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La sposa del chiostro

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INEDITI Progetto grafico e impaginazione: Antonietta Fulvio Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Alcuni luoghi sono romanzati. Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta e/o memorizzata, in tutto o in parte, in qualunque modo o forma con qualsiasi mezzo, sia esso elettronico o meccanico o di altro tipo senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Nessuna parte di questo libro può essere tradotta o trasformata in altra forma letteraria e/o artistica senza l’autorizzazione scritta dell’Autore. Le violazioni saranno perseguite a norma di legge. La foto di Sara Foti Sciavaliere in quarta di copertina è di Maria Concetta Coppola All’interno: Lecce, i luoghi, foto di Dora Foti Sciavaliere, 2020 ©: pp. 4-5 via Federico D’Aragona p. 6 via G.Paladini p. 9 Chiesa di San Matteo p. 10 Chiesa della Madre di Dio o delle Scalze p. 44 Campanile di Piazza Duomo visto da via Arcivescovo Petronelli p. 78 Chiesa delle Scalze. Interni, abside p. 113 Palazzo Grassi p. 156 Ex convento dei Teatini, loggiato p. 176 Corte dei Mettola p. 181 Palazzo Lubelli

IL RAGGIO VERDE EDIZIONI S.r.l. 2020 © Lecce via del Luppolo, 6 ilraggioverdesrl.it info@ilraggioverdesrl.it ISBN 978-88-99679-86-6 In copertina: Dora Foti Sciavaliere, particolare stemma di Palazzo Lubelli, 2020 ©


SARA FOTI SCIAVALIERE

LA SPOSA DEL CHIOSTRO

IL RAGGIO VERDE


PREFAZIONE

A

pplaudiamo con viva soddisfazione all’approdo tra le ‘brave scrittrici’ di Sara Foti Sciavaliere che pubblica con ‘Il Raggio Verde’ questa sua opera d’esordio che rispecchia tranquillamente tutti i ‘topoi’ e le finalità positive di questo genere letterario. Il ‘Romance’ non è solo argomento di disquisizione tra pedanti critici letterari ma è, per molti, una scelta di vita, magari innata e neppure conosciuta. Ma, soprattutto se si possiede un animo sensibile e una cultura mai fine a sé stessa, fatta non solo di date e alberi nobiliari, allora la scelta ci fa belli e siamo tutti per il romance, riscoprendo I viaggi di Gulliver e, magari, la trilogia di Calvino. Sennò, ci tocca la circostanziata ‘novel’ che sa molto degli storici latini e non ci smuove più di tanto.... L’abilità di Sara, questa volta, è quella di far confluire una appassionante vicenda d'amore in una plausibile scena storica che privilegia la fine del diciottesimo secolo e ambienta nel Salento attuale la vita e le pulsioni dei protagonisti che si muovono in una Lecce (e in una Gallipoli) credibilissima e senza sbavature, più vicina all’attuale capoluogo di Terra d’Otranto di quel che si possa pensare. Ma, in questo avvincente romanzo, la storia la cultura la tradizione il gusto per i particolari più intriganti sono amalgamati con sapienza e hanno tutto il fascino della riconferma piacevole di ciò che avevamo sentito ma era poi mancata l’occasione per dilungarci sull’argomento.... Un esempio mirabile è la manifattura dei dolcini di pasta di mandorla con la faldacchera, un episodio che, tuttora, fa parte dei più genuini momenti di vita leccese... Brava, bravissima Sara a non annoiare – mai – il lettore, pur se l’argomento si dipana fra intrighi e conventi, in una realtà cinematogra7


ficamente perfetta, dove la sceneggiatura attenta e mai bugiarda rende, da sola, tutto il piacere della contemplazione e dell’immersione in un mondo che se non era proprio così, pure nel nostro immaginario conferma tutto il suo fascino. Né la vicenda in sé presenta cadute o stucchevoli indugi: persino la vicenda d’amore è trattata con garbo, pudore e superiorità, in un armonico avvicendarsi verso l’esito finale che, come nella tradizione del ‘romance’ è positivo ed appagante. Insomma, il viaggio in questa realtà che adombra un verosimile ‘come eravamo’ è piacevolissimo e intrigante. E rivela una scrittrice di razza che, del resto, ha fatto della ricerca storica e dello studio delle proprie origini, il perno essenziale della propria esistenza. Buona lettura, allora, con questo scritto; che ha tutte le caratteristiche del ‘romance’ ma è, credetemi, soprattutto un libro ben scritto, che racconta una bella storia. Raffaele Polo

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A mia madre


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LECCE, MAGGIO 1802

S

«

i presenti suor Benedetta» dichiarò con solennità la Madre abadessa levandosi dal suo scanno. «Mi hai chiamato. Eccomi, Signore» si prostrò una consorella portandosi in mezzo al presbiterio. «Figlia carissima, suor Benedetta, – esordì allora il vescovo – cosa chiedi a Dio e alla Sua Santa Chiesa?» «Chiedo di seguire Cristo, mio Sposo, in questa famiglia religiosa e di perseverare nel mio proposito, secondo la Regola di San Benedetto, sino alla morte» rispose la donna con umile mitezza, stringendo al petto le mani intrecciate. Virginia mosse le mani nel medesimo gesto stringendo il crocifisso che le penzolava sul petto mentre le sue labbra pronunciavano mute le stesse formule della consorella. Ecco la professione perpetua con la quale anche lei si sarebbe consacrata per sempre al servizio di Dio. Il coronamento di una vita nel monastero. La sua casa, il suo mondo. Era una delle tante trovatelle abbandonate alla ruota degli esposti. Filia matris ignotae, come venivano registrati i projetti. Figli di nessuno, ma più fortunati di quei piccoli lasciati nelle campagne e vicino al mare. Condannati così a morir di fame o a essere straziati da bestie selvatiche perché generati nella miseria più disperata o, spesso, nella vergogna dell’illegittimità. Virginia si spinse più vicina alla grata della finestra della clausura affacciata sulla sfarzosa abside barocca della chiesa di San Giovanni Evangelista. Guardò la figura dell’Abadessa piegarsi in ginocchio insieme ai presenti mentre le coriste intonavano le litanie previste dal cerimoniale. Il naso aquilino e i lineamenti decisi le conferivano un’apparente intransigenza ma lei ne conosceva il sorriso aperto e 11


Sara Foti Sciavaliere

rassicurante e lo sguardo di dolce ammonimento. Aveva modi compiti e movimenti misurati come quelli delle gentildonne che sedevano ai banchi della chiesa nella messa domenicale. Era l’unico indizio delle sue origini aristocratiche. Le parve d’un tratto però più curva, quasi stanca, mentre accoglieva nelle proprie le mani di sorella Benedetta che così proferì i voti perpetui di povertà, castità e obbedienza. Con quella stessa solenne promessa anche lei, un giorno, avrebbe sancito l’appartenenza alla congregazione. Quella era la sua famiglia, aveva il conforto e il sostegno paterno nella preghiera al Signore e l’affetto e gli ammonimenti di una madre nell’Abadessa. Era quello il suo posto. Suor Benedetta intanto si era inginocchiata e il vescovo con le braccia stese davanti al petto pronunciò la benedizione di consacrazione, quindi le consegnò la vera. «Sposa dell’eterno Re, ricevi l’anello nuziale e custodisci integra la fedeltà al tuo Sposo, perché Egli ti accolga nella gioia delle nozze eterne.» «Amen.» La Madre abadessa allora posò sul capo della neoprofessa la corona di argentati fiori nuziali, realizzati dalle stesse mani delle professe, e Virginia scorse sul volto di sorella Benedetta il sorriso felice di una sposa che si è legata al suo promesso. Aveva letto emozione simile sui volti delle fanciulle che si erano accostate all’altare per unirsi in matrimonio con l’uomo amato. Alcune unioni erano concepite come contratti d’affari tra le famiglie dei due giovani ed era sollevata quando scorgeva quella scintilla di gioia brillare negli occhi degli sposi al momento di pronunciare i voti nuziali. Allora sapeva che era l’amore a dettare quelle parole e a ispirare la tenerezza di un bacio. A volte aveva avvertito una morsa nello stomaco, la sensazione di un istante. Una deprecabile invidia che la costringeva a ore di preghiera penitente. Deus caritas est. Dio è amore. Amore per il prossimo, per gli afflitti, per gli ultimi. Per gli abbandonati. Come lei. Era per quell’amore che lei non era sola. Eppure aveva quasi imparato a memoria i centodiciassette versi del Cantico dei Cantici. Ne aveva appreso il si12


LA SPOSA DEL CHIOSTRO

gnificato mistico, ma ciò che l’affascinava era la poesia della lettura profana, il mistero dell’amore elettivo che incatena un uomo e una donna, l’uno all’altra. Alcuni dei passi del Cantico le facevano perfino battere il cuore. Riconosceva la forza e la fragilità di un sentimento che le era sconosciuto. Virginia era ancora in compagnia di quei pensieri, seduta su una panchina del chiostro, quando l’Abadessa le andò accanto con le mani strette in grembo e il sorriso gentile sull’ovale del viso attorniato dal soggolo bianco. Sollevò appena le falde dell’abito nero e si accomodò al suo fianco sulla panca di pietra. «Asseconderesti un mio desiderio, Virginia?» La ragazza indugiò, indagando l’espressione della donna. Aveva ricevuto tanto da lei senza poterle rendere nulla. Qualunque fosse la sua richiesta, sarebbe stata un’ingrata a rifiutare. «Chiedete pure, Madre.» «Per le prossime settimane, prima di indossare il velo del noviziato, vorrei che tu svestissi gli abiti religiosi e potessi sperimentare la vita secolare.» Virginia strabuzzò gli occhi celesti, incredula. «Perché, Madre?» chiese smarrita. «È un pensiero che mi assilla da lungo tempo» affermò l’Abadessa posando una mano sulle sue. «Rispondere alla chiamata della vocazione è una scelta, ma tu hai quasi sempre vissuto in questo convento e non conosci davvero il mondo al di là delle nostre mura. Ciascuna di noi, mia cara Virginia, si è trovata a un bivio e si è dovuta interrogare per compiere la propria scelta, tu segui soltanto l’unico cammino che hai dinanzi» le batté una pacca affettuosa sulle mani sentendole stringere convulse. «Ho sbagliato in qualcosa, Madre?» domandò contrita la ragazza. «Suor Agnese non è contenta di me? » La donna scosse il capo in un accenno di dissenso. «La Maestra disapprova la mia iniziativa, ritiene che la tua ignoranza delle cose del mondo ti concederebbe di servire meglio Nostro Signore e che, al contrario, io permetterò che la tua innocenza sia corrotta», spiegò con tono sbrigativo, arricciando il naso in una smorfia scettica. 13


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La sposa del chiostro by Il Raggio Verde Edizioni - Issuu