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APPROFONDIMENTO

Diversamente giovane

Libertá di Parola 2/2011 ——

Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo. (Voltaire)

Fine lavoro, ma non fine vita. Arrivato il tempo della pensione per molti, salute permettendo, arriva quello di godere del tempo libero mai avuto prima. Balli, gite, divertimento, cura del proprio corpo e delle proprie amicizie: ma anche tanto volontariato a favore della comunità, aiuto da dare a figli e nipoti. Per chi poi a casa propria comincia ad avere paura di stare da solo l’alternativa alla Casa di riposo c’è. Tanti modi di essere anziano. a pagina 9

IL TEMA

Lavori sporchi, ma qualcuno li deve pur fare a pagina 2

DIPENDENZE

Alcol, quando il piacere diventa problema a pagina 8

L' EDItoriale

“La legge E’ uguale per tutti?” di Pino Roveredo Dopo mesi d’incontri, scritture, incroci e parole, il 26 giugno, alle ore 20.30, con un progetto curato dall’associazione I Ragazzi della Panchina, sarà rappresentata la commedia “La legge è uguale per tutti?”. Con l’esperienza decennale di chi è convinto che la cultura offre sempre la vitalità di un benessere, la commedia verrà interpretata da un gruppo di detenuti all’interno del carcere di Pordenone, e offerta alla cittadinanza grazie a una ripresa diretta, nell’ex convento di piazza della Motta. Una commedia “La legge è uguale per tutti?”, che, senza il dito puntato del moralista e l’alibi che protegge una colpa, vuole raccontare le cronache che girano sopra i corridoi dei Tribunali, dove si scontrano e aggrovigliano le storie della vita, e sopra, pestano i passi certi dei Giudicanti, striscia la paura rigida dei Giudicati, e scivolano le scarpe lucide degli avvocati… Dentro quelle correnti d’aria, scorre la voce imponente del Dio delle Giustizie, sotto, l’innocenza eterna di Abele, la colpa infinita di Caino, le lingue a striscio dei Giuda, le mani pulite dei Pilato, e le abitudini delinquenziali dei Barabba da quattro soldi. Ecco in anteprima, un breve stralcio dell’opera…

Giudice: Sono vent’anni che dibatto dibattimenti, processo processati, imputo imputati, sono vent’anni che infilo i colpevoli nell’abito stretto e costretto della condanna, e assolvo innocenti e insufficienti col potere largo della libertà… Imputato: Sono vent’anni che frequento le aule del Giudizio, vent’anni che raccolgo imputazioni, sospetti, arringhe e difese, e mescolando il tutto, sono poi costretto a trascinarmi dietro il peso del verdetto che ho dovuto togliere alla mia libertà… P. Ministero: Sono vent’anni che inseguo i delinquenti, incrimino i criminali, incastro gli imputati, e come un bisogno fisico che mi gira nell’animo,

prima vesto i sospettati con la certezza della colpa, e poi misuro le condanne sopra le vite dei condannati… Giudice: Sono vent’anni che esamino le prove, viviseziono i fatti, sommo gli articoli di Legge, e con le chiavi di chi ha il potere di aprire e chiudere le Sentenze, stravolgo e ribalto le vite che devono sottostare alla mia coscienza. Sono vent’anni che davanti agli specchi della mia intimità, mi chiedo, ripeto e disturbo con i soliti dubbi del… Ho fatto bene, ho fatto male, ma soprattutto, ho fatto Giustizia?... Imputato: Sono vent’anni che i giudici giudicanti scrivono i continua a pagina 14

INVIATI NEL MONDO

Incredibile India, terra di contraddizioni a pagina 13

il progetto

Se i detenuti diventano attori Il 23 giugno va in scena la prima a pagina 14

PANKAKULTURA

Allevi, il filosofo del pianoforte a pagina 16

NON SOLO SPORt

Un caffè con l’esploratore dei ghiacci a pag. 18


Faccio lo spazzino e ne vado fiero Le spazzatrici hanno soppiantato le scope, ma ancora oggi dove non arrivano le macchine è l'uomo a metterci le mani di Sponzer

TRA FUMI E SCINTILLE La fatica boia, le polveri che impregnano pelle e polmoni, il sudore che inzuppa i vestiti. Lo sporco lavoro degli sbavatori di ghisa di Guerrino Faggiani “Mi chiamo Giovanni e sbavo la ghisa per quattro denari e un pezzo di pane” diceva una canzone degli anni ‘60. Erano i tempi che succedevano alla rivoluzione industriale del Dopoguerra, rivoluzione che meccanizzò il lavoro con presse taglia mani, fumi brucia polmoni e nefandezze varie, in cui la malattia professionale era accettata con rassegnazione. Ai tempi di quelle condizioni, dicevo, citare lo sbavatore di ghisa significava scomodare ciò oltre il quale l’immaginazione non sapeva andare, per dare l’idea della drammaticità in cui le nostre più basse classi operaie versavano. Ebbene oggi, ai tempi della rivoluzione mediatica in cui si creano e si distruggono fortune senza muoversi da una sedia, lo sbavatore di ghisa esiste ancora. Con la sua tuta che sta in piedi da sola, trasformata in uno scafandro appiccicoso di sudore e polvere. Come allora il lavoro consiste nello smerigliare la bava dai vari pezzi con il disco abrasivo di una flex che gira a migliaia di giri al min. Che va tenuta saldamente in mano dal mattino alla sera, e che fa pagare cara ogni piccola distrazione, possibile sopratutto alla fine della giornata quando i muscoli e la testa non hanno più niente da dare. I pezzi di ghisa da sbavare possono essere di varie forme e dimensioni, a volte anche mastodontiche,

tipo quelli usati nella cantieristica navale, ad esempio. Dalla smerigliatura si sprigionano fumi dannosi che nonostante i potenti aspiratori di oggi, se non si è ulteriormente protetti provocano problemi ai polmoni, difficili da trattare anche farmacologicamente. Le scintille non perdono occasione per piantarsi negli occhi, pur con i caschi a visiera chiusa di adesso, non si sa come ma entrano lo stesso. La pelle assorbe la polvere che poi con il sudore si trasforma in una specie di ruggine rossastra che si toglie solo strofinando vigorosamente con la candeggina o con il limone. Questo in superficie però, perché il corpo continua ad espellerne da ogni poro della pelle. A letto sul cuscino si lascia un alone giallo e sulle lenzuola come sul materasso si forma un sudario ocra che come su tutti gli altri vestiti: non si toglie con niente. Lo sbavatore con la sua fatica boia (alla fine della giornata sono svariate le tonnellate di ghisa che ha maneggiato) che in breve tempo si trasforma in una specie di Incredibile Hulk, solo giallo e non verde, ha un corredo tutto suo per i giorni lavorativi, onde evitare di rovinare i vestiti buoni. “Cerchi lavoro, che tipo?” “Mi va bene qualsiasi”. Piano col dire qualsiasi. Io quando sbavavo ghisa ho visto che tra il dire e il fare di chi cerca lavoro ci passa il mare.

Sono un ragazzo che come tanti collabora con l’associazione i Ragazzi della Panchina. Il tema di questo numero del giornale è il lavoro, quello dove ci si sporca le mani. Diciamo che ciò che io faccio tutti i giorni per vivere è azzeccato per questo tema. Io faccio lo spazzino o, come tanti ancora dicono per dare un certo rilievo a questo lavoro, l'operatore ecologico. Meglio ancora, come mi ricordo lo sentivo chiamare da bambino, lo “scovasin del comun”. A dire il vero non sono neanche un dipendente comunale (magari lo fossi!), ma appartengo ad una cooperativa sociale che prende in subappalto questi lavori. Il lavoro però sempre quello è. Inizio ogni giorno, dal lunedì al sabato, alle sei di mattina, alcune volte anche alle cinque. Ciò dipende dal tipo di servizio che devo

svolgere. Con qualsiasi tempo. Si parte dietro il camion a svuotare cassonetti oppure a fare raccolta differenziata porta a porta. Dal secco alla plastica, dalla carta all’umido e via dicendo. Il vecchio termine dello “spazzino”, come lo si intendeva un tempo, oggi sta andando in disuso. Gli spazzini, infatti, quelli che si vedevano una volta stando per strada erano uomini vestiti con le loro tute rinfrangenti e con queste enormi scope di saggina intrecciata: oggi non esistono neanche più. Dove lavoro io, una volta ogni fine anno arrivava per l’augurio di Natale il vescovo che oltre a fare gli auguri a noi benediva pure le scope. Adesso grazie alla tecnologia le scope non le abbiamo più. Ci sono le spazzatrice e gli operatori che una volta maneggiavano la scopa adesso per pulire meglio hanno

CAM CAMINÌ SPAZZACAMIN Meno romantica che nel film Mary Poppins, è una professione in cui servono fisico e conoscenza della legge testimonianza raccolta da Chiara Zorzi Sei anni fa, a 34 anni, ho intrapreso la professione di spazzacamino, per caso. Un giorno un amico me lo ha suggerito per scherzo e per provocazione. La sera ero già su internet a cercare le normative in materia, le attrezzature, informazioni in genere. Il giorno dopo ho cominciato a telefonare per iscrivermi ad un corso: l'ho sul momento considerato un “investimento a fondo perduto”. Corso dopo

corso, ho cominciato a fare questo mestiere “in piccolo” e come secondo lavoro: per due anni sono andato in giro con la macchina, l’aspirapolvere, poche aste e una scala. Un po’ alla volta, grazie al passaparola, mi sono trovato sempre più “dentro il giro” fino a sceglierlo come unico lavoro. Mi piace, perchè è molto vario, anche se spesso l’idea delle persone è che la pulizia di un camino sia uguale a


il soffiatore. Pure i mezzi sono cambiati, non si va più con mezzi vecchi e sgangherati o addirittura, come raccontano certi vecchi, con motocarri a cui dovevi stare appeso come un salame. Adesso per fortuna nostra siamo dotati di moderni camion con tanto di sensori per la sicurezza dell’operatore e con video camere sia dentro che fuori all’abitacolo di guida. Ai tempi che furono c’è scappato qualche morto, e a causa del buio che c'è al mattino presto sono successe anche queste disgrazie. Comunque alla fine il lavoro, lo deve sempre fare l’uomo quindi devi sempre stare lì a controllare quello che raccogli, ci può essere di tutto nei sacchetti comprese cose pericolose. Una volta senza saperlo è stata raccolta una bomba della prima guerra che stava per far scoppiare il camion. Quindi devi sempre controlla-

re quello che raccogli. Dove non arrivano le macchine devi andare tu con le mani e ti capita di raccogliere di tutto: vetri rotti, pannolini, escrementi di vario genere tanto animali che umani, siringhe e via dicendo. Una volta un mio collega, confidandosi con me, sembrava vergognarsi di fare questo lavoro, ma io gli dissi: “A quarant’anni io sono comunque contento di fare questo lavoro, perché quando vado a dormire mi sento a posto con me stesso, per essermi guadagnato la giornata così da non dover chiedere niente a nessuno”. Questo mi rende consapevole che sono anche fortunato ad avere un lavoro con i tempi di crisi di questo momento. Chiudo con il dire che questo lavoro, anni fa era un lavoro non agognato, mentre oggi molti miei amici farebbero di tutto per farlo, pur di lavorare.

quella di tutti gli altri, invece in ogni casa, ogni camino ha le sue caratteristiche, quindi ti capitano pulizie che durano un’ora e altre che possono durare anche 3 o 4 ore. Lo stesso fatto di non essere mai nello stesso posto e di stare all’aria aperta mi fa apprezzare questo lavoro. Se poi dovesse piovere, lavoro ugualmente, pulendo il camino dall’interno della casa.Oggi ci si sporca molto meno di una volta perché ci sono aspirapolvere molto potenti, ma a fine giornata, inutile negarlo, un po’ neri lo si è. Su e giù per le scale tutto il giorno, a fine giornata sei “cotto”, senza contare la pericolosità: spesso non vengono messe in atto tutte le normative di sicurezza sulla abitazioni. Inoltre se succede qualcosa al camino dopo che io ho fatto la pulizia, per esempio prende fuoco o la canna fumaria è crepata per cui il cliente si intossica con il monossido di carbonio che fuoriesce, io sono responsabile penalmente: quindi bisogna prestare molta atten-

zione a quello che si fa e a come lo si fa. Diciamo che l’immagine pittoresca dello spazzacamino, cioè di colui che “dà una spazzata e via” che molti hanno non corrisponde alla realtà. Spesso mi trovo a discutere con i clienti per la messa a norma della canna fumaria, operazione non sempre economica, ma necessaria per la sicurezza. In Friuli Venezia Giulia siamo circa una trentina di spazzacamini e i corsi per imparare a fare questo mestiere vengono organizzati in giro per l’Italia dalle due associazioni di categoria: personalmente ne ho fatto uno a Reggio Emilia e uno a Cuneo. All’inizio per me lo spazzacamino rappresentava un secondo lavoro, perché dalle 4 alle 13 ero impegnato con il lavoro che avevo in quel momento e, poi, dalle 13 a seguire partivo con la mia aspirapolvere a pulire camini. Per ben due anni ho fatto questa vita, fino a quando non ho deciso di mollare il primo lavoro e di fare esclusivamente il secon-

Abbronzatura perenne In pantaloncini corti e a petto nudo a catramare coperture, al caldo di una generosa fiamma di Giorgio Doardo Già sono abituato, ormai è prassi. Mi presento all'uscio del nuovo committente e dopo solo poche battute parte la domanda: "Maaa... lei è italiano?". "Sì signora, italianissimo". "Ah! Allora è del Sud". "No signora, sono veneto dai tempi della Serenissima!", rispondo con un sorriso a denti stretti. "Vede sono scuro di pelle per via del mio lavoro: tenendomi sempre al caldo con la sua generosa fiamma, mi porta a spogliarmi quasi tutto l'anno e ad abbronzarmi di conseguenza". Oggi ho un verticale (in gergo) da impermeabilizzare, ovvero trascorrerò la giornata in un corridoio largo 70-80 centimetri con una parete di terra e una di cemento, e sarà su quest'ultima che si abbatterà la mia furia di piccolo artigiano. In pantaloncini corti e petto nudo, punto le ginocchia contro il cemento bloccando tre metri quadri di guaina tagliati ad hoc, ne arrotolo una parte e con la potente fiamma di propano erogata dal cannello la incollo fondendola sulla parete. Aahh!

Una goccia fusa cade dall'alto come Nutella bollente, mi becca un polso e non posso nemmeno cercare di toglierla: la Nutella si spalma!! Ma io sono un duro ed in capo ad alcune ore ho rivestito 150 metri quadri di muro! Ferito, ma soddisfatto e vittorioso! Le cantine di un altro palazzo sono preservate dalle infiltrazioni ed il merito è mio! Una giornata di lavoro che termina è una piena soddisfazione che fa dimenticare i 50 chili di peso di ogni rotolo o i brividi di caldo in pieno agosto per l'azione della fiamma sul catrame, o la terra che ti entra negli slip quando operi in verticale. Il ritorno monetario, la qualità del mio operato e i complimenti dei miei clienti sono di sicuro le cose che mi lusingano e mi rendono più orgoglioso. E vi assicuro che quando vedo un piastrellista in ginocchio sul lavoro o gli operai delle fonderie uscire dal turno, capisco che non farei mai e poi mai cambio con loro. Perché amo il mio lavoro, per duro che sia. Qualcuno lo doveva pur fare!!!

do: in quel momento ho deciso che avrei fatto solamente lo spazzacamino! Le attrezzature per fare questo lavoro oggi sono numerose nel mercato e sono anche molto costose: telecamera, analizzatore di combustione, macchina per la prova di tenuta e via dicendo. Alla fine però sono delle strumentazioni che ti consentono di ampliare i tipi di interventi e perciò di lavo-

rare tutto l’arco dell'anno: fino a febbraio-marzo lavori per le urgenze, mentre da aprile in poi, quando si spengono le stufe, lavori per le pulizie. Il mio lavoro si è costruito grazie al passaparola. Oggi a distanza di sei anni la zona che copro, territorialmente parlando, è molto ampia, andando da Gorizia a S. Stino di Livenza fino anche a Cimolais.


FIABE DI VITA

DECRESCITA FELICE Se tutto in economia cresce, diminuire il consumo di merci non significa ridurre il livello di civiltà di Alberto Danesin

COMUNQUE AI MARGINI A volte sembra che la vita si diverta con noi, ci promette castelli e poi li distrugge di Gino Dain e Elisa Cozzarini Gino ormai scrive da solo, non ha più bisogno di me. È stato lui a cambiare questa rubrica, per parlare di ciò che più gli sta a cuore, che sente vicino. È un successo, per entrambi, perché ora lui cammina con le sue gambe, anzi scrive con le sue mani! Usa carta e penna e mi fa recapitare il suo testo, rigorosamente in busta chiusa, presso la sede della Pankina. A proposito di gente ai margini della vita… I “ragazzi” che conosco sono in qualche modo difficili, cioè hanno nell’anima la difficoltà di vivere “normalmente”. Un po’ è colpa loro, lo sappiamo, perché non fanno niente per tentare di cambiare la loro condizione sfortunata, ma io credo che un’alta percentuale di colpa sia di quei servizi, quelle istituzioni che in pratica non esistono, ci sono solo sulla carta, ma se hai bisogno di loro difficilmente sanno rispondere. Eh già, sono ancora qua! Però che fatica vivere! A noi sembra sempre che tutto e tutti siano lì pronti a darci contro, mentre ti manca la terra sotto i piedi: non c’è niente e nessuno a sostenerci nei momenti di massimo sconforto. Dicono: «Ti devi rendere conto che niente viene con niente». E va bene, lo sappiamo. Però tutte le volte che con pazienza certosina e tanto tempo sono arrivato a costruire il castello che sognavo, ecco che come dal nulla spuntano

mille problemi e tutto crolla come un bell’edificio fatto di carte, in quattro e quattr’otto. In quei momenti mi viene da piangere dal nervoso. Sembra che la vita si diverta con noi, ci illude per un attimo che qualcosa può davvero cambiare e invece no. Certo, non siamo nulla, noi che con fatica cerchiamo di ritagliarci un piccolo posto in mezzo a tanti problemi, in questa società avariata. Ma caspita, non è possibile che tutte le volte che cerco con le unghie e con i denti di dare una spinta agli eventi, qualcosa vada storto e spunti qualcuno che mette i bastoni tra le ruote. Così non si va avanti, anche il più santo degli uomini perderebbe le staffe e la pazienza, finendo per combinarne una delle sue, dato che alla fine quello è l’unico modo per far vedere che c’è, che esiste! Su questa terra ci siamo anche noi. E saremo sempre di più, perché notiamo un chiaro aumento delle richieste di aiuto ai Servizi sociali del Comune di Pordenone, oppure alla Caritas, anche da fasce di popolazione che fino a ieri non ne avevano bisogno. Questo è un segnale importante per la nostra città, che non va sottovalutato: è il termometro per misurare la qualità della nostra esistenza terrena. Ci sentiamo alla prossima con problemi vecchi e nuovi che assillano la nostra gente, NOI!!

Decrescita Felice. Una panchina colorata è da poco disponibile per una pausa di lettura al sole. Il pallone di Luca corre tra le gambe delle mamme in visita al parco. Un soffice e caldo panino integrale è stato appena sfornato dal panificio sotto casa. Decrescita è l’elogio della lentezza, della semplicità, della durata. Decrescita è tendere alla gioia e non al divertimento, collaborare invece di competere. Decrescita è imparare a riconoscere che non sempre il nuovo viene identificato con il meglio. Quando tutto cresce in economia, decrescita significa insegnare, per garantire a molti, se non proprio a tutti, che la diminuzione del consumo di merci non significa riduzione dei livelli di civiltà, ma anzi che possa diventare sostenibile da un punto di vista ecologico, sociale e civile. La decrescita diventa felice per noi quando, toccando il nostro denaro e non ancora la nostra pelle, ci offre l’opportunità concreta di riflettere sull’assurdo ritmo che ha assunto la nostra esistenza, sulla natura un po’ ambigua del nostro amore, più sbilanciato sull’ego: è una buona occasione per raddrizzare non solo il nostro costume, ma anche la qualità

CELOX

Te la do io la felicità Il primo passo verso il benessere è chiedersi se lo si desidera davvero di Emanuele Celotto Spesso ci troviamo a parlare o commentare problemi, disavventure o sfighe assortite, nostre o altrui poco importa. Io invece vi voglio parlare di felicità. Bella parola vero? In inglese ha un suono ancora più dolce: felicity. Solo a pronunciarla ci si sente meglio. Ma noi quanto siamo felici? E quanto cerchiamo di esser-

lo? Provate a immaginare un mondo in cui tutti sono felici e/o cercano di essere felici. Riuscite ad immaginare una cosa simile? Sarebbe un mondo migliore se tutti fossimo felici o pensassimo ad esserlo! Come reagite davanti a questi pensieri? State pensando: “Sarebbe bello ma è difficile, impossibile.” Sembra un po’


ZIO FRANCO

SCRIVIMELO SUL MURO Per lo più negative, aumentano le scritte in città. Per provocazione o per vigliaccheria, ecco come oggi si comunica del nostro sguardo sulla vita, sul mondo e sull’ambiente. Ciò può avvenire cominciando a rinunciare all’individualismo sfrenato e aggressivo degli ultimi decenni, per risvegliare l’etica buona e giusta come senso dell’esistere umano, per risvegliare il “noi” rispetto all’ “io”: il “noi” del piccolo volontariato, della reciproca assistenza, della familiarità del borgo e della vita di quartiere rispetto all’anonimato della grande città, della buona scelta nel consumo dei cibi, degli stili di vita durevoli. Il “noi” della realizzazione nella famiglia, in luogo dell’autorealizzazione dell’ “io” nel lavoro. Se l’economia stimolasse il passaggio dal concetto del lavoro come produzione a quello di lavoro come servizio, dove la produzione considera non solo beni e merci ma anche l’erogazione di tempo, cura e relazione, arriveremmo in breve a sviluppare una domanda concreta di lavori orientati al servizio per la persona, alla relazione tra le persone. Arriveremmo cioè a chiedere tempo libero invece che denaro e benefit materiali, giungeremmo ad emancipare l’uomo dai condizionamenti economici strumentali riconsegnandogli la propria dignità.

strano visto che tutti vorremmo un mondo migliore e vorremmo essere felici. Ma noi cosa facciamo perché il mondo sia migliore? E per essere felici? Vorremmo cambiare tante cose “ma”. E in quel “ma” ci sono tutti gli impedimenti, paletti e preconcetti che non ci permettono cambiamenti. Manteniamo sempre gli stessi atteggiamenti e modi di proporci nelle relazioni, amicizie, lavoro, denaro e via discorrendo. Ci aspettiamo che la nostra realtà e il mondo intorno a noi cambino, ma noi restiamo sempre uguali come se la cosa non ci riguardasse minimamente. Facciamo la voce grossa quando si tratta delle nostre idee e necessità, ma quando idee e necessità sono quelle degli altri siamo vicini alla sordità completa. Possiamo sperare che i nostri rapporti personali migliorino, se continuiamo a proporci sempre allo stesso modo verso gli altri? A volte siamo proprio decisi a tentare un cambiamento e lo facciamo: ma come? Se il nostro approccio e stato d’animo è: “Io ci provo ma vedrai che non servirà, non migliorerà", o cose simili, andiamo incontro a un fallimento sicuro perché è quel che ci aspettiamo. Quando ci avviciniamo in modo diverso e con l’animo ben disposto, ci aspettiamo un ritorno immediato. Subito partiamo col

dire: “Vedi io ci ho provato, ma". Ed eccoci pronti per tornare ai soliti schemi di pensiero. Non abbiamo un minimo di pazienza e non lasciamo alle cose il tempo di accadere. Il mondo inizia a cambiare quando il cambiamento comincia da noi, dal nostro modo di proporci, di pensare. Ma tutto questo non può accadere in poche ore o pochi giorni. Credo che, in un mondo migliore, tutti sarebbero più felici, ma tutti sarebbero più felici se pensassero a costruire la propria felicità invece di inseguire quella che ci viene gli altri. Ma, comunque la vediate: auguri per la vostra felicità! Anzi, prima di chiudere aggiungo che, se fossimo felici non avremmo bisogno di annegare la nostra infelicità in droghe, alcol, cibi, né di stressarci col lavoro o altro. Nessuno si sentirebbe infelice perché troppo magro, grasso, alto, basso, brutto. Il denaro non sarebbe un problema quindi niente ladri, guardie, poliziotti, carabinieri, prigioni. Niente droghe, niente comunità terapeutiche, Sert, dottori, infermieri, psicologi, educatori e compagnia cantante. Niente palestre e centri fitness perché saremmo felici di come siamo. Bello vero?? Ma poi, che fine farebbero tutte queste professioni? Siamo sicuri che queste persone sarebbero felicemente disoccupate?

di Franco De Marchi Fino a poco tempo fa ci si parlava ad personam. Ora invece, con i mezzi multimediali e non solo, si trasmette ciò che si vuol dire ad una persona o a un gruppo sempre utilizzando un qualche oggetto: che sia un telefonino, un computer o, in mancanza di meglio, vanno bene anche i muri. Proprio dai muri ho tratto qualche frase significativa per far presente il dato di fatto. Ma perché questo? O siamo ignoranti nel senso che non sappiamo parlare e relazionarci con gli altri o è una forma mascherata di vigliaccheria, in quanto la maggior parte delle scritte da me riscontrate sono per lo più negative. Beati i tempi delle lettere o delle cartoline firmate, in cui, almeno, vi era più discrezione e meno volgarità. Non penso che questo modus operandi sia del tutto da attribuirsi ad una forma di comunicazione “telematica”, ma piuttosto che dipenda anche da una costumanza diffusa che parte non dalla base, ma da chi ci ha abituati ad usare i mezzi per relazionarci con chi ci circonda, ad esempio medici, insegnanti, giornalisti e soprattutto i genitori stessi che invece di dialogare con i figli sono occupati ad usare gli ultimi ritrovati tecnologici. Questi ultimi in poche parole rifiutano il dialogo, quindi il confronto ed in ultimo la responsabilità. Poi però finisce che si ritrovano in casa degli sconosciuti che alla prima domanda esistenzialmente impegnativa non sanno come rispondere, e allora i ragazzi che fanno? Si parlano tra loro equivocando i vari tramiti della vita o si affidano al computer o a un telefonino, che sanno usare prima di imparare a scrivere. Come ho anticipato all’inizio di questo mio intervento, riporto qui di seguito a titolo di esempio qualche scritta trovata sui muri e sulle panchine di Pordenone: “Non far sapere al carabiniere quanto è buono il fumo con le pere” (panchina di piazzale Ellero); “Quando il sole ti tira

per la camicia non regalare la giornata al padrone (Prevert)” (stazione); “Negri di merda fora dai bai” (piazzale Costantini); “Birra, fumo e metadone pane quotidiano di Pordenone” (panchina piazzetta del Donatore); “Vai cazzo (sottolineato)” (su una porta di una abitazione in via Fratelli Bandiera). In aggiunta a queste ci sono i vari “ti amo, ti mollo, sei sempre mia o tuo ecc." Comunque consiglierei di soffermarsi, tempo permettendo, a leggere i versi scritti sui muri e sulle varie panchine. E poi vi è l’eterno “Gatto” (...), forse l’unica nota simpatica dei muri pordenonesi. Autore ignoto forse un po’ maniacale, ma ribadisco sempre simpatico. Quel bel gatto pacioso che ci ricorda i bei tempi delle vacche grasse. La morale è che meglio gatti grassi che pantegane in giro per la città.


IL MONDO VISTO SU DUE RUOTE

Non costa nulla, rispetta l’ambiente e ti fa fare movimento all’aria aperta. I vantaggi della bicicletta di Andrea Zanchetta Devo assolutamente andare a Pordenone e soldi in tasca zero. Vado in garage, mi guardo attorno e penso: "Ci vado in bici". Arrivato a Fontanafredda ho già il fiatone,

ma non è il pedalare a pesarmi. Uscire dall'abitacolo, protetto dai vetri, passare dalla mia carrozza privata alla sella di una bici, mi fa sentire più vulnerabile. Da Sacile a

DI-DARIO

VIA IL CARCERE DAL CASTELLO Sovraffollato com’è non fa il bene del detenuto né della città di Dario Castellarin Pordenone, ritenuta dai più una città moderna, ha invece radici storiche molto antiche risalenti ai primi anni della Serenissima Repubblica di Venezia, alla quale si deve la costruzione della maggior parte, se non di tutto il centro storico. Ancor prima della Serenissima, Pordenone era comunque luogo di transito per tutti i commerci da e verso il nord Europa e l’Oriente. Passeggiando per le vie del centro, possiamo osservare anche il castello di Pordenone, adibito ormai da

molti anni a Casa circondariale. Costruito attorno al 1254 per volere dell’Imperatore, era costituito prima da un unico maniero che ospitava gli artiglieri, poi fu aggiunto un ridotto fortificato. Ora non voglio soffermarmi tanto sulla storia del castello di Pordenone, ma piuttosto sul fatto che questo sia una casa circondariale. Questo peCché non molti anni fa, circa nel 2002, sembrava ci fosse la possibilità di costruirne una nuova nella periferia della città, costruzione che a mio modo di vede-

Pordenone in bicicletta come me, nessuno. Ad usare la due ruote siamo in pochi e tutti costretti dagli eventi: ricordo che io stesso fin che ho potuto scegliere, ho scelto sempre l'auto anche se dovevo percorrere poche centinaia di metri. Quando suona la sirena al mattino, per raggiungere le fabbriche in periferia sulla due ruote vedo solo africani o asiatici, ma non credo che la causa dello scarso utilizzo della bici sia il freddo. Ricordo infatti due mesi che ho trascorso a Copenaghen per lavoro: a gennaio e febbraio, non occorre dirlo, nevicava tutti i giorni, eppure, soprattutto i giovani praticavano molto la bicicletta. Notai che i copertoni erano in gomma piena e in una capitale di oltre un milione di abitanti non soffri mai di una coda per il traffico. Spingendo sui pedali ho l’occasione di osservare molte cose, per esempio che una buona parte degli automobilisti considera la strada ad uso esclusivo, non pensa che un pedone o un ciclista sia un fruitore della stessa con pari diritti. Scopro, sempre pedalando, che utilizziamo fossi e bordi stradali come fossero cestini per l'immondizia. Scopro che le eccezioni ci sono e funzionano: a Venezia, nei canali, i mezzi lenti a remi hanno la precedenza sui natanti veloci a motore, purtroppo scopro anche che l' inquinamento dell'aria è una realtà,

non occorrono centraline per la rilevazione dei Pm10, su certe strade diventa realmente fastidioso respirare, tanto che se non ho particolare fretta scelgo una strada alternativa meno trafficata anche se più lunga, poi, può sembrare impossibile, ma ho scoperto che su tratti di strada inferiori ai 15 chilometri la bicicletta batte treno, autobus e auto. Direte: “Impossibile”, ma se pensate al treno lo aspettate in stazione almeno 10 minuti e vi lascia in un'altra stazione, dalla quale poi raggiungete a piedi la destinazione desiderata. Stessa cosa vale per il bus, anche se le fermate sono più capillari; per l' auto - devo essere sincero - dipende da quanto ci metto a trovare parcheggio e da quanta coda subirò, ma a volte su tratti corti, bicicletta batte anche auto. Sono anni ormai che utilizzo quasi esclusivamente la bicicletta e ora un'auto usata potrei anche permettermela, ma scelgo di continuare cosi, anche se quando piove è una scocciatura. Sono felice di non essere soggetto agli aumenti del carburante, contento di non inquinare nel mio piccolo e faccio spinning tutti i giorni senza iscrivermi in palestra. Sono sicuro che gli operai asiatici e africani che vedevo al mattino raggiungere la fabbrica, al primo stipendio compreranno un'auto e non perché non ne possano fare a meno.

re sarebbe opportuno fare. Sì, perché i detenuti dell’attuale castello non credo se la passino molto bene dovendo trascorrere degli anni in un ambiente angusto come quello in cui si trovano: è quasi o del tutto privo di spazi ricreativi, dove si possano creare dei corsi a vario titolo, da quelli professionali, dove i detenuti possano imparare un mestiere, a corsi di teatro con spazi adatti a questo scopo ed altro. Basti pensare che in questo carcere non esiste un vero e proprio campo di calcio o calcetto, una vera palestra. Quello che esiste è ricavato “disperatamente” da piccoli spazi non utilizzati come celle: ce ne sono appena due o tre. Si pensi che la zona d’aria è così piccola che se qualcuno vuole giocare a pallone intralcia chi magari preferisce semplicemente camminare. Le celle, anche queste per la maggior parte piccole, hanno più colonne di letti a castello che arrivano a quattro letti per colonna. Insomma i detenuti del carcere di Pordenone,

perennemente sovraffollato, sono privati delle strutture ricreative più elementari, fatto che non permette a pieno la loro rieducazione e che li priva di una normale qualità della vita. Vengono solo stipati lì in attesa del fine pena. Ciò, in un paese civile come il nostro, non è giusto! Ma tanto la gente non vede, non sa; e allora è meglio spendere milioni di euro là dove non ce n'è bisogno, costruendo nuove rotonde o piazze inutili. Io non ci sto!! E allora penso, perché non costruire un nuovo carcere che dia i giusti spazi e la giusta dignità ai detenuti, i quali sarebbero di certo grati di ciò? Cosi facendo si potrebbe anche restituire il castello di Pordenone alla sua città, ristrutturandolo e adibendolo a museo che racconti la grande e antica storia di Pordenone e dei paesi limitrofi (storia che ai più sembra essere sconosciuta) con sale per mostre artistiche, convegni e via dicendo. Pensateci bene gente, sarebbe come prendere due piccioni con una fava!!


L'OBIETTIVO

EL CANTON DE GUERI

E’ questione di senso civico DAL DOTTOR Contro chi non rispetta l’ambiente è necessario che l'autorità applichi sanzioni dure di Giuseppe Micco Molte volte, girando per la città di Pordenone, mi soffermo davanti ai cassonetti della raccolta differenziata, rifiuti riposti a casaccio e immancabilmente sacchetti alla luce del sole: come a dire che il senso civico è dimenticato in pancia alla mamma e come sempre accade i colpevoli la fanno franca. Porre rimedio a tutto ciò non è semplice, ma noi proviamo a fare una riflessione usando la penna. Se i controlli fossero fatti in ore non convenzionali qualche colpevole sarebbe colto con le mani nel sacco e forse qualche multa sarebbe utile per scoraggiare questo mal costume, che ormai è diffuso in qualsiasi angolo cittadino. Le strade della città sono divenute una discarica a cielo aperto: cartacce, mozziconi di sigarette, plastica, ogni mal di dio. In tutto questo chiamo in causa la famiglia, la scuola e in generale tutti coloro che dovrebbero avere il compito di formare un senso civico. La propensione al vivere sano, pulito e nel rispetto delle persone e dell’habitat in cui viviamo lentamente si sta perdendo, rendendo più difficile il piacere per la vita stessa. Ormai nelle famiglie si vede sempre più di rado, ad esempio, la figura dell’anziano, di colui il quale cioè dispensa utili consigli di vita, conditi da preziosa saggezza. Ho l’impressione che questo tipo di sapere sia in fase di estinzione, in virtù di un emancipazione priva di senso capace solo di peggio-

rare le cose. Personalmente non mi sento di appartenere a questo mondo dove se hai puoi e se non hai sei vittima del sistema. Sono convinto che non si cura il senso civico con la sanzione, ma piuttosto con una sana educazione alla vita. Tanto per non andare troppo lontano dal tema del rapporto tra ambiente e senso di civiltà, che dire dei bagni ovunque sporchi, bar, bagni pubblici - se ce ne fossero almeno - giardini pubblici sporchi e saccheggiati. Eppure per la salvaguardia di queste “necessita” fisiologiche le soluzioni ci sono, e si chiamano bagni ecologici da un lato e telecamere dall’altro. Problema risolto e colpevoli individuati. Chi però ha il compito di adottare queste soluzioni brancola nel buio, ma lo stipendio non lo dimentica. Meditate gente. Dulcis in fundo, per i così detti amanti degli animali, vedo spesso negli angoli cittadini i bisogni dei fedelissimi amici a quattro zampe, io mi chiedo: “Possibile mai che con tutti questi controlli, vigili urbani, ronde, poliziotti di quartiere, non si riesce a trovare un trasgressore”? O magari sono solo io quello che vede maleducati in giro. Forse sarebbe il caso di migliorare questi lati del nostro vivere quotidiano. Mi rivolgo soprattutto a chi ha il compito di sorvegliare per garantire la tutela dell’ambiente: sanzionate ogni tanto i trasgressori, in modo tale da scoraggiare questi atti di inciviltà e di maleducazione.

-Buon giorno, chi elo l’ultimo par piaser?-Son mi l’ultimo Plinio, ghe se prima la signora e la ragassa, poi mi e dopo ti-O Silvio sotu qua anche ti, no te avevo visto-Si son vignuo a cior le pastiglie pa la femena, la ga un’ongia incarnia e no la pol caminar, e lora son vignuo mi, ma ti cossa fatu qua, statu mal? Te ga na faccia..-No no son qua a farme dar na crema pal sindaco che l’ha el fogo de S. Antonio. Ma te savessi cosa che me sé apena successo, ma robe da matti.. robe neanca da creder! Stamatina come che rivo in comun el me vien incontro Enore el postin el me fa: “Ciapa qua, va de corsa a portarghe ste carte a la Maria Cirimpel che l’è da ieri che i le speta”. Va ben, l’è el me lavoro no!? E lora ciapo su la lambreta e vado a casa sua. Sono el campanel.. “Chi elo?” “Son mi Plinio el messo comunal” la vien a verser “Cosa vutu?” “Maria son vignuo par le-carte” ou, la me ga molà via un sberlon.. che me fiscia ancora le recie. Ma robe da mati.. cosa gala capio?-Eee veistu le femene, le ga la testa sempre la e le pensa mal, e dopo le dise de noi omeni che ragionemo sol che co quel, lore invese...-E peta, dopo co la ga capio miga chieder scusa! Nooo, la ga ciapà le carte, sbatuo la porta e buona notte, sensa ne buongiorno ne buona sera, figurarse un grasie. La prossima volta ghe dico a Enore che’l vadi lu a portarghe le carte a quela mata li, lu e quel brombol de John Waine el vigile che no pos vederlo, el se crede el sceriffo de Tucson, ma invese lè sol che un mona-Si si disè tutti così, quando che no l’è però, e dopo nisun el ghe dise niente, gavè paura-Chi paura? De quel li? Ma figurete. Mi si che ghe lo diria in faccia quant mona che l’è, altro che. L’è perché no l’è qua sennò te faria veder mi, e volentieri anca-Ben te son fortunà alora perché l’è entrà proprio in questo momento. Buon giorno sior vigile, el vardi che ghe sé Plinio qua che l’ha qualcosa da dirghe-Cossa ditu?? Tasi suu!-Buon giorno, el me dighi Plinio-

-No volevo dirghe che... che... grasie Silvio eh! No volevo dirghe... che ieri son andà a pescar sul laghet de Ama, ho ciolt su la barca de Gigi Sbicego, quel delle pompe funebri. Però el motor el me ha piantà proprio in meso al lago, e no l’ha più voluo saverghene de ripartir. No savevo più cossa far, ho provà a mover el timon e ho vist che andavo avanti, e l’ora timona timona timona son rivà fin a riva. E ghe disevo appunto a Silvio qua, che Sbicego no l’ho ancora visto e che saria da vertirlo che el motor lè da portar dal meccanico, so che s’è amici e l’ora..-Va ben ghe lo digo mi, ma chi che’l paga el conto?-El conto?-Si el conto si. Se i lo ha rotto lu el deve anche pagarlo lu-No ma noo.. no l’è ver.. no l’è veramente el caso ch’el se disturbi, el lassi perder va che me rangio mi, grasie lo stes e buon giorno-Buon giorno na sega, ela sua la lambreta la de fora messa de travers sul marciapie?-Si l’è mia, ma son qua per servisio-No me interessa niente, i la tiri via senò fasemo tut un conto col meccanico-No no ociu ociu che vado via, ghe dirò al sindaco che’l se fai impacchi co acqua e sal che fa sempre ben. Ciao Silvio e grassie ancora satu! Però te ga visto ah?! Ociu che vado in tabacchin a cior el sal, almanco che porto quel al sindaco. Grassie anche a lu sior vigile, l’è sempre un piacere-Ara che vegno a veder dove che te mete la lambreta. Atento eh!


DIPENDENZE

Tanti nomi, un unico effetto: fa male alla salute

Birra, vino o cognac se fa divertire. Diventa alcol quando è causa di incidenti e sofferenza di Paolo Cimarosti, responsabile Servizio Alcologia di Pordenone Mentre tutte le altre sostanze che provocano dipendenza e problemi di salute e relazionali (fumo, eroina, cocaina, amfetamine, cannabinoidi e così via) sono stigmatizzate e i loro effetti sono ben chiari, lo stesso non succede per l’alcol che, di volta in volta, si chiama birra, vino, cognac quando viene presentato nei suoi effetti psicoattivi migliori e di lubrificazione sociale; diventa alcol quando crea incidenti stradali e sofferenze nelle famiglie e nel fisico. In realtà, l’alcol e le bevande alcoliche restano un problema anche quando non siamo in

presenza di alcol-dipendenza conclamata, basti pensare ai numerosi incidenti stradali che coinvolgono i giovani al fine settimana: giovani autisti che non sono alcol dipendenti, ma che hanno semplicemente cercato di passare una serata in allegria secondo i dettami della nostra società. Ricordo, inoltre, che spesso il commercio tende ad enfatizzare e qualche volta anche a mistificare gli effetti positivi delle bevande alcoliche a scapito della salute pubblica e privata. Ne sono un esempio a questo proposito i numerosi luoghi comu-

Quei 120 giorni senza toccare un goccio

Fondamentale nel percorso di recupero è il confronto e il dialogo nel gruppo di The Voice Alle 8.30 di lunedì, come al mercoledì e al venerdì, c’è l’entrata degli utenti al Servizio di Alcologia dell’ospedale civile di Pordenone, diretto dal medico Paolo Cimarosti. Io sono uno di questi e seguo con regolarità tutte le attività che vi si svolgono: attività nelle quali mi sento anche valorizzato in quanto a volte vengo chiamato in causa come supporter, e per me è una soddisfazione personale. La metodologia degli incontri consiste in ciò: alla presenza di un operatore viene posta una domanda al gruppo, alla quale tutti sono tenuti a rispondere e a dire la loro. Però le domande escono da noi utenti stessi. Ognuno per conto proprio ce le prepariamo e poi le presentiamo alla discussione del gruppo. Possono essere di qualsiasi genere, purché inerenti sempre alla realtà dell’alcolista. Questo

avviene per un’ora, poi interviene un’altra persona dello staff che ci fa interagire tra di noi con vari metodi allo scopo di dare al gruppo una linea di autogestione. A seguire arriva il momento del dottore con i suoi metodi di intervento che possono andare dall’esporci i danni che provoca l’alcol allo stimolare l’ennesimo confronto tra noi, ma con temi questa volta indirizzati da lui. Personalmente trovo beneficio da questi colloqui, anche se le risposte sono sempre le stesse, fa comunque piacere parlarne. Il venerdì poi è un giorno particolare, in cui un’assistente sociale si propone anche proiettando diapositive inerenti ai danni causati dall’alcol sotto vari aspetti: famiglia, amici, lavoro. Il percorso di trattamento dell’alcologia consiste in 120 giorni di astinenza assoluta, dopo di che si rimane a far parte del club come alcoli-

ni sulle bevande alcoliche: riscaldano, dissetano, tirano su, tirano giù, danno forza, fanno sangue, migliorano i cibi, fanno stare bene in compagnia, fino al recente ruolo fondamentale del vino rosso nel prevenire l’arteriosclerosi ed altro! Intanto l’Organizzazione mondiale della Sanità definisce puntualmente la pericolosità dell’alcol ed esclude intere categorie di persone dal consumo: chi guida, chi è in gravidanza, chi ha problemi psichiatrici, chi ha problemi di fegato, chi è epilettico, chi è minore, chi svolge lavori pericolosi, chi ha già

avuto problemi di dipendenza . Per questi motivi la definizione “problemi e patologie alcol-correlate” (Ppac) ben si addice agli effetti dannosi dell’alcol. Va inoltre ricordato il ruolo dell’alcol come droga-ponte, sempre presente anche durante l’uso di altre sostanze quali cocaina, amfetamine, eroina, cannabinoidi e farmaci. Potrebbe perciò sembrare superfluo, ma è importante ribadirlo, citando i dettami dell’Oms: “Meno è meglio”. Meno si consumano bevande alcoliche, meno si andrà incontro a rischi e problemi.

sta anonimo. Qui gli incontri sono a cadenza settimanale, si parla delle problematiche che ognuno di noi può vivere, non necessariamente legate all’alcol. Possono essere sul lavoro piuttosto che sulle difficoltà della famiglia o della vita di tutti i giorni. È importante continuare ad avere rapporti tra noi alcolisti, perché avere una storia in comune ci rende consapevoli di quello che siamo e ci fa stare con i piedi per terra. A mio modo di vedere, guarire dall’alcolismo è una parola grossa, perché la ricaduta è sempre allerta, siamo alla stessa stregua del-

la tossicodipendenza. Ci sono anche molti alcolisti non consapevoli di avere questo problema. Io vedo che da noi la grande maggioranza degli utenti inizia la cura in seguito a malanni fisici o ricoveri, a partire dai quali queste persone vengono messe dai medici davanti alla realtà: ALCOLISMO. Per quello che mi riguarda la dipendenza è superata. Ora frequentando il Servizio di Alcologia e i Ragazzi della Panchina cerco di uscire dal problema dell’alcol e di avviarmi di nuovo a quelle normali realtà di vita che vivono tutti gli altri.

L’alcol in cifre In Europa più di un incidente su 4 è causato dall’uso di alcol alla guida, oltre un decesso su 4 tra i ragazzi e uno su 10 tra le ragazze è causato dall’alcol. L’alcol è la prima causa di morte tra i 15 e i 29 anni. Nel 2009 il 12,4% dei maschi ed il 3,1% delle femmine italiani di 11 anni e più hanno dichiarato di aver consumato, almeno una volta negli ultimi 12 mesi, 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in una sola occasione. In Italia, dopo i 15 anni si consuma una media di 8,02 litri pro capite di alcol puro. Stando al Rapporto sui problemi alcol correlati del dicembre 2010, in regione la percentuale di consumatori di bevande alcoliche (83,8%) è superiore alla media nazionale (81,0%); mentre i decessi di pazienti ospedalizzati per patologie alcol-correlate, nel 2008, sono stati 594. Il servizio di Alcologia dell’ospedale di Pordenone segue circa 220 persone di cui oltre 100 stabilmente inserite nel Dispensario Alcologico. Oltre 70 sono le persone viste in consulenza nei reparti ospedalieri, 50 le relazioni su richiesta della Commissione Medica Patenti, 17 gli inserimenti nel modulo alcologico della Rsa di Sacile.


L'APPROFONDIMENTO ————————————————————————

DIVERSAMENTE GIOVANE

di Milena Bidinost Da quest’anno, per andare in pensione di anzianità, si deve toccare quota “96”: ovvero può andarci chi ha compiuto 60 anni di età e ha 36 anni di contributi o 61 anni con 35 anni di contributi. Dal gennaio dello scorso anno, infatti, in base alla cosiddetta legge Damiano, c’è una duplice condizione minima da rispettare: l’età anagrafica e l’età contributiva. Da quota “95”, in un anno si è passati a quota “96”. Finita l’epoca delle pensioni cosiddette “baby”, con la riforma pensionistica che gradualmente alza l’età pensionabile, è destinata a cambiare anche la figura dell’anziano. La crisi economica, con il venir meno del potere d’acquisto del denaro e con le enormi sacche di disoccupati o cassaintegrati che si vanno creando, soprattutto tra i giovani, ci pensa a fare il resto: sempre più genitori in pensione si vedono costretti a continuare a “prendersi cura” dei figli già adulti. Per chi la pensione se la può godere in salute c’è poi spesso, accanto al piacere, sempre più il “dovere” di fare i nonni baby sitter a tempo pieno per consentire ai figli che un lavoro ancora ce l’hanno di mantenerselo. I tagli, ancora una volta finanziari, anche alle casse degli enti pubblici fanno diventare inoltre oro prezioso l’apporto del volontariato laddove il pubblico non ce la fa a fornire servizi: il tempo libero dell’anziano che voglia mantenersi ancora attivo è perciò spesso impiegato per gli altri, gratuitamente.

Prezioso diventa così il nonno vigile, il nonno che si dedica ai trasporti degli anziani o dei disabili non autosufficienti, il nonno che organizza momenti di aggregazione e svago per altri nonni. Non solo, finalmente fuori dalle logiche frenetiche del mondo lavorativo, gli over 65 di oggi rispolverano interessi ed hobby ai quali prima non avevano tempo da dedicare. Amano il ballo, le chiacchiere tra coetanei, il caffè con le amiche, ma sempre più diventano preziose risorse per una società che non solo annaspa sul fronte dei valori, ma che si trova in difficoltà anche sul piano della quotidiana sopravvivenza. L’anziano oggi rappresenta oltre il 20 per cento della popolazione: fino a qualche tempo era visto in un ottica di problematica, oggi è piuttosto una risorsa sociale. Studi e ricerche testimoniano che il contributo che gli anziani – se in salute - riescono a dare ai più giovani in termini di sostegno e attenzione, soprattutto per i nuovi nuclei familiari che si formano, è fondamentale per lo sviluppo sociale. Al di là della classica fotografia dell’anziano assistito perché non autosufficiente, in questo numero di Ldp ci siamo perciò interrogati sull’altra parte della popolazione anziana che ci circonda. Lo abbiamo chiesto direttamente a loro, ai pensionati: cosa succede una volta che non si lavora più? Ecco come hanno risposto. (In foto gli ospiti di Casa Colvera di Pordenone)


Terza Età, seconda

Pensione, ricomincio da qui di Franca Merlo Io sono andata in pensione ancora giovane, controvoglia. Avevo due bambini molto piccoli che non sapevo più dove “posteggiare” durante le ore di lavoro: il lavoro di insegnante, che mi piaceva e che svolgevo con passione. L’asilo nido - secondo le promesse di chi gestiva il piccolo comune dove abitavo - avrebbe dovuto già esserci quando è nato il primo figlio, invece non c’è stato neanche per il secondo. Mi sono arrabattata per un po’ con l’aiuto di mia madre e poi di una vicina di casa che teneva dei bambini a pagamento, ma ad un certo punto, d’accordo con mio marito, ho deciso di accettare l’opportunità del baby-pensionamento che lo stato mi offriva e così ho chiuso col lavoro. Quello fuori casa per lo meno. Perché gestire la casa e due bambini non è proprio un dolce far niente. Svolgevo anche qualche lavoretto extra, che mi permetteva di “arrotondare” e mi faceva sentire sempre in movimento. Cresciuti i bambini, ho ripreso l’insegnamento presso scuole private e mi sono dedicata a vari tipi di volontariato: il periodo più lungo e più interessante è stato con i Ragazzi della Panchina, che mi hanno tenuta in “servizio attivo” per quasi 10 anni. Finché, all’improvviso, è successo quello che prima o poi doveva succedere: uno si sveglia un mattino e si rende conto che i figli sono cresciuti e si arrangiano, il marito è stato rispedito al mittente, il gruppo ce la fa benissimo con altre persone e di cose proprio necessarie, di dovere, non c’è nulla. La giornata è tutta libera, tutta mia… che respiro! Niente orari, nessuno da accontentare, il tempo è tutto assolutamente da gestire e godere in proprio. Finalmente. Eppure… Si sente

un vuoto, una sorta di spaesamento. Bisogna ricostruire abitudini e relazioni e, cosa più difficile e più importante, guardarsi dentro. Ecco, il vero e proprio pensionamento lo considero questo. Forse mai come a questo punto si sente la necessità vitale di un profondo amore di sé. Senza essere amici di se stessi, le amicizie che si hanno intorno sarebbero solo un riempitivo. Che fare allora? Si può pian piano riprendere il filo interrotto di sentimenti, desideri, progetti e speranze che la cosiddetta vita attiva ci aveva fatto mettere in un cantuccio. Si può cominciare a riconoscere e dare credito a tutto il groviglio del proprio mondo interiore, a dare il nome a desideri amarezze e rimpianti… Fare esercizio di amore ascoltandosi, dando riconoscimento e spazio alla propria interiorità. Tutto di noi merita di essere ascoltato. Allora questa desiderata e temuta età della pensione, che porta con sé un po’ di solitudine e obbliga a fare i conti con il proprio mondo interiore, e chiede la fatica del ricominciare, può diventare un’età d’oro. Amandosi, si può perfino realizzare qualche progetto che era stato riposto nel cassetto e rischiava di non uscirne più: un libro, un blog, un forum, un corso di studi prediletti, un viaggio, i film del sabato, un circolo di lettura con le amiche… Esercitando l’attenzione per se stessi, forse si riesce anche a darla alle altre persone e si può spandere un po’ di amore intorno, come un profumo discreto, che si fa presente senza rubare spazi. Questo è il mio pensionamento o per lo meno quello che cerco che sia; le mie amiche pensionate che hanno nipotini da badare potrebbero dire qualcosa d’altro.

A CASA COLVERA, OSPITI DI NONN di Elisa Cozzarini Nella stanza di Elsa, al primo piano di Casa Colvera, le foto di famiglia sono perfettamente allineate sulla mensola. Sopra al letto rifatto ci sono i peluche dei suoi nipotini e dal terrazzo arriva il profumo dei fiori che lei cura con tanto amore. Insomma, dentro e fuori dalla stanza, nulla è lasciato al caso. “Ho scelto di venire a Casa Colvera tre anni fa - racconta Elsa - era un brutto periodo, ma qui sono rinata, ho ricominciato ad avere una vita sociale”. Nella struttura di via Colvera a Pordenone, assieme a Elsa, vivono altri undici anziani e durante il giorno possono essere accolte sei persone in più. “Il nostro è un servizio diverso da quello a cui siamo abituati, perché è una via di mezzo tra l’assistenza domiciliare e la casa di riposo. L’esperienza viene dal Nord Europa ed è stata adattata al territorio pordenonese su iniziativa del Comune, che ha pagato la ristrutturazione”, spiega Michela Carlet, della cooperativa Fai, che ha in gestione Casa Colvera. Elsa, Sergio, Roberto e gli altri hanno tutti personalità forti: hanno deciso da soli di affrontare la nuova avventura di una vita in comune, perché a casa cominciavano a incontrare le prime difficoltà. “Stare qui, dove c’è un operatore sempre a disposizione, 24 ore su 24, dà sicurezza a chi comincia ad avere paura a stare solo di notte o ha bisogno di piccoli aiuti di tanto in tanto” continua Carlet. Non ci si annoia, a Casa Colvera, dove la vita è scandita da tanti
appuntamenti di routine. Alle 7.20 Elsa si alza dal letto, ma scende a fare colazione solamente un’ora dopo: prima prende il suo tempo per la toilette personale e per sistemare la stanza, che deve essere sempre impeccabile, come vuole lei.
L’altra Elsa, invece, si mette a tavola molto presto, assieme a Orazio e Roberto. “Se arrivo tardi il caffelatte non è più caldo come piace a me,


Giovinezza

NA ELSA, ORAZIO, ROBERTO … per quello mi alzo alle 7!”, scherza Elsa. “L’orario della colazione è flessibile, mentre i pranzi e le cene si fanno assieme, proprio come succede in una qualsiasi famiglia”, racconta Lena Maman, una delle quattro operatrici socio sanitarie impiegate nella struttura.
Qui la mattina è tutto un va e vieni, soprattutto se il tempo è bello. Spesso passano famigliari o i volontari del quartiere, a fare quattro chiacchiere, mentre c'è sempre un gruppetto che fugge al bar a bere il caffè e qualcuno si occupa di andare a prendere il pane o il giornale.
“Per le spese più grosse ci organizziamo a gruppetti e andiamo insieme al mercato o al supermercato. La gita al centro commerciale è un evento”, continua Lena.
Ci sono anche diversi appuntamenti fissi nella Casa, come quello del cruciverba collettivo il giovedì, o l’angolo lettura del martedì, quando si legge il giornale tutti assieme. C’è chi dice: «I parlarà anca de noialtri prima o dopo… E Gigi Di Meo, quando vienlo a trovarne?». Ma per le “ragazze” il momento più bello e atteso della settimana è il beauty center. “Ci mettiamo nel bagno grande al primo piano con tutte le signore e io faccio manicure e pedicure”, racconta Lena, “è una gioia farsi ancora belle, a quest’età”. Con l'estate l'agenda degli ospiti di Casa Colvera si arricchisce
sempre più: si fanno gite e uscite, spesso in rete con le case di riposo e diverse associazioni del territorio, ma ci si mette anche al lavoro per preparare meravigliose marmellate, che si vendono ai mercatini per raccogliere fondi per la casa. Spiega Carlet: “Con le rette manteniamo la struttura, mentre le attività di autofinanziamento come la vendita delle marmellate, fatte attraverso l’associazione di volontariato “Amici di Casa Colvera”, servono per gli acquisti extra, come i 14 decoder per le TV in ogni stanza e negli spazi comuni”.

Ballo, gioco e chiacchiere Il tempo libero degli anziani di Paradis L’esperienza che ho fatto all’interno di un’associazione di volontariato del pordenonese, dove da volontario organizzavo e proponevo ad un gruppo di anziani pomeriggi di balli, giochi di società e momenti di approfondimento culturali, non solo mi ha arricchito dal punto di vista umano, ma ha creato dei forti legami con i partecipanti stessi, occasioni tutt’ora di confronti e scambi di opinioni sull’essere “pensionati oggi”. Un’esperienza che mi ha permesso di meglio capire la realtà di noi over 60, pensionati in salute, che se non riusciamo più a stare al passo di un mondo del lavoro sempre più veloce e tecnologico, abbiamo ancora voglia ed energie per impegnarci in altre forme di attività, allo stesso modo utili a noi e agli altri. Innanzitutto sono stato favorevolmente colpito dall’attenzione che gli anziani dedicano alla gestione del proprio bilancio economico famigliare. Sono molto informati sui prezzi dei vari beni. Ci sono persone che fanno bastare, ovviamente rinunciando a molte cose, anche le pensioni minime. Poi la solidarietà, sempre disposti, seppur con le forze limitate, a dar una mano. Ma la cosa più importante è il dialogo, cioè la possibilità di essere ascoltati e di ascoltare. Le tematiche sono prevalentemente fatti o eventi famigliari, poi tutto il resto, dalla politica, alla religione, alla cronaca. Durante questi pomeriggi estivi, frequentati prevalentemente da over 70, la settimana era stata organizzata in modo tale che ogni giorno ci fosse un evento che potesse attirare attenzione. Oltre al gioco della tombola, quasi giornaliero, venivano dedicati intervalli per la partecipazione a tornei che si prefiguravano un premio al raggiungimento di obiettivi. Veniva premiato il miglior proverbio del giorno, gli indovinelli, le frasi di senso significativo costruite partendo da un nome e così via.

Lo scopo era il cercare una sana competizione legata, non ad uno sforzo fisico, ma ad uno intellettuale o di memoria. C’erano anche i giorni dedicati ai racconti, novità, gossip. Ogni giovedì c’era il ballo, il giorno clou o quello più frequentato e gradito. I partecipanti, rispetto ad una presenza media giornaliera di 30/40 persone, quel giorno generalmente raddoppiavano, se non triplicavano. La frequenza era prevalentemente data dalle donne: gli uomini erano sempre insufficienti e per questo contesi. L’allegria non mancava e il costo era un’offerta facoltativa volontaria per recuperare quelle spese che venivano sostenute per bibite, stuzzichini o quant’altro. Spesso, le donne contribuivano con dei dolciumi fatti da loro stesse, molto graditi da tutta la platea (andavano a ruba!!). C’erano gli amanti del ballo che non si staccavano mai dalla pista, ma la maggior parte dei partecipanti cercava un colloquio, lo stare insieme, più che un ballo. I nostri anziani amavamo poi molto anche le iniziative nelle quali venivano coinvolti i giovani: iI saggio musicale per giovani pianisti, per esempio, era sempre ben frequentato così pure i pranzi o le cene in cui venivano invitati come animatori o camerieri, i giovani. Nel mondo degli anziani televisione e internet sono utili, così pure l’assistente sociale o la compagnia della badante, ma sono sempre di complemento. Purtroppo i figli vuoi per lavoro, vuoi perché lontani, possono sempre meno occuparsi di loro. Il volontariato se fatto bene, ovvero senza ambizioni politiche o di visibilità, è la strada maestra per il loro sostegno. Non sono necessari corsi, ma solo un po’ di sacrificio e tanta buona volontà e il saper coinvolgere gli anziani stessi, in compiti anche banali sapendo che queste esperienze portano solo arricchimento umano ..


L'ANGOLO DELLA FRANCA

ELOGIO DELLA VECCHIAIA di Franca Merlo Per molte persone l’età che avanza costituisce un problema se non addirittura una minaccia. E’ difficile invecchiare sereni in un mondo che non riconosce le grandi età della vita, tranne la giovinezza: o si resta giovani o si diventa invisibili. Eppure un tempo l’esperienza del vecchio era ritenuta esemplare, tanto che una persona ragguardevole e persino Dio veniva chiamato “signore”, da senior, comparativo di senex: più anziano. Più anziano degli altri, quindi più saggio, quindi più autorevole. Con l’età moderna la percezione della vecchiaia è cambiata, soprattutto in occidente. Il poeta Leopardi la valuta in base a ciò che le manca: viene meno lo scambio di “amorosi sensi” che allieta la giovinezza, cadono le illusioni sulla vita, il passato non è recuperabile e il futuro non consente di avere speranza. Sono molte le persone che vedono così la vecchiaia, ma è questo l’unico modo di vederla? La nostra vita si snoda attimo dopo attimo: se viviamo l’attimo per quello che è, non esistono più giovinezza e vecchiaia, esiste

La terza età non sia sinonimo di triste età

Servono più professionalità delle badanti e più attenzione da parte dei famigliari di Giuseppe Micco La parola “anziano” ha un forte potere evocativo, richiama l’immagine del tramonto di una giornata, del raccolto di una semina e cosi via. La figura dell’anziano si identifica spesso con la parola nonno o nonna, sono famigliari,testimoni e protagonisti di vita passata, che ora sono diventati narratori di fiabe e aneddoti, ma pur sempre preziosi. I loro interlocutori preferiti sono i nipoti ma anche gente comune, catturata dal fascino di eventi vissuti di una vita per certi versi difficile, ma più umana e meno inqui-

nata. Già la loro esistenza basterebbe per rendere il nostro un mondo migliore. Memore del valore del passato, mi dedico da qualche anno ad aiutare tre "nonnetti". Quella tra noi è un'amicizia nata per caso, ma con il passare del tempo sta diventando un legame molto forte. Non passa giorno in cui non ci sentiamo, una telefonata, un saluto o un invito: praticamente hanno sostituito i miei veri famigliari. Lo dico con il cuore e per questo mi premuro ad ogni loro necessità. I loro grazie sono inviti a cena e tra un di-

la vita. Il segreto è proprio nel saper vivere il presente, senza rimpianti per il passato o illusioni sul futuro. E’ un’arte che si impara vivendo e cioè affrontando il continuo divenire dell’esistenza, il proprio corpo che cambia, il mondo che cambia, le relazioni che cambiano. La vecchiaia come la giovinezza è un’età evolutiva, in cui la persona deve adattarsi a una nuova percezione di sé. Ma ha un vantaggio: quello di aver già interpretato alcuni o molti tasselli della propria vita. Come quando si sta componendo un puzzle: indovinati alcuni pezzi, c’è il momento in cui s’intuisce il senso globale e da quel momento il lavoro acquista una logica, ogni tassello trova il suo posto. La ricchezza dell’anziano può trovarsi in questo sguardo di consapevolezza. Una consapevolezza che gli permette di valutare ciò che è davvero importante, di soprassedere a molte debolezze proprie ed altrui, di dare il giusto peso alle cose. Quanto bisogno c’è, ad ogni età, di un profondo accordo con se stessi! E allora aiutiamo chi ci sta accanto a interpretare il suo momento evolutivo, ad accettarsi per quello che è, a vivere il suo presente. Non abbandoniamo nessuno alla solitudine, regaliamo un ascolto e, imparando ad ascoltare l’altro, potenzieremo la capacità di ascolto anche per noi stessi. Facciamo in modo che il vecchio torni ad essere quel “signore”, quella risorsa che era considerato un tempo e allora in questo scambio, si potrà dire chi è colui che riceve e chi colui che dà? scorso e l’altro, una scommessa sul calcio e vari argomenti, trascorriamo dei bei momenti all’insegna del buon umore e della compagnia reciproca. A volte, quando salute e autosufficienza sono a posto, mi domando come si possa affidare gli anziani ad una Casa di riposo, visto poi che con un piccolo occhio di riguardo potrebbero tranquillamente vivere a casa. Troppo spesso c’è la fretta in queste soluzioni. Mi piange il cuore a vederli nelle case di riposo, luoghi utili per alcune situazioni, ma non idonei per altre. Senza dimenticare che non tutti possono permetterselo: invecchiare costa. Fate una piccola riflessione prima di privare i vostri anziani della liberta di vivere in autonomia: la Casa di riposo non li aiuta anzi, se la permanenza è condita da tristezza, la vita perde valore e la rassegnazione fa il resto. Troppo spesso vedo donne italiane e straniere che si improvvisano badanti e che accudiscono gli anziani, sa-

rebbe il caso di prepararle con dei corsi e non lasciare al caso una professione che, se fatta male, crea non pochi disagi ai poveri anziani. Non metto in discussione la buona fede che spinge queste donne ad accudirli, ma per uno stipendio spesso fanno cose al limite della decenza. Per cui io mi auspico un maggiore controllo per la loro tutela pretendendo maggiore professionalità. Mi piacerebbe che il futuro fosse migliore in questa fase della vita, che ad essere ottimisti toccherà a tutti. All’invecchiamento è giusto adattarsi, ma senza condizionare il nostro modo di vivere in negativo: la vecchiaia non deve diventare la sofferenza della vita ma essere vera custodia di virtù e saggezza. Ciò indipendentemente dal significato personale che ognuno intende dare a questo passaggio della propria vita: per chi ha fede è la sala d’aspetto del Purgatorio o del Paradiso, per chi non ce l’ha è il fine corsa della vita e nulla più.

IL VISIONARIO: Mezza pensione Sembrava una riunione di vecchi amici. Un tempo rivali dagli scranni del Parlamento, ieri mattina tutti uniti a contestare il primo provvedimento del Governo di Unità Nazionale: l’abolizione della pensione per gli ex parlamentari. Onorevoli di ogni età e colore finalmente d’accordo su tutta la linea: il provvedimento è “un abominio” ed è in “palese violazione dei diritti dell’uomo”. Così in quattro e quattr’otto la piazza antistante Montecitorio si ripopola di facce conosciute. C’è Tizio che “vogliono toglier-

mi il frutto di cinque anni di lavoro”, (S)Caio che “da quando nessuno mi compra più una casa a mia insaputa ho anch’io il mutuo da pagare” e Sempronio che “se necessario ricorreremo fino a Strasburgo”. Visto il rango dei manifestanti, la Polizia non se l’è sentita di riservare loro lo stesso trattamento previsto per precari, terremotati o disoccupati. E loro hanno fatto sapere che la protesta continua. Domani davanti al Senato è previsto un sit in. Su poltrone Frau.


INVIATI NEL MONDO

Incredibile India, terra di contraddizioni Oltre la musica sacra, il rumore dei clacson. Accanto alle spiagge da sogno, i rifiuti abbandonati

dizia dai finestrini dei mezzi senza alcuna considerazione per l'ambiente. Mi era difficile credere che mi trovavo in un paese che brilla a livello internazionale per la medicina, la farmacia, il cinema, la letteratura, il cricket, la spiritualità, ma che allo stesso tempo cade così in basso su una delle più importanti problematiche del nostro tempo. Più a nord del Kerala, Goa ad esempio, il più piccolo e il più

tra fine febbraio e inizio marzo, nell'arco di una qundicina di giorni. Holi è anche la festa di Primavera, in origine rito della fertilità. E' inoltre la festa del fuoco, con i sui grandi falò propiziatori, e dei colori, con l'utilizzo di acqua e polveri colorate che vengono spruzzate sui volti e sui vestiti di chiunque. La gente per strada suona tamburi, canta, danza e si arrende ad una vera e propria “lotta di colori”. Nei giorni che seguono alla festa, nel villaggio, molte persone hanno ancora in corpo l'arcobaleno. Ci vogliono infatti diversi lavaggi per pulire via le polveri. Holi segna la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, anche se nessuna di queste due stagioni è veramente presente nel sud. Non sapevo che ... 
 Se ci si trova in India bisogna fare attenzione ad usare solo la mano destra per mangiare o, ad esempio, per stringere la mano all'altro. La sinistra, infatti, serve per le azioni più “basse”, come la pulizia delle scarpe o i doveri di toilette. Dico solo che la maggior parte degli indiani non usa la carta

di Marcella Bidinost L'India è folle, affascinante, innocente, colorata, fastidiosa, confusa, sacra, tutto si muove in questo gigantesco subcontinente. Non era mai stata in cima alla mia lista dei luoghi da visitare, perchè per me troppo grande, calda, popolata, difficile da attraversare. Per non parlare delle lingue, una per ciascuno dei suoi 28 stati e 7 territori, alle quali si sommano 1.600 idiomi minori e dialetti! Ma, ogni viaggiatore lo sa, non c'è mai una partenza che non sia frenata dalla paura del diverso. Così a febbraio ho messo piede nel secondo paese più popoloso al mondo, con gli occhi spalancati il più possibile. Il mio viaggio è cominciato da Koch, la capitale dello stato meridionale del Kerala, che si affaccia sull'Oceano indiano. Nella “terra delle noci di cocco” fui accolta da una folata di aria calda e umida di 33 gradi e da una forte sensazione di soffocamento. Guidare? Ma sei matto! L'India è famosa per il suo “caos ordinato” e la guida non fa eccezione. Con oltre 1.210 milioni di persone (più di un sesto della popolazione mondiale), non stupisce che le sue città siano letteralmente

intasate da gente. Taxi, risciò, auto, camion e motociclette: cercare di schivare la loro traiettoria per una profana come me, inizialmente, fu una scelta pericolosa. Qui i semafori sono rari e si procede a suon di spinte e di sorpassi. Se però, poi ho capito, si arriva a fidarsi degli indiani e del loro intuito, bhè, si potrebbe trovare il tutto anche divertente. Gli indiani sembrano avere paura di rimanere “tagliati fuori”. Non hanno né tempo né spazio per fare spazio personale. Nel nostro immaginario comune questo è il paese dai molti ed incantevoli suoni, penso ai canti di natura religiosa e alla sua musica unica e tradizionale. Al di fuori di questi, tuttavia, il resto è un rumore incessante di clacson, che può farvi impazzire. 
 Belle spiagge, troppi rifiuti.
 Ho trascorso i miei due mesi in India al sud, sulla costa occidentale: l'ho fatto con la promessa di abbondanza di palme, animali esotici, templi indù e tanta sabbia bianca. Dietro agli slogan turistici tuttavia si nascondono anche molte spiagge senza igiene e con molti rifiuti. Colpisce vedere come la gente scarichi regolarmente immon-

verde stato dell'India, dà più l'impressione di curare l'ambiente per non perdere i turisti che non per un consapevole senso dell'ecologia. Le strade al sud sono fatte di un mix pericoloso di cibo avariato, prodotti chimici nocivi e di escrementi umani e animali, causa di inondazioni e di malattie. 

 Holi, Festa di primavera.
Nel mio viaggio ho festeggiato Holi, un rito che si svolge tutti gli anni il giorno di plenilunio

igienica! Tra le altre curiosità, l'ultima: non ci si stupisca se si vedono gli uomini indiani concedersi con grande naturalezza atteggiamenti intimi. Tenersi per mano, camminare a braccetto, o stretti spalla a spalla, per ragazzi e adulti, in città come in villaggio qui è segno di amicizia. Non lo si giudichi soprattutto, anche se in gran parte delle culture del mondo tutto questo è considerato omossessuale.


L' EDItoriale

Teatro in carcere, sul palco salgono i detenuti

di Pino Roveredo

A giugno in città la prima della commedia nata dal laboratorio teatrale di Rdp

“LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI?” segue dalla prima pagina

loro abbagli e i miei travagli sulla fedina penale, e come un diario, sono costretto a vivere la presunzione del loro racconto… Sono vent’anni, una vita, che mi dichiaro un figlio della disgrazia, parente stretto della catena, e che scongiuro una scorciatoia per cambiare, una dignità per vivere, ma loro niente, loro continuano a bloccarmi ed esibirmi dentro la libidine numerata di una colpa! ...

di Valentina Furlan Quando mi hanno chiesto di scrivere l’articolo per Ldp la cosa mi ha subito entusiasmato, anche perché avevo voglia anch'io di dire il mio pensiero sul progetto di teatro in carcere promosso dai Ragazzi della Panchina al quale partecipo. Per iniziare mi presento, sono un’educatrice professionale del Dipartimento per le Dipendenze dell’Azienda sanitaria Ass6 in cui presto servizio, prevalentemente al Servizio di Alcologia, da circa 10 mesi. Il panico da foglio bianco cercherò di superarlo raccontandovi un aneddoto che mi accompagna da un po’ di tempo e credo che ben si allacci con l’esperienza teatrale alla Casa circondariale di Pordenone. Le porte. Non avevo mai pensato alla differenza fra le porte battenti, largamente diffuse nella cultura occidentale e le porte scorrevoli della cultura giapponese. Le prime si aprono invadenti, modificando violentemente equilibri e volumi, le seconde

dolci e leggere si aprono e si chiudono evitando gli ostacoli, garantendo fra gli spazi la possibilità di metamorfosi e la “libertà di circolare”. Non so se sono riuscita a rendere l’idea, ma ogni volta che ne “L’eleganza del riccio” leggo questo passaggio mi manca il fiato. Così mi trovo a lavorare in un ambito, quello della dipendenza, ricco di significati e insidie, di pregiudizi e paure, di pensiero e azione. Un ambito che necessiterebbe, secondo me, di tante porte scorrevoli, metafora di una relazione, nel mio caso educativa, costruita giorno per giorno, e di propulsione al cambiamento. Quando ho iniziato a partecipare al laboratorio di teatro per inscenare a giugno insieme ai detenuti il testo di Pino Roveredo “La legge è uguale per tutti?” non sapevo cosa aspettarmi, se non che sarei entrata così, in punta di piedi. Questa occasione di lavoro credo rappresenti una buona opportunità di reciproca integrazione a

vari livelli, porte che scivolano dentro le mura che ci dividono. Un’integrazione fra privato sociale e istituzioni pubbliche, un’opportunità di dialogo con il territorio e di sensibilizzazione su tematiche forti. Ma soprattutto ci sono loro, i detenuti, i veri protagonisti, i teatranti con cui apprezziamo il qui ed ora. Un incontro nello spazio della cura e riabilitazione, fra chiacchiere e prove, emozione e razionalità, fra i personaggi che comunque fanno fuoriuscire una parte di noi. Sono e saranno una risorsa, si mettono in gioco, daranno al territorio una possibilità di passare una serata diversa, di sorridere, di farci riflettere se la legge è davvero uguale per tutti dando voce ad un testo profondo ed originale. Grazie ai Ragazzi della Panchina e alla dottoressa Roberta Sabbion che mi hanno proposto di partecipare al progetto, a Pino, Guerrino, al personale della Struttura, al gruppo intero di detenuti.

I Ragazzi incontrano la città con Cinemazero

rata che i Ragazzi della Panchina per la prima volta in collaborazione con Cinemazero, a fine aprile hanno dedicato al tema “Oltre le sbarre. Percorsi di integrazione tra sociale e tossicodipendenza”. Ospite sul palco con la presidente dell’associazione Ada Moznich, l’amico scrittore, regista e direttore editoriale del nostro Ldp, ha presentato in anteprima il suo “La Legge è uguale per tutti?”, opera che pone alle singole coscienze interrogativi sul senso della giustizia, della carcerazione e della libertà dell’individuo, dove Roveredo darà voce ai carcerati, ma anche ai magistrati, agli avvocati e alle famiglie. La prima pordenonese della commedia è prevista per il 23 giugno all’interno della cinta muraria. Nella stessa sera la commedia sarà strasmessa in diretta video per il pubblico del Convento di San Francesco. Attori d’eccezione saranno i detenuti del castello che in questi mesi sono stati seguiti nelle prove della commedia da Rovere-

do e da Guerrino Faggiani e Valentina Furlan del laboratorio teatrale avviato a settembre dall’associazione in collaborazione con il Sert dell’Ass6 e della Casa circondariale. La serata organizzata ad aprile a Cinemazero è stata inoltre l’occasione per presentare alla cittadinanza lo speciale che Tv7, rotocalco del Tg1, nei mesi scorsi ha dedicato ai Ragazzi della Panchina a firma del giornalista Alessandro Gaeta. Partendo proprio da questo materiale, la Rai ha deciso di realizzare un lungometraggio, uno degli otto finanziati nel 2011, che racconterà la storia dell’associazione e che rappresenta una prestigiosa vetrina per questo sodalizio rispetto a tutto il territorio nazionale. La serata si è quindi conclusa con la proiezione del lungometraggio del regista padovano Rodolfo Bisatti, ”La donna e il drago (2010)”, racconto del tempo trascorso da una donna madre compreso tra la condanna e l’entrata in carcere.

P. Ministero: Sono giorni, mesi, anni, minuti, ore, che sbugiardo i figli del lamento, che smaschero delinquenti, farabutti, filibustieri, disonesti, lazzaroni, mascalzoni, malfattori, insomma, la spazzatura della città! ... No, niente di personale, ma solo che l’urgenza assoluta di una Giustizia per tutti, una Giustizia ad ogni costo, una Giustizia senza nessuna distinzione, distrazione, passione o compassione, perché, da quando il mondo gira dentro l’uso della ragione… LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI! …. O no?...

Ad aprile la presentazione del progetto teatrale al numeroso pubblico pordenonese di Milena Bidinost “Era l’agosto del 1972 quando a Trieste entrai per la prima volta in carcere. Avevo 17 anni ed ero detenuto. Io però al carcere non devo nulla della mia salvezza, perché il

carcere italiano ancora oggi non ha gli strumenti per rieducare, ma serve piuttosto a garantire la sicurezza di chi sta fuori”. Così ha parlato Pino Roveredo, nel corso della se-


Il progetto Genius loci dà voce ai quartieri I primi gruppi intergenerazionali a Borgomeduna e Villanova. Obiettivo: individuare dal basso risorse e criticità del territorio di Francesco Stoppa Da circa un anno, a Pordenone un’équipe interservizi, composta da Azienda sanitaria, Provincia, Comune e Cooperazione sociale, sta costruendo un progetto unico nel suo genere sul tema dell’intergenerazionalità, attraverso una sperimentazione in due quartieri della città (Villanova e Borgomeduna). Si tratta di un percorso ancora ai suoi albori, ma la cosa interessante è la recente adesione al tavolo in questione di tutte le realtà di socializzazione operanti nel territorio: è la prima volta che ciò avviene. “Genius loci” rappresenta un tentativo, non certo l’unico, messo in atto dalle istituzioni per affrontare tra le diverse criticità che presenta la nostra società moderna ed individualista, quelle che concernono il dialogo e il reciproco riconoscimento

tra le generazioni. Il progetto punta a intervenire sul vissuto di profonda solitudine esistenziale che attanaglia il singolo e sullo strappo che viene a crearsi sul piano della trasmissione di esperienze, ideali e valori tra vecchi e giovani. “Genius loci” prova a dare una risposta a tutto questo attraverso un progetto che, per scelta, non muove da protocolli standardizzati o linee guida stabilite a tavolino, ma nasce dal basso attraverso una stretta interazione coi cittadini; attraverso operatori, di conseguenza, che sono dei tecnici dell’ascolto e della complessità, ovvero professionisti la cui identità non è tanto quella dello specialista, quanto quella, ben più ricca e complessa, dell’operatore di collegamento tra istituzioni, tra servizi e territorio, tra le istanze presenti

Qui come a casa mia Ecuadoregno a Pordenone da due anni, ha trovato nel progetto un'occasione di integrazione di Jairo Cazar Sono passati circa due anni e mezzo dal momento in cui ho lasciato l’Ecuador, il mio paese. In Italia ho avuto la possibilità di conoscere cultura, persone e luoghi diversi, ma soprattutto di conoscere me stesso. La mia insaziabile sete di conoscenza mi ha permesso di integrarmi al gruppo intergenerazionale

costituitosi a Villanova, dove vivo, nell’ambito del progetto Genius Loci. Nonostante per me sia un piccolo quartiere, ho trovato molto difficile stabilire relazioni che vadano al di là del “buongiorno” e del “buonasera”. Credo che questa sia una difficoltà che tutti i nuovi abitanti affrontano, ma forse il fatto di ap-

nel quartiere, tra il quartiere e la città. In “Genius loci” diventa metodo di lavoro l’intergenerazionalità stessa, mentre parte di esso è la fisionomia del gruppo di lavoro, dove – per la prima volta nella storia dei servizi pordenonesi – di fatto pensano, operano, collaborano operatori di più servizi e istituzioni. È divenuta metodo la scelta di partire da un gruppo di persone del quartiere che hanno dato vita a un laboratorio finalizzato a raccogliere punti di vista personali e angoli visuali inediti relativi alle risorse e criticità del proprio territorio. Una seconda fase dell’intervento, potrà far scaturire da gruppi ristretti, ma motivati, di cittadini proposte pratiche o ulteriori interrogazioni sull’esistente. Un merito che, va detto, circoscrizioni e associazioni dei due

quartieri ci hanno già riconosciuto è infine quello di esserci proposti al territorio in qualità di rappresentanti di istituzioni cittadine che volevano innanzitutto capire, imparare, e poi eventualmente interagire nell’ottica di centrare i bisogni reali di un certo territorio.

partenere ad una minoranza etnica e di essere considerati sempre, prima che persone, degli “stranieri”, rende tutto più difficile. Da quando ho iniziato a partecipare al progetto Genius Loci ho scoperto, invece, che è possibile sviluppare azioni e “abilità” per la convivenza e per rafforzare la capacità di dialogo, generare tra persone di diversa età e nazionalità atteggiamenti di stima reciproca e di “cura” verso il territorio, favorendo nuovi legami di identità e di appartenenza. I temi e le iniziative proposte dal gruppo di cittadini coinvolti nel progetto nell’arco di questi mesi, come il foglio di quartiere e il mercatino dell’usato, invitano alla partecipazione e sono pensati per promuovere i valori del rispetto, della comprensione, della collaborazione e della convivenza. La dinamica di questo progetto mi suggerisce il ricordo dei processi partecipativi che si stanno portando avanti da qualche anno nel mio Paese per promuovere lo sviluppo locale. In ogni quartiere si sono costituite, grazie all’assessorato alla Partecipazione cittadina, assemblee popolari (naturalmente intergenerazionali) che discutono

circa la situazione economica, politica e istituzionale locale, toccando tematiche quali l’istruzione, l’urbanistica, la sanità, l’ambiente e i trasporti. Tali assemblee hanno la funzione di orientare gli investimenti delle risorse finanziarie a livello comunale e hanno avuto il merito, con tutte le imperfezioni del caso, di facilitare la convivenza e la fratellanza e di ridurre la distanza tra cittadini e istituzioni. Vorrei poter guardare Villanova come ad un quartiere in cui le relazioni umane siano alla base del suo sviluppo, dove il diverso (per età e per origini) sia percepito come opportunità di conoscenza, di scambio e di arricchimento. Dopo non molto tempo dal mio arrivo, ho scoperto che ho conosciuto l’Italia, ma anche il Ghana, la Bulgaria, la Nigeria, la Francia, il Senegal, l’India, la Romania, Cuba. Grazie all’interazione originale che il progetto Genius Loci ha messo in moto e ai piacevoli spazi di convivenza che costruisce il concetto del “dare e ricevere” diventa una pratica abituale, indispensabile per rilanciare concetti quali coesione sociale, responsabilità civile e appartenenza territoriale.


PANKAKULTURA

I SEGRETI DEL PIANISTA FILOSOFO In occasione del concerto pordenonese l'artista si racconta a Ldp di Guerrino Faggiani Giovanni Allevi da bambino, si avvicinò di nascosto al pianoforte. Stranamente “di nascosto”, visto che era figlio di musicisti. “Perché il piano di casa era tenuto sotto chiave come una reliquia, era di mio papà e ne era gelosissimo", racconta il musicista che abbiamo incontrato mentre a marzo si trovava al Forum di Pordenone con il suo Alien Tour, evento gestito dalla Azalea Promotion. Ma Giovanni scoprì il nascondiglio e a loro insaputa cominciò un viaggio solitario sui suoi tasti. “Fino a quando all’età di dieci - continua il maestro - al termine di una recita a scuola con i miei genitori presenti, ho avuto la buona pensata di andare al pianoforte sul palco, e suonare una piccola melodia di Chopin. In questo modo ho svelato loro di avere infranto il divieto, e per anni”. Papà

e mamma però capirono e decisero di fargli intraprendere il percorso accademico. Risultato? Giovanni si mette a studiare pianoforte all'’Istituto Musicale G. Spontini di Ascoli Piceno e si diploma a 21 anni con il massimo dei voti al Conservatorio F. Morlacchi di Perugia. Poi si iscrive alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Macerata ed affronta lo studio della “Composizione” al Conservatorio G. Rossini di Fermo. Nel frattempo frequenta anche il corso di “Bio-musica e Musicoterapia” del professor Mario Corradini. Nel 1998 si laurea con lode in filosofia e si trasferisce a Milano dove nel 2001 si diploma in “Composizione” con il massimo dei voti al Conservatorio G. Verdi sotto la guida del maestro Mario Garuti. “Rifarei tutto - continua Allevi - rifarei il mio studio, per vent’anni, ri-

farei i sacrifici, il mio concerto davanti a cinque persone.. Tutto”. Ora il pubblico lo segue e anzi, molta gente che normalmente non ascolta questo genere di musica si è avvicinata al pianoforte proprio grazie a lui. Perché Giovanni Allevi piace alla gente? “Facendo una classifica delle risposte - dice l’artista - al primo posto ci metto che non lo so, cioè è un mistero. Poi forse perché non salgo mai in cattedra, cioè cerco di non mettermi mai nella condizione di dover insegnare qualcosa a qualcuno ma piuttosto sono grato alle persone che stanno ad ascoltarmi. O forse perché il pubblico percepisce nella mia musica il grande studio che c’è dietro, nonostante vi-

viamo in un periodo in cui spesso basta una telecamera per far diventare cantante qualcuno”. E poi il merito è anche di una spiccata, sveglia e positiva personalità dico io. Per dare un’idea della sua agilità mentale basta pensare a “Joy”, il suo quarto album. Con composizioni inedite, l’ha realizzato interamente nella sua testa ed eseguito per la prima volta in studio di registrazione. “Così ho registrato Joy - annuisce Allevi senza averlo mai suonato prima, se non nella mia mente”. All’uscita sul palco del Forum, in apertura del suo concerto, il maestro è stato accolto da un lungo incessante applauso, che testimonia la stima che il pubblico nutre per lui.

ha raccontatoi al numeroso pubblico di Cinemazero. Fu allora che gli si fecero avanti dei personaggi che, senza mezze misure, gli chiesero il tre per cento per continuare a lavorare. Davanti ad una richiesta così, Pino Masciari rispose in modo altrettanto chiaro e netto: “Io non vi do neanche cinque lire bucate e vi denuncio pure”. E così fece, ma quando si rivolse alle Istituzioni si sentì dire: “Ma cosa vuoi fare, vuoi cambiare le regole? Scherzi, qui si rischia la vita”. “Era difficile trovare un rappresentante istituzionale integerrimo – ha spiegato Masciari-. Per dare l’idea, in

quei tempi il nostro procuratore si mostrava in compagnia dei boss”. La ’ndrangheta allora cominciò ad applicare la propria legge, facendo nei cantieri dell’azienda attentati di tutti i tipi. Fino a quando non decise di smettere di lavorare. “Avevo 34 anni – ha infatti continuato a raccontare - davo lavoro a duecento famiglie, ma proprio non potevo più andare avanti”. A quel punto appoggiato da inquirenti servitori dello Stato, ha iniziato a dire quello che sapeva, provocando con le sue denunce un terremoto tra amministratori e personaggi politici di spicco. Innume-

“Io, condannato a morte dalla ‘ndrangheta” Il super testimone Pino Masciari ai microfoni de Le Voci dell’inchiesta di Guerrino Faggiani Alla prima serata della 5° edizione del festival di Cinemazero “Le voci dell’inchiesta” era di scena l’imprenditore calabrese Pino Masciari, considerato il testimone più importante d’Italia. Masciari è stato condannato a morte dalla mafia in quanto grazie alle sue rivelazioni sono finiti in carcere molti esponenti della ‘ndrangheta calabrese, da manovali a grossi personaggi politici. Figlio di imprenditori edili, un giorno fu costretto ad abbandonare gli studi per guidare l’azienda di famiglia. “Giovane com’ero mi venne il sogno di diventare un grande imprenditore – ha racconta-

to Masciari - ero ambizioso, ma allora non conoscevo quel mostro che si chiama ‘ndrangheta. Nel tempo riuscii ad aprire cantieri in tutta la Calabria e all’estero. Da me venivano dei disoccupati a chiedermi di lavorare. Poi arrivarono piccoli artigiani, imprenditori. Io davo lavoro a tutti, ma le domande aumentavano sempre più: per la fornitura di calcestruzzo, il movimento terra l’impiantistica e così via”. Ad un certo punto l’imprenditore si rese conto che non era più libero nelle sue scelte. “Fu così che dissi basta, questa è la mia ditta e qui comando io”,


Commosso, quasi sotto voce: “Vorrei abbracciarvi tutti, uno per uno. Ma siccome non è possibile, lo farò con il mio pianoforte”. Giovanni Allevi t-shirt nera, jeans scuri e All Strar nere con suola e lacci bianchi, si è sistemato sul seggiolino sotto un cono di luce bianca ed è partito. Le mani sui tasti che si specchiavano sul nero lucido del piano erano il primo spettacolo. Le dita pestavano note che sfuggivano all’occhio, una tecnica di assoluto livello, che unita ad una profonda vena interpretativa rapiva chiunque, niente si muoveva, neanche gli addetti alla sicurezza. Tutti su di lui e il suo piano. Per quel che mi riguarda, mi aspettavo che un concerto di piano solo alla lunga risultasse stancante e buono solo per appassionati e competenti. Invece si è rivelata una di quelle cose che “più ce n’è e meglio è”. È stato chiamato a tre bis e acclamato in ogni occasione, prima durante e dopo il concerto. L’artefice dell’Allevipensiero ha lasciato dietro di sè una consolidata immagine di fenomeno, artisticamente e personalmente. A noi stessi di Ldp ha dimostrato una grande disponibilità nonostante i feroci tempi stretti della tappa in città. Grazie dunque a nome di tutti i nostri lettori, e a nome mio personale.

revoli sono stati gli attentati alla sua persona. “Si dice che quando la ’ndrangheta emette una condanna a morte, all’esecuzione manca solo la data – ha detto Masciari- io tuttavia rifarei tutto, perché non sopporto l’ingiustizia ed il sopruso”. Scortato dai suoi angeli custodi come lui stesso chiama gli uomini della sua nutrita scorta, ora presenzia a eventi in giro per l’Italia per raccontare la sua storia e promuovere il libro scritto con la moglie Marisa: “Organizzare il coraggio. La nostra vita contro la ‘ndrangheta”. In queste pagine i due coniugi raccontano della loro clandestinità legale.

Lech Walesa: “Vi racconto la mia rivoluzione” Dalla sua Polonia all’Europa, dalla rivolta dei popoli africani all’uccisione di Bin Laden. A lezione di democrazia e solidarietà dal Premio Nobel per la pace di Fabio Passador Ospite della rassegna “Pordenone pensa”, organizzata dal Circolo culturale Eureka e dalla provincia di Pordenone, l'ex presidente della Polonia premio Nobel per la Pace Lech Walesa è stato accolto al teatro Verdi dal pubblico delle grandi occasioni. Elettricista di professione, in Polonia, Walesa fondò Solidarnosc, il primo sindacato operaio indipendente in contrapposizione con il blocco sovietico. Pagò con il carcere la sua attività. Uscito dalle prigioni organizzò gli scioperi che misero spalle al muro il segretario del partito comunista polacco Wojciech Jaruzelski. Nel 1983 gli fu riconosciuto il Premio Nobel per la Pace e, dopo il crollo del regime sovietico, fu nominato presidente della Polonia, carica che mantenne fino al 1995. Si definisce un rivoluzionario Lech Walesa. “A differenza del Papa che non ha fatto la rivoluzione, ma ha acceso il desiderio di cambiamento nella gente nel suo paese”, ha detto a Pordenone. Per lui “Wojtyla ha avuto il merito di cambiare la Polonia e l’Europa nello spirito, le sue parole dovrebbero essere tradotte in progetti ed in programmi”. L'ex presidente polacco si è rivolto ai giovani con una piccola lezione di storia del comunismo, spiegando che ci fu quello occidente, legato ai valori democratici, e quello sovietico, che vietava qualsiasi tipo di organizzazione indipendente e di sciopero. In Polonia il movimento guidato dall'allora sindacalista di Solidarnosc decise di agire con la lotta non violenta e con la preghiera, come aveva suggerito Giovanni Paolo II. “E' con questi valori che la Polonia ha vinto la sua sfida – ha ricordato Walesa – . Gli stessi non sono del tutto svaniti”. Walesa ha poi parlato di immigrazione, “E’ un fenomeno – ha detto – che accomuna tutti i paesi

del vecchio continente. L'abbattimento dei confini è stato un evento epocale, ma sono ancora presenti confini culturali profondi”. “Ci sono troppe differenze sociali – ha denunciato - è in questo che il capitalismo ha fallito. I popoli mediterranei oggi chiedono più giustizia, più onestà dal ceto politico interno ai singoli paesi. La diffusione di internet sta risvegliando la necessità di verità e sarà con questi sentimenti che dovremmo fare i conti”. Oggi in alternativa al socialismo reale, crollato con il muro di Berlino, e al capitalismo, che vede con l'attuale crisi finanziaria decretato il suo fallimento, per Walesa la terza via è quella della partecipazione diretta dei lavoratori attraverso la

solidarietà. Lo spessore umano dell'ex presidente della Polonia è quindi emerso nel giudizio sull'uccisione di Bin Laden, che lui ritiene ingiusta perché non sottoposto alla sentenza di un tribunale e un grave colpo al terrorismo internazionale. E’ stato narrando al pubblico di Pordenone l'episodio di un fallito agguato nei suoi confronti, che Lech Walesa ha salutato la platea: durante una visita a Roma i suoi compagni lo invitarono per una passeggiata notturna, ma lui rifiutò. Più tardi il gruppo venne fermato da una banda armata che, vista la sua assenza, si dileguò nel buio. Walesa non sporse mai denuncia e, ascoltando le parole del Papa, dimenticò l'accaduto.


NON SOLO SPORT perature che arrivano a 50 gradi sotto lo zero è un bel salto da sopportare” Ci si riesce ad abituare a certe temperature? Si tratta di ben 80 gradi di differenza. “Non è facile. Io prima di intraprendere le mie spedizioni mi faccio una ventina di giorni di ambientamento e acclimatamento al freddo in un villaggio esquimese. E poi parto, e a quel punto sopravvivere diventa una questione mentale: è fondamentale la preparazione psicologica. Il problema, infatti, non è tanto il freddo micidiale quanto il fatto che quando si è nell’oceano artico non ci sono posti dove rifugiarsi e riscaldarsi. C’è la tenda sì, ma quella ripara solo dal vento e se fuori ci sono 40 o 50 gradi sotto lo zero, li hai anche nella tenda, ne più ne meno. È il freddo continuo la cosa più difficile da sopportare”.

Pontrandolfo l'eremita dei ghiacci

"Sopravvivere nel micidiale freddo artico è una questione di preparazione mentale" di Guerrino faggiani Alla fine è stata più una chiacchierata che una intervista, come se avesse raccontato dei suoi viaggi ad un amico inesperto. Michele Pontrandolfo, 40 anni di Pordenone, esploratore artico di lungo corso famoso per le sue imprese in solitaria del resto ne ha fatti parecchi di viaggi. E da perfetto pivello la mia prima curiosità non poteva che essere questa. Michele, ma fa davvero tanto freddo da quelle parti? “E beh si, c’è una bella differenza rispetto al nostro clima e partire da qui e arrivare, ad esempio, nel Canada artico con tem-

E come si fa a sopravvivere? “Per farlo, oltre all’esperienza che ti fa accendere i campanelli d’allarme in tempo per evitare guai, congelamenti alle estremità e peggio, devi avere una convinzione che va oltre il normale. È l’obiettivo finale che ti poni che ti sprona a non mollare e a sopportare quello che diversamente una persona normale non riesce a fare. Ma questo vale in tutto, anche nella vita di tutti i giorni. Se non hai un obiettivo finale, non fai niente”. Ma perchè in solitaria? Nei ghiacci da soli, anche un piccolo errore può essere fatale. Cosa ti spinge a contare solo ed esclusivamente sui tuoi mezzi? “È perché apprezzo meglio quello che vedo, appago di più il mio amore per i ghiacci, e poi è una soddisfazione personale riuscire a cavarmela da solo, mi gratifica di più. Diciamo che quello che vado a fare io è estremamente pericoloso, ne sono cosciente. Però non si deve ragionare in questo modo, perché sarebbe deleterio. Non devi pensare: "Porco can se la va mal qua mi ghe resto". Se così è, nel momento stesso in cui lo fai è meglio che te ne torni a casa”. Dunque grande preparazione psicologica oltre che atletica. Ai saluti ho chiesto a Michele se alla sua prossima spedizione porta anche me, che starei sempre zitto, neanche una parola. Sto aspettando la risposta. Grazie comunque e auguri a Michele Pontrandolfo.

Al caffè con l'esploratore Fisico asciutto da vero sportivo. Sembrava uscito da un racconto di Jack London di Guerrino Faggiani In bicicletta è arrivato al bar in corso dove lo aspettavo, ai tavoli in strada vista la gradevole giornata. Michele Pontrandolfo io l’ho riconosciuto subito, lui no me. Non poteva perché non mi aveva mai visto e non aveva la minima idea di chi si sarebbe trovato davanti, venendo a quell’appuntamento. Mentre poggiava la bici scrutava le facce dei clienti sparsi tra i tavoli cercando di capire chi tra quelli potevo essere io. Gli ero il primo in linea d’aria, ma come spesso succede, guardava ovunque tranne che davanti al naso. Intanto ne ho approfittato io per guardarlo: fisico non possente anzi, ma armonioso e asciutto, il ritratto della salute devo dire. Poi ha incrociato il mio sorriso, ha visto sul tavolo in bella mostra una copia di Ldp, i miei

attrezzi del lavoro pronti all’uso e ha capito. Un attimo dopo si era già seduto al tavolo. Io un caffè, lui un bicchiere d’acqua naturale, non fredda. A bocce ferme toccava a me tirare il pallino ma ho faticato a partire, perché tutto mi diceva che davanti avevo una persona che da sempre rispettava e valorizzava il proprio corpo, figlio di una mentalità sana eletta a regola di vita. Ed io che per trovare regole sane nel mio trascorso mi devo proprio impegnare, mi sentivo come davanti ad una specie di super star, inarrivabile per il mio curriculum. Già questo non mi lasciava indifferente. Se poi ci mettiamo che non ho mai dimenticato il mio primo e forse unico amore letterario (unico perché poi nella vita mi sono dedicato ad altro)

del periodo in cui un amico di famiglia ha messo nelle mie mani da infante “Il richiamo della foresta” di Jack London, che divorai nonostante fossi ancora incerto nella lettura e al quale seguirono di getto gli altri suoi ambientati nel grande nord… ecco, trovarmi davanti un vero fautore del ghiaccio e della tenacia, mi

entusiasmava, ma allo stesso tempo mi intimoriva. Come se i film autodidatti su quei mondi che mi ero fatto dentro fin dall’infanzia, fossero arrivati ad una sorta di resa dei conti, e che davanti ad un vero esploratore dei ghiacci si sciogliessero come neve al sole dimostrandosi solo dei ridicoli insensati voli pindarici di uno sterile ed eterno sognatore. Rischiavo un disastro, oltre che male nella vita reale anche nei sogni. Ero a cena o meglio al caffè con il mio possibile assassino. Non era cosa da poco ma grazie al cielo, lo testimonia il fatto che lo sto raccontando, in qualche modo ne sono uscito vivo.


Hanno collaborato a questo numero

LDP - LIBERTÁ DI PAROLA Giornale di strada dei Ragazzi della Panchina ad uscita trimestrale o quasi Registrazione presso il Tribunale di Pordenone N. R. G. 1719/2008 N. Reg. Stampa 10 del 24.01.2009

—————————————— Pino Roveredo "La melodia del corvo" è il suo ultimo regalo letterario. Capriole in salita, Caracreatura: Attenti alle rose, nei suoi romanzi più che scrivere dipinge. Con l'associazione ha da poco aviato un laboratorio di scrittura creativa coraggioso

—————————————— Gino Dain Un medico un giorno gli ha detto: se continui cosi non duri più di sei mesi. Era il 1980. Da allora per scaramanzia non è cambiato di una virgola. É la dimostrazione vivente che la medicina non è una scienza esatta

—————————————— Elisa Cozzarini È riuscita a far scrivere a Ginetto un articolo intero, impresa non da poco. Giornalista in bici da corsa e zainetto, è una tipa che vedresti meglio sfrecciare a NY piuttosto che nella pista ciclabile di PN. Insomma, Freelance Amstrong

—————————————— Guerrino Faggiani Rinasce nel maggio 2006 all’ospedale di Udine. Da lì in poi è blogger (www.iragazzidellapanchina.it/ gueriblog ), attore, ciclista.. Come giornalista, o gli date 5000 battute oppure non si siede neanche davanti al computer. “Cosa? Tagliare?!? Piuttosto non sta neanche metterlo..”

—————————————— Emanuele Celotto Scrittore, nuotatore, scacchista, attore. Memorabili le sue performance nel ruolo del carcerato, con tanto di lancio della canotta al pubblico e pettorali in bella mostra. Per un po’ di tempo, purtroppo, si è dimenticato di uscire dalla parte.

—————————————— Andrea Picco Su Fb alla voce orientamento religioso ha scritto integralista juventino. Ora stiamo pensando di scrivere a "chi l'ha visto?" per sapere che fine a fatto sia lui che la Juve. Ogni tanto ci arriva una mail che conferma la sua esistenza, come le poche vittorie della Juve.

Direttore Responsabile Milena Bidinost Direttore Editoriale Pino Roveredo Capo Redattore Guerrino Faggiani Redazione Andrea Picco, Franca Merlo, Ada Moznich, Gino Dain, Elisa Cozzarini, Dario Castellarin, Franco De Marchi, Alberto Danesin, Giuseppe Micco, Andrea Zanchetta, Chiara Zorzi, Giorgio Doardo, Sponzer, Emanuele Celotto, dott. Paolo Cimarosti, The Voice, Paradis, Valentina Furlan, dott. Francesco Stoppa, Jairo Cazar, Fabio Passador, Marcella Bidinost. Editore Associazione i Ragazzi della Panchina ONLUS Viale Grigoletti 11, 33170 Pordenone Creazione grafica Maurizio Poletto mpaginazione Ada Moznich Stampa Grafoteca Group S.r.l. Via Amman 33 33084 Cordenons PN

—————————————— Chiara Zorzi Finalmente una femmina tra tutti questi operatori maschi! Ci voleva! Sopranominata miss perfettina, non le scappa proprio niente. Ogni tanto ti viene da azzannarle la giugulare, ma poi ti fermi e pensi: "Meno male che Itaca ce l'ha mandata!"

—————————————— Alberto Danesin Gentile, cortese ed educato come pochi. Inizialmente ci ha deliziato con delle marmellate biologiche, come ogni buon salutista. Ora si presenta in redazione con vassoi di paste alla crema e frittelle. Che voglia attentare alla nostra salute?

—————————————— Fabio Passador Quando si dice che nella botte piccola ci sta il vino buono! L'ultimo acquisto della squadra operatori ne è una conferma. In barba alla sua altezza, lo trovi ovunque: arte, sociale, impegno civile, politica ed ora è anche un Ragazzo della Panchina.

—————————————— Giuseppe Micco Bepi: secco come un terno, Monsieur Le Bepo è il lottologo della compagnia. Dategli la vostra data di nascita e ne farà una fonte di reddito. Una volta all'anno da Monsieur diventa Mister: dei leoni indomabili, i Kullander United.

—————————————— Ada Moznich Per l'Unità è una dei nuovi Mille italiani che stanno rifacendo l'Italia, impresa ben più ardua di quella garibaldina. Se quelli avevavo la camicia rossa, a lei basta un fiocco. Non ci resta che sperare che lei e gli altri 999 non la rifacciano uguale.

—————————————— Dario Castellarin È il re del gadget. Volete la penna che piange? il portachiavi che ride? Lui li ha. E dietro la scorza da duro del Roadhouse ha anche una grande sensibilità

—————————————— Milena Bidinost Il direttore non si discute, si ama. perchè si è ripresa la vita (www. milenabidinost.blogspot.com) e oggi, come un trionfo, il direttore " vive, parla, ride, si arrabbia, commuove, annoia, risveglia…"

—————————————— Franca Merlo O Francesca, non lo capiremo mai… Altra colonna portante dei RdP, ha recentemente pubblicato un libro, “Noi!! Viviamo", sulla sua esperienza nel gruppo prima come volontaria e poi come Presidente dell’Associazione. Ha un blog molto frequentato: http: //rosaspina_mia. ilcannocchiale.it

—————————————— Franco De Marchi Frate mancato, tra i fondatori degli RdP, poeta cambusiere per sua stessa ammissione si è lavato qualche volta il viso con gli occhiali da sole su. Oltre agli occhiali c'è una cosa da cui è inseparabile: la... polemica

Fotografie A cura della redazione Foto a pagina 13 di Marcella Bidinost Chi vuole scrivere, segnalare, chiedere o semplicemente conoscerci, contatti la redazione di LDP: info@iragazzidellapanchina.it Questo giornale é stato reso possibile grazie al contributo della Fondazazione CRUP attraverso il Comune di Pordenone Associazione i Ragazzi della Panchina ONLUS Viale Grigoletti 11, 33170 Pordenone Tel. 0434 363217 email: info@iragazzidellapanchina.it www.iragazzidellapanchina.it Per le donazioni: Codice IBAN: IT 69 R 08356 12500 000000019539 Per il 5X1000 codice fiscale: 91045500930 La sede dei Ragazzi della Panchina é aperta dal lunedí al venerdí dalle ore 14:00 alle 19:00


chiami benessere la somma dei malesseri I ragazzi della panchina campagna per la sensibilizzazione e integrazione sociale DEI RAGAZZI DELLA PANCHINA CON IL PATROCINIO del comune di pordenone

LDP 02/2011  

Libertò di Parola il trimestrele di informazione de I Ragazzi della Panchina di Pordenone

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