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Metropolitan

magazine

BRE VEM NO

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S PECIA L ISSUE

Berlino oltre il muro


Metropolita SOMMARIO N.6 NOVEMBRE 2021

Direttore responsabile ROSSELLA PAPA Editore ALESSIA SPENSIERATO

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ARTE Fulvio Pinna: storia di un artista italiano che dipinse sul muro di Berlino di STELLA GRILLO

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MUSICA Come David Bowie trovò la sua salvezza a Berlino

CINEMA Berlin Calling, tra la musica techno minimal e il vuoto reale contemporaneo

di CHIARA COZZI

di ALESSIA SPENSIERATO


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LETTERATURA Ridare luce alla cultura tedesca in Italia: l’intervista a L’Orma Editore

ARTE Il memoriale all’olocausto di Berlino e tutti i monumenti dedicati

di ROSSELLA PAPA

di MARIANNA SORU

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MUSICA We can be heroes just for one day, il Muro di Berlino in 10 canzoni di NICOLETTA ABRAMI

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MUSICA Nina Hagen, quando il punk a Berlino aveva voce di donna di MARIANNA SORU

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CINEMA “Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”, memoriale di una generazione

METRONERD Berlino è un paradiso anche per i Nerd

di CHIARA COZZI

di ARIANNA LOMUSCIO


editoriale

Berlino oltre il muro D I R O S S E L L A PA PA

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N

el 2017 il chitarrista classico e compositore Alessandro Paganelli ha dedicato il primo singolo del suo nuovo EP a Berlino e a quella caratteristica ricerca di serenità all’interno del suo caos. Forse è questa l’anima di una città sempre viva anche quando immobile, coraggiosa anche quando minacciata, reale anche quando raccontata. Perché Berlino è un simbolo, un costume, una cultura dentro la storia e la storia nel presente. Il nuovo numero della rivista di Metropolitan è dedicato a Berlino perché il 9 novembre 1989, con la caduta del Muro, non è cambiata solo la Germania ma tutta la Storia dell’Europa. E in quella memoria storica c’è tutta la musica, l’arte, la strada, l’avanguardia, la stravaganza, la lingua, la letteratura, la forma di una cultura che ancora oggi respira di un pensiero di libera ricerca. Mm

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Io, io riesco a ricordare (mi ricordo) In piedi accanto al Muro (accanto al Muro) E i fucili sparavano sopra le nostre teste (sopra le nostre teste) E ci baciammo, come se niente potesse accadere (niente potesse accadere) E la vergogna era dall’altra parte Oh possiamo batterli, ancora e per sempre Allora potremmo essere Eroi, anche solo per un giorno

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MUSICA

Come David Bowie trovò la sua salvezza a Berlino DI CHIARA COZZI

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avid Bowie giunge a Berlino nel 1976, dopo un periodo sfiancante a Los Angeles. La città americana lo aveva totalmente sfinito, prosciugato, distrutto: la cocaina aveva preso il controllo dell'artista, e solo un passo in più avrebbe segnato la fine.

Brian Eno, che come lui lavorano agli Hansa Studios. L'ambiente punk e le sperimentazioni elettroniche affascinano gli artisti, che trovano nella capitale tedesca la perfetta fucina in cui mettere alla prova tutto il proprio talento.

Bowie allora scappa il più lontano possibile e arriva nella capitale mitteleuropea, all'epoca ancora divisa dal Muro che separava il progresso e il lusso occidentale dalla povertà e la frugalità orientale. Quello stesso Muro presente nel testo di "Heroes", a ridosso del quale due amanti si baciano (probabilmente il produttore del cantante e una corista, anche se hanno sempre smentito).

Ma l'artista, oltre a fare la storia della musica, ritrova soprattutto se stesso: è felice di poter girare liberamente in bicicletta senza che nessuno lo riconosca; è finalmente lontano dalla frenesia statunitense e dal successo distruttivo. David Bowie lascia Berlino nel 1978, ma non se ne va mai davvero. Il successo mondiale lo travolge, e il 6 giugno 1987 torna nella città per un concerto che si tiene proprio a ridosso del Muro: quel giorno "Heroes", composta lì vicino più di dieci anni prima, diventa un canto di liberazione.

David Bowie a Berlino incide ben tre album, tra i quali appunto il leggendario "Heroes", ma collabora anche con altri due grandi della musica: Iggy Pop e

«Potevamo sentirli gridare e cantare dall'altra parte. Non lo dimenticherò mai. È stata una delle esibizioni più emozionanti della mia vita. Ero in lacrime.» Mm Metropolitanmagazine n. 6

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ARTE

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Fulvio Pinna storia di un artista italiano che dipinse sul muro di Berlino D I ST E L L A G R I L LO

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rtista e scultore autodidatta, Fulvio Pinna, classe 1948, è l’unico artista italiano ad aver dipinto sul muro di Berlino. La sua è la storia di un talento che il pittore e scultore sardo sente ardere fin da piccolo; ispiratosi, da sempre, ai principi di uguaglianza e libertà Fulvio, con la sua arte, ha contribuito ad abbattere e sgretolare quel muro; simbolo di divisioni, scissioni e sofferenze per trent’anni.

FULVIO PINNA, L’ARTE CHE SCORRE NELLE VENE A DISCAPITO DI TUTTO

Nato a Furtei nel 1948, in Sardegna, Fulvio Pinna già da bambino ha le

idee chiare sulla strada da percorrere; creativo e con una propensione naturale verso l’arte e la pittura decide di intraprendere la carriera artistica. L’idea del giovane Fulvio Pinna è immediatamente stroncata dal padre dell’artista, il quale gli vieta di iscriversi in scuole di pittura o scultura; una decisione drastica e dolorosa presa solo per proteggere Fulvio. L’artista, in alcune interviste, ha infatti affermato che, il padre, voleva che Fulvio intraprendesse un mestiere più solido, che gli avrebbe assicurato un futuro. Dopo aver frequentato le magistrali ed essersi appassionato alla storia e alla filosofia, sopraggiunge il periodo della leva obbligatoria e, Fulvio Pinna, si trasferisce a Siena. Accantonata l’arte per un breve periodo, a 22 anni rientra in Sardegna; nel frattempo il giovane artista non

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MAURSTI C EA

ha mai abbandonato il suo sogno e, anzi, ha appreso in modo del tutto autonomo i metodi che lo portano a creare la propria arte soggettiva. Iscritto ai circoli culturali di Cagliari, lavora come supplente e assicuratore e, nel mentre, riesce anche a vendere qualche sua opera. Fulvio Pinna è un artista che sente l’impellenza di circondarsi di arte. Decide di dare un taglio netto a quella vita e di seguire quella voce che, fin da bambino, non cessa di sussurrargli che l’arte è la sua unica strada. Fulvio, in una delle sue interviste, dichiara: ‘Non sono partito negli anni ’70 a Roma per motivi economici. Qui lavoravo bene, ero fidanzato con la ragazza più ricca del paese. Ma mio padre non accettò mai la mia carriera di artista. Eppure era quello il mio unico pensiero. [...] Sono partito da qui perché mi mancava l’arte, e l’unico posto dove potevo vedere un dipinto era in Chiesa’’.

LE PRIME ESPOSIZIONI, LA FAMA E L’INCONTRO CON IL MURO

Giunto a Roma inizia a fare dei lavoretti ma, nel mentre, prosegue con la diffusione della sua arte. Fulvio Pinna non demorde e riesce ad aprire il suo primo studio nel quartiere di San Lorenzo. Da lì in poi, si susseguono mostre a Firenze, Milano, Napoli. Nel 1976 ottiene il primo premio di pittura all’esposizione internazionale di giovani artisti al

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Palazzo delle Esposizioni. Nel 1977 è la volta del premio Perseo a Firenze, mentre nel 1978 del premio Sironi a Milano. Non solo: partecipa alla prima Mostra Antologica della galleria Boccioni di Brera e a Villa Adriana presso Tivoli. Successo, fama e soldi sopraggiungono come coronamento di una passione che Fulvio Pinna non ha mai tralasciato, seppur la quantità copiosa di ostacoli. Ormai è un artista affermato: compra un casolare di campagna alle porte di Roma e diventa sede del suo nuovo studio. Intanto, si interessa alle vicende che, in quegli anni, accadono a Berlino. Ma non dà troppo adito a questo tarlo ideologico che gli ronza nella mente come un presagio; galeotta, questa volta, è una telefonata: il padre di Pinna comunica all’artista che un suo ex compagno di classe desidera fargli visita. Fulvio accetta, sapendo anche che, casualità, il vecchio amico abita in Germania. Così, nel 1987, arriva la proposta: i due, poco dopo, sono in macchina e stanno per raggiungere Berlino una città scissa e spaccata in due, in cui, il concetto di libertà era ormai stravolto e paradossale; dal lato orientale imperversava la povertà e la miseria, mentre da quello occidentale gli artisti trattano un tema delicato come l’essere liberi con troppa approssimazione. Un versante esalta una libertà che era troppa, quasi indigesta, perché non ha il pudore di avere rispetto per chi soffre; dall’altra parte una privazione ingiusta e fondamentale per ogni uomo.


“EAST SIDE GALLERY“, LA POTENZA DELL’ARTE IN UNA GALLERIA A CIELO APERTO

L’idea del East Side Gallery nasce nel 1990 in seguito a un collettivo di 118 artisti provenienti da 21 paesi. Questi, attratti dal chiarore delle mura di confine della Berlino Est, decidono di far confluire la propria creatività su quella tela a cielo aperto; si realizzano oltre cento murales e, i temi, sono per lo più similari: la Guerra Fredda, la libertà negata. Fulvio Pinna è fra quegli artisti, nonché l’unico italiano a dipingere sul grigio del muro a quadroni bianchi. Durante una delle sue innumerevoli interviste, afferma di voler dare ‘’una bella spalmata di colore’’ su quella barriera asettica che, per troppo tempo, è stata simbolo di divisioni e sofferenze. Nel febbraio del 1990 riceve l’incarico di aprire i lavori.

FULVIO PINNA, ‘’INNO ALLA GIOIA’’: UN’OPERA SUL VALORE DELLA LIBERTÀ

Inno alla Gioia è l’affresco di 52 metri realizzato da Fulvio Pinna. L’opera contiene diversi simbolismi; la Sirena ritratta dall’artista, come le sirene che nell’Odissea di Omero richiamano Ulisse, sembra invitare colui che osserva alla riflessione: il messaggio che la Sirena di Pinna vuole elargire ai suoi osservatori è una meditazione sul concetto di libertà di cui ne è

l’emblema; una parola che racchiude un’idea talmente potente che non decade col tempo né avvizzisce, bensì si arricchisce di nuovi significati nelle varie epoche in cui appare. Accanto al monumentale dipinto una poesia dell’artista: «Ho dipinto il muro della vergogna affinché la libertà non sia più una vergogna. Questo popolo ha scelto la luce dopo anni di Inferno dantesco. Tieni, Berlin: i miei colori, la mia fede di uomo libero». L’opera ha subito un restauro nel 2009 «Quando fu il momento di restaurare il dipinto, io ne feci proprio uno nuovo su cui trasferii tutte le riflessioni che avevo accumulato in vent’anni: l’ho arricchito moltissimo e ho lasciato solo la sirena che si porta via la dittatura, legata alla coda. Poi ho tradotto la poesia in inglese perché sapevo che era un’occasione unica per farsi conoscere in tutto il mondo». La costruzione del muro si pone come un vero e proprio atto di repressione e privazione della libertà di uomini a discapito di altri uomini; un totalitarismo inaccettabile. L’arte è però strumento essenziale che serve a non far naufragare il passato, ma a imprigionare un momento storico consentendo di farne memoria. Fulvio Pinna constata l’attualità che appartiene al suo dipinto: ancora oggi, purtroppo, si ergono muri. E seppur non si tratti ormai di muri fisici, anche quelli vanno combattuti e distrutti. Unico antidoto, il diritto alla libertà per ogni essere umano. Mm

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CINEMA

Berlin Calling

tra la musica techno minimal e il vuoto reale contemporaneo D I A L E S S I A S P E N S I E R AT O

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B

CINEMA

erlin calling è un film del del 2008, diretto da Hannes Stöhr, con Paul Kalkbrenner che impersona la parte di un dj di nome Ickarus. Il film è diventato un cult per gli amanti della musica techno minimal come anche degli amanti della musica dance in genere. L’intero film contiene la colonna sonora di Paul Kalkbrenner che porta lo stesso titolo del film. Il film racconta la storia di Martin, dj Ickarus, che è anche un compositore di musica techno minimal. Ickarus è ormai un dj affermato di fama mondiale (e in questo non possiamo non vedere un’assonanza a livello biografico tra il personaggio del film e l’attore che lo interpreta, un dj attualmente di fama mondiale) ed è da poco tornato dal tour dove ha promosso il suo ultimo disco. Martin ha problemi nella composizione del suo prossimo disco e ha anche gravi problemi con l’assuefazione alle droghe chimiche, che di norma si consumano in party o serate dance. Martin si fa sopraffare dalla sua dipendenza rovinando sia il rapporto con la casa discografica che con la fidanzata Mathilde. Dopo aver preso una pasticca di ecstasy tagliata male, Martin finisce ricoverato in una clinica specializzata nel recupero di soggetti con problemi psichiatrici legati all’abuso di sostanze stupefacenti. In un primo tempo Martin è riottoso e contrario a seguire le regole della clinica ma poi, dopo essere stato abbandonato

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definitivamente da Mathilde, si convince ad intraprendere un serio percorso di recupero e nel frattempo rivede anche il padre e il fratello. Durante il suo periodo nella clinica Martin compone altre canzoni e il suo prossimo disco è completo. Viene ascoltato dalla sua casa discografica che decide di promuoverlo con il titolo di Berlin Calling. Senza amici, senza fidanzata e senza certezze la musica è stata l’unica cosa che ha potuto salvare Martin. Il messaggio del film è alquanto profondo ed esistenziale: la musica di Martin, oltre ad averlo salvato, è espressione e rappresentazione di un io interiore frammentato, vuoto, disperato, un io condiviso con tanti altri giovani in cerca di sballo e divertimento puro. Nel sangue di Ickarus ci sono anfetamine, ketamine, cocaina e tutto il possibile campionario di sostanze stupefacenti e per evitare che la sua mente si spappoli definitivamente, si ricovera in una clinica diretta dalla dottoressa Petra Paul (Corinna Harfouch), per disintossicarsi. In questa ennesima pellicola incentrata sull’indissolubile (?) rapporto tra musica, droga e follia, Paul Kalkbrenner, autore anche delle musiche techno sparate a palla per tutto il film, interpreta con intensità il ruolo del musicista instabile, irruento ed impulsivo, incapace di avere delle relazioni affettive adulte e capace di nutrirsi solo della martellante musica elettronica che compone.


UN FILM DI INTERESSE SOCIALE

Berlin calling è un film di interesse sociale: il film mostra la vita (oltre che di Martin) di tanti giovani dediti allo sballo, al consumo di sostanze stupefacenti, giovani che frequentano locali notturni per intere notti e talvolta anche per il giorno dopo, feste che durano o 24 o 48 ore. Allo stesso tempo Berlin calling descrive la vita notturna di una delle capitali europee più ligie all’eccesso e alla trasgressione, ossia Berlino. Forse sono proprio questi i temi dominanti del film: sesso, eccesso e trasgressione. Il film però descrive un enorme vuoto sia presente negli

individui che in alcuni luoghi o nonluoghi mostrati nella pellicola. La musica di Martin cerca di descrivere tutto ciò e lo fa in modo magistrale in uno dei luoghi dove alberga la follia umana ossia una clinica psichiatrica. Ma noi capiamo che la clinica è solo uno dei luoghi dove possiamo trovare la follia, la psicosi, la malattia interiore: tutto ciò è presente nella società tutta e le feste dance sono una sorta di metafora del ritmo incessante della vita quotidiana dove la sofferenza e i patimenti di un individuo, sia fisici che mentali, passano in secondo piano e trascurati da un’enorme indifferenza che contraddistingue il mondo contemporaneo. Mm

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L E T T E R AT U R A

Ridare luce alla

cultura tedesca

intervista a L’Orma Editore D I R O S S E L L A PA PA

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ome la cultura tedesca si inserisce nella letteratura italiana? Berlino (e non solo) è sempre stato un ponte per la cultura internazionale, quella tedesca ad esempio degli anni ’30 rappresentava la modernità rispetto al panorama italiano. La censura, però, ha

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sempre irrigidito barriere culturali che avrebbero combinato costumi e culture differenti. Il ruolo della letteratura, soprattutto oggi, in un’ottica più libera e connessa, è fondamentale per abbattere i limiti che in passato differenziavano culture diverse. La cultura tedesca di quegli anni è attualmente raccontata,


non soltanto rappresentata ma anche finalmente riportata alla luce in Italia da realtà editoriali come L’orma Editore a Roma. In particolare, i due editori Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari, hanno scelto di inserire l’autrice tedesca Irmgard Keun nella collana «Kreuzville Aleph» della loro casa editrice, a partire dalla pubblicazione non censurata dell’opera Gilgi, una di noi per la prima volta in Italia. È una conferma che dimostra la volontà de L’orma di affermare quanto le barriere culturali oggi non esistano.

DAL ROMANTICISMO ALLE AVANGUARDIE, L’INTENTO ERA QUELLO DI CREARE UN PUBBLICO ED ESSERE SÉ STESSI: UNA COMUNITÀ CHE OFFRE A QUALCUNO UNA PROPOSTA CULTURALE

CHE HA LA SUA FORZA, CHE LENTAMENTE RIESCE A IMPORSI. CREDO SIA QUESTO UN ELEMENTO DI MODERNITÀ. Marco Federici Solari: Per quanto riguarda la cultura tedesca, sicuramente è in grande cambiamento. Dagli anni Sessanta la cultura tedesca ha espresso una voglia di complessità, da quella dei grandi pensatori a quella politica del socialismo e della divisione; persino tutta la letteratura dell’Est ha significato anche quella utopia. Con l’onda lunga del muro di Berlino si attuava una grande rivoluzione anche sociale e culturale. Nessun paese ha una storia da raccontare così forte e così recente. Era la volontà di raccontare il fatto storico: per la letteratura questo è stato un dato interessante. Oggi la letteratura tedesca ha una

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L E T T E R AT U R A

cultura vastissima, e sembra che il nostro compito culturale sia quello di dare percezione di questa vastità rispetto a un’idea di letteratura tedesca più rigida e filtrata da pregiudizi. È una letteratura sfaccettata, diversa, umoristica. Ci sono i lati più differenti, noi vogliamo condividere questa ampiezza. La necessità di dare la varietà a un estraneo così prossimo è una delle missioni culturali della casa editrice.

IL VOSTRO CATALOGO È COMPOSTO MAGGIORMENTE DI OPERE TRADOTTE; NEGLI ANNI ’30 IN ITALIA L’EDITORIA DI TRADUZIONE RISCONTRAVA MOLTE DIFFICOLTÀ MA ERA DI ALTO INTERESSE. OGGI NELL’EDITORIA CHE RAPPORTO ABBIAMO TRA LA CULTURA ITALIANA E QUELLA INTERNAZIONALE? Lorenzo Flabbi: La prima annotazione che mi vien da fare è che è cambiata la sensibilità traduttiva dagli anni ’30 ad adesso, e direi che c’è una sensibilità molto più affinata negli ultimi decenni in Italia rispetto alle tematiche di traduzione. Questo non vuol dire che ci sia progresso nella traduzione o che si vada sempre verso una sensibilità

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maggiore. Il discorso della traduzione ha attraversato in maniera sinusoidale diversi periodi storici. Durante il Rinascimento in Italia la traduzione era un tema molto sentito, lo è stato certamente meno nella prima metà del Novecento, in quegli anni forse non si è tradotto in maniera troppo filologica e rigorosa. Il periodo degli anni ’30 è il decennio delle traduzioni, come lo definiva Pavese. C’era allora una nuova ondata di traduzioni in Italia ma l’idea che siano tutte di alto interesse è errato. Per operazioni molto alte, come ad esempio le traduzioni di Borgese, ce n’erano altre invece che erano scelte di solo interesse economico; in quegli anni c’era un’economia molto aggressiva dal punto di vista economico. Io credo che ancora oggi in Italia si traduca tanto per questa spinta esterofila, per la curiosità ma anche per rinnegare giustificatamente una parte ignobile del proprio passato, a volte per complessi di inferiorità o mancanza di personalità. Penso che sia sempre bello tradurre ma a volte si traduce persino troppo. Ci sono oggi pubblicazioni fatte un po’ per default, collane che hanno avuto successo all’estero e quindi si traducono anche se non hanno un valore culturale determinante. Questo rappresenta però il contraltare di una cosa bella: che in Italia si traduce tanto, anche più che in Francia. Anche se le traduzioni sono quasi sempre dalla lingua inglese. L’impressione è che ci sia stato e ci sia ancora, anche per motivi storici, un grande filoamericanismo e che un forte spirito europeo abbia fatto e faccia tradurre tanto. Mm


MUSICA

We can be heroes just for one day

Il Muro di Berlino in 10 canzoni D I N I C O L E T TA A B R A M I

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I

l 9 novembre 1989 crolla il Muro Di Berlino, noi di Metropolitan Magazine ricordiamo lo storico evento attraverso dieci canzoni.

Il Muro Di Berlino, potente baluardo che ha segnato quasi trent’anni di

storia della capitale tedesca, si è reso spartiacque di culture e popoli e

simbolo della Guerra Fredda che stava

MUSICA

per giungere al tramonto.

Negli anni ottanta, teatro di questi eventi sono stati diversi gli artisti che si sono fatti ammaliare dalle affascinanti atmosfere decadenti ed avanguardistiche di Berlino ed al contempo hanno usato la musica come strumento di speranza e rinascita, tracciando il momento storico con brani che sono diventati anche grandi hit. Per l’occasione noi di Metropolitan Magazine, abbiamo creato una playlist dedicata ad alcuni dei brani che hanno fatto la storia.

“settore sovietico”, ovvero Berlino Est. Il brano ha un grande successo in tedesco prima e poi nella versione inglese: la storia raccontata è quella del lancio di 99 palloncini rossi che fanno presagire ad un attacco alieno e portano allo scoppio di una guerra

NENA

99 Luftballoons La superhit di Nena nasce da un’intuizione del chitarrista Carlo Karges, che durante un concerto dei Rolling Stones tenutosi a Berlino vede arrivare in cielo tantissimi palloncini. Durante il loro volo Karges aveva notato che era come se cambiassero forma, trasformandosi in una “massa” la cui forma ricordava quella di un’astronave. Pensò quindi a che cosa sarebbe potuto accadere se avessero oltrepassato il Muro di Berlino spingendosi nell’allora

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MILVA

Alexander Platz Alexander Platz…Auf Wiedersen…Il brano scritto da Franco Battiato ed


interpretato da Milva tra i capisaldi della discografia della pantera di Goro, racconta la vita di una donna a Berlino Est, negli ultimi anni che vedevano ancora il Muro nella sua imponenza dividere la città nelle quali vivono due culture agli antipodi: nella parte sovietica (Berlino Est) primeggia la classicità (nel testo evidenziato nella domanda “Ti piace Schubert?”) poichè non c’è spazio per la modernità e le avanguardie che stanno al contempo spopolando oltre il muro (Berlino Ovest)

due rimangono distanti ed in silenzio ed è proprio in quel lasso di tempo che Dalla scrive il testo di Futura, che narra la storia di due amanti tra Berlino Est e Berlino Ovest e che sognano un mondo migliore.

DAVIDE BOWIE

Heroes

LUCIO DALLA

Futura

Lucio Dalla ha scritto il brano in una breve permanenza a Berlino, quando sul finire degli anni ’70 il cantautore si reca in cerca di ispirazione. Lo stesso ha raccontato di essersi seduto a Checkpoint Charlie a fumare una sigaretta: poco dopo è stato raggiunto da Phil Collins, in quei giorni in concerto con i Genesis. I

Heroes, rappresenta uno dei passaggi chiave della nuova vita musicale di David Bowie che riparte dalla città tedesca dove trova rifugio, nel momento di crisi che stava attraversando a causa delle dipendenze. Berlino per molti altri artisti come Iggy Pop e Lou Reed segna un nuovo capitolo per il Duca Bianco, che firma il brano insieme a Brian Eno: un amore vissuto tra le due parti del Muro (presumibilmente ispirato alla love story tra il producer Tony Visconti e la corista Antonia Maaß

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la positività nella canzone scritta da Klaus Meine, poco prima della caduta del Muro e pubblicata successivamente. Wind Of Change inneggia per l’appunto al vento di cambiamento che durante la fine degli anni Ottanta pervadeva nel vecchio continente.

PINK FLOYD

MUSICA

A Great Day For Freedom Dopo il concerto The Wall del 1990 organizzato da Roger Waters accompagnato da un super cast, I Pink Floyd continuano a parlare del Muro anni dopo con la loro A Great Day For Freedom, fondata sulle speranze in un mondo dove non ci sono più barriere ed al tempo stesso la paura del cambiamento e della ripartenza

SCORPIONS

Wind Of Change Il celebre fischiettio che apre il brano più celebre degli Scorpions è il preludio ad un’atmosfera che celebra

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U2

Zoo Station Actung Baby, uno degli album capolavoro degli U2 risente delle vibrazioni industrial ed elettroniche provenienti da Berlino, che hanno influenzato Bono nella stesura del pezzo. Il frontman della band irlandese ha dato voce ad un episodio accorso durante la Seconda Guerra Mondiale quando gli Alleati bombardarono la città ed abbatterono le mura dello zoo. Mr Hewson su questo aneddoto ha immaginato la reazione degli animali liberi di vagare per le vie del centro, sulla base della chitarra distorta di The Edge. Un nuovo sound crudo e rock che caratterizza la traccia ripresa successivamente per il “Vertigo Tour”


SEX PISTOLS

Holidays In The Sun

sull’amore impossibile con l’omonima guardia di frontiera della Repubblica Federale Tedesca. L’uomo viene respinto più volte alla frontiera e rimane nella sua auto a sognarla. Nel video la protagonista è interpretata da Anya Major che precedentemente si era fatta notare per uno spot Apple del 1984. Il brano Nikita ha ispirato successivamente il regista Luc Besson per la realizzazione dell’omonimo film del 1990.

Tra gli artisti stregati da Berlino ci sono anche i Sex Pistols che nel loro leggendario album Nevermind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols hanno inserito Holydays In The Sun. I toni punk si fondono nel Muro centro nevralgico del brano richiamato nell’inciso: Now I got a reason, now I got a reason Now I got a reason and I’m still waiting Now I got a reason Now I got reason to be waiting The Berlin Wall

ELTON JOHN

Nikita

Gli eighties si sentono tutti nella traccia del baronetto britannico, Nikita incentrata

DAVID HASSELHOFF

Looking For Freedom

L’attore noto per aver interpretato il mitico bagnino Mitch nella serie tv Baywatch e Michael Knight protagonista di Supercar, è anche un cantante che ha ottenuto un discreto successo in Germania. E’ giugno 1989 ed il produttore ex calciatore Horst Nussbaum propone all’attore di incidere Looking For Freedom in una nuova versione dopo il flop delle precedenti. Hasselhoff raggiunge il vertice delle classfiche e diventa un grande inno per il popolo tedesco esibendosi la notte di capodanno con lo sfondo delle rovine del Muro. Mm

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CINEMA

Noi

i ragazzi dello zoo di Berlino Memoriale di una generazione DI CHIARA COZZI

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È

il 1978 quando due giornalisti tedeschi pubblicano un memoriale sul giro di droga e prostituzione minorile di Berlino basato sulle testimonianze e le confessioni della quattordicenne Christiane F., dando vita a una delle più grandi inchieste del periodo e poi al celebre libro Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Due anni dopo Uli Edel trae un film omonimo da questa storia allucinante, che ha sconvolto il mondo a causa della giovanissima età dei protagonisti coinvolti, e così raggiunge anche chi non ha letto il libro. Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è il simbolo di una generazione, nonché il documento perfetto per raccontare il degrado della Berlino prima del 1989. Tra droga e prostituzione crescono dei ragazzini sbandati, senza prospettiva di un futuro e per questo già adulti nei modi e negli atteggiamenti, dovendo

sopravvivere in una realtà troppo sconvolgente perfino per i grandi. Benché non crudo quanto il libro, in cui Christiane descrive con minuzia ogni dettaglio della sua tossicodipendenza, il film è comunque una valida alternativa grazie alle interpretazioni degli attori. In particolare Natja Brunckhorst a soli 15 anni riesce a immedesimarsi con intensità nel ruolo di Christiane, offrendo un’interpretazione sofferta e per questo iconica e indimenticabile. A fare la loro parte anche il trucco, che restituisce con realismo la realtà anche fisica della tossicodipendenza, e scenografie e location in cui lo squallido grigiore dei “casermoni” comunisti fa da sfondo alla vicenda. E in mezzo a questo degrado risuonano le note di David Bowie, a Berlino nello stesso periodo in cui i ragazzi dello zoo vivevano il loro personale inferno. Chissà se anche loro pensavano di poter essere degli eroi solo per un giorno. Mm

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ARTE

Il memoriale dell'Olocausto di Berlino e tutti i monumenti dedicati DI MARIANNA SORU

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ARTE

E

siste, a Berlino, un monumento di importanza fondamentale. Si tratta infatti del Memoriale dedicato alle vittime dell’Olocausto, inaugurato nel 1999. Ma come è nato e dove si trova? Il Memoriale dell’Olocausto, o Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, in tedesco Denkmal für die ermordeten Juden Europas, è situato nel quartiere Mitte di Berlino. Nel cuore della città, è composto da un campo che comprende 2711 stele, e accoglie più di 500mila visitatori ogni anno. La struttura del monumento rende apparentemente le stele tutte uguali, ma in realtà la loro altezza varia per poter disorientare il visitatore, provocando un senso di profonda solitudine. La struttura del monumento inoltre rende possibile seguire un percorso sotterraneo, che tratta alcune

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vicende personali delle vittime con testimonianze audio e video.

IL MEMORIALE ALL’OLOCAUSTO DI BERLINO: COME NASCE? Ma come si è arrivati a selezionare questo progetto? Tra il 1988 e il 1989, subito dopo la caduta del muro, alcuni tra scrittori, politici e persone di cultura, mostrarono il loro interesse alla realizzazione di un monumento che ricordasse le vittime dell’Olocausto. Lanciarono così un appello, che partì solo nel 1994, con il primo bando per la selezione dei progetti. Non ci fu, però una definitiva assegnazione. Si deve aspettare infatti il 1997, quando, con il nuovo concorso pubblico, vennero chiamati a partecipare diversi artisti e architetti. Ancora, l’approvazione definitiva del Memoriale


avvenne solo nel 1999, in particolare il 25 giugno. Ufficialmente, i lavori cominciano il 1 aprile 2003. La posa dell’ultima stele, secondo il progetto dell’architetto Peter Eisenman, e dell’ingegnere Buro Happold, avviene il 15 dicembre 2004. Per l’inaugurazione definitiva, comunque, dobbiamo aspettare il 10 maggio 2005. Il parlamento federale tedesco, il 3 luglio 2009, approva una modifica che tiene in considerazione anche le altre vittime dell’Olocausto, come i sinti, i Rom e gli omosessuali. «La Repubblica Federale di Germania erige un Memoriale a Berlino per gli omosessuali perseguitati dal Regime Nazionalsocialista. Con questo memoriale, la Repubblica federale di Germania intende: onorare le vittime delle persecuzioni e i loro morti, mantenere viva la memoria di questa ingiustizia, creare un simbolo duraturo di opposizione all’inimicizia, l’intolleranza e l’esclusione dei gay e delle lesbiche»: così il Bundestag approva già nel 2003 la costruzione di un monumento dedicato alle altre vittime.

TUTTI I MONUMENTI EUROPEI DEDICATI ALL’OLOCAUSTO Uno dei più famosi è sicuramente il Memoriale di Auschwitz: costruito nello stesso luogo del campo di sterminio, accompagna i visitatori all’interno del campo. Rappresenta, infatti, la naturale “destinazione finale”, dove si entra ma non si esce. L’atmosfera cupa

rende carica di significato la visita del più crudo e pesante monumento alle vittime. A Westerbork, in Olanda, nonostante gli altoparlanti diffondano una voce chiaramente olandese, incomprensibile ai più, l’aria è triste e pesante. Le voci leggono infatti e lettere che Etty Hillesum scrisse durante i suoi internamenti a Westerbork, lo stesso campo di Anna Frank e Edith Stein. Un altro commovente Monumento si trova a Mathausen, in Austria. La particolarità di questa opera sta nell’area all’interno della quale si trovano tutti i monumenti che le varie nazioni delle vittime hanno, con il tempo, fatto realizzare. Esiste poi il Memoriale centrale, e il suo centro di documentazione, che in maniera eccellente si occupano di narrare i fatti. Mentre i vari monumenti all’ingresso colpiscono proprio per la loro cruda e spaventosa presa di coscienza: invitano alla riflessione. Esiste un monumento anche in Italia, a Trieste. Si tratta infatti della Risiera di San Sabba, che sorge sul violento campo di concentramento italiano, dotato recentemente di un archivio storico. Esistono tanti Memoriali, che accompagnano il visitatore o che semplicemente documentano i fatti, o che ancora vogliono rimandare a una suggestione. Ciò che accomuna tutti i monumenti, che sono e saranno sempre arte a tutti gli effetti, è la volontà di non dover, in nessuno modo, dimenticare ciò che è accaduto, per dare voce a chi, purtroppo, non è riuscito a difendersi. Mm

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MUSICA

Nina Hagen

Quando il punk a Berlino aveva una voce di donna DI CHIARA COZZI

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N

ina Hagen è una delle voci che più hanno contraddistinto la scena punk tedesca prima e dopo la caduta del muro di Berlino. Nata nella parte est della città, e appartenendo quindi al blocco sovietico, la sua vita è già da subito ricca di fermento e di spunti da cui attingere per la propria arte. A soli 17 anni diventa una cantante nota, pubblicando il singolo “Du hast den Farbfilm vergessen”, per molti una satira al grigiore della DDR. La sua personalità dissidente è già dunque ben delineata, e alla fine degli anni ‘70, dopo una parentesi londinese, torna in Germania assumendo il look eccentrico che la contraddistingue ancora oggi e pubblica due album che vanno a ruba anche al mercato nero dell’Est.

Ben presto si trasferisce in America, ottenendo successo con l’album NunSexMonkRock: Nina Hagen canta di femminismo, di ribellione, di sesso e politica. È l’artista più influente proveniente dalla Germania Est, tanto da essere spesso paragonata a Madonna grazie ai suoi look eccentrici e agli album pompati nelle discoteche newyorkesi. Diventa un’icona di ispirazione e dà scandalo, mostrandosi già quarant’anni fa all’avanguardia con i tempi, cosa che le ha permesso di mantenere intatto il suo successo e la sua immagine pubblica fino ai giorni nostri. Nina Hagen ha saputo imporsi con i suoi look impressionanti e con le sonorità punk contaminate da ritmi e sound provenienti da ogni parte del mondo. La sua è la storia di una donna che si è fatta da sola e che soprattutto ha abbattuto i muri molto tempo prima del 1989. Mm

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METRONERD

Berlino

è un paradiso anche per i Nerd D I A R I A N N A LO M U S C I O

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erlino è la città più underground della Germania: misteriosa e giovane, così nuova e affascinante ma anche piena di storia e di memorie. Ma non tutti sanno che è anche la città in cui ogni nerd può sentirsi a casa. Avete mai sentito parlare del

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Computerspielemuseum? O dei Gaming Bar più fighi di tutta Europa? Allora tu, proprio tu che ancora sogni di parlare in Klingon alla tua fidanzata, o che preferisci fare binge watching della tua serie Tv preferita con una pizza in mano, allora Berlino sa come farti sentire a casa. Essere nerd a Berlino non è mai stato così cool!


I CINQUE POSTI PIÙ NERD A BERLINO, PIÙ UNO Sei appena arrivato a Berlino e non vedi l’ora di scoprire cosa la città può riservarti. Prendi il tuo smartphone in mano e vai su Google Maps: fidati, la forza scorre potente in te, Berlino ti regalerà emozioni nerd irripetibili. Zaino in spalla, dirigiti verso KarlMarx-Allee e troverai il famoso Computerspielemuseum. Il giocatore che c’è in te impazzirà al primo sguardo: tutta la storia dei videogames è stata inserita in questo bellissimo museo, in cui potrai ammirare ben sei decadi di gaming e più di 300 mostre, tra cui giochi vintage e rari. Sì, se te lo stai chiedendo, ammirare significa anche toccare. Diciamo che è un must-see tra i veri nerd. Continuando il viaggio nel mondo dei videogame, ci dirigiamo verso la Besselstraße, per arrivare fino al Game Science Center. Tra innovazione e futuro, troverai circa 300 metri quadri di videogame allo stato puro. A differenza del museo, qui troverai tutte le interfacce più futuristiche che potresti desiderare. Un esempio? Troverai giochi interattivi sviluppati direttamente dalle università e dalle start-up più all’avanguardia. Realtà aumentata, VR: ti basterà muovere gli occhi, usare la tua voce. Geek allo stato puro. Il tuo stomaco sta brontolando, e sicuramente avrai bisogno di fare un piccolo break. Benissimo, abbiamo pensato davvero a tutto. Dirigiti verso

Perleberger Straße e fermati al Interface Bar. Se solitamente i bar mandano live le partite di calcio, questo bar manda in onda partite di videogames. Sì, potrebbe pensarsi che una cosa del genere esista solo nei sogni di ogni nerd, ma a Berlino puoi trovarlo. Ma non solo videogames, anche giochi da tavolo, giochi di carte. Ma puoi anche giocare, oltre a vedere. Giochi da tavolo per te e i tuoi amici nerd, serate di quiz, tutto quello che ti va. Se non vuoi il solito souvenir di Alexanderplatz o dell’orso di Berlino, allora corri all’Alexa Shopping Centre a Grunerstraße. Potrai trovare il regno del nerd completamente in vendita: libri, vestiti, costumi, fumetti, action figure.. e se non vuoi comprare nulla, ti è concesso anche solo di ammirare e sentire odore di nerdy stuff. Se vuoi terminare il tuo nerd tour in bellezza, di certo bisogna andare all’Escape Room del Berlin Outopia. Basta solo dire la parola Fallout e tutto è chiaro. Vivrai il famoso videogame di casa Bethesda come se fosse reale. Porta un po’ di amici e chiudetevi in una stanza a risolvere tutti gli enigmi con l’unico scopo degno di un’escape room: uscire da lì. Ma in una strada (non) lontana lontana ha aperto anche Madame Tussauds, il famoso museo delle cere, a tema Star Wars, dove i membri dell’Impero Galattico e l’Alleanza Ribelle hanno deciso di deporre le spade laser di guerra per ammirare i loro eroi in cera come se fossero in carne ed ossa. Mm

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