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JUST KIDS

Marzo 2013 4,50 euro

Anno I - n. 00

Poste italiane s.p.a. - Spedizione in A.P. - D.L. 353/2003 conv. in L. 27/02/2004 n. 46, art. 1, comma 1 S1/RM

[OFFLAGA DISCO PAX] [KAFKA ON THE SHORE] [EDIBLE WOMAN] [LORENZO LAMBIASE] [ABULICO] [MORENA ORO]

Offlaga Disco Pax. Kafka On The Shore. Edible Woman. Lorenzo Lambiase. Abulico. Morena Oro. Baustelle. Marta Sui Tubi. Corleone. Cesare Basile. Mai Personal Mood. Veronica Falls. Eels. David Bowie Raccontato Dal Pop Rock Italiano. Dance With The Bear. Iacampo. Mojo Filter. Sigur Ros. The Niro. COMPILATION LA FABBRICA ETICHETTA INDIPENDENTE. La Dimensione Eroica Del Microbo. Riflessione. Silenzio. Scusi Permette Una Domanda? - Il Silenzio. Giulia Fottesega. Perchè Non È Una Domanda. Ranci, Rancidi E Perplessità Generali. L’ingiustizia Dei Ruoli Invertiti (L’immensa Fragilità Dell’io). Una Notte Qualunque. La Crocefissione Della Poesia (Siate Nella Poesia. Essere Nella Poesia). Moonrise Kingdom. Il Sospetto. Il Mellifluo Pop Rock Finirà Per Uccidermi. Questo È Il Ritorno Di Pallore. La Triste Storia Del Dott. Patinelli. Non Hai Scritto Troppo, Hai Detto Tutto.


SOMMARIO [Musica]

INTERviste

06 | OFFLAGA DISCO PAX di James Cook e Massimo Miriani 13 | Kafka on the shore di James Cook 17 | edible woman di Carolina Aliano 20 | lorenzo lambiase di Anurb Botwin 22 | abulico di Giulia Blasi 26 | MORENA ORO di Massimo Miriani

[Musica]

recensioni

30 | Baustelle-fantasma di Nadia Fiorillo 31 | MARTA SUI TUBI-Cinque, la luna e le spine di Nadia Fiorillo 32 | CorLeone-Blaccahenze di Giulia Palummieri 33 | edible woman-nation di Giulia Palummieri 34 | Cesare basile-cesare basile di Thomas Maspes 35 | mai personal mood-cactus di Alina Dambrosio 36 | veronica falls-waiting for something to happen di Antonio Asquino 37 | eels-wonderful glorious di Antonio Asquino 38 | leo mansueto-l’ ultimo dei marziani. David bowie raccontato dal pop rock italiano di Giuseppe Losapio

[immaginario]

48 | la dimensione eroica del microbo

di Maura Esposito 50 | punto focale di Giulia Blasi|Riflessione 52 | parola immaginata di Davide Uria|Silenzio 54 | interviste impossibili di Alessandro Barbaglia|Scusi permette una domanda? - Il silenzio 56 | sommacco di Luca Palladino|Giulia Fottesega 57 | sommacco di Giorgio Calabresi|Perchè non è una domanda 58 | sommacco di Francesca Gatti Rodorigo|Ranci, Rancidi e perplessità generali 59 | piatto graffiato di Daniela PeaceandLove|L’ingiustizia dei ruoli invertiti. (L’immensa fragilità dell’io) 60 | sbevacchiando pessimo vino di Paolo Battista|Una notte qualunque

[poesia]

[Musica]

63 | |scrap di Cristiano Caggiula|La crocefissione della poesia. (Siate nella poesia. Essere nella poesia)

di Claudio Delicato 39 | dance with the bear-i love you, bears! 40 | iacampo - valetudo

[cinema]

recensioni delicate

[Musica]

64 | Lo spettatore pagante di Antonio Asquino|Moonrise Kingdom/ Il sospetto

suggestioni

[libri]

di Andrea Furlan 41 | mojo filter-the roadkill songs

67 | l’occhio di Antonio Asquino|Come riscoprirsi nella contraddizione della modernita’

[Musica]

[sterilita del benpensare ]

Live report

43 | sigur ros di Marco Manzella 44 | baustelle di Antonella Silletti 45 | the niro di Grace of Tree

68 | parodia della volonta’ di Edoardo Vitale|Il mellifluo pop rock finirà per uccidermi 70 | verderame di Claudio Avella|Questo è il ritorno di Pallore! 71 | buononononoub di Gianluca Conte|La triste storia del Dott. Patinelli 72 | sexon di Catherine|Non hai scritto troppo, hai detto tutto

compilation in free dowload la fabbrica etichetta indipendente


JUST KIDS

Ci pensavamo come Figli della Libertà col compito di preservare, proteggere e rinnovare lo spirito rivoluzionario del rock ‘n ‘roll. Temevamo che la musica che ci aveva sfamato corresse il pericolo di una carestia spirituale. La sentivamo perdere il senso dei suoi proponimenti avevamo paura che stesse finendo preda di mani ingrassate, avevamo paura che arrancasse nel pantano della spettacolarizzazione, dell’economia e di un’insulsa complessità tecnologica. Ripescammo dalla memoria l’immagine di Paul Revere che cavalcava la notte americana, incitando le persone a svegliarsi, a imbracciare le armi. Anche noi avremmo imbracciato le armi, le armi della nostra generazione: la chitarra elettrica e il microfono.” da “Just Kids”, Patti Smith

JUST KIDS KIDS è una rivista di musica, immagini, poesia, cinema, libri, storie, racconti. Nasce dalla voglia di raccontare le proprie passioni e la propria forma d’arte. Direttore editoriale Anurb Botwin justkids.redazione@gmail.com Responsabile musica e social network James Cook - justkids.james@gmail.com con la collaborazione di Alina Dambrosio, Andrea Furlan, Antonio Asquino, Anurb Botwin, Claudio Delicato, Giulia Palummieri, Massimo Miriani, Nadia Merlo Fiorillo, Thomas Maspes Responsabile distribuzione cartaceo Catherine - justkids.distribuzione@gmail.com Versione sfogliabile on-line www.issuu.com/justkidswebzine justkidswebzine.tumblr.com Facebook facebook.com/justkidswebzine Scrivono per JUST KIDS Alessandro Barbaglia, Alina Dambrosio, Andrea Furlan, Antonio Asquino, Anurb Botwin, Catherine, Claudio Avella, Claudio Delicato, Cristiano Caggiula, Daniela PeaceandLove, Davide Uria, Edoardo Vitale, Francesca Gatti Rodorigo, Gianluca Conte, Giorgio Calabresi, Giulia Blasi, Giulia Palummieri, Giuseppe Losapio, Grace of Tree, James Cook, Luca Anzalone, Luca Palladino, Massimo Miriani, Maura Esposito, Nadia Merlo Fiorillo, Paolo Battista, Sabrina Tolve, Thomas Maspes Hanno collaborato a questo numero Antonella Silletti Carolina Aliano Marco Manzella

JUST KIDS

Registr. Tribunale di Potenza n.120/2013 Mensile, Anno I - n. 00 Direttore responsabile Rocco Perrone Editore Kaleidoscopio edizioni via San Rocco, 40 85050 Satriano di Lucania (PZ) 0975/841077

Stampatore DM Services S.r.l. Via di Valle Caia Km 9.900 00040 Pomezia (RM) JUST KIDS


editoriale di Anurb Botwin

Siamo finiti in tribunale.

Ma giuro, non abbiamo fatto niente. Solitamente quando dico così, non è mai una garanzia. E infatti poi un giorno mi hanno detto che “esistono delle piccole isole che incontri per caso e che forse non sono deserte come credevi. Un po’ come se il vecchio perso in mezzo al mare di Hemingway trovasse d’improvviso la corrente giusta verso il porto”. Allora ho pensato che in fondo qualcosa abbiamo fatto. Questo qualcosa è stato semplicemente cogliere spiragli d’entusiasmo - a volte troppo nascosti - facendone nostra una parte. Con quella parte, Just Kids va avanti. In questo Marzo inauguriamo quello che per la legge si dice essere numero 0. Siamo diventati una testata giornalistica con il feticcio della carta stampata. Nell’occasione abbiamo anche litigato con la matematica, perché da #05 siamo diventati #00, però in compenso ci hanno dato altri numeri, nella fattispecie n.437 - 120/2013. Estrema entropia e Just Kids diventa una rivista cartacea che prosegue così la sua naturale evoluzione. A questo proposito, qualche giorno fa leggevo due righe perfette per spiegare questo momento di Just Kids: “Non si legge un giornale solo per informarsi, prendere una copia è una dichiarazione di appartenenza a una comunità. La carta stampata è uno spazio fisico dove si costruisce la dimensione pubblica dell’individuo. Sul peggiore foglio di carta stampata, è sempre possibile scrivere quello che si pensa”. Just Kids sarà uno dei peggiori fogli di carta stampata che vi sia mai capitato tra le mani.

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[Musica]

INTERviste

|ph by Starfooker

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O

D P

FFLAGA

di James Cook e Massimo Miriani

G

Offlaga

[Musica]

INTERviste

ISCO

Disco

Pax

AX

li sono sicuramente uno dei gruppi più seguiti ed originali della scena musicale alternativa italiana. Insieme dal 2003, Enrico Fontanelli, Daniele Carretti e Max Collini, propongono nei loro racconti recitati-parlati di vita e società, un ottimo mix di ricerca sonora, poetica, teatralità, politica, ironia ed autoironia, un certo feticismo vintage e una grande onestà intellettuale. Abbiamo incontrato Max prima di un affollato concerto al Circolone di Legnano, parlando a ruota libera di musica, sentimenti e politica. Un viaggio fra passato e presente da cui siamo usciti con la consapevolezza che si può parlare al mondo di oggi per sottrazione, indirettamente, guardando a ciò che è stato prima di noi, non con semplice nostalgia, ma facendolo diventare un punto di riferimento per misurare il qui e adesso… JK | 7


[Musica]

INTERviste

L

a leggenda narra che la nascita del vostro nome sia legata ad una piovosa serata nella campagna bresciana. Ce la spieghi esattamente? Non si tratta di leggenda, ma di verità e risale a molto prima che nascessero gli Offlaga Disco Pax, parliamo del 2000 circa . Una sera, mentre stavo andando ad Orzinuovi per un concerto di uno dei miei gruppi preferiti (i Diaframma) all’uscita del casello di Manerbio, in un acquazzone pazzesco, mi perdo. Ad un certo punto, in mezzo alla campagna bresciana, m’imbatto nel cartello di Offlaga . Rimango molto impressionato da questo nome che sembra più bosniaco che italiano, non immaginavo nemmeno lontanamente che potesse esistere. Il giorno dopo vado a cercare questa località sulle piantine geografiche (non c’era ancora google maps, allora). Circa tre anni dopo nasce il nostro gruppo ed iniziamo a discutere sul nome da darci. Il primo in assoluto a cui penso è Offlaga, lasciando un po’ basiti i miei colleghi. Poi ci viene in mente Disco Pax, la canzone di una formazione sconosciutissima e surrealista di Reggio Emilia nei profondi anni ottanta. Non riuscendo ad accordarci, alla fine teniamo tutto: Offlaga Disco Pax! Max, cosa ti ha spinto a salire su un palco a 35 anni per raccontare le “tue” storie? Mi hanno spinto Enrico e Daniele, due musicisti della mia città, più giovani di me, che seguivo per i loro gruppi che mi piacevano molto, tanto che da conoscenti eravamo diventati amici. Io, intorno ai 30 anni, scrivevo racconti e, avendo l’indirizzo mail, mandavo loro le mie piccole creazioni. Questo finché un giorno, Enrico, si è presentato in ufficio da me dicendo: “belle queste storie che scrivi, proviamo ad usarle in un altro modo…”. Dalla sua intuizione è nato poi il gruppo. Sicuramente, se non mi avessero cercato, a me non sarebbe mai venuto in mente… Cosa facevano all’epoca Enrico e Daniele? All’epoca, Enrico suonava in un meraviglioso gruppo wave fine anni ’90, reggiano, i Kathleeen’s. Daniele era nei Magpie, un progetto shoegaze molto interessante che, recentemente, ha avuto anche un disco di esordio ufficiale. Daniele ha continuato a lavorare al suo progetto personale anche dopo la nascita degli Offlaga. I Kathleen’s invece si sono sciolti, anche se la violoncellista Deborah Walker ha nel tempo collabora-

to con noi, sia in alcuni brani di Bachelite che dal vivo quando abbiamo proposto concerti con il trio d’archi, ma anche da sola (insieme a noi) in qualche occasione. Quando è nato questo bisogno di esternare, di raccontare storie, anche molto intime, personali? Il primo racconto l’ho scritto nel ’99, quindi ero già adulto. Sostanzialmente un giorno in ufficio è arrivato un computer e io ho iniziato a scrivere, forse a mano non lo avrei mai fatto… Ho letto che siete tutti autodidatti. Niente conservatorio, niente scuole di dizione… Forse Daniele un po’ di lezioni le ha anche prese, ma in generale il nostro approccio non è assolutamente questo. Non c’è virtuosismo, ma molta passione per quello che si fa, crediamo nella spontaneità. Nessuno dei tre possiede una formazione accademica, però abbiamo delle competenze. La cura del suono negli Offlaga è quasi maniacale e credo sia evidente… non siamo un gruppo punk, almeno non da questo punto di vista.x Quanto è stata importante per voi la new wave degli anni ‘80 e quali sono stati gli artisti che vi hanno maggiormente influenzato ed ispirato? Per quanto riguarda me, è stata proprio un elemento di formazione. All’epoca io ero adolescente, quella era la musica che mi piaceva e m’ispirava, l’ho sempre seguita, anche quella italiana. Per quanto concerne Enrico e Daniele, loro sono arrivati quando il fenomeno era già un po’ diverso. Essendo nati nel1977, negli anni 90 erano adolescenti; sicuramente, in quel periodo, la new wave degli anni ’80 bisognava andarsela a cercare per ascoltarla, non appartenendo più al momento storico in cui Enrico e Daniele stavano vivendo. Credo che comunque sia stata molto interessante per entrambi come elemento di crescita, sia per il tipo di suono, che per l’interesse che ha potuto suscitare in loro dal punto di vista culturale e musicale. Sono convinto però che negli Offlaga, oltre a questi riferimenti formativi, sia presente anche un’ interpretazione del tutto personale del presente. Il suono del nostro gruppo risentirà pure dell’influenza di alcune proposte di riferimento come Kraftwerk, Joy Division, My Bloody Valentine e vai discorrendo, ma credo che la ricerca sia un po’ più ampia di un mero bignami riferito ai padri fondatori del suono moderno.

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[Musica]

INTERviste

Enrico è per esempio molto interessato ad una parte riferimento storico gli servirebbe a capire perché oggi di elettronica analogica detroitiana. esistono partiti che si rifanno a quella tradizione politica e tentano, a torto o ragione, di rivendicarne l’erediRitenete che questa forma scelta reci-cantata tà...magari scoprirebbe che allora non erano testimopossa aver sostituito il classico bel canto, per nianze, ma grandi istituzioni di massa e popolari e si trasmettere e comunicare attraverso la musica? renderebbe conto che in Italia, fino a pochissimi anni Non c’è a monte una scelta che privilegi un registro fa, sono esistite una cultura e una tradizione forse, piuttosto che un altro, semplicemente io non ne pos- troppo frettolosamente, messe da parte. siedo uno diverso, posso solo raccontare le storie che Io poi non sono né un nostalgico né un ultraortodosscrivo. Non so cantare, non so recitare, non ho dizio- so, sono figlio del partito comunista emiliano, il più ne, non ho formazione tecnica. riformista che c’era e penso che di quel tipo di politica, Questo so fare nel bene e nel male, nel bello e nel di quel modello di partito, se ne senta la mancanza. brutto, questa è la mia indole. Sicuramente avessimo Credo proprio si capisca che ne sentiamo la mancanun cantante vero e proprio il progetto sarebbe diffe- za dalle cose che raccontiamo. Senza pensare che rente, forse, o probabilmente, anche le scelte sonore quell’epoca fosse la migliore per partito preso, ma sarebbero più ampie. alcune cose sono sicuro che fossero migliori. CerAbbiamo cercato di rendere un tratto distintivo quello tamente preferisco che qualcuno approfondisca per che potrebbe sembrare un nostro limite. conto proprio piuttosto che dargli una visione preconIl problema è che questo tipo di registro potrà anche fezionata. Quella che noi proponiamo è una visione del risultare restrittivo, ma penso che alla fine le nostre tutto personale delle cose, non abbiamo la pretesa canzoni e in nostri album dimostrino che in realtà, in che debba essere condivisa. Ognuno, della storia, delambito creativo, anche con un registro così definito, si la politica, dei valori, avrà la sua. possa spaziare ugualmente tantissimo. Ne siamo davvero contenti e molto orgogliosi. Questa forte connotazione politica pensi che vi possa aver chiuso qualche porta o possa aver liAvete spesso evocato, attraverso i vostri pezzi, mitato in qualche modo la diffusione della vostra una certa appartenenza politica, in particolare attività artistica? ad un periodo storico ben preciso (anni 70-80). In realtà è stato molto sorprendente, una volta forVi sentite un po’ i divulgatori di questa memoria matosi il gruppo e iniziando a suonare fuori dalla nostorica? stra città (Reggio Emilia), pubblicando il primo disco Involontariamente, non come prima necessità, ma “Socialismo tascabile”, trovare così tanto riscontro di sicuramente si. Raccontare un certo tipo di storie, pubblico al di là del nostro territorio. Si è creato un seinserito in un contesto sociale e politico in una ge- guito insospettabile anche in realtà sociali e politiche nerazione più giovane può far nascere la curiosità di molto differenti dalla nostra. Probabilmente perché il conoscere meglio quel periodo. Non è voluto, non c’è mito dell’Emilia rossa, in qualche modo, è più forte nessun intento pedagogico, però è ovvio che se parli altrove che da noi. Bisogna poi considerare il fatto che di un periodo storico preciso, se racconti di come hai noi lo rivisitiamo in modo molto auto ironico, senza vissuto la tua adolescenza di militante nel PCI, se ti prenderci troppo sul serio. confronti sul senso della differenza tra il vuoto di oggi Anche nei luoghi della nazione tradizionalmente più e la preponderanza ideologica di allora, comunque di destra, il PCI, nella sua fase storica più importantrasmetti delle esperienze. In qualche modo, qualcuno te, raggiungeva punte del 20%. Esiste una memoria potrà sentire la curiosità di contestualizzare, per arri- storica in questo senso e in qualunque parte d’Italia vare a capire meglio. siamo stati sempre accolti molto bene. Non credo perNoi non facciamo né gli storici, né i giornalisti, noi tanto che esista un limite politico che impedisca ad un facciamo musica, ma certi contenuti abbastanza iden- gruppo come il nostro di diventare ancor più popolare titari possono invogliare una generazione che di quel di quanto lo sia già, permettendogli di uscire dalla nicperiodo conosce poco a saperne di più. Se ad un ra- chia di band indipendente. gazzo di 20 anni parli della storia del PCI, prima che Penso sia proprio la nostra proposta in sé a rendere gli venga in mente il partito comunista italiano, pen- difficilissima l’ipotesi di raggiungere e conquistare una serà al computer che ha a casa; forse avere qualche visibilità più ampia, perché il nostro è un progetto che

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[Musica]

INTERviste comunque non è sintonizzato sulla radio commerciale media. Per quello che rappresentiamo abbiamo già raggiunto un pubblico molto vasto. Capisco in ogni caso che un certo tipo di contenuti socio-politici, per qualcuno che la pensa diversamente da noi, possano risultare anche non interessanti. Nel tempo, però, grazie anche all’ approccio un po’ anti convenzionale e certamente meno militante rispetto ad altre proposte, ho riscontrato attenzione anche in persone con una visione politica diversa dalla nostra. Capita spesso di dialogare con chi non si professa di sinistra ma trova il nostro modo di affrontare certi temi interessante, essendo diverso da quello tradizionale del gruppo rock identificato politicamente. Un progetto come il nostro, a prescindere dal contenuto specifico che lo connota, è un po’ ostico da recepire come ascolto e non può sempre trovare riscontri favorevoli in tutti un progetto in cui c’è qualcuno che non canta, ma racconta e se poi non piace neppure tanto quello che racconta, diventa difficile apprezzare il tutto. C’è quindi una parte di pubblico che non si riconosce nella nostra cosa e forse questa è anche la nostra fortuna. Gli Offlaga sono un gruppo che piace moltissimo o non piace per niente, questa polarizzazione ha favorito l’incremento dell’interesse di coloro che ci amano. Quando una proposta è neutra, anche se carina, rischia di generare pochi entusiasmi, invece la polarizzazione aiuta particolarmente. Quelli a cui piacciamo tanto, diffondono il nostro ”verbo” e, soprattutto all’inizio, ci ha aiutato parecchio questo meccanismo, di cui noi siamo stati esclusivamente spettatori ignari, non saremmo stati capaci in alcun modo di pianificare a tavolino il fenomeno virale che siamo stati ai nostri esordi. Ho letto che vi definite “un collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti”. Ci spieghi meglio il concetto? Ci piace molto giocare con le parole e lo abbiamo fatto, soprattutto all’inizio, anche per creare un linguaggio che connotasse da subito il gruppo e devo dire che ha funzionato abbastanza. Nello specifico, si tratta di una piccola provocazione: democrazia è una parola molto importante, però è abusata, si utilizza anche per affrontare argomenti in cui non c’entra assolutamente nulla. Mi piace pensare che nei sentimenti la democrazia non è che funzioni proprio benissimo. In teoria si avrebbe a che fare con due persone ma se usi la democrazia nei sentimenti, 1+1 fa due che sarebbe il 100%, ma

il 100% non è più democrazia, è dittatura. Non a caso mi piace sempre dire che per me i sentimenti non sono democratici, perché i sentimenti sono delle dittature. Per questo motivo,ad esempio, un brano come “Enver”, richiama Enver Hoxha (dittatore albanese, ndr.), anche se in realtà parla di dittature sentimentali e non di politica, se non in modo marginale. Con gioco di società siete passati alla completa autoproduzione, anche se, immagino, ci sia sempre stato il massimo controllo dei vostri lavori… Difficilmente qualcuno potrebbe venire a casa nostra per dirci cosa dobbiamo fare, non siamo quel tipo di gruppo... E’ stato un passaggio più che altro burocratico, concretamente non è cambiato quasi nulla per noi. Quando eravamo con Santeria, di fatto si trattava di un contratto di licenza: noi davamo il disco finito e già masterizzato, loro lo stampavano e distribuivano. Non solo noi ci siamo sempre occupati dei contenuti, ma anche delle grafiche interne degli album. Da questo punto di vista Santeria è la classica etichetta indipendente che lascia massima libertà. Per il disco nuovo c’è stata l’occasione di avere più risorse a disposizione, di conseguenza si è accorciata ancora un po’ la filiera. Ora l’etichetta siamo noi, Venus si è occupata solo della distribuzione. Siamo adulti, da sempre abbiamo il pieno controllo di

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[Musica]

INTERviste

|ph by Starfooker

se parliamo di scelte sonore e di scelte artistiche, ma come persone siamo un po’ più cazzari di quanto si potrebbe desumere dall’esterno. Meno male!

tutto, difficile che la realizzazione di un progetto con queste particolari caratteristiche sonore e di testo possa essere affidata ad altri. Coltiviamo una piccola cerchia di rapporti esterni, ascoltiamo le proposte di tutti, ma il gruppo rimane autonomissimo in ogni sua decisione. Ho notato in particolare una certa attenzione per il supporto, mi riferisco alla cura nelle note di copertina dove descrivete minuziosamente la strumentazione utilizzata, alle edizioni numerate, ai vinili, tra cui l’ultimo con la strepitosa grafica di Enrico, premiato tra l’altro con il best italian art vinyl 2012… La cura della parte grafica è una delle attività alle quali gli Offlaga dedicano particolare attenzione. Il nostro è un progetto che seguiamo nei dettagli per tutto ciò che riteniamo importante: musica, testi, grafiche, contesti in cui esibirsi, tipologia di concerti. Sono scelte fatte in ambito musicale ed estetico (penso, ad esempio, ai televisori a tubo catodico che utilizziamo sul palco, recuperati dai cassonetti o quasi). Cerchiamo di avere il controllo totale delle varie componenti che concorrono alla realizzazione del nostro progetto musicale, senza però prenderci troppo sul serio, s’intende. Alle volte veniamo percepiti come un gruppo molto serio, che va preso molto come tale. Siamo serissimi

Quali sono secondo voi le differenze tra “Gioco di Società” e i dischi precedenti? Tutti e tre i dischi musicalmente sono molto diversi fra loro. Il primo lavoro, “Socialismo tascabile”, è un frutto dell’entusiasmo iniziale e della poca consapevolezza di quello che stavamo facendo (e credo che tutto questo arrivi all’ascolto). E’ un album registrato in breve tempo, inevitabilmente acerbo, ma anche spavaldo, composto da pezzi che avevamo pronti in quel momento. Probabilmente offre un condensato di tutto quello che, all’epoca, pensavamo di proporre in un certo modo e che successivamente ha assunto una dimensione inaspettata. Registrammo semplicemente i brani che stavamo suonando dal vivo, nati tra l’altro senza pensare che in seguito avremmo intrapreso una carriera discografica. Quando abbiamo registrato il cd non immaginavamo in alcun modo che avrebbe superato nel tempo e abbondantemente le 10.000 copie dandoci l’opportunità di fare centinaia di concerti. “Bachelite”, da questo punto di vista, è un po’ il suo opposto: un disco molto pensato, suonato, arrangiato. Siamo stati in studio tantissimo rispetto agli standard di un disco indipendente, il gruppo ha avuto un approccio più consapevole. Forse avevamo anche con un po’ di ansia da prestazione visto l’esito inaspettato del disco precedente. Contiene un sacco di ospiti ed è un lavoro più complesso di “Socialismo tascabile”. “Gioco di società”, forse , riassume un po’ il meglio di entrambi i dischi. Mi sembra che il matrimonio voce, testi, musica, abbia prodotto un risultato molto poetico, forte e del tutto compatto nel suo insieme. Secondo me, dei tre album, è quello in cui il rapporto tra musica e narrazione esce al meglio, lo trovo il più efficace in assoluto. Però sono tutti figli generati dal nostro percorso, non possiamo che amarli allo stesso modo. Io figli non ne ho, però ho fatto tre dischi! Come definireste il momento attuale in Italia dal punto di vista artistico musicale? Sono tempi durissimi, ci sono sempre meno spazi per la musica. Dal nostro osservatorio privilegiato vediamo voglia di fare, voglia di dare opportunità. Occasioni ce ne sono ma di fatto, si scontrano con la massa che tende a percorrere altre strade. Io ho tanta ammirazione per chi oggi, anche se le proposte vincenti

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[Musica]

INTERviste magari sarebbero altre, combatte e tiene aperti anche nelle periferie, nei piccoli centri, luoghi di aggregazione che sono strumenti fondamentali per la diffusione di un certo tipo di musica e cultura. Si potrebbe anche pensare: “che mi frega, faccio degli aperitivi, metto su untz-untz ed ho risolto il problema della pagnotta, se la gente vuole questo, questo gli do”. Invece noto proprio la volontà ovunque andiamo a suonare di offrire proposte differenti, di non arrendersi ad un’egemonia culturale che ormai da anni conduce altrove. Ho molto rispetto per chi rischia del suo, ci mette soldi, spesso non guadagnandoci o addirittura rimettendoci. Il dramma vero è che tutte queste realtà, in passato, potevano godere di un minimo di sostegno pubblico. Oggi queste risorse sono esaurite, per cui non rimangono tante alternative, se non quella principale di sopravvivere ricorrendo unicamente alle proprie forze. In questo momento di crisi economica c’è ugualmente chi riesce a far funzionare certe realtà, ma il problema è che la gente spesso non esce più di casa, o esce meno e, soprattutto, ha meno soldi a disposizione da spendere. Di conseguenza, se non c’è un’ offerta molto forte a livello di contenuti le persone non sono invogliate a spostarsi. E’ una situazione che, negli ultimi tempi, ha preso piede in tutto il territorio nazionale. Un contesto economico difficile si sta ritorcendo anche contro chi offre proposte culturali che meriterebbero maggiore attenzione. Spero sia solo un momento…

poi, come molti tuoi colleghi, di approdare ad un romanzo? Io vivo in una condizione di pigrizia atavica per cui, probabilmente, scrivo racconti solo perché si fa prima. Ho un’idea da tanto tempo per un romanzo, ma poi non mi ci metto mai. Scrivo poco. Non mi sento scrittore, semplicemente, sono solo uno che ogni tanto racconta delle cose. Deve venirmi l’illuminazione, magari lo farò il giorno in cui sentirò una spinta interiore fortissima. Devo ammettere però che gli Offlaga al momento sono sufficientemente gratificanti, non mi fanno sentire lo stimolo di darmi tanto da fare altrove. Un domani può darsi, ho tante idee che però rimangono tali, non ho dieci titoli nel cassetto, ho tre/quattro racconti che proporrò quando inizieremo a lavorare su cose nuove. Si trova già tanto nelle librerie, che non penso sentano la mancanza di un mio scritto. Rispetto a questo nuovo fenomeno, esploso negli ultimi anni, penso siano più gli editori che vadano a stimolare gli artisti piuttosto che il contrario. Non credo che tutti i cantanti abbiano da sempre un romanzo nel cassetto.

Cosa c’è nel futuro degli Offlaga? Penso che tutto il 2013 sarà un anno in cui continueremo le date dal vivo per sviluppare il percorso di “Gioco di società”, tra l’altro sono appena usciti un nuovo singolo e un nuovo video tratti dall’album: abbiamo scelto “Respinti all’Uscio”. Per la prima volta abbiamo realizzato il video direttamente noi in prima persona, Hai scritto racconti (ricordo quello inserito nel- anzi uno di noi: lo ha scritto e montato Enrico e mi la raccolta “cosa volete sentire”), pensi prima o pare che i primi riscontri siano molto lusinghieri. [ ]

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[Musica] |ph by Rich INTERviste

kafka on the shore

Kafka On The Shore, il loro geSi

chiamano

nere, per autodefinizione, è Pirate Mexican Porn Rock. Con l’ottimo album di debutto, “Beautiful But Empty”, pubblicato da La Fabbrica Etichetta Indipendente, stanno conquistando la critica ed anche un buon seguito di pubblico. In una fredda serata milanese, li abbiamo incontrati nel camerino del Biko prima del concerto di presentazione dell’album ed abbiamo fatto due chiacchiere con loro, in un’atmosfera molto festosa.

di James Cook

I

Kafka on the Shore esistono da un paio d’anni circa. Perché vi chiamate così e cosa c’entra con voi Murakami Haruki? [Elliott] In effetti esistiamo da quasi due anni: il primo concerto l’abbiamo fatto il 5 marzo del 2011. kafka on the Shore è un romanzo che abbiamo letto tutti, tranne Vincenzo che ha proposto il nome. [Vincenzo] All’inizio eravamo io ed Elliott: ci chiama-

vamo “Elliott & the unanswered question”, dal nome della composizione per orchestra d’archi e fiati di Charles Ives che a me piace tantissimo. Ives, morto nel 1954, ha influenzato notevolmente la storia della musica contemporanea. Il problema era che io non riuscivo a pronunciare “the unanswered question”, quindi, il nome, dopo 5 giorni è diventato Kafka on the shore. In quel periodo leggevamo moltis-

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[Musica]

INTERviste simo Murakami Haruki e Paul Auster, la loro poetica ci influenzava molto. Entrambi scrivono sempre in prima persona ed i nostri testi (che compone principalmente Elliott), sono tutti in prima persona. Anche i paesaggi, l’ambientazione, l’atmosfera dei loro romanzi sono molto presenti nei nostri brani. Nei romanzi di Murakami poi c’è moltissima concretezza anche se non si riesce mai a capire quando la realtà diventa illusione, un po’ come succede nelle nostre composizioni. [E] Inizialmente Vincenzo veniva da me e mi diceva: “questo pezzo è una roba stranissima”, quindi ho fatto un po’ quello che lui mi chiedeva, iniziare a scrivere testi che parlavano di mondi bizzarri. Effettivamente, sia Haruki che Auster giocano molto con il surrealismo, pertanto il nome Kafka on the Shore ci è sembrato perfetto. Vincenzo Parisi dalla Sicilia, Elliot Schmidt americano nato in Germania, Daniel Winkler di origini svizzere, Freddy Lobster dall’Austria…La vostra storia sembra fatta di viaggi e incontri. Che ci fate a Milano? [V] Una cosa accomuna loro tre, la matrice tedesca. Elliott però ha anche origini americane: sua madre è di Chicago e la sua bisnonna era pellerossa. Freddy è mezzo austriaco, io sono l’unico italiano, anzi siciliano al 100%. Queste sono le coordinate della nostra storia che, in effetti, è strana. Tutti e quattro per motivi differenti siamo venuti a Milano. Io, semplicemente, ci sono arrivato per studiare all’università e fare il conservatorio. I genitori di Daniel si sono trasferiti a Milano ad un certo punto…praticamente è solo il caso che, semplicemente, ci ha fatto incontrare in questa città. Vincenzo, come sei passato dalla classica del conservatorio a questa scrittura un po’ “piratesca”, con l’uso di certi suoni e certe melodie da “bordello alcolico”? [V] In realtà l’evoluzione è stata graduale. Normalmente scriviamo tutti insieme ma, alcune canzoni, erano nel mio cassetto da diverso tempo. “Bacco”, ad esempio, è nata 7 anni fa e solo per pianoforte. “Lost in the woods” me lo sento talvolta in mente remixato dance “pesantissimo”, però la linea di tastiera e prettamente pianistica, puro Chopin… [Freddy] E’ come se Chopin si pigliasse due birre e venisse al Biko: potrebbe comporre “lost in the woods”…(risate)

|ph by Thomas Maspes [V] Io mi sono diplomato in pianoforte ed ho iniziato a studiare composizione qui a Milano con Fabio Vacchi (che ha vinto il David di Donatello per “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi). In realtà la carriera del concertista di musica classica l’ho accarezzata per un certo periodo e mi piaceva pure, però la composizione mi ha sempre ispirato molto di più. Il problema è che poi in conservatorio ti ritrovi a scrivere cose molto cerebrali, più filosofiche che musicali. Poi ho incontrato loro e… [E] In realtà Vincenzo è il ragazzo di mia sorella, Io e Daniel ci conosciamo dalle medie, Fred frequentava il nostro stesso liceo ed era il miglior amico di mia sorella. Praticamente una mega tresca… [V] Io ed Elliott ci siamo incontrati in val d’Aosta: lavoravo a rimodernare le mie composizioni al pianoforte, inserendoci un po’ di rock, naturalmente solo per hobby. Pensavo che la musica che mi piaceva si potesse esprimere in inglese, mi serviva qualcuno che conoscesse la lingua e la mia ragazza mi ha presentato suo fratello. La cosa si è trasformata: da hobby è diventata un’occupazione molto più seria, anche se divertentissima. [E] Lui ha sempre avuto progetti molto ambiziosi. Alla prima prova mi ha detto: “l’anno prossimo suoneremo a New York”. Noi in realtà ci abbiamo sempre creduto

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[Musica]

INTERviste passavamo le serate lì. Mentre facevamo il soundcheck per un concerto, Vincenzo mi ha fatto ascoltare un’idea per una nuova canzone. Praticamente l’abbiamo ultimata mentre eravamo sul tetto del palazzo, il titolo è venuto lì. Rileggendo il testo poi, mi sono reso conto che, più che Paul Auster, ci sono riferimenti a decadentisti come Rimbaud e Verlaine. [V] Ed anche un po’ a Nicolò Carnesi. Mentre eravamo lì ci immaginavamo il nostro amico Nic che, fumando la sigaretta sul cornicione diceva: “mi butto” con quell’aria decadente…(risate) [E] Però, principalmente, contiene l’idea di una città e del cambiamento di prospettiva che si ha osservandola da sotto a sopra: quando cammini sei uno dei tanti, mentre quando ti trovi sul tetto del palazzo hai la sensazione di essere il re della città.

anche se io, all’inizio, quasi non mi sentivo all’altezza di quello che Vincenzo si aspettava. Lui aveva le idee veramente chiare, mentre io ero abituato a cose molto diverse, a suonicchiare così, semplicemente a casa… Perché l’album si intitola “Beautiful but empty”? [E] “Beautiful but empty” è il titolo di una canzone che non abbiamo messo nell’album. Anche se il brano non è nel disco, rispecchia un po’ il sentimento che c’è nella maggior parte delle canzoni e il surrealismo di alcuni testi: qualcosa di veramente bello e affascinante che però non ha sostanza. Anche la copertina allude a quello, la ragazza senza occhi e senza capezzoli è bella ma fa senso, perché c’è qualcosa che non si riesce a capire, che manca in lei. “Moon palace” oltre ad essere un vostro pezzo è anche il titolo di un libro di Paul Auster... [E] In realtà questo brano non c’entra niente con il libro di Paul Auster. Un riferimento a questo libro c’è invece in un’altra canzone del disco (“Campbell’s”) che cita questa frase: “that the moon looks like the West Coast”, cioè l’idea che il paesaggio della costa occidentale americana sarebbe uguale alla luna. “Moon palace” invece è nata in un periodo in cui noi andavamo spesso sui tetti di alcuni palazzi a Milano,

Bob Dylan, Lily Allen, Walt Disney, Campbell’s sembra siate appassionati di citazioni… [F] L’utilizzo delle icone che vanno dalla letteratura, al rock, alla pittura, serve sempre, Zappa l’ha detto trent’anni fa… [V] Però ci sono anche altre motivazioni. Penso ad esempio al brano “Bob Dylan”… quando Elliott è arrivato in camera mia, dove abbiamo provato per un anno (suonando a bassissimo volume per non disturbare i vicini), ci siamo messi a suonare questo pezzo che ci piaceva moltissimo. Stavamo pensando ad un titolo e dal suo merdosissimo amplificatore sono iniziate ad uscire le note di un pezzo di Bob Dylan, captate da una frequenze radio: ci siamo guardati ed abbiamo capito che l’avevamo trovato. “Walt Disney” invece è una sorta di suite, spuntano fuori elementi diversissimi, è molto istrionica e teatrale. Il suono ci proiettava sempre in uno dei suoi cartoni degli anni ’20, tra l’altro densi di violenza, veramente terribili. Questa canzone secondo noi è da vedere in bianco e nero, richiama un mondo in cui Disney non è quello che ha fatto i soldi con “Biancaneve e i sette nani”, ma è ancora un cinico schifoso… Il vostro suono è internazionale e cantate in inglese. Potrebbe essere quasi più semplice per voi puntare al mercato europeo piuttosto che a quello italiano… [V] Noi chiaramente ci stiamo pensando. Nel maggio scorso abbiamo suonato a Berlino, ed è andata molto bene. Ora ci stiamo organizzando per trovare alcu-

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INTERviste ne date all’estero e ci piacerebbe farlo nel periodo maggio-giugno. Sicuramente in Italia stiamo bene, il riscontro è stato velocissimo, l’anno scorso abbiamo fatto oltre 50 concerti. [E] A noi piace anche stare in Italia. Sarebbe più figo che ci fossero tante band che, come noi, tentano di avvicinare l’Italia all’estero, piuttosto che scappare. Qui da noi incontro musicisti, anche affermati nella scena indipendente, che mi dicono che all’estero gli italiani non sono ascoltati. Non dovrebbe essere così: la musica è un linguaggio universale! Che musica ascoltate? Avete qualche passione in comune? [V] In comune abbiamo i Beatles, i Beach Boys, Tom Waits, The Band. Quando abbiamo iniziato questo progetto ho detto ad Elliott: “facciamo qualcosa che suoni un po’ come gli Eels e Belle and Sebastian”. Questi erano i due capisaldi, che poi sono stati quasi completamente traditi, soprattutto per quanto riguarda i Belle and Sebastian. [F] Io ho portato qualche influenza pericolosissima

dal prog. (risate) [E] La cosa divertente è che Vincenzo è ancora nuovo nel mondo rock, praticamente ha scoperto i Pink Floyd qualche mese fa, prima ascoltava prevalentemente musica classica. Io e Daniel siamo praticamente amici da sempre e ci siamo influenzati a vicenda con i gusti musicali. Lui mi ha fatto conoscere i Nirvana e la maggior parte della musica che ascolto oggi. [E] La nostra ultima scoperta è Stevie Wonder, nel nostro secondo disco si sentirà la sua influenza. Stasera suoneremo qualcosa del genere… [F] Nel primo album ci sono i Nirvana e Tom Waits, nel secondo ci saranno The Band, Pink Floyd e Stevie Wonder. (risate) Cosa c’è nel fututo dei Kafka on the shore? C’è un tour che deve arrivare necessariamente a 500 date all’anno. Praticamente puntiamo a diventare il fenomeno nazionale in Italia. Ci sono tante band di merda e dobbiamo annientarle tutte, i Kafka devono imporre il loro monopolio assoluto… [finale tra le risate generali]. [ ]

|ph by Rich

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edible woman

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INTERviste

di Carolina Aliano

Quando Just kids mi ha chiesto di intervistare il cantante degli Edible Woman, la richiesta mi ha stranito (non sono una giornalista e la voce del gruppo è un mio amico, un caro amico), ho rifiutato. Parlandone con Andrea, però, mi ha proposto un'idea divertente e convincente: leggi i testi, e fai partire dal loro contenuto le tue domande. Nasce così la chiacchierata tra me Andrea Giommi, detto Sandro, . il cantante degli

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Edible Woman

e parole sia ascoltano anche in silenzio, se le leggi. In questo senso, possono andare oltre la musica. Partiamo dalla prima parola del vostro ultimo album: perché “Nation”?  Nation è piaciuto a tutti gli Edible, quindi, democraticamente è diventato il titolo del disco; il disco è tutto giocato sui limiti, sull’idea di rompere o ibridare i confini. Mi viene in mente “Inland Empire” di David Lynch, un titolo meraviglioso. Facciamo un parallelo iperbolico: l’ossessione per se stessi come soggetto “limitato, confinato” ci impedisce di vivere in empatia col prossimo. Specularmente il concetto vetusto, ma attualissimo, di nazione è ancora oggi la dimensione della divisione, la nazione è il soggetto e la giustificazione dell’identità, della violenza, della guerra, del sopruso. Ne ho

un’idea assolutamente negativa, soprattutto da quando ho studiato dapprima storia del pensiero politico a Forlì, poi politiche dell’immigrazione e la letteratura Italica - Canadese, pubblicata dalla casa editriche Guernica, mentre ero a Toronto. Conoscendo gli Edible, le loro teste e i loro testi, non ho neanche sospettato un contenuto “nazionalista”, ma voi non temete di essere fraintesi? Non lo temo affatto, e ti dirò che, qualora si crei ambiguità, io sono felice, mi piace molto l’effetto spiazzante, che costringa anche ad azzardare un’interpretazione. Nation si può considerare un album “concept”? Direi di sì, c’è una certa corrispondenza, un trait d’u-

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[Musica]

INTERviste nion tra i brani, ma siamo anche in più persone a scrivere, quindi lo definirei un concept “allargato”. “Allargarsi”, uscire dai confini, un invito a trasformarsi in altro, nell’altro. Anche la copertina indica una metamorfosi, anche se mostruosa. La faccia del “protagonista”, dell’io narrante della storia che cantate sta per esplodere. Un richiamo alla malattia, della mente più che del corpo. Perché il vero cancro è quello che ti mangia i pensieri. A questo proposito, la sensazione che ho raccolto agli ultimo vostri concerti è che il pubblico ami “Cancer”. Pensi anche tu che sia la più “riuscita”? E quanto la senti tua? La più riuscita non saprei però Cancer è mia al 100%, una canzone che parla di cose che mi stanno molto a cuore. L’idea che la vita si sia allungata è una frottola, oggi si muore tanto quanto ieri e anzi non credo che la mia generazione intossicata arriverà fino a dove sono arrivate quelle che l’hanno preceduta. Per di più si vive male, lavorando a ritmi disumani e si ottiene pochissimo; gli scopi del proprio lavoro sono spesso sconosciuti o solo parzialmente posseduti dal lavoratore, e si è di fatto al centro di uno scontro che oltre che essere “di classe” è anche generazionale. La società, per come ci è stata proposta, non si regge più. Nella canzone ci si augura che ci sia la forza di abbracciare un nuovo modo di vivere, di abbandonare certi finti privilegi per abbracciare un nuovo modo di occupazione del proprio tempo: scusa se divento didattico, ma la prima mossa per me è smettere di desiderare, smettere di consumare, di accumulare. Farsi piccoli. In “Safe and sound”, diciamo “reduce yourself, neglect yourself”. Ridursi, trascurarsi, abbracciare la semplicità. Monito che rivolgo in primis a me stesso, sia chiaro, non ho lezioni da dare. Annullare se stessi, uscire da sé, abbracciare l’umanità tutta, come unità semplici che si aggregano in una unità sola, più grande. Mi fai pensare che la scelta di esprimersi in inglese sia dettata anche dall’esigenza di un respiro internazionale (oltre i limiti della propria nazione, appunto!), e non solo dalla maggiore facilità di scrittura di una certa canzone in questa lingua, la cui stringatezza si presta meglio al ritmo del rock. .. Mai pensato ad un altro idioma, magari, un domani, il tedesco. Non mi piace, non mi è mai piaciuto il suono dell’italiano su certe musiche.

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[Musica]

INTERviste |ph by Paolo Alberto Del Bianco

E spesso, usare l’italiano, vuol dire limitarsi ai confini nazionali, cosa che abbiamo cercato di evitare da subito. Forse i gruppi che fanno musica italiana ritengono basti un buon testo per fare un buon pezzo? E per te, che sei la voce del gruppo ma anche uno dei musicisti, quanto pesano le parole rispetto alla musica? Per me le parole contano, e infatti abbiamo sempre inserito i testi nei libretti dei nostri dischi. Però le parole hanno senso nel “gioco” che fanno con la musica, non da sole. Ciò che sostengo non è che “i gruppi italiani pensano basti un buon testo per fare un buon pezzo”, bensì che negli ultimi anni ci sono troppi gruppi che hanno senso solo in Italia, e molti di questi cantano nel nostro idioma. Si è tornati alla canzoncina e io ne voglio stare alla larga. Non è un discorso facile, diciamo che a volte la scelta della lingua italiana mi sembra la cartina di tornasole di un’aspirazione “piccola”. E tu hai aspirazioni grandi! Dimmi la verità: chi vuoi come pubblico? Tutti, davvero. Vorrei essere Michael Stipe. Ma tu sei Andrea Giommi, detto Sandro…E se non fossi Andrea Giommi, ascolteresti gli Edible Woman? Forse sì. In vinile. [ ]

Io li ascolto, gli Edible Woman. Dal vivo e in cd. Li ascolto perché mi piacciono. A chiusura di questa piacevole intervista, per una improbabile associazione di idee, mi viene in mente una citazione di Jorge Luis Borges: Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere. Che sia una canzone o una intervista. Senza dimenticare, però, che le parole, anche cantate, contano!

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lorenzo lambiase INTERviste

di Anurb Botwin

Lorenzo Lambiase

è un musicista romano alla sua seconda uscita discografica, Lupi e Vergini. Un disco da percorrere brano per brano, un disco che racconta le nostre vite, le nostre grandi rivolte. Abbiamo incontrato Lorenzo nel suo live a Roma al Caffè Latino per ripercorrere insieme a lui un pò di Lupi e Vergini.

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orenzo Lambiase, secondo disco all’attivo “Lupi e vergini”... cosa è cambiato rispetto al tuo primo lavoro? Il primo disco è stata un’esperienza davvero molto intima ed ermetica; ero da solo in una stanza a registrare tutto e a suonare gli strumenti, infatti è stato un disco molto elettronico. Invece in questo secondo disco mi sono aperto sicuramente di più, dando anche più importanza ai testi. In fondo credo la gente che ascolta la tua musica si aspetta da te un messaggio, una parola oltre la musica. Nel primo disco i testi sono sicuramente un pò più immaturi, ero più giovane, però c’è una cosa bellissima di quel disco (secondo me); è un disco molto sperimentale nel senso vero del termine. Non ci sono ritornelli, non c’è alcuna struttura definita, è un disco molto libero, un libero insieme di suoni ed è sicuramente molto più creativo rispetto a questo. Lupi e Vergini invece ha forse un pò più di spessore emotivo...ho cercato di puntare su quello che sentivo di dover raccontare.

lissimo e disperato - forse una delle più belle storie d’amore che abbia mai letto - che va al di là di qualsiasi confine sociale o dittatura. Un amore vero, che finisce con un gesto che poteva far presagire qualcosa di eroico, ma poi in realtà non lo è stato. In una stanzetta consumavano la loro passione con la consapevolezza che poteva finire da un momento all’altro. E’ un inno a cercare di consumare tutti quei momenti che ci vengono offerti...

Questo disco ha una forte carica emotiva. Ripercorriamo un pò i brani, ad esempio La Stanza... Si, il brano La Stanza è stato scritto pensando a La Stanza 101 di 1984 di Orwell...racconta un amore bel-

L’artwork del disco è un disegno molto particolare, cosa rappresenta? Il disegno è davvero molto bello, fatto da Sabrina Gabrielli. All’interno del disco si vedono per intero le due

L’Oro invece, è stato ispirato un pò dalla nascita di tuo figlio, che compare anche nel disco fisico... Ma in realtà quel brano, L’oro, è stato scritto in occasione della nascita delle gemelline del mio migliore amico ed è come se fossero mie figlie... In reltà il passaggio da figli a padri, in generale, è una di quelle marce che ti porta a vivere un momento essenziale... e non è tanto il diventare padre, ma il passaggio dall’essere figli ad essere padri. Un mio amico cantautore, Gabriele Ortenzi in arte Aremag, quando è nato il mio bambino mi ha scritto “un bambino mette al mondo dei genitori”.

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[Musica]

INTERviste de rivolta in fondo cos’è? E’ fare una famiglia, avere un bambino. Nel brano però c’è anche tanta disillusione...sai si è compagni da giovani e camerati da adulti, si dice....questo accade perchè quei bellissimi ideali di rivoluzione fanno parte di un momento utopico della vita, in cui comunque io ancora credo, ma con un pò più di realismo. Io penso che riuscire ad amare una persona per tutta la vita sia la vera grande rivolta. Vedere che due persone a 60 anni ancora si amano, è una cosa cdi cui non ce ne frega niente mentre facciamo le rivolte in piazza. Ma se ti fermi un attimo, pensi che quelli hanno fatto una cosa immensamente più grande. Gospel Contro Dio... per te questo dio è un compagno o un avversario? Jhon Lennon diceva che dio è un concetto con il quale misuriamo il nostro dolore. Perfetto! E’ un metro di misura della nostra sofferenza. E’ una cosa che non abbiamo mai visto ma che rimane lì, lo invochiamo sempre. Credo che anche il più grande ateo si sia ritrovato un giorno a pregare dio. Nella psicologia classica, dio è il padre...quell’entità irrangiungibile. Forse in quella canzone me la stavo prendendo con qualcuno...

vergini e un gioco di ombre delle vergini sulla parete che proiettano un lupo. Il lupo è l’ombra, le nostre paure sono ombre. E’ stato un modo per dire che siamo più vittime che carnefici e anche i carnefici sono vittime. Questo disegno si adagiava davvero molto bene alla poetica del disco.

E’ uscito da poco questo disco, cosa ti aspetti ora? Il disco sta andando bene da un punto di vista di gradimento... non ci arricchiamo con la vendita dei dischi però l’apprezzamento delle persone è importante. E’ un disco che va ascoltato lentamente. Poi sicurmanete ci sarà un’aspetto live su cui punteremo molto e abbiamo in programma diverse cose in radio e concerti live. [ ]

L’ultimo brano del disco La Grande Rivolta è un inno urlato, disperato...cosa c’è nelle parole di questa canzone? Ci siamo tutti noi, c’è una Roma un pò in decadenza, c’è un personaggio un pò in decadenza. Quel brano è una lettera scritta di getto, una lettera molto sofferta che era anche un pò una richiesta di aiuto, un’ammissione di colpevolezza ma anche un guardare a buoni propositi. E’ una lettera così come è stata scritta in origine alla mia compagna in occasione di una serie di riflessioni. Mi sono reso conto che le cose che ci sono in quelle parole, sono cose vere...è la verità. Ho colpito le categorie che non mi piacciono. La granJK | 21


[Musica]

INTERviste

abulico di Giulia Palummieri

Nati nel 2005, paladini degli ossimori e virtuosi del suono in , band napoletana con all’attivo evoluzione, gli due dischi, ci parlano oggi dei loro ultimi passi. Scoprite tra assetti di formazione, filosofi uxoricidi e saldi curriculum da sognatori cosa hanno raccontato ai microfoni di Just Kids.

Abulico

|ph by Escanotte

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[Musica]

INTERviste

A

bulico. Partiamo da questo nome un po’ strano, un po’ astratto. Raccontateci la storia del vostro nome. In realtà non è poi così astratto come si pensa, perché se su Google scrivi “abulico” oltre a noi ti usciranno, per esempio, giudizi su calciatori svogliati, su numeri 10 che hanno tanto talento ma non riescono a concretizzare le azioni da rete, tipo Hamsik per intenderci.

era differente, magari prima avevamo un chitarrista molto legato a delle sonorità inglesi e questo ha portato a determinate influenze, invece ora con la nuova formazione e con l'apporto di Carlo e Andrea, già con noi dal primo tour ma entrati in produzione solo da questo secondo disco, abbiamo dato più spazio ai synth, ai piani e all'elettronica. Carlo viene da un background di elettronica per cui è venuto fuori un disco molto più prodotto, molto più E perché esce questa cosa? complesso nella sua semplicità, composto da canzoni Diciamo che l’aggettivo descrive il tipo di persona in- molto semplici ma con arrangiamenti completi di tante daffarata a fare mille cose senza riuscire a portarne melodie differenti. mai a termine una ed inizialmente era un tipo di concetto che si associava bene alla nostra musica un po’ Sempre da quest’ultimo disco arriva il vostro ulpiù introspettiva, malinconica e che a volte tendeva ad timo estratto, Althusser. Raccontateci di questo andare verso l’astrattismo. Poi con il tempo la nostra pezzo. musica è cambiata ma il nome ovviamente l’abbiamo E' successo tutto molto semplicemente, in pratica me tenuto. Ci dovremmo chiamare i Grintosi ora. l'aveva fatta sentire Alessandro in inglese e volevamo originariamente regalarla ad un gruppo di nostri Infatti leggevo che su Rolling Stone vi definivano amici, Il Cielo di Bagdad, anche loro campani, poi ri“Gli Abulico non abulico” ascoltandola abbiamo preferito usarla noi perché era Sì, questa cosa la sfruttano tutti. Ma in realtà, oltre proprio un bel pezzo. Inizialmente non sapevamo che che per il nome, anche per i titoli delle ultime canzoni storia raccontare ed alla fine l'idea è venuta alla mia ci creano questo controsenso perché si vanno a scon- ragazza ad essere onesto. trare con l'energia del pezzo. Mi raccontò che stava studiando questo filosofo, Louis A me piace pensare che il nome della nostra band sia Althusser, ed io mi interessai e scoprii che nella sua una sorta di ossimoro, perché va a mettere a con- autobiografia “L'avvenire dura a lungo” lui raccontava fronto due cose che non c'entrano niente l'una con del suo uxoricidio, l'omicidio di sua moglie per il tropl'altra, come nel nostro caso un nome che fa presa- po amore, quest'immagine poetica quanto inquietante gire a qualcosa e una musicalità che porta invece a mi ha affascinato parecchio e abbiamo pensato che tutt'altro, quindi una grinta nell'espressività dei testi scrivere un pezzo su questa faccenda potesse essere o l'esplosione dei colori dei cori messi poi a confronto un bell'ossimoro per una canzone che invece ha delle con un nome che alla fine è identificativo di una sola dinamiche molto differenti. parte della nostra vita musicale. Per esorcizzare, però, noi teniamo lo stesso nome e Da questo pezzo è nato anche un video molto siamo contenti così anche perché suona bene. bello. Cosa ci dite al riguardo? Il video ha a che fare logicamente con la storia che E qual è l'altra parte musicale di cui mi palavi? raccontiamo nella canzone e gli attori sono Jane Sicuramente nel primo disco ci sono degli elementi Bobkova e Carlo Caracciolo. che possono significare quello che siamo stati, “Leave me out” per esempio è un pezzo molto abulico, privo Vostri amici? di intenzione, svogliato. Io e Alessandro lo suonavamo Jane è diventata nostra amica, è una giornalista che è già nel 2005 e il disco uscì nel 2009, quindi una miria- venuta a lavorare in Italia ed è dotata di una grande de di anni fa, ora è tutta un'altra storia. fotogenia e personalità. La volevamo nel video anche perché è un'amica cara, le vogliamo bene. Infatti noto una differenza tra il primo e il secon- Carlo invece è un attore e si è rivelato molto adatto al do disco. Raccontaci il percorso che vi ha portato video, ha interpretato il soggetto benissimo, proprio alla realizzazione di quest'ultimo. come lo immaginavamo ed in lui poi abbiamo trovato Innanzitutto nel primo disco c'erano degli elementi dif- anche un buon amico. ferenti, quindi anche l'apporto dato alla composizione Ci teniamo a sottolineare che il soggetto del video di

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INTERviste Althusser è tutta opera del nostro squisito Andrea De Luca (Chitarra, tastiera e cori) che si occupa anche dell'immagine del gruppo, quindi la fotografia, la grafica ecc... Raccontaci Andrea, com’è andata la cosa... Ho trovato questo regista, conosciuto su facebook tramite dei lavori che avevo visto a suo nome, mi sono interessato, l'ho contattato ed è nato un bel rapporto di amicizia e lavorativo. Abbiamo già lavorato insieme al primo video di Fragile in cui lui ha scritto una sceneggiatura molto semplice ma d'impatto e ora ci ritroviamo nuovamente insieme con Althusser. In questo caso, siccome c'era una storia importante, trattando di questo filosofo che appunto aveva ucciso la moglie perché l'amava troppo, io e Baba ci siamo messi a ragionare su come potesse essere il video e abbiamo semplicemente deciso di reinterpretare questa storia ai giorni nostri, parlando di una coppia. Per metà video la storia va avanti in un modo: lui palesemente innamorato e lei invece resta sulla sue, non si capisce perché lo evita e ad un certo punto si intravede anche una probabilità di tradimento, la storia poi va in reverse e si rivivono le stesse situazioni, gli stessi luoghi e le stesse scene della prima parte del video ma in realtà tutto è completamente diverso: loro si amano, si voglio bene ma non è chiaro se questo è quello che lui sognava, quello che avrebbe veramente voluto o è la storia come effettivamente è andata. Fatto sta però che l'epilogo è quello: lei è morta perché lui ad un certo punto impazzisce e la uccide. Però è bella quella parte in cui non si capisce quale sia la vera versione dei fatti. E qual è la vera versione dei fatti? E' soggettiva. E l'esigenza di lasciare il dubbio nasce anche dal fatto che nella storia del vero Althusser non si sa quale sia la reale versione dei fatti. Mi piaceva l'idea di lasciare un dubbio nel video proprio come nella storia vera. Voi siete di Napoli. Qual è il vostro rapporto con la scena della vostra città? Io mi occupo di organizzare eventi e quindi la vivo sia dal lato del promoter che da quello del musicista. E' dura, ma non molto diversa da quella del resto di Italia, non è una questione geografica. Ci sono delle piccole isole felici: Milano e soprattutto la sua provincia, l'Emilia, ma anche la Sicilia, da cui stanno venendo fuori un sacco di cantautori, è tra queste e

anzi ci sono tanti punti d'incontro tra Milano e la Sicilia in questo momento. Diciamo che stanno facendo un salto senza passare dal centro, ma va bene così. Come sta andando questo secondo disco e il tour? Se parli di vendite discografiche ti devi comunque rapportare ad un sistema nazionale ed al fatto che i gruppi indipendenti nei megastore non trovano un grande riscontro nel vendere i propri dischi, quindi secondo me andare in giro per l'Italia, fare un sacco di concerti è anche un modo, non dico per vendere dischi, perché vendere il disco, come dice il nostro caro amico Andrea, è più un fatto feticistico, la persona si appassiona al gruppo e allora vuole avere un ricordo di quel concerto e si compra il disco. Alla fine, però, nell'era moderna io vado su youtube, mi sento i pezzi e va bene lo stesso, quindi non è tanto la vendita del disco a contare, ma il disco come mezzo per andare a suonare in determinati posti in Italia. Il live è la prova del nove, puoi fare il disco prodotto alla Coldplay o alla Massive Attack ma se dal vivo non vali non serve a niente. Riguardo al tour per adesso abbiamo fatto una quindicina di date, siamo stati in Puglia, in Calabria, adesso siamo qui a Roma e nei prossimi mesi speriamo di fare un po' di date tra Milano e Venezia. Avevamo anche un paio di date tra Firenze e Bologna ma purtroppo alcuni locali sono chiusi; il fatto è che si arriva a chiudere le date anche due o tre mesi prima e spesso bisogna sperare che in quei due e tre mesi i club non chiudano, purtroppo è una cosa che sta succedendo in questo momento in Italia.

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INTERviste

E se qualcuno vi pone la fatidica domanda: “Tu nella vita che lavoro fai?”. Cosa rispondete? Io (Baba) nella vita faccio il sognatore. Io (Alessandro) faccio il ferroviere, io (Carlo) faccio lo “scienziato” e lavoro all’università. Bhè diciamo che la musica non è il nostro lavoro, ma un sogno che inseguiremo per sempre finché avremo cinquant'anni o avremo le gambe per muoverci. Io (Andrea) invece mi occupo di grafica, faccio il graphic designer e ti dico un simpatico modo con cui il mio capo mi ha presentato ad altre persone, altri colleghi, ha detto: “Andrea è l'art director della nostra azienda, gestisce tutta la comunicazione visiva, la parte grafica dei progetti, suona in un gruppo e non vede l'ora di diventare famoso e sbattermi in faccia che è libero” ed è esattamente quello che faccio. [ ]

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JUST KIDS

L'aspetto umano è fondamentale, a volte non è neanche importante che i posti in cui vai siano enormi o ci siano tante persone, abbiamo fatto dei concerti con venti persone davanti ma sono stati i più belli, perché abbiamo trovato persone appassionate che conoscevano le canzoni e chi non le conosceva si è informato prima di venire. Secondo me da questi tour la cosa più importante è appunto prendersi l'aspetto umano, è quello che ti motiva ad andare avanti e poi un po' di “egoismo”, fare musica anche per se stessi, godersi il momento in cui stai suonando senza pensare troppo a quante persone ci sono, quanto stai piacendo, cercare di piacere prima a te stesso e basta. E' un qualcosa che oggi i gruppi non fanno più, nonostante si trovino ad un livello molto basso tendono a pensare troppo a tutto il resto dimenticandosi della cosa più importante. E' un qualcosa che la gente avverte.


[Musica]

MORENA ORO INTERviste

di Massimo Miriani

Morena

affronta la vita nuda, senza curarsi dell'indice dei curiosi che additano, ignari e salvi nella loro consuetudine. Si assume la responsabilità della poetica, prova attraverso essa a superare i propri limiti, come se ne avesse solo lei, e si punisce delle vite deludenti, facendo un unico conto, pagando anche per gli altri che, con arroganza, leccano i suoi peccati infilando la lingua nel buco della serratura. Cosi' Roberto Miano introduce Morena Oro attraverso la prefazione nell' ultima sua opera "Autopsia del mio Demone" Terza raccolta di poesie pubblicata nel mese di febbraio e successiva ai due lavori precedenti "Anima Nuda" e "Affetti Collaterali" . Con molta simpatia e disponibilita' Morena ci parla della sua arte e delle sue opere.

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iao Morena! inizierei con il chiederti.. come nasce artisticamente Morena Oro e quando?.. giusto per fare un pochino di introduzione.. Artisticamente devo ancora nascere mi sa... io ho sempre scritto... per diletto, sognando un giorno di vedere le mie cose stampate, rilegate a “forma di libro” pur non imputando a ciò che avrei fatto la nobiltà di “libro”, tanto ritengo questa parola preziosa! Anche ora, li chiamo libri per convenzione! Beh.. una persona che ha gia' pubblicato 3 libri di poesie.. direi che volente o nolente artisticamente e' gia' nata! E’ come se avessi fatto tutto... per caso... Anche la parola “poesia” e “arte” hanno per me una valenza talmente sacrale che mi sembra realmente improprio accostarle alla mia persona. Io faccio tutto in maniera

completamente spontanea, senza chissà quale ricerca! Quali sono gli artisti che maggiormente ti hanno fatto amare la poesia e ti hanno spinto a scrivere? Jim Morrison... è cominciato tutto con lui venti anni fa per quanto riguarda la poesia... Tipo.. "nessuno uscira' vivo da qui? " Jim mi ha trasmesso la sua particolare visione della poesia...credo che la molla sia partita da una frase che più o meno diceva questo...la poesia non deve dire niente non amo le parole per il loro significato reale ma per quello che assemblate fra loro riescono ad evocare. Jim mi ha poi predisposto all’innamoramento per i poeti maledetti. In Autospsia, nello specifico, faccio riferimento in maniera importante ai Canti di Maldoror di Lautréamont, ma alcune composizioni sono

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INTERviste

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INTERviste dedicate a Rimbaud, Majakoski e Hans Bellmer che nello specifico no è un poeta ma funge da architrave per quanto riguarda il discorso dell’immagine legata al corpo e di conseguenza alla parola, tema portante del libro quello dell’immagine come complemento della parola. Quindi mentre scrivi...tendi piu' a comunicare usando le parole da un punto di vista "emozionale" e non tanto per il loro significato intrinseco? Forse lo avrai notato leggendo Autopsia...mi piace molto non chiarificare mai troppo ma soprattutto usare i termini anche in maniera contrapposta come se ci fosse sempre uan sorta di tensione all'interno del linguaggio stesso sta di fatto che prediligo una struttura che alla fine risulti fortemente d'impatto emotivo. Possiamo definirti una scrittrice "Rock" quindi? Assolutamente si!! La musica è una componente essenziale nella mia poetica spesso cerco proprio di ricreare quel tipo di travolgimento totale che solo una canzone può sortire! Il tuo primo libro si intitola Anima Nuda.. il titolo evoca la tua voglia di portare alla luce la tua anima? Più che portarla alla luce, che potrebbe voler dire portarla all'attenzione di, nel mio caso è più consono dire che è un atto di spogliamento. Mentre scrivevo era un atto privato...senza l'intento di mostrarlo a nessuno. Intitolarlo Anima Nuda è una sorta di... dato di fatto. La tua seconda pubblicazione si intitola.. "Affetti Collaterali". E’ una sorta di continuazione di Anima Nuda, oppure le poesie contenute hanno un altra origine? Quando ho pubblicato Affetti non avevo in mente nessun collegamento specifico con Anima Nuda. Solo adesso, con autopsia, mi sono resa conto di aver fatto un lungo viaggio. Il punto è che scrivendo sai da dove parti (molto spesso nemmeno quello!) ma non sai mai dove puoi arrivare, specialmente se usi la scrittura come via di fuga. Infatti hai appena pubblicato il tuo terzo libro "Autopsia del mio Demone" ce ne vuoi parlare ? Volentieri... più di che scrivere un libro, ho sezionato me stessa. Non è semplice parlarne senza potermi proteggere coi miei versi, ci sono ancora dentro! Quel libro è stato una specie di parto complicatissimo. Pos-

so rispondere con ciò che ho scritto come nota finale del libro... Non ho mai creduto di poter scrivere un libro. Mi sono sempre arresa al fatto che un libro MI scrivesse: sono il suo materiale organolettico, il mondo fuori è la mia carne da macello, io sono il mattatoio dove corpi, idee, situazioni, derive di esseri, collassi e collisioni di esistenze vengono a impattare, a esplodere, a finirmi. Un mattatoio che assorbe il sangue e si trasforma nel mausoleo parlante delle parti mancanti, amputate, sindoni mistiche dell’in-dicibile. “Artisticamente” sono un soggetto furioso, ne sono consapevole. Una certa apatia mentale va presa a sberle. Chi non vuole svegliarsi continuerà a dormire, ma per un istante avrà sentito uno strano pizzicore fastidioso fra i neuroni. Ecco, quel fastidio sono io. M’identifico con questo aggettivo. È perfetto. Questa “Creatura” mi ha tenuta in ostaggio per più di un anno. Tutto si crea. Niente si distrugge. Esiste solo l’eterna trasformazione che avviene, a volte, attraverso processi misteriosi, insondabili, che resteranno avvolti nell’ambiguità per sempre. Difficile vivere l’ordinario quando sei interessata solamente allo straordinario che sta scrivendo la Creatura con le tue ossa, usandole alla stregua di matite bianche calcinate Questa “Creatura” ha cambiato forma e direzione molte volte, in questi mesi, mi ha portata dove ha voluto lei, mi ha parlato nel sonno, mi ha spezzato le gambe per farmi fermare, mi ha inchiodato ali sulle scapole per farmi volare anche dove non si poteva. La Creatura doveva scriversi. Se non puoi esprimere, gli occhi diventano parola, il viso pagina, il corpo storia. Questo libro è stato un bisogno fisiologico, una terapia d’urto sperimentale, talmente forte e piena di controindicazioni che guarisci ma ti trasformi in qualcos’altro. E’ il diario di un intimo viaggio apocalittico ai confini di me stessa, se non ti avventuri almeno una volta, nella vita, hai vissuto in vacanza. Non saprai mai chi sei, di cosa sei capace. E chi non si vuole sporcare le mani con la vita "sentita", con il catrame interiore, con l’imprevisto che straccia tutti i piani, non potrà mai guardare negli occhi il proprio demone, risalire all’originario daimon, una foto in negativo che coglie la nostra intrinseca natura opposta, essenziale, l’immagine primordiale che guida la nostra esistenza. Bisogna innamorarsi dell’inferno se si vuole incontrare il daimon, se si vuole vivere la poesia maledetta.

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INTERviste Il titolo del libro è frutto di una lunga evoluzione concettuale, di travagli ed incertezze. Le sovrapposizioni d’immagini pren-devano il sopravvento l’una sull’altra, erano creature vive, determinate ad imporsi definitivamente come diagnosi finale. Non mi esimerò mai dal creare delle fratture apparenti che celano un filo rosso teso a congiungere degli opposti altrimenti inconciliabili. Così termini asettici e chirurgici quali autopsia, suicidio, anamnesi, anestesia, eutanasia vanno ad affiancarsi ad altre parole strettamente letterarie per chiarificare che lo spettro d’azione della visione poetica non ha confini, il linguaggio della poesia è l’unico realmente sovversivo, che si sottrae a tutte le regole. La poesia, per come la concepisco io, è una trasgressione totale non un apostrofo rosa. Quindi lo consideri il tuo capolavoro? Capolavoro?? Cos'è un capolavoro? Bhè, come hai detto tu, e' stato un parto complicatissimo... Si, ma da un parto complicato può anche nascere una creatura deforme e ammalata, piena di problemi... Non credo sia il caso di “Autopsia del mio Demone”! E’ difficile esprimere un giudizio su ciò che si fa, specialmente se lo si fa senza un reale criterio come succede a me! Sono stata vittima di una POSSESSIONE e mi sono lasciata possedere. Quando ti confronti con il tuo demone hai due strade: combatterlo o dirgli: va bene, portami dove vuoi tu. Ho scelto la seconda. E mentre lo segui, lo assecondi diviene sempre più parte di te, entri in contatto con quell'immagine ancestrale che molto chiamano daimon (da cui deriva il termine demone) che ti guida da sempre...

Una furibonda deriva di versi. Un grido atavico e lucente. Tutto è compiuto. Ma faccio un'ipoteca su un miracolo. Forse non e' tutto qui. Quindi consideri “Autopsia del mio Demone” una sorta di atto conclusivo ora come ora? Fine di un ciclo sicuramente. Se vivi la scrittura come mezzo di trasformazione/trasfigurazione...si, qualcosa è finito per sempre. Acceso, divampato, consumato e spento. Conoscendomi, non mi consentirò mai di scrivere qualcosa che ritengo inferiore ad Autopsia, ma non sono nemmeno sicura di poterlo egualiare. Attendo che il Demone si risvegli. Io sono pronta a seguirlo, mi dirà lui dove dobbiamo andare... Ci sono altre forme di espressione artistica oltre lo scrivere che ti attraggono? Ce ne vuoi parlare? Come dicevo prima ho approfittato di Autopsia per focalizzare meglio la mia passione sul connubio di parola ed immagine. Infatti ho l'onore di avere la partecipazione di alcuni pittori che mi hanno pregiato delle loro opere per poter illustrare quello che a parole tento di evocare la mia è una scrittura molto immaginifica. Dipingo con il linguaggio e la poesia alla fine è una sorta di visione personale che tenta però di suggestioanare il lettore ognuno può attingere dal proprio immaginario, dalle proprie esperienze e sperimentare una sorta di coincidenza con quanto evoco in termini più o meno imponenti. Sicuramente l'idea mi è venuta attraverso le opere di Sergio Padovani. Non mi era mai successo di sentirmi tanto affine all'opera di un pittore! [ ]

Cosa pensi di poter scrivere ancora, dopo questo viaggio allucinogeno dentro le sezioni del tuo demone? Perchè ti senti come se avessi concluso l'unico viaggio che ti era concesso, per questa vita? E ora? che succederà? Non lo so. Potenzialmente, potrebbe accadermi quello che accadde a Rimbaud dopo che finì la sua tempestosa relazione con Verlaine. Non scrisse più un solo verso. E andò in africa come se non fosse mai Stato rimbaud. Ho scritto tutto quello che potevo scrivere per ora.

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BAUSTELLE Fantasma (Warner, 2013)

di Nadia Merlo Fiorillo

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i direbbe che per apprezzare Fantasma, registrato con l’apporto di un’orchestra di sessanta elementi, sia richiesto un fin troppo addestrato gusto per quel certo classicismo sinfonico di cui è infarcito. Solenne fin dal suo preludio ridondante – quasi una suite che fa il verso alle migliori atmosfere gotico-horror di Argento, musicate da Morricone – Fantasma risulta, e non solo ad un primo ascolto, meno accessibile dei dischi precedenti e ci si chiede se sia un esito voluto o solo auspicato da Bianconi & Co. Proprio la ricercatezza sonora è il filo conduttore dell’album, che si dipana in un ricorso sfacciato a fagotti, clavicembali, timpani roboanti e ad una sezione d’archi presente in gran parte dei brani meno pop dell’intera tracklist (in special modo negli strumentali Nessuno muore, Primo principio di estinzione, Secondo principio di estinzione o in L’estinzione della razza umana), per giungere ad un’esaltazione della liturgia sacra, espressa tramite l’audace utilizzo dell’organo (L’orizzonte degli eventi). Che i Baustelle si siano distinti nel panorama musicale italiano degli ultimi anni come band “colta” ed estetizzante non è una novità, ma questo loro ultimo lavoro discografico, al di là degli entusiastici consensi già riscossi, tradisce un senso di grandeur stilistica neanche ben dissimulato (evidentissimo il richiamo al Bolero di Ravel ne Il finale, sebbene ripreso in una reiterazione fonica che manca il pathos del crescendo raveliano). Strutturato a mo’ di proiezione cinematografica, con tanto di titoli di testa, intervallo e titoli di coda – come a voler trasferire sull’immaginazione dell’ascoltatore la sequenza delle 19 tracce/fotogrammi – Fantasma abbandona le ambientazioni adolescenziali tanto care

al trio di Montepulciano, per calarsi nei topoi dell’emotività e della psicologia adulta, declinati alla luce di ripetuti richiami metafisici al divino, misti ad espliciti riferimenti letterari: Dio e Montale, Cristo e Poe, ma anche l’Ave Maria «che nessun figlio piangerai», Foscolo e un D’Annunzio postindustriale o postatomico (quest’ultimo chiara suggestione in Radioattività). Sebbene sia presentato come concept album sull’idea del tempo, si è dinanzi ad un’opera di simultanea esaltazione e ricusa del solo passato e i fantasmi ovunque presenti altro non sono che le figure, le riapparizioni di ciò che è stato e che non torna, se non nel ricordo presente. Pare non esserci vita da venire, in questo album, se si esclude l’allusione esplicita al futuro dell’undicesima traccia (Il futuro), benché si tratti, ad uno sguardo meno grossolano, di un inno nichilistico («il futuro cementifica la vita possibile») o dell’esaltazione di un’ormai trascorsa aurea aetas. Tra l’altro, si ha la netta impressione che il tema intorno al quale è stato edificato il corpo dell’album ne sia estrinseco e che il collante della sua organicità si limiti ad essere un accanimento solo nominale su termini come “morte”, “tempo”, “temporalità”, “eternità”, “evento”, “passato”, “oggi”. Qualcuno potrebbe certamente riconoscere a Fantasma una foggia avanguardistica, ma ci si ingannerebbe a voler confondere l’ibridazione di generi musicali o la ripresa parzialmente decontestualizzata dell’orchestra con l’innovazione destrutturante di schemi sonori tradizionali. Se proprio si vuole conferire ai Baustelle un merito, si può senza dubbio accordar loro quello di una ricerca volta alla sperimentazione di un pop sinfonico inusuale per l’attuale scena indie italiana, una sperimentazione che si nutre senza alcun dubbio dell’apporto preziosissimo di Enrico Gabrielli, ma oltre a ciò non sembra che la band di Bianconi possa vantare per questo nuovo lavoro quell’originalità che pure gli viene concessa altrove, soprattutto se si tiene conto dei continui tentativi di clonazione vocale di De Andrè, cui Bianconi sembra non volersi sottrarre. Tutto sommato, un disco molto ambizioso nelle intenzioni e nel risultato: chi lo ascolterà sarà altrettanto colto ed intellettuale per apprezzarne fino in fondo la complessità di rimandi o si contenterà di un suo ingenuo “consumo”? [ ]

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MARTA SUI TUBI Cinque, la luna e le spine (Bmg Rights Management, 2013) di Nadia Merlo Fiorillo

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a 5 anni insieme in una formazione di 5 musicisti. 5° disco all’attivo. Tornano i Marta sui Tubi e il loro nuovo album Cinque, la luna e le spine li conferma band qualitativamente eccentrica rispetto al mare magnum, fin troppo ingombrato, delle realtà attualmente in circolazione nel panorama rock italiano. Concepita e realizzata in soli tre mesi, la nuova fatica dei Marta si snoda elettronicizzandosi e scalpitando lungo 11 tracce, caratterizzate dagli standard sonori e interpretativi tipici dei dischi precedenti, ma proposti in una forma che strizza l’occhio ad una sperimentazione sonora pressoché insolita per i loro canoni folk e blues. Restano, infatti, gli arpeggi netti e iperbolici di Pipitone (Il primo volo, Il collezionista di vizi), sebbene presentati altrove in veste spuria, come nel campione di chitarra manipolato de I nostri segreti, pezzo in cui l’elettronica è lasciata agire anche nell’uso del reverse recording. E chiaro è il tributo che i Marta offrono all’elettro-rock e all’elettro-pop, soprattutto nella linea ritmica e melodica de Il primo volo, brano che evoca in maniera decifrabilissima, al di là di distorsioni al limite del metal, la presenza dei Radiohead - in un’inequivocabile allusione a Kid A - e un accenno di Depeche Mode, per poi aprirsi ad atmosfere lievemente più acustiche in Vagabond home - unico pezzo in inglese - nel quale Gulino sembra misurarsi, vincendo la sfida, con il cantato dei migliori rock musical anni ’70. Quello che non stupisce, perché ci ha ben abituati e in questo disco non delude, è proprio l’espressionismo vocale di Giovanni, perfettamente immedesimato nelle sue corde blues (Polvere sui maiali) e parossisticamente teso negli spasmi scioglilinguistici di un’interpretazione incalzante e sismografica, che rende Tre

il pezzo più persuasivo dell’intero disco, con nulla da invidiare ad una magistrale improvvisazione prog. Ma nell’elettronica e nella psichedelia rock i Marta celano abilmente il contagio del miglior cantautorato siciliano: con chi canta Gulino in Grandine, se non con Venuti e Battiato (quest’ultimo echeggiato anche nel coro di Dispari, quasi un gemello di quello che dà inizio a Cuccurucucu Paloma)? Citazione più che colta, poi, nel titolo, dove compare una credenza popolare riferita da Dante nella Divina Commedia, secondo la quale Caino sarebbe stato esiliato sulla luna e condannato a portare in eterno sulle sue spalle un fascio di spine, per espiare l’assassinio del fratello e la colpa della propria invidia. Tema ricorrente delle liriche, in effetti, parrebbe essere un’analisi spesso sarcastica, talvolta infastidita, ma in ogni caso critica della condition humaine, sempre in bilico tra la tentazione del male (Il collezionista di vizi), il peccato capitale (l’invidia in Maledettamente bene, la lussuria in Tre) e la sua pur connaturata integrità (C’è innocenza in noi? - I nostri segreti). Non concedendosi mai scivoloni imbarazzanti su canovacci poetici logori e melensi, i Marta continuano a trattare l’attualità delle relazioni con piglio irriverente e canzonatorio (tale è la presa di posizione contro il “pubblico isolamento” raccontato in Dispari) e non scendono a patti con un asfittico intellettualismo neppure di fronte ad un concetto speculativo come quello dell’amor fati, lasciato esplodere con grinta nell’esaltazione corale di Vorrei. Cinque, la luna e le spine è un disco clamoroso, ebbro e in fin dei conti di brillante convalida, in cui i Marta sui Tubi danno prova della loro talentuosa statura, senza peraltro progredire né regredire. Stavolta, piuttosto, si fa un passo a latere rispetto alla loro già percorsa strada artistica, perfezionandola con una prospettiva ulteriore e, per questo, davvero di tutto riguardo. [ ]

MARTA SUI TUBI - CINQUE, LA LUNA E LE SPINE 01. Il Primo Volo 02. Dispari 03. I Nostri Segreti 04. Vorrei 05. Vagabond Home 06. Il collezionista di vizi 07. Tre 08. La ladra 09. Maledettamente bene 10. Grandine 11. Polvere sui maiali

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CorLeone Blaccahenze (Etnagigante, 2013) di Giulia Palummieri

A

lzate il volume fino a farvi sanguinare le orecchie, sigillate porte e finestre arrivando al punto in cui, complice lo straniante mix letale di goduria-stordimento, cadrete vittima del CorLeone sound. Agevolate la fase allucinogena trattenendo a più riprese il respiro e fate in modo che i saettanti colpi sferzati vi arrivino dritti in faccia gioendo, altresì, dei brividi causati dall’appena scoperto amore per certe forme di masochismo. Questa, cari avventori del tasto play, è una guerra senza freni, un sovraccarico di input, un vortice, una baraonda o come dicono in quel di Montorio e come titolo cita, un blaccahénze. Lasciatevi quindi trasformare nelle sue vittime e, allo stesso modo, vi ritroverete a ricoprire il ruolo dei carnefici prediligendo, in sintonia con ciò che vi circonda, nella scelta dei vostri martiri, aspetti come l’esaltazione-sconquasso dei sensi e il concetto di categoria. E’ infatti l’idea di libertà a caratterizzare questo ultimo incanalamento della multiforme ecletticità di Roy Paci, l’uomo alle redini del progetto e, traccia dopo traccia, vi renderete conto di quanto il poliedrico musicista siciliano non risparmi la sua voglia di sperimentazione donando oltretutto all’insieme una tattile sensazione di serenità mentale svincolata da ogni costrizione presunta o reale. Arrivato otto anni dopo l’esordio con “Wei Wu Wei” questo nuovo lavoro targato CorLeone annuncia subito il suo respiro guardando oltre i limiti del jazz e delle tecniche di improvvisazione legate agli accenni free del genere. In questo modo riesce a spingerci, tra i devasti sonori, sulle lande di mondi costruiti mediante l’esaltazione di taglienti frequenze medio-alte

(notare l’essenza del basso) nel cui percorso vengono sciorinate affilate sfumature capaci di far virare la matrice da forme di jazz più elettriche a quelle dagli slanci core. E’ il linguaggio funambolico, d’altronde, il motore di questa energica impresa in cui gli eccentrici dialoghi tra gli strumenti tessono le trame di una musica visiva ed immaginifica capace di trasformarsi via via, tramite le numerose forme di contaminazione e alla caratura dei musicisti coinvolti, in approcci completamente diversi da quelli di partenza. E pertanto, con disinvoltura, si arriva a toccare l’apice delle sfere funk, no-wave, rock, post-punk o pop sporco idoneo anch’esso a ramificarsi, in stile bomba atomica, in esigenze dissimili abili poi a contraddistinguersi durante lo scorrere del disco. La grande varietà sonora, d’altro canto, è un ulteriore elemento cardine di “Blaccahénze”, il quale riesce a far collimare in armonia stati ipnotici e foschi con quelli più briosi e di taglio popolare, smuovendo, con vivo fervore, la curiosità dell’ascoltatore dalla prima all’ultima traccia. Se da una parte, quindi, quest’animo di Roy Paci è su larga scala il meno conosciuto, tale ultima produzione non può che riconfermarlo ai primissimi posti delle fasi più innovative ed interessanti, facendone così un disco necessario. [ ]

CORLEONE - BLACCAHENZE 01. Cinematic conventions of murder 02. Moshpit comedy 03. Lookin’ for work 04. Double threesome 05. Umuntu ngumuntu ngabantu 06. Tromba l’oeil (Reloaded) 07. Budstep infected

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EDIBLE WOMAN Nation (Santeria/Audioglobe, 2013) di Giulia Palummieri

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li Edible Woman, tre musicisti famelici di suoni e della malleabilità degli stessi, tornano in campo con un nuovo disco e, se già con i primi tre potevamo mettere da parte le presentazioni, ora senza dubbio, con Nation, sembra impossibile non sottolineare quanto il trio sia, con degna motivazione, ormai un punto fermo per i cultori della musica di qualità. Giunto, infatti, anche quest’ultimo senza un apparente filo conduttore con i precedenti lavori, tale nuovo genito fresco di parto è invece un’ulteriore stretta di rosso vestiva atta a sottolineare il legame profondo tra i quattro dischi, anche detto, appunto, amore per la musica con la m maiuscola e voglia di riscattarla. Mossa da un’ingente dose di sperimentazione, d’altronde, Nation non riuscirebbe a nascondere le sue preziose buone prospettive neanche all’orecchio più distratto e così, pezzo dopo diversissimo pezzo, esplode tutta la voglia dei suoi fautori di andare oltre, riuscendo oltretutto a mantenere i dieci pezzi altamente scorrevoli e piacevoli all’ascolto. Distribuiti da Audioglobe per l’Italia e dalla mitologica Rough Trade per il resto dell’Europa, conquistando fan d’eccezione come Julian Cope e puntando su sonorità new wave dai respiri di terra di Albione, d’altronde, si evidenzia subito quanto tale produzione non abbia alcuna voglia di restare entro un determinato qualunque qualcosa. Registrato praticamente in presa diretta per preservare istintività ed una certa dose di sudore rock anche durante le fasi iper studiate, Nation di fatto si distingue subito per il suo slancio ambizioso ed il suono più maturo e consapevole rispetto alle precedenti produzioni, risultando altresì idoneo a donare ai suoi fautori

un gioiellino capace di consolidare il suo spessore ad ogni ascolto. Meno tipicamente post-punk rispetto agli inizi della carriera, le dieci tracce si strutturano ora mediante un’originale commistione di alt-rock, psichedelia, noise, pop, progressive, blues e quant’altro il cui insieme, pur donando al pezzo un organico massiccio, riesce a virare per direttissima verso l’eliminazione degli eccessi. Mantenendo tale apparente aspetto minimale, il suono risulta così asciutto quanto caldo e fisico. donando in questo modo, tra organi, chitarre, trombe, batterie assenti o mono ritmo e modulazioni vocali, una musicalità mai lineare. Con il suo songwriting curato ed i suoi intrecci sonori, sono quindi tantissime le sensazioni su cui vi imbatterete percorrendo le strade della Edible Woman nazione, andando, senza perdersi in chiacchiere, da momenti inquieti a quelli ipnotici, dai vibranti ai robotici o dai visionari a quelli maggiormente rilassati, ma su tutto regnerà palese la tangibile volontà del gruppo di produrre un disco valido e suonato per il piacere di farlo. Provateli, amateli, non lasciateli più. [ ]

EDIBLE WOMAN - NATION 01. Heavy Skull 02. Safe and Sound 03. Psychic Surgery 04. A Hate Supreme 05. Cancer 06. Money For Gold 07. Nation 08. Call Of The West / Black Merda 09. The Action Whirlpool 10. Will

Giulia Palummieri è anche qui: JK | 33.blogspot newsofthepost .it


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CESARE BASILE CESARE BASILE (Urtovox, 2013)

di Thomas Maspes

Quannu cantu ccu tia, nun mi cunfunno”. E pare proprio sia vero. Già dal primo brano di questo nuovo lavoro del bravo musicista catanese, non si avverte alcun tipo di confusione o di dubbio, ma al contrario si percepisce, da subito, una profonda e consapevole padronanza nei propri mezzi, una lucidità impressionante nella scelta dei suoni e nella scrittura vera e propria delle canzoni. Certo, sappiamo tutti che Basile non è un’artista di primo pelo, e che di strada ne ha macinata molta. Anni fa con i suoi Quartered Shadows aprì anche i concerti dei Nirvana. Erano ancora i tempi della migrazione dalla sua amata terra siciliana. Prima Roma e poi Berlino. Oggi dopo vari dischi incisi a suo nome dal 1994 (ben sette), torna a raccontarci le sue storie, a sorprenderci con la sua poesia polverosa ad alto tasso emotivo. Lo fa nei migliori dei modi, aprendo il disco con un ipnotico arpeggio di chitarra al quale si affiancano successivamente una percussione semplice e lineare da suonatore di strada e un violino “ubriaco” che porta alla mente immagini che profumano d’Irlanda. E poi arriva la voce di Cesare, che in dialetto siciliano ci racconta la storia di un uomo che attraverso la musica è riuscito a conquistare la propria libertà e, forte di quella conquista, sfida gli altri uomini a confrontarsi con lui sui temi dell’amore, della gelosia e della sconfitta. Tutto il disco è focalizzato sul tema della libertà. La libertà che si raggiunge con i propri mezzi, con il talento o con il sangue, con il desiderio di sentirsi esseri completi ed autonomi, senza ovviamente rinunciare a vivere con gli altri o per gli altri. Ci sono gli sfruttati, i lavoratori a giornata oppressi dai loro caporali; gli immigrati che viaggiano attraverso

l’inferno dei mari; le donne costrette una vita a mantenersi in ginocchio per lavorare nei campi, per pregare, per soddisfare le voglie degli uomini. Donne così abituate ad essere sottomesse, ad essere costantemente private della libertà che, alla fine della loro vita, chiedono di essere messe “addinucchiate” nella bara, proprio perché incapaci di rimanervi distese. La scelta del primo singolo è caduta su “Parangelia”. Un brano duro, che parla di un omicidio (accaduto realmente e testimoniato anche nella pellicola del regista greco Pavlos Tasios) nato dalla follia dell’esasperazione: un uomo si trova in un locale, chiede alla band sul palco di suonare una canzone che lui ama particolarmente. La gente si getta sulla pista per ballare, ma lui non vuole. Non vuole che nessuno balli la sua canzone. Estrae un coltello dalla tasca e uccide senza pietà. Confrontarsi con temi così difficili è tipico di Basile. La sua arte rifugge dai luoghi comuni, scava in profondità senza alcuna paura di ferire o ferirsi; sceglie di porsi continuamente domande perché in fondo, delle risposte, spesso non sappiamo cosa farcene. Il disco è impreziosito anche dalla presenza di ottimi musicisti quali Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours, Enrico Gabrielli dei Calibro 35 e dal bravo cantautore veneziano Marco Iacampo. NOTA: nella versione in vinile sarà incluso un secondo disco con alcune versione acustiche delle più belle canzoni di Cesare Basile, fra cui “A tutte ho chiesto”, “All’uncino di un sogno” e “Dal cranio”. [ ]

CESARE BASILE - CESARE BASILE 01. Introduzione e sfida 02. Parangelia 03. Canzoni Addinucchiata 04. Nunzio e la Libertà 05. Marilitta carni 06. Minni spartuti 07. L’Orvu 08. Caminanti 09. Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer 10. Sotto i colpi di mezzi favori.

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mai personal mood CACTUS

tenute nell’album, che alterna ritmi più incalzanti (“Coyote”) a melodie più lente, non correndo mai il rischio di annoiare. “ Il Cactus si erige a totem solitario, è una fuga, un ritorno, una difesa, una provocazione” . [ ]

(Foreas/Audioglobe, 2012) di Alina Dambrosio

Cactus è un simbolo. Cactus cresce in un ambiente ostile, arido, sopravvive in condizioni difficili ed è protetto dalle sue spine.” Con questa consapevolezza ci proiettiamo in Cactus con tutte le dovute precauzioni che non fanno che farcelo apprezzare maggiormente. Cactus è frutto di passione, di un gioco con le melodie, di come si può creare musica di un certo tipo anche in un ambiente di provincia, spesso privo di stimoli e ricco di pregiudizi. ma è innanzitutto l’album d’esordio dei Mai Personal Mood, band pugliese composta da Francesco Allegro, Andrea Messina, Matteo Conte, Michele Di Muro, Cataldo Leo. Uscito il 12 novembre 2012 per Forears con distribuzione Audioglobe & The Orchard. È un album in cui ci si immerge a piccoli passi, silenziosamente per assaporarne ogni retrogusto. Sarebbe semplicistico definirlo un album electro pop, perché a un ascolto più immerso si toccano punte di new wave come in Fobie, suoni falsamente puliti, in cui hanno ampio spazio le chitarre. Guadalupe ad esempio, quarta traccia, si colloca tra un dub più soft ed elettronica, con un motivo non banale, ma che facilmente entra in testa, già a un primo ascolto, uno dei brani più riusciti dell’album, a parere di chi scrive. Cactus segna l’identità dei Mai Personal Mood, che oscilla fra una tradizione alternativa italiana che richiama i Subsonica e a tratti i Bluvertigo e qualcosa di totalmente nuovo. Non si tratta di indie all’italiana, è qualcosa di più. Nonostante le melodie di respiro internazionale, c’è una volontà di attaccamento alla terra d’origine, come testimonia la scrittura dei testi in italiano. L’elettronica si fa spazio tra le 10 tracce con-

MAI PERSONAL MOOD - CACTUS 01. Cactus 02. Boom Corneluis 03. Guadalupe 04. Senza Costume 05. Fobie 06. Noi,di notte, gli errori 07. Y Mentas 08. Paul 09. Coyote 10. L’attesa

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recensioni con Tell Me, arpeggi elettrici che rimandano VERONICA FALLS bamente ai Television, ritmo incalzante e intrecci vocali, segue Teenage, primo singolo ad alto tasso melodico tra chiWaiting for tarre scintillanti e cori sixties che la fanno da padrone nella successiva Broken Toy, dal bridge e dal something to happen anche ritornello killer. La quarta traccia è Shooting Star che

(Bella Union, 2013) di Antonio Asquino

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opo il validissimo esordio omonimo di due anni fa tornano i londinesi Veronica Falls uno dei gruppi più interessanti in circolazione usciti negli ultimi anni e campioni assoluti di scrittura pop in salsa indie (quello vero, non quello a chiacchiere). I quattro prendono le mosse da quel movimento piuttosto vario e ampio chiamato C86, nato negli anni’80 attorno allo svilupparsi di un pop chitarristico, figlio (o meglio nipote) diretto dei Velvet Underground,passato per i Modern Lovers e culminato in gruppi straordinari come Beat Happening e Television Personalities tanto per fare due nomi. In realtà con questa seconda fatica il gruppo va oltre perché le influenze si moltiplicano ma non è questo il punto bensi’ la capacità evidentissima di saper scrivere e arrangiare, come pochissimi altri, Three-minute songs perfette e travolgenti nella loro semplicità. Tanti gruppi che hanno assaggiato l’hype col primo lavoro, alla seconda prova mostrano la corda dimostrando il valore effimero della loro proposta, i Veronica Falls invece, sono addirittura maturati e migliorati già rispetto agli ottimi livelli raggiunti, perdendo un po’ di ironia cupa che aveva contraddistinto l’album del 2011 e affinando quella freschezza melodica, quelle capacità negli intrecci vocali maschilifemminili e quello stile genuino e trascinante che sono elementi distintivi della band e rendono irresistibili i tredici brani che compongono questo Waiting For Something To Happen. Roxanne Clifford e James Hoare (voci e chitarre) Marion Herbain (basso ) e Patrick Doyle (batteria e ai cori) registrano con il produttore Rory Attwell in regia, uno dei dischi che si candida ad essere tra i migliori del 2013. L’album si apre super-

rallenta il ritmo ma in quanto a orecchiabilità non fa prigionieri risultando uno dei brani più belli. La traccia omonima è una epifania che si dipana su un ritmo in crescendo e che nella sua evoluzione ti fa pensare di aver già sentito più e più volte quella stessa melodia che però è talmente bella che non solo non te ne frega niente ma vuoi riascoltarla ancora e ti ritrovi a canticchiarla senza sosta. If You Still Want Me è magistrale incedere ossessivo di velvetiana memoria sviluppato su canti e controcanti, My Heart Beats è un scatenato jingle jangle tra garage e surf. La numero sette è Everybody’s Changing un brano che sembra una jam tra REM e Vaselines, Buried Alive è pop’n’roll che trasporta i Jesus & Mary Chain sulla spiaggia e Falling out si mantiene su territori più riflessivi pur senza rinunciare ad un tiro avvolgente. La traccia undici, So Tired si regge su ritmo rock’n’roll e controcanti di stampo anni cinquanta, a seguire troviamo la dolcezza più acustica di “Daniel”col suo arpeggio chitarristico di zucchero filato. Un disco meraviglioso come questo non può che concludersi con un brano meraviglioso come Last Conversation e le sue suggestioni vicine allo shoegaze, una splendida cavalcata dream pop di alto livello. [ ]

VERONICA FALLS -WAITING FOR SOMETHING TO HAPPEN 01. Tell Me 02. Teenage 03. Broken Toy 04. Shooting Star 05. Waiting For Something To Happen 06. If You Still Want Me 07. My Heart Beats 08. Everybody’s Changing 09. Buried Alive 10. Falling Out 11. So Tired 12. Daniel 13. Last Conversation

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EELS Wonderful Glorious (Vagrant Records, 2013) di Antonio Asquino

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ister E, al secolo Mark Oliver Everett, sembra aver ritrovato un qualche tipo di serenità dopo tante sofferenze (già perché al nostro la vita non ha riservato esattamente rose e fiori, una sfilza impressionante di lutti e problemi hanno accompagnato la sfolgorante carriera di questo grandissimo artista), come canta all’inizio di New Alphabet, uno dei brani centrali e più riusciti di questa sua decima fatica: You know what? I’m in a good mood today/well I’m so happy it’s not yesterday e non si fa fatica a credergli visto l’andazzo del disco, eclettico, compatto e diretto come mai prima. Merito di questo “mood” è da attribuire sicuramente ad un approccio più sereno nell’affrontare il quotidiano in generale ma soprattutto ad un nuovo studio di registrazione chiamato The Compound costruito in una intera casa (dopo tanti anni in un seminterrato) e alla nuova band (The Chet e P- Boo alle chitarre, Koool G Murder al basso e Knuckles alla batteria) ormai stabile anche nei live da due anni che per la prima volta danno al nome Eels il significato di un gruppo a tutti gli effetti, tanta è la partecipazione attiva agli arrangiamenti e alle decisioni in merito ai brani, per ammissione dello stesso E. Il disco si apre in pompa magna con il blues sporco e percussivo di “Bombs Away” che nell’arrangiamento e nelle chitarre ricorda tanto il miglior Tom Waits, a cui segue Kinda Fuzzy e tutto il suo mestiere che mischia sapientemente funky di matrice seventies, riff quasi hard rock e stacchi pop, al numero tre troviamo la rilassata Accident Prone. Peach Blossom, già anticipazione del disco, è uno dei brani più immediati, dal riff che non sfigurerebbe nel repertorio di alfieri del nuovo (vecchio) blues garage come i Black Keys

o i compianti White Stripes, gioiellino che lievemente ricorda, nella melodia che fa da controcanto, quella Flyswatter già pezzo pregiato del repertorio di Mark Oliver Everett . Uno dei picchi assoluti del lavoro arriva con On The Ropes, capolavoro di melodia tendente al folk e scrittura che tanto rientra nel canone di songwriting di marca Eels, segue The Turnaround bellissima nella sua maestosità distorta, esempio lampante di come scrivere e arrangiare una canzone con intelligenza e pathos in crescendo. Di New Alphabet e del suo strisciante ottimismo nelle liriche abbiamo già accennato, aggiungo che invece, nella musica, è un rock blues scurissimo che nelle strofe ricorda quasi i Morphine. Stick Together è vivace e incalzante laddove True Original è ballad sognante. Il blues torna a farla da padrone con Open My Present e il genio estroso spolverato di elettronica con You’re My Friend. I Am Building A Shrine è splendore melodico nelle sublimi aperture pop del ritornello ed ennesima vetta dell’album con Wonderful Glorious che chiude mirabilmente, tra ammiccamenti funky e archi che sembrano rubati ai Flaming Lips di The Soft Bullettin. Questo è un disco tanto bello quanto importante, sicuramente una delle prove più convincenti di una discografia di livello sempre alto, in lotta per entrare all’ultimo posto della top five dei dischi degli Eels. [ ]

EELS - WONDERFUL GLORIOUS 01. Bombs Away 02. Kinda Fuzzy 03. Accident Prone 04. Peach Blossom 05. On The Ropes 06. The Turnaround 07. New Alphabet 08. Stick Together 09. True Original 10. Open My Present 11. You’re My Friend 12. I Am Building a Shrine 13. Wonderful, Glorious

JK | 37


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Quando l'Italia fu invasa dall’ultimo dei marziani Il poprock italiano racconta David Bowie di Giuseppe Losapio

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opo David Bowie la musica non è stata più la stessa. Solita frase?! Trita e ritrita, da usare quando ci si trova di fronte a qualche popstar, che ha ormai smesso di comporre o in fase calante. Nel caso di Bowie, no, e a pensarlo sono in tanti e gran belle teste "musicanti" del repertorio italiano che si ritrovano nell'ultima biografia dedicata al Duca Bianco a cura di Leo Mansueto. Partendo dalla fine, dalla postfazione scritta da Morgan, dove si parafrasa il filosofo goriziano Carlo Michelstaedter, morto nel 1910 suicida a ventitre anni, in La persuasione e la rettorica: «Perché quando leggiamo Leopardi, leggiamo e poi chiudiamo il libro e torniamo a vivere la vita di prima come prima. E invece non dovremmo. Perché se avessimo davvero capito Leopardi ci uccideremmo dopo averlo letto. Moriremmo, anche simbolicamente, con lui. Non si può leggere Leopardi o ascoltare Beethoven e dopo restare quelli che eravamo. Bowie si è sempre lasciato attraversare dalle cose con cui ha avuto a che fare, nel bene e

nel male». In effetti, sia il poeta di Recanati sia David Bowie, sono degli alieni e Mansueto ne L'ultimo dei marziani. David Bowie raccontato dal poprock italiano per i tipi della Caratterimobili, collana Formiche elettriche sulle culture pop, lo dimostra. Il racconto è scorrevole e ricco d'informazioni sulla vita e opere di Ziggy Stardust, per citare la maschera più riuscita creata dall'artista di Brixton, sobborgo londinese che vide muovere i primi passi di David Robert Jones. L'autore, giornalista e critico musicale, si muove lungo la vita di Bowie con un racconto che fa da cornice a ben ventiquattro testimonianze della scena poprock italiana indipendente (Alessandro Raina, Massimo Zamboni, Manuel Agnelli, Federico Fiumani, Andrea Chimenti, Dino Fumaretto, Paolo Benvegnù, Marco Parente, Tommaso Cerasuolo, LeLe Battista, Andy, Enrico Ruggieri solo per citarne alcuni). Una sorta di Decameron in cui le parole e le musiche di David Bowie scandiscono il percorso artistico e biografico di questi artisti. Un gioco di specchi riflessi dove si paga il tributo ad un artista che non è stato solo capace di cambiare se stesso e di ricrearsi incessantemente, ma di modificare la musica italiana, anche se questa, per provincialismo, lo ha sempre tenuto nella gabbia patinata dell'immaginario glam depotenziando la sua carica artistica. «Il glam di Bowie - scrive nella prefazione Pierpaolo Capovilla - era al tal punto intriso di contenuto e malinconica poesia, da passare in secondo piano, e trasformarlo iconicamente in simbolo "cinematografico" di quegli stessi contenuti e quella stessa poesia». Il multiforme immaginario di Bowie, dal marziano Ziggy Stardust, al vanesio Duca Bianco, all'esperimento protogrunge dei Tin Machine, fino allo psico-detective Nathan Alder, fagocita e supera le pulsioni tipicamente glam dello spettacolo quale merce teorizzato da Guy Debord, per approdare ad uno "spettacolo del Sé" libertario. Inventarsi alieno, poi alfiere dell'amore consumato sotto l'ombra del muro di Berlino, come nella trilogia Low, Heroes e Lodger, e uomo isolato nella propria stanza denuncia come nell'ultimo trentennio: «I nostri sentimenti più autentici - annota lo scrittore barese Nicola Lagioia nella sua introduzione al libro -, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove». E Bowie per portare un carico così potente, ha dovuto trasformarsi, diventare egli stesso contenitore di questi, a volte scadendo anche nel commerciale, ma si sa, "si muore un po' per poter vivere". [ ]

JK | 38


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DANCE WITH THE BEAR I love you, bears! (Ocarina, 2012)

di Claudio Delicato

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l disco dei Dance with the bear è come un trentacinquenne in cassa integrazione che si imbottisce di Diazepam e Viagra e si aggira a Largo Preneste con la bava alla bocca infilando il membro in qualsiasi orifizio gli capiti a tiro di schioppo, senza vincoli di età, sesso, razza o religione: non bada ai fronzoli, ma non si può certo negare che abbia il cazzo duro. Ho sempre provato simpatia per i dischi scevri da pretestuosi aneliti d’immortalità; amo lo spirito di chi è conscio che non rimarrà nella storia ma fa il suo porco dovere senza strizzare l’occhio al tasto “like us on Facebook”. “I love you, bears!” rientra alla grande in questa categoria: nove pezzi di dance-punk allo stato puro, un genere che troppo pochi hanno percorso in Italia, con il piede pigiato sull’acceleratore e il naso ancora imbiancato dalla cocaina. Il primo modello che viene in mente ascoltando il disco sono i Does it offend you, yeah?, per la violenza delle distorsioni e gli arrangiamenti da headbanging costante; il possibile (voluto?) riferimento ai Digitalism del titolo mi sembra invece più nelle intenzioni che nella sostanza. La voce femminile ha un retrogusto vagamente techno, unico aspetto che non mi entusiasma pur non stonando con il contesto; sono infatti del parere che questo genere raggiunga il proprio apice quando le linee vocali sono più grattate e punk, e per questo mi viene da pensare – perdonatemi se sbaglio – che la cantante Giada Simone non abbia esattamente un background electroclash. Pecca comunque marginale e più che soggettiva, se si considera che “I love you, bears!” centra in pieno l’obiettivo: essere una gangbang di 36 minuti senza

velleitari propositi di eterogeneità che trova il suo culmine espressivo nella devastante title track e nella coattissima “We don’t believe”. Non molto da dire sui testi, che per scelta deliberata del gruppo non hanno un senso vero e proprio ma sono composti sulla base del suono delle parole. Poco male per un genere che non ha mai fatto delle lyrics il proprio cavallo di battaglia, ma a questo punto mi chiedo: perché non fare lo stesso esperimento in italiano, magari in futuro? Una mossa del genere renderebbe ancora più originale il progetto dei Dance with the bear. È solo un’idea, poi oh, se vorranno perseverare con l’inglese, come ho detto alla mia ragazza quando mi ha manifestato l’intenzione di indossare un completino intimo fatto di ragù di cinghiale bianco: “sono scelte.” “I love you, bears!” fa tutto ciò che un gruppo ferrarese dovrebbe fare, ovvero bussare a casa di Vasco Brondi, guardarlo con aria di sfida e dirgli: “sì, bravo, tutto bello, ma noi vogliamo anche ridere,” quindi correte ad accattarvi ‘sto disco, avendo cura di lasciar da parte qualche spiccio per la ketamina. [ ]

I LOVE YOU, BEARS! – DANCE WITH THE BEAR 01. We don’t believe 02. Human mind 03. A reason 04. The future 05. I love you, bears! 06. I want to kill you 07. Like an animal 08. Go back! 09. A reason [funkstep remix by Omar DGTLMonkey]

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IACAMPO Valetudo

(Urtovox/The prisoner, 2012) di Claudio Delicato

rato italiano di fine anni ’90 e inizio 2000, insieme a Daniele Silvestri, Tiromancino e compagnia bella. Ora chiariamo da subito che, a causa dei toni da giorno di pioggia del disco, “Valetudo” non è forse l’album più adatto per il vostro home cinema se di recente avete accarezzato velleità suicide: ma se volete sentirvi in compagnia quando siete malinconici, spegnete “Centovetrine” e mettete su Iacampo. [ ]

L

a prima cosa che ho pensato ascoltando il disco di Iacampo è che vorrei essere suo padre solo per scompigliargli i capelli dicendogli “bravo, bello de papà. Iacampo ha una dote che dal mio punto di vista alza la valutazione di partenza di un disco di due o tre decimi: una voce splendida. Timbro caldo, uso sicuro e linee vocali composte in modo intelligente. Per cui mi rivolgo direttamente a te, Iacampo: se non hai fumato, non iniziare. Se fumi, fa’ in mondo di mantenere la voce esattamente così com’è ora. In “Valetudo” ci sono tutti gli elementi necessari per rimorchiare una fuoricorso in Scienze della Comunicazione: canzoni acustiche con sonorità da cantautorato classico italiano e qualche leggera sfumatura folk. Cimentandosi in questi generi è difficile trovare un equilibrio che ti tenga alla larga dalla definizione di “gruppo per fuorisede”, ma Iacampo ci riesce alla perfezione. Il disco si scioglie in bocca, per citare Mario Brega “è ‘n zucchero,” scivola via dolcissimo dall’inizio alla fine. Il mood è costantemente malinconico ma ‘sto veneziano di ferro non si piange mai addosso. Il missaggio gradevole da concerto intimo e alcune sapienti scelte in termini di arrangiamento lo rendono un disco che suona pieno ma non saturo. Gli episodi migliori sono “Amore addormentato”, “Tanti no e un solo sì” e la bellissima prima traccia “Mondonuovo”. Brani come questi danno l’impressione che Iacampo, malgrado la sua carriera musicale sia lunga, sia in qualche modo emerso nell’epoca sbagliata; lo avrei visto più a suo agio nell’onda di (bel) cantauto-

IACAMPO - VALETUDO 01. Mondonuovo 02. Amore in ogni dove 03. Soltanto io, solamente noi 04. Trecento 05. Tanti no e un solo sì 06. San Martino in Pensilis 07. Non è la California 08. Gli inverni non mi cambieranno più 09. Un’elica 10. Amore addormentato 11. Valetudo

Claudio Delicato è anche qui JK | 40 www.ciclofrenia.it


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suggestioni

mojo filter The Roadkill Songs (Club De Musique Records, 2013)

di Andrea Furlan

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er definizione il rock che definiamo classico appartiene agli anni settanta. Pur essendo innegabile che esso rappresenti uno dei caposaldi cui nessun vero appassionato della nostra musica può prescindere, è altrettanto vero che da allora sono passati quarant’anni ed perciò lecito domandarsi se abbia ancora senso rievocare quella stagione irripetibile, se sia possibile dire qualcosa di nuovo pur restando fedeli a quel particolare stile musicale e, soprattutto, se sia possibile farlo senza perdere freschezza e spontaneità. La risposta a queste domande è certamente si. Un esempio su tutti, che rafforza questa convinzione, sono i Mojo Filter, la band bergamasca che da qualche anno si è imposta all’attenzione del pubblico con un

repertorio che di quegli anni fa il proprio modello di riferimento. La definizione vintage rock ben si adatta al tipo di musica da loro prediletto, ma attenzione a non confondere questa etichetta, usata in realtà per facilità descrittiva, con la sterile riproposizione di schemi ormai desueti. Nel loro caso, infatti, vintage rock esprime semplicemente la scelta di un modello di riferimento cui ispirarsi, un genere da interpretare con personalità e sensibilità innegabilmente moderne. Il pregio principale della loro musica è infatti proprio quello di farci tornare alla mente i tanti dischi che abbiamo amato e consumato, senza tuttavia risultare datata. Una qualità non da poco, che richiede grande esperienza, perché non basta aver amato quei dischi, occorre averli metabolizzati e fatti sedimentare. La naturalezza e la competenza con cui i Mojo Filter interpretano quel genere musicale dimostrano che guardarsi indietro non è peccato. Ciò che importa è saper comporre buona musica, e loro lo sanno fare molto bene. Terza tappa della loro carriera, The roadkill songs arriva dopo l’EP del 2010 The Spell e Mrs Love Revolution, l’ottimo album che li ha lanciati nel 2011. C’è poco da dire, i ragazzi spaccano, punto! Ancora una volta il sano, vecchio rock’n’roll ti conquista e ti stende al primo colpo grazie ai riff ben congegnati delle chitarre e al groove potente e trascinante di basso e batteria. Non possiamo chiedere di meglio ad Alessandro Battistini (voce e chitarra solista), Carlo Lancini (chitarra ritmica), Daniele Togni (basso) e Jennifer Longo (batteria) che, forti di una significativa esperienza dal vivo, riproducono in studio l’urgenza espressiva di una garage band registrata in presa diretta. Le dieci tracce traducono al meglio questa urgenza e ci trascinano in un trip rock’n’roll dai contorni entusiasmanti. La grana grossa dell’hard blues granitico di zeppeliniana memoria è screziata da psichedelia e digressioni acide, che aggiungono spezie a quanto già conosciuto in Mrs Love revolution. Giusto il tempo di infilare il jack nella presa e parte il riff incalzante di The girl I love has got brown hair, siamo già a pieni giri, l’inizio fulminate si trasforma in un finale a sorpresa dove la tromba di Mario Cavallaro e il sax di Corrado Sambito colorano di nero l’impianto del brano. Le note di un sitar introducono l’intrigante Red banana che, come pure One mile away, evidenzia un pulsare ritmico nelle linee di basso che rimanda alle produzioni di casa Stax. Closer to the line è dura e graffiante, dai tratti hard, intervallati da un lunga riflessione psichedelica che anticipa l’accelerazione finale. Beautiful June day è una pausa dal sapore agreste, bonghi e chitarra acustica sono in

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suggestioni primo piano e beneficiano di un prezioso intervento al flauto, mentre The black ship, dall’incedere ipnotico, è un sogno lisergico acceso dall’irrompere delle chitarre. Better love your man è dominata dal basso e puzza di r’n’b, la voce di Battistini è suadente e sofferta, certamente uno dei brani migliori. Disco tutto da ascoltare, che scorre veloce rispettando i tempi del vecchio LP senza lasciare spazio a sbavature e a lungaggini di sorta. Prodotto dallo stesso Alessandro Battistini, che compone e arrangia tutti i brani, insieme a Mauro Galbiati, è stato ottimamente registrato da quest’ultimo nello studio della band e ha goduto della supervisione di Antonio Gramentieri (Sacri Cuori, Il Pan Del Diavolo) in fase di missaggio. Ancora una volta la bella veste grafica è stata curata da Ferdinando Lozza, che già aveva firmato la copertina e il tour poster di Mrs Love Revolution. La cura dei particolari, l’ottimo suono e la bellezza di ogni singola canzone fanno di The roadkill songs una delle migliori uscite di inizio d’anno. Al suo interno sono contenute tante cose belle e gli amanti di Led Zeppelin, Stones, Who (solo per citare qualche nome) troveranno pane per i loro denti. Gli amanti dell’alternative a tutti i costi penseranno, sbagliando, ad un’operazione nostalgia. Noi invece siamo rimasti folgorati dalla passione contagiosa dei Mojo Filter per un modo di intendere il rock sanguigno e viscerale, che guarda sì al passato, ma trae da esso stimoli a sufficienza per proiettarlo nel futuro. Ci auguriamo quindi che band come questa continuino a tenere alto lo spirito del vero rock e ne alimentino la fiamma! [ ]

MOJO FILTER – THE ROADKILL SONGS 01. he girl I love has got brown hair 02. Red banana 03. Closer to the line 04. Cigarettes 05. Better love your man 06. Beautiful june day 07. My girl 08. The black ship 09. One mile away 10. Nobody’s out crying

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sigur ros Live report, Milano di Marco Manzella

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on immaginavo che in Italia ci fossero così tante persone interessate ad un concerto dei Sigur Rós e soprattutto che fossero disposte a spendere una bella cifra per vederli in un grande palasport completamente privo di atmosfera adeguata ad un loro live. Prima una lunghissima coda in tangenziale e poi una disperata ricerca per un posto decente nelle tribune stracolme. Neanche il tempo di rifiatare ed ecco che inizia il concerto. Il velo che copriva il palco non si alza e quasi magicamente comincia un gioco di luci e proiezioni che lascia tutti con il fiato sospeso. Ad amalgamare il tutto si aggiunge la voce emozionante di Jón Þór Birgisson, in arte Jónsi, cantante e autore dotato di una sensibilità poetica e musicale fuori dal comune che, associata allo spettacolo audio-visivo, contribuiscono al tentativo di coinvolgimento degli spettatori con l’inedito d’apertura yfirborð. Tutto molto bello, ma al terzo pezzo, la classica vaka, la domanda sorge spontanea. Non vorranno mica fare tutto il concerto avvolti nel light show ??? Da nonpersonaggi come sono loro, ci sarebbe anche da aspettarselo, ma “fortunatamente” cala il sipario e Jónsi inizia un altro inedito (brennisteinn) scandito dai colpi di archetto sulla chitarra elettrica, che sono diventati ormai un’inconfondibile marchio di fabbrica e che vengono evidenziati dalle abbondanti frange sulle maniche. Lo stage plan che appare adesso più chiaro sul palco è molto particolare, ci sono strumenti distribuiti ovunque in un’apparente confusione che è stata invece studiata meticolosamente per permettere i continui scambi tra tutti i fenomenali musicisti polistrumentisti. La formazione è stata allargata come se fosse un’esibizione in teatro, con sezioni di fiati e archi che a semicerchio abbracciano il palco e fanno anche da affascinante scenografia. Personalmente sento la mancanza di Kjartan Sveinsson che ha recentemente abbandonato il gruppo e che ho avuto la fortuna di incontrare personalmente nel suo studio di Alafoss. Una persona speciale, dota-

to di un’umiltà imbarazzante, difficile da trovare in un musicista di fama e di livello mondiale. Adesso la musica prende più forma e si dilata in brani splendidi come olsen olsen, fljótavic e e-bow. La fusione tra le suggestioni artistiche della psichedelia più intensa e il miglior post-rock di inconfondibile provenienza nord europea, si diffondono nella fredda scatola del palazzetto. Quella sensazione di spazi aperti, di quiete e intensità che dal 1994 ha saputo ammaliare le anime sensibili di mezzo mondo cerca di raggiungere gli spettatori italiani che nelle prime file sono ovviamente estasiati, ma che allontanandosi dal palco sembrano essere un po’ meno coinvolti, forse anche per colpa di un volume modesto, che mai come in questo caso avrebbe avuto bisogno di una spinta in più. Gli intensi crescendo musicali però arrivano a tutti e colpiscono nel profondo soprattutto quando esplodono brani come hoppi + með blóð (esattamente così era scritto nella loro scaletta originale), kveikur e glósóli, che portano alla prima uscita di scena e al trionfale rientro per i bis richiesti da un pubblico estasiato con diversi minuti di applausi incessanti. E così lo spettacolo continua con l’immancabile svefng-englar, un altro inedito hrafntinna e il lunghissimo e intenso finalone popplagið che sfocia in una palese soddisfazione del pubblico. Cosa dire di più? Forse il contenitore non è stato il più adatto a questo tipo di spettacolo, ma abbiamo la consapevolezza di aver assistito ad un concerto eseguito alla perfezione con scenografie da brividi e tanto tantissimo pubblico, che ha potuto godere di un’arte pulita e sincera, come la terra da cui proviene, come gli artisti che abbiamo avuto l’onore di ospitare. [ ]

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BAUSTELLE Live report, Bari di Antonella Silletti

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uando un’orchestra di 48 elementi incontra l’originalità della musica dei Baustelle, l’atmosfera si carica di quelle rarità sonore che hanno incantato il pubblico del Teatro Team di Bari. Un’atmosfera suggestiva e coinvolgente è ciò che le affabulazioni delle voci di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi sono riuscite a ricreare grazie all’accompagnamento dell’Ensemble Simphony Orchestra diretta da Enrico Gabrielli, autore di gran parte degli arrangiamenti orchestrali presenti nei nuovi brani ed eseguiti in anteprima per questa esclusiva occasione. Risultato: una commistione insolita, dalle mille sfumature, ambiziosa e - a dirla tutta - teatralmente efficace. In una scaletta che ha saputo accontentare quasi tutti con le riletture di canzoni introspettive come L’aeroplano e quelle di un repertorio consolidato, ma meno immediato, fino alla sorpresa finale di Charlie fa surf in versione acustica (sofisticata al punto da incontrare i favori di gran parte dei fan dei Baustelle che per quel singolo non ha mai avuto grande simpatia), grandi assenti si sono rivelati i brani penetranti e asciutti come Gomma o quelli psichedelici come Baudelaire o, ancora, quelli brutali e crudi come La canzone del riformatorio che, invano, il pubblico ha richiesto a gran voce. I riflettori, infatti, erano puntati tutti su Fantasma, il sesto album del gruppo toscano, presentato in anteprima sul palcoscenico barese, in un progetto che li ha visti chiudere, in questo special event, un Festival che da sempre ricerca intrecci di qualità tra tradizione e innovazione. Ad un primo ascolto, il nuovo lavoro discografico della band di Montepulciano si presenta con uno stile noto, ma un linguaggio diverso dal solito, misterioso,dalle potenzialità immaginative capaci di svelarsi a tratti, scomparendo e riapparendo solo a chi ha occhi, orecchie e cuore per intenderle, come accade per i fantasmi dei film horror ai quali si ispira. Un viaggio sonoro (così definisce lo stesso Bianconi questo concept album), che scandisce, come ha fatto il concerto, una grande riflessione sul tempo, rappresentato dall’emblema del fantasma come sintesi di passato e presen-

te (e ai nostri giorni purtroppo anche del futuro), in cui tutto viene amplificato da citazioni e reminescenze letterarie e musicali generose: da Poe a Dickens, da Stravinskij a Mahler, Wagner fino ai più moderni Morricone, Gaber, De Andrè, al romanesco di De Angelis, solo per citarne alcune. Tra tutte, il brano Col tempo sai di Leo Ferrè (in italiano di Franco Battiato) si è presentato, al concerto, come emblema esplicito di tali continui rimandi d’autore. Un concerto che, per configurazione, ha conservato la struttura filmica ricercata anche nel cd, con titoli di testa e di coda che hanno aperto e chiuso la kermesse e con una scenografia essenziale, ma esatta, indiscutibile, che duplica la copertina dell’album, frutto dell’elaborazione creativa dell’affezionato Gianluca Moro, per un omaggio al cinema horror italiano degli anni settanta, in particolare alla figura di Nicoletta Elmi nei film di Mario Bava e Dario Argento. Si apre, così, ufficialmente, il tour “Fantasmi” che siamo certi - non mancherà di quella grazia rara e preziosa che i fan dei Baustelle conoscono bene e che si è respirata nel concerto pugliese. [ ]

|ph by Michele Battilomo JK | 44


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THE NIRO Live report, Roma di Grace of Tree

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i sono giornate che si preannunciano fantastiche solo con pochi indizi chiave: “Wild brunch” e “live concert”, cibo per il corpo e per l’anima dunque. E’ con questo spirito, entusiasta a priori, che ho partecipato al live di The Niro organizzato dalla Rocksteria al Soul Kitchen di San Lorenzo. Ad accoglierci al nostro ingresso un bistrot delizioso, in perfetto equilibrio tra la contemporaneità di un allestimento quasi newyorkese e la cura del dettaglio nostrano, a tratti vintage, in cui la possibilità di “nutrirsi” è sapientemente offerta dalla varietà di cibi, vini, sottofondi musicali, libri e cortesia del personale. Il connubio cibo-musica è senza dubbio vincente per me, ed in un momento in cui la cosiddetta decrescita “felice” sembra l’unica possibilità di riscatto da un futuro incerto, la fruizione della musica in contesti minimali ed accoglienti sembra ridare alla stessa il suo sapore originario: comunicazione ed emozione. In contesti come questo, tutti i filtri tra musicisti e pubblico vengono azzerati in nome di uno scambio emozionale ancora più vibrante, mentre lo spettatore può godere di una performance artistica di grande livello con la complicità di un’atmosfera quasi familiare (domestica). E proprio così è stato il live di The Niro: prezioso e coinvolgente. Le domande del giornalista Federico Fiume, poi, opportunamente alternate alla performance musicale, hanno reso un quadro più completo dell’artista e della strada che intende percorrere, all’insegna della qualità ed esplorazione musicale, pur in una fase artistica delicata, scandita dal cambio imminente di etichetta discografica e dall’uscita del nuovo album in italiano, prevista ad Aprile. The Niro – all’anagrafe Davide Combusti - tanto umile e disponibile fuori dal palco, tanto maestoso e talentuoso sul palco, ha dato vita ad un’esibizione intensa, vibrante e misteriosa che sembrava mantenersi pericolosamente sul punto di rottura emotivo senza mai concederlo. Il controllo e la padronanza virtuosa del mezzo musicale hanno fatto da contraltare ad un’esibizione dall’alta tensione emotiva, lasciandone scaturire un equilibrio |ph by Giulia Razzauti/Sottopalco.com

inaspettato che costringe lo spettatore ad un pathos senza tregua né risoluzione catartica (finale). Durante l’esibizione siamo rimasti sospesi, quasi in apnea, nell’attesa inquieta di un’implosione che risalisse dal profondo, imminente e senz’appello. E ne eravamo compiaciuti, anche. Nelle quasi due ore di live Davide ci ha viziato con impeccabili versioni acustiche dei brani più famosi dei primi due album (“The Niro” e “Best wishes”) tra cui spiccavano l’acclamatissima Liar, So different, In my memory, He’s A Pray, London Theatre ed altre gemme che in questi anni hanno costruito in modo originale ed riconoscibile il segno identificativo dell’artista. Abbiamo anche avuto il privilegio di ascoltare in anteprima 3 tracce inedite del suo nuovo album, realizzato interamente in italiano, oltre al raffinatissimo pezzo scritto per Malika Ayane, Medusa/Dear, che hanno lasciato un’impressione di maggiore intimità e malinconia rispetto alle sue composizioni in lingua anglosassone. Per tutta la durata del concerto, intrappolati nell’ordito di sapienti variazioni, controtempi e arpeggi sinusoidali di chitarra, abbiamo accolto la sua voce come un’alba di liberazione che svettava altissima, ritemprava e stordiva in attesa dell’avvicendarsi del buio, in un eterna alternanza di chiaroscuri. La musica di The Niro è mistero, è la consapevolezza dell’avvicendarsi incessante delle stagioni, l’alternanza della gioia e del dolore o, scanzonatamente, è uno sfuggire ad un pericolo sapendo che l’assassino è ancora a piede libero… Insomma, non si è mai completamente al sicuro! Nessuna meraviglia quindi che sia stato chiamato a collaborare con produzioni cinematografiche dal taglio noir, se non addirittura horror, come lui stesso ha annunciato. Unica cover del pomeriggio, una versione sorprendente ed esaltante di Summertime che mi fa concludere ogni suo concerto con la mia solita speranza disattesa “Ma Grace proprio non me la vuoi fare mai??” Ok, magari al prossimo live. [ ]

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la dimensione eroica del microbo di Maura Esposito

Il loro occhi cielo: bagliori per

Guardano le p trono di Uran

Perso tutto, abbandonato i sedotti da un

Per le opere di Maura Esposito

ladimensioneeroicadelmicrobo.blogspot.it

mangrovia che altre, una paludosa |pic by Maura Esposito


[immaginario]

la dimensione eroica del microbo

io rivolto verso il le gazze ladre.

pietre che cadono dal no.

il sacro, n patto:

e si contorce tra le trappola di abbracci.

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PUNTO FOCALE di Giulia Blasi

Riflessione

P

unti.. Pensieri confusi… Rivoluzione totale in sentieri non casuali. Tempo imperante e permanente Giochi i tuoi tiri con maestria di cavaliere. Sono in balia della tua sorte, dal tuo operato deriverà il mio destino. Non è un fardello troppo grande? E’ impossibile trovare il grande regista assopito. Dietro il suo occhio c’è un mondo illuminato, e le sue creazioni sono da tempi remoti. Artista immateriale Fuoco dei giorni Se non riusciremo a guardare diventeremo ciechi Passivi servi , cervi maledetti… Il Bosco Sacro è solo uno scenario momentaneo. Curve. Linee non spezzate… Tentacoli della mente contro il Nulla. Devo trovare il centro del Ciclone che spazza via ogni cosa. La luce al led ci fa cresce sani e freschi Ma finti. Artificiali. Messi nella nostra condizione naturale Finiremo col perire nella frazione di un attimo. Accarezzami con tutta la calma del tempo… E restiamo così.


[immaginario]

punto focale Rorus, GIulia BLasi, 2012, 130x80cm, Acrilyc on cardboard

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Parola immaginata

ParolA immaginata di Davide Uria

Viviamo in un mondo dove elementi diversi tra loro si mescolano influenzandosi, creando talvolta disordine e in altre armonia. è la mia personale ricerca su questa condizione: una illustrazione e una “poesia” informi o armoniose al mese , in conflitto o in equilibrio tra loro e che generano spazi e sensi di pieno e vuoto nell’intelletto. Di fatto poesie non poesie e disegni non disegni.(Quindi, forse tutto è il contrario di tutto?) Parola immaginata nella sua costituzione vuole essere una piccola finestra sul mondo (non quello reale) e sulla costruzione utopica di una realtà attraverso le multiformi potenzialità del sogno.

Parola immaginata

Silenzio

I

n Assenza di rumori Abbandono questo corpo

Come aria Mi disperdo Io nella parola Sogno e ritrovo Un frammento distorto JK | 50


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Parola immaginata

|pic by Davide Uria JK | 51


[immaginario]

interviste impossibili

interviste impossibili

Impossibile non è quel che non

può accadere, ma quello che non è ancora accaduto. Che poi è un po' di Alessandro Barbaglia come dire che siamo tutti immortali. Fino a prova contraria. Resta un dettaglio: sulla pagina bianca quel che non accade è solo quello che non si immagina. E così io immagino di intervistare chi non ha voce. Gli afoni? No, chi proprio non può parlare. Il silenzio, in questo marzo chiassoso, ma anche in futuro le voci che sentiremo saranno quelle che non ci sono. Certo Giovanna D'Arco per una cosa del genere finì male. Cercheremo di far meglio.

SCUSI PERMETTE UNA DOMANDA? - IL SILENZIO

P

ensavo che la cosa più difficile sarebbe stato capire quando sarebbe arrivato. Il silenzio. Come avrei fatto a capire che era lui e non, ad esempio, una lieve nostalgia. L’avrei capito, mi son detto. Ed era vero; solo che la cosa più difficile era un’altra. La cosa difficile, la più difficile di tutte, era aspettarlo. Come si aspetta il silenzio? In silenzio? E che aspettare pieno d’ansia è, che basta una mosca ed è smarrito? E con che coraggio lo si attende? E se poi ci si accorge che ha davvero qualcosa da dire? Il tempo di perdermi in pensieri ed eccolo. E’ mostruoso. Feroce. E ha occhi rossi e duri come uno che non dorme. Mai. (Seduti. Di fronte.)

Il giornalista: “(sobbalza) Oh, mi perdoni, non l’ho sentita arrivare”. Il silenzio:  Il giornalista: “E comunque mi chiedevo: ma lei che fa, sta sempre zitto?” Il silenzio:  Il giornalista: “E da sempre? Mai nemmeno una parolina? Una frase di cortesia o di presentazione tipo “Piacere, sono il silenzio. Da ora in avanti non parlerò mai più””.  Il silenzio:  Il giornalista: “Perché, le spiego, mi sono sempre chiesto: ma il silenzio che tutto vede e sente, ce l'avrà

anche qualcosa da dire. O no?” Il silenzio:  Il giornalista: “Il calcio, ad esempio, le piace? Fanno sempre tutti quei minuti di silenzio prima delle partite, già che è lì, si sarà anche appassionato un pochetto. No?” Il silenzio:  Il giornalista: “Oppure il tema è che non gliene frega niente? O che si scoccia perché la invocano solo per onorare i morti e invece i vivi fanno solo un sacco di chiasso?” Il silenzio:  Il giornalista: “Ecco, secondo me non parla perché

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[immaginario]

interviste impossibili non gliene frega niente. E ci può stare”. Il silenzio:  Il giornalista: “Però da uno grande e immenso come lei, da uno eterno e tanto, io, una presa di posizione su certe cose me la aspetterei anche. Ad esempio, dell'aborto, che ne pensa? E dei matrimoni gay? E dell'eutanasia?” Il silenzio:  Il giornalista: “Niente. Ma per Giove dica la sua! Qui tutti lo fanno! Certa gente lo fa anche di lavoro!” Il silenzio:  Il giornalista: “Sa che diciamo noi? Che chi tace acconsente. E non si può acconsentire a tutto”.  Il silenzio:  Il giornalista: “Oppure il problema è che se dice qualcosa fa rumore e non è più lei”.  Il silenzio:  Il giornalista: “In realtà, secondo me, lei è solo il più grande degli snob. A me quelli che davvero non dicono nulla, mai, non piacciono. Se non prende parte che vive a fare? Se non partecipa, se non sostiene, se non contesta, se non dice nulla di nulla, che ci sta a fare?” Il silenzio:  Il giornalista: “Oddio, certo, se la cosa, questa cosa qui, la vita, insomma, ecco, sempre che la vita abbia un senso. Altrimenti, altrimenti avrebbe ragione lei. A star zitto, intendo”.  Il silenzio:  Il giornalista: “Che fa? Vorrà mica dire che è così. Che non parla perché il nostro ciarlare è tutto inutile chiacchiere e lei qua in mezzo non ci si mette proprio. E che ha più senso il suo silenzio eterno che le nostre mille riflessioni”.  Il silenzio:  Il giornalista: “Non so, o siamo scemi tutti noi che parliamo, oppure lei, silenzio, è l'unico intelligente”.  Il silenzio:  Il giornalista: “Ma perché non dice niente? E' muto? E se le offendo la mamma o la famiglia che fa, reagisce? Figlio di una fanfara! Fratello di casino!”.  Il silenzio:  Il giornalista: “Facciamo così, io devo anche chiuderla sta intervista, non ho mica tutto il bel tempo che ha lei di star lì a tacere mentre tutto crolla; facciamo così: io dico che lei mi ha detto che non parla perché non ha senso che il silenzio dica qualcosa. Eh? La metto sul senso? La metto sul senso che alla gente piace. Posso?” Il silenzio: 

Il giornalista: “Posso metterla sul senso la questione del suo silenzio?” Il silenzio:  Il giornalista: “Cioè dico che lei mi ha detto di dire: “Non dico niente perché non ha senso, non capireste. Non sapreste che farvene degli insegnamenti del silenzio. Non avreste idea di come nutrirvi della voce del silenzio”. Allora? Senta io la metto così. Poi se lei non è d'accordo me lo viene a dire”. Il silenzio:  Il giornalista: “Le va bene così?” Il silenzio:  Il giornalista: “Eh?” Il silenzio:  Il giornalista: “Eh?” Il silenzio “              .” Il giornalista: “Ma? (stupefatto. Senza parole, meglio) Ha detto qualcosa? Come? Che siamo solo rumore? Non ho sentito... (triste). Davvero, non ho sentito. Può ripetere? É così? Ha detto che siamo solo rumore? Ma chi? Che siamo solo rumore? Noi?”  Il silenzio:  Il giornalista: “Ma che chiasso! Basta! Fate piano per favore altrimenti non sento il silenzio!”. (SILENZIO) []

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Alessandro Barbaglia con la testa tra le nuvole immagina che da grande farà l’astronauta. Per ora è solo lunatico. Scrive, e si fa sera. Ed è anche qui: On twitter: @AcomeBarba On Facebook: Alessandro Barbaglia


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Sommacco

sOMMACCO

è Luca Palladino, Giorgio Calabresi, Francesca Gatti Rodorigo

Sommacco è immaginario adamantino. Sommacco è la necessità di buttare fuori le storie che popolano dentro noi. Sommacco è la necessità di mettere le mani in pasta per raffreddare i pensieri, perchè se no poi scoppiano. La nostra casa è il Mediterraneo.

GIULIA FOTTESEGA di Luca Palladino uesta sera esco con Giulia Fottesega. Giulia Fot- da una nuvoletta che fa fatica a contenerle, per via

Q

tesega ha 20 anni, anche se lei dice di sentirsene 50 di anni ma lo fa per darsi un tono. Giulia ha 20 anni e ne è al corrente. Ed è veramente singolare essere al corrente della propria età, soprattutto a 20 anni. Giulia Fottesega è arrivata all’appuntamento in orario. E’ piena d’entusiasmo che te ne accorgi in un istante che quantificarlo è proprio difficile. Che te lo devono spiegà, qualcuno. Fottesega ha urlacchiato felice alla mia proposta di bere un bicchiere di vino. E subito dopo aver urlacchiato felice si è scusata con me per aver portato troppo entusiasmo con lei. E’ stata una dichiarazione talmente autentica che ho dovuto far finta di niente. In verità ti dico che ho finto di essermi perso le chiavi della macchina e sono corso a cercarle. Mentre mi dirigevo a cercarle pensavo che esiste per davvero la divinità dell’entusiasmo e che è un peccato mortale venerare altre divinità e che se non nascondevo immediatamente dal mio viso questo pensiero mi avrebbero condannato per empietà. Credo che avere 20 anni ed essere autentici sia un ossimoro. Giulia è un ossimoro, un liquido che se lo bevi ti deforma la realtà. Puoi vedere qualcuno correre piano, per esempio. Puoi perfino vedere qualcuno naufragar dolce. Addirittura puoi vedere qualcuno che si tappa le orecchie per il fastidio che gli reca un silenzio assordante e così via. E’ tutto strano quando ti bevi l’ossimoro, il mondo. Fottesega non solo è un ossimoro, ma sembra a sua volta plasmata da una mente umana ossimorica. Una mente piena di fantasia e che magari si occupa di fumetti nella vita. Con questo non voglio dire che chi disegna sia dio come potrebbe esserlo qualsiasi persona che crea, ma poco ci manca. Mica ce l’ha dio tutta questa fantasia, in fondo. Epperciò, Giulia c’ha un corpo che rifiuta lo stereotipo. Quando Giulia parla sembra che le sue parole siano raccolte

|ph by Railfan3

di una bocca irriverente, tagliente e intransigente, mai inopportunamente travolgente. E’ davvero complicato continuare su questa falsariga perché descrivere Giulia è difficile, un po’ come disegnare senza avere nessun modello davanti. Giulia è una musa che sta nella mente, e non fuori, di quasi dio, un disegnatore “de Cristo”. Giulia non è magra. Giulia non è grassa. Giulia non ha i fianchi larghi. Giulia non ha i fianchi stretti. Giulia non ha le tette grandi, Giulia non ha le tette piccole. Giulia non ha le gambe lunghe, Giulia non ha le gambe corte. Giulia. Giulia Fottesega è tutta spigolosa e mica ha intenzione di smussarli i suoi angoli. E’ vestita tutta quanta di sincerità. La sua sincerità è un ponte poliglotta, è un coup de théâtre irreversibile, è un contenitore grande così ed è rara. E la descrizione ultima che posso fare di lei è questa: Giulia ha degli occhi furbi e neri di anarchia, ci vai a sbattere nei suoi occhi come nella parola “filigrana”. Giulia ha occhi che sembrano parole, parole che hanno una voce per orecchie che ascoltano. Dimmi per piacere che hai capito chi è Giulia nella foto! Ti voglio bene se per caso lo hai capito, ma non ti preoccupare se non lo hai capito perché Giulia è davvero difficile da fotografare in quanto è difficile da prendere nel suo continuo scivolare sulle onde della fantasia. Devi appostarti come quei tizi che fotografano gli uccelli rari se vuoi tentare di afferrarla. Mo’ è davvero arrivato il momento di confessare che dopo aver fatto finta di perdere le chiavi della macchina, io da Giulia non ci sono più tornato e non ce lo siamo potuti bere quel bicchiere di vino; e devo anche confessare che Giulia non l’ho mai più rivista; e devo pure confessare che le chiavi le ho perse per davvero e che io senza mani non ci so proprio andare. Non fa niente, non fa niente, non fa niente, non fa niente. [ ]

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sommacco

PERCHE’ NON E’ UNA DOMANDA di Giogrio Calabresi

P

erché ha scritto un messaggio su un foglio, perché ha messo il foglio nella bottiglia, ma poi non è andato al mare per buttarla. Perché il coraggio per arrendersi si trova, basta cercare. Perché non ha smesso di essere cinico in tempo prima di ritrovarsi asciutto, Perché era troppo conveniente. Perché nutre sentimenti inconsapevoli dalla personalità caotica. Perché il suo cuore è diventato albergo di passaggio per speranze vagabonde che non pagano il conto per la notte, Perché lo paga lui per loro. Perché c’era arrivato vicino tanto così, ma tanto così non è bastato. Perché invece di menare le mani ha solo incrociato le dita. Perché il corridoio è troppo lungo e l’attesa è senza fine, |ph by Amy Alldis Perché dopo un pò se le cose resistono ancora è ora di rovinarle Perché non è una questione di tempo. Perché sono i dettagli a ferirlo, Perché dicono la verità ma non lo fa notare perché gli sembra più educato così. Perché viene fuori fuoco. Perché non riconosce l’odore della sua pelle. Perché non sa pettinarsi e nemmeno come annodare una cravatta. Perché continuano a domandargli di lei. Perché si prepara la colazione da solo. Perché la farmacia di notte è meglio di un bar. Perché ha messo a punto un monologo di repertorio sul perché tutto va male e lo recita pure perché magari qualcuno ci crede, anche se in fondo spera di no. Perché non sa mai cosa dire quando gli chiedono che lavoro fa. Perché se avesse un biglietto da visita non vorrebbe scriverci su niente, perché scripta manent. Perché non sa esprimere quello che sente, perché non è abituato. Perché ogni volta ha creduto di esserci finalmente riuscito e invece no. Perché è pregato di rispondere in modo chiaro e conciso. Perché o è si o è no. Perché questa non è una domanda. Perché No. Perché a volte domandare non è lecito, Perché altre volte invece è rimanere in silenzio a non esserlo. Perché poi magari, alla fine potrebbe anche cambiare idea. Perché basta. [ ] JK | 55


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Sommacco

RANCI RANCIDI E PERPLESSITA’ GENERALI di Francesca Gatti Rodorigo

E’ come quando hai un gomitolo in testa”, disse Jalil a Laurent parlando della sua bella Irene e del suo non saper cosa fare, come fare, che dire. Laurent non colse il senso di quel modo di dire, annebbiato com’era dal caldo del sole afgano che calava, dalla stanchezza della giornata sull’ennesimo campo di battaglia e dall’hashish che archiviava le sue colpe. Cosa diavolo voleva dire quella metafora del gomitolo? Che c’entrano i gomitoli con la vita che non funziona? E se fosse solo un modo per destare l’attenzione di un interlocutore assopito? O per distrarla, così da poter rubare parte del rancio rancido che anche di sabato toccava al soldato Laurent. E se invece Jalil avesse cominciato un nuovo gioco per ammazzare il tempo oltre che i nemici? Spacciare per socialmente condivisi modi di dire inventati, metafore, sensi lati, doppi e trini. Dopo un attimo di esitazione e uno per riprendere l’uso della lingua, Laurent si lanciò in un “è come quando prendi una scopa e vai in piazza”. Sguardi interrogativi, perplessità generale, figura di merda. Fuori luogo. [ ]

SOMMACCO è anche qui: sommacco.wordpress.com JK | 56

|ph by Il Filo da Torcere


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piatto graffiato

piatto graffiato

di Daniela PeaceandLove

L’INGIUSTIZIA DEI RUOLI INVERTITI (L’immensa fragilita’ dell’IO)

I

l gesto che da sempre ci accompagna è il portare cibo alla bocca. Il seno materno, un (orrido) biberon, i primi cucchiaini morbidi... per non graffiare il palato... Mani adulte che ti nutrono perché non si è ancora consapevoli e capaci. La scoperta del gusto: faccine piene di stupore, occhi che vogliono ancora un mare di quella strana, nuova consistenza edibile che non sa più solo di sensuale e zuccherino latte materno. Così inizia il percorso del cibo di quasi tutti, inizia la presa di coscienza del buono e del cattivo, del cibo sano, del cibo avariato, del cibo spazzatura. Così il retaggio culturale riguardante l’alimentazione si insedia in noi e insieme ad altri mattoni ci cresce. Succede che quasi tutte le mamma prima o poi inizino a viziarci con qualche piatto incredibilmente buono, o forse la nostra scarsa conoscenza del resto del mondo lo rende ineguagliabili. Lo memorizzi, lo citi e quando lo fai ti si illuminano gli occhi e ti aumenta la salivazione Lo impari a fare, lo fai uguale e lo insegni a fare ai tuoi figli, perché è la tradizione della tua famiglia. Generazioni che godono dello stesso piatto, e ti senti trionfante quando lo servi a tua madre che con immenso affetto e riconoscenza ti guarda e ti dice “bravo, è buonissimo come il mio” La perfezione dei momenti però non è sempre uguale, le sfere di vetro colorato perfettamente lucidate che appendevi all’albero si sono improvvisamente impolverate o rotte, la tovaglia buona è ingiallita, l’aria non sa più di domenica e nei cortili non ci sono più giochi, il cioccolato è diventato vecchio ed è imbiancato pure lui. Ma a questo si sopravvive senza troppo dolore.

Sono gli occhi assenti, seduti dietro ad un paio di occhiali pesanti, sono le frasi ripetute talmente tante volte e tutte uguali da sembrar eterni silenzi, questo inizia a far male. Pensi di prepararle il piatto che lei ti insegnò, e lo fai minuziosamente, mentre il tuo lavoro viene interrotto da continui” che fai, cos’è, per chi è…”. E superi il fastidio di questa continua litania perché sei convinta che il sapore le riaccenderà una qualche memoria, un ricordo, un sorriso dentro gli occhi… Ore 12.30, per lei l’ora non esiste più: esiste l’ora del caffè, della merenda, del pranzo, del thè e della cena…poi c’è quella dell’andare a dormire. Per cui è ora di pranzo apparecchio e mangio con lei il manicaretto di famiglia e chiedo: mamma, ti piace? Spero, spero molto, ma la risposta arriva come sempre: cos’è questo, non l’ho mai mangiato, però è buono. Chi mi insegnò a non aver paura del fuoco, dei coltelli, del sangue; chi mi sgridò per aver attaccato del cibo alle pentole, lavato male la verdura, salato troppo un piatto…. Mia madre, il seno che mi insegnò a mangiare oggi non sa più nulla. La memoria è stata vangata come un campo mai seminato. Mi ritrovo madre di mia madre a spiegarle che il fuoco brucia, che per vivere bisogna mangiare, e se non arriva la aiuterò io e in questo momento solo mi sembra di scorgere un segno diverso dalla solita assenza nei suoi occhi, la tristezza di non farcela da sola. Ciao a tutte le mamme ed i papà che soffrono di Alzheimer, ed un abbraccio fortissimo a tutti i figli che come la sottoscritta cercano un perché. [ ]

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sbevacchiando pessimo vino

sbevacchiando pessimo vino di Paolo Battista

UNA NOTTE QUALUNQUE

Ehi, amico..amico…dov’è che te ne vai? “. “ Cosa c’è che non va? “, dissi senza voltarmi. “ Vogliamo solo sapere dove te ne vai così di fretta? “ e il rumore delle gomme sull’asfalto mi mise un po’ d’agitazione. “ Ma perché cazzo dovrei dirti dove vado? “ feci spostando un poco la testa, ma i fari abbaglianti mi accecarono. “ Non sono sicuro di aver capito bene “, blaterò l’uomo agitando il braccio dal finestrino. “ Ma porca vacca, sono io che non ho capito bene chi cazzo sei “, dissi leggermente alterato. “ VUOI SAPERE CHI SONO??? … brutta faccia dimmerdaaaa, beh! sono la LEGGE cazzo, e tu mi dici dove vai… “. In un attimo sentii un puzzo di luppolo alitarmi sotto il naso. “ NOI SIamo LA LEGGE, la legge cazzo…sai che significa? “, continuò puntando il suo indice tozzo sul mio naso sporgente e in preda ad un tremore spasmodico l’uomo guardò il suo

compagno ghignante a pochi passi da lui, “ significa che fai quello che ti diciamo…e VUOI SAPERE PERCHE’?...” sputandomi nuovamente in faccia il suo disprezzo, “ perchè è il nostro lavoro cazzo e adesso…basta domande, svuota le tasche “. Capii che erano due sbirri anche se in borghese ma non mossi un muscolo, chiesi di vedere i distintivi ma lo sbirro parlante mi fulminò con i suoi occhi indagatori. In giro non si vedeva nessuno, la notte era una lastra nera, ero preoccupato sì ma in fondo ero pulito, tutto era in ordine: “ ma-ma non ho fatto un caz…. “, balbettai colto di sorpresa perchè prima che potessi finire un pugno nello stomaco mi aveva tolto il respiro. “ Cristo “, dissi, “ cosa cazzo c’è che non va? “, e mi ritrovai inginocchiato sulla gamba destra cercando di lottare per restare in piedi, un dolore lancinante alla bocca dello stomaco, il respiro infranto, la terribile sensazione di trovarmi al posto sbagliato nella fottuta strada sbagliata che però era la mia stra-

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da, le ombre spigolose dei palazzi che mi si conficcavano nei fianchi, che però erano i fottuti miei fianchi. “ Vuoi vedere il distintivo??? “, fece lo sbirro, “ cazzo perché ti sembriamo delle zecche dimmerda? Ah? Ah? dimmi…ti sembro unazeccacomunistadelcazzo? “. Addosso avevo una vecchia maglietta nera con la faccia rossa di Che Guevara e un paio di jeans stropicciati più larghi del solito, forse era questo che gli aveva fatto credere convinto che fossi un comunista dimmerda. Non dissi niente, pensai che avrei potuto prendere l’altra strada, le gambe mi tremavano, vidi lo sbirro parlante tirare il giubbotto dietro la fondina della pistola messa sul lato della cintola, e vidi l’altro sbirro farsi avanti per prendermi il portafoglio con le sue dita gelate. “ Che ci fai in giro a quest’ora? “, mi chiese poi lo sbirro che mi aveva colpito; non tanto alto, le spalle larghe, lo sguardo tremolante, cioè vedevo le pupille, nere come il buio che ci aveva accalappiato, ma le


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sbevacchiando pessimo vino colto da un’illuminazione idiota, “ francesco pocodibuono “, latrando come lo scarico di un cesso. Cercai di rialzarmi, ne avevo abbastanza, volevo tornarmene a casa, ero stanco e leggermente ubriaco, ero stato da un amico ed avevamo bevuto del vino, parlato di libri e donne. A fatica mi misi dritto tenendo d’occhio i movimenti dello sbirro parlante. Ero stanco di farmi picchiare ma sapevo che ancora non

gue viola mi sgocciolò sulle Vans, i due bastardi presero a ridere, continuavano a sputare commenti del cazzo, le poche persone che passavano si tenevano alla larga, la luna era un boomerang che stava per tagliarmi la testa. Guardai di soppiatto l’orologio impalato all’incrocio, erano le due passate, avevo paura, di solito queste cose finiscono sempre in una stanza della questura, e la cosa peggiore era che non sapevi assolutamente se saresti uscito tutto intero se mai ne saresti uscito. Non era la prima volta che mi fermavano in strada, ma quella sera c’era qualcosa di spaventoso nell’aria; non un filo di vento, una secca nottata autunnale, l’aria appiccicosa; quasi ne sentivo il sapore: simile a marmellata di prugne andata a male, e poi il silenzio, c’era un silenzio penetrante che ti bucava le orecchie, sputai nuovamente sul marciapiede, un impasto di grumo rossoscuro, pensavo: porci fottuti; pensavo: sbirri dimmerda, andate a fanculo; poi lo sbirro del portafoglio, tutto impettito nella sua giacca di velluto marrone, una macchia rossa sulla fronte e sulle guance, rosso come uno assuefatto di lampade, i capelli ben pettinati con un ciuffo al centro della fronte, l’accento pugliese, |pic by banausico

vedevo traballare velocissime nel bianco dell’odio, i capelli rasati e scuri, le labbra incrostate d’adrenalina, i pugni serrati; “ ALLORA? brutta zecca…cazzo ci facevi? “, continuò divertito e serio allo stesso tempo ma prima che potessi rispondere e soprattutto rialzarmi una spinta secca mi spiattolò sul marciapiede, a trenta centimentri da una merda di gatto con dentro la coda di un topo. Cercai nuovamente di rimettermi in piedi, sia la maglietta che la giacca erano sporche di olio e gomma e cenere e spremute di vernice, Che Guevara sembrava un meccanico, ero furioso, avrei voluto lanciarmi a testa bassa contro i loro corpi tozzi; pensai: ma guarda tu se a trentanni devo anche subire tutta sta follia; pensai: sono queste le cose che ti succedono in questo paese del cazzo. Poi sentii qualcosa colpirmi la pancia, un'altra le gambe, vidi lo sbirro del portafoglio lanciarmi contro la mia carta di credito, la tessera sanitaria, alcuni bigliettini da visita, tessere per locali, lo vidi ronfare soddisfatto, lo guardai ficcarsi in tasca i miei soli dieci euro; poi ispezionando la patente manco fosse un buco di culo pieno di merda lesse il nome: “ Francesco Buono…anzi no “, disse subito dopo

era finita: “ CHI T’HA DETTO DI RIALZARTI???, strillò lo sbirro parlante sempre più gasato. “ Ma che cazzo, stavo solo…” , ma il suono delle labbra sugli incisivi con il conseguente spruzzo di sangue spalmato sulla lingua mi fece scomparire dalla testa ogni pensiero, ogni parola, ogni cazzo di vocale. Alzai la testa per capire a che distanza mi trovavo, il san-

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[immaginario]

sbevacchiando pessimo vino mi spinse nuovamente a terra con la coscia e in un battito di ciglia mi piantò il ginocchio sulla faccia. “ Che c’è faccia dimmerda, vuoi dire qualcosa? cosa c’hai da guardare??? non hai mai visto qualcuno fare il suo cazzutissimo lavoro?… eheheheheheheh “, strusciandomi la faccia a terra come se volesse scorticarmi gli zigomi, “ certo che noooooOOOOOOO! voi zecche comuniste non lavorate, voi vi lamentate, fate le vostre merdose manifestazioni, parlate di letteratura, siete dei falliti del cazzo…”, prendendomi il braccio e ruotandolo dietro la schiena. “ Maaaaa, ghh..io..non ssscsscscsc.. ono comunisssssccccsssta “, dissi cercando di non alzare troppo la voce anche se avrei voluto urlargli in faccia: BRUTTI PORCI DIMMERDA! “ Ma certo, certo, il signore non è comunista…vediamoooohhhh!!! AH! CAZZO, ecco si…il signore è un anarchico, oppure un ambientalista, oppure sì ecco: un intel-

lettuale anarchico ambientalista “, ridacchiando per quelle tre parole complicate appallattolate in un’unica frase. “ Scommetto che sei laureato “ ghignò subito dopo lo sbirro parlante fiero della sua ignoranza, “ noi no cazzo…e vedi dove siamo! “ sputò piegandosi verso di me ancora bloccato a terra dal suo compare. “ Lasciatemi andare, non ho fatto un cazzo “. “ Il signorino vuole andare! NO CAZZO, tu non vai da nessuna parte, tu vieni con noi, stasera dormi in questura…eheheheheheh…! “. Sapevo che spesso dicevano quelle cose solo per spaventare la vittima designata ma sapevo anche che la maggior parte delle volte era in questura che venivano fuori i lividi e le intimidazioni più estreme, anche la morte; pensai: cazzo non può andare in questo modo; “ stavo solo tornandomene a casa “ ripetei spingendo il collo verso l’alto per sfuggire alla morsa dello

sbirro col portafoglio. “ Stai calmo…calmino eh…” mi sussurrò come un maniaco del cazzo. “ Occhei “ dissi, “ ma almeno ditemi perché? “. “ Non dobbiamo dirti un cazzo, questo è un semplice controllo “ gridò uno dei due tirandosi dietro lo sportello della macchina. Poi sentii il suono stridente del finestrino che si abbassava: “ andiamo appuntato, lasciamo tornare a casa il signor pocodibuono “, e così com’erano comparsi svanirono al primo incrocio. Restai ancora qualche minuto seduto sul marciapiede, poi mi tirai su guardandomi intorno furtivamente, nervosamente; la città era vuota, io ero ammaccato e dolorante, presi la strada di casa accelerando il passo per non avere altre sorprese. Solo una bella dormita poteva aiutarmi. Solo una bella dormita per arrivare a domani… []

Paolo Battista è anche qui: issuu.com/pasticherivista paolobattista.wordpress.com JK | 60


[poesia]

|scrap

C

armelo Bene diceva che bisognava essere dei capolavori:io vi dico, siate poesia. Parlate poesia, costruite poesia, digiunate poesia, baciate poesia, vestitevi poesia, vivete poesia. L'uomo allontana le cose da sé, per guardarle e comprenderle al meglio. I grandi professori vivisezionano la poesia, danno in pasto assonanze, allitterazioni e metonimie. Ne ingurgitiamo dall'età di 6 anni. Non è l'abbandono delle belle lettere, ma la loro completa esplosione. Siamo finitamente vuoti, leggeri e liberi. Acculturati di poesia, letterature e melodie: Menzogne, tutte! Ignoriamo la verità, così come nel sociale. Stolti, frughiamo tra le piccole informazioni e la velocità ci rapina il tempo. Il tempo è denaro. Il tempo

e il denaro. La velocità ci rapina del c'è chi lo vede e chi non lo vede, tempo e le banche del denaro. Veloci, ma se scagliato uccide entrambe le viviamo di più e facciamo più cose. categorie. Basta porsi domande ovvie. Siate E io? Poesia, la vostra Poesia. Siate poeti, e domandate non ai saggi, ma a voi Sarà nella modificazione del reale la stessi, nel silenzio e all'eco dei penmia verità? sieri. Modificare per essere riconosciuti da Ungaretti scriveva: altri modificatori? Non c'è più posto per Poesia. Non “Ho ripassato più. Poesia non è l'impasto di paro- le epoche della mia vita le auliche e leggiadri, contornate da incastri grammaticali. Non propongo Questi sono ignoranza o analfabetismo. Il vero i miei fiumi” analfabeta è la poesia, oggi. Non c'è poiesi, Percorriamo i nostri fiumi, in solitudidove è finita la reale ricerca? ne o in comunione, ma non ostruiaE non la ricerca del reale! Il Reale, e moli con le dighe imposte da ciò che non quello mediatico... Realmente non conosciamo. [ ] qui esiste un sasso,

LA CROCEFISSIONE DELLA POESIA (Siate nella poesia. Essere poesia.)

|scrap di Cristiano Caggiula

|pic by Elisa Serio JK | 61


[cinema]

lo spettatore pagante

lo spettatore pagante di Antonio Asquino

MOONRISE KINGDOM di Wes Anderson

U

na delle critiche più assurde e ingenerose rivolte a questo film e, onestamente, anche l’unica che si potrebbe fare, se si volesse proprio cercare il pelo nell’uovo laddove in realtà non ce ne sarebbe bisogno, è che Wes Anderson in questo film “fa troppo Wes Anderson”. Ora, se consideriamo che stiamo parlando di uno dei pochissimi registi in attività che è stato capace, lungo la sua pressoché perfetta carriera, di creare un universo immediatamente rico-

noscibile che vive di (abbagliante) vita cinematografica propria, che è riuscito a restituire linfa vitale e nuovi significati alla definizione di “autore”, che ha reso Bill Murray l’icona che è e merita di essere, che sa girare, scrivere e caratterizzare i personaggi come pochi, non resta che rispondere alla critica di cui sopra con un gigantesco e convinto “e meno male!”, Wes Anderson che “ fa Wes Anderson” è un complimentone ed è meritato perché qui tutto funziona alla perfezione, dal

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primo all’ultimo secondo. Effettivamente “Moonrise Kingdom” sembra la summa delle capacità registiche (carrelli,piani sequenza e utilizzo a tutto tondo degli spazi ) e della poetica di Anderson ( il sentirsi estranei anche in famiglia, la costruzione dell’identità, la diversità che diventa scudo contro l’incomprensione, la ricerca dell’amore e della complicità, il confronto tra le generazioni, lo scambio di ruoli tra adulti e bambini, l’ironia surreale e la comicità


[cinema]

lo spettatore pagante cosiddetta “deadpan” che si può spiegare con due parole: la prima è “Bill” e la seconda è “Murray”, in realtà questa caratteristica qui è più cinica che in altre occasioni). Il caro Wes, qui ottimamente coadiuvato nella scrittura da Roman Coppola, gioca con il suo cinema e con noi spettatori fin dalla prima scena, costruita sulla carrellata che arriva fin dentro casa Bishop, dove i tre fratelli di Suzie ascoltano la “Variazione e fuga su un tema di Henry Purcell” di Benjamin Britten e come in quest’ pera cosi’ la sceneggiatura mette in relazione i vari personaggi prima separando e poi amalgamando le caratteristiche e le storie di ognuno e ognuno è la quintessenza del cinema di Anderson. In breve è la storia d’amore di due preadolescenti Sam e Suzie, simili nella loro “diversità”, che si riconoscono, si innamorano e decidono di mettere in pratica una fuga d’amore ribella dosi a tutte le figura autoritarie e alle istituzioni che regolano la loro vita . La piccola comunità in cui i due si trovano (un isolotto nei boschi del New England) è, ovviamente, sorpresa e preoccupata dalla scomparsa e si mette sulle sue tracce mentre sullo sfondo si prepara un evento meteorologico catastrofico. Tante le scene memorabili come

quella dell’approccio tra il sentimentale e il sessuale e la successiva danza sulla riva dell’oceano sulle note de “Le temps de l’amour “ di Françoise Hardy, quella in cui una freccia colpisce e uccide il cane (di nome “Snoopy” tra l’altro, quasi a voler sottolineare un legame tematico ed emotivo con i Peanuts che sembrano essere una delle basi su cui posa la poetica del regista statunitense ), le scene della tempesta, quella del ferimento di un ex-compagno di Sam e sono solo alcuni dei momenti che restano impressi disseminati lungo tutta la pellicola. Gli attori sono tutti da applausi (sarebbe superfluo dirlo ma alla fine siamo qui per questo): dai due protagonisti, interpretati dagli esordienti Jared Gilman e Kara Hayward, al già citato Bill Murray ottimamente supportato da Frances McDormand (moglie fedifraga armata di megafono), dalla figura triste del poliziotto Bruce Willis a quella patetica e memorabile del maestro scout Edward Norton, fino allo strambo narratore-meteorologo interpretato da Bob Balaban (che nell’abbigliamento richiama indiscutibilmente un membro della ciurma di Steve Zissou). Anderson è ammirevole per la capacità e la levità con cui mette in ridicolo il cinema avventuroso e quello bel-

lico con tutti i loro luoghi comuni, ripresi col distacco di chi è e vuole rimanere estraneo. La colonna sonora non attinge al solito bagaglio che spazia tra il pop e l’alternativo delle sue pellicole precedenti ma si avvale delle composizioni originali del bravissimo Alexandre Desplat oltre a quelle del già citato Benjamin Britten. In conclusione possiamo dire che questo è il solito strepitoso film di Wes Anderson che darà sia ai suoi fedelissimi (come il sottoscritto) sia ai suoi detrattori, pane per i loro denti, però il consolidamento della sua poetica cinematografica qui passa per una analisi autoriale del mondo dell’infanzia con i suoi pregi e i suoi difetti laddove in passato era emersa una vena più pessimistica nell’inquadrare il mondo ancora più strambo degli adulti; un film di formazione se cosi’ si può dire, considerato il fatto che in un certo senso lo sono tutti i suoi film, però non sarebbe affatto male ritrovarlo tra le visioni adolescenziali preferite del domani cosi’ come per noi lo sono stati film come i Goonies piuttosto che Stand By Me con la differenza che i due film citati (soprattutto il primo) sono bellissimi film, “Moonrise Kingdom” è qualcosa di più. [ ]

ILn SOSPETTO di Thomas Vinterberg ritorno a discreti livelli del autoriale riuscendoci ma non com- maestro d’asilo divorziato Lukas ,

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regista danese, già membro della corrente facente capo a Lars Von Trier nota come Dogma 95 e autore anni fa dell’acclamato “Festen”, in realtà da allora in poi non è che il nostro ne avesse imbroccate molte con questo film prova ricostruirsi una credibilità

pletamente. La storia è ambientata in uno di quei villaggi danesi di pochi abitanti e immersi nel verde (insomma uno di quei posti noiosi solo a guardarli) e racconta dello sprofondare negli inferi della maldicenza e dell’isolamento e delle violenze subite dal JK | 63

dopo che Klara, figlia dei suoi più cari amici, probabilmente suggestionata dalla visione di una scena porno mostratale da un amico del fratello sull’ipad, accenna quasi per ripicca e senza argomentare alla maestra di qualcosa di osceno che la vedrebbe coinvolta con lui.


[cinema]

lo spettatore pagante Dopo che il sospetto viene instillato e diffuso a macchia d’olio in tutti i membri della comunità, l’uomo è tagliato fuori da tutto e tutti (tranne un amico e il figlio venuto a trovarlo) si dimostrano ostili verso di lui arrivando ad episodi di odio e violenza esplicita. Vinterberg mette in scena una storia cruda e didascalica, utilizzando la metafora della caccia (“La Caccia” infatti è il titolo,chiaramente più appropriato). Durante tutto il film Lucas viene braccato come un animale, come quegli animali braccati dagli stessi abitanti del paese che a questo sport schifoso e barbaro affidano i momenti di convivialità o i riti idioti di passaggio all’età adulta. Il regista mette in risalto l’ipocrisia e la grettezza che regola la vita di ogni comunità ristretta, chiusa verso l’esterno che affida lo svolgersi del quotidiano a regole interne spesso incivili. L’idea di partenza è che “i bambini non mentono mai” e che su basi inconsistenti dettate da bigottismo e ignoranza a tutti potrebbe capitare, in realtà il regista rende evidente da subito che la bambina sta raccontando una bugia, di conseguenza il pubblico che sa la verità si trova di fronte

ad un escalation di sofferenza e violenza improponibile e ingiustificata, questo colpisce molto a livello emotivo purtroppo meno a livello strettamente filmico. Vinterberg è abile nel tratteggiare i rapporti tra i personaggi molto meno nell’approfondirne la psicologia, supportato male da dialoghi abbastanza sciatti. Dal punto di vista formale si fa apprezzare la fotografia di Charlotte Bruus Christensen (premiata anche sulla Croisette come il bravissimo protagonista Mads Mikkelsen). Il film è diretto con rigore forse anche eccessivo, zero concessioni all’invenzione tecnica e all’idea di messa in scena, si fanno ricordare alcune sequenze in cui Lucas reagisce ai soprusi violenti e ipocriti: prima nel supermercato da cui viene cacciato e in cui ritorna fiero e sanguinante a lottare per difendersi e la scena nella chiesa a Natale, di fronte a tutto il paese, in cui tramite un mirabile gioco di sguardi tra lui e Theò, il padre della bambina, chiarisce senza aprire bocca la sua posizione. Inoltre è da sottolineare la bellezza del finale dove in un primo momento le cose sembrano essere ritornate alla normalità con la comunità che, pentita, riaccoglie il maestro.

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Lucas addirittura riabbraccia la bambina ma poco dopo mentre tutti sono a caccia nel bosco e lui ha appena deciso di risparmiare un cervo (memore della lezione imparata), nella sua direzione vengono sparati dei colpi di fucile a sottolineare che l’incubo non sarà mai davvero finito. Il senso profondo del film è tutto in questa scena, una volta che il branco ti ha etichettato rimarrai sempre ai margini e sarai sempre a rischio anche se in superficie sembrerai perdonato o accettato. E’ da sottolineare, oltre a Mikkelsen di cui abbiamo già detto, una prova di ottimo livello di tutto il cast che in pratica regge un film che ha i suoi punti di forza, oltre che negli attori, nella partecipazione emotiva che riesce a instillare nel pubblico, mentre a livello di regia e scrittura lascia alquanto a desiderare. Resta un film valido ma nulla che valga la pena di conservare in qualsiasi videoteca. [ ]


[libri]

L'occhio

L'occhio di Sabrina Tolve

L'ESTETA RADICALE COME RISCOPRIRSI NELLA CONTRADDIZIONE DELLA MODERNITA’

A

ll'interno del Festival della narrativa francese, si parlerà anche di nuove letterature – almeno per quel che concerne l'Italia – di lingua francese, ma di altra provenienza. A farsi notare maggiormente, è il libro di racconti del marocchino Fouad Laroui, L'esteta radicale. È, per l'autore marocchino (che è anche poeta, critico letterario e professore di letteratura), la prima pubblicazione italiana, sebbene l'opera sia la continuazione di Le jour où Malija ne s'est pas mariée. L'opera, costituita da otto novelle in bilico tra la tragedia e lo scherzoso, permette una riflessione sull'identità marocchina di cui l'autore ride ironicamente, senza tralasciare una sorta di lieve malinconia. L'immobilità e la stasi in cui si muove, come un lento gigante, il suo Marocco, è una seria denuncia all'ignoranza e al fanatismo delirante, in cui le nuove generazioni si dividono come ferite tra la modernità e la tradizione di cui fanno parte. I racconti, i personaggi e i ritratti che l'autore marocchino dipinge sono dimostrazioni di verità nella semplicità della vita e del quotidiano. Il senso, però, è uno solo. L'amore della libertà, strettamente connesso alla necessità di reinventarsi e rinascere, da soli. [ ]

Fouad Laroui L’esteta radicale

Del Vecchio, 149 pagine, 13 euro

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parodia della volonta' di Edoardo Vitale

Devo trovare un lavoro? Essere puntuale? Far colpo al quarto colloquio travestito da Charlie Chaplin e ammettere di non esser mai stato in un cimitero? Quando dovrò stringere la mano: schiena dritta, la barba finalmente svanita, soffocato dall’ultimo bottone della camicia. Seduto, ginocchia unite sulla sedia da terzo grado e non chiedere mai, per nessun motivo: posso andare? La vostra vita non cambierebbe con 400 euro in piÚ in tasca, e perdereste gran parte del vostro appeal, l’estetica alacre e libertina di nuovo in voga! Squattrinati e dannati al punto giusto, non mancheranno spunti per rendere la vostra vita affascinante e divertente. , non ne avete bisogno.

Prestatemi 400 euro


[sterilita’ del benpensare]

parodia della volonta'

IL MELLIFLUO POP ROCK FINIRA’ PER UCCIDERMI casa dei miei genitori ormai ho pochi dischi. Ri- cade nel cesso ed esplode in un’unica ed inesorabile

A

masugli adolescenziali, cd masterizzati che non si sentono più bene, con la copertina stampata a casa. Scarti post-rock, l’ormai nauseabondo progressive. Oppure robaccia sconosciuta comprata in periodi strani in negozi disparati qua e là, quando faceva figo avere nello stereo musica contorta e ignota ai più. Non vedevo l’ora che qualcuno entrasse in macchina per raccontare la biografia di un gruppo scandinavo che aveva pubblicato solo quell’album prima di sciogliersi perché il batterista ha ritenuto più propizio proseguire la carriera da facchino, con il frontman che era quasi morto suicida ma poi si era salvato o la bassista lesbica o che so io. O ancora, sperare di aver scoperto il gruppo dell’anno a 5,90 € e, tristemente, alla seconda traccia, capire che non era così, neanche quella volta. Oppure la merda etnica, yiddish o ambient. I cofanetti di musica classica o jazz che non a caso costano 10 € per ottantamila cd... Insomma quando faccio tappa dai miei genitori, tocca che mi arrangi ad essere dell’umore giusto per farmi andare bene un album fondamentalmente di merda. Così ho avuto la malsana idea di portare i Coldplay sotto la doccia. Dimenticando sciaguratamente quanto facessero schifo e quanto siano inutili per la musica e per la storia del mondo, fatta eccezione per i primi due album. Che si salvano. Diciamo. Forse. Rinsavisco troppo tardi dalla mia sfortunata scelta, perché sono già sotto l’acqua, insaponato. Lo stereo è troppo lontano per interrompere l’insulsa lagna intitolata “Viva la vida”. Cazzo. Così prendo a vomitare sotto la doccia, incessantemente, tanto mi fa schifo ogni singola nota. Inizio a vomitare e sguazzo tra gli scarti del pranzo masticato, rigettati via dal mio stomaco a causa di Chris Martin. Lenticchie e buccie di mela tra le dita dei miei piedi. Non ne posso più e con gli occhi brucianti di shampoo mi avvento sullo stereo alla cieca. Lo manco clamorosamente e finisco per far cadere il mobile assieme a tutti i cosmetici e altre cazzate di mia sorella, tra cui anche il phon che

fiammata. Prendo la scossa ed inizio a contorcermi tra la puzza di pollo dei miei peli bruciati e la valanga di smalti colorati che mi cade incessantemente sulla faccia. Solo grazie al tempestivo avvento di mio padre, che come nei migliori tutorial di salvataggio domestico in caso di emergenza, antica reminiscenza del laboratorio pomeridiano delle scuole medie, mi scaccia con un bastone dalla presa della corrente alla quale ero rimasto appicciato. Giaccio rantolante e mezzo fritto per terra, sulle fredde piastrelle del bagno. Ma sorrido. In un cassetto conservo un raccoglitore per le emergenze. Dieci cd ordinati con tutte le b-side dei Radiohead dal 1991 a oggi. “Papà, gentilmente, me lo porti?” []

Edoardo Vitale scrive racconti e poesie con un piede nella realtà ed uno nello sconforto causato da essa stessa.

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Ed è anche qui: www.concimalatesta.it


[sterilita’ del benpensare]

verderame

verderame di Claudio Avella

QUESTO E’ IL RITORNO DI PALLORE!

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all'oltretomba mi sono scrollato di dosso le chilate di fango e merda in cui mi sono impantanato dopo la tua ultima risposta a questo dibattito schizofrenico e bipolare sulle scomode verità del mondo moderno. Sono tornato! Le tue argomentazioni mi hanno messo in difficoltà: annaspavo nelle sabbie mobili, finché non mi sono reso conto di una cosa: Claudio, sei incoerente. Quanto è facile predicare il neoluddismo, quando a casa propria si continua ad avere internet a venti mega, il laptop acceso dodici ore al giorno ed un continuo ed inesorabile contatto con il mondo virtuale dei social network (per chi non sapesse cosa sia il luddismo, faccia un ripassino della storia della rivoluzione industriale inglese su wikipedia). È facile farsi paladini del rifiuto della tecnologia, in un mondo basato sullo sviluppo tecnologico, denigrando tutto quello che ti sta attorno, quando poi a casa fai tutt'altro. Ma stendiamo un velo pietoso su questa incoerenza di stampo cattolico: ovvero la stessa di un prete che predica l'astinenza sessuale e poi non resiste a delle manifestazioni di affetto particolarmente intense nei confronti di bambini, giovani spose, giovani sposi, cani, gatti, draghi di komodo domestici e colibrì geneticamente modificati,

provvisti di pistolino e poppe. Insomma non possiamo mica avere tutti la rettitudine morale di Pertini! Siamo molto più facilmente accomunabili al Silvione nazionale, in quanto a coerenza. E tu, esattamente come il Silvione nazionale, ti comporti da dittatorello da strapazzo: il dittatorello da strapazzo usa la propria retorica per convincere le masse che la propria verità sia l'unica verità, quella assoluta...ma al contrario sa benissimo che la sua verità assoluta si tratta di un'assoluta cagata. Così fa quel che vuole. Così, come un predicatore folle, pretendi di sapere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Ding Dong Deng!!!! Suona la sveglia!!! Tu non puoi decidere cosa sia giusto, né quali siano i miei bisogni e le mie necessità. Per me il navigatore satellitare, che hai tanto criticato, è sacro! Lo uso perché è comodo e mi fa risparmiare tempo. E poi così non uso la carta delle mappe e dei TuttoCittà! Anche quella ha un bell'impatto: pensa a quanti alberi verrebbero abbattuti (e quanti ne sono stati abbattuti in passato)...chi è che ha ragione ora? Io voglio usare il mio iPhone, voglio usare la macchina, voglio scaldarmi con le stufe elettriche e rinfrescarmi con i condizionatori, quando e come voglio.

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Ma poi cosa vuoi che cambi? Ad esempio, se io smettessi di usare il condizionatore, in estate ci sarebbero comunque altri milioni e milioni di europei che lo userebbero. Cosa credi che cambi? Illuso! Ahahahahahahah!!!! Ed infine ho da dire un'ultima cosa: mica posso pensare che sia colpa mia se le multinazionali della tecnologia, sfruttano i bambini per fargli raccogliere il Coltan nelle miniere congolesi. Dovrebbe esserci un organo internazionale che mettesse delle regole. Non si può incolpare il consumatore finale. Altrimenti non dovrei compare più nulla. Tutto fa male in qualche modo a qualcuno o a qualcosa. Basta dire che gli occidentali sono cattivi e che i poveri sono tutti buoni! Mica è colpa mia: al massimo è colpa loro, che ci lasciano utilizzare le loro risorse a prezzi stracciati. Se loro hanno dei dirigenti politici corrotti, che ci possiamo fare? E poi...il mondo gira così, fattene una ragione. [ ]


[sterilita’ del benpensare]

buononononoub

BUONONONONOUB di Gianluca Conte

LA TRISTE STORIA DEL DOTT. PATINELLI

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el piccolo paese di Marchigliasco il Dott. Cappellacci si avviava allegramente verso la pensione. Ormai non sentiva più quella scintilla dei primi tempi verso il suo lavoro. La medicina era diventato ormai un lavoro come un altro, con i suoi automatismi, i suoi momenti di noia, le sue irrinunciabili abitudini. Ma ai suoi pazienti andava benissimo così. Il rapporto che si era instaurato era talmente informale e familiare che le visite dal Dott. Cappellacci assumevano in realtà spesso più i contorni di una chiacchiera da bar, in cui si intervallavano discorsi sulla salute, sulla situazione politica e sull'ultima campagna acquisti dell'Inter. Ai suoi pazienti piaceva per questo, perchè non si perdeva in chiacchiere inutili. Ad un sintomo corrispondeva sempre un medicinale, non lesinava sugli antibiotici, non inculcava inutile paranoie, e questa manifesta sicurezza rendeva tutti più tranquilli. A settembre però il Dott. Cappellacci dovette arrendersi e al suo posto arrivò in studio il giovane Dott. Patinelli. Il Dott. Patinelli si era ripromesso di svolgere la missione di medico in maniera irreprensibile, seguendo alla lettera il giuramento di Ippocrate. Era un fanatico dell'importanza del ruolo dei medici nella società nel promuovere il benessere oltre che curare il ma-

lessere e nelle serata con gli amici scherzava circa l'opportunità che i medici dovessero governare il mondo. Il primo giorno arrivarono i soliti affezionati, per i quali lo studio medico era diventato più un luogo di ritrovo. L'orario di visita era dalle 17 alle 18, ma loro chiacchieravano davanti alla porta fin dalle 16. Quel giorno il dott. Patinelli uscì dallo studio alle 21.30. Il giorno dopo alle 17 il dottore ritrovò alcuni dei pazienti del giorno prima. Erano tornati, non tanto perchè avessero qualche problema o qualche ricetta da farsi prescrivere, ma per poter trionfalmente dare agli altri assistiti i primi pareri sul nuovo giovane dottore. "E' troppo giovane", "Fa un sacco di domande", "Io non ho bisogno di uno psicologo", "Si è fatto pure le fotocopie dei miei ultimi esami del sangue, ma io non ho tempo da perdere", "Mi ha misurato la pressione 4 volte", "Mi ha prescritto degli esami per sicurezza. Ma chi me li paga?", "Mi ha tenuto mezz'ora". Immediatamente, come in un maligno gioco del telefono senza fili, di bocca in bocca, le critiche al giovane Dott. Patinelli si ampliarono. Ogni persona rincarava la dose, aggiungendo anche particolari vagamente inventati o caricaturati; ci fu chi giurò di averlo visto con una birra grande in mano e chi disse di

aver intravisto ad attenderlo fuori dallo studio una signora vestita in maniera piuttosto provocante, con una macchina lussuosa. Ma l'accusa più grande che gli veniva rivolta era quella di non dare sicurezza, di non essere deciso, di fare visite troppo lunghe. Prima di prescrivere qualsiasi farmaco voleva essere certo dei sintomi, delle possibili cause, della reale utilità di far assumere un medicinale. Dopo pochi mesi si sentì costretto a lasciare quello studio. Finalmente aveva preso una decisione perentoria, qualcuno ironizzò, ma nessuno pensò di fargli delle domande. []

Gianluca Conte è Mezzafemmina ed è anche qui: JK | 69 www.mezzafemmina.it


[sterilita’ del benpensare]

sex on

sex on di Catherine

NON HAI SCRITTO TROPPO, HAI DETTO TUTTO #lafigliadeldottore #letrecivette #ilcomò #pregoicardiopaticidifarsiungiro

“Che cosa ho detto mai di così ignobile, ho solo dato un nome a quelle cose che ti piace fare ma non dici mai. E invece scandalo, ho detto ‘prendilo’, guarda che non è normale fare dei disegni per spiegare quello che mi fai. Non userò parafrasi, né allegorie, ti prenderò sul serio, senza bugie. […] Sarà ridicolo, ma è meglio ridere che morire di imbarazzo e per non dire ‘cazzo’ dire ‘in quando donna, quello non ce l’ho’.” (Amarsi cantando, Daniele Silvestri)

I

nizio in grande stile, citando Daniele. Per non farci mancare niente. Bene, ho deciso di rovinarmi, di non risparmiarmi, di utilizzare questo spazio gentilmente offerto in assoluta libertà. Un foglio bianco su cui continuare a scrivere il mio nome con frequenza compulsiva, oppure disegnare omini nudi con la testa tonda, oppure fare elenchi di cose da fare ma non per farle, solo per tenerle a mente. Una specie di

non ho intenzione di adempiere ai miei doveri, ma me li ricordo. Probabilmente, invece, non farò niente di tutto questo e utilizzerò questo foglio bianco per rovinarmi. Butterò giù una serie di parole e di idee sane, oscene e sincere al solo scopo di riempirlo. Senza censure, mi sforzerò soltanto (per motivi di coerenza anzi decenza testuale) di ritrovare a ogni capoverso il senza dubbio perso filo del discorso. JK | 70

L’esigenza nasce dalla constatazione del disagio. Vivere disagi è all’ordine del giorno, ma non parlo di disagi reali, il vero male sono quelli inutili. Quelli inventati, quelli imposti, quelli assurdi, quelli che se fosse per me vivrei spensierata e schietta in qualsiasi circostanza. Se fosse per me non ci sarebbero limiti alla libera, sconveniente, incompresa e pericolosa espressione di parole e voglie. Se fosse per me


[sterilita’ del benpensare]

sex on

direi e farei precisamente quello che vorrei dire e fare, nel preciso momento in cui vorrei dirlo e farlo. Se fosse per me. Ma se non fosse per me, per chi accidenti dovrebbe essere? E qui si apre un mondo. Capoverso. Il mondo. (filo del discorso, ve lo avevo promesso). Prediligendo la deduzione all’induzione, la prendo larga. E provando a conferire un’aria aurea al mio nonsense, tento al volo un sillogismo di aristotelica memoria: tutti gli uomini vivono nel mondo. Il mondo è bello perché è vario. Dunque gli uomini vivono in un mondo in cui la varietà alcune volte spiazza. C’è qualcosa che non torna. Devo essermi persa un passaggio o forse (anni e anni or sono) mentre il mio serioso e pervertito professore di filosofia deduceva, io non ero attenta. Va bene, probabilmente scomodare per così poco Aristotele è stata un’azione sconsiderata che avrei potuto evitare. Ecco, “azione sconsiderata”. Ecco, “evitare”. Partirò da questi due concetti sicuramente meno filosoficamente impegnativi. Letteralmente un’azione sconsiderata consiste in un comportamento incauto, precipitoso, non considerato consono al contesto. C’è da considerare però che un’azione sconsiderata è considerata tale solo da coloro che la subiscono, o semplicemente la osservano, o perlomeno la commentano. Il soggetto che sconsideratamente agisce probabilmente non considera fuori contesto o in qualche senso sconsiderato il suo comportamento, perché considera le azioni utilizzando un diversa scala di misurazione della sconsideratezza (per il resto del mondo sconsiderata). Oppure, può succedere, che il soggetto abbia considerato con-

sapevolmente che la sua azione le avrebbe fatte girare come eliche a un po’ di gente, e proprio per questo si sia comportato in un modo statisticamente considerato sconsiderato. Parliamo in questi casi di soggetti sconsiderati che compiono di gusto azioni sconsiderate e successivamente, riconsiderando tutto, ne sono anche sconsideratamente fieri. Ma come si può parlare di sconsideratezza o peggio ancora di normalità quando è solo una questione di scale di misurazione statisticamente approvate? Concludo giurando sulle mie azioni sconsiderate che non riserverò al concetto “evitare” lo stesso trattamento riservato ad “azioni sconsiderate”. Tengo più al fatto che continuiate a leggere che al mio vizio di giocare con le parole. “Evitare”, tra l’altro, è un concetto che senza tante spiegazioni si evita da solo. Troppe volte ci si incastra senza via di uscita nelle definizione di normalità, tutte le volte la conclusione è una domanda: ma chi è normale? Interrogativo che assilla la mia breve vita da quando ho memoria e che negli ultimi tempi è diventato sempre più incalzante, quasi fastidioso. La normalità è relativa, dirlo è persino ovvio e io detesto scrivere sull’ovvio. Inorridisco, mi denuncio, mi pento di averlo scritto e confesso di stare abusando di luoghi comuni. Gli stessi luoghi comuni contro cui porto avanti un’estenuante crociata a colpi di sarcasmo inopportuno e modi di essere provocatori. Disdicevole, non sta bene, così li spaventi, così ti licenziano, bevi due litri d’acqua al giorno, non ci si può nutrire con arachidi e prosecco, non dovresti fumare in macchina, e nemmeno vicino ai bambini, e nemmeno vicino agli anziani, e nemmeno nel piccolo bagno della tua benedetta casa (si

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noti l’aggettivo possessivo). Tra le altre cose a febbraio si indossino le calze (si noti l’imperativo presente), occhi sbarrati di colleghe in hogan se non è così. Signore e signori, abbiate pazienza. Io non voglio avere sulla coscienza la morte pubblica di un paio di decollété col tacco dopo essere state umiliate da un paio di gambaletti, e voglio prendere sei caffè al giorno perché cinque è il numero massimo consigliato, e voglio non guardare i prezzi della benzina per scegliere il benzinaio che conviene di più, e voglio andare a un brunch in pigiama (non perché sia interessante andare a un brunch ma perché è comodo andarci in pigiama). Esempi futili, banalità. Non è contrarietà a ogni costo, è che tra le righe mi annoio mortalmente e mi risulta difficile credere ci si possa divertire, o sia possibile realmente progredire, seguendo la linea retta delle convenzioni e delle convinzioni superate. Perché il mondo è di tutti, ma la vita è di ognuno. Tutti gli uomini vivono la propria vita. Io sono un uomo. Dunque io vivo la mia vita. Questa volta il sillogismo mi è venuto bene. Capoverso. Lenzuola nuove, vita nuova. Avevo annunciato l’intenzione di rovinarmi, ma fin’ora mi sono mantenuta sobria. Avevo previsto una diffamazione by my self, e non posso deludere le aspettative. Sarò indolore, breve e intensa, dicendo: fare l’amore. È vero l’ho già detto, scritto e sperimentato diverse volte, ma adesso lo riscrivo qui con un proposito più serio, quasi etico. Siamo tante anime più o meno stressate e felici che tutti i giorni si svegliano, fanno colazione, si vestono, leggono il giornale, vanno a lavoro, tamponano al semaforo e


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aspettano il fine settimana pensando all’eventualità di fare l’amore. Che in un’ipotetica classifica delle situazioni sopraelencate occuperebbe senza ombra di dubbio il primo posto, con considerevole distanza dalle altre posizioni. Da qui, la mia necessità di parlarne apertamente in chiave antropologica. Scrive una scrittrice non sufficientemente famosa: "quando noi desideriamo un altro essere umano sessualmente, stiamo davvero solo cercando di riempire il nostro desiderio di estasi e unione con l'infinito". Temo che né lei, né io, abbiamo scoperto niente di nuovo o particolarmente sconvolgente. Effettivamente però non sono molte le occasioni in cui senza imbarazzo e senza pudore si affronta il bollente argomento, che non è un orgasmo in quanto tale, ma più che altro è il valore del sesso in senso ampio, generale, oserei dire globale. Il sesso per le donne e il sesso per gli uomini (e anche il sesso tra donne e tra uomini), il sesso per i ventenni e per i sessantenni, il sesso a Roma e a New York. Il sesso come situazione piacevole, senza alcuna spiega-

zione e dissociata implicazione. Il sesso che può essere arricchito dai sentimenti, certo. Ma che sia su un letto, sia su un pavimento, ha un suo intrinseco e rispettabile perché. Molti ritengono si tratti di un affare delicato. Da preservare, da pregustare, da custodire, da confezionare, da valutare, di cui

non parlare, su cui riflettere, ma a questo punto intervengo. Cosa ci sarebbe esattamente da riflettere quando l’oggetto sono il desiderio e la beata possibilità di appagarlo? Per quale motivo che non ho ancora scoperto, per una donna più che per uomo, cedere alle tenta-

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zioni sensuali dovrebbe essere un fatto problematico? Se siamo d’accordo che la sessualità (spesso) è la chiave di tutto, perché rimane un sacrilegio aprire (spesso) quella porta? Cultura che vai, sesso che trovi, questo è vero. Probabilmente il cosiddetto libertinismo sessuale ha un significato diverso (oppure nessun significato) a seconda del paese in cui si vive, del settore in cui si lavora e degli ambienti che si frequentano. La passione però è una risorsa interculturale, patrimonio dell’umanità, proprio per questo non merita di essere condannata alla riflessione. Sarà che il datato racconto sul peccato originale e la somma teorizzazione della lussuria come vizio capitale pesano ancora sulle nostre teste nonostante l’evoluzione degli ominidi. Dalla prima donna che (ingenuamente) non ha resistito alla tentazione, a un girone infernale per gli audaci di cuore. Se così fosse mi arrendo, non posso competere, ma dalla mia modesta e impudica prospettiva ritengo non possa esistere peccato se ci si comporta seguendo le spinte naturali del compiacimento erotico. Un lussurioso ama, non desidera il male per gli altri, non riesco


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a spiegarmi in base a quale logica dovrebbe essere punito. Rischio di semplificare eccessivamente forse, ma probabilmente tutti i discorsi (erotici, teologici o letterari che siano) potrebbero essere risolti in una banale legge fisica riconducibile all’innocente ricerca umana di estasi e delizia. Per la medesima legge fisica quando fa freddo non è indispensabile coprirsi bene, piuttosto è dilettevole trovare modi creativi e ricreativi per scaldarsi. Come in ogni mio sproloquio che rispetti, di qualsiasi cosa devo sostenere anche il suo contrario. Potrebbe essere non sia sempre vero che tutto si risolve con un cambio di lenzuola. Potrebbe essere che alcune volte scegliere di non fare l’amore (o di non fare sesso, mi sbaglierò ma credo che le due cose si equivalgano) sia persino più naturale e meno ragionevole del farlo a tutti i costi. Ho supposto con convinzione la necessità di non riflettere sul sesso, ma sostanzialmente supponendo non ho fatto altro che riflettere. Mea culpa. Non pensare troppo vuol dire non pensare troppo, in un senso e nell’altro: non pensare di non farlo e non pensare di farlo. Il vero modo per farlo bene, probabilmente, è semplicemente non pensare che tutte le parole e i bicchieri di vino ruotino intorno a una performance. In fin dei conti sono una cinica possibilista e non posso nemmeno escludere che, malgrado le rigidissime premesse avulse da altri tipi di coinvolgimento, l’incontro fisico tra persone possa degenerare in sessuali situazioni poetiche. Poetici disastri in alcuni casi, poesie d’amore in altri casi ancora.

ta. Quanto può essere catartico rispondere a una semplice domanda con una semplice verità? Esempio irreale: “Come mai non mi hai risposto al telefono?” “Ti dirò, guardavo il mio telefono squillare, però di rispondere non ne avevo la benché minima, piccolissima, microscopica voglia o intenzione. ” Conversazioni come questa non esistono in natura, o meglio esistono solo dopo quattro bicchieri di Montefalco rosso, uno shottino e un longisland bevuto a metà. È vero esiste pure il tatto, la gentilezza, esistono persino le buone maniere ed esistono le bugie a fin di bene. Insomma, c’è da confondersi. C’è da cogliere con infinita arguzia il sottilissimo confine tra noi e il prossimo. C’è da comprendere senza subirle quelle differenze che causano i fraintendimenti, quei modi di essere diversi (o molto peggio distanti) che vanno rispettati. Pena il fallimento dei rapporti d’amore, delle amicizie che non sempre si scelgono, delle collaborazioni lavorative, delle diatribe sui grammi di prosciutto da lasciare o meno davanti al bancone salumeria. L’incomprensione tra esseri umani di ogni genere è in sempre in agguato, e le conseguenze dell’infischiarsene di come la vedi tu sono a volte un po’ più spiacevoli di qualche etto di salume che inevitabilmente sprecheremo. Detto questo, io me ne frego. L’ironia un po’ aggressiva, il modo bizzarro di interpretare parole e intrattenere discorsi, anche volendo, non potrei cambiarli. Le mezze misure possono aiutare, ma è anche vero che le misure contano. Tanto vale smetteCapoverso. Le cose come stan- re di misurare, allora. La lunghezza no. La canzone delle cose come di una gonna, o di un testo, o dei stanno qualcuno deve averla scrit- binari per arrivare a casa diventa

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assai relativa se contrapposta alla bellezza di due gambe, al piacere di leggere tutto, alla sicurezza di avere qualcuno che verrà a prenderci in stazione. Per tirare le somme: meglio essere se stessi a oltranza oppure i compromessi e le parole taciute sono talvolta essenziali? Dovrei rispondermi, ma non ho una risposta, quindi fingerò di concludere il paragrafo in un modo enigmaticamente originale solo perché in realtà non sono in grado di prendere una posizione. Altrimenti detto, boh! Capoverso. Il culto della parola. Disinibizione è una delle parole più belle che esistano. Perché le cose hanno un nome e c'è differenza tra dire hai un bel culo o dire hai un fondoschiena scolpito. I nomi ci sono, basta riuscire a usarli nelle occasioni giuste. Certo bisogna saper scegliere, senza dubbio. Parole belle e parole brutte, parole appropriate e parole sconvenienti, parole false e parole vere. Disinibizione è una delle parole più belle del mondo. Insieme a ciliegia e a consapevolezza. Per esempio, potrei divertirmi a fare un elenco suddividendo tra buoni e cattivi. Parole sì: disinibizione, ciliegia, consapevolezza, primavera, pizza, viaggio, coraggio, ridere, piangere, notte, alba, scarpe, strada, tartaruga, libro, mandorla, casa, sensualità, canzone, rosso, responsabilità, votare, bocca, domanda, capelli, malinconia, cinema, cuscino, barca, gamberone, penna, eccitazione, mela, pensare, immaginare, progettare, fare. Scrivere. Parole no: omologazione, divieto, bolletta, soldi, scale, visualizzare, schermo, tappeto, verme, urlo, programma, somministrare, paraurti, invidia, imbarazzo, ufficio,


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parrucchiere, falsità, manipolare, orario, convenienza, scatolone, siringa, fornello, spread, calzamaglia, calcolare, vomitare, ansia, controindicazione, vuoto, zitto, sfitto, scarno, tuono. Smettere. In realtà, giudicando parole, rimango in bilico tra suono e significato. Non so più distinguere se il giudizio si riferisca all’una o all’altra cosa. Probabilmente riguarda entrambe, intimamente, melodicamente e semanticamente legate tra loro. Come nella musica, infatti. Poi ci sono parole che sembrano brutte, ostiche e inutili come “cruscoro”, che tra l’altro non credo nemmeno esista veramente visto che il correttore automatico continua a sottolinearla marcatamente in rosso. Tuttavia io la leggo ogni mattina scritta in ver-

de sulla mia confezione di biscotti e senza cruscoro le mie giornate non inizierebbero allo stesso modo. Parole brutte, con sapore buono. Capoverso. Trovare un finale. Un po’ di frasi di troppo più in su avevo detto: “boh!“. A questo punto però, dopo aver trattato una serie di argomenti vergognosamente poco coerenti, mi si sono schiarite le idee riguardo al discorso del temperarsi, smussarsi e comprimersi in compromessi senza senso. Ecco, non credo davvero ce ne sia bisogno, essere genuini fin dall’inizio fa bene alla salute. Una storia è una storia, si può scegliere di raccontarla oppure di non raccontarla e, se poi si racconta, può piacere oppure non piacere. Quando racconti

una storia però lei smette di essere solo tua e inizia a essere anche un po’ di qualcun altro. Questo ha qualcosa di unico, di straordinario, quindi è meglio per tutti che quella storia consapevolmente condivisa sia vera. Non riesco a immaginare un’esperienza più emozionante di un onesto, disinibito ma equilibrato scambio di storie. Serve allenamento e ostinazione per essere se stessi nella buona e nella cattiva sorte, con le persone giuste e con le persone sbagliate, nel modo adeguato oppure esageratamente, nel luogo adatto oppure fuori luogo. Serve allenamento, ma conviene sempre. [ ]

PS. Solo un ps, giuro. Ho un problema di ps, non posso non avere qualcos’altro da dire dopo. La postilla che chiarisce, l’appendice che completa, il commento che arricchisce, il pensiero che conclude, l’ultima parola, i ringraziamenti alle persone che ispirano le mie riflessioni un po’ leggere e un po’ sensate, di certo esaustivamente argomentate. Ringrazio le persone che incontro sul mio divano, sul loro divano o in un’intensa conversazione via email. Le ringrazio e chiedo scusa se in un modo o nell’altro metto sempre in mezzo tutti. È possibile che prima o poi chiunque mi conosca smetta di parlarmi per il terrore di essere citato, ma se ci siete è perché mi è piaciuto ascoltarvi.

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JUST KIDS compilation by

2PIGEONS RETRONICA

KAFKA ON THE SH0RE BEAUTIFUL BUT EMPTY

MATTEO TONI SANTA PACE

FRAGIL VIDA MUSICANTI DI CRISTALLO

NICODEMO IN DUE CORPI

LENULA PROFUMI D’EPOCA

ETNIA SUÄPERSANTOS ARLECCHINO CINEMA

PICCOLI OMICIDI AD UN CENTIMETRO DAL SUOLO

free download tracklist

LEITMOTIV A TREMULA TERRA

01. 2Pigeons - Teknowest 02. Kafka on the shore - Campbell’s 03. Matteo Toni - Isola Nera 04. Fragil Vida - Kom Ombo 05. Nicodemo - Le pareti 06. Lenula - La Dea dell’amore 07. Etnia Supersantos - Tubo & Maschera 08. Piccoli Omicidi - Spine 09. Leitmotiv - Pecore 10. G-Fast - The Crow Is Back

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G-FAST THE CROW IS BACK


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JUST KIDS - #05 - Marzo 2013