che uccise tra le 800 e le 1500 persone. Fortunatamente non si formarono però milizie armate e la crisi fu risolta da un accordo per un governo di unità nazionale. Nel contempo, ci fu anche un’insurrezione tribale per dispute sulla terra nel Distretto del Monte Elgon, che durò dal 2005 al 2008 e provocò 600 morti. Quasi da operetta ma comunque col bilancio di 3 morti e 21 feriti, infine, l’operazione anfibia con cui nel marzo del 2007 le Comore rioccuparono la secessionista isola di Anjouan, con l’appoggio di Unione Africana, Francia e Libia. 39


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COMANDO IN GERMANIA, ESERCITO A VICENZA E MARINA A NAPOLI: GLI USA NON HANNO VITA FACILE

GUAZZABUGLIO AFRICOM DI

P

ANDREA NATIVI

er decenni l’Africa non ha avuto un’elevata priorità nei piani e negli interessi del Pentagono. In particolare l’Africa sub sahariana. Solo recentemente la situazione ha iniziato a cambiare. In precedenza per gli Usa il continente africano non meritava neanche un comando regionale operativo, tanto è vero che le competenze sull’Africa erano ripartite, su base

geografica, tra tre dei comandi principali; Eucom, il comando europeo (nord Africa, Africa Occidentale e Centrale Golfo di Guinea, Africa Merdionale), Centcom, il comando responsabile per il Golfo e parte dell’Asia (Corno d’Africa, Kenya, Sudan ed Egitto) e persino Pacom, il comando del Pacifico (Madagascar, Seychelles e Oceano Indiano). Le conseguenze di questo approccio erano evidentemente poco positive, visto che per ciascuno dei comandi interessati la propria porzione di Africa restava comunque una missione secondaria, se non del tutto marginale, per non parlare dei problemi di coordinamento tra comandanti e comandi di pari livello e del tutto indipendenti. Così, dopo una decina d’anni di discussioni e ripensamenti, si è giunti alla decisione, da parte dell’Amministrazione Bush, di creare il nuovo Comando. La pianificazione partì a metà 2006, nel febbraio 2007 il presidente annunciò la costituzione del sesto comando unificato, dedicato all’Africa e le attività preparatorie sono state avviate ad ottobre 2007. A ottobre 2008 è nato ufficialmente Africom.Uno dei primi problemi che si è dovuto affrontare era quello della sede. Idealmente Africom doveva trovare casa in un paese africano. Ma, a 40

dispetto delle pressioni e delle offerte generose, non si è riusciti a vincere le diffidenze dei paesi africani, mentre i pochi “volontari” accogliendo il comando statunitense avrebbero finito per trovarsi in difficoltà con i propri vicini o avrebbero inficiato la possibilità del comando di svolgere il proprio ruolo efficacemente. Così si è finito per basare Africom in Europa, sparpagliandone per di più le varie componenti: la sede di Africom è in Germania, a Stoccarda e sul suolo tedesco si trovano anche la componente aerea, la 17a Air Force e il suo centro di comando operazioni aeree, il 617th Aoc, quella Forze Speciali e persino quella dei Marines. In Italia invece si trova la componente Esercito, a Vicenza, e quella navale a Napoli. Considerando che in Africa gli eserciti contano molto di più delle marine o delle aeronautiche, è evidente l’importanza della disponibilità italiana a trasformarsi in host base per il nuovo comando. A Vicenza lo staff di Africom conterà circa 500-600 persone, per due terzi militari, mentre 4-500 saranno a Napoli. È anche vero che in larga misura si è trattato di cambiare mostrine e berretto a chi in Italia c’era già: a Vicenza per esempio si è proceduto trasformando un reparto già esistente, la Setaf (Southern


dossier European Task Force ). Di fatto le infrastrutture di Africom coesistono con quelle di Eucom, il che ha consentito un rapido start-up e permette di ridurre i costi logistici e di funzionamento, ma complica indubbiamente la operatività. Le moderne tecnologie rendono possibile collegare “virtualmente” basi e soldati fisicamente separati anche di migliaia di chilometri (la sede di Centcom è ad esempio a Tampa, in Florida), però a questo guaio si aggiunge che Africom non ha basi avanzate o strutture permanenti in Africa. Criticità che sono state evidenziate sia al Congresso sia in analisi indipendenti, come quelle condotte dal Gao (Government Accountability Office), una sorta di Corte dei Conti. In realtà non è affatto escluso che Africom possa prima o poi traslocare, almeno in parte in Africa. Ma certo non nell’immediato. In ogni caso, Africom una qualche presenza concreta in Africa ce l’ha, ma, ironicamente, il fulcro delle sue attività militari consiste nella base di Camp Lemonnier che si trova a Djbuti, che è anche uno degli hub dei militari francesi nel continente. Parigi ha accettato e financo agevolato l’arrivo delle forze Usa a Djibuti, gli Usa però usano ora denaro e influenza politica per garantirsi il mantenimento della grande base (che si è andata espandendo negli anni) a prescindere dal placet francese. Il secondo Sito avanzato Operativo (Fos) del comando africano si trova nell’isola di Ascensione, in attesa di meglio. Africom ha poi identificato una decina di Cooperative Security Locations in Africa che costituiscono le basi/punti di accesso al continente. Perché se non si hanno basi e forze permanenti in loco, bisogna almeno essere sicuri che in caso di necessità si possa farle affluire, e in fretta. Le “atipicità” di Africom non finiscono qui: dal punto di vista militare si tratta di un comando senza “muscoli”, praticamente quasi privo di mezzi, soldati “propri”, assegnati cioè stabilmente e, di conseguenza, con una minima presenza permanente “avanzata” nel teatro di competenza.. Il concetto di funzionamento prevede che Africom possa attingere alle risorse degli altri comandi regionali. In molti casi

si deve trattare di “accesso garantito”, ma è evidente che quando la coperta è corta, come in questi anni, e gli altri comandi devono far fronte ad una moltitudine di impegni operativi, a partire da Iraq ed Afghanistan, risulta difficile ottenere quanto serve, quando serve. Senza contare che il personale “non dedicato” non può che avere problemi ad adattarsi alla realtà africana, alla cultura, alle abitudini, alla barriera linguistica, per non parlare della peculiarità della missione di Africom. Non essendoci alternative, Africom fa di necessità virtù e sviluppa quindi le proprie competenze specifiche essenzialmente a livello di comando e comandanti, che di volta in volta gestiscono quanto disponibile. Africom ha la capacità di pianificazione, gestione delle operazioni, grazie ad una struttura completa (o quasi) di comando e controllo che può essere “proiettata” in teatro operativo in caso di crisi o di emergenza (lo staff interforze proiettabile supera le 300 unità) e che in condizioni “ordinarie” conduce invece una serie di attività di cooperazione/collaborazione su base continuativa e di livello via via crescente. Peraltro con il tempo si sta cercando di assegnare al comando almeno una aliquota base di mezzi e personale operativo “proprio”. Al momento l’organico ha superato quota 1.200. Parallelamente sono aumentati anche gli stanziamenti: si è partiti con 50 milioni di dollari nel 2007, per salire a 75 nel 2008 ed a 310 nel 2009 , salvo poi ridiscendere a quota 278 milioni nel 2010. Ancora, essendo l’ultimo nato, Africom deve superare un po’ alla volta le resistenze dei comandi già esistenti che avevano iniziative di cooperazione militare in Africa, attività che devono necessariamente essere assorbite dal nuovo comando: si può pensare ad esempio ai programmi della Us Navy come l’Aps, Africa Partnership Station, condotto nel golfo di Guinea, che la Marina non aveva alcuna intenzione di trasferire ad Africom. Per non parlare del fatto che non tutta l’Africa è di Africom, perché Centcom si è “tenuto” l’Egitto. Ma non finisce qui. Africom è anche l’unico comando del Pentagono ad avere una marcata caratterizza41


Risk zione “multiministeriale-multiagenzia”: ad Africom il personale civile, in particolare del Dipartimento di Stato (il numero 2 di Africom, responsabile per gli affari politico-civili è infatti un diplomatico, con il rango di ambasciatore) e di varie agenzie governative, a partire da Usaid (Us Agency for International Development) , ha un peso rilevante ad ogni livello (o quasi, le posizioni chiave sono comunque quasi tutte affidate a personale in uniforme), perché la missione da svolgere riguarda difesa, ma anche sicurezza, politica estera e di sviluppo. Considerando le rigidità, le barriere e le gelosie che caratterizzano la macchina burocratica-governativa statunitense, Africom rappresenta una scommessa dall’esito niente affatto scontato.

Africom ha un task ufficiale molto chiaro, ovviamente volto a realizzare gli interessi nazionali statunitensi, attraverso un approccio 3D: si parla infatti di Defense, Diplomacy, Development. Tuttavia l’obiettivo strategico prioritario è più concretamente quello di sconfiggere Al Qaeda e le sue ramificazioni locali africane, come l’Aqim maghrebino. Africom deve poi creare le capacità di condurre operazioni di pace per rispondere a nuove crisi e supportare le operazioni di pace in atto, nonché cooperare con i paesi africani per rendere difficile la proliferazione e il possesso da parte di paesi africani di armi per la distruzione di massa. Deve cercare migliorare le capacità, la affidabilità istituzionale e la professionalità delle forze militari e di sicurezza dei governi africani (che spesso si trasformano da elementi di stabilità e pilastri delle istituzioni in elementi di destabilizzazione), per permettere loro di affrontare minacce transnazionali e di condurre operazioni di pace nonché di supportare i rispettivi governi. In particolare l’obiettivo è quello di far si che i paesi africani possano creare e sostenere forze militari convenzionali e tutti i relativi elementi di supporto. Poi ci sono anche gli impegni umanitari, contro le pandemie e malattie come l’Hiv. Tutto questo a livello ufficiale. Poi, anche se nessuno lo ammetterà mai, è evidente che gli Usa sono interessati a garantirsi 42

l’accesso alle materie prime africane, a cominciare dagli idrocarburi e non solo. Si calcola che già dal 2015 gli Usa importeranno dall’Africa il 25% circa del petrolio del quale hanno bisogno, petrolio che insieme al gas viene estratto in Nigeria, Guinea, Gabon e Angola, mentre importanti giacimenti sono stati identificati in Uganda e Ghana. Per non parlare della vitale esigenza di mantenere aperte e sicure le linee di comunicazioni marittime che i pirati somali (e non solo) hanno minacciato seriamente, prima di essere rintuzzati con una serie di attività estremamente costose e parzialmente efficaci condotte dalla comunità internazionale. I vertici di Africom sono abbastanza realistici quando discutono la possibilità di realizzare il ruolo assegnato. In Africa, gli Usa non sono e non possono giocare nel modo abituale. Intanto perché non hanno le risorse per farlo. Basti pensare che la Francia, pur se sta cercando di disimpegnarsi dal continente, mantiene comunque in Africa circa 1/3 dei soldati schierati fuori dalla basi metropolitane e impiega stabilmente oltre 10mila soldati. E, può sembrare assurdo, ma ci sono probabilmente più militari cinesi in Africa di quanto non siano quelli dell’Esercito statunitense, per non parlare dei contingenti militari internazionali che operano in seno alle missioni Onu e che comprendono migliaia e migliaia di soldati, ad esempio del Pakistan. Dunque il Pentagono in Africa non è davvero il peso massimo. Inoltre il contesto africano suggerisce di adottare una strategia di “basso profilo”, perché Africom per avere successo deve per prima cosa superare sospetti, perplessità, quando non aperta ostilità. In molti paesi africani le vecchie potenze coloniali godono di un trattamento e di un credito che solo poche capitali sono invece disposte a concedere agli Stati Uniti. Persino i neocolonialisti cinesi o indiani spesso sono visti con meno diffidenza. Poi in Africa opera massicciamente l’Onu, l’Unione Europea e tanti singoli paesi europei. La posizione ufficiale americana è che si cerca di collaborare con tutti, badando di evitare sovrapposizioni e frizioni. In realtà così non può essere e infatti non è.


dossier Però gli Usa cercando di imparare dagli altri e con qualcuno collaborano e cercano di evitare imposizioni. Ad esempio è stato sicuramente lungimirante la scelta di ripartire l’Aor, l’aerea di responsabilità del Comando in 5 settori regionali che corrispondono alle aree regionali dell’Unione Africana, ciascuna delle quali dovrebbe disporre di una propria brigata multinazionale stand-by capace di intervenire rapidamente in caso di crisi o in operazioni di stabilizzazione. Di fatto di brigate decentemente operative ce ne sono due, Africom lavora per migliorare le capacità di queste unità e per aiutare l’attivazione effettiva delle altre tre. Il fulcro della attività di Africom rimane la Cjtf-Hoa (Combined Joint Task Force Horn of Africa) a Dijbouti, nata nel 2002, la cui missione principale consiste nel combattere Al Qaeda e in generale il terrorismo internazionale che ha trovato in Africa un terreno fertilissimo, così come santuari e protezioni e che ovviamente non può che prosperare in stati falliti come la Somalia o dove i governi e le istituzioni non funzionano. Dijbouti funge poi da base appoggio/logistica e trampolino di lancio per una serie di attività, “nere” e ufficiali, per contrastare il terrorismo anche al di fuori dell’Africa, a partire dallo Yemen. La Citf-Hoa conduce ovviamente anche attività meno “cinetiche” di cooperazione militare e nel campo della sicurezza. Altra missione anti-terrorismo è la Tscti, TransSahara Counter Terrorism Initiative, erede della precedente operazione Pan-Sahel condotta dal Dipartimento di Stato e finalizzata a migliorare il controllo dei confini dei paesi partecipanti. Africom la supporta, ma ha anche la sua operazione più prettamente militare, la Operation Enduring Freedom.Trans Sahara (Oef-Ts) che vede l’impegno in particolare delle Forze Speciali, è volta a creare capacità antiterrorismo e che ultimamente ha visto una maggiore attività in Africa Orientale, dal Kenya all’Uganda, all’Etiopia a Dijbouti. Si tratta di aiutare questi paesi a creare forze speciali, capacità intelligence e di sorveglianza. In campo marittimo si sta

Dal punto di vista militare Africom è un comando senza “muscoli”, praticamente quasi privo di mezzi e soldati propri, assegnati cioè stabilmente e, di conseguenza, con una minima presenza permanente “avanzata” nel teatro di competenza. Il concetto di funzionamento prevede che Africom possa attingere alle risorse degli altri comandi espandendo, anche per combattere la minaccia della pirateria, il programma Africa Partnership Station, avviato dalla Us Navy nel 2007 e che ha visto la partecipazione di dieci paesi africani e che ha prodotto ottimi risultati e viene ora condotto in Africa Occidentale, Orientale e Meridionale, anche attraverso la creazione di reti di sorveglianza radar costiera, la formazione di guardie costiere che ricevono istruzione e battelli dagli Usa, attività addestrative ed esercitazioni, scambi di informazioni. Sempre in campo navale, c’è il programma Mlep, Africa Marittime Law Enforcement, volto a proteggere risorse naturali, a partire da quelle ittiche, fermare contrabbando e attività illegali. Ci sono poi programmi di assistenza nel campo della logistica, dell’intelligence (Intelligence Security Cooperation and Engagement). Altri progetti sono mirati alla creazione di capacità di comando e controllo presso l’Unione Africana e il suo centro per le operazioni di pace, nonché presso le 5 Brigate stand-by regionali. Programmi specifici nel settore delle comunicazio43


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Gli Usa hanno capito che la maggior parte dei prodotti e delle tecnologie militari di cui dispongono sono eccessivi, troppo costosi e difficili da far funzionare nel contesto africano. Al continente nero servono sistemi rustici, affidabili e semplici: non le iper-tecnologie ni sono in atto presso 13 paesi dell’Ecowas, per fornire ai rispettivi comandanti militari almeno un’architettura base di comunicazione. Ci sono poi progetti nel campo dello sminamento umanitario. Tra i programmi di “mentoring” va ricordato quello, quinquennale condotto in Liberia per costituire un apparato di difesa e sicurezza oppure quello che prevede la costituzione, equipaggiamento e addestramento di un battaglione di fanteria impiegabile in missioni di pace nel Congo Drc. Programmi specifici di preparazione e addestramento (Acota, Africa Contingency Operations Training and Assistance) sono condotti per migliorare le capacità dei reparti che i paesi africani mettono a disposizione delle varie missioni di peace keeping. Ancora, Africom lavora con le ambasciate statunitensi in Africa attraverso propri rappresentanti e ufficiali di collegamento e piccoli team. Il contenuto e il ventaglio dei programmi di Africom è dunque il frutto di una combinazione degli interessi di paesi africani partner e naturalmente degli interessi statunitensi. Uno degli strumenti più efficaci di cooperazione militare consiste nell’aiutare i governi africani a equipaggiare e far funzionare le rispettive forze armate, ottenendo poi la massima standardizzazio44

ne possibile a livello continentale, ma anche con le forze armate statunitensi, in modo da rendere possibile attività congiunte ad ogni livello. Per quanto possibile gli Stati Uniti cercando di “esportare” il proprio modello organizzativo, la propria dottrina, procedure, standard. I paesi amici, alleati, partner, siano questi paesi evoluti oppure relativamente poco sviluppati in linea di massima dovrebbero recepire il “verbo” Usa. Un esercizio che funziona piuttosto bene anche a livello Nato: del resto se vuoi “lavorare” con le forze armate statunitensi è necessaria una certa compatibilità se non la piena interoperabilità. Né si può pensare che siano le forze armate Usa ad adattarsi agli usi e costumi dei partner. Questa attività di suasion però trova evidenti ostacoli in Africa, dove la maggior parte degli strumenti militari nazionali versa in uno stato di arretratezza tecnologica, inefficienza e pessima organizzazione/gestione. Per moltissimi Paesi africani, anche volendo, il modello statunitense è del tutto inapplicabile e inappropriato, tante e tali sono le differenze. E tutto questo complica le relazioni. Peraltro Africom ce la mette tutta, lavorando, come visto, sia dal basso sia dall’alto: da un lato formando quadri junior, come i sottufficiali o gli ufficiali subalterni, dall’altro impegnandosi nella formazione dei quadri dirigenti e degli staff ai livelli superiori, sia in Africa che negli Usa. Ad esempio, Africom di fatto ha creato e gestisce il War College Etiope, mentre ha sponsorizzato la presenza di una ventina di selezionati ufficiali di una quindicina di paesi africani presso il Joint Staff College statunitense di Fort Leavenworth, Kansas.

Un aspetto altrettanto importante consiste nell’aiutare i governi africani a modernizzare le proprie forze, possibilmente…acquistando americano. Questo ultimo aspetto è fondamentale, sia per la standardizzazione, sia per la rilevanza economica, sia per quella strategica, in quanto chi acquista all’estero si lega in un rapporto di dipendenza dal fornitore, non fosse che per assistenza tecnica e for-


dossier nitura di pezzi di ricambio. Gli Stati Uniti hanno una serie di meccanismi ben oliati per realizzare questo obiettivo: si tratta ad esempio dei contratti di vendita Fms (Foreign Military Sales) che prevedono che il governo americano acquisti per conto di un governo estero materiali e sistemi dalle industrie di casa. Il rapporto è diretto, governo-governo, chi riceverà i materiali formalmente non tratta con l’azienda che vende. E l’acquisto può essere finanziato attraverso i Foreign Military Funds approvati annualmente dal Congresso, sotto forma di aiuti a fondo perduto o prestiti. Anche in questo campo per anni l’Africa ha ricevuto però poco o nulla. Gli Fmf destinati all’Africa in particolare si sono gradualmente ridotti quasi a zero dal 2002 fino al 2008 e non è che in precedenza fossero particolarmente abbondanti: ci sono stati picchi nel 1982 con progetti in Sudan e di nuovo nel ‘91 con attività in Botswana, Costa d’Avorio, Ghana e Dijbouti e infine nel 2002 con il Kenya. Con la nascita di Africom la situazione sta cambiando: gli Fmf africani stanno tornando a crescere a ritmi consistenti, anche se per ora le cifre assolute sono modeste. Tuttavia in Africa bastano relativamente pochi soldi per ottenere significativi miglioramenti, tanto è disastroso il livello di partenza. Così si è passati da 8 milioni di dollari a 26 milioni nel giro di un anno (dal 2009 al 2010) e per il 2011 ne sono stati richiesti 38 milioni. Gli Usa si sono anche resi conto che la maggior parte dei prodotti e delle tecnologie militari di cui dispongono sono eccessive, troppo costose, difficili da far funzionare nel contesto africano. In Africa servono sistemi rustici, affidabili, semplici, non le iper-tecnologie. Per aggirare il problema gli Stati Uniti utilizzano varie soluzioni: cercando di promuovere l’acquisto dei sistemi più “basici” per capacità e costo in servizio con le proprie forze armate (ad esempio gli aerei italiani C-27J invece dei più grandi, costosi e complicati C-130 prodotti in Usa,) procedendo, attraverso i programmi Eda, Excess Defense Articles, alla cessione gratuita di

materiale dichiarato in surplus dal Pentagono e che, se pur usato, può svolgere ancora un ruolo prezioso in Africa, previo adeguata revisione e, soprattutto, addestramento del personale destinato ad utilizzarlo e specifici programmi di supporto logistico. Dall’altro, grazie alla lezione appresa in Iraq o in Afghanistan, si può acquistare sistemi e tecnologie non statunitensi sul mercato dell’usato e poi “girarle” ai paesi beneficiati. Infine, si cerca di rimettere in funzione sistemi di produzione americana che paesi africani hanno acquistato in passato e che, se pur utilizzabili, di fatto non lo sono per problemi logistici/manutentivi. È il caso ad esempio degli aerei da trasporto C-130 delle prime versioni, presenti in diversi paesi africani, ma solo il 50% dei quali è efficiente.

L’aeronautica statunitense sta cooperando con le aeronautiche di paesi africani per rimettere in servizio questi aerei, preziosissimi per spostare materiali e personale in aree dove non ci sono ferrovie, la rete stradale è approssimativa, le distanze immense, il terreno difficile. Sempre l’aeronautica sta cercando di migliorare la situazione spesso sconsolante in cui versano gli aeroporti di moltissimi paesi africani, con carenze drammatiche anche in settori elementari (radar controllo traffico aereo, comunicazioni etc.) che rendono difficilmente accessibili anche per via aerea intere regioni (per non parlare della sicurezza del volo, il tasso di incidenti nell’aviazione civile africana è altissimo e innumerevoli compagnie aeree locali sono nelle black list internazionali perché non danno sufficienti garanzie). Vi sono poi programmi di cooperazione bilaterali molto innovativi, che prevedono che la Guardia Nazionale di uno degli Stati Uniti “adotti” un paese africano e conduca una serie di attività di addestramento, collaborazione , esercitazioni. Ci vorranno anni, lustri per ottenere un radicale miglioramento, ma la politica statunitense sembra volerci provare davvero. 45


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MONUC, UNOCI, UNAMID: LE MISSIONI TRACOLLANO E L’UNIONE AFRICANA LATITA

IL FALLIMENTO DEI CASCHI BLU DI

A

PIETRO BATACCHI

partire dai primi anni Novanta, tutto il Continente a sud della fascia del Maghreb ha sofferto una guerra civile, o un conflitto maggiore, come nel caso della Repubblica Democratica del Congo, che ha lasciato un vuoto di governo e sicurezza. L’Onu, e negli ultimi anni in misura minore l’Unione Africana, è l’organizzazione che ha cercato di riempire questo

• vuoto, dando vita a diverse missoni per monitorare accordi di cessate il fuoco, di pace o tregue. Il più delle volte si è trattato di missioni che non hanno raggiunto il loro scopo ed il cui bilancio si è risolto in un fallimento o che hanno suscitato aspre critiche e polemiche. Ma tant’è, nell’assenza di un impegno serio e sistematico da parte dell’Occidente, disinteressato ai problemi africani, molto spesso i Caschi Blu sono stati, e sono tuttora, l’unica alternativa possibile e l’unico mezzo impiegabile in contesti, ambientali e politici, estremamente difficili e complicati. Oggi, decine di migliaia di Caschi Blu, o soldati dell’Unione Africana, sono impegnati in tutto il Continente Africano in operazioni classiche di peace keeping o monitoraggio per impedire che condizioni di conflittualità si riaccendano o possano degenerare. L’Africa è pertanto diventata una sorta di core business per l’Onu, laddove in altri contesti strategicamente più importanti, dal Medio Oriente all’Asia, ad occuparsi della stabilizzazione e dell’ordine sono direttamente gli Stati Uniti, da soli o in ambito di coalizione ad hoc, o organizzazioni comunque guidate dagli Usa, come è la Nato.L’Onu è attualmente impegnata in diverse missioni di pace in paesi africani. Dalla Costa D’Avorio, al Congo fino al Sudan. Queste, di fatto, sono le principali 46

missioni di peace keeping a guida Onu sul suolo africano. In Costa D’Avorio è tuttora attiva la missione Unoci (United Nations Operation in Côte d’Ivoire), autorizzata con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza il 27 febbraio 2004. La missione è stata lanciata per facilitare l’implementazione degli accordi di cessate il fuoco del gennaio 2003 tra le forze governative, che controllavano la parte meridionale del paese, e i gruppi ribelli delle Forze Nuove, che controllavano il nord, ed ha preso il posto della Minuci (United Nations Mission in Côte d’Ivoire) stabilita nel maggio 2003 per facilitare l’attuazione degli accordi di cinque mesi prima. La missione ha il compito di creare una zona cuscinetto tra i due contendenti nella parte centrale del paese, per monitorare la cessazione delle ostilità, garantire le condizioni per ristabilire la fiducia reciproca tra le parti, assicurare il collegamento con le Fanci (National Armed Forces of Côte d’Ivoire) e le forze francesi della missione Licorne, assistere il Governo nel monitoraggio dei confini ed attuare il processo di Ddr (Disarmament, Demobilization and Reintegration) di tutte le fazioni ed i combattenti. In generale, l’obiettivo di Unoci è favorire la riunificazione del paese e la creazione di un governo stabile di tutti gli ivoriani. Nei fatti, tale obiettivo ancora oggi è stato pale-


dossier semente mancato. Il cessate il fuoco è stato più volte violato e le milizie non sono state disarmate. Gli accordi del gennaio 2003, che prevedevano la creazione di un governo di unità nazionale e la cessazione delle ostilità, non sono mai stati rispettati da entrambe le parti, fino a che, nel 2004, la situazione è riesplosa nuovamente, dopo che le forze di opposizione avevano abbandonato il governo guidato dal presidente Laurent Ggabo. Una situazione culminata a novembre con il pesante intervento del contingente francese, dopo l’attacco da parte dell’Aviazione governativa contro la base francese di Boakè che ha portato all’uccisione di nove soldati. In quell’occasione la reazione francese è stata durissima ed ha provocato la distruzione a terra del’intera forza aerea ivoriana - due Su-24, protagonisti dell’attacco a Boakè e cinque Mi-24 - e l’uccisione di diversi civili nelle proteste anti-francesi sobillate da Ggabo. Dopo di allora il conflitto ha visto progressivamente diminuire la propria intensità, fino agli accordi di Ouagadougou del 2007, firmati dal presidente Ggabo e dal leader dell’opposizione Soro, che hanno posto fine agli scontri iniziati nel 2002. L’accordo prevedeva l’identificazione della popolazione ivoriana e di quella straniera residente sul territorio ai fini delle elezioni, la creazione di una forza di sicurezza stabile, il disarmo dei ribelli e delle milizie e la creazione di un nuovo governo di unità nazionale. Tuttavia, nonostante gli accordi, ancora oggi la situazione resta di fatto congelata, con un nord filo-governativo ed un sud controllato dall’opposizione, ed al momento in cui scriviamo il processo elettorale che avrebbe dovuto portare a nuove elezioni non è ancora ripreso. Questa situazione ha di fatto costretto l’Onu a estendere nuovamente, lo scorso 27 maggio, il mandato di Unoci. Ad oggi, Unoci ha una forza di 7.195 uomini ai quali vanno aggiunti 180 osservatori e 1.128 poliziotti, con una componente civile composta da uno staff internazionale di 401 persone, 294 volontari e 697 persone dello staff locale. I contributi principali vengono da paesi asiatici, sudamericani e da altri paesi africani. Il budget approvato per il periodo luglio 2009 giugno 2010 è stato di 491,7 milioni di dollari. In Congo, l’Onu è impegnata con la sua missione probabilmente più

Unmil in Liberia è la sola eccezione alla storia di fallimenti delle Nazioni Unite visto che è riuscita, dal 2003 ad oggi, a far rispettare il cessate il fuoco raggiunto tra tutte le fazioni e la corretta implementazione degli accordi di pace di Accra che hanno posto fine alla seconda guerra civile liberiana importante, ovvero la Monuc (United Nations Organization Mission in the Democratic Republic of the Congo). La missione ha preso avvio con la risoluzione 1279 del 30 novembre 1999 e all’inizio si caratterizzava come missione di monitoraggio ed osservazione, istituita a seguito degli accordi di cessate il fuoco di Lusaka firmati dal Governo della Rdc e gli altri cinque stati che avevano preso parte alla seconda guerra congolese Ruanda, Uganda, Angola, Namibia e Zimbabwe - chiamata anche la “Guerra Mondiale dell’Africa”. Con la risoluzione 1291, il Consiglio ha poi esteso il mandato ed i compiti di Monuc, trasformandola in una missione di peace keeping a tutti gli effetti ed incrementandone progressivamente gli organici fino ad oltre 20mila uomini. Monuc è una delle missioni dell’Onu più contestate e criticate. Nonostante il cospicuo dispiegamento di uomini e mezzi, e un budget annuale vicino al miliardo e mezzo di dollari, la missione non è ancora riuscita a stabilizzare la situazione e ad impedire il regolare scoppio di episodi di violenza, molto spesso ai danni della popolazione civile, tra le varie fazioni armate ancora attive, soprattutto nella regionale orientale del nord e sud Kivu. Il cessate il fuoco di Lusaka non è mai stato rispettato e gli scontri tra le forze governative, i vari gruppi ribelli e 47


Risk le forze straniere presenti sul territorio congolese non sono mai terminati. Nel 2002 sono stati firmati gli accordi di pace separati tra il governo congolese e Ruanda e Uganda, rispettivamente, e nel 2003 è stato costituito un governo di transizione che ha traghettato il paese fino alle elezioni del 2006 vinte dal figlio di Kabila, Joseph, succeduto al padre dopo il suo assassinio nel 2001. Oggi restano sul tavolo i soliti problemi, a cominciare dalla difficoltà del governo a controllare il territorio, soprattutto nel nord e sud Kivu, in Ituri e nel nord Katanga, dove continuano a spadroneggiare le milizie e continuano le violenze etniche. Sullo sfondo, poi, permane la grande questione dello sfruttamento delle risorse minerarie dal Congo Orientale - oro, diamanti, cobalto e coltan - risorse che alimentano un perverso circuito di interessi e clientele e, in ultima analisi, gli stessi conflitti, ormai cronici. La Monuc non ha di fatto prodotto nessun risultato per risolvere questi problemi e, anzi, molto spesso alcuni suoi rappresentanti sono rimasti coinvolti, in scandali dimostrandosi pedine del meccanismo di cui sopra. Solo pochi mesi fa è stata la stessa Onu ad ammettere il fallimento della Monuc. In un rapporto presentato al palazzo di Vetro, l’azione dei caschi blu è stata definita «inesistente, contraddittoria e fallimentare» nel portare soccorso alla popolazione civile congolese e nel bloccare la deriva anarchica della ricchissima regione orientale del Congo, rimasta sotto il controllo dei ribelli Hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, che hanno esteso la loro ragnatela su tutto il Kivu e sul commercio delle sue abbondanti risorse minerarie. E l’Onu, come si diceva, non è estranea a tutto questo. «Il Gruppo di Esperti che sorveglia l’applicazione delle sanzioni disposte dal Consiglio di Sicurezza ha ottenuto la prova che tra marzo 2009 e febbraio 2010 ignoti hanno prodotto falsi certificati Onu per facilitare l’esportazione del prezioso metallo dalla Repubblica Democratica del Congo ad altri stati africani», si poteva leggere sempre nel rapporto. Uno stato di fatto confermato anche dal ministero per le Risorse Minerarie congolese, che ha rivelato la «falsità di tutti i documenti in questione». Ad oggi, la situazione resta instabile. Il governo di Joseph Kabila per mesi ha premuto per un ritiro della missione 48

Monuc, un ritiro chiesto per ragioni eminentemente simboliche visto che nel 2010 ricorre il cinquantennale dell’indipendenza del paese dal Belgio, ma alla fine l’Onu ha deciso di ritirare solo 2mila dei Caschi Blu presenti nell’area, su oltre 20mila, e di ridenominare la missione Monusco (United Nations Organization Stabilization Mission in the Democratic Republic of the Congo). Nella sostanza si è trattato di una sorta di contentino per il governo di Kinshasa e di una larvata presa di distanza dai fallimenti di Monuc. Il ritiro è già iniziato nelle aree dove le condizioni di sicurezza lo hanno permesso, ma ulteriori riduzioni dipenderanno dall’evoluzione della situazione sul terreno e dal raggiungimento di determinati obiettivi, tra i quali il completamento delle operazioni militari in corso nel Kivu e nella provincia orientale e il consolidamento dell’autorità dello stato su tutto il territorio.

Subito dopo l’Rdc, l’impegno dell’Onu più gravoso è quello in Sudan, dove sono attualmente attive due missioni: Unamic e Unamid. Unmis è stata lanciata nel 2005 a seguito degli accordi di pace di gennaio tra il governo di Khartoum e l’Splm/A (Sudan People Liberation Movement/Army) che avevano posto fine alla lunghissima guerra civile tra il Nord del Paese, arabo e musulmano, ed il Sud, cristiano e animista. La missione ha il compito di monitorare il rispetto degli accordi di pace, creare una zona cuscinetto tra le due aree del paese e garantire il nuovo assetto istituzionale ad interim in attesa del referendum del 2011. Ad oggi la missione ha una forza di oltre 10.500 uomini, tra soldati e poliziotti. In breve, però, l’impegno dell’Onu in Sudan si è trovato a dover fare i conti anche con la crisi del Darfur, scoppiata nel 2003, tra le popolazioni musulmane stanziali dell’area e il governo centrale appoggiato dalle milizie arabe, di origine nomade, dei Janjaweed. Dopo tre anni di scontri ed un primo cessate il fuoco del 2004 che ha portato alla costituzione della missione africana Amis, nel 2006 è stato raggiunto un accordo di pace tra Khartoum e lo Sla (Sudan Liberation Army) che però è stato respinto dall’altro gruppo ribelle darfurino, ovvero il Jem (Justice and Equality Movement). L’accordo di


dossier pace ha offerto tuttavia l’occasione per estendere il mandato ed i compiti di Unmis anche al Darfur ed in tale direzione ha iniziato infatti a muoversi l’Onu premendo sul governo di Khartoum riluttante ad accettare il passaggio di consegne in Darfur tra Onu e Unione Africana. Più di un anno di negoziati sono stati necessari per superare l’opposizione del governo sudanese, ma alla fine nel luglio 2007 ha preso il via una nuova missione dell’Onu anche in Darfur. Le due missioni sono attive ancora oggi, ma la loro presenza, specialmente quella di Unamid, non ha portato alla stabilizzazione della situazione. La crisi nel Darfur è tuttora in pieno corso ed i nuovi negoziati di pace, condotti a Doha e che hanno portato alla firma di un accordo preliminare di cessate il fuoco tra i due principali gruppi ribelli darfurini ed Khartoum, sono in completo stallo dopo che il Jem ha richiamato i suoi rappresentanti. Nel mese di aprile ci sono stati nuovi scontri che hanno provocato centinaia di morti. L’Onu ha altre due importanti missioni in Africa, Unmil in Liberia e Minurcat in Ciad. Unmil è probabilmente la sola eccezione alla storia di fallimenti delle Nazioni Unite in quanto, dal suo stabilimento nel settembre 2003 - allo scopo di monitorare il cessate il fuoco raggiunto tra tutte le fazioni e la corretta implementazione degli accordi di pace di Accra che hanno posto fine alla Seconda Guerra Civile liberiana - la missione ha permesso di stabilizzare la situazione e da allora non si sono registrati più episodi di violenza o violazioni significative. Unmil ha inoltre permesso di condurre con successo il processo di disarmo e smobilitazione delle milizie, pur con qualche limitata eccezione. La relativa stabilità raggiunta ha così permesso un progressivo ridimensionamento della missione, fino all’attuale organico di circa 8mila uomini. Lo stesso successo non si può dire lo abbia avuto la missione Minurcat (Un Mission in the Central African Republic and Chad), che ha una piccola presenza anche in Repubblica Centrafricana, ma che ancora oggi si dibatte tra difficoltà ed incertezze. Minurcat è stata avviata nel settembre 2007 come missione civile e di polizia, affiancando la missione militare dell’Unione Europea Eufor-Ciad, per la protezione e assistenza della popolazione civile rifugiatasi dal vicino

Un ruolo sempre più importante sul fronte della sicurezza lo ricopre l’Unione Africana. Nata nel 2002 come successore dell'Organizzazione dell'Unità Africana, l'Ua raggruppa sotto la sua bandiera 52 Stati (ne è escluso solo il Marocco per via del contenzioso sul Sahara Occidentale, mentre l'Eritrea si è ritirata in segno di protesta nel dicembre 2009) Darfur e di quella in fuga dalla guerra civile in Ciad e per stabilizzare così la situazione nella regione orientale del paese. Nel gennaio 2009 Minurcat è stata trasformata in missione militare ed ha preso definitivamente il posto della missione dell’Unione Europea. Il 15 gennaio 2010 il governo chadiano di Idris Deby ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di ritirare la missione nel marzo successivo. Le successive negoziazioni hanno alla fine portato ad una soluzione di compromesso che prevede la revisione del mandato di Minurcat e la sua estensione fino alla fine di quest’anno, quando dovrà essere completato il ritiro. Allo stesso tempo, il governo centrale ha assunto la piena responsabilità per la protezione dei civili e dei rifugiati nell’area orientale e per garantire il rispetto della legge e dell’ordine. Accanto all’Onu, l’altro organizzazione internazionale che assunto un ruolo sempre più importante sul fronte della sicurezza in Africa è l’Unione Africana. Nata nel 2002 come successore dell’Organizzazione dell’Unità Africana, l’Ua raggruppa sotto la sua bandiera 52 Stati (ne è escluso solo il Marocco per via 49


INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

In prima fila in tutte le maggiori missioni scientifiche internazionali

Scoprire l’Universo con Thales Alenia Space Dopo la Luna, Marte. Negli ultimi anni sono state e sono tuttora molte le missioni destinate all’esplorazione del pianeta rosso. Da Phoenix a Mars Express, da Viking a Marsis fino ad arrivare alla futura missione di ExoMars, tutti orbiter, lander e rover inviati alla ricerca di tracce di vita presente o passata sul pianeta che più di tutti ha esercitato molta curiosità sull’immaginario umano. Se sia mai esistito un omino verde dalle orecchie a punta o un marziano di “Flaianesca” memoria è ancora di scoprire, ma se molto abbiamo appreso sullo stato di Marte, la sua atmosfera e il suo suolo, molto è ancora da scoprire. ******

La comunità scientifica in questi anni ha potuto contare su molteplici informazioni fornite dalle missioni di studio su Marte, tra le quali la conferma del ritrovamento di tracce di acqua. Una ricerca a cui lavorano anche due strumenti scientifici targati Thales Alenia Space: il radar Sharad della missione MRO (Mars Reconnaissance Orbitrer) e MARSIS a bordo di Mars Express. ******

Lo strumento radar Sharad (Shallow Subsurface Radar), sviluppato per conto dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e l’Università di Roma La Sapienza, ha lo scopo di scandagliare la superficie e il sottosuolo di Marte per individuare strati di ghiaccio e acqua e identificare siti di atterraggio per le future missioni. ******

Per la missione Mars Express, che studia l’atmosfera di Marte eseguendo rilievi geologici superficiali e del sottosuolo,Thales Alenia Space ha progettato e costruito per conto dell’ASI e in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, lo strumento MARSIS (Mars Advanced Radar for Subsurface and Ionospheric Sounding), chiamato a rilevare la presenza di acqua a oltre 5Km di profondità. ******

La prossima avventura della società franco-italiana sul pianeta rosso è ExoMars, una missione dai grandi obiettivi tecnologici e scientifici. ExoMars ha il compito principale di effettuare ricerche di Exobiologia, vale a dire lo studio della origine, sviluppo e distribuzione della vita nell’Universo. Il programma ha l’obiettivo di raggiungere Marte in due missioni distinte in cooperazione con la NASA. Una a gennaio 2016 immetterà in orbita marziana un

Orbiter, equipaggiato con strumenti scientifici che miglioreranno la conoscenza sull’atmosfera e con un ponte radio per comunicazioni tra Terra e rover, e rilascerà un lander che atterrerà sul pianeta. A

maggio 2018,la seconda porterà su Marte un rover completamente europeo. Una grande sfida per le agenzie spaziali coinvolte, NASA, ESA, ASI, e per l’industria chiamata a realizzare i sistemi necessari. La maggior parte di questi ha origine italiana, principalmente torinesi. Qui Thales Alenia Space sta progettando la prima missione (simulerà e realizzerà il lander che scenderà su Marte) e la seconda (progetto del Rover e del suo centro di controllo). Un posto in prima fila nel programma spetta, quindi, al nostro paese con l’ASI e Thales Alenia Space Italia, rispettivamente maggior contributore e capocommessa dell’intero programma. ******

Il contributo alle sfide allo studio del sistema solare fornito da Thales Alenia Space non si ferma a Marte. L’azienda ha una consolidata esperienza e una forte competenza nella realizzazione di sonde scientifiche per l’esplorazione interplanetaria. Un lavoro che comprende la progettazione di sonde spaziali e di landers capaci di operare in diversi ambienti planetari. Un esempio è la sonda Huygens di cui Thales Alenia Space è stata prime contractor, A fianco: il Rover della missione Exomars, artistic view - Credit Esa. In basso: il satellite Goce (dell’Esa) per lo studio del campo gravitazionale terreste e della circolazione degli oceani, durante la fase di integrazione nel sito torinese di Thales Alenia Space. atterrata su Titano, la luna di Saturno, dopo un viaggio di sette anni. Un primato mondiale senza eguali per le scienze. ******

La joint-venture Thales e Finmeccanica è coinvolta in tutti i programmi di esplorazione dell’ESA, di astronomia e di studio della Terra. In Italia il cuore scientifico di Thales Alenia Space è lo stabilimento torinese, dove vengono alla luce anche i moduli abitabili della Stazione Spaziale Internazionale. ******

Torino ha avuto un ruolo significativo in tutte le più importanti missioni scientifiche dell’Esa quali Mars Express, Venus Express, Rosetta e per i grandi laboratori scientifici Herschel & Planck. Sempre torinese è GOCE, satellite ESA le cui prestazioni stanno affascinando gli addetti ai lavori: per la prima volta un satellite è stato ed è tuttora in grado di volare a 260 Km, sfidando l’attrito dell’aria grazie a un sofisticato sistema di controllo.


dossier del contenzioso sul Sahara Occidentale, mentre l’Eritrea si è ritirata in segno di protesta nel dicembre 2009). Accanto ai temi di integrazione economica e politica, uno degli ambiti di intervento principali dell’Unione è stato fin da subito, appunto, quello della sicurezza per perseguire la quale l’organizzazione si è dotata anche di strumenti d’intervento diretto in caso di necessità. Già al 2003, meno di un anno dopo la sua fondazione, l’Unione Africana ha dovuto fronteggiare la sua prima crisi, inviando un contingente di circa 3mila uomini (provenienti da Sud Africa, Etiopia e Mozambico) in Burundi per monitorare il rispetto della tregua firmata da governo centrale e forze ribelli. Nel corso degli anni l’organizzazione si è trovata a dover gestire altre situazioni difficili, agendo spesso come interlocutore e mediatore fra le parti o ricorrendo all’intervento diretto. Le due missioni militari più importanti dell’Unione Africana sono state fino a questo momento l’Amis, di cui abbiamo già parlato, e l’Amisom (African Union Mission to Somalia). L’Amisom è nata sul modello dell’Amib (African Union Mission to Burundi) e prevede l’aiuto e il sostegno al governo di transizione somalo, l’addestramento delle truppe e il controllo del territorio. Attualmente ha un contingente di 5mila unità provenienti dall’Uganda e dal Burundi, la cui attività però è limitata solamente ad alcune aree di Mogadiscio ed il cui compito è sostanzialmente quello di proteggere il nuovo presidente Ahmed Sharif. Nonostante tutte le sue debolezze, Amisom ha però finora impedito ai miliziani islamici di Shabaab ed Hizbul Islam- gruppi nati dallo smembramento delle vecchie Corti Islamiche, adesso in guerra tra di loro - di prendere il controllo di Mogadiscio. Amisom è stata dispiegata nel gennaio 2007 dopo l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’Unione Africana non è ma riuscita a provvedere al finanziamento della missione, che si è retta su fondi provenienti dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea e da altri paesi, tra i quali gli Stati Uniti e l’Italia. Questo impegno, però, non è bastato ad assicurare i mezzi necessari al contingente per svolgere le proprie funzioni, creando non pochi problemi ai

soldati schierati in Somalia. Nel luglio 2009, l’Unione Africana ha chiesto all’Ue un contributo addizionale di 60 milioni di euro, rispetto ai circa 40 milioni versati dal 2007 fino a tutto quest’anno: il salario per un numero di truppe fino a nove battaglioni e per il personale civile; la componente di polizia; i costi operativi; i viaggi ufficiali; i trasporti e i costi medici.

Un compromesso è alla fine stato trovato e lo scorso gennaio il mandato della missione è stato rinnovato fino al gennaio del 2011. Il futuro di Amis resta però incerto e anche l’intenzione, espressa per altro in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di sostituirla con una missione a guida Nazioni Unite è condizionata dalla scarsa disponibilità della comunità internazionale di tornare ad impegnarsi in Somalia dopo la pessima esperienza del 1993. Il problema dei finanziamenti e della sostenibilità è in generale quello che sta più condizionando la credibilità dell’Unione Africana. Non a caso, l’organizzazione sta tentando in ogni modo di rinnovarsi per rendere più forte e credibile il proprio impegno militare. In particolare, si sono moltiplicati gli sforzi per un’integrazione ancora maggiore e per la nascita di una forza d’intervento direttamente sotto il controllo dell’organizzazione, denominata African Standby Force (Asf). L’Asf dovrebbe contare su cinque brigate, a base regionale, operanti nell’ambito di framework economici e di sicurezza locali quali, per esempio, l’Ecowas, Economic Community of West African States, o l’Eccas, Economic Community of Central African States, ed essere pronta ad intervenire tempestivamente in caso di crisi. Il progetto dovrebbe divenire operativo già nel corso di quest’anno, anche se in alcune regioni (soprattutto nel Nord Africa) ritardi e problemi non mancano. Le difficoltà (soprattutto finanziarie) delle precedenti missioni dell’Unione Africana pongono un serio interrogativo sulla capacità di approntare e sostenere un progetto di tale portata – che però, una volta realizzato, renderebbe l’Unione Africana quasi un unicum nel panorama delle organizzazioni regionali. 51


Risk

GLI

EDITORIALI/MICHELE

NONES

I tagli alla Difesa e la “media del pollo” di Trilussa Il taglio della spesa pubblica deciso dal Governo per far fronte alla crisi economica e finanziaria europea ha coinvolto inevitabilmente anche la Difesa. Sul piano politico era una scelta ineludibile perché mentre si riducono stipendi e servizi, non era pensabile che le spese militari non fossero toccate. Le riflessioni riguardano, invece, le modalità con cui questa riduzione dovrebbe essere realizzata. Il taglio “lineare” della spesa pubblica colpisce particolarmente la Difesa perché è evidente che, come nella “media del pollo” di Trilussa, l’impatto è diverso se un’Amministrazione è già stata sottoposta ad un sistematico ridimensionamento finanziario che l’ha portata ad uno squilibrio strutturale fra entrate e uscite, fra compiti da svolgere e assetti disponibili. La Difesa è da anni sottocapitalizzata e riceve risorse decrescenti che ne hanno progressivamente prosciugato ogni riserva, senza che contemporaneamente fosse deciso l’indispensabile cambiamento strutturale. Ancora a gennaio, intervenendo in Parlamento, il ministro della Difesa aveva detto chiaramente che per la “Funzione difesa”(escludendo quindi Carabinieri, pensioni provvisorie ed attività varie) l’obiettivo era quello di mantenere l’attuale 0,86% del Pil (escludendo le missioni internazionali). A questo andava aggiunto il finanziamento dei programmi di acquisizione a carico del ministero dello Sviluppo Economico che dovrebbero essere riportati nel bilancio della Difesa. Complessivamente la spesa per la “Funzione difesa” avrebbe dovuto contare su circa lo 0,90-0,95% del Pil. Giustamente il ministro aveva precisato che sarebbe stato, però, necessario compensare questo sacrificio (ancora lo scorso anno si auspicava l’1,5% del Pil) con una certezza della pianificazione finanziaria e una maggiore flessibilità nella gestione delle risorse. Quattro mesi dopo siamo punto e a capo sia in termini di riduzioni impreviste che di vincoli. Gli apprendisti stregoni che hanno preparato le misure sono inter52

venuti “linearmente” anche su singole voci di spesa, senza considerarne le conseguenze. Valga per tutti il taglio delle indennità di missione all’estero che finisce col penalizzare talmente il personale militare da scoraggiare la partecipazione ad ogni riunione internazionale dal momento che, lungi dal guadagnarci, il militare rischia di rimetterci di tasca propria a fronte dell’inevitabile sacrificio del doversene stare fuori casa. Se si considera che una delle strade più efficaci per comprimere la spesa militare è puntare su una maggiore integrazione europea e transatlantica, l’idea di scoraggiare la partecipazione a riunioni e gruppi di lavoro internazionali rappresenta un controsenso. Ma questo non deve meravigliare: quando agli obiettivi si sostituiscono le soluzioni e quando i responsabili economici si sostituiscono ai responsabili competenti, questo è il risultato. Invece che responsabilizzare i dirigenti militari sulla necessità di una maggiore sobrietà nei viaggi all’estero, si sono fissate condizioni vessatorie che li rendono quasi improponibili. Invece che proporre una seria riflessione sulle priorità da assegnare alle missioni internazionali per il mantenimento della pace, si è preferito ridurne asetticamente l’effettivo finanziamento (che comprende anche l’addestramento). Ancora una volta non si può che stigmatizzare la disattenzione con cui il mondo politico guarda il settore della difesa e della sicurezza. Se in questi anni si fosse posto mano alla riorganizzazione dello strumento militare e agli innumerevoli strumenti di sicurezza, disegnando e cominciando a realizzare un modello “compatibile” con le risorse disponibili, oggi si potrebbero affrontare anche gli eventuali tagli con un organismo sufficientemente forte e coeso, invece che indebolito e smarrito, in cui anche le motivazioni ideali rischiano di cominciare a scricchiolare. L’aver sprecato questa opportunità è la peggiore colpa della nostra classe politica.


editoriali

GLI

EDITORIALI/STRANAMORE

L’Afghanistan dopo McChrystal (che ha sbagliato, ma aveva ragione) Il Generale Stanley McChrystal si è giocato la carriera e il comando delle forze statunitensi Nato in Afghanistan a causa di una leggerezza frutto della esasperazione e dello stress, che ha fatto da detonatore ad una miscela esplosiva di contraddizioni politiche, incertezze da parte del presidente Barack Obama, divergenze negli ambienti militari. McChrystal era “il Generale di Obama”, quello da lui scelto per sostituire il precedente comandante statunitense in Afghanistan e per risolvere, possibilmente rapidamente, una guerra sempre più impopolare negli Usa e nel mondo. La strategia controguerriglia di McChrystal è stata fatta propria dall’Amministrazione, sia pure dopo interminabili mesi di discussioni e valutazioni e faide tra le diverse anime del governo Usa. Obama ha anche concesso al generale 30mila soldati in più, grosso modo ? delle truppe che l’ufficiale aveva richiesto. Però l’Afghanistan è presto uscito dalle attenzioni del Comandante in Capo, che ha lasciato il suo generale a combattere senza avere le “spalle coperte” in patria. La campagna afgana procede, ma incontra più difficoltà del previsto, dopo Marijah la riconquista di Kandahar segna il passo. Ma a Washington già si parla di valutazione dei risultati ottenuti con la nuova strategia a settembre, per poi procedere ad un disimpegno dall’Afghanistan a partire dal luglio 2011. Troppo presto. Perché i famosi 30mila soldati non sono neanche tutti sul terreno ed è ridicolo pensare di avviare il ritiro con tanta fretta e soprattutto a prescindere da quella che sarà la realtà sul terreno. Alla lunga McChrystal ha commesso un errore tanto marchiano da apparire quasi deliberato: condividere insieme ai membri del

suo staff, valutazioni, riflessioni, sfoghi sul Presidente e sui suoi uomini con un giornalista. Il quale ha pubblicato (giustamente) tutto. Sì, non c’erano alternative, McChrystal non poteva restare al suo posto, Obama ha esercitato le sue competenze sollevandolo dal comando. E bene ha fatto a scegliere David Petraeus, il comandante di Centcom, per sostituirlo. Perché Petraeus garantisce una continuità almeno strategica. E con una guerra ed una offensiva in corso cambiare il comandante è un “affaire” delicato. Ora però Obama deve smetterla di nascondersi, deve mettere in riga i suoi satrapi e imporre la fine delle diatribe interne. Non è solo McChrystal a dover stare al suo posto. E, soprattutto Obama deve comportarsi come il Comandante in Capo anche nel guidare gli Stati Uniti e i suoi soldati in guerra. Cosa che fino ad ora non ha fatto. Anche perché la mancanza di chiarezza, di una guida politica e strategica ferma ha conseguenze devastanti: se gli Usa pensano all’exit strategy, questo equivale ad un “rompete le righe” anche per gli alleati che non hanno alcuna intenzione di restare da soli a combattere una guerra che in Europa è sentita comunque come “americana”. Non solo, a livello locale i talebani sanno che devono solo tenere duro ancora un annetto, poi non dovranno neanche combattere per riprendersi il paese. E gli stessi afgani “lealisti” come possono credere a chi gli promette sicurezza, aiuto e speranza nella consapevolezza che si tratta di promesse al più valide per qualche mese? Ecco, questi sono i veri problemi della scellerata (non) politica di Obama sull’Afghanistan. McChrystal ha sbagliato nella forma, che per un militare è sostanza, ma aveva ragione. 53


S

cenari

IRAN

IL BUSINESS DEI PASDARAN DI

EMANUELE OTTOLENGHI

a recente risoluzione Onu ora sono sulla lista nera della 1929 colpisce alcune imRisoluzione 1929. Gli Stati Uniti prese iraniane per il loro non sono gli unici a considerare i ruolo nei programmi nucleare e di Pasdaran una minaccia. Il parlamissilistico di Teheran. Tra queste, mento Olandese, nel novembre ve ne sono alcune che appartengo2009, ha approvato una risoluziono ai Pasdaran, le Guardie ne che invita l’Unione Europea a Rivoluzionarie iraniane che servoincludere i Pasdaran nella lista Ue no da garante e braccio armato delle organizzazioni terroriste per della purezza ideologica della il loro sostegno ad Hamas ed Rivoluzione a casa e della sua Hezbollah. Una simile interrogaSostengono Hezbollah esportazione all’estero. Nonozione è stata presentata al ed Hamas con armi, stante il crescente numero di que- addestramento e tecnologie; governo italiano dall’On. sono coinvolti nella ste imprese nelle liste nere Fiamma Nirenstein a maggio proliferazione nucleare dell’Onu, dell’Unione Europea e 2010. I Pasdaran sono certadell’Iran e controllano metà degli Stati Uniti, e nonostante il mente coinvolti nell’addestradell’economia di Teheran. Sponsor del terrorismo, loro ruolo sia chiaro a tutti, la mento di Hezbollah e Hamas, i pasdaran fanno business comunità transatlantica è divisa nell’invio di tecnologia e armi con imprese fittizie. su come punire i Pasdaran. E il ad entrambi i gruppi, e nell’adPerché non fermarli? disaccordo è a sua volta un riflesdestramento e il finanziamento so della differenza di vedute sulla funzione delle di altre organizzazioni terroristiche nella regiosanzioni - punitive per l’America, mirate a impe- ne. Sono anche responsabili per molti aspetti del dire accesso a tecnologia per l’Europa. Gli Stati programma nucleare e del programma missilistiUniti hanno questa posizione sin dal 2007, quan- co iraniani. Ma quest’opinione non è condivisa do misero le Forze Qods dei Pasdaran sulla lista dalla maggioranza dei governi e dei diplomatici di organizzazioni terroristiche del Dipartimento europei. Come ha recentemente detto un alto di Stato (Ordine Esecutivo 13224); successiva- funzionario europeo: «I Pasdaran fanno tutto, dai mente, i Pasdaran sono stati indicati come entità pannolini ai missili; a noi non piacciono i missicoinvolta nella proliferazione nucleare e il li, ma non abbiamo obiezioni ai pannolini!». Tesoro Americano ne ha colpito decine di socie- Come nel caso di Hezbollah, dove l’Europa ha tà con sanzioni mirate. Alcune di queste imprese fatto quella che molti considerano una distinzio-

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scenari ne artificiale tra l’ala politica e l’ala militare dell’organizzazione, i critici dell’approccio americano preferiscono una politica più discernente, che distingua tra imprese colpevoli di proliferazione, acquisizione di tecnologia proibita, sostegno (finanziario o meno) al terrorismo, e complicità in vari modi con i programmi nucleari e missilistici - che poi appartengano ai Pasdaran o no non importa - e quelle che invece si occupano di affari innocui e legali - a dispetto dell’identità e appartenenza dei loro azionisti di maggioranza. Per ora, l’approccio europeo ha avuto il sopravvento. La Risoluzione 1929 colpisce solo quelle imprese iraniane, incluse alcune dei Pasdaran, che sono chiaramente coinvolte nei tentativi iraniani di acquisizione di tecnologia all’estero o nel complesso industriale direttamente responsabile per i due programmi. Non esistono dubbi sull’ubiquità dei Pasdaran nell’economia iraniana. Secondo alcuni, i Pasdaran potrebbero controllare tra un terzo e la metà dell’intera economia del paese. La loro principale ditta, Khatam al Anbiya, ora sulla lista nera sia del Tesoro americano che delle Nazioni Unite, controllerebbe, secondo un recente studio apparso sul settimanale Time, 812 compagnie e imprese sussidiarie. La discussione riguarda quindi le opzioni a disposizione - colpire i Pasdaran in tutto e per tutto o solo quella parte delle loro vaste e variegate attività che ha un legame diretto con il loro ruolo nel programma missilistico, nucleare e nello sponsorizzare il terrorismo.

I sostenitori dell’approccio olistico affermano, non senza ragione, che anche se certe loro attività sono legittime (“i pannolini”), i proventi sono poi destinati a finanziare quelle attività che non lo sono (“i missili”). Non importa quanto innocue o legittime siano certe attività, la ricchezza che generano serve ai Pasdaran per conseguire ogni tipo di progetti, molti dei quali sono tutt’altro che civili e innocui. Non è insomma

denaro speso bene. Il fatto che i proventi di ogni attività condotta dai Pasdaran, per ammissione stessa dei loro leader, vada poi a finanziare attività illecite agli occhi degli europei dovrebbe essere una prova sufficiente di come la distinzione tra missili e pannolini non sia così realistica come la vorrebbero certi burocrati. Ma, affermano coloro che invece la trovano una distinzione valida e utile, se tutte le attività dei Pasdaran venissero sanzionate - e queste vanno dall’energia alle telecomunicazioni, dalla produzione di sigarette ai grandi progetti di ingegneria civile, dai servizi portuali alle banche - l’intera economia ne soffrirebbe in maniera indiscriminata e il danno risultante colpirebbe l’iraniano medio, non solo i Pasdaran e il regime. Il problema però è che nel losco mondo degli affari coi Pasdaran, il confine tra pannolini e missili è veramente difficile da tracciare in maniera netta. Si pensi soltanto al progetto di Ghomroud per la costruzione di un tunnel per l’acqua potabile, costruito con l’apporto tecnologico delle ditte Wirth (Germania) e Seli Tunnel spa (Italia). Nonostante il progetto avesse ovvie applicazioni civili, la fornitura di macchine scavatrici per tunnel e sistemi di ventilazione per gallerie a ditte dei Pasdaran le ha rese disponibili per altre applicazioni meno innocenti, visto che sono i Pasdaran che costruiscono i siti nucleari e missilistici clandestini scavati sotto le montagne.La tecnologia e l’esperienza fornite ai Pasdaran dalle due imprese europee sono ideali per questo tipo di lavori. E quel che è vero per Ghomroud vale anche per molti altri progetti che dipendono dalla fornitura di tecnologia occidentale. Un’impresa che entra nel mercato iraniano rischia quindi di offrire tecnologia ed esperienza ad un partner che si comporta come un’organizzazione mafiosa, ottenendo in cambio di sacrificare la propria reputazione sull’altare del profitto. Ma che importanza ha alla fine questa discussione? Per quanto questo dibattito possa affasci55


Risk nare, a questo punto le distinzioni fatte sopra sono teoriche. Prima di tutto infatti occorre risolvere un altro problema. Anche se la comunità transatlantica giungesse a un consenso sulla necessità di sanzionare tutte le imprese dei Pasdaran, come si fa a identificarle? A dispetto delle differenze di approccio alla questione, è nel comune interesse dell’Unione Europea e dell’Amministrazione americana identificare quante più imprese possibile, rendendole note in modo da assistere il mondo delle imprese occidentali a evitare il rischio per la reputazione e i rischiosi trasferimenti di tecnologia alle imprese dei Pasdaran.

Il punto, naturalmente, è allertare il pubblico su quali siano le compagnie dei Pasdaran e quali non lo siano, specialmente perché molte di queste ditte avranno una o più filiali all’estero, presenti e attive in Europa e Nord America - specialmente in Canada - con l’obbiettivo di procurarsi tecnologia e contratti. Ed è qui che sorgono le difficoltà. Scoprirne i legami con i Pasdaran attraverso fonti accessibili al pubblico degli imprenditori è difficile, ma non impossibile. Dopotutto, queste imprese cercano di fare affari, vendere prodotti, trarre profitti. In un mondo globale, devono offrire almeno qualche informazione sui propri siti internet - ed è cercando nel pagliaio dei siti di migliaia di società che si trovano a volte gli indizi necessari a smascherare i Pasdaran. Per le imprese, l’identità del partner commerciale, rappresenta un grosso grattacapo. Ma la difficoltà di rivelare la vera identità di imprese iraniane e i loro legami significa che attuare delle sanzioni contro i Pasdaran non ha concrete conseguenze a meno di non avere l’intera lista dei loro interessi economici a disposizione.È normale che una ditta occidentale cada in inganno di fronte ai sistematici sotterfugi delle imprese iraniane - specie quando arriva armata di licenze per esportazione e un benepla56

cito governativo. Il problema, per le ditte e per i governi, è che le imprese dei Pasdaran creano regolarmente cortine fumogene per nascondere la propria identità - e lo sforzo di rivelarla spesso comporta tortuosi passaggi e continui raggiri - scatole cinesi e matrioske russe. E questo è vero specialmente per le operazioni all’estero. La presenza iraniana in Europa e altrove si caratterizza dall’attività di molte ditte sussidiarie, distributori, agenti, joint venture e altri strumenti che più spesso che no servono a creare le suddette cortine fumogene tra la casa madre in Iran e i loro clienti e partner in occidente. Un possibile esempio di questa pratica lo offre una delle principali imprese di consulenza ingegneristica in Iran, la ditta Sazeh Consulting Engineers, ritenuta tra le più grandi in Iran e detentrice di importanti contratti e progetti nel settore energetico. Il sito internet della Sazeh, esclusivamente in inglese, informa i suoi lettori della presenza di due uffici all’estero - uno in Canada e uno in Olanda. Ma nella pagina dedicata alle sue ditte sussidiarie, Sazeh indica quattro ditte all’estero incaricate di acquisizione e commercio - Italsa srl in Italia, Spansa in Spagna, e Nedsa B.V. e Procon Europe B.V. all’Aia, in Olanda. Non c’è nessuna informazione riguardo a una possibile operazione in Canada. Italsa srl figura solamente su un portale di piccole imprese italiane, come uno studio di architetti a Milano con un fatturato inferiore ai 250mila euro all’anno e un dipendente - appena sufficiente per pagare i costi di gestione di un ufficio in centro a Milano. Sul sito Sazeh, Italsa si troverebbe in Via Cornaggia 33 l’indirizzo della Banca Fortis a Milano; sul portale d’imprese italiano, l’indirizzo è via San Vito 7 (il telefono è il medesimo). Non c’è un sito internet indipendente per Italsa srl. Spansa ha un sito inattivo (www.spansa.com) su cui non appare alcuna informazione, salvo il nome della ditta. Sul sito iraniano di Sazeh, esiste un indirizzo per Spansa - la centralissima e chiccosa Calle


Ortega Y Gasset 33 nel centro di Madrid - insieme a un indirizzo email con il domain iraniano di Sazeh. Manca un telefono. L’autore ha personalmente fatto visita all’indirizzo di Spansa a Madrid (Ortega Y Gasset 33) senza trovare il nome della ditta sui citofoni fuori dalla palazzina. Il portiere, che ha impedito all’autore di entrare per verificare le cassette delle lettere, ha detto che nella palazzina si trovavano solo abitazioni private e non uffici («no hay oficinas, solamente habitaciones!»). Spansa non risulta sul registro pubblico delle imprese spagnole - e quindi legalmente non esiste in Spagna. Il domain internet è stato registrato solo di recente, il 28 gennaio 2010 - attraverso un proxy server in Arizona. Nedsa ha un sito in costruzione mentre la Procon Europe, l’unica della quattro ditte con un sito vero e con informazioni disponibili in rete, scrive che Sazeh è un cliente, non la casa madre (cosa che fanno altre compagnie sussidiarie della Sazeh come la Sazehpad Tehran Engineering and Construction, che sul sito Sazeh appare come appartenente alla Sazeh mentre sul sito Sazehpad si presenta come indipendente). Nedsa e la Procon Europe hanno lo stesso indirizzo all’Aia - cosa che solleva l’interessante quesito del perché una ditta iraniana abbia bisogno di due uffici per l’acquisizione di tecnologia nello stesso porto del Nord Europa, visto che condividono lo stesso ufficio. Come detto in precedenza, la Sazeh afferma sul suo sito di avere una presenza in Canada, paese dove, in città come Calgary c’è una notevole presenza iraniana, probabilmente grazie al suo ruolo di capitale dell’industria petrolifera in Canada. La Nioc (National Iranian Oil Company) per esempio ha un ufficio acquisizioni della sua sussidiaria Kala Naft, un’impresa ritenuta problematica dal governo giapponese dal 2007 per il suo ruolo nei programmi di proliferazione biologici, chimici e nucleari e identificata dal governo britannico nel 1998 per il suo ruolo nell’ac-


Risk quisizione di tecnologia per i programmi di armi di distruzioni di massa. A differenza di Kala Naft, che ha un sito per la sua attività canadese, Sazeh non offre alcuna informazione sul suo ruolo nel paese delle acacie. Cercando su motori di ricerca combinazioni di parole chiave come Canada, Alberta o Calgary insieme con Sazeh ritorna solo i curriculum vitae di alcuni iraniani che hanno lavorato per Sazeh e stanno ora o lavorando o studiando in Canada.

Nulla, di quanto appena

scritto, naturalmente costituisce altro che coincidenze e difficilmente basterebbe a garantire una condanna se si trattasse di prove per un processo. Ma il tutto, messo assieme, accende alcuni campanelli di allarme. Sia che Sazeh faccia parte dei Pasdaran o meno, chiaramente si tratta di un’impresa con qualcosa da nascondere. Perché altrimenti creare quattro ditte in Europa nei modi descritti? Sazeh è un esempio di tanti dove emergono numerose incongruenze negli elementi forniti dalle ditte iraniane, specie quelle coinvolte nel settore energetico, con un’importante e attiva presenza all’estero per l’acquisizione dell’energia e che sono destinate a essere partner in progetti di joint venture con partner, licenze, investimenti, o tecnologia e know how europei. Gli elementi di cui sopra sono la prova di una mancanza totale di trasparenza, di una tendenza a costruire sistemi di scatole cinesi atte a coprire le tracce delle imprese interessate di modo da nasconderne od oscurarne la vera identità. Nella maggior parte dei casi, dietro una facciata innocua si trova moltissima informazione incongruente, inventata, falsa, fuorviante. Più si prova a far luce sugli aspetti sospetti di queste imprese, più si scoprono ulteriori piste sospette e contraddizioni plateali - interconnessioni amministrative che vengono negate ma ci sono, per esempio, o informazioni mancanti o insufficienti.

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Infine, un ultimo aspetto che emerge destando sospetti in queste compagnie è l’ampia gamma di attività coperte. Sazeh fa tutto, dalle raffinerie alle caserme. Cosa si deduce, in conclusione, da tutto questo? Nella maggior parte dei casi, le ditte dei Pasdaran non sono invisibili; poiché cercano contatti con il mondo degli affari hanno bisogno di visibilità e devono quindi offrire almeno quel minimo di informazione necessario da apparire legittimi partner potenziali. È questo tipo di informazione che permette di scoprire con chi si ha a che fare. Ma bugiardini a parte, i leader della comunità transatlantica dovrebbero essere in grado di far di più per informare il mondo delle imprese occidentali e allertare i governi alleati del rischio alla reputazione e del pericolo di proliferazione che deriva dal fare affari con certe ditte iraniane dati i loro legami con i Pasdaran e, per estensione, con attività pericolose come la proliferazione nucleare. Non tutte le imprese iraniane servono gli scopi dei Pasdaran o vi fanno capo; non tutti i tentativi iraniani di acquisire tecnologia all’estero mirano a servire gli scopi del programma nucleare e della Rivoluzione. Ma spesso, dietro la facciata innocua e bonaria si nasconde qualcosa di più sinistro. Il modo migliore per europei e americani di superare la loro apparente discordia sull’opportunità o meno di colpire missili e pannolini alla fin fine si fonda sulla volontà e l’assiduità con cui i governi europei identificheranno in maniera pubblica e con conseguenze legali quante più imprese iraniane possibili con legami con i Pasdaran. Così facendo eviteranno alle proprie società l’imbarazzo della complicità in loschi traffici e pericolose attività e potranno continuare comunque a mantenere una certa distinzione tra quella parte del mondo corporate iraniano che è ancora sano e quello che è stato irrimediabilmente infiltrato e sovvertito dai Pasdaran per i loro sordidi fini.


scenari

TURCHIA

LA ROCK STAR DEL MEDIORIENTE DI

MARTA OTTAVIANI

rmai a Gaza commentato così i risultati Recep Tayyip dello studio con il quotidiaErdogan è più no Zaman: «C’è una granfamoso di una rock-star. de richiesta perché la Per le strade di Gaza City Turchia aumenti la sua non c’è angolo dove non influenza e il suo ruolo nel si trovino immagini con mondo arabo, lo pensano la sua faccia e c’è chi soprattutto Libano, Siria e scommette che fra poco territori palestinesi. E tutti Osannato a Gaza, compariranno anche i primi gadget quanti vedono molto positivaamico dell’Iran e della Siria, a immortalarlo, da politico e vero e mente l’ingresso della Turchia in non più “allineato” proprio fenomeno di costume. Sono Unione Europea». Con gli onori e con l’Occidente, Erdogan ha fatto uno scelta anni che il premier turco islamicogli oneri che questo comporta, di campo. Ma non tutti, moderato Recep Tayyip Erdogan dentro e fuori casa. a Istanbul, la condividono calamita l’attenzione degli abitanti Già all’indomani del 22 luglio sulla Striscia. Ma dopo l’affondo a Davos contro 2007, quando l’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Shimon Perez in seguito all’operazione Piombo fuso Sviluppo, trionfò alle elezioni politiche, conquistane la reazione turca all’assalto della Mavi Marmara, il do il 46,6% dei consensi, su molti quotidiani medioprimo ministro della Mezzaluna è diventato non solo rientali erano comparse analisi del modello islamicoun punto di riferimento, ma una vera icona. Un moderato messo in pratica (con dubbi provenienti da recente sondaggio ha evidenziato come la Turchia e più parti) da Erdogan e i suoi. In quell’occasione la il suo capo del governo svolgano sempre più un Turchia aveva rappresentato un vero e proprio ruolo di guida a est. Lo studio è stato condotto dalla modello a cui riferirsi e si trattava indubbiamente di Tesev, ong turca, in collaborazione con l’Università un modello positivo. Un partito che non nascondeva del Medio oriente (Odtu) con base ad Ankara e i la sua vocazione religiosa, ma inserito in un contesto governi di Egitto, Giordania, Siria, Libano, territori laico e propenso verso il modello occidentale, con palestinesi e Iraq. Il risultato è che per il 75% dei aspirazioni europee. Adesso però le cose sono un po’ 2mila intervistati la Turchia è un paese che dovrebbe diverse. La Turchia non è vista più come il paese servire come modello per tutto il Medioriente. Le laico, con un governo islamico-moderato, ponte fra percentuali diventano ancora più alte in Siria o i ter- Oriente e Occidente, ma come il primo baluardo ritori palestinesi, dove sfiorano il 90%. Meliha contro lo Stato di Israele, amico dell’Iran e che ha Altunisik, direttore del dipartimento della Odtu ha detto “no” agli Stati Uniti per quanto riguarda la

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Risk nuova ondata di sanzioni contro la repubblica islamica. Una situazione che al momento ha posto Erdogan sotto i riflettori di tutto il pianeta, e il Paese della Mezzaluna con lui, ma che con l’andare del tempo potrebbe rivelarsi anche una prospettiva negativa.

I media internazionali si sono accorti della frattura con lo Stato d’Israele solo dopo la risposta di Gerusalemme agli attacchi di Hamas fra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 con l’operazione Piombo fuso. Ma la verità è che il premier islamico-moderato aveva iniziato a dare dei problemi allo stato ebraico da almeno tre anni. I primi screzi erano arrivati proprio dopo la vittoria del 2007. Da quel momento la politica di Erdogan, forte anche del plebiscitario risultato conseguito alle politiche e alla perdita di contrappesi politici come la presidenza della Repubblica (alla quale è salito il suo ex compagno di partito Abdullah Gul), è diventata molto più aggressiva, e meno comprensiva nei confronti dell’opposizione e dei militari, principali artefici dell’alleanza con Israele, soprattutto per quanto riguarda gli accordi per esercitazioni congiunte e forniture di sistemi d’arma. Per essere precisi i primi segnali sono arrivati in occasione di un viaggio di Stato che Erdogan compì nel 2007. In quell’occasione ebbe a che ridire con il premier Olmert per alcuni lavori che si svolgevano vicino alla Spianata delle Moschee, nella parte musulmana di Gerusalemme vecchia. Fu allora che alcuni analisti della Mezzaluna cominciarono a intravedere le prime incrinature dell’alleanza. Ma a quei tempi gli scettici non avevano dati a sufficienza per pensare che qualcosa stesse effettivamente cambiando e, dall’altra parte Israele aveva riposto nella Turchia grandi speranze per la mediazione con la Siria sulla cessione delle alture del Golan, che avrebbe dovuto portare in cambio l’arresto di alcuni importanti esponenti di Hamas rifugiati a Damasco. Nel maggio del 2009, dopo il risultato deludente alle elezioni amministrative del marzo precedente, Recep Tayyip Erdogan opera un rimpasto di governo che, sul lungo andare segnerà un vero e proprio punto di 60

non ritorno nelle relazioni con lo Stato ebraico. Al ministero degli Esteri, infatti, viene nominato Ahmet Davutoglu. Il diplomatico ha insegnato in molte università, scritto parecchi libri. È molto amico del premier e gli ha fatto da consigliere per anni. Ma soprattutto Davutoglu è noto per la sua teoria detta del “neo-ottomanesimo”, secondo alcuni traducibile semplicemente in “teoria del buon vicinato”. Prima di assumere la direzione del ministero degli Esteri, Davutoglu era stato il capo negoziatore nella mediazione fra Israele e Siria e poi fra i diplomatici di spicco nell’intavolare colloqui con Israele per la fine dell’operazione Piombo Fuso. Un personaggio quindi che lo Stato ebraico conosce molto bene da tempo. Il nuovo capo della diplomazia turca da quando ha assunto il suo ufficio, non ha fatto niente per recuperare le relazioni con Gerusalemme, che nel frattempo nell’edizione 2009 del World Economic Forum avevano ricevuto una batosta a causa della lite in diretta fra Recep Tayyip Erdogan e Simon Peres. Al contrario Davutoglu si è impegnato in prima persona a creare un nuovo modello di relazioni con gli Stati confinanti, con un nuovo atteggiamento nei confronti degli alleati storici In questo primo anno di incarico, Davutoglu ha compiuto passi importanti nella pace fra Bosnia e Serbia. E dal punto di vista interno la sua strategia del buon vicinato ha portato la Turchia a stringere accordi vantaggiosi con l’ormai ex-nemica Grecia e, cosa ben più importante, con la Russia, con la quale sono stati stretti rapporti dal punto di vista commerciale ed energetico. Anche a Oriente, le relazioni con la Siria sono molto migliorate e sono state aperte zone di libero scambio che coinvolgeranno presto anche l’Iraq. Capitolo a parte meritano i rapporti con l’Iran di Ahmadinejad, che proprio sotto il primo e soprattutto il secondo mandato di Recep Tayyip Erdogan sono risorti a nuova vita, grazie ad accordi sul gas e commerciali. Dall’altra parte però il capo della diplomazia turca sembra aver palesemente ignorato tre capitoli importanti della politica estera della Mezzaluna, o almeno quelli che l’hanno caratterizzata fino a questo


scenari momento: gli Stati Uniti, Israele e l’Europa. Per quanto riguarda Bruxelles, Davutoglu non è direttamente interessato al tema perché con il rimpasto del 2009 ai rapporti con l’Europa è stato appuntato Egemen Bagifl. Particolare che ha aiutato il ministro degli Esteri ad occuparsene il meno possibile. Proprio l’atteggiamento nei confronti di Israele è valso a Davutoglu e di riflesso naturalmente anche a Erdogan, di perseguire la loro politica estera su una base fortemente ideologica. Un sospetto che dopo l’attacco israeliano alla Mavi Marmara è diventato sempre più consistente e che dopo il “no” della Turchia a nuove sanzioni contro Teheran durante il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite inizia anche a preoccupare dentro e fuori il Paese.

I primi segnali del fatto che Ankara non fosse disposta a stare alle condizioni di Washington sono arrivati con il protocollo per la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia. Il giorno dell’accordo, nell’ottobre scorso, la firma rischiò di saltare e fu salvata solo grazie all’intervento deciso di Hillary Clinton

Quest’ultima parte

Affari esteri del Congresso. Per quanto il presidente Obama e il segretario di Stato Hillary Clinton abbiano fatto di tutto per bloccare la votazione e successivamente per chiamarsi fuori dal risultato, a molti è sembrato un avvertimento rivolto al premier turco e al suo ministro degli Esteri. A preoccupare la Casa Bianca c’è non solo il ruolo di guida che Ankara sta cercando di ritagliarsi in Medio Oriente, ma soprattutto l’atteggiamento nei confronti dell’Iran, specie quando si parla del suo programma nucleare. Ed è stato proprio questo argomento a segnare una svolta nella politica estera di Ankara. Sarà per un’effettiva virata degli orientamenti, sarà per un’ostinazione nell’imporre la Turchia come grande mediatore regionale, ma Ankara ha portato avanti da sola con il Brasile una trattativa sul nucleare iraniano che agli Stati Uniti non è piaciuta e che rischia di procurare qualche serio guaio all’esecutivo islamico-moderato. L’accordo, firmato dalla Turchia a metà maggio, prevedeva lo scambio di uranio leggermente arricchito da parte dell’Iran in cambio di combustibile nucleare. Durante la trattativa il ministro degli Esteri turco Davutoglu aveva parlato più volte con il Segretario di Stato americano Clinton, che puntualmente aveva

del secondo mandato di Recep Tayyip Erdogan ha evidenziato anche rapporti sempre più difficili con gli Stati Uniti. È passato poco più di un anno da quando il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante la sua prima visita ufficiale nel Paese, aveva assegnato alla Turchia un ruolo importante nella sua politica estera. Ma è stato presto costretto a ricredersi. I primi segnali del fatto che Ankara fosse disposta a stare alle condizioni di Washington solo fino un certo punto sono arrivati con il protocollo per la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia. Il giorno dell’accordo, nell’ottobre scorso, la firma rischiò di saltare e fu salvata solo grazie all’intervento deciso di Hillary Clinton. Da quel momento non si sono registrati progressi di rilievo nella sua attuazione, soprattutto a causa delle pressioni dell’Azerbaijan, che con l’Armenia non è in buoni rapporti per la questione della regione del Nagorno-Karabakh e che ha fatto pressioni su Ankara giocando la carta del gas perché non si riavvicinasse troppo a Erevan. Obiettivo raggiunto, anche se la Turchia ha pagato il rallentamento dei lavori nel protocollo con due mozioni di riconoscimento del genocidio armeno votate dal Parlamento svedese e, quel che è peggio, dalla Commissione

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scenari fatto intendere di non voler considerare l’accordo come una soluzione alternativa. Il 9 giugno scorso la Turchia ha dimostrato chiaramente di non aver intenzione di allinearsi, per il momento, alle posizioni di Washington. Con il Brasile è stato l’unico paese all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ad aver votato contro alla quarta e nuova tornata di sanzioni contro l’Iran, alla quale gli Stati Uniti avevano lavorato per settimane. Persino il Libano, altra voce mediorientale all’interno del Consiglio di Sicurezza, ha optato per l’astensione. Ankara e Brasilia hanno motivato la scelta di votare “no” alle sanzioni come difesa dell’accordo che avevano firmato con Teheran e che i grandi della Terra avevano sostanzialmente ignorato. Quella che doveva essere la ciliegina sulla torta della nuova politica estera di Erdo€an in realtà rischia di trasformarsi in un solenne boomerang. Parte della Turchia ha reagito male a questa presa di posizione così netta e l’opposizione laica ha attaccato frontalmente il governo, accusandolo di voler portare il paese lontano da quella linea di equidistanza con un occhio di riguardo all’Occidente che l’ha sempre distinta. Nonostante le continue rassicurazioni del ministro per i rapporti con l’Europa, Egemen Bagis e del ministro degli Esteri, Davutoglu e le parole delle stesso premier Erdogan, che non ha esitato a bollare come «sporca propaganda» le accuse che vogliono la Turchia più vicina al Medioriente che all’Occidente. Molti quotidiani turchi all’indomani della votazione hanno parlato di “cieca ambizione” da parte del Paese della Mezzaluna e di rischio. L’immagine che resta al momento è quella di un governo che ha fatto una scelta ben precisa, senza forse calcolarne le conseguenze e le ricadute. Erdogan sembra aver lavorato per costituire un punto di riferimento per una parte di mondo dopo che l’altra, l’Occidente, non ha degnato la Turchia della considerazione che meritava. Che poi è un po’ quello che ha anche fatto intendere Robert Gates all’indomani del voto all’Onu, quando ha accusato Bruxelles di aver lasciato andare il Paese della Mezzaluna verso Est, senza dare rassicurazioni sul

suo ingresso in Europa. Al momento quindi la Turchia appare un punto di riferimento per tutto il Medioriente, ma anche questa condizione presenta non pochi rischi. In primo luogo Ankara deve necessariamente dividere il ruolo di grande potenza regionale con l’Egitto. In secondo luogo, se il popolo del Medioriente è entusiasta della politica israeliana del premier, i governi lo sono molto meno della sua vicinanza all’Iran, che rimane una minaccia per tutti gli Stati che gravitano nell’area. E poi ci sono le conseguenze che questa virata in politica estera comporta sulla situazione interna del paese. Per il momento Erdogan non sembra aver conseguito grandi risultati fuori dai confini nazionali.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha comunque approvato la sua mozione contro l’Iran. Il varco per Gaza è stato aperto solo in seguito ad una decisione dell’Egitto. L’Arabia Saudita sembra intenzionata a garantire a Gerusalemme un varco aereo nel caso in cui decidesse di attaccare l’Iran. Teheran stessa ha detto che sta continuando i lavori per l’arricchimento dell’uranio. Anche dentro i confini nazionali c’è chi si preoccupa e chi è pronto a utilizzare sul piano politico quanto accaduto negli ultimi mesi. Sempre più spesso infatti l’arma Israele sembra utilizzata anche per ricompattare il consenso interno, specie in momenti come questo, con l’inasprimento della guerriglia del Pkk e parte delle promesse elettorali non realizzate. Il premier ha già messo in pratica questa linea una volta, alle elezioni amministrative del 2009, e il popolo turco, nonostante l’exploit di Davos, aveva deciso di punirlo, relegando il suo Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) al 39%. Adesso, mentre manca un anno alle elezioni politiche, i sondaggi danno un Akp al 38% e un Chp (il Partito repubblicano del Popolo, principale voce dell’opposizione) al 30%. Il quotidiano Hurriyet di recente ha scritto che la politica del buon vicinato di Davutoglu ha creato grossi problemi con gli alleati storici. E c’è chi crede che presto farà lo stesso anche dentro le mura di casa. 63


lo scacchiere

Unione Europea /Bruxelles vista dalla Nato

una partnership che va resa credibile

Cosa dice il Rapporto Albright sulle principali questioni europee DI ALESSANDRO MARRONE

Cosa dice sull’Europa il rapporto presentato dal Gruppo di Esperti presieduto da Madeleine Albright, per avviare l’elaborazione del nuovo Concetto Strategico della Nato? In primo luogo, non dice nulla di significativo sull’Unione Europea, a parte un generico appello alla cooperazione e alla consultazione tra Nato e Ue, considerando l’Unione di fatto marginale rispetto ad altri attori e priorità. A parte questa assenza di peso, il rapporto contiene diversi elementi importanti per l’Europa, che probabilmente rientreranno anche nel nuovo Concetto Strategico. In primis, il testo ribadisce che la priorità e ragion d’essere per la Nato resta l’impegno per la difesa collettiva, incarnato dall’Art. 5. Un impegno da rendere credibile 64

anche tramite una solida logistica, la preparazione delle forze armate alleate, esercitazioni congiunte e la pianificazione di un’eventuale difesa territoriale. Porre la difesa collettiva al primo posto era un’esigenza per i membri dell’Europa orientale bisognosi di rassicurazioni nei confronti di Mosca e implica per l’Europa che la Nato rimane il principale garante della sicurezza del Vecchio Continente. Un’implicazione che irrita non poco la Russia, e che non a caso il rapporto combina con un’enfasi particolare sul Consiglio Nato-Russia, istituito nel 2002 con l’accordo di Pratica di Mare, quale foro principale di consultazione e cooperazione tra alleati e governo russo. Foro che dovrebbe lavorare di più su materie di possibile cooperazione come il contrasto al terrorismo e alla proliferazione nucleare. Altro elemento rassicurante per Mosca è l’approccio vago a un ulteriore allargamento dell’Alleanza, che di fatto rimanda sine die la decisione sull’ingresso di Georgia e Ucraina, ingresso su cui pesa il veto di Mosca e manca l’accordo tra i paesi alleati. Nel complesso, il rapporto cerca un difficile equilibrio tra una politica di engage-


scacchiere

ment con Mosca e la rassicurazione strategica delle capitali dell’Est Europa. Sulla questione delle armi nucleari tattiche americane dispiegate in Europa il rapporto non prende una posizione forte né innovativa, ma almeno fissa dei punti fermi. In primo luogo, si ribadisce che finché esisteranno al mondo le armi nucleari l’Alleanza manterrà il suo deterrente nucleare condiviso, con buona pace dei sostenitori della “opzione zero”. In secondo luogo, ogni cambiamento in merito, inclusa la distribuzione geografica delle testate in Europa, va preso dalla Nato nel suo complesso. Di fatto, il ritiro delle armi nucleari americane dall’Europa non è posto dal rapporto come un’urgenza da affrontare, escludendo al tempo stesso decisioni unilaterali degli stati membri. Importante e innovativa per l’Europa appare invece la posizione sulla difesa antimissilistica da paesi come l’Iran, esplicitamente nominato, definita una “missione militare essenziale” per l’Alleanza. Prendendo spunto dal piano di Obama, il rapporto propone che la Nato faccia della difesa antimissilistica una sua priorità, assicuri che la protezione includa tutti gli alleati e che tutti partecipino al progetto, andando così oltre la dinamica bilaterale tra Washington e i paesi europei al fine di trasformare un elemento di divisione in un fattore di coesione. Occorrerà però vedere come reagirà Mosca ad un eventuale impegno Nato sulla difesa missilistica, e se di fronte a un altro niet russo gli americani, e/o gli alleati europei, faranno marcia

indietro come avvenuto con il piano in Polonia e Repubblica Ceca oppure terranno il punto. Anche il nuovo approccio alle partnership ha un impatto importante per l’Europa. Nello scorso decennio si è molto dibattuto se andare verso una “Nato globale” con membership e compiti più ampi della difesa dell’area euro-atlantica, come sostenuto da inglesi e americani, oppure mantenere la Nato un’organizzazione strettamente regionale, come chiesto tra gli altri da francesi e tedeschi. Il rapporto dice chiaramente che la Nato è e rimarrà una organizzazione regionale, escludendo allargamenti e doveri globali. Allo stesso tempo, aggira intelligentemente il dilemma regionale/globale proponendo il rafforzamento delle partnership con altri paesi e organizzazioni internazionali come modo migliore per affrontare dinamiche e minacce extra-europee. Nel complesso, il rapporto indica la via di una evoluzione piuttosto che di una rivoluzione nel ruolo della Nato in Europa, il che dovrebbe facilitare una convergenza tra europei e americani sul nuovo Concetto Strategico. 65


Risk

AMERICHE/ Fine dell’idillio fra Lula e Sarkozy L’Iran fa saltare le alleanze. E anche la commessa di 36 caccia supersonici DI

RICCARDO GEFTER WONDRICH

uiz Inácio Lula da Silva si insediò al Palácio do Planalto, nel gennaio 2003, quando uno dei dossier aperti in materia di Difesa era l’ammodernamento della flotta aerea attraverso l’acquisizione di alcune decine di caccia di ultima generazione. La commessa doveva far fare un salto di qualità all’industria nazionale e generare centinaia di posti di lavoro qualificati. Chi si aspettava una riduzione delle spese militari da parte del primo presidente sindacalista del Brasile è rimasto deluso. In questi anni è stato siglato l’accordo strategico con la Francia che fa da cornice all’ambizioso progetto del sommergibile a propulsione nucleare, sono cresciute le acquisizioni di elicotteri e altri mezzi militari dalla Russia, con l’italiana Iveco il Brasile si è impegnato a comprare 2.044 veicoli blindati Vbtp-Mr in vent’anni, solo per citare alcune operazioni. Tra tutti i programmi militari, tuttavia, nessuno è così sensibile e politicamente complesso come quello dei 36 caccia supersonici. Si tratta di una gara da 10 miliardi di dollari, che vede coinvolti i francesi Rafale della Dassault, gli svedesi Saab-Gripen NG e gli americani Boeing F-18. La definizione del vincitore era attesa già nel settembre 2009. Il presidente Lula e il ministro della Difesa Nelson Jobim avevano manifestato la loro preferenza per l’offerta francese, nonostante fosse la più costosa. Contro il parere del governo, i vertici della Forza Aerea brasiliana hanno però pubblicato un rapporto a favore dell’offerta svedese, che garantirebbe maggiore integrazione a livello tecnologico. Da allora il governo ha preso tempo e rimandato la decisione ufficiale. Poi però il mondo è cambiato. A metà maggio il presidente Lula si è recato a Teheran insieme al premier turco Erdogan, desideroso di affermare il nuovo ruolo del Brasile sulla scena internazionale. La firma del-

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l’accordo trilaterale per lo scambio di uranio arricchito ha provocato reazioni negative da parte americana, europea e israeliana. Nei giorni seguenti la diplomazia Usa è riuscita a blindare l’appoggio di Russia e Cina per il voto al Consiglio di Sicurezza sulle nuove sanzioni all’Iran. In tale occasione, Brasile e Turchia si sono spinti fino a votare - unici tra i quindici, con l’astensione del Libano - contro le sanzioni. Alcuni diplomatici brasiliani hanno preso pubblicamente le distanze da quella che viene vista come un’iniziativa personale e spericolata del presidente Lula. Tre le conseguenze possibili di questa vicenda. La prima è l’erosione della fiducia dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sul carattere eminentemente pacifico del programma nucleare brasiliano (il Brasile non ha firmato il protocollo aggiuntivo al Tnp sui controlli degli ispettori Aiea). La seconda è la riduzione delle chance di ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. L’appoggio brasiliano al programma nucleare iraniano ha infatti isolato il Paese all’interno dell’Onu. La terza è il rimescolamento delle carte nella commessa dei caccia supersonici. È possibile infatti che il Congresso Usa decida di bloccare ogni trasferimento di tecnologia militare al Brasile e faccia quindi uscire la Boeing dalla gara o che il Brasile stesso adotti ritorsioni nei confronti degli Stati Uniti. L’affaire Iran potrebbe però allontanare anche il governo francese, allineato sulle posizioni di Washington. Se dietro la luna di miele Lula-Sarkozy c’era un patto secondo cui il Brasile sceglieva i caccia della Dassault e la Francia appoggiava la richiesta brasiliana per il Cds, la questione iraniana ha complicato le cose. Chi sembra avere tutto da guadagnare da questa vicenda è la svedese Saab, l’unica a non aver nulla a che fare con il programma nucleare iraniano.


Africa/cinquanta anni di indipendenza

scacchiere

Quei 1800 miliardi di dollari trafugati e indirizzati su conti personali DI

MARIA EGIZIA GATTAMORTA

inquanta anni sono ormai passati da quello che è considerato un momento cruciale per la storia del continente africano: l’indipendenza di 14 ex-colonie francesi. 50 anni caratterizzati da disillusioni, da contrasti interni ma anche da success story di crescita economica e da sofferte affermazione di valori democratici. Il 2010 è considerato un momento utile per tracciare un bilancio serio e pragmatico, l’occasione per ripensare il futuro di un continente che punta alla “rinascita” in un mondo globalizzato. I paesi africani hanno voluto festeggiare la ricorrenza con imponenti manifestazioni per coinvolgere la società civile ed esaltare al tempo stesso le scelte autonome della leadership locale. Emblematici i due casi del Senegal e della Côte d’Ivoire. Per Abdoulaye Wade i festeggiamenti di Dakar del 4 aprile hanno fornito l’occasione per annunciare la ripresa di tutte le basi militari mantenute negli ultimi anni dalla Francia, vale a dire per proclamare una seconda indipendenza nazionale; per Laurent Gbagbo le cerimonie in programma a Abidjan e Yamassoukro per la celebrazione del 7 agosto saranno l’espediente per sottolineare la sua presa di distanza dall’Eliseo. Piuttosto “salati” i costi delle giornate per i contribuenti: il presidente senegalese ha fatto costruire una statua commemorativa della “Rinascita Africana” del valore di 20 milioni di euro, mentre l’omologo ivoriano ha stabilito un budget di circa 30 milioni di euro per le celebrazioni. A parte le formalità, quali i risultati concreti raggiunti in questi anni? Quali sono stati gli elementi più deboli in questi anni? Quali i fattori da valorizzare nel prossimo futuro? Di certo, dopo la prima reazione di euforia si sono avuti dei momenti drammatici, caratterizzati da golpe violenti, misure repressive, accesso al potere di elite numericamente limitate. Non è stata assicurata un’alternanza come si può vedere dalla gestione dei clan Bongo, Eyadema e Biya, che hanno occupato la scena politica

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per decenni depaupando le casse dello stato e facendo eliminare fisicamente gli oppositori. Un recente studio pubblicato dalla Global Finacial Integrity ha dimostrato che solo tra il 1970 ed il 2008 circa 1800 miliardi di dollari sono stati trafugati dal continente e poi “indirizzati” su conti personali in banche occidentali. Certo i leader rimasti al potere per un trentennio hanno saputo garantire una certa stabilità, ma hanno tolto completamente libertà di espressione al popolo: il partito unico è stato predominante e ha imbrigliato le opposizioni. Il numero crescente delle consultazioni elettorali nell’ultimo decennio non deve ingannare: il voto è stato falsato da brogli, limitando ogni valore dell’esito finale. È nella creazione di gruppi regionali, nella volontà di costruire una politica continentale che si intravedono dei risultati interessanti. L’Ecowas ha risposto compatto alle crisi dell’area occidentale: Togo, Niger, Costa d’Avorio sono stati “indirizzati” da una mediazione regionale chetemeva l’effetto domino di instabilità. I due mali maggiori che hanno segnato questi anni sono stati quello della corruzione dilagante e della mancanza di leadership politica capace di proporre percorsi costruttivi. I nomi di Leopold Senghor e Kwame Nkrumah brillano solitari come politici lungimiranti, capaci di avere una vision per il bene del proprio paese. Il 2010 è un momento particolarmente favorevole per il continente: il rilancio della cooperazione sud-sud unito alla valorizzazione delle risorse energetiche sono elementi essenziali per porsi come protagonista del XXI secolo. A tali elementi se ne deve sommare uno particolarmente prezioso che potrebbe rappresentare un enorme valore aggiunto, quello delle risorse umane. Se i governi sapranno fornire ai milioni di giovani africani educazione (di base ed universitaria) oltre che tecnologia e se sapranno valorizzare la parte femminile di tale risorsa, potranno dire di aver raggiunto il vero traguardo dell’indipendenza. 67


La storia

UN CONTINGENTE EUROPEO PER LE MISSIONI DELLA NATO di Virgilio Ilari l primo gennaio 2010 l’Italia ha assunto la presidenza del Comitato interministeriale di alto livello, composto da rappresentanti dei ministeri degli Esteri e Difesa, che coordina le attività della Forza di Gendarmeria Europea (Eurogendfor), la quale ha sede permanente a Vicenza e un cui nucleo è dal dicembre 2009 operativo a Kabul per l’addestramento della polizia afghana nel quadro della Missione Isaf. Mentre il Parlamento italiano discute la ratifica del trattato istitutivo (relatori l’onorevole Filippo Ascierto e il senatore Gennaro Malgieri), su facebook e numerosi blog pacifisti circola un’esagitata denuncia di un preteso tentativo dei governi europei di espropriare i parlamenti nazionali delle decisioni di intervento all’estero. Alcuni blog inglesi, contrari alla proposta di istituire (finalmente!) in Inghilterra un organo di polizia centrale tipo Fbi, vedono in Eurogendfor addirittura una specie di Santa Alleanza per reprimere i moti di piazza degli Euroscettici (così i nazionalisti bretoni non saranno più bastonati soltanto dal Comandante Florent ma pure da Don Matteo). D’altra parte fino a questo momento l’unica analisi seria e di ampio respiro dedi-

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cata all’Eurogendfor è lo studio di Michiel de Weger The Potential of the European Gendarmerie Force, pubblicato online nel marzo 2009 dall’Istituto Olandese di Relazioni Internazionali di Clingendael. Con buona pace degli allarmisti, la cooperazione tra le polizie europee, in materie ben più delicate dal punto di vista della sovranità nazionale e dei diritti di libertà, trova precedenti almeno dal 1898. Il primo accordo globale risale al forum sulla sicurezza interna della Cee (Trevi) creato nel lontano 1975 e il Trattato di Maastricht previde la creazione di un’unità antidroga europea (Edu). Questa, attivata il 3 gennaio 1994, si è poi trasformata il 1° luglio 1999 in agenzia generale europea di intelligence per la lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo (Europol). Con sede all’Aia, attualmente include tutti i 27 paesi dell’Unione, ha accordi di cooperazione con 13 paesi e 11 organizzazioni europee e internazionali e il primo gennaio 2010 ha acquisito formalmente lo statuto di agenzia europea per semplificare le procedure di riforma. Nel 2001 gli è stata affiancata la task force per lo scambio di contatti personali e di informazioni tra i capi delle polizie europee (Ecptf) e nel 2002 l’agenzia


Addestramento anticorruzione della polizia afghana. Lezione numero uno: portare il palmo destro dalla posizione orizzontale a quella verticale. Pagine successive: alcuni stemmi dei reparti coinvolti nella missione in Afghanistan, fra cui il simbolo di Isaf ed Eurogendfor. Un fotogramma del film francese “Le gendarme et les extra-terrestres”.

giudiziaria anticrimine (Eurojust, pure all’Aia), mentre Marocco, Olanda (1999) e Romania (2002), con richiesono state creati enti per la cooperazione tra le polizie ste pure da Ucraina (2002), Argentina, Cile e fluviali e marittime (Aquapol, Azerbaijian. 2002) e di frontiera (Frontex, a Del tutto distinta da queste iniziaSi chiama Eurogendfor Varsavia, 2004) e tra le accadetive di cooperazione all’interno e contro di lei si sono mie di polizia (Cepol, segretariadei confini dell’Unione, è però la già scatenati i blog to a Bramshill, 2005). cooperazione europea nelle mispacifisti. Ma con buona È in quest’ambito che va inquasioni internazionali di polizia cividrata la cooperazione tra le polile, che si è andata intensificando pace degli allarmisti, zie europee a ordinamento milinel quadro della Pesc e poi della la cooperazione tare, che risale all’iniziativa presa Pesd (Politica Europea di tra le polizie Ue, nel 1992 dal direttore della genSicurezza e Difesa). La data di in materie ben più darmerie nationale di promuoveavvio è il 20 giugno 2000, quando delicate sotto il profilo re un contesto giuridico formale il Consiglio europeo di Santa per gli scambi di esperienza e di Maria de Feira (Portogallo) decise della sovranità nazionale informazione coi Carabinieri e la la creazione entro il 2003 di una e dei diritti di libertà, Guardia Civil. L’iniziativa conforza di polizia europea per mistrova precedenti dusse alla dichiarazione tripartita sioni internazionali con un massialmeno dal 1988 di Madrid del 12 maggio 1994 mo di mille effettivi mobilitabili sulla cooperazione nella sicurezentro 30 giorni e una riserva di za interna e alla creazione di una commissione (indica- altri 4mila. Nel 2002 fu attivata la prima missione eurota come Fiep dalle iniziali dei primi firmatari) alla quale pea di polizia (Eupm), per dare il cambio in Bosnia alla si sono poi aggiunti Portogallo (1996), Turchia (1998), forza di polizia delle Nazioni Unite (Iptf) e il 25 ottobre 69


Risk

2004, i capi delle polizie dell’Unione Europea, riuniti a Warnsveld (Olanda) su iniziativa della presidenza olandese, approvarono una dichiarazione sui compiti della polizia nel quadro della Politica Europea e di Sicurezza e Difesa (Esdp). Da allora sono state avviate altre cinque missioni europee di polizia, in Macedonia (Eupol Proxima, 2004), in Congo (Eupol Kinshasa, 2005), nei Territori Palestinesi (Eupol Cops, 2006), a Kabul (Eupol Afghanistan, 2007) e in Kosovo (Eulex, 2008). Sono tutte in corso e l’Italia vi partecipa con personale dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e, in alcuni casi, della Polizia di Stato.

Tuttavia furono proprio i Carabinieri, già nel 1997, a segnalare l’esigenza di dotare i comandanti delle missioni di pace di unità militari di polizia, da non confondere con le unità di polizia militare. Secondo il sito ufficiale dei Carabinieri l’iniziativa sarebbe nata per ovviare alle limitazioni della Forza Speciale di Polizia Internazionale (Iptf) delle Nazioni Unite in Bosnia, la quale, essendo a carattere civile e disarmata, aveva potuto svolgere solo compiti di consulenza e addestramento ma non di supplenza o rinforzo delle forze locali di polizia. Il Comando generale dell’Arma elaborò già nel febbraio 1998 la formula operativa delle Unità Multinazionali Specializzate (Msu), recepita nella dottrina ufficiale della Nato, e nel corso dell’anno fu inviata in Bosnia la prima Msu, in pratica un piattone di Carabinieri con contorno di gendarmerie minori e pure extraeuropee (come l’Argentina). Una formula assai strombazzata da noi, ma pare realmente apprezzata, che è stata poi impiegata pure in altre missioni internazionali nei Balcani e in quella italiana in Iraq. Secondo un 70

commentatore olandese il vero scopo della codificazione Nato della Msu sarebbe stato di permettere ai callidi Carabinieri di sottrarre le loro missioni estere al controllo del ministero degli interni italiano e perciò dei beneamati “cugini di città” (Govaarts, J., LIPO 4, 30 maart 2006.) Non è chiaro tuttavia perché, cinque anni dopo la Msu e tre dopo Santa Maria de Feira, si sia svegliata pure la Gendarmerie Nationale. Durante la riunione informale dei ministri della Difesa della Nato dell’8 ottobre 2003, il ministro francese, madame Alliot-Marie, propose infatti di creare una forza di gendarmeria europea (Egf) per missioni Eu, Onu e Nato. Lo scopo dell’iniziativa si presta a molteplici interpretazioni. Secondo uno studio americano sarebbe stato di accrescere il bilancio della gendarmeria francese e la leadership francese sull’Europa Meridionale, mentre Italia e Spagna avrebbero aderito per accrescere il loro peso internazionale. Il citato commentatore olandese disegna invece lo scenario più realistico di un’emulazione tra Gendarmerie e Carabinieri, mediata dalla Maréchaussée olandese e ricostruisce il laborioso negoziato che portò all’accessione della Guarda Nacional Republicana portoghese e della Guardia Civil spagnola e alla dichiarazione d’intenti firmata il 17 settembre 2004 a Noordwijk dai ministri della Difesa dei cinque paesi. Evidentemente ispirato al modello organizzativo di Santa Maria de Feira, l’Eugendfor prevede una forza di 800 gendarmi mobilitabile in 30 giorni, più una riserva di altri 1.500, e due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello (Cimin, acronimo di Comité Inter-ministériel de haut Niveau) composto dai rappresentanti dei ministeri


storia

degli Esteri e della Difesa. L’altro è il Quartier generale permanente (Phq), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (6 e 5 italiani). I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali.

Dopo lungo negoziato la Francia accettò che la sede del Phq fosse in Italia. La scelta fu certamente aiutata dal colpo messo a segno tre mesi prima dai Carabinieri, quando, nel farsi promotore assieme a Bush della Global Peace Initiative (Gpi) approvata il 10 giugno 2004 dal 30° vertice del G8 di Sea Island, Berlusconi ottenne che il coordinamento della formazione dei 7.500 poliziotti civili e militari dei paesi coinvolti nella Gpi fosse affidato ai Carabinieri. Per la Francia fu un grosso smacco, se si pensa alla sua cooperazione militare e di polizia con le sue ex-colonie africane e che nel 2003 aveva indirettamente promosso, tramite il Senegal, l’Organizzazione delle Gendarmerie Africane (Oga), che ha sede a Dakar e riunisce ben 26 paesi. I Carabinieri, che avevano già impiantato la fabbrica delle Msu nella caserma del 13° battaglione di Gorizia, attrezzarono un’altra Stargate nella loro sede di Vicenza (Caserma Chinotto), dove furono destinati sia il Phq dell’Egf sia il Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità (CoEspu) della Gpi. Contribuiscono al CoEspu solo con istruttori Stati Uniti, Francia e Russia; sia con istruttori che con allievi 4 paesi africani (Nigeria, Sudafrica, Camerun e Senegal), solo con allievi altri 15 paesi (Burkina Faso, Mali, Kenya, Marocco,

Egitto, Giordania, Pakistan, India, Nepal, Indonesia, Cile, Serbia, Romania e Ucraina). Il primo comandante dell’Egf, un generale di brigata della Gendarmerie nationale, fu nominato il 25 gennaio 2005. La prima esercitazione per posti comando si tenne nel giugno 2005 al centro d’addestramento della gendarmerie nationale di Saint Astier, e la seconda dal 19 al 28 aprile 2006 a Madrid. Il Phq fu insediato ufficialmente a Vicenza il 23 gennaio 2006 con l’intervento dei ministri Alliot-Marie e Martino e le felicitazioni dell’Alto commissario per la Pesc Javier Solana, e il 20 luglio fu dichiarato pienamente operativo. Il trattato istitutivo dell’Eurogendfor, in 11 capitoli e 47 articoli, fu firmato il 18 ottobre 2007 a Velsen (Olanda). Due accordi tecnici sulle questioni finanziare generali, e su quelle particolari delle singole operazioni nonché sulle definizioni di membro, osservatore e partner dell’Egf furono firmati a Madrid il 14 marzo 2006 e ad Amsterdam il 15 novembre 2007. Il 3 marzo 2009 la Jandarmeria Romana fu ammessa come membro a pieno titolo, mentre a quella turca fu attribuito lo status di osservatore e a quelle polacca e lituana lo status di partner. Il 5 giugno una rappresentanza dei reparti a cavallo delle gendarmerie partecipanti a vario titolo all’Egf ha preso parte al tradizionale carosello dei Carabinieri a Piazza di Siena e il 26 giugno il colonnello portoghese Jorge Esteves Ha assunto il comando dell’Egf. Tra le condizioni per rivitalizzare l’Egf, de Weger pone l’allargamento ad altri paesi. Tuttavia solo alcuni paesi europei hanno forze di polizia a ordinamento militare (vietate ad esempio dalla costituzione tedesca) e la proposta olandese di ammettere pure le polizie civili è stata bocciata da Francia e Italia. L’allargamento è ostacolato pure da 71


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Poc hisonoc ol or oi ng r adodidomi nar el epr of ondi t à.Noil osi amo. Gr az i eal l asuai neg uag l i abi l ec apac i t àdipr og et t ar e,sv i l uppar eepr odur r e si l ur ipesant iel eg g er ic onir el at i v isi st emidil anc i o,c ont r omi sur eac ust i c he ant i si l ur oeappar ec c hi at ur eperl asor v eg l i anz asubac quea,WASSèr i c onosc i ut ac omel eadermondi al enelc ampodel l adi f esasubac quea.At t r av er so l ’ ut i l i z z odel l epi ùmoder net ec nol og i e,t ut t iisi st emisonoc onc epi t iperf or ni r e ipi ùel ev at il i v el l idipr est az i onealf i nedif arf r ont eaisempr epi ùesi g ent isc enar ioper at i v i ,pr esent ief ut ur i .

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storia veti incrociati di alcuni membri contro alcuni aspiranti: in particolare della Francia contro la Turchia (per via degli Armeni), dell’Italia contro la Romania (per ripicca) e del Portogallo contro la Polonia (per darsi importanza). Il primo impegno internazionale dell’Egf è stata la partecipazione alla Missione Eufor Althea in Bosnia. In particolare il Phq ha distaccato alcuni ufficiali presso il quartier generale dell’Unità di Polizia Integrata (Ipu) dipendente dall’Eufor Althea, che è stato attivato il 14 dicembre 2007 a Camp Butmir (Serajevo). Da notare che in quel momento sia l’Egf sia le due forze multinazionali di polizia operanti in Bosnia (Ipu ed Eupm) erano comandate da ufficiali dei Carabinieri (colonnelli Giovanni Truglio e Giovanni Pietro Barbano e generale di brigata Vincenzo Coppola. Truglio era già stato comandante della Msu Antica Babilonia in Iraq). Apparso nel marzo 2009, il citato studio di de Weger osservava che i Carabinieri e la Maréchaussée avevano fino ad allora partecipato a ben 21 missioni internazionali, la Guardia Civil a 18, la Gendarmerie Nationale a 12, la Guarda Nacional Republicana a 3 e la Jandarmeria Romana a 2. Nessuna missione aveva fino ad allora incluso tutti e sei i membri dell’Egf; in Congo e Kosovo mancava la Gnr, in Bosnia, Macedonia e Afghanistan pure la Jr, in Iraq c’era la Gnr ma non Gn e Jr, mentre in Somalia, Ciad e Kurdistan erano stati i soli Carabinieri. De Weger concludeva che la partecipazione ad Eufor Althea era troppo poco: per evitare di essere marginalizzata, l’Egf doveva cogliere il “momentum” favorevole e partecipare ad almeno un’altra missione. Due mesi dopo, il 13 maggio 2009, il Cimin approvava a Parigi l’impiego dell’Egf nelle missioni di addestramento della Nato in Afghanistan (Ntm-A) per l’assistenza e l’addestramento della polizia afgana (Ancop). Il 9 ottobre il Parlamento olandese ha approvato a larga maggioranza una mozione per il ritiro del contingente dall’Afghanistan entro l’agosto 2010. Ciò non ha tuttavia scalfito la grande determinazio-

ne dell’Olanda a effettuare la missione Egf. Proprio tre giorni dopo il voto, il 12 ottobre, ha infatti avuto inizio la ricognizione preparatoria guidata dal comandante dell’Egf e protrattasi fino al 22, incontrando i comandanti (americani) dell’Isaf (McChrystal) e del Cstc (Combined Security Transitional Command) A/Ntm-A (Formica), nonché il commissario dell’Eupol (il danese Kai Vittrup) e visitando i centri d’addestramento Centrale (Ctc) di Kabul e Regionale (Rtc) di Mazar-i-Sharif. Dal 3 al 5 novembre rappresentanti del Phq hanno partecipato come esperti e consulenti ad un gruppo di lavoro tenuto al Qg di Brunssum dal Comando delle Forze Congiunte Alleate (Jfcbs) per elaborare i criteri di addestramento delle cellule di collegamento e consulenza per le operazioni di polizia (Police operational mentoring and liaison teams, Pomlt’s) in Afghanistan. Dal 3 al 12 novembre un membro del Phq ha inoltre partecipato come osservatore all’addestramento delle cellule di collegamento e consulenza operativa per corpi, brigate e guarnigioni (programma “Above Kandak”) svoltosi in Polonia presso il centro di addestramento della Nato Joint Task Force di Bydgoszcz. La missione Eurogendfor in Afghanistan ha avuto inizio l’8 dicembre e il 24 si è svolta la cerimonia di attivazione a Camp Eggers, Kabul, con l’intervento del ministro dell’Interno afgano, degli ambasciatori francese e olandese, del comandante della Ntm-A Cstca (generale US Army William B. Caldwell), del presidente del Cimin (gen. d’armées Roland Gilles) e del comandante Egf (col. Jorge Esteves). Ventiquattro rappresentanti Egf (contraddistinti dal basco azzurro) sono impiegati come esperti presso il Qg del Cstca e come consiglieri e istruttori della polizia afghana (Ancop) e cellule di collegamento e assistenza per le operazioni di polizia (Pomlt’s). È interessante osservare che il rapporto tra il numero degli articoli del trattato (47) e quello del personale impiegato (24) è già inferiore a 2 a 1. 73


la libreria


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L’INTRIGO CHE MISE FINE ALLA GUERRA IN ITALIA di Mario Arpino i sono, tra i macro-eventi che hanno caratterizzato l’epilogo della seconda guerra mondiale, molti fatti su i quali il velo del mistero non è stato ancora del tutto sollevato. L’apertura degli archivi dei servizi segreti statunitensi (Oss) ha consentito di fare un po’ di luce su alcuni di questi, come le armi segrete tedesche, i prodromi dello sbarco alleato in Sicilia, Yalta, la conferenza di Casablanca, gli accordi armistiziali, la mala sorte toccata ai prigionieri tedeschi alla fine del conflitto, ed altri ancora. Ma, nonostante la mole della documentazione oggi già consultabile, è proprio l’abbondanza dei dati a rendere difficile una ricerca che, come tutte le cose che richiedono di essere collegate dal filo dell’intuizione, non fornisce quasi mai soluzioni univoche, e tutto resta interpretabile a seconda dell’ottica e del metodo della ricerca. Nell’Intrigo di Berna Pino Adriano ha operato con il metodo che gli è consueto, quello dell’esperto documentarista. È riuscito così ad allineare fatti ed eventi scaturiti da un’amplissima documentazione con il filo logico che gli ha consentito di “romanzare” l’arida realtà uscita dalle carte senza alterarne affatto il significato, ma invece riuscendo a proporla al lettore in modo piacevolmente scorrevole. La sintesi del lavoro si trova in seconda e terza di copertina, ed è bene leggerla prima di rischiare di perdersi in un testo che, seppure piano e lineare nella stesura, è comunque assai articolato e complesso. Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale l’Italia è divisa in due dalla linea gotica. Si sa che Hitler risponderà all’attacco finale con una ritirata strategica facendo terra bruciata. Verranno rase al suolo le industrie e le infrastrutture, comprese le centrali elettriche delle Alpi, mentre le armate della Wehrmacht confluiranno nelle fortezze alpine per combattere fino all’ultimo uomo. I più anziani ricorderanno quan-

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PINO ADRIANO L’ intrigo di Berna. Diplomatici, generali, agenti segreti: la verità sulla fine della guerra in Italia Mondadori pagine 351 • euro 20,00 Edito da Mondadori nella collana Le Scie, L’intrigo di Berna tratta della storia della trattativa segreta che nell’Italia del 1945 accelerò la fine della guerra, evitando nel nostro Paese ulteriori lutti e distruzioni. Pino Adriano ha realizzato per il cinema e la Rai un centinaio di documentari. È autore con Giorgio Cingolani di Corpi del Reato, un libro-inchiesta su quattro delitti degli anni di piombo

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Risk to si era fantasticato sulla famosa quanto inesistente “ridotta in Valtellina” per l’ultimo atto della Repubblica Sociale Italiana. Accade invece che, servendosi di abilissimi mediatori (agenti svizzeri e fiduciari della Santa Sede), i servizi segreti delle SS fanno sapere agli americani che sono disposti a trattare, a condizione che agli ottocentomila armati tedeschi sia consentito di rientrare in patria per respingere le divisioni sovietiche. Anche se gli americani non possono infrangere il patto di alleanza che li vincola ai russi, la prospettiva di completare la conquista dell’Italia senza più combattere è molto allettante. A Berna si apre così, in gran segreto, una trattativa. Il nome in codice è Operation Sunrise. I principali protagonisti sono Allen Dulles, capo dell’ufficio di Berna dell’Oss americano e fratello del più noto Foster (diventerà famoso dopo la guerra come capo storico della Cia), e il generale delle SS Karl Wolff, plenipotenziario tedesco in Italia nelle grazie di Himmler e di Hitler. Quando, però, i russi si rendono conto del gioco, la fiducia tra est e ovest si incrina pericolosamente. Ciò nonostante, i contatti continuano e il 27 aprile 1945 due delegati tedeschi si recano in volo al comando alleato di Caserta per sottoscrivere la “resa incondizionata” delle armate germaniche in Italia. La strada ora è libera e gli anglo-americani possono arrivare a Trieste in tempo per fermare l’avanzata delle bande di Tito che, secondo le loro informazioni, avrebbe potuto innescare l’insurrezione comunista nel nord del Paese. In effetti, almeno nel nord-est, i piani congiunti del 9° Corpus titino e delle brigate comuniste “Garibaldi” erano l’occupazione del territorio fino al fiume Tagliamento e la “rivoluzione”. Il patrimonio industriale, almeno quella parte che si era salvata dai bombardamenti alleati, è salvo. La capitolazione, se non per le dure reazioni dei tedeschi in ritirata contro gli ormai inutili attacchi dei partigiani, aveva accelerato la fine del conflitto e risparmiato migliaia di vite umane. Il libro di Adriano apre ampie finestre e dà la chiave di lettura corretta per molti degli eventi dell’epoca, ma non risolve del tutto i troppi interrogativi che ancora si pongono. Si trattò veramente di una “resa incondizionata” proprio quella voluta a Casablanca - oppure Wolff e le 76

SS ottennero una contropartita? Viene in mente, a questo proposito, Dossier Odessa, altro romanzo intrigante, con forse una buona dose di verità. In effetti, chi ci può davvero assicurare che la fuga di numerosi criminali nazisti nel dopoguerra e la tolleranza nei loro confronti in alcuni paesi, specie del Sud America, non possa essere in parte collegata anche a quegli accordi? Il lavoro di Adriano deve essere stato lungo e paziente, e di questo danno ampia testimonianza ben ventiquattro pagine di note - alcune sono solo riferimenti, ma altre sono indispensabile complemento per la corretta comprensione del testo - e di ricerca bibliografica. Il libro si articola in tre parti, ciascuna delle quali è suddivisa in capitoli. Nella prima si cerca di dare al lettore un’idea della complessa organizzazione messa in piedi a Berna da Allen Dulles e di spiegare, in stile romanzato ma sempre credibile, la progressiva espansione della rete dei contatti, che, attraverso emissari, coinvolgeva persone e personaggi di primo piano, spesso molto vicini ai potenti dell’epoca. Alcuni dei quali, come si evince in più parti del lavoro, pur non palesandosi “non potevano non sapere”. La seconda parte, che con 180 pagine e 19 capitoli è certamente la più corposa - il cuore del libro - si addentra nel segreto delle trattative e percorre il dedalo di intrecci internazionali che alla fine portano molto vicino al risultato, ovvero una sorta di “pace separata” con gli angloamericani delle armate tedesche in Italia, nonostante i numerosi ostacoli. Due sono quelli che rischiano di far fallire la trattativa, o che, comunque, richiedono adattamenti e modifiche. Il primo è la “resa incondizionata” concordata tra Stalin, Roosvelt e Churchill nella conferenza di Casablanca: è evidente che una richiesta di resa incondizionata escluderebbe, per sua stessa natura, ogni tipo di trattativa. Il secondo è che i russi avvertono che qualcosa si sta trattando ai loro danni tra alleati e tedeschi e, nel sospetto, irrigidiscono la loro posizione. Ma, come il lettore vedrà, le trame, le conoscenze ed i patteggiamenti sviluppati nell’Intrigo di Berna finiranno comunque per avere, con continuità anche negli anni dell’immediato dopo guerra, effetti non trascurabili. La terza parte, che l’Autore intitola Incipit novus ordo, è ovviamente quella conclusiva, che narra i retroscena della resa


libreria delle truppe tedesche firmata presso il comando alleato della reggia di Caserta il 29 aprile 1945. Sul fronte italiano, la guerra di fatto finirà a mezzogiorno del 2 maggio. Diversi personaggi che popolano il libro sono nomi noti a molti dei lettori, in quanto presenti in ogni opera che tratta il biennio dell’occupazione tedesca in Italia, o sono stati oggetto della cronaca di vari processi intentati dalle autorità nazionali e alleate dopo la fine della guerra. Molti ricordano il nome dell’ambasciatore del Reich in Italia Rudolf Rahn, del plenipotenziario generale Karl Wolff, del comandante della Wehrmacht in Italia generale Heinrich von Vietinghoff, del comandante del teatro generale Albert Kesselring, del colonnello interprete Eugen Dollmann, del tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, unico ufficiale, quest’ultimo, consegnato dagli alleati alle autorità italiane, del tenente colonnello von Schweinitz e del maggiore Wenner, i due ufficiali delegati a firmare la resa di Caserta. Ma pochi conoscono il grado di implicazione di questi per-

sonaggi nell’affare di Berna e, soprattutto, quasi nessuno conosceva, sinora, la sorte loro toccata dopo la fine della guerra e gli eventi giudiziari che li hanno visti coinvolti. Negli ultimi due capitoli della terza parte, il quinto ed il sesto, Adriano ci racconta anche questo. Credo che per la maggior parte dei lettori sarà una vera sorpresa perché, al di là di ogni aspettativa, è possibile finalmente comprendere come e perché, grazie agli intrighi di Berna, molti ufficiali delle SS che nella guerra in Italia hanno avuto ruoli non certo marginali, alla fine l’abbiano “fatta franca”. APino Adriano va senz’altro il merito di essere riuscito a ricostruire questa vicenda, così poco nota quanto importante, attraverso il vaglio metodico di molteplici fonti storiche, quali le memorie dei negoziatori, i rapporti degli agenti segreti, i carteggi dei leader politici e molti documenti, in parte inediti, di archivi italiani e stranieri. Merito non secondario è l’averci proposto tutto ciò con garbatissimo taglio narrativo.

L’INTERESSE NAZIONALE PRIMA DI TUTTO L’azione dell'Italia nei principali settori della politica estera: l’analisi dello Iai e dell’Ispi

di Pierre Chiartano del 2009, un anno cruciale da tanti punti di vista. Il ventennale della caduta del muro di Berlino è un appuntamento per tutti gli analisti di politi- stato un anno cruciale anche per il nostro Paese. ca estera e gli addetti ai lavori del settore. Un Oltre ad aver gestito l’ultima presidenza del “granutile riferimento per chi si vuole orientare nel de” G8 «l’Italia ha dovuto partecipare alla gestiocomplicato mondo delle relazioni internazionali ne della crisi finanziaria ed economica, si è concol marchio tricolore. Continua l’interessante ini- frontata con il problema della possibile interruzioziativa di Iai-Ispi con l’edizione 2010 dell’annua- ne dell’approvvigionamento energetico», ha rio sulla politica estera italiana, a cura di Gianni affrontato la crisi che ha investito le istituzioni Bonvicini e Alessandro Colombo, uscito per i tipi europee nel dopo referendum irlandese e il change del Mulino. Ci sono alcune novità importanti obamiano. Le numerose crisi legate alle ondate rispetto al passato, perché il nocciolo dello studio migratorie e l’acutizzarsi dei problemi provocati diventa l’azione italiana nei principali settori della da un altro change, quello climatico. Nel 2009 è politica estera e «non più sulla doppia analisi dei resuscitato anche il Trattato di Lisbona, entrato in fatti internazionali, da una parte e di quelli italiani crisi a causa delle mancate applicazioni dei suoi dall’altra» spiega Bonvicini. Si parla naturalmente principi, tra cui quelli sull’economia della cono-

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Risk scenza. Tramontano molte illusioni e modelli d’interpretazione della realtà internazionale, come le visioni «unipolari», «non-polari» e quelle promosse dal libro di Thomas L. Friedman sul flat world. E dopo il vertice di Pittsburg, anche il club dei potenti da G8 svolta verso il G20 per gestire meglio la governance economica. Sempre in Europa, la Nato è investita in pieno dal cambiamento obamiano, che smantella la precedente politica dell’amministrazione Bush, progetto sul piano anti-missili compreso. È la politica delle nuove alleanze di Washington. Anche sul versante politico il G5+1, ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania in Occidente e il Giappone in Oriente, introduce alcune novità. L’Italia tenta di reagire sottolineando «l’importanza residuale» del modello G8 «ma senza grande successo». E da quello scranno tenta anche di separare il tradizionale rapporto con l’Iran dalla delicata vicenda nucleare. Di fronte a uno scenario simile la nostra politica estera ha solo potuto - come sottolineato dal vicepresidente dello Iai, Bonvicini - gestire emergenze e chiudere contingenze come il dossier libico. Occorre per il nostro Paese definire con precisione un concetto, spesso sfuggente, come l’interesse nazionale. Di fronte a scenari quali la guerra in Iraq o quella nei Balcani, tanto per citare due esempi, Roma ha sempre avuto delle difficoltà a esprimere una politica dalla fisionomia riconoscibile. Al di fuori della lealtà a trattati e alleanze internazionali, e un generico afflato umanitario, il nostro Paese dovrebbe poter pretendere, senza timori tardo-ideologici un ritorno, anche economico, al tornaconto nazionale per un intervento all’estero. «Le sfide della globalizzazione sono difficili e l’Italia è in ritardo - sottolinea Bonvicini - e ne sono una spia i bilanci dei due dicasteri più esposti sul fronte esteri, come quello della Difesa e quello degli Esteri». Sempre nel 2009, la già modestissima spesa sul fronte delle feluche, passava dallo 0,35 per cento del Pil a un ancor più eva78

nescente 0,27 per cento. La Difesa si è ormai assestata al disotto dell’uno per cento, rispetto a una media europea del 1,42 per cento e delle richieste dell’Alleanza atlantica del 2 per cento. Tra le novità introdotte dall’annuario anche un ampio rapporto introduttivo, corredato da numerosi grafici e tabelle sui principali aspetti delle relazioni tra l’Italia e il mondo. Il rapporto sviluppa alcune delle analisi contenute nei capitoli di settore che si trovano nella seconda parte del volume. La conclusione è costituita da «sei ipotesi e scenari strategici sui possibili sviluppi della politica estera nazionale». Interessanti anche le due cronologie allegate a fine testo. Una dedicata all’azione italiana e la seconda ai maggiori eventi europei ed internazionali. Uno degli ultimi capitoli è dedicato al potere estero delle regioni, grazie all’articolo 117 della Costituzione che dà competenze decisionali alle regioni e alle province autonome in materia di accordi internazionali e della Comunità europea. Un articolo spesso abusato, specie in materia di promozione economica ed apertura di sedi diplomatiche, oggi sotto la scure dei tagli della finanziaria. Viene portata ad esempio di buona pratica la legge della Regione Toscana in materia di riordino normativo. Insomma, maggiore sintonia d’azione con governo, ministeri e agenzie per evitare sprechi e doppioni. La delusione di Copenhagen, del resto ampiamente anticipata dalle posizioni di Washington e Pechino, non fa che rimandare ogni aspettativa all’appuntamento in Messico per fine anno. E sottolinea quanto sia difficile trovare un accordo sul clima. Interessanti alcuni dati sulla dipendenza energetica. Nel settore petrolifero il primo fornitore dell’Italia è la Libia col 33 per cento delle importazioni, seguita dalla Russia con il 16 per cento e poi dall’Azerbaigian col 14 per cento di approvvigionamento di oro nero. L’Iraq è in quarta posizione - grazie anche al lavoro dell’Eni nello sfruttamento petrolifero del campo di Zubair - e pompa il 12 per cento del fabbisogno italiano di greggio. Nell’importazione di gas, la parte del leone questa volta spetta all’Algeria quasi a pari merito


libreria con Mosca. La prima con una quota del 33 per cento e la seconda con il 31 per cento. Poi ancora la Libia con il 13 per cento e seguono con quote minori anche Olanda, Norvegia e altri Paesi europei. Insomma la tanto agognata diversificazione delle fonti energetiche sembrerebbe quasi raggiunta. «L’Europa dei 27 nel 2001 consumava 470 miliardi di metri cubi di gas, che erano diventati 516 nel 2008. La recessione ha inciso anche su questi consumi e il 2009 ha visto un totale di “solo” 483 miliardi di metri cubi». Altre informazioni interessanti emergono dai dati d’interscambio commerciale con l’Iran e la Turchia a dimostrazione di una vocazione italiana delle relazioni con l’Oriente vicino e lontano. Tradizione ereditata probabilmente dai tempi in cui il grosso, la moneta veneziana, era come il dollaro di oggi. Con l’Iran l’anno d’oro è stato sicuramente il 2008, poi crisi economica e crisi sul dossier nucleare hanno notevolmente ridimensionato un rapporto che faceva dell’Italia «il Paese occidentale economicamente più esposto in Iran». L’interscambio era di 6,1 miliardi di euro nel 2008, ridotto a 3,5 l’anno successivo. Il parametro che più ha risentito della politica del ministero del Tesoro americano è l’Ide sugli investimenti all’estero. Per l’Italia si è passati, in un solo anno, da 5,1 miliardi di euro a soli 500 milioni, soprattutto a causa dello stop dell’Eni. Parte degli scambi persi col regime sciita sono stati direzionati nell’area dei Paesi del Golfo. Ne hanno beneficiato soprattutto gli Emirati arabi uniti, l’Arabia saudita e il Qatar. La Turchia, come si

legge in uno dei capitoli dell’annuario Iai-Ispi, mantiene con l’Italia rapporti basati su comuni «interessi strategici, economici ed energetici». «Sul piano strategico Roma e Ankara condividono l’interesse alla stabilizzazione dei Balcani, della regione del Caucaso e in generale dell’intera area del Mediterraneo allargato, oltre alla sicurezza delle forniture energetiche». L’Italia vede con favore il dinamismo con cui la Turchia si muove, svolgendo un «ruolo stabilizzante» in tutta la regione ed Ankara ha nel nostro Paese un postulatore del proprio ingresso nella Ue. Le informazioni su Iran e Turchia sono solo un esempio sul contenuto delle schede che si possono trovare nell’annuario e che ne fanno uno strumento utilissimo anche per le redazioni esteri di quotidiani e riviste. Un manuale, dove pescare dati e informazioni precise sulla natura dell’interesse nazionale italiano.

GIANNI BONVICINI E ALESSANDRO COLOMBO (Curatori) La politica estera dell'Italia edizione 2010 Il Mulino Pagine 234 • euro 20,00 Con l'edizione 2010 si avvia la nuova serie degli annuari Iai-Ispi, pubblicati dal Mulino. La principale differenza rispetto al passato, evidente già nel titolo, è nell'oggetto: La politica estera dell'Italia e non più L'Italia e la politica internazionale. Il cuore dell'analisi si sposta dunque sull'azione dell'Italia nei principali settori della politica estera e non più sulla doppia valutazione e analisi dei fatti internazionali, da una parte, e di quelli italiani dall'altra. Ovviamente i mutamenti dello scenario internazionale rimangono sullo sfondo, e rispetto ad essi viene misurata la maggiore o minore efficacia della politica estera italiana nell'anno che si è concluso. La seconda novità è che l'annuario si apre con un ampio Rapporto introduttivo sui principali aspetti delle relazioni tra l'Italia e il resto del mondo. Il rapporto, corredato da figure e tabelle, sviluppa alcune delle analisi contenute nei 10 capitoli settoriali raccolti nella seconda parte del volume e si conclude con l'indicazione di sei scenari strategici sui possibili sviluppi della politica estera italiana

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del numero

MARIO ARPINO: generale, già Capo di Stato Maggiore della Difesa PIETRO BATACCHI: senior analyst Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali ROBERTO CAJATI: capo ufficio studi dell’Is.I.A.O. – Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente PIERRE CHIARTANO: giornalista di liberal HOWARD W. FRENCH: professore associato di giornalismo alla Columbia University, già corrispondente dall’africa per il New York Times EGIZIA GATTAMORTA: ricercatrice del CeMiSs per l’Africa e il Mediterraneo RICCARDO GEFTER WONDRICH: ricercatore del CeMiSs per l’America Latina VIRGILIO ILARI: docente di Storia delle Istituzioni Militari all’Università Cattolica di Milano CARLO JEAN: presidente del Centro Studi di geopolitica economica, docente di Studi strategici presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma VALÉRIE MIRANDA: junior researcher allo Iai e Dottoranda in Studi europei e internazionali all'Università Roma Tre ALESSANDRO MARRONE: ricercatore presso lo Iai nell'Area Sicurezza e Difesa MARTA OTTAVIANI: giornalista, corrispondente dalla Turchia per diverse testate, fra cui liberal e Apcom EMANUELE OTTOLENGHI: senior fellow presso la Foundation for Defense of Democracies di Washington NICOLETTA PIROZZI: ricercatrice nell'Area Affari Europei dell´Istituto Affari Internazionali MAURIZIO STEFANINI: giornalista e scrittore

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