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ottobre 2017 N.5 anno II

SPECI A LE I N T E RV I S TA A

ANNALISA

ZANNI COCO

CHANEL

icona della donna moderna

MATT

KISH E L’“HOBBY” DELL’ARTE

BOOK

R E V I EWS


LUCIA PERREMUTO CREATIONS


IG: cocoandthecity_n5


DIRETTORE EDITORIALE Cinzia Giorgio @CinziaGiorgio

PINK MAGAZINE ITALIA OTTOBRE 2017 IN QUESTO NUMERO

CAPO REDATTORE DIRETTORE EDITORIALE

L. Avallone CinziaLuigi Giorgio @CinziaGiorgio

REDATTORI CAPO REDATTORE

AlessandraLuigi Penna @AlessandraPen L. Avallone Gordon Fanucci @GordonFanucci Isabella D’Amore @Wislavisa REDATTORI Diletta Penna Adalgisa Parisella Alessandra @AlessandraPen Arthur Lombardozzi @W_Baskerville Gordon Fanucci @GordonFanucci Isabella D’Amore @Wislavisa DA PARIGI Parisella Diletta Adalgisa Margot Valois @MorganaLefay_1 Arthur Lombardozzi @W_Baskerville

STI L E E I N DI P E N DE N ZA

COLLABORATORI DA PARIGI

Coco Chanel,

Angelici Margot Romina Valois @MorganaLefay_1 Linda Bertasi @LindaBertasi Rosa Caruso @LaFeniceBook COLLABORATORI Roberta Coralluzzo @Alke_Studio Romina Angelici Luigi@LindaBertasi Curcio LindaPier Bertasi Eleonora Gatta @byaristogatta Rosa Della Caruso @LaFeniceBook Roberta Coralluzzo @Alke_Studio Selenia Erye @selsiai Pier Luigi Curcio Eliana Guagliano Eleonora Gatta@TheQueenPuppet @byaristogatta Angelica Elisa Della Moranelli Selenia Erye @selsiai Elisabetta Motta @MottaeliMotta Eliana Guagliano Sara Piccinini Angelica Elisa Moranelli @TheQueenPuppet Alessandra Rinaldi @alex_rinaldi_86 Elisabetta Motta Stanzione @MottaeliMotta Giuseppina Sara EdyPiccinini Tassi Alessandra Rinaldi @alex_rinaldi_86 EdyDITassi SEGRETERIA REDAZIONE Velut Luna Press @VelutLunaPress

SEGRETERIA DI REDAZIONE

Velut Luna PressUFFICIO @VelutLunaPress RESPONSABILE STAMPA Isabella D’Amore @wislavisa

RESPONSABILE UFFICIO STAMPA Isabella @wislavisa SOCIALD’Amore MEDIA MARKETING

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icona della donna moderna —

13 A N NA L I SA ZA N N I Intervista —

16 M ATT KI S H E L’ “HOBBY ” DE L L’ART E Intervista —

23 S P E C I A L E BO OK RE V I E WS

Riccardo Iannaccone

EVENTI E PROMOZIONE Rita Bellina EVENTI E PROMOZIONE Rita Bellina

PROGETTO GRAFICO Segno. Creative Studio Lab PROGETTO GRAFICO Segno. Creative Studio Lab

34 I N D OV I NA C H I V I E N E A C ENA? A cena nella città incantata di Hayao Miyazaki

COPYRIGHT 2017 PINK. Tutti i diritti riservati. Testi e foto contenuti in questo numero possono essere

riprodotti solo con l’autorizzazione dell’Editore e/o YRIGHT 2017 PINK. Tutti i diritti riservati. Testi e foto contenuti in questo numero dell’Autore. ossono essere riprodotti solo con l’autorizzazione dell’Editore e/o dell’Autore.

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E d i to r i a l E

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febbraio 2017

WELCOME —

The Pink Side of... Pink!

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arissimi, dopo il successo del numero estivo vi ringraziamo ancora una volta per l’affetto e il calore che da sempre ci dimostrate. Il numero di ottobre propone iniziative che scoprirete anche nei mesi a seguire. Stiamo crescendo grazie a voi e abbiamo preso importanti decisioni, i cui frutti saranno visibili a breve. In copertina, la magnifica Coco Chanel, che è nei nostri pensieri da quando si è decisa l’apertura di uno spazio dedicato alla moda, alle tendenze per “abbinarlo” – è il caso di dirlo – ai libri: stiamo parlando del nostro fashion blog Coco And The City, che potrete seguire sul nostro sito, su Instagram e su Facebook. Abbiamo poi nuove rubriche dedicate ai libri e agli amanti della lettura, nuove collaborazioni e molteplici novità: dallo spazio dedicato ai cosiddetti “Booklovers”, passando per il fantasy e arrivando infine al coaching. Tra le interviste che troverete in questo numero spiccano quella ad Annalisa Zanni, direttrice del Museo Poldi Pezzoli di Milano e quella all’artista Matt Kish. Non vi resta che leggere… e non ci potrebbe essere augurio migliore per noi!

CIN ZIA G IORG IO Chief Editor - info@pinkmagitalia.com


- SCELTO DAL DIRETTORE -

Il caffè dei piccoli miracoli di Cinzia Giorgio

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leonore Delacourt ha venticinque anni e ama la lentezza. Invece di correre, passeggia. Invece di agire d’impulso, riflette. Invece di dichiarare il suo amore al professore di filosofia alla Sorbonne, sogna. E non salirebbe mai e poi mai su un aereo, in nessuna circostanza. Timida e romantica, Nelly – come preferisce essere chiamata – adora i vecchi libri, crede nei presagi, piccoli messaggeri del destino, diffida degli uomini troppo belli e non è certo coraggiosa come l’adorata nonna bretone con cui è cresciuta, che le ha lasciato in eredità l’oggetto a lei più caro: un anello di granati con dentro una scritta in latino, “Omnia vincit amor”. Sicuramente, Nelly non è il tipo di persona che di punto in bianco ritira tutti i propri risparmi, compra una costosissima borsa rossa e, in una fredda mattina di gennaio, lascia Parigi in fretta e furia per saltare su PIN K MAGAZINE I T AL I A

un treno. Un treno diretto a Venezia. Ma a volte nella vita le cose, semplicemente, accadono. Cose come una brutta influenza e una delusione d’amore ancora più brutta. Cose come una frase enigmatica trovata dentro un vecchio libro della nonna, con accanto una certa citazione in latino... Un’incantevole storia d’amore che racconta perché può essere una fortuna far cadere la propria borsa nel Canal Grande, concedere un po’ di fiducia a un veneziano scandalosamente bello e accettare di sentirsi letteralmente mancare la terra sotto i piedi.. Nicolas Barreau Il caffè dei piccoli miracoli Feltrinelli, 2017 -

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“La moda passa, lo stile resta”

Stile e Indipendenza

Coco Chanel, icona della donna moderna

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- PINK LADY -

La magnifica Gabrielle Coco Chanel è nei nostri pensieri da quando si è decisa l’apertura di uno spazio dedicato alla moda, alle tendenze per “abbinarlo” ai libri.

di Cinzia Giorgio

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er inaugurare lo spazio moda di Pink Magazine Italia, non potevamo non cominciare da Gabrielle Coco Chanel, la donna che ci ha liberate dai tanti tabù riguardanti non solo il nostro modo di vestire ma anche di pensare. Perché le rivoluzioni, a volte, passano dall’abbigliamento.

Stile, indipendenza, praticità e classicità senza tempo sono da sempre le chiavi del successo di Chanel. Coco ha costruito un impero partendo da Samur, una piccola cittadina sulla Loira, e diventando l’esempio di donna tenace, indomita che si è fatta da sé, passando attraverso la Storia non da spettatrice. Dietro a ogni capo della celeberrima Maison parigina situata in Rue Cambon 31, ci sono una donna e la sua vita, le sue vicende e le sue scelte indissolubilmente intrecciate agli avvenimenti più importanti e ai cambiamenti epocali che hanno segnato il Ventesimo secolo. Coco Chanel era la donna dai giudizi impietosi, che stupiva con le sue battute sferzanti. Tra le sue più celebri creazioni sartoriali ci sono: il tailleur di tweed; le inconfondibili borsette matelassé (la celebre 2.55, fra le tante), rigorosamente pratiche per donne, che non hanno tempo da perdere; l’abito nero, la petite robe noire o little black dress, che ha cambiato la storia della moda e che dopo di lei è diventato un passe-partout per ogni circostanza; i raffinati bijoux, soprattutto le lunghe collane di perle in vetro; la camelia, che usava come simbolo della sua stessa Maison e che richiama la letteraria Marguerite Gautier ovvero La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio. E infine “le monstre” ovvero il profumo che fece inorridire gli esperti del settore: il colore ambrato, la semplice bottiglia Art Déco e una fragranza senza tempo; Chanel N° 5 è il profumo più venduto al mondo. Arrivato sul mercato nei primi anni Venti, è uno dei prodotti di lusso più desiderati di sempre.

“Si può essere splendidi a trent’anni, affascinanti a quaranta, e irresistibili per il resto della vita”

La moda è cambiata grazie al suo genio e al suo gusto ma anche, e forse soprattutto, grazie alla grande libertà di spirito, all’audacia e alla concretezza di una donna straordinaria. I sogni, le difficoltà, le delusioni, le conquiste, i successi di Coco Chanel sono i nostri e ci offrono quindi l’occasione per vedere con altri occhi la nostra vita, il nostro mondo e il nostro tempo. PIN K M AGAZINE I T AL I A

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Quando l’Arte è tradotta in parole. La storia, la pittura, la vita, si fondono per creare un’unica emozione. La storia è affascinante e costruita su un doppio binario spazio temporale (tra la Roma del Cinquecento e la Parigi di oggi) a incastro, strato su strato: sovrapposti come quelli che un bravo restauratore deve rimuovere per recuperare l’opera originale che si disvela in tutto il suo splendore. Accanto alla vicenda privata e pubblica di Raffaello, che si sviluppa a ritroso, corre parallela quella di una restauratrice, Bianca, ambientata al giorno d’oggi, la cui vita è strettamente legata all’arte e allo sfortunato pittore urbinate per diversi motivi.


- IL BELLO DI PINK -


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PI N K MAGA ZI N E ITA LI A W W W. P I N K M AG I TA L I A .C OM

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Annalisa Zanni

Intervista ad , direttore della Casa-Museo Poldi Pezzoli di Milano di Manola Mendolicchio a cura di Theylab

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a Casa-Museo Poldi Pezzoli è un piccolo gioiello situato nel cuore della città di Milano, il Teatro alla Scala dista pochi metri; in esso sono conservati manufatti di inestimabile valore, tra

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cui “Il Ritratto di dama” del Pollaiolo, celebre dipinto che è anche il logo dello stesso museo. A gestire questa importante istituzione meneghina è una donna, la dottoressa Annalisa Zanni.

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- ARTÉ Dott.ssa Zanni, lei dirige il Poldi Pezzoli da molti anni, per sua esperienza personale, come è cambiato il ruolo del direttore, se cambiamenti ci sono stati? Nel corso di questi ultimi venti anni il direttore di un museo ha dovuto cambiare in modo significativo il suo profilo, pur mantenendo le competenze legate alle raccolte in esso contenute, nel mio caso storico artistiche. Ha dovuto soprattutto prendere atto del profondo cambiamento della società e della necessità di dialogare con il pubblico comprendendone le esigenze, gli interessi, i linguaggi per poterlo accompagnare alla scoperta della sua identità e della sua storia. Inoltre si è sempre più dovuto occupare di gestione, fundraising, pubbliche relazioni. Una vera sfida che ha portato a una total immersion nella contemporaneità. Essere donna e ricoprire un ruolo così importante e di grande responsabilità nell’ambito dell’arte, che cosa vuol dire? La distinzione di genere è ancora qualcosa di così fondamentale?

Nel nostro settore credo che paradossalmente non ci sia mai stato un vero problema dovuto al genere, perché in realtà, cosa non positiva, fino a pochi anni fa lavorare nei beni culturali era considerata una professione non ben remunerata e quindi “generosamente” concessa anche alle donne. L’interesse negli ultimi anni si è notevolmente spostato perché il mercato sta provando a impossessarsi della cultura e, di conseguenza, aumentano sempre di più le figure professionali che vogliono assumere questo ruolo con un approccio esclusivamente manageriale, che considera le opere d’arte come prodotti, da valorizzare per “vendere”. Come si articola una sua giornata tipo?

Il lavoro occupa la maggior parte del mio tempo. La mia giornata

inizia alle 8,30 del mattino, attraverso la lettura delle email tramite l’I-Phone, e si conclude spesso la sera tardi. Questo lavoro è fatto anche di relazioni sociali che prevedono la presenza in eventi e serate, occasioni per aggiornarsi e ricevere nuovi input. Per natura, mi reputo una persona molto curiosa. Ormai, da qualche anno a questa parte, sentiamo e leggiamo di giovani talenti, degli ambiti più differenti “costretti” a lasciare il nostro Paese per poter trovare un posto al sole in altre realtà. Questo vale anche per il mondo dell’arte? Trovare un proprio ruolo lavorativo in questo settore, in Italia, è ancora possibile? In realtà il paradosso è che l’Italia possiede uno dei patrimoni storico artistici più importanti del mondo, e quindi offre possibilità di sperimentazioni tra le più interessanti. Le disponibilità economiche sono però altrove e quasi mai giungono in Italia. Le possibilità lavorative in questo settore sono sicuramente aumentate ma non ancora correttamente regolamentate dal punto di vista dell’inquadramento economico. Qual è l’approccio in tal senso del museo Poldi Pezzoli?

Il Museo ha sempre cercato di accogliere nel suo team persone di tutte le età, proprio per poter avere un dialogo e visioni diverse da incrociare e mettere in comunicazione per comprendere meglio la realtà. Il Poldi Pezzoli cerca infatti di creare opportunità di lavoro utilizzando le possibilità che la legge offre per fare esperienza con stage o con contratti più mirati in occasione di progetti quali mostre temporanee. In questo modo riesce a coinvolgere giovani neolaureati o appena usciti dalla scuola di specializzazione, che hanno bisogno e voglia di fare esperienza, dando loro la possibilità di conoscere anche le nuove professiona-

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lità che si sono sviluppate recentemente come i responsabili dei social media, della promozione o della didattica museale, ambito che con il tempo ha assunto nuove declinazioni.

Il Museo ha una lunghissima, importante e prestigiosa storia alle spalle, il fondatore Gian Giacomo Poldi Pezzoli iniziò l’avventura della casa-museo alla metà del XIX secolo, quindi si può dire che il Poldi Pezzoli ha parecchi anni sulle spalle, ma nonostante ciò pare non invecchiare mai. Qual è il segreto di tanta longevità? Tutto quello che ho appena detto e, soprattutto, la volontà di coinvolgere le giovani generazioni, non solo come utenti, ma come protagonisti della creazione di nuovi modi di interpretare il museo e di portare nel futuro la storia del passato. Ogni visitatore che entra al Poldi lo trasforma e i giovani, se si sentono coinvolti, lo fanno spesso in modo eccezionale. Quali mutamenti ha dovuto subire, se ne ha subiti, il Museo per poter stare al passo con i tempi?

Dopo la distruzione causata dalla seconda guerra mondiale il Museo ha dovuto confrontarsi con spazi che avevano perso le decorazioni originali, che, per quanto si è potuto, si è cercato di conservare. I nuovi spazi acquisiti hanno offerto la possibilità però di nuovi allestimenti e nuove idee. Caso esemplificativo è la nostra Armeria che nel 2000, grazie all’intervento dell’artista Arnaldo Pomodoro, è divenuta un’opera d’arte globale che dialoga magnificamente con le collezioni. Questo ha attratto un pubblico diverso lanciando segnali di vitalità e nuove opportunità di visione. Grazie alla lungimiranza del collezionista abbiamo delle raccolte di arte antica e decorative di qualità straordinarie cui è seguita una politica di donazioni altrettanto eccezionale. La qualità


rende famosa questa casa - museo nel mondo.

L’utenza del Poldi Pezzoli è cambiata nel corso degli anni? Sicuramente il pubblico è molto cambiato e di conseguenza il Museo, aprendosi alla citta e andando incontro ai visitatori, di cui, fino agli anni ’90, l’età media era tra i 40 e i 70 anni. Grazie alla sezione didattica, già attiva dal ’75, e successivamente alle attività di promozione e pubblicità (come non citare i manifesti creati da Italo Lupi ed esposti nella metropolitana milanese all’inizio degli anni novanta) e alle iniziative dedicate al pubblico giovane, da alcuni anni si sono registrate anche presenze diverse e un significativo aumento di affluenza. Senza peraltro perdere l’identità di casa museo, l’identità delle collezioni e la politica culturale sempre ben riconoscibile e non omologata, capace di sottolineare e valorizzare le caratteristiche del sua vicenda storica. Nell’era oramai del 4.0 che linguaggio si deve utilizzare per poter essere comprensibile a tutti dal punto di vista dell’arte? Bisogna scendere a compromessi per poter essere più fruibili?

Non si tratta di compromessi, il compromesso è rinunciare alla propria missione che per il Poldi Pezzoli (come per tutte le istituzioni

culturali) è lo studio, la ricerca, la tutela e infine la consegna alle nuove generazioni del patrimonio artistico. Se la società cambia bisogna comprenderne e accoglierne i mutamenti, utilizzando i nuovi linguaggi della conoscenza che rendono possibile un avvicinamento alle opere con nuovi strumenti, che auspico prevedano sempre di più un “consumo lento” e meno frettoloso e superficiale. Oggi la tecnologia fornisce le macrofotografie, per esempio, che tutti possono raggiungere: la possibilità di scovare dettagli nascosti che l’occhio da solo non sa cogliere, potenzia le opportunità che un’opera sola può fornire, suggerendoci una sosta e una riflessione prolungate. La tecnologia se al servizio dell’arte non comporta dei rischi ma la vera sfida è utilizzarla mirando a un obiettivo preciso. Milano, dopo tanti anni di calma apparente, si è ridestata, dando vita quasi a una nuova rivoluzione culturale. Il Poldi Pezzoli come si è inserito in tutto questo?

Il Poldi Pezzoli in molte occasioni ha organizzato una serie di iniziative con la volontà di mettersi in relazione con il pubblico. Gli aperitivi ne sono un esempio, hanno fatto scoprire a nuovi visitatori le nostre collezioni, così come i concerti con strumenti musicali antichi o le letture degli allievi della scuola del

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Piccolo Teatro. Abbiamo cercato di creare collegamenti tra tutte le arti, la cultura funziona quando è una sinergia, e immergere le persone in uno spazio che ne accoglie di volta in volta più esempi è stata la nostra sfida. Un caso particolare è stata la mostra dedicata ad Antonio e Piero del Pollaiolo che, oltre ad aver riunito i ritratti delle quattro dame usciti dalla bottega di Piero, ha viralizzato la città con spettacoli teatrali dedicati, concerti, shooting fotografici al femminile, conferenze organizzate in collaborazione con l’università e percorsi condivisi con i musei milanesi. Le opere d’arte appartengono a tutti e a tutte le istituzioni, i cui responsabili hanno il dovere di creare network che suggeriscano nuove letture per accompagnare le persone alla conoscenza della propria storia. Dottoressa Zanni dopo tanti anni alla guida di questo piccolo gioiello, avrebbe voglia di nuove sfide, o la sfida più grande è rendere ancora più prestigioso il Poldi Pezzoli? Entrambe.

Quindi, “fare” arte ha ancora senso? L’uomo ha sempre avuto bisogno di questo nutrimento e ha sempre progettato il futuro attraverso l’espressione artistica. Sono gli artisti i veri progettisti del mondo.

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MATT KISH E L’ “ HOBBY ” DE L L’A RT E a cura di Luigileone Avallone

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Quando è iniziata la tua attività di illustratore? È una domanda difficile alla quale rispondere perché ho cominciato a disegnare sin da bambino. Creare, dipingere, disegnare, è semplicemente una parte essenziale della mia identità: non credo che ci sia stato davvero un momento nella mia vita dove mi sono detto: “Matt, da oggi in poi sarai un artista”. Stranamente, non mi sono mai sentito

att Kish è un bibliotecario statunitense con l’“hobby” dell’arte. Vive nel sud-ovest dell’Ohio con la moglie ― anch’essa artista e bibliotecaria ―, la loro rana acquatica e tanti, tanti libri. Gran parte del suo lavoro si ispira alla letteratura e ai fumetti, utilizzando il linguaggio visivo dell’illustrazione per creare narrazioni visive parallele.

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tale. Il termine “artista” mi è sempre sembrato appropriato per coloro che hanno combattuto per questa definizione o che hanno rincorso una laurea. A dire il vero, anche io, per un breve periodo di tempo, ho pensato a un diploma d’arte ma poi la praticità ha vinto su tutto e ho deciso di iscrivermi al college per qualcosa che si sarebbe tradotto in una carriera più sicura. In verità sono quasi completamente autodidatta e mi è sembrato che l’etichetta “artista” forse non sia quella che mi si addice di più, tanto che devo aver fatto infuriare qualcuno quando ho usato casualmente il termine. Oggi ho 48 anni e posso dire che disegno da 44, quindi suppongo che si possa dire che sia stato un artista per la maggior parte della mia vita, o che non lo sarò mai. Tutto dipende dalla tua prospettiva.

po definiti e puri: ammiro tutto ciò che creano e cerco di emulare il loro lavoro il più possibile.

La serie su Moby-Dick è davvero interessante: hai usato pagine di giornali e libri vecchi. Cosa ispira il tuo lavoro? A rischio di offendere qualcuno, ti dico che sono sempre stato contrario all’arte digitale o computerizzata. C’è qualcosa di molto freddo e senza anima nell’efficienza della tecnologia: la mancanza del tocco umano in un’opera d’arte è qualcosa che mi disturba molto. Così nella serie Moby-Dick in particolare, ma che possiamo riscontrare nella gran parte della mie opere, lavoro su pagine che strappo da vecchi libri o giornali: voglio che ci sia quella connessione con la tradizione della carta stampata e voglio che chiunque veda la mia arte, veda anche i miei segni a matita, i miei errori, le mie macchie e quelle che possono essere già sulla carta. L’arte è fatta per essere toccata, guardata da vicino. I pixel su uno schermo sono fantastici per aiutare gli artisti a condividere il loro lavoro con persone di tutto il mondo, ma non sono un sostituto dell’arte visiva, non puoi, ad esempio, studiare i colpi di pennello. La parte che mi ispira di più è appunto la maniera... analogica dell’arte, intesa come oggetto fisico, creata dagli esseri umani con tutti i suoi difetti, gli anni, la storia. E con Moby-Dick è accaduto proprio questo: il libro ha più di 160 anni ma è ancora qualcosa che affascina persone di tutto il mondo. Oggi possiamo leggerlo sui nostri tablets e telefoni ma è nato come inchiostro su carta.

Il tuo artista preferito? La lista potrebbe essere davvero lunga! Trascorro tantissimo tempo a studiare illustrazioni, fotografia e scultura di tanti artisti il ​​cui lavoro mi piace molto. Probabilmente la cosa migliore da fare sarebbe stilare due liste: artisti il ​​cui lavoro amo e artisti il ​​cui lavoro ha avuto una notevole influenza sulla mia arte. Quindi, innanzitutto, artisti il cui ​​ lavoro amo: l’artista americano Jack Kirby che, grazie alle particolari forme astratte, i colori brillanti, il fascino per il mito, ho ammirato sin da quando ero bambino. Da ragazzo, molti dei libri che avevo erano dell’illustratore Willy Pogany: c’era un’eleganza e una chiarezza unici con cui affrontava il tema dei miti e delle favole che fondevano l’umano e il divino, la realtà e la fantasia. Sono molto fortunato ad essere amico di Shawn Cheng, i cui dipinti e stampe mozzafiato esplorano la mitologia asiatica. E, infine, mia moglie Ione Damasco, i cui disegni, minimalisti, impregnati di temi onirici e occulti mi colpiscono ogni volta. È veramente l’artista che amo di più. Artisti il ​​cui lavoro ha avuto un’influenza diretta su di me sono Raymond Pettibon, principalmente per il modo con cui costruisce forme con l’inchiostro, e i disegnatori Josh Bayer e Pat Aulisio, che sono anche miei amici. Sia Josh che Pat creano texture dense con dettagli inchiostrati, ma allo stesso tem-

Sei mai stato in Italia? Purtroppo ho lasciato gli Stati Uniti solo per viaggiare in Canada, Messico e Bahamas. Mi piacerebbe molto visitare, in qualche modo, l’Italia. Io e due miei amici abbiamo eseguito una lunga serie di illustrazioni delle Città invisibili di Italo Calvino. Siamo stati fortunati ad avere un buon successo al Festival di Eutropia a Roma nel 2015, durante il quale le nostre illustrazioni per Le città invisibili sono state proiettate come sfondo sul palco dietro i musicisti. È stato davvero un grande onore.

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Cosa consigli ai giovani artisti, scrittori, musicisti? Per risponderti penso a ciò che avrei voluto ascoltare a 20 o 30 anni, mentre crescevo. Ci sono due consigli che vorrei darvi. Il primo è quello di trovare la vostra strada, il vostro essere unico: è certamente comprensibile essere influenzati da ciò che vediamo, ascoltiamo, dagli artisti il ​​cui lavoro amiamo e dagli amici che ci circondano. Ma, alla fine, è importante per ogni artista avere un punto di vista unico e creare opere senza eguali, altrimenti ci si perde nella folla o, peggio, nell’imitazione. Siate voi stessi e non abbiate paura di seguire la vostra visione, anche quando vi sembra spaventoso o rischioso. Il secondo consiglio è quello di lavorare sodo, mettetevi alla prova. Create una buona mole di lavoro, rispettate le scadenze se state lavorando per un editore o una rivista. Gli artisti che possono farlo sono quelli che, almeno commercialmente, continueranno ad avere successo perché sono professionisti, disciplinati e professionali. L’arte richiede molta pratica e disciplina, e non è per i deboli di cuore.

A cosa stai lavorando in questo momento? Sembra che debba avere sempre progetti troppo ambiziosi e mai abbastanza tempo. Attualmente sto lavorando principalmente su due cose. In primo luogo, sto raccogliendo i miei schizzi, cercando nuove idee e tecniche e affinando aspetti che già conosco. Capisco che forse questo approccio non è da tutti ma trovo le mie bozze assolutamente preziose nella progettazione delle mie opere. Il secondo, e più ambizioso filone di lavoro, è una serie di 184 dipinti di ogni soldato greco e troiano morto nell’Iliade di Omero. Amo sia l’Iliade sia l’Odissea fin dall’infanzia e questa serie era inizialmente un tentativo di catturare la magnificenza di quei miti e il senso di meraviglia che essi evocano. Però, mentre rileggevo l’Iliade, introdotta dalla poesia di Alice Oswald, Memorial, che è una meditazione sulla tragedia del poema, il mio approccio al il testo è cambiato. Piuttosto che vederlo come un racconto dell’eroismo, ho capito che esso è invece una grande tragedia sulla follia e l’idiozia della guerra, la crudeltà e l’egoismo degli uomini e ho compreso il modo in cui queste cose finiscono per danneggiare migliaia di anime innocenti. In questi nuovi dipinti utilizzo sia la vernice sia il collage per lanciare messaggi misti di eroismo e orrore, coraggio e tragedia. Spero di dipingere un quadro più chiaro possibile della brutalità e della stupidità della guerra, soprattutto perché il nostro idiota presidente americano sembra determinato a ignorare il resto del mondo e a spingere le truppe americane in conflitti disastrosi per tutto il mondo. Il tuo book of all time? Naturalmente Moby-Dick, seguito a ruota dalla trilogia di Gormenghast dell’autore inglese Mervyn Peake e dalla Storia infinita di Michael Ende. Entrambi sono già stati perfettamente illustrati perciò, come artista, mi riservo il dovere di lasciarli in pace.

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B O O K R EW IEW S 23 // VO CI DE L VE RB O A N DA RE 25 // BINA RIO 9 E ¾ 26 // COACH 27 // LE T T U RE CONS IGLIAT E 28 // PICCOLE LIBRE RIE 30 // IL TEM PO DE LLE S E CON DE PO S S IBILITÀ 31 // ROMA NCE NON-STOP 32 // LA S CA PIGLIAT U RA


- BOOK REVIEWS -

Voci del verbo

andare di Giuseppina Stanzione

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ei su una delle belle spiagge del Mediterraneo a prendere il sole, magari su una sdraio leggendo un libro. Quel libro è Voci del verbo andare di Jenny Erpenbeck. Leggi che “in Italia, davanti all’isola di Lampedusa, sono affogati 64 migranti dei 329 che occupavano il barcone, tra loro persone provenienti dal Ghana, dalla Sierra Leone e dal Niger”. Leggi che in “Oranienplatz […] i profughi vivono da un anno sotto le tende”. Leggi che il protagonista, Richard, vive di fronte a un lago e che in quel lago, “lì tranquillo, come sempre quell’estate”, è annegato un uomo: il suo corpo non è mai stato recuperato. Richard, professore emerito di lettere in pensione, vePIN K MAGAZIN E I T A L I A

dovo, non riesce a non pensare al lago e a quello che nasconde: “[…]Per il lago non fa differenza che a decomporsi sul suo fondo, sia un pesce oppure un uomo”. Ossessionato dalle sue acque e dall’assenza di persone sulle sue rive, Richard si imbatte casualmente in una manifestazione in Oranienplatz tenuta da un gruppo di profughi africani che hanno creato “un grosso cartone dipinto di bianco sul quale c’è scritto a caratteri neri: We become visible”. Ritornando a casa rimugina su ciò che ha visto e ripensando a se stesso e alla sua vita nella Berlino prima e dopo il muro, piano piano ai suoi occhi quei migranti cominciano a essere visibili. Avverte così il desiderio -

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di volerli conoscere uno a uno per approfondire le loro storie e capire come mai si ritrovano in Germania (“Bisognava sapere molto più del solo nome. Altrimenti tutto restava privo di senso”) e, soprattutto, come impiegano il loro tempo. Già, il tempo. Come impiega il proprio tempo chi non ha un lavoro e una casa a cui andare? Chi si ritrova a dovere attendere che gli altri decidano per la propria sorte? “Parlare di ciò che il tempo è veramente, lui riuscirebbe a farlo, forse meglio che con chiunque altro, con coloro che sono caduti fuori dal tempo”. Sì, proprio Richard che da giorni cerca di capire come impiegare il proprio tempo da pensionato. E così, dopo aver partecipato in forma anonima a un’assemblea in una scuola del quartiere di Kreuzberg, Richard decide di voler conoscere i profughi. Con la scusa della redazione di un saggio riesce ad accedere nella ex Casa di riposo dove era stato temporaneamente alloggiato il gruppo prima di essere suddiviso in altrettanti tre centri di accoglienza. E così incontra Awad (ganese), Rashid, Abdusa-lam e Zairi (nigeriani), Osarobo, Rufu, Yussuf e Ali Ithemba e tanti altri… tutti uomini, giovani e meno giovani, emigrati in Libia per lavoro e ritrovatisi su un barcone, a volte con la famiglia massacrata, che Richard associa a personaggi della letteratura classica o della mitologia greca per poterli riconoscere. Richard man mano che approfondisce le loro storie comprende a pieno lo stato di ansia in cui sono a causa dell’instabilità della loro condizione: la loro vita è in balia delle decisioni dello Stato ospitante. E lo comprende benissimo anche perché si è informato sulle leggi che regolano i movimenti migratori. Esaminando il regolamento chiamato Dublino II Richard capisce “che quella legge regola soltanto questioni di competenza” e che in esso “non ci si preoccupa affatto di chiarire se quegli uomini sono o meno vittime di guerra”. Richard capisce anche che una volta sbarcati in Italia sono liberi di andare dove vogliono, ma quando giungono in Germania “dopo tre mesi di soggiorno come turisti, devono rientrare in Italia per almeno altri tre mesi. Avranno diritto di cercare lavoro in Germania solo dopo cinque anni ininterrotti di asilo in Italia – e anche in questo caso solo se, dopo quei cinque anni, avranno ricevuto dagli italiani una cosiddetta Illimitata, un documento che, dal punto di vista del diritto di soggiorno, li equipara agli italiani. Finché non hanno una Illimitata, possono certamente lasciare l’Italia per non morirvi di fame, ma non possono essere accolti da nessun’altra parte”. Quello che di fatti i profughi vogliono veramente è cercarsi un lavoro, ma finché rimbalzano da un paese all’altro e da un centro di accoglienza all’altro questa cosa non è possibile. Per questo cercano di rendersi visibili: nella speranza che qualcuno gli offra un lavoretto. Richard, frequentandoli, si immedesima nelle loro storie (frequenti sono le associazioni che fa con la propria esistenza quando ascolta i loro drammatici racconti), a coinvolgersi sempre di più fino a invitare qualcuno in casa sua per un tè o per insegnargli a suonare il pianoforte o per pulire il giardino, fino a comprare un terreno in Ghana per aiutare la famiglia di uno di loro e chiedere per loro ospitalità ai suoi amici quando, dopo il trasferiPIN K MAGAZIN E I T A L I A

mento a Spandau, lo Stato decide di rimpatriarne alcuni e accettare la richiesta d’asilo di altri. Alla fine del romanzo, quando Richard è riuscito a rendersi prossimo aiutando concretamente quelle persone, finalmente l’ossessione del lago svanisce perché capisce che quell’uomo nel lago gli ricorda le migliaia di uomini annegati durante il viaggio verso l’Europa e mai recuperati. “Solo adesso Richard si rende conto che, per lui, la vista sul lago è inestricabilmente legata al ricordo dell’uomo che, l’estate scorsa, era morto là sotto. Quel lago resterà per sempre il lago nel quale è morto qualcuno e, tuttavia, sarà per sempre anche uno splendido lago […]”.). Jenny Erpenbeck è indubbiamente una narratrice intensa e capace di offrire molteplici spunti di riflessione: con la forza della sua scrittura è riuscita a conciliare storie, di bianchi e neri, all’apparenza tanto lontane e diverse eppure tanto simili e vicine. La vita di Richard raccontata in terza persona parallelamente a quelle degli africani è la storia di un uomo che è stato in grado di abbattere i muri della propria indifferenza e reticenza per provare ad abbattere, anche se solo con una leggera picconata, quelli dei suoi amici, quelli della burocrazia, quelli delle leggi sull’immigrazione. “[…] gli abitanti di questo territorio, che solo da centocinquant’anni circa si chiama Germania, difendono la loro giurisdizione con i paragrafi di legge, danno addosso ai nuovi venuti con l’arma prodigiosa del tempo, cavano loro gli occhi con giorni e settimane, li investono con il peso dei mesi, e se quelli ancora non si acquietano, magari consegnano loro tre recipienti di diversa grandezza, un completo di biancheria da letto e un documento, su cui c’è scritto Attestato finzionale”.

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- BINARIO 9 E ¾ -

Perché leggere fantasy (e i libri da cui cominciare) a cura di Angelica Elisa Moranelli

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iao, sono Angelica, ho 3* anni (non posso già dirvi la mia età nella prima puntata) e leggo fantasy, anche se non ho quindici anni, i brufoli e l’innamoramento facile per personaggi di finzione. No, un momento. L’innamoramento facile ce l’ho, ma ve ne parlerò in una delle prossime puntate. Oggi vi consiglio i libri per amare questo genere.

Se avete l’animo da esploratori, leggete Il mago di Ursula Le Guin, la prima delle avventure ambientate a Terramare, un arcipelago popolato da maghi, ombre sinistre e draghi.

Se siete attratti dai personaggi potenti e memorabili, cominciate con Tolkien, i personaggi de Lo hobbit vi resteranno dentro. Se adorate le protagoniste forti e potenti, Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, che racconta la storia di Artù da una prospettiva completamente diversa, fa al caso vostro. Se invece preferite ambientazioni urbane provate a immergervi nella magia di Nessun Dove di Neil Gaiman, scoprirete una Londra unica e guarderete le vostre città in maniera diversa, dopo.

Se amate le storie filosofiche, epiche e commoventi La bussola d’oro, il primo volume della trilogia “Queste Oscure Materie” di Philip Pullman è il libro adatto a voi.

Se cercate un’ironia dissacrante e liberatoria, buttatevi sullo shakespeariano Sorellanza stregonesca di Terry Pratchett. Risate dalla prima all’ultima pagina.

Infine, leggete Harry Potter di J.K. Rowling, che ha il potere di mettere d’accordo tutti, amanti del fantasy e non, bambini e adulti: il motivo ve lo spiegherò nella puntata dedicata al genio di una donna che è riuscita a far tornare di moda la magia.

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- BOOK REVIEWS -

Coach a cura di Simona Colaiuda

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l coaching è una metodologia che aumenta l’autoefficacia delle persone, facilitandole nello sviluppo di un pensiero strategico e nel raggiungimento dei propri obiettivi. Il termine coach deriva dall’inglese coche, carrozza: il coach è un veicolo che trasporta una persona da un luogo di partenza, stato attuale, a un luogo d’arrivo, stato desiderato. Per una conoscenza più approfondita di questa disciplina e per svolgere un percorso guidato di coaching vi rimando al volume Costruisci la tua felicità in tre atti (Ed.Aloha, 2017). Oggi vi parlo di obiettivi.

miei clienti mi ripetono la stessa frase: “Mi sento bloccato, non riesco ad andare avanti”.

In una voce del vocabolario alla parola obiettivo c’è scritto: sistema ottico centrato che fornisce un’immagine reale di un oggetto. Una condizione essenziale per raggiungere un obiettivo è averne un’immagine reale. Non si può raggiungere qualcosa se non si sa che cosa si vuole raggiungere in maniera esatta, in modo coincidente con la realtà. L’obiettivo deve essere definito in maniera così puntuale da poter essere descritto, disegnato, in qualsiasi momento, in maniera incontrovertibile.

I miei clienti si rivolgono a me affinché li aiuti a raggiungere i loro obiettivi. Un obiettivo è un risultato che ci si propone di ottenere. Ognuno ha il proprio, diverso dagli altri, eppure quasi tutti i PIN K M AGAZIN E I T A L I A

E voi, che cosa volete raggiungere?

Arrivederci al prossimo appuntamento. -

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- DAL #PINKMAGBLOG -

Letture consigliate a cura di Laura D’Amore e Antonella Maffione

Roberto Emanuelli, E allora baciami. Leonardo, un padre single di trentotto anni che non ha mai smesso di amare l’unica donna della sua vita, Angela, nonché madre di sua figlia. Laura, una figlia diciassettenne che non riesce a trovare il suo spazio nel mondo. Il rapporto tra Leo e Laura sembra incrinarsi quando lui aspetta fino all’ultimo momento per darle il permesso per una vacanza con gli amici a Mykonos. Eppure sarà proprio questo viaggio a unire i due protagonisti che, attraverso una canzone, decideranno di partire insieme per un viaggio on the road fino in Sicilia, terra natia di Angela. “Ci innamoriamo sempre di una canzone a cui manca il finale…” Riusciranno a trovare quello che cercano? Riusciranno ad avere le risposte a tutte le loro domande? O questa avventura servirà soltanto a unirli come mai prima? Perché a volte non è la destinazione che conta, ma il viaggio fatto insieme. LETTURA CONSIGLIATA DA LAURA D’AMORE

Beatrice Colin, La cattura dell’effimero. Cait è una donna sola che per far fronte a una situazione economica ristretta, decide di fare da chaperon a due ragazzi scozzesi. Durante il loro soggiorno a Parigi, Cait decide di volare in mongolfiera nonostante sia terrorizzata dall’altitudine e resta incantata dai paesaggi mozzafiato. Nascosta tra uomini in cilindro e donne con abiti eleganti Cait si tiene lontana dal bordo della mongolfiera, ma a catturare la sua attenzione è Émile Nouguier, il progettista della Tour Eiffel: Una costruzione ardita che avrebbe permesso ai parigini di guardare la città in tutte le direzioni. L’amore che legherà, Cait ed Émile, ci farà battere il cuore fuori tempo, ci travolgerà, ci permetterà di frequentare e di assaporare l’atmosfera dei cafè bohemien, luogo d’incontro di poeti, pittori e intellettuali del tempo. Meta preferita da questi artisti che davanti a un bicchiere di vino e nuvole di fumo discutevano di arte, scambiandosi idee e pensieri, menti impegnate alla continua ricerca del “bello”: non si tratta solo di catturare l’apparenza effimera, ma l’essenza della bellezza… l’eterno. LETTURA CONSIGLIATA DA ANTONELLA MAFFIONE

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- DIARIO DI UNA BOOKLOVER -

Piccole librerie a cura di Isabella D’Amore

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iao booklovers, ben ritrovati su Pink Magazine Italia a parlare di gadget letterari e consigli di lettura per veri amanti dei libri. Oggi vorrei segnalarvi due romanzi che hanno un comune denominatore: storie ambientate in libreria. Ebbene sì, noi amanti dei libri subiamo il fascino delle trame (e delle cover, siamo sinceri) che vedono protagonisti libri, librai e librerie. Il primo romanzo è stata la mia lettura del cuore dell’estate 2017.

Nel cuore di Londra c’è una piccola libreria chiamata “Bookends”. Per quanto vecchia e malandata, è sempre stata un fantastico mondo di storie e di sogni per Posy Morland, sin da quando era bambina. Fino a farle da casa e da famiglia. Ma ora che l’anziana proprietaria, Lavinia, è morta lasciandole in eredità il negozio, Posy si ritrova a fare i conti con la realtà insieme ai colleghi: restano solo pochi mesi per pagare i debiti, rilanciare la libreria e scongiurarne la chiusura. Posy avrebbe già un piano: farne il paradiso dei romanzi d’amore, il punto di riferimento per tutte le lettrici romantiche. Ma il nipote di Lavinia, Sebastian, imprenditore senza scrupoli, è convinto che puntare tutto sui gialli sia la strategia vincente sul mercato. Mentre tra i due la battaglia si fa sempre più accesa, Posy sfoga la propria collera nella scrittura. Pagina dopo pagina, intesse una trama di ambientazione ottocentesca dove tra i protagonisti - identici, guarda caso, a lei e Sebastian - scatta inaspettatamente la passione. E se la fantasia fosse già realtà? Nella vita, come nel romanzo, starà a Posy scegliere il finale. Il secondo segna il ritorno di una delle mie scrittrici preferite che ci farà compagnia nei piovosi pomeriggi d’autunno.

Margherita ha un dono: sa consigliare a ogni persona il libro giusto. È così che, delusa per la fine della sua storia d’amore, lascia Parigi e torna a Venezia con l’intenzione di aprire una libreria nella bottega d’antiquariato appartenuta al padre. Poco prima dell’inizio dei lavori di ristrutturazione, rovistando tra vecchie carte, Margherita trova, incastrata in fondo a un cassetto, una foto che ritrae una giovane donna. «Per Anselmo, il mio grande amore», recita PIN K MAGAZIN E I T AL I A

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la dedica sul retro, che riporta anche data e luogo: aprile 1945, Borgo degli Albizi, Firenze. Margherita nota con stupore che la ragazza nella foto indossa una collana identica a quella che suo zio Anselmo le ha lasciato. Com’è possibile? Il ciondolo, dipinto a mano, è un pezzo unico e non può trattarsi di una copia. Incuriosita dalla scoperta, Margherita decide di indagare e parte per Firenze. La sua piccola ricerca la porta in una libreria, la cui proprietaria è la figlia di Emma, la donna della foto. Ma in quel luogo Margherita conosce anche qualcun altro: Fulvio, uno scrittore un tempo molto famoso, che non pubblica da anni e che nasconde un mistero nel suo passato…

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na volta acquistato il nostro libro speciale però, da veri lettori attenti, abbiamo sempre timore che portandolo con noi, praticamente ovunque, possa sgualcirsi. Ha risolto questo problema Arianna Di Stefano (su facebook @paginailfimodiarianna) che ha creato per noi le bookcover per i libri, personalizzabili sia nel tessuto che nelle etichette identificative. Buone letture e buoni acquisti librosi

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- BOOK REVIEWS -

Il tempo delle seconde possibilità a cura di Sara Piccinini

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n questo appuntamento vi parlo di un romanzo che ha davvero toccato in profondità il mio cuore. Una storia in cui le vere protagoniste sono le seconde possibilità. Credo che ciascuno di noi debba credere nel potere di un’occasione in più. Questo romanzo vede protagonisti Stefano e Caitlin, due anime che hanno sofferto sia per amore che per il destino nefasto. Due persone che non potrebbero essere più diverse. Lui si occupa di campagne pubblicitarie e ha il cuore chiuso, lei vive in un faro e crede fortemente nel futuro. Una strana catena, un classico intramontabile e la splendida Irlanda daranno inizio alla nascita di un sentimento tanto potente quanto complicato PIN K MAGAZIN E I T A L I A

tanto da metterli alla prova. Questo romanzo è dedicato ai romantici, ma anche a chi crede nel destino e nell’amore che nasce per caso. I due protagonisti sono assolutamente meravigliosi, intensi, le ambientazioni di una poesia unica. Tra la suggestiva Irlanda e l’intramontabile Milano, vivrete una storia che rapirà il vostro cuore, lo farà palpitare e in alcuni punti anche sanguinare. Patrisha ha un vero dono: sa immergere il lettore nelle sue storie e renderlo parte di esse. Il suo stile così accurato, ma mai pesante, è scorrevole e coinvolgente, tanto da regalare stupende ore di lettura. E voi? Credete nelle seconde possibilità? Scopritelo leggendo! -

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- BOOK REVIEWS -

Romance Non-Stop a cura di Silvia Cossio

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nome del gruppo delle Harmonyne e del blog Romance Non-Stop, ringrazio il Gruppo Editoriale Pink per questo spazio da dedicare alle letture rosa! In questo primo appuntamento in pink vi segnalo due nuove uscite HarperCollinsItalia da non perdere. “Nella rete di Shakespeare” di Marilena Boccola

Di solito è lui quello che, dopo una notte di sesso, non richiama la ragazza di turno. Davvero poco piacevole, questa volta, trovarsi dall’altra parte della barricata, soprattutto perché ciò che prova per quella giovane dal fisico mozzafiato è qualcosa di più della semplice sbandata di una sera. Così quando, dopo giorni, Carlotta finalmente lo richiama, Fabio mette da parte l’orgoglio e accetta subito di rivederla. Ma Carlotta non è decisamente un tipo facile e, oltre a non concedersi mai del tutto, pare addirittura nascondere qualche segreto. Frastornato dalla situazione e deciso a non smentire la sua fama di donnaiolo impenitente, Fabio decide di continuare a intrattenere una relazione on line con una sconosciuta dal nick name particolare, Giuly Cap, e dalla strana abitudine di citare Shakespeare. A lui sembra un innocente passatempo, ma non sa che la rete, spesso, è assai insidiosa... “Lady O” di Charlotte Lays

Lady O, dove O sta per Orgasm, firma sul NY Times una rubrica ironica e assolutamente pungente su sesso e problemi sentimentali. Olyvia Cardoso, la scrittrice che si nasconde dietro lo pseudonimo, è invece una giovane donna fragile e con un difficile passato, fatto di vessazioni in collegio, di disturbi alimentari e di una madre crudele. Per fortuna al suo fianco ha le sue sei migliori amiche, che rappresentano per lei la famiglia, visto che su quella vera non ha mai potuto contare. Un giorno, una serie di sfortunati eventi, la portano a incappare in Gerard Gordon, un luminare di neurochirurgia ma anche una delle cause della sua sofferenza negli anni dell’adolescenza. L’affascinante medico sembra pentito, ma ciò che Liv ha vissuto è troppo per poterlo dimenticare. Tuttavia, gli incontri con Gerard si fanno più frequenti, e in lei qualcosa cambia. A partire dal nuovo taglio di capelli. L’attrazione verso Gerard la fa sentire estremamente vulnerabile, ma allo stesso tempo la catapulta dentro emozioni che credeva esistessero solo tra le pagine dei libri. Il passato, però, si frappone di nuovo tra loro e l’emergere di nuovi segreti sembra voler minare ancora una volta la loro relazione, finché un colpo di scena darà un tale scossone alle vite di entrambi che ogni cosa troverà all’improvviso il proprio posto. A cominciare dalla passione e dall’amore. PIN K M AGAZIN E I T A L I A

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- LA SOFFITTA DI ZIA JANE -

La Scapigliatura a cura di Romina Angelici

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solo per una certa particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere … meritano di essere classificati in una … casta sui generis… io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura” (p. 15). Le correnti sobillatrici della compagine europea dovevano raggiungere i cuori ardenti del braciere italiano che in Milano in particolare, vessata dal giogo austriaco, mostrava evidenti e recidivi segni di insofferenza. In aperta contraddizione con il romanzo storico e i precetti romantici che mostrano la loro limitatezza nei riguardi della realtà, i poeti e scrittori scapigliati che si ispirano al tipo di vita bohemien francese, si allontanano dalle piste battute sotto l’egida dei principi classici, per dissentire e scandalizzare con i loro scritti, e taluni anche con la loro condotta, in una sorta di decadentismo precoce indotto dai Fiori del Male di Baudelaire. I personaggi di questo circolo teorico rispondono al nome di Arrigo Boito, Ugo Tarchetti, Emilio Praga e Carlo Dossi; Carlo Righetti ebbe il merito di tradurre in prosa la loro filosofia di vita e affidare a un romanzo il compito di fotografarne uno spaccato esemplificativo. La storia qui rappresentata è un incastro avvincente che rispetta la verità storica dei fatti nel loro svolgimento nell’arco di quattro giorni (dal 3 al 6 febbraio 1853), ma che con un sapiente, quanto magistrale, uso

uando un libro ti spinge a riaprire i testi di scuola non soltanto conferma un’antica verità e cioè che non si finisce mai di imparare, ma attesta che il viaggio all’interno e attraverso di esso è stata un’esperienza totalizzante. Questo è ciò che si prova alla lettura del romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio 1853 di Cletto Arrighi (anagramma di Carlo Righetti). Il testo rappresenta il manifesto programmatico del movimento politico-letterario della Scapigliatura che prese le mosse da Milano verso la metà dell’Ottocento. In un periodo di disordini e di messa in discussione dei rassicuranti ideali borghesi questo romanzo segna la presa di consapevolezza, con conseguente dichiarazione di intenti e di ideali, di questo gruppo di artisti dalla provenienza più disparata. L’autore ne fornisce la definizione: “In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui di ambo i sessi, fra i venti e i trentacinque anni, non più; pieni d’ingegno quasi sempre; più avanzati del loro tempo; indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati,… turbolenti -i quali- o per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato – vale a dire fra ciò che hanno in testa e ciò che hanno in tasca – o per certe influenze sociali da cui sono trascinati -o anche

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della tecnica del flashback dilata e approfondisce la trama apparentemente breve della vicenda.

Se già questo modus procedendi non avesse ricordato un’altra opera che si dipana tra andirivieni e digressioni, sarebbero state le frecciate apertamente rivolte ai Promessi Sposi a rivelare la chiara intenzione a guardare a essa e allo stesso tempo a prenderne le distanze. In molti passaggi, il narratore dimostra di aver ben presente il romanzo storico manzoniano: quando smette il suo compito per rivolgersi con le sue considerazioni al lettore, o per meglio dire, “alle sue lettrici” (che ammonisce per esempio a non giudicare la condotta di Noemi che trascurata dal marito si perde nell’amore per il giovane e irrequieto Emilio Digliani) o in quel paragone volutamente irriverente tra Lago Maggiore e Lago di Como: “Gli adoratori del lago di Como mi fanno ridere: dinanzi alla maestà del Verbano il povero Lario può andare a riporsi” (p. 233). Un libro conservato nella sua purezza originaria, che permette anche un itinerario curioso all’interno della lingua italiana ricca di citazioni latine, francesismi, neologismi desunti direttamente dal volgare e che sa riproporre a seconda delle ambientazioni il diverso registro linguistico: la conversazione alla tavola del conte Firmiani è molto diversa da quella all’interno della bettola, con un’ostessa definita la sorella carnale del famoso oste dei Promessi Sposi (cfr. p. 154).

Pieno di colpi di scena, avventure e quadretti d’interno che vanno dal palazzo nobiliare al retrobottega del tabaccaio, dalla casa sontuosa e senza gusto di Cristina Firmiani dove si conduce vita di società all’appartamento da giovane scapolo di Emilio fino alla triste stanzetta di Gigia. In un delicato e complesso gioco di reti e fili sottili tra i personaggi appartenenti a tutti questi livelli sociali viene imbastita una trama sottilissima eppure irriducibile.

Non è solo un romanzo politico né può dirsi esclusivamente un romanzo d’amore, è riduttivo chiamarlo manifesto letterario: è un romanzo che racconta le passioni degli uomini -e le inquietudini dei giovani di quel dato momento storico- lontano dalla morale manicheista del bene e male che non contempla l’ipotesi della debolezza e quindi del perdono e che non invoca alcuna Provvidenza se non la solidarietà e la comprensione umana. Come un liquore molto intenso e strutturato che va dosato a piccoli sorsi ma dalla cui coppa non si riesce a staccare le labbra avide di assaporarne l’invitante nettare, le pagine si susseguono con ritmo incessante. Dopo essere stati inebriati e finanche storditi dal goccio finale della bottiglia bisognerà ricominciare dal principio per cercare di indovinare gli ingredienti di così stupefacente ambrosia.

“Ma la felicità di quaggiù, per essere gustata, ha bisogno di confronti e di contrasti; e chi di sua vita non ha mai versato lagrime di sangue, non potrà dire d’essere stato qualche volta felice. Io per me, se, in un bel mattino d’autunno, dal cucuzzolo d’un monte del mio caro lago, m’avviene di mirare sorgere grado a grado il sole dall’opposta catena, e indorarsi all’intorno la vasta contrada, e allegrarsi del suo divino sorriso il vasto piano delle acque, e ascolto elevarsi il misterioso concerto di mille armonie all’intorno, quasi un saluto di gioia, provo nell’animo non peranco inaridita un palpito sempre nuovo e spontaneo, che mi parla di felicità e di speranza, di riconoscenza e di amore” (p. 155).


- INDOVINA CHI VIENE A CENA? -

A cena nella città incantata di Hayao Miyazaki di Eliana Guagliano

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i ha sempre attirato il Giappone, culla di culture affascinanti, religioni e credenze millenarie. Conosciuto per il mondo delle anime e dei manga, questa nazione ha conquistato, grazie ad alcuni piatti tipici della sua cucina, anche il recente panorama culinario occidentale. Ma il mondo giapponese è entrato nelle nostre vite molto tempo prima.

della facile reperibilità degli ingredienti che compongono questo piatto, è una delle ricette giapponesi che si può realizzare più facilmente in Italia.

Si comincia con il riso... Per realizzare circa 35 maki (rotolini di riso avvolti nell’alga nori) dobbiamo sciacquarne 250g in una ciotola piena di acqua almeno 10 volte, vanno bene anche 5 se si fanno trascorrere almeno 5 minuti tra una e l’altra (lasciando in riso in ammol-

Nella mia almeno 30 anni fa…

Con cartoni animati come Creamy, Memole, Lady Oscar, Holly e Benji, Ken il Guerriero ha bussato alle case di tutti gli italiani e ha trasmesso loro una vera e propria passione per i personaggi di queste piccole opere d’arte.

Ma l’espressione più alta dell’arte cinematografica di animazione giapponese si può ritrovare nelle opere di Hayao Miyazaki. Appassionato da sempre di manga e anime, Miyazaki si dedicò ad alcuni episodi di Lupin III, Heidi, Marco e Anna dai capelli rossi, per poi giungere alla direzione del primo lungometraggio Lupin III - Il Castello di Cagliostro. Ma le produzioni di maggior successo arrivarono con lo studio Ghibli e la produzione di film come Il mio vicino Totoro, La città incantata (vincitore, tra i tanti riconoscimenti, del Premio Oscar e dell’Orso d’Oro) , Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera. Attivo pacifista, ambientalista e femminista, Miyazaki è diventato un simbolo della cultura giapponese nel mondo con i suoi personaggi positivi, che rimandano ad un mondo a volte fantastico e incantato dove il potere dell’amore è capace di rompere qualsiasi maledizione.

Mi piacerebbe cenare con lui qualche volta, parlare di come i suoi personaggi femminili siano forti e dolci allo stesso tempo, di come attraverso le sue storie si possa credere in un mondo dove adulti, a volte cinici e crudeli, possono essere “sconfitti” da bambini pieni di sogni, senso della giustizia e amore. Forse è scontato presentargli del sushi ma, grazie

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lo in acqua fredda). A questo punto sistemiamo il riso in una pentola capiente e ricopriamolo per due volte il suo volume di acqua fredda. Copriamo la pentola con un canovaccio piegato a metà, chiudiamo con un coperchio e portiamo il fornello al massimo. Quando arriva a bollore, abbassiamo al minimo e lasciamo cuocere fino a che il riso non è cotto (15 minuti circa). Scoliamo e lasciamo raffreddare. Nel frattempo mischiamo in un pentolino ½ cucchiaino di mirin, 3 cucchiai di aceto di riso e, a fuoco bassissimo, facciamo sciogliere ½ cucchiaino di sale e 3 di zucchero. Quando il riso è tiepido, amalgamiamolo al liquido ottenuto con movimenti molto delicati altrimenti il riso si può “rompere”. Lasciamo raffreddare completamente.

Disponiamo sull’apposita stuoietta di legno il foglio di alga con la parte ruvida rivolta verso l’alto, stendiamo su poco più di metà della superficie uno strato di riso ben compatto e omogeneo. Eseguiamo un piccolo solco al centro, dove posizioneremo il bastoncino di cetriolo; spalmiamo su quest’ultimo uno strato di wasabi (se piace) e di uova di pesce. Arrotoliamo il foglio di alga fino a dove è presente il riso, bagnamo la parte di alga restante e terminiamo di arrotolare per farlo attaccare. A questo punto su un tagliere di legno tagliamo il rotolo in maki della grandezza desiderata. Ricordiamoci di utilizzare un coltello non seghettato bagnato... quest’ultimo dovrà essere lavato con acqua più o meno ogni due o tre maki. Serviamo con wasabi e salsa di soia.

Nel frattempo passiamo i fogli di alga, dalla parte ruvida, sopra il fuoco di un fornello piccolo, stando attenti a non bruciarli, sbucciamo 1 cetriolo non completamente (alla fine dovrà risultare a strisce) e tagliamolo a bastoncini di circa un cm di spessore, eliminando i semi.

Il sushi realizzato in questa ricetta è vegetariano (se viene realizzato senza le uova di pesce). Per poter preparare dei maki con salmone o tonno è necessario utilizzare del pesce abbattuto. La Normativa vigente prevede il consumo di pesce crudo solo se congelato per almeno 96 ore ad una temperatura di -18° in congelatore domestico contrassegnato con tre o più stelle. Il rischio che si corre, se non dovessero essere rispettate queste norme, è l’ingestione del parassita Anisakis, che può comportare gravi danni per la salute.

Si termina con la composizione... teniamo sempre vicino una ciotolina di acqua dove poter bagnare le mani poiché il riso potrebbe risultare un po’ colloso.

Cibo per l’anima:

Hokusai. Sulle orme del Maestro, Museo dell’Ara Pacis, Roma, 12 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018; Il mio vicino Totoro, di Hayao Miyazaki (1988) La città incantata, di Hayao Miyazaki (2001) Il castello errante di Howl, di Hayao Miyazaki (2005)

EL IA NA G U A G L IA NO studiosa di letteratura di lingua spagnola e appassionata di cucina, sette anni fa ha creato un blog (ilgamberetto.blogspot.com).

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Pink Magazine Italia - Ottobre 2017  

Il numero di ottobre propone iniziative che scoprirete anche nei mesi a seguire. Stiamo crescendo grazie a voi e abbiamo preso importanti de...

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