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APPROFONDIMENTO

Legati ma liberi passo dopo passo

Libertá di Parola quello che dici, ma difenderò fino 2/2013 —— Disapprovo alla morte il tuo diritto a dirlo. (Voltaire)

L' EDItoriale

22 maggio 2013 Addio a Don Gallo di Cristina Colautti La notizia della scomparsa di Don Andrea Gallo è arrivata anche nella sede de I Ragazzi della Panchina. Tra di noi alcune battute ed uno scambio di sguardi tra il malinconico e l’incredulo. Ci ha lasciato un altro grande uomo, che si è speso quotidianamente per gli ultimi, senza distinzione alcuna. Don Gallo, come il suo grande amico Fabrizio De Andrè, sono per me due bussole, anche nella scelta del mio percorso personale e lavorativo. Il primo con le sue azioni e le sue denunce, il secondo con la sua poesia, sono riusciti a percorrere e mostrare i chiaroscuri, ma soprattutto le ombre, di questa nostra società. Con le loro pa-

role ed il loro comportamento hanno regalato nuova dignità agli emarginati e «consegnato alla morte una goccia di splendore». Don Gallo, affermando e ribadendo il primato della coscienza personale e lottando contro un fare giudicante che crea stigmatizzazione ed esclusione, ci ha insegnato davvero cosa vuol dire la parola accoglienza. Quest’uomo per oltre trent’anni ha così aperto le porte della sua casa e le sue braccia a tutti, in primis, ai suoi amati tossici, come lui li chiamava. E per loro e con loro si è sempre battuto per una società e delle leggi che invece di punire, si prendessero cura di chi vive in una condizione di disagio e sofferenza. Ci ha lasciato un maestro dell’accoglienza, un uomo che amava definirsi prete da marciapiede, laureato presso l’università della strada. E’ la stessa strada in cui è nata e dove tutt’ora opera la nostra associazione, che è riuscita a riunire sotto uno stesso

A due anni di distanza dall’avvio del progetto “Legati ma liberi, passo dopo passo” realizzato in collaborazione con il Dipartimento per le tossicodipendenze dell’Azienda sanitaria di Pordenone e con le sezioni Cai di Sacile e Spilimbergo, tante sono le esperienze portate a casa dai ragazzi. Ve le vogliamo raccontare: dalla ciaspolata alla ferrata, dall'ampicata al trekking, direttamente con le parole di chi ha partecipato. a pagina 9

nome ed identità persone che all’inizio avevano in comune quasi esclusivamente dei problemi. Quest’associazione, che a breve sarà maggiorenne, è oggi una realtà importante nel territorio, una porta aperta sulla strada attraverso la chiave dell’accoglienza. In sede non si condivide più solo un malessere, ma si scopre nella compartecipazione a momenti, spazi, attività ed obiettivi come i limiti possono essere superati, come il dolore può diventare risorsa, come si è persone prima che stereotipi o categorie. La bellezza della parola persona, che nel suo significato non propone qualsivoglia etichetta, qui trova la sua concretezza. L’associazione accoglie coloro che sono prima di tutto i vari Marco, Antonio, Silvia, Luca, Giorgia e si fa carico, nelle sue possibilità, delle fragilità, ma soprattutto delle potenzialità di ognuno. In questi anni sono molti i traguardi raggiunti grazie alla caparbietà e alla complicità di ragazzi ed educatori, che hanno mostrano nel loro operare la dedizione e la convinzione verso principi quali l’accoglienza e l’integrazione, ed anche questo giornale, come il laboratorio di teatro e l’incontro gemellaggio con i ragazzi di Scampia sono i frutti maturi di questo comune impegno dei quali, voglio credere, ben presto la nostra società non vorrà fare a meno. «Sempre e con coraggio cerchiamo di continuare ad essere trafficanti di sogni», queste le parole di Don Gallo che lascio come augurio a I Ragazzi della Panchina, agli operatori e a tutti coloro che si spendono nel proprio territorio affinché la vera integrazione da aspirazione e speranza diventi per tutti quotidiana esperienza.

IL TEMA

L'Aism e la medicina della condivisione a pagina 2

inviati nel mondo

«Tra i poveri del Perù la mia esperienza come volontaria» a pagina 13

Spettacolo

Ale & Franz a Udine per le prove di spettacolo a pagina 14

pankakultura

L'attrice Claudia Contin, una vita passata a vestire la maschera di Arlecchino a pagina 16

Panka News

Altre Strade, il primo forum internazionale sul contrasto del consumo di sostanze a pag. 18


IL TEMA

SCLEROSI MULTIPLA, QUELLA STANCHEZZA CHE FA PAURA L'Aism aiuta i malati ad avere una buona qualità della vita di Milena Bidinost «Oggi nella nostra provincia ci sono circa 250 malati di sclerosi multipla dichiarati, ma le stime parlano di oltre 300 persone. Esiste infatti ancora una fetta di popolazione che vuole restare anonima. E’ però importante che il malato e la sua famiglia facciano un percorso di consapevolezza. Purtroppo con la sclerosi multipla bisogna convivere e non è detto che l’epilogo sia dei più tragici». Sante Morasset dal 1996 fa parte del direttivo dell’Aism Pordenone, l’associazione italiana per la sclerosi multipla: da cinque anni ne è il presidente, lui che di malattia non soffre, ma che si è avvicinato all’associazione per spirito di aiuto al prossimo, fino a diventarne parte integrante. Sclerosi multipla, fa davvero così tanta paura? «Rispetto ai primi anni Ottanta, quando si è costituita l’Aism, oggi la ricerca medico scientifica ha fatto grandi

progressi, sia in termini di velocità della diagnosi che di ventaglio di cure disponibili. I numeri dei malati sono quindi aumentati e sono quelle persone che sono seguite dai reparti di Neurologia degli ospedali. Ce ne sono ancora tante però che scelgono di rimanere nell’ombra, o che in alcuni casi sottovalutano i sintomi dando la colpa allo stress o alla stanchezza che i ritmi di vita comportano». Quali sono dunque questi sintomi? Come si manifesta la sclerosi multipla? «L’esordio della malattia di solito coincide con una prolungata difficoltà a recuperare energie, con una grande stanchezza quindi, e con una certa difficoltà a coordinare la vista con le azioni. Tipica ad esempio è la difficoltà di afferrare oggetti che pur si vedono. La sclerosi multipla infatti è una malattia neurologica che colpisce il sistema nervoso centrale, il quale comprende il cervello e il mi-

dollo spinale». Per la sua esperienza in Aism, quali sono le principali difficoltà che incontra un malato di fronte alla diagnosi? «I malati riferiscono che il loro primo grande problema è quello di conoscere l’evoluzione della malattia, che però è subdola e imprevedibile. La diagnosi in altre parole scatena la paura dell’ignoto e l’incertezza del domani legata alla salute e alla qualità della vita. Spesso c’è l’errata convinzione che sclerosi multipla significhi automaticamente carrozzina e infine morte. Non è proprio così invece. I giovani soprattutto si gettano in ricerche nel web e non sempre è un bene. L’unica via giusta è quella di affidarsi ai medici e parallelamente di trovare un sostegno emotivo e psicologico».

Questa è la filosofia dell’Aism. In che modo frequentare l’associazione può aiutare? «Innanzitutto a condividere la propria situazione e i propri pensieri con altre persone al fine di accettarla più facilmente. Nella sede provinciale dell’Aism sono continuamente impegnati una ventina di volontari e il ventaglio di servizi offerti è molto ampio: si va dalla fisioterapia, anche a domicilio per chi non può muoversi, al trasporto gratuito; dagli incontri con lo psicologo, anche per i famigliari dei malati, al telefono amico e ai gruppi di auto aiuto specifico per i soci più giovani, dai laboratori artistici alle attività ricreative fino agli sportelli informativi”.

Luca era uno dei tanti ragazzi che amava lo sport e la compagnia: aveva 28 anni, una fidanzata, un lavoro e tanti progetti. «Poi cominciai a sentire formicolii e perdita di sensibilità al braccio sinistro – racconta – - Ero sempre stanco, ma davo la colpa alle uscite fino a tardi con gli amici. Finché, mentre ero al lavoro, non mi cadde dalla mano

un oggetto e dà lì mi fecero una risonanza magnetica. Iniziò così la storia con questa malattia». All’inizio fu un calvario di un anno di cure tentate, compreso un chemioterapico, di controlli e visite in ospedale, e di ricadute: una fu più brutta delle altre. «Ero già sotto cura – ricorda Luca – e dalla sera alla mattina non ci vidi più da un occhio.

L’informazione appunto è fondamentale per il malato per diventare consapevole di ciò che gli sta succeden-

«Fu il pensiero di mio figlio a farmi trovare la forza» La testimonianza di un trentenne: la depressione, le cure e poi l’accettazione arrivata grazie alla famiglia e all'Aism di Milena Bidinost «Fu una brutta litigata con colei che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie a farmi scattare la molla in testa e a farmi reagire dopo due mesi di depressione e non voglia di vivere seguiti alla diagnosi. Mi disse: se non ti dai una mossa come potrai mai tenere tuo figlio in braccio?» . Luca, nome di fantasia, cominciò da lì il suo percor-

so di accettazione della malattia: dalla voglia di avere una famiglia ed una vita normale, nonostante la sclerosi multipla. «Non fu affatto facile – ammette – ma ritornai un po’ alla volta alla mia vita e in questo mi aiutò molto il percorso fatto all’interno di Aism e nel gruppo di auto aiuto dei giovani». Quattro anni fa, era l’aprile del 2009,


do, per dare la giusta dimensione al problema, ma anche per migliorare la sua qualità di vita. «Per questo investiamo molte ore di volontariato nello sportello interno alla sede per tutti i soci, dove i volontari informano e aiutano nella pratica le persone in tutti gli aspetti burocratici legati alla malattia. Anche riguardo a quelli legati all’ambito lavorativo, dove esistono ancora molte discriminazioni. All’interno del reparto di Neurologia dell’ospedale di Pordenone inoltre gestiamo un Info Point che fornisce le prime informazioni e che è molto apprezzato soprattutto dai neo diagnosticati». L’Asim di Pordenone ha inoltre un altro ambizioso progetto nel cassetto. «Stiamo lavorando per far nascere all’interno della nostra sede un centro diurno che permetta a molti nostri soci, che a causa della malattia non hanno facilità di spostamento, di passare delle ore da noi, usufruendo dei nostri servizi e attività. In questo modo si sollevano anche le famiglie. Per fare questo però dovremo affidarci a delle cooperative per il personale e all’aiuto economico delle istituzioni pubbliche e dell’Azienda sanitaria. Il nostro obbiettivo è di rendere questo sogno una realtà a partire dal prossimo anno». Mi spaventai tanto, ma per fortuna la vista mi ritornò». La diagnosi portò nella mente di Luca l’equazione sclerosi uguale infermità e la reazione fu un totale rifiuto di andare avanti. «Per i primi due mesi avevo allontanato tutto e tutti e mi ero chiuso in me stesso – spiega - . Ero pieno di pensieri, molti dei quali derivati dalla non corretta conoscenza della malattia e mi sentivo un peso. Poi quella litigata furiosa, mi ha aperto gli occhi. Corsi da solo in macchina per qualche ora e ritornando dalla mia ragazza dissi: okay, proviamoci». Oggi Luca è papà di un bambino di cinque mesi che coccola tra le sue braccia, con l’accortezza di non sorreggerlo con il braccio sinistro. «Ho sempre paura di perdere la forza e di farlo cadere – confessa – ma riesco a godermelo in tutto il resto. Certo non posso più fare due cose in una, perché la mia mente fatica a coordinare tutto, ma che

L’ associazione AISM In Italia ci sono circa 60mila malati. La sclerosi multipla colpisce con una frequenza di 1 ogni 1.500-2mila abitanti. Le donne sono colpite due volte più degli uomini. L'intervallo di età più comune è fra i 20 e i 40 anni, anche se può colpire individui più anziani o più giovani. In provincia di Pordenone i casi noti, perché seguiti dai reparti di neurologia degli ospedali, sono circa 250. Ma si stima che quelli reali siano oltre i 300. Nata nel 1982, la sezione provinciale di Pordenone dell’Aism partì all’epoca con poche decine di soci: oggi ne conta 250, di cui 200 sono quelli con sclerosi multipla. E’ la più attiva tra le quattro del Friuli Venezia Giulia e dell’intero Triveneto. I volontari che prestano il loro tempo nella sede di via Nogaredo, a Cordenons, sono una ventina, per un totale annuo di 4mila ore di lavoro, 1.850 ore di prestazioni socio sanitarie, 50mila chilometri percorsi dal servizio di traporto. All’Info Point del reparto di Neurologia dell’ospedale civile di Pordenone le ore di servizio sono invece 200. Il sito dell’associazione è: www.aism.it/pordenone.

importa, apprezzo ogni mio piccolo successo quotidiano”. Luca ha imparato tutto questo grazie alla vicinanza e al sostegno della sua famiglia e allo scambio di esperienze con gli altri frequentatori della sede dell’Aism di Cordenons. «Il confronto è stato determinante – riconosce - e ha aiutato molto anche mia mamma ad accettare: personalmente mi ha fatto sentire meno solo e più consapevole. A tutti coloro che non riescono a dichiarare la loro situazione – è il messaggio – dico che così facendo fanno male a se stessi e a chi li ama: non si può scappare né negare la malattia. Accettarla aiuta ad essere più sereni». Oggi a Luca resta un solo ostacolo emotivo da superare. Si chiede infatti, guardando suo figlio, con che parole gli racconterà della sua condizione di salute. «La sclerosi multipla non è trasmissibile – dice – ma nonostante ciò ci penso a come lui potrà reagire».

Dallo scambio di esperienze la motivazione per guadare avanti Giorgio, nome di fantasia, convive con la malattia da 21 anni. In Aism è stato anche di Andrea Lenardon E’ giovedì, per la seconda volta in due giorni varco la soglia della sede Aism di Cordenons, per conoscere una persona e fermare nero su bianco una parte della sua vita. Aldilà del blocchetto prendi appunti e di tutte le domande che mi frullano in testa, mi sento già grato a quest’ uomo che si presta a raccontarsi a uno sconosciuto, penso non sia facile, penso ci voglia coraggio. Non conosco nessuno e mi avvicino a un signore; mi presento spiegando di essere li per un’intervista e scopro di essere andato dritto dalla persona giusta. Giorgio, uso un nome di fantasia, mi dà subito l’impressione di essere una persona alla mano, cortese e disponibile. E’ sulla sessantina e ha la sclerosi multipla da ventun anni. Mi mette a mio agio, dice di non avere problemi a parlare di sé. E inizia dal principio. Dopo essere diventato papà due volte in tempi ravvicinati, stava vivendo un periodo intenso e stancante, nel quale sentiva una grande spossatezza e gli capitava alle volte di inciampare in ostacoli minimi, cadendo “dritto come stava”. Ha così cominciato a preoccuparsi e ha incominciato con gli accertamenti. Dopo diversi esiti negativi, l’ultimo esame di tipo neurologico fece emergere la possibilità della diagnosi di sclerosi multipla, presto confermata in ospedale. Non comprese immediatamente l’importanza della malattia: solo quando gli fu spiegato è arrivata la paura. Il pensiero è subito corso alle due figlie piccole e la preoccupazione, naturalmente, si diffuse anche nell’ambito familiare. Per capirci qualcosa di più e verificare lo stato di avanzamento della malattia, Giorgio si rivolse quindi all’Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano. Qui seguì tutto l’iter di diagnosi e cura, continuando poi, con costanza a fare altri controlli. La malattia si dimostrava stabile nel tempo e per fortuna

Giorgio ne risentiva poco sul piano fisico, permettendogli di sentirsi tranquillo. L’unico campo in cui ne sentiva invece la presenza era quello lavorativo. Giorgio infatti si vide costretto ad un certo punto a lasciare il posto di lavoro. Fortunatamente riuscì a trovare un’altra opportunità e si lasciò indietro anche quelle tensioni dovute a stanchezza, sofferenza e nervosismo represso portate a casa dal precedente ambiente lavorativo. Gli chiedo in che modo l’Aism sia presente nella sua vita. Lui mi risponde che ne è venuto a conoscenza per caso, ma che da quando nel 2001 ha varcato le porte della sede non ha più mancato di partecipare alle attività associative. Nel tempo è diventato sempre più assiduo, tanto da assumere il ruolo di consigliere per alcuni anni. Ci tiene a sottolineare che nella sua vita Aism ha assunto un ruolo importantissimo, per lui l’aspetto più prezioso sta nella condivisione di testimonianze, nella ricchezza e nell’aiuto che si ricava dall’opportunità di conoscere esperienze diverse, valorizzando lo specifico bagaglio di ognuno dal quale si può trarre un forte senso di comunione e motivazione a guardare avanti. Partendo dalla sua esperienza, Giorgio sottolinea la basilare importanza di un ambiente disponibile e paziente, di tipo familiare. Nel momento di una diagnosi accertata di sclerosi multipla, tutto questo aiuta e alimenta la volontà a non lasciarsi sopraffare, a combattere.


DOVE C’È VOLERE, C’È POTERE «La resistenza che hai dimostrato di fronte ai dolori della droga può diventare la forza di volontà per liberarsene» di Tina Mi piaceva un sacco farmi il metadone in vena, ne accumulavo anche 20ml e poi mi facevo un bel perone e stavo divinamente. Poi alcuni amici si beccarono una trombosi o altre malattie gravi ed io, avendo avuto problemi al cuore, sapevo di rischiare tanto ogni volta che mi bucavo e per giunta nella femorale, che è l'ultima vena rimastami. Fino a che un giorno sono andata al pronto soccorso dell’ospedale perché

avevo i sintomi di una microtrombosi. Per mia fortuna non era quella la causa del mio male, ma fu quella volta che decisi di togliermi il metadone. Dopo aver fatto vari scalaggi, sempre senza successo, ho deciso di passare al suboxone e mi sono trovata benissimo. In poco tempo la voglia di bucarmi è passata, sono dimagrita e sono diventata attiva. Prima ero sempre a letto, la casa era lurida, ora faccio sport e non c'è mai un

piatto da lavare. Il suboxone mi ha proprio cambiato la vita, ma la cosa che più ha influito è stata la mia volontà di voler cambiare, perché volere è davvero potere e ora sono più ottimista. Nella vita, se ho avuto la forza di mollare eroina, minias, cocaina, trip e chetamina (un passo alla volta, non tutto insieme e mi sono serviti 14 anni), allora so che con l'impegno posso riuscire in tutti i miei obbiettivi e anche voi potete, basta

volerlo. Anche se siete infognati nella droga, come siete bravi a tirare fuori i soldi per una busta e a s o p ra v v i ve re nell'incubo della tossicodipendenza, quelle potenzialità le potete usare per trovare la forza per uscirne o per raggiungere ogni obiettivo che vi proponete. Noi tossici, se vogliamo, abbiamo una marcia in più dei normali, che non saprebbero cavarsela nella vita come noi quando dobbiamo affrontare dei problemi. Allora ricordatevi che siamo forti e la forza è dentro di noi e niente può battere la nostra volontà. Ricordate: volere è il segreto per superare gli ostacoli delle nostre travagliate vite.

celox L’8 aprile è morta Margaret Thatcher, personaggio di spicco della politica inglese per oltre un decennio. In Inghilterra fu la prima donna premier e governò per tre mandati, di cui l’ultimo non lo portò a termine. All’epoca per il Regno Unito non era un bel momento in generale. L’economia era in declino, l’inflazione era problema serio, gli holligans imperversavano dentro e fuori (l’Heysel e non solo) dall’Inghilterra. Durante i suoi tre mandati la Thatcher si trovò di fronte alla necessità di fare scelte anche drastiche ed impopolari, come nel caso dello sciopero ad oltranza di minatori e portuali; si salvò da un attentato dell’I.R.A.; amministrò al tempo dell’attacco terroristico ad un’ambasciata, della guerra delle Falkland e di molto altro ancora. Però fece delle scelte ed andò avanti dritta per la sua strada. Da qui il soprannome che le fu dato di “iron lady”, la signora di ferro. Questo per sottolineare che, anche se le sue scelte furono dolorose ed impopolari, funzionarono. L’inflazione diminuì, risolse il problema degli holligans, gli attentatori furono catturati (diresse in prima persona le operazioni), fece costruire il tunnel della Manica e via dicendo. Tutto quel che ha fatto aveva un unico denominatore: era fatto con l’ottica del bene comune. Ma è questo una questione di cultura. in England, quando vanno a votare, sanno che anche nel caso non vinca il loro candi-

Cari politici italiani, ricordatevi la lady di ferro In Inghilterra la Thatcher fece scelte dure per il bene comune. In Italia si attende ancora una legge elettorale che dia al Paese un buon governo di Manuele Celotto dato ma l’avversario, pur con idee e ricette diverse, opererà per il bene della Nazione. Vi sembra poco? E qui, in Italia, quanto conta il bene comune? Votiamo in quest’ottica?

No! Per tanti è solo la scelta del male minore. Vero che la politica tra interessi di parte, distanza dalla gente e litigi assortiti ha creato molta disaffezione, ma i politici li votia-

mo noi, non sono lì per caso. Conta davvero il bene comune? E quanto? O ci lasciamo abbindolare dalle promesse che vengono fatte? Non ci facciamo delle domande tipo: quanto c’è di realizzabile in quel che dice e promette il tale candidato? Che costi e conseguenze può avere se quel che dice viene fatto? Un paio di esempi a caso: in 20 anni di “meno tasse per tutti” il carico fiscale è cresciuto di una dozzina di punti. Via l’Ici dalla prima casa e meno scuole e meno tempo pieno, tagli alla sanità, due milioni di cittadini che non possono nemmeno ricevere cure adeguate o pagarsi il ticket e un sacco di altri servizi. Certo che 300 o 400 euro in tasca fanno comodo, ma non fanno fare un salto di qualità, in compenso hanno un costo sociale elevato. Ma il problema non è tra destra o sinistra al governo, quanto nello stallo che si viene a creare. Una camera approva, l’altra boccia e nessuno riesce ad attuare il programma che si era prefissato in un eterno gioco di equilibrismo e contorsionismo. Diventa fondamentale una legge elettorale che consenta di governare a chi vince le elezioni, mettere in atto il suo programma e, se non funziona, se ne va. Tornando al tema del bene comune, la Thatcher si dimise perché non era più gradita all’interno del suo partito. I nostri politici quando trovano la penna per scrivere una lettera di dimissioni?


Nella mente la chitarra di Simon suona ancora

lin e, dato che anch’io ho un debole per la musica, ci eravamo subito trovati a suonare insieme. Lui era arrivato fresco fresco dai pub della Gran Bretagna. Avevo collegato il mio microfono professionale all’amplificatore, assieme al “Jack”della sua chitarra preamplificata per scatenarci in lunghe “Jam-Session” dove io cantavo, mentre picchiavo su una spece di batteria elettronica amplificata, e lui si spellava le dita sulla sua adorata creatura. Spesso si faceva notte mentre il tempo scorreva inesorabile tra un bicchiere di birra ed un cannone d’erba. A notte inoltrata spesso crollava sul divano, lasciandomi il compito di staccare

la corrente e trascinarmi fino in camera mia. Ma presto il demone dell’eroina si insinuò nella mente del mio nuovo amico. Sono un tipo ospitale e rapidamente iniziarono a far capolino brutte facce con cattive intenzioni. Tempo prima a Padova lo avevo salvato da una dose che il suo cuore non poteva sopportare: svenendomi davanti fui costretto a chiamare l’ambulanza. Fu necessario il massaggio cardiaco e, dopo l’arrivo del 118, misi in salvo la chitarra e la sua bellissima custodia prima che “sparisse”. Aspettai ore alla stazione di Pordenone e, quando arrivò, alla vista del suo strumento gli si illuminarono gli occhi. Lo avevano rimesso a nuovo. Decisi di ospitarlo a casa mia, dato che era passata mezzanotte da un pezzo. Era d’estate e mentre amava suonare al parco, la sua amata chitarra come una calamita attirava sempre gruppi di gente, per lo più giovani interessati alla musica. Poi in giorno infausto mi raggiunse la notizia che lo avevano coinvolto in una storiaccia fuori provincia. Non conobbi mai i dettagli della sua fine, ma tutt’ora non accetto di chiudere un’amicizia con una sola parola : overdose.

sta Italia attuale ed anche dell’intero pianeta, e a farsi male, perché questa realtà, oltre che essere disastrosa nella vita concreta, ci fa sentire impotenti. Poi ogni tanto qualche bella notizia viene dalla società civile, che sì, esiste ancora, per esempio senti di Gino Strada o don Ciotti o altri, grandi e piccoli, e ti tiri un po’ su; poi qualche bella notizia viene dal privato, una festa in famiglia, una nascita, un matrimonio... che accanto ad un po’ di preoccupazione (che avvenire avranno?) ti danno anche il senso della vita che continua. Ed è la vita la grande parola, sì, è questa. La vita continua, e per gustarla devi lasciare che la storia abbia il suo corso, devi in un certo senso mollare la presa, non pretendere che le cose vadano nel senso che ritieni giusto, dentro ai tempi che decidi tu. Rendersi conto che non siamo onnipotenti, e accettarlo. Quanto spirito di tolleranza, quanta arte ci vuole, per vivere senza cedere al pessimismo! La storia ha i suoi tempi e non possiamo forzarla. Forse dobbiamo toccare il fondo (e che fondo!) prima di

risalire. E’ vero, c’è una storia degradata, ma intessuta con questa c’è una storia fatta dalle persone di buona volontà, e ce ne sono molte, anche vicino a noi, basta avere occhi per guardare. I Ragazzi della Panchina hanno scelto questa seconda strada. Quale strada vogliamo percorrere, ciascuno di noi? Solo questa scelta, possiamo fare. In questo contesto comprendo le parole di Gesù: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Quelli che hanno cattiva coscienza vadano per la loro strada, io ne ho scelta un’altra; dove non basta che mi indigni, bisogna che mi coinvolga di persona, che favorisca tutto ciò che è vita, che additi motivi di speranza, che sia sincera e trasparente, che eviti le piccole disonestà a portata di mano, io. Solo di me posso rispondere. E questo è già “politico”, è già “sociale”. E ritorno alle parole di Gesù,-ma per altri potrebbe essere semplicemente la propria coscienza, che invita a decidersi senza tentennamenti: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu, seguimi”.

«Fu un’amicizia di un’estate, ma ci legò la passione della musica. Se lo portò via la droga» di Ennio Rajer Ci sono persone che lasciano un segno e che, quando le conosci, anche solo per mezzora, non te le dimentichi più, per tutta la vita, ed è per questo che torno a scrivere di Simon e del suo grande cuore foriero di intense emozioni e così grande da uscire dalla sua cassa toracica, per avvolgerti in un abbraccio d’amore seppur nel contempo così fragile da cedere al minimo assalto della droga. Ad averlo saputo prima che l’amicizia sarebbe durata poco mi sarei procurato una fiala di Narcan (naloxone cloridrato) da usare nell’emergenza. Come quella volta che ho salvato il mitico Marino da Barcis, che alla fine mi ringraziò confidando-

mi che era talmente travolto dai problemi che per lui non c’era più alba. Sto uscendo da una brutta malattia e sento la memoria fare cilecca, i ricordi svanire. Ecco perché li assecondo quando qualcosa riaffiorano alla mente. Come con Simon. Mi pare di averlo conosciuto due o tre anni fa, mentre bazzicava in balia dei soliti ignoti (serpenti bastardi approfittatori) che lo sfruttavano in tutti i modi ed in tutte le situazioni. In quel periodo lui non sapeva cosa fosse la droga, tantomeno l’eroina, in compenso beveva quantità industriali di superalcolici. Era bravissimo con la chitarra, suonava ad orecchio tutto il repertorio dei suoi adorati Led Zeppe-

L'ANGOLO DELLA FRANCA

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti», tu segui la tua strada In questo tempo di crisi economica e morale, ci vuole tanta arte per vivere senza cedere al pessimismo di Franca Merlo Giorni e giorni a cercare di “buttar giù” qualcosa di scritto, ma non viene fuori nulla. Non riesco a trovare un argomento, una riflessione, perché sono senza parole dentro, sono spenta. La crisi che stiamo attraversando mi amareggia a tal punto! Ci hanno tolto voglia di vivere, ci hanno tolto la speranza, questa è la cosa più grave. I corrotti, gli evasori sistematici, i politici bugiardi e senza pudore con i loro servi interessati, che nessun cittadino ha mai elet-

to e da cui sembra che non possiamo liberarci mai più. Messi lì apposta a mostrare come la corruzione e il servilismo paghino. E la voluta decadenza della scuola, la gente che perde il lavoro, il razzismo montante, i suicidi in aumento. E i mass media con i loro programmi stupidi e l’informazione parziale o palesemente bugiarda, che fa un’anti-educazione funzionale a questo stato di cose. Si potrebbe continuare per ore a parlare dei mali di que-


Nel teatro delle marionette, un giocattolo che nessuno osa rompere In cima alla gerarchia dei potenti, l’Ordine mondiale decide sulle Nazioni. Un’associazione a delinquere che fa vivere i popoli nell’illusione della libertà di Guerrino Faggiani Felix1877

Ordine mondiale. Mi corre un brivido solo a dirlo. Perché è denominata così una cricca di potenti che, tramite la finanza, decide le sorti di popoli e Nazioni, in sostanza di tutto quello che succede nel nostro pianeta. Naturalmente ciò è illegale, perché non è consentito che pochi decidano le sorti di una massa sconfinata di persone, alla faccia della tanto decantata civilizzata democrazia. Ma nella realtà, manipolando i beni essenziali di consumo e non, questo Ordine mondiale decide impunemente quale Nazione debba far parte del terzo mondo, quale svilupparsi e come, quale affondare nei debiti e quale debba

EL CANTON DE GUERI

INVESTIMENTI SICURI - Oh el me ex paron, anca ti qua in banca? Sotu vignuo a tirar fora i schei che te me devi?-No no son vignuo a chieder un prestito altro che tirar fora schei.-Ti par mi no te ne ga mai ah?!-No sta dir monae Gofredo, co se tratta de no pagar no faso diferense co nisun. E po a ti no i te serve neanca, con tutti quei che l’ha to papà..-Che l’aveva, go trovà dove che i li tigniva in casa, li ho portai in banca e ho fat un “investimento sicuro”. Te vedarà che sorpresa che ghe faso.-A be si ste qua l’è sorprese si.-Ghe faso veder mi, lu ch’el dise sempre che ho quaranta ani butai via pa l’acqua. El direttor el me ha spiegà tut benon, i me li investe e appena che incasso el guadagno, ghe torno i schei al vecio e co quei che resta me sistemo.

dominare; decide anche ciò che dobbiamo produrre e consumare, praticamente determina nel bene e nel male tutto quello che ci viene in mente e molto di più. I sistemi che reggono l’economia di un paese, ovvero le banche, sono assoggettati ad una scala gerarchica di influenza che vede le meno solide ruotare attorno alle più potenti, che a loro volta sono controllate dalle banche centrali statali. Sopra queste ci sono le banche di unione di Stati che condividono la stessa moneta, da noi ad esempio la Bce (Banca Centrale Europea), negli Usa la Federal Reserve, le quali, incorporate dalla Banca mondiale e dal Fon-

do Monetario Internazionale, sono sottomesse al dominio dell’occhio nel triangolo che sta in cima alla piramide gerarchica della economia globale, e che simboleggia appunto l’Ordine mondiale. A differenza delle banche nazionali e di unioni monetarie, che per legge devono essere a sovranità popolare ma che in realtà sono in mano a dei privati che non hanno neanche bisogno di nascondersi, l’occhio nel triangolo non ha contorni ben definiti, è guidato da personaggi che si muovono nell’ombra. In realtà si sa chi sono questi burattinai: ogni operatore finanziario e chi se ne intende un po’ conosce a grandi linee la loro

identità: fanno capo a nomi di persone e casati storicamente potentissimi che grazie alla loro unione governano il mondo. Affermando tra l’altro dalle loro menti pacate completamente staccate dalla vita di noi comuni mortali, che il popolo non è in grado di gestirsi e che va governato per evitare che si faccia del male. E così ci pensano loro a determinare fallimenti e miracoli finanziari, stanziando prestiti a Nazioni sottosviluppate che con facili conti alla mano non saranno mai in grado di onorare, tenendole così in pugno in un eterno debito che prosciuga le ricchezze del loro operare e delle loro risorse. È un gioco

Già me vedo come un ricco signore.-E l’ora veistu mo che no te ha bisogno de schei, te son un capitalista ormai, sotu vignuo a incassar?-Noo, i me ha ciamà lori, devo parlar col consulente par robe che me riguarda i ga dita, ma no so neanche chi che l’è sto consulente.-Ara la che l’entra proprio ades tal so ufficio, va li e presentete, mi scampo che ho la macchina in divieto.-Si ciao ciao. Ocio che vado.. permesoo..-Si? -El sior consulente?-Si? -Buongiorno, Gofredo.-Anche mi ma resisto.-No digo me ciamo Gofredo.-Aaa.. el me scusi credevo ch’el parlassi del riscaldamento che nol va, avanti avanti.. piacere Luca, Luca Gava.-E l’altro el vardava?-Prego?-No niente parlavo da sol. El

me scolti, mi son Gofredo quel dell’investimento sicuro.-Ah si prego prego si accomodi signor Goffredo. Allora, non le faccio perdere tempo e vengo subito al motivo per cui l’abbiamo fatta chiamare, ci sono dei conti da regolare.-Conti? Che conti? -E be quelli.. ma lei ancora non lo sa?-Saver cosa?-A ma allora.. signor Goffredo permetta che le stringa la mano e le faccia le mie congratulazioni, perché ora lei è proprietario di 6 tonnellate di sardine in marmellata di mirtilli arrivate via mare e stivate nei nostri magazzini del porto.-Coossaa??-E si un vero affare, le abbiamo importate dal Guatemala, adesso deve solo venderle, contento? Però intanto ci sono dei conti da saldare: la prima rata del deposito frigorifero, la transazione della compravendita il trasporto in nave le spese di sdoganamento le..-Ou ou ou ferma ferma, ma

stemo schersando? Mi no go più schei, ve li ho dati tutti a voi par l’investimento sicuro, e ades vien fora che invece de tirar devo pagar?-Signor Goffredo quando venderà la merce rientrerà di tutto.- E quando la vendo mi? E a chi?? Iee.. me paree.. 6 tonelade de sardine, ta la marmelata, dal Guatemala, ma che porcheria ela chi magna quela roba li?-Cosa?? Signor Goffredo.. ma stiamo scherzando? Quella non è mica roba per mangiare, quella è roba per comprare vendere comprare vendere..-A si? E a chi la vendo mi adess??Be noi dovevamo spendere bene i suoi soldi e così abbiamo fatto. Certo che se non sa come piazzarla.. con una giusta e adeguata percentuale possiamo occuparcene noi. Per quanto riguarda quello che ci deve, con un’altra giusta e adeguata percentuale


sporco al quale devono assoggettarsi anche gli uomini, le Nazioni e le religioni più potenti della terra se vogliono continuare a mantenere tali posizioni. Anche loro abbassano la testa davanti all’Ordine mondiale, perché quest’ultimo non si affronta, semmai si prova a farne parte. E così le super potenze diventano il braccio armato di questa associazione a delinquere che così può imporre con la forza i propri progetti, non fermandosi neanche davanti a soppressioni di massa e guerre. Associazione che distribuisce beni fittizi in moneta che le banche stampano a loro completa discrezione ma che in realtà valgono solo la carta con cui sono fatte, incassando però come ritorno il valore reale del nostro lavoro. Il dramma è che tutti sanno come funziona il giocattolo ma nessuno lo rompe. Così siamo in mano a dei criminali che ci fanno vivere nell’illusione della libertà, della democrazia, della religione della politica della ricchezza e della povertà, e ciò è gravissimo e moralmente devastante. Ma a questo punto ho aperto gli occhi e mi son trovato nel buio della mia camera. La sveglia segnava le 4.52. Allora ho capito, stavo sognando, tutto era stato solo un sogno. Con un sospiro di sollievo mi sono girato dall’altra parte rinfrancato dalla bella scoperta, per fortuna era solo un sogno, un brutto sogno. O no?

possiamo venirle incontro con i pagamenti e chiudere un occhio sulle scadenze.-Ou Luca Gava ara che se te vegno incontro mi te li sera tutti e due.-Calma signor Goffredo calma, gli affari hanno bisogno di tempo per maturare. Ma se non regola i conti ci costringe a trattenere la merce come contropartita.-Ma seo mati??-Guardi che sono solo dettagli, poi lei si sistema.-Questa l’ho già sentia dal diretor, e infatti me par che son già bel che sistemà.-Ma è un investimento sicuro signor Goffredo.-Anca se lo trovo par strada l’è un investimento sicuro.-Pazienza signor Goffredo pazienza.-Si e schei che no go, me dilo ades come che faso a pagar??- Be, ha sempre le mucche nella stalla no?!-Cossa? Le vacche?? Iee me pareeee..-

una foto una storia

Festa di paese con sorpresa Pubblichiamo una delle storie del concorso di Ldp “Una foto una storia”. Protagoniste Geltrude e Enrichetta, nemiche e vicine da sempre di Fabrizio Sala «Gertrude, sono già le sei». Erano queste le prime parole che ogni giorno riecheggiavano nelle sue orecchie provenienti dall’altro lato della strada. Quel giorno però, la solita smorfia che accompagnava l’ormai meccanico risveglio di Enrichetta sembrava assente e un lieve sorriso si intravedeva tra il pallore e le grinze dell’arzilla vecchietta. Era un giorno diverso, il giorno della festa del paese, il giorno che pullulava di turisti, che si attendeva tutto l’inverno,. Quel giorno l’emporio doveva brillare e i turisti dovevano comprare. Con questo spirito e con questi pensieri la vecchina si alzò dal letto. «Tsk. Si deve essere svegliata, senti che trambusto», pensò pochi istanti dopo aver aperto gl’occhi. Guardò la sveglia, erano le sei e mezza passate e dalla casa di fronte già si udivano suoni di grossi preparativi. Un grosso sospiro anticipò l’alzata dal letto. Enrichetta, proprietaria dell’emporio “Angoi” risiedeva proprio davanti all’emporio della signora Gertrude. Tra le due coetanee serpeggiava una rivalità che le loro famiglie di mercanti coltivavano da generazioni. Le due vecchie botteghaie non si degnavano di sguardi da parecchi anni. Dopo aver fatto colazione, per entrambe era normale passare l’ora che mancava prima dell’apertura, alla finestra. Passavano quel tempo a fissare il vialetto, lo sguardo si altalenava sulle merci dell’altra osservando attentamente qualsiasi cambiamento sul prezzo o a qualche occasione dell’ultimo minuto. Gertrude aveva una piccola finestrella , semicoperta dall’edera, proprio sotto alla grande scritta di legno “Emporio” che cappeggiava all’ingresso. Questo le piaceva molto, aveva la possibilità di spiare Enrichetta e il suo emporio senza farsi notare, lo considerava quasi come un suo potere. Gertrude alla finestra sorrideva molto. Enrichetta invece oltre alla finestra, aveva una gran-

de vetrina dove nel mezzo veniva esposta la merce in saldo. Questo secondo spiraglio verso il vialetto riempiva d’orgoglio Enrichetta, in questo modo poteva spiare a sua volta il bancone di Gertrude senza essere notata. Anche lei considerava il nascondersi, grazie al gioco di riflessi, il suo potere speciale. Enrichetta seminascosta dietro la vetrata sorrideva molto. Le nove stavano per arrivare, l’ora di aprire la porta ed aspettare l’arrivo dei turisti, l’ora di iniziare la giornata facendo una buona impressione, perché si, anche se alla loro veneranda età, la prima impressione è tutto, e si sa che una vecchietta più sembra saggia e gentile più la si considera affidabile. Dopo aver ciascuna indossato il loro scialle, come un orologio svizzero si avviarono entrambe alla porta, un ultimo sguardo quasi furtivo dalla finestra, come a controllare che nessuna delle due avesse infranto quel loro strano e simbolico modo di iniziare la giornata. Le campa-

ne cominciarono a intonare i primi rintocchi. Le porte dei due empori si aprirono all’unisono, le due, nascoste dalla penombra, uscirono senza alzare lo sguardo. Come ogni giorno,dando le spalle alla vetrina dell’emporio ”Angoi”, Gertrude sistemava sul tavolino la merce,sorrideva appena mentre riordinava attentamente i cartoncini con il prezzo, prima di sedersi sull’intramontabile e fidato “scagnetto”. Nello stesso momento e come ogni mattina, Enrichetta annaffiava i fiori sopra la vecchia panca di legno. Ma quella mattina, inaspettatamente, la vecchina posò il bagna fiori e si avvicinò al vecchio telaio di legno. Prese lestamente dalla tasca un foglietto con un nuovo abbassamento del prezzo e lo posizionò rapidamente al posto di quello vecchio. Enrichetta soddisfatta si girò verso Gertrude, per un istante si guardarono. Enrichetta finalmente le sorrideva, perché quella mattina aveva vinto lei.


L’ARTE DEL DISTACCO DEL DIVO GIULIO Andreotti, 50 anni di potere e misteri. E’ morto il 6 maggio all’età di 94 anni di Ferdinando Parigi All’ospedale militare del Celio, nel 1941, la commissione medica incaricata di esaminare Giulio Andreotti lo esentò dal servizio e l’Ufficiale medico disse che non avrebbe avuto più di sei mesi di vita, a causa di una “grave oligoemia”. Il destino ha voluto invece che il Divo Giulio vivesse fino ai novanta quattro anni. E che vita! Zitto zitto, Andreotti ha messo al mondo quattro figli, è stato capo del Governo sette volte, è stato ministro 20 volte e sempre in dicasteri importanti. Per circa 60 anni ha avuto in mano, come nessun altro, i nostri destini di cittadini (o di sudditi?) italiani. Andreotti non verrà ricordato nei libri di storia per leggi famose o per atti politici eclatanti, non per aver accumulato ricchezze. Mai un testo scolastico potrà rendere la figura di questo fenomeno naturale. Andreotti era una specie di “task force individuale”: veniva chiamato ad intervenire ogni volta che c’era in ballo una mediazione impossibile, un accordo tra parti apertamente ostili, quando era necessario raccogliere occultamente e immediatamente enormi quantità

di denaro per la “Causa” (in assoluta scioltezza), eccetera. Lui si definiva – perché tale si sentiva- “un uomo medio”, uno che rifuggiva ogni sorta di contrasto o lite, preferendo accordo e mediazione. Gli davano fastidio gli irascibili, anche perché li considerava, in quanto tali, dei perdenti. Aveva scarsa considerazione della ricchezza, dei grandi patrimoni personali, ma la massima attenzione per gli interessi del suo partito come forza di maggioranza capace di contrastare i rischi di “derive”

di segno opposto tra loro. Andreotti manteneva buoni rapporti con tutti, Dio compreso: ogni mattina alle 7 andava a messa, nella chiesa a cento passi da casa sua, senza auto blu, né scorta. Era oggetto di venerazione da parte di chi lo vedeva passare e poteva interpellarlo brevemente, per un consiglio, un parere, una raccomandazione. In un’intervista del 1983, ad Enzo Biagi diceva: «Io non ho mai dato fastidio a nessuno e credo di non aver mai fatto cattive azioni, o almeno non a livello conscio». Seguendo proprio questa intervista su YouTube, ho notato che Andreotti non fa mai affermazioni categoriche e, escludendo l’audio, ho potuto apprezzare la gestualità del personaggio. Mai un movimento brusco, né gesti declamatori o esclamativi, e una mimica facciale più che sobria. Tornando al sonoro, mi accorgo che quest’uomo è di un candore assoluto, e non c’è domanda provocatoria che gli faccia abbandonare per

Bruno Chatelin

un secondo il più totale autocontrollo. Roba da fare grande invidia al più compassato gentleman inglese. Con cinismo e astuzia, in forza della “Ragion di Stato” dell’epoca, usando sapientemente parole e silenzi, Andreotti è stato uno dei più influenti mandanti di stragi di Stato, messe in atto dai Servizi Segreti (in questo, storicamente efficientissimi), i quali a loro volta sceglievano, per la manovalanza, delle povere menti pronte a dichiararsi responsabili di quanto loro ascritto. (Andreotti fu giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Corte d'Appello di Palermo, la quale lo assolse per i fatti successivi al 1980, dichiarando il non luogo a procedere per i fatti anteriori. Era stato assolto in primo grado. Nell'ultimo grado di giudizio, la II sezione penale della Corte di Cassazione ha poi confermato la sentenza di appello. Il reato "ravvisabile" prima del 1980 non era più perseguibile per sopravvenuta prescrizione. n.d.r). Era quello dei fatti il periodo delle “bombe anarchiche” (per far ricadere la colpa sulla sinistra) e delle “stragi di chiara marca fascista” (per arrivare a sostenere che tra quelli del Msi-Destra Nazionale c’erano degli assassini). Amico degli Arabi per evitare che in Italia si ripetessero stragi come quella di Fiumicino, attuava una “politica di riduzione dei danni e dei rischi”, capace di evitare al nostro Paese di trovarsi in condizioni come quelle odierne. Tranquillità, astuzia, freddezza, distacco. Il Divo Giulio fu Maestro.

SEMPLICEMENTEGIÒ

Maggio, mese della rosa che riaccende l’energia del cuore Finalmente è estate, o quasi. Prime belle giornate di sole, tra gite fuori porta di Giovanna Orefice

Siamo ormai a maggio: mese bellissimo e particolare perché è il mese della rosa, fiore dai vari colori, antico e romantico, fiore dell’amore. Riguardo a maggio c’è anche il detto: “Maggio vai adagio”, ovvero,

cautela nello svestirsi, nonostante ci sia la voglia di abiti leggeri dopo tanti maglioni e cappotti invernali. Maggio è anche il mese dedicato alla Madonna, per chi ci crede naturalmente, periodo in cui si recita maggiormente il rosario e si fa la processione a fine mese. Un’altra festività che ricorre in questo mese è

la festa della mamma. Con le belle giornate, si fanno le prime gite fuori città, i pic-nic e si vola verso il mare. Inizia cosi il viaggio verso il sole, verso spiagge mai dimenticate e profumo di salsedine, verso volti abbronzati e un po’ più gioiosi. Per molti inizia la stagione estiva; il lavoro duro e faticoso di cinque mesi, duran-

te i quali ci si allontana dalla città per ritrovare gli amici, i colleghi commercianti e gli stranieri che giungono dalla Germania per riscaldarsi al sole italiano. Maggio è anche il mese del cuore, dell’amore: periodo durante il quale le coppie convolano a nozze (si dice infatti sposa di maggio). Una vecchia filastrocca, reminiscenza degli anni della mia infanzia recitava “Marzo pazzo, aprile dolce dormire, maggio vai adagio, giugno la falce in pugno” e gli altri…bhè, gli altri sono da qualche parte nella mia memoria. Ma ciò non vale più oggi, in quanto maggio sta diventando sempre più pazzo, ballerino tra giornate soleggiate e improvvise precipitazioni. Quindi impossibile fare programmi, armiamoci del sorriso e prepariamoci all’estate.


L'APPROFONDIMENTO ————————————————————————

Legati ma liberi, passo dopo passo di Milena Bidinost Con il termine “Montagnaterapia” si intende un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio-educativo, finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione degli individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità; esso è progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna. Il termine è stato utilizzato per la prima volta in un articolo a commento del Convegno Nazionale: “Montagna e solidarietà: esperienze a confronto”, svoltosi nel settembre 1999 a Pinzolo, TN (in «Famiglia Cristiana», n. 44/1999). Oggi le attività di Montagnaterapia vengono progettate ed attuate prevalentemente nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, o in contesti socio-sanitari accreditati, con la fondamentale collaborazione del Club Alpino Italiano (che ne riconosce ufficialmente le finalità e l’Organizzazione Nazionale) e di altri enti o associazioni (accreditate) del settore. Il progetto “Legati ma liberi”, nato nella primavera del 2011 dalla collaborazione tra il Dipartimento delle tossicodipendenze

dell’Azienda sanitaria numero 6 del Friuli Occidentale, le sezioni Cai di Sacile e Spilimbergo e l’associazione I Ragazzi della Panchina si inserisce proprio in questo solco di nuove metodologie per la promozione di quei processi evolutivi della persona legati alle dimensioni potenzialmente trasformative della montagna e alla forza della condivisione all’interno del gruppo. Il bilancio di questi primi due anni di uscite è straordinario: dal punto di vista della prevenzione e dal punto di vista umano. Salire su una cima, raggiungere una vetta, fare la scalata: sono tutte espressioni che, attraverso il riferimento metaforico alla montagna, indicano il successo, il raggiungimento degli obiettivi, l’andare verso l’alto. La montagna, dunque è usata come simbolo di determinazione, di punto di arrivo, di meta più o meno facilmente raggiungibile che ben rappresenta l’idea di “farcela”. L’ambiente montano reale diventa luogo di terapia a vari livelli, ma più in generale viene vissuto dai ragazzi come luogo di una più ampia promozione alla salute e al benessere, nonché di scambio umano con chi con sta loro accanto nell’affrontare la sfida.


... la montagna come espe

di Giulia Rigo “Legati ma liberi, passo dopo passo” è nato nella primavera del 2011 dall’esperienza della direttrice del Dipartimento per le Dipendenze (Ser.T) dell’A-

zienda sanitaria numero 6 di Pordenone, Roberta Sabbion, che aveva già coinvolto in attività di montagna un gruppo di giovani utenti di

una comunità terapeutica. La montagna era stata usata come strumento terapeutico e riabilitativo per recuperare abilità perse o mai costruite, promuovere l’integrazione mente/corpo e l’acquisizione di competenze sociali e relazionali. Sulla base di questa esperienza e di alcune evidenze rispetto l’efficacia della “montagna terapia” in soggetti in situazione di disagio, il Dipartimento ha quindi sviluppato un programma nel quale sono state già coinvolte un centinaio di persone tra tossicodipendenti e alcolisti, quattro operatori del Dipartimento, istruttori e soci del Club Alpinismo Italiano (Cai), nonché liberi cittadini di tutte le età. Una sorta di trampolino di lancio verso una realtà che è fatta di sacrifico e di messa in gioco, ma che regala soddisfazioni quando si arriva in vetta: un’attività che facilita l’integrazione sociale, mettendo da parte paure e pregiudizi. Le persone che partecipano, contribuiscono a generare un cambiamento

Ho fatto la mia prima scalata indoor Dopo l’iniziale paura, l’adrenalina che spinge a fare sempre meglio. Con l’obbiettivo della la vetta di Max Moras

Ciao ragazzi, questa è la prima volta che scrivo sul giornale, nonostante abbia partecipato a vari eventi dell’associazione, dal teatro alle camminate con le “ciaspole” in montagna. Vi voglio raccontare dell’ultima

esperienza, un’arrampicata in parete a Treviso, dove si trova una tra le più grandi palestre in Europa di arrampicata indoor. Ci siamo ritrovati tutti noi del gruppo un venerdì di aprile nella sede del Ser.T a Pordenone. In tarda mattinata siamo arrivati alla palestra ed entrando, come prima cosa, abbiamo preso a noleggio le scarpette da salita (veramente strette!)

e siamo andati alle pareti. Mi guardavo attorno e pensavo: «Non arriverò mai lassù!». Alla mia prima salita mettevo piedi e mani dove mi capitava e comunque non sono arrivato in cima! Il perché è dovuto alla mia inesperienza e alla paura di sbagliare. Un altro pensiero che mi affollava la mente mentre salivo era il confronto tra salire in una parete indoor e farlo

di rotta rispetto alle tendenze devianti di chi vive situazioni di disagio, rieducando le loro capacità di fare fronte a situazioni stressanti e prevenendone i comportamenti a rischio. Molto più dunque che un progetto aziendale. Grazie ad esso le persone possono riscoprire una passione in un contesto accogliente e che facilita la relazione. Non solo, il percorso ha permesso anche di riscoprire la passione per la vita stessa, di andare oltre ogni limite mentale e paura ingiustificata e di modificare il pregiudizio nei confronti della tossicodipendenza. L’ottica in cui ci si muove è quella di promuovere la salute e di prevenire così l’uso di sostanze psicoattive come risposta ai momenti difficili della vita.Per i soggetti dipendenti è un’opportunità per conoscere persone fuori dal solito giro, ma che al contempo conoscono in maniera corretta il problema. Il progetto si concretizza in un’uscita al mese: camminata tra boschi e prati nevosi, arrampicata e ferrata sono le in montagna, in una parete vera. Pensavo: «Se ho tutte queste emozioni fortissime adesso, quanto amplificate saranno in parete di roccia?». Tutto questo “brusio” mentale mi hanno detto essere assolutamente naturale e se da un lato ha rallentato la mia prima arrampicata, dall’altro ha reso questo momento così intenso e naturalmente stupefacente, che resterà per sempre nella mia memoria come meraviglioso. Una volta riappoggiati i piedi sul pavimento, ho cercato di imparare il più possibile dagli altri che salivano, dai consigli che sentivo dare. Mi ero imposto di arrivare alla “vetta” e con mio stupore, appena ne ho avuto occasione, ci sono arrivato! Mi sentivo davvero contento. Poi scendo e Ada (Ada Moznich, presidente dell’associazione I Ragazzi della Panchina n.d.r.) mi fa: «Dai Max, adesso sali di nuovo e fai solo la via rossa». Gli appoggi attaccati alle pareti per


erienza di vita proposte. Il tempo trascorso insieme permette di distogliere lo sguardo dalla diagnosi e dal sintomo, generando il progressivo abbandono della tentazione allo stigmatizzare le persone. Il progetto è stato recepito dall’Ass6 con decreto, ma non ha un finanziamento ad hoc e si automantiene grazie alla disponibilità a prestare materiale, a mettere a disposizione a prezzi

bassi le strutture specialistiche, i rifugi e il cibo, o a integrare la parte economica mancante, da parte di vari soggetti. Quest’anno infine si è costituita all’interno del Dipartimento un’equipe di operatori che vogliono raggiungere l’importante obiettivo di riformulare il progetto, affinchè venga riconosciuto dall’Azienda sanitaria come una proposta terapeutica riabilitativa riconosciuta.

Con le ciaspole ai piedi sui sentieri della Grande Guerra Un’emozionate escursione guidata nelle Dolomiti bellunesi, tra nozioni di storia e spirito di gruppo di Giuseppe Micco

salire hanno infatti vari colori, ogni colore è una via ed ogni via ha diversi gradi di difficoltà. Fare la via rossa voleva quindi dire usare solo gli appoggi rossi. Sono partito e rosso dopo rosso sono arrivato a fine parete! Sono quindi ridisceso entusiasta e fiero dei mie risultati, ma ormai la sfida con me stesso era iniziata ed in effetti Ada a quel punto mi disse: «Ora fai la viola, non puoi fermarti qui». La via viola è più difficile della rossa, ovviamente. Sfida accettata ed anche questa volta, sono

arrivato a fine via. Che bello! A conclusione della giornata siamo usciti dalla palestra per il pranzo al sacco e per raccontarci dell’esperienza appena vissuta. Per quanto mi riguarda è stata cosa che mai avrei pensato di poter fare in vita mia. Adesso aspetto di affrontare le montagne vere. Rientrati a Pordenone, dopo i calorosi saluti tra di noi, ognuno è andato per la propria strada e mentre sorridevo rientrando verso casa il mio pensiero era: «E’ stata proprio una giornata da ricordare».

Giornata di relax apparente al passo Falzarego, nella montagna bellunese, ancora ben innevato e pronto ad accogliere noi, un gruppo misto di utenti del Ser.T e appassionati di montagna, decisi ad affrontare un'escursione con le ciaspole, le racchette da neve che ti permettono di camminarci sopra senza sprofondare. Sveglia mattiniera, colazione e via! Siamo accompagnati da Luca, una guida a dir poco inedita, veste una divisa da soldato alpino della prima Guerra mondiale. Sotto la sua regia e grazie alla sua grande disponibilità, abbiamo imparato ad usare questi simpatici attrezzi da escursione, il tutto condito da nozioni storiche su come gli alpini le utilizzavano ai tempi della guerra. Secondo le disposizioni di Luca, ci siamo messi in fila indiana a due a due, pronti per la partenza. Dopo un inizio con il fiatone, strada facendo il gruppo si è amalgamato e, tra fatica, storia dei tempi e buon umore da parte di tutti, si è creato davvero un buon clima. Persino la guida stessa, non fosse stato per il suo ruolo, sembrava una di noi. Dopo due orette di salita, con relative soste per rifiatare, siamo arrivati alla meta. Un avamposto alpino risalente alla Grande Guerra, incasto-

nato nella roccia e ristrutturato a regola d'arte. La guida ci ha adeguatamente spiegato il funzionamento del presidio durante il conflitto. Per un attimo la comitiva si è immedesimata nei suoi racconti e ha immaginato ad occhi aperti le gesta di quei tempi. Dopo questa visita, ci siamo ristorati e riposati, in un locale che, al tempo, doveva essere stata la mensa. Rinfrancati con thè caldo e crostata ci siamo goduti la pausa. Verso l'una purtroppo era giunta l'ora del rientro e inforcate nuovamente le ciaspole e i bastoni, siamo ripartiti verso il campo base di Col Gallina. Solo ritornando sui nostri passi, ci siamo resi conto di quanto fosse stata dura la salita precedentemente affrontata. Sospinti dalla discesa, abbiamo potuto ammirare la bellezza delle montagne innevate. L'arrivo al rifugio è coinciso con la fine dell'escursione e c'è stato il giusto spazio per i saluti e i doverosi ringraziamenti. Con Luca ed i gestori del rifugio ci siamo dati appuntamento a settembre, per una nuova avventura con grigliata annessa. Saliti in macchina direzione Pordenone, ci siamo ritrovati stanchi ma con il sorriso, al pensiero del bel week end trascorso. Un ringraziamento a tutti e un arrivederci alla prossima.


Camminare insieme è condividere fatica e divertimento Il bilancio di due anni di progetto “Legati ma liberi”, realizzato in collaborazione con il Cai di Sacile e Spilimbergo di Valentina Furlan «Non nel seguire il sentiero battuto, ma nel trovare a tentoni la propria strada e nel seguirla coraggiosamente, consiste la vera libertà». Così diceva il Mahatma Ghandi a proposito del camminare, un gesto semplice, che impariamo fin da piccoli la cui quotidianità quasi non ci fa apprezzare più il valore che ha. Dalla 2011 all’interno del progetto “Legati ma Liberi”, realizzato dal Ser.T di Pordenone e dall’associazione I Ragazzi della Panchina in collaborazione con le sezioni Cai di Sacile e Spilimbergo, non facciamo trekking, che suona più come sport, ma camminiamo insieme, con quel ri-

spetto e vicinanza che ci fa assaporare quella libertà di avvicinarti a te stesso e agli altri con naturalezza. Non è il materiale quello che conta,

Legati agli altri, per sentirsi sicuri, ma liberi di essere se stessi Sulle ferrate della Grande Guerra dove la solidarietà del gruppo rende unica la salita di Enza Santo Da fine 800, soprattutto nelle Alpi orientali, furono attrezzati numerosi itinerari di traversata che permettevano il passaggio in luoghi particolarmente impervi, allo scopo di consentire alle truppe l'accesso e il controllo delle linee di confine. Infatti le vie ferrate, soprattutto sulle Dolomiti, hanno spesso origine militare e furono attrezzate nella guerra di frontiera combattuta negli anni 1915-18. Oggi quella delle vie ferrate è un'attività ludica accessibile a tutti, che consiste nel seguire un itinerario sportivo tracciato su una parete rocciosa attrezzata con cavi, gradini, scale e altri elementi destinati a facilitare

la progressione garantendo al contempo la sicurezza. E’ uno dei modi per vivere la montagna. Farlo in gruppo è un valore aggiunto. Personalmente, la frequentazione della montagna sia per l’arrampicata che per la ferrata o per l’escursionismo mi ha sempre regalato sensazioni che mi hanno coinvolto totalmente: la bellezza dell’ambiente, il caldo del sole o il freddo del vento sulla pelle, il profumo del bosco, meraviglioso anche sotto la pioggia, il fischio delle marmotte. Ed emozioni, emozioni forti che ti esplodono dentro, come la paura di affrontare un certo tratto e poi la gioia di essere

se è nuovo o vecchio, se è tuo o di qualcun altro. Se la maglietta è high quality o se la camicia è di flannella poco importa. Quello che conta è esserci, sentire la montagna, assaporare le sensazioni dei profumi e rumori attorno a te. C’è la fatica, il passo dopo passo. Non c’è la meta, c’è il sentiero. Percorriamo tutti lo stesso, ma in fondo in fondo ognuno cerca il suo. C’è la bellezza di aspettarsi, di ascoltarsi, di raccontarsi. C’è la certezza di un aiuto reciproco, di una parola d’incitazione, c’è il gruppo e c’è il singolo. Abbiamo percorso

alcuni sentieri in questi anni di progetto che portano dalla Crosetta alla Casera Ceresera. Abbiamo raggiunto la cima Falzarego, attraversato i passati oltre, come la fatica che ti blocca e quel misto di cocciutaggine e orgoglio che ti fa andare avanti ancora di un passo, e di un altro e di un altro ancora. L’incontro con il mio limite, la scoperta che forse, dopotutto, non sono onnipotente. Nelle mie uscite con il gruppo, ho sperimentato la solidarietà e l’aiuto degli accompagnatori e ancora di più dei compagni di avventura e l’entusiasmo di arrivare alla meta e toccare la cima. Ho visto lo stesso entusiasmo anche in chi a quella cima ha rinunciato per rimanere con un compagno in difficoltà. Nella mia vita ho camminato sui sentieri della Grande Guerra sulle Tofane, sul Paterno, sul Pal Piccolo e in tante parti delle nostre Alpi, e ho rivisto e rivissuto le storie, le fatiche, le paure, le lacrime e il sangue dei ragazzi che allora hanno frequentato quelle montagne. La montagna è un ambiente meraviglioso, ma non privo di pericoli che possono essere fatali se

sentieri della Guerra e molti altri, con ogni tipo di tempo, neve, sole o pioggia. Ognuna di queste uscite porta con se emozioni che nascono fin dalla sera prima, quando si prepara lo zaino. Si mette dentro di tutto, spesso l’inutile. Poi nel camminare scopri che il vero bagaglio lo hai dentro di te e dentro gli altri. Camminare ha aiutato tutti indistintamente a vedersi con occhi diversi, a presentarsi sotto nuove forme, forse quelle più sincere, perché nella fatica e nello sforzo esce la parte più vera di te. Con il sudore è difficile avere lo spazio per la finzione. Personalmente ogni volta che mi allaccio gli scarponi mi domando come andrà questa volta, poi arriviamo in via Interna (nella sede del Ser.T n.d.r.), partono sorrisi, abbracci e battute. L’io diventa subito noi, parti con i pensieri e ritorni con la mente pulita e un’esperienza condivisa in più. Se camminare fa bene al corpo, fa benissimo anche allo spirito. La saggezza della Montagna unita al bel clima di gruppo che abbiamo creato rende il tutto arricchente. Dai ricordi delle uscite rivivo sempre le emozioni che, come il sentiero, lente e silenziose mi accompagnano nel tempo che passa. affrontati senza la necessaria consapevolezza. La montagna va presa seriamente, e la prima regola da rispettare, sempre, è mettersi in sicurezza, se stessi e gli altri del gruppo. “Legati ma liberi”, dunque. Legati l’uno all’altro, per metterci in sicurezza l’uno con l’altro. Ma liberi. Liberi di esserci, liberi di condividere emozioni, liberi da condizionamenti, liberi da preconcetti e ipocrisie, liberi, perché no, di volerci bene.


INVIATI NEL MONDO «C’è più gioia nel dare che nel ricevere». Inizio da questa frase per raccontare il mio Perù, il paese verso il quale tre mesi fa ho deciso di partire da sola, lasciando la mia vita di provincia, le amicizie, gli affetti, le comodità in cambio di sei mesi di volontariato al servizio del povero, dall'altra parte del mondo. Ora, a vent’anni, vivo nella periferia della capitale, nel distretto di Villa Maria de Triunfo a Mariano Melgar che si trova più o meno a un’ora da Lima città. La mia nuova famiglia è diventata la Comunità missionaria di Villaregia che, oltre ad avere diverse case in Italia, in Perù svolge un servizio di missione, evangelizzazione e promozione umana. La comunità dà la possibilità di vivere esperienze in questa realtà, più o meno brevi, a giovani, famiglie e adulti provenienti da tutto il mondo. In particolare qui con me in questo periodo ci sono anche un giovane messicano e un brasiliano. La mia giornata è davvero piena: faccio esperienza in campo medico sanitario all’interno del Policlinico costruito dalla Comunità, sfrutto il mio titolo di studio per lavorare nei due asili, anche questi istituiti dalla Comunità, tengo un corso di danza con i giovani, accompagno un gruppo parrocchiale di preadolescenti e mi cimento in tanti altri piccoli lavori che mi permettono di entrare a contatto con il popolo. Perché lo faccio? Perché, l’ho detto, credo che ci sia più gioia nel dare che nel ricevere. Il desiderio è nato semplicemente dal cuore, è sorto da un’esigenza di sperimentare e mettermi in gioco in qualcosa che andasse aldilà del quotidiano. Quest’esperienza l’ho vissuta da subito come una sfida e un dono datomi per poter conoscere un mondo differente da quello in cui

«Nella periferia di Lima, per sperimentare l’arte del dono» Sara ha vent’anni e ha scelto di tra scorrere sei mesi della sua vita a Mariano Melgar, nella Comunità missionaria di Villareggia, a servizio dei poveri di Sara Lenardon

siamo abituati a vivere e che, paradossalmente, è pronto a tornarti il centuplo di ciò che tu potrai dargli. Anche dopo mesi, ad esempio, resto ogni volta stupita nel vedere i bambini all'asilo che, appena arrivo, mi corrono tutti incontro per abbracciarmi, baciarmi e dirmi “hola Miss Sara!”. Di esperienze umane come questa ne vivo ogni giorno in questo sperduto angolo di mondo. Una sera feci visita ad un signore vedovo che abita con le sue nove figlie (tre delle quali, sposate, vivono nella stessa casa con le rispettive famiglie), nella povertà più estrema, ma che ci ha accolti offrendoci quel

poco che aveva. Ci disse: «La mia casa è povera però la mia volontà è tanta». Mi ha fatto riflettere molto. A Mariano Melgar la vita cambia radicalmente rispetto a quella di chi sta nella capitale. A Lima lo status sociale è medio alto e la città è curata, ma dopo un’ora di bus ti trovi immerso nella povertà, nella sporcizia. Lo scenario si capovolge e la tua nuova vita si dipinge dei colori della sabbia che caratterizza il paesaggio, si impregna dell’odore di immondizia che trovi per strada o che viene bruciata. Gli occhi si abituano presto a vedere la povertà materiale ma anche umana con la quale si impara a convivere e, soprattutto, dalla quale molte volte puoi trarre grandi insegnamenti. Dal povero sto imparando molto. Quando si parla di povero troppe volte si associano parole come “pena” o “elemosina”, ma è un grande errore. Al povero, ho imparato, non devi guardare come a qualcuno al quale tu devi qualcosa, bensì con gli occhi di chi ha davanti a sé una persona degna di rispetto al di là di tutto, una persona con un vissuto da conoscere e condividere. Da lui apprendi una delle più grandi lezioni di vita: «Ama ciò

che hai, ringrazia per le possibilità che hai, apprezza la vita e vivila al cento per cento». Sto sperimentando la fatica che la vita può chiederti ma che spesso, paragonata alle fatiche e alle ferite che molte persone vivono, si tratta solo di un piccolo gradino in più da fare. Qui c’è chi alle tre della notte esce dalla sua “chosa” e lavora facendo la raccolta differenziata tra la spazzatura, per garantire un pasto alla propria famiglia. E non mi scordo nemmeno di cogliere i lati belli di questo popolo, i mille colori che caratterizzano le danze e i costumi, l'instancabile voglia di fare festa, l'accoglienza semplice e sincera che in qualsiasi occasione ti viene riservata. Il popolo peruviano mi sta insegnando l’arte della sopportazione; per la storia che ha alle spalle, la gente ha imparato a sopportare difficoltà, ferite, limitazioni e dolori. Qui lamentarsi non vale. Vivi dunque! Impara a sopportare e a caricare le piccole croci che la vita ti riserva, accogli tutto ciò che ti viene dato per poi restituirlo senza chiedere in cambio nulla. Tutto questo rafforza, forgia lo spirito e con il tempo ti rende uno scoglio sicuro per qualcuno più debole che sa di poter contare su di te. E’ vero ho solo vent'anni, ma non è mai presto per sperimentare la vera vita. Lo dico soprattutto ai miei coetanei che hanno anche solo l’idea di lanciarsi in queste avventure! Non abbiate timore: le titubanze, i momenti di sconforto sono normali e giusti. Ma, credetemi, ne vale la pena perché più dai più ricevi. Un tempo vissuto al servizio del prossimo molte volte si rivela un tempo dato a se stessi per riflettere, conoscersi e crescere!


SPETTACOLO Alessandro Besentini (Milano 11 maggio 1971) e Francesco Villa (Milano 29 gennaio 1967) in arte Ale & Franz, sono stati di scena lo scorso maggio al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, con un recital che ha chiuso la fortunata rassegna comica udinese: “Mi Ven di Ridi”. E’ questo un trittico di spettacoli organizzato dalla Azalea Promotion in collaborazione con il Comune di Udine, che ha visto a completamento del programma la partecipazione di Giuseppe Giacobazzi e Paolo Migone. Lo spettacolo di Ale & Franz si è svolto in una serata di pioggia torrenziale: non sufficiente per tenere lontano il pubblico, che ha gremito il teatro. Lo show è variegato, dai cavalli di battaglia del duo, a gag e personaggi di nuova presentazione, da sottoporre alla prova del pubblico in vista della creazione di un nuovo spettacolo che vedrà la luce nel 2014. Il comune denominatore però, tra il “vecchio” ed il “nuovo”, è stata la naturalezza con cui i due si spendono nella loro comicità. Ale & Franz colpiscono nel segno delle debo-

Prove di spettacolo a Udine per il duo comico Ale & Franz In scena un trittico anticamera del loro nuovo progetto che vedrà la luce nel 2014 di Guerrino Faggiani

lezze dell’uomo qualunque, caricaturandone gli aspetti anche più intoccabili, portandoli allo strenuo del clownesco demenziale e grottesco.

Da comici portano in scena uno spaccato quotidiano del paese, di questa Italia che amano definire come «Uno stivale da risuonare». La loro

naturalezza però è anche il frutto di una grande preparazione maturata in ormai quasi vent’anni di attività. I due comici infatti si sono conosciuti nel 1992 frequentando il Cta di Milano, il Centro Teatro Attivo, e dopo alcune esperienze teatrali in comune, nel 1994 hanno formato la coppia che ancora oggi resiste. Oltre a numerose partecipazioni a programmi televisivi, Ale & Franz hanno lavorato anche per il grande schermo con quattro film di cui due da protagonisti. «Esperienze queste – ci hanno confessato dopo lo spettacolo – che hanno sicuramente inciso sul nostro modo di rappresentarci. Le vostre gag ed i vostri personaggi nascono nei momenti più disparati, o sono frutto di un lavoro a tavolino curato e organizzato? «I nostri personaggi nascono da piccole idee che proviamo in scena in mezzo a gag già navigate, che poi - se riteniamo di dargli un futuro, anche in base alla risposta del pubblico- arricchiamo e perfezioniamo fino ad arrivare a degli sketch ben definiti».

PANKA MOVI

The Session, la sessualità possibile Delicato è coraggioso, il film del regista Ben Lewin porta in scena la storia vera di Mark O' Brian, tetraplegico che vuole essere iniziato al sesso di Alain Sacilotto e Andrea Lenardon Maschio, 38 anni, scrittore, cerca donna intelligente scopo amicizia e possibile svago sessuale. Completamente paralizzato. Escluderei lunghe passeggiate sulla spiaggia. Sbarca in Italia quasi in sordina, dribblando multisala e spot pubblicitari, per andare a piazzarsi sugli schermi di quei cinema che valorizzano il buon 3.27/5 della critica, più che l'asticella rossa degli incassi, neanche lontanamente vicina al “buono” su mymovies. Per noi il voto finale è un buon 7.5. E’ “The Sessions”, film nato negli States e tratto da una storia vera, catturata dal regista Ben Lewin e proposta

nelle sale come sguardo sull'incontro tra disabilità e sessualità. Il film racconta la storia di Mark O' Brian (John

Hawkes), poeta e giornalista di Berkeley (California), affetto da poliomelite dall'età di 6 anni. Rimasto completamen-

te paralizzato, è costretto a vivere la maggior parte della giornata in un polmone d'acciaio. Quando il poeta matura il desiderio di avere un rapporto sessuale, assillato da molti dubbi, anche di carattere religioso, cerca risposte, consiglio e confronto in padre Brendan (William H. Macy). Questi, pur tenendo fede ai valori cristiani, capisce la situazione e aiuta Mark, riuscendo a trovare il giusto equilibrio per essere consigliere spirituale e amico vero. Nella storia un ruolo particolarmente delicato e importante viene giocato dalla terapista sessuale (Helen Hunt), che sarà l’accompagnatrice di Mark nella scoperta del proprio corpo e del piacere sessuale. Entrambi però, si ritroveranno a fare i conti con la difficile gestione dei sentimenti e del coinvolgimento emotivo. Il film offre una riflessione importante sui ruoli, tutti diversi, giocati all’interno di questa storia, dai suoi protagonisti. Abbiamo in particolare apprezzato l'elasticità di padre Brendan, simbolo della Chiesa che ci piace, quella umile, vicina alle persone, ma soprattutto


I testi li preparate da soli? Quanto ad inventiva siete prolifici come ai primi tempi? «Dipende, abbiamo buoni periodi magari sull’onda di nuovi personaggi da costruire, ed altri in cui subiamo dei cali, ma è normale. Anche perché mentre si gira con gli spettacoli, non si ha il tempo di andare oltre a delle semplici improvvisazioni del momento». Ora che siete conosciuti dal grande pubblico, quando non lavorate riuscite ancora ad avere una vita privata? «Diciamo intanto che quando siamo liberi da impegni ci piace stare a casa, ma comunque il contatto con la gente non è un problema, l’intelligenza delle persone fa si che non lo sia. È una parte del nostro lavoro e lo si deve accettare, e poi é anche piacevole». Cosa sperate per il futuro. «Nessun desiderio veramente, ma se proprio dobbiamo dire qualcosa, un’idea potrebbe essere quella di fare un film nostro, pensato e ideato da noi».

attenta alle difficoltà dell'individuo. Nella realtà, succede che troppe volte gli ambienti ecclesiastici rimangano rigidi e fermi nelle loro posizioni, questo può portare a smarrire il focus più importante, quello del bene della persona. La pellicola conduce quindi il pubblico a riflettere anche sul delicato tema della sessualità, trattandola con assoluta naturalezza. L’invito è di non fare di quest’argomento un tabù, ma di comprendere che l'atto porta con sè un bagaglio di sentimenti ed emozioni che completano l'uomo nei suoi rapporti più intimi. Questa dimensione, così importante, tocca naturalmente anche le persone con disabilità. A tal fine determinate è qui lo sguardo del regista, affetto anche lui da poliomelite: è bravo a trattare l'argomento, rendendolo delicato e scorrevole, in una unica parola: umano. Alla fine dei 95 minuti ci rimangono comunque, delle perplessità sulla terapia sessuale. Questo campo minato è ricco di insidie, ma anche di possibilità, sicuramente meritevole di essere approfondito.

PANKAROCK

LA CHITARRA DEL PRINCIPE DEL BLUES INCANTA PADOVA Il newyorkese Joe Bonamassa in concerto a Padova. Completo nero e camicia bianca per regalare virtuosismi da brivido di Guerrino Faggiani Joe Bonamassa fregiato del titolo di “Principe del Blues”, anche se ormai la sua maturità musicale lo ha portato ad un sound più personale che altro, ha fatto recentemente tappa al Gran Teatro Geox di Padova. Chitarrista newyorkese di 35 anni, bambino prodigio che a 12 introduceva i concerti del re B.B. King e duettava con lui, a questo punto della sua carriera è considerato una delle migliori chitarre in circolazione. Nella sua semplicità di eterno bravo ragazzo, ancora adesso, dopo aver collaborato con artisti di livello assoluto, quando si sente accostare a grandi nomi della musica arrossisce dalla vergogna. Eppure mentre è sul palco non mostra imbarazzo, con una chitarra in mano sa violentare ed accarezzare chi lo ascolta. E con la zavorra del grande evento si è presentato al sold out del Gran Teatro Geox di Padova. All’interno dell’arena già dalla musica d’attesa si capiva che ci si era calati in un mondo in cui capita poche volte di trovarsi. Le luci, l’atmosfera da grandi occasioni, il palco con gli strumenti pronti, e la consapevolezza di colui che da lì a poco sarebbe comparso avanti a noi, rendevano l’attesa vibrante e carica di aspettative. Un dubbio dal profondo dell’animo: «Tante aspettative,

facili delusioni», troppo spesso succede per non temerlo. Bonamassa nei suoi lavori dal vivo, dvd compresi, mostra solidità e personalità conclamata, tutt’altro che un bluff, ma era comunque un “momento della verità” e tutti nell’arena lo avvertivano. Con mia sorpresa il pubblico era rappresentato da tutte le categorie d’età. Persone che mai ci si aspetterebbe di vedere ad un concerto ove la vedette è una chitarra elettrica, e quella di Bonamassa addirittura. Solo una categoria mancava: quella dei giovani delle ultime generazioni, quelle dell’era tecnologica. Era sabato sera, e mi immaginavo la movida dilagare per la città ma, alla luce dei fatti, verso altre mete. Un netto salto generazionale ad opera della loro sola categoria, unica assente nel pentolone del tutto esaurito. Al calare delle luci l’eccitazione è cresciuta di pari passo al buio. Urla, mani, fischi: il pubblico “ronzava come una chitarra esposta al vento”, citando Egisto Corradi. Poi è comparso lui, da una nuvola di fumo come è sua abitudine, solo, in completo nero e camicia bianca con gemelli ai polsi, scarpe laccate e occhiali da sole per difendersi dai riflettori. Era seduto su di una sedia al centro del palco, con una chitarra acustica tra le mani, e subito è partito. Silenzio di tomba in tutta l’arena. Solo la chitarra che suonava. Le orecchie tese, lo sguardo fisso su di lui e quella domanda: «É un bluff o è davvero uno speciale?». Era piacevole

quello che arrivava alle nostre orecchie, le prime mani hanno cominciato a battere, le prime teste ad accompagnare il ritmo. Lui sfoderava arie dalla sorprendente estrosità con tecnica da far strabuzzare gli occhi. Il pubblico si è librato e, preso per mano dalle note, ha applaudito ad ogni virtuosismo. Alla fine è esploso in una liberatoria ovazione generale: «Non è un bluff, è Joe Bonamassa!». Si era solo al primo pezzo, ma già l’arena era sua e senza ancora aver fatto sentire la sua voce graffiante. Poi è arrivato il momento di abbracciare la chitarra elettrica e tutti gli strumentisti hanno preso posto nel palco: da Los Angeles il maestro delle tastiere Arlan Schierbaum, al basso, da Brooklyn , il direttore musicale e compositore Carmine Rojas, e alle percussioni l’incredibile Tal Bergman. Divertente il suo siparietto quando dopo l’ennesima faticata ai tamburi, ha buttato le racchette e se n’è andato, come per dire: «Basta, più di così non posso». Naturalmente è stato richiamato al suo sgabello a furor di pubblico. Non suonavano soltanto, ma giocavano assieme e Joe continuava a caricare e stupire. Alla fine dopo il terzo bis e due ore e un quarto di emozioni, Bonamassa e i suoi sono venuti al bordo del palco per farsi vedere bene e salutare tutti. Il pubblico in piedi non smetteva di acclamarli, ed io in mezzo a quella bolgia ho guardato per la prima volta verso colui che occupava il posto alla mia destra. Era un uomo sulla sessantina, che continuando a battere le mani, con una smorfia di sufficienza mi ha detto: «Non male». Ed io: «Già, non male». E poi via, ubriachi di palpiti, a disperdersi nel disordine della folla in evacuazione, vagare tra le macchine parcheggiate con ancora un sorriso da ebeti stampato sul viso.


PANKAKULTURA

CONTIN E ARLECCHINO, UN’AMORE OLTRE IL PALCO L’attrice pordenonese dietro una delle maschere più affascinanti della commedia dell’arte di Andrea Lenardon La pordenonese Claudia Contin da piccola voleva fare la camionista, la ballerina, la missionaria e l'astronauta. E' diventata tutte e nessuna di queste. Non si è limitata a girare per le strade del mondo o volteggiare con le mezze punte su un palco, neanche l'idea dello spazio le è bastata. Claudia come “Il Gabbiano Jonathan Livingstone”, rifiuta il grigio piattume della nuova globalizzazione ed esalta le colorate peculiarità degli individui, ricchezze e patrimoni unici dai quali prese vita la commedia dell'arte. Della quale l'esponente principale è sicuramente Arlecchino. ��Pulcinella e Arlec-

chino - spiega infatti Contin - sono l'antidoto di tutti i tempi contro i santoni, contro le ideologie, contro le orge di massa del pensiero. Riescono a essere concreti, indipendenti, generosi in modo solidale». E’ stato in particolare Arlecchino stesso a cercarla e a cucirsi su di lei. La parte le venne affidata nel 1987 da Ferruccio Merisi, che con lei oggi dirige la Scuola Sperimentale dell’attore di Pordenone de “L’Arlecchino errante”, e da allora non la abbandona più. L'artista è diventata così la prima donna ad interpretare una parte maschile nella commedia dell'arte. Della sua carriera, delle sue soddi-

sfazioni, parla sempre molto umilmente, non traspare mai un accenno all'appagamento. Claudia sa farsi appassionare dall'arte e sa imparare dai suoi errori. Questa è la sua forza, crede fermamente in quello che fa ed è grazie alla sua grande passione che risulta essere una artista a 360 gradi. Scrittrice, pittrice, scenografa, tecnico audio e luci ma soprattutto, interprete instancabile, irriverente e unica nel personaggio di Arlecchino, del quale parla affettuosamente in prima persona e per il quale ha il massimo rispetto e gratitudine. Per capire la portata del “fenomeno Contin” basti dire che da qualche tempo all'attrice non basta più il suo nome e, per questioni di identificazione pubblica, le è stato chiesto di prendere il nome di Claudia Contin Arlecchino. «Dal mio punto di vista – afferma l’artista - è un peso ed una responsabilità portare il carico di un personaggio che ha una storia lunga 500 anni ». Dal mio, invece, quest'aspetto fa di lei un esempio. Testimonianza di come l'impegno paga, dimostrazione che non è finita l'epoca di chi rincorre i suoi sogni e vive la sua passione visceralmente, facendo di essa la propria benzina. Claudia ha gettato le basi della sua carriera artistica all’età di 18 anni, fino ad essere oggi una delle massime esponenti contemporanee e figura di riferimento con all’attivo diversi testi teatrali e saggi teorici tradotti in quattro lingue. Il suo segreto sono la preparazione fisica e la profonda passione per l'espressività, supportata dalla professionalità. Cominciò a studiare teatro da giovanissima, all’età di 14 anni, e diplomatasi all'Istituto d'Arte proseguì i suoi studi laureandosi in architettura. Nell'iconografia ha trovato il mezzo per comunicare a livello empatico e psicologico con il pubblico, prendendosi la responsabilità di cercare di condividere il significato delle emozioni personali, usando il linguaggio della gestualità. E’ quest’ultima veicolo di archetipi talmente radicati nell'essere

umano da essere comprensibili a tutti nel mondo intero. E' questa l'innovazione e la particolarità della commedia dell'arte, nata in Italia nel 1500 dal “volgo” (popolo). La dimensione figurativa, rituale e simbolica popolare, al tempo interpretata da giullari di corte e cantastorie, acquisì mano a mano professionalità con la costituzione di compagnie di persone comuni che ne fecero una professione e che portavano sul palco i temi pagani. Fregiandosi del merito di aver aperto le porte alle donne sino ad allora relegate in secondo piano non solo nella rappresentazione, ma anche nelle attività sociali in genere. E' in questo contesto che le maschere, già diffuse ovunque, trovarono spazio e vennero per la prima volta usate come oggetto di lavoro. La commedia dell'arte incorpora il lato grottesco di esse, che è il precursore del comico, discostato dalla comicità di barzelletta e risata superficiale e capace di prendere visione di un problema e trasformarlo con autoironia. Tra le maschere, Arlecchino (insieme a Pulcinella) si distingue perché non trae ispirazione da persone e mestieri identificabili, ma si lega con il non catalogabile, con la mutevolezza e l'inafferrabilità dell'immaginario animista raccogliendo, come bene riesce a fare Contin Arlecchino sul palco, il tutto e il niente dell’esistenza.


IL PERSONAGGIO

Il sogno di Martin Luther King Negli anni ‘50 della segregazione raziale americana, lottò per l’uguaglianza appellandosi all’amore e alla non violenza di Manuele Celotto Il 4 aprile 1968 muore assassinato all’hotel Loraine Martin Luther King, attivista nero per i diritti umani anche se vederlo solo come leader di un movimento per i diritti civili è ingiusto e riduttivo; perché King fu molto di più di questo. Siamo negli anni ’50, in Alabama. C’è la segregazione razziale, i negri non possono usufruire degli stessi spazi dei bianchi; per loro non ci sono scuole, autobus, fontanelle per bere, e nemmeno squadre miste negri e bianchi. Il negro è considerato un’entità a parte, quasi un estraneo in patria. King proviene da una famiglia cattolica battista e cresce in un contesto di amore e armonia; fin da ragazzo è animato da una profonda fede religiosa che lo accompagnerà tutta la vita. Dopo diploma e laurea in sociologia, prosegue con gli studi di teologia a Boston dove conosce il pensiero di Gandhi ed abbraccia la non violenza. A Boston conosce Coretta Scott che diverrà sua moglie. Il 31 ottobre del 1954 viene nominato pastore della chiesa metodista a Montgomery. Ed è proprio a Montgomery che

avviene il fattore scatenante che finirà per cambiare la sua vita. Il 1 dicembre 1955 Rosa Parks sale sul bus e non trovando posto, ne occupa uno nello spazio riservato ai bianchi; all’invito a tornare nel fondo del bus dove c’erano i posti riservati ai negri rifiutò e venne arrestata. Questo finirà per scatenare la protesta della comunità nera; era arrivata l’ora di «far entrare in società la giustizia». Quello che più spaventava King era quella sorta di apatica rassegnazione che pervadeva la comunità, quasi un accettare la discriminazione come una cosa normale. Istituì così l’associazione per il miglioramento di Montgomery, con lo scopo di dirigere ed organizzare il boicottaggio dei bus. Il 5 dicembre, data del processo a carico di Rosa Parks, iniziò l’azione di protesta. L’adesione al boicottaggio andò oltre le aspettative degli organizzatori e divenne quasi totale. Al processo la Parks fu dichiarata colpevole e condannata; lei ricorse poi in appello e il boicottaggio proseguì. A quel tempo, dapprima l’azione venne accolta

con noncuranza, ma poi si accorsero che la comunità nera si era organizzata bene e rimaneva unita; il boicottaggio non si fermò ed andò avanti per oltre un anno. La Corte suprema degli USA il 15 novembre 1956 dichiarò illegale il regime segregazionista sugli autobus ed il 20 dicembre l’ordinanza arrivò a Montgomery. Il giorno dopo venne decretata la fine del boicottaggio e King fu uno dei primi a salire sull’autobus. Quell’azione di protesta fu soltanto l’inizio del cammino. «Non prendiamoci in giro, non siamo arrivati alla terra promessa né al nord né al sud», dirà pochi giorni dopo. Il boicottaggio aveva finito col rendere King una figura di spicco anche fuori dagli USA. Fu invitato in Ghana per la cerimonia di indipendenza, fece un viaggio in India in cui vide quanto era forte la figura di Gandhi, ma anche quanto lui era diventato famoso. Era tuttavia il desiderio di porre fine al segregazionismo che lo animava. Le sue dimostrazioni passarono per Albany dove diede vita all’occupazione delle tavole calde: la comunità nera smise di frequentare alcuni posti facendo leva sul danno economico che ne derivava e questo finì col portare al risultato desiderato. Ci fu anche la campagna di Birmingham, dove nacque il motto «We shall overcame» (noi vinceremo), ma anche dove trovò questo una ferrea opposizione. Nell’estate del 1963 un grande grido di libertà riecheggiò da nord a sud in tutto il paese; il 28 agosto a Washington davanti a 250mila persone pronunciò il mai dimenticato discorso che iniziò con: «I have a dream» (Ho un sogno). Nel 1964 ricevette ad Oslo il premio Nobel per la

pace, ma questo lo stimolò a continuare il suo percorso per l’uguaglianza fino alla sua morte per mano di qualcuno. Alla marcia della libertà da Selma a Montgomery lanciò un appello: «Verrete insultati, verrete colpiti dagli idranti e dai manganelli, vi tireranno mattoni, ma se sentite di non poter sopportare tutto questo senza reagire allora non venite». Martin Luther King non ha mai ceduto, si è sempre rivolto a Dio perché gli desse la forza per poter andare avanti anche nei momenti più bui e difficili. La sua forza motrice è sempre stata l’amore, l’uguaglianza, la convinzione che una democrazia è tale se concede a tutti gli stessi diritti ed opportunità. Non ha mai creduto all’idea del “black power” (il potere dei neri) perché per lui era l’equivalente del potere malato che combatteva. Fu sempre convinto che solo la pace mondiale potesse essere la forza che avrebbe cambiato e reso migliore il mondo. Nella pellicola “Mississippi burning”, per chi volesse approfondire, l’epoca in cui visse questo straordinario personaggio.


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Droga, esperienze di intervento a confronto A Pordenone, il primo forum internazionale sul contrasto del consumo di sostanze psicoattive di Gian Piero Turchi

Pordenone, 7 giugno 2013: sono il luogo e la data del primo Forum internazionale sul contrasto del consumo di sostanze psicoattive, nato dalla collaborazione tra associazione I Ragazzi della Panchina di Pordenone, Dipartimento Fisppa dell’Università degli Studi di Padova e Dipartimento

delle dipendenze di Pordenone, Ass6 Friuli Occidentale. Parliamo del convegno “Altre Strade”, “La rete dei servizi informali”. L’analisi dei nuovi “bisogni”, l’influenza delle politiche di riduzione del danno, la comprensione dell’esigenza dello sviluppo di nuovi modelli di comunità e la diffusione di nuove forme di consumo di sostanze illecite, spinge i servizi a verificare la possibilità di offrire altre forme di intervento. Ecco che la costituzione di una rete tra servizi nazionali e internazionali che operano nell’ambito del contrasto al consumo di sostanze psicoattive diventa quanto mai neces-

saria per arrivare ad operare in modo concertato laddove le singole realtà non potrebbero inserirsi. Il convegno “Altre strade”, collocandosi in tale scenario come occasione di condivisione di prassi già messe in campo dagli enti del settore e di nuove proposte volte alla promozione della salute, è nato con l’obiettivo di accreditare i servizi per il contrasto al consumo, in termini di efficacia e di interazione tra servizi informali del territorio e servizi formali e istituzionali. Per la prima volta, Pordenone diventa così il luogo di confronto scambio di esperienze: di associazioni e Ong

nazionali (Sert di Casavatore, Napoli e Cooperativa Parsec, Roma) ed internazionali (Vida y Esperanza, Bolivia e Aclad, Alborada, Spagna) fondate sulla concezione della persona in termini di cambiamento. Ovvero enti che nella loro attività, abbandonando l’ottica “patologizzante” del consumatore, adottano prassi volte alla promozione della sua figura come risorsa su e per il territorio. Il convegno è inoltre un trampolino di lancio: l’occasione di condividere linee guida a partire dalle quali l’associazione I Ragazzi della Panchina di Pordenone, da qui in avanti con incontri biennali, diventerà il punto di riferimento per i servizi informali per il contrasto al consumo. Nel corso del convegno, alla relazione delle esperienze seguono due gruppi di lavoro e una “tavola rotonda”. Tre infine le tematiche centrali alla giornata di lavoro: come avviare -consolidare la collaborazione tra servizi informali ed istituzioni; come promuovere la figura del consumatore come risorsa nelle strategie di contrasto al consumo e infine quali le iniziative e le valutazioni dell’efficacia delle stesse

Il Sert di Casavatore, Napoli (Italia)

La Cooperativa Sociale Parsec, Roma (Italia)

L’Aclad, Alborada (Spagna)

LVida y Esperanza, Cochabamba (Bolivia)

Il Dipartimento per le dipendenze è un servizio dell’Azienda sanitaria 2 Nord di Napoli diretto dal dottor Vincenzo D’Auria, coadiuvato dallo psicologo Pietro Scurti. Da anni al suo interno sta producendo ottimi risultati il modello integrato gruppale, in quella che è, in provincia di Napoli, una delle zone con la maggiore densità di tossicodipendenti in Campania. “Il cerchio”, lo chiamano così al Sert di Casavatore è il momento quotidiano di confronto guidato da psicologi del servizio aperto da oltre dieci anni ai ragazzi con problemi di tossicodipendenza. E’ questa una delle attività svolte al Sert dal gruppo di lavoro Ninive e si accompagna, nel programma che il servizio propone a coloro che intendono uscire dal “carcere” della droga, ad altri progetti come il centro diurno Gulliver, la cooperativa “Il fiore per la vita”, la Doppia diagnosi.

Nata nel 1996, fa parte nel Parsec Consortium, che riunisce cooperative sociali e associazioni operanti nel campo della progettazione e della realizzazione di interventi sociali in ambito nazionale. La Cooperativa promuove interventi e servizi in grado di rispondere alla complessità dei bisogni sociali emergenti e favorisce la promozione del benessere e l’inclusione sociale. La sua azione è orientata alla prevenzione e alla riduzione dei rischi connessi all'uso e abuso di sostanze, alla promozione del benessere dei minori e dei giovani, al sostegno alla genitorialità, al superamento del disagio e della marginalità, alla formazione, alla mediazione sociale e dei conflitti, alla sicurezza territoriale partecipata. Le aree di intervento sono: dipendenza; prostituzione e tratta; giovani e prevenzione; mediazione sociale e sicurezza urbana e formazione. www.cooperativaparsec.it

Il Programma di tossicodipendenza “Alborada” dipende dall’Associazione Cittadini per la lotta alla droga della città di Vigo, che ha costruito il suo primo centro nel 1982. Obiettivi sono la prevenzione, il trattamento e reinserimento sociale del consumatore di sostanze. Esso compone di: Unità Assistenziale, Centro Diurno, Comunità Terapeutica, Centro per i minori, programma di prevenzione creativa. Nel ventennio 1987-2007 i pazienti visitati nella comunità terapeutica sono stati 1400; i pazienti trattati nel Centro Diurno 1200 e i bambini 170; infine 1.587.130 sono stati gli interventi individuali, familiari, sanitari, sociali ecc. Il Programma Alborada è in grado di dare assistenza completa per i consumatori e le loro famiglie, adattandosi alle esigenze di ogni singolo caso, operando anche a favore del reinserimento sociale e nella prevenzione. www.alborada. org

Nasce come Centro civile senza scopo di lucro, formato da persone e professionisti che hanno come obiettivo quello di contribuire a promuovere la qualità della vita. L’organizzazione lavora con bambini che vivono in strada in condizioni di miseria, a rischio di consumo di sostanze, soprattutto marijuana e clefa (sostanza allucinogena a base di benzina). L’organizzazione intende sviluppare azioni di prevenzione sanitaria integrata, formando un team multidisciplinare, che lavora con le popolazioni vulnerabili. L'organizzazione segue 36 bambini e studenti adolescenti tra i 6 e gli 11 anni (prevenzione) e 40 ragazzi tra gli 8 e i 18 anni (inserimento lavorativo). Mette inoltre in campo una terapia occupazionale che prevede, ad esempio, il lavoro con gli animali intesi come risorse utili a svolgere programmi di reinserimento sociale.


Hanno collaborato a questo numero

LDP - LIBERTÁ DI PAROLA Giornale di strada dei Ragazzi della Panchina ad uscita trimestrale o quasi Registrazione presso il Tribunale di Pordenone N. R. G. 1719/2008 N. Reg. Stampa 10 del 24.01.2009 Direttore Responsabile Milena Bidinost

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Pino Roveredo Penna in mano, foglio davanti agli occhi, cuore e cervello per riempire gli spazi, colorarli. Toscano, non di origine ma fedele compagno tra le labbra, a profumare parole da sentire o leggere.

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Guerrino Faggiani Se è vero che della nascita non ci si ricorda nulla, chiedetelo a lui, vi saprà raccontare ogni secondo, è rinato nel 2007! Da cinque anni con la Panka cavalca la vita, non tanto per saltare gli ostacoli, ma proprio per abbatterli

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Ennio Rajer Di nobile stirpe, il conte Rajer è avviato ad una fulgida carriera di scrittore. È l’unico ad essersi presentato in sede con le paste la prima volta che vi ha messo piede. Paste nel senso di bignè: i soliti maliziosi…

Direttore Editoriale Pino Roveredo Capo Redattore Guerrino Faggiani Redazione Andrea Picco, Franca Merlo, Tina, Ferdinando Parigi, Manuele Celotto, Giovanna Orefice, Fabrizio Sala, Ada Moznich, Andrea Lenardon, Ennio Rajer, Giulia Rigo, Max Moras, Giuseppe Micco, Valentina Furlan, Enza Santo, Sara Lenardon, Alain Saciolotto, Gian Piero Turchi. Editore Associazione i Ragazzi della Panchina ONLUS Via Selvatico 26, 33170 Pordenone

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Ada Moznich Delle quote rosa lei se ne infischia, non le servono! Essere presidente donna di un’associazione di tossici è da solo un miracolo in termini. Si ama e si teme nello stesso istante, tiene tutti e tutto sotto controllo, anche il conto in banca: - Ada ci servirebbe una penna.. “scrivi con il sangue che le penne costano..!”

Creazione grafica Maurizio Poletto

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Giuseppe Micco Bepi: secco come un terno, Monsieur Le Bepo è il lottologo della compagnia. Dategli la vostra data di nascita e ne farà una fonte di reddito. Una volta all'anno da Monsieur diventa Mister: dei leoni indomabili, i Kullander United.

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Milena Bidinost Il direttore non si discute, si ama. Penna libera, riesce ad immergersi nella bolgia dell’Associazione con delicatezza e costanza, impegno ed esperienza. Quando le parli ti chiedi se le tue parole finiranno in un articolo! Ma confidiamo nella sua amicizia

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Manuele Celotto Scrittore, nuotatore, scacchista, attore. Presenza morbida e mai sopra le righe, nonostante questo difficilmente non fa quello che pensa. Con la caricatura l’omaggio dell’affetto per lui nella folta chioma, ormai ricordo di antichi fasti e disavventure inenarrabili

—————————————— Gian Piero Turchi Ha introdotto nel gruppo lo scarto di paradigma, tanto che per un po’ in sede, dove l'unico scarto conosciuto è quello di briscola, ci si salutava chiedendo: come sta il tuo paradigma? Dicono abbia studiato a Palo Alto. Chiedetegli come va, dovrebbe rispondere Cosmico!

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Andrea Lenardon Tirocinante, educatore, psicologo, operatore psichiatrico, giocatore di calcetto da tavolo, giocatore di Ping Pong, amico. Si arriva alla Panchina per un motivo, si fanno mille altre cose, si vivono mille mondi, diventi mille vite. Il tirocinio finisce ed un po’ non finisce mai, se ne andrà dalla Panka ed un po’ non se ne andrà mai.

Giovanna Orefice Astrologa, futurista, impaziente, sorridente, sognatrice ad ogni costo, innamorata. Si presenta in sede iniziando a parlarci ancora fuori dalla porta e dopo due ore le uniche parole che ti concede sono: ah.. si.. da mai.. davvero?.. il resto è suo! Desidera partire ma non trova i biglietti, a volte il viaggio fa più paura dell’arrivo.

Ferdinando Parigi Voce tonante, eleganza innata, modi da gentiluomo che si trovano raramente, la nostra nuova penna si fa sempre notare, tanto che le sue mail sembrano lettere direttamente uscite da un romanzo dell’800

Stampa Grafoteca Group S.r.l. Via Amman 33 33084 Cordenons PN Fotografie A cura della redazione Foto a pagina 1 e 2 Associazione AISM Foto a pagina 4,5,6 e 17 da sito: http://commons.wikimedia.org/wiki/ Main_Page Foto a pagina 7 Fabrizio Sala Foto da pagina 13 Sara Lenardon Chi vuole scrivere, segnalare, chiedere o semplicemente conoscerci, contatti la redazione di LDP: info@iragazzidellapanchina.it Questo giornale é stato reso possibile grazie al contributo del Comune di Pordenone Associazione i Ragazzi della Panchina ONLUS Via Selvatico 26, 33170 Pordenone Tel. 0434 082271 email: info@iragazzidellapanchina.it www.iragazzidellapanchina.it FB: La Panka Pordenone Youtube: Pankinari Per le donazioni: Codice IBAN: IT 69 R 08356 12500 000000019539 Per il 5X1000 codice fiscale: 91045500930 La sede dei Ragazzi della Panchina é aperta dal lunedí al venerdí dalle ore 14:00 alle 19:00

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mpaginazione Ada Moznich

Franca Merlo Presidentessa onoraria dell’Associazione affronta la vita come una eterna sperimentazione. Oggi è a Londra, più avanti.. si vedrà. Non manca mai di commentare il blog, non manca mai di sentirsi Panchinara, ovunque sia.


L'indifferenza e' l'ottavo vizio capitale don andrea gallo

I ragazzi della panchina campagna per la sensibilizzazione e integrazione sociale DE I RAGAZZI DELLA PANCHINA CON IL PATROCINIO del comune di pordenone


Ldp 02-2013