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Suzanne di Lara Savoia

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INEDITI Progetto grafico e impaginazione: Antonietta Fulvio Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Alcuni luoghi sono romanzati. Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta e/o memorizzata, in tutto o in parte, in qualunque modo o forma con qualsiasi mezzo, sia esso elettronico o meccanico o di altro tipo senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Nessuna parte di questo libro può essere tradotta o trasformata in altra forma letteraria e/o artistica senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Le violazioni saranno perseguite a norma di legge. La foto di Lara Savoia in quarta di copertina è di Aldo Isocentro

IL RAGGIO VERDE EDIZIONI S.r.l. 2018 © Lecce via del Luppolo, 6 ilraggioverdesrl.it info@ilraggioverdesrl.it ISBN 978-88-99679-56-9 In copertina e all’interno: Enzo De Giorgi, Suzanne, 2018 ©


LARA SAVOIA

SUZANNE

IL RAGGIO VERDE


A mio padre


Coglierò per te l’ultima rosa del giardino, la rosa bianca che fiorisce nelle prime nebbie. Le avide api l’hanno visitata sino a ieri, ma è ancora così dolce che fa tremare. È un ritratto di te a trent’anni. Un po’ smemorata, come tu sarai allora. La rosa bianca, Attilio Bertolucci

Bisogna dirlo. Credo che non bisogna aver paura di dirlo; perché sono cose che se si pronunciano nella speranza diventano di per sé sacre. Ecco: c’è un momento di sperdutezza in un uomo e in una donna che si amano; di sperdutezza e di liberazione. Chissà quanto dolore e fatica c’erano dietro e dentro di loro prima di quel momento. Giovanni Testori

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I IL RAGAZZO DEL BUIO

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uzanne aveva già quattro anni quando la famiglia Abriani si trasferì dalla Lombardia in un paese sul mar Ionio. La villa dell’Ottocento, acquistata da una vecchia contessa, era una vera e propria terrazza sul mare dove i gerani, i pergolati di glicine, le azalee e numerose piante mediterranee si arrendevano all’intenso azzurro del cielo. La casa era separata dalla statale da alte mura in pietra. Un cancello verde, sul retro, si apriva su una rampa di scale digradante verso una spiaggia privata. Lo stile Liberty, i pregiati corrimani e un piccolo teatro all’interno del giardino erano motivo di orgoglio per il maestro Abriani che amava, soprattutto in estate, organizzare concerti di musica classica. Il nero e il grigio degli scogli, più in là, creavano un forte contrasto con le pareti bianche delle facciate, dando a tutto il paesaggio l’aspetto di una grande damiera naturale, dove i pedoni potevano sostare ovunque. Suzanne, che aveva imparato a giocare a scacchi grazie al padre, spostava i pezzi delle epiche battaglie, cercando di non soccombere alla regina nera. Non le piacevano i colori scuri e tutto ciò che la poteva immalinconire. Suzanne trascorreva la mattina con i suoi amici in paese e tutti i pomeriggi con Elisabetta, che le recitava i versi di Rilke, Rimbaud, Keats e, ancora, i passi più belli dei suoi romanzi preferiti. Provò anche a suonare vari strumenti. Scelse il pianoforte e imparò a leggere le note prima delle lettere dell’alfabeto. Schiacciava con rabbia i tasti dello strumento regalatole dal padre, esercitandosi almeno quattro ore al giorno. 9


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Albert, vedendo nella figlia un naturale talento, propose alla famiglia di ritornare a Milano per iscriverla al conservatorio, quando avesse compiuto dieci anni. «Ci vuole sacrificio. Laddove ti dovesse abbandonare la volontà, ti soccorrerà la disciplina» le diceva sempre, ma lei, nonostante amasse molto la musica, cominciò a provare un astio feroce nei confronti delle sue imposizioni. Spesso Albert era fuori per lavoro, soprattutto durante le stagioni concertistiche, e la sua assenza dava a Suzanne tranquillità. Solo con Elisabetta e i suoi amici riusciva a essere se stessa senza aver paura di dire o fare qualcosa di sbagliato. Una delle tante sere, il vento del Nord rese così limpido il paesaggio, da permettere alla fitta punteggiatura delle stelle di indicare lo spessore della nostra galassia. «Guarda amore…» Elisabetta innalzò l’indice in alto. «Quando hai un sogno invialo alla Via Lattea.» Suzanne osservò il cielo. «Mamma, secondo me, lì non ci arriva una lettera. Il motorino del postino è senza ali.» Elisabetta sorrise e aprì la portiera dell’auto. «Sali.» Lei obbedì. Raggiunto il versante opposto, trovarono l’Adriatico molto mosso. Suzanne non si era mai abituata alle diverse correnti di due mari così vicini. La sua casa sullo Ionio rifletteva la luce fredda della luna, mentre quella della maestra di musica solcava una tempesta, dove lo stesso splendente astro aveva un’immagine sfocata. Il vento, inoltre, bistrattava così tanto le molecole sfuggite alla superficie d’acqua, che queste le entrarono dentro senza chiedere permesso, fino a farla rabbrividire. La villa sembrava un castello arroccato sulla scogliera di Marina Serra. L’ampio salone esagonale, formato da quattro grandi vetrate e da due pareti bianche, aveva l’aspetto di una navicella sospesa a mezz’aria sugli scogli. Il blu della notte appena accennato in basso spennellava inconsapevolmente la costa, creando un’atmosfera surreale. Suzanne fu accarezzata dalle note di Chopin. Le grandi onde, intervallate dal bianco della spuma, si piegarono al secondo Notturno 10


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dell’opera 9, riconoscendone la maestosità. Poi arrivarono lo strazio della chiusa, il dover lasciare quella melodia che avrebbe voluto ascoltare in eterno. In quel momento, un maroso più veloce o più curioso degli altri, come a voler sapere chi lambisse i tasti del pianoforte, raggiunse il pavimento della terrazza. Suzanne si spaventò. Le sembrò che quella furia improvvisa portasse tristi presagi. Scacciò quel pensiero. «Hai visto? L’ho fatto accordare» disse Rita, accarezzando lo strumento come fosse un figlio. «Non sarò mai brava come lei, maestra» rispose Suzanne con preoccupazione. «Ci vuole molto studio e tu ce la farai. Prova lo stesso pezzo.» Suzanne obbedì, si allontanò dalla porta d’ingresso e si avvicinò al pianoforte. Rita le fece posto e lei si sedette. «Bene. Schiena dritta e polso parallelo alle mani. Non le contrarre. Le dita non devono fare fatica, ma scivolare sui tasti.» I lunghi capelli di Suzanne le caddero ribelli sul volto. Per quanto cercasse di raccoglierli in un cerchietto colorato, c’era sempre qualche ciocca che non obbediva a quell’ordine. «No, non così» disse Rita prendendole la mano. «La posizione delle dita deve essere naturale come tutto quello che ti succede intorno. Non sei tu a dover obbedire a lui, ma il contrario. Capisci?» Suzanne provò a seguirla. «Non sono capace» si lamentò dopo qualche minuto. «Non devi mai dire non sono capace. La rabbia che hai dentro non si deve trasformare in rumore, ma in amore.» «Se mi ascoltasse papà mi direbbe di smettere» disse a bassa voce. Adorava suonare, ma, allo stesso tempo, sentiva dentro un blocco che non capiva da dove derivasse. «Non si schiacciano i tasti. Devi posare la tua mano così. Senti com’è più delicato il suono? No, non ci siamo. Non mantieni il tempo. Vieni qua.» Rita la trascinò di fronte al tavolo. «Appoggia il gomito.» Suzanne la guardò sgomenta. «Appoggia, ti ho detto!» 11


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Obbedì. «Tienilo fermo. Adesso porta avambraccio e mano prima in alto e poi in basso. Così, verso il tavolo. Conta… u-no, du-e, tre-e, quattro.» «Questi esercizi li ho già fatti» disse scocciata. «Non ti lamentare. Sbagliare, in musica, significa “dover ricominciare”.» Suzanne avvertì lo stesso forte disagio di quando suo padre, riapparendo dai suoi viaggi, controllava quanti progressi avesse fatto. Per quanto si sforzasse, non riusciva ad accontentarlo. Sperò che lui non tornasse mai più. Il rumore del mare coprì il tempo che le impose Rita. Le onde si innalzarono prepotenti e ogni risacca minacciava di portar via qualcosa di lei. Rita, vedendo la sua inquietudine, fermò la lezione per parlarle: «Che succede?». «È troppo faticoso così e non mi diverto più.» «All’inizio ti piaceva o mi sbaglio?» chiese con dolcezza. «Mi piace anche adesso, ma papà non è mai contento. Non diventerò brava come lui.» «Tu non devi essere lui, ma solo capire se vuoi continuare suonare.» «E come?» «Se dal profondo l’unica risposta è devo perché piace a qualcun altro, allora vuol dire che non è la tua strada. Se invece senti che è l’unica cosa che puoi fare, non tirarti indietro. Solo quando ami quello che fai, i sacrifici e le rinunce non pesano.» «Io amo la musica. È come se fossi nata con lei, ma papà...» «Forse ti chiede più di quello che tu possa dare in questo momento, ma lo fa per il tuo bene.» «A lui non importa di me.» Rita sembrò incupirsi. «Vuoi che gli parli?» chiese. «No, la prego. Non gli dica niente.» La lezione terminò. Suzanne si tranquillizzò solo quando rivide Elisabetta nel salotto del pian terreno, quello più esposto alla turbolenza della tempesta. 12


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«Oggi è stata poco attenta, non so perché. In genere le lezioni vanno meglio» disse Rita. «Forse le manca il padre.» Elisabetta si voltò verso Suzanne, chiedendo conferma: «Vero amore?». Lei annuì poco convinta. «Nel complesso però sono soddisfatta. Deve solo stare più attenta a lezione e avere fiducia in se stessa.» «Grazie, maestra» disse Elisabetta. «A martedì e mi raccomando esercitati su tutto.» Rita le sorrise complice. Suzanne annuì di nuovo, ringraziandola con lo sguardo. Sebbene fossero quasi le otto e fuori imperversasse il vento, Elisabetta decise di percorrere il litorale. Le onde non riuscivano a raggiungere la strada, ma, come sirene, assordavano chiunque venisse a contatto con loro. Suzanne immaginò di essere una surfista e di poterle sfiorare con la mano, in un assolo, mentre coraggiosa le domava. Tutta la costa si aprì davanti a lei. La luna assonnata, coperta in parte dalla foschia, servì da lanterna all’auto sull’asfalto umido e salmastro. I dirupi, l’effervescenza dei flutti, il tumulto del vento, il colore della macchia mediterranea sembrarono nasconderle ombre inquietanti. Quella notte si ripeté infinitamente nelle curve e non la cullò come in altri momenti. Elisabetta se ne accorse. «Mamma, tu mi lascerai?» «Mai, non potrei vivere senza di te.» «Non morirai?» «Amore, perché questi pensieri?» «Si dice che chi muore vada in cielo, ma io non ci credo.» Elisabetta le prese la mano. «Hai freddo, tesoro? È ghiacciata.» Suzanne la ritirò e cercò di sfregarla con l’altra. «Faccio sempre un brutto sogno» disse con voce flebile. «Che sogno?» Non rispose. «Non ne vuoi parlare?» 13


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«Una signora… ha gli occhi come i miei. Piange, mi bacia e dopo si addormenta. Poi c’è qualcuno, non capisco chi, che mi prende in braccio e mi tiene stretta. Non è papà, ne sono sicura.» A Elisabetta tremò la voce, ma volle comunque risponderle. «Suzanne, ricordati quello che ti dico e non lo dimenticare mai. Me lo prometti?» Lei spalancò gli occhi al buio e annuì. «Io credo che, oltre la morte, ci sia un mondo meraviglioso fatto di angeli e di luce. Ti racconto una storia. Nel nostro paese c’è una grotta, la Grotta dell’Angelo. Un giorno, Dio si accorse che gli angeli del Paradiso non erano più sufficienti, quindi pensò di creare gli “angeli del cielo”.» «Angeli del cielo?» «Sono le persone che abbiamo perso sulla terra e che ci aiutano proprio nei momenti più brutti, anche se non riusciamo a vederli.» Suzanne ci rifletté un attimo. «E come ci aiutano?» «Con la speranza... la speranza può salvare, ma molte persone purtroppo non riescono a trovarla nel cuore. Per questo Dio decise che ci avrebbero aiutato gli “angeli della terra”.» «Chi sono?» «Le persone che ci vogliono bene, le nostre stelle, ma dobbiamo stare attenti, perché non sempre riusciamo a riconoscerle.» «Come mai?» Elisabetta parcheggiò la macchina. Scesero entrambe. «Guarda il cielo. Vedi quella costellazione a forma di carro?» Suzanne annuì. «Bene. Adesso, con una linea immaginaria, unisci le due stelle alle estremità. Si chiamano Merak e Dubhe. Fatto?» «Mamma, che fatica… ah sì, ci sono riuscita.» «Se prolunghi di cinque volte la distanza che le divide, dove ti trovi?» «Lì, su quella.» «Brava. È la stella polare o Polaris. Se ti metti di fronte, alle spalle avrai il Sud, a destra l’Est e a sinistra l’Ovest. Ovunque tu vada, se sei in grado di individuarla, non perderai il tuo angelo della terra.» 14


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«Ho capito» disse felice, «devo unire tre stelle per trovarlo». Elisabetta sorrise e continuò: «Esatto. Nei momenti bui ti tende una mano solo chi ti ama davvero». «Mamma, mi rispondi sempre in maniera strana.» «Sai che mi piace di te?» «Cosa?» «Che dici quello che pensi. Questo, forse, un giorno ti sarà utile. Andiamo» disse, dopo averle aperto la portiera. Elisabetta rimase per qualche momento in silenzio. Sospirò. Accese l’auto, ma prima di ripartire guardò Suzanne pensierosa. «Sai perché anche le notti sono importanti?» Suzanne scosse il capo. «Pensa ai tasti bianchi e neri di un pianoforte, solo usandoli entrambi si compongono melodie meravigliose.» «Vuoi dire che qualsiasi cosa succeda è per il nostro bene?» «Sì, spesso tutto accade per un bene maggiore.»

Elisabetta e Suzanne percorsero in auto il lungo viale che le separava dall’ingresso principale della loro casa. Salirono sulla grande rampa di scale, che adornava la facciata, e si ritrovarono di fronte al portone d’ingresso. L’intenso odore degli alberi spogli e dell’erba calpestata impregnò piacevolmente i loro vestiti. Elisabetta, prima di aprire, si guardò intorno con circospezione. L’autunno aveva aperto le porte all’inverno, trasformando il circondario in una landa desolata. «Devi finire i compiti. Cos’hai da fare per domani?» «Un disegno.» «Che tipo di disegno?» «La maestra ci ha detto di ritrarre la nostra famiglia. Devo solo colorarlo, non ti preoccupare.» «Allora ci siamo io e papà?» Suzanne s’irrigidì. Elisabetta capì poco dopo perché. Il foglio era ancora bianco. «Hai detto che lo dovevi solo colorare? Dài, facciamolo insieme.» 15


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Si sedettero. Il tavolo di vetro della sala da pranzo, quella sera, rifletteva una luce particolare. A Suzanne sembrò di disegnare su un grande occhio trasparente. Le sue mani si posarono sul foglio con leggerezza. «Allora, ritraiamo prima te, una bella bimba dagli occhi di cerbiatto.» «Di cerbiatto?» «Sì. Sono grandi come quelli di un cerbiatto.» «A me sembrano solo grandi.» Elisabetta sorrise. Le linee della matita divennero sempre più certe e pian piano sulla pagina bianca presero vita: lei, che sorrideva mentre raccoglieva dei fiori; il padre con il violino, la bombetta, la giacca scura, la cravatta; ed Elisabetta con un vestito bianco a fiori. Soddisfatta del suo lavoro, andò a dormire. Il giorno dopo, l’odore dei biscotti appena sfornati si diffuse nelle stanze della casa. Elisabetta le portò la colazione in camera. «Questa per non dimenticare la tua mamma» disse, sfiorandole la mano con una rosa bianca. «Come faccio a dimenticarti? Che buoni questi, me li devi fare più spesso.»

«Avete visto che se vogliamo una cosa possiamo riuscirci? La vostra compagna non è mai stata brava in disegno, però ha fatto un buon lavoro» disse, il giorno dopo, l’insegnante di Suzanne rivolgendosi alla classe. Suzanne non capì se quello poteva considerarsi un complimento o altro. Optò per la seconda possibilità. «La ringrazio.» Dopo la ringrazio, si sentì lo stomaco sottosopra. «Se continui così, diventerai brava.» Quindi non era brava, ma concluse che non le importava, perché prima o poi avrebbe fatto quello che le piaceva e allora sì che sarebbe stata brava.

Suzanne seguiva le lezioni di pianoforte da diversi anni, quando Al-

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bert volle organizzare un concerto dove farla esibire insieme ai figli dei suoi amici. «Utilizzeremo lo spazio del teatro. Sarà suggestivo lo sfondo del mare. Devo trovare una notte con la luna piena, sperando che sia bel tempo» disse con entusiasmo. Lei accolse la notizia con angoscia. Non aveva mai suonato in pubblico e, dopo la richiesta del padre di chiudere il concerto, si sentì più che mai inadeguata come figlia. Cercò in tutti i modi di dirgli che non se la sentiva, ma Albert non accettò giustificazioni. «Devi cominciare già da adesso, altrimenti non diventerai mai una concertista.» «Papà, mi vergogno.» «Su, andiamo. Puoi arrivare dove vuoi, se ti impegni.» «Non voglio suonare davanti agli altri. Poi ci sono tutti quelli.» «Suzanne, si deve rispetto al proprio pubblico. Che modo di esprimersi è questo? Quelli hanno un nome e un cognome come te. Alcuni già frequentano scuole di musica importanti. A me hanno chiesto di aprire il concerto e tu lo chiuderai.» «Io non suono.» «Tu lo farai perché lo dico io. Vai a ripetere un pezzo qualsiasi e basta!» «Me la pagherai» disse sottovoce allontanandosi. L’ansia le salì dentro, fino a esplodere il giorno del concerto. Elisabetta aveva organizzato tutto con cura. Le sedute in pietra furono coperte da cuscini in seta e il giardino, fregiato con eleganza, creò una cornice perfetta per gli ospiti. «Che noia» disse Suzanne tra sé gironzolando tra i tavoli. Venne anche coinvolta in un paio di conversazioni, ma rispose a monosillabi, rimanendo giusto il tempo di ottemperare alle poche regole di buona educazione. Per il resto della serata, infatti, e fino all’inizio del concerto, stette in disparte eclissandosi tra le aiuole del giardino. Il pianoforte di Suzanne e il Guadagnini di Albert scintillarono dietro lo sfondo del mare imporporato dal tramonto. Albert, dopo aver salutato, omaggiò i presenti con l’Ave Maria di Schubert. Ellen prese vita nel cuore di Suzanne, che in quel momento diventò 17


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“La donna del lago”, la figlia che invoca Maria per la salvezza del padre. I versi di Walter Scott sgorgarono dal profondo dell’Op 52 no 6, entusiasmando chi ascoltava. Suzanne si sentì, per la prima volta, vicina a lui. «Papà» sussurrò, sperando che il suo cuore si aprisse a una figlia così diversa da quella che lui aveva sognato, ma «Impeccabile», «Eccellente», «Bravissimo» diventarono per lei una cassa di risonanza troppo feroce. In quelle condizioni, il timore di produrre, con la sua esecuzione, rumore e non amore la sopraffece e decise di fare quello che aveva già premeditato sin dall’inizio. Scivolò tra i corpi pronti a entusiasmarsi per i talenti successivi, attraversò parte della grande area riservata alla festa e si nascose in fondo a un vialetto, nel buio della sera, dove la luce della luna non penetrava più la notte. Fu chiamata dal presentatore, ma, piuttosto che stare sul palco, preferì parlare con le cicale, giocare con la terra e infine contare le onde. «Io lo avevo avvisato. Così impara» ripeté a se stessa. Una nicchia scavata nella pietra e le fronde di una vite la tennero, per un tempo indefinito, al riparo dalla delusione di Albert e dalle ultime note di un Adagio in sol minore. «Questo violinista non è papà» sussurrò, per non essere ascoltata neanche dalle piante che la proteggevano. Immaginò l’archetto di uno degli ospiti su un violino sconosciuto. «È proprio bravo. Sarà uno di quelli che hanno un nome e un cognome come me.» I ragazzi, una volta terminato il concerto, si ritrovarono a chiacchierare sotto un bersò di Buganvillea delle proprie esecuzioni e dei propri studi, mentre gli adulti si appartarono a discutere di concerti e mostre. Elisabetta e Albert, non potendo lasciare gli ospiti, incaricarono la nuova governante di trovare Suzanne. «Il suo comportamento è vergognoso. Gianna, fammi la cortesia di vedere dove si è nascosta e di metterla a letto. Non merita di stare con gli altri. E pensare che suo…» Albert non riuscì a finire la frase perché fu interrotto da un invitato. «Vai, Gianna, e falla cenare» disse Elisabetta con un velo di tristezza. «Va bene, signora.» Intanto Suzanne, cullata dal rumore delle onde, cadde in un sonno 18


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profondo. «Suzanne…» ascoltò come in un sogno. Si svegliò distesa a terra. «Il mio vestito! e chi la sente mamma?» disse, cercando di togliersi di dosso la polvere. «Suzanne…» Non aveva sognato. Aprì i rami della siepe che aveva di fronte e sbirciò dall’apertura appena creata. Un’ombra la cercava. «Forse un amico di papà» disse a bassa voce. «Insomma mi rispondi? Non ti voglio fare nulla.» Decise di uscire dal suo nascondiglio. «Che c’è?» «Mi hai fatto spaventare.» «Sei tu che mi cerchi.» «Lo so, uno a zero per te, ma sei sparita e io avrei voluto tanto ascoltarti.» «Non avevo voglia di suonare e papà lo sapeva.» La luna diventò più grande illuminando per breve tempo il volto del ragazzo. Una nube però lo coprì subito dopo, come a cancellarlo. «La spiaggia si raggiunge da qui, vero?» «Basta aprire il cancello. E tu che ci vuoi fare lì?» chiese sospettosa. «Con te niente, tranquilla» disse lui sorridendo. Le scale che portavano al mare si snodarono nel buio e, quando i piedi di entrambi affondarono nella sabbia, lui si sfilò le scarpe. «Che meraviglia…» «È quello che dico sempre a papà. È bellissimo stare qui.» «Stasera non abbiamo la luna, ma ci sono le stelle. Sembra la notte stellata di Van Gogh.» La sua voce, intinta di buio, si allontanò per breve tempo. A Suzanne piaceva ascoltarlo. «Dipingi?» «A volte. Capita quando mi sento solo.» «Io di pittura non ci capisco molto.» «Van Gogh vedeva i tronchi dei pioppi viola.» «Che significa?» «Significa che un musicista riuscirà a produrre arte solo quando immaginerà le note viola. Dammi le mani.» «Non ti capisco. Tu sei strano come mamma.» Suzanne le allungò, affidandosi. «Come fai a dire che tua madre è strana?» 19


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«Parla sempre di angeli, di cose strane insomma.» «Va bene, non ci pensiamo adesso. Allora, questa è la tua chiave di violino.» Le strinse la mano destra, immergendola in acqua. «Questa, la tua chiave di basso.» Fece la stessa cosa con la sinistra. «Adesso prova a suonare il secondo notturno dell’Opera 9.» Come faceva a sapere che quel pezzo non le veniva bene? «Scommetto che te l’ha detto papà!» «Cosa?» chiese con stupore. «Niente, niente» rispose lei sospettosa. «Ora chiudi gli occhi e cerca di ascoltarlo nella tua mente.» Le onde placide e silenziose le mossero ritmicamente le dita. Suzanne si lasciò cullare e tenne, per tutto il tempo del notturno, le sue mani in quelle di lui. Poi le ritrasse smarrita. «Hai visto? Sembri un metronomo. Hai calcolato bene i tempi dell’esecuzione, perché nessuno nasce senza ritmo. Suzanne, la musica è intorno a noi.» «Io non sento niente.» «Sai perché il rumore delle onde, i versi degli animali notturni sono più limpidi a quest’ora?» «Proprio no» «Perché la sera è muta. Se crei in te stessa lo stesso silenzio, da queste manine fluirà bellezza.» «Bellezza?» chiese Suzanne guardandosi le dita. «Sì, bellezza.» «E come si fa?» «Devi scordare tua madre, tuo padre, i tuoi amici, tutto. Ci dovete essere solo tu e il tuo pianoforte. Gli strumenti sono gelosi. Non puoi amare nessuno e niente più di essi.» «Io amo il pianoforte più di tutto, ma... mi dà fastidio quando papà mi obbliga a fare le cose.» «Forse non vuoi che sia felice di te.» «Non lo so. Non ci ho mai pensato.» «A volte capita che, per punire i genitori, si faccia il contrario di quello che dicono loro. Finché non lo capirai, i tasti del tuo strumento non 20


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diventeranno mai un’estensione delle tue mani e, quando suonerai, la tua musica darà voce alle tue paure, non a te.» «Paura? Io non ho paura.» «A me puoi dirlo.» Si sdraiò con le mani incrociate dietro la nuca. «È che quando mi guarda la gente sento una cosa qui, in gola.» «Solo quando ti guarda la gente?» «Anche papà. Mio papà proprio mi stressa.» «Come mai?» chiese, voltandosi verso di lei. «Prima dice che sono brava, poi un disastro, poi non lo sa neanche lui» disse Suzanne, cercando di immaginare il suo viso nella notte. «Suzanne, Suzanne» gridò Gianna. «Eccola lì. È la fine. Chi li sentirà, adesso? Devo andare. Ciao, allora, e grazie… mi sento un pochino meglio.» «Prego, “piccola chiave di violino”.» Suzanne corse via e, dopo aver superato le scale, offrì la mano sinistra a Gianna. «Chi è quel ragazzo?» «Non gliel’ho chiesto.» «Quante volte ti ho detto di non parlare con gli sconosciuti?» «Non è uno sconosciuto, ma un mio amico e poi dipinge.» Suzanne lo guardò un’ultima volta e lo salutò da lontano, agitando la mano libera; era troppo buio perché lui la vedesse. «Sai cos’è una chiave di violino, Gianna?» «No.» «Questa.» Suzanne alzò la mano destra e la mostrò sicura. «Con questa suoniamo le note che si trovano sul pentagramma che sta in alto.» «Ah» rispose. «Con la sinistra invece le note del pentagramma in basso. Infatti, si chiama “chiave di basso”. Secondo te, perché mi ha chiamata chiave di violino e non di basso?» «Non ne ho idea. Forse perché gli piacciono i violini. Adesso ceni e ti lavi» disse, cercando di cambiare discorso. A Suzanne sembrò di aver lasciato qualcosa di sospeso tra cielo e mare. 21


II IL CUSTODE

C

on il tempo, Suzanne diventò più irrequieta. Seguiva le lezioni di pianoforte, ma non trovava più nessuna motivazione per andare avanti perché, anche se non faticava a imparare e a eseguire pezzi difficili, dentro di sé sapeva che non sarebbe mai riuscita a proporli in pubblico. A scuola studiava a periodi alterni, quindi andava male e bene allo stesso tempo. Spesso, poi, amava rifugiarsi nei libri e passare lunghe ore sognando di diventare un pilota d’aereo, una scrittrice famosa, un’investigatrice o una ladra ricercata in tutto il mondo. Grazie a Elisabetta, riuscì a imparare il francese e un po’ d’inglese. Scoprì, inoltre, Dumas padre, Dumas figlio, Flaubert e, quando Elisabetta le consigliava libri da leggere più semplici, non poteva fare a meno di trasgredire. Ogni tanto ripensava al ragazzo del buio. Si chiedeva chi fosse e se mai lo avrebbe rincontrato. Si riproponeva anche di seguire i suoi consigli, provando a suonare per se stessa. Dimenticava il mondo. Chiudeva gli occhi, ma quando li riapriva innanzi alla sua chiave di violino si ergeva la severa immagine del padre. Un pomeriggio, origliò una conversazione tra Albert ed Elisabetta: «Tu le permetti di fare tutto quello che vuole e questi sono i risultati». «Albert, forse dovremmo rivedere quello che tu vuoi per lei, perché non è detto che sia la cosa giusta.» «Non voglio sentirne parlare. Tra un anno torneremo a Milano e Suzanne sosterrà quell’esame al conservatorio.» «Ti odio, vorrei che morissi» disse lei a bassa voce. Dopo aver pronunciato quelle parole, che in un primo momento le diedero sollievo, Suzanne si precipitò fuori da casa, montando in sella alla sua bicicletta azzurra, e si allontanò come una furia. 23


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Suzanne di Lara Savoia by Il Raggio Verde Edizioni - Issuu