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JUST KIDS

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4,50 euro Anno I - n. 05

Poste italiane s.p.a. - Spedizione in A.P. - D.L. 353/2003 conv. in L. 27/02/2004 n. 46, art. 1, comma 1 S1/RM

[MASSIMO VOLUME] [IL MURO DEL CANTO] [ROBERTO ANGELINI] [CALIBRO 35] [ILVOCIFERO] [DANIELE CELONA] [C+C MAXIGROSS]

Massimo Volume . Muro Del Canto . Roberto Angelini . Calibro35 . Daniele Celona . C+C=Maxigros . Patrick Watson. Adventures In Your Own Backyard Underwater Love . 1980, Milwaukee-Wisconsin . COMPILATION BY A BUZZ SUPREME . Il Futurismo Delle Giovani Donne . Ancestrale . Alfio Con Noi . Uccise La Sua Famiglia E Andò Al Cinema . Metti La Seconda, Vincent . Phon, Fato E Tuttofare . Suonatore D'autobus . Capitolo 1 . Testicoli, Sempre Meglio Che Due Palle . Fare Attività Fisica. Ritrovata Lettera In Via Nolan . E All’italia? . Pallore Lo Pensa Ma Non Lo Dice . Maybe It’s Me .


JUST KIDS

Ci pensavamo come Figli della Libertà col compito di preservare, proteggere e rinnovare lo spirito rivoluzionario del rock ‘n ‘roll. Temevamo che la musica che ci aveva sfamato corresse il pericolo di una carestia spirituale. La sentivamo perdere il senso dei suoi proponimenti avevamo paura che stesse finendo preda di mani ingrassate, avevamo paura che arrancasse nel pantano della spettacolarizzazione, dell’economia e di un’insulsa complessità tecnologica. Ripescammo dalla memoria l’immagine di Paul Revere che cavalcava la notte americana, incitando le persone a svegliarsi, a imbracciare le armi. Anche noi avremmo imbracciato le armi, le armi della nostra generazione: la chitarra elettrica e il microfono.” da “Just Kids”, Patti Smith

JUST KIDS KIDS è una rivista di musica, immagini, poesia, cinema, libri, storie, racconti. Just Kids è una rivista che narra cose. Direttore Editoriale Anurb Botwin - justkids.redazione@gmail.com Responsabile Musica Valentina - justkids.musica@gmail.com Responsabile Rubriche Giorgio Calabresi - justkids.rubriche@gmail.com Responsabile distribuzione cartaceo Catherine - justkids.distribuzione@gmail.com Website www.webzinejustkids.wordpress.com Facebook facebook.com/justkidswebzine Scrivono Alina Dambrosio, Alessandro Barbaglia, Andrea Barbaglia, Andrea Serafini, Anurb Botwin, Catherine, Claudio Avella, Claudio Delicato, Cristiano Caggiula, Daniele Aureli, Davide Uria, Edoardo Vitale, Francesca Gatti Rodorigo, Francesco Capocci, Franco Culumbu, Giorgio Calabresi, Gaia Caffio, Giulia Blasi, Grace of Tree, Graziano De Leo, Luca Palladino, Lucia Diomede, Maura Esposito, Paolo Battista, Sabrina Tolve Fotografi Luca Carlino, Michele Battilomo, Davide Visca, Enrico Ocirne Piccirillo Cover: Luca Carlino | Back: Zak Milofsky

JUST KIDS

Registr. Tribunale di Potenza n.120/2013 ISSN 2282-1538 Mensile, Anno I - n. 03 Direttore responsabile Rocco Perrone Editore Kaleidoscopio edizioni via San Rocco, 40 85050 Satriano di Lucania (PZ) 0975/841077 Stampatore

DM Services S.r.l. Via di Valle Caia Km 9.900 00040 Pomezia (RM)


SOMMARIO

04 | EDITORIALE di Anurb Botwin [Musica|INTERVISTE] 06 | MASSIMO VOLUME di Fabrizio Morando 14 | Muro del canto di Sabrina Tolve 22 | roberto angelini di Valentina Oliverio e Catherine 34 | ilvocifero di Andrea Barbaglia 40 | calibro35 di Graziano Giacò e Flavia Sciolette 46 | daniele celona di Valentina Oliverio e Eleonora Montesanti 56 | c+c=maxigross di Gaia Caffio

70|punto focale di Giulia Blasi|Ancestrale 72 | sommacco di Luca Palladino|Alfio con noi 73 | sommacco di Giorgio Calabresi| Uccise la sua famiglia e andò al cinema 73 |sommacco di Francesca Gatti Rodorigo| Metti la seconda, Vincent 74|sbevacchiando pessimo vino di Paolo Battista| Phon, Fato e Tuttofare 78|suonatore d'autobus di Carlo Martinelli| Capitolo 1 81|interviste impossibili di Alessandro Barbaglia|Testicoli, sempre meglio che due palle 83|parodia della volonta' di Edoardo Vitale|Fare attività fisica 84|troppo tardi per gli onesti di Daniele Aureli e Francesco Capocci | Ritrovata lettera in Via Nolan

[Musica] 62 | MACCHIE BIANCHE di Grace Of Tree|Patrick Watson. Adventures in your own backyard underwater love 64 | novecento di Gaia Caffio|1980, Milwaukee-Wisconsin

[STERILITA’ DEL BENPENSARE] 86 |cattivi pensieri di Franco Culumbu|E all’Italia? 88 |verderame di Claudio Avella| Pallore lo pensa ma non lo dice 90|sexon 67 | JUST KIDS COMPILATION by a buzz di Catherine|Maybe it’s me supreme [immaginario] 68|la dimensione eroica del microbo di Maura Esposito|Il futurismo delle giovani donne VISITA IL SITO WWW.WEBZINEJUSTKIDS.WORDPRESS.COM PER LEGGERE RECENSIONI, LIVE REPORT, VEDERE I PHOTO REPORT E SCARICARE GRATIS LE NOSTRE COMPILATION


editoriale

di Anurb Botwin

Avrei voluto scrivere

un editoriale che parlasse del senso della carta stampata e della sinergia con il mondo virtuale, della morte delle riviste cartacee, della necessità di svecchiamento della cultura, di nuove energie che bisogna mettere in gioco senza rinunciare agli slogan anni ‘70 di chi crede nel valido senso collettivo di un progetto pseudo-culturale anche oltre i suoi contenuti. Ma mentre pensavo a queste cose, mi è capitata tra le mani un’intervista su Urban (n. 117) in cui si parlava di una nuova rivista The American Reader. Incuriosita ho guardato il sito e trovato queste parole nella sezione Support The American Reader:

The American Reader benefits from the generous support of readers who are committed to the journal’s mission. Contributions are not tax-deductible at this time. By supporting the Reader, you are supporting the next generation of American literature and criticism. You are affirming the enduring value of honest, rigorous, bold, and deeply implicated thought in American cultural life. You are preserving, promoting, and advancing the intellectual and cultural foundations of our national discourse, and you’re doing it not just for yourself, but for those who come after you. By supporting the Reader, you also assert that, for a literature and criticism to be true to its time, every generation must speak - and be empowered to speak - for itself. [...].” Ok, non siamo negli Stati Uniti, non vorrei asetticamente pubblicizzare la rivista in sé - perchè esistono miriadi di esempi come questi - ma provando a cambiare American con Italian, concettualmente ho trovato molto di Just Kids in queste parole. Noi siamo soltanto un’isoletta piccolissima in mezzo alle tantissime realtà di questo tipo che per giunta non percepiscono fondi di alcun tipo per finanziare e sostenere la versione cartacea - ad esempio, tanto per dirne una. Avevo anche iniziato a sviscerare l’argomento in queste righe ma ho cancellato tutto dopo aver pensato che non avrei potuto dare miglior cenno dei miei pensieri in merito, se non attraverso le foto di quell’intervista di cui prima. Magari non è legale riportare queste immagini, ma questa è una dichiarazione d’amore verso la carta stampata ed è per questo che mi sono sentita particolarmente autorizzata. [ ] |pic Urban n. 117, pg.36 - 38 JK | 4


MASSIMO VOLUME

[Musica] INTERviste

di Fabrizio Morando |ph by Luca Carlino con la collaborazione di Edoardo Vitale

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[Musica] INTERviste

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acendoci tesoro della scorsa esperienza, quel “Cattive Abitudini” che ha ricolmato il decennale vuoto lasciato dalla band emiliana ma ha confermato l’ispirazione e la linea stilistica dei primi lavori,

Massimo Volume

andiamo ad affrontare Emidio Clementi e i reduci da “Aspettando i barbari”, loro ultima fatica discografica. Adesso la percezione cambia - non radicalmente - verso atmosfere più cupe e affilate, confermando comunque la natura poetica del canto a cui i Massimo Volume ci hanno da sempre abituati. Questa volta a colpirci (nel vero senso del termine) sono i testi di Mimì, autentiche rasoiate che fanno tanto male a chi vive tutti i giorni nella paura di un evento sconvolgente, una nuova e definitiva invasione barbarica.

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i piacerebbe iniziare dal titolo dell’ultimo lavoro. “Barbaro” è il decadimento della cultura, della società, dell’ordine inteso come senso civile e umano, ma al di là delle definizioni, immagino ci sia più un riferimento alla paura di un evento sconvolgente, un nemico che miri a distruggere il nostro territorio e la nostra esistenza. È un’interpretazione corretta? Chi consideri veramente un “nemico”? E’ dagli albori della civiltà che si parla di decadimento. Io non ci credo. Il mondo oggi non è più barbaro di quanto non fosse cinquanta o mille anni fa. Nel nostro caso, l’accento va posto più sull’attesa. Qualcosa sta per accadere (o crediamo stia per accadere), i sensi si fanno vigili, la realtà attorno si elettrifica. Aspettando i barbari parla di questo.

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uali sono state le colonne portanti durante la gestazione di “Aspettando i barbari”? Vi siete dati delle direttive a priori? Volevamo un disco su cui poter lavorare cromaticamente, traccia per traccia. Un disco che non concedesse troppo liricamente. Aspro, duro, distante dal tono confidenziale di Cattive abitudini.

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testi suonano molto più calzanti con le rispettive basi musicali, la voce di Emidio aderisce perfettamente, rendendo il recitato ancor più avvincente e amalgamato agli strumenti. Come si è svolto il processo di scrittura dei testi affinché si ottenesse questo risultato?

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[Musica] INTERviste

Ho lavorato molto sulle atmosfere musicali. Più che in passato mi sono affidato alle rime. È come se la musica mi avesse fornito i temi da trattare. Non avevo mai parlato di guerra, sono le chitarre che mi ci hanno portato.

Ci siamo conosciuti anni fa a Bologna. Un incontro fugace, ma che è servito quando gli abbiamo chiesto la possibilità di utilizzare un suo quadro come copertina del disco. È guardando lo sguardo delle due gemelle che mi sono convinto che Aspettando i barbari fosse il titolo el grido di Danilo Dolci: “Vince chi resiste giusto per il disco. alla nausea, chi perde meno, chi non ha da perdere” sembra esserci una speranza, ma l disco suona ruvido, diretto. A volte la poetica riguarda solo chi non si mette in gioco, chi non che vi contraddistingue è venata di qualcosa è partecipe, chi non combatte… di simile allo sdegno, la stessa voce di Emidio O chi resiste, malgrado tutto. sembra voler sentenziare in pezzi come “Da dove sono stato” o “Dio delle zecche”… vi a copertina di Ryan Mendoza del resto è ritrovate in questa percezione? Inoltre si nota parlante, con quella paura e quella tensione che non c’è spazio neanche lontanamente per dell’attesa di un evento terrificante. Conosci una traccia che a modo vostro parli di una Ryan personalmente oppure la scelta si è relazione d’amore. Poiché per ovvie ragioni basata solo sul contenuto delle sue opere? è facile paragonare i vostri dischi ai libri,

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“Aspettando i barbari” è più un saggio che un romanzo? Al momento della scrittura non provo mai sdegno, né nei confronti dei personaggi che metto in scena, né nei confronti del mondo, verso cui provo un fascino smisurato. C’è anche molto amore sparso nel disco, in tanti immagini che appartengono al mio privato, ma che ho reso irriconoscibili.

di elettricità, di allontanarci da un suono che si stava facendo insidiosamente confidenziale.

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uesta forte presenza elettronica potrebbe cambiare il modo in cui vi proponete dal “vivo”? Sicuro. Stefano è costretto a suonare con le mani e con i piedi. Letteralmente.

adesso della vostra musica. Ci L Ptraarliamo sono delle importanti trasformazioni “Aspettando i Barbari” e i lavori precedenti, e molte di esse sono tangibili: in particolare mi riferisco alla glaciale elettronica di Marco Caldera e all’introduzione di Stefano Pilia come secondo chitarrista. Questo suono decisamente più ruvido, più duro rispetto ai precedenti lavori, era premeditato o ha avuto la sua esplosione in studio grazie a queste nuove collaborazioni? Era premeditato. Avevamo voglia di scariche

e session sono state registrate in digitale, una modalità che spesso porta a suonare per proprio conto, mettendo a fattor comune le registrazioni solo in fase di missaggio. L’esperienza è stata positiva o negativa? La riprenderete nel vostro prossimo lavoro o meditate un ritorno al passato, ritenendola un approccio impersonale? Riguardo il futuro non ho idea. Ma l’uso del digitale è stata un’esperienza affascinante tanto quanto l’avventura analogica. A un certo punto, al momento di assemblare le varie tracce, avevamo paura di dare vita a una

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specie di Frankenstein. Invece ogni elemento si è sistemato al proprio posto. Incredibile.

Vic Chesnutt” è il mio pezzo preferito. Lascia senza fiato, spregiudicato, tagliente, aspro, discorde. Vic è una delle figure più controverse del panorama cantautoriale americano, autolesionista ma con una forza vitale sorprendente, autobiografico ma con una vena visionaria sopra le righe, che spesso destabilizza l’ascoltatore, il quale difficilmente riesce a separare la finzione dalla realtà. Quali cose della vita e della musica di Chesnutt ti hanno maggiormente influenzato? Il fatto di aver trasformato il proprio handicap in uno stile ineguagliabile.

sul tema, mi piacerebbe Pdiscoroseguendo che spendessi qualche parola su un e un libro di qualsiasi tempo che hanno condizionato la tua vita artistica, i suoni dei Massimo Volume, i tuoi testi…

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Al momento della scrittura non provo mai sdegno, né nei confronti dei personaggi che metto in scena, né nei confronti del mondo, verso cui provo un fascino smisurato. C’è anche molto amore sparso nel disco, in tanti immagini che appartengono al mio privato, ma che ho reso irriconoscibili.


[Musica] INTERviste

Riguardo il libro dico Motel chronicles di Sam Shepard perché più di altri mi ha spinto verso la scrittura, definendo anche meglio il mio raggio di azione. Lo stesso devo dire di Catholic boy di Jim Carroll per quanto riguarda la musica. Da Carroll ho cercato di prendere tutto ciò che mi era possibile prendere: lo sguardo, la voce poetica, persino i suoi gilet.

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ell’evocazione degli echi di guerra sputati da un immaginifico Mao Tze Tung, e in tutto il testo de “Il nemico Avanza”, trovo immagini forti, spietate, crude... Com’è nato questo pezzo? Quando lo hai scritto? Avevo tra le mani un vecchio numero di Storia illustrata che parlava della Lunga marcia, dove venivano riportate le frasi di Mao che ho utilizzato nel testo. Quelle frasi hanno trascinato con sé i mercenari post coloniali di cui ho letto tutto ciò che mi è stato possibile leggere. I mercenari hanno poi tirato in mezzo pure Goffredo Parise. Mi piaceva l’idea di qualcosa a metà strada tra la storia e il privato. In questo la prefazione di Parise a L’odore del sangue è impareggiabile.

le realtà del rock italiano non TPietraraconvenzionale trovo che i Bachi da possano considerarsi tra i migliori

voi, come Massimo Volume, sentite dopo Edeltutti questi anni ancora la responsabilità timone del rock italiano? Che ruolo vi date oggi, in un contesto sociale decisamente diverso da quello di qualche anno fa? Non ce lo chiediamo mai. Sono domande pericolose, da cui è meglio tenersi alla larga.

Lanier, un filosofo ex informatico, Jdeierome afferma che l’avvento dei social network e nuovi canali di proposizione discografica

siano la causa principale dell’appiattimento artistico-culturale avvertito nell’ultimo decennio. Sei d’accordo? Come condizionano il tuo lavoro internet e in generale i network informatici? Sono piuttosto fatalista al riguardo. Nel senso, internet c’è e dobbiamo farci i conti. Sta cambiando il modo di vivere e può essere anche interessante vedere in che modo lo fa. Quello che è certo è che fino a dieci anni fa ci si lamentava allo stesso modo dell’industria discografica. All’epoca erano loro a uccidere la creatività.

compositori e performers. Quel capolavoro dello split EP uscito nel 2011 ha dimostrato una sorprendente interscambiabilità tra i vostri lavori, ma che cosa vi accomuna di più musicalmente, oltre che la natura poetica del canto? Difficile dirlo. Entrambi abbiamo subito avvertito un’empatia reciproca. Io sono molto attratto dallo stile dei Bachi, uno stile personalissimo, misterioso. vostri dischi Ascoltarli è come scavare una buca. Il loro suono sono da sempre arriva dal profondo. una miniera d’oro per quanto e ti capitasse l’opportunità di ripetere riguarda citazioni un’esperienza simile, ma con una band, un e riferimenti artista straniero contemporaneo, con chi ti al mondo piacerebbe suonare? C’è un disco o un autore al culturale e anche di fuori del panorama italiano particolarmente “ A s p e t t a n d o adatto a un riadattamento in stile “Massimo i barbari” Volume”? non manca. E’ un pezzo che sento molto mio, ci vedo la luce di San C’è qualche Benedetto a settembre, la scalinata della Chiesa dei p e r s o n a g g i o Frati, le domeniche mattina a messa con mio fratello. illustre che Mi commuove ogni volta che la ascolto. doveva finire nel

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[Musica] INTERviste

disco ma che per qualche motivo non ha fatto in tempo a esserci? Ultimamente cosa state leggendo e cosa state ascoltando? Personalmente sto ascoltando molto Elton John, Tumblewwed connection soprattutto. Mi piace molto il suono di quel disco, mi ricorda Exile on main street. E poi la grana della sua voce, non sai quanto gliela invidio. Sto invece leggendo un saggio su Craxi e la fine del partito socialista, si intitola La cruna dell’ago. entre scrivevo quest’intervista, sono M venuto a conoscenza della morte di Lou Reed, immagino un vostro faro, un punto di riferimento, come lo è stato per due generazioni. Ho letto recentemente un tweet che diceva tra le righe pressappoco cosi: “…il

demotape peggiore di Lou ha sicuramente più cose da dire che la maggior parte delle recenti produzioni discografiche internazionali…”. Mi congedo con questa “provocazione” chiedendoti semplicemente cosa ne pensi, salutandoti e sperando di potervi (ri)vedere dal vivo prima possibile. Cosa dire di Lou Reed, se non che è stato un meraviglioso cantore di questi ultimi cinquant’anni? E’ l’unico che è riuscito ad essere preso come modello da tutte le generazioni. C’è un disco in particolare che amo, Growing up in public. Non so quante volte l’ho ascoltato, e ogni volta mi ha dato qualcosa, ogni volta l’ho sentito mio. [ ]

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IL MURO DE

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EL CANTO

di Sabrina Tolve | ph by Alessio Jacona

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[Musica] INTERviste

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opo un singolo del 2010, Luce mia, un EP l’anno successivo, Il Muro del Canto, seguito dal disco L’ammazzasette nel gennaio 2012 e il vinile Mamma Roma addio nello stesso anno (insieme ad altri gruppi della scena romana), il 29 ottobre è uscito finalmente il nuovo album de

Canto,

Il Muro del

Ancora ridi, che è stato presentato al Circolo degli Artisti l’8 novembre. Personalmente ho imparato a conoscere Roma e le sue infinite sfaccettature ascoltando le canzoni de Il Muro del Canto. Li seguo dall’epoca del singolo e, per me, non è un modo di dire: Il Muro del Canto è Roma. È la Roma intima, dura ed eternamente bella, è la Roma che innamora e si fa odiare. È la Roma vista con gli occhi di chi la vive, di chi ne vive e subisce le grettezze e le meraviglie. Il Muro del Canto è tradizione e popolo di una Roma che resta unica, col trascorrere lento o frenetico del tempo. E, in vista della presentazione del nuovo album, ho avuto il piacere d’intervistare Alessandro Pieravanti, batterista, percussionista e voce narrante del gruppo.

Ci hanno cresciuto mandandoci al catechismo, abbiamo avuto il crocefisso in classe e l’ora di religione, abbiamo avuto amichetti scout, c’è il papa tutti i giorni al telegiornale, ci sono ingerenze da parte delle istituzioni religiose su ogni decisione dello Stato.

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l Muro del Canto sembra nascere da una strana alchimia: progetti diversi, persone diverse si riuniscono intorno a una canzone, Luce mia. Il nuovo album, Ancora ridi, nasce sotto una buona stella: viene scritto tra un live e un altro. Me ne parli un po’? Sì, il primo disco, L’ammazzasette, rappresenta quello che hai detto tu: un esperimento tra percorsi diversi e la curiosità di vederne il risultato, mentre il disco nuovo è un qualcosa di più voluto, figlio di quel che poi è stata la nostra attività di musica dal vivo, e quindi racchiude tutto quello che è successo in questi anni: dove siamo andati a suonare e JK | 16

l’effetto dei live, le persone che abbiamo incontrato. Sicuramente dentro c’è un Muro del Canto che non è più in fase embrionale. Qui è un po’ più vissuto.

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vete avuto difficoltà a trovare qualcuno che vi producesse? La realtà del Muro del Canto è anomala per quel che riguarda solitamente le band, perché è una realtà che ha avuto subito un forte riscontro di pubblico, anche se territoriale. Non abbiamo avuto difficoltà a trovare dei partner e tutto è venuto a crearsi abbastanza naturalmente. Piano piano abbiamo composto tutta una squadra di gente che, adesso, lavora con noi.


[Musica] INTERviste

Siamo riusciti a creare il nostro immaginario, ci siamo costruiti un’identità, ragion per cui ogni volta che facciamo un’intervista non veniamo più paragonati ad altri: abbiamo un nostro ruolo, non siamo legati o collegabili ad altri progetti. Se hai una tua identità e un tuo seguito, è tutto abbastanza facile: il Muro del Canto ha venduto 3000 copie del primo disco in un anno. È un bel risultato. Anche se poi, di fatto, tentiamo di tenere tutto in mano nostra, a livello di produzione e di studio. Cerchiamo di gestirci e sostenerci autonomamente. Cerchiamo di mantenere nostro il nostro lavoro. E anche se non è detto che questa sia la scelta più giusta, noi preferiamo così. proposito di paragoni, vi A hanno mai paragonato a un gruppo così distante da voi

da infastidirvi? No. Se ci penso, così su due

piedi non mi viene in mente niente. Abbiamo avuto la fortuna, come dicevo prima, di crearci un’identità abbastanza forte per cui non abbiamo subìto la costante ricerca dell’accostamento, anche se il giornalista solitamente usa paragoni per avere punti d’appiglio. A noi, fortunatamente, questa cosa non succede spesso. Quando fanno una recensione parlano di noi ed è forse questa la cosa che dà più soddisfazione.

che facessero questo genere. Ci piace molto lo spirito diretto di questa scena e siamo contenti di condividere il palco con band così diverse da noi. Come estrazione siamo sicuramente più vicini al metal, abbiamo tutti ascoltato musica metal: io, Daniele, Giancarlo, Alessandro Marinelli, che con la fisarmonica fa tutte quelle terzine con un approccio musicale tecnico, ma allo stesso tempo melodico.

avete una formula gli inizi della vostra Stesti,ì,chevoimaè soloanche vostra. Fate bei Acarriera, vi si chiedeva bella musica. spesso perché cantaste in Vi sentite affini all’hardcore o ad altri stili? Perdona i termini un po’ prosaici... La scena hardcore è una scena che ci piace, però non ci trovo dei legami prettamente musicali perché nessuno di noi ha estrazioni hardcore, seppur abbiamo partecipato a festival e concerti in cui erano presenti anche gruppi

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romanesco. Ma, al di là dello stile impattante del dialetto, come nascono davvero i vostri testi? Le nostre canzoni nascono in romanesco perché vengono pensate in romanesco. E poi non è nemmeno un romanesco ricercato e arcaico, è un linguaggio colloquiale.


[Musica] INTERviste

I testi nascono dai pensieri di Daniele per le canzoni e dai miei per i racconti, dalle nostre storie, da quello che immaginiamo quando siamo in giro o mentre lavoriamo. Parliamo di Roma, di quello che Roma ci ridà indietro vivendo qui. C’è dentro tutto quello che ci arriva e che c’incuriosisce, tutto quello che ci smuove e abbiamo voglia di raccontare, ed è come se lo raccontassimo nel modo più semplice e diretto, come se lo stessimo raccontando ad un amico, senza pensare alla cadenza romana o al troncamento di una parola. Parliamo così. Scriviamo così.

una scelta volontaria nel rifarsi a queste consuetudini – ci sono due aspetti. Da una parte, come hai detto tu, c’è il senso di rivalsa nei confronti delle difficoltà, ed è una cosa che noi sentiamo molto nostra. Anche il titolo dell’album Ancora ridi è legato a questo aspetto. Dall’altra parte c’è un senso canzonatorio, di scherno. Questi sono due aspetti fondamentali, che sicuramente esistono. Il senso di difficoltà è una cosa comune a tanti, apparire ridicoli anche. Fortunatamente le due cose non sono sempre unite, ma a volte possono coesistere. Penso che in elle vostre canzoni l’occhio fondo siamo uomini medi. è sempre puntato agli ultimi o all’uomo medio. ’amore, nei vostri testi, Mentre del primo si cantano la è sempre associato alla dignità e la voglia di rivalsa, rabbia e alla sofferenza. del secondo si sottolinea il Sembra non ci sia mai un lieto lato grottesco. Tu credi ci sia fine. Come mai? un filo conduttore tra di loro? Questa domanda andrebbe fatta O pensi che non s’incontrino più a Daniele che a me, perché è mai? lui quello che tratta più che altro Hai intercettato sicuramente due tematiche di questo tipo. Provo aspetti di cui cantiamo, ed è una a risponderti, interpretando da domanda molto interessante. vicino la realtà della band. In quella che è la tradizione Sicuramente posso dirti che siamo romana - che è innata: non c’è spinti a raccontare sensazioni

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molto forti. Ma credo sia una situazione assoluta: se si incontra un amico non gli si raccontano delle banalità; gli si raccontano le cose più importanti, quelle per cui si è rimasti colpiti. E, ovviamente, si può essere molto colpiti in positivo come in negativo. Queste sono molto spesso storie che in qualche modo ci hanno colpito o hanno colpito Daniele. Probabilmente sono state immaginate come un sentimento particolarmente difficile da superare. In realtà sono sempre due lati della stessa medaglia, perché non c’è un “finire male”. Si descrive qualcosa che tanto può portarti in alto quanto può schiantarti in basso. In Luce mia c’è un verso che dice: lo zero che sono sarebbe cento. Ecco: questo vuol dire che l’amore è la cosa più importante che c’è, anche se ci sono dei momenti di totale distruzione in cui, invece, si viene sconfitti. Io penso che comunque non ci sia esclusivamente un aspetto negativo relativo all’amore, non è detto che finisca tutto male, anche perché quando qualcosa ti colpisce talmente forte, tanto da scriverci


[Musica] INTERviste

su una canzone, o da raccontarla, a prescindere da come siano andate le cose, resta un’esperienza importante. E questo esula da un giudizio di valore sul bene e sul male. È un qualcosa di essenziale e quello basta.

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anche l’immagine della donna non ha accezioni prettamente negative. Di fatto, ascoltando le vostre canzoni, una donna che non sia cattiva o traditrice la si ritrova solo in La terra è bassa e So’ morto pe’ sbajo. No, la donna non ha accezioni puramente negative. Non c’è la visione di una donna cattiva, ma si raccontano delle storie che, secondo me, non devono avere la pretesa di essere viste come universali. Nemmeno le nostre canzoni vogliono dare un giudizio nei confronti di una determinata situazione. Bisognerebbe un po’ più contestualizzare, secondo me, le canzoni alla loro durata. È una situazione che si determina, un’esperienza che esula e prescinde da tutto il resto. Fondamentalmente entrambe le tue domande si concludono nella

stessa risposta: che noi lo vogliamo oppure no, le persone vengono coinvolte maggiormente dai rapporti sentimentali. E raccontarli, siano essi amorosi o meno, vuol dire spesso andare a scavare anche in cose che poi sono difficili da affrontare: un tradimento, la disperazione del non vedere il proprio amore riconosciuto, oppure la paura di perdere qualcuno che ti sta vicino. Si vanno sicuramente a cogliere gli aspetti più forti, più decisi, spesso più spinosi dell’esistenza. E quindi, inevitabilmente, l’uomo e la donna vengono visti anche in accezioni negative. ltre all’amore, cantate O molto spesso della morte. E questa è una cosa su cui

tu scrivi maggiormente: So’ morto pe’ sbajo, Er funerale... come mai? In realtà non me n’ero accorto, però So’ morto pe’ sbajo e Er funerale sono quasi la continuazione l’una dell’altra. In So’ morto pe’ sbajo c’era la volontà di raccontare quella che poteva essere una paura, o comunque di descrivere una JK | 19

sensazione di smarrimento, e di voler rendere giustizia a colui che era morto. Penso che non sia giusto che chi ci lascia, non abbia la possibilità di poter dire ancora qualcosa. Quando qualcuno muore, chi resta mette un punto, e quella persona diventa solo un ricordo. Dal canto mio provo a disegnare un presente per chi se ne va. E il cercare di comunicare con chi è rimasto è tentare di avere una specie di rivalsa, ancora una volta, nei confronti di chi è ipocrita, o di dire ancora qualcosa a chi, invece, ha davvero un sentimento nei confronti di chi non c’è più. Questa è per me una cosa importantissima. Quindi ho voluto, in entrambe le storie, dare la possibilità alle loro anime, di dire qualcosa: in So’ morto pe’ sbajo il messaggio è per la donna che aspetta. L’anima le dice che avrebbe voluto restare con lei; ne Er funerale, invece, c’è un messaggio per le persone ipocrite che esaltano il morto solo perché morto: una situazione veramente aberrante. Forse è una mia ossessione permettere a chi muore di essere ancora presente, in


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qualche modo. ’è, nelle vostre canzoni, Cevidente. una vena anticlericale molto Da cosa nasce?

Da una parte è sicuramente una tradizione romana quella di essere anticlericale. Ma probabilmente anche italiana, perché quando tu nasci e cresci con una presenza così invadente, inevitabilmente ne sviluppi un rifiuto. Ci hanno cresciuto mandandoci al catechismo, abbiamo avuto il crocefisso in classe e l’ora di religione, abbiamo avuto amichetti scout, c’è il papa tutti i giorni al telegiornale, ci sono ingerenze da parte delle istituzioni religiose su ogni decisione dello Stato: è una situazione insostenibile. Ne nasce un rifiuto che è lo stesso delle persone dei quartieri nei confronti delle parrocchie o nei confronti d’un prete che non si comporta bene. Tu mi chiedi da dove nasca la nostra vena anticlericale: dall’istituzione religiosa. Questo è un motivo. L’altro è che, in realtà, io credo che ci sia in tutti noi una profonda spiritualità, vissuta da ognuno in maniera diversa. Ciascuno di noi ha le proprie idee a riguardo, e questo comporta, in qualche modo, l’essere molto

critici nei confronti di chi dovrebbe rappresentare la spiritualità in una certa maniera, ma poi fa altro. È una critica nei confronti di qualcosa che è importante: non è un andare contro la religione o contro un’idea di Dio, ma un voler portare alla luce, anche con un tono di scherno, quelle che sono le contraddizioni dell’istituzione ecclesiastica: critichiamo quella che può essere una cosa leggera, come il prete che utilizza la parrocchia per far campagna elettorale fino a qualcosa di molto più grave come la pedofilia, come abbiamo fatto vedere nel video di Chi mistica mastica. Chi si occupa di religione e di anime dovrebbe essere molto distante da comportamenti di questo tipo. E noi sentiamo di dover continuare in questa direzione, di essere critici. Anche perché poi è quasi un tabù, si ha paura di dire le cose come sono, perché c’è comunque molto pudore in Italia. Che si suoni nel paese in cui i vecchietti sono appena usciti dalla messa, o nel grosso concerto in città, un sorrisetto lo strappi sempre, perché è un qualcosa che tutti pensano, ma pochi dicono.

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uesta domanda essere anche

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complimento, perché voi siete davvero bravi nell’unire una dicotomia importante: l’aspetto pasoliniano di Roma e la sua modernità, pur con le dovute critiche. Come fate? Rispetto all’aspetto pasoliniano io ritrovo esclusivamente un discorso di approccio, quello, cioè, di raccontare le storie dal basso. Poi se questo ci riesca bene o meno - tu stai dicendo che ci riesce bene e mi fa piacere - è un discorso diverso. La critica ai tempi moderni è una critica a certe distorsioni palesi di quella che è la società di oggi, soprattutto nei confronti di quello che dovrebbe essere lo stato sociale, di quello che dovrebbero essere i servizi per i cittadini, di quella che dovrebbe essere un’urbanizzazione controllata (e lì ritorna in ballo Roma), di cose che riguardano la vita molto semplice di tutti noi, cercando di non scadere in un cliché banale di critica molto spicciola. E questo è il rischio più grande. Io penso che, se questo nostro modo di fare riesce bene come dici, è perché non c’è una volontà di artificio, vuole e non c’è nemmeno la volontà un di voler creare un’opinione o di voler seguire la moda della contropinione: non vogliamo dire di pensarla come noi e quindi evitiamo di avere un atteggiamento “politico divulgatorio” o sociale. Nemmeno, però, vogliamo seguire quella corrente di persone che si lamentano dicendo che va tutto male. C’è una volontà esclusivamente narrativa, quindi


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per raccontare, ad esempio, il disagio delle periferie, cerco di raccontare la storia di una persona qualsiasi: è quello che ho provato a fare in Palazzinari. In questo modo cerco di far parlare la disperazione di una persona attraverso i fatti e di contestualizzarla in una realtà. Non ho davvero la pretesa di fare una critica sociale, ma solamente di dare voce a una situazione che in tanti a Roma vivono. Non c’è la volontà di scrivere contro. Le nostre sono storie che vengono fuori quasi da sole e in quanto tali rappresentano cose del nostro tempo.

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rmai avete suonato in tutta Italia. Avete trovato differenze importanti, per quel che concerne il pubblico, tra Roma, il Sud e il Nord Italia? Differenze non ce ne sono, innanzitutto perché il pubblico di Roma è un pubblico eterogeneo: a Roma vivono moltissime persone di altre regioni, quindi non posso propriamente dire che il pubblico di Roma sia un pubblico romano. Forti di questo, ci siamo spinti al Sud e al Nord, e il riscontro è stato positivo: non c’è difficoltà nell’approccio dialettale, non c’è difficoltà nell’approccio musicale, non c’è difficoltà nell’approccio narrativo, e l’effetto è lo stesso. Il concerto può andare bene al Centro Italia, come al Sud e al Nord, sono altri gli elementi che entrano

in ballo, non la tua proposta. Se la tua proposta funziona a Roma, funziona anche a Torino, ad esempio: perché sia con la musica che con le parole si vanno a toccare dei tasti emotivi che prescindono poi dalla mera territorialità. E la serata può andare male e non essere capita per altri motivi che possono essere molteplici, ma non riguardano il tuo dialetto. E fino ad ora, a Torino come in Puglia, ci sembrava stessimo facendo un concerto a Roma: l’emozione e l’entusiasmo erano gli stessi. Non c’è un limite a livello territoriale. C’è sicuramente la necessità di fare lo stesso percorso fatto a Roma perché se qui nascono situazioni sempre simili a grandi feste, se qui ci divertiamo tutti insieme, è perché abbiamo fatto tre anni di concerti ininterrottamente e abbiamo coinvolto e legato a noi tante persone. La stessa cosa va fatta anche in altri luoghi, con la difficoltà che andare a suonare fuori da Roma ha ovviamente i suoi costi.

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dei luoghi di Roma Ctestiichesono senti più vicini ai tuoi o che senti più tuoi o che

riescono ad ispirarti di più rispetto ad altri? Fondamentalmente no. Non c’è mai un legame forte nei confronti di un luogo ben preciso. Forse l’unico pezzo che è veramente contestualizzato è Palazzinari perché si riferisce alla periferia est, a Ponte di Nona, alla Collatina, alle zone che vedo tutti i giorni, ragion per cui ho immaginato che una storia simile potesse nascere lì. Ma, di fatto, non ci sono dei luoghi che sento particolarmente vicini, anche perché il modo in cui noi vediamo e viviamo Roma è comunque relativo alle persone che poi danno determinate caratteristiche a quel dato luogo: il luogo di per sé è un contenitore. Posso dire che la visione e gli aspetti di Roma di cui cantiamo sono relativi sì alla città in sé, ma anche e soprattutto alle persone che la vivono. Quindi non c’è mai una contestualizzazione forte di un luogo. E questo è quanto. [ ]


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roberto angelini di Valentina Oliverio e Catherine | ph by Luca Carlino

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Il 2013 è stato un anno ricco di soddisfazioni

Roberto Angelini

Going to see the river man. Going to tell him all I can. About the ban. On feeling free. (Nick Drake - River Man)

per : premio come miglior musicista live al KeepOn festival, Phineas Gage si è aggiudicato la targa PIMI come miglior autoproduzione. Lo abbiamo incontrato trascorrendo più di tre ore in compagnia di un artista consapevole delle proprie scelte, umile, sincero, in grado di farci riflettere su aspetti che non avevamo considerato. Vi suggeriamo di leggere questa intensa intervista in cui prende parola l’uomo e il musicista, il padre e il figlio, l’amico e il professionista.

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P

artiamo da FioriRari, la tua etichetta creata nel 2006 in cui sei anche produttore. Abbiamo avuto modo di ascoltare Margherita Vicario, Luca Carocci, Stefano Scarfone, Andrea Rivera, i Trinità notando profonde differenze stilistiche, compositive nonché di contenuto. Qual è il criterio con cui decidi chi produrre? Parlaci di questi ragazzi…
 È diverso il punto di partenza. La mia non è un’etichetta canonica, a cui arrivano dischi, provini o altra

roba da ascoltare e valutare. La mia etichetta è nata 10 anni fa per me stesso. Penso che l’etichetta possa essere molto utile per la creazione di un progetto, ma se non si è forti dal vivo con il disco non te ne fai niente. Il principale criterio di scelta degli artisti che ne fanno parte è la potenza live. In questi anni ho creato un mio set personale e da solo ho suonato più che in quindici anni insieme al gruppo, ho capito che più della canzone, conta la predisposizione del pubblico a essa. All’inizio eravamo un gruppo che voleva produrre il proprio disco avendo a disposizione tutta la filiera per la pubblicazione ed essere così libero a livello editoriale. Poi l’etichetta si è fermata e per un po’ ho prodotto soltanto cose mie, fino a quando non ho incontrato Margherita Vicario. L’ho conosciuta al Teatro Valle, in quell’occasione in me si è riattivato qualcosa e alla fine ho pensato: “l’etichetta io ce l’ho, perché no?”. In realtà mi serviva qualcuno che mi destabilizzasse, che mi desse la voglia e la motivazione per produrre un disco. Praticamente ho ricominciato con Fiori Rari partendo da Margherita e il criterio con cui ho scelto di produrla è stata la sua bravura dal vivo. La mia vita si basa sui live, se io dal vivo fatico e non riesco a essere comunicativo un disco non lo faccio. Tra le altre cose ho avuto voglia di salvarla da dove stava, ho creduto stesse andando alla deriva in mezzo a quei produttori che le proponevano i singolini pop solo perché è carina. Invece in lei ho visto qualcosa di molto più interessante, aveva una voce che non mi ricordava quella di nessuno. Margherita ha in sé qualcosa di

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cristallino e fuori dalla norma, se vai a un suo concerto, che ti piacciano o no le sue canzoni, lei ti porta dentro al suo mondo. Non è propriamente indie, ma neanche mainstream. Ricorda il teatrocanzone, che non c’entra un tubo con quello che faccio io e forse è proprio questo che mi affascina. Diciamo che l’ho tirata fuori da un po’ di marasma discografico triste. Non che il mio sia felice! Anche Luca, Stefano, Rivera quando stanno su un palco funzionano. Prima di produrli li avevo visti suonare varie volte ed erano portentosi. Il disco di Luca Carocci è stato prodotto da Claudio Gnut, l’ha fatto con tutti i nostri amici napoletani e c’era bisogno semplicemente di mixarlo e finalizzarlo. Quando l’ho ascoltato mi è piaciuto e ho pensato di farlo io. Poi ho creato la connessione tra Luca e Margherita, lei è molto brava a cantare ma meno brava a esporre le sue canzoni a livello musicale, lui esattamente il contrario. Sono diventati un duo fichissimo, le loro due voci si sposano, così si aiutano a vicenda. Per quanto riguarda Andrea Rivera ho lavorato alla produzione del suo disco perché mi sono innamorato della sua follia. In un solo anno sono invecchiato di 5 perché è pazzo, ma a suo modo è splendido, è fuori dai binari, ha un cuore meraviglioso ed è un anarchico puro. È pulito, proprio per questo in questa società paga un prezzo salatissimo. Stefano Scarfone invece ho deciso di aiutarlo più che altro a livello distributivo. Lui ha una sua vita artistica, è un chitarrista bravissimo e mi ha insegnato molto quando ero più piccolo. In questo momento aveva bisogno di una


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mano. Poi ci sono i Trinità, un gruppo di totale follia, loro improvvisano e cazzeggiano. Il progetto è nato due anni fa con Diego Bianchi (in arte Zoro) solo per divertirci, poi ci siamo ritrovati a Gazebo. sicuramente un artista Snoneiindefinibile, nel senso che ti sei mai ghettizzato in un

certo tipo di ruolo. Possiamo vederti fare sia cose di nicchia che cose leggermente più mainstream. È forse proprio questa l’indipendenza?
 Quando cominci a fare questo lavoro pensi che una multinazionale sia la salvezza, ma invece il meccanismo di un’industria può anche essere molto pesante. Fanno tutto loro e c’è il rischio di sentirsi stretti, senza una libertà musicale, di espressione e d’immagine per cui lottare, senza appunto la tua indipendenza. Il punto è che quando la ottieni ti rendi conto che l’indipendenza

La libertà l’ho cercata tanto, sono una personalità complessa questo sì, ma non mi va di finire come tanti che portano il baffo e per tutta la vita lo devono avere altrimenti il loro personaggio è finito. Sono terrorizzato da questa storia.

costa. Non avere un referente preciso, un “datore di lavoro” costa fatica e costanza. La stessa cosa dovrebbe succedere a chiunque abbia un posto fisso, sicuramente si sente meno libero, ma da un certo punto di vista ha una vita, mi sbilancio, più semplice. In alcuni momenti avere tutto sulle proprie spalle è difficile, perché è necessario trovare in se stessi la motivazione e gli stimoli per avere intuizioni e voglia di scrivere. La libertà l’ho cercata tanto, sono una personalità complessa questo sì, ma non mi va di finire come tanti che portano il baffo e per tutta la vita lo devono avere altrimenti il loro personaggio è finito. Sono terrorizzato da questa storia, mi piacerebbe solo mantenere la musica un terreno fertile, dove posso divertirmi a suonare la chitarra con Niccolò Fabi e con altri artisti alternativi o mainstream che siano. Stasera per esempio vado a suonare con Fabrizio Moro. In questo modo mantengo libera e pulita la mia espressione di cantautore, senza la pressione di scrivere per forza altrimenti non mangio o dover consegnare il disco a qualcuno perché altrimenti sono fuori dal contratto. Scrivo e provo a fare i dischi quando c’è quella famosa ispirazione pura, bella; considerando sempre che può non arrivare. L’indipendenza io la vedo così: rotoli nella musica senza sapere bene dove andrai e ti capitano annate incredibili e altre difficili. E’ un viaggio senza obiettivi particolari di realizzazione. Nelle ultime due annate ho fatto circa circa 180/200 concerti l’anno, ed è tantissimo Cristallizzerei l’ultimo anno vissuto in giro a suonare e lo ripeterei all’infinito.

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Poi a un certo punto è iniziato l’esperienza di Gazebo, che per me è una roba assurda da fare. La televisione non è il mio habitat, però mi è capitato, il gruppo di amici è splendido ed è comunque qualcosa di diverso da quello che si può immaginare, sembra quasi di stare in famiglia perché non c’è stress. Certo andare ogni martedì, mercoledì e giovedì al Teatro delle Vittorie per uno come me è strano, la ripetitività è una cosa che mi mette angoscia. Da 10 anni sono entrato dentro il mondo indie, ma avendo conosciuto anche quello mainstream so che ci sono moltissime somiglianze. Cambia il look, cambia il sound, ma poi comunque il meccanismo dei giornalisti e dei critici che creano il fenomeno esaltando un gruppo e distruggendone un altro, è lo stesso. La stronzaggine è la stessa.

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hineas Gage, ultimo tuo album uscito ormai un anno fa, è molto diverso da La Vista Concessa. Mentre in quest’ultimo c’è una maggiore attenzione ai testi e alla loro poetica, in Phineas Gage avviene esattamente l’opposto. Si tratta di prodotti che hanno avuto anche una gestazione diversa. In genere, quale importanza attribuisci al suono e quale alle parole? In una tua scala di valori personale, chi sta sopra e chi sta sotto?
 Nelle mie canzoni musica e parole stanno alla pari. La Vista Concessa ha avuto una gestazione di 6 anni ed è stato il disco successivo alla mia esperienza mainstream, un disco quindi in cui proprio a livello di parole avevo la necessità e l’urgenza di raccontare.


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Ero pieno di canzoni, di riflessioni su un mondo che avevo osservato. Phineas Gage non potrebbe essere uguale perché deriva da un vissuto diverso. Avevo suonato molto in giro e allora mi è venuto in mente di fare un disco subito, in studio per un solo mese, della serie entriamo, montiamo tutti gli strumenti, portiamo a casa qualche canzone ma anche qualcosa di strumentale. Così è nato Phineas Gage, che è un disco estemporaneo, l’esperienza opposta de La Vista Concessa. L’ho fatto proprio per colmare la curiosità di mettermi alla prova su un tempo definito. Le canzoni sono poche, non è un viaggio nelle viscere dell’io, sono stato più superficiale con me stesso e avevo bisogno di farlo perché in realtà l’altro disco devo ancora digerirlo. A volte è necessario volare un pochino più in superficie, perché

non sempre si può stare nel mood di mettersi a nudo. Se sono triste e metto su Nick Drake sto bene. Se sono triste mi dà felicità ascoltare Drake e mi rattrista la radio da cui mi arriva il pop senza infamia e senza lode. In certi momenti ho bisogno di sentire proprio una cosa bella, questo mi tira su il morale. Poi invece c’è gente che, giustamente, se sta giù la cosa malinconica non la vuole sentire. Vi sarà capitato di ascoltare e apprezzare o meno un disco in momenti diversi della vita. A volte quello che non ti piaceva improvvisamente ti piace o quello che ti piaceva improvvisamente ti fa cagare. La predisposizione dell’ascoltatore è fondamentale, può esistere l’oggettività della qualità, ma che un disco ti arrivi o non ti arrivi è assolutamente soggettivo. 


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rovieni da una famiglia in Psempre cui la musica ha rivestito un ruolo rilevante. Vittorio Camardese è stato sicuramente un punto di riferimento importante per la tua carriera di musicista. Quanto questo ambiente ti ha aiutato e fatto capire che nella vita non avresti fatto altro che suonare dalla mattina alla sera? Nella carriera di musicista e cantautore non sono stato supportato da Vittorio, in realtà era terrorizzato dal mondo della musica. Lui era un medico e quando fai un altro mestiere, ma sei anche nel mondo della musica, osservi i musicisti in un modo diverso, cogliendo tutti i lati oscuri. Mi ripeteva sempre: “guarda Chet Baker, è il più grande trombettista di questi cento anni eppure è morto di fame e drogato”. Adesso


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mi è chiaro il suo atteggiamento di padre terrorizzato, ma quando avevo vent’anni non lo capivo. Ora riesco a capirlo perché lo provo con mio figlio, anche se so che non esiste un percorso sicuro. Sicuramente facendo questo lavoro puoi finire male in vari modi. Da un punto di vista lavorativo può succedere di fare il musicista in maniera triste, perché magari non ti realizzi e non sei contento di quello che fai. Suoni in un’orchestra dove ti trattano male oppure finisci a fare l’insegnante per necessità anche se non hai la passione per quel tipo di lavoro. Anche se ti realizzi comunque ci possono essere deviazioni poco felici, per esempio i vizi.

Insomma, non è che in famiglia mi abbiano spinto molto a fare musica, ma sicuramente crescere con la musica è stato bellissimo. Avere in casa un genio come Vittorio mi ha portato a pensare che non avrei mai potuto suonare la chitarra come lui, perché avevo un po’ di talento, potevo diventare anche bravo ma accanto a me stava il genio. Avete mai letto Il soccombente di Thomas Bernhard? È un libricino meraviglioso che racconta di un pianista bravissimo, considerato fortissimo nella sua nazione, che va a fare uno stage di preparazione successiva a Vienna e lì incontra Glenn Gould, il genio appunto. La situazione del “soccombente” è

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molto pesante, ci si rende conto di quello che non si ha, di convivere con qualcosa di inarrivabile. Per questo io ho sempre detto di non voler fare il musicista, da quando ero ragazzino ho sempre avuto la passione di scrivere e inventarmi canzoni, quindi ho deciso che sarebbe stata quella la mia strada. Non avrei mai potuto scegliere di fare il jazzista o il musicista come Vittorio. I miei genitori finché non mi hanno visto sul palco di Sanremo nel 2001 hanno sempre pensato che non facessi un cazzo, della serie “sì, dice che suona, ma te pagano?”. Avevano il terrore che non mi pagassero. Soprattutto Vittorio, che era di un’altra generazione, non riusciva a capire che era possibile guadagnare facendo musica. Come probabilmente non avrebbe creduto possibile, e non so se gli avrebbe fatto piacere, il fatto che ora è conosciuto in tutto il mondo. La mia favola più bella è accaduta quest’anno, più bella anche di tutto quello che ho fatto e che ho suonato. Sapevo dell’esistenza di una registrazione in RAI che riguardava Vittorio, il regista di Gazebo è riuscito a farmela avere e quando l’ho vista, non potete immaginare! Nel ’65 Vittorio faceva cose con la chitarra veramente particolari. Allora ho preso il video, l’ho registrato, l’ho caricato su YouTube, ho scritto una cosa personale su facebook soprattutto per i miei amici, per quelli che sapevano. Insomma, la rete ha tanti aspetti negativi, ma quello che è successo è la dimostrazione che può anche fare cose mostruose: in tre giorni il video ha fatto il giro del mondo, è stato clonato decine e decine di


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volte cambiando la dicitura inglese, in tedesco, in giapponese, in indiano. È stato ritwittato da Brian May, Joe Satriani. La notizia del video è stata riportata anche su Wikipedia internazionale. Certamente ho avuto il merito di non arrendermi quando nessuno trovava il video nelle teche RAI. Alla fine è uscito fuori, ma è rimasto per tre mesi sulla mia scrivania perché non ho avuto il coraggio di vederlo subito. Metti caso che non era come me lo ricordavo? Ero terrorizzato all’idea. L’ho guardato nel giorno dell’anniversario della morte di Vittorio, insieme a mio figlio. Gli ho detto: “adesso ti faccio conoscere una specie di nonno”.
È stata una botta, mio figlio dopo tre secondi è andato a giocare con il pongo, mentre io avevo gli occhi lucidi.
 Credo che questa sia una delle cose più belle che mi potesse accadere nella vita, perché anche se non mette me al centro della scena mi fa essere tramite di una storia bellissima, grande e difficile. La storia di Vittorio infatti è stata molto complessa, fatta anche di malattie e di depressioni. Quello che è successo lo riposiziona e gli ridà quello che in verità avrebbe meritato in vita, ossia un tributo per quello che ha fatto di importante anche come chitarrista.
 Lui era di Potenza, quindi lucano, di una regione di cui la gente spesso dimentica l’esistenza. Bene, è successo che lì sono impazziti per questa storia, quindi si sta lavorando a un documentario sulla vita di Vittorio Camardese coprodotto da Italia e America. Mia madre sta rimediando tutto il materiale, io la sto aiutando ma non ho intenzione di strumentalizzare la cosa perché il protagonista è lui.

È il racconto della sua storia, non della mia. ai collaborato, anche recentemente, con dei personaggi usciti da alcuni talent show.
Cosa pensi del ruolo svolto dai media su un certo tipo di musica? Se tu oggi non fossi Roberto Angelini, ma un cantautore misconosciuto, sceglieresti la strada dei talent? Partiamo dal presupposto che in questi quindici anni anche i media sono cambiati molto. Quando ho iniziato a fare questo lavoro, il sogno di noi musicisti abituati alla dimensione del piccolo club, era quella di andare a Sanremo Giovani che allora era la cosa più grande a livello di mera visibilità.
Allora esisteva un mondo di programmi televisivi - mi viene in mente il Roxy Bar - dove si suonava e basta cazzo! Non c’era la creazione interna e studiata dell’artista.
Per esempio mi ricordo che ho scoperto Ben Harper grazie a Red Ronnie che invitava in trasmissione artisti interessanti.
Noi che suonavamo nei piccoli club avevamo la possibilità, nel caso in cui venissimo scelti, di partecipare a una striscia quotidiana che si chiamava Help!, un programma dove anche se non avevi un contratto potevi suonare le tue cose e funzionava perché gli appassionati di musica lo guardavano: se piacevi ti si aprivano le strade e di conseguenza suonavi di più in giro.
Era un ambiente più pulito, mettiamola così. Oggi la pubblicità domina e ha divorato tutto.
Prima Red Ronnie poteva fare questa trasmissione e magari ci andava sotto a livello generale, ma le reti non erano così strette e costrette dalla pubblicità a

H

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Mi ripeteva sempre: Guarda Chet Baker, è il più grande trombettista di questi cento anni eppure è morto di fame e drogato.

sopravvivere.
La RAI era ancora un servizio pubblico che trasmetteva Enzo Biagi prima del telegiornale invece dei pacchi di merda! Se ci fai caso, è andato appunto tutto in una direzione di merda. Come direbbe Pino Marino “tutto corre verso il lato di minore resistenza”: alla gente piace il gioco d’azzardo? E pacchi siano! Piacciono le tette? E culi e tette siano! Non è solo un problema della musica anche se è evidente che la musica in televisione non sta funzionando.
Pensate un attimo al Grande Fratello dove una persona comune diventa improvvisamente chissà chi... lo stesso avviene nell’ambito musicale: li creiamo noi, li filmiamo noi, li trasformiamo noi e di conseguenza li roviniamo noi. Quanta gente esce ogni anno fuori dai talent? 80/100 ragazzi.
Di quanti ci ricordiamo? Uno!
Gli altri vengono marchiati a fuoco perché se non ne esci subito bene, gli anni successivi soffrirai molto di più di quanto io ho sofferto con Gatto Matto. Quello per me è stato un brano di un percorso, che si può accettare o meno, che ti può far cagare e tutto quanto, ma che può essere considerato parte di un normale viaggio di follia. O magari solo un disco sbagliato. Se io oggi


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Marrone, “Calore”, ma non è che io abbia scritto questo pezzo per lei, assolutamente.
 Presentai Calore a Sanremo, non venne preso, Emma lo ascoltò e le piacque subito.
Sono stato fortunato perché Emma è andata fortissimo e io grazie a ciò mi sono potuto permettere di fare La Vista Concessa. La musica a livello di media sta andando in una direzione che non mi piace affatto e che non comprendo, però ammetto che essere autore per una di queste situazioni è positivo perché si generano economie e quelle economie possono essere riutilizzate in altri campi.
Fare l’autore non ti mette in prima linea in quel mondo, ma ti fa lavorare in una maniera, diciamo così, sotterranea. n realtà ogni Paese è la ISiamo musica che ascolta…
 idioti per questo!

non fossi Roberto Angelini, ma un ragazzo di vent’anni con il sogno che avevo allora, non so se parteciperei a un talent, non so rispondere dovrei appunto avere vent’anni…
Non giudico i ragazzi che ci vanno perché suppongo possa essere la loro valvola di sfogo o una grande chance.
In realtà ce l’ho con chi ha creato questa storia appiattendo completamente la proposta musicale. La gente in generale si esalta per il

virtuosismo in uno stadio o teatro che sia. Credo che tantissimi autori della mia generazione, anche un po’ precedenti, sarebbero stati buttati fuori al primo turno perché non hanno né il virtuosismo canoro né quello fisico... penso a Niccolò Fabi, a Daniele Silvestri o a Max Gazzè. Poi lo scontro in questi contesti avviene sulle cover, infatti chi lavora bene in questo periodo sono gli autori. Mi è capitato di essere autore di un brano di Emma

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Siamo un paese che ha un trascorso di eccellenza musicale, avevamo una musica d’autore incredibile, dei compositori pazzeschi che ci ha invidiato tutto il mondo.
E abbiamo smerdato tutto.
Ed è evidente che la musica di un paese può consentirgli di avere una personalità all’estero in base alla bellezza o meno che la contraddistingue. È tutto diventato berlusconiano. Abbiamo subìto un lavaggio del cervello che ci ha un po’ rincoglionito. Ma pensate anche a tutta la pubblicità sulla cultura della bellezza dell’uomo, è una roba assurda. La musica ormai si scarica, c’è Spotify che ti consente di avere tutto a portata di mano e in un nano secondo. Non c’è più l’amore per un disco, per un autore ma il culto del brano singolo. Alla fine


[Musica] INTERviste

cosa resterà? La performance, il gruppo che suona dal vivo, quello non puoi sostituirlo! E quando qualcuno partecipa a un evento o a una serata e scopre un cantautore che apprezza, poi vuole tornare a casa con un oggetto. Quello è un grande momento in cui acquistare un disco ha un senso, assume un significato perché lo associ al ricordo di quella scoperta, di quel brandello di vita vissuta.

F

ai parte di quella che viene comunemente definita La Scuola Romana. Com’è cambiata nel corso degli anni? C’è stato un ricambio generazionale o siete sempre un po’ gli stessi? La Scuola Romana è un po’ più ampia di come la gente la percepisce fuori, giustamente le persone riconoscono i nomi che emergono. Io sinceramente un ricambio generazionale lo vedo e lo sento, perché sto andando anche altrove e quando torno all’Angelo Mai non vedo fissi quelli che c’erano quando c’ero io. Se vado là e scopro artisti come Giovanni Truppi ben venga, Truppi è fortissimo, un genio. Alla fine è vero che il circuito è quello, soprattutto per quanto riguarda la mia generazione, ma come potrebbe essere diverso? Facciamo questo lavoro, molti tra noi vivono in situazioni più mainstream... penso agli Afterhours, al Niccolò Fabi o al Daniele Silvestri della situazione. Poi però c’è il sottobosco di duetti e terzetti e ogni tanto c’è anche qualcuno nuovo che entra…

ttualmente insieme a Pier A Cortese stai portando in giro Discoverland, album di cover totalmente rilette e

reinterpretate. A livello di live, funziona di più girare con cover o con pezzi propri? Qual è la chiave di lettura di questo album?
 Discoverland - che è una coproduzione con Gas Vintage, etichetta del mio amico Leo Pari è nato proprio grazie all’idea di Pier di togliere i connotati alle canzoni e creare qualcosa di diverso. Ci sono dischi che non devono cambiare la storia della musica, né devono apportare dei miglioramenti a ciò che già conosciamo. È ovvio che non c’è nulla che sia migliore degli originali. È un gioco che si può fare creando un sound in due, facendo divertire la gente con trovate carine come Ben Harper che incontra De André o Bob Marley che è hawaiano invece che giamaicano. Fatto sta che rimane un gioco senza la pretesa di creare interpretazioni migliori rispetto alle originali.
Giro comunque tanto sia con Discoverland che con il mio spettacolo, ma si tratta di cose diverse. Questa esperienza con Pier mi ha aiutato tantissimo a livello di mondi sonori, aprendomi molte porte. Siamo un duo di relax, adesso proveremo a scrivere anche qualcosa insieme, però chissà…
 pesso accade che c’è una Sartista sovrapposizione uomo/ così da non capire

dove finisce l’uno e dove inizia l’altro.
Come vivi il tuo ruolo da personaggio, passaci il termine, pubblico?
 A volte perdi il confine tra uomo e artista, anche perché un personaggio è uno che si fa crescere il baffo, che indossa un cappello nero e che magari a casa sta in tuta ma quando esce, sia che debba andare a prendere un caffè

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sia che debba andare a fare una serata, si mette nei panni di ciò che si è creato.
 Un’altra cosa invece è se fai un lavoro in cui cerchi di eliminare la distanza tra l’uomo e l’artista, io personalmente cerco di non creare nessuna differenza, sto sul palco come sotto senza cambiare; questa è una cosa a cui lavoro da anni e faccio una fatica sovraumana perché sarebbe molto più semplice fare il personaggio, probabilmente porterebbe più cose e più velocemente anche semplicemente a livello di costanza di immagine. Vorrei non essere imprigionato dentro il personaggio, questo mi rende meno riconoscibile anche perché come mi hai detto prima: sono indefinibile.
È la cosa più bella che mi potessi dire, ma diventa anche un problema perché essendo indefinibile non si capisce bene cosa io possa o non possa fare. All’epoca di Gatto Matto sinceramente ho odiato il pubblico: solo perché ero in televisione una cascata di autografi, foto, delirio, una sensazione terribile, di isolamento, di ansia totale. Questa cosa mi ha fatto male e ho iniziato a lavorare per avere quello che ho oggi e che mi piace tantissimo.

Continuerei per sempre con queste contraddizioni che poi sono il tentativo di essere sincero soprattutto con me stesso.


[Musica] INTERviste

Anche se il numero delle persone è contenuto, i volti di coloro che mi ritrovo davanti, dalle ragazze ai ragazzi, dai musicisti agli intrippati, sono volti in cui mi riconosco, con i quali posso bere una birra prima di un concerto e parlare. Mi piace essere ricercato da qualcuno che trova in me qualcosa di suo e non da una platea di persone da cui fuggire. Mi piace l’idea di avere un pubblico che mi assomiglia, l’idea di vedere questi volti mi rasserena.


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embra esserci un filo conduttore nei tuoi ultimi due album: la solitudine.
Léo Ferré diceva: “La disperazione è una forma superiore di critica, per ora noi la chiameremo felicità...”
È una frase che rispecchia molto le tue composizioni? Bello, potrebbe essere.
Solitudine sai…

 Forse una persona per scrivere deve sentirsi sola…

sei felice riesci a comporre SNo,equalcosa? è molto più complesso a livello

di scrittura soprattutto.
Quando sei felice vai al mare, viaggi come un pazzo, non hai un momento in cui pensare, devi trovare il tempo in cui metterti lì a creare ed è la fine perché non ti verrà mai niente di buono. Io appaio sereno ai più ma “non sono sereno pe niente”.
Anche se non faccio alcuna fatica ad apparire così, farei uno sforzo al contrario semmai.
Uno potrebbe costruirsi un personaggio con delle connotazioni di miglior funzionamento, come uno stratega, lo potresti fare tranquillamente. Ma mi sono promesso di non farlo.
Quindi faccio l’album intenso, profondo e malinconico anche se

poi mi conosci e dici: ma come è possibile?
Io vorrei provare a essere veramente me stesso. Con la frase che apre Vulcano: “tu mi vedi sorridente pensi che sia felice ma non hai capito niente, tu mi guardi in superficie” ho detto tutto.
In realtà è una cosa che mi porto dietro da quindici anni, quando andai a Sanremo con Il Signor Domani tutti dicevano: “Angelini ‘sto pezzo così drammatico, così triste, eppure tu sei una persona così solare…”. A un certo punto questa cosa mi ha oppresso talmente tanto che ho avuto quasi la necessità di fare quel disco super mainstream perché ho detto: io ho anche questo se volete. Continuerei per sempre con queste contraddizioni che poi sono il tentativo di essere sincero soprattutto con me stesso. Avrei potuto mentirmi all’epoca dicendo: “vabbè ho i soldi, sono fico, la gente mi vuole, le trasmissioni mi vogliono, tutti mi vogliono, sto da paura, ma perché devo mandare tutto a puttane?”. Ma avevo un peso dentro che le carte di credito, il successo e la popolarità non riuscivano a eliminare. Una roba strana che non ero in grado di spiegarmi. Non potevo vivere con questo peso, dovevo fare quello che avevo sognato da ragazzino: suonare, riavvicinarmi allo strumento, riavvicinarmi alla musica, avere un ruolo in una squadra, non necessariamente essere la punta. Da quando ho capito questo, sono molto più sereno. Poi la serenità è dovuta al fatto che faccio cose che mi piacciono, un po’ come dice Léo Ferré.


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uoni diversi strumenti ma ti distingui per la lap steel guitar. In Italia pochissimi sono specializzati e la cosa più affascinante è che hai un modo tutto tuo di suonare, difficilmente riconducibile ad altri.
Quello con la lap steel è stato un incontro casuale? A Trastevere, quando vivevo là, andavo spessissimo da Lionello – che aveva un negozio di strumenti


[Musica] INTERviste

- a provare chitarre. Un giorno accadde che proprio il signor Lionello mi mostrò una specie di piccola custodia al cui interno si trovava una lap steel e mi disse: “ma questa?”.
 Io ovviamente replicai che era bella ma che non avrei saputo cosa farci, ma lui insistette a tal punto che decisi di acquistarla. Non smetterò mai di ringraziarlo perché quello strumento mi ha aperto porte che non

avrei mai pensato neanche di raggiungere.
La chitarra acustica è uno strumento che suonano tutti e spesso un cantautore se la suona appunto da solo, la slide invece è un perfetto strumento da caratterizzazione di situazioni di genere che molti vogliono avere al proprio fianco. Non sapendola suonare all’inizio ho dovuto fare una ricerca con i pedali, con i suoni. Però proprio il fatto di non saperla suonare, il fatto di aver dovuto fare ricerca, mi ha portato a suonarla in un modo molto particolare che è diventato mio e che nasceva da un difetto. Nella musica spesso accade che la svolta degli artisti deriva da una mancanza, da una debolezza, da un errore che diventa una caratteristica.
Pensate a Django Reinhardt che perde le dita e diventa un chitarrista incredibile o a Chet Baker che lo menano, perde i denti e il suo suono di tromba cambia così tanto da renderlo cristallino nella storia per sempre. Nel mio piccolo a me è successo che nell’errore di lavorazione sulla lap steel ho trovato un’originalità di suono. Poi anche grazie a Niccolò Fabi, che mi ha permesso di suonare insieme a lui, ho fatto conoscere questo suono a un sacco di persone.
La lap steel mi ha permesso di collaborare con gente che non avrei mai immaginato e questo mi dà una gioia immensa, soprattutto adesso posso sognare di andare oltre i confini italiani.
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ILVOCIFERO di Andrea Barbaglia

Solitamente a fine anno uno sguardo ai mesi che ci hanno accompagnato a ridosso dell’inverno diventa tappa quasi obbligata. È tempo di consunti e di bilanci.

ILVOCIFERO

Nell’anno 2013 non solo si candida, ma a detta di chi scrive, guadagna a piene mani la palma di miglior realtà musicale espressa oggi dal nostro paese. Una forza della natura così viscerale e visionaria, solo in apparenza misteriosa, che, come ci racconta Walter Somà, sintetizzando diversi percorsi umani concepisce un modo nuovo di rapportarsi con la realtà e le sue convenzioni. Senza fare sconti a nessuno. Neppure a se stessa. Questo è IlVocifero. Persona plurale. Unica. Trina. Molteplice. JK | 34


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Non mi hai chiesto niente della morte. Hai fatto bene.

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hi o cosa è IlVocifero? Come, dove e quando comincia l’avventura tua in compagnia di Aldo Romano e Fabio Capalbo? IlVocifero è prima di tutto Aldo, Fabio e Walter che in maniera un po’ atipica fanno uscire questo disco. L’idea è che questa esperienza artistica possa poi esistere anche attraverso altre espressioni ed altre persone che in qualche modo ne estendano la voce. La musica rimane comunque il nucleo centrale. Ed una poetica da cui partire. Già ora, per esempio, esistono delle stringhe di fumetto disegnate da Giovanni Rabuffetti, fumettista geniale, in cui IlVocifero è un personaggio che dà vita alle parole di Aldo. Mi piacerebbe che IlVocifero fosse un contenitore aperto, che quindi non contiene; una casa che puoi frequentare. Con Aldo del resto ci si conosceva da sempre. Siamo entrambi di Settimo Torinese, città a cui abbiamo dato i natali. Poi ci siamo persi di vista per tantissimi anni; anni in cui sentivo sempre un senso di sospensione nei suoi confronti. Una sorta di incompiuto, che volevo compiere. Ci siamo ritrovati ed in un paio di giorni abbiamo suonato le canzoni del disco. Come se già esistessero. Ma, a parte tre, esse non esistevano. Lampo. Con

Fabio invece ci siamo conosciuti qualche anno fa, per via del progetto solista di Edda. Io con Stefano avevo scritto tante canzoni prima del suo esordio con SEMPER BIOT e Fabio ha avuto l’intuizione di andarselo a cercare per proporgli una pubblicazione per Niegazowana dopo che per una quindicina di anni era sparito. Siamo subito diventati molto amici. Fabio ha a cuore la purezza delle cose. Quindi immaginati che vita fa!? E questa cosa la cerca per esempio nella musica oltre che nei lavori come regista, quindi è stato perfetto così: ci siamo capiti.

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opo diversi anni e, appunto, ben due album con Edda realizzati tutto sommato dietro alle quinte, cosa ti ha spinto a passare dall’altra parte della barricata? Perché questa volta passerai dall’altra parte, vero? In realtà rimango sempre dalla stessa parte della barricata... che è la parte in cui c’è l’ispirazione iniziale, la scrittura, la progettazione, la produzione, ecc... Non ho spinta a suonare dal vivo se è questo che intendevi e mi soffoca un po’ l’idea. Di spinta ne ho invece tanta a scrivere canzoni e ad attivare realtà, con l’idea che possano poi anche camminare senza

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L’amore è il tema totale, secondo me. La lente attraverso cui guardare tutto e la chiave per decifrare le cose. Quando non c’è ne senti la potenza in virtù della sua assenza. È provenienza e destinazione; è l’interrogazione che ti fa capire molto bene come sei messo.

questi tempi trovare un lavoro Dnonidiscografico in cui produzione e missaggi siano all’altezza della situazione è

abbastanza raro. Qua a far la differenza rispetto ad altre uscite assai ben curate è la resa sonora che per quanto in presenza di un album ricco di umori, risulta sfacciatamente calda, “sporca”, quasi ci trovassimo di fronte ad un live non dichiarato. Credo che moltissima della resa sonora del disco dipenda dal grande qualità del lavoro di Davide Tessari che ha seguito tutto il progetto come fonico, tecnico di studio e nel mixaggio. Ha colto in profondità l’essenza del progetto e di fatto ne è entrato a far parte, suonandoci anche. Nella lunghissima lavorazione del disco Davide è stato il perno sicuro attorno cui sono girate tutte le diverse fasi. Stiamo valutando di fargli un monumento. Ci interessava comunque esprimere una profondità ulteriore rispetto al suono degli strumenti e della voce. Come recuperare un ambiente molto nostro.

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i sono dei punti fissi in questa avventura di me. Da questa parte della barricata c’è un mondo musicale? intero pieno di altre barricate. E dietro il “dietro le Forse l’amore? Forse la morte? quinte”, c’è il muro del teatro. Oltre al quale c’è tutto. Qualcosa poi, toccato in forma d’arte, finisce dalla nel mezzo? strada, dalla casa, dal prato, dal supermercato sul La volontà e la ricerca di palco. In sostanza, scavo buchi cercando di aprire coscienza. varchi. on che criterio vi siete ei mesi passati siete saliti sul palco della orientati per la scelta Cooperativa Portalupi, nel Pavese, per delle canzoni? Cos’è rimasto quella che è stata la data zero; poi il silenzio. nel cassetto? Come si articolerà il tour e in che modo Come ti dicevo, a parte tre pensate di portare dal vivo un album comunque mie canzoni che Aldo aveva complesso come AMORTE? sentito e che mi propose di Bella domanda. Oltre a Fabio alla batteria e ad Aldo alla fare insieme, ed un brano che voce c’è l’Ensemble Vinaccia che ha anche suonato Aldo aveva ideato con un suo tutto il disco e che seguirà dal vivo il progetto. Stiamo amico, il resto l’abbiamo messo anche verificando l’inserimento di una voce femminile a fuoco all’istante. È comparso che affianchi Aldo dove serve. ciò che serviva. Compresa un’ Dorina ora vive in Germania e sicuramente qualche improvvisazione che Dorina volta verrà sul palco. Stiamo comunque facendo fatica aveva registrato al volo e che a trovare spazi in cui suonare. Anzi, se qualcuno ci voleva buttare. vuole aiutare ci chiami! Me la feci regalare e ci lavorammo L’etichetta Niegazowana sta cercando un ufficio su. È Lucyd, il primo singolo. Nel booking, ma anche questa sembra una cosa molto cassetto? Restano molte canzoni difficile. Questa è un’area di cui non riesco ad che noi non abbiamo ancora occuparmi. sentito.

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simbolica. Come per esempio in Lucyd quando scrivo “nei movimenti che fai, l’amore ha uno strano sapore di morte e ti vedo senz’anima. tu dove sei ? ti voglio vivo. senza libertà l’amore è una malattia.” In questo caso, la morte è la non presenza a se stessi, la mancanza di libertà, la dipendenza e temi di questo tono. Come faccio ad amare pienamente se non ho il governo della mia esistenza, se sono schiavo delle abitudini (“dell’abitudinario siam proprietà privata”, scrive e canta Aldo), se passiamo l’esistenza in uno stato di vita apparente come morti viventi? È camminare su binari che non sono i tuoi. Parliamoci chiaro: c’è un’ imposizione. Un lavaggio del cervello da quando sei un bambino e neanche sai parlare. Un’ induzione continua. Un falso sé calcificato. Ricordi? on ti ho domandato della morte perché, “Tu dove sei ? Io sono qua. ciao ciao bambino, fango a mio avviso, non è un sentimento, ma di dio.” uno stato, una condizione, per l’esperienza che ci è dato fare, immutabile. Però rimedio ’avere oggi tra le mani il disco che volevate all’istante: perché cantare la morte in un realizzare, provocatorio con raziocinio, mondo che continua in fin dei conti a temerla, sincero e senza compromessi, può risultare forse davvero ultimo tabù rimasto per l’essere controproducente da un punto di vista umano? commerciale oppure è lì a testimoniare la È vero, anche se in effetti la morte, in questo nostro bontà del vostro operato? lavoro, penso si possa intendere in maniera più A noi interessava essere liberi e fare un’ opera che

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er quanto stratificato Amorte è un disco diretto, in cui i sentimenti vengono messi a nudo. Perché cantare l’amore? L’amore è il tema totale, secondo me. La lente attraverso cui guardare tutto e la chiave per decifrare le cose. Quando non c’è ne senti la potenza in virtù della sua assenza. È provenienza e destinazione. E’ l’interrogazione che ti fa capire molto bene come sei messo. Mi riferisco all’amore in senso ampio, non solo ciò che riguarda le relazioni umane. L’amore come spinta costruttiva, una linea che, almeno secondo me, porta ad un’idea di Dio. Ed io ne devo fare ancora tantissima di strada. Spero di averne il tempo. Non mi hai chiesto della morte. Hai fatto bene.

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rappresentasse ciò che avevamo dentro. Mi chiedi se è controproducente da un punto di vista commerciale, ma io non so neanche se esiste un commercio musicale. Il tempio è stato occupato alla fine. Ci si è rinchiusi dentro a vendere e comprare. Anche icone sacre. Molti sono rimasti fuori senza soldi e senza prodotti. Gli altri, dentro, sono come in preda ad un delirio di cannibalismo. Finite le cose da commerciare e dediti ora al consumo della carne a volte, sotto ipnosi, spingiamo anche per entrare nel tempio e partecipare, dimenticando o non sapendo che significa dare il sangue. Nel senso horror del termine. Sarebbe bello invece creare isole a cielo aperto dove non c’è commercio, ma scambio teso a costruire.

E come tale deve avervi guidato attraverso il caleidoscopio di emozioni scaturite dal cd. Rock, teatro, musica popolare, jazz e canzone d’autore: questo e molto altro si trova nel vostro esordio. Avevate messo in preventivo di partorire un’alchimia così intensa? L’intensità, sicuramente. Ma non c’era in preventivo un’ idea legata ai generi. Io dall’inizio dicevo che avrei voluto trovare un punto di incontro tra Sex Pistols e i Pink Floyd! Tra l’attitudine nichilista e una poetica visionaria e trascendente. Tutto qui. Per quel che riguarda strettamente la musica c’è una apertura mentale completa. A me non interessa una codifica.

ella vita un po’ di scotto da pagare devi N probabilmente metterlo in preventivo: tu, ua e là se ne fa cenno: IlVocifero ha fatto come dicevamo, hai lavorato con Edda e Aldo,

Q esperienza di Dio? Dio è una musa ispiratrice.

personalità uniche e genuine in questo senso. Aldo Romano e Edda, sono persone con cui sento

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una forte connessione spirituale, di intimità. Grande amore che si esprime in uno spazio di libertà che trascende il carattere. Ci siamo sempre dati tantissimo, vicendevolmente. Una continua inversione di ruoli. Così come con Dorina, con cui lavoro tantissimo. Siamo tutte persone pesantissime e leggere al tempo stesso. a tuo avviso c’era necessità di un PPererché lavoro come quello de IlVocifero? diversi motivi. Io personalmente avevo bisogno

di fare un lavoro molto forte ed occuparmi dell’intero processo della realizzazione di un disco. In Italia, anche se magari passerà quasi inosservato, credo che servano lavori come questo. Trovo che AMORTE abbia una grande carica eversiva, nel senso di rovesciare il tavolo, incarnare una diversità. Credo che parole come controcultura, underground, poesia e la bellissima parola “indipendenza” siano, nel nostro contesto, ben rappresentate. Così come follia e voglia di comunicare. Quindi vi avviso che se ci chiamassero a Sanremo o nel carcere di San Vittore a portare AMORTE, ci si va. A San Vittore con messaggio d’amore; a Sanremo come detenuto in sciopero della fame che vuole comunicare un messaggio legato al diritto.

quello a cui sono abituati. Carlo Sandrini ha scritto gli arrangiamenti per archi e fiati con una tale vicinanza che sembra cresciuto con noi a Torino! Edda e Gionata Mirai sono fatti della stessa pasta de IlVocifero, ci si conosce bene e non avevo nessun dubbio sugli esiti. Mi viene da dire qualcosa in più su Dorina. La sua presenza è stata molto forte. In questi giorni abbiamo fatto le riprese del singolo Lucyd, con Fabio alla regia, e salta all’occhio subito quanto sia dentro allo stesso tipo di energia. Con lei sto lavorando al suo disco solista insieme proprio a quel Carlo Sandrini di cui sopra. E mi colpisce quanto siano sottili i confini di questa comune esperienza artistica e umana.

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n apertura a questa chiacchierata affermavi “mi piacerebbe che IlVocifero fosse un contenitore aperto, che quindi non contiene. una casa che puoi frequentare”. Chi pensi accoglierà l’invito a far parte di questa famiglia allargata? Ah, non ne ho idea... A me piacerebbe molto lavorare con gente giovanissima perché credo che ci siano delle energie accesissime là in mezzo. Ma anche con persone anziane. Come area di azione sono spesso attratto dall’idea di operare per esempio con gente del mondo del teatro perché penso che sia uno dei pochi ambiti in cui si riesce ad osare di più. Invece una persona con cui sarebbe bello fare qualcosa è Silvano Agosti, ma lui ancora non lo sa. E se anche tu hai qualche proposta sappi che è ben accetta! [ ]

a Lè ’apertura collaboratori esterni stata naturale

trattandosi di amici prima ancora che musicisti; chi fra loro ha saputo meglio calarsi in questa realtà? Mah, direi tutti. Ognuno a proprio modo. I ragazzi dell’Ensemble Vinaccia sono stati fantastici e ci hanno addirittura accolti in casa loro recependo un approccio musicale completamente diverso da

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CALIBRO35 di Graziano Giacò e Flavia Sciolette | ph by Davide Visca

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I prendono la mira e sparano dritto al “cuore canzonofobo” della nostra Penisola, inchiodandoci alla sedia delle verità: produrre musica strumentale è una sfida che tanti, alla lunga, rischiano di perdere. E invece loro vincono a mani basse e tirano fuori dal cilindro 12 brani inediti. E’ uscito il 21 ottobre “Traditori di tutti”, album noir d’ispirazione letteraria e nostalgia milanese. Li abbiamo incontrati a Roma, in occasione del sold-out all’Angelo Mai.

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a scelta di Scerbanenco non ci coglie certo di sorpresa (è uno degli autori più prolifici del noir milanese). Per quale motivo avete deciso di mettere in musica “Traditori di tutti”? Martellotta (M): Questo racconto di Scerbanenco non è mai diventato un film, serpeggiava da tempo in noi l’idea di provare a fare un concept su questo libro, ci siamo chiusi in studio per la prima volta con un tema vero e proprio, piuttosto che riproporre brani del passato, ci siamo dati delle ambientazioni coerenti con degli episodi del romanzo, abbiamo deciso di declinare il racconto in maniera noir. Cavina (Ca): Abbiamo cercato a volte di riprodurre con la musica l’ambientazione e il personaggio, a volte c’è stato il processo inverso, semplicemente suonando o jammando è uscito fuori un prodotto che era sovrapponibile a un’immagine del libro. All’interno del disco ci sono dei brani indipendenti l’uno dall’altro ma che allo stesso tempo hanno dei richiami, il prologo e l’ultimo brano hanno un tema che è in comune, come avveniva nelle colonne sonore.

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uanta attualità si può trovare tra le pagine del romanzo di Scerbanenco? Possiamo parlare del vostro lavoro più personale e consapevole? Gabrielli (G): La consapevolezza è utile quando

sei in un contesto di collaborazione collettiva, nel nostro caso noi siamo molto disciplinati, siamo un progetto con molta consapevolezza, a volte non è necessaria, ci sono molti progetti che nascono dalla follia estemporanea. In Italia oggi c’è la consapevolezza nel delinquere, a vari livelli, a vari tipi di rapporti nella società moderna. Oggi si ha molto chiaro come fare molto male le cose e lo si perpetra con molta coscienza. Leggendo Scerbanenco non trovo niente di quel periodo in ciò che succede ora, non c’è nessun tipo di seconda lettura volontaria. Rondanini (R): Se vuoi Traditori di tutti è un disco ancora più consapevole rispetto agli altri, un po’ più indipendente. Scerbanenco lo trovo molto attuale, descrive una società confusa dove ogni tipicità si è persa, si tradisce anche se stessi. Ca: È un lavoro che dopo il primo ascolto abbiamo trovato inconsapevolmente consapevole, più maturo e non programmato a tavolino.

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uali sono le sensazioni che vi ha lasciato la composizione di questo disco e come vedete il suono dei Calibro 35 nel futuro? R: È il primo disco dei Calibro che ho registrato vivendo e dormendo nello studio dove abbiamo lavorato e questa cosa ha dato un colore e un sapore a me particolarmente familiare rispetto al passato. Lo definirei un disco noir: un passaggio, anche se non definitivo, dal poliziottesco al noir, anche se è una forzatura letteraria applicata alla musica. Il suono dei Calibro in futuro è quello che sento in questo disco, non siamo a caccia di svolte. M: Viene concepito come un disco compatto, molti dicono che è il migliore che abbiamo realizzato, è la prima volta che ci sono questi feedback in maniera così univoca. La cosa che mi piace di questo lavoro è che è abbastanza vario, ci sono delle atmosfere che non avevamo mai fatto, sia in chiave ironica che psichedelica, con brani lisergici e morriconiani; tra tutti i nostri dischi è quello che ascolto di più.

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Ca: “Il livello di influenze è molto eterogeneo, abbiamo creato un suono più nostro, in questo disco ci sono diversi germi che, a seconda di cosa sceglieremo, possono indicare nuove strade per i Calibro, è come se fosse un processo di mutazione non del tutto compiuto, sicuramente ci sarà un cambiamento nel prossimo. G: Penso che questo sia il disco migliore che abbiamo mai fatto, siamo riusciti in questi anni a non essere un gruppo che fa musica per musicisti. La musica strumentale, in Italia, è la cosa migliore che c’è, è la scena più fertile, quella che ha più capacità di riuscita e di integrazione col sistema europeo. Gli italiani sono “canzonofobi”, se non hanno la canzone e un testo che parli di qualcosa vanno fuori di matto, invece per tutto l’indotto della mappatura del mondo abbiamo più chance di altri. er quale regista vi piacerebbe scrivere una Pcollaborereste? colonna sonora? E con quale scena musicale

G: Mi piacerebbe lavorare con Werner Herzog! Prima che muoia ci farei volentieri un film, credo che

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Penso che questo sia il disco migliore che abbiamo mai fatto, siamo riusciti in questi anni a non essere un gruppo che fa musica per musicisti. La musica strumentale, in Italia, è la cosa migliore che c’è, è la scena più fertile, quella che ha più capacità di riuscita e di integrazione col sistema europeo.


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sia un’esperienza da cui ne uscirei fuori abbastanza Co: John Snellinberg (sì, è italiano). martoriato. Per quanto riguarda le collaborazioni ci sono delle belle cose del mondo dell’hip hop americano ista la collaborazione con Serena Altavilla che sono interessanti. (Blue Willa) per alcuni vocalizzi all’interno del disco, in futuro utilizzerete ancora voci elle vostre canzoni Milano è uno scenario femminili? fondamentale, specie quella del passato. Co: Serena è una cantante eccezionale. Ha cantato Nel futuro dei Calibro 35 ci sarà qualche altra con noi nel progetto “Indagine sul cinema del brivido”, città, anche pensando alla realtà attuale? uno spettacolo speciale con un ensemble allargato Ca: Nessuno di noi è di Milano, in tre ci siamo trasferiti di Calibro che abbiamo portato in Teatro a Milano e qui ma la città dei nostri pezzi è molto immaginaria. Firenze. Magari nel futuro verrà fuori qualcosa su cui Più che Milano è nebbia, malavita e Punt e Mes. Nel collaborare di nuovo, chi può dirlo. passato c’è stata New York (dove abbiamo registrato il disco prima di questo) per il futuro boh... Istanbul? i considerate parte di questa scena italiana o in qualche modo le vostre esperienze on è facile per i gruppi italiani potersi musicali vi fanno sentire degli outsider? esibire fuori; vi siete mai trovati a fare i Co: Siamo contemporaneamente insider e outsider conti con resistenze all’estero, anche rispetto e la cosa non ci dispiace affatto. Credo che la scena al genere musicale che vi caratterizza? musicale italiana abbia fatto passi da gigante in tal G: Non credo sia corretto dire che non è facile esibirsi. senso ultimamente. È una scena molto eterogenea Non è facile avere qualcosa da dire che interessi a fatta molto più di pubblico, locali, promoter, agenzie, qualcun’altro, soprattutto se quel qualcun’altro non uffici stampa che supportano musica indipendente condivide con te parte del background culturale... che da band dal suono simile e secondo me questa è quello sì. un’ottima cosa. Una volta che invece si ha qualcosa da dire l’estero può essere anche più ricettivo della nostra penisola. inora sempre colonne sonore degli anni ’70, oggi ben 12 brani originali, su un n regista italiano per cui realizzereste una romanzo il cui film non ha mai visto la luce, se colonna sonora c’è? qualcuno vi definisse “registi musicali” cosa

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ne pensereste? Co: In questo caso è quello che abbiamo cercato di fare. Dare la musica giusta a una storia bellissima. []

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di Valentina Oliverio e Eleonora Montesanti | ph by Riccardo La Valle

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Spesso accade che le cose più belle, le parole più belle, i suoni più belli si scoprano per caso. Metti un compleanno, metti la fissazione della sottoscritta per i dischi/vinili, metti degli amici che non sbagliano un colpo. Ed è cosi che ho scoperto Fiori e Demoni, album di debutto

Daniele Celona

del cantautore , uscito nel 2012 e totalmente autoprodotto. Un viaggio tra le peripezie dell’io di chi sa che le parole non possono essere casuali e tantomeno universali. Perché il particolare salva, perché il particolare induce a riflettere. Un disco in cui temi banali quali l’amore, la politica e la musica in genere acquistano una caratura unica. E’ il disco di un uomo che racconta l’amore che diventa solitudine, la politica compravendita, la musica compromesso; senza alcuna pretesa di condivisone. E’ il disco di Daniele Celona.

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iori e Demoni, tuo album d’esordio uscito nel 2012, contiene già nel titolo due parole in evidente antitesi tra loro. Un po’ come dire pace non trovo e non ho da far guerra. La percezione che si ha ascoltandolo è quella di avere a che fare con un disco figlio di un preciso momento storico personale. Quanto questo disco ancora ti appartiene? Il titolo del disco voleva dare una rappresentazione quasi grafica dei temi trattati. In buona sostanza una radiografia del travaglio dell’uomo moderno. L’animo, analizzato come un campo magnetico sottoposto ai turbamenti derivanti dai rapporti interpersonali e dalla situazione socio-politica. Da questo punto di vista quei temi sono quanto mai attuali. Continuo a vederli rimbalzare sulla mia pelle, come negli occhi della gente che incontro per strada, nelle storie che ascolto o leggo giornalmente e che tirano fuori il meglio e il peggio di noi. In questo senso Fiori e Demoni mi appartiene ancora appieno. Le mie remore sono più sul “suono” del disco. Benché ci sia ancora gente che mi scrive per chiedermi come diavolo sia riuscito a registrare certe chitarre o creare certi pattern di batteria,

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io avverto il sound dell’album ancora troppo educato e standard: dieci canzoni, dieci figlie che amo, ma che ho dovuto portare al debutto in società con dei vestiti che non le valorizzavano in toto, essenzialmente per ragioni di tempo e denaro.

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ll’interno di Fiori e Demoni affronti un’enorme quantità di tematiche: dalle vicende autobiografiche in pezzi come Starlette o Lo straniero, alla descrizione cruda del tuo punto di vista sul disfacimento della società odierna, come in Ninna Nanna e in Cremisi. Ciò che è comune a tutte le canzoni del disco è l’assenza di slogan o facili

ritornelli, a favore di vere e proprie narrazioni. La scrittura come unica dimensione accettata? Occorre fare un distinguo. Da una parte c’è una mia personale e opinabilissima posizione, ovvero quella per cui è solo la prima fase della scrittura, quella più istintiva, l’unica realmente pura in questo non-mestiere. Quella più affascinante, sacra e inviolabile. Dall’altra c’è il brano come prodotto. Potremmo fare un parallelismo con la fotografia. Il pubblico vede la rappresentazione in foto di uno scorcio del tuo giardino segreto. Tutto curato, bei colori, belle proporzioni, ma niente a che fare con le sensazioni realmente provate, profumi, calore, i tuoi cinque, interi, sensi. Quanto segue alla scrittura in senso stretto è mestiere, creatività anche in questo caso intendiamoci, ma pur sempre mestiere. La ricerca di un taglio efficace nella nostra madre lingua può appar tenere a questa fase del lavoro e nel mio caso dar luogo a una metrica più stretta, discor siva, per far spazio a concetti più articolati, a inquadrature

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più dettagliate. Non è un merito, anzi. Scrivere per slogan e più difficile, trovare l’ equilibrio tra sintesi e intensità è sfida notevole, che non sempre ho rifiutato nel disco: Acqua, Cremisi e Luna sono nate proprio intorno a ritornelli usciti di getto e spesi col gioco della ripetitività. e facciamo un tuffo nel Ssaltano passato di Daniele Celona all’occhio due

progetti isolati: Cuore di Carta e Distance. Due canzoni, una in italiano e l’altra in inglese, accompagnate da videoclip particolari, diretti dal regista Alessio Fava. Con che scopo sono stati creati? Ci sono altri pezzi che non vedranno la luce attraverso un disco? Con nessuno scopo particolare. All’epoca non volevo saperne di discografia e live. I brani rimanevano nelle mie quattro mura, stop. L’amore per il videoclip era però già viscerale, una forma d’espressione potenzialmente straordinaria, destinata a durare al di là delle alterne fortune del brano rappresentato. Incontrai Alessio Fava al Festival della Creatività di Firenze. Avevo scritto Distance la sera prima e continuavo a canticchiarla per non dimenticarla. Quando decidemmo di fare un video assieme la scelta fu scontata. Il video finì poi in finale al PIVI 2008 e in qualche modo per un breve periodo mi costrinse a uscire dal guscio nel quale mi ero rintanato. La voglia di provare qualcosa di nuovo portò a “Cuore di Carta”, dell’anno successivo, uno dei primi esperimenti italiani, se non il primo in assoluto, realizzati in photomotion, tecnica che potete vedere ad esempio in “Memo” della mia pupilla Levante uscito


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qualche giorno fa. La carriera di Alessio prosegue, quest’anno il suo “Yuri Esposito” è stato selezionato per la Biennale College Cinema di Venezia. Sono stato bravo e fortunato nella scelta dei registi. Anche Mauro Talamonti è un professionista straordinario, ormai quasi un fratello per me e la sua realizzazione di Mille Colori ha portato nuovamente una nomination al PIVI 2013 come miglior fotografia. Per quel che riguarda l’ultima parte della tua domanda, la risposta è sì, sono numerosi i brani nel cassetto, sia in italiano sia in inglese, che difficilmente utilizzerò, perché scritti in quella fase pseudo ascetica a cui alludevo prima e oramai un po’ datati rispetto al mio gusto attuale. E’ verosimile li renda disponibili come autore. Farà eccezione un brano dal titolo Dylan Dog, considerato che Rai Radio 3 mi intervisterà proprio sul famoso indagatore dell’incubo e in quell’occasione verrà trasmesso nell’etere, rendendo ahimè ancor più nota la mia deviazione nerd per fumetti e cartoni animati.

stesso. Un titolo rassicurante che contiene però la rabbia e l’impotenza, ben amalgamati nel gioco di voce che passa da un urlato ad un falsetto. Com’è nato questo pezzo? L’ho scritto nell’estate del 2011, in Sardegna, in un periodo in cui quella magica terra sembrava dovesse finire come latrina sopra cui costruire una o più centrali nucleari. Il testo è una sorta di lettera dal futuro che punta il dito contro la nostra inerzia o peggio il nostro menefreghismo di fronte all’evidente sottomissione dello sviluppo sostenibile a logiche di natura economica. Logiche comunque improntate a considerazioni di breve periodo, e su un bene, il nostro stesso pianeta che di fatto non ci appartiene e di cui siamo solo caduchi e maleducati ospiti. Non vorrei farla più grande di quanto non sia, ma le parole del testo mi hanno torturato per tutto quell’agosto. Continuavano a girarmi incessantemente in testa, come un mantra, e solo imbracciando la chitarra e innescando il fuzz riuscivo a liberarmene per un n Ninna Nanna si manifesta po’. L’arrangiamento finale in maniera forte un attacco risente anche di questa singolare all’uomo evoluto che altro autoterapia attuata. non è che distruttore di se

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n Acqua si susseguono Iaccomunati una serie di personaggi da un destino

violento: il venditore afghano, il giovane italiano, Irina una prostituta, uno sbirro che vede suo fratello accoltellato da uno stronzo. E poi questo elemento naturale l’acqua che purifica, che trasforma in un certo senso tutta questa violenza in indifferenza. La violenza della guerra, la violenza degli stadi, la violenza del sesso trasfigurata in un comune io che perde il senso della bellezza. Credi che in fondo il male più grande sia la totale noncuranza dell’altro e verso l’altro? Domanda complessa. Credo che Acqua sia, a ben vedere, un sofisticato attacco alla superficialità. A più livelli. Superficialità della donna alla quale è verosimilmente diretta l’invettiva del ritornello e che si contrappone a Irina, che vive al margine diametralmente opposto del tessuto sociale. Superficialità che si riflette negli occhi dello spettatore o meglio dell’ascoltatore di questo piccolo cortometraggio. Tutti i personaggi sono in chiaroscuro, la distinzione tra bene male è molto labile, eccezion fatta(forse) per il giovane assassino italiano. L’intento non è solo farti inseguire i protagonisti nel montaggio incrociato tra prima e seconda strofa, tra primo e secondo tempo, ma attaccare la visione del “è tutto nero o è tutto bianco”. E’ un inno alle sfumature, a quel fascio infinito di variabili che portiamo in dote, e che talvolta rinneghiamo chiudendo noi stessi o il vicino dentro una scatola con sopra


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un’etichetta lapidaria che poco o niente dice dell’occupante. Da questo punto di vista, la non curanza non sempre è accidia. E’ fisiologico ricaricarsi, essere concentrati sulle proprie ferite e la loro cura. E’ l’apertura del proprio mondo all’Altro, a essere spesso disonesta, di facciata. E’ questo forse il vero male. Non mettersi in gioco per comprendere, vedere sempre e solo amici o nemici e minare così le basi per una reale integrazione di culture, ceti e razze. L’artista, il politico, “l’onorevole l’amore, il cantante, fanno marchette

mentre il borgo dorme o fotte.” C’è questo parallelismo tra amore/politica/musica di cui dai fondamentalmente un’immagine negativa. Non credi ci sia un abusivismo in genere nella musica di questi concetti? Dovremmo parlare di abuso e abusivismo, giocare con queste due parole. Ho scelto artista, onorevole e amore proprio perché appartengono alla rosa dei termini di cui più si abusa etimologicamente. Il valore dei concetti sottostanti è in realtà altissimo. La musica è deputata a parlarne? Certo, si tratta di tre pilastri fondamentali della vita e l’abusarne o meno in musica dipende dalla qualità della rappresentazione. Ho dato solo sfogo a uno sfottò di antipolitica o ti ho fatto riflettere? Ho usato le solite parole per descrivere un malessere o ti ci sei ritrovato avvolto senza neanche capire bene il perché? Spesso la qualità della rappresentazione è scadente, banale, priva di stile, metafore, intelligenza, elementi nascosti. E il tutto può non avere

niente a che fare con la reale È fisiologico aderenza emotiva di chi ricaricarsi, essere scrive a quanto descritto. L’attore migliore, ad concentrati sulle esempio, può essere anche l’insensibile, il “guscio proprie ferite e la vuoto”, capace di riempirsi loro cura. È l’apertura di una vita altrui e svuotarsene senza autolesionarsi, ma del proprio mondo lasciando segni profondi all’Altro a essere spesso nello spettatore. Al contrario il vero disonesta, di facciata. appassionato può risultare È questo forse il vero stucchevole e scontato, finto, a dispetto del suo più che male. Non mettersi in reale ardore. Se a queste difficoltà, gioco per comprendere, aggiungi la pratica corrente vedere sempre e solo di testi scritti a tavolino, magari a più mani e magari amici o nemici e minare con un decalogo di regole così le basi per una mainstream davanti, come comprensibilità, accessibilità, reale integrazione di omogeneità e stronzate culture, ceti e razze. simili, diventa chiaro che la casistica a cui alludi diventa dominante rispetto a testi potenti e illuminati pur se proprio vogliamo metterla ai presenti nella musica italiana di punti. In generale in quasi tutte le questi anni. città o i piccoli paesi in cui capito per delle date, rilevo forze propositive a scuola torinese, che ti e voglia di fare. Raccolgo demo, vede protagonista insieme vedo il sacro fuoco negli occhi a Bianco, Nadàr Solo, Levante, di chi mi parla nel dopo concerto possiamo tranquillamente e mi racconta delle difficolta che dire che è diventata un vive nel cercare un minimo spazio. punto fermo dello scenario Il problema semmai è che queste “indipendente” italiano. forze talvolta finiscono per Quando si è in quella città c’è cannibalizzarsi, non creano una come la sensazione di essere scena comune da esportare fuori quasi fuori dalla penisola, si dai confini cittadini o regionali e respira un totale rispetto per ancor più non sono sostenute dalle l’arte, ed in genere per tutto istituzioni locali. ciò che promana cultura. Ecco perché i nomi di Torino Qual è secondo te lo scarto che hai citato, e per questo ti che subiscono le altre città ringrazio, sembrano un piccolo italiane? caso, perché sono adesso una Sarò sincero, non avverto questo piccola famiglia e si sostengono. scarto delle altre città. Palermo per A Torino c’è molto fermento, è dirne una, credo sia in vantaggio, vero, e le collaborazioni sono

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[Musica] INTERviste

trasversali, interdisciplinari. Danno vita a progetti che spesso devono guardare al di là del riscontro monetario, ma che stabiliscono relazioni fitte e costituiscono la base per un arricchimento artistico generale, reciproco. Creano degli esempi, dei precedenti. Non sempre è stato così. C’è un certo tipo di torinesità elitaria contro cui, nel mio piccolo, combatto da anni. L’aver abbattuto qualche muro, l’aver prodotto progetti talvolta senza chiedere un soldo, l’aver creato stima laddove c’era diffidenza è forse un risultato che mi rende ancor più fiero del semplice voto alto in pagella delle mie canzoni. roduttore, musicista, Pmancare cantautore per non farsi nulla. Da un punto

di vista di addetto ai lavori, com’è cambiato lo scenario “indipendente” italiano con l’avvento del potere utile quanto dissacrante della rete? Oggi, banalmente parlando, tutti possono fare un disco. A tuo avviso, ciò ha portato ad un appiattimento del livello musicale o è stato uno sprint per fare meglio? Temo che su una domanda del genere avremmo da parlare per giorni. Provo a semplificare. Tu parli di forze centripete che hanno dato luogo a uno tsunami ancora in atto e di cui è difficile parlare come se fossimo già fuori dai marosi. L’ascoltatore grazie alla rete ha l’opportunità di informarsi, di emanciparsi dall’offerta forzata di pochi piatti precotti e ridiventare in qualche modo padrone dei propri ascolti, del proprio

gusto. Il mio timore è che funzioni solo nei piccoli numeri, nelle piccole grandi storie di scoperte quotidiane, di consigli dati agli amici, di incontri con persone dalla visione affine. Ma il mare magnum che si prospetta davanti aveva già portato scompensi al tempo di Myspace. Paradossalmente, l’emergere di così tante realtà sconosciute legittimate a “sperarci” era diventato frustrante sia per il fruitore di musica, sia per i soggetti in lotta nel fango e col coltello tra i denti, finendo quasi per eliminare tutto e tutti di fronte a un effetto eccessivamente dispersivo. Dal punto di vista degli artisti, si sono aperte sempre maggiori possibilità di autoprodursi registrando in casa, distribuire il proprio materiale digitalmente e fruire dei social o di altre comunità virtuali per autopromuoversi e innescare il passa parola sul proprio conto. La favola dello sconosciuto che sopperisce alla mancanza di mezzi e conoscenze facendo leva solo sul proprio talento e sulla propria creatività è quanto di più affascinante si possa immaginare. Ci fa sognare, ci fa pensare a un ragazzino che alzi al cielo la sua arma, sia una chitarra, un computer o un campionatore e gridi forte che non c’è limite alle idee. Ogni tanto qualche favola, qualche lieto fine salta agli onori della cronaca e sembra dimostrare tale tesi. Ma a esser realisti, per un progetto che supera il velo dell’anonimato, ce ne sono enne di pari valore e qualità che rimangono e rimarranno nell’ombra, occorre prenderne atto. E’ superfluo che faccia poi cenno della tendenza alla sempre minor

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qualità audio dei prodotti realizzati. L’investimento in tal senso sembra ahimè sempre meno giustificato considerando i supporti finali e i formati sui quali un brano finisce: quanti di noi sono stati conosciuti per la prima volta grazie a un mp3 ricompresso da youtube? Non solo. La crisi della vendita del supporto fisico sta annichilendo il piacere di realizzare un prodotto valido nel suono e nella grafica. L’unico ambito al quale sembra ci si possa ancora aggrappare è quello del live, quindi tanto vale(sembra dirsi una band oggi) buttare giù alla peggio una decina di brani e puntare tutto sul chiarire le cose dal vivo. Qui si aprirebbe il capitolo booking e passo, onde evitare ulteriori catastrofismi. D’altra parte se sono qui come molti altri a cercare di portare, nonostante tutto, il mio materiale a nuove orecchie e cuori, è perché penso ancora che questo sia un modello di vita in cui credere.

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a bellezza del fare musica è anche la bellezza dell’ascoltare musica. Senza cadere retoricamente nelle tue personali e passate influenze, c’è qualcosa sia a livello nazionale


[Musica] INTERviste

che internazionale che ti commuove (nel senso greco del termine) attualmente? Parlando con molti musicisti si riscontra questo continuo e quasi assiduo guardare al passato e continuare a sentirlo proprio e non trovare alcun punto di riferimento nel presente. Credi che la cultura degli anni ‘70, l’approccio ed i miti definiti inarrivabili siano un po’ la causa scatenante di tutto questo? Eppure di gruppi validi ce ne sono… Forse i miti del passato sono più rassicuranti perché distanti, scolpiti nella pietra e quasi intoccabili. I miti trapassati ancor di più. Da buon orso non ho grandi tendenze all’idolatria e mi è risultato sempre naturale distinguere tra un artista

amato e l’uomo sottostante, talvolta non all’altezza delle sue opere. Scott Weiland ad esempio, mi ha insegnato a cercare decine di colori in una voce, ma rimane un tossico recidivo che non riesce a tenersi accanto le persone care. E’ chiaro che sia tu ascoltatore o autore, l’incontro/confronto con gli anni ’70 sarà sempre una montagna da scalare, l’incontro con il jazz e la musica classica (per chi si presenta a questo appuntamento) ancor di più. A ben vedere, tutto il pregresso ha una tale quantità di vette, che dall’alto di quelle cime è facile vedere piccolo il nuovo, ciò che sta a valle. Forse è giusto citando i contemporanei, parlare di riferimenti e parlare di confronto. JK | 53

Forse è giusto che un diciottenne abbia l’incoscienza e la strafottenza di pensare di poter “fare il culo” a chiunque. Le bastonate all’equazione lineare (che lineare non è) per cui talento uguale successo, lo aiuteranno a diventare più forte e più bravo. Tornando alla tua domanda, la band straniera che più ha segnato il mio modo di scrivere degli ultimi anni sono i We Were Promised Jetpacks. Per quel che riguarda l’Italia, ho da sempre una passione per Benvegnù e Umberto Maria Giardini. Il fatto che Fiori e Demoni sia stato da loro così apprezzato e che abbia portato a dei rapporti più stretti con loro due, come con Capovilla e altri, è un ulteriore ragione per essere grato a questo disco.


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’ facile trovarti anche in Erispetto situazioni un po’ diverse alla dimensione live, ad esempio a regalare atmosfere suggestive nell’ambito di alcuni reading, come il romanzo Denti Guasti di Matteo De Simone, portato in giro in trio insieme all’autore e a Pierpaolo Capovilla per buona parte del 2012, o le letture di Pasolini, sempre a cura di Pierpaolo. Come ti ispiri per creare questi sottofondi musicali? Si tratta principalmente di rispettare le parole altrui, farsene pervadere e infine farle emergere, rendendole protagoniste e dando alle tue mani e alle tue note un ruolo di secondo piano. Nel caso di Denti Guasti avevo

già letto le varie stesure e fornito anche un racconto, come da richiesta dell’autore, per inquadrare meglio una delle parti del romanzo. Ero in qualche modo già dentro il libro. Scrissi prima la canzone su Giulia, uno dei due protagonisti, allettato dalla sfida di dar voce a un’adolescente per di più donna. Poi una serie di temi che il caro amico De Simone mi bocciò perché troppo scuri e pesanti e che rimpiazzai con suoni e parti che andassero contro la crudezza delle parole, creando un’atmosfera più grottesca e meno drammatica. Infine quando Pierpaolo si unì a noi, proposi a Matteo di scrivere un prologo apposta per lui e lo sposai con un intro in piano distorto. Scrivere per le letture di Capovilla su Pasolini è stato più

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difficile. Le parole sono talmente potenti e attuali, così ricche di tratti poetici a ripetizione pur dentro capoversi lunghi e discorsivi, che seguire quelle montagne russe emotive ha richiesto fatica e concentrazione. Ho avuto da Pierpaolo i file audio della sua sola voce narrante e su quella cadenza e pause ho basato la costruzione dei temi. I file avevano una durata media di quindici minuti e quindi pur mettendoli in loop la difficoltà oggettiva è stata quella di memorizzare le varie sfumature, l’aderenza al testo e ai climax che man mano andavo costruendo. In entrambi i casi l’aspetto live del reading è poi ancora un’altra partita e comporta una buona dose di adattamento e improvvisazione per seguire lo stato d’animo e


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l’interpretazione di chi legge. uttiamo un occhio sul BNanna, futuro. Il video di Ninna secondo frutto della

collaborazione con il giovane regista torinese Mauro Talamonti, dovrebbe uscire a breve. E si respira nell’aria un nuovo disco, infatti, nei tuoi live è già possibile imbattersi in qualche inedito. Vuoi parlarci di questi due progetti? Con Ninna Nanna io e il Tala ci siamo buttati in un’impresa complessa. Al momento ci mancano ancora due serie di scene per terminarla e siamo un po’ arenati considerando gli impegni di entrambi. Il progetto consta in realtà anche di una sorta di documentario sulla Sardegna ed è possibile che questo secondo elemento veda la luce prima del videoclip. Il secondo disco è in lavor azione. Ogni tanto rendo pubblico qualche frammento video della preproduzione e delle “torture” in sala a cui sottopongo i Nadàr Solo, che bontà loro mi sopportano. Nella realtà non riusciamo a dedicare al disco tutto il tempo che vorremmo, portare avanti in contemporanea due progetti come i nostri

non è sempre facile. In più c’è da considerare la collaborazione con Levante che vedrà me, Bianco e due terzi dei Nadàr in tour in Novembre e Dicembre. In ogni caso il disco verrà registrato a inizio 2014 e capiremo se farlo uscire in primavera ai classici due anni di distanza dal precedente o se posticiparlo.

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bbiamo deciso di ultimare questo scambio di pensieri, dopo aver appreso la triste notizia della morte di Lou Reed, citando un estratto tratto da un’intervista fatta proprio a lui nel 1986. “Un artista trasmette qualcosa a una persona, la fa sentire meglio. Quella stessa cosa può spaventare un altro individuo. Allora ci si chiede: - L’autore è un brav’uomo o un bastardo? -. Che quesito assurdo. C’è chi ti domanda: - E’ vero ciò che canti in questo brano? Ti sei sul serio comportato così o no? -. Se gli dici no, sono delusi. Se gli dici sì, ti condannano. Non hai scampo. Finisce che ti accusano né più né meno di essere il diavolo e quando si giunge a un tale livello non puoi far altro che riderci su. Che diamine, è solamente una canzone. Devo dire che non mi è mai riuscito di essere ben in sintonia con il mondo.” Lasciamo a te lo spazio emotivo di esprimerti… Grande, tipico suo… E’ un caso, ma ho fatto delle considerazioni simili in una mia intervista a Benvegnù, ponendo a lui un interrogativo che in realtà solletica anche il sottoscritto,

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ovvero come porsi di fronte alla percezione altrui, perché di questo si tratta. Una percezione che si manifesta in una tale varietà di colori da lasciarti disorientato. Ce n’è per tutti i gusti: chi ti sopravvaluta, chi ti fraintende, chi coglie solo la parte superficiale di quanto hai scritto, c’è chi ti stupisce, chi pretende da te un percorso rigoroso, chi ti dimostra un calore quasi soffocante. Se succede a un cantautore misconosciuto come il sottoscritto, uno che in giro per lo stivale fa cento paganti se va bene, non oso immaginare cosa succeda a un artista di successo. Pur tenendo fermo il principio per cui il bello del girare lo stivale è anche e soprattutto l’incrociare nuove storie e persone, l’altro principio del “sono solo canzonette”, per dirla alla nostrana, non è una frase buttata lì a caso. Si riconduce a quanto detto in precedenza sul “giardino segreto” e sulla fase primigenia di scrittura. E’ quella la dimensione che rimane comunque privata, quella in cui rifugiarsi e trovare equilibrio e che non ha senso spiegare più di tanto. La si vive ed è andata, tutto qui. [ ]


c+c=maxigross

[Musica] INTERviste

di Gaia Caffio JK | 56


[Musica] INTERviste Montagne venete, psichedelica anni sessanta e cinque ottimi musicisti. Questi gli ingredienti base di uno dei migliori gruppi italiani in attività.

C+C=Maxigross

I , dopo aver debuttato con l’EP Sigar (2011,Vaggimal Records/42 Records) e confermato le ottime aspettative con il successivo album Ruvain (2013, Vaggimal Records), non si fermano e suonano per i vari festival internazionali. Abbiamo incontrato Tobia Poltronieri (voce, chitarra), con cui abbiamo parlato dei traguardi e delle partenze del gruppo.

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reschi reduci da un tour tutto teutonico, dove avete anche avuto l’onore di rappresentare l’Italia, insieme agli A Toys Orchestra al Reeperbahn Festival di Amburgo, come vi sentite? Ci sentiamo veramente carichi, col Reeperbahn - un festival indirizzato agli addetti del settore musicale - e un mini tour tedesco abbiamo concluso la prima tranche di concerti a supporto del nostro ultimo disco Ruvain: 50 date in Italia e all’estero in 6 mesi (abbiamo cominciato ad aprile), praticamente tutti i week end eravamo in giro a suonare! Perciò con ottobre abbiamo sentito il bisogno di fare una pausa, un mese per riflettere su dove siamo ora, dove stiamo andando e dove vorremmo andare. Ma soprattutto vogliamo fare pezzi nuovi. Quindi ci siamo rifugiati nella nostra casa studio per preparare nuovo materiale, la cosa più stimolante di tutte!

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ome vi ha arricchito quest’ultima esperienza? L’esperienza del Reeperbahn e delle date all’estero è stata un nuovo modo di vedere le cose e allargare i propri orizzonti. Suonare di fronte a un pubblico straniero e specializzato è più che stimolante: gente che non ti conosce minimamente a cui devi dimostrare che spacchi qualcosa in più rispetto alle altre mille band che sono lì assieme a te. Inoltre finalmente abbiamo visto live un musicista che nell’ultimo periodo c’è piaciuto molto. Si chiama Jacco Gardner e per nostra gran fortuna suonava la stessa sera in cui suonavamo noi. Gran live, super suoni, belle canzoni e super band. Peccato che spesso sia uguale ai Pink Floyd di Barret... che plagio piacevole però!

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[Musica] INTERviste

anni avete suonato moltissimo in giro, Idirenc’èdue“Voglio un luogo che più degli altri vi ha fatto suonare tutta la vita qui”?

Tanti posti per fortuna! Soprattutto la differenza la fa la gente. Non c’è niente di più bello che arrivare in un locale ed essere accolto da persone simpatiche e accoglienti. Una buona cena, quattro chiacchiere rilassanti e stai certo che suoneremo sereni! Non vorremmo far torto a nessun super locale e promoter comunque, perché veramente la maggior parte delle volte ci siamo trovati benissimo (e tendiamo a scordarci delle brutte esperienze). Così su due piedi ci vengono in mente i ragazzi dell’Hybrida Space di Pordenone (organizzatissimi, psichedelicissimi e biologicissimi), Paolo Forlì di San Benedetto del Tronto con i suoi pranzi a base di pesce e il suo carisma, e ovviamente l’amatissima Roma, con il Dal Verme di Toni e il Fanfulla di Poppy!

e Phoenix sono solo alcuni esempi di super band strafamose non di madre lingua inglese che cantano comunque in inglese ottenendo risultati enormi. arlando dei C+C=Maxigross si sottolinea Pmontagne) spesso la provenienza (bellissime e la formazione (corale e

domestica). Personalmente di voi apprezzo moltissimo il riverbero di una profonda conoscenza dei generi musicali più eterogenei, anche probabile conseguenza del fatto che siete in molti. Tra le tante, avete un’ispirazione... una “stella polare” che vi accomuna tutti? Credo che l’elemento comune principale sia la musica pop folk psichedelica anni sessanta: tantissimi gruppi incredibili, genuini e grandiosi! Pink Floyd, The Beatles, The Beach Boys, The Byrds, Buffalo Springfield, Os Mutantes, Neil Young e CSN sono alcuni degli amori comuni che abbiamo, poi ovviamente continuiamo a vete condiviso il palco con Yann Tiersen, scoprire nuova musica e a cercare good vibrations Matt Elliott/The Third Eye Foundation, ove possibile. Emeralds, Jennifer Gentle (feat. Verdena), Iononsonouncane, Grimoon, Samuel Katarro e i dice (ed io sono d’accordo) che nei King of The Opera, Honeybird & the Birdies e gruppi musicali di ora c’è un ritorno alla moltissimi altri, chi vi è rimasto nel cuore? polistrumentalità, di cui voi siete dei degni Il bello di aver suonato così tanto negli ultimi due anni rappresentanti. Cosa ne pensate? è che abbiamo conosciuto una marea di splendidi musicisti, che c’hanno insegnato tantissimo. Lo scambio è continuo... e con molti abbiamo diviso il palco svariate volte, li abbiamo ospitati nella nostra casa studio e li abbiamo invitati a suonare nei concerti che organizziamo dalle nostre parti. Nel cuore ci sono rimasti quelli con cui abbiamo stabilito un legame diretto, praticamente tutti quelli che hai scritto qua sopra! A parte Yann Tiersen con cui non abbiamo avuto modo di parlare e Matt Elliott che forse quella sera aveva le palle girate...

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ll’estero avete mai avuto l’impressione di sentirvi, nel bene e nel male, “Italiani in terra straniera”? Per la musica che facciamo sinceramente soffriamo dell’esatto opposto. Ci pare di essere molto più apprezzati all’estero, o almeno potenzialmente potremmo esserlo. Non vogliamo essere snob ma il discorso per noi è semplice: in Italia per la maggior parte delle persone cantare in inglese allontana, è una cosa senza senso. All’estero non gliene frega niente a nessuno! Motorpsycho

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[Musica] INTERviste

Guarda, sinceramente la maggior parte della musica che ascoltiamo da sempre è quella di gruppi caratterizzati dalla scrittura corale, dalle armonie e dalla polistrumentalità! Perciò per quanto ci paia una tendenza musicale degli ultimi anni per noi è la norma, da quando siamo piccoli ascoltiamo i Beatles. Prendi i sopracitati Buffalo Springfield e CSN&Y, tante voci e penne differenti in una stessa banda. Questo permette una varietà e una godibilità nell’ascolto che per noi fa veramente la differenza! Ovviamente questo funziona se c’è armonia e sintonia tra i membri della banda, come in un qualsiasi rapporto. Se è difficile per una coppia figurati per 5 persone! il vostro primo album, è un capolavoro Rdallauvain, che consiglio a tutti di ascoltare. A sei mesi sua uscita che riscontro vi ha dato?

Grazie mille, che emozione! Ruvain, come lo era Singar, è l’album fotografico delle nostre avventure, da quelle più collettive come il tour, i concerti, le prove e le esperienze musicali (e non solo) condivise con i nostri amici fino a quelle più intime e personali di ognuno di noi. È abbastanza difficile dire qualcosa su questo disco che ormai ci sembra vecchio, ciononostante ci rappresenti ancora moltissimo! I risultati sono stati incredibili e siamo incoraggiati

giorno dopo giorno ad andare sempre più avanti. Recensioni ultrapositive, articolini e interviste, concerti in Italia e all’estero, soprattutto nell’ultimo periodo. Siamo appena all’inizio del percorso (speriamo più lungo possibile), ma l’entusiasmo e la passione sono grandi.

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cusate la domanda frivola: chi ha scelto la bella copertina dell’album e cosa rappresenta? Macchè frivola! Le grafiche e tutto quello che ruota attorno alla nostra musica è parte integrante del progetto! Mattia “Spok” Pasquali, grafico di fiducia anche della Vaggimal Records, è prima di tutto un amico, e per nostra fortuna il grafico più bravo che conosciamo. Il feeling e la sintonia che ci uniscono fanno sì che i risultati e i lavori che facciamo assieme colgano delle sfumature che non credo troveremmo lavorando con professionisti con cui non abbiamo contatto diretto. Per questo praticamente tutto quello che riguarda i C+C e la Vaggimal Records si basa sulla sinergia e la sintonia che instauriamo con i nostri collaboratori. Per le foto e per i nostri video fino ad ora per esempio abbiamo lavorato con Ana Blagojevic e Giuditta Ambrosini, amiche e sorelle che ci conoscono da secoli! Non ultimo Marco Fasolo, producer e gran musicista coi Jennifer Gentle, con cui abbiamo instaurato un bellissimo rapporto duraturo, che è andato oltre le canzoni che c’ha prodotto. Tornando alla copertina, il senso di quel quadretto è più votato alla suggestione piuttosto che a un vero e proprio significato (come le nostre canzoni). Spok ha preso delle vecchie grafiche dell’800 tratte da libri di erboristeria e di animali e ha formato un collage psichedelico, come gli uccellini il cui becco diventa un gambo di un fiore o di una fragola. Quindi se vogliamo dargli uno pseudo significato, la copertina rappresenta quello che vogliamo fare con la nostra musica: mischiare linguaggi classici del folk e filtrarli con la nostra visione della psichedelia e del nostro carattere personale.

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o sempre avuto l’impressione che chi come voi proviene da realtà molto meno dispersive di quella di una grande di città abbia più stimoli creativi interiori. Siete d’accordo? La “provincia” batte la “città”

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[Musica] INTERviste

in fatto di produzione creativa? Sicuramente la provincia e le piccole città, le cosiddette città provinciali, hanno delle grandi mancanze rispetto alle metropoli. Ci sono meno stimoli, meno dinamismo e meno ricambio, tuttavia credo proprio che qui stia la magia... in una piccola città (purtroppo chiusa e non poco razzista) come Verona la situazione difficile, soprattutto dal punto di vista artistico: pochi locali e luoghi di scambio culturale, ti stimola a creare nuove realtà e a dare il massimo per emergere. Proprio nell’ultimo anno sono nate stupende realtà culturali, associazioni ed eventi freschi e genuini, e anche dal punto di vista musicale possiamo dire che si stanno formando band interessanti con cui stiamo cercando di collaborare. Se fossimo nati in una grande città come New York dall’altro canto avremmo dovuto faticare enormemente per emergere rispetto ai miliardi di gruppi, musicisti e artisti che ogni giorno

si fanno il culo. Certo poi quando emergi a New York diciamo che sei messo molto meglio di chi emerge a Verona (o in Italia). Ovviamente secondo il nostro punto di vista!

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ltimamente si parla tanto di “crisi della cultura in Italia”, della necessità di “cambiare le cose” e di “non essere più passivi”. Voi siete un giovane gruppo che in due anni ha fatto cose molto belle nonché di qualità che hanno raggiunto gran parte del cosiddetto “pubblico”, e che nei fatti smentisce questo lamentato stato di crisi e apatia. Condividete comunque le istanze di chi, al riguardo, fa “manifesti”? Secondo noi la crisi culturale è assolutamente visibile, non solo in Italia tra l’altro. Tuttavia ripetiamo che per noi è uno stimolo fortissimo, che ci spinge ogni

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[Musica] INTERviste

giorno a informarci sulla scena musicale e artistica, a cercare strumenti sempre più fichi e affini ai suoni che abbiamo in testa, a creare nuove canzoni, a conoscere nuovi musicisti e a cambiare le cose. Per noi cercare di fare musica sempre migliore e mandare avanti un progetto nonostante le migliaia di difficoltà quotidiane è una grande sfida alla crisi. Il tempo che potremmo passare a lamentarci lo preferiamo impegnare a scrivere album e fare concerti! vostri brani sono molto “visivi”, vi piacerebbe ICerto! fare una colonna sonora? L’aspetto visivo e cinematografico per noi è

fondamentale. Herzog è uno dei nostri artisti preferiti. Musica e cinema nelle sue opere si fondono per formare vera e propria arte, suggestiva, emozionante e senza tempo. Se riuscissimo a fare lo stesso con la nostra musica sarebbe un grande e ambiziosissimo risultato. Riuscire a lavorare a una colonna sonora sarebbe già un buon inizio. Comunque per i prossimi concerti stiamo integrando i nostri visual con delle bellissime riprese anni ‘60 in Super 8, tratte da un assurdo western girato a Verona con bambini che impersonano cowboy e indiani. Il tutto modificato pazzamente da un nostro bravissimo amico videomaker Erik Righetti. Staremo a vedere! Avremo a breve un album da affiancare a Ruvain? Speriamo presto. Stiamo lavorando ai nuovi pezzi, ora ne abbiamo già 5/6 praticamente pronti, più alcuni vecchi mai registrati da riprendere in mano, oltre ovviamente a tanti altri che dobbiamo proprio incominciare da zero. Comunque siamo molto soddisfatti di cosa

sta venendo fuori, e se potessimo registreremmo a brevissimo. Solo che comunque il tour di Ruvain continuerà per un bel po’ di mesi ancora, con gustose sorprese estere, quindi c’è da aspettare un pochino!

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l vostro nome - onore ai grandi magazzini omonimi - è molto più riot delle vostre sonorità, ci avete mai riflettuto? Vi suggerisco di non precludervi un’ esperienza post-punk! Ah ah, hai pienamente ragione, grande che l’hai notato! In Italia la gente non dice mai niente in merito al significato di C+C=Maxigross, si lamenta solo del fatto che suona male e si ricorda difficilmente. E che non vuol dire niente: non è vero!!! “Maxigross” in inglese significa “supergrezzo”, “megaschifo”, “ultrarozzo” e infatti all’estero tutti si ricordano del nostro nome e ne sono super divertiti, come il tastierista di Jonathan Wilson che si è complimentato con noi per la simpatica scelta. Poi in realtà crediamo che il nome non sia così aggressivo, semplicemente è molto strano e cazzone come d’altronde siamo noi! []

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Per noi cercare di fare musica sempre migliore e mandare avanti un progetto, nonostante le migliaia difficoltà quotidiane, è una grande sfida alla crisi. Il tempo che potremmo passare a lamentarci lo preferiamo impegnare a scrivere album e fare concerti!


[Musica] MACCHIE BIANCHE

macchie di GraceOfTree

PATRICK WATSON Adventures In Your Own Backyard Underwater Love

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ualcosa che non menta... sì, qualcosa che non menta mai. E’ questo che cerco nel frastuono quotidiano di vite ansimanti devote al dovere. Ma come fare? Ci vorrebbe una direzione ogni tanto, come una nota distillata che riaccenda la possibilità di sentire davvero. Non alludo ad una via tracciata ma ad un sentiero inerpicato e selvaggio in cui avventurarsi con lo stupore delle prime volte. E lì, nella magia di percorsi inattesi, la più incantevole delle visioni ad attenderci: l’acqua. Conosco un artista che restituisce questa suggestione, e lo fa comodamente seduto al piano, con le gambe incrociate sul fianco, la testa inclinata, occhi socchiusi, un berretto pronto a fermare i pensieri che zampillano capricciosi, e dita che arpeggiano sui tasti di un amico antico e fedele su cui raggomitolarsi placido. Lui è Patrick Watson e potresti trovarlo perfettamente a suo agio nelle occasioni più disparate: accompagnato da un’orchestra sinfonica nei più importanti teatri del mondo, in un parco del sud della Francia inseguito da orde di bambini attratti dalla sua folkloristica impalcatura sonora, o intento

a far risuonare un filo d’erba in un giardino di Istanbul. Sì, hai letto bene, lui si perde e ritrova nel tremore di un filo d’erba scosso dal vento, e lo musica con lo stupore di un novizio del cuore. Ma sembra quasi che sia l’acqua l’elemento in cui ricompone i frammenti di quel suono così antico, rivestendoli di riverberi di luce e rianimandoli di tumulti convettivi. Nato in California e trasferitosi in Canada, prima di fondare l’omonimo progetto musicale, ha mosso i primi passi nella musica cantando nelle chiese del West Island di Montreal già all’età di 7 anni, per poi contaminarsi di una breve militanza nel gruppo ska Gangster politics e, soprattutto, forgiarsi in tanti anni di composizione classica e jazz per pianoforte. Con Mishka Stein (basso), Simon Angell (chitarra) e Robbie Kuster (batteria), Patrick ha fondato il suo gruppo quasi per gioco, creando le prime composizioni per esibizioni fotografiche, e ha modellato successivamente la sua ispirazione in un’ambiziosa identità musicale che mescola audacemente jazz e psichedelia degli anni ‘70, con le più recenti rivistazioni folk della musica contemporanea e un

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ampio afflato neoclassico. E il tutto portato a spasso per il mondo con l’incanto di un moderno Charlotte e la magia di un artista di strada perso nei viottoli parigini. Nonostante abbia vinto il premio canadese Polaris Music Prize 2007 con il suo terzo lavoro Close to Paradise nel 2007 , e ricevuto una nomination come New Artist of the Year al Juno Awards, per i più lui rimane quell’adorabile folletto che accompagna la Cinematic Orchestra nel compimento di un autentico gioiellino musicale come Build a home, o uno dei protagonisti più cliccati delle performance live dei Take away show de La Blogothèque. Le sue atmosfere così evocative sono perfette per accompagnare le immagini di un film, come già accaduto per la pellicola The walking dead con il brano Noisy sunday e per la colonna sonora di un cortometraggio premiato all’ultimo Toronto International Film Festival. Ascoltare il suo ultimo disco, Adventures in your own backyard, è come immergersi in una bolla d’acqua che opacizza la percezione del rumore quotidiano e plasma nuove dimensioni in cui il tempo si dilata, i contorni si


[Musica] MACCHIE BIANCHE

bianche dissolvono e le rigidità cominciano a sciogliersi, una alla volta, inesorabilmente. Il suono sgorga dolcemente, i suoi guizzi geniali zampillano qua e là, e la sontuosità di un’orchestra riempie lo spazio penetrando fin nella più piccola asperità dell’anima, per restituirla, poi, smussata. L’acqua scorre, si adatta e modella. Così la musica fluisce, pervade e ci cura. Basta ascoltare una Lighthouse per lasciarsi conquistare dall’intimità della sua voce alla Nick Drake e prendere a danzare un sognante minuetto che cresce fino a rievocare epiche atmosfere alla Morricone. La danza diviene, poi, un tip tap accattivante (Adventures In Your Own Backyard) e un pizzicore di corde delicato (Words In The Fire) annuncia quella tensione sottopelle (The Things You Do) che smette di pulsarci dentro solo per concedere la tregua di un coro che sussura i suoi falsetti ai violini (The quiet crowd). Ogni pezzo reca con sé la giusta dose di malinconia che solo i giullari nascondono (Blackwind) e che lui rievoca accarezzando i tasti di un vecchio e impolverato pianoforte abbandonato in un

casolare di campagna (Swimming pools). Sembra quasi di scorgere le foto degli avi che ci fissano, con le loro anticaglie di porcellana, i vestiti scuri ed antichi sussurri trasportati da un tiepido vento d’estate che filtra tra i teli bianchi di stanze abbandonate (Noisy Sunday). Il tocco magico delle dita scuote il silenzio e infonde nuova vita alle cose, mentre il passato prende a danzare col presente in un’alchimia inattesa, come un moderno Debussy che pesca sospiri buckleyani direttamente dal fondo di un oceano traditore. Ma ecco che un acquazzone improvviso ci coglie di sorpresa, inebriati e spalancati al cielo (Strange Crooked Road), e la bolla s’infrange. Gli archi seghettano le illusioni perdute, la sezione ritmica si popola di curiosi espedienti come padelle, bicchieri e stoviglie (Step Out For A While), e il giullare torna a indossare la sua maschera di oro e argento. La giostra riparte e il cielo sorride; e noi con lui. Incantato e incantatore, questo artista è talmente lontano dal clamore mediatico dei suoi illustri colleghi canadesi che verrebbe da chiedersi cosa stia cercando, in fondo, in questo girovagare

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romantico e sconclusionato col suo tenero carrozzone pronto, all’occorrenza, a trasformarsi in una orchestra itinerante. Forse nulla, se non rincorrere dei sogni con la grazia di un bambino e l’azzardo del genio, e lasciare a noi una gioiosa tregua dal vivere. Se non fosse per il crepitio della puntina a fine corsa, infatti, come quello della realtà che irrompe nel torpore di un sogno, rimarremmo tranquillamente intenti a volteggiare negli spazi disegnati dal suo inconfondibile falsetto. Oramai è tempo di riprendere a marciare quando d’un tratto leggo su wikipedia: “Patrick Watson era un analista dell’acqua”. Mi fermo, sorrido e penso...

la realtà può pure confonderci ma la musica non mente mai. []


novecento

[Musica] NOVECENTO

di Gaia Caffio | illustrazione riprodotta a mano da Viviana Boccardi

1980, Milwaukee-Wisconsin

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[Musica] nOVECENTO

T

re ventenni malcontenti danno sfogo al loro fisiologico disagio, chiusi a suonare per ore. Schivano la psichedelica (troppo aulica per loro) e la new wave (l’Inghilterra è lontana) e si dedicano ad un folk deviante e deviato con poco più di una chitarra, un basso standup, un rullante e una buona dose di ironia perfido-tragico-adolescenziale. Poi un giorno James Honeymoon Scott (The Pretenders) li ascolta per caso e dopo pochi giorni si trovano ad aprire il concerto dei Pretenders a New York con un breve e applauditissimo set acustico. Ecco a voi i Violent Femmes: Brian Ritchie (basso elettrico e xilofono “folle”) Victor De Lorenzo (sezione ritmica) e Gordon Gano (voce e chitarra). Passa poco più di un anno e i tre si chiudono in sala di registrazione per dedicarsi al loro primo lavoro omonimo (1982). Una copertina che mostra la figlia di Lowell George (chitarrista di Frank Zappa) che sbircia da una finestra e dieci canzoni per poco più di quaranta minuti di musica che cambieranno inconsciamente il panorama underground americano. Si dica subito che i Violent Femmes non sono stati esattamente gli esponenti fortunati della fertile scena post-punk anni ‘80. Il loro primo lavoro non è stato inserito in alcuna lista o classifica ed è probabile che la ragione stia anche nel loro aver anticipato (ed in parte definito) troppo presto la bassa fedeltà approssimata e amatoriale che di lì a poco meno di un decennio sarebbe dilagata. Non per nulla il plauso è arrivato con un disco di platino dopo dieci anni dall’uscita dell’album (pare sia un caso isolato nella storia). Non suonano come le altre band e apparentemente non sembrano impegnarsi neanche molto (vedi il grido lamentoso e la chitarra minimalista di Gano, le linee di basso “loopy” che scorrono nel cervello di Ritchie e un batterista che si rifiuta di usare la grancassa). Ma la precoce (e anche migliore) incarnazione dei Violent Femmes è un’eclettica e provvidenziale miscela: essenza punk, armonie doo-wop anni cinquanta, folk americano e il lontanissimo eco di ore passate ad ascoltare jazz nella cantina di Ritchie. Non si prendono sul serio e amano raccontare bozzetti di vita adolescenziale triste (per lo più frutto della mente di Gano) in modo ambiguo, sarcastico e molto provocatorio con il caustico candore dei liceali di provincia e ciò li allontana dal rischio concreto di sembrare una brutta copia degli adorati Velvet Underground. “Lou Reed was my babysitter” dirà Gordon Gano. L’album all’ascolto è un giro sulle montagne russe. Un continuo saliscendi umorale di suoni e vocalità che estorce irrimediabilmente l’attenzione. I primi tre brani, Blister in the sun (ipnotica cadenza sincopata e anacronistica), Kiss off (un rhythm and blues che sta per deragliare da un momento all’altro) e Please do not go (reggae e lirica disperata), fissano le coordinate dell’intero lavoro. Seguono brani isterici e nevrotici dal mood demenziale come Add it up, Prove my love e Gone daddy gone. A parte Confessions, uno dei pezzi più bipolari della storia: inizia con un blues e degenera con un trionfo Violent Femmes – Slash Record – 1982 di chitarre elettriche contorsioniste e ipercinetiche. Blister in the Sun Chiude l’album la stupenda e ondeggiante Good Kiss Off feeling (perché non l’ha mai cantata Nico?). Please Do Not Go “Violent Femmes” è un album classico, nel senso che si lascia ascoltare dall’inizio alla fine dissuadendoci Add It Up dall’infame delitto di saltare le tracce o peggio Confessions ancora rimescolarle. Prove My Love Verranno altri album, ma nessuno raggiungerà mai Promise le vette del debutto. To the Kill Post scriptum: il basso acustico tipo mariachi che Gone Daddy Gone Ritchie usa in alcuni brani vale l’intero album, ma Good Feeling questa è una mia personale fissazione. [ ]

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TUTTE LE RECENSIONI DI JUST KIDS

SONO DISPONIBILI SUL SITO www.webzinejustkids.wordpress.com


JUST KIDS compilation by a buzz supreme TRACKLIST STREAMING/FREE DOWNLOAD 01. Antiplastic – Shake & Bounce 02. Blue Willa – Fishes 03. Cleo T – We all 04. Divanofobia – Compagna con figli 05. El Santo – Sugar Ray 06. Femina Ridens – Appariscente 07. Giorgia Del Mese – Di Cosa Parliamo 08. La Metralli – Ruggine e Carie 09. Lovespoon – Mary Comes 10. Manuel Volpe – Maria Magdalena 11. Sestomarelli – Un’ora Lurida 12. Unepassante – Seesaw

ANTIPLASTIC Not for sale

EL SANTO

Il Topo Che Stava Nel Mio Muro

LOVESPOON Carious Soul

BLUE WILLA

CLEO T

Blue Willa

We all - EP

FEMINA RIDENS

GIORGIA DEL MESE

Femina Ridens

MANUEL VOLPE

Gloom Lies Beside Me as I Turn my Face Towards the Light

DIVANOFOBIA

I Fantasmi Baciali

LA METRALLI

Di Cosa Parliamo

Qualche Grammo Di Gravità

SESTOMARELLI

UNEPASSANTE

Acciaierie e Ferriere Lombarde Folk

www.abuzzesupreme.it www.webzinejustkids.wordpress.com

No Drama


[immaginario] la dimensione eroica del microbo

la dimensione eroica del microbio di Maura Esposito

Il Futurismo Delle Giovani Donne O

ttobre-Novembre nei giorni della violenza spolvera i ninnoli della sua mente: decotto di prezzemolo le corna del cervo il cuore delle sante e garofani per gesùcristo La preghiera prima dell’energia atomica all’ora dei pasti. Mille Fukushima non placherebbero la sua fame, così si trascina per le vie del centro Sente agitarsi nella borsetta le foto di famiglia e la luce al neon che lampeggia: -Ma io a cosa servo?-

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|pic by Maura Esposito

[immaginario] la dimensione eroica del microbo

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[immaginario] punto focale

PUNTO FOCALE di Giulia Blasi

Movimenti Della Mente, 2013, 140x 122 cm www.giuliablasiart.blogspot.it

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[immaginario] punto focale

ANCESTRALE

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alla corda Del basso Che vibra Un suono profondo Mi lega al filo dorato Che conduce da dove veniamo La dimensione eterea Che tutti immaginiamo. []

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[immaginario] Sommacco

sOMMACCO

è Luca Palladino, Giorgio Calabresi, Francesca Gatti Rodorigo www.sommacco.wordpress.com

Sommacco è immaginario adamantino. Sommacco è la necessità di buttare fuori le storie che popolano dentro noi. Sommacco è la necessità di mettere le mani in pasta per raffreddare i pensieri, perchè se no poi scoppiano. La nostra casa è il Mediterraneo.

”Vucciria” dipinto di Guttuso

ALFIO CON NOI di Luca Palladino

Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste. Il cruccio e Alfio si sentono come se stessero dentro un mare, dove nulla si sente se non la mezza idea di risalire in superficie. Alfio risale in superficie giusto in tempo per vedere che di fianco a lui si è seduta una ragazza dai capelli fulvi impegnata a digitare sul suo smart-phone la sua posizione attuale: “sono qui e per nessuna ragione al mondo potrei essere altrove”. Alfio e quella ragazza sono lì per davvero, e sembra che l’unico ad accorgersene sia solo il primo. Alfio non fa neanche in tempo a pensare a come avvicinarsi alla ragazza dai capelli fulvi che la ragazza non è più lì; già posizione. Cosicché il pensiero riaffiora. “Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste. Il bar dove Alfio si sta bevendo un vino bianco di Sciacca è nel cuore della Vucciria, un quartiere di Palermo indove ci fanno il mercato, “ma che non è più come una volta”. Eppure la Vucciria non ne ha abbastanza della vita: delle voci, dei volti, degl’incontri, degli scontri, delle anime, dei corpi, della carne; del silenzio non mai. Alfio beve e si guarda attorno cercando pretesti che lo distolgano dal pensiero in cui si è ficcato, il pensiero di quella bella silhouette sinuosa che si muove con sapienza pur essendo dipinta. Gli occhi di Alfio incontrano la fauna della Vucciria: si

capisce che nessuno ama lo scirocco. D’altra parte lo scirocco soffia ai sensi di legge; spira da sud-est nomine domini. Il signor Tale, che si vede che è un habitué, ordina il solito e l’oste mette mano a una bottiglia di plastica che contiene un liquido che ricorda il colore dell’aperol, si capisce benissimo che è una porcheria. E’ un preparato fatto apposta per gli habitué dal signor Totò, il proprietario del bar, con l’intento di diluire il vino, e non perché ve n’è carenza. Il signor Tale, che si lamenta dello scirocco, se lo beve tutto d’un fiato il preparato, si vede che è giù di corda. Mentre il signor Tale deglutisce, i discorsi fluttuano collettivi. Nel bar vige un dialogo orizzontale che Socrate riposerebbe in pace. Financo il signor Totò, dall’alto del palcoscenico del suo bancone, partecipa ai discorsi in modo orizzontale; dall’orizzonte ne esce solamente quando somministra, ossia quando diventa padrone. Egli, così devoto al pragma. Nel bar del signor Totò si è soliti parlare del più e del meno, di minne e del pallone, si scherza ma si dice vero con una leggerezza che neanche la politica e la religione, ossia la consorteria, possono turbare. Dev’essere davvero rincuorante per i frequentatori del bar, e non, sapere che dal signor Totò si respira l’indipendenza da tutto ciò che succede all’esterno, sapere che dal signor Totò non ci si schiera, in quanto c’è un unico schieramento, la Forst: il toccasana dei toccasana. È indispensabile solo possedere moneta in questa specie di autarchia, anzichenò. Del resto, nessuno è perfetto. Alfio, frattanto, in ottemperanza alle consuetudini del posto, si lamenta del caldo. Guardandolo si può notare

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[immaginario] sommacco

ad occhio nudo che del suo cruccio gli è rimasta sul volto la stimmate; “il volto è tutto”, ci dice il Guttuso. “Riempimi il bicchiere che sono giù di corda”, gli fa Alfio all’oste. “Prima devi saldare il conto”, gli fa l’oste ad Alfio. Alfio allora, risentito, si chiude a chiave nella sua mente a fabbricare ragionamenti sul come andare incontro al suo volto, al caldo e al recupero crediti. [ ]

UCCISE LA SUA FAMIGLIA E ANDO’ AL CINEMA di Giorgio Calabresi

O

gni volta che uccido la mia famiglia poi dopo vado al cinema. Non conosco altro posto dove andare. Mi siedo sulla poltrona vuota in fondo, mi porto dietro la scia delle vite che ho rubato e spero che il buio arrivi il prima possibile. Fuori da questa sala mi si spezza il cuore, mi sento al sicuro solo qui mentre guardo la vita di un altro e fingo di essere lui. Non vivo altra realtà che quella degli altri per questo vengo qui. Per appropriarmene. Quando il film inizia non esiste piu niente, finalmente muore la paura, muore la rabbia, muore Dio e io sono nessuno. Sto qui seduto e la luce delle immagini mi cade adosso dallo schermo. Mi da la sua vita. Guardo sempre lo stesso film perchè mi rassicura sapere che niente cambierà. Almeno qui. “Il nostro amore è puro e spero che non finisca mai. Per questo, mio amore, penso di non voler cambiare mai niente”. [ ]

METTI LA SECONDA, VINCENT di Francesca Gatti Rodorigo

V

incent era nel traffico, suo malgrado all’ora di punta. Sbuffava, come davanti a lui centinaia di marmitte. Il rosso del semaforo gli inondava gli occhi saettanti contro il colpevole che gli sedeva accanto. Lucy guardava il paesaggio immobile fuori col bruciore in gola. Pensava al verde più verde dei semafori di Bologna. Due ore su quella corsia preferenziale del boulevard col burro comprato poco prima in borsa. Aveva appena imparato che i batteri si moltiplicano ogni venti minuti a temperatura ambiente.

Non si era lavata le mani, come manco tutti quelli che aveva incontrato da quando se le era lavate alle 15. Aveva evitato inconsciamente di incrociare sguardi e pensieri di Vincent Tuonante per almeno un’ora e mezza. Poi “sono incinta”, con “-cinta” coperto dallo sforzo della prima usata come freno contro la leggera pendenza della preferenziale. “Sono incinta”. Stavolta fu chiaro a tutti. Vincent smise di saettare e cominciò a visualizzare e ordinare sotto forma di tavola periodica tutti gli scenari possibili innescati da quella frase elementare, dal 20 Cazzo al 102 Non c’è modo, dal 101 colpa del Md al 71 Lucy e 23 Vincent si sdoppieranno. [ ]

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[immaginario] sbevacchiando pessimo vino

SBEVACCHIANDO PESSIMO VINO di Paolo Battista

PHON, FATO E TUTTOFARE

S

ono tre giorni che non vado al cesso e quando mi siedo finalmente ci sto più di un’ora. Prendo uno dei libri che tengo sulla mensola e lo apro lì dove l’avevo lasciato l’ultima cacata fa. Ho letto decine di libri seduto sul cesso per colpa o per fortuna della mia stitichezza, libri che in un certo senso hanno influenzato la mia vita, autori come Miller, Kerouac,

|ph by Paola Belmonte

Pasolini, Nietzche, Rimbaud, Bataille, Bolano, autori che hanno alleviato momenti imbarazzanti dove lo stronzo di turno faticava ad uscire. Ma insomma è questo il bello della lettaratura, la porti dove vuoi, sempre, ogni volta che ne hai bisogno. Così dopo aver letto un po’ di capitoli e aver liberato la mia pancia dalla collera del diavolo mi butto sotto la doccia per rinfrescarmi e darmi una ripulita. La cosa più bella dopo aver fatto la doccia è spararsi colpi di phon sulle parti intime, far ruzzolare i peli del cazzo da una parte all’altra, puntare il getto caldo sotto la chiappe e goderne di brutto, ed è quello che faccio, quasi sempre, ed è interessante scoprire punti del corpo più o meno sensibili che stuzzicare mi fa drizzare l’uccello. Così mi sparo una sega puntando il getto d’acqua sul glande e dopo decido di radermi, non sul cazzo però! Dopo dieci minuti sento suonare il

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[immaginario] sbevacchiando pessimo vino

citofono, prendo l’asciugamano e vado ad aprire: è Angelo, entra in casa spedito come un razzo e dice: l’hai saputa l’urtima, te ricordi de Mario, er ragazzo de Lisa? Mi guarda con i suoi occhi spillati tirandosi tra le dita la coda dei capelli biondi come quelli di un Apollo strafatto. S’infila una mano nei calzoni e continua la sua storia: sì, stava tutto storto che camminava pe via Casilina quanno uno co ‘na Fiat Punto l’ha preso ‘n pieno mentre ‘sciva da ‘n garage. Hanno dovuto da chiamà l’ambulanza e dice che c’aveva tre costole rotte, la testa spaccata e er braccio pencolante come ‘n burattino, stava propio messo male! Io finisco di pulirmi la faccia dalla schiuma da barba e faccio: noooo, e adesso come sta? E come deve sta quer matto, lo sai ch’ha fatto?, dopo du’ giorni pe paura de la madama è scappato dall’ospedale co tutte le costole rotte e er braccio ‘ngessato. Dice che c’aveva paura d’esse rispedito ‘n Romania, e lui là nun ce vole più tornà, dice sempre che se vive demmerda, che nun ce sta ‘n cazzo da fa e che lui sta bene dove sta pure se vive dentro ‘na machina. E insomma, gli chiedo cacciando due birre dal frigo, che fine ha fatto? E nun se sa, l’ho visto de sfuggita l’artro giorno ma ancora nun j’ho parlato. Quello è tutto matto, poi da quanno è finita co Lisa è ancora peggio de prima. Vabbè va, mi fa poi scolandosi tutta la birra, io me ne vado che devo raggiunge Veronica, se vedemo più tardi. Occhei, ci vediamo dopo dal China, gli faccio e mi siedo al tavolo per buttare giù qualche verso, e qualche altra birra, e almeno un paio di canne. Quando alzo la testa è l’una passata, dal palazzo arriva un’odore di zucchine bollite e lo stomaco gorgheggia come un oceano in burrasca. Ribussano alla porta, e quando vado ad aprire vedo il mio vicino Lucini che ha bisogno di un cacciavite a stella. Nun è che c’avresti ‘n cacciavite che se deve rimette sta plaffoniera de la luce cascata l’artro giorno? Lucini è il tuttofare del palazzo, un uomo anziano, in pensione, alto e gobbo, calvo e magro; sua moglie oltre ad avere i baffi è una di quelle donne che non sprizza un minimo di gentilezza; ha una figlia di trentanni alta quanto lui e acida come la madre, con cui Lucini finge d’andare d’accordo, anche se non sempre ci riesce. Ci sono pomeriggi che li sento urlare e inveire: Lucini contro la figlia, la moglie contro Lucini, la figlia contro entrambi, la moglie contra la figlia e

così via; fino a quando lui non decide di uscire e darsi da fare nel palazzo, vecchio cadente e pieno d’intoppi, come lui. Nun riesco più a ‘ncastrà sta benedetta plaffoniera, mi fa cercando aiuto senza chiedermelo direttamente, e poi me fa pure male la schiena, guardando la scala come un cane bastonato. Se ti serve una mano, gli faccio strappandogli dalle dita la plaffoniera di plastica bianca, salgo io, e mi avvicino alla scala, gli dico di tenerla che non si può mai sapere, e nel giro di due viti tutto torna come prima, tranne per il fatto che Lucini non ha voglia di tornarsene a casa, e allora gli chiedo se vuole una birra, lui accetta e dopo due bicchieri inizia a raccontarmi di sua figlia, Erica, una donna testarda e sfortunata con gli uomini, parole del Lucini: “ …è sfortunata coll’omini “, proprio così ha detto, senza pensare minimamente al fatto che sua figlia è una specie di strega dai capelli neri e sottili, con la faccia brufolosa, la bocca stretta come il culo e il naso rifatto. Perché dici che è stata sfortunata con gli uomini?, gli chiedo mostrandomi interessato. Pecché tutti quelli che porta a casa non so’ artro che falliti der cazzo, ecco pecchè! E purtroppo io nun ce posso fa gnente, sennò poi chi la sente! Povero Lucini, quelle poche volte che vedo la moglie nell’atrio del palazzo capisco il perché del suo sguardo triste e del suo grugno arrabbiato. Quante volte le ho sentito gridare: nun ne posso più de te!, con quella sua voce squillante e fastidiosa. E quante volte ho visto Lucini smontare e rimontare citofoni, serrature, luci, cassette postali e altre cose che magari in quel momento non avevano bisogno di essere aggiustate. E’ un brav’uomo Lucini, solo che ha avuto la sfortuna di sposare una donna che col tempo si è trasformata in un ravatto così poco desiderabile che neanche un cinghiale ci farebbe un pensierino. Alla fine dopo il quarto bicchiere di birra Lucini si alza e mi saluta. Anch’io scendo a fare due passi e magari mangiare qualcosa. Nel quartiere c’è un casino insolito, un paio di camion bloccano Per oggi va bene la strada, così, penso; ed e una fila è meglio non interminabile chiedere altro al di musulmani prega sul Fato se non si vuole marciapiede di stuzziacare la fortuna via Serbelloni. più del dovuto. S o n o

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[immaginario] sbevacchiando pessimo vino

tantissimi, penso cercando di non calpestarli, ma come fanno, devono proprio crederci a sto cazzo di Hallah! Leggermente alticcio fatico a non cappottarmi. Cambio strada, mi fermo dal pizzettaro e ingurgito una pizza con rucola e salsiccia. La radio canta una merdosa canzone pop che parla d’amore e di cuore, due bambini corrono schiantandosi con la faccia nel banco, un uomo si pulisce il naso convinto di non essere visto, e su questo decido d’andarmene. Pago e compro una birra, aspetto il 105 su via Casilina e vado a casa di Clara. È il suo giorno libero. Lavora in un negozio di ricambi per moto e vive in un appartamento dietro Centocelle. Indossa sempre un sacco di bracciali argentati e le sue preferite sono le gonne corte, anche perché può permettersele. Ha due gambe lisce e delicate, forse un po’ x, e un culo tosto come il marmo. Ci siamo conosciuti da poco e questa è la prima volta che m’invita a casa sua. Ha due occhi grandi e verdi come una dea e i capelli corti le danno un’aria sbarazzina e frizzante. Quando suono al citofono ci mette un po’ per rispondere ma quando sento la sua voce una scossa elettrica mi fa saltare sul posto. In ascensore penso al fatto che è stato il Fato a farci conoscere ( anche se del Fato non mi è mai fregato un cazzo ), solo un paio di settimane fa. Cercava di convincere il controllore di un autobus a non farle la multa. Ho solo dimenticato l’abbonamento, ripeteva rovistando nella borsetta nera, ma l’uomo, con due sopracciglia pelosissime, il naso a patata, basso di statura, continuava a muovere la testa a destra e a sinistra come un cazzo di giudice divino. Potrebbe anche lasciar stare, feci io quasi istintivamente, le ha detto che ce l’ha l’abbonamento, cosa vuole di più. Vorrei vederlo, rispose il controllore, ma lei chi è?...e a proposito mi fa vedere il suo di biglietto? Non ce l’avevo il biglietto, e forse neanche Clara aveva l’abbonamento, così mentre l’autobus si era fermato per far salire gente, presi Clara per una mano e la tirai giù sgomitando tra la folla. Corremmo per qualche centinaio di metri, poi entrammo in un bar per riprendere fiato. Grazie, mi disse, e quel grazie, emozionato e spaventato, mi piacque; decidemmo di bere un aperitivo e di scambiarci i numeri. Per la prima volta sentivo che tutto questo non aveva niente a che fare col sesso, cioè non che non l’avessi pensato, ma

diciamo che non era così importante, almeno in quel momento. Certo adesso è diverso! Non che pensi solo a quello, ma Clara mi piace, ho voglia di lei e quindi oggi voglio provarci! Quando mi apre indossa uno di quei vestitini corti e scollati pieno di piccole roselline nere e i capelli sono avvolti in un fantasioso movimento dietro la nuca. Subito mi bacia sulla bocca, e subito penso a qualcosa di buono. Passo le mie labbra sul suo collo morbido come burro e un fremito mi coglie attorcigliandomi le budella. Cosa c’è da bere?, dico subito per sdrammatizzare. Si deve aprire il vino, mi dice e mi fa strada fino alla cucina passando per un corridoio lungo una seina di metri ai cui lati ci sono stanza da letto, bagno e sgabuzzino. Il vino è un Nero D’ Avola costoso; l’unico che bevo, mi fa Clara spiazzandomi con uno dei suoi strani sorrisi. Un profumo di zucchine e gamberoni mi stuzzica il palato impregnato d’uva. Mangiamo la pasta, ottima, e Clara mi racconta di sua madre; era una stronza che mi vietava tutto, e di me non glien’è mai fregato un cazzo, mi dice decisa. Fanculo i genitori, gli dico in segno di solidarietà, e lei continua: ha mollato mio padre per un altro ed ha avuto pure il coraggio di portarmi via da lui. Amavo mio padre, mi dice e i suoi occhi iniziano a brillare. Che fine ha fatto tuo padre?, le chiedo portandomi il bicchiere alla bocca. Vive in Svizzera, mi fa, precisamente a Briga, ma sono anni che non ci vediamo. Ha chiuso con noi e non posso dargli torto. Mia madre invece, continua anticipando la risposta alla domanda che stavo per porgerle, è un’alcolizzata che insegna italiano in una scuola media di periferia. Da allora ha avuto molti uomini, e adesso se la fa con un finaziere in pensione sposato due volte. Odio la mia famiglia!, mi dice sorseggiando il suo vino, ma è così bella che mi viene difficile pensare che sia capace d’odiare. Tu invece, ce l’hai ancora la tua famiglia? Certo che ce l’ho, ma vivono in provincia di Avellino; sono separati da anni e sono entrambi due vecchi testardi. Non ci parlo molto con loro, borbotto, non è che abbiamo granchè da dirci, e poi non condividono il mio modo di vivere. Per me sognavano altro, una posizione, una famiglia, una moglie, invece sono finito a fare lo scrittore e a rompergli l’anima con le mie paranoie.

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Un giorno dovrai farmi leggere qualcosa, mi dice eccitata e leggermente brilla. Io mi alzo e vado al cesso, il tempo di svuotare la vescica, lavarmi le mani e uscire che in cucina non si vede più nessuno, Clara è svanita, e anche la bottiglia di vino, quella chiusa che aspettava di essere aperta. Penso: ecco, ci siamo, è il momento!, e nel buio del corridoio cerco la porta della stanza da letto. Apro senza bussare e vedo Clara completamente nuda sul letto lilla, con un bicchiere di vino nella mano e una sigaretta fumante nel posacenere, e non capisco se è un’allucinazione da vino oppure è la realtà. Vuoi fare due tiri?, mi fa puntando la sigaretta, ma io sto già pensando a come toccarla, a dove: tra le cosce piene di folti peli, sul seno, le spalle, il collo; mi siedo sul letto tirandole il bicchiere dalla mano. Lo svuoto. La testa mi gira. Poi prendo la bottiglia e butto giù d’un fiato il Nero D’ Avola ma in un attimo, non so come, mi ritrovo disteso su di lei, con il vomito in gola e un‘aureola di stelline sopra la testa, svenuto come un calzino sgualcito. Dormire non mi è mai parso così dolce! Dormire non mi è mai parso così intenso! Dormire non mi è mai parso così stupido! Quando mi sveglio sono quasi le tre e la notte è scesa come una tapparella e la testa ancora mi fa male. In silenzio raccolgo le mie ossa, ho la bocca impastata, bevo l’ultimo sputo di vino e cerco le mie scarpe sotto al letto. Non ricordo di averle tolte, dev’essere stata lei, penso fissandomi su una luna di luce spiaccicata sulla sua faccia. Clara sta dormendo, il suo respiro è irregolare ma pacato. Le tiro via una ciocca dal viso e continuo a guardarla. Poi la bacio sullo spigolo della labbra ma lei non si accorge di nulla. Quando me ne vado lei non si accorge di nulla. Per oggi va bene così, penso; ed è meglio non chiedere altro al Fato se non si vuole stuzziacare la fortuna più del dovuto. Prendo l’ascensore, corro in strada, respiro l’aria della notte facendone scorta e dopo una lunga passeggiata torno a casa pronto ad aspettare un altro giorno. [ ]

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JUST KIDS

[immaginario] sbevacchiando pessimo vino


[immaginario] SUONATORE D’AUTOBUS

SUONATORE D'AUTOBUS di Carlo Martinelli

CAPITOLO 1

S

ul posto di lavoro, i colleghi non si sentivano a proprio agio: per via della sua mascella larga, le ginocchia squadrate, i lineamenti tracciati con mano leggera, l’abitudine mai corretta di mormorare parolacce nel silenzio dell’ufficio. - un giorno la raucedine se lo porterà via il signor girarrosto. - un giorno se lo porterà via sull’ali dorate. aveva camminato fino a stancarsi, cercando di ricordare cosa avesse potuto dimenticare alla casa sul lago. una torcia, degli ami, un pezzetto di corda, uno specchietto catarifrangente. arrivava nel magazzino a recuperare il pescato ancora vivo, afferrava i pesci nel secchio e li sbatteva

sulle pareti. ad ogni colpo gli partiva dal torace un colpo di tosse, poi una risata. usciva dal magazzino con la borsa colma di pesce ed il respiro tagliato, e le vecchie che lo guardavano scivolare lungo il sentiero gli dicevano: - che vuole? che cosa vuole? si vedeva la testa dalla collina scomparire oltre l’orlo come se stesse andando sotto terra. ed in più di sessant’anni non aveva mai perso un treno, sebbene conoscesse poco del mondo. si sedeva su uno dei piccoli sedili sotto la pensilina verde ad ascoltare i discorsi di una signora che come lui prendeva il treno tutti i giorni, e parlavano di argomenti leggeri, come un libro o un film: - l’hanno ripreso da dietro, sa? come se fosse una camera d’aria sul punto di esplodere. come se avesse delle antenne dipinte di bianco ed un segnale

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[immaginario] SUONATORE D'AUTOBUS

trasparente sulle finestre. e diciotto registi ci sono voluti per riuscire a inquadrarlo per bene. e lui spesso provava a fare dell’umorismo, ma con voce debole, senza guardarla negli occhi, e la vena comica moriva in fretta. ma la signora come gli altri signori si dimostrava sempre gentile, ridendo educatamente e pensando ad altro. poi il signor senzapece passeggiava, fischiettando e guardicchiando il mondo dall’alto in basso, ed irritava i passanti giocherellando con ogni oggetto che si trovasse a portata di mano. il treno prima di arrivare impennava e sbatteva sui binari per qualche secondo, le finestre si aprivano e le persone uscivano da tutti i buchi. il signor girarrosto si arrampicava ed entrava sempre dall’ultima carrozza, per evitare la ressa. e quando il treno passava sui ponti osservava il traffico sotto di sè, e gli pareva una cascata di insetti dagli occhi luminosi. appena scendeva ogni forma di vita gli saltava addosso come un cancro, ma lui sorrideva e si ravvivava il ciuffo sulla fronte, pensando ad altro. gettava qualche moneta in terra e s’immergeva nel carnaio, poi raggiungeva l’uscita senza mai tirare la testa fuori dall’acqua. si levava la sabbia dal dorso ed indossava un auto nera, piccola e dal tetto basso. dentro c’erano dei brutti soprammobili e dei ricordi di gioventù, tra cui alcuni piccoli disegni di donne che l’avevano abbandonato. sulle pareti giallastre dei bambini avevano incollato gomme da masticare. teneva in una scatoletta nel cruscotto i denti da latte di sua figlia. teneva dietro le orecchie le unghie spezzate di una prostituta che aveva cercato di cavargli gli occhi. vedeva ogni giorno nel cielo un viale alberato ed agli alberi delle rose che cadevano su degli specchi fuori fuoco. se mai avesse posseduto dieci ettari di terreno avrebbe scavato buche e le avrebbe riempite di escrementi, le avrebbe coperte con delle foglie d’alloro e sarebbe andato a riposarsi vicino ad un ruscello. avrebbe

raccolto sassi dall’acqua e li avrebbe lanciati sull’altra sponda. si sarebbe arrampicato sugli alberi e cadendo avrebbe maledetto il proprio dio. avrebbe acceso fuochi nei boschi e si sarebbe infilato in un sacco a pelo sperando di riuscire ad addormentarsi, tenendo gli occhi così chiusi da farsi male. si sarebbe alzato e nel cuore della notte avrebbe camminato fino a perdersi tra gli alberi. all’alba si sarebbe svegliato, sporco e maleodorante, un occhio abbassato in modo innaturale, le gengive annerite. avrebbe raccolto un fazzoletto di dignità da un pozzo maleodorante e nascosto tra le felci, l’avrebbe gettato ad asciugarsi al sole. appoggia l’auto ad un vetro ed entra scalando le pareti, dalla finestra fin dentro casa: posa l’arpione in gola, raccoglie i mozziconi di sigaretta e se li mette in tasca, si spoglia ed indossa un espressione cordiale, sua figlia sta segando il tavolo della cucina. lo guarda e non lo riconosce, gli fa: - ciao, pà! e lui scorchiandosi le gengive le perdona la sciocchezza. - preparami un bell’uovo, va’! e lei ridendo gli schianta un ovaccio sulla fronte per poi zompare nella stanza contenta mentre a lui cola il giallo sul viso tondo. - e che sei scema, figlia mia! - zitto, zitto! - grida lei e scoppia a piangere in un angolo, facendosi sempre più piccola finchè non scompare. così il signor barbagianni scorchiava le radici dagli alberi ed indorava le cortecce con la crema d’api

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così il signor staccarrosto s’innamorava per un nonnulla, perdeva la testa dietro a fantasmi notturni, allucinazioni diurne, ballava da solo in sale zeppe di fumo e si distendeva esausto con la testa spaccata tra la morte e la giovinezza perduta.


ammazzandolo proprio il tempo. sotto le foglie che cadevano come un diluvio annaffiava le cortecce e le radici delle sue stesse lacrime, saltellava nelle pozzanghere. aveva il viso bianco e passeggiava nella foresta soffiante come il signorotto che era, il signore buonatempesta. radunava larghi pezzi di legno spezzato per disegnare corna ad un cervo abbattuto. ed era così giovane che il suo presente sentendosi soffocato aveva fatto miliardi di balzi in avanti afferrando al collo il vecchio signor buonaventura, per poi spingerlo sotto le frasche, e lì fotterselo. e così compiaciuto e felice il bambino era come un vecchio signore perduto in un sogno delizioso nella nostalgia. e nella notte verde si spegnevano i suoi rimpianti, con un fuoco giallastro, come zanzare stupite che s’incendiano contro il sole in un gelido tramonto d’inverno. stava steso sull’acqua, con un gabbiano sulla schiena che gli mangiava il cervello dal cranio scoperchiato. s’arrampicava su per una corda intestinale che lo portava fin sulla luna a raccogliere funghi. se mai si cacciava in un grosso guaio, di quelli in cui si cacciano i ragazzi, la madre lo raccoglieva da terra e se lo infilava sotto il cappotto, ripeteva ave marie, si segnava e spegneva tutti i ceri nella chiesa del villaggio, avendo cura che il prete non la notasse. poi si nascondeva nel confessionale, a mangiare ostie macchiate di placca dentale. ed il dottor schiacciaserpenti l’ascoltava tutto il tempo senza dir niente e senza osare pensare. fu così che ebbe un’infanzia calma ed infelice! fine! così il signor staccarrosto s’innamorava per un nonnulla, perdeva la testa dietro a fantasmi notturni, allucinazioni diurne, ballava da solo in sale zeppe di fumo e si distendeva esausto con la testa spaccata tra la morte e la giovinezza perduta. aveva allucinazioni ogni giorno per ore ed ore. e siccome la sua gioventù incapace fu breve così finisce il capitolo. aspettate! - datemi la libertà, datemi la libertà. - gridava sempre, e nessuno gli rispondeva. - non esiste la libertà. - gli rispondevano sempre tutti. e lui gridava sempre: - salvatemi, salvatemi. - ma nessuno gli rispondeva. - sei già salvo. - gli rispondeva ognuno, dal bianco della sabbia e sotto il mare nero. []

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JUST KIDS

[immaginario] SUONATORE D’AUTOBUS


INTERVISTE IMPOSSIBILI

[immaginario] interviste impossibili

di Alessandro Barbaglia

TESTICOLI, SEMPRE MEGLIO CHE DUE PALLE.

A

lessandro, il giornalista gentile, Barbaglia lo scrittore stronzo. Alessandro deve intervistare Barbaglia, che gli autori esistono solo per cognome come il Leopardi e non esistono come nome. Tutt’al più come aggettivo: leopardiano. Insomma Alessandro deve intervistare Barbaglia che è uscito con un libro nuovo che ha chiamato Testicoli. E già così, il Barbaglia, all’Alessandro gli sta sulle palle. Ma bisogna pur mangiare, ed ecco quel che accade. Seduti, uno di fronte all’altro. Come allo specchio. Respirano, come fossero un sol uomo. Alessandro – Senta, così, per partire, chi è Il Barbaglia? Me lo dica a bruciapelo Barbaglia - A Bruciapelo? Così a bruciapelo direi che sono uno sta cercando un cerotto e che sente una gran puzza di pollo scottato. Che poi è come dire che, a freddo, sono uno con la pelle d’oca o che rispondendo a caldo c’è il rischio di dir sciocchezze sudate. Achille Campanile alla domanda “Mi dice in 10 righe cos’è l’ironia?” Rispondeva: “Farò di meglio, glielo dirò in tre parole: non lo so”. E parlava dell’ironia. E Campanile era l’ironia... Non so se ho risposto alla domanda, forse perché è una domanda a cui non so rispondere. E comunque ho poi solo 33 anni. Se a 33 sapessi già a bruciapelo che sono cosa farei per il resto della vita? Alessandro - Ma è pazzo? Barbaglia - Ho scritto un libro che si chiama Testicoli, faccia lei. Alessandro – Ecco, cosa sono i Testicoli?? Barbaglia - Non faccia il malizioso! E’ un libro molto intimo. Sono testi brevi, ecco perché testicoli, sono testi brevi dalla forma comica ma con dentro una scintilla di vita. Ecco perché testicoli. In massima sintesi sono 87 poesie d’amore che non sono poesie, non parlano

d’amore e soprattutto non sono 87. E allora? E allora va bene così. Alessandro – Io non faccio il malizioso, mi chiedevo solo perché un titolo così provocatorio? Barbaglia - Testicolo è usato come diminutivo di testo. E’ un colpo basso, certo, è ambiguo, certo, ma se la poesia non è ambigua (con tutte quelle balle di metafore e figure retoriche) che cos’è? Tutti i poeti raccontano balle, nel senso di bugie. Io sono un poeta delle balle, se vogliamo. Nel senso di testicoli. Alessandro – Mi racconti qualcosa di lei. Cosa l’ha portata a scrivere? Barbaglia - Fondamentalmente le ragazze. Al Liceo ero convinto che il ragazzo mezzo secchione, mezzo intellettuale, mezzo scrittore Alessandro – Ma mi scusi... tre metà? Barbaglia – E non interrompa! E poi io scrivo, mica faccio di conto! Insomma pensavo che il poeta potesse piacere alle donne. Poi ho trovato una donna che piaceva a me, la lettura. Poi ho pensato di scrivere quelle storie che mi sarebbe piaciuto leggere. Scrivevo per raccontarmi delle storie. Non ho mai pensato che avrei avuto un lettore diverso da me. E ancora non lo penso. Scrivo per raccontare al bambino che è in me le storie che l’adulto che è in me si inventa. Alessandro – ma lei è più poeta o narratore? I poeti dicono che non sono un poeta ma un comico, i comici dicono che non sono un comico ma un narratore e narratori dicono che non sono un narratore ma un poeta. Hanno ragione gli idraulici, che dicono che non sono un idraulico. Sono un giocatore di parole, tutto qui. Alessandro – sa cosa mi sono sempre chiesto? Mi son sempre domandato cos’ha in più o di diverso la poesia rispetto al racconto? Barbaglia - La poesia in più, rispetto al racconto, è

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[immaginario] interviste impossibili

tutto quello che manca. Il racconto avere un’idea e darle la parola, la poesia è avere un’idea e toglierle tutto. Lasciarla nuda. Il racconto è la montagna di marmo, la poesia la pietà di Michelangelo il cui marmo è stato estratto da quella montagna. Ma forse hanno ragione gli scultori: non sono uno scultore, e allora che parlo di marmo a fare? Alessandro - Ma cos’è per lei ‘scrivere’? Barbaglia - Scrivere è tentare di dimostrarmi che non sto dormendo. Alessandro – e ce la fa? Barbaglia – quando non mi addormento. Alessandro - E invece quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla letteratura? Barbaglia – La solitudine. La letteratura, e mi spiace per tutti i miei amici scrittori (quelli seri, non i cialtroni come me) si chiama così perché è fatta di lettura. Non di scrittura, sarebbe scritteratura. E la lettura è il luogo della solitudine. Si legge da soli anche se leggiamo in 10 contemporaneamente lo stesso libro. Alessandro – lei lavora anche come librario; tra i testi che vendi ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato? Barbaglia - Una sera, nel 1986, mio padre tornò a casa con n regalo per me. Un pacchetto. E dentro: un libro. Avevo 5 anni, non sapevo leggere ma capii subito che libro era. La storia infinita. L’avevo visto col babbo, qualche sera prima al cinema e lui disse che il libro era un capolavoro infinito. Passammo l’inverno a leggerlo ed ascoltarlo. Quando vendo una storia infinita ancora mi commuovo. Alessandro - E tra i romanzi che ami quale porteresti sull’isola deserta? Me ne dica due o tre... Barbaglia - Il negativo dell’amore di Maria Paola Colombo. Per poi chiamarla e dirle-. “Ho il tuo libro ma mi serve l’autografo”, farmi raggiungere sull’isola e star un po’ in sua compagna. E Poi Il paese che amo, di Simone Sarasso. Perché su quell’isola deserta prima o poi mi verrà voglia di bere delle birre, e allora Simone verrà a portarmele. E a firmarmi la copia, s’intende. E poi il saggio di Freud sul motto di spirito e l’umorismo ebraico. Alessandro - E gli scrittori italiani ti hanno maggiormente influenzato? Barbaglia - Da ragazzino prendevo le poesie di Leopardi e cambiavo le parole cercando sinonimi sempre un po’ più distanti dalla parola originale. Quando avevo una poesia in cui nessuna parola era più quella del Leopardi andavo da mia madre e le chiedevo se, secondo lei, quella poesia poteva essere

di qualche autore noto. Lei mi diceva di no. Che non conosceva nessun poeta così scarso. E io ridevo. Alessandro - Mi dà 3 motivi per non leggere il suo libro? Barbaglia – certo: 1) Perché Testicoli è sempre meglio che due palle. Sempre che tu non debba gicoare a calcio e a me il calcio piace. 2) Perché non è un libro di racconti e non è un libro di poesia. E’ un libro fatto di parole. E le parole son sempre sulla bocca di tutti. 3) E poi perché sono uno stronzo. Alessandro – e un motivo per cui leggerlo? Me lo dice? Barbaglia – No. Alessandro – Allora è vero che è uno stronzo! Barbaglia – già... Alessandro – E adesso? Cosa stai progettando per l’immediato futuro? Barbaglia - Di andare a mangiare. Lei non ha fame? Viene con me? Alessandro – Offre lei? Barbaglia – Non le ho mica già detto che sono uno stronzo? Tanto stronzo che sarei pronto a farmi in due pur di parlare di me... [ ]

Intervista impossibile ad Alessandro Barbaglia per l’usicta di Testicoli, sempre meglio che due palle. 87 poesie d’amore che non sono poesie, non parlano d’amore e soprattutto non sono 87. Edizioni Mercurio, 10 euro.

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[sterilita’ del benpensare] parodia della volonta’

parodia della volonta' di Edoardo Vitale @edoardovitale_ www.concimalatesta.it

FARE ATTIVITA’ FISICA

H

o deciso di sfruttare questo spazio che mi è concesso per chiedere disperatamente aiuto. Sto diventando uno di quei tipi che fanno, insomma sì: attività fisica. Già. Da quando questo incubo ha avuto inizio, io non mi riconosco più. Mi sento bene, sono scomparsi tutti quei cronici e numerosi dolori che facevano di me un tizio malconcio, lamentoso, oscuro e misterioso. Ho perso tutta l’attrattiva da giovane Werther del ventunesimo secolo. Il peggio sta nelle conseguenze collaterali: mangio con regolarità, mi addormento come un bambino, l’insonnia è scomparsa portando via con sé le notti lugubri e fertili di poesia. Non bastasse, non faccio che parlare di quanto abbia corso, di quanto abbia nuotato, sull’agenda appunto con smaniosa meticolosità “braccia” o “gambe” che nell’incomprensibile e assurdo gergo della palestra significa “aver allenato i muscoli delle braccia o quelli delle gambe”. Vi rendete conto? Nel traffico sono una persona educata, rilassata, anche un po’ moralista: con garbo faccio notare alle mamme di non parlare al telefono mentre sono alla guida. Ma che cazzo di inferno è mai questo? Ho toccato il fondo quando con sommo e impotente

rammarico mi sono ritrovato a salutare gli sconosciuti negli spogliatoi, solidarizzo con persone mai viste prima, pieno di quella specie di assenso di chi pensa “ehi amico oggi si lavora sodo eh!”. Se non intervengo in tempo arriverà il giorno in cui deciderò di smettere di fumare. E poi da lì il passo è breve: non veder crescere mio figlio perché troppo impegnato ad alzare pesi, ammesso e non concesso che io riesca ad averne uno, di figlio, il rischio è quello di diventare sterile a causa dell’abuso di amminoacidi e integratori. La creatina mi farà scoppiare il cuore a quarant’anni. Io ho paura. Se non mi vedrete sul prossimo numero di JK sapete dove trovarmi e per favore fate qualcosa. Non lasciate cadere nel vuoto questa supplica o sarete complici di una catastrofe annunciata. [ ]

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[IMMAGINARIO] TROPPO TARDI PER GLI ONESTI

troppo tardi per gli onesti di Daniele Aureli e Francesco Capocci | 2ue

RITROVATA LETTERA IN VIA NOLAN Dedicato a Leonard Shelby Musica consigliata: Antony and J. - Bird Girl Bevanda abbinata: Assenzio

M

i chiamo Anna Della Notte e un giorno perderò anche questa lettera. … Perdo ogni cosa. Mi perdo sempre il calzino destro, le penne e le matite le dimentico ovunque. I soldi mi cadono e non li ritrovo più. Le sciarpe le lascio in ogni parte del mondo, tranne dove dovrebbero essere. Magliette: le tolgo e poi non ricordo che fine fanno. Libri… I libri proprio non li capisco: sto leggendo, mi distraggo, arriva una chiamata, lascio il libro e poi non lo ritrovo più. Com’è possibile, dove cazzo è finito? Era qui! Lo ritrovo dopo mesi, sotto il mio letto, in cucina, in bagno, sotto a una pila di altri libri, immerso in un mare di boh e da tante altre parti assurde di questa storia. Perdo le mie idee. Una volta ho perso conoscenza; ho bevuto talmente tanto vino da non ricordare più il mio nome: bicchieri su bicchieri a formare bottiglie su bottiglie, a creare un vuoto di pensiero. Ho perso due chili a luglio e ho gioito, ne ho ritrovati quattro a dicembre e ho imprecato. Un giorno ho perso un’occasione, poi la speranza e infine la fiducia. Ho dimenticato il perché e ho dimenticato quel giorno. Ho perso la strada più volte e spesso non l’ho più ritrovata. P.s.: tutt’ora sono in cerca della retta via. Ho perso la fede… E per non fare confusione

vi confesso fra parentesi che (non ho mai avuto intenzione di sposarmi). Ho scritto il titolo di questa lettera su una pagina di un quaderno rosso. Il quaderno l’ho ritrovato, il titolo no. Dimentico nomi cose città obbligo e/o paragoni. Appena mi dici il tuo nome per me già non c’è più. Dimentico di finire le frasi, a volte inizio a scrivere e non term Perdo la memoria di alcune parole e faccio confusione. Non distinguo lapsus da lapis, maglione da felpa e fogli da fogliame. Quando avevo sedici anni sono uscita da casa con il mio cane, ma ho dimenticato di portarlo con me. Io non sono più tornata sui miei passi, mentre lui, forse… mi starà ancora aspettando. Dimentico gli amori passati. Tutti, quasi tutti, non proprio tutti. Ho amato ogni uomo che ho spogliato, amato per un giorno, per una notte, per una vita. Perdo gli appunti che mi servono per ricordare di non perdermi gli appunti. Bracciali, anelli, orecchini, collane e cerchietti sono nella Top Five delle cose che perdo con più facilità. Ho perso la mia ingenuità poco tempo fa, la mia verginità molto tempo fa Ho dimenticato di mettere il punto nella frase precedente e ho dimenticato di terminare la frase alcune righe fa e ho dimenticato che ho scritto fa anche prima, quindi sarebbe meglio evitare la ripetizione. Dimentico, perdo, lascio cadere, andare, non mi curo,

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[immaginario] troppo tardi per gli onesti

scivolano via pensieri, cadono ricordi e mi lasciano leggera, si spengono rimembranze di giorni passati che non servono piÚ. Tutto scorre e il mondo non si ferma. C’è una cosa che non riesco a dimenticare, che non mi lascia in pace, che mi viene a trovare nei momenti meno opportuni. Una cosa che non riesco a perdere. Non riesco a ricordare che mi devo dimenticare. Dimenticare ormai‌ il tuo nome. []

| pic by 2ue

wearedroll@gmail.com JK | 85


[sterilita’ del benpensare] cattivi pensieri

CATTIVI PENSIERI

Righe sull’oggi, scritte ieri per un eventuale domani. di Franco Culumbu

E ALL’ITALIA?

A

litalia è una compagnia aerea che fattura poco più di 3,5 miliardi di euri, un risultato netto negativo di circa 300 milioni nel 2013, 14’000 e rotti dipendenti, 20 milioni o poco più di passeggeri, un centinaio di rotte operate e un problema, un grosso problema che gli esperti del settore aeronautico e gli analisti finanziari chiamano, con termine tecnico, “iella”. Per meglio esplicare questo complicato concetto, basta pensare che il sottoscritto, che per la prima volta nella sua vita aveva deciso di comprare un volo Alitalia di sua spontanea volontà (mosso da cieco patriottismo prima di tutto, e certo solo secondariamente dal fatto che Ryanair e Easyjest per le date che mi servivano offrivano tariffe più care). Il sottoscritto, dicevo, si trova pochi giorni fa in procinto di digitare il numero della carta sul sito di Alitalia, quando alzando lentamente lo sguardo verso il telegiornale, realizza che la società a cui sta per donare quei cento euri è lì lì per lasciare gli aerei a terra. “Se non ricapitalizzano entro domani, dopodomani mi vengono a riportare la licenza di volo” dice il capo dell’Enac (parentesi Vito Riggio: uno che è siciliano (e fin qui sarebbe un merito), ex sindacalista, ex democristiano, ex Forza Italia e poi miracolosamente si trasforma in un manager aeronautico e

da 10 anni è dittatore dell’ENAC, una bella storia di meritocrazia all’italiana). Risultato: spendo 10 euri in più e compro irlandese. Riflessione minima sull’Alitalia. Ha cambiato un paio di migliaia di amministratori, era pubblica e andava male, l’hanno quotata e andava male, Silvio ha chiamato i patrioti e continua a perdere che è un piacere, adesso chiamano le Poste (LE POSTE!) per evitare che i

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[sterilita’ del benpensare] cattivi pensieri

francesi (I FRANCESI!) armati invadano la Pianura Padana diretti a Roma a prendersi il Papa e portarselo (con un volo Air France) di nuovo in Francia. Allora, a parte che lo Stato francese c’ha solo il 15% della compagnia (e peraltro lo Stato Italiano ne ha già il 2%) e a parte che ‘sti nazionalismi della domenica (accesi da sindacalisti e giornalisti sindacalisti vari) fanno un po’ sorridere, bisogna però prima di tutto capire una cosa: Air France/KLM fattura 8/10 volte quello che fattura Alitalia, ce lo si poteva pur aspettare (cari Lupi e Zanonato) anche un pochetto prima (tipo quando gli hanno ceduto il 25% delle azioni nel 2010 senza che nessuno battesse ciglio) che in caso di integrazione tra le due compagnie una vale dieci e l’altra vale uno, e quindi tutto sommato è comprensibile che quella che vale dieci dica a quella che vale uno: scusa eh, visto che perdi soldi da 35 anni, non è che per caso ti dispiace se ti azzero i voli più redditizi e me li prendo io e a te ti faccio fare la navetta fino a Parigi/Amsterdam se ti va bene, sennò se fai troppo casino metto proprio i tuoi piloti a guidare il pullman da Fiumicino a Tiburtina? In secondo luogo, perché scomodare le Poste (LE

POSTE!), simbolo di italica efficienza e celerità (fa utili è vero, ma sempre una settimana ci mettono a consegnare una lettera)? Avrebbe avuto più senso un impegno diretto dello Stato, magari finanziato da Poste visto che erano gli unici ad averci i contanti, tanto il concetto è lo stesso visto che anche se adesso sembra che paghi Poste, in realtà sta usando soldi che sarebbero a fine anno andati al suo azionista unico (lo Stato). Mi sembra lecito a questo punto chiedersi: ma perché minc—a il Governo si ricorda delle cose quando è troppo tardi? Hanno problemi a segnarsi le cose e gli appuntamenti? Gli regaliamo un’agenda, tipo se qualcuno di voi ne ha una di quelle della banca del credito cooperativo a casa, va bene anche se è di qualche anno fa, me la fa avere che poi ci penso io a spedirgliela. Conclusione: sarà mica per caso che a Roma non sono in grado di gestire una compagnia aerea o vogliamo provarci ancora per una trentina di anni prima di capirlo? E alla fine di tutto, all’Italia, che gliene entra? Ma soprattutto, e all’Italia, che gliene fotte di Alitalia? []

un grosso problema che gli esperti del settore aeronautico e gli analisti finanziari chiamano, con termine tecnico, “iella”.

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[sterilita’ del benpensare] VERDERAME

VERDERAME di Claudio Avella

PALLORE LO PENSA MA NON LO DICE

C

laudio, ti piace raccontare storie e gettar merda sulla società in cui vivi, quella che ti ha dato da mangiare, un’educazione, un lavoro... sai solo sputare nel piatto in cui mangi, nel bicchiere in cui bevi e scoreggiare nell’aria che respiri. Anche a me accadono aneddoti da cui potrei trarre storie interessanti, emblematiche. L’altra mattina, per esempio, andavo a lavorare. Prendo il bus, io , così alla fermata osservo le macchine, i taxi, le moto, le bici, gli altri mezzi pubblici pieni. Mi piace guardare queste formiche che vanno a produrre e fanno funzionare gli ingranaggi di questo sistema, di questo enorme e sofisticato sistema. Una macchina. Una macchina complicata. È quasi un miracolo che funzioni veramente (anche se va un po’ a singhiozzi ultimamente)! Ognuna di queste persone ogni mattina si sveglia. Fa lo sforzo di alzare le proprie membra dal letto. Con la testa che ancora formicola, mangia. Sa che dovrà farsi un’ora di viaggio per andare a fare il proprio dovere. In quell’ora le sue onde cerebrali si aggiusteranno, usciranno dallo stato di sonnolenza e diventeranno regolari, attive. Sono stupendi questi cervelli che elaborano informazioni e le sputano fuori sotto forma di parole, prodotti delle proprie mani, contrattazioni finanziarie, lezioni scolastiche, ore di studio, caffè del bar, diagnosi in ospedale, pulizia delle strade, colori alle pareti, occhiali, scarpe, vestiti, pane, caramelle, verdura, musica, teatro, arte ecc... qualunque cosa! Tutto questo lavoro è inconsapevolmente parte di una straordinaria macchina che va avanti grazie a un invisibile cervello collettivo. È straordinario. Pensavo a tutto questo, quando finalmente arriva il mio

bus. Amo salire sul bus e infilarmi tra la gente. Osservarla da più vicino ancora. Sentire il tepore e l’odore di queste persone che si dirigono verso le proprie postazioni a far funzionare gli ingranaggi. Mi aiuta a normalizzare l’andamento delle mie onde cerebrali. Stavo per compiere questo piccolo passo per me, ma grande per l’umanità, dentro al mezzo, quando mi rendo conto che il mio passaggio è ostruito. Una bestemmia, l’ho pensata, ma non l’ho detta... che non è il caso in un luogo pubblico. Chi mi trovo di fronte?! Ma dico... possibile che una persona non capisca che per fare salire gli altri sul mezzo pubblico deve spostarsi, spingersi verso l’interno, o farsi da parte? Possibile...avrei voluto urlarle: “SPOSTATI, MI OSTRUISCI IL PASSAGGIO, MI CONTAMINI L’ARIA, ROVINI IL MIO RITO MATTUTINO!”. Ma non l’ho detto, che non è degno di una persona civile lasciarsi sopraffare dal primo sentimento di rabbia che scatta... Ma quest’essere non si muoveva. Quello sguardo. Cazzo...certa gente la fanno apposta per avere uno sguardo da idiota. Ce l’hanno scritto nel DNA. L’ho pensato, ma non l’ho detto. Salgo a fatica, mi faccio spazio e la spingo da parte... non con violenza...semplicemente per poter entrare... le ho anche chiesto scusa. L’ho detto, ma mica lo pensavo. Ci son cose che si devono dire, anche se non le si pensa realmente. “Eh! Attenzione!” Mi fa lei. Allibito! Allibito, ero! Ma dico. Questa mi ostruisce il passaggio e vuole pure cercare di farmi sentire una

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| pic Lucabj merda! Che schifo... L’ho pensato, ma non l’ho detto. Le avrei sputato in faccia.... L’ho pensato, ma non l’ho fatto. Mi sono fatto spazio, mi sono immerso in quel tepore del bus, così da non ostruire il passaggio agli entranti. Al contrario di certa gente. E mi sento il suo sguardo addosso “Ma che vuoi!!” Ho pensato, ma non l’ho detto. Ma al suo sguardo sento che si aggiungono quelli degli altri, come se mi leggessero nella mente. Che cosa insopportabile. Ma cosa volete da me? Io sono nel giusto! È lei che non c’entra nulla qui! “TORNATENE AL TUO PAESE!” Questo sì che gliel’ho gridato! Il bus in coro si è ribellato: “Oeeeehhh!” Ma com’è possibile?! Quella mandorlata consuma il nostro spazio, è lei che è intrusa, che ci ostruisce i passaggi, che ci impedisce di andare a far funzionare gli ingranaggi della nostra fiammante macchina! E se si continua così tra qualche anno saranno più i cinesi degli italiani! Tutto il bus in coro ha tentato di farmi sentire come una montagna fumante di sterco. La mia testa è un turbinio... sono confuso!

Ai miei pensieri confusi e confusionali si aggiungono i commenti che mi giungono alle orecchie. Ulteriore disturbo della mia quiete quotidiana. Bug del sistema che non mi permette di giungere alla mia meta giornaliera con la pace nell’animo, come tutti gli altri santissimi giorni. Sento borbottii, mormorii, cinguettii, sfarfallii, squittii. Finché non sento una signora che sussurra al vicino: “eh sì...ha sbagliato...certe cose si possono anche pensare, ma non sta bene dirle...”

---------Ogni riferimento a persone realmente esistite o fatti realmente accaduti è puramente casuale...o forse no... [ ]

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[sterilita’ del benpensare] sex on

sex on di Catherine

MAYBE IT’S ME #rigore #decostruzioni #monolocali #vitedagrandi

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[sterilita’ del benpensare] sex on [...] “Racconti di viaggi sdraiati sul letto, il vicino idiota che manca di tatto. Berlino, Londra, Parigi ritroveranno fra i cieli grigi il tuo sorriso. Le cose non dette a che serviranno? Non volevo deluderti e intanto non sono cambiato. Come sempre riuscirai a gestire il panico, porta a letto quei tuoi ricordi che ami nascondere. Non ti voltare, no...” (Stefano Alì, “Racconti di viaggi”-La rivoluzione nel monolocale) [...] M“Io oggi lo odio, preferivo ieri anche se poi lo sapevo che tanto oggi veniva. E pure preferisco domani che comunque non è che sarà meglio di oggi. Anzi sarà peggio ma almeno domani sarà domani... Invece oggi sto qui ad aspettare che domani arrivi e faccio le valigie ed è domenica, e tu sei ancora qua.” (Giovanni Truppi, “19 gennaio” - Il mondo è come te lo metti in testa)

I

need a BIG change. Obiettivi di gennaio, di settembre, di ottobre, di novembre e perché no pure di aprile. Le tre P: Postumi del sabato, Pentimenti della domenica, Programmi del lunedì. Dunque, proviamo a riordinare le idee, almeno a un livello descrittivo. Non si può iniziare un discorso buttando giù frasi confuse intervallate da punti gratuiti. Sbattere un punto per ogni micro concetto non equivale ad affermare, piuttosto a singhiozzare. Equivale a fermarsi per non dire di più, ma anche per evitare che altri dicano. La recentemente varata soluzione del rigore non permette di iniziare qualcosa introducendo il caos cosparso di punti apparentemente decisi. Quindi, per mettere tutti a nostro agio, stavolta inizierò raccontando un FATTO. Vero o verosimile che sia, ma comunque dotato di un soggetto, di un oggetto e di una serie di azioni circoscrivibili in un luogo fisico. Inizierò raccontando il singolare ma noto a tutti

caso dei calzini. Ossia quello strano fenomeno per il quale otto calzini neri estratti da un cassetto (quello delle calze, nella migliore delle ipotesi) riescono a essere tutti diversi tra loro. Otto, diversi per sfumatura di nero, consistenza del tessuto, altezza al tallone, altezza alla caviglia o fin sopra al polpaccio. Otto, alcuni con elastico stretto, molti con elastico lento che denota eccessivi maldestri lavaggi e anzianità del calzino stesso oltre i limiti leciti della tendenza a non buttare via nulla. Otto, tutti calzini che inspiegabilmente non si appartengono. Otto, in numero pari, che dunque potrebbero serenamente accoppiarsi e vivere bene sui piedi in numero pari dell’essere umano. Lo stesso essere umano in determinati momenti della sua vita li avrà scelti e comprati quei calzini, a coppia. Perché si comprano a coppia i calzini, con uno cosa ci fai? Magari vendessero calzini sfusi al kilo di ogni varietà, in questo modo nessuno rimarrebbe da

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solo perché mollato dall’altro calzino, che adesso sarà nel cassetto sbagliato abbracciato a una mutanda o peggio si sarà buttato giù sul balcone della vicina. Lo stesso essere umano che ha scelto e comprato quei calzini a coppia, adesso è seduto a terra davanti l’armadio, ingoia gocce di fiori di Bach e osserva gli otto spaiati e abbandonati ispezionandone accuratamente la forma e il colore. Va bene, quell’essere umano è un gran casino. Perde cose in piccoli spazi e conserva pantacollant del 1997, peraltro recentemente tornati di moda. Ma non è un attenuante, avrebbe dovuto buttarli. Quell’essere umano però aveva deciso di diventare rigoroso, di comportarsi in modo regolare e ovviare al problema dell’incostanza.

Quell’essere umano aveva deciso di andare in palestra. Rispolverando persino le oscene scarpe da ginnastica comprate nel ‘97 insieme ai pantacollant. Quell’essere umano neo rigoroso meritava davvero si scatenasse contro di lui la rivolta dei calzini single? Sono due i casi in cui è impossibile nascondere il nero scolorito del calzino sinistro: i controlli all’aeroporto e i corsi prova di pilates. Per il resto mi piacerebbe andare in giro per uffici, università, concerti, sale d’attesa di gastroenterologi e chiedere alla gente di mostrarmi i calzini. Vorrei vedere se davvero è così semplice e comune riconoscersi, trovarsi, somigliarsi e continuare a camminarsi vicino anche sapendo di essere solo calzini scoloriti o meno. Anche sapendo che bene che

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vada vivremo dentro una scarpa monoposto, male che vada incontreremo una stronza che ci snobberà definendoci antiestetici. Perché tutte le volte l’incipit diventa uno sproloquio infinito? Quella dei calzini non voleva essere una metafora (GIURO), era solo un fatto realmente accaduto che mi ha ispirato. In definitiva però una metafora questi infelici calzini lo sono diventati e calzino spaiato docet che anche la coppia più ovvia del mondo tende, presto o tardi, a perdersi. Non parlo solo di coppie d’amore, di sesso, pseudo amore o pseudo sesso, parlo proprio della difficoltà di rimanere insieme in generale. Insieme a un’amica, una madre, una sorella o un amico, un padre, un fratello che siano. Insieme all’altro, insomma. L’altro che non ci somiglia, o forse sì, ma poi ha sempre quella sfumatura di nero più chiara o più scura della nostra. Non lo so, le cose da dire sarebbero tante. A qualcuno verrà in mente che dio santo potrei provare a dirne solo qualcuna, possibilmente esponendola in modo lineare e conciso. Non lo so, le cose da dire sarebbero tante. E io non sono il genio della scelta senza ombra di dubbio, si sa. Anche se scegliere, invece, in alcuni casi dovrebbe essere naturale e istantaneo. Scegliere (nella fattispecie scegliersi) non dovrebbe essere un’operazione di sofisticato e sapiente incastro di elementi, ma piuttosto dovrebbe essere UN MOMENTO. Uno esatto, quello e basta, riconoscibile e inconfondibile. Come dire: “ciao vorrei che fossi mia, mi vuoi? Sì, ti voglio e a questo

punto direi che sei mio anche tu”. Perché di base le persone vogliono essere volute. In mezzo ci possono stare le complicazioni, l’incomprensione, la distanza di sicurezza oppure il senso unico. In mezzo ci può stare il rischio di perdere l’occasione per i più diversi motivi, ma rimane il fatto che se il momento fosse stato quello lo si sarebbe dovuto sentire discretamente sulla pelle. In caso contrario, l’auto o l’altrui convincimento servono a poco. In caso contrario, se sembrava fosse il momento ma non proprio, allora significa che non lo era. Meglio lasciare in pace la povera sfortuna invece di scomodarla pensando che la sua attività preferita sia farci incontrare le persone sbagliate, che a quanto pare tra loro hanno una sola cosa in comune: avere incontrato noi. Il concetto si è palesato indirettamente tra le righe o devo proprio parlarne in modo esplicito? Devo davvero capovolgere senza mezzi termini la prospettiva intrinseca da cui nessuno osa allontanarsi? Ebbene: negli ultimi tempi sto cautamente prendendo in considerazione l’ipotesi che gli altri c’entrino poco. Forse, disgraziatamente, è il caso di rivedere il business plan del nostro modo di essere. Magari, sciaguratamente, non siamo poi così bravi a guardarci allo specchio prima di guardare gli altri che nascondiamo dietro il dito. È una tortura mettere in discussione tutto, capisco. È una rottura voltarsi indietro per vedere cose non viste e pensare “ah, ecco dov’è successo il fatto”. E poi scandagliare lentamente avvenimenti, comportamenti, sentimenti irrisolti e insicurezze fottute. Sì, ho detto fottute. Però freniamo, c’è un limite a tutto e persino l’autoanalisi spietata può essere resa magnanima. Dunque ammettiamo le sviste ma poi perdoniamoci. Sembro il Papa, ma fa niente. L’unica certezza è che quello che poteva essere fatto è stato fatto oppure non è stato fatto, in ogni caso non si può più fare ma la splendida notizia è che si può fare altro. Qualcosa di pericolosamente diverso. Si potrebbe iniziare col non fossilizzarsi nel proprio delirio. Perché probabilmente il nostro indirizzo civico non è il centro del mondo e, se si escludono gli enti pubblici o privati a cui dobbiamo dei soldi, nessuno lo troverà così facilmente. Se poi tendiamo a depistare, il destino si fa ancora più improbabile. Se poi pur di non stare fermi in un posto ci affezioniamo alle stazioni, ai non luoghi e alle non risposte può succedere di trovarsi indecisi tra restare, partire

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oppure andare avanti. Se poi respingiamo il prossimo per sentirne dopo comicamente la mancanza...se poi tutte queste cose insomma le facciamo, sarebbe il caso di smettere. O quantomeno moderare, come per gli aperitivi e come per le notti senza un vero motivo. Come dicevo, comunque, non so molto. So solo

che a girare intorno ai discorsi si rischia di non riconoscerli più. Tanto tempo trascorso a comporli per poi accorgersi di aver perso momentaneamente il filo logico e pure il filo illogico. Basterebbe decidere di riaccordarsi su quella combinazione che suona bene...quando modi, tempi, treni, emozioni e persone combaciano. [ ]

P.s.: CIT. ON (lesson 1) - “Mio marito mi diceva sempre: amore mio, una croce si fa con due legna.” (signora Giuseppina, allegra e discreta donna di 81 anni incontrata su uno dei soliti treni) - “Mi ha lasciato. Diciamo che mi ha lasciato. No, togliamo il diciamo, mi ha lasciato.” (uomo che ammette la realtà, poi la nega, poi la riammette negando la negazione) - “Tu li attiri come una calamita, i tipi così.” (donna che suggerisce implicitamente a un’altra donna di farsi qualche domanda sulle sue recenti frequentazioni) - “La mia unica storia di anni, è durata 8 mesi.” (uomo con problemi di discalculia affettiva) - “Non è brutta, è oggettivamente obsoleta.” (donna che si esercita a intellettualizzare un’offesa rivolta a un’altra donna che si farebbe il suo uomo) - “Io non voglio sapere, voglio abituarmi a non sapere.” (donna che indipendentemente dalla lettura di Socrate decide di procedere alla decostruzione di consapevolezze) APPENDICE: Che cos’è una vita da grande? È la vita insieme a un’altra persona? Passo. È decentrare almeno di qualche centimetro quadrato un puerile egocentrismo? Passo. È mantenere l’ordine? Passo. È trascorrere il venerdì sera a sperimentare torte e il sabato a bruciare patate al forno? Passo. È la stabilità? Passo. È perlomeno una piccola dose di certezze esistenziali? Passo. È bere più acqua e meno alcool? Passo. È avere un lavoro nonostante tutto? Passo. È la sensazione di essere parzialmente arrivati? Passo. Quanto dico “parzialmente” mi viene in mente il latte, associazione di idee incontrollabile. Da grandi forse riusciremo a controllare le associazioni di idee incontrollabili? Ripasso e chiudo.

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