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APPROFONDIMENTO

Noi "sbandati"

Libertá di Parola 4/2011 ——

Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo. (Voltaire)

L’anno che se ne va è l’ultimo trascorso nella storica sede di viale Grigoletti. Dopo 12 anni, ci vediamo infatti costretti a continuare altrove e, ci auguriamo, sempre da dentro il cuore della città. Quando ancora non lo sapevamo, abbiamo deciso di raccontare com’è cambiato, dal 2009 ad oggi, il modo di vivere la presenza dei cosiddetti “sbandati” nei luoghi pubblici della città, grazie alle istituzioni e all’Ass6, ma - ci piace pensare - grazie anche a noi e alla casa a pagina 9

IL TEMA

Clown, quando la comincità è cosa seria a pagina 2

il Ricordo

L'ultimo saluto al poeta Zanzotto, maestro e amico a pagina 8

L' EDItoriale

C’E’ POSTA PER TE!

inviati nel mondo

Mollo tutto e vado a Londra. Io baby sitter a 60 anni

di Pino Roveredo Cara signora De Filippi, intendo la De Filippi Maria in Costanzo Maurizio, a lei, presentatrice televisiva di professione, ballerina dal passo incerto per saltuaria e divertita occasione, e scopritrice di talenti o stimolatrice di sospiri giovanili per passione, vorrei, con la curiosità del pettegolo e lo stupore dell’incredulo, ribaltare per un momento il motivo dei suoi sabati sera, e provare ad accontentarmi una domanda, avvisandola che… c’è posta per te! Cara signora De Filippi, scrivo questa lettera per chiedere, a lei, esperta produttrice di trepidazioni televisive, la causa o la ragione di tutta questa passione spettatrice per lo sfogo della lacrima altrui, o di tutta questa voglia di saziarsi il sapere con una disgrazia che non ci appartiene, quasi che assistere al dolore degl’altri sia la soluzione per salvaguardare la serenità del proprio stato d’animo. Vorrei anche chiederle come fa, o come fanno i suoi collaboratori, a riuscire a scovare tutta la disponibilità degl’ospiti, dico, vi attrezzate e poi andate a cercarli? Sono segnalati da qualcuno? Arrivano da soli?… Vede, e chiedo scusa per la diffidenza, ma io non riesco proprio a immaginare tutta questa voglia d’esibire la disgrazia, e soprattutto di mettere a disposizione dell’apprendere altrui quella che presumibilmente dovreb-

a pagina 15

pankakultura

Gullotta, mezzo secolo d'artista continua a pagina 16

l'evento

All'Open Day regionale della foresta a pag. 17

be essere la vergogna di una colpa, colpa o colpe che una volta si trattavano e lavavano nella riservatezza dei domicili, e che invece nella sua trasmissione girano con la disinvoltura dell’abitudine, come ad esempio… i singhiozzi lacerati e laceranti dei mariti traditori, che prostrati davanti all’inflessibilità delle consorti

cornute, cercano l’elemosina di un perdono, o penso agl’ex fidanzati piegati, che, con l’imbarazzo del sudore e del timore, ripudiano l’arroganza maschile e lanciano giuramenti matrimoniali ad ex fidanzate nauseate. Penso alla sfilza dei padri snaturati continua a pagina 5

non solo sport

Il Dawnhill inline , velocità sui pattini a pag. 18


il tema

Dietro la maschera del clown Stravagante e burlone, trasforma l'umana fragilità in sorrisi di Milena Bidinost Fa ridere i piccini, intenerisce i grandi e assieme ad un fiore, salutando, lascia sempre in dono una riflessione. E’ l’unica figura vivente che può permettersi il fallimento, il pianto e la fragilità senza temere giudizio, perché è questa autenticità che solletica il sorriso e la risata e ne fa terapia. E’ una figura affascinante quella del clown, da attore comico a giullare, da pagliaccio fino all’espressione massima della sua umanità, il clown dottore nelle corsie d’ospedale. «Non è solo un personaggio buffo e stravagante – spiega l’attrice pordenonese, Stefania Petrone -. Essere clown rappresenta una vocazione e una responsabilità, soprattutto per quel clown che sceglie di

indossare un camice bianco e va ad incontrare chi è ammalato. Serve grande studio e preparazione ed un equili-

Patch Adams e la terapia del sorriso Chi non ha mai sentito parlare di Patch Adams? Chi non ha mai visto il film con Robbin William, che ne narra la storia? A lui soprattutto, dagli anni ‘80 in poi, si deve il successo e la diffusione della clownterapia come terapia olistica, terapia del sorriso. Hunter "Patch" Adams esiste davvero: è un medico statu-

brio interiore che consenta di incanalare l'emotività davanti al dolore e renderla gioco-poesia. Stefania, una passione ed un’esperienza trentennale da attrice di teatro, è una dei componenti dell’associazione culturale “Teatro à la coque”, nata a Pordenone nel 2009. A novembre ha conseguito anche il diploma di clown dottore (comico terapia) riconosciuto dal Dipartimento italiano delle Pari Opportunità e tenuto dall’associazione vicentina Dottor Clown Italia (www. dottorclownitalia.org) di cui fa parte. «Ho incontrato la figura del clown dopo anni di teatro – spiega - e me ne sono innamorata. Il primo corso l’ho seguito nel 2006 con la Compagnia Arpa Dieci Corde di Trieste, ma ogni volta che entro in un ospedale è come se fosse la prima volta». Il volontario arriva all’ingresso del reparto di pediatria con dentro la valigia l’altra parte di sé: il camice, il naso rosso, il trucco, le scarpe goffe. Tutto deve essere igienizzato perché in un ospedale le regole esistono anche se si è un clown. Ci sono diverse scuole di pensiero e vari approcci all'essere clown dottore: Hunter Patch Adams, che con il film a lui dedicato uscito nel

nitense, attivista sociale e scrittore. Nel 1971 ha fondato il “Gesundheit Institute”, una struttura sanitaria alternativa e gratuita, concepita come una casa aperta a tutti. All'ingresso si legge «Per noi guarire non è solo prescrivere medicine e terapie ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione. La salute si basa sulla felicità, dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici, la soddisfazione nel lavoro e l’estasi

1998 ha fatto conoscere al mondo questa figura, afferma che bastano il cuore e l'anima per essere dei buoni clown dottori. Per Stefania ci vuole anche una grande preparazione tecnica e psicologica. Il clown viaggia sempre in coppia, il clown Bianco (l'austero, il razionale, colui che impartisce gli ordini) assieme al clown Augusto (il burlone, l'esecutore fallimentare degli ordini impartiti), è la loro antitesi che crea l’ironia. Serve perciò anche una grande complicità con il compagno. Antieroe per eccellenza, il clown burlone e chiassoso diventa discreto, cammina in punta di piedi, chiede permesso, si mette prima di tutto in ascolto dell’altro quando, in una stanza d’ospedale, sa che il protagonista non dovrà mai essere lui. Quando capisce di essere il benvenuto allora ogni cosa nella stanza diventa uno strumento di fantasia, di magia e di gioco. «Noi siamo a servizio del bambino – conferma Stefania – e dobbiamo sapere giocare con la sua parte sana, perché siamo lì per donare qualche minuto di leggerezza a lui e alla sua famiglia ed aiutarli ad esorcizzare con l'ironia e la poesia la paura e il dolore. Capiamo di esserci riusciti dai loro sorrisi. Se però la situazione non ce lo consente – conclude l’attrice - dobbiamo infine avere anche la delicatezza di fare dietrofront, non dimenticandoci mai di lasciare in dono magari un piccolo fiore ». nella natura delle arti». Ogni anno Patch Adams organizza gruppi di clown volontari, che nei vari ospedali del mondo fanno riscoprire l'umorismo agli orfani e agli ammalati. I primi "dottori-clown" però apparvero negli anni '80 a New York. Michael Christensen, clown professionista, impiegato all’epoca al Big Apple Circus, fondò infatti nel 1986 la "The Clown Care Unit" (l'unità di clownterapia), che ancora oggi a porta il sorriso negli ospedali pediatrici


Curare la "bua" con la fantasia

Da un idea del primario Dall'Amico, la pediatria a misura di bimbo di Milena Bidinost Nel padiglione A dell’ospedale civile di Pordenone, c’è “Un posto più bello” che si chiama pediatria. A chi ci arriva salendo le scale il benvenuto lo dà un enorme e timido panda che indica l’ingresso e dice: “Per la bua, di là”. Sulla porta del reparto c’è il Drago di Port: dopo di questa, una sala d’attesa che è un piccolo parco giochi con al centro un gigante sco squalo rosa e il dirigibile nasone, e da qui in poi i corridoi degli ambulatori e delle stanze che sono di fatto percorsi favolosi animati da personaggi inediti. Dai maghetti colorati ai cavallucci da corsa, passando per l’isola faro, i draghetti risucchiati dell’infermeria e le dottor cicogne degli ambulatori e così via, tutto porta la firma dell’artista pordenonese Ugo Furlan. Qualche ora alla settimana nella pediatria di Pordenone inoltre ci si può anche imbattere in simpatici clown di corsia, indaffarati a portare attimi di leggerezza a grandi e piccini. In questo “Un posto più bello”, il papà di tutti i bambini è il dottore Roberto Dall’Amico: gira sempre con gli zoccoli di colore spaiato e da alcuni anni è il primario. «Li uso – racconta guardandosi i calzari – innanzitutto perché mi piacciono di colore diverso. Poi perché piacciono ai bambini. Per loro non esiste l’eccentricità o la

stravaganza, per loro tu sei normale anche con due zoccoli diversi, anzi piaci proprio perché sei uguale a loro». Dottore Dall’Amico, è per questo che ha deciso di colorare tutto il reparto? «Sono finiti i tempi in cui il medico curava solo il corpo. Soprattutto quello del pediatra è un lavoro complesso, perché il bambino ancora prima dell’adulto ha bisogno in un ospedale di essere messo a suo agio. La sfida è fargli vivere il meno possibile lo shock del passaggio dall’ambiente di casa in cui si sente sicuro, a quello dell’ospedale dove si vive la paura e il dolore fisico. Servono terapie giuste, ma anche la giusta temperatura, i giusti rumori e soprattutto il giusto approccio da parte dei medici e di tutto il personale. Il divertimento e le risate, è assodato, consentono a tutti questi elementi di amalgamarsi bene»

Lei ha seguito in prima persona assieme a Furlan l’ideazione e la realizzazione di questo favoloso progetto di ristrutturazione. «Non poteva essere diversamente, dal momento che tutto questo mi diverte. Ma sa il divertimento è una cosa molto seria. Fare il pediatra non è solo fare il medico, ma vivere con e per i bambini. Non lo si può fare se non si ha dentro una componete ludica. Il bambino assorbe ogni ferita, fisica e emotiva, e la incamera portandosela avanti per tutta la vita. Anche la leggerezza, il gioco unito alla professionalità e serietà del medico servono come terapia di contenimento del dolore. Per questo ogni particolare, anche di spazio e scelta dei colori e delle immagini, in una pediatria diventa importante». Anche i clown dottori o clown di corsia fanno parte di questo insieme magico per il piccolo paziente? «Certamente. I clown dottori frequentavano il reparto già prima che arrivassi io. E’ un’iniziativa che viene gestita dalla capo infermiera, dal contatto con l’associazione, alla scelta degli orari di visita fino a quella dei pazienti che possono riceverli in stanza. I volontari che frequentano il reparto sono veramente bravi. Non è facile infatti fare il clown di corsia, perché i bambini ti sgammano subito. Ci vuole una grande capacità di interagire con i piccoli pazienti, oltre che fantasia, abilità nel gioco e via dicendo». La Pediatria gestisce anche una sezione di oncologia pediatrica e le strutture di Neonatologia e Pronto Soccorso pediatrico. E’ infine questo il luogo in cui è nata anche “Le Petit Port”, di che si tratta? «E’ un’associazione di volontariato che per il benessere e la salute psicologica dei bambini ricoverati nel reparto di Pediatria dell'ospedale Civile di Pordenone e dell'ospedale pediatrico Saint Damien di Haiti. Organizziamo iniziative di vario tipo per raccolta fondi. Tutto questo messo insieme è valso al nostro ospedale il riconoscimento dell’Unicef come Ospedale Amico del Bambino. Uno dei pochi in Italia assieme a quello di San Vito al Tagliamento».

UGO FURLAN, L'ARTISTA E’ passato da un’esperienza di dolore, alla realizzazione di un progetto unico in Italia che ha trasformato un intero reparto in un mondo magico per i bambini. Ugo Furlan, artista pordenonese esperto in multi materiale, nel reparto di Pediatria dell’ospedale di Pordenone ci è entrato suo malgrado nell’aprile del 2007, al fianco della nipotina di 7 anni. « Oggi lei sta bene – spiega Furlan- ma le era stata diagnosticata una grave malattia per la quale è stata in cura fino all’estate 2009. Ho conosciuto così il dottore Dall’Amico, la vita nel reparto, le paure di un bambino e le difficoltà di un adulto a dargli risposte». Grazie anche ad una precedente esperienza di lavoro nei nidi, Furlan ha trovato lo strumento per aiutare bambini come sua nipote. «Si chiama fantasia, gioco, sorriso – spiega - ma soprattutto è la capacità di parlare il loro linguaggio». Dal settembre 2008 al settembre 2011, l’artista ha utilizzato questi strumenti per trasformare i locali della Pediatria, mettendo insieme anche la cura dei dettagli, la sicurezza del bambino, l’utilizzo di materiali diversi e, non meno importante, il lavoro di tanti e il contributo economico e anonimo di 11 donatori privati per un valore di 160mila euro. «E’ un miracolo anche per questo – spiega Furlan – . Da un lato però mi fa arrabbiare che sia il primo in Italia, perché ritengo sia sbagliato che nella gestione della spesa sanitaria non si pensi anche a creare dei luoghi di cura accoglienti”.


il tema

Non e’ tutto oro quel che luccica Essere comici è una cosa seria di Andrea Appi e Ramiro Besai

Il pagliaccio, da giullare a dottore A decretarne il successo fu, nel '700, la noscita del circo di MIlena Bidinost Il pagliaccio è il comico per eccellenza e per paradosso colui che sa anche incarnare il tragico e il drammatico della vita di ogni i giorni, in casa, nel lavoro e in società. L’utilità del comico si sublima tutta in questa figura, capace di parlare a tutti perché è in ognuno di noi: è la parte più impacciata e piccola che vorremmo tenere nascosta e che ci fa sentire goffi e fuori posto in molte situazioni. Eppure il clown è abbastanza maturo ed intelligente da saper giocare con la sua parte bambina, piangendo e ridendo di sé stesso. Le origini di questa figura sono misteriose. Il clown moderno nasce all’interno del circo, ma le sue radici stanno in epoche più lontane. L’apparizione di personaggi clowneschi pare debba esser fatta risalire alle Dionisie, le grandi feste dell’antica Grecia in onore del dio Dioniso. Il genere teatrale della commedia si sviluppò poi presso i Romani. Pian piano nacque così un nuovo mestiere, quello dell’attore comico, che tuttavia veniva considerato come attività pressoché inutile ed inferiore. Pe questo i primi attori comici vennero chia-

mati con disprezzo “buffoni” o “giullari”. I buffoni davano il meglio di loro nelle piazze, in mezzo alla gente del popolo, rappresentando i difetti della natura umana. Nel Medioevo entrarono a corte; con le commedie colte del Cinquecento e fino alla prima metà del Settecento furono i protagonisti del divertimento. Il Seicento infatti fu il secolo della Commedia dell’Arte, con le sue maschere-clown e le prime compagnie professionali. Nell’Ottocento invece lo spirito della commedia antica rimase solo nel teatro dialettale. La svolta arrivò nel 1770, quando a Londra fece la sua comparsa il primo circo equestre. Ben presto gli originari improvvisatori fecero la loro comparsa sotto i tendoni, dove presero la denominazione identica in tutte le lingue: clown. In Europa e in America, da allora molti clown sono passati alla storia, ognuno con caratteristiche diverse e inconfondibili, ma sempre facendo riferimento a due categorie principali di clown: l'augusto e il bianco,. Il primo colorato, allegro e ingenuo; il secondo è triste, malinconico e tiranneggiante.

Andrea - Eccoci qua! Buongiorno a tutti! Ramiro - Buongiorno, buonasera… dipende. A. - In che senso dipende, scusa? R. - Dipende da che ore sono mentre loro leggono ‘sta roba; può essere anche buon pomeriggio, buona mattina, buona notte… A. - Sì, vabbè, Ramiro, ho capito… Allora; eccoci ad un compito difficilissimo: scrivere qualcosa di comprensibile per i lettori di Liberà di Parola! R. - Non sarà tanto difficile lo scrivere quanto l’essere comprensibili! A. - Parla per te. R. - Casomai sarà scrivi per te… Comunque qual è l’argomento? A. - L’utilità del Comico. R. - ‘Orco can! Roba seria! Mi girà già la testa… A. - No no, non spaventarti: proviamo a pensare ad un filo logico… R. - E’ lì che ho difficoltà! A. - Secondo me possiamo partire segnalando l’ambiguità dell’argomento. Sul Comico, e sull’Arte in generale, ciascuno può dire ciò che vuole. R. - Come sul vino; una volta un grande sommelier ha detto: il vino più buono è quello che piace. A. - Ecco, tu citi l’antico adagio che dice: non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. R. - Io con gli adagi ci vado piano: parlo solo di vino, mi trovo meglio. A. - Di qualsiasi opera d’arte trovi quelli che dicono: Ma cossa vola dir ‘sta roba? Son bon de farla anca mi! Che bravo ch’el xè! E’l gà da ‘ver lavorà tanto prima de far ‘na roba cussì: varda che colori! R. - Una volta mia suocera di fronte a un quadro di Picasso ha detto: bello ma perché l’hanno appeso sottosopra? A. - Appunto; è uno di quei casi in cui ciascuno dice quel che vuole. R. - A mia suocera capitano SOLO quei casi: lei dice SEMPRE quel che vuole! A. - Sul Comico vale la stessa

regola: A mi nol me fa rìder; a mi invesse sì! Mi no lo capìso, ti no te pol capirlo, che bél, che brut, che monada… R. - Ma lo scrivi in dialetto sperando che faccia più ridere? A Un po’ sì… Voglio solo dire che ognuno ride per cose diverse, ma è indubbio che una scorreggia di Boldi in un cinepanettone di Natale non fa ridere allo stesso modo di una gag di Charlie Chaplin. R. - Beh, la scorreggia fa ridere di più. A. - Sì… può essere vero. Ma ci sono delle differenze. R. - La scorreggia puzza. A dire il vero dipende che tipo di scorreggia; ci sono quelle che fanno rumore e non puzzano, quelle che puzzano e non fanno rum… A. - Va bene, va bene, abbiamo capito. Voglio dire che le “cose che fanno ridere” non sempre nascono da uno stimolo creativo. R. - Però anche le scorregge nascono da uno stimolo! Non sarà creativo ma… A. - Smettila! Scorregge e rutti fan ridere, certo che fan ridere, ma in modo pecoreccio, animalesco. Ci sono invece dei comici che costruiscono il loro lavoro e il loro impegno sulla ricerca, sullo studio, sull’allenamento… R. - Beh, io so cantare la prima strofa di “Heidi” ruttando; ci vuole allenamento anche per questo! A. - Allora, visto che hai dichiarato la tua matrice di comico “impegnato”, chi meglio di te può rispondere alla domanda: a cosa servono i comici? R. - A cosa servono non lo so, ma so che certi, per restare in argomento, fan proprio cagare. Che comunque è una cosa utile eh? Prova tu a non andar di corpo per un po’… A. - Fuor di metafora la tua risposta, paradossalmente, è corretta: tutto ciò che ci fa star bene ci è anche utile; anche i comici, come tutti gli artisti, se ci fanno star bene, se ci danno una qualche soddisfazione, alla fine ci sono utili. R. - Lo devo dire al mio mec-


canico allora. A. - Cosa? R. -Che è un artista. L’altro giorno sono rimasto in panne per strada ed è venuto a recuperarmi. Non ti dico la soddisfazione che ho avuto quando l’ho visto arrivare! A. - Sì, tu insisti nel riportare tutto a livello base ma converrai con me che tutte le forme di comicità, a prescindere dagli effetti soggettivi che producono, possono essere suddivise in due grandi categorie; una semplice, diretta, spontanea e un’altra più cerebrale, impegnata, portatrice di un qualche “messaggio”. Son le due facce dello stesso disco: lato A e lato B, senza che ciò implichi automaticamente un giudizio di valore. Poi ciascuno sceglie quel che gli piace di più. R. - Io il lato B, senza dubbio! A. - Non è meno dignitoso. Anche lui “serve” a qualcosa, nel momento in cui ci fa ridere, che è tra le tre-quattro cose più belle della vita. R. - Il lato B le comprende tutte, va là! A. - Sono d’accordo! E comunque la comicità del lato A, chiamiamola così, quella che vuol cambiare il mondo, quella “impegnata” (che non è sinonimo di politica), quella capace di “svelare” le ipocrisie della società, del nostro essere uomini, quella che può sublimare ed esprimere gli aspetti più nascosti del nostra anima è altra cosa! Perché il Comico con la C maiuscola, quella del lato A, diversa dal lato B… R. - Mammamia che confusiòn! A. - Il Comico ci dice che gli uomini sono tutti… R. - Parli con me? A. - Con te. Sono tutti? R. - Gemelli! A. - Ma che gemelli, cosa c’entra? R. - E che ne so io? Sei partito con ‘na filippica che neanche

Capezzone saprebbe decifrare e poi mi chiedi se siamo tutti cosa… e che ne so io? A. - Che gli uomini sono tutti uguali, questo ci dice! R. - Basta dirlo allora, cosa serve far comicità! La diciamo, anzi, la scriviamo e festa finita! A. - Non è vero perché sentir dire una cosa non è sufficiente; bisogna anche capirla! R. - Su questo son d’accordo con te; me lo ripete sempre

ne seria? R. - Ma siamo comici! Se diamo conclusioni serie facciamo ridere! A. - Pensi che non si possa dar conclusioni serie facendo ridere? R. - Penso solo che le conclusioni serie rischino di diventar ridicole. A. - Vorrei solo dire che il vero Comico mette a nudo la realtà. Il Comico è Verità, tutto qua.

anche mia moglie ogni mattina. A. - Eh? Cos’è che ti dice? R. - Mi dice che non basta alzarsi dal letto la mattina; bisogna anche svegliarsi! A. - Fammi finire che non ne posso più! R. - Ma insomma mi sembra che abbiamo detto anche troppo. Quanto vuoi andar avanti ancora? Non avranno neanche più spazio nel libro. A. - Lasciami finire… E comunque non è un libro, è una rivista. R. - Peggio ancora; se l’han già rivista cosa serve vederla ancora! A. - Stai zitto! … Ecco mi hai fatto perdere il filo… R. - Bon dài… salutiamo e chiudiamo qui. A. - No! Senza una conclusio-

R. - Ma quale verita? Se guardi la televisione ce ne raccontano tante di verità. A. - La Verità è una sola! R. - No, ma chi ci assicura che la verità che ci raccontano sia quella vera? A. - Perché secondo te ci sono tante Verità? R. - Tante quante sono le leggi uguali per tutti, per esempio. O tante quante gli uomini tutti uguali. A. - Si ma così torni alla solita storia del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Tutto è relativo, siamo tutti colpevoli, tutti innocenti, chi non ha mai evaso, chi non ha mai cercato di fregare il prossimo eccetera eccetera eccetera… R. - Aspetta, che mi torna a girar la testa qua… Anche se il bicchiere è mezzo pieno, in-

segue dalla prima pagina

no le loro creature allattate e cresciute negl’orfanotrofi. Penso anche a quel festival che, tra un consiglio per l’acquisto e l’altro, esibisce alla curiosità delle telecamere la storia di cugini che si ritrovano, nipoti che si scoprono, fratelli che si odiano, amici che si tradiscono, e ogni tanto, per far riposare o ricaricare la lacrima, pure l’intervento di qualche comico con battute da avanspettacolo per far sganasciare i presenti con risate da piangere! Ora, io il dolore un po’ lo co-

nosco, e le assicuro che non l’ho mai visto così, il dolore, quello che morsica lo stomaco, che appesantisce il respiro e toglie la voglia alla vita, ha una sua dignità, un suo decoro, e spesso si mantiene nel pudore silenzioso degli esclusi. Lo stare male che frequento io, ha poca voglia di urlare o recitare una trama dolorosa davanti alle telecamere, e allora, e mi scusi se mi permetto, ma, il dolore presentato da lei o i suoi collaboratori, da dove viene?… La sofferenza è una cosa se-

L' EDItoriale

C’E’ POSTA PER TE! di Pino Roveredo che esibiscono i loro risvegli affettivi a figli mai visti, o penso a quei passaggi femminili che, con figure invalidate dalla stanchezza dell’età, invoca-

tanto beviamolo, poi si ragiona meglio… A. - L’importante è che tutti al mondo possano avere il loro mezzo bicchiere pieno, questo è il messaggio del Comico… R. - E che sia anche buono, magari… A. - Il comico o il vino? R. - Intanto il vino, il comico sia come sia… A. - Forse hai ragione. Aspetta… Non è tutto oro quel che luccica, può andar bene come conclusione? R. - Allora anche: qui una volta era tutta campagna! Ma insomma Andrea: quanto dobbiamo tirarla a lungo con ‘sto pezzo? A. - Beh, forse così basta… R. - Allora chiudiamo dài! Che mi fa male la mano, non sono più abituato a scrivere… A. - Si saranno accorti che abbiamo scritto a mano? R. - Dagli errori forse sì. A. - Ma non hai controllato e riletto tutto? R. - Mi metto a rileggere tutto, adesso? A. - Oh: cavoli tuoi eh? Che dopo qualcuno la leggerà ‘sta roba e… R. - Se hanno qualcosa da dire che vengano da me; vorrà dire gli offrirò da bere… A. - Saluta almeno. R. - Arrivederci. A. - Stanno leggendo… R. - A risentirci! A. - Dì a rileggerci casomai. R. - A rileggerci? Ma non esiste neanche la parola! A. - Licenza poetica R. - Ciao. A. - Ciao.

ria, pesante, e non dovrebbe umiliarsi con la leggerezza di uno spettacolo, e invece, alla faccia della mia convinzione, sembra proprio che non sia così, se è vero che milioni di persone prenotano il sabato sera per il piacere di addolorarsi un po’… E allora, cara signora De Filippi, ammettendo i numeri della sua ragione, chiudo questa lettera, e con tutto lo smarrimento del mio non capire, mi adeguo e le auguro… un felice futuro di lacrime, logicamente televisive!


CELOX

Ricordi di un bambino difficile

Gli anni sui banchi di scuola sono stati il mio peggiore incubo di Ferdinando Parigi

L’11 settembre del Cile di Salvador Allende Fine della democrazia. Capitolo 1° di Manuele Celotto C’è un altro 11 settembre di sangue e cambiamento nella storia recente dell’umanità. Quello di Santiago, Cile, 1973. Quel giorno il presidente Salvador Allende, barricato nel palazzo presidenziale ormai indifendibile e circondato, si suicida. L’esercito, guidato da Pinochet, ha preso il potere con un colpo di stato. Bisogna andare indietro di qualche anno per capire le dinamiche che portarono a questo tragico epilogo. Siamo nel 1970, nel paese c’è una povertà diffusa, un alto latifondismo e ci sono forti aspettative di miglioramenti sociali che il governo precedente non è riuscito a portare. Allende si era già candidato a presidente, era stato membro del Parlamento e ministro della sanità. Vince le elezioni con il 36% delle preferenze ed è il primo presidente marxista liberamente eletto. Cerca di creare la via cilena al socialismo ma si trova davanti ostacoli di ogni sorta, sia interni che esterni. Nixon osteggiava apertamente Allende e gli Usa avevano stanziato 10 milioni di dollari (cifra notevole all’epoca) per ostacolare il cammino di Allende verso la presidenza o per farlo cadere nel caso vincesse. In Cile c’erano investimenti americani per un miliardo di dollari. Gli Usa erano spaventati dall’eventualità di uno stato socialista e avevano finanziato e sostenuto un altro candidato credendo possibile una sua vittoria ma questo perse anche se di poco. Una delle prime azioni che fece Allende appena salito al potere, fu rinazionalizzare (senza riconoscere alcun indennizzo) le miniere di rame di cui il Cile era il maggior produttore al mondo. Il diritto di estrazione garantiva profitti elevati ed alcune società americane avevano interessi enormi in ballo (la ITT più di tutte). Va poi considerato il contesto storico; siamo in piena guerra fredda e un altro stato “rosso” dopo Cuba poteva influenzare i paesi vicini. L’idea allarmava non poco gli Usa che cominciarono da subito e in svariati modi a destabilizzare il governo. Come ci riuscirono è abbastanza semplice: per prima cosa dettero una stretta alle importazioni di materie prime di cui il Cile non poteva fare a meno, poi iniziò la caduta del prezzo del rame le cui esportazioni erano una colonna portante dell’economia cilena di allora. Continuarono a sostenere i partiti di opposizione e fomentarono il malcontento. Nixon fece pressioni alla banca mondiale perché rifiutasse credito al Cile. Spaventati dalla nuova piega politica i ricchi trasferirono i capitali e molti tecnici dell’estrazione mineraria emigrano. La nazionalizzazione delle miniere non aveva dato i frutti sperati per il deprezzamento del rame sul mercato. Vennero sì aumentati salari e stipendi, ma la distribuzione di maggior quantità di denaro, aveva portato l’inflazione alle stelle. Con la stretta alle importazioni le derrate sparivano e il malcontento si faceva più diffuso, iniziavano scioperi selvaggi e manifestazioni. Il 29/06/1973 ci fu un primo tentativo di colpo di stato. Un paio di mesi dopo Augusto Pinochet viene nominato capo delle forze armate e l’11/09/1973 prende il potere con un colpo di stato grazie all’appoggio politico, economico e militare degli Usa. Pinochet, che doveva solo “riportare il paese alla democrazia” liquida il Parlamento dopo due giorni. Per il Cile saranno anni di terrore, arresti, repressione, torture, morte e desaparecidos. Fu la fine di una democrazia con più di 150 anni di storia. (Continua nel prossimo numero)

Sono nato il 18 novembre 1962. Fu un parto difficile perché avevo diversi giri di cordone ombelicale intorno al collo e alla spalla. Come voto perché nascessi vivo e sano, mio padre fece svariati piani di scale in ginocchio, tra lo stupore dei presenti: quello fu il primo di una lunga serie di sacrifici per cercare – invano – di far vivere bene il suo primogenito. I miei primi ricordi sono legati al mio amato papà. Mio padre era un uomo dal cuore grande, dotato di un'intelligenza e di un coraggio fuori dal comune, mai sereno, anzi, sempre in subbuglio per qualche motivo. Da lui ho imparato a stare sempre dalla parte del più debole, ad amare e a soffrire per amore. Per il resto, da mio

padre ho ereditato solo i difetti. Con lui ho sempre avuto un rapporto conflittuale e difficile, ma sempre dominato da un amore viscerale reciproco. La mia primissima infanzia – cioè prima di andare all'asilo – è stata felice: mia madre, mia zia Mirella e mia nonna Fabia mi adoravano. Mi ricordo che la nonna indulgeva con me in concessioni che raramente mia madre mi concedeva. Ma ben presto questo limbo ebbe fine. Per insegnarmi a socializzare coi miei coetanei, i miei mi mandarono all'asilo. Imparai prestissimo che i bambini sanno essere delle piccole carogne, infatti si organizzavano in bande, mi incantonavano e, una volta con le spalle al muro, mi sputavano,

Diventare maestro d’ascia a 60 anni Un barca e il profumo del legno, per scoprire che il lavoro delle mani non ha nulla da invidiare a quello intellettuale di Paolo Piergentili Complice una parentesi della mia vita professionale che mi lascia dei pomeriggi liberi, ho pensato bene di dedicarmi al mio gozzo, costruito a Torre del Greco nel 1979 con l’arte della cantieristica campana, maestra in questo tipo di barca dalle linee eleganti e slanciate, e che tiene il mare in modo superbo. E’ una barca in legno massiccio di mogano, rovere e frassino, e si chiama Princess Victoria (la nipotina). Il tempo ha lasciato, ahimè, pesanti tracce nella struttura, grazie ad una manutenzione molto trascurata (non da me, che la possiedo da poco!). Così, complice un cantiere amico ed ospitale (voglio ringraziarlo in pubblico: Arredomar di Campalto,

Venezia, con il grande Matteo e suo padre), ho cominciato a darmi da fare, anche perché far fare tutto a loro sarebbe stato troppo caro per me. Ho così scoperto un mondo professionale dove la cultura del lavoro è cultura profonda, antica. Ho anche scoperto che il lavoro manuale non ha nulla da invidiare a quello intellettuale. Il lavoro manuale, specie quello da artigiano, è bello e appagante. Impegna molto, anche emotivamente, richiede tempo e dedizione, costanza e fatica. E’ vario, affronta situazioni e problemi sempre diversi, dove l’esperienza aiuta, ma non basta: ci vuole creatività, fantasia, tecnica, bisogna fermarsi a pensare, progettare, valutare.


mi insultavano, mi pestavano di botte. Gli unici alleati che avevo all'asilo erano un certo Massimo Rosa, oggi famoso architetto, e il Signor Badin, un uomo buono e dolcissimo con dei grandi baffi bianchi alla “ciclista”, il cui orto confinava col cortile del mio asilo. Ogni volta che lo vedevo nell'orto mi precipitavo sulla rete divisoria e lì ero al sicuro, perché in presenza di un adulto che mi proteggeva nessuno dei miei compagni si azzardava a nuocermi. Il primo ottobre del 1968 iniziò un calvario che sarebbe durato per ben tredici anni: era il primo giorno di scuola. Ero disperato. Quell'enorme struttura mi fagocitava ogni mattina e mi strappava d'autorità dalle braccia di mia madre,

che per me era ed è la Madonna, imponendomi tutta una serie di regole che trovavo inaccettabili, lontanissime dal mio modo di essere e di vivere precedente. La scuola è stata per me un'esperienza traumatica, che ha segnato per sempre la mia vita, me l'ha guastata. Per tutti i cinque anni delle elementari, ogni mattina avevo conati di vomito e diarrea, tanto era il disagio che vivevo a causa di quella assurda imposizione. Vedevo i miei compagni come degli alieni quasi sempre felici e beati, li vedevo come delle persone infinitamente diverse da me, infinitamente più forti, più serene di me, che non ero sereno per niente. A scuola ho imparato pochissimo. Quasi tutto quello che so, l'ho imparato fuori da quella odiosissima struttura. Sono felice che quel lungo incubo sia finito, sono felice di avere quasi cinquant'anni perché oggi nulla mi può nuocere quanto mi ha nuociuto l'esperienza scolastica. Non importa se sono passato attraverso trentadue anni di poli-abuso, non importa se ho vissuto intere interminabili giornate di astinenza. L'unica cosa che conta è che non sono più un bambino.

E poi, ne vedi i risultati. Il legno ha un fascino unico, che trasforma gli oggetti: un pavimento, un tavolo, una casa, se sono di legno, hanno un profumo diverso, come quello che ti riempie le narici in un bosco dopo la pioggia, o in una falegnameria dove lo si lavora. Barca e legno: un binomio antichissimo, ma sempre attuale, anche oggi che plastica e acciaio la fanno da padrone. Ma in qualsiasi barca, di qualsiasi materiale fatta, c’è sempre tanto legno. Mastro d’Ascia è una professione riconosciuta che fa capo alla Gente di Mare, il grande insieme delle professioni marine. Autorizza a costruire o riparare barche di legno fino a 200 tonnellate (tante!). Mi

sono iscritto nell’elenco degli Allievi Maestri d’Ascia. Fra tre anni potrò sostenere un esame, e per il restante periodo della mia vita, quando sarò un medico in pensione, potrò dedicarmi a questa affascinante ed appagante attività, godere della fatica fisica e della manualità del lavoro. Discendere dal piedistallo dove gli intellettuali si collocano (e vengono collocati), e assaporare le soddisfazioni che dà il lavoro che usa le mani. Non vedo l’ora. Ce n’è pochi ormai, di Mastri d’Ascia. E’ una professione dove il lavoro lo si trova, e si guadagna bene. Ed è un lavoro nobile. Pensateci, ragazzi della Panka e non, è un lavoro che può dar senso ad una vita.

ZIO FRANCO

Quello spicchio di vita tra cemento e sbarre Da uno scritto dimenticato, la fiaba dell’alberello di fico di Franco De Marchi Giorni fa, riguardando le varie carte e scritti che realizzai durante la mia permanenza al castello, mi ritrovai tra le mani uno scritto dimenticato, rimasto per anni in una cartellina. Ho riletto il testo e mi sono stupito del contenuto. Vi è in esso molta vita transitoria, fatta di lacrime o sorrisi dipende dalla direzione che prendi una volta che esci dalla matricola: a destra la libertà e a sinistra l’entrata alle celle. In mezzo vi è un’aiuoletta con una piantina. Spero che vi sia ancora in quanto è o era l’unico punto verde in tutto quel cemento fatto non solo di acqua e calce, ma anche di molte lacrime e rari sorrisi. Ripropongo questo scritto perché in quel luogo non è cambiato nulla, anzi. Vi sono delle realtà che debbono restare come sono, con le loro false promesse e futili speranze. «Sono un alberello di fico, nato a fianco della matricola, in un fazzoletto di terra da cui ho una buona visuale delle situazioni e delle persone; più in là il grande portone d’entrata o di uscita. Attorno vari uffici di speranza o delusione. Entrano ed escono persone ilari o abbacchiate; sembrano due categorie ben distinte queste persone, ma hanno negli occhi gli stessi problemi in comune, anche qui come dentro le celle pur sempre mi raggiunge il sole. Ma aspettando il momento giusto, si riesce a catturare qualche raggio di luce. Io sto fermo in questo punto dove il fluttuare di questa marea umana mi raggiunge facilmente e ne capisco i pensieri, anche speranze deluse o aspettative realizzate. Sono al centro, ma non posso far niente, sono piccolo ancora, ma anche se fossi più alto e maturo, non potrei ugualmente influire sul destino di chi mi transita attorno. Sono un alberello di derivazione incerte, forse trovatomi qui per sbaglio o forse per volontà di un destino buono od avvezzo, come chi mi circonda che alle volte mi circu-

isce con una carezza ed altre volte con uno sputo. Come a molti, se non a tutti quelli che mi transitano attorno, capita anche a me di volermi trovare in posti e situazioni diverse. Quanti sono quelli che credono che la mia immobilità sia rassegnazione: no, è impotenza il non poter far qualcosa per cambiare in meglio, in fin dei conti anch’io mi trovo da solo fra ferro e cemento, ma posso nel mio piccolo dare per conforto con quei pochi frutti che mi crescono, pochi ma dolci, che per qualche istante fanno pensare ad altri luoghi e momenti di vita con diverso respiro. Sono un piccolo alberello di fico, posso far poco, ma sono stato creato o forse posto qui per questo compito: qualche volta far vedere la vita in maniera diversa, mettere un poco di dolce dove vi è l’amaro. Vorrei farlo con tutti quelli che ne hanno bisogno ma i miei frutti sono pochi ed è per questo che chi li coglie li gusta meglio. Ma quando anch’io sono triste in questa ferma solitudine che non ha sconti, cosa si dà a me?». Non vi è una morale in questo scritto, solo una constatazione di uno spicchio di vita, rilevato da chi, per forza di situazione si sta facendo un ergastolo senza aver compiuto un reato. La quale situazione spesso tocca troppe persone che subiscono e questo non solo in un carcere , ma anche nel sociale. Vita docet.


il ricordo

«Ragazzi siate orgogliosi di fronte a chi vi giudica» L'eredità del poeta di Pieve di Soligo, padre protettivo per I Ragazzi della Panchina di Guerrino Faggiani I riflettori si sono spenti, Andrea Zanzotto non c’è più e la vita va avanti per tutti come deve essere. Di lui restano molte cose che lo ricorderanno, ci sarà sempre qualcuno appassionato di letteratura che riconoscerà in Zanzotto uno dei suoi preferiti, anche fra cento anni, duecento. Questa è l’immortalità, l’unica concessa all’uomo. Per il resto rimane il ricordo a chi ha avuto la possibilità e la fortuna di conoscerlo. Ognuno se lo porterà dentro di sè, e non sarà un ricordo neutro e sterile, ma che farà ancora pensare. Su quello che usciva dagli incontri con lui, anche dalle semplici chiacchiere oltre che dai proclami ad effetto. Momenti non presto esauribili in tutte le loro forme di considerazione. A pensarci ancora, come diceva lui parlando dei suoi boschi e delle sue vallate, davanti alle quali si poteva andare molto avanti con la fantasia, succede la stessa cosa con nuovi spunti di riflessione, si può andare molto avanti. Nel nostro piccolo oltre a questa ricchezza ci resta un sentimento di gratitudine e di profonda tristezza da quando è man-

cato, verso il poeta e verso l’uomo. Quando i Ragazzi Della Panchina lo hanno conosciuto, e scoperto la sua naturale indifferenza verso lo scontato, hanno capito che solo un uomo così poteva raccogliere i richiami d’aiuto, di ragazzi che ogni giorno si trovavano su una panchina e che nella totale indifferenza della città morivano uno dopo l’altro. Negli anni in cui l’aids mieteva vittime tra le cosiddette categorie a rischio, senza fanfare Andrea Zanzotto si è calato nel nostro mondo por-

tandoci quello che aveva: la sua poesia e la sua umanità. E’ stato grazie a lui che la nostra associazione ha potuto esprimere la propria voce ad orecchie finalmente non sorde, e proprio grazie a questa nuova platea ha potuto darsi l’identità che ancora ha. In quegli anni bui di caccia alle streghe, Zanzotto poeta e uomo ci ha presi per mano e accompagnati verso i riflettori dell’opinione pubblica, come i genitori accompagnano i figli da chi ha subito una loro marachella. Per insegnarci ad avere il coraggio del-

Ad un maestro ed amico Dopo la sua morte il silenzio. Così i media dimenticano un grande uomo di Franco De Marchi Questo articolo non lo avrei mai voluto scrivere e purtroppo, per esigenze di spazio, dovrò scrivere meno di quello che l’argomento meriterebbe. Dopo la dipartita di Andrea ho cercato nei vari media se vi fosse stato un “prolungamento” della sua Vita e della sua dipartita. Ma con grande

rammarico e rabbia ho constatato che questi parlavano prevalentemente del numero 48 (morto in pista motociclista) o della cosiddetta primavera araba. La vita di una persona che non ha fatto scalpore, non ha dato pecunia al sistema, ma la vita agli altri e per gli altri non pare avere attirato mol-

to l’attenzione. Da partigiano a poeta, senza scendere mai a compromessi per ottenere un bollino su una tuta da corsa o il potere su popoli soggiogati dalla fame, fame del Nord del mondo. Umiltà e coerenza sono due sfaccettature di Andrea Zanzotto e del suo essere Uomo: non ha lasciato moto o

le nostre azioni e per dire a tutti: guardate, non fate finta di non vedere, questi ragazzi stanno morendo, com’è possibile che a nessuno interessi? Andrea Zanzotto ha costretto la città a risvegliare la propria coscienza e ha fatto sì che I Ragazzi della Panchina si sentissero di nuovo figli di qualcuno. Ma anche a noi ha insegnato, ad avere carattere e a non piangerci addosso. Anche solo pochi mesi fa nell’ultimo nostro incontro, pur da uomo che ormai aveva deposto ogni arma, ha saputo colpirci con il suo indomito carattere. Alla domanda su quale linguaggio dovremmo adoperare verso chi ancora parla di noi come fossimo degli scarti della società, ha risposto che lui userebbe un linguaggio duro: «Come ti permetti di dire questo? Dove hai la cultura che ti autorizza a tali dichiarazioni?” E che noi ragazzi della panchina non dobbiamo invocare il perdono ma avere l’orgoglio di quello che si è fatto: si siamo stati nel terreno del negativo ma.. adesso siamo qua». Addio maestro ci mancherà moltissimo. tesori nascosti in vari stati compiacenti. Ha trasmesso sé stesso, con le gesta giovanili, con la prosa e la poesia da sempre insite in lui. Ci sono rimasto male quando, in quei giorni di nostalgia per il maestro e l’amico Andrea, cercavo e constatavo il valore prioritario che i media davano a fatti che, di lì a poco, sarebbero stati rimpiazzati da altri. Andrea non ha costruito“fuochi artificiali”, ha dato la vita per trasmettere esempi a chi li vuole accogliere. A consolarmi c’è la certezza che, passati questi periodi di altre “distrazioni”, alla fine rimarrà Lui. Tempo tempra temporem. Lo gnomone della sua meridiana continua a scorrere ed anche al di là delle nuvole. Qui vi è Lui.


L'APPROFONDIMENTO ————————————————————————

NOI "SBANDATI" di FRANCA MERLO

«Quando ero ragazzo ogni mese arrivava la sesta flotta americana, la portaerei lasciava in franchigia migliaia di marines che per prima cosa si dirigevano coi dollari in tasca nei bordelli. La prostituzione era fonte di commercio, quindi le puttane e gli ubriachi non davano fastidio a nessuno. Appena la flotta non arrivò più, le famiglie cominciarono a preoccuparsi di morale e decoro. E le risposte istituzionali alle lamentele da allora sono sempre imperniate sulla rimozione, o dalla coscienza o dal luogo. Io invece credo che ci sia bisogno di governarla, la realtà. Siccome il vero pericolo è abbandonare le strade e le piazze, rintanarsi in casa vittime della paura e del pregiudizio, finendo così per scucire il tessuto sociale, abbiamo cercato un dialogo con gli abitanti del ghetto, portando cittadini, turisti, residenti di ogni razza e colore, nel ventre del quartiere meno frequentato, attraverso le note e le parole dell’artista che ne fu il cantore e l’interprete, per avviare un processo di tolleranza e convivenza, lì dove “la graziosa con gli occhi color di foglia” passava la notte sulla soglia a vendere “a tutti la stessa rosa”, nei bassifondi in cui è rintanata l’umanità che ispirava De André». Questo brano è tratto da Così in terra come in cielo di don Andrea Gallo, il prete degli emarginati di Genova, dei trans e delle persone de-viate cioè fuori dalla via (ma quale via?) oppure s-bandate cioè fuori dalla banda, da un’appartenenza codificata, e-marginate, fuori dal margine, il confine che le separa dalle persone integrate nella società. Don Gallo continua: «Conversando con Fabrizio eravamo concordi sul fatto che l’emarginazione può essere stato di grazia, perché sottrae al potere, quindi al fango, e ti avvicina al punto di Dio. Quelle vite perdute sono anime salve». Quanto diverso può essere il modo in cui si “legge” una stessa realtà! Dipende da molti fattori tra cui l’effettiva conoscenza, ma in ultima analisi dipende dall’animo con cui la si osserva, dipende dalla voglia di saperne di più, di superare i luoghi comuni. Se siamo disposti ad accettare che una situazione scomoda ci possa “dire” qualcosa che non sapevamo, se vogliamo “ascoltarla” anziché

rimuoverla, possiamo vedere anche gli sbandati in modo diverso. L’esistenza di queste persone è un segnale: c’è qualcosa che non va. Troppe insufficienze, errori, egoismi in questa nostra società avanzata sotto il profilo tecnico ed economico, ma disorientata riguardo a valori di riferimento; carente di amore, e invece piena di paure, rigidità, rimozioni. Gli sbandati sono testimoni di questo fallimento. Denunciano i nostri mali e ci richiamano con urgenza ad un cambiamento di vita: l’autenticità nei rapporti, il primato dell’uomo, il rispetto, la consapevolezza di poter sempre più maturare in umanità attraverso il confronto e il dialogo: valori che sembrano scomparsi dal tessuto sociale, come criteri comunemente accettati. A questo proposito ricordo il 2009, anno difficile per gli abitanti di piazza Costantini; il “bar degli africani” era divenuto sede abituale di chi usava alcol e stupefacenti e di extracomunitari, molti dei quali avevano perso il lavoro dopo che per diversi anni avevano lavorato in nero. Un mix esplosivo, facile alle urla e alle risse. Un’ordinanza del sindaco allora vietò gli assembramenti in quella piazza e dintorni, ma il problema era solo spostato: le stesse persone si riunirono in altri luoghi. In alcuni momenti la situazione divenne incandescente e per I Ragazzi della Panchina fu la spinta verso una nuova consapevolezza: quanto si era fatto fin lì in termini di “ponte” con la cittadinanza, non bastava più, bisognava proseguire e fare altri passi. Si creò una “unità di strada” per incontrare le persone a rischio e contemporaneamente si propose al resto della cittadinanza di diventare protagonista del cambiamento, assieme agli “sbandati”. La tensione sociale può diventare forza propulsiva verso una società migliore, se è motivo di riflessione, di uscita dagli stereotipi, di cambiamento per tutti. Più che mai oggi, che abbiamo sotto gli occhi il fallimento di una società basata sullo sviluppo ad oltranza e sulla competizione; anche questo dialogo può far parte di una “decrescita felice”. ( Foto. Immagini della festa di ottobre al parco di via Rotate organizzato da I Ragazzi della Panchina e i residenti)


... cacciati da un all'altro d Da viale Trento a piazza Costantini

Scatta l'ordininza anti-sbandati

Elisa Cozzarini

A ottobre 2007 spuntano piramidi di alluminio sulle panchine di proprietà del condominio “Italia”, nella piazzetta a metà di Viale Trento. L’obiettivo dei residenti è evitare che qui sostino immigrati e “punkabbestia”, perché, affermano, ci sono «escrementi e immondizie dappertutto, schiamazzi e gente che bivacca». La soluzione, leggiamo sul Messaggero Veneto, nell’immediato appare efficace: «Da quando sono state collocate quelle barriere in alluminio il problema è stato risolto». Ma il problema non fa altro che spostarsi. L’emergenza, nella primavera del 2009, è dentro al triangolo disegnato tra via don Sturzo, via Rovereto e piazza Costantini. Racconta Franco De Marchi, storico componente de I Ragazzi della Panchina: «Dalle “tombe etrusche” di Viale Trento ci siamo trasferiti a Piazza Costantini, presso un African shop, un luogo appartato, dove potevamo cazzeggiare senza dare troppo nell’occhio e dove ci sentivamo accettati». E continua: «Quello che cercavano e ancora cerchiamo è uno spazio dove stare assieme, perché un uomo sta bene da solo quando è per scelta, non se è costretto». In piazza Costantini viene installata una telecamera «per monitorare la situazione e per intervenire qualora siano commessi dei crimini», scrive il Messaggero il 20 maggio 2009. «Il problema è quello della marginalità visibile agli occhi, quella fatta di persone che hanno problemi di dipendenza dall’alcol, che magari non lavorano e che bivaccano giorno e notte davanti alle case e ai negozi, che possono diventare violente ma che il più delle volte creano problemi di rumore e sporcizia». L’articolo si conclude così: «Nei mesi scorsi i residenti

Elisa Cozzarini avevano denunciato anche episodi di spaccio di droga, ma i controlli avrebbero dato esito negativo». A fine luglio 2009 il sindaco Bolzonello firma la famosa ordinanza “antisbandati”, la cui eco arriva in tutta Italia. Il settimanale “Il Friuli” scrive: «La situazione da troppo tempo rendeva impossibile la vita ai residenti. Tossicodipendenti pronti a fare rissa e ogni genere di inciviltà o punkabbestia che girovagavano e importunavano i passanti erano all’ordine del giorno. Tanto che i residenti avevano raggiunto il massimo della sopportazione». Ma già il primo agosto, all’indomani della firma dell’ordinanza, il Messaggero Veneto titola: «Gli sbandati hanno traslocato». Franco De Marchi spiega: «I “normali” non vogliono avere a che fare con noi, ce lo fanno capire da come ci guardano e se, per esempio, entriamo in un bar è chiaro che non siamo ben accetti. Allora noi cerchiamo luoghi nascosti, altrimenti che ci dicano dove dobbiamo andare!». E così alla fine dell’estate del 2009 gli “sbandati”, non potendo scomparire, si spostano verso il portico di viale Colonna e il parco San Carlo.

Il 27 luglio 2009 entra in vigore a Pordenone l’ordinanza numero 21, conosciuta come “anti-sbandati”, applicata in via sperimentale fino al 31 dicembre 2009 ed estesa a tutto il 2010. In base a questo provvedimento sono vietati gli assembramenti anche di due persone nella zona compresa tra piazza Costantini, via don Sturzo, via Rovereto e piazzale Duca d’Aosta, un’area di circa 200 metri quadrati. Le multe vanno da 25 a 500 euro e, se il comportamento viene reiterato, scatta l’articolo 650 del codice penale. L’ordinanza innesca una polemica che supera i confini cittadini, diventando nazionale, tanto che il sindaco, Sergio Bolzonello, spiega all’Adnkronos: «È un modo per ridare libertà a un centinaio di famiglie che da molti mesi si trovano sotto scatto a opera di 20, 30 persone, gente al di fuori della legalità che impedisce ai residenti dell’area di muoversi liberamente». Precisa inoltre il sindaco: «Non è vietato ai pedoni di sostare o a due cittadini di parlare tra loro. Sono sciocchezze. L’ordinanza vieta raggruppamenti con schiamazzi, degrado, atti d’inciviltà, intralcio grave ai residenti, velate minacce».

Un provedimento che non può funzionare Fabio Passador

2009

Quella che è diventata famosa in tutta Italia come l’ordinanza “anti-sbandati” si è rivelata come la tipica soluzione all’italiana, anche se chiamarla soluzione è troppo ambizioso. Infatti, dopo il frastuono provocato dai media (anche nazionali), la decisione estrema per fare fronte al problema adottata dall’allora sindaco di Pordenone, Sergio Bolzonello, si è risolta con un prevedibile insuccesso. E’ inevitabile che, se si agisce con la repressione verso persone che sono in cerca di un luogo dove possano stare insieme, queste cerchino un luogo diverso da quello da cui sono state cacciati. La polvere sotto il tappeto accontenta gli occhi, non crea soluzioni. La questione è meramente politica: il coraggio per risolvere determinati problemi è dettato dalle decisioni che si prendono sui tavoli delle istituzioni, ma non devono essere legittimate con il pensiero “di pancia” dei cittadini. Invece di investire in telecamere, in panchine puntellate, perché non si impiegano risorse da investire in politiche di accoglienza ed integrazione sociale? Il percorso che la nostra associazione insieme alle istituzioni sensibili, ha progettato con i residenti del quartiere, offre una chiara indicazione di come il dialogo, il confronto e l’informazione, siano le pratiche più incisive nel campo del disagio. E’ certo che il percorso prevede tempi lunghi e costanza, investimenti, ma l’efficacia è per tutti, per i ragazzi che si sentono accolti e per la città che si sente protagonista di un cambiamento.


posto della città

Chiara Zorzi

Nell’estate del 2010, a seguito della manifestata difficoltà di convivenza tra un gruppo di persone caratterizzato da forte marginalità legata all’uso/abuso di sostanze stupefacenti e la cittadinanza, è stato costituito un tavolo tecnico composto da diversi soggetti pubblici e privati. Vi presero parte il Comune di Pordenone (settore Politiche Sociali, Ambito Sociale Urbano, Ass6), il Dipartimento per le dipendenze, I’associazione I Ragazzi della Panchina, l’associazione Giulia e la Cooperativa Itaca. Il tavolo ha rivestito un ruolo di regia e di confronto utile a scaturire azioni efficaci. In particolare è emersa la necessità di realizzare un monitoraggio attento delle aree di disagio legate alle dipendenze, di contrastare fenomeni di conflitto nella comunità, di instaurare relazioni significative con le persone che vivono tale disagio e tali conflitti e di sviluppare delle politiche di prevenzione nel territorio. È così che è nata l’Unità di Strada finanziata dal Comune di Pordenone legata all’Ass. I Ragazzi della Panchina. Si è deciso di indirizzare le attività verso tutti coloro che durante le mattine stazionano nel parcheggio di via Montereale. Insieme a queste persone ci sono anche una serie di ragazzi e ragazze con problemi di dipendenza, che vivono in strada e non necessariamente legati al Dipartimento. Con l’opinione pubblica ancora “scottata” dai fatti dell’appena passata estate 2010, l’intento era anche quello di convogliare il “gruppo” in luoghi protetti e verso comportamenti maggiormente consoni alla civile convivenza.

Progetto ponte tra il disagio e la città Chiara Zorzi

L’Unità di Strada è un servizio di prevenzione sugli effetti e sui rischi legati al consumo di droghe attraverso il contatto diretto con le persone nei luoghi del divertimento e dell’aggregazione e, nel contempo, attraverso un’azione di sensibilizzazione rivolta alle istituzioni locali, alle famiglie, agli operatori sociali, al mondo del volontariato, ai gestori dei locali, affinché si promuova e si diffonda una cultura del benessere e dell’utilizzo sano e corretto del tempo libero. L’Uds nella sua azione diretta senza filtri, cerca di amplificare le possibilità di raccogliere e tramutare in potenzialità le varie emozioni, difficoltà, sensibilità, che nelle strade si creano, si consumano e si moltiplicano. L’obiettivo del progetto è quello di poter essere tramite, mezzo, ponte, da sfruttare da parte dei ragazzi per poter attraversare simbolicamente quello spazio fangoso che separa il vivere ai margini dal vivere istituzionalizzato. Lavorare sul territorio significa far sì che ognuno si faccia carico delle proprie responsabilità e delle conseguenze delle proprie azioni. Significa anche fare in modo che queste azioni nella città diventino positive e propositive. Operare in strada significa trovare spazi e territori nuovi all’interno dei quali dialogare ed attraverso i quali giungere a soluzioni condivise.

2010

Nuovo giro altra corsa. Nel parco San Carlo e in via Colonna Elisa Cozzarini

di proprietà pubblica, davanti alle case, con la presenza anche di cani di grossa taglia che vengono percepiti come un pericolo all’incolumità soprattutto dei bambini». E mentre la Lega Nord vorrebbe estendere l’ordinanza anti-sbandati a tutta la città, il sindaco Bolzonello chiede al prefetto la convocazione di un tavolo per la sicurezza perché «esiste un problema di ordine pubblico, che non può essere risolto dal solo Comune». Così in ottobre iniziano a presidiare la zona le pattuglie miste, composte da un rappresentante delle forze dell’ordine e tre militari dell’esercito. «Li hanno fatti venire apposta per noi! Qui a Pordenone non succede mai niente, solo noi siamo un problema», dice Franco. Scrive il Gazzettino: «Saranno più frequenti anche i controlli delle pattuglie della Squadra volante e degli equipaggi del Radiomobile dei carabinieri. L’area, inoltre, sarà soggetta ad attività di controllo congiunte, che coinvolgeranno Arma, Questura, Guardia di finanza e Polizia municipale». Seguono controlli a tappeto, in particolare nell’area di parco San Carlo, via Colonna, parco Galvani, via Dante, piazza Risorgimento e via Montereale, in prossimità del Sert. Gli obiettivi, scrive il Messaggero Veneto il 5 ottobre, sono, in sintesi: «Sicurezza, ordine, decoro». E il bilancio, narra il quotidiano locale, è: «Sono state controllate e identificate 49 persone, di cui 31 extracomunitari e sono stati emessi provvedimenti di espulsione per due cittadini pachistani identificati in piazza Risorgimento».

Nasce l'unità di strada

Una rissa al parco San Carlo, il primo settembre 2010, riporta gli “sbandati” al centro dell’attenzione della stampa locale. «Una situazione insostenibile da tempo, che perdura da quando è stata firmata l’ordinanza “anti-sbandati”, che ha prodotto solo lo spostamento dei raduni da via Sturzo a via Colonna», dichiarano al Messaggero Veneto alcuni cittadini residenti in questa nuova area di ritrovo per gli “sbandati”, in un articolo datato 2 settembre. «Ci hanno impedito di stare nelle zone della città che frequentavamo, allora abbiamo cercato un altro posto e siamo arrivati al laghetto San Carlo. Lì stavamo bene, c’è anche un ruscelletto per mettere le birre in fresco… All’inizio non davamo fastidio, ma poi hanno cominciato a lamentarsi anche là», racconta Franco De Marchi, uno degli “sbandati” di una certa età. «Noi ci spostiamo e i più giovani ci vengono dietro, perché alla fine ci troviamo solo tra noi, essendo scartati da tutti gli altri». «Un gruppo di persone bivacca consumando alcolici, bestemmiando, litigando, soddisfacendo le proprie necessità fisiologiche alla luce del sole», è la denuncia di 101 residenti della zona di via Colonna e parco San Carlo, che scrivono il 23 settembre al sindaco Bolzonello per chiedere una soluzione. La lettera continua così: «Il tutto avviene in zone


...vi raccontiamo Nel parco di via Rotate e via Cividale Stefano Venuto e Monia Guarino

Maggio Inizia la bella stagione. Dopo una permanenza più o meno prolungata all’interno della nostra sede, i “ragazzi” iniziano a frequentare l’area verde tra le vie Rotate e Cividale, laterali di viale Grigoletti. Sostano sulle panchine vicino alla fontana e ai giochi: parlano, a volte discutono, bevono. In poche settimane, questo loro “stare” nell’area verde crea disagio tra i residenti che comunicano il proprio disappunto al Comune e alle forze dell’ordine: le segnalazioni riguardano comportamenti dei “ragazzi” non sempre adeguati (toni della voce molto alti, consumo di alcool, non conferimento dei rifiuti nei cestini), per effetto dei quali genitori, bambini e anziani non fruiscono più dell’area. Tali comportamenti sono a volte riproposti anche in strada. Il timore principale è l’imprevedibilità delle azioni dei “ragazzi”, in conseguenza del quale i genitori hanno limitato ai propri figli la fruizione autonoma dell’area (in assenza cioè di un adulto). Per i più piccoli inoltre la visione di persone “così in difficoltà” offre un cattivo esempio e crea turbamento. Giugno In risposta al manifesto disagio dei residenti, comincia un’azione educativa dei “ragazzi” perché apprendano come “ben-stare” in un luogo pubblico e adottino comportamenti consoni alla compresenza di bambini, giovani, adulti, anziani. Ma l’atteggiamento dei “ragazzi” sembra non cambiare. Una residente del quartiere “fa sentire” la propria voce, chiamando il SerT questa volta, non il Comune o le forze dell’ordine: nella telefonata c’è tutta la preoccupazione di una mamma, il disappunto di chi vive rispettando le regole e la stanchezza di chi “deve sopportare” chi è “sregolato”, ma c’è soprattutto la voglia di capire “come” affrontare la situazione condividendo una soluzione che “faccia stare bene tutti”. Luglio Un incontro aperto è l’oppor-

scare un cambiamento culturale. Una “merenda al parco” è la prima azione conviviale messa in campo: 10 adulti e 6 bambini condividono dolci e frutta con i “ragazzi”. E’ un primo scambio di attenzione reciproca. Segue una festa di compleanno: i “ragazzi” partecipano all’allestimento dell’area verde aiutando i bambini a colorare il parco con palloncini e festoni. Siamo più di trenta questa volta. Adulti e bambini giocano insieme…e la “caccia al tesoro” propone un indovinello curioso: “come si chiamano i ragazzi che sostano sulla panchina?”. E con il pretesto di un “nome” tutti diventano “persone”, anche chi porta un disagio. Inizia così la conoscenza reciproca e il dialogo diretto. Appena arriva sera sono proprio i “ragazzi” che spontaneamente riordinano l’area: raccolgono i rifiuti differenziandoli, si assicurano che tutti i bambini abbiano mangiato la torta, offrono i dolci rimasti anche ai passanti. E dopo la festa? Le mamme organizzate in gruppi “tornano” nell’area verde. Gli anziani passeggiano. I bambini giocano. E i “ragazzi”? Siedono sulla panchina, come al “solito”, un “solito” però che è percepito questa volta come “normale” fruizione di uno spazio pubblico. Alcuni residenti continuano a

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tunità per un primo confronto tra residenti, associazione “I Ragazzi della Panchina”, Comune e Dipartimento per le Dipendenze dell’Ass6. E’ il 20 luglio: 16 cittadini riuniti nella sede di viale Grigoletti raccontano ”i loro ultimi mesi” nell’area verde con preoccupazione, con sorpresa per questa inaspettata presenza nella loro quotidianità e con rabbia, perché lo “stare” di questi “ragazzi” rappresenta l’“occupazione impropria” di un luogo importante per il quartiere. Inizialmente sembra non possa esserci “spazio per tutti” e che la questione sia “allontanare qualcuno”. Ma poi, nel dialogo, l’espressione “o noi, o loro” lascia il posto ad una sfida più interessante: sperimentare in uno spazio pubblico la possibile convivenza tra situazioni di agio e disagio. Residenti, operatori, tecnici e facilitatore condividono un percorso da sviluppare con momenti conviviali, serate di apprendimento collettivo e azioni di miglioramento dell’assetto urbano dell’area.

Agosto Due gli ambiti principali sui quali gli operatori di strada (Stefano e Chiara) concentrano il proprio impegno. Da un alto il costante confronto con i “ragazzi” per evidenziare i benefici di un “ben-stare” nell’area e il proseguo dell’azione educativa in loco (conferire i rifiuti nei cestini, fare la raccolta differenziata di vetro e lattine, utilizzare un tono di voce basso); dall’altro il presidio dell’area nelle ore pomeridiane per garantire una maggiore tranquillità ai cittadini attraverso una presenza riconoscibile dagli stessi come

“costante, attenta e specializzata”. Ci sono inoltre altre due ambiti sui quali il facilitatore territoriale agisce. Il primo è l’ascolto attivo dei residenti attraverso incontri “a tu per tu” per condividere “se e come” evolve la situazione, per accogliere “vecchie e nuove” preoccupazioni, per scrivere il racconto a più voci di “fatti e percezioni”, per immaginare quali azioni potrebbero diminuire le distanze, per proporre una “fare collettivo” che favorisca lo “stare” insieme, per stimolare e supportare il “ritorno” a una fruizione serena dell’area da parte di tutti. Il secondo consiste nella concertazione con le Istituzioni coinvolte e le forze dell’ordine, per stabilire un approccio integrato che non si limiti alla “soluzione urgente di un problema segnalato”, ma che consideri l’esplorazione di tutti gli aspetti, da quello sociale a quello urbanistico, che sappia inoltre abbinare alla disponibilità di un “intervento certo” la paziente fiducia che un disagio manifestato possa inne-


la svolta

«Quella telefonata che feci al Sert e che ha dato il via al cambiamento» Tiziana Buriola

bre. Siamo in cinquanta, un numero rappresentativo per condividere anche un possibile nome da assegnare all’area verde: area “Ponte Secco - Parco Insieme”. Il risultato del bel pomeriggio lo festeggiamo a tavola la sera stessa, con la prima “cena di avVicinato” del quartiere, dove ognuno offre qualcosa da mangiare all’altro. Nel frattempo i bambini manifestano la loro voglia di capire meglio: per loro è dunque in programma un momento ludico-didattico sul tema della “paura del diverso” .

Sono una residente di via Cividale, una che ogni tanto andava al parchetto di via Rotate con le sue bambine e che già da qualche tempo vedeva alcune persone, prevalentemente ragazzi, che stavano lì, occupando le panchine, con le birre in mano a parlare a voce alta e qualche volta a bestemmiare. Di pomeriggio mi chiedevo: «Ci vado al parco o no? E se ci sono loro e mi dicono qualcosa? Alle bimbe cosa dico? Come glielo spiego che sono persone che si sono un po’ smarrite? O che hanno fatto scelte diverse?». Una sera, a luglio di quest’anno, ho visto uno di quei ragazzi in mezzo alla strada, ubriaco che rischiava di farsi investire. Poco dopo sono arrivati i carabinieri a controllare; dopo un po’ anche la Polizia, ma i ragazzi erano sempre lì. Situazione di disagio la loro e anche la nostra di residenti che si sentivano “invasi” in spazi che ritenevano “territorio”. Il giorno successivo a questo episodio ho pensato che, se una via c’era, poteva essere solo di confronto. Ma come approcciarsi? A loro direttamente non era possibile, mi facevano paura. «Allora proviamo con il Sert», mi sono detta. Ho preso il telefono e dopo una breve attesa ecco che una voce mi dice: «Le passo il dottor Zamai che segue proprio quei ragazzi». E’ nata così una collaborazione per trovare modi di convivenza civile, magari aiutandoci a vicenda ad andare oltre a pregiudizi e difficoltà di relazione, aumentando disponibilità e tolleranza. Le iniziative messe in campo ci hanno permesso una sorta di laboratorio dove ci siamo vicendevolmente studiati, come fanno gli animali, abbassando un pochino le rispettive difese, per vedere se ci possiamo stare tutti nello stesso “micro” parchetto, ponendoci spesso la domanda: «Se capitasse a me? O a qualcuno della mia famiglia?». Le iniziative realizzate nel parco fino ad ora, grazie alla sinergia e collaborazione di molte persone, sono state tante: una merenda all’aria aperta; la festa di compleanno per Agata; gli incontri informativi con la dottoressa Roberta Sabbion del Sert e l’ultima castagnata di quartiere a chiusura di una stagione estiva che ci ha portato a mangiare con alcuni dei ragazzi all’oratorio Don Bosco. Prossimamente sono previsti altri incontri con la dottoressa Sabbion e un informato coinvolgimento sulle attività dell’associazione I Ragazzi della panchina. E poi? I miei vicini chiedono se ci ritroveremo per farci gli auguri di Natale, magari davanti a qualche torta fatta in casa e a un po’ di tè. Perché no? Dipende solo da noi tutti: residenti e Ragazzi ormai legati da un progetto che spero ci porti a com-prendere vicendevolmente gli uni il mondo degli altri.

011 fare “segnalazioni”, ma sono pacate e direttamente rivolte ai “ragazzi”. C’è meno paura. Confidenza? Ancora no, ma rispetto reciproco si.

Settembre La proposta di un secondo incontro aperto offre l’occasione per un nuovo incontro tra residenti, tecnici, operatori, facilitatore. E’ il 6 settembre. Le “segnalazioni” lasciano il posto ad “aneddoti” di vita nell’area verde che riguardano Mauro o Franco o Sara (e non più genericamente i “ragazzi”), il racconto del mese appena trascorso è ricco di aspetti positivi e di criticità ancora da risolvere, i toni sereni. Soprattutto sono nate nuove istanze da parte dei cittadini: «Come entrare in relazione con i “ragazzi” quando non ci sono gli operatori? – chiedono - Come rispondere alle domande dei bambini che vogliono capire perché a volte i “ragazzi” stanno male?». Si tratta di questioni ben centrate sul tema della convivenza tra agio e disagio, che rappresentano il fulcro di due incontri di apprendimento collettivo (13 ed il 20 settembre). Sul tavolo tematiche quali: cos’è il disagio, cosa significa uso e abuso di sostanze, quale il ruolo del contesto sociale, che possibilità di relazione, può la conoscenza anticipare la tolleranza? Un propositivo scambio di informazioni, ma anche di esperienze concrete. Incontri questi dove i cittadini hanno motivato il proprio mettersi in gioco con la voglia di capire e accogliere. Ottobre Intanto cambia la stagione. Arrivano le piogge. I “ragazzi” sono meno presenti nell’area e per la prima volta i residenti si preoccupano quando vedono le panchine vuote. C’è la voglia di stare ancora insieme, come quartiere, come comunità. Nessuno escluso. I cittadini propongono una “castagnata” per il 10 otto-

Novembre I “ragazzi” sono cambiati. Il contesto sta cambiando. Ci sono ora cittadini più consapevoli. Ancora criticità da risolvere. Ma nuove potenzialità da valorizzare sul territorio con la comunità.

In questo percorso ogni singolo episodio è avvenuto grazie alle diverse sfumature che hanno colorato percezioni e sentimenti dei protagonisti. È con “l’insieme” che si fatto spazio ad una rivoluzione personale che ha permesso di costruire una vera coscienza sociale. Il cambiamento inizia là dove le certezze iniziano a scalfirsi e questo vale per tutti, che tu stia dormendo su una panchina o in lenzuola di seta.

Dopo anni paura e pregiudizi fanno posto a dialogo e convivenza Mauro P.

Presenze nella sede de I Ragazzi della Panchina Anno

2010

2011

Gennaio 254

364

Febbrai

270

463

Marzo

383

608

Aprile

344

622

Maggio 317

585

Giugno 304

528

Luglio

278

469

Agosto

285

478

Settembre 317

397

Ottobre 358

418

Ci si spostava continuamente perché costretti dalla gente, stufa di avere i tossici sotto casa con tutti i problemi che ciò comportava. In seguito alle loro lamentele sono nate anche ordinanze del sindaco che ci proibiva di raggrupparci, pena l’essere perseguitati dagli organi di pubblica sicurezza. Questa politica repressiva non ha risolto alcun problema, perché noi ci siamo e da qualche parte dobbiamo pure stare. Alla fine l’unico posto in cui abbiamo goduto di un po’ di tranquillità è stato nelle vicinanze del Sert, in via Montereale. Anche li però non tutti ci hanno accettati. I gestori dei locali, ad esempio, si sono visti costretti a dare degli indesiderati ad alcuni di noi, secondo me, anche giustamente, perché a volte c’è qualcuno che è visibilmente alterato e che crea problemi di ogni tipo. Alla fine dei conti, se noi ragazzi ci comportiamo bene, le forze dell’ordine oltre ai soliti controlli non vanno. Invece ai primi problemi usano il pugno duro fino a costringerci ad andarcene di nuovo e di conseguenza a ricominciare tutto da un’altra parte. E’ sempre la stessa storia. Al parchetto di via Cividale invece è successo qualcosa che ha cambiato il rapporto con i residenti. Grazie ad una loro mediazione, dall’incomprensione e dall’astio iniziale si è gradualmente passati alla collaborazione e alla integrazione. Ciò avviene nel corso di serate di confronto e di giornate trascorse tutti assieme, grandi e piccini, tossici e non tossici. Personalmente ho ricevuto soddisfazione da un residente che visto come mi prodigavo nelle pulizie del parchetto mi ha promesso un regalo a Natale. Speriamo che duri e che finalmente si sia trovato un modo per risolvere il problema, anziché spostarlo semplicemente da un punto di ritrovo all’altro.


IL SERT. Non più il ricorso a isolate e contoproducenti di forza Dott.ssa Roberta Sabbion Direttare Dipartimento Dipendenzen

Credo che quanto successo durante il periodo estivo scorso debba farci seriamente pensare a come il pregiudizio possa compromettere la relazione con le persone e possa far perdere a molti l’opportunità di crescere. Ancora una volta nella storia di questa città, alcune persone con problemi di uso di sostanze hanno cercato uno spazio pubblico dove poter trascorrere alcune ore insieme con lo scopo di stare in gruppo e poter parlare del più e del meno. Purtroppo questi ragazzi sono spesso rumorosi, alcuni di loro bevono in maniera smodata ed esteticamente sono facilmente riconoscibili. La loro presenza in qualsiasi parte della città ha sempre messo in atto fenomeni espulsivi con ordinanze varie o con fogli di via. Durante il periodo invernale la stessa problematica ha riguardato la piazzetta vicino alla sede della Provincia, in largo San Giorgio, e il Comune nella persona di Giovanni Di Prima, si è interrogato su che fare. In questo caso non ci si è accontentati di applicare vecchie soluzioni che avevano solamente spostato il “problema” da una

IL COMUNE. Verso una comunità partecipata Giovanni Di Prima dirigente Servizi Sociali del Comune di Pordenone

L’incontro tra agio e disagio promosso nel contesto dell’area verde di via Rotate, via Cividale è stato più di un progetto, una vera e propria sperimentazione, con tutti i margini di incertezza e gli imprevisti tipici di un’avventura di carattere urbano e sociale. Non semplice quindi. Il lavoro è stato quella di una squadra: Settore Politiche Sociali del Comune di Pordenone, associazione “I Ragazzi della panchina”, Dipartimento per le Dipendenze dell’Ass6, soprattutto, cittadini residenti della zona e “ragazzi”. Per quanto riguarda il ruolo del Comune di Pordenone, il Settore Politiche Sociali ha avviato all’inizio di quest’anno un progetto dedicato proprio allo sviluppo di comunità, con lo scopo di far crescere comunità competenti attraverso strategie di cambiamento: un percorso dunque, attraverso il quale i cittadini acquisiscono competenze per cambiare le condizioni nelle quali vivono in relazione ai loro bisogni e interessi. Il progetto, intitolato “situAZIONI urbane X CITTADINI PROTAGONISTI: momenti pubblici

parte all’altra della città, ma di è deciso per la prima volta di convocare ad un tavolo comune tutte le persone e le associazioni che hanno a che fare con la tossicodipendenza: Azienda sanitaria, I Ragazzi della Panchina, operatori di strada, Ambito, associazioni varie di volontariato sociale. Questo tavolo ha effettuato un cambiamento radicale e fondamentale: anziché con una “azione” ha risposto con un “pensiero comune”, che a sua volta è poi sfociato in azioni mirate. Come dire, non si è adottata la tecnica classica della tossicodipendenza, “tutto e subito”, ma si è inserito un pensiero e si sono organizzati interventi coordinati e strutturati. Questa filosofia di risposta è stata adottata quest’estate nel quartiere centrale della città. La presenza quotidiana di ragazzi con problemi di dipendenza da sostanze all’interno del parco all’incrocio tra via Rotate e via Cividale, laterali di viale Grigoletti, ha preoccupato gli abitanti dell’intero quartiere, i quali a gran voce hanno ad un certo punto chiesto una “azione” immediata e risolutiva volta all’eliminazione del problema. Anche in questo caso I Ragazzi della Panchina, ovvero le stesse persone che frequentavano il parco assieme ad alcuni operatori dell’Azienda sanitaria (Dipartimento dipendenze) anziché “agire”, assumendo un atteggiamento difensivo o aggressivo o di fuga, hanno scelto di inserire un “pensiero”. Si in altre parole voluto costruire una relazione con gli abitanti del quartiere per farsi conoscere, aldilà dei pregiudizi che questa problematica spesso comporta. Non mi soffermo sul risultato che è stato semplicemente “stupefacente”, ma ancora una volta sulla necessità di affrontare “vecchi problemi” con “soluzioni nuove e creative” perché le vecchie soluzioni in questo campo, come del resto in quello delle relazioni, producono solo cronicità e perpetuano il pregiudizio.

per l’organizzazione collettiva di spazi e attività della convivenza urbana“, ha interessato attraverso l’intervento di un facilitatore territoriale diverse “situazioni”: area di via Pontinia, area di largo Cervignano, area di via Prasecco, e, appunto l’area di via Rotate-Cividale. In questa cornice progettuale, il Comune si è posto l’obiettivo operativo di rigenerare il senso di appartenenza comunitaria verso quei luoghi percepiti dai cittadini come critici, marginali o esclusivi, promuovendo azioni collettive di animazione urbana e percorsi progettuali partecipati che estendano le opportunità di convivenza tra culture, generazioni, situazioni di agio e disagio. L’attenzione è stata rivolta alle comunità insediate, ma il pretesto di azione è nato dai luoghi, eletti in questi caso come spazio urbano di vita dove convivere, esprimere le differenze, negoziare le regole del bene comune: è il luogo dove diventiamo cittadini…“la città comincia appena fuori dalla nostra porta” . L’avventura di via Rotate-Cividale ha consentito di ridare valore a quella creatività civica che rende il singolo cittadino un “esperto di quotidianità” e i gruppi d’abitanti delle “comunità resilienti”, in grado di affrontare situazioni avverse migliorandosi. Questa particolare esperienza di partecipazione ha permesso di capitalizzare energie, ottimizzare risorse e chiamare alla condivisione, compiere una ricognizione dei bisogni taciuti e dei desideri inespressi, rendere le persone consapevoli del loro ruolo di attore nella convivenza civile. Perché, a dirlo con le parole di Margaret Mead, non bisogna “mai dubitare che un piccolo gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: è sempre stato l’unico modo per farlo”.

IL VISIONARIO La vita è un gioco Il comune di Pordenone cerca disperatamente un gruppo di sbandati di professione, con almeno cinque anni di comprovata esperienza, per ridare linfa al settore sociale e di tutela dell'ordine pubblico, ormai allo stremo. «A titolo esemplificativo - afferma il primo cittadino - da quando in città regna la pace sociale abbiamo poliziotti di quartiere, vigili urbani, agenti penitenziari, assistenti sociali, operatori del Sert, delle cooperative, giornalisti, tutti disoccupati. Intere famiglie sul las-

trico. Si consuma cento volte meno birra rispetto a dieci anni fa, con evidenti problemi per l'indotto. Non ci sono più denunce, non nascono più comitati spontanei, non si raccolgono più petizioni, i giornali non sanno più cosa scrivere. Persino la Caritas non versa in buone condizioni, nonostante non paghi l'Inu »Al primo cittadino non resta che recitare il mea culpa: «Dieci anni fa ci siamo sbagliati, siete necessari», e concludere con un appello: «Vi prego…Tornate!».


INVIATI NEL MONDO

IO BABY SITTER A LONDRA «Cambio vita a 60 anni». Grazie ad un'offerta di lavoro all'estero, la nuova sfida di una donna di Franca Merlo Ruislip è Londra, e anche no. E’ un tranquillo centro di provincia, che fa parte geograficamente e amministrativamente della “Great London”, la Londra estesa che congloba quartieri e cittadine tutto intorno. A cerchi concentrici si passa dal centro (livello 1) fino al 6° livello; Ruislip è livello 5. Io adesso vivo qui. Che paesaggio diverso da quello che mi aspettavo alla parola “Londra”! Casettine a due piani dall’aria nordica tutte in serie, con minuscoli giardini in riga lungo la via; traffico relativamente scarso, ordinato, perfino “gentile”. Le macchine si fermano se vedono un pedone in attesa sul bordo strada e i conducenti regalano un cenno e un sorriso. I passanti salutano con un hi, i bambini si divertono a camminare sui muretti bassi dei piccoli giardini, senza che nessuno rimproveri. Una volta in un parcheggio la piccola Anna si è pulita le mani su una macchina lasciando vistose impronte e il proprietario che sopraggiungeva ha commentato: «Ha buon gusto questa bambina, ha scelto bene». La parola gentleman non poteva nascere che in luoghi come questo, dove ancor oggi la maggioranza è com-

posta di vecchi inglesi doc. Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo, a quella vita sobria e impregnata di rispetto e di amore alla natura, che a volte ricordo con nostalgia. Mi piace qui, mi sento bene. Quindi Londra per me non è tanto Oxford circus dove la sera frequento la scuola d’inglese, non è Liverpool street dove scendo dalla Central line per prendere la corriera Terravision (compagnia italiana!)che porta all’aeroporto di Stansted. Non ho ancora visitato i più celebri luoghi e monumenti, c’è tempo. Il centro ha strade larghe, traffico convulso, vecchi palazzoni dall’aria un po’ cupa che esibiscono una loro dignità, dovuta alla storia che vi si legge come stampata in

fronte; e alla sera tra questi palazzi illuminati e vestiti a festa, tra gente di ogni nazione che cammina a frotte, svela imprevisti spettacoli di strada, scozzesi in costume che suonano la cornamusa, un nero dal largo sorriso che suona il sax o canta accompagnato dall’organetto, piccole band giovanili che s’industriano per racimolare qualche pound; e ancora, persone accoccolate per terra, ai bordi, come rifiuti umani, abbracciate al cane per scaldarsi, lo sguardo spento, poco fiato anche per ringraziare della monetina donata. Molti di loro sono inglesi “normali” che vivono sulla strada perché non possono più pagarsi un affitto, perché hanno perso il posto di lavoro, e si sa che qui si

può essere licenziati da un giorno all’altro se il datore di lavoro lo decide. E’ la famosa “flessibilità” che anche noi in Italia stiamo imparando. A Ruislip niente di tutto questo. Su Victoria road che giornalmente percorro, confluiscono diversi “drive” o tranquilli viali abitati, dove si affacciano i minuscoli giardini dai muretti bassi di queste case, che sembrano uscite da una cartolina illustrata di tanti anni fa. Perché sono qui? Qualche mese fa non prevedevo di certo che mi sarebbero divenuti familiari luoghi così lontani, ma una chiamata inattesa mi ha

portato su queste strade, sconvolgendomi la vita. Ho sentito l’urgenza di troncare una situazione malsana che si trascinava nel tempo, di andare via. E’ stato un piccolo evento a far scattare il click dentro di me, e la mia fede mi dice che la voce della realtà è la voce di Dio. Dio sta nel nuovo, nella vita che si espande, nei fatti totalmente laici, a volte improvvisi, a volte apparentemente banali, che “parlano” dentro alla coscienza. Cambia, saggia nuove possibilità; sei vecchia, ma lo Spirito è giovane. Non rimanere legata a situazioni stagnanti, esci, slacciati, cammina. Era la voce della chiamata e a quella chiamata ho risposto sì, sono partita. Ripercorrendo modo mio un paradigma antico, quello di Abramo e del suo esodo. Su “Città nostra” ho incontrato la coppia di emigrati italiani a Londra, presso la quale ora abito. Cercavano una persona fidata a cui lasciare due bambine piccole negli orari di lavoro. Sono venuti in Italia per le ferie, ci siamo visti, abbiamo fatto conoscenza, il loro bisogno si è incontrato col mio, le nostre vite si sono intrecciate. E ora LdP ha un “inviato nel mondo” in più. Alla prossima!


PANKAKULTURA

«Giovani diffidate del successo facile» Leo Gullotta, premio alla carriera, a Pordenone di Guerrino Faggiani Un patriota. La prima cosa che mi viene da dire di Leo Gullotta dopo averlo conosciuto, è proprio questa: un patriota come ce ne sono pochi. Solo su temi mirati ha risposto in prima persona, altrimenti ha sempre parlato da italiano, e lo ha fatto con amarezza. Si è dichiarato sconcertato, ad esempio, dal fatto che negli ultimi anni i nostri amministratori abbiano "consumato la follia" di togliere fondi all’istruzione dei nostri ragazzi, escludendoli così dalla competizione nel mondo e negando un futuro a loro e all’Italia intera. «Praticamente - ha detto Gullotta - questi signori, con un Rais alla testa, hanno di fatto ucciso due generazioni, forti di una coalizione xenofoba e omofoba che ha fatto molto male all’Italia. Trovo indefinibile - ha continuato - il fatto che nel 2011 dopo due guerre, ancora qualcuno possa indurre ad appartenenze e divisioni, con balle storiche di terre e acque che non stanno in nessun libro». La sento sensibile verso l’intolleranza e la solidarietà. E’ la vita che l’ha reso così? «Ho avuto la fortuna di nascere a Catania in un quartiere di quelli che si dicono di frontiera, nel ‘46 dopo la guerra. E sono cresciuto con attorno a me quella positività che veniva dalla voglia di ricostruire un paese, tutti insieme senza divisioni. Mio padre, un operaio, mi ha insegnato il concetto del diritto e del rispetto verso gli altri. Sono concetti che storicamente abbiamo nel sangue, noi stessi siamo stati emigranti. Ma questo paese è come se magicamente lo abbia dimenticato o che qualcuno lo abbia indotto a farlo». Salvatore Leopoldo Gullotta solo due giorni prima del nostro incontro, ha ricevuto al Quirinale dalle mani del presidente Napolitano il premio alla carriera “Vittorio De Sica”, per i suoi

RUBRICA LIBRI

Una volta l'Argentina Andrés Neuman , Edizioni Ponte alle Grazie 2011 recensione di Fabio Passador Andrés Neuman nasce a Buenos Aires nel 1977, città che lascerà quattordici anni dopo assieme alla sua famiglia per raggiungere la Spagna. Una volta l’Argentina è una biografia familiare, storia di tre generazioni le cui vite furono dolorosamente intrecciate con una storia, quella del paese, che è passata dalla dittatura alla democrazia, fino al crollo economico: sempre in bilico tra bellezza e tragedie, simbolo delle migrazioni europee del Novecento. Scritto nel 2003, il libro esce solo ora in Italia. Parte da una lettera di nonna Blanca il lungo viaggio a ritroso nel tempo, ricostruendo, a volte fe-

delmente e a volte in maniera fantastica, la vita dei suoi numerosi antenati. A partire dai capostipiti: il russo Jacobo, soldato degli zar e scappato in Sudamerica, dove sposerà una lituana che mai imparerà lo spagnolo e Renè, che, insieme alla moglie Louise Blanche, emigrò in Argentina a causa delle sue eresie nei confronti del clero francese. Finendo con se stesso, e con la fuga, dolorosa quanto necessaria da un paese schiacciato da fallimentari politiche liberiste e dalla bancarotta. Tra le pagine del racconto trovano spazio i bisnonni socialisti o ebrei poco osservanti,

50 anni di professione artistica. Quando è cominciata? «All’età di 13 anni circa. Nessun fuoco sacro o altro, non sapevo neanche cosa fosse il teatro. Ho visto su una porta un manifesto con scritto Cut (Centro Universitario Teatrale) e da bambino curioso qual’ero, sono entrato. Mi hanno detto: “Lei ha portato qualcosa?” “No non ho portato niente”. Mi hanno fatto leggere un testo e poi mi hanno spiegato che quello era un corso di formazione teatrale con ammissione di dodici elementi. A quel punto soddisfatta la mia curiosità ho salutato e me ne sono andato. Dopo qualche settimana mi è arrivata una lettera che diceva che ero stato prescelto. Ho seguito il corso e il caso ha voluto che al saggio finale ci fosse il direttore del nascituro teatro stabile di Catania. E all’improvviso forfait di un attore di Roma, mi sono trovato “arruolato” nella sua compagnia completamente all'oscuro dei grandi personaggi che vi facevano parte. Ho avuto la fortuna di girare il mondo con loro per 10 anni, con circa 90 lavori teatrali, imparando così i vari linguaggi della commedia e dello spettacolo. Che non è l’apparire, lo dico per i giovani: non lasciatevi affascinare dalle magiche parole attore e scuola di recitazione, da chi vi promette di entrare nel mondo dello spettacolo con mezzi spicci. Niente di più falso, è solo un modo per fregarvi il denaro. Quelli seri non vogliono denaro, parlo di accademie dove si entra per ammissione, in cui ti formano, e ci vuole dedizione come per tutte le altre professioni. Questo è un lavoro faticoso e pieno di sacrifici, bello e affascinante si, ma non è apparire, ricordate, apparire è un po’ come morire».

prozii continuamente nei guai finanziari; i nonni e soprattutto i genitori dello scrittore. Ma è forse la figura di sua madre, musicista professionista dell’Orchestra Filarmonica di Buones Aires spettatrice del tragico massacro di Ezeiza, il 20 giugno 1973, quella che catalizza, più di altre, nella vita di Neuman alcuni dei momenti più significativi della storia argentina. Lei la cui attività sindacale la espose pericolosamente durante la dittatura del generale Onganìa, così come dopo il golpe militare di Videla nel 1976, quando girare con un violino sotto braccio veniva considerato un atteggiamento quasi sovversivo dalle squadracce paramilitari che nelle notti argentine hanno cancellato un'intera generazione di giovani militanti ed innocenti. Senza svelare oltre, e per lasciare al lettore il piacere della scoperta e della conoscenza intima e personale con

questo scrittore, basti a questo punto dire che chi ama gli autori sudamericani, come il sottoscritto, nel leggere Una volta l’Argentina non potrà di certo rimanere deluso: perché le sue pagine sono divertente, acute, nostalgiche.


L'EVENTO

Open Day della foresta, una domenica in Cansiglio Nell’anno internazionale delle foreste proclamato dall’Onu, escursioni guidate in regione in cinque ambiti forestali di Guerrino Faggiani Una bellissima giornata di sole ha premiato gli sforzi degli organizzatori dell’Open day della foresta, evento svoltosi domenica 2 ottobre in Cansiglio nell’occasione di 2011 anno internazionale delle foreste. Un’iniziativa questa che ha riscontrato una grande risposta da parte dei visitatori e tra questi dai veri protagonisti dell’evento, ovvero i bambini. Numerosi infatti sono stati i piccoli al seguito dei propri genitori, che, sotto l’ala protettrice delle guardie forestali, sono stati portati a spasso assieme agli adulti nella foresta “dei due mondi” come l’ha chiamata Marco, «il mondo in superficie e quello sotterraneo». Assieme a Sandro, entrambi ispettori del Corpo forestale regionale, esperti di speleologia e geologia nonché profondi conoscitori dell’ambiente monta-

no, Marco ha spiegato a noi del gruppo di visita che il fenomeno del carsismo è molto diffuso nella zona e che ci sono cavità ancora in parte inesplorate che si perdono nei meandri della terra. Ma anche il mondo in superficie non si mostrava lacunoso in quanto a spettacolo, e la sicurezza che ci veniva dal fatto di essere guidati dal corpo forestale, ha dato un’impronta piacevole di naturalezza all’escursione. Circondato da quella lussuria di natura allo stato brado, non potevano non venirmi alla mente le polemiche che solo qualche giorno prima erano seguite all’approvazione da parte del Parlamento italiano di uno stanziamento di 5 milioni di euro, per il censimento degli alberi monumentali nel nostro Paese. Alcuni quotidiani politicamente schierati non hanno lesinato commenti ironici e polemici sulla necessità di spendere “cinque milioni per contare gli alberi”. Ma la forte partecipazione della gente comune al giorno dedicato alle foreste, ha dimostrato come fossero più fuori luogo le critiche che lo stanziamento economico. E poi, polemica per polemica: saranno ben spesi i denari dissipati in tribunali e proces-

si per le vergognose beghe del mondo politico italiano. Liquidata in questo modo la riflessione, mi sono goduto la giornata. Nessuna fretta, tutto è stato a misura d’uomo, si è parlato si è scherzato, e si è sorriso a vedere i nostri “lupacchiotti” liberi di divertirsi in quel mondo. Sandro e Marco lungo il cammino ripetutamente si sono sincerati di sapere se eravamo stanchi o se avevamo voglia di tornare, ma nessuno si è sognato di dire qualcosa del genere. Anzi, alcuni una volta tornati al punto di ritrovo con i pulmini navetta, che a gruppi ci portavano nei vari percorsi e ci riprendevano alla fine, sono partiti alla volta di altre escursioni. L’organizzazione ne offriva sei diverse tutte di bassa difficoltà, e molti hanno voluto fare il bis. L’Open day della fortesta, il primo mai organizzato, ha avuto una risposta in termini di partecipazione che neanche gli

organizzatori si aspettavano. Un continuo via vai di navette e di colorati forestali che per un giorno sono diventati tutt’uno con la nostra natura. Ci siamo portati a casa il ricordo di una bella giornata che in cuor nostro nessuno vorrebbe bandire dal proprio futuro, sperando magari in un altro Open Day, che ci consenta nuovamente di entrare in quel mondo incantato ove si torna indietro nel tempo, dove per fare qualcosa non si deve cliccare da nessuna parte.

L’INIZIATIVA di Monia Tomasini, Funzionario del Corpo forestale regionale L’Open Day della Foresta, organizzato in occasione del “2011 anno internazionale delle foreste”, è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra Forestali del Friuli Venezia Giulia, Veneto Agricoltura e Corpo forestale dello Stato. L’iniziativa ha raccolto nella giornata del 2 ottobre scorso circa 500 iscrizioni, alle quali vanno aggiunte oltre un centinaio di persone che hanno frequentato l’area senza partecipare attivamente alle escursioni. Queste ultime in particolate si sono snodate lungo sei percorsi di bassa difficoltà e a prova di famiglie. Venti invece sono stati gli accompagnamenti complessivi messi in campo dall’organizzazione, ciascuno per gruppi di circa 25 persone partecipanti. Inoltre in tre momenti diversi della giornata sono stati effettuati abbattimenti di una ventina di abeti rossi, a cui hanno assistito oltre un centinaio di persone. Numerose sono state anche le visite ai musei della zona, aperti e ad ingresso gratuito per l’occasione. Gradito dall’utenza è stato infine anche il “piatto del forestale”, ovvero un piatto unico a tema che sette esercizi turistici della zona hanno offerto a 12 euro grazie ad un accordo preventivato.


NON SOLO SPORT

Il Downhill inline, una discesa a 100 all’ora su cinque ruote «Dopo 20 trascorsi sui pattini, ho scoperto la mia nuova passione» di Giorgio Doardo Sono vent'anni che pattino, vent'anni che passo gran parte del mio tempo libero con i pattini ai piedi, anni che insegno come allenatore, anni che gioco ad hockey, anni a 10 ruote, anni a 8 ruote, in piedi, girato, sottosopra, saltando o in punta di piedi. Insomma i pattini orami hanno sostituito le mie scarpe. Un anno fa, quasi per caso, andai a Teolo (Pd) per vedere una gara di una specialità del pattinag-

Ieri sera abbiamo festeggiato in società. Sì, perché il pattinaggio dello Skating Club Comina di Pordenone, società per la quale insegno come allenatore, è sempre sulla cresta dell'onda. Spesso siamo in tv, spesso sui giornali, ora a questa manifestazione ora a quella. I nostri atleti gareggiano fino in Cina, Olanda e Corea, ma se alla sera andate all'anello del palazzetto della sport sono tutti lì: ragazzi normali dalla faccia pulita, ma con una determinazione che , credetemi, noi ce la possiamo sognare. Niente discoteca, pochi svaghi e pattinaggio sino a sanguinare i piedi. Sì, perché lo sport spesso è anche sofferenza, per questo rafforza lo spirito e la stima di sé. Attaccati ad un paracadute che ne frena l'andatura, percorrono e ripercorrono l'anello di via Interna, provando le ultime traiettorie con i loro super-

gio che, pur avendo sentito nominare, non conoscevo: il downhill inline. Uomini e donne corazzati come centauri con tute in pelle e caschi integrali si lanciavano senza alcun accenno di frenata giù da strade in forte pendenza, raggiungendo velocità folli che sfiorano i 100 chilometri orari. Fu una vera folgorazione. Seguì un anno di gite in montagna ed intensi allenamenti. Mi sentivo come un

neofita alle prime armi e a soli 40 chilometri all'ora ero già pervaso dal panico, ma «sa ta vul a ta pul», diceva il grande Red Ronnie. A primavera, convinto da un rider della Nazionale, ho fatto la pazzia: mi sono iscritto al campionato mondiale IIDA. 14\16 Luglio 2011 Confort Francia. Prima botta sui denti: le gomme sono sbagliate e cado quasi ad ogni curva. Risultato: a fine gara 40 secondi mi separano dal primo, una cifra considerando i solo 3 km di tracciato. 22\23 Luglio 2011 Bettola - Piacenza. La lezione mi è servita: nuovo carrello più lungo assetto rialzato e gomme al cianuro ( il massimo ). Risultato: gara perfetta, pelo le curve e sfioro gli 85 km orari. Ora il divario con i primi si evidenzia solo con l'incredibile capacità di questi di mettersi letteralmente di traverso in una derapata a ruote ferme, che li porta ad arrestarsi in poche decine di metri a qualsiasi velocità. Un meccanismo impossibile per me. 5\7 Agosto Teolo - Padova. La gara più bella: una splendida kermesse con 25 Nazioni partecipanti, un'organizzazione impeccabile, tre giorni con i migliori riders del mondo, terminati con una fiaccolata notturna di 170 atleti. Io ho dato il meglio di me: la gara è stata buona, bronzo italiano e 21° in classifica mondiale. Incredibile!! 2\3 Settembre 2011 Schoenberg am Kamp - Austria. Un piccolo paesino pieno di vigneti a 70 km da Vienna. Ultima gara: l'adre-

Quei ragazzi con i pattini Sono gli atleti dello Skating Club Comina, da 42 anni sulla cresta di Giorgio Doardo

allenatori, sicuri di recuperare preziosi piazzamenti alle prossime gare. Una primatista

mondiale, due europee, varie convocazioni in Nazionale. Beh, l'elenco è lungo, ma

nalina spacca. Dopo la prima run sono decimo e decidono di farmi partecipare al Duel, una gara con quattro atleti alla volta, dedicata ai primi dodici, visto la pericolosità nel compiere qualsiasi manovra in spazi ristretti. Siamo io, un ingegnere della Nasa, il padre del primo in classifica e il presidente dell' IIDA francese. Beh, duello ce n'è stato poco, mi hanno fatto scappare un po’ avanti come fa il gatto con il topo e poi mi hanno superato senza fatica. Un vero onore comunque il mio Duel dall'esito scontato. Il mondiale è terminato. Canada e Stati Uniti li salto per quest'anno e chiudo in bellezza con un degno 17° posto, ma all'occhio i francesi (i migliori della specialità ): a primavera l'Italia torna più agguerrita che mai e poi «sò cazzi!». è giustificato dalla perfezione dei gesti tecnici. Peccato che questi ragazzi siano quasi ignorati: il non avere una palla di cuoio tra i piedi li penalizza molto e devono spesso accontentarsi di complimenti e strette di mano. Si allenano tutte le sere, ma quando se ne vanno loro, l'anello si riempie di nuovo. Il gruppo amatori con i loro numerosi iscritti si ritrova una volta alla settimana per sgranchirsi le gambe: geometri , contabili e casalinghe non si perdono una lezione, giungendo anche da Udine o Vittorio Veneto. Concludendo stiamo parlando di una società che da 42 anni porta campioni e prestigio allo sport pordenonese, contribuendo alla trasmissione ai nostri bambini dei sani principi morali e sportivi di crescita e organizza numerose occasioni di incontro e condivisione tra individui.Insomma... Forza Comina!


Hanno collaborato a questo numero

LDP - LIBERTÁ DI PAROLA Giornale di strada dei Ragazzi della Panchina ad uscita trimestrale o quasi Registrazione presso il Tribunale di Pordenone N. R. G. 1719/2008 N. Reg. Stampa 10 del 24.01.2009

—————————————— Pino Roveredo "La melodia del corvo" è il suo ultimo regalo letterario. Capriole in salita, Caracreatura: Attenti alle rose, nei suoi romanzi più che scrivere dipinge. Con l'associazione ha da poco aviato un laboratorio di scrittura creativa coraggioso

—————————————— Giorgio Doardo Si lancia dai pendii con i suoi rollerblade e siccome ha talento è riuscito a piazzarsi al 18° posto nel mondilae della disciplina e, pazzo com'è, con i suoi rollerblade va dapperttutto, perfino a dormire. La prossima sfida è diventare attore e giornalista: ce la farà il nostro eroe?

—————————————— Elisa Cozzarini È riuscita a far scrivere a Ginetto un articolo intero, impresa non da poco. Giornalista in bici da corsa e zainetto, è una tipa che vedresti meglio sfrecciare a NY piuttosto che nella pista ciclabile di PN. Insomma, Freelance Amstrong

—————————————— Guerrino Faggiani Rinasce nel maggio 2006 all’ospedale di Udine. Da lì in poi è blogger (www.iragazzidellapanchina.it/ gueriblog ), attore, ciclista.. Come giornalista, o gli date 5000 battute oppure non si siede neanche davanti al computer. “Cosa? Tagliare?!? Piuttosto non sta neanche metterlo..”

—————————————— Franca Merlo O Francesca, non lo capiremo mai… Aderente al gruppo pressochè dalle origini, è una “diversamente giovane” sempre in fase di sperimentazione della vita, con qualche capello bianco e tanto spirito di avventura. Per adesso è andata a vivere nella periferia londinese, più avanti… si vedrà.

—————————————— Andrea Picco Su Fb alla voce orientamento religioso ha scritto integralista juventino. Ora stiamo pensando di scrivere a "chi l'ha visto?" per sapere che fine a fatto sia lui che la Juve. Ogni tanto ci arriva una mail che conferma la sua esistenza, come le poche

—————————————— Chiara Zorzi Finalmente una femmina tra tutti questi operatori maschi! Ci voleva! Sopranominata miss perfettina, non le scappa proprio niente. Ogni tanto ti viene da azzannarle la giugulare, ma poi ti fermi e pensi: "Meno male che Itaca ce l'ha mandata!"

—————————————— Stefano Venuto Da operatore si è insediato a febbraio 2010, ed ha ricevuto il battesimo da "Zio Franco" che appena visto lo ha insultato e lui gli ha risposto: "un attimo che appoggio la borsa e poi ne parliamo" da quella volta sono amiconi.

—————————————— Fabio Passador Quando si dice che nella botte piccola ci sta il vino buono! L'ultimo acquisto della squadra operatori ne è una conferma. In barba alla sua altezza, lo trovi ovunque: arte, sociale, impegno civile, politica ed ora è anche un Ragazzo della Panchina.

—————————————— Monia Guarino Arriva dalla terra del mangiare bene, dei ritardatari e degli artisti. L'artisticità è un suo pregio, il ritardo un limite ed il mangiare bene un miraggio. Ci piace così, ma attenzione, riposa ogni tanto!

—————————————— Ada Moznich Per l'Unità è una dei nuovi Mille italiani che stanno rifacendo l'Italia, impresa ben più ardua di quella garibaldina. Se quelli avevavo la camicia rossa, a lei basta un fiocco. Non ci resta che sperare che lei e gli altri 999 non la rifacciano uguale.

—————————————— Manuele Celotto Scrittore, nuotatore, scacchista, attore. Memorabili le sue performance nel ruolo del carcerato, con tanto di lancio della canotta al pubblico e pettorali in bella mostra. Per un po’ di tempo, purtroppo, si è dimenticato di uscire dalla parte.

—————————————— Milena Bidinost Il direttore non si discute, si ama. perchè si è ripresa la vita (www.milenabidinost.blogspot.com) e oggi, come un trionfo, il direttore" vive, parla, ride, si arrabbia, commuove, annoia, risveglia…"

Direttore Responsabile Milena Bidinost Direttore Editoriale Pino Roveredo Capo Redattore Guerrino Faggiani Redazione Andrea Picco, Franca Merlo, Ada Moznich, Elisa Cozzarini, Franco De Marchi, Chiara Zorzi, Manuele Celotto, Fabio Passador, Roberta Sabbion, Giovanni Di Prima, Sefano Venuto, Andrea Appi, Ramiro Besa, Ferdinando Parigi, Paolo Piergentili, Monia Guarino, Giorgio Doardo, Tiziana Buriola, Mauro P. Editore Associazione i Ragazzi della Panchina ONLUS Viale Grigoletti 11, 33170 Pordenone Creazione grafica Maurizio Poletto Impaginazione Ada Moznich Stampa Grafoteca Group S.r.l. Via Amman 33 33084 Cordenons PN Fotografie A cura della redazione Foto a pagina 1 e 6 da sito: http://commons.wikimedia.org/wiki/ Main_Page Foto a pag 8 Renato Ciot Foto a pagina 9, 12 e 13 Micaela Hareje e Fabio Passador Foto a Pagina 10 e 11 Michele Missinato Foto a pagina18 Giorgio Doardo Chi vuole scrivere, segnalare, chiedere o semplicemente conoscerci, contatti la redazione di LDP: info@iragazzidellapanchina.it Questo giornale é stato reso possibile grazie al contributo della Fondazazione CRUP attraverso il Comune di Pordenone

—————————————— Mauro P. Come ogni portiere sopraffino è destinato all'eccentricità. Vive di grandi slanci e di rovinose cadute, ma ci si può contare, quando serve c'è. Straccio in mano, lo sporco non ha lunga vita!

Associazione i Ragazzi della Panchina ONLUS Viale Grigoletti 11, 33170 Pordenone Tel. 0434 363217 email: info@iragazzidellapanchina.it www.iragazzidellapanchina.it Per le donazioni: Codice IBAN: IT 69 R 08356 12500 000000019539 Per il 5X1000 codice fiscale: 91045500930 La sede dei Ragazzi della Panchina é aperta dal lunedí al venerdí dalle ore 14:00 alle 19:00

—————————————— Franco De Marchi Frate mancato, tra i fondatori degli RdP, poeta cambusiere per sua stessa ammissione si è lavato qualche volta il viso con gli occhiali da sole su. Oltre agli occhiali c'è una cosa da cui è inseparabile: la... polemica


dopo 12 anni di nuovo senza fissa dimora I ragazzi della panchina


LDP 4/2011