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MAGGIO 2018 NUMERO QUINTO

GalinaNOVA quella vecchia fa buon brodo la nuova può fare tutto il resto

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liberamente edito da Giro del Cielo, SCS, Via Wybicki 12B_ 42122 _ Reggio Emilia


Q U I N T O n u m e r o

GalinaNova

GIRO del CIELO coop. sociale

GalinaNova è, per la nostra Cooperativa, lo spazio-tempo in cui dedicarsi alla cura del pensiero, trovando anche per esso un archivio, così che ci supporti nel nostro operato di cura e nella nostra dignità di persone. Questo pensiero - messo in parole, rivisto, aggiornato, criticato... - testimonia la responsabilità che sentiamo verso la formazione (di noi operatori tanto quanto di quelli che incontriamo nei nostri percorsi). Ci affidiamo volentieri al confronto con altri professionisti dei quali abbiamo apprezzato la serietà, le competenze e, forse più del resto, l’attitudine empatica e rispettosa alla conoscenza autentica delle persone.

ROUGH ISSUE

vuol dire che è una versione meno curata dal punto di vista grafico: abbiamo la coscienza tranquilla, perchè significa che abbiamo nel frattempo curato altro. Dinanzi al rischio di non fare uscire la rivista e rompere la consuetudine per il pensiero da fare circolare, abbiamo optato per il compromesso di una veste grafica più essenziale. La necessità di uscire è motivata anche dalla volontà di rendere grazie - attraverso queste pagine - a chi ci ha accompagnato in questi mesi: non di tutti compare il contributo, ma ricordiamo quelli innanzi tutto, quindi Alessandra Campani (che ci ricorda da tanti anni di tenere la coscienza desta, nei pensieri e nelle opere) e Fabio Bertoldi , Dirigente Scolastico che ha accettato di analizzare insieme il terreno cedevole sul quale si muovono giovani, famiglie, Scuola e mondo. Adriano Arati, giornalista e massmediologo, compendia un quadro sociale che ancora dobbiamo cogliere in tutti i suoi dettagli. Poi, assenti sulle pagine ma nostri riferimenti anche in questi mesi, Fiorello Ghiretti, Roberta Mineo, Claudia Gasparini, Elena Goldoni, Mariarosa Fontana e molti altri : grazie.

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in quest o n u mer o p. 04 _ editoriale

p. 06 _ bullismo e cyberbullismo

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_ hate speech & co.

p. 12 _ il linguaggio della violenza

p. 16 _ viaggio nel tempo... degli adolescenti

revisione CRISTINA SIMONAZZI impaginazione MATTEO MURATORI

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editoriale di Matteo Muratori e Giorgia Bertani

In questo numero parleremo parecchio di adolescenti. Quando non verranno ci-

tati direttamente, aleggeranno come gli ovvi rappresentati sociali o, al limite, le vittime di alcuni processi sociali ai quali ci si riferirà. Gli adolescenti sono le cartine di tornasole di un’epoca, potremmo dire: svelano gli esiti delle convinzioni degli adulti dei due decenni precedenti, esasperano i processi “normalizzanti” in essere, mostrano con clamore e spesso sofferenza le esclusioni e le marginalità che una società comporta. Come Giro del Cielo ci occupiamo di adolescenti dalla fondazione: il progetto Lampada di Aladino è stato il primo ed è rimasto probabilmente il locomotore degli altri. Scegliamo di ricostruire in poche righe alcuni dettagli di senso del progetto, così che chi leggerà anche le pagine seguenti possa integrarle e considerare il nostro orientamento rispetto al lavoro con questa preziosa fascia di età. Il progetto Lampada di Aladino è nato come nascono tutte le cose viventi: un corpo accoglie la vitalità di un altro corpo e da lì nasce un altro corpo, che cresce e rinnova la vitalità. Nel nostro caso, il corpo accogliente è stato un nucleo molto ristretto di educatori e quello che ha fecondato è rappresentato da un gruppo di ragazzi (adolescenti, si diceva allora, mentre oggi si chiamerebbero più facilmente preadolescenti): vivevano il passaggio dalle scuole medie alle scuole superiori - sempre per usare termini del passato. Su questa soglia erano costretti ad abbandonare la possibilità di essere affiancati da progetti educativi di supporto: fino alla terza media potevano usufruire di servizi territoriali ben congegnati, solidi come presupposti e come identità, eppure abbastanza flessibili - nella maggior parte dei casi - ad accogliere le peculiarità identitarie dei bambini e dei ragazzi, oltre che ad incontrare i loro bisogni e quelli delle rispettive famiglie. Dall’entrata alle scuole superiori tutto questo si rarefaceva, fino a dissolversi: se per alcuni valeva come incentivo a nuotare da lì in poi con le proprie forze, per altri era senza mezzi termini un abbandono. Venivano lasciati a sè stessi, spesso senza avere la possibilità di poter contare su un ambiente familiare in grado di sostenerli nelle sfide di questa fase della crescita. Il loro sentimento sottaciuto di abbandono non di rado veniva messo in scena nel mondo con altri abbandoni, molto chiari: chi abbandonava la scuola, chi le relazioni a fatica costruite negli anni, chi la legalità, chi la speranza di poter cambiare la propria storia domestica. Era uno spettacolo assurdo a cui assistere, del tutto insostenible per chi in queste piccole persone aveva investito molto tempo e smosso risorse e affetto. Di fatto, non stavano bene nè i ragazzi e le ragazze, nè gli educatori: dalla non accettazione rassegnata della situazione è nata la Lampada di Aladino.

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Sono molti gli ingredienti che non si possono tralasciare, i quali negli anni hanno dimostrato la loro essenzialità nel mostrare le modalità di incontro più opportune tra educatori e ragazzi. Se si dovesse trovare un termine-ombrello per comprendere tutti questi termini, penso che dovrebbe essere usata la parola “incontro”. Sarebbe probabilmente più eccitante se la parola magica fosse esotica, ricercata, magari uno di quei neologismi accademici di grande appeal: tuttavia tocca rassegnarsi alla banalità della forma e, temo, anche del concetto che esprime. Non è tanto questione che il mondo sia cambiato o che l’individualismo abbia raso al suolo la voglia delle persone di stare insieme: questi sono proclami roboanti, buttati nelle discussioni solitamente per spiazzare o, ancora peggio, ammazzare la dialettica partecipata. Gli adolescenti hanno bisogno di incontrarsi, com’è connaturato alla specie umana e questa necessità si rivela con clamore in questa età. Se anche tutto il mondo non si volesse più incontrare, gli adolescenti di tutte le generazioni lo farebbero comunque. Nella parola “incontro” ci sta quindi l’accogliere una loro necessità, ma il gesto di andare verso qualcuno senza aspettarsi nulla di preciso; senza - inoltre - decidere da subito come evolverà quell’occasione di relazione, se terminerà di lì a poco o se si sceglierà di fare molto cammino insieme. Salverei il termine “incontro” con tutte queste connotazioni, forse un po’ poetiche, forse romantiche e anche provocatoriamente cristiane, in fondo: le ulteriori implicazioni più strettamente pedagogiche, che non sto ad enucleare qui, non sono che una conseguenza dell’atteggiamento che ho appena descritto. Relazione di prossimità continua è una definizione che, nonostante l’afflato tecnicheggiante, descrive onestamente l’approccio tenuto dalle persone coinvolte all’interno del progetto Lampada di Aladino. Parlo a ragion veduta di “persone” e non di educatori, perchè l’esito ideale del lavoro lo si ottiene quando anche i ragazzi stessi aderiscono a questo modello di cura e attenzione reciproca. Nella formula c’è la buona vecchia relazione, ovvero il contatto nel mondo reale tra due persone reali, senza tuttavia scartare le soluzioni più tecnologiche - gestendole con attenzione e non facendoci gestire da loro. C’è la prossimità, che significa che occorre mettere in campo una competenza prossemica affinata nel tempo e dalle esperienze: non è facile capire quali siano le distanze giuste da tenere, sia fisicamente che emotivamente. Gli educatori sono chiamati a rivedersi, confrontarsi e consigliarsi in frequenti supervisioni e riunioni d’équipe, per verificare di essere sulla strada buona. C’è anche la continuità, un elemento che nella nostra esperienza contemporanea rischia di disperdersi nelle frammentazioni alle quali siamo tutti sottoposti e che, ad onor del vero, andiamo in prima persona a cercare. Chi cresce ha bisogno di sponde che ci siano e rimangano, nonostante i cambi di casa, cambi di amici, cambi di insegnanti, cambi di cambiamenti (anche il modo di cambiare è evoluto, se non altro nella sua componente della velocità - ci dicono i sociologi) e altro. Il cambiamento è fondamentale, è una dimensione della vita da comprendere e gestire, ma lo si può fare solo se si è certi che qualcosa rimarrà stabile. La dimensione di continuità alla quale ci rifacciamo è soprattutto questa.

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BULLISMO e C F

abio Bertoldi presenta il quadro legislativo entro cui si inseriscono i fenomeni di bullismo, con un particolare sguardo sul contesto scolastico. La legge fornisce una definizione di bullismo e di cyberbullismo che ci aiuta a fare chiarezza su termini spesso sovrautilizzati, anche in situazioni in cui non sempre risultano appropriati. Le norme a cui ha fatto riferimento sono principalmente la legge del 29 maggio 2017 per il contrasto al cyberbullismo e, per quanto riguarda il contesto scolastico, le Linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e al cyberbullismo emanate dal Ministero dell’Istruzione nell’aprile 2015 e aggiornate in seguito alla legge del 2017. Le linee di orientamento prendono come riferimento alcune delle definizioni più accreditate di bullismo: secondo Farrington (1993) il bullismo è un fenomeno definito come il reiterarsi dei comportamenti e atteggiamenti diretti o indiretti volti a prevaricare un altro con l’intenzione di nuocere, con l’uso della forza fisica o della prevaricazione psicologica. Oleweus (1993) definisce il bullismo dalla prospettiva della vittima: Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da uno o più compagni. Secondo Menesini (2004) il bullismo comprende azioni aggressive o comportamenti di esclusione sociale perpetrati in modo intenzionale e sistematico da una o più persone ai danni di una vittima che spesso ne è sconvolta e non sa come reagire.

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L’aggressività nella scuola e nel Queste definizioni, riportate nelle Linee di orientamento del ministero dell’istruzione, stabiliscono sia una tipologia di azioni considerate come facenti parte del fenomeno del bullismo sia un riferimento alla dimensione temporale: queste azioni, per essere considerate atti di bullismo devono essere sistematiche, ripetute nel tempo. Il dirigente sottolinea la necessità di tenere presente queste definizioni che possono aiutare a fare chiarezza. Se è vero che i fenomeni di aggressività eterodiretta tra bambini ed adolescenti hanno visto un allarmante aumento negli ultimi anni, è altrettanto vero che spesso il termine bullismo viene impiegato per discutere di qualsiasi tipo di conflitto, contribuendo a generare confusione. Per progredire nella ricerca delle cause e, quindi, delle soluzioni a tale problema è necessario distinguere tra quelli che possono realmente essere considerati atti di bullismo e quelli che rientrano tra i conflitti che possono sorgere tra i ragazzi ed essere risolti con un’azione educativa più semplice. Il dirigente ha sottolineato come per risolvere le situazioni di conflitto e, in modo particolare, quelle più complesse che abbiamo compreso nella definizione di bullismo, sia importante un’alleanza tra famiglia, scuola e le diverse agenzie educative. Sembra particolarmente urgente rinsaldare questa alleanza educativa nella società attuale, in cui a fronte di sempre maggiore allarme sul disagio giovanile, gli adulti che formano la comunità educante appaiono più che mai disgregati e spesso entrano in conflitto anziché cercare una soluzione comune. Sempre più famiglie faticano a vedere nella scuola un’alleata e tendono a considerarsi a priori parte lesa del conflitto, adottando quasi esclusivamente la prospettiva del figlio.


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CYBERBULLISMO mondo educativo. Leggi, regole, cambiamenti.

Fabio Bertoldi, Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo Boiardo di Scandiano (RE), conduce una serata di formazione rivolta ad educatori e genitori, aiutandoci a riflettere su una tematica sempre più discussa all’interno dei contesti scolastici ed extra-scolastici. Interviene anche Alessandra Campani, Presidente dell’Associazione NONDASOLA, che gestisce il centro Antiviolenza di Reggio Emilia.

L’”arma” suggerita da Bertoldi è quella del confronto: confronto con i singoli ragazzi e ragazze, mediazione del confronto tra i ragazzi e confronto con le famiglie. Spesso alcune semplici situazioni si risolvono semplicemente parlando con i ragazzi e ascoltandoli. In altri casi il preside e gli insegnanti si trovano a mediare situazioni di conflitto tra i ragazzi: in un momento storico in cui sono sempre più i figli unici, considerati speciali e raramente messi in discussione a casa, la scuola costituisce una fondamentale palestra di convivenza, anche attraverso il conflitto e la sua gestione. In alcune situazioni le offese agite e ricevute sono più gravi: attaccano il corpo, la persona, la famiglia e si ripetono nel tempo. Il fattore della ripetizione è considerato determinante nella definizione di bullismo perché è ciò che costringe spesso la vittima a cambiare abitudini per evitare di incorrere nelle offese. A volte si tratta di cambiare strada per andare a scuola, altre di continuare a riprodurre comportamenti imposti per tenere a bada l’aggressività dei bulli. In questi casi la scuola ha la responsabilità di intervenire, anche quando i fatti in questione non sono accaduti all’interno dell’edificio scolastico e delle ore curricolari.

Tale responsabilità – spiega il dirigente – non è solo di ordine etico, in quanto adulti e figure educative, ma è prevista dalle stesse Linee di orientamento del Ministero, a cui le scuole sono invitate ad attenersi: “Alle scuole, infatti, quali istituzioni preposte al conseguimento delle finalità educative, è affidato il compito di individuare e contrastare i fenomeni del bullismo e del cyberbullismo, qualora siano già presenti, e di realizzare interventi mirati di prevenzione del disagio, ponendo in essere specifiche azioni culturali ed educative rivolte a tutta la comunità scolastica, ivi comprese le famiglie, in risposta alle necessità individuate”. Bertoldi sottolinea come tale richiesta non sia prevista una distinzione tra ciò che accade dentro o fuori la scuola, ma viene riconosciuta e sollecitata la più ampia funzione educativa della scuola all’interno della realtà sociale. A dimostrazione di ciò il preside ci ha portato alcuni esempi in cui la collaborazione della scuola è servita ad individuare situazioni di disagio che riguardavano ragazzi che non frequentavano più la scuola media in questione da qualche anno, contribuendo così alla possibilità di pensare per loro un percorso educativo specifico. Se gli atti di bullismo possono essere più facilmente evitati o contrastati attraverso un’attenta azione educativa di rete, i fenomeni che riguardano il cyberbullismo sono caratterizzati da minore controllabilità da parte degli adulti. La legge del 29 maggio 2017 definisce cyberbullismo “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. 7


La rete amplia in maniera esponenziale le risorse a cui hanno accesso i ragazzi richiedendo una responsabilità esponenzialmente più grande, che spesso bambini e ragazzi non hanno la maturità per gestire. Questo aspetto mette in luce come anche nel campo della prevenzione sia necessaria una maggiore condivisione di linee educative comuni tra famiglia, scuola ed extra-scuola, che limiti la possibilità di agire attraverso dispositivi che richiedono non solo una competenza tecnica ma anche una maturità personale per essere gestiti. La differenza bullismo e cyberbullismo consiste proprio nel canale utilizzato: la via telematica garantisce a queste offese di diffondersi molto, potenzialmente in tutto il mondo, in brevissimo tempo. Questi fenomeni non avvengono in uno spazio fisico ma non per questo sono meno reali per chi li subisce. La possibilità di inviare a chiunque in modo illimitato immagini e video mette particolarmente a rischio la dimensione del corpo, dell'intimità, ambito già di per sé delicato in età adolescenziale. Anche in questo caso le risorse fondamentali che la scuola, e più in generale la comunità adulta, possono mettere in campo sono quelle dell'attenzione e dell'ascolto. In questi casi genitori e insegnanti sono chiamati ad ascoltare non solo le parole ma anche i segnali che arrivano dal corpo, dai comportamenti, dalle reazioni emotive. Talvolta è ancora possibile risolvere queste situazioni attraverso il confronto, soprattutto se le famiglie e la scuola si pongono in un'ottica di alleanza e di collaborazione per contrastare questi fenomeni. In altri casi è necessario prendersi la responsabilità di denunciare i fatti alle forze dell'ordine.

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Oltre ad essere stata un'importante occasione informativa su norme e cambiamenti che hanno riguardato il bullismo e il cyberbullismo negli ultimi anni, la serata ha costituito un'importante occasione per genitori ed educatori di analizzare questi fenomeni da un punto di vista, quello della scuola, spesso molto discusso, criticato, osteggiato ma poco conosciuto nelle pieghe. Questa prospettiva ha permesso di spostare il confronto dal piano della colpa, che spesso viene rimbalzata dall'una all'altra agenzia educativa sui media, a quello della responsabilità che invece è, e deve essere, necessariamente comune a tutta la comunità adulta.

Erica Muratori


HATE SPEECH & co.

Riflessioni disorientate sul panorama mediatico attuale

Ondate, continue ondate di novità e di ri-

chiami al passato. Questi anni di iper-tecnologia e di “apertura globale”, qualunque cosa esso significhi nel dettaglio, ci pongono di fronte a questioni antiche e modernissime sull’uso del linguaggio, nonchè sugli strumenti con cui decliniamo il linguaggio stesso. Le enormi e costanti novità tecnologiche cambiano radicalmente il modo di comunicare, nello stile ma prima ancora nei contenuti. Allo stesso tempo, si torna alle radici umane: i messaggi e i concetti più efficaci, quelli che rimangono maggiormente, sono messaggi “negativi”, cupi, aggressivi. La storia dell’uomo e di come si è raccontato tramite l’arte lo conferma. Noi tutti vogliamo il “cattivo”, l’irrequieto Ulisse, l’ambizioso Macbeth. Nel secolo della scienza e del massacro, quello appena concluso, le icone sono i grandi dittatori, non i grandi scienziati. Nella Divina Commedia è l’Inferno a brillare di luce, non il “noioso” Paradiso. Nel nuovo millennio l’Italia e la Germania si sono scannate nel dibattito su film che parlavano di terroristi “giovani, belli e ribelli”, quali in fondo erano: “Buongiorno Notte” e “The Baader-Meinhof Complex” hanno generato riflessioni lunghe e dolorose, in questo senso. Questa è la storia dell’uomo. Il ventesimo secolo ha però imposto un’accelerazione con cui oggi dobbiamo convivere e che porta a ragionare sul linguaggio dell’aggressività, soprattutto fra le generazioni più giovani. La tecnologia ha consentito a chiunque di comunicare e di esprimersi “world wide web”, i tempi fra espressione e reazione sono diventati nell’ordine dei secondi. Le ragazze e i ragazzi più giovani hanno una inevitabile e impressionante facilità ad interagire in tempo reale con i nuovi strumenti web, a piegarli alle proprie esigenze. È impossibile, semplicemente, bloccare tutto alla radice. L’unica strada percorribile è quella di armonizzare le novità con il buon senso comune, con i valori educativi che devono rappresentare la base di una società “sana”, pur con tutte le virgolette del caso. Ma è una strada ancora affrontabile? 9


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HATE SPEECH & co.

Difficile a dirlo. Un altro elemento con cui confrontarsi è il mercato. Nell’epoca seguita al periodo della riproducibilità di massa dell’opera d’arte, l’espressività artistica è diventata anche, se non soprattutto, un prodotto per giovani. Il cuore della musica pop sono gli ascoltatori adolescenti. I “modelli cattivi” necessari di un tempo ora sono ampliati da una caccia al nuovo hit che ne banalizza anche i temi “scuri”, e la velocità con cui canzoni, video e star si alternano rende quasi impossibile una riflessione seria sui messaggi che arrivano. Per un adulto, diventa anche difficile semplicemente avere gli strumenti per monitorare i canali di comunicazione dei giovani. Il più popolare social media al mondo, Facebook, ha oltre due miliardi di utenti, ma in realtà sta arrancando contro il rivale Instagram, che conta oltre 800 milioni di utenti attivi. E sono utenti realmente attivi, persone in gran parte sotto ai 25 anni, che utilizzano Instagram come strumento di vita collettiva, come modo per dialogare con i coetanei e per “vivere la propria vita”. Con tutti i limiti del caso: Instagram si basa su foto, video e hashtag (parole chiave), è superficiale per sua stessa definizione, mette un limite alle parole che si possono usare. E si parla pur sempre di un social di massa: se si affrontano i meandri degli strumenti “only for young”, come già Snapchat inizia ad essere, tutto diventa ancora più complicato. E arriviamo all’aggressività, alla sua gestione. In un universo comunicativo così ampio, così frammentato e così inevitabilmente superficiale, si assiste ad un fenomeno particolare: ogni sentimento si amplifica e si potenzia a priori, senza quasi curarsi dell’interlocutore. Il buon senso comune diceva che l’odio vero si riserva solo a chi si conosce bene, non a chi si incoccia per sbaglio lungo la via. Oggi, questa miscela di velocità estrema e di proposta troppo grande per essere governata ha cambiato il paradigma. Chiunque dica qualcosa di diverso da me diventa il nemico, un nemico vero, da abbattere, da annullare. Con gli strumenti disponibili, quindi parole, video, foto. La pietà e nemmeno l’indifferenza hanno ancora senso. Il debole della compagnia scolastica oggi è davvero un bersaglio 24 ore su 24, non solo nelle ore collettive. E, peggio ancora, è in parte il proprio carnefice: difficile, anche per l’adolescente più tartassato, rinunciare completamente a social o smartphone. Questa violenza così intensa assume forme sempre più adattate ai propri tempi, per molti versi difficili da riconoscere per gli adulti.


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D’altro canto, attinge sempre all’infinito repertorio umano di “cattiveria”. Chi è il nemico? La figura femminile, ad esempio. L’omosessuale. Lo straniero. Quello della razza diversa. Il brutto e “sfigato”. Quello che non la pensa come noi e lo rivendica pure. Certi temi non sono cambiati, rimangono tali da millenni. Neppure la modernità può mutare questo aspetto. L’inizio del 2018 ha regalato casi concreti uno dopo l’altro. Le elezioni politiche hanno creato un clima di tensione e di rabbia reciproca ben oltre il limite del preoccupante, figlio di anni in cui molti partiti hanno cavalcato una strategia spregiudicata. Ed efficace nel breve periodo, certo. Ma nessuno ha pensato alle conseguenze sul lungo periodo, sui giovani elettori ormai convinti che questo sia l’unico modo di confrontarsi. Il dibattito politico è sparare ad alzo zero, cercare la magagna dell’avversario, irriderlo, creare il mostro anche quando non c’è. Per poi ritrarre la mano ed assumere toni istituzionali nel momento in cui la “battaglia” è vinta. Ma che macerie resteranno? La Festa della Donna riporta ogni anno in auge l’eterno tema della differenza fra sessi, che in culture “latine” come quella italiana assume spesso aspetti vicini al sessismo. Per una larga fetta di popolazione la donna è oggetto di appartenenza, deve essere santa in pubblico e puttana solo per il piacere del suo uomo, per radicalizzare. E non è un discorso antiquato. Negli ultimi mesi, solo fra Modena e Reggio Emilia la polizia postale ha fatto emergere almeno tre casi di diffusione di foto hot scattate da gruppi di ragazze minorenni e conservate nei vari strumenti digitali. Inevitabilmente le foto hanno girato, hanno avuto diffusione pubblica, con tutte le possibili conseguenze del caso. La sessualità, è vero, si è adeguata alla tecnologia e corre velocissima, il web permette a qualsiasi adolescente di avere a disposizione ogni modello e ogni pratica sessuale che si voglia, ma questa disponibilità non comporta consapevolezza. I recenti casi lo dimostrano. Le foto hot sono state fatte girare dalle stesse protagoniste o – più spesso – dai fidanzati, che le avevano ricevute come “omaggio”. Un dono che questi ragazzi, figli di una mentalità più antica, hanno pensato di scartare trasformando i loro partner in oggetti, in trofei da mostrare e spesso da deridere. E non è solo una questione fra ragazzi. Il linguaggio universale di questi anni permette di coinvolgere anche persone inconsapevoli. Il termine milf (mother I’d love to fuck) è ormai ben sdoganato. Se un ragazzino fa la foto ai propri genitori e ai loro amici, sta scattando un ricordo o facendo girare agli amici la foto di una “gran milf ”? Ed esiste una differenza. La risposta non è necessariamente gradevole da conoscere.

Adriano Arati 11


Il linguaggio della violenza Nuovi termini e nuovi dati per ridefinire sempre lo stesso problema nella relazione tra uomini e donne

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appena iniziato il 2018. Siamo a febbraio. Due ragazze uccise appena maggiorenni, Pamela e Jessica, mi hanno colpita duramente.
Quante di queste storie ho sentito? Tante. Molte. Troppe. Ed ho sempre reagito con responsabilità.
Questa volta il limite della mia sopportazione del dolore è stato superato.
 Mi sento particolarmente esposta per difendermi dal dolore di come queste due ragazzine sono state uccise. Jessica, senza una famiglia che si prendesse cura di lei, passa di casa famiglia in casa famiglia. Sola, ma non si droga, non si vende. Jessica è una ragazzina meravigliosa, cerca un posto dove stare, dal padre non torna mai, la madre non è al suo fianco. In Comunità da Don Rigoldi conosce Alessandro ed è l’Amore Grande. Stanno sempre insieme, Jessica ha dei progetti ma il suo Amore viene arrestato e finisce in carcere, si tratta di pochi mesi.
Jessica sta giorni interi fuori dal carcere, guarda la finestra di Alessandro, lui si arrampica per vederla. Da quel prato, Jessica non si sposta mai. Trova un annuncio e gli affitta una branda nella cucina, in cambio di lavori domestici, di quello che sarà il suo assassino. 
Lui affitta letti alle ragazzine e poi si diverte a fotografarle di nascosto, si eccita. Pamela, desiderosa di riprendersi la propria vita dopo un fidanzamento con un ragazzo che abusava di sostanze stupefacenti, accetta di andare in una Comunità. Da lì però scappa, vuole tornare a casa e invece, finisce tagliata a pezzi e nascosta in due valigie passando, in 48 ore, dalle braccia di almeno 6 uomini di nazionalità, età, integrazione sociale e professionale diversa. Molti di noi si ricorderanno lo scandalo delle ragazzine dei Parioli. Uomini d’affari, politici, avvocati a cui si gonfiavano i pantaloni in riunione pensando che dopo un’ora si sarebbero divertiti con il corpo di una ragazzina, poco più che bambina. La violenza è fenomeno sociale e non naturale. In altre parole, la violenza che si manifesta nella vita sociale non è contraria alla cultura, qualcosa che accade al di fuori della cultura, piuttosto della cultura è il prodotto. E’ un atteggiamento costruito che si apprende con l’educazione e la socializzazione ed è in stretto rapporto con le forze che regolano la vita degli esseri umani. La violenza contro le donne è: “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”.

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La definizione è formulata nella Convenzione di Istanbul, che è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante contro la violenza alle donne. Nella Convenzione è definito il concetto di genere, evidenziandone le dimensioni sociali e culturali e riferendolo “a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”. Di conseguenza “qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto donna, è da considerarsi violenza contro le donne basata sul genere”. Fin dal preambolo, la Convenzione riconosce il legame tra la rappresentazione sociale del fenomeno e il percorso storico che l’ha preceduta sul piano sociale, giuridico e politico: “Riconoscendo che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. La violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso. Secondo i dati dell’indagine Istat sulla sicurezza delle donne, pubblicato a giugno 2015, 6 milioni 788 mila donne in Italia hanno subìto nel corso della propria vita qualche forma di violenza fisica o sessuale; di queste, il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Si tratta in gran parte di donne che non hanno denunciato la violenza subita. Le donne straniere hanno subìto violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane nel corso della vita (31,3% donne straniere; 31,5% italiane). La maggioranza delle ragazze e delle donne ricorda almeno un episodio, se non molti, di “intrusione nell’intimità”, in altre parole di molestie sessuali. L’insieme delle violenze esercitate contro le donne avviene in tutte le fasi della loro vita, in ogni contesto (privato o pubblico), perpetrata da uomini conosciuti, sconosciuti o da istituzioni, in modo indiretto, nelle strutture politiche, economiche e culturali delle società. Le violenze che accadono in una relazione intima sono fisiche, psicologiche, sessuali ed economiche; tendono a ripetersi; sono spesso accompagnate da comportamenti di controllo. La conseguenza non può che essere un clima costante di paura e di tensione. Mentre le violenze fisiche, sessuali e psicologiche hanno significati e conseguenze intuitivi, è opportuno chiarire i concetti di violenza strutturale e simbolica. Per violenza strutturale (o sistemica) s’intende quella violenza esercitata in modo indiretto, che non ha bisogno di un attore o persona per essere eseguita, che è prodotta dall’organizzazione sociale stessa, dalle sue profonde diseguaglianze e che si traduce in miseria, violenza e abusi. La violenza strutturale indica una violenza esercitata in modo indiretto da qualunque organizzazione in un dato ordine sociale e trascende l’attribuzione di meriti o colpe ad attori individuali. Ciò tuttavia non significa che gli uomini non siano individualmente responsabili delle loro azioni.

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Il concetto di violenza simbolica si riferisce alle forme di violenza esercitate senza che vi sia diretta azione fisica. Questo tipo di violenza si manifesta con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture mentali attraverso cui è percepito e pensato il mondo da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati. La violenza simbolica costituisce una violenza apparentemente invisibile, che viene esercitata con il consenso inconsapevole di chi la subisce e che nasconde i rapporti di forza sottostanti alla relazione nella quale si configura. Le donne che in Emilia-Romagna si sono rivolte a un centro antiviolenza al 31/10/2017 sono in totale 3506. Nello stesso arco temporale dell’anno precedente, il 2016, erano state 2930. Per quanto riguarda le forme di violenza subite principalmente dalle donne accolte, le più diffuse sono le violenze psicologiche (89% ), seguite dalle violenze fisiche (63,8%), dalle violenze economiche (39,6%) e da quelle sessuali (14,4%). La grande maggioranza delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza della Regione per chiedere aiuto subisce violenza da partner o ex partner, nel contesto quindi di una relazione di intimità: si tratta infatti per lo più di donne sposate o conviventi con figli/e. Quando si parla di violenza contro le donne spesso ci si dimentica che la violenza si estende ai figli e alle figlie delle donne che la subiscono. I minori che subiscono violenza diretta o assistita sono il 55,2% di tutti i figli/e delle donne accolte.

Cosa spinge le donne a rivolgersi a un centro antiviolenza?

Stando ai dati al 31/10/2017, al primo posto fra i bisogni espressi dalle donne accolte figurano: la richiesta di informazioni (53,8%); la richiesta di un colloquio di accoglienza (46,7%); di strategie e consigli (38,4%); il bisogno di raccontare e sfogarsi ( 33,8%); di assistenza o consulenza legale (21,9%). Nei casi in cui le violenze sono più gravi, e vi è una situazione di pericolo, le donne chiedono ospitalità nelle case rifugio. Le donne ospitate al 31/10/2017 sono state complessivamente 226 e 236 i/le figli/e. Per quanto riguarda la forma di violenza più estrema, il femicidio, i dati ci dicono che nel 2016 sono state 12 le donne uccise dalla violenza maschile in Emilia-Romagna. È ancora in corso di elaborazione il dato relativo al 2017. I centri antiviolenza sono luoghi di donne, in cui la volontà politica e culturale di cambiare la cultura, il discorso pubblico sulla violenza contro le donne, difendere i diritti di cittadinanza delle donne e dei minori si unisce alla pratica professionale di supporto e accoglienza verso le donne che intendono uscire dalla violenza. Si tratta di luoghi predisposti per accogliere le donne che hanno subìto violenza (in qualsiasi forma essa si concretizzi), indipendentemente dalla loro nazionalità, etnia, religione, orientamento sessuale, stato civile, credo politico e condizione economica. Anche se talvolta possono fare capo a un ente pubblico, sono gestiti da organizzazioni di donne, attive ed esperte nell’accoglienza, offrono protezione, sostegno a donne vittime di violenza intra ed extra-familiare e ai loro figli e figlie minori. La metodologia di aiuto che i centri antiviolenza applicano è validata da molte organizzazioni internazionali e considerata buona prassi da sostenere da parte degli Stati (Convenzione di Istanbul 2011). I servizi offerti dai centri antiviolenza sono complessivi, gratuiti, basati sull’anonimato e sulla riservatezza, e mirano a rispondere tendenzialmente a tutti i bisogni delle vittime.

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Storicamente, il primo centro nacque a Londra nel 1971 e l’iniziativa fu subito ripresa dai gruppi di donne che, confrontandosi sui confini della loro oppressione, avevano cominciato a parlare delle violenze subite dal loro partner e della necessità di avere luoghi sicuri in cui rifugiarsi. Successivamente i centri si sono diffusi in tutta Europa e America del Nord, in Australia, poi in Europa centrale e occidentale e, dagli anni novanta, anche in Europa meridionale e orientale, e in moltissimi altri Paesi del mondo. Il legame tra pratica e politica non è casuale, ma risponde a un percorso politico che il movimento delle donne ha compiuto dagli anni sessanta agli anni ottanta del novecento. Ragazzi e ragazze sono subissati da social, messaggi pubblicitari, videoclip, films, attorniati da un’ampia costellazione di modelli culturali in contrasto tra loro, sono tempestati da immagini di corpi perfetti, seduttivi, conformati il più possibile alle presunte aspettative dell’altro o dell’altra, sono illusi da promesse di sogni d’amore irrealistici e dal desiderio/bisogno di fusionalità con l’altro/a a qualunque costo. Rendere i ragazzi e le ragazze consapevoli di dove si generano i problemi, nominare la violenza non come affare privato ma come abuso di un esercizio di disparità di potere all’interno della relazione che si impara a livello sociale è un atto politico di portata rivoluzionaria perché, come tutte le rivoluzioni, ribalta il pensiero di sé e lo porta nella relazione con l’altro e viceversa. Trattare poi la violenza maschile sulle donne, in particolare nelle relazioni di intimità, come una violenza “di genere” e sessuata non impedisce di riconoscere anche le violenza esercitate dalle donne. Tuttavia la consuetudine di raccontarla come l’altra faccia della medaglia finisce per mettere in ombra la gravità, anche numerica, della violenza maschile sulle donne e la pervasività di tale violenza che ha radici innervate nel tessuto sociale delle relazioni che viviamo nella quotidianità. Dal 1999 l’Associazione Nondasola (www.nondasola.it) ha investito nel dialogo, nel confronto con le/gli adolescenti per individuare percorsi di prevenzione a partire dall’esperienza quotidiana di gestione del centroantiviolenza di Reggio Emilia, Casa delle donne. E’ a partire da questi anni di attività e dal coinvolgimento di più di 13000 ragazz* che credo, crediamo, che il piano dell’azione di prevenzione vada giocato prioritariamente nell’offrire agli studenti e alle studentesse l’occasione di incontrarsi per: riflettere sull’ ‘essere due’ nella relazione; discutere sulle di­sparità di potere nel rapporto tra i sessi; confrontarsi sulle modalità che definiscono in una società i ruoli e le identità dell’essere uomo e dell’essere donna; capire cosa sia la violenza sulle donne per raccontarla nei suoi differenti aspetti, descriverne le conseguenze e la possibilità di rielaborazione dei singoli vissuti; declinare le rispettive responsabilità all’interno della relazione e nella vita pubblica.

Io sono un maschio e francamente non mi sono mai fermato a pensare a questo problema ma visto che ora sono costretto credo di centrarci perché gli adulti sono prima giovani e se non pensi vai in automatico pensando che si possa fare, e poi rifare senza capire che così non pensi con la tua testa ma con quella di altri e finisce per sostenere che è normale. Ma di normale qui non c’è proprio niente. (Mattia, 15 anni) Alessandra Campani - associazione NONDASOLA, Centroantiviolenza Reggio Emilia

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Viaggio nel tempo... "L'adolescente non si ammala nella relazione con il suo passato, ma con il suo presente e il suo futuro" (Gustavo Pietropolli Charmet)

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egli ultimi mesi sono state diverse occasioni formative che ci hanno aiutato a riflettere sull’adolescenza, attraverso il contributo di differenti discipline che si interrogano su quali siano i compiti evolutivi che devono essere raggiunti dagli adolescenti per arrivare ad essere adulti felici, maturi, in grado di partecipare alla vita comunitaria. Il tempo ha costituito una tematica trasversale a queste riflessioni, rispetto alle quali questo articolo si propone di riportare qualche spunto. Parlare di adolescenza è una consuetudine degli ultimi decenni... prima di allora la tematica era pressoché assente o minimamente discussa sia nei tavoli a cui si confrontano gli addetti al mestiere educativo, sia nelle serate formative rivolte ai genitori. La cultura che riguarda l’infanzia, al contrario, è stata lungamente nutrita nei decenni precedenti da studi, riflessioni e pratiche che hanno portato a cambiamenti significativi nel modo di intendere e di vivere le relazioni tra genitori e figli e, più in generale, nel modo in cui la società si rapporta all’educazione dei bambini. Durante alcune di queste occasioni formative ci è stata proposta una lettura tra le più accreditate nel panorama attuale della psicologia evolutiva, quella dell’istituto Minotauro di Milano, che da più di trent’anni, attraverso il modello sviluppato da Pietropolli Charmet, si occupa di attività di ricerca-formazione e di consulenza-psicoterapia, rivolgendosi principalmente ad adolescenti e giovani adulti. Nelle riflessioni che seguono riproponiamo tale lettura, integrandola con il punto di vista di altri autori e di altre discipline.

Un’infanzia speciale Il primo cambiamento significativo è di tipo sociale e riguarda l’attesa dei figli: oggi più che in qualsiasi altra epoca diventare genitori è una scelta consapevole e viene intesa come momento di realizzazione personale e di coppia. Il figlio che arriva è quindi atteso, spesso unico e considerato come un essere speciale, naturalmente competente. Se la cultura normativa cercava di modellare la personalità del bambino attraverso limiti e regole che potessero infondere nel piccolo valori positivi, quella della famiglia affettiva considera il bambino come naturalmente portato al bene e alla relazione. Da questi presupposti hanno avuto esito due caratteristiche dei bambini che ritroviamo, con sempre più anticipo, alle soglie dell’adolescenza: da un lato l’estremo valore che viene dato alla valorizzazione del sé, alla realizzazione personale e alla relazione affettiva con i genitori produce ragazzi che si sono sentiti amati, protetti, speciali. Dall’altro tale considerazione di sé rivela l’assenza di una cultura relazionale che tenga conto dell’altro, dei limiti, dei no, della possibilità di non piacere a qualcuno, producendo una profonda ferita in chi si affaccia a queste esperienze per la prima volta in adolescenza.

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.. degli adolescenti La crisi in adolescenza La crisi dell’adolescente inizia quindi con l’incontro/scontro con la realtà, con relazioni che non sempre risultano compiacenti o soddisfacenti come quelle sperimentate nell’infanzia. La nascita sociale si rivela un compito arduo per chi è stato abituato a considerare la propria realizzazione come un affare esclusivamente personale, auto-diretto. Aime e Pietropolli Charmet (2014) analizzano le trasformazioni avvenute nei riti di passaggio, che sempre più sono intesi come riti individuali e hanno perso quella solennità che era propria dei riti collettivi: La confusione dei ruoli e la “liquidità” che segnano la realtà postmoderna rendono meno definite le strutture e le gerarchie sociali, economiche, politiche. Pertanto, anche i passaggi al loro interno risultano più permeabili, tracciati meno nettamente. Quello che si osserva è una carenza di confini chiari, oltre a una diffusa e generale perdita delle appartenenze di gruppo e collettive, che rende sempre più difficile cogliere i passaggi. Lo sviluppo del Sé sociale, della propria capacità di socializzare e di accettare i limiti della relazione si conferma, oggi come sempre, uno dei compiti evolutivi fondamentali per poter approdare ad una vita adulta felice e matura. Rinunciare a questa sfida significa, nelle parole del il filosofo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han, attuare L’espulsione dell’Altro, in favore della proliferazione dell’Uguale, ovvero di tutto ciò che ci piace, ci rassicura, ci assomiglia, ci fa sentire speciali. Al contrario, la relazione con l’Altro, con colui che è diverso da noi, che ci impone un compromesso, una negatività, ha la capacità di modellare, di dare forma e, quindi, rende possibile un’evoluzione, una realizzazione autentica. Cosa spetta a chi decide di non lasciarsi modellare dalla relazione, di convivere solo con sé stesso o con la riproduzione di sé che è l’Uguale? La proliferazione dell’Uguale dà luogo a quei mutamenti patologici che infestano il corpo sociale. A renderlo malato non sono divieto e proibizione. Ma ipercomunicazione e iperconsumo, non rimozione e negazione, ma permissività e affermazione. Non la repressione bensì la depressione è il sintomo patologico del nostro tempo. La pressione distruttiva non proviene dall’Altro, ma dall’interno. La depressione, in quanto pressione che proviene dall’interno, sviluppa tratti di autoaggressività. La depressione degli adolescenti di oggi non è dettata dal senso di colpa ma dalla vergogna. Se la colpa era emendabile attraverso la punizione, la vergogna risulta molto più difficile da togliere, come una macchia su un vestito nuovo. La vergogna si insidia in ogni ambito in cui l’adolescente non si sente riconosciuto e speciale ma colpisce in modo particolare la dimensione del corpo. Corpi belli e sani diventano bruttissimi agli occhi di chi non si sente riconosciuto, tanto da diventare corpi da ferire, nascondere, lasciar morire. Accanto ai fenomeni di violenza autodiretta continua a diffondersi la violenza rivolta verso l’altro, segno della stessa incapacità di accettare il limite, il confine dell’altro, il NO. Sempre più spesso i genitori si trovano disarmati di fronte alle reazioni emotive di adolescenti abituati a negoziare tutto, ad avere sempre una voce in capitolo, a sentirsi unici e riconosciuti. Imporre una cornice normativa a chi è stato pochissimo o per nulla abituato ad avere a che fare con le regole risulta un’impresa più che mai ardua durante un’età in cui la separazione dalla famiglia e lo sviluppo di valori autonomi rappresentano compiti evolutivi fondamentali.

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L’adolescenza come opportunità Se i compiti evolutivi di separazione e socializzazione mandano in crisi sempre più spesso i genitori e gli adolescenti stessi, essi possono essere visti come opportunità. Se l’adolescente non si ammala, come afferma Pietropolli Charmet, nella relazione con il passato ma in quella con il presente e con il futuro, possiamo ragionevolmente credere che il presente dell’adolescenza rappresenti anche un momento propizio per la guarigione di coloro che arrivano da un’infanzia più burrascosa e per l’evoluzione di chi arriva con grandi risorse personali dall’infanzia. Nella seconda nascita, quella in cui si esce dalla famiglia per andare verso il sociale, entrano in gioco risorse differenti rispetto all’infanzia: mentre nell’infanzia è la famiglia, in particolare la madre, a ricoprire un ruolo centrale nella crescita del piccolo, in adolescenza acquistano maggiore rilevanza fattori di protezione come le risorse cognitive e relazionali personali, il gruppo dei pari, la figura paterna e le figure educative esterne al nucleo familiare. Se non possiamo negare il peso che l’infanzia ha avuto sulla storia di ciascuno, l’adolescenza può tuttavia aiutare a rimescolare le carte, se queste risorse vengono tenute in considerazione e valorizzate. I recenti studi neuroscientifici sul cervello adolescente confermano le intuizioni basate sull’esperienza di psicologi ed esperti del settore educativo. L’adolescenza è un periodo sensibile, dove per sensibile si intende potenzialmente proficuo, importante, non necessariamente negativo. Sarah-Jayne Blakemore, neuroscienziata inglese che da anni studia il cervello adolescente, ha mostrato come le caratteristiche neurobiologiche del cervello adolescente lo rendano fortemente influenzabile dall’esperienza vissuta in questo particolare periodo della vita, che può risultare determinante per lo sviluppo successivo. Attraverso le moderne tecnologie di risonanza magnetica è stato possibile vedere che il volume della materia grigia nell’area del cervello umano, chiamata corteccia prefrontale, cresce durante l’infanzia, manifesta il suo apice in adolescenza e diminuisce in età adulta, periodo in cui le sinapsi che non sono state utilizzate in adolescenza vengono gradualmente eliminate, mentre quelle che sono state allenate si rafforzano. A questa scoperta va aggiunta quella di un aumento della materia bianca che avvolge le sinapsi e rende più veloce la trasmissione dei segnali, aumento che procederebbe circa fino ai trent’anni. Questi studi hanno inoltre analizzato alcuni processi che sembrano avvenire in maniera differente nel cervello adolescente rispetto a quanto accade in un cervello adulto, mettendo in evidenza come essi coinvolgano aree del cervello che non sono ancora completamente sviluppate durante l’adolescenza o che sono, pertanto, particolarmente sensibili. Tra questi processi vengono citati la capacità di comprendere la prospettiva dell’altro e la predisposizione a correre rischi. Le ricerche concordano nell’affermare che la capacità di comprendere e tener conto della prospettiva dell’altro non sarebbe ancora completamente sviluppata in adolescenza: nei test gli adolescenti ottengono risultati equivalenti a quelli degli adulti quando la consegna prevede un input di tipo esclusivamente cognitivo ma commettono più errori quando la consegna prevede di immedesimarsi nella prospettiva di un’altra persona. Per quando riguarda la predisposizione a correre rischi, tutte le ricerche mostrano gli adolescenti come più disposti a correre rischi e questa tendenza sembra essere positivamente correlata con la maggiore sensibilità all’influenza sociale, in particolare a quella dei pari. Anche gli studi che si sono occupati degli effetti dell’ostracismo in età adolescenziale hanno dato conferma di una maggiore sensibilità degli adolescenti all’esclusione sociale rispetto agli adulti.

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In conclusione, le ricerche neuroscientifiche sembrano confermare l’ipotesi dell’adolescenza come “secondo periodo sensibile”, dopo quello dell’infanzia. Esse inoltre concordano con le ricerche di matrice psico-pedagogica e socio-antropologica basate sull’evidenza, sottolineando la maggiore rilevanza dei fattori che provengono dal contesto sociale e in particolare dal gruppo dei pari in età adolescenziale. I risultati aprono una doppia pista interpretativa: se da un lato confermano in parte gli stereotipi noti a tutti sugli adolescenti, dall’altro possono avere molte implicazioni in termini educativi. Se veramente il cervello adolescente, o almeno alcune sue aree, presentano una plasticità maggiore in rapporto agli altri periodi della vita, si apre un grande spazio di indagine su cosa sia meglio trasmettere ai ragazzi, e come, in questa fascia d’età. Se è vero che questa particolare sensibilità per la relazione con l’altro può avere esiti negativi come l’esclusione o il ritiro sociale, l’altra faccia della medaglia è rappresentata dal grande potenziale positivo che le relazioni sane esperite in adolescenza possono rappresentare nella crescita personale e sociale di ciascuno. Se il gruppo trae il proprio potere, a volte eccessivo, dalla promessa di battere sia la noia sia la solitudine individuali, allora gli adulti, se vogliono evitare schiamazzi, uso esagerato di droghe e alcool, vandalismi d’arredo urbano e impertinenti scritte sui muri delle case e delle chiese, devono non tanto riuscire a capire come si faccia a divertire i ragazzi – che può non essere compito loro o delle istituzioni – ma aiutarli a comprendere che c’è ben poco da annoiarsi: è tempo di crisi, è necessario arruolarsi in un grande movimento collettivo, di giorno e di notte, per cambiare l’attuale modello di “sviluppo”, per salvare il salvabile. I giovani, se c’è da modificare tutto, sono disponibili, si divertono e fanno amicizia. (Aime, Pietropolli Charmet, La fatica di diventare grandi, 2014)

Erica Muratori

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