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IL TASCAPANE

Il giornale che ti porti dietro


COLOPHON DIRETTORE RESPONSABILE Susanna Garuti

EDITORE

RUA, Rete Universitaria Attiva C.F. 93068430383 registrazione tribunale di Ferrara del 02/2010

CAPOREDATTORE Fiorella Shane Arveda REDAZIONE

Daniele Branca, Sergio Cebotari, Michele Cuccu, Enrico Cottu , Giulia Nutz, Fiorella Shane Arveda, Federico Fontana, Gabriele Gatto, Adriana Giunta, Linda Maestri, Pietro Marino, Andrea Pirazzini, Edoardo Rosso, Lia Simonatto, Tommaso Vable.

PROGETTO GRAFICO Laura Abbruzzese Lia Simonatto

IN QUESTO NUMERO L’INCHIESTA 6.L’ATTRITO DELL’ALIENO

16.THREE GIRLS RUMBA

seminario del Laboratorio di Studi Urbani di Unife

la storia di tre ragazze DJ per caso

IL LOGO DI ORFEO

“Città e arte pubblica”

CREDITS

8.PARLANDO CON ANDREA AMADUCCI 16.ROAD TO ZION STATION

Camilla Voghenzi

Andrea Amaducci Francesco Gagliano Manuela Santini DavideBozzetti+Laura Micieli+SWAMP

STAMPA

intervista con l’ artista de “l’Alieno”

10.RI-QUALIFICARE LA CITTÀ servizio fotografico sulle alienazioni innovative

TIPOGRAFIA-LITOGRAFIA SAN GIORGIO

si avvicina la nuova edizione del Festival danzante

17.GEOPOLITICA UNIVERSITARIA la vita all’interno di uno studentato

Via G. Donizetti, 42 44124 Ferrara P.Iva 00041560384

12.TERRAVIVA

Questo periodico studentesco universitario è realizzato grazie al contributo del Fondo Culturale UNIFE

la campagna in città

IL RUA REPORT

13.FILOSOFIA E CEMENTO

18.IL PUNTO DI VISTA DELLA RETE UNIVERSITARIA ATTIVA

l’isola alienata di Ballard

14.LA RESISTENZA intervista a Giuseppe Bartolomeo

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IL TASCAPANE ROMA 19.NOTIZIE DALLA CAPITALE DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FRANCESCO GAGLIANO


EDITORIALE “Svolti a sinistra, poi ancora a destra, e troverà l’entrata cento metri più avanti”. La mail, riletta la sera prima suonava più o meno così, difficile però ricordarne ogni dettaglio, penso mentre proseguo con le mani strette sul manubrio. Sono in ritardo e l’intervistato sta attendendo, nel frattempo ripeto mentalmente le domande che gli vorrei porre, una volta a destinazione. Ripercorro sussurando tra me e me il tragitto compiuto fino a quel punto, il ricordo inizia da via Porta Pò e termina al chiosco di giornali al lato di Piazza ariostea, poi di lì uno zig zag fino a questo punto in cui, anche se non conosco la direzione presa, l’istinto non mi fa fermare nè cambiare rotta. Sto andando ad intervistare uno dei gestori

dell’associazione “Nuova Terraviva” e lasciato alle spalle il rumore della città cerco di scovare il suo ufficio. E’ la prima volta che conosco questa persona e questa associazione, mi hanno indicato questo posto come interessante a fini “giornalistici” di informazione ma senza spiegarmi nello specifico di che si tratti. Il cestino intanto inizia a tremare, il terreno ha cambiato aspetto e sotto i pedali la strada ora è sterrata mentre ai lati scorre ilverde. Mi rendo conto che un ufficio è l’ultima cosa da cercare qui e ad un tratto mi ritrovo davanti ad un’insegna che recita: “Associazione Nuova Terraviva”. Di lì a poco vengo a scoprire che questa associazione ha dato vita ad un’azienda agricola nella “campagna dentro le mura”, vengono prodotti raccolti biologici e si dà spazio anche ad altre attività che mirano alla condivisione, alla semplicità dei rapporti sociali e alla salute. Mi informano della possibilità di condividere un orto con più persone e che si organizzano anche campi estivi per i bambini. Dopo una mattina in quel luogo fuori dal ritmo della routine conosciuta ritorno a casa felice. Quello di cui mi rendo conto e su cui vorrei portarvi a riflettere è che sebbene a Ferrara ci si lamenti spesso del fatto che “sia tutto uguale” o che non ci sia nulla da “salvare” o da cercare, altrettante volte non ci si accorge del lato che la città nasconde ai più pigri. Ciò che vogliamo svelarvi in questo numero è l’altra faccia della città estense, quella che si mostra solo a chi si ostina a cercarla. Si parla di alienità, quella caratteristica che sembra la più adatta per luoghi, eventi e attività che ci sorprendono essere presenti proprio qui, nella nostra città. Non ci sembra reale che vi possano essere realtà così diverse dalle canoniche. E invece sono svariate le proposte “aliene” che vi offriamo e di cui vi parleremo nelle prossime pagine, ma la cosa più importante che vorremmo trasmettervi è il saperle cogliere, imparare a prestare un’attenzione particolare per ciò che si discosta da quello che l’abitudine porta ordinariamente a vedere.

LE RUBRICHE 20.EUROPA

26.TENDENZE

21.VIAGGI

27.CUCINA

22.FOTOGRAFIA

28.SENZA TABÙ

24.CINEMA

29.SPORT

25.POESIA

30.IL RACCONTO DI EDO

l’analisi di Enrico Cottu

la vacanza consapevole di Federico Fontana

la lezione n° 6 di Andrea Pirazzini

in memoria di Chaplin di Tommaso Vable

tra sentimenti alieni e alienanti

sempre alla moda con Irene Ferraro

alla riscoperta dei gusti di strada con Pietro Marino

questioni intime ? ne parla Edoardo Rosso

tutti in campo con Adriana Giunta

Fiorella Shane Arveda

la storia alienante confezionata per noi da Edoardo Rosso

Se l’intervista ti ha incuriosito visita il canale youtube de IL TASCAPANE (TascapaneTube)e digita “Intervista a Mattia Gandini”

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L’INCHIESTA 4


A de IL TASCAPANE Chi sono gli alieni a Ferrara? 5


L’ATTRITO DELL’ALIENO

Intervento di Andrea Amaducci al sem La ragione del creare In un’intervista rilasciata al settimanale “El Paìs”, l’ex tupamaro José “Pepe” Mujica, presidente Uruguaiano fuori dagli schemi, dice una frase che mi si è conficcata in testa: “Sembra incredibile, ma non ci prendiamo cura della vita, che è solo una parentesi. Abbiamo tutta l’eternità per non essere”. Da quando l’ho letta, mi capita di riflettere su come ciascuno porti avanti una lotta, una guerriglia contro sé stesso e la zavorra che lo rende pesante, facendo di settimane, mesi e anni un pastone indistinto. Il cumulo di vestiti da piegare che ci aspetta sul letto e la sera va sulla sedia per ricominciare la sua periodica migrazione il giorno dopo è un simbolo di questa cosa. Siamo alieni a noi stessi finché non ci riprendiamo quello che non abbiamo mai perso: la giornalistica consapevolezza di chi, come, cosa, quando e soprattutto perché siamo come siamo. Ognuno ha il suo cumulo e prova a combatterlo come può; alcuni non riescono e quindi non vogliono; certi leggono, altri scrivono, cantano, recitano, disegnano, partono per il Sud America, litigano con il controllore sull’autobus, corrono le maratone, fanno dei figli, fanno disegni per strada. Sarà psicologia spicciola o l’influenza di magliette e i jeans fieramente avvinghiati tra le lenzuola sul mio letto, ma ascoltando il suo intervento di metà Marzo in via degli Adelardi, mi è sembrato che anche per Andrea Amaducci sia così, quella cosa che “ se non la faccio divento matto”, la ragione del creare.

Le ragioni del mostrare Racconta di quando a due anni si nascose nell’officina del cugino sperando di essere ritrovato perché aveva “bisogno di considerazione”. Filtra dalle sue parole il dubbio che nonostante gli ideali di condivisione e coinvolgimento “educativo” dell’altro, il movente dei suoi lavori di strada, cioè del porre l’opera nel contesto urbano, sia lo stesso dell’infanzia. “Capisco se fosse brutta, - gli fa uno - ma perché intervenire in una città come Ferrara, che è patrimonio dell’UNESCO, che è già bella! Mica siamo nella Niùiòrk degli anni 80!”. Lui per primo si domanda che differenza ci sia tra sé e un qualunque ragazzino in cerca di attenzioni, di quelli che scrivono sui treni o imbrattano i muri; cosa si accompagni al desiderio del bambino sperso tra cartone e polistirolo in officina; gli si chiede una prova di maturità. Arriva con qualche semplice considerazione. Innanzitutto l’oggetto della condivisione non è il tag, la firma dei writer, tanto simile al piscio di un cane su un palo che dica “sono qui!”, ma qualcosa di più complesso, un simbolo, per realizzare il quale la riflessione ha necessariamente dovuto accompagnare l’istinto. Al “sentire” una società che non incoraggia, ma pretende l’eccellenza e forza alla perfezione segue l’acciuffare questa sensazione e materializzarla, “fermarla” nella forma anonima da abbigliare come si vuole. Spunta l’alieno, fantoccio dell’identità di massa, anon-omino di quando impariamo a disegnare a scuola e cogliamo le cose nei loro tratti essenziali, affidando ai colori e a certi accessori il compito di definire chi vogliamo rappresentare. Il saio e l’aureola saranno del santo, parrucca e passeggino racconteranno di una mamma (specie domestica di madre). Solo creare in questo modo ci fa sentire (e fa avvertire a chi osserva, inducendolo a soffermarsi col pensiero su ciò che ha visto) l’attrito con la realtà e il tempo impiegato a viverla. S’imprimerà in noi, creerà il ricordo. E questa è la differenza tra il vivere ed il lasciarsi accadere. 6

Come mostrare Il suo mostrare quindi non è un’educazione formale, ma sentimentale. Sentire lo sguardo dell’altro contro il nostro, percepire e percepirsi attraverso quest’ attrito. Espandersi nell’altro, toccarlo, perché questi, toccandoci, ci faccia esistere, ci obblighi a spiegarci, a vivere. Sarà vera tutta questa complessità che ho visto nei discorsi vivaci e frammentati di un 36enne dagli occhi azzurri e il taglio di capelli del capitano Spock? Fa il furbo quando dice che lo spazio pubblico è di tutti cioè anche suo quindi come la sua camera, fingendo di dimenticare che di quella camera non è l’unico inquilino e c’è sempre chi


minario del Laboratorio di Studi Urbani di Unife “Città e arte pubblica”

Nelle foto le opere di Andrea Amaducci

odia i poster attaccati alle pareti. Finge perché il suo discorso è smentito dal comportamento. Grazie al dialogo costante con le persone, s’inserisce negli “interstizi tra legge e buon senso” e fa felici tutti: i vecchietti disegnando la salama da sugo, la polizia scegliendo cassette della luce e strutture in disuso e adoperando materiali biodegradabili che fanno svanire i suoi lavori dopo qualche mese. Tiene molto ad una parola dal doppio significato: mediare. All’inizio la mediazione è per lui motivo di preoccupazione e d’azione: ci sono fin troppi mediatori tra noi e la realtà, - dice - dove non capita più che per cercare un

pezzo di bibliografia per la tesi si sia costretti a prendere un treno per un’altra città ed esporsi alla possibilità di nuovi incontri, di vivere; mediare è, nella seconda parte dell’incontro, il suo agire da adulto, il dialogo con la città attraverso il compromesso dei modi (uso degli spazi “dimenticati”, il non “imbrattare”) e il distillato dei temi (la salama da sugo che tanto piace a giovani e vecchi alieni). Parte essenziale del mediare è quindi il prendersi cura di spiegare quello che fa e perché. Non è forse questo un regalo che facciamo solo a quelli che amiamo? E Ferrara è la sua casa e la sua famiglia. E’ “sua” in questo senso qui. Si sente da come lo dice: “Fraara”. 7

Si aggrappa allo sguardo della gente, lo ruba studiando quello che naturalmente gli occhi cercano: disegna sul primo gradino di una scala, perché è quello che siamo costretti a guardare se non vogliamo inciampare salendo e con questo stratagemma rapisce lo sguardo e ce lo restituisce solo con un allegato di cose sulle quali vorrebbe riflettessimo. E’ un trabocchetto, ma glielo perdoniamo e anzi lo ringraziamo. .

Pietro Marino


PARLANDO CON

ANDREA AMADUCCI continuato a fare teatro, ma mi è venuto a mancare il rapporto attivo con l’urbanità, non solo quello di vivere nel tessuto urbano, quello proprio di lasciare un segno. Avevo già iniziato un lavoro sui ritratti, prima di saturazione poi di sintesi, e sintetizzando sempre di più è saltato fuori l’alieno. Iniziando a farlo ho scoperto che mi poteva far fare il teatro con un pennarello.

Si chiama Andrea ma tutti lo conoscono come “l’alieno” di Ferrara ed è il personaggio più adatto a rappresentare l’inchiesta di questo numero, Andrea, abbiamo pensato a te per parlare di street-art, ma sappiamo che non ti occupi solo di questo tipo di arte, il tuo esordio a Ferrara è con il teatro come si arriva dal teatro alla street-art?

Quindi possiamo dire che il tuo utilizzare il muro, invece della tela è un modo per dialogare con la città, per abitarla e sentirla più tua? Guarda, non ne posso fare a meno, mi viene da fare questa cosa, c’è un’urgenza infantile, un’urgenza che arriva dalla rabbia che ho dentro. Ho una specie di “incazzo atavico” che nonostante la mia età ho difficoltà a gestire, anzi ho trovato la professione che mi da la possibilità di canalizzare certe energie. Lo faccio perché non ne posso fare a meno, lo faccio perche si possono dire della cose, perché si può fare cambiare pensiero alle persone.

Sono arrivato a Ferrara a 18 anni, per un corso di recitazione organizzato da Teatro Nucleo che era, ed è ancora, un teatro per spazi aperti. In quel periodo ho avuto veramente l’enorme fortuna di viaggiare tantissimo, sperimentando la frequentazione della piazza, non solo quella della città in cui vivevo, ma un po’ ovunque a livello italiano ed europeo fino in America Latina, Mosca, e addirittura in Corea. Insomma la possibilità di vedere la piazza, lo spazio urbano dalla mattina presto quando si arrivava con il camion fino alla sera, quando, finito lo spettacolo, si sbaraccava tutto e si ricaricava esausti. Questo permette di scannerizzare la piazza: dai nonnetti del mattino, che vanno a controllare i lavori, a quelli che si bevono il bianchino alle sette, fino agli ultimi ubriachi delle tre e mezzo del mattino che si vanno a fare l’ultima. Ho quindi potuto vedere la piazza, da dentro la piazza, in tutte le ore del giorno, in mezzo mondo. Quando, per colpa della crisi, è venuto meno il teatro, a me serviva qualcosa per rimanere per strada e quella di andare in strada con il segno è stata una specie di conseguenza naturale. Io dipingo e disegno da quando sono ragazzino, l’esperienza si è mescolata con quella del teatro, ho

Tu fai le tue opere di giorno cercando la comunicazione, parlando con le persone che ti osservano per strada. Come ti trovi? Come risponde Ferrara a questa tua modalità di interfacciarti? Ferrara, è stata una palestra. Inizialmente non pensavo fosse un luogo adatto per gli interventi grafici, perché tutto il centro storico è fatto di mattoni. Questo mi ha costretto a cercare altri luoghi su cui intervenire per non essere criticato troppo, in realtà ho scoperto che vengo criticato lo stesso, più per il “tiro” dei messaggi che per dove li metto però. Infatti preferisco usare arredi urbani come:

Foto di Sergio Cebotari 8


a cura di Giulia Nutz ,Fiorella Shane Arveda, Irene Ferraro bidoni, cabine elettriche, cabine telefoniche, tutto quello che è mobile mi interessa di più. Insomma è meno grave una cassetta elettrica di un muro.

E attraverso l’alieno quale è il messaggio che vuoi dare alle persone? Questa è una domanda, che tu fai bene a fare ma a cui è difficile dare una riposta. L’identità è una roba delicatissima, non credo che basti una vita per codificare chi tu sia, quindi l’alieno in qualche maniera, rappresenta, io la chiamo, “l’alienitudine”, l’alienazione. L’alieno rappresenta la non identità, la difficoltà di un essere umano di imporsi con la propria in un mondo che non è interessato a quello che ha nel cuore e nel cervello, è difficile che tu capisca chi sei se nessuno ha interesse veramente a saperlo…no? C’è stato anche un momento, guardando la scena iniziale del film Fantozzi in cui mi sono fulminato. Fantozzi è un personaggio sfigatissimo, e ne è consapevole. Ma chi è oggi Fantozzi? E’ uno sfigato, ma si deve sentire figo, gli basta omologarsi al modello che i media propongono, per sentirsi arrivato. Ecco questo è drammatico, rappresenta la morte. E quindi l’alieno ci ricorda che dovremmo essere vivi almeno.

A tal proposito, sappiamo tutti che il writing è un’arte illegale, hai mai avuto problemi con la legge? Non ho mai avuto problemi con la legge per fortuna. A Ferrara mi conoscono, sono nel mondo della cultura da tanti anni, nelle carceri faccio un laboratorio di teatro e poi con l’intervento grafico ho iniziato da grande e quindi diciamo che ho delle argomentazioni da proporre nel caso venissi colto in flagrante! Quando faccio il mio lavoro se qualcuno mi dice qualcosa si aspetta che io gli risponda male o che scappi, però appena vedono che sono disponibile magari anche a cancellare quello che sto facendo se a loro non piace, rimangono spiazzati. Ultimi lavori che hai fatto e di cui vuoi parlare? Si, tengo molto a parlare di un lavoro che in realtà con la street-art non c’entra niente. Ho disegnato una per una le copertine dei dischi di………. Disegnare per la musica, credo sia la cosa più bella. Avere la presunzione di rendere graficamente quello che c’è dentro il disco di un’altra persona, dentro la testa di un’altra persona mi fa impazzire. E’ sicuramente una responsabilità grossa, ma quando il musicista apprezza la mia copertina è uno “sballo”, molto di più soddisfacente rispetto a quei momenti in cui ricevo complimenti per il mio lavoro ordinario.

È un urlo contro l’indifferenza? Non è proprio un urlo è una pernacchia! Urlavo quando ero più giovane. Un po’ come una pernacchia di Totò. Però ecco è una pernacchia serissima, quello che faccio lo faccio veramente con una grossa cognizione di causa cercando di stare attento ai minimi dettagli, saranno non più di 30- 40 righe i miei disegni più complessi, però sono sudate.

Ma torniamo alla street-art, portarla nei musei come sta accadendo, snatura un po’ la sua essenza? Guarda hai toccato il tasto dolente. C’è sempre questa tendenza a fare dei tagli netti, street art letteralmente arte di strada, quindi deve essere fatta fuori dentro non vale. In un certo senso sono pure d’accordo, però ti posso anche dire che a 18 anni la pensavo in un modo e adesso che ne ho 36, non penso esattamente le stesse cose. In realtà dipende dalla storia di ogni writer. Credo che ci sia il disegnare, sia dentro che fuori, a chi frega se è su una tela e lo faccio in questa capannina, o se uso un pennarello e lo faccio su un muro o su un cassonetto?

Non hai paura che i messaggi vengano stravolti, cioè che la gente legga qualcos’altro? È il suo senso. Andando avanti, ho capito una cosa: non puoi pretendere che chiunque capisca il dettaglio del tuo messaggio. Così ho trovato dei moduli con dei simboli come la sveglia, che riporta chiaramente al tempo, o la nuvola con il fulmine. Servono per indurre il pensiero, se parliamo di urbanità del passante, se parliamo di una mostra o di una sala d’aspetto, di uno spettante. Se io so che qualcuno si siederà lì e ce l’avrà davanti per mezzora, intervengo in modo. In stazione non posso, la gente cammina, ci sono persone che hanno fretta, che volevano stare a letto un’ora in più, devo fare una roba veloce, quindi, ammesso che qualcuno lo veda, l’omarino con la sveglia e il fulmine e il fulmine che va verso la sveglia…siamo più o meno in quella zona…no? Il tempo, la stazione, i ragionamenti saranno legati alla professione, alla fretta, al fatto che avrei voluto dormire vaffanculo la sveglia. Non posso tenere sotto controllo il pensiero di tutti, ma posso dare una sferzata in direzione. Poi il bello è che mi sfugga di mano, questa è la libertà.

Hai dei riferimenti artistici, in particolare ti ispiri a qualcosa o a qualcuno? Quando ho iniziato a prendere i pennelli e i colori a 13-14 anni mi affascinava, Picasso, credo per il fascino del personaggio, più che per il cubismo in quanto tale. Poi tutto l’espressionismo astratto americano: Pollock, de Kooning, Rothko, Reinhardt, Still, Klein, tutto quello che senza tante pippe mentali incontrava l’attrazione del mio occhio. Poi Haring e i cartoon e tutto il delirio” cartoonesco”, quello che ci hanno somministrato quando eravamo bambini.

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RI-QUALIFICARE LA CITTÀ Alienazione è in legge l’atto giuridico con cui si trasferiscono ad altri soggetti una proprietà o un diritto su beni del proprio patrimonio, mediante vendita, donazione, mutuo, ecc. Se così è, negli ultimi tre anni si sono verificati casi di alienazione significativi: luoghi della città abbandonati, chiusi da troppo tempo, quasi dimenticati, presi in mano e curati da associazioni di stampo innovativo e culturale. Palazzo Savonuzzi, sede degli ExMagazzini Generali, in via Darsena 57 è la sede del Consorzio Wunderkammer. Al suo interno accoglie quattro associazioni (Basso profilo, Encanto, AMFScuola di musica moderna, Fiumana) che incoraggiano le pratiche di cittadinanza attiva, l’uso dello spazio pubblico, la promozione culturale e la valorizzazione del paesaggio locale. In via Poledrelli 21, presso l’ ex caserma dei Vigili del Fuoco, troviamo invece lo Spazio Grisù, una Factory basata sui concetti di creatività, produttività, condivisione, con una forte attenzione al temi della sostenibilità e del sociale. Un’incubatore per le giovani imprese creative! Vecchi edifici che subiscono interventi di ristrutturazione e ampliamento ma spesso il cambiamento avviene all’interno mentre si conserva l’aspetto esteriore. Infatti il cuore pulsante di questi luoghi risiede nelle attività che vi si svolgono come succede al Teatro Off (in via Viale Alfonso I d’Este, 13, vicino al Sonika) in cui tutti i lunedì, i martedì e i giovedì i soci dell’Associazione culturale Ferrara Off si trovano per condividere la passione per il palco scenico, provando gli spettacoli che andranno in scena a giugno. Nelle foto qui affianco abbiamo colto lo spirito di questi luoghi e delle persone che li popolano!

FERRARA OFF

Sulle mura sta nascendo una nuova realtà:Ferrara Off, uno spazio teatrale e culturale, un luogo di incontro e di condivisione gestito dall’omonima Associazione di Promozione Sociale . Dove: Viale Alfonso I d’Este, 13 Quando: Laboratori teatrali nei giorni di lunedì,martedì, giovedì, ore 21.00. Per saperne di più: https://it-it.facebook.com/FerraraOff

CONSORZIO WUNDERKAMMER WUNDERKAMMER si propone di incoraggiare le pratiche di cittadinanza attiva, l’uso dello spazio pubblico, la fruizione/produzione di cultura e la valorizzazione del Paesaggio locale. Palazzo Savonuzzi, via Darsena, 57 44122 Ferrara info@consorziowunderkammer.org

Lia Simonatto

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SPAZIO GRISÙ Grisù era un posto vuoto, adesso pieno. Il resto pensiamo sia marginale, come lo sarebbe per voi se conosceste le storie degli “alieni” che lo hanno reso possibile e ogni giorno provano a migliorarlo. Quando: a qualsiasi ora della giornata! Dove: via Poledrelli,21 Ferrara Per saperne di più: http://spaziogrisu.org/

Foto di Pietro Marino 11


TERRAVIVA crescere e imparare, naturalmente!

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Filosofia e cemento Nell’indifferenza

del traffico dell’ora di punta, Robert Maitland, un affermato architetto di 35 anni, lotta per risalire dall’isola spartitraffico in cui è stato catapultato dopo un incidente stradale. Sembra

Dentro le mura cittadine è possibile imbattersi in una campagna, quella prevista dall’espansione di Biaggio Rossetti nel 1457 e oggi ancora presente grazie a Terra Viva che si occupa di agricoltura biologica e biodinamica, edilizia organica vivente, tutela del consumatore nel campo alimentare, arte ed educazione

che il fatto sia passato inosservato e nessun automobilista si ferma a soccorrerlo. Gravemente ferito, Maitland non può fare altro che cercare di sopravvivere tra l’erba incolta, finché qualcuno non verrà a salvarlo. Perché qualcuno arriverà, deve arrivare. Ma i giorni passano e nessuno viene a cercarlo. I suoi tentativi di fuggire sono sempre più disperati

Dove: Via delle erbe, 29, Ferrara Quando: Laboratori teatrali nei giorni di lunedì,martedì, giovedì, ore 21.00. Per saperne di più: Phone: +39 348 913 4604 Mobile: +39 392 918 5876 Email: info@nuovaterraviva.org

Foto di Fiorella Shane Arveda

ma anche meno convinti perché in fondo, Maitland lo sa, lui non vuole scappare. La vegetazionedell’isola cresce, incolta e lussureggiante, si muove attorno a lui come per trattenerlo e per sommergerlo. Anche gli altri due abitanti dell’isola, una ragazza che per vivere fa la prostituta e un ex trapezista che ha subito grossi danni mentali, cercano di evitare che fugga, per paura che lui mandi la polizia o, forse, per paura della loro stessa solitudine. L’incontro con i due, in particolare le conversazioni con la ragazza, lo aiutano a rendersi conto del fatto che lui era già sullo spartitraffico da molto tempo: l’isola è una sorta di pianeta alienato, rinnegato, abbandonato e soprattutto, è metafora della sua condizione esistenziale, che si compone di rapporti superficiali e insoddisfacenti. Ha un matrimonio vuoto e freddo; la sua casa è asettica e il mobilio gli è estraneo; ha una moglie e un’amante intercambiabili tra loro, alla moglie non importa granché che lui passi la notte con l’altra, e nessuna delle due si rende conto che lui è sparito, quindi non lo cercano. A Maitland piacciono questi rapporti gelidi, i momenti più felici della sua vita sono stati solitari e forse non vuole abbandonare l’isola perché è il luogo adatto per ricreare questa condizione di solitudine e per liberarsi del passato, desiderio che lui coltivava da tempo senza però essersene mai reso pienamente conto. “Isola di cemento” di James G. Ballard è una metafora della condizione di alienazione soggettiva dell’uomo moderno, che prova un senso di smarrimento e di inadeguatezza rispetto all’esistente, ed è incapace di interpretarlo e di comunicare con esso quindi si rinchiude in un esasperante e salvifico individualismo. La lucidità mentale di Maitland vacilla, sia per la febbre sia il sentimento di estraniazione che inizia a provare, cerca di pensare alla famiglia e ai colleghi ma i ricordi dei loro visi sono sempre più sbiaditi, sostituiti dai bisogni più impellenti del cibo e del riparo ma anche della volontà di dominare l’isola. “Non voglio che nessuno sappia che sono sull’isola” perché “io sono l’isola”.

Linda Maestri

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LA RESISTENZA” CENTRO SOCIALE AU Intervista a Giuseppe Bartolomei

Da quanto esiste La Resistenza anche come spazio sociale dedicato ai giovani? La Resistenza esiste da un sacco di anni, era un asilo poi dimesso, dato in gestione ad ANCeSCAO (Associazione Nazionale dei Centri Sociali Comitati Anziani e Orti) e utilizzato come centro anziani. Noi ci siamo inseriti per un caso fortuito, alcuni dei ragazzi che l’hanno preso in gestione alcuni anni fa conoscevano la realtà proprio perchè avevano parenti e/o nonni che lo frequentavano. Siccome la gestione stava fallendo si è deciso di prenderlo in gestione con un gruppo di ragazzi.

Quando hai aderito? L’iniziativa, come ti dicevo, è partita ad aprile e noi come gruppo di universitari siamo arrivati qualche mese dopo attorno maggio-giugno.

A chi vi siete rivolti dunque? Abbiamo aderito all’ associazione (ci si può tesserare direttamente al Csa Resistenza, ndr), abbiamo creato un direttivo con i vari soci e nominanto un responsabile.

Molto spesso le realtà dei centri sociali rischiano di essere un po’ di nicchia, viste con diffidenza e pregiudizio dai residenti, che iniziative offrite al cittadino? tra le cose che già vengono offerte c’è il mercato. Ogni due settimane (sabato mattina dalle 10 e 30 alle 13:00, ndr) ospitiamo un mercato dell’auto produzione dove si possono trovare: prodotti ortofrutticoli, oggetti d’artigianato, cd e altri articoli dell’usato. Abbiamo una web radio (Radio Strike, www.radiostrike.info). Inoltre abbiamo allestito una ciclofficina, corsi di hip hop,corsi per dj e una biblioteca. Come spazio si sta riempiendo molto!

Da quanto siete attivi? Quest’anno entriamo nel 4° anno di gestione e il 25 aprile è la nostra festa. Come tutti gli anni, per celebrarla è prevista una giornata aperta al pubblico con mostra fotografica e altre attività.

Cosa fa della della Resistenza un posto unico e cosa invece cambieresti? Siccome siamo all’interno di un tessuto cittadino circoscritto, in un quartiere residenziale, (La Resistenza è in via della resistenza 24, ndr) a volte, si fa fatica

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a realizzare alcune iniziative, Ferrara in generale è una città molto tranquilla e tutto quello che va un po’ aldilà della normalità, che disturbi, che esca dalla solita routine da fastidio, Ad esempio gli orari di chiusura sono abbastanza stretti e questo ci andrebbe anche bene, se non fosse che la questione


UTOGESTITO

economica conta e chiaramente quando organizziamo alcuni eventi come aperitivi e concerti, questo ci penalizza. Per tenere aperto questo spazio c’è bisogno di soldi e dunque di gente. Lo spazio ci è stato dato in gestione, quindi non abbiamo l’affitto ma ovviamente le utenze sono da pagare. Altro punto negativo (ma è una fortuna che lo sia) è che cominciamo ad avere problemi di spazio proprio per tutte le attività che ti ho detto prima, ci stiamo riempiendo molto e siamo contenti di questo. Dopodiché anche la comunicazione è sicuramente un problema che stiamo tuttavia cercando di superare. Abbiamo un sito www.laresistenza.34.wordpress. org e una pagina Facebook (collettivo Trentaquattroerre). Cio’ che la rende unica invece è che questo posto è stato concepito come contenitore di idee, chiunque ha un progetto, una proposta, un’ idea può venire qua e provare a realizzarla insieme, questa è una particolarità che ci contraddistingue.

Tommaso Vable

CALENDARIO ATTIVITÀ RESISTENZA

MAGGIO giovedì 8 Frank Duo + presentazione giovedì vegan sabato 10 Mercato Contadino, Autoproduzione, Mercatino domenica 11 migranti – torneo antirazzista ping pong/pallavolo/calciobasket lunedì 12 JAM SESSION giovedì 15 Intriospezione sabato 17 Presentazione del libro “Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani” + Mostra fotografica “Centri Sociali a Ferrara” domenica 18 “Letture per la Resistenza – Un anno di Racconti Viandanti” + Jazz Session lunedì 19 NO FANG giovedì 22 JAZZ venerdì 23 Proiezione del film “La mia classe”con regista e attori + cena iraniana e concerto. sabato 24 Mercato Contadino, Autoproduzione, Mercatino+proiezione replica “La mia classe” sabato pomeriggio e sera con UDS lunedì 26 Pino Masi giovedì 29 JAZZ

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THREE GIRLS RUMBA Da qualche mese a questa parte le nottate ferraresi al circolo Arci Bolognesi, al Korova, da Zuni e al Centro Sociale “La Resistenza” sono movimentate e rallegrate dalle accattivanti playlist selezionate da tre intraprendenti ragazze che si sono ritrovate, un po’ per passione un po’ per gioco, a cimentarsi nella nobile ed antica arte del disk jokeying. Decido di incontrarle per conoscere meglio loro ed il loro frizzante progetto Sono Clarissa, Elisabetta e Ludovica hanno poco più di vent’anni, studentesse rispettivamente di giurisprudenza, filosofia e dell’accademia di Belle Arti. Si sono conosciute anni fa a Ferrara, anche se solo Ludovica è originaria di qui e si è appena laureata all’Accademia. Elisabetta si divide tra Bologna e Venezia e ci raggiunge trafelata e affamata con la chitarra in spalla. Clarissa invece si è trasferita dalla provincia di Bari per studiare, anche se basta guardare la sua frangetta irriverente per capire che nel mondo giuridico proprio non ci sguazza. Per rompere il ghiaccio provo a chiedere alle ragazze di descriversi. Usano una parola tipicamente bolognese: “siamo in cassa!”. Tradotto: il mondo a volte ci annoia, la nostra età è complicata, nell’aria c’è amarezza. E poi: “ la cosa che ci accomuna è che nessuna di noi tre è normale...ognuna di noi ha qualcosa di strano, solo che non si capisce cosa”. Stento a credere che sia tutto così negativo ed infatti pian piano si correggono: “in realtà sogniamo di vivere facendo quel che ci piace”. “Sogno da poco!” penso tra me e me... sorrido e mi immergo per una buona mezz’ora nel mondo delle Three Girls Ruhmba. Scopro così che la loro avventura è iniziata per caso. Nessuna di loro aveva mai pensato di diventare una Dj finchè a novembre dello scorso anno la sorella di Ludovica chiede alle tre amiche di tappare un buco in occasione di una festa alla Resistenza. Un po’ intimidite ma incuriosite accettano la sfida e creano la loro prima scaletta di canzoni. La serata è un successo e di lì a poco vengono chiamate

a suonare al party di giurisprudenza. Da cosa nasce cosa e in un batter d’occhio si ritrovano al Korova, poi da Zuni ed infine all’Arci bolognesi, dove hanno recentemente partecipato ad un festival. Sicuramente non è la mancanza di alternative nel variopinto panorama musicale ferrarese ad essere la chiave del loro successo, ma un mix esplosivo di umiltà, trasparenza e carica unito ad una cultura musicale eccellente che varia dai gruppi rock più conosciuti e ballati, fino ad artisti molto più “di nicchia”. Ciò che rende davvero particolare questo trio infatti è sicuramente la scelta delle tracce: anomala, personalissima e coraggiosa. Quando si partecipa ad una serata di dj set rock, di solito, ci si imbatte in pezzi conosciutissimi ed un po’ abusati. Immancabili i Nirvana, gli Offspring, Bon Jovi i Blur e via dicendo. Forse perchè è quello che il pubblico si aspetta, o che il dj si aspetta che il pubblico si aspetti. Così, per mancanza di fantasia o di esuberanza, tutte queste serate tendono ad assomigliarsi. Queste ragazze hanno deciso invece di trasmettere al pubblico quelle che sono le loro canzoni preferite, quelle che riflettono il loro stato d’animo, quelle che, come dice Elisabetta “sono le canzoni che io vorrei ballare ad una festa e che però non sento mai”. Nelle loro serate non mancano mai i New Order, I Public Image o i Prodigy, I sonic Youth e Peaches. Ma nemmeno gli Skiantos o i Black Flag. Un misto estremamente variegato, eclettico e stravagante, di indubbia qualità. Si instaura così un rapporto personale con la pista. Ogni canzone scelta rappresenta un dono ed insieme una sfida. “Vi piace?” “La ballate?”. E tutto questo sicuramente non è privo di emozione.

ROAD TO ZION STATION, pedalando per Gambulaga É una mattina calda dell’estate del 2013, sono a Gambulaga sdraiata nel cortile di casa. I primi giorni di Luglio, Ferrara è già quasi vuota, l’aria è carica, vorrei fare qualcosa ma non so come e non so dove; mentre penso, all’orecchio mi arrivano sempre più chiari dei suoni, suoni profondi, bassi; musica che fa vibrare la terra e sembra farne parte in una sorta di armonia naturale. Mi prende e resto ad ascoltare finché non decido di inforcare la vecchia bicicletta e trovarne la fonte. Attraverso la campagna. Imbocco un vialetto, intorno incomincia ad esserci gente, ragazzi sorridenti e sereni, l’atmosfera è di pace. Sono arrivata a

Zion. Nella dottrina rastafariana Zion rappresenta la terra, luogo utopico, di unità, pace e libertà; in contrasto con la realtà di Babilonia. Zion Station supporta questa ideologia creando un microcosmo di fratellanza e cooperazione all’interno di una società sempre più individualista.. La musica Dub è il cuore pulsante del festival che nasce nel 2011 grazie al lavoro dei ragazzi dell’Arci Bolognesi che, nei precedenti anni, avevano già portato sulla scena musicale e artistica ferrarese serate ed eventi di vario tipo. «Attraverso il Muzac -festival ferrarese nato nel 2007- abbiamo avuto l’opportunità di capire come approcciarci alla realizzazione di questi grandi eventi». Dice Cate-

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rina, una tra i fondatori di Zion Station. Quest’anno la rassegna musicale giunta alla sua IV edizione, si terrà dal 19 al 22 Giugno presso l’Agriturismo ai Due Laghi del Verginese a Gambulaga. Per raggiungere il festival l’organizzazione offre un servizio navetta che effettuerà dalle due alle tre corse durante tutti i giorni dell’evento; gli instancabili avranno la possibilità di campeggiare con gli adeguati servizi, e la possibilità di ascoltare la musica 24 ore su 24 anche nella zona lago. Durante i quattro giorni non solo Dub ma anche workshop e spettacoli. Utopico non significa per forza irrealizzabile, ma «ci dobbiamo provare!!». Simona Leggieri


Ludovica mi confida che le prime volte era quasi gelosa nel condividere un pezzo con il pubblico, proprio perchè non sono scelti in base alla moda del momento o all’aspettativa, bensì ad un gusto che deriva a volte da anni di ricerca. Così succede che ad una loro serata qualcuno balli un pezzo che “non si può ballare”,qualche altro stia in disparte a cercare su Shazam quella canzone che non ha mai sentito ma che lo incuriosisce, e che qualcuno vada sotto la consolle ad urlare “Grande per i Neubauten, è la prima volta che qualcuno li mette”. Mi raccontano che essere dietro una consolle regala adrenalina pura. Si tratta come dice Elisabetta “di occupare una zona che di solito non è la mia, di gestire una situazione di potere. Se metto un pezzo, è perchè lo voglio ballare in quel momento. Piacerà? Non piacerà? Guardo giù e la risposta è immediata”. La città ha giocato un ruolo decisivo per le ragazze. “Ferrara ti accompagna subito” mi dicono. La risposta è stata molto buona, sia dal punto di vista dei locali, sia da quello del pubblico, che accorre sempre più numeroso alle serate. I progetti per il futuro sono tanti, passare all’analogico ad esempio, o provare ad uscire da Ferrara, ma come per tutti i giovani, oggi incombe il problema economico, l’attrezzatura per provare ad evolversi è costosa e le serate spesso non sono retribuite. La mia intervista è terminata, le guardo sorridendo, non potendo far altro che augurare loro tutto il meglio.

Anita Crestani

In questi scatti alcuni momenti dello Zion Station (art.a fondo pagina) quest’anno la VI Edizione dal 19 al 22 giugno

GEOPOLITICA UNIVERSITARIA lo studentato di via Ariosto numero 35

Qui per le strade di Ferrara non capita di rado che l’attenzione di ognuno di noi venga catturata da elementi estranei, radicali liberi che, come schegge impazzite, diffondono per la città idiomi, abitudini, profumi e sapori stranieri, esportati dalle città più disparate con quel fiero campanilismo che li rende tanto preziosi. Forse i ferraresi non ci fanno più caso, sicuramente già da tempo nessuno si stupisce più di questa pacifica invasione, al contrario alle volte sono gli stessi invasori a meravigliarsi nel sorprendere, passeggiando per le vie del centro, qualche conterraneo mentre fa sfoggio dell’accento patrio. Una città permeata da un esotismo spicciolo che forse trova la sua massima concentrazione in strani crocevia culturali, veri e propri porti franchi in cui si concentrano studenti provenienti da ogni parte dello stivale: le residenze universitarie. Sono posti che ricordano la biblica Babele, le cui cucine manderebbero in confusione anche gli olfatti più temprati, inevitabilmente disorientati dalla straordinaria varietà di odori e sapori che si concentrano in quell’unico luogo soprattutto al ritorno dalle vacanze. Posti in cui anche i principi basilari della fisica si arrendono all’evidenza, così che la terza legge di Newton inizierà a recitare che ad ogni azione corrisponde un proverbio saggio e appropriato, immancabilmente

preceduto dall’universalmente riconosciuta clausola di stile: “al paese mio si dice...”. Spesso mistificati, questi studentati rappresentano a volte il porto sicuro per ragazze e ragazzi assaliti da crisi nostalgiche di dimensioni colossali, altre volte degli universi paralleli governati da strane dinamiche degne dei peggiori reality show, dimostrandosi luoghi dalle sfumature pressoché infinite: ci si potrebbe ritrovare a dover rispolverare qualche conoscenza di inglese per comunicare con il proprio coinquilino indiano! Ancor più sorprendenti sono i momenti in cui ci si riunisce e si finisce per paragonare quell’uggiosa, acciottolata, strana Ferrara all’amata città natale, arrivando all’inesorabile conclusione che perfino fare aperitivo qui è diverso, tanto diverso da riuscire a guadagnarsi esattamente la stessa sbornia, perché si sa gli studentati sono posti di dubbia moralità! Tutto viene ricondotto al confronto con il suo equivalente in chissà quale posto lontano, perché tutto alla fine servirà a concludere che, differentemente dal famoso alieno spielberghiano, non importa quanto sia lontana casa, lo studentato e Ferrara saranno per sempre i posti più simili ad essa.

Gabriele Gatto 17


RUA REPORT Città con università o città universitaria? di Daniele Branca Coordinatore RUA Ferrara

Ultimamente sulla stampa locale si è dibattuto dell’idea di alcuni, dichiarata provocatoria, di trasformare il vecchio ospedale S. Anna in un campus universitario per svolgere lì lezioni, attività di studio e fornire tutti i servizi di cui gli studenti hanno bisogno, sul modello delle cittadelle-campus americane. Fingendo per un attimo che l’idea sia realizzabile (in realtà i costi sarebbero fantascientifici, e anche lo spazio sarebbe palesemente insufficiente per ospitare tutte le attività - didattiche e non - che UNIFE svolge, riflettiamo sul modello di città universitaria che vogliamo. Davvero vogliamo un’università separata dalla città, un luogo chiuso, un recinto all’interno del quale gli studenti svolgano le loro attività senza un contatto con quanto avviene all’esterno? Io credo che non debba essere questo il modello da perseguire. Ci siamo sempre spesi affinché Ferrara si rispecchiasse in un modello di città universitaria che certo non è semplicemente una città al cui interno esiste un’università, ma è molto di più. Città universitaria è una città che vive a stretto contatto con l’università e con le sue attività, una città che valorizzi quanto prodotto dall’università e viceversa. Si tratta di un luogo in cui vi è continuo scambio tra città e università, collaborazione su progetti e iniziative comuni, e dove gli studenti possano sentirsi pienamente inseriti all’interno del tessuto sociale cittadino. L’esigenza è ancora più sentita se pensiamo che a Ferrara più della metà degli studenti provengono da fuori Regione. Ci siamo sempre battuti affinché Ferrara riconoscesse la ricchezza che gli studenti universitari rappresentano per la città e affinché gli studenti fuori sede non vengano percepiti come semplici ospiti, come turisti da sfruttare per un periodo limitato: per noi la città deve accogliere gli studenti per farli sentire a casa, per dagli poi dei motivi

per rimanere una volta conclusi gli studi, qualora gli studenti lo desiderino. Sono stati questi i punti che abbiamo sottolineato durante l’incontro che si è svolto con rappresentanti degli studenti di tutta Europa nell’ambito del network interuniversitario UNITOWN. Si tratta di un network, fondato per comune impulso dall’Università di Ferrara e dall’amministrazione comunale di Ferrara, creato per studiare strategie di collaborazione tra realtà diverse ma al contempo simili quali sono Università e città universitarie di tutta Europa. Questo network rappresenta un’opportunità per scambiarsi buone pratiche e incentivare pratiche comuni che possano portare benefici, soprattutto per gli studenti: pensiamo a un aumento della didattica in lingua straniera, magari erogata da docenti stranieri tramite una maggiore mobilità dei docenti, a maggiori servizi per gli studenti e a un ampliamento delle offerte di scambio. A mio avviso è questa la direzione che deve essere intrapresa: altro che separazione tra città e studenti! Bisogna difendere il modello attuale di un’università diffusa sul territorio cittadino, migliorando sempre più spazi e servizi destinati agli studenti, senza però perdere la ricchezza che deriva dal confronto quotidiano tra gli studenti e i cittadini. Città e università devono collaborare in modo sempre più stretto ed effettivo, perché sono due realtà entrambe indispensabili per la realizzazione compiuta di una vera città universitaria. E ogni azione dovrà sempre avere ben presente come punto cardine il ruolo dello studente sia come destinatario e utente dei servizi offerti sia come interlocutore nel momento di decidere le nuove azioni da intraprendere.

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per informazioni

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IL TASCAPANE ROMA CASALE ALBA 2 La periferia nord-est di Roma è una zona che è stata urbanizzata relativamente di recente: i quartieri residenziali come Talenti e Casal de Pazzi, edificati a partire dagli anni ‘60 e per i successivi 15/20 anni, sono sorti in un’area che fino agli anni ’50 era dominata dalla campagna. Quest’ultima è oggi riconoscibile solo da alcune tracce conservate nelle aree di verde “riadattate” a parchi come quello d’Aguzzano costituito parco regionale urbano nel 1989. Qui alcuni degli edifici che facevano parte dell’azienda agricola Talenti (la vaccheria, la stalla dei tori, dei cavalli, fienili) sono stati ristrutturati grazie ad un programma di recupero dell’Assessorato alle Politiche per le Periferie e ad un finanziamento della regione Lazio, permettendo - ad esempio - la creazione di una biblioteca specializzata sull’ecologia e l’etica ambientale all’interno delle ex vaccherie. A partire dal 2000 gli edifici agricoli sono stati dunque restaurati ma, come spesso accade, ad una fase di recupero materiale non è seguito un programma che abbia saputo in tempi brevi riportare a disposizione dei cittadini tutte le ex strutture agricole. Dopo i lavori (parziali) del 2008 quella che era stata la stalla dei cavalli è rimasta inutilizzata fino a quando un gruppo di cittadini - sull’onda del lento ma crescente successo che i casali limitrofi stavano riscontrando ha deciso di occupare la stalla e le strutture annesse (il Casale Alba 2) sia per rimettere al servizio della comunità gli ambienti ristrutturati,

sia per opporsi a quello che sembrava essere il destino scelto per il casale: trasformarlo in istituto di custodia per madri in stato di detenzione (I. C. A. M.). Dal 2012 il Casale Alba 2 è quindi autogestito da un comitato che si è da subito rimboccato le maniche ultimando i lavori si ristrutturazione esterni ed interni all’edificio (apertura delle finestre, infissi, porte, cura del verde) e che si impegna attivamente ad offrire un servizio per la collettività in un’ottica - come dichiarato nella “carta costituzionale” - di condivisione di conoscenze e risorse ed in piena armonia con l’ambiente. Le iniziative promosse dal casale sono molteplici: nelle sale del piano superiore dell’edificio, una delle quali è adibita ad aula studio/ biblioteca, si tengono corsi di italiano per stranieri, di informatica, di musica, d’erboristeria e di yoga; nelle stanze al piano terra invece 19

è offerto tre volte alla settimana un servizio di ciclofficina popolare, mentre nella sala più grande si tiene ogni giovedì il cineforum. L’esempio mostrato dal Casale attraverso la sua gestione autonoma, consapevole e collettiva, è uno dei migliori modi per preservare una delle numerose aree verdi di Roma e per offrire ai quartieri vicini un luogo di coesione e condivisone sociale.

Francesco Gagliano


EUROPA

EUROPA ALIENA di Enrico Cottu

A

ll’approssimarsi delle elezioni europee, l’Europa unita sembra incarnare per eccellenza l’alieno -il radicalmente estraneo, l’altro da sé, il naturalmente nemico- nel dibattito pubblico del nostro paese e non solo. Forse siamo noi europei che ci sentiamo ormai alienati rispetto ad essa e quindi, in fondo, alienati dalle nostre stesse sorti?

L’Europa “matrigna” è il leitmotiv di ogni politicante, l’ideale idolo polemico cui imputare ogni magagna invocando il ritorno a una mitica età dell’oro dell’autarchia. Magari in nome di critiche di segno opposto e inconciliabile (non manca chi la paragona a una nuova URSS, né chi vi vede il bieco strumento del Capitale e dei banchieri) ma sovente accomunate sia da una disinvolta virulenza, sia dalla crassa ignoranza rispetto al loro oggetto: quante volte si sentirà ancora confondere l’UE con il Consiglio d’Europa o con l’OSCE, o attribuire a una indistinta entità “Europa” tanto politiche interne che direttive o sentenze di Strasburgo? Vale la pena interrogarsi sulla fortuna di tale diffuso sentimento antieuropeista, ad oggi la migliore garanzia di sopravvivenza di candidati alla gestione della cosa pubblica senza pudore e senza idee. Una scarsa conoscenza diffusa intorno al funzionamento, agli obiettivi e ai mezzi dell’Unione Europea ha senz’altro un peso determinante ma da sola non basta a renderne conto. Vi è, pure, un certo senso di insofferenza alle regole europee in quanto tali, viste con scarsa lungimiranza come intollerabili ostacoli al proprio particolare interesse” qui e ora”; si pensi alla protesta contro i regolamenti limitanti la pesca con reti a strascico, contro il rischio (concreto) di scomparsa delle risorse ittiche (e quindi, nel giro di pochi anni, dell’occupazione degli stessi contestatori). Su un diverso piano, vi è la fallacia -sorprendentemente comune- del non distinguere tra “contenuto” della singola decisione e “contenitore” istituzionale, sicché in opposizione a una determinata politica eurounitaria, non ci si impegna a battersi per una alternativa, ma si auspica quasi con riflesso pavloviano l’uscita dall’UE (come se per ogni legge italiana non condivisa venisse richiesta la chiusura immediata delle Camere). Ma vi è anche (forse soprattutto) una mistificazione collettiva che è in fondo negazione di responsabilità. Tendiamo

infatti a rimuovere il fatto che l’UE è e fa ciò che, da un lato vogliono i nostri Governi nazionali, dall’altro quello che noi stessi vogliamo faccia e sia, in quanto cittadini dell’UE dotati del diritto di eleggere nostri rappresentanti nel Parlamento europeo. È’ bene quindi tener presente che se è indubbio che l’Unione incida sempre di più sulle nostre vite, anche noi (previa informazione) possiamo e dobbiamo scegliere di incidere sull’azione dell’Unione, preservando quel patrimonio di integrazione europea che mai come in questi tempi appare come la dimensione indispensabile a qualunque progetto veramente politico, ambizioso e al contempo non velleitario.

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VIAGGI

ADDIO PIZZO

10 anni di antiracket

di Federico Fontana

Sgirovagare e mai vi capitasse di recarvi a Palermo e di a tempo perso per le sue animate

strade, potreste casualmente imbattervi in locali o negozi sulla cui porta spicchi ben in vista un adesivo arancione con scritto “Addiopizzo”. Se avrete tempo e voglia, siate curiosi e fermatevi a chiedere il significato di quel simbolo formato da una “X” cerchiata.

Potreste ad esempio scoprire che si tratta di un’associazione nata quasi per caso da un gruppo di palermitani sulla soglia dei trent’anni che volendo aprire un pub equo-solidale si interrogarono sulla questione assai spinosa di dover o non dover pagare il pizzo. La sua storia ha origine esattamente 10 anni fa, quando 7 ragazzi, durante la notte tra il 28 e il 29 agosto 2004, decise di attaccare ben 5000 adesivi per tutta Palermo con scritto: “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Il sasso era stato lanciato. Quel 29 agosto (data scelta accuratamente dai ragazzi in quanto anniversario dell’omicidio di Libero Grassi, l’ imprenditore siciliano ucciso nel ‘91 per essersi rifiutato di pagare il racket) una Palermo confusa e stranita andava risvegliandosi completamente tappezzata. Quel che da principio sembrava ai più una guerriglia urbana o lo sfogo di un commerciante esausto ebbe la capacità di richiamare alla coscienza o quanto meno di invitare i cittadini a riflettere e discutere su quelle parole. Uno slogan che a prima vista sembrava trasmettere rabbia, ma che al contrario mirava a far leva sull’amor proprio. I ragazzi in seguito uscirono dall’anonimato di quel gesto e appesero uno striscione allo stadio con scritto “no al pizzo”. Una risposta provocatoria a un altro striscione sbandierato qualche tempo prima da una falange del tifo rosanero che recitava “uniti contro il 41bis”. Grazie allo loro striscione un commerciante di Caccamo che si era trovato solo e isolato per aver denunciato il suo estorsore, chiese aiuto e sostegno all’associazione. Il progetto dei ragazzi poté dunque prendere vita e decollare grazie a questo “cliente zero”. Ora dopo 10 anni il progetto continua e si ritaglia una fetta sempre più grande nella realtà palermitana. I ragazzi da 7 sono diventati 40 unendosi in un vero e proprio comitato. I commercianti autenticati che hanno saputo dire no al pizzo sono saliti a più di 560 nel solo capoluogo siciliano, mentre sono più di 10000 le firme dei cittadini che si impegnano nell’acquistare nelle attività “pizzo-free”. E tutto questo è stato reso possibile grazie alla determinazione di pochi giovani che aprendo gli occhi e vedendo

nel pizzo il simbolo della negazione della sovranità del popolo siciliano hanno avuto l’audacia e la volontà di provare a scuotere l’indifferenza, la quotidianità e un certo immobilismo dei loro stessi concittadini.

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FOTOGRAFIA

LESSON #6 - MULTIPLE EXPOSURE! di Andrea Pirazzini

Cosa! In cinematografia e fotografia, l’esposizione multipla consiste nella creazione di un’immagine attraverso la sovrapposizione e fusione di più esposizioni.

Come!

In altre parole si scattano più fotografie - non necessariamente dello stesso soggetto o con la stessa inquadratura - per poi fonderle. Se si pone la fotocamera su un treppiedi scattando 5 foto al sole, una ogni ora, dopo averle fuse si vedrà una immagina con 5 soli disposti lungo la sua traiettoria ed il paesaggio sempre nella stessa collocazione. Se invece si scattano foto a soggetti completamente diversi, ad esempio un murales ed un ritratto, il risultato è..interessante!!

Se volete ottenere l’effetto “in camera” dovete utilizzare una macchina fotografica a pellicola e scattare due immagini senza far avanzare il rullino fra l’una e l’altra. In alternativa, per i possessori di reflex Nikon, dovete abilitare la voce “multiple exposure” (esposizione multipla) tramite l’apposito menu! ! ! Se invece volete avere un maggiore controllo sull’effetto finale dovete elaborare le due immagini in un programma di fotoritocco come Adobe Photoshop. Per poter eseguire questo tipo di operazioni servono alcune conoscenze minime: l’uso dei livelli e delle maschere, la maschera di contrasto. Il procedimento è leggermente diverso a seconda delle immagini utilizzate. Nel nostro caso il risultato è stato ottenuto con tre livelli (dal basso verso l’alto) 1. L’immagine di sfondo: silhouette della ragazza! 2. L’immagine da sovraimporre, il murales, a cui è stata applicata una maschera che nascondesse il contenuto all’esterno della silhouette. 3. Un livello per l’applicazione della maschera di contrasto e del filtro passa alto. Servono entrambi a dare il look con molto contrasto. Per ottenere un risultato soddisfacente è consigliabile fotografare una scena ricca di dettagli e di contrasto - come un murales - ed una con contrasto estremo - idealmente bianco puro e nero puro - come una silhouette.

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Quando!

per poi sovraimporre la trama di una siepe o di un albero. In questo casocaso l’importante è che il soggetto principale sia riconoscibile facilmente anche dalla sola silhouette.

La tecnica dell’esposizione multipla non si addice a documentare un evento in modo convenzionale ma è utile per rappresentare un particolare stato emotivo, tanto da essere uno degli escamotage più spesso utilizzati nella realizzazione di moodboards. Lo stile più grafico che fotografico è di forte impatto visivo e se unito ad un tocco di essenzialità tipica del design si presta alla realizzazione di copertine, stampe su abiti ed altri ambiti pubblicitari. Il suo impiego non è limitato a questi campi! È una tecnica che può risultare utile quando siete intenti a ritrarre un luogo molto fotografato e vi mancano gli spunti per uno scatto originale. Ad esempio ritrarre il Duomo di Milano dal basso stagliando la sua sagoma contro un cielo azzurro

E luce sia!

Due amici e un’idea: perché non per trovarsi a chiacchierare di fotografie, tecnica ed attrezzatura? Perché non provare ad organizzare corsi di fotografia fotoritocco e videomaking alla portata di uno studente? E perché non in piazza Ariostea, all’ora dell’aperitivo? Non c’era motivo di non farlo, per questo è nato il club fotografico Lanterna Digitale, presso il circolo ARCI l’Avanguardia in via Borgo Leoni 99. Se vuoi saperne di più cerca “lanterna digitale” su facebook, google+ e twitter o visita il sito

www.lanternadigitale.com

Pietro Marino 23


CINEMA

L’ALIENAZIONE AI TEMPI (MODERNI) DI CHARLIE CHAPLIN

di Tommaso Vable

Il 25 febbraio del 1936 usciva sui grandi schermi

dei cinema americani l’ultimo capolavoro del cinema muto targato Charlie Chaplin, Tempi Moderni. Con questo film il regista sottolinea tutte le contraddizioni della società americana a lui contemporanea. Il giudizio del regista appare immediatamente spietato, nella prima scena, infatti, accosta l’immagine di un gregge di pecore con quella di una folla di operai che si dirige in fabbrica, come volesse sottolineare la meccanicità di un sistema che lascia sempre meno spazi all’ uomo come individuo singolo e pensante e sempre più omologato con la massa. Questo pensiero viene meglio esplicitato nelle scene successive dove il protagonista, Charlot, veste i panni di un operaio addetto alla catena di montaggio come molti altri dei suoi colleghi. E’ un ingranaggio, uno dei tanti, che per far funzionare la Macchina deve essere costantemente oliato, perfettamente funzionante, non sono ammesse pause o distrazioni di nessun genere. La disumanità di questo sistema produttivo che ormai da un ventennio si è imposto con prepotenza nell’economia americana, non pùo condurre che alla follia e Charlot ne diventa l’emblema finendo coll’ avvitare spasmodicamente tutto quello che gli capita sotto mano, dai bottoni appuntati sull’elegante vestito di una formosa passante ai nasi dei suoi colleghi! La volontà del singolo finisce inevitabilmente in secondo piano, nulla è deciso se non dal caso. In questo modo Charlot viene prima arrestato, soltanto perchè viene scambiato per il capo di una rivolta di lavoratori in sciopero, poi scagionato per aver sventato (suo malgrado) un’ evasione e, sempre per destino, incontra l’orfanella che lo accompagnerà nelle sue (dis)avventure. Guardando questa magnifica opera tragicomica non si possono non trovare dei parallelismi con il nostro modo di vivere e, in generale, con la nostra società che pretende costatentemente la massima frenesia ed efficienza senza che noi possiamo, anche solo per un istante, consci delle nostre decisioni essere artefici del nostro destino.

LO SAPEVI CHE.. Puoi vedere Tempi Moderni e altri 2800 documenti video gratuitamente alla Videoteca comunale Vigor di Ferrara? Dove: via Previati, 18 - 44121 Ferrara - FE Quando: ogni martedì e giovedì, dalle ore 15.00 alle ore 18.00, e ogni mercoledì, dalle ore 9.00 alle ore 13.00 (esclusi i festivi) Per informazioni: cinema@comune.fe.it

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POESIA UN SENTIRE DIVERSO Armação 05/03/14 Silenzio infranto dal rombo di una moto o dal passaggio di un onibus di fretta e silenzio nel mio cuore, pura accettazione di tutto quello che accade e il punto di domanda che riflette il mio domani é solo curiositá e energia nel creare. ció che sará andrá bene sará espererienza, sará vita, scegliere un angolo di mondo dove stare e portare ció che si puó e al diavolo le aspirazioni che abbiamo e quelle che hanno gli altri, sintomi di una cultura malata che mira solo a farci dannare per il nulla. sento qualcosa di diverso: ora non mi tocca, e spero duri a lungo

EXTRATERRESTRE Ogni sorpresa se disattesa Può essere “intrusa” Sentirsi “estranea” Solo perché esterna… così la chiamano EXTRATERRESTRE: al di fuori di questo mondo

MK

Che sorpresa! Se interagisce, e a volte interferisce con i suoi bagagli e il suo sapere, si aliena, non si allinea… EXTRATERRESTRE, la chiamano, quella forma vivente di qualità superiore alla nostra Ti sorprende, cogliendoti nell’intimo perché condivide il tuo sacro Spazio… EXTRATERRESTRE, così lo chiamano Quell’essere ultraterreno Al punto tale da diventare paradisiaco Lia Simonatto

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TENDENZE

TO SNEAK di Irene Ferraro

Chi nella vita non ha mai indossato un

paio di sneakers alzi la mano! La parola non vi suona? Eppure sono sicura che in questo momento una buona parte di voi le sta indossando, che voi le chiamiate scarpe da tennis o scarpe da ginnastica poco importa, l’essenziale è che abbiano la suola di gomma.

indispensabili dei look della giungla urbana: rockers, rappers, skaters, sportivi, ma sono soprattutto i giovani a indossarle quotidianamente. Pensateci un attimo, la prova di essere definitivamente cresciuti l’avrete quando al mattino lascerete le vostre tennis nell’armadio perché, per un colloquio o per il vostro primo giorno di lavoro, sarete costretti a vestirvi da grandi! Ci sono quelli che ne indossano un paio fino alla distruzione completa, e quelli che le tengono sempre pulite e fiammanti come se fossero un oggetto di culto, c’è persino chi ne possiede armadi interi e le colleziona si chiamano sneakerheads e ormai sono in tutto il mondo! La novità di questi ultimi anni? Mettetele sempre, mettetele sotto tutto anche con vestito elegante! Sarà che ormai lo stile sporty sta diventando il nuovo casual. Persino le scarpe da running, che fino a qualche anno fa erano utilizzate solo dagli amanti della corsa e dagli sportivi più inossidabili, ora sono ai piedi delle hit-girl di tutto il mondo che sfoggiano borse a tre zeri e l’ultimo modello di sneakers. Quali sono i modelli più in? Sicuramente, almeno per una volta, quelli che vi fanno stare più comodi, esiste forse una scarpa più comoda di quelle da ginnastica? Ma se proprio siete modaioli ricoradatevi che: i vecchi classici come le Coverse faranno sempre tendenza, se siete donne e non volete rinunciare ai tacchi sperimentate gli avveniristici modelli con la zeppa, se invece più semplicemente amate la corsa e il fitness indossate le vostre runner preferite anche per la città (è il momento giusto per farlo!).

Proprio in quella suola sta la rivoluzione delle scarpe del XX secolo, “sneakers” perché chi le indossa si avvicina furtivamente ( to sneak up), mentre fino a quel momento la suola in cuoio annunciava inesorabilmente l’avvicinarsi di chiunque! Nascono a dir la verità verso la fine dell’800 a seguito delle sperimentazioni su un materiale nuovo solo per gli occidentali, il caucciù. I primi a sfruttare i vantaggi della suola in gomma furono i giocatori di tennis, ma già alle olimpiadi del 1896 ogni atleta ne possedeva un paio. Nel 1919 Chuck Taylor sviluppa insieme a Converse un modello studiato apposta per le esigenze dei giocatori di basket, il successo è inaspettato, le Chuck Taylor All Stars escono dai lucidi parquet dei palazzetti e iniziano a girare per le strade prima degli Stati Uniti e poi del mondo ai piedi di migliaia di giovani. Con il passare degli anni le scarpe da tennis diventano fenomeno di massa, i brand che le producono si moltiplicano e ognuno crea i suoi modelli cult con gli stili più diversi evolvendosi con l’evolversi della moda. La strada e lo street style le consacrano come componenti

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CUCINA

IL SEGRETO D’U PANI CÂ MEUSA DE UTILITATE GAZZETTAE SPORTIS

di Pietro Marino

Ci

sono aggettivi che parlando di cibo andrebbero usati quantomeno con prudenza. Di parole per descrivere i sapori ne esistono già a bizzeffe; non usarle è far loro (e un po’ anche a noi) un torto, cioè tacere di aspetti importanti dell’assaporare, ma usarne altre giusto per riempirsi la bocca dà proprio fastidio. Per favore, non si domandi se la vaccinara sia pop, non ci si interroghi circa l’essenza jazz di sua maestà il panzerotto. Un fico può essere consumato per strada, ma il cibo di strada non è fico.

Ieri dev’essere successo qualcosa di grandioso.

Esiste da sempre, come chi non ha spazio, soldi o tempo. Se nel medioevo i poveri non avevano cucina nelle loro capanne, oggi McDonald’s sfama gran parte dei barboni nelle metropoli così come il banchiere rampante che corre, si strafoga, corre ancora. In questo senso è molto democratico, come la fame. Economico, si mangia con le mani; saporito, comprandolo accettiamo il rischio ci faccia dormire male la notte. Negli anni ‘90 è diventato famoso come junk-food (cibo spazzatura), tanto più amato dai ragazzi quanto contestato dai genitori. Qualunque cosa sia possibile acquistare a un distributore automatico appartiene infatti alla categoria. Nella provincia italiana dove abbiamo il tempo, i soldi e lo spazio – quindi nessuno dei motivi “storici” e pratici per cercarlo - lo vogliamo comunque, anche dentro casa. Seduti al tavolo della cena, lo stesso dei compiti, frughiamo in pagliai di tovaglioli e scatole di polistirolo l’indiano pungente ed il cinese dolciastro. Alla strada e alle feste di paese lasciamo arrosticini, lampredotto, cicheti e arancine: fanno parte della tradizione, quindi la papilla non vuole viverli, ma rievocarli, come i legami familiari. Per loro si aspetta la sagra e le mode ove si annida, untuoso, lo chef-paninaro. Con occhio lucido confida al giornalista “Il panino è un guscio e noi lo utilizziamo come strumento per raccontare storie”. Viene in mente Ernest che farcisce il vecchio e il mare di mortazza e obbliga il gran cuoco a mangiarselo tutto, fino all’ultimo boccone. Anche a Palermo qualcuno ci prova e raccoglie turisti, ma la signora grassa che frigge vicino la Vucciria non si preoccupa della concorrenza, perché lei cucina per tutti gli altri. Per una volta, i vent’ anni che separano il meridione dal resto d’Europa portano qualcosa di buono. Il segreto del pane c’a meusa – confida il prof agli studenti durante un’escursione – sono le notizie del giorno prima. Ecco, il vecchio ha avuto un colpo. Ssshh, ma no, ma no, ascoltate. – i monelli hanno riconosciuto l’ironia e con aria da cospiratori rilanciano - Come, le notizie del giorno prima? E certo! Dipende tutto dal giornale. Se i titoli, coi loro caratteri grandi e pieni di inchiostro, sono tanti, quando il panino verrà avvolto tra le pagine il sapore ne trarrà giovamento. Niente di meglio, sul pane caldo, di un po’ d’inchiostro. Amalgama la ricotta con la milza e la cipolla! – sorride allegro, il capo redattore, e ne ordina uno per

sé. La gazzetta dello sport è molto meglio del giornale di sicilia da questo punto di vista” mormora accogliendo tra le mani l’involucro rosa fumante. Ed è il primo morso. Ed è il secondo.

LO SAPEVI CHE... Nonostante il termine più comune con cui le sentirete chiamare sia “arancini” (come vengono dette nella parte orientale dell’isola), le sfere di riso ripiene impanate e fritte nascono nella Sicilia occidentale con il nome di “arancine” poiché ciascuna è come una piccola arancia. Arancino non significa niente! La matrice, una prelibatezza fiorentina da gustare arrosto o come zuppa, altro non è che la vagina della mucca. Il miglior pani ca meusa? E’ in Via Cala, 62 a Palermo!

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SENZA TABU

PER UN PELO… L’ULTIMO TABÙ! di Edoardo Rosso la sessualità. Una ragazza completamente depilata è più simile ad una bambina che ad una donna. Che sia una sorta di “sindrome di Peter Pan” al femminile? Si spiegherebbe così la conseguente involuzione del maschio: non più abituato alla femmina adulta, l’homo-smartphone si è involuto in quel mostruoso incrocio tra Peter Pan e Narciso che sembra essere fra i proto-tipi più diffusi oggi. C’è chi ritiene sia solo una questione di moda: le indossatrici degli anni sessanta-settanta esibivano senza vergogna i peli ascellari, le dive del porno di quella stessa epoca esibivano con altrettanta serenità ben altre pelurie, senza destare alcuno scandalo. Poi qualcosa è cambiato, il pelo è diventato disordine, mancanza di igiene, schifo. Paradossi contemporanei: magari non esitiamo a pescare noccioline da recipienti nei quali durante l’happy hour decine di sconosciuti hanno tuffato le loro dita né ci interroghiamo su quanti starnuti o colpi di tosse siano piovuti sulle pizzette che azzanniamo per accompagnare i nostri spritz ma siamo fermamente convinti che il pelo sia antiigienico. Tralaltro, manuali scientifici alla mano, si scopre che senza peli si suda ugualmente (se non di più) e i cattivi odori non sono da ricollegare al pelo in sé ma al ristagno del sudore sulla pelle, quindi una normale igiene quotidiana garantisce freschezza ai pelosi quanto ai lisci. Sembrerebbe dunque una pura questione estetica. A noi ci piace così, concludono gli anti-pelo. Non è d’accordo Richard Kern, fotografo statunitense specializzato in ritratti di ragazze nude. “Durante i casting è rarissimo trovare ragazze non depilate e quando capita ne sono felice – ha spiegato alle telecamere di Vice.com che lo hanno seguito nel suo recente tour fotografico in Europa – mi piace quel triangolo immaginario che si forma tra ascella sinistra, ascella destra e pube… E’ d’ispirazione per i miei scatti”. Un’idea di estetica alternativa. Viva la par condicio.

Nel

maggio 2011, in Svezia, nel corso della popolarissima competizione canora Melodifestivalen, accadde il fattaccio: Lina Ehrin, una delle cantanti in gara – trent’anni, lunghi capelli scuri e un abito che lascia scoperte le braccia – si sta esibendo sul palco quando ad un tratto, alzando un braccio verso il cielo, mostra a diversi milioni di telespettatori il ciuffetto di peli che le orna l’ascella.

Lina, tradita dall’abito, svela così il proprio segreto: non pratica la depilazione delle ascelle. Siamo in Svezia, una terra celebre per l’alto tasso di tolleranza e l’apertura mentale della sua popolazione: che sarà mai un’ascella non depilata? E invece no, l’ascella al naturale fa scandalo. Vige anche a quelle latitudini la dittatura dell’epilazione totale. Ed ecco che la povera Lina diviene oggetto di scherno e condanna. Il fotogramma che immortala l’ascella selvaggia rimbalza rapidamente su migliaia di pagine Facebook e i commenti raggiungono i più alti livelli di violenta idiozia. A correre in soccorso della sventurata cantante ci pensa Deidre Palacios fondatrice della pagina Facebook “Ta Haret Tillbaka!” che in italiano suona più o meno come “Ridateci il pelo!”. Deidre, educatrice sessuale scolastica, invita tutte le donne, svedesi e non, a pubblicare fotografie delle proprie ascelle non depilate. Il successo è immediato e persino maggiore di quanto la stessa promotrice si aspettasse. “Non pensavo potesse diffondersi tanto – rivela in un’intervista a Vice.com – ma ritengo sia una cosa positiva, il dibattito apre la mente”. Scoprire che, in seguito all’iniziativa “Ridateci il pelo!”, c’è addirittura chi è arrivato a minacciare di morte le donne che avessero pubblicato le foto che la Palacios invitava a scattare fa riflettere. Reazioni sociali del genere fanno pensare a culture arretrate e primordiali, invece tutto è accaduto nel civilissimo nord Europa.

Chissà se le ragazze svedesi del movimento “Ridateci il pelo!” riusciranno a invertire la tendenza, chissà se quest’estate vedremo rifiorire sulle spiagge ciuffetti di pelo qua e là. Non siamo qui a tifare né pro né contro il pelo ma una cosa è certa: se la via verso la liberazione dall’ennesimo tabù dovesse passare anche dal pelo, siamo pronti a gettare via tutti i rasoi!

Ciò che le ragazze svedesi hanno innescato, quindi, è solo a prima vista un dibattito sciocco, le tematiche sollevate non si fermano a questioni di ascella e offrono lo spunto per domandarsi quale sia il nostro rapporto con il corpo e

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SPORT FOOTBALL AMERICANO la squadra delle Aquile La

formazione delle AQUILE Ferrara, nasce nel 1979,ed è una delle 5 squadre (Frogs Gallarate, Giaguari Torino, Rams Milano, Rhinos Milano) che ha dato vita al football americano in Italia.

In fondo alle end zone sono posizionate le porte: goalposts, a forma di Y squadrata. Il pallone ovale, di cuoio o gomma, è più piccolo e affusolato di quello utilizzato nel rugby. Lungo 28 cm con circonferenza al centro di 56 cm; il peso è di circa 425 g. Oltre alle minori dimensioni, il pallone da football presenta delle cuciture: “grip” che migliorano la presa e permettono al lanciatore: quarterback di imprimere maggiore forza e un adeguata rotazione: “spin” nel lancio in avanti. La squadra è composta da 11 giocatori in campo ed oltre 50 giocatori in panchina che formano 3 squadre specializzate per ogni azione di gioco: offensive team in attacco, difensive team in difesa, special team in azioni in cui si calcia la palla. È quindi consentito un numero illimitato di cambi dovuto ai tanti ruoli presenti. Obiettivo principale è quello di percorrere 10 yards (9.1 m) in 4 downs (tentativi) correndo con la palla o lanciandola. Conquistate le 10 yards si hanno altre 4 possibilità per conquistarne altre 10, fino al raggiungimento delle end zone avversaria per segnare un touchdown. Touchdown: è la meta che vale 6 punti. Può essere quindi segnato o con un passaggio al volo all’interno della end zone, o ricevendo il pallone ed entrando in essa di corsa. Le partite durano 60 minuti reali, divise in 4 tempi da 12 minuti, con una pausa di 15 minuti tra il 2° e il 3° tempo. Ogni tempo inizia con un kickoff (calcio d’inizio) dalla linea delle 30 yard. Il football americano prevede molte interruzioni. Tra un down e l’altro generalmente si perdono tra i 15 e i 30 secondi in cui comunque il cronometro viene rigorosamente bloccato. Per cui una partita intera può durare anche 2 o 3 ore. L’attacco: Vengono schierati sette giocatori sulla linea di scrimmage, il quarterback detta la partenza: DOWN: in posizione; SET: pronti; GO!! : Il pallone viene “snappato” ovvero passato dal center al quarterback. Compito delle linee d’attacco è aprire varchi per i running backs (corridori) che corro-

Quel che inizialmente cattura uno spettatore di football americano è lo spettacolo dello scontro fisico. Vedere questi giganti menarsi per circa 3 ore esalta e appassiona, ma con il tempo ci si accorge che il football è qualcosa di più. A prescindere dalla dimestichezza con le varie situazioni e terminologie, nonché dei vari regolamenti e meccanismi che scandiscono gli eventi si comprende che lo scontro fisico è l’ultima delle peculiarità di questo sport: la tattica, la tecnica e la strategia sono fondamentali e senza queste non sarebbe possibile giocare nemmeno uno snap in una partita d’allenamento.

Vediamo con Alberto Romagnoli, running back del team estense da otto anni, cosa c’è dietro una squadra di football americano: Il campo è lungo 100 yards, più altre 20 yards per le due end zones (10 yards ciascuna); diviso da linee bianche trasversali ogni 5 yards, numerate però ogni 10 yards, da metà campo a decrescere. Le due linee che separano il campo dalle rispettive end zone si chiamano goal line. Parallela alle goal line vi è la linea di scrimmage che attraversa il campo da football sul suo lato corto e che non può essere sorpassata prima che l’azione abbia inizio. Le due linee orizzontali disposte per tutto il settore centrale del campo sono le hash marks e delimitano la zona di campo da cui inizia ogni azione di gioco. Ai 4 angoli delle end zone sono posizionati 4 piloncini arancioni: pylon in gomma piuma e non ancorati al terreno.

di Adriana Giunta

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IL NOVILUNIO Ero tornato a casa dopo un lungo periodo di permanenza nella città universitaria: prima le lezioni obbligatorie, poi gli esami, poi quella ragazza che. E ora a casa, di nuovo a casa.

no con la palla dopo averla ricevuta dal quarterback. Il pallone può essere avanzato a mano con la corsa: “end off” o lanciato: ”pitch” con l’obiettivo di guadagnare più yards possibili, mantenendo il possesso palla ed evitando il placcaggio. Placcaggio: per placcare è sufficiente che il giocatore che porta la palla tocchi il terreno con una parte del corpo (il ginocchio, o la schiena, o il gomito) dopo un contatto fisico con un difensore. La difesa: Compito principale dei linebackers è fermare le corse dei running backs o tentare di atterrare il quarterback con il pallone (sack) o comunque impedirgli un lancio. Anche la difesa nel football può fare giochi altrettanto spettacolari di quelli dell’attacco o dopo aver “intercettato” un pallone o dopo aver recuperato un “fumble”: errore commesso dal possessore della palla consistente nel lasciar cadere il pallone, con il conseguente rischio di perderne il possesso.

Intercetto: passaggio del pallone, che anziché esser ricevuto dall’attacco, viene ricevuto dalla difesa. Il giocatore che ha intercettato può tentare di raggiungere la “end zone” avversaria segnando il cosiddetto “touchdown difensivo” o, se viene placcato l’azione ricomincia nel punto in cui si trova il pallone con il gioco non più in difesa ma in attacco. Inoltre, la difesa, può guadagnare punti anche senza il possesso di palla, attraverso la safety: placcaggio del portatore di palla entro la end zone avversaria. Per mettere a segno una safety la difesa deve placcare il quarterback prima del lancio, o placcare il running back prima che esca dalla goal line. L’azione dà 2 punti alla squadra in difesa.

ALLENAMENTI DELLE AQUILE Lunedì, Mercoledì e Venerdì al MWF “Mike Wyatt Field” Via Cimarosa 4, (angolo Via Veneziani)

Le differenze con il Rugby

Tornavo sempre volentieri in cascina. Era come rientrare in un fortino, un presidio sicuro nel mezzo del far-west padano. Dal grande cancello accedevo al cortile, camminavo sulla ghiaia e, prima di salire in casa, mi fermavo un momento a guardare gli alberi, l’aiuola, la fontanella. Laggiù, verso i magazzini mi pareva di intravedere quegli stessi indiani immaginari con i quali avevo avuto innumerevoli conflitti a fuoco da bambino. Si nascondevano ancora, come allora, tra i setacci dell’essicatoio e i rimorchi parcheggiati sotto la tettoia. Ogni volta che mi vedevano rimettere piede in quel cortile si affacciavano appena per controllare quanto fossi cresciuto ma, dopo quella rapida verifica, fuggivano presto a nascondersi, ben ricordando la mia abilità con la Colt a superbum. Quel pomeriggio, prima di disfare le valige, decisi di portare il cane a correre fra le risaie. Appena liberato dalla catena, il piccolo cane dal sangue americano si lanciò a folle velocità verso il cancello chiuso e, giunto là davanti, spiccò ripetuti balzi sul posto, degni di una lepre selvatica, indicando col muso il pesante chiavistello. Esaudii la sua allegra richiesta e, aperto il cancello, il cane liberò la sua energia lasciando una traccia di polvere dietro di sé. M’incamminai anche io. Il cane mi precedeva costantemente di almeno venti passi. Talvolta si fermava, si voltava a guardarmi e se valutava che la distanza era eccessiva mi aspettava. Appena lo raggiungevo si lanciava nuovamente in avanti. Avanzammo con questa andatura ad elastico per qualche chilometro.

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Il pomeriggio si stava esaurendo, il sole era sceso a sfiorare la linea dell’orizzonte, quando, guardando in controluce, notai una sottile colonna di fumo. Saliva verso quel cielo sempre meno luminoso, proprio accanto alla quercia secolare che segnava il confine di proprietà. Mi avvicinai. Il cane si era fermato dieci passi avanti a me. Una sfinge. Orecchie e coda tese, fissava un punto ben preciso alla base del grande albero. Fiutava ogni vibrazione nell’aria. Guardai anche io in quella stessa direzione e lo vidi: Dimitri


IL RACCONTO DI EDO

Ki-ra! Ki-raaa! – chiamai il cane – andiamo, forzaaa, a casaaa! – Urlai più di quanto necessario, quasi nel tentativo di esorcizzare i fantasmi evocati da Dimitri. Il cane ringhiò ancora, lanciò un guaito nell’aria ormai fresca e partì come una piccola locomotiva verso casa. Le ombre di ogni cosa si erano fatte lunghissime, Dimitri si era seduto accanto a quel fuoco da perfetto boy-scout, gli voltai le spalle e mi incamminai nella traccia polverosa sollevata dal piccolo galoppo di Kira.

sedeva accanto ad un fuoco da campo, sotto la quercia era montata una tenda monoposto. Mi avvicinai allibito. Il cane ringhiò e abbaiò, in preda ad un’evidente inquietudine. Gli intimai di smetterla, lui tacque e si avvicinò ad annusare tutto il perimetro della tenda.

Due giorni – urlò Dimitri alle mie spalle – non hai più di due giorni, Leo. Attenderanno il novilunio! La luna buia, Leo…

Dimitri alzò finalmente gli occhi e mi guardò. Non sembrava stupito di vedermi. Non quanto lo fossi io di vedere lui. A giudicare dallo stato dei suoi vestiti, dalla barba e dai capelli doveva essere almeno una settimana che dormiva fuori.

Giunto a casa, mi convinsi che, per quanto realistica, non poteva che essere stata solo un’allucinazione, forse dovuta ai fumi della benzina che avevo respirato poco prima, quando inciampando nella tanica avevo allagato mezzo garage.

Parlai per primo. Dimitri, che fai qui? Cosa diavolo ci fai in una tenda? Ti senti bene?

Quella sera, il cane non volle mangiare. Lasciò le crocchette nella ciotola e rimase ad osservare il buio fuori dal cancello, con il muso inserito fra le sbarre per fiutare meglio l’aria.

Non dovresti sorprenderti, era solo questione di tempo Leo, lo sapevamo tutti… - una smorfia amara gli comparve sulla faccia e respirò a bocca aperta come se l’atto di parlare gli costasse fatica e dolore.

Feci di tutto per convincerlo a tornare nella sua cuccia ma non riuscii a staccarlo da là. Mi avvicinai a lui e mi chinai: solo in quel momento, guardando nella direzione in cui guardava Kira, mi accorsi delle decine – forse centinaia – di piccoli fuochi che brillavano laggiù, sulla linea di un orizzonte indecifrabile. Trapuntavano il buio in ogni direzione. Alcuni erano singoli punti di luce, altri erano parte di agglomerati più vasti. Per un istante ebbi la sensazione che nelle mie vene stesse circolando la più densa delle granite. Provai una forma purissima di terrore. D’istinto, cercai la luna nel cielo e ne trovai solo un’esile falce. Disegnava una “C”. La cultura contadina insegna che la luna è bugiarda: quando disegna la D di decrescere è luna crescente, viceversa quando disegna la C di crescere essa decresce. Quella C tagliente, quindi, non lasciava spazio ad altre interpretazioni: la notte successiva sarebbe stata senza luna.

Ma cosa ti prende? Come ci sei arrivato fin qui? Io non voglio che qualcuno dei tuoi si faccia male, Leo, credimi… gli altri sono a due giorni di cammino da qui… Non sono riuscito a precederli di più… Ho camminato giorno e notte ma loro hanno la benzina… E’ lo scherzo più articolato che tu abbia mai messo in scena, Dimitri, come ci riesci? – volevo ridere ma non ci riuscii. Mi si bloccò la mascella a metà sorriso. Condividevo la stessa inquietudine del cane che, ora, se ne stava in posizione da agguato, dieci passi oltre la tenda di Dimitri, il muso orientato verso un preciso punto sulla linea di quell’orizzonte che si era ormai acceso di rosso.

Stavamo andando in contro ad una notte buia, rischiarata solo dalle fiamme tremolanti di fuochi ormai troppo vicini per essere ignorati.e stata senza luna.

Voi avete l’acqua – spiegò Dimitri – avete un pozzo dal quale tirate su acqua potabile… Ora lo sanno anche gli altri… Non so come l’abbiano scoperto… le notizie girano in fretta, da un accampamento all’altro… ora lo sanno.

Stavamo andando in contro ad una notte buia, rischiarata solo dalle fiamme tremolanti di fuochi ormai troppo vicini per essere ignorati.

Ma di cosa stai parlando Dimitri? Hai di nuovo preso quelle sostanze? Cazzo Dimitri, ne avevamo parlato. Ancora non capisci, vero? – aveva negli occhi la luce della metà buia della luna – ancora pensi alla tua laurea, al lavoretto, agli aperitivi, alle cene vegane… Non ti è chiaro quanto siamo già oltre quel mondo? Vorrei aiutarti Leo, davvero, se li ho preceduti di due giorni era solo per metterti in guardia, per avvisarti, almeno hai un po’ di tempo per organizzarti… Dimitri, mi spaventi, non capisco di cosa tu stia parlando e ora devo andare, il cane deve mangiare. Già, il cane… – ghignò con ironia disperata – lui sì, lui si salverà… corre velocissimo, l’ho visto prima…

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Tascapane/Orfeo # 14 - maggio 2014  

Free press universitario nato a Ferrara

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