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Il Giornale dei Ragazzi di Book City Milano – edizione 2015 – Liceo G.Casiraghi, Cinisello B.mo – IIS Falcone-Righi, Corsico.

corpo immagine mestieri del libro narrativa e poesia

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pensiero società e territori spettacolo interviste


Via Gorki 106 - Parco Nord 20092 Cinisello Balsamo (MI) www.liceocasiraghi.gov.it

Il Giornale dei Ragazzi di Book City Milano - Edizione 2015 Ideazione e coordinamento

Isabella Di Nolfo

Viale Italia 22/24 20094 Corsico (MI) www.iisfalcone-righi.gov.it

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Redazione

Maria Teresa Maglioni, Ilde Piacentini, Enrica Plano, Donatella Rana, Cristina Traverso

Grafica

Studio e realizzazione a cura degli studenti della classe 4Dg IIS Falcone-Righi, Corsico (a.s. 2015/16) Coordinamento impaginazione Giorgio Ginelli

Reporter

Matteo Aiello, Cecilia Alberti, Edoardo Astesani, Elena Berardi, Alice Bergamaschi, Elisa Berinzaghi, Cristina Bernardelli, Deborah Besghini, Matteo Bijsma, Elena Bozzella, Cecilia Burattin, Chiara Caputo, Chiara Carovelli, Marta Castigliola, Daniele Cavandoli, Nissa Chen, Clarissa Chirico, Niccolò Civati, Silvia Cotroneo, Daniele De Lorenzo, Luca Delcarmine, Eden Deraj, Luca Didonè, Calandruccio Domenico, Sarah Douidy, Pedrazzini Ernesto, Sofia Ferraro, Paolo Ficara, Virginia Fregona, Pietro Fossati, Giulia Galbiati, Gabriel Garofalo, Sonia Gemelli, Greta Guernieri, Davide Janiri, Emre Kaya, Davide Lauro, Amos Lindo, Alessandro Mannarino, Sara Mekhaeil, Matteo Milan, Susanna Mirabella, Edoardo Mugnano, Arlind Neza, Elena Novara, Gianluigi Nunziata, Maria Chiara Oriani, Giulia Paganini, Francesca Palmieri, Valeria Panio, Ficara Paolo, Alice Paone, Arianna Pavanello, Diletta Pescarmona, Giuseppe Piccirillo, Alice Pizzamiglio, Dragos Popoiu, Andrea Pozzoli, Sofia Riccardi, Giovanni Ripamonti, Christian Rizzotto, Beatrice Rocutto, Mattia Sambruna, Giuseppe Signorile, Alessandro Sironi, Claudio Spagnuolo, Riccardo Taccioli, Vanessa Tancredi, Alejandra Tello, Alessia Valenti, Chiara Vassallona, Elena Zanata.

Fotografie

Alice Bergamaschi, Davide Francavilla, Alessandro Fumagalli, Claudio Spagnuolo.


La magia della scrittura

Il giornale dei ragazzi ha avuto il grande onore di poter intervistare Isabel Allende in anteprima, a qualche ora dall'inaugurazione di Book Cty Milano 2015. Ed è stato un vero emozionante privilegio. di Cecilia Burattin «Scrivere è un modo per esplorare il dolore, l’amore. Scrivere è una catarsi.» Isabel Allende, durante l’intervista in anteprima a cui abbiamo partecipato, si racconta ai giornalisti e commenta il suo ultimo libro “L’amante giapponese”. Nel romanzo ritorna con forza uno dei temi più cari all’autrice sudamericana: l’amore, quel sentimento che più la entusiasma nella vita, perché, se segreto, sa spezzare la routine e perdurare nel tempo. Tornando alla citazione iniziale riprende il concetto di dolore, sempre sviluppato nei suoi romanzi in particolare in “Paula”, scritto per e in nome della figlia, venuta a mancare ancora giovane. L’impatto che quest’opera ha avuto sull’autrice si è ripercosso sui lettori che da anni le inviano lettere per condividere il loro dolore e la loro condizione. Sempre in “Paula”, ma più nascosto, si trova un altro degli argomenti che più sono sentiti dall’Allende: il femminismo. Durate una lite tra madre e figlia le due protagoniste dibattono sul tema dell’emancipazione femminile: Paula ancora giovane accusa la madre, dicendole che ormai la lotta per i diritti delle donne è cosa superata. L’autrice, come ha anche sottolineato nella serata inaugurale di Bookcity, ritiene invece il femminismo una necessità, perché nel mondo “c’è bisogno di smantellare il patriarcato”. E nei suoi libri si vede questo bisogno e infatti i protagonisti sono sempre donne forti, intraprendenti e piene di fascino: queste persone anche nella vita reale sono la sua fonte di ispirazione. Le

uniche donne che non si trovano nei suoi libri, ci confessa, sono quelle alte, belle e bionde e nel raro caso in cui compaiono, aggiunge scherzando l’autrice, vengono uccise a pagina sessanta. Isabel Allende non ci ha parlato solo delle sue opere ma anche del suo rapporto con esse e con la scrittura: la sua vocazione nasce per caso, accidentalmente, come per esempio da una lettera scritta al nonno che stava morendo, che è il nucleo originario de “La casa degli spiriti”. In questo romanzo (come poi in tutti gli altri) il tempo e il luogo hanno forte importanza, tanto da trascinare con loro tutte le vicende e i personaggi sempre in evoluzione lungo il corso della storia. Ed è proprio la storia nei suoi romanzi ad avere l’incidenza maggiore: è il racconto ciò che conta di più, non il messaggio che c’è dietro, non

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Isabel Allende intervistata e fotografata dagli inviati della redazione del “Giornale dei ragazzi”.

l’impalcatura della lingua; e infatti scrivere è insegnabile, raccontare storie no, neanche dal più bravo dei maestri. La nostra intervista con Isabel Allende si conclude con un messaggio che la scrittrice ha voluto lasciare proprio a noi giovani: «Il mondo di adesso è migliore di quello di quando io ero ragazza e sono sicura che sarà ancora meglio quando sarà nelle vostre mani».

interviste


22 ottobre 2015 Inaugurazione Bookcity 2015 di Susanna Mirabella, Marta Castigliola La quarta edizione della manifestazione che si è tenuta a Milano nei giorni 22/25 ottobre 2015 è stata inaugurata da Isabel Allende, con la presentazione del suo nuovo libro: L’amante giapponese. L’evento è stato aperto dalla lettura di alcuni passi del nuovo libro davanti ad un pubblico che riempiva l’intera sala dell’area ex Ansaldo in cui si è tenuto, seguito da un intervento del presidente del comitato promotore di Bookcity, e del sindaco Giuliano Pisapia. In questa occasione il sindaco, per conto del comune di Milano, ha consegnato ad Isabel Allende il sigillo della città in segno di ringraziamento per la sua capacità di donare felicità, gioia e serenità nel leggere, coinvolgendo con i propri libri qualunque fascia di età e conquistando Milano, città della sua casa editrice, e milioni di persone. Dopo la consegna del sigillo, la giornalista Barbara Stefanelli ha condotto la conversazione con l’Allende e la presentazione del suo libro ruotando in particolare sui temi dell’amore e del tempo.

Nella pagina a fianco: la sala dell’Ex Ansaldo gremita di persone che sono riuscite ad entrare all’inaugurazione della quarta edizione di Bookcity Milano.

Sopra: sul palco della serata, Isabel Allende assistita dalla traduttrice, risponde alle domande di Barbara Stefanelli (sulla sinistra della foto). A fianco un altro momento della serata di inaugurazione: Isabel Allende riceve dal sindaco, Giuliano Pisapia, il sigillo della città di Milano.

narrativa e poesia

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Serata di apertura di Bookcity 2015, sala piena e in fibrillazione per l'arrivo di Isabel Allende. Un lungo serpente umano aspetta di entrare per presenziare all'incontro: non tutti però potranno parteciparvi. La serata ha inizio con il benvenuto del presidente di Bookcity, Luca Formenton, il quale fa un bilancio positivo di questa manifestazone che da anni ormai è presente nel panorama degli eventi milanesi. Il presidente ha fatto notare l'importanza della lettura nella vita di tutti i giorni e il grande contributo che Bookcity dà per riaccendere il piacere di leggere. La parola passa ora al sindaco di Milano, Pisapia, il quale ringrazia coloro che hanno creduto in questo progetto e definisce Bookcity come “la stella che si rivolge a più persone e trasforma Milano aprendola alla lettura”. Il suo intervento si conclude con la premiazione di Isabel Allende la quale è sempre stata vicino alla città durante tutti questi anni. Al suo ingresso, l'autrice cilena viene accolta dal pubblico presente con un lungo applauso. L'intervista ha inizio con la presentazione del suo nuovo libro “L'amante giapponese” che tratta dell'amore maturo fra due persone. L'atmosfera in sala diventa ricca di emozioni quando l'intervistatrice le chiede della

sua unica figlia Paula, da cui ha tratto ispirazione per il libro omonimo che l'ha fatta conoscere ed amare da moltissimi lettori che ogni giorno le inviano lettere. Oggi 22 ottobre è una giornata particolare perché sarebbe stato il compleanno di Paula. L'aver scritto questo libro l'ha aiutata ad accettare la morte di questa sua unica figlia amata a tal punto che Isabel Allende si commuove e chiede con gentilezza di passare ad altro argomento. Il rapporto con la madre novantenne, che

Isabel Allende L’amante giapponese Feltrinelli editore

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affiora nel corso dell'intervista, è un capitolo importante della sua vita ed è testimoniato dalle innumerevoli lettere scritte negli anni trascorsi, le quali sono potenziale materiale per un possibile nuovo libro. Con gioia e simpatia saluta commossa il suo pubblico lasciando l'immagine di una persona provata dalla vita ma che sa, con equilibrio, superare tutte le difficoltà. Un lungo applauso chiude il primo evento di Bookcity.

“L’amante giapponese”, ambientato nel periodo della seconda guerra mondiale, racconta la storia di Alma Belasco, una donna ottantenne colta e facoltosa, che decide di trasferirsi in una residenza per anziani per vivere gli ultimi anni della propria vita. Lì stringe amicizia con una giovane infermiera, Irina di cui si innamorerà presto suo nipote. È alla coppia di giovani che la donna inizia a raccontare tutta la sua vita e in particolare la storia d'amore clandestina avuta con il figlio del giardiniere della sua lussuosa casa. Una storia difficile e ostacolata ma invincibile ed eterna.

narrativa e poesia


La globalizzazione non ha omologato il gusto di Cristina Bernardelli Ore 13: quale orario migliore per assistere a una conferenza riguardo l'alimentazione? Emanuela Scarpellini ci racconta i cambiamenti della società italiana attraverso il cibo presentando il suo nuovo libro. Grazie agli interventi del professor Luca Clerici e di Danilo De Biassio, l'autrice ci spiega l'influenza che aveva, e tutt'ora ha, la cultura culinaria italiana nel mondo e in particolare negli Stati Uniti. La dieta mediterranea è sbarcata in America agli inizi del 900 con la grande migrazione:

la sua rapida diffusione è stata possibile grazie alla sua facilità di preparazione, ai suoi bassi costi e alla sua qualità. Inoltre il suo successo è stato favorito dagli studi di Ancel Keys, nutrizionista americano, che ha documentato quanto essa sia salutare. La cucina italiana non è soltanto nutrizione, ma è un modus vivendi che ha permesso agli immigrati di mantenere viva la memoria delle proprie origini, è quindi rassicurante affermare che “La globalizzazione non ha omologato il gusto”(Danilo De Biasio). ■

Nel tempo di Expo, si parla di cibo

Trapianto di testa: il primo passo per l’immortalità.

di Chiara Vassallona, Vanessa Tancredi «Il cibo è il nostro primo contatto con il mondo, l’unica cosa che ci accompagna da quando nasciamo a quando moriamo, è la più grande e importante relazione d’amore della nostra vita.» Così Carla Lertola introduce il suo libro all’incontro presso la scuola di cucina Sale&Pepe. “Liberi dalle diete” racconta le storie romanzate di alcuni suoi pazienti, diciassette situazioni in totale: ne viene presentata la storia, la sua idea di alimentazione e il menù proposto da Lertola, il tutto accompagnato da un commento dietologico. La scrittrice assegna grande attenzione al ruolo del paziente, vero protagonista delle sue diete: ritiene che l’eccesso di perfezione e di controllo faccia male all’alimentazione. Nonostante ciò, però, si dice convinta che un’organizzazione alimentare di base, se sana, serva e faccia bene convinta com’è che sia importante conoscere il cibo. La figura del dietologo è comunque indispensabile e necessaria dato che in molti casi ciò che spinge le persone davanti al frigorifero sono le emozioni piuttosto che un

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di Beatrice Rocutto Carla Lertola Liberi dalle diete A. Mondadori editore vero e proprio senso di fame: mangiamo per dimenticare, per superare momenti di tristezza, rabbia e noia. Carla Lertola suggerisce ai ragazzi pasti soddisfacenti con carboidrati, secondi piatti e verdura. Dato che la maggior parte dei giovani pratica sport negli orari intorno alla cena consiglia un pasto completo prima e della frutta dopo, se l’orario degli allenamenti è particolarmente inoltrato; viceversa, se l’orario degli allenamenti è compreso tra le 18.00 e le 20.00, è meglio assumere frutta prima e un pasto completo dopo. «Il cibo unisce l’universo che è in noi e aiuta a capire l’universo che è fuori di ■ noi.»

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Il chirurgo come il demiurgo prende luoghi della realtà per crearne una nuova. Per Sergio Canavero, neurochirurgo funzionale, è sempre più vicina l’idea che il prolungamento della vita non sia solo immaginazione. Nel 2017 il dottor Canavero, insieme ad un’equipe internazionale di medici, eseguirà la prima anastomosi cefalosomatica umana, termine scientifico per indicare il trapianto di testa, su una ragazzo affetto da una malattia degenerativa che non lascia scampo. Lo


scetticismo di diversi medici è dovuto al fatto che per eseguire il trapianto di testa è necessaria una riconnessione del midollo mai eseguita fino ad ora. Il dottor Canavero sottolinea la differenza tra l’intervento in un malato paraplegico (nel quale la spina dorsale ha subito un trauma) e il trapianto che verrà eseguito. I medici praticheranno un taglio netto, senza alcun danneggiamento, questo permetterà la riconnessione immediata dei midolli del donatore, un individuo morto per trauma cranico, e del ricevente senza che avvenga il processo di cicatrizzazione. Se quest’operazione dovesse riuscire, come è riuscita sugli animali utilizzati come cavie, il dottor Canavero sarebbe solo all’inizio del suo fantascientifico progetto: in un futuro prossimo, utilizzando questa tecnica, si arriverebbe al prolungamento illimitato della vita; vi chiederete come: basterebbe eseguire un trapianto di testa utilizzando come donatore un corpo molto più giovane, data la proprietà del sangue di far ringiovanire il cervello e i tessuti. Nasce però un secondo problema ovvero il rigetto immunitario che immancabilmente avviene dopo un trapianto, ma anche per questo il dottore ha una soluzione: la clonazione. Ripetendo all’infinito questo processo si passerebbe facilmente dall’estensione della vita all’immortalità del cervello. Sulla questione etica riguardante l’omicidio di un clone per permettere all’individuo “originale” di viver più a lungo Canavero non si espone, parla invece del problema della sovrappopolazione del pianeta Terra, causata dai cloni. La soluzione? La conquista dello spazio!

Etica ed estetica del cuoco

di Daniele De Lorenzo «La cucina delle mamme e delle nonne è la vera cucina del cuore»: con queste parole Gualtiero Marchesi esordisce all'intervista cui ha preso parte insieme all'autore Alberto Capatti. Secondo il maestro, la cucina è sempre stata matriarcale, soltanto di recente gli uomini si sono dedicati a questa professione, a cui lui si auspica tornino a prevalere le donne. Marchesi si ritiene un artista, perché, come nell'arte, anche in cucina per raggiungere la bellezza è necessaria la semplicità, inoltre sostiene che l'arte culinaria non sia destinata ai rozzi ed ai filistei. La sua storia di cuoco nasce all'interno della sua famiglia di ristoratori che gli ha permesso di avvicinarsi al mondo gastronomico. Grazie allo studio del pianoforte, conosce la sua attuale moglie e si appassiona alla musica alla quale, però, deve rinunciare per dedicarsi pienamente al suo lavoro. Prandoni affronta il tema dell'Expo e del suo svolgimento, Capatti pone in evidenza la non sottoscrizione della Carta di Milano, da parte di Caritas e Slow Food, invece Marchesi, partecipandovi come ospite e non come visitatore, si affida al giudizio benevolo della figlia che entusiasticamente l'ha visitato per quattro giorni di fila. Il titolo della conferenza è Etica ed Estetica: il compito del cuoco non è solo l'apparenza di un piatto, bensì la creazione di un

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cibo buono e gustoso; a questo proposito lo chef propone una citazione di Seneca, che riguarda il nutrimento e la corretta alimentazione nel passato. Ai giorni d'oggi c'è uno spreco continuo di materia prima nel tentativo di realizzare pietanze molto complesse che, nella maggior parte dei casi, non soddisfano il palato. Per Capatti, invece, etica ed estetica sono l'esaltazione degli alimenti e dei valori che scaturiscono dentro di noi. Il metodo migliore per imparare il mestiere, secondo Marchesi, è l'apprendimento della tecnica: solo con dei pilastri ben saldi e, quindi, delle conoscenze di base ottime, si potrà entrare nel mondo della cucina. Anche per Alberto l'unico modo per "volare" passa per la tecnica e la scuola. L'abbandono degli studi, per perseguire una passione come la cucina, non è contemplato da Gualtiero, in quanto ritiene l'apprendimento indispensabile per la formazione di ogni individuo, solo in seguito si potrà seguire l'istinto. Infine si è anche trattato l'argomento televisione e programmi culinari, Marchesi ha manifestato il proprio giudizio negativo, poiché spesso le trasmissioni sono poco realistiche e legate allo show business. Il cuoco come il musicista è un mestiere legato al sacrificio e nello stesso tempo all'amore, solo grazie alla dedizione e alla giusta passione si potrà riuscire in questo lavoro come nella vita.

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Fisica e biologia incontrano la psiche di Lindo Garofalo Il dott. Diego Frigoli, psichiatra, psicoterapeuta e fondatore dell'ANEB (Associazione Nazionale dell’Ecobiopsicologia), approfittando dello spazio offerto da Bookcity, ha presentato e illustrato all'ospedale maggiore Policlinico una disciplina rivoluzionaria, di indubbio interesse. La ricerca ecobiopsicologica si propone come dottrina volta ad indagare e ritrovare un linguaggio comune di approccio al mondo e alla natura antropologica che, attraverso un oculato utilizzo del pensiero analogico-simbolico, consente di spaziare tra innumerevoli scienze, dalla medicina all'arte, ma soprattutto dalla fisica alla psicologia, attraverso l'indagine psicologica. Affiancata ai metodi e studi classici di psicoterapia solamente nel 1997, l'ecobiopsicologia, secondo quanto sostenuto dal suo fondatore, riscopre nel vasto e complesso fenomeno evolutivo le cause plurime e la

conseguente cura per i disturbi psicosomatici. Secondo questa concezione, l'uomo, progredendo gradualmente, ha sintetizzato in sé tutta la sua evoluzione, entrando così in simbiosi con l'ambiente e lasciando tracce di sé negli organi, negli apparati e nelle cellule. Il dottor Frigoli ha supportato questa tesi, spiegando che «il sangue e il mare possiedono la stessa struttura e le nostra ossa provengono dai minerali naturalmente presenti sulla terra.» Tali aspetti biologici si riscontrano poi nella psiche a livello simbolico. Il metodo ecobiopsicologico tiene conto di quegli aspetti archetipici e di quelle malattie insite nell'uomo e va a toccare le forze più profonde, riordinando le interconnessioni neurali con il corpo. È una terapia che quindi non si rivolge al solo sintomo percepibile dai pazienti, ma a quegli aspetti e caratteri esemplari insiti negli stessi.

Una malattia capricciosa di Eden Deraj, Sarah Duoidy, Alessia Valenti Venerdì 23 ottobre si è tenuta, nella antica area dell'ospedale Policlinico, la presentazione di un progetto per l'impegno delle qualità di vita dei pazienti affetti da Parkinson, con Vincenzo Abruscato e Franca Muti. L'evento è iniziato con la lettura del libro "Pensa a combattere non a vincere" che raccoglie ventiquattro testimonianze di persone che soffrono di questo disturbo e che vogliono condividere la loro storia ed essere fonte di ispirazione per tutti, malati e non. Franca Muti ha citato, in seguito, frasi molto forti come il paragonare la malattia a un bambino capriccioso. Il progetto "1 Hour More" nasce per dare

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ai malati di Parkinson la possibilità di migliorare la qualità di vita affrontando le problematiche, guardando i pazienti per quello che sono, ovvero persone comuni con emozioni e relazioni proprie. È inevitabile che questa ora e mezza ti lasci un segno. A una riflessione interiore che può non scaturire in generale nella mente dell'adolescente. Questi due studiosi hanno coinvolto a tal punto gli studenti presenti, facendoli immedesimare nelle famiglie e nei pazienti malati di Parkinson, lasciandogli una sensazione di tristezza, ma anche di consapevolezza di quello che la malattia provoca.

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Un obiettivo ambizioso contraddistingue dunque questa scienza che, analogamente agli studi Hawkingiani sulla solo apparente inconciliabilità tra relativitá generale e fisica quantistica (contemplando quindi l'ipotetica esistenza di una teoria unificante della materia), si propone di scoprire e indagare una “teoria integrale del tutto”, in grado di conciliare più campi dello scibile, tutti conducibili ad un'unica soluzione attraverso percorsi analitici distinti. Grande importanza e rilevanza viene attribuita, in ultima analisi, all'indagine psicologica, necessaria per comprendere appieno la realtà ultima. Un approccio complesso, come si vede, che presuppone una vera e propria rivoluzione culturale: il pubblico in sala ne è restato letteralmente affascinato.


a cura di Gregory Alegi, Eleonora Belloni, Felice Fabrizio, Sergio Giuntini, Virgilio Ilari, Angela Teja e Donato Tamblè Lo sport alla Grande Guerra Quaderni della Società Italiana di Storia dello Sport

La grande guerra attraverso lo sport

di Chiara Vassallona, Vanessa Tancredi 23 Maggio 1915, l’Italia entra in guerra. Inizia un periodo di decadenza per il mondo dello sport, la cui storia diventa sempre più tragica, si paragonano eroi sportivi con eroi di guerra come Enrico Toti, fanatico sportivo e umile ferroviere che, pur senza una gamba, ha trovato la determinazione per raggiungere il fronte di battaglia. Di questo ci parla Felice Fabrizio all’incontro di Bookcity tenuto all’Arena Civica, dove presenta il suo libro che esplora un argomento tanto interessante quanto sconosciuto. Ci guida attraverso un lungo e complicato

passaggio dal patriottismo al nazionalismo che sembra aver colpito fasce di intellettuali e di giovani. In molti passano dall’essere atleti all’essere soldati a servizio della patria, sommersi in quella che è niente più che una guerra di massa. In questo clima vanno in fallimento molti giornali sportivi: solo la Gazzetta dello Sport, tramutatasi in Gazzetta del Mitragliere, riesce a sopravvivere. A questo giornale si presentano però sfide ardue quali il dover annunciare la scomparsa di grandi atleti come Giuseppe Senigallia. Il settimanale è stato anche utilizzato in epoca fascista per propagandare l’esercizio

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fisico e sportivo, per esempio descrivendo il Mauthausen Lager Sport come luogo dove squadre di diversa nazionalità si potevano allenare e divertire. La Gazzetta diventa un po’ un percorso sportivo nella guerra. Bisogna ricordare che già nel 1908 la parola “sport” era spesso associata alla parola “scontro”; infatti, almeno per quanto riguarda quegli anni, «lo sport diventa come una lente d’ingrandimento che ci fa vedere chiaramente la grande guerra, che ha cambiato il modo di combattere.»

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Il fuorigioco mi sta antipatico: Bianciardi, il calcio e la storia dal Guerrin Sportivo a Historia, riaprendo il fuoco di Eden Deraj, Alessia Valenti, Sara Douidy Sabato 24 ottobre all’arena civica Gianni Brera si è svolta una presentazione di cinque libri che trattano della relazione tra calcio e storia. Il primo, ”Aprite il fuoco” è un libro che avvia un processo “vitaminizzante” verso le informazioni che assorbiamo passivamente tutti i giorni, sugli eventi storici che hanno influito sul calcio e viceversa. L’altro libro “La vita agra”, invece, affronta il tema del boom economico italiano sulla vita sociale e personale dei cittadini; mentre “I luoghi, il tempo e le parole” di Luciano Bianciardi è un libro fotografico. Dopo di che sono stati presentati altri due libri di questo autore “l’Historia” compo-

sto da sei articoli sugli eventi significativi accaduti tra il 1958 e il 1961 e “Il fuorigioco mi sta antipatico” considerato un manuale per la comprensione del nostro mondo a partire dal calcio per coinvolgere tutta la società. Questi libri hanno tutti in comune un aspetto: il calcio non è solo uno sport perché è sempre stato il riflesso della nostra società. Alla fine dell’ evento quello che ci è rimasto è una visione più chiara del mondo calcistico che rispecchia molti comportamenti della vita di tutti i giorni.

Luciano Bianciardi, la vita e le opere: per non dimenticare di Alessandro Mannarino, Arlind Neza, Dragos Popoiu, Andrea Pozzoli, Giovanni Ripamonti All’Arena Civica di Milano, intitolata a Gianni Brera, c’è stata la presentazione di alcuni libri in ricordo di un suo amico e collega: Luciano Bianciardi. Bianciardi fu uno scrittore, traduttore e giornalista che collaborò con moltissime riviste e case editrici, per cui svolgeva i lavori più diversi. In particolare lavorò per la Feltrinelli, che poi pubblicò alcune sue opere, scrisse alcuni libri pubblicati dalla casa editrice Rizzoli e collaborò soprattutto con “Il Giorno” e con il “Guerin Sportivo”, dove conobbe appunto Gianni Brera, che era direttore del giornale. Bianciardi morì a neanche 50 anni nel 1971 anche a causa della sua dipendenza dall’alcol, dovuta alla depressione.

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I suoi lavori principali furono la “Vita Agra” del 1962 e “Aprire il fuoco” pubblicato nel 1969 . Tutti e due i libri sono in sostanza delle analisi della situazione italiana di quegli anni, gli anni del boom economico e il periodo della rivoluzione del 1968. Il filo conduttore di tutte le opere di Bianciardi è una critica alla società, a volte rabbiosa a volte ironica e velata. Anche nelle opere pubblicate postume dalla casa editrice ExCogita, fondata dalla figlia Luciana per non far dimenticare le opere del padre, come “Il fuorigioco mi sta antipatico” che è una raccolta delle risposte di Bianciardi ai lettori del “Guerin Sportivo”, si notano le sue critiche verso certe richieste e la sua determinazione nel non volere svolgere alcuni lavori richiesti. Perché spesso questi lavori non lo interessavano come ad esempio fare la cronaca alle partite di calcio, durante le quali, mentre Brera si appuntava

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le azioni più importanti, egli non seguiva neanche la partita. Questa sua ostilità verso la società e verso alcuni aspetti del suo lavoro però sfocerà nella depressione che lo porterà alla morte. Dunque la figlia Luciana e altri scrittori o giornalisti si stanno impegnando nel mantenere viva la memoria di Luciano Bianciardi. Per questo gli è stato intitolato il polo scolastico che aveva frequentato in gioventù a Grosseto e in cui aveva insegnato. Infine sono stati presentati altri libri che ExCogita ha pubblicato. Questi libri raccontano la figura dell’uomo che è stato Luciano Bianciardi, per ricordare o far conoscere il pensiero, la vita e le opere di uno dei principali scrittori e giornalisti italiani del suo tempo.


Approfittare della storia per parlare di noi Intervista a Marcello Simoni, autore di diversi saggi storici e di romanzi, con il quale parliamo della sua ultima fatica: “L’abbazia dei cento delitti”. a cura di Silvia Cotroneo, Amos Lindo, Alice Bergamaschi Con grande gioia e sorpresa da parte della redazione, il primo giorno di Bookcity è venuto a trovarci in sede Marcello Simoni, noto autore italiano di gialli storici, che abbiamo intervistato senza batter ciglio. Quali espedienti bisogna utilizzare per scrivere un romanzo ambientato nel passato, come ad esempio, nel suo caso, in epoca medioevale? La cosa interessante, quando si scrive un romanzo storico, è riuscire a dare uno spaccato dell’epoca in cui è ambientata la storia, ma anche vedere fino a che punto questi uomini del passato assomiglino a noi, bisogna cioè rendere l’ottica attraverso la quale l’uomo del medioevo osserva il mondo: vi erano elementi della cultura che ovviamente erano differenti dai nostri, per esempio il concetto di Dio, però ci sono altri elementi che ritornano nell’attualità, come i sentimenti, l’affetto, o anche l’intelligenza; si pensi ad uomini quali Galileo, Newton e Leonardo da Vinci: queste grandi menti erano uomini del passato la cui genialità si riflette sul presente. La cosa importante è sfruttare la storia per tratteggiare poi dei profili umani che ci suscitano un senso quasi di fratellanza, di condivisione tra noi e gli uomini del Medioevo. Quali sono le fonti storiche a cui fa affidamento? Le fonti storiche sono tantissime, io parto dai libri di saggistica, quelli che trattano del

medioevo sotto tutti i vari aspetti, trascorro molto tempo a documentarmi, perchè durante la riscrittura del romanzo mi accorgo che manca qualcosa, quando ad esempio descrivo una scena in cui dei pellegrini entrano in un castello, devo tenere conto di ogni singolo aspetto, di come è fatto ad esempio l’ingresso del castello, se vi è un fossato, in che modo si accedeva, devo stare attento a descrivere l’armamento degli armigeri e dei soldati di ronda: la lancia del 1200 sarà ovviamente diversa da quella equipaggiata da un soldato del tardo medioevo. Man mano si procede nella scrittura, ci si rende conto che si impara molto alla fine per dire poco, perchè qualsiasi lettore in possesso di qualsiasi titolo di studio si rende conto quando si trova in presenza di una ricostruzione fatta male. Successivamente, dopo aver studiato sui libri di saggistica contemporanea, mi accosto ai documenti di archivio: quelli appartenenti direttamente dell’epoca di cui voglio trattare. Ciò mi permette di avvicinarmi anche al linguaggio dell’epoca, al modo di parlare tipico del basso medioevo, permettendomi così di accostarmi maggiormente al tipico modo di pensare medioevale. Quando pensiamo a un romanzo storico, viene in mente “Il nome della rosa”: è un vantaggio per lei che esista un romanzo storico tanto famoso? È un grande vantaggio perchè Umberto Eco, con “Il nome della rosa”, è stato il primo

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Marcello Simoni L’abbazia dei cento delitti Newton Compton editore a dimostrare che si poteva scrivere una storia di indagini ed enigmi ambientata però nel ‘300. Umberto Eco, nel romanzo storico, a differenza della tradizione precedente, mette come protagonista un delitto, perciò diventa un giallo, non più un romanzo storico. Nel frattempo però, da Umberto Eco ai nostri giorni, si sono avvicendate due generazioni di scrittori, di conseguenza è mutato il modo di fare narrativa: Eco è molto più saggistico, come anche un Tolkien, rispetto, ad esempio, a Licia Troisi. Inoltre è da considerare il fatto che all’epoca de “Il nome della rosa” internet non era ancora di utilizzo pubblico, non c’era accesso alla quantità di informazioni di cui disponiamo attualmente, per tal motivo oggi non ho bisogno di descrivere dettagliatamente un castello poichè tutti sappiamo come è fatto un castello, pertanto posso concentrare l’attenzione su un particolare fatto attorno a cui ruota la trama del romanzo, come un delitto, evitando così di far annoiare il lettore. Non posso quindi ignorare l’innovazione de “Il nome della rosa”, ma allo stesso tempo, devo tener conto del fatto che i lettori di oggi hanno esigenze diverse rispetto a quelli di 35 anni fa. Insomma: quello di Simoni è un romanzo storico rigoroso ma riveduto e corretto e soprattutto interessante e divertente per il lettore del terzo millennio. La scommessa è sicuramente impegnativa, ai lettori l’ardua sentenza.

interviste


La crisi dell’architetto

50 anni di architetture e città, con gli architetti Gregotti e Boeri di Giuseppe Piccirillo «L’architetto non è più tale: è un illustratore, architetto per conto di qualcun altro.» Così conclude il suo intervento l’architetto Vittorio Gregotti (classe 1927) durante il proprio evento al Politecnico di Milano, lasciando un po’ di amarezza nella bocca di tutti i futuri architetti presenti in quell’aula di quell’università, dove lo stesso Gregotti studiò e si laureò nell’ormai lontano 1952. Il progettista milanese chiarisce il suo parere sulla condizione attuale dell’architetto che, a parer suo, è in profonda crisi, non solo dal punto di vista economico, per cui ormai gli architetti vengono sottopagati e sfruttati (sempre se riescono ad avere un pizzico di fortuna nel trovare un posto di lavoro), ma soprattutto dal punto vista ideologico. Infatti, afferma sempre Gregotti, che il lavoro di progettista è decisamente peggiorato (rispetto ai suoi tempi): ora l’architetto è sempre meno autore del proprio progetto

indipendente, sempre più dipendente e influenzato da aziende e privati che decidono al posto suo il progetto, trasformando il disegnatore in un semplice illustratore: non più la mente, ma il braccio. Gregotti ricorda come per la sua generazione fosse tutto sommato semplice poter lavorare da neolaureato con architetti del calibro di Rogers e come fosse necessario girare l’Europa e poter incontrarsi con altri progettisti o con altri intellettuali. Ad esempio, Gregotti fu l’unico architetto a far parte del Gruppo del ’63, «un movimento spontaneo suscitato da una vivace insofferenza per lo stato allora dominante delle cose letterarie: opere magari anche decorose ma per lo più prive di vitalità [...] Fu l’ultima fiammata del neorealismo in letteratura» (Alfredo Giuliani), apice del neoavanguardismo, di cui fece parte anche Umberto Eco. Insomma, l’architetto milanese non ha

problemi a svelare la sua visione pessimistica sulla sua professione ai tempi nostri, generando nell’aula una serie di sorrisi malinconici di chi ormai ha compreso cosa lo aspetti e sa già di dover sudare sette camicie per un misero compenso. L’architetto Stefano Boeri invece (classe 1956) non si esprime a riguardo, forse perché d’accordo con queste affermazioni, forse perché non potrebbe replicare al suo maestro: Boeri sottolinea solo che nel 1986 fece il dottorato di ricerca su Rossi, Aymonino e Gregotti, unico sopravissuto di questi tre progettisti. Manuel Orazi (mediatore dell’evento tra Gregotti e Boeri), studioso di storia dell’architettura, cerca di stemperare l’atmosfera finale, ricordando come su ogni generazione di architetti aleggi questa visione pessimistica (poi puntualmente smentita), ma gli studenti presenti rimangono piuttosto ■ sconcertati e delusi.

Sgarbi e l’arte

di Alessandro Sironi «Incredibilmente, questo titolo è mio.» Così il celebre critico d’arte Vittorio Sgarbi sorprende il pubblico di Bookcity spiegando il significato del titolo del suo nuovo libro; e poi continua: «Normalmente gli autori scrivono dei libri, poi discutono con gli editori il titolo. Uno dei più importanti si chiamò “Il sole della pittura”, ma non era mio; era stato pensato dallo scrittore Gian

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Antonio Cibotto. Poi il penultimo si intitola “Gli anni delle meraviglie”, lo ha concepito mia sorella e infine “Il tesoro d’Italia” ideato dalla Bompiani…». Qui si interrompe nella sua analisi perché sommerso da un’incredibile folla di turisti, curiosi e soprattutto studenti in fermento che lo acclamano e ai quali risponde scherzosamente con la sua tipica esclamazione: Capre! Questo non fa altro che attirare più folla, e l’autore, sistemandosi occhiali e capelli con la sua tipica gestualità, dopo la lunga premessa, conclude dicendo: «”Dal cielo alla terra” tratta il percorso che va da Michelangelo a Caravaggio: Michelangelo è il cielo, è la creazione di Adamo, invece Caravaggio è il San Paolo a terra e quindi “Dal cielo alla terra”».

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Vittorio Sgarbi Dal cielo alla terra Bompiani editore


He looks like a painting Jackson Pollock's n°5

di Riccardo Taccioli «Lo studio ragionato del caso porta all'elaborazione dell'opera.» Non si può certo dire che Jackson Pollock fosse un tipo monotono. I ragazzi del giornale di Bookcity hanno partecipato alla presentazione della biografia "Energia resa visibile" di Bernard Friedman, in cui si ripercorrono tutti gli anni della vita dell'artista, dalle umili origini fino alla consacrazione del mito dell'arte d'avanguardia. A partire dagli anni '40, il suo Drip Painting ha stravolto e distrutto la pittura concepita fino a quel momento nella storia , dando vita ad un'arte d'azione, più concettuale

e distaccata dal senso comune che aveva sempre considerato come unici spettatori gli occhi e la loro visione dell'opera. La principale ricerca che accompagna l'artista per tutta la vita è la grandezza formale e concettuale, riscontrabile in particolare nell'invasione dello spazio che mira a suscitare l'emozione dell'osservatore, tratto caratteristico di tutte le sue opere. La genialità di Pollock sta nell'intuizione di osservare e studiare quadri nella loro orizzontalità: per questioni di dimensioni questi erano impossibili da fissare ad una parete di un appartamento e quindi venivano posti sul pavimento (fu proprio l'amico

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e collega Marcel Duchamp che gli suggerì "stacca la tela e mettila per terra"). Nascono così tutte quelle tele sommerse da schizzi, chiazze e sgocciolature di tempera casuali e spontanee, ma ben studiate a partire da nuove teorie del caos e idee razionali. Tutto ciò enfatizza l'atto fisico della pittura stessa e fa considerare l'errore come il principale autore dell'opera. Già icona nella vita, con la morte alla fine degli anni '50 la figura dell'artista divenne un "mostro sacro" per l'arte del '900 e non solo, definendo la nascita del mito Jackson Pollock. ■

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Un thriller “evangelico”... Incontro con Ian Caldwell, autore de “Il quinto Vangelo”. a cura di Edoardo Astesani, Gabriel Garofalo Le torri panoramiche del Castello Sforzesco ci sembrano fin da subito una location suggestiva e molto adatta alle ambientazioni dei romanzi di cui parleremo e, forse anche grazie a questo, oltre che per la cortesia e la disponibilità che lo scrittore immediatamente ci manifesta, la nostra chiaccherata prende fin da subito una piega molto positiva. Ecco come è andata. Il suo ultimo libro, “Il quinto vangelo”, è ambientato nel complesso e variegato mondo ecclesiastico. Ha riscontrato delle difficoltà nel documentarsi su un ambiente notoriamente chiuso come quello del Vaticano? Assolutamente sì. Quando ho iniziato a scrivere, molti critici letterari hanno paragonato il mio primo libro al “Codice da Vinci” di Dan Brown, detestato a tal punto dal Vaticano che nessun esponente del mondo ecclesiastico voleva inizialmente rivolgermi la parola! Mi hanno infatti prima dovuto mettere alla prova, per comprendere le mie idee, le mie intenzioni e le mie aspirazioni letterarie, condizionati dal preconcetto che il romanziere sia sempre alla ricerca di controversie e subdole manipolazioni della realtà per fare presa sul pubblico e sviluppare una storia coinvolgente. Solo quando ho dimostrato l’attendibilità della mia ricerca sono finalmente riuscito a riscontrare una maggiore, seppur graduale, apertura al dialogo. A proposito di Dan Brown (ride, ndr), quanto si è ispirato ai suoi libri? In realtà io non ho mai letto nessuno dei suoi libri, anche se conosco Dan Brown, avendo stabilito con lui un rapporto epistolare piuttosto intenso! Lui mi scrisse per la prima volta dopo la pubblicazione del mio libro

interviste

Ian Caldwell Il quinto Vangelo Newton Compton editore d’esordio, “La regola del quattro”: ricordo che io tornai a casa dopo un tour di promozione del libro e mia moglie, che all’epoca era ancora la mia fidanzata, mi disse di dare un’occhiata alla posta, mostrandomi una busta apparentemente anonima, ma che in realtà riportava sul retro la firma di Dan Bown! A questa ne seguirono altre, tutte riguardanti l’esperienza di scrittura dei nostri romanzi, che sono per certi versi differenti, ma allo stesso tempo appartengono allo stesso target di mercato. Molte testate giornalistiche, tra cui la rivista People, hanno apprezzato i suoi libri paragonandoli a quelli di Dan Brown. Si sente lusingato per questo giudizio o preferirebbe non essere accostato ad un autore tanto discusso e acclamato dalla stampa internazionale? È uno degli autori più popolari al mondo, quindi sono evidentemente lusingato! In questo specifico ambiente letterario noi ci conosciamo tutti piuttosto bene, ognuno di noi possiede un profilo pubblico e uno privato, e generalmente in quest'ultimo molti degli scrittori con cui sono in contatto

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si dimostrano persone gentili e disponibili. Due mesi fa proprio Dan Brown mi scrisse una lettera, comunicandomi che sua madre gli aveva raccomandato vivamente il Quinto Vangelo, esortandolo a leggerlo il prima possibile! Ho davvero apprezzato la sua generosità nel condividere questo aneddoto con me, nel raccontarmi quindi una sua vicenda personale. Soprattutto per questo, in ultima analisi, mi fa molto piacere ricevere un complimento del genere, perché mi ricorda una persona che è stata molto gentile nei miei confronti. Ha ricevuto delle critiche da parte della comunità cristiana per aver trattato un argomento così delicato e controverso? Inizialmente ho ricevuto diverse critiche da parte di molti rappresentanti della Chiesa riguardo soprattutto al titolo del romanzo, apparentemente alquanto controverso. Gli editori mi hanno portato a sceglierlo, principalmente per ragioni di marketing: si sa infatti che la provocazione porta sempre un forte impatto mediatico e di conseguenza una maggiore vendita e diffusione, sebbene io non mi riconosca in questo approccio alla


scrittura. Difatti molti cattolici, sia cittadini sia ecclesiastici, hanno mostrato in principio un certo scetticismo per questo motivo, ma si sono subito ricreduti dopo la lettura. Un monsignore, negli Stati Uniti, ha addirittura pensato di proporre la lettura del mio libro all'interno del seminario, con l'intento di avvicinare specialmente i più giovani allo studio degli antichi testi evangelici, spesso considerati, in tempi odierni, poco proficui. Dopo il rinascimento e l'epoca neocristiana, crede di poter ambientare un thriller distopico nel futuro? Se io credo di scriverlo (ride, ndr)? Negli ultimi anni molti autori hanno ampiamente esplorato questo genere letterario, conquistandosi un'ampia fetta di pubblico e di consensi da parte della critica internazionale. Personalmente, tuttavia, sono più interessato a comprendere il funzionamento del nostro mondo in tutti i suoi aspetti, informandomi e documentandomi, piuttosto che inventarmene uno da zero che rispecchi il mio modo di pensare e vedere le cose! Quale regista crede che sarebbe più adatto a dirigere un film tratto dal suo libro? Ora che ci penso, ancor prima dell'uscita del libro negli Stati Uniti, ho intrattenuto una discussione in merito con un regista francese (produttore di The Millionaire e la Lady di Ferro). È stato lui per primo a suggerirmi di affidarmi eventualmente ad una produzione europea piuttosto che ad una americana, che avrebbe sicuramente distrutto tutto ciò che vi era di buono nel libro, appiattendo il background storico a favore dell'adrenalinica e prevedibile azione holliwoodiana. Io mi trovo pienamente d'accordo con lui, anche considerando il disastroso fallimento, risalente a qualche anno fa, di un progetto cinematografico firmato dalla Warner Bros, che avrebbe dovuto trasporre al cinema il mio primo romanzo, "Il codice dei quattro", ma che non riuscì nel suo intento per la mancanza di una sceneggiatura quantomeno credibile.

Un buon editing salva una vita Incontro con Luciana Bianciardi, alla scoperta di un mestiere del libro affascinante e non sempre riconosciuto. di Arianna Pavanello, Chiara Caputo, Sofia Riccardi «Vado a mangiare nonna!» triste sorte quella della malcapitata vecchietta, e pensare che una semplice virgola le avrebbe salvato la vita, un dettaglio che ad un editor attento non può sfuggire. Tralasciando i casi di vita e di morte, un editor solitamente si occupa di "controllare un testo e trovare errori a cui nemmeno l'autore aveva fatto caso" secondo la definizione di Umberto Eco. Di brutti esempi di editing Luciana Bianciardi ha un lungo elenco. Questi spesso sono dovuti al difficile rapporto che può crearsi tra l'autore e la propria casa editrice. «Durante la pubblicazione del primo libro di solito lo scrittore emergente è quasi devoto e grato per il nostro aiuto e accetta di buon grado le correzioni e i consigli - spiega - mentre una firma di maggior spessore si sente più capace e a volte pecca di presunzione .» Perché in ogni caso il libro è frutto di una stretta collaborazione tra professionisti, un lavoro collettivo, non del singolo. Alla fine della conferenza quando riu-

sciamo a rivolgerle direttamente alcune domande, la dottoressa Bianciardi ci spiega nello specifico le qualità che deve possedere un potenziale editor. «Innanzitutto deve leggere, leggere e ancora leggere, e con attenzione, perché è l'unico modo per acquisire esperienza. Ma essendo molto allenati alla lettura è facile che in ambito lavorativo si possa essere distratti dalla narrazione e di conseguenza non vedere eventuali errori. Conosco infatti molti correttori di bozze che revisionano i libri dall'ultima pagina alla prima. È anche vero che non si possono apportare troppe modifiche, bisogna trovare un giusto mezzo per evitare di compromettere la storia originaria.» Quando chiediamo nello specifico quale sia la dote più importante di un editor, lei risponde semplicemente "passione". Perché appunto, in qualsiasi mestiere si dà il meglio di sé quando lo si ama e lo si svolge tutti i giorni con un sorriso. ■

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interviste


di Alejandra Tello Milano è da sempre la capitale del libro italiano, è stata scelta un anno fa come prima capofila della rete delle città del libro e proclamata “Città del Libro 2015”, protagonista incontrastata anche nello sviluppo di forme innovative basate sul network, sulla condivisione di conoscenze e sulla collaborazione. Venerdì 23 ottobre, al Castello Sforzesco, è stato siglato il patto di Milano per la lettura, strumento delle politiche di promozione del libro e della lettura adottato dal Comune di Milano e proposto a istituzioni pubbliche e soggetti privati che individuano nella lettura una risorsa strategica su cui investire. I primi firmatari della lettura condividono l'idea che la lettura sia un bene comune su cui investire per la crescita dell'individuo e della società uno strumento indispensabile per l'innovazione e lo sviluppo economico e sociale della città. L'assessore alla cultura Filippo Del Corno sottolinea l'attenzione del patto al mondo della scuola con una serie di progetti

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destinati ad appassionare, coinvolgere ed educare alla lettura. Questo sarà uno dei principali obiettivi del tavolo di coordinamento che inizierà già nel mese di novembre. L'incarico di questo patto è, appunto, conquistare o riconquistare molti non lettori al piacere del libro, grazie a iniziative concrete. Tra gli interventi a cui noi ragazzi abbiamo assistito oltre a quello di Filippo Del Corno, evidenziano anche quello di Dario Franceschini, ministro dei beni e delle

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attività culturali e del turismo, Romano Montroni, Bianca Pitzorno e Stefano Parise. Il Patto di Milano per la lettura si prefigge quindi di sollecitare la lettura come passaggio essenziale per la costruzione di un'idea di cittadinanza più consapevole, rendendo la pratica di questo diritto universale, una abitudine sociale diffusa che vada oltre la base dei lettori abituali e avvicini al libro i non lettori, ad esempio i nuovi cittadini del prossimo futuro. ■


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In occasione della firma del Patto di lettura siamo riusciti a fare una domanda al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, on. Dario Franceschini.

Bookcity: un fenomeno positivo in costante aumento a cura di Silvia Cotroneo, Virginia Fregona Quanto è importante in Italia la cultura? A suo avviso gli italiani sentono nel modo corretto l’appartenenza al patrimonio storico e culturale che c’è nel nostro Paese? Che in Italia il patrimonio culturale e artistico e monumentale sia importantissimo lo riconoscono in tutto il mondo e lo sappiamo anche noi e tutti gli italiani ne sono orgogliosi. Detto questo via via negli anni molti hanno perso questo legame col patrimonio, per cui ci sono poche donazioni di privati, c’è poca attenzione e qualche volta i monumenti vengono anche trattati male; quindi c’è bisogno di un lavoro educativo che deve incominciare anche dalle scuole.

interviste

L’assessore alla cultura Filippo Del Corno fa per il giornale dei ragazzi un bilancio dell’evento della passata edizione. Alla fine dell'incontro fra i più importanti esperti di libri e lettura riunitisi per firmare il "Patto di lettura", l'assessore alla cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno ci concede una breve intervista, di cui di seguito sintetizziamo i punti principali, in cui ci fornisce alcune informazioni riguardanti l'edizione passata di Bookcity. Nel 2014 quasi il 10% della popolazione di Milano ha partecipato alla manifestazione di Bookcity, nonostante la forte pioggia che ha intasato la città. I numeri parlano di 130.000 partecipanti; numero molto consistente che dimostra come questa sia una manifestazione che i cittadini sentono come propria occasione di confronto, dialogo, condivisione sui libri, sulla lettura e il piacere che

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questa porta. Anche i ragazzi sono partecipanti attivi in quanto Bookcity avvia nelle scuole molti laboratori, che durano tutto l'anno, dove gli studenti, a partire dalle elementari per arrivare alle superiori e all'università, sono protagonisti di progetti sulla lettura e sulla scrittura. A questo proposito Milano è la città che offre maggiori prospettive di formazione, grazie a centri eccellenti, pubblici e privati, e che promuove in modo più attivo la cultura. Questa promozione non è sostenuta dai media: molti di questi, come la televisione e i giornali che lavorano spesso in maniera mediocre su questo tema, lasciano troppo poco spazio alla lettura, a differenza delle radio che in questo campo svolgono un’attività positiva. ■


La vita ti sorprende… tanto! In un periodo in cui la carta sta perdendo la sua importanza a causa dello sviluppo tecnologico, alcuni giornalisti son rimasti legati alle tradizioni; uno di questi è Federico Buffa, giornalista sportivo, che attualmente lavora a SKY Sport. di Alessandro Mannarino, Arlind Neza, Giovanni Ripamonti, Dragos Popoiu, Andrea Pozzoli Buffa ha recentemente pubblicato il suo nuovo libro “L’ultima estate di Berlino”. Questo libro è stato scritto a 4 mani in collaborazione con Paolo Frusca e racconta delle Olimpiadi di Berlino del 1936 viste da uno dei personaggi, Dale Warren, il quale era un giornalista sportivo americano inviato a seguire le Olimpiadi. Buffa dice di ritrovarsi molto in Dale Warren, perché anche lui nella sua carriera è stato un inviato a molti eventi sportivi, e per questa ragione nella trasposizione teatrale del suo libro, da lui voluta, gli è stato assegnato proprio il ruolo di Dale Warren. Oltre che un giornalista, Buffa è anche un telecronista sportivo, soprattutto di basket,

e ricorda che la sua formazione letteraria deriva dal suo contatto con la letteratura in tenera età grazie ai numerosi libri, più di 7000 volumi, presenti nella casa paterna. I libri gli hanno insegnato molte cose, soprattutto ad essere versatile e flessibile. Molte e diversificate sono state infatti le sue esperienze di vita dall’università americana di Los Angeles dove seguiva il basket, è passato al calcio quando gli è stato chiesto di seguire i mondiali di calcio del 2014 in Brasile. Buffa ha raccontato che in realtà lui avrebbe voluto chiudere la sua carriera di giornalista sportivo commentando le olimpiadi di Londra 2012, per poi andare a insegnare italiano in Giappone, ma non essendoci riuscito, ha continuato il suo lavoro finché l’anno scorso non è andato come inviato appunto ai mondiali in Brasile. Alla fine, questa esperienza si è rivelata sorprendente e imperdibile.

Questo episodio è solo uno dei tanti nella vita di Federico Buffa in cui, a causa di imprevisti o sorprese, le cose sono andate diversamente da come aveva programmato. Per questo nell’incontro di presentazione ha spiegato che continuerà a fare il suo lavoro di giornalista sportivo, ma che si occuperà anche di ambiti diversi, come la scrittura e il teatro. Infine Buffa consiglia a chi vuole fare il lavoro di giornalista, che negli ultimi tempi è abbastanza diffuso, di essere curioso e appassionato e soprattutto di avere originalità, di riuscire a crearsi un proprio stile, per attirare l’attenzione di lettori o ascoltatori in modo da entusiasmarli e di riuscire a trasmettere un interesse per ciò di cui si parla, perché “Per scrivere non bisogna essere per forza sobri… anzi!”. ■

Federico Buffa e Paolo Frusca L’ultima estate di Berlino Rizzoli editore

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Chi salverà la grammatica? Un’accorata richiesta d’aiuto per la nostra lingua. Tra il comico e il tragico. di Deborah Besghini, Cecilia Burattin, Virginia Fregona, Alice Paone, Sofia Riccardi “Se noi avremmo stati più stretti, fossimo venuti tutti nella foto”. Massimo Roscia ci accoglie così prima della presentazione del suo nuovo libro “La strage dei congiuntivi”. In questo romanzo, che unisce il fantastico e la grammatica italiana, viene ucciso l’assessore alle politiche culturali a colpi di bastone di ulivo, simbolo di saggezza, da cinque fanatici della purezza linguistica. Questo ci fa capire quanto lui ami la nostra lingua, considerandola un bene prezioso da difendere e “lasciar vivere insieme a noi”. Per Roscia scrivere questo libro è stata un’auto terapia contro gli scempi grammaticali. Tra quelli che più lo fanno rabbrividire ci sono i neologismi, che uniscono l’italiano all’inglese: forwardare, sendare, svapare (emettere cerchi di fumo con la sigaretta). Perché noi italiani utilizziamo queste parole? Semplicemente perché siamo pigri, siamo costantemente influenzati dagli anglosassoni e non conosciamo la nostra lingua; basti dire che il parlante me-

Massimo Roscia La strage dei congiuntivi Exorma edizioni

dio utilizza solo 700 parole del suo vocabolario. Nell’elenco degli scempi seguono: l’utilizzo maldestro della punteggiatura, l’uso sconsiderato della parola “assolutamente” nelle risposte, il “piuttosto che” con valore disgiuntivo, i troppi diminutivi (un attimino, un caffettino, un sushino, etc.), le virgolette a mezz’aria. Ma esiste un virus pandemico, molto più pericoloso: l’apericena. Da questo termine ne sono nati altri, per esempio: aperitoccio, aperizumba, aperipiada, aperispa, apericeretta e infine ... aperitutto! Dopo la pubblicazione di questo libro Roscia è diventato un vero collezionista di errori grammaticali (e non solo!) che i neopuristi pubblicano sulla sua pagina facebook. Vi lasciamo, per concludere, quelli più divertenti: errata coccige; vorrei spezzare un’arancia a tuo favore; il pane azimut; culotta cranica; “Sequestro un uomo” di Primo Levi; metal detective; Paninoteca di Brera; la rabbia saudita; rasoi butta e getta; tallone da killer. Può bastare? ■

Il senso delle nuvole: traduzione e fumetto di Chiara Carovelli Its name is Jack and it comes back. Pur essendo un’efficace resa in inglese del nostro “Si chiama Pietro e torna indietro”, questa espressione per un lettore americano non ha alcun significato. La traduzione è sempre stata una sfida e questo è solo uno dei parecchi esempi che lo dimostrano. Tradurre un fumetto è altrettanto complicato, se non di più: in questo ambito infatti non si parla di traduzione ma di “adattamento”. Questo è di due tipi: linguistico, ovvero la traduzione delle parole, e grafico, cioè il

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Serie tv versus libri? di Davide Janiri All’incontro “Breaking bad contro Madame Bovary: le serie tv sono meglio dei libri?”, a cui hanno partecipato vari esperti del settore della TV e dell’editoria come Raffaele Cardone, Donato Carrisi, Aldo Grasso, Cinzia Scarpino e Luca Ussia si è discusso ampliamente del fenomeno televisivo delle serie e di come negli ultimi tempi queste ultime abbiano tolto un grande spazio alla lettura. Ne parliamo con Cinzia Scarpino, esperta di serie tv americane e docente presso l’Università Statale di Milano. A suo avviso ci sono elementi che accomunano le serie tv di maggior successo, come Game of Thrones, Breaking Bad o House of Cards? È un po’ difficile da dire, l’aspetto comune che queste serie hanno è che sono scritte molto bene, al di là dei generi. Game of Thrones, per esempio, appartiene ad un genere tra lo storico e il fantasy, mentre altre serie hanno da questo punto di vista caratteristiche completamente differenti, ma il punto di contatto è l’autorialità. Ovvero sono scritte da autori, (in qualche caso anche da una pluralità di autori), tutti riconosciuti come professionisti e artisti, esattamente come degli scrittori.

Riguardo al modo di vedere le serie, il pubblico italiano è già cambiato, Netflix va semplicemente a rendere legale e legittimo ciò che moltissimi ragazzi già fanno: scaricarsi le serie direttamente dai siti di streaming. Non so quanto cambierà, ma probabilmente Netflix riuscirà a fare in Italia ciò che ha recentemente dichiarato come obiettivo, cioè conquistare una famiglia su tre.

andare anche oltre la scrittura del romanzo, tanto che ormai la serie tv ha un pubblico più vasto e si può permettere anche di lavorare con degli scrittori che vengono pagati profumatamente, proprio come se fossero dei romanzieri, anzi ancora meglio perché possono lavorare in maniera collettiva, cioè insieme ad altri scrittori, fotografi e a tutti gli altri agenti di un prodotto televisivo.

Quando serie tv e libri coincidono: possono essere paragonati pur essendo due tipi di opere completamente differenti? Trovo molto interessate il caso di Game of Thrones, perché la serie tv è riuscita ad

La nostra breve chiacchierata si chiude qui e noi rimaniamo con un dubbio: che la vittoria di un mezzo (la tv) su un altro (il libro) sia ancora una volta una questione di soldi?

disegno originale. A Lucca annualmente si svolge un contest di traduzione di fumetti: la Tanslation Jam in cui all’incirca 60 ragazzi si sfidano nel tradurre velocemente e il più efficacemente possibile un breve fumetto straniero. L’obiettivo di questa gara è far conoscere questa realtà a più persone e di mettere i ragazzi talentuosi a contatto con le realtà professionali di questo campo. I fumetti italiani sono raramente tradotti

all’estero, fa eccezione, con altri, Sergio Ponchione e i suoi Grotesque e Obliquomo tradotti in America e Francia. Molto più frequentemente si traducono fumetti stranieri per i lettori italiani (ad esempio I Peanuts, Mafalda, i vari supereroi) e, date la specializzazione dei nostri traduttori e la loro esperienza, i lettori italiani sono abituati a leggere fumetti di grande qualità. ■

L’arrivo di Netflix in Italia cambierà il modo di guardare serie tv per il pubblico italiano? mantenimento della struttura dei disegni e il rispetto di tutti gli elementi grafici che sono parte integrante della narrazione. Ad esempio, a causa della scarsa somiglianza tra la lingua di partenza e quella di arrivo, può capitare che il testo tradotto sia troppo lungo e che perciò si debba ridurre il corpo del carattere, anch’esso elemento narrativo (indica il parlato sottovoce) oppure aumentare la dimensione del balloon (la nostra “nuvoletta”), a scapito del

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Rock and roll can never die di Riccardo Taccioli, Luca Didonè, Giovanni Ripamonti «Ciao sono Ringo e da ragazzino suonavo la batteria.» Non stiamo parlando con quel ragazzo capellone che insieme ai suoi tre amici di Liverpool conquistò il mondo a metà degli anni '60, ma con lo speaker radiofonico di Virgin Radio che in questi anni si è fatto strada, acquistando fama nazionale. L'intervista ha inizio con la domanda su quale sia stata la band che lo ha accompagnato durante tutta la sua adolescenza; senza pensarci due volte risponde i Beatles (erano gli anni '70 e il quartetto si era appena sciolto, una voragine si era aperta nel mondo della musica e forse anche oltre). Ci racconta che ha iniziato a interessarsi di musica imparando a suonare la batteria e rubando vinili di Elvis a suo padre. «Da ragazzo suonavo in una cover band. Ero alla batteria e eseguivamo principalmente canzoni dei Fab Four. E proprio da qui mi è rimasto il soprannome di Ringo.»

È stata difficile l'ascesa? In modo molto amichevole e cordiale risponde che tutto si può ottenere con passione, dedizione, fatica, e anche con una buona dose di fortuna (che non guasta mai). Allora subito io incalzo chiedendogli com'è la vita da disc jockey e lui in tutta sincerità dice che ormai non ci pensa più tanti sono gli anni passati dall'esordio, ma, nonostante cio, è un lavoro che gli piace e la passione che lo accompagna dall'adolescenza gli permette di farlo nel miglior modo possibile. Per finire racconta che quando non è al lavoro trascorre il maggior tempo possibile insieme a sua figlia, ma nei momenti di libertà pura prende la moto e in pieno stile Easy Rider, fugge lontano. «Qualche scampagnata in moto non me la toglie nessuno, in mezzo alla campagna. La mia moto è quella cosa che mi dà ancora un po' di libertà.» Noi della redazione siamo riusciti ad otte-

nere questa intervista al teatro Dal Verme di Milano dopo che Massimo Cotto (altro speaker radiofonico e giornalista di Virgin Radio) ha presentato il suo libro “Rock Bazar”. Un'opera divisa in due volumi che racchiude il racconto di mille storie del Rock. Eccessi e follie, tutte le pazzie dei grandi artisti rock sempre in bilico tra storie vere e leggende. Un insieme di aneddoti, curiosità ed episodi mai raccontati che ripercorrono 50 anni di musica rock n roll. Brevi narrazioni (più o meno famose) di poco più di un quarto d'ora che l'autore è riuscito a scovare e riportare alla luce. Cotto racconta storie che spaziano dal beat al grunge passando per il punk, accomunate dalla follia, dall'ironia e a volte anche dal dolore. La musica riesce davvero a parlare al cuore di tutti e in particolare il Rock che sarà sempre fonte di eterna giovinezza. ■

You got the Love - Amore a tempo di musica di Riccardo Taccioli, Luca Didonè «La verità è che ci sono storie d’amore che premono per essere raccontate. E come accade anche in un buon libro di cucina, le ricette a un certo punto devono terminare, ma fortunatamente non si esauriscono qui.» Dopo aver assistito alla presentazione del libro “Rock In Love” in compagnia della simpatica e bella Laura Gramuglia, speaker radiofonico di Radio Capital e nonché conduttrice dell’omonimo programma, Il Giornale dei Ragazzi è riuscito a strappare questa intervista, inserendo un’altra “perla” tra i nomi che contano presenti a Bookcity. Partendo dal titolo del libro, secondo te, il rock richiama all’amore più di altri generi musicali? Per me rock significa Love perché sono partita da una passione: questo libro l’ho scritto proprio seguendo la mia passione

interviste

per la musica e per il rock. In realtà nel libro non sono presenti soltanto storie d’amore rock ma anche pop, punk; per citarne qualcuna quella dei Ramones, l’altra bellissima tra Bob Marley e sua moglie Rita o ancora quella travagliata di Serge Gainsburg e Jane Birkin. Il tuo approccio con la musica nel tempo libero? La musica non mi accompagna mentre faccio altro perché questa è talmente importante che necessita di un ascolto ragionato e un’assoluta dedizione; infatti non utilizzo iPod o Spotify. La musica è davvero importante, a volte a casa quasi mi inginocchio in religioso silenzio godendomi un album. Per lavoro ascolto generi e band di ogni genere e mi piace anche accompagnare le presentazioni con dj set: creo racconti basati

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sulla musica che mi piace far ascoltare. Cosa ti piace ascoltare? L’artista fondamentale che rappresenta la mia musica è Morrisey con i suoi Smiths. Lui resta un faro per me (negli ultimi giorni, ci racconta, sono stata all’ennesimo concerto del cantante inglese) perché negli anni ‘80 loro c’erano ed era quel momento in cui iniziavo a capire qualcosa di musica. Sicuramente è stato molto importante aver incontrato questa band lungo la mia strada. Un altro artista che amo tantissimo è Nick Cave, artista australiano di alternative rock. Infatti trovo che ci sono artisti che mi danno molto, non soltanto in musica ma anche attraverso le loro parole perché parliamo effettivamente di musicisti che hanno dei testi che andrebbero forse studiati a scuola. ■


Mi sono sempre sentito in debito con la vita

Walter Veltroni Ciao Rizzoli editore

Walter Veltroni racconta a Bookcity una vita trascorsa senza la figura paterna di Gianluigi Nunziata Ciao. Il saluto che Walter Veltroni, ex direttore dell'Unità, non ha mai potuto rivolgere al padre in vita. La prima parola, la più spontanea di tutte, che i due si scambiano durante il loro immaginario incontro sul pianerottolo di casa. Walter, 60 anni. Vittorio, 37 anni. I ruoli si invertono. Un figlio sulle tracce del padre, una ricostruzione della figura paterna. Walter Veltroni accoglie il padre come farebbe con un figlio, svelando l'immagine di un rapporto intimo e personale, sebbene virtuale, con una delle presenze costanti e al tempo stesso incogni-

te della sua vita. Veltroni presenta Ciao, il suo ultimo libro, attraverso il confronto con Daria Bignardi, Luciano Fontana e Massimo Recalcati. Il passato emerge senza alcuna difficoltà, le parole cariche di emozione dimostrano una profonda accettazione della propria identità. Ciao è un auto-fiction e un memoir, una dimensione narrativa in grado di fondere la realtà con le aspettative e l'immaginazione. Ciao è un viaggio alla scoperta delle proprie radici e delle proprie origini, una ricerca interiore di una verità già esistente.

Una verità che Veltroni ha voluto nascondere a se stesso per lungo tempo. Fino al giorno del confronto con la madre,già anziana. E dopo tanti anni, finalmente, il confronto con il padre. Un dialogo familiare e realistico, sulla vita ma anche sulla politica, un'occasione di confronto ideologico, in cui padre e figlio non sempre hanno opinioni concordi. Walter Veltroni si confronta con una presenza fatta di assenza, analizza i propri demoni interiori e riscopre la propria identità. Ciao è il coraggio di affrontare noi stessi. ■

I significati nascosti della saga di Harry Potter di Sofia Riccardi

Marina Lenti ci accoglie in una sala per i bambini della biblioteca Zara. Siamo davvero in pochi, nemmeno una decina, e così si crea un’aria familiare, in cui la scrittrice ci racconta con calma il suo sesto libro, “La metafisica di Harry Potter”. «Lavoro da tre lustri sulla saga della Rowling» ci spiega lei, che ha scritto sul giovane mago ben otto volumi (l’ultimo dei quali uscirà a febbraio). Anche se a prima vista le opere dell’autrice britannica possono sembrare dei libri per bambini pieni di invenzioni campate per aria, dietro alle magie di Harry e dei suoi amici ci sono profonde conoscenze dei più svariati campi. «Io faccio un lavoro di archeologia sul testo, ed è chiaro che JK prima di scrivere ha studiato a fondo anche testi di alchimia e astrologia; non mancano nemmeno

riferimenti a diverse mitologie.» Veniamo quindi a scoprire così tantissime curiosità, come il fatto che il simbolo del Marchio Nero (che portano i seguaci di Voldemort) si possa trovare in un libro intitolato “Le nozze alchemiche”, o che i numeri ricorrenti in Harry Potter, come il sette (volumi della saga, fratelli Weasley, anni da trascorrere a Hogwarts…) o il tre (il torneo Tremaghi per esempio) siano tutto fuorché casuali, o ancora che la storia di Nicolas Flamel non sia un’invenzione, ma segua una tradizione precedente molto intricata e affascinante, e tanto altro. In alcuni punti la saga tocca quasi degli elementi filosofici, come il dibattito tra predestinazione e libero arbitrio (è evidente quando Harry nel quinto libro scopre di essere l’oggetto di una profezia).

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I fatti da scoprire sono davvero troppi per elencarli tutti; in sintesi, “La metafisica di Harry Potter” è un libro di approfondimento che potrà appassionare gli amanti del fantasy che vogliono andare un po’ più a fondo nella scoperta della saga. ■

Marina Lenti La metafisica di Harry Potter Camelozampa editore

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Alla fine di queste interessanti letture riusciamo a strappare qualche domanda a Leonardo Merlini e a scoprire un po’ di più sulla sua passione per Kafka e sull’idea che ha portato lui e la sua collega Marianna Albini a scrivere il libro “Più in forma con Kafka”.

Colazione con Kafka, tra brioche, scarafaggi e scimmie in smoking

Quando sono iniziate le letture di Kafka?” L’ho letto a scuola come capita a tutti. La consapevolezza di lettore mi è arrivata intorno ai 19 anni, iniziando l’Università. Ho sempre letto molto, ma dopo il liceo c’è stato un momento di cambiamento.

di Elena Berardi, Daniele Cavandoli Ma come può Kafka, un autore dei primi del Novecento risultare contemporaneo ancora oggi? «Lo scarafaggio è il simbolo di Kafka» così inizia Leonardo Merlini, mentre sorseggia un cappuccino accompagnato da una brioche, proseguendo poi con la storia più famosa di Kafka, quella “Metamorfosi”che narra magistralmente, in realtà, dell’ossessione verso il mondo del lavoro. Il racconto di quell'insolito risveglio nel corpo di uno scarafaggio esprime, come ci spiega il relatore, una profonda angoscia. Il protagonista, pur accettando questa sua condizione, non riesce comunque a fare a meno di dare la priorità al suo lavoro. La commedia dell’equivoco non caratterizza solo la “Metamorfosi” e in tutte le sue storie vi è una psicologia profonda, tradotta spesso in immagini legate al mondo animale. Ma Leonardo non si ferma qui e inizia a raccontare un'altra storia: in “Una relazione per un’Accademia” una scimmia in smoking parla davanti a una classe accademica della sua evoluzione in uomo, simbolo di una metamorfosi inversa. Tutto sembra normale ma nello stesso tempo, come accade spesso in Kafka, straniante, e si intravede in sottofondo un’evidente critica umoristica al sistema accademico. E poi “Josephine la Regina dei Topi”e “Le indagini di un cane”, racconti che riducono le classi sociali in animali, caratterizzati da qualità umane : la fama passeggera degli ambiziosi e l’ostinazione dei detective. Ma la trama criptica e geniale dei racconti di

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Kafka viene espressa probabilmente al meglio nell’Odradek ,animale fantastico di pura invenzione kafkiana. L’Odradek è un essere grottesco, neanche troppo definito dallo stesso Kafka, “pensabile come un rocchetto di polvere con due prolungamenti e l’animo di un bambino” ci spiega Leonardo. E’ una storia breve e coincisa, con la quale Kafka dimostra come anche un oggetto difficilmente immaginabile, usato per puro scopo letterario, possa trovare un'identità diversa nella mente di ogni lettore. Continuando sull’onda dell’identità, dai racconti surreali arriviamo alla lettura di “America”, passando quindi ad una storia più verosimile. In questo breve testo si racconta del “teatro naturale dell’Oklahoma” nel quale gli attori devono saper interpretare se stessi. Questa è l’espressione più alta dell’angoscia esistenziale kafkiana. I personaggi di un libro, come nella realtà, sono vincolati nella loro personalità, è difficile decidere chi essere, e ne “La passeggiata improvvisa” Kafka lascia che il personaggio si ribelli alla propria routine e alle aspettative del lettore. ■

Com’è nata invece l’idea per questo libro? L’idea di questo libro è nata per raccontare libri molto seri in una maniera più divertente, che non spaventasse le persone. Oltre all’idea di raccontare la letteratura in un modo che fosse piacevole ascoltare, c’è anche l’idea di rendere ‘nostri’ questi autori e di non aver paura di un libro importante perché magari si può vedere diversamente e non come un compito. Quindi Kafka va fatto un po’ scendere dal piedistallo secondo Lei? Si, bisognerebbe parlarne come parleremmo di noi, per avvicinare i lettori. In Italia si ha paura ad entrare in libreria. Qual è la ‘magia’ nei libri di Kafka? È il tipo di narrazione veramente confuso, in questo clima perennemente onirico e difficile da immaginare. Mi innamoro della confusione, credo sia questa la sua ‘magia’. ■

Marianna Albini, Leonardo Merlini Più in forma con Kafka Chiarelettere

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Straniera ingrata: integrazione non è assimilazione Irena Brežná racconta della sua emigrazione di Sofia Riccardi Ci lasciammo alle spalle il nostro paese nella sua oscurità familiare e ci avvicinammo alla luminosa terra straniera. «Quanta luce!» esclamò la mamma, come se quella fosse la prova che stavamo andando incontro al sol dell’avvenire. La luce dei lampioni non tremolava pigra e arancione come da noi, ma era accecante come quella di un riflettore. La mamma aveva una gran sete di emigrazione e non vedeva gli sciami di zanzare, coleotteri e falene che ronzavano attorno alle cime dei lampioni: vi restavano attaccati, lottavano per la vita dimenandosi con ali e zampette fino a quando non bruciavano, attirati dal chiarore impietoso, per poi cadere sulla strada pulita. E la luce sgargiante della terra straniera divorava anche le stelle.

Irena Brežná ci legge con voce commossa, in tedesco subito tradotto a nostro beneficio da una professoressa, l'incipit del suo libro "Straniera Ingrata". La scrittrice e giornalista racconta lì parte della sua vita: lei, originaria di quella che allora era la Cecoslovacchia socialista, si trasferì a seguito dei genitori in Svizzera verso i 18 anni, trovandosi di fronte a un mondo a lei completamente estraneo per lingua, abitudini e soprattutto in valori. Dalla terra della condivisione a quella dell'individualismo: la Brežnà non crede che integrazione voglia dire assimilazione, completa identificazione con la nuova terra, ma "prendere il meglio di entrambe". Anche per questo il romanzo alterna capitoli autobiografici ad altri, più giornalistici, in cui lei ormai cresciuta si occupa di fare da interprete per i migranti, di cui ascolta e riferisce

le storie. Queste sue opinioni sull'integrazione si riflettono anche su quello che pensa delle sue due lingue: "In slovacco esprimo le mie emozioni, mentre il tedesco mi ha insegnato a pensare". Aspetto, quello della lingua, che è stato particolarmente sottolineato perché era presente anche la sua giovane traduttrice italiana, che ha parlato della difficoltà e della bellezza di rendere un libro così ricco di giochi di parole (uno per tutti, il più importante: in tedesco, "Straniera Ingrata" è ambivalente, a voler indicare sia la donna che la terra che l'accoglie)". "Sebbene viva lì ormai da molti anni, voglio continuare ad essere straniera in Svizzera" ammette ad un certo punto l'autrice, e probabilmente è questo il fulcro del suo ragionamento e il punto più interessante, certo meritevole di una riflessione. ■

Irena Brežná Straniera ingrata Keller editore

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Fantasy: una via di fuga dalla realtà di Elena Zanata

La sindrome dello sguardo basso di Beatrice Rocutto

Il fantasy attinge al passato, alla nostra identità, ma è in grado di generare chiavi di lettura per il presente e il futuro. Il numero di romanzi fantastici per young adult è aumentato negli ultimi anni, afferma Chiara Scaglioni, editor per Harper Collins Italia, succursale dell’omonima casa editrice americana, nata dalla ex Harlequin Mondadori. Della grande quantità di manoscritti valutati ogni giorno, solo una piccola parte viene pubblicata. Cosa determina, dunque, la vita di un romanzo? Chiara Scaglioni sostiene che la bravura di uno scrittore sia legata alla capacità di rendere originali e interessanti, almeno a livello commerciale, storie simili tra loro; infatti, come si suol dire “tutto ciò che poteva essere scritto è già stato raccontato”. La potenza del romanzo fantasy è insita nella capacità di generare suggestioni e creare immagini a partire dalla parola scritta. Per questo i lettori manifestano un bisogno sempre maggiore di una trasposizione

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cinematografica, per rendere concrete e reali idee astratte e fantastiche. Il fantasy è uno strumento di evasione dal mondo, un'elevazione a un livello superiore in cui tutto è possibile ai confini del verosimile. Ospite d'onore della conferenza è Julie Kagawa. L'autrice americana sottolinea l'importanza della lettura e cita Terry Brooks e Neil Gaiman, suoi idoli letterari, fonti di ispirazione per i suoi libri. “Talon” è il titolo del suo romanzo, primo di una saga, edito da Harper Collins Italia. I protagonisti non umani inseriti in uno scenario familiare e quotidiano sono frutto del tentativo di Julie Kagawa di sondare l'animo umano. Noi uomini temiamo ciò che non conosciamo: è fondamentale imparare a pensare con la propria testa per affrontare le nostre paure, frutto perlopiù di pregiudizi infondati. Il fantasy serve anche a questo!! ■

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«Finalmente non pensi più a te stesso e interrompi l'attività più nociva della tua generazione, se hai le mani occupate non puoi farti un selfie.» Alla richiesta di leggere la parte che più lo ha colpito, risponde così Michele Serra, sguardo basso fisso sul suo romanzo, l'intera affollatissima platea in silenzio ad ascoltare, sorriso malinconico, cosciente dell’ormai degenerata realtà che ci circonda. Su questo difatti si sofferma l’autore nel suo romanzo “Ognuno potrebbe” in cui descrive la realtà attuale soprattutto italiana, ormai caratterizzata da un continuo narcisismo digitale. Il protagonista del romanzo è Giulio Maria, quasi 36 enne, laureato in antropologia, ricercatore universitario precario che guadagna 700 euro al mese e svolge un lavoro totalmente inutile: catalogare l’esultanza dei calciatori dopo il gol, vive con la madre e ha una fidanzata sempre talmente connessa, che un giorno finisce al Pronto Soccorso per colpa di questa malattia. Chi è afflitto infatti da dipendenza digitale può venire investito da un camion o precipitare in un buco sul marciapiedi semplicemente perché la testa è china sullo schermo dell’egòfono invece di guardare avanti. Quanto accade è però solo un pretesto per raccontare come si vive in un luogo piuttosto triste, Capannonia, dove l’individualismo e la supremazia dell’Ego hanno ucciso ogni forma di solidarietà e comunità. Da qui deriva l’uso e l’abuso dell’egòfono conosciuto meglio come Iphone, la cosa che Giulio Maria odia più di tutto al mondo dopo la parola “Io”, poiché esso rappresenta la causa della degenerazione dei rapporti sociali, sempre più freddi, apatici, distanti. Dunque sguardo basso, intento ad


Woody, per vedere il mondo di tutti i giorni con occhi puri di Francesca Palmieri

Michele Serra Ognuno potrebbe Feltrinelli editore aggiornare il tuo status, immerso nei tuoi interessi, artefice della tua rovina, vittima di te stesso. Giulio Maria racconta che l’io è la causa dell’unico schiaffo ricevuto da suo padre quando aveva dieci anni: durante un pranzo di famiglia il ragazzino interviene nella conversazione dei grandi e alla fine, improvviso e assordante, arriva lo schiaffone del genitore. Tutti lo guardano esterrefatti. “Hai detto io almeno dieci volte. È molto maleducato”. “La testa ronzava, girava a vuoto, cercava di riassettarsi. Dissi a mia madre. “Ma io non è un parolaccia!”. Lei mi rispose che non lo era. Nessuno di noi poteva immaginare che lo sarebbe diventata”. È anche la causa del narcisismo digitale che affligge Capannonia. “Esisterà solo l’io. Ognuno con il suo egòfono acceso. Muto con chi gli sta intorno, loquace solo con chi ha il merito di rimanersene a distanza”. È possibile, in conclusione, immaginare un mondo dove le persone che incontri, quando cammini per strada, ti vengano addosso perché soffrono della «sindrome dello Sguardo Basso», la stessa sindrome che impedisce alle coppie di parlarsi e di guardarsi negli occhi. Un mondo dove tutti parlano per sentito dire, anche se nessuno ti ascolta. Un mondo dove la parola “io” viene prima di tutto. ■

Riscoprire il mondo: è questo l’obiettivo che Federico Baccomo si pone attraverso il personaggio di Woody, un cane che racconta dal suo punto di vista le vicende della propria padrona. Il tema del libro è la perdita di innocenza del protagonista, processo innescato da un dialogo tra due accalappiacani. È qui che il nostro amico a quattro zampe inizia a rendersi conto della cattiveria e della spietatezza degli uomini che si riversa su di lui. Ma alla fine, pur capendo che non si ha la certezza di ricevere del bene quando lo si dà, il messaggio dello scrittore è che dobbiamo comunque dare del nostro meglio perché niente ce lo impedisce. Uno degli aspetti più originali del libro è sicuramente l’invenzione di un linguaggio simile a quello di uno straniero. Uno strano uso della punteggiatura e soprattutto l’utilizzo di pochi vocaboli fanno sì che il protagonista arrivi subito al punto e, attraverso questo escamotage, l’autore ammette di “essere riuscito a dire cose che altrimenti non avrebbe mai detto”.

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Ciò che contribuisce a rendere questo testo molto particolare sono i disegni proposti da Alessandro Sanna, un illustratore di fama internazionale che ha dato un volto a Woody. Ma disegnare un cane che parla non dev’essere poi così facile: infatti Sanna ci spiega che per rappresentare un personaggio bisogna riuscire a osservare il mondo dal suo punto di vista, dimenticandosi delle informazioni preesistenti e prendendo spunto dai suoni per poi trasformarli in segni. Oltre ad aver collaborato con Baccomo nella pubblicazione di questa storia, Sanna è allo stesso tempo scrittore e illustratore di libri propri e anche insegnante all’accademia delle Belle Arti di Bologna. Per lui fare immagini significa creare dei momenti che devono potersi muovere nella mente di chi guarda e che presuppongono una storia: sono quindi come dei fermo-immagine in movimento. Alla presentazione anche Claudio Bisio: i suoi intermezzi e il suo solito modo vivace e spontaneo hanno entusiasmato la sala. A dire la verità un po’ meno entusiasti lo siamo stati noi, i

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Echi soavi della lontana terra d’Israele

di Matteo Aiello

ragazzi del giornale di Bookcity, dopo aver ricevuto un paio di risposte poco educate parecchio stonate rispetto al contesto. Peccato, dopo aver ragionato sulla perdita di innocenza avremmo potuto farci insieme due risate liberatorie. Sarà per la prossima volta. ■

Federico Baccomo Woody Giunti editore

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Sala del teatro gremita di persone, persino i posti più in alto – notoriamente anche i più caldi e angusti – vanno riempiendosi poco a poco. Perché se leggere un libro dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua è un’esperienza irrinunciabile, poterlo sentir parlare di persona è un’occasione che difficilmente si ripresenterà, e pertanto un’occasione imperdibile. E sono stati in molti a pensarla così, per non perdersi lo spettacolo del grande scrittore israeliano che, in un inglese facile da intendere, risponde alle domande fattegli dal presentatore dell’evento, a volte scherza e parla del suo ultimo romanzo, “La comparsa”, del quale fa anche leggere il primo capitolo alla traduttrice seduta alla sua destra. Il primo capitolo è infatti per Yehoshua il più difficile da scrivere, quello che può richiedergli anche interi mesi di lavoro, in quanto formato da quelle pagine che contengono il DNA di tutta la storia che poi si svilupperà in seguito. E dalle prime pagine de “La comparsa” emerge distintamente il nitido ritratto di una donna israeliana, un’arpista, che ha preso la decisione di non mettere al mondo dei figli, reprimendo quel naturale desiderio che spinge ogni vivente a perpetuare la propria specie. Il motivo per cui Yehoshua ha scelto di scrivere questo romanzo che, contrariamente ai suoi precedenti libri ha per protagonista una donna, è proprio quello di capire cosa spinge molte persone a non fare dei figli. E nel perseguire questo suo intento, si è fatto guidare, prendendola delicatamente per mano, da Noga – così si chiama la protagonista – alla scoperta di un atteggiamento sempre più diffuso ma per certi aspetti ancora incomprensibile. Nel corso della storia molte cose muteranno nella quotidianità di Noga, specialmente per quanto riguarda il suo rapporto con la madre e in un periodo che si può definire di transizione le capiterà anche di fare la

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comparsa in alcuni film. Queste ed altre circostanze determineranno un cambiamento, soprattutto nelle posizioni apparentemente granitiche che fin dall’inizio aveva assunto, senza peraltro mai addurre banali pretesti. E il cambiamento è per Yehoshua un aspetto fondamentale, decisivo nella formazione caratteriale di ognuno di noi, un po’ anche in ottemperanza a quel famoso aforisma di Winston Churchill che dice: “Migliorare significa cambiare, essere perfetti significa cambiare spesso”. Molti altri punti vengono toccati da Yehoshua, come il suo rapporto non facile con Gerusalemme, di cui non ha approvato alcune scelte politiche da lui ritenute stupide. Ma non è di politica che vuole parlare, perché è dalla politica che si è voluto distaccare scrivendo questo romanzo che tratta uno degli innumerevoli risvolti possibili della psiche umana. Ma il pubblico non sembra esserne dispiaciuto, anche perché con le sue parole, con la sua voce profonda, Yehoshua ha letteralmente incantato tutti. E lo si poteva vedere distintamente, proprio dalla coda chilometrica che ad incontro finito si è formata per la firma delle copie, dagli apprezzamenti entusiastici che si percepivano dal pubblico pazientemente in fila. E intanto “La comparsa” è andato a ruba. ■

Abraham B. Yehoshua La comparsa Einaudi editore


Essere donna, essere madre di Sara Mekhaeil Fedele, ubbidiente, devota, massaia, madre, casta. Infinite sono le parole che hanno caratterizzato in passato l’ideale di donna nel mondo. Nell’antica Roma prevaleva ad esempio la figura della matrona, colei quindi che accudiva fedelmente la casa e la prole. Nei momenti di difficoltà una donna di valore si recava nei lazzaretti per dare assistenza agli appestati, dare loro conforto, servirli. Tutti ideali di donna che nel tempo e nello spazio sono cambiati... beh non proprio ovunque. Nei paesi del medio oriente infatti le aspettative risultano ancora oggi immutate; donna è casalinga. Donna è moglie. Donna è madre; concetto chiaro e semplice, se non sei madre non sei donna afferma il notissimo scrittore Abraham Yehoshua. In Europa è un fatto normale per una donna non voler aver figli, dice lo scrittore , una coppia si sposa in Italia per amore, in Francia

per il desiderio di trascorrere la vita insieme, in Spagna per la voglia di condividere e di ricevere. In altri paesi, che si tratti di Palestina, Israele o Egitto l’obiettivo fondamentale, e in alcuni casi primario è quello di avere figli. È così che Yehoshua tenta di spiegare e stravolgere l'immutata tradizione araba attraverso il suo ultimo romanzo “La comparsa”. Noga è una donna di 42 anni divorziata dal marito Uriah, uomo che seppur amandola, non è stato in grado di accettare la decisione della moglie di non voler avere figli: “Per una donna non avere figli è un handicap, è accettare un ruolo di comparsa”. Noga, chiamata anche Venere, dice lo scrittore, non è egoista ma il rapporto troppo stretto e simbiotico tra i suoi genitori le ha impedito di diventare un individuo volenteroso di dar vita a una nuova generazione. Noga decide così di trasferirsi in Olanda per lavorare come arpista in un’ orchestra sinfonica di Amsterdam, ma torna per tre

mesi, sotto richiesta della madre, nella casa d’ infanzia a Gerusalemme, nel quartiere di Makor Bruch, (lo stesso dove è nato lo scrittore e che dice essere stato un tempo in grado di ospitare varie culture e varie etnie ma che ormai è ora soggetto a un pericoloso fanatismo religioso). Dopo la morte del padre, la madre di Noga decide di partire per Tel Aviv per trascorrere alcuni giorni in una casa di riposo. Noga così costretta da necessità economiche e dal fratello, decide di apparire come comparsa in alcuni film , e quest’esperienza inizialmente insignificante incrinerà pian piano la sua ferrea determinazione di non voler figli e la spingerà a ricostruire il rapporto con la madre iniziando così a sentire il desiderio di diventare a sua volta madre. Ancora una volta, lo scrittore israeliano riesce a proporre nei suoi romanzi temi di stringente attualità. ■

Ritratto di una donna a Gerusalemme di Giulia Paganini, Alice Pizzamiglio Abraham B. Yehoshua, scrittore e drammaturgo di nazionalità israeliana e di fama internazionale, con il romanzo “La Comparsa”, si cimenta in una nuova esperienza letteraria che vede al centro della narrazione la storia di una donna. In occasione dell’evento di presentazione organizzato nell’ambito di BookCity, lo scrittore parla del suo nuovo libro e affronta i temi importanti del conflitto e della crescita interiore delle donne, dei loro affetti, della consapevolezza del loro ruolo nella società, in un mondo complicato e molto legato alle tradizioni. Abraham B. Yehoshua illustra con passione il processo di maturazione e consapevolezza di una donna non più giovanissima, Noga, che è costretta a lasciare la propria vita di musicista che si è costruita in un paese lontano dalla sua patria, l’Olanda, per tornare a Gerusalemme nella casa in cui è cresciuta.

Questa circostanza rappresenta per la protagonista l’avvio di una profonda riflessione sulla sua vita: infatti si rende conto che non solo è cambiata la città in cui è nata, ma che soprattutto è lei ad essere cambiata. È cambiato il suo modo di considerare la realtà delle cose che la circondano e del suo paese. Sceglie di fare cose e prende delle decisioni che sono contrarie alle tradizioni e agli usi della società in cui è cresciuta. Si sposa ma nonostante il suo matrimonio sia felice, decide di non avere figli, motivo per il quale viene abbandonata dal marito. Fa la comparsa in film e sceneggiati. Il soggiorno forzato nella città natia la costringe a una inattività che le fa sorgere dei dubbi circa le scelte fatte in passato. Noga è combattuta tra ciò che ha fatto e quello che avrebbe potuto fare; tra i suoi desideri e le aspettative altrui. Le manca la musica. Le mancano i concerti a cui ha dovuto rinunciare a causa di questa sua permanenza all’estero. La sua è un’appassionata ricerca

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della felicità che alla fine la condurrà a riconsiderare le sue decisioni. Lo scrittore afferma che scrivere questo libro è stato una sfida anche per lui: non è stato facile capire e spiegare al lettore che cosa si prova davvero nelle circostanze descritte dal libro, quali sono i sentimenti e i pensieri di una donna che sceglie di non avere figli e ciò indipendentemente dalle sue condizioni economiche e sociali. Infatti, a suo parere, rinunciare ad avere figli, sia che si parli di donne che di uomini, significa mettere fine a un ciclo della natura ed è da considerare come una forma di egoismo. Dopo questo momento di presentazione, lo scrittore prendendo spunto dal luogo in cui si svolge la narrazione, si sofferma a riflettere sulla situazione storica di Gerusalemme, dando un giudizio severo su quanto ancora accade immotivatamente in quel paese che non riesce a vivere pacificamente, ma che rimane luogo di conflitti e di dolore. ■

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I misteri del cielo stellato

Non solo draghi

di Pietro Fossati

di Clarissa Chirico

«Se potessi scegliere di viaggiare nel tempo e vivere un giorno nel passato, sceglierei il giorno dell’allunaggio, perché mi ha sempre trasmesso qualcosa di straordinario.» Con queste parole Licia Troisi racconta della sua passione per l’astronomia nel suo romanzo “Dove va a finire il cielo”, aggiungendo suspense e pathos perché il romanzo non è ancora stato pubblicato. Tutto, per la scrittrice di numerosi romanzi fantasy, è cominciato con un documentario visto a undici anni su Steven Hawking. «Proprio in riferimento all’allunaggio, secondo te, perché c’è questa necessità da parte delle persone di sottovalutare quello che la scienza ha fatto?» chiede lo storico-filosofo Stefano Moriggi, impegnato nell’intervista alla scrittrice. «Credo – sostiene la Troisi – ci sia da parte delle persone la necessità di sentirsi più furbi degli altri, è una specie di complotto. D’altro canto, l’uomo cerca la soddisfazione di sostenere la propria opinione, sempre, anche contro la scienza. Il sospetto verso questa branca che studia la realtà nacque quando esplose la bomba atomica, proprio perché quello è stato il primo momento in cui la scienza si è dimostrata come possibile causa di enormi disastri. Ma questa non è scienza, questa è una sua possibile degenerazione, e l’effetto che essa può provocare se non la si riesce a tenere strettamente sotto controllo. Tornando al discorso della luna mi stupisce ogni volta lo specchio che è stato ‘montato’ sulla sua superficie. Un enorme specchio che riflette la luce laser, e con cui io mi diverto a ‘giocare’, perché costituisce

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Licia Troisi Dove va a finire il cielo A.Mondadori editore

un esperimento semplice ma efficace per calcolare la distanza della terra dal suo satellite. Alla fine è piuttosto semplice, occorre solamente conoscere le sue coordinate esatte.» La Troisi continua la sua intervista parlando dell’astrologia. Questa “branca” della scienza non ha alcun fondamento di carattere scientifico. «Non ha senso dire che è meglio che non cogli le carote per una determinata posizione di Saturno» sostiene ironicamente la scrittrice. Comunque l’astrologia costituisce la prima modalità con cui l’uomo si è rapportato al cielo. Questo rappresenta un’importante occasione da un punto di vista storico, proprio perché gli antichi si affidavano anche a questa disciplina. L’autrice ricorda infine che le costellazioni non esistono, perché queste sono formate da stelle che si trovano su piani differenti. Ma pur non esistendo, sono utili all’uomo per orientarsi, e ad esse l’uomo assegna nomi alle volte piuttosto bizzarri, per rendere più concreto e vicino qualcosa di irrimediabilmente lontano ed immenso.

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Nota scrittrice fantasy che conta una media di due libri all'anno, Licia Troisi è anche laureata in astrofisica e nella sua ultima opera, “Dove va a finire il cielo”, lontano dai mondi di draghi e principesse, racconta di come si sia avvicinata alle stelle. Durante la conferenza, Licia Troisi, Stefano Moriggi (storico e filosofo) e Umberto Guidoni (astronauta, astrofisico e scrittore) discutono sui misteri della scienza e guidano il pubblico in sala attraverso racconti della loro infanzia e viaggi verso luoghi a noi sconosciuti. Stefano Moriggi provoca i due ospiti spingendoli a parlare del tanto discusso allunaggio (argomento trattato anche nel libro). Umberto Guidoni, che ha vissuto più da vicino questo evento, grazie alle sue conoscenze da astronauta evidenzia l'estrema incertezza e il rischio che caratterizzarono la missione documentati in numerose schede e progetti, per poi concludere sottolineando la complessità che si sarebbe riscontrata nel simulare l'intero programma. Il passaggio da una missione così famosa e dispendiosa alle polemiche sullo spreco di risorse volte alla ricerca scientifica a discapito dei problemi attuali è davvero veloce, ma anche in questo caso gli oratori riescono a dare un quadro completo dell'argomento e a far valere il punto di vista scientifico. In linea con l'intera conferenza, Licia esprime la sua opinione su un altro argomento trattato nel libro, l'astrologia, muovendosi tra aneddoti, umorismo e nozioni scientifiche che lasciano un misto di stupore e curiosità sulle facce del pubblico.


Viaggio tra sport e letteratura

Interviste a Federico Buffa e Licia Troisi a cura di Edoardo Artesani, Davide Janiri L’area ex Ansaldo, alle ore 15:oo del 23 ottobre, ospita un’interessante conferenza presentata da Cristiano Militello dal titolo “Carta vince… sfogliando la vita”, ospiti speciali Federico Buffa e Licia Troisi che, intervistati da Militello, ci raccontano i fatti più importanti delle loro vite, le loro svolte più significative. In questo contesto anche noi del Giornale dei Ragazzi siamo riusciti a porre loro alcune domande.

Come e quando nacque l’idea del programma “Federico Buffa racconta…”? L’idea nacque per caso. Io dovevo andare in Giappone a insegnare l’ italiano ai giapponesi, che probabilmente non avrebbero capito nulla di quello che dicevo e viceversa, però sognavo di andare a Londra 2012: quella sarebbe stata la fine della mia carriera giornalistica, perché sapevo che la Nazionale americana sarebbe andata in finale contro la Spagna e che sarebbe stata la finale più bella della storia di tutte le Olimpiadi, ma non mi hanno mandato, e quindi non c’è stato il termine della mia carriera di giornalista sportivo. Allora decisi di rimanere un altro anno in Italia, e Telebasket mi propose di fare piccoli ritratti di giocatori, di supporto alle telecronache, e io accettai. Quelli del calcio li videro e mi proposero di fare la stessa cosa, e io provai a narrare l’infanzia di Maradona e da lì, per caso, in una trasmissione della quale nemmeno il direttore sapeva l’esistenza, nacque questa opportunità. Se fossi andato a Londra 2012 tutto ciò non sarebbe mai successo.

Qual è stato nell’ambito del basket il momento più alto della sua carriera di giornalista? Vedere giocare dal vivo consecutivamente dal 1997 al 1998 Michael Jordan, in quel momento ebbi la netta sensazione di vedere la storia dello sport che mi accadeva davanti, non era tanto commentarlo, ma essere a una distanza breve da lui rendeva l’idea del magnetismo animale di un uomo. Vederlo giocare due volte a un anno di distanza due partite come quelle che ha giocato è incredibile. Tra l’altro, la prima la gioca dopo un’enorme infezione intestinale, e fino alle tre del pomeriggio non è in grado di alzarsi dal letto: è la partita più importante della serie. Avendo a disposizione una quantità minima di energie, lui si è immaginato la partita mentre stava malissimo. Si è fatto medicare appena prima della partita… io ero di fianco a lui all’entrata in campo: non si reggeva in piedi. Ho fatto un segno a Flavio come per dire: “Questo non ce la fa…”: ha fatto 37 punti, dominando l’intero match, avendolo immaginato prima… Questo fa capire quanto lui fosse avanti. L’anno dopo, invece, stava benissimo e ha fatto i 42 secondi più belli della storia del gioco, non facendo toccare la palla a nessun’altro… irreale. Quali sono le differenze sostanziali tra derby italiani e derby argentini? Il calcio in Argentina ti fa pensare a quello che si dice in generale di questo sport, cioè che lo hanno inventato gli inglesi, ma che l’amore verso il calcio l’abbiano inventato gli argentini. È una passionalità e un trasporto completamente diversi, e il ritmo del gioco è sostenuto musicalmente in un modo incredibile: gli argentini hanno questo ritmo di tamburi costante che è tipicamente loro, e i giocatori sentono questo. Nel derby gli argentini ci mettono proprio la “carne argentina”, cioè sono molto più grintosi e duri. Noi generalmente diciamo: “Tirate fuori gli attributi”, loro, invece, tradotto, dicono: “Vediamo se li mettono”, e cominciano a

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gridarlo presto nella partita, perché il tifoso argentino guarda molto meno del tifoso italiano gli aspetti tecnici della partita, ma è molto più esigente dal punto di vista della cattiveria agonistica. Cosa manca al basket italiano per raggiungere i livelli delle più forti squadre europee? Il basket italiano ha avuto un periodo di picco negativo per tanti motivi: errori di programmazione, scelte discutibili, meno attitudine a generare giocatori che provengono dal vivaio, ma ha la grandissima opportunità di avere una Nazionale molto forte con dei giocatori di alto livello. Sicuramente la nostra Nazionale ha il compito di recuperare giocatori italiani”.

Se è questo che manca al basket italiano a Licia Troisi chiediamo invece cosa manca al Fantasy per affermarsi ancora di più in Italia. Secondo me non è questione di capire cosa manca agli scrittori, ma il contesto nel quale le cose succedono. Io ho iniziato a scrivere poco dopo l’esplosione del genere fantasy, reso pubblico soprattutto grazie ai libri di “Harry Potter” e de “Il Signore degli Anelli”, e non nego che questo sia stato determinante per ciò che mi è accaduto dopo. Dal punto di vista mondiale il fantasy come moda sta andando a scemare… L’interesse si sta spostando più verso la fantascienza, e il fantasy italiano risente un po’ di questo. È brutto da dire, ma secondo me questo genere, in Italia, come fenomeno di massa, ha già dato e “The Game of Thrones” rappresenta un po’ la coda di questo fenomeno. Questo non significa che sia finito come genere, ma solo che ora potrebbe essere il momento di prendere più sul serio il fantasy e farne un’analisi completa.

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Cercando la propria vocazione

Un salto nel vuoto (o quasi)

Dalle consegne dei temi a scrivere un libro da cima a fondo: sei esordienti di successo si raccontano di Sofia Ferraro, Giulia Galbiati, Diletta Pescarmona

di Cecilia Alberti La pluripremiata e conosciutissima Daria Bignardi presenta il suo nuovo libro “Santa degli impossibili”, ovvero Santa Rita, personaggio molto amato e caro all’autrice, la cui storia è la falsa riga di quella che è la quotidianità della Bignardi, dichiara lei ai microfoni della giornalista. “Scrivo di donne che fuggono, ma non da qualcosa, verso qualcosa, verso una felicità impossibile che però dentro di loro c’è”; questa la spiegazione alla scelta dell’ennesima protagonista femminile, che nel nuovo romanzo è rappresentata da una signora che ha una vita apparentemente perfetta, famiglia impeccabile e un ottimo posto di lavoro, ma sente dentro di sé il bisogno di cambiare, di seguire un’altra strada che, spiega l’autrice, è quella della sua vera passione, soffocata in passato, che si ripropone violenta nel presente. “Le mie protagoniste sono donne capaci di trasformare il dolore in amore.” Seguire quello che è il proprio destino basandosi sulle passioni che ci accompagnano sin da piccoli, “destino è assomigliare a se stessi, non dimenticare ciò che siamo, perché se ognuno di noi non riesce ad essere se stesso rischia di ammalarsi.” Il libro è centrato su ciò che si muove dentro la protagonista, non su ciò che le sta intorno, è il racconto di chi ha tutto ma sente comunque che gli manca qualcosa, di chi sta bene ma è spaventato dal dolore di chi gli sta accanto. Il volume viene tratto da un articolo già scritto dalla Bignardi per il corriere della sera circa cinque anni fa. È un’autrice che sa quello che scrive, che in ogni personaggio mette parte di lei. Incontro molto interessante e pieno di spunti, non è semplicemente leggere la storia di una donna, è un modo per leggersi dentro. ■

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Sei sedie vuote, subito dopo riempite da sei scrittori esordienti. Da sinistra a destra, con i propri libri tra le mani: Pietro Vaghi, “Scritto sulla mia pelle”; Antonella Frontani, “Tutto l’amore smarrito”; Cristina Petit, “Qualcosa che somiglia al vero amore”; Silvia Zucca, “Guida astrologica per cuori infranti”; Alice Basso, “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome”; Lavinia Petti, “Il ladro di nebbia”. Persone che, come noi, sono state catapultate in una nuova realtà. Tutti raccontano che, ad un certo punto della loro vita si sono ritrovati a fare un salto, e come tutti i salti alti che si rispettino, un attimo prima sei a terra e l’attimo dopo ti ritrovi nel vuoto. O quasi. Ognuno di loro ha raccontato la propria storia, cosa fa nella vita e quanto ci ha messo per trovare il coraggio di scrivere un libro, soffermandosi sulla difficoltà, comune a tutti, di mettere su carta se stessi. Alla fine tutti sono d’accordo: il modo migliore che ha uno scrittore per raccontarsi, è quello di creare un personaggio all’interno di un nuovo mondo. Sul tavolo c’è sintonia tra chi ha condiviso un destino comune, un po’ d’ansia ad ogni domanda pronunciata all’interno della Sala della Balla, e le mani che tremano a prendere il microfono e a guardare negli occhi chi sta dall’altra parte. Anche se la sensazione che ciascuno di questi “esordienti di successo” comunica è che ora sembrano aver finalmente toccato terra. E noi che solo adesso abbiamo iniziato a calcolare la forza del nostro salto futuro, ci avviciniamo a una di loro che ha avuto un passato in un certo senso comune al nostro. Alice Basso, è nata nel 1979 e ha fatto il liceo classico nello stessa scuola che oggi frequentano alcuni ragazzi di questo giornale, l’occasione è ghiotta per scegliere

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proprio lei come destinataria delle nostre curiosità. Alice è un’editing e da quel mondo, che ovviamente ha molto a che fare con i libri ma da una prospettiva speculare a quella degli autori, è diventata a sua volta scrittrice e in qualche modo ha passato un confine, che l’ha catapultata in una dimensione completamente diversa. “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” che, appena uscito, ha fatto subito scalpore, è un giallo, anche se, come dice lei stessa, è difficile posizionarlo all’interno di uno scaffale di una libreria perché in esso convivono diversi stili e diverse storie. Lei ci spiega che per certi aspetti si tratta di un giallo, ma non lo si può definire davvero così: questo genere fornisce piuttosto un espediente narrativo che l’ha aiutata a raccontare una storia e le ha permesso di seguire uno sviluppo in cui non perdere il filo dei personaggi. Pensando a questi ultimi, subito ci viene spontaneo chiedere perché chiamare la protagonista del suo libro Vani. E Alice ride, con la stessa semplicità con cui si presenta, e ci spiega che Vani, la Vani del libro, è una persona che esiste realmente, che ha questo soprannome e spesso questi atteggiamenti; aggiunge che non è stato facile confessarle che era stata proprio lei ad ispirare il personaggio del libro che, come chi ha letto sa, non ha proprio un carattere dolce e mansueto… Prima di lasciarla andare però, le chiediamo di svelarci un segreto: come si fa ad arrivare dove si vuole andare. E il suo sguardo cambia, ci guarda come quando al nostro posto c’era lei, con le stesse domande e ci risponde: “lo studio fa tanto, essere costante ed essere convinti anche; certo, poi bisogna essere fortunati e affidarsi a quello che ci succede”. Il famoso salto nel vuoto, Alice Basso l’ha fatto, e ci lascia così, con un sorridente in bocca al lupo per il nostro futuro.


Il premio nobel Herta Müller consegna il proprio dolore alla pagina scritta di Matteo Aiello “Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa, dipinge il paesaggio degli spodestati”. Tale proposizione è tratta dalla motivazione che l’illustre accademia svedese ha pronunciato nel 2009 al momento dell’assegnazione del premio Nobel per la letteratura ad Herta Müller. Fin da subito è pertanto facile comprendere il carattere autobiografico dell’opera di questa grande scrittrice, soprattutto se si considera quello che è stato il suo passato, segnato in maniera indelebile da un’infanzia molto infelice trascorsa nella solitudine della campagna romena ai tempi della dittatura sovietica. È infatti ciò di cui ha parlato in occasione della presentazione del suo ultimo libro, intitolato “La mia patria era un seme di mela”, un romanzo che si configura come un dialogo con un’interlocutrice accorta e discreta e basato sulle esperienze vissute dalla stessa autrice. Esperienze che in parte racconta durante l’incontro, a partire dalla profonda infelicità che ha caratterizzato i suoi primi anni di vita, proprio quelli che nell’immaginario comune sono tratteggiati con le sfumature soavi dell’ingenuità e della spensieratezza, ma che molto spesso non indugiano a consumarsi nella più deprimente tristezza perché, come afferma la Müller, i bambini divengono infelici molto rapidamente. Felice è chi si sente protetto, e nella Romania degli anni ’50, la protezione aveva lasciato il posto alle angosce di chi si sente abbandonato, costantemente

sull’orlo di un baratro di cui non si riesce a scorgere il profondissimo alveo. In questo clima soffocante, iniziano a sorgere le fantasie della futura scrittrice che tradurrà in parola scritta molte delle riflessioni e delle inquietudini cui la sua sensibilità di bambina iniziò a dare forma in quegli anni, quando cominciò a vedere nelle piante una sorta di modello esistenziale, perfette nella loro ciclicità, forti nella loro imponenza; e anche se noi ce ne nutriamo, quando moriamo la terra che le ha fatte crescere si riprende il nostro corpo, il tutto in un’armonia che doveva risultare invidiabile per chi ha dovuto sopportare la dittatura sovietica. Ma non sono queste le uniche inquietudini che hanno poi trovato espressione nell’opera di Herta Müller, molte altre ce ne sarebbero, ma la scrittrice sottolinea in particolar modo la poesia delle credenze superstiziose che non mancano di avere notevole sviluppo quando la vita diviene un rapporto univoco con la paura. È questo un sintetico quadro della travagliata vita di un’autrice che ha iniziato a scrivere nello squallore del lavoro in fabbrica per cercare di rendere sopportabile una vita altrimenti insormontabile e nelle cui pagine coesistono ancora il potere della parola e la delicatezza del sottinteso e del silenzio, quest’ultimo specialmente troppo

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ignorato dalla società contemporanea che nella confusione da essa continuamente prodotta, non fa altro che istupidirsi sempre più. E “La mia patria era un seme di mela” è l’ultimo libro di un’autrice che dando voce al proprio dolore è riuscita ad esprimere con estrema precisione la fragilità e le debolezze di tutti noi.

Herta Müller La mia patria era un seme di mela Feltrinelli editore

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Lezioni di vita

Terminata la conferenza, abbiamo avuto la straordinaria possibilità di incontrare l’autore.

di Gianluigi Nunziata, Maria Chiara Oriani, Cristina Bernardelli

Cosa rappresenta la felicità per lei? La felicità è la convinzione di aver agito nel giusto, è vedere riflessa nello specchio un’immagine dignitosa di se stessi, è la consapevolezza di essere amati, di aver generato la vita in un figlio, dice. La felicità ha un vincolo molto intimo, molto concreto, con la vita: per me la felicità è un sinonimo di vivere. So che non sempre è possibile, ma mi piace pensare che essere felici e vivere sono la stessa cosa.

Dal suo ingresso nella sala, intuiamo subito con chi abbiamo a che fare: Luis Selpùlveda passa accanto a noi entrando come un normale spettatore. La sala è gremita a tal punto da dover utilizzare un collegamento video per permettere a tutti di assistere alla conferenza. Stimolato dalle domande di Pietro Cheli e Luigi Brioschi, arriva al cuore delle questioni raccontando aneddoti personali ed episodi di vita vissuta. Spesso una storia nasce proprio da una domanda, come nel caso di “Storia di una lumaca” che scoprì l'importanza della lentezza, nata dal bisogno di rispondere alla curiosità del nipotino Daniel in merito alla lentezza di una lumachina trovata in giardino. “Il nonno ha una risposta per tutto, ma non è una risposta sempre logica e scientifica” afferma giustificando l'origine fantastica del racconto. Il rapporto di un genitore con un figlio comprende molti doveri; quello del nonno, invece, è un ruolo divertente. Le favole di Sepùlveda hanno un valore politico, sono riunioni sociali e ponti di incontro per le diversità. “Andiamo a parlare un bicchiere di vino” dice Luis Sepùlveda, citando un'espressione tipica della propria cultura. Uno dei timori maggiori dell'autore è, infatti, che l'avvento dell'era digitale possa intaccare il valore della comunità e portare a un generale clima di solitudine e di incapacità di comunicazione, non solo nei bambini. In un mondo in continuo progresso è importante non perdere la cognizione di noi stessi e di ciò che ci circonda. La vita è ricca di stimoli, di storie che attendono uno scrittore che possa coglierle e raccontarle, lo scrittore non deve fare altro che essere attento alla realtà esterna.

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Storie di un secolo che non tornerà più

Erri De Luca Il più e il meno Feltrinelli editore

di Matteo Aiello C’era qualcosa di particolare in quell’applauso. Difficile dimenticare l’intera sala Viscontea – che ormai non aveva più un solo posto a sedere – in piedi, ad applaudire un solo uomo che però da solo riusciva a riempire quel palco semivuoto, con solo una poltrona e un tavolino posti al centro di esso. Mancherebbe solo un dettaglio, cioè dire che quell’uomo era Erri De Luca, e poi questo breve articolo potrebbe anche concludersi qui, non perché quello stesso uomo non abbia poi detto nulla d’interessante, bensì perché a riferirlo si perde inevitabilmente tutta l’atmosfera a tratti magica che quella sera era venutasi a creare all’interno della sala del Castello. Il perché di tutto questo è quasi superfluo da dirsi, per Erri De Luca – come ha poi sottolineato egli stesso – il ruolo dell’intellettuale è quello di stare, stare in mezzo alle persone e far sentire loro che il suo appoggio non verrà mai meno in caso del bisogno. Ed Erri De Luca è stato uno di quegli intellettuali italiani ad essere rimasto in mezzo a noi, e non solo con le sue storie, ma pure con le sue azioni, le quali lo hanno

ingiustamente portato a trascorrere gli ultimi due anni della sua vita, prima del proscioglimento recentemente comunicato, fra giudici e tribunali. Questo periodo di difficoltà ha però portato alla pubblicazione del suo ultimo libro, “Il più e il meno”, una raccolta di racconti brevi che trattano i più svariati argomenti. Svariati come sono stati i punti toccati dallo scrittore che ha narrato a ruota libera i suoi ricordi i quali affondano le proprie radici negli ultimi decenni del secolo che non da molto si è concluso: i ricordi delle donne della sua famiglia ad esempio, le cui voci sempre musicali, con il loro dialetto napoletano parlato di fretta, lo hanno in un certo qual modo educato alla conoscenza

e alla scrittura. Perché tutt’ora, nei suoi libri, cerca di immortalare le voci degli uomini, non degli eroi però, quelli appartenenti a una mitologia ormai per certi versi decaduta, ma degli uomini comuni, coloro i quali spesso non hanno voce e per cui occorre qualcuno che con la propria dia consistenza alla loro: ecco il ruolo supplementare che in qualità di scrittore Erri De Luca sente di dover ricoprire. Ma Erri sa quanto il pubblico possa essere avido di storie e continua a raccontare di sé, del suo primo racconto scritto all’età di 11 anni che aveva come protagonista un animale, del tempo della scuola, del suo odio nei confronti dei temi in classe, ma anche delle inquietudini provate quando, nel 1999, il secolo XX si concludeva con i bombardamenti su Belgrado. Sulla scuola in particolare, Erri si sofferma a descrivere come quella di un tempo si impegnava a cancellare le disuguaglianze sociali esistenti fra gli alunni. Oggi invece, afferma lo scrittore, le persone sono clienti dello Stato e delle istituzioni, e ottiene un servizio migliore solo chi ha maggiori disponibilità economiche. Giunge però il momento in cui bisogna avviarsi alla conclusione ed Erri lo fa leggendo una pagina tratta da “Il più e il meno” cui segue un lungo applauso. E ancora una volta, c’era qualcosa di particolare in quell’applauso.

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Bianca Pitzorno, da parrucchiera a scrittrice

ovvero come il caso e la fortuna possono cambiare una vita di Francesca Palmieri Succede così a volte, basta una frase detta in un attimo per cambiare tutto e arrivare dove non avremmo mai pensato, in un posto nuovo che scopriamo essere l’unico posto possibile per noi. «Ho bisogno di un libro da pubblicare. Tra un mese.» È stato niente più di una proposta improvvisa di un editore, ciò che ha fatto diventare Bianca Pitzorno una delle più famose scrittrici per bambini. Lavorava per la Rai ai tempi e scrivere libri non era certo nei suoi piani, ma può accadere di trovare ciò che desideriamo proprio quando non lo stiamo cercando: «È questa la serendipità» ci spiega mentre riusciamo a rubarle dieci minuti del suo tempo, prima della conferenza per Bookcity. «È come trovare Brad Pitt sul mio stesso autobus, che non solo scende alla mia stessa fermata, ma che sta anche cercando proprio me!». L’esempio calza a pennello per farci capire che tutta la sua carriera è stata determinata dal caso e che purtroppo questo è l’unico modo per entrare nell’immenso mondo della scrittura. È ancora merito della serendipità se lei e Roberto Piumini, entrambi milanesi di adozione, sono diventati vicini di casa, facendo nascere numerose collaborazioni e anche una profonda amicizia. «Ho tagliato i capelli a suo figlio - ci svela sorridendo al ricordo della sua vita da parrucchiera negli anni della sua giovinezza - fino a quando le sue fidanzate hanno smesso di apprezzare i miei tagli.» Ma perché scrivere libri per bambini? E che cosa comporta parlare ad un pubblico di giovani che stanno ancora scoprendo il mondo? «In realtà non è più difficile di scrivere per un pubblico adulto, se ci si ricorda di come si era da bambini e ci si rivolge a loro non da genitore o da insegnan-

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te, ma in modo amichevole» e aggiunge: «si può parlare loro anche di filosofia: un anno fa ho spiegato la poetica di Aristotele a dei ragazzini di prima media.» Sembrerebbe quasi impossibile trattare un argomento del genere con dei bambini, ma Bianca Pitzorno è convinta che basti trovare esempi comprensibili e si riesce a comunicare loro temi complessi persino per gli adulti. Come nel libro “La casa sull’albero”, in cui la gatta Brumilde espone i suoi problemi di coscienza riguardo al mangiare un pesce essendo lei un gatto, riflessione che nasconde degli interrogativi che vanno ben oltre il pranzo di un gattino. Tuttavia non è questo il libro grazie al quale Bianca Pitzorno è diventato un nome conosciuto quasi in tutto il mondo. La sua storia più famosa è infatti quella di Lavinia, una fiammiferaia che ruotando il suo

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anello trasforma tutto in cacca. La cacca, un argomento che ai tempi della pubblicazione del libro fece scandalo poiché nessuno aveva mai osato parlarne in una pubblicazione per bambini. Trasgressione che le ha procurato l’appellativo amichevole di “donna della cacca”, ma che l’ha anche resa una scrittrice del tutto “anticonformista” nel panorama letterario degli anni Novanta.


Il lusso secondo Stefano Zecchi di Matteo Aiello Sono pochi in Italia i libri che propongono una trattazione strutturata del concetto di lusso. Forse a causa di pregiudizi malamente celati, forse per gli effetti di una secolare tradizione culturale e politica che bene o male ha sempre promulgato leggi volte alla tassazione (e implicitamente al disprezzo) dei beni di lusso. A quei pochi libri, bisogna però aggiungerne uno, appena uscito, che abbandonando ogni possibile atavico retaggio ha come titolo “Il lusso” e che è stato scritto dal filosofo italiano Stefano Zecchi il quale, presso l’Università Statale e di fronte a un gran numero di studenti iscritti alla facoltà di Filosofia, ne fa un’approfondita presentazione che vuole chiarire quali sono state le ragioni che lo hanno portato alla stesura di questo libro. La prima di queste che il filosofo non manca di sottolineare, è la volontà di proporre una riabilitazione della bellezza nella sua accezione più alta e filosofica. Nel primo decennio del XXI secolo infatti, si è

verificato il “boom” di un fenomeno che, investendo quasi ogni ambito commerciale, ha preso il nome di simil-lusso a causa della diffusione di marchi più o meno prestigiosi che venendo apposti sui più svariati prodotti ne hanno fatto crescere esponenzialmente (e immotivatamente) il loro valore. Ma tutto questo ha reso volgare il lusso, “democratizzandone” i prodotti che, prestandosi così all’ostentazione superficiale, hanno determinato una grande svalutazione della bellezza. Ecco perché Stefano Zecchi, rilanciando l’idea di lusso, quello vero però, contrassegnato dalla preziosità effettiva e dall’esclusività, si propone di salvare la bellezza, anche per rendere così possibile che poi a sua volta la bellezza – per usare le parole Dostoevskij – salvi il mondo. Terminato l’incontro, il filosofo accetta di essere intervistato da noi: gli chiediamo di dirci cosa sia per lui il lusso in una risposta che sia il più breve possibile e Zecchi ci

Una bussola per l’esistenza di Sara Mekhaeil, Beatrice Rocutto, Pietro Fossati, Riccardo Taccioli Tutto è un soffio, godi la vita, temi Dio. Così viene racchiuso il pensiero di Qohelet, espresso ed interpretato da Carlo Rivolta e commentato da Roberto Vignolo. Il libro di Qohelet è uno dei 12 libri sapienziali in cui viene esposto, in forma dialettica, un contraddittorio tra il bene e il male. La riflessione ruota intorno a due interrogativi, ovvero a cosa serva fare il bene e a cosa serva fare il male. Se la morte è l'unica conclusione della vita, allora tutto sembra vano. «Abbi fiducia nel Padre e segui le sue indicazioni.» Qohelet è il primo che prende un po’ le distanze da Dio, narra basandosi sulle sue esperienze, spesso si limita a proporre solo interrogativi.

C’è chi crede di poter leggere il corso della storia come storia divina: il profeta Isaia, ad esempio, ribadisce costantemente che c’è un piano di Dio, ma per Qohelet l’opera di Dio rimane insondabile nella sua interezza, sebbene l’essere umano non possa negare l’operato di Dio. Egli è quindi il testimone della profonda distanza che si è creata tra il linguaggio della fede e l’esperienza della vita in un’epoca in cui le certezze di molti erano scosse, epoca che coincide con il sorgere del periodo ellenistico, tra la fine del quarto secolo e l’inizio del terzo. Solo Dio conosce il senso delle cose e il futuro, ma Dio è lontano, nel cielo e non si cura degli uomini e dei loro problemi, tanto

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risponde che per lui il lusso è un sogno, il sogno di vivere e di avere qualcosa di assolutamente prezioso e bello. Ma aggiunge anche che qualcuno può a volte non comprendere la bellezza delle cose che ha, divenendo in tal modo volgare. Pertanto gli domandiamo se, essendo il lusso strettamente legato all’idea di bellezza, ma non essendo quella di bellezza necessariamente connessa al denaro, sia anche possibile svincolare il lusso dal denaro. Il filosofo risponde che questo è impossibile, in quanto il lusso richiama inevitabilmente la preziosità, e quindi è connesso anche alla sfera venale. Ultima domanda, gli chiediamo se le sue origini familiari abbiano in qualche modo influito la visione che attualmente ha del lusso. Stefano Zecchi risponde che è probabile, vista anche la bellissima casa in Piazza San Marco in cui è cresciuto, ma ammette di non averci mai pensato. ■

che essi restano nella loro ignoranza e stupidità. La conclusione sembra quindi quella di un pessimismo assoluto: meglio non nascere o morire presto, piuttosto di vivere da stolti. In realtà tale pessimismo è attenuato dalle piccole gioie della vita che Qohelet ripetutamente invita a cogliere e gustare, per addolcire l’amarezza dell’esistenza e l’assillo della morte. La vita è enigmatica, misteriosa e precaria: bisogna, quindi, secondo il modello oraziano, cogliere l’attimo. “Tutto finisce, quindi sorridi, perchè prima o poi tutto, con il vento, se ne va. Qohelet rappresenta in conclusione la bussola che orienta ogni fase della vita dell’uomo, dall’oriente della sua nascita fino all’occidente del suo declino. «Al mattino semina il tuo seme e la sera non fermare la tua mano.» ■

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Educazione o controeducazione?

L’antifascismo: il suo passato e il suo futuro

"Nessuno deve fregarmi la vita, anche se forse non ho ancora capito cosa sia" di Beatrice Rocutto, Sara Mekhaeil, Riccardo Taccioli, Pietro Fossati Il sistema-scuola scinde i ragazzi dalla realtà, ruba loro la vita. Diventa noioso, quasi apatico per i giovani andare in un istituto, frequentare le lezioni, ascoltare insegnanti che inculcano nella loro mente informazioni che, seppur utili, non insegnano a vivere. Così Paolo Mottana, docente universitario di pedagogia, esprime il suo pensiero sull'educazione a vivere la propria esistenza. Il nostro non deve essere un mondo a misura d'economia, ma basato sulla soggettività del singolo. Basta cultura da club privè, è necessario mettere in mostra la propria emozione, occorre fare «qualcosa di inaspettato, in modo da poter ostacolare l'idiotizzazione della cultura», per citare le parole dell'autore stesso. Ed è a questo punto che si arriva al titolo del libro che sta presentando: “La gaia educazione". «Idee inattese e istruzioni necessarie per rovesciare credenze ossificate, ideologie aberranti e poteri inamovibili e ritrovare l'appetito bruciante, sessuato e nervoso di capire, di fare e di pronunciare il violento sì alla vita che le nostre diseducazioni ci hanno intimato di tacere.» Proporsi. Mettersi in gioco. Fare l'inaspettato, stupire la società, fare tremare l'altro di fronte al proprio entusiasmo. «Entrate in aula con il sorriso stampato in faccia, regalate un mazzo di fiori ai professori, abbracciateli.» Siate liberi di dimostrare il vostro essere, di liberare la vostra essenza. Terrorismo poetico. Un critico, un estremista. Con le sue parole incisive, Mottana ha suscitato l'interesse del pubblico nell'aula universitaria della Bicocca di Milano, in cui egli stesso insegna. Numerose domande sono sfociate in seguito al suo intervento. Domande

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di Matteo Aiello

Paolo Mottana La gaia educazione Mimesis editore

anch'esse forti, critiche, che miravano alla radice della questione. Che cosa si può fare effettivamente per cambiare questa situazione? Di chi è la colpa? Insegnanti, genitori? Ci dia una soluzione! Mottana ha risposto: «Intanto bisogna pensare se effettivamente dare ai nostri figli questo tipo di educazioni sia la cosa migliore, e dunque di pensar bene prima di far figli.» Alla domanda di un’insegnante che, sentendosi chiamata in causa, chiede se non sia meglio vedere il bello nella scuola, che con tanta fatica educa i ragazzi, anziché il lato negativo, Mottana risponde affermando le sue idee, sostenendo che questo modo di educazione fa più male che bene. Forte e drammatico allo stesso tempo, quasi tragico e pessimistico, l'incontro, previsto di una durata pari a quella di un'ora, si è prolungato per oltre il doppio del tempo. «Vivete al meglio che potete e non permettete a nessuno di rubarvi la vostra educazione, la vostra vita, la vostra dignità. Non soffocate ciò che siete, ribellatevi a questa società, fate qualcosa per riappropriarvi di ciò che essa, pur non volendolo, vi ha tolto.» ■

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La letteratura della resistenza si espande ancora, questa volta con un libro – “Il dovere dell’antifascismo” di Marco Steiner – che ripercorre le tappe fondamentali della vita del padre dell’autore, Mino Steiner, approfondendone i caratteri psicologici alla ricerca di quelle motivazioni che, insieme con molti altri borghesi, lo hanno spinto ad aderire al movimento antifascista. Mino Steiner era infatti un ragazzo nato in una famiglia benestante, che aveva frequentato le scuole fasciste, e che come molti altri, non si era mai apertamente schierato né con né contro il fascismo: è stato infatti una di quelle persone che il fascismo lo ha “attraversato”. A raccontarlo è proprio l’autore del libro Marco Steiner, coadiuvato dagli interventi di Giuliano Banfi, Marzia Luppi e Marzio Zanantoni che insieme forniscono un quadro dettagliato del libro e della sua genesi: esso è infatti il frutto di una paziente raccolta e classificazione di quella montagna di documenti prodotti da Mino Steiner nel corso della sua vita prima di studente e poi di deportato politico nel campo di concentramento di Mauthausen, dove ha infine trovato la morte. Il libro è stato scritto dal figlio proprio per comprendere quali possono essere state le motivazioni in grado di determinare il salto così grande e profondo che Mino ha compiuto, dalla pacifica sponda della borghesia benestante a quella opposta, fosca e perturbata della militanza politica – e nella fattispecie antifascista. Come è stato ripetutamente sottolineato nel corso dell’incontro, i processi storici sono quanto più di complesso e sfaccettato possa esistere, per cui si può pervenire alla medesima scelta pur partendo da presupposti differenti e percorrendo sentieri paralleli.


Grazie però alle carte di cui Marco Steiner era in possesso, gli è stato possibile tratteggiare con estrema precisione il pensiero che è fiorito nella mente di Mino, ossia la sua maturata consapevolezza che l’antifascismo fosse innanzitutto un dovere morale. Per le classi sociali più povere, divenire partigiani era una scelta obbligata, mentre per quelli come Mino, la scelta volontaria di ottemperare ad un dovere morale. E questo dovere ha caratterizzato un’intera generazione che ha così scelto di scegliere. Una volta terminato l’incontro, Marco Steiner accetta di essere da noi intervistato, e alla nostra domanda di che cosa può rappresentare l’antifascismo per i giovani, risponde di poter solamente dire che cosa vorrebbe che rappresentasse: ossia la memoria di un evento drammatico che essendo già avvenuto, non deve assolutamente ripresentarsi, ma non nasconde di aver maturato ormai una pressoché totale sfiducia nei confronti delle generazioni più giovani. Se a torto o a ragione, questo ce lo potrà confermare solamente la storia. ■

Marco E. Steiner Mino Steiner - Il dovere dell’antifascismo edizioni Unicopli

Una visione del mondo firmata Mancuso

L’affascinante viaggio nel mistero della vita

di Matteo Aiello

di Cecilia Burattin, Alice Paone

Qual è il compito del pensiero? Cos’è la spiritualità? E cosa la “visione del mondo”? Sono queste domande imprescindibili, sulle quali l’umanità tutta, di ogni periodo storico e provenienza geografica, si è sempre interrogata, dando così luogo a un dialogo di straordinaria bellezza e profondità che da tempo immemore continua a rinnovarsi, offrendo di volta in volta spunti sempre nuovi i quali non possono lasciare tiepido l’animo degli esseri umani. Queste sono anche le domande alle quali il filosofo e teologo Vito Mancuso – in occasione della presentazione del suo ultimo libro, “Questa vita” – ha tentato di dar soddisfacente risposta pur in un lasso di tempo a dir poco esiguo per esaurire tutte le argomentazioni che sono collegate a un discorso di tale portata etica, religiosa e filosofica. Innegabile strumento e unico faro capace di condurci ad una qualsiasi risposta, è senz’altro il pensiero, massima espressione della razionalità che ci è connaturata. E compito del pensiero è per Mancuso, quello di chiarire, di fare luce, di ricondurre la res al nomen impedendo in tal modo che le parole siano solo pretesti per originare vuoti e sterili discorsi di carattere prettamente oratorio. E il suo ultimo libro vuol trattare infatti di spiritualità e di visione del mondo, realtà tangibili e al tempo stesso sfuggenti e ambigue, per le quali urge la chiarezza che solo i grandi maestri dell’umanità – i filosofi – sono in grado di apportare. Prima di proseguire esprimendo quale sia la sua personale visione del mondo, Vito Mancuso fa però un’importante precisazione: spiritualità e visione del mondo

«Il vangelo di una nuova spiritualità capace di rifondare radicalmente la nostra visione del mondo.» A Vito Mancuso il titolo dell’intervento non piace: troppo lungo, troppo dispersivo, non centra con chiarezza il tema del suo nuovo libro “Questa Vita”. La sua conferenza verte però su due parole presenti anche nel nome datogli dagli organizzatori: spiritualità e visione del mondo. La spiritualità, come dice la parola stessa, si ricollega allo spirito che è l’unica cosa che rende l’uomo libero ed è un termine coniato dalla mente umana per designare la libertà; il corpo infatti non è libero perché guidato da un’ ἀνάγκη e libera non è nemmeno la psiche che ognuno incide sul foglio bianco della propria vita. L’uomo è quindi determinato, ma in lui è anche presente un fattore indeterminato e a tratti caotico definito libertà. La libertà permette di decollare verso il bene o deragliare verso il male; la spiritualità è la gestione responsabile della propria libertà. Mancuso procede parlando della visione del mondo: questa è puramente personale e parziale, è un’ intuizione o meglio un’ἰδὲα. Il mondo non è un oggetto e dunque non può essere carpito né compreso nella sua totalità poiché ogni uomo è incluso nel mondo e non esterno ad esso. Conclude il discorso ponendo sullo stesso piano spiritualità e visione del mondo e descrive la sua in cinque parole, che compongono il nucleo fondamentale di “Questa Vita”: cosmo, mistero, stupore, trascendenza, relazione. Ogni uomo per comprendere sé e ciò che gli sta intorno non può prescindere dal rapporto con il cosmo e quindi con la natura e ciò lo porta a interrogarsi sulla propria vita.

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sono la medesima cosa, essendo entrambi i concetti strettamente collegati con un altro di fondamentale importanza, ovvero col concetto di libertà. Il nostro spirito è infatti l’unica cosa che contravviene alla generale finitudine dell’uomo, determinato sin dalla nascita nel carattere e nella psiche; spirito è quell’elemento di indeterminabilità, di caos, che indefinitamente è proprio ad ognuno di noi e che può essere facilmente assimilabile al significato che comunemente si dà proprio alla parola libertà. La spiritualità pertanto, altro non è che la gestione della nostra libertà. La visione del mondo è, in modo del tutto affine, un’intuizione, la lettura che liberamente scegliamo di dare a tutti quegli scorci di mondo che collezioniamo imprimendoli nella nostra mente mediante l’esperienza. Ma arriviamo finalmente alla visione del mondo personale di Mancuso. Sostanzialmente, essa fa perno su cinque parole chiave: cosmo, mistero, stupore, trascendenza e relazione. In altre parole, secondo il filosofo l’uomo, essendo parte del cosmo, non può non rapportarsi con esso, ma ha pure la consapevolezza di trovarsi all’interno di un enorme mistero e per questo ne prova stupore, uno stupore che non può essere totalmente positivo o negativo, ma in contraddizione ragionata. Dall’antinomia sensibile, si sente pertanto la necessità di una trascendenza che vada oltre la realtà e la relazione è la modalità con cui stare all’interno questo immenso fenomeno garante di una definitiva organizzazione, giustizia, equilibrio e armonia.

«Come fa un cuore capace di amare ad essere nato dalle polveri cosmiche? Da qui nasce il mistero, non è possibile definire il rapporto con la natura: davanti al mistero taccio e mi affido.» Il mistero produce stupore che a sua volta produce uno stallo dell’intelligenza. Per questo quando siamo stupiti sembriamo stupidi («le parole non mentono»). Ma come gestire lo stupore: o si dice sì alla vita o la si guarda credendo sia un inganno. E in questo ambito entra in gioco la trascendenza, il porsi al di fuori del tempo e dello spazio, per risolvere l’enigma della vita. Il modo con cui si cammina verso la trascendenza si chiama relazione. ■

Vito Mancuso Questa vita Garzanti editore

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Nel mezzo del cammin della psicologia Quando La Divina Commedia incontra Freud

di Arianna Pavanello, Chiara Caputo, Beatrice Rocutto «È normale che gli adolescenti facciano certe c****e, l'importante è che abbiano alle spalle dei genitori a cui chiedere aiuto», così esordisce Mario Pigazzini, introducendo "Quando Freud incontra Dante", un inedito viaggio interiore con i due grandi maestri del passato. Il rapporto tra genitori e figli ritrova infatti echi danteschi nell'affetto e nel totale affidamento che il poeta ripone in Virgilio, suo maestro di vita e guida nel suo viaggio attraverso l'Inferno. É infatti chiaro di quanto conforto e sicurezza abbia bisogno Dante, basta leggere versi come “la sua mano nella mia pose”. La stessa necessità di contatto che ha un qualsiasi paziente nei confronti del proprio terapeuta, perché ci vuole una grande fiducia a raccontare le proprie debolezze. Alla base di questo rapporto c'è sicuramente una forma di amore, che muove la parola, una parola che ha implicita una richiesta d'aiuto. E se non viene ascoltata? Che cosa passa nella mente di un uomo chiuso in se stesso che non trova alcuna uscita? Buio. Silenzio. Vive in una dimensione che non è la propria, dominato dalla paura di non farcela, dallo smarrimento. L'assenza di luce. E Dante proprio questo racconta, di un percorso che parte dall'oscurità e lentamente e con fatica porta ad uno spiraglio di luce che lascia intravedere una guarigione, allo stesso modo del paziente, che nel suo inferno mentale cerca di uscire da un continuo circolo vizioso, che lo costringe a fare ciò che detesta e ad "amare con costrizione, nel pianto", come scrisse Petrarca, i propri difetti.


La felicità dell’attesa di Valeria Panio

Mario Pigazzini Freud va all’Inferno emuse edizioni La cura? Parlare. Non guardare al passato come un periodo felice ormai finito, ma come uno scopo da raggiungere di nuovo, una libertà da riconquistare e una felicità da ritrovare. Amore,paura,fragilità...questo è Dante. E questo è anche Freud. É dunque così che Mario Pigazzini riesce a mescolare personaggi cronologicamente tanto distanti ma molto vicini nel pensiero e a rendere quindi un concetto astratto semplice e chiaro. E veder nell'attualità le stesse paure e dubbi di un poeta di settecento anni fa, forse, ci fa sentire un po' meno soli e più compresi.

«I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre categorie di tempi esistono nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro è l’attesa.» (Sant’Agostino) È proprio da questa citazione tratta da “Le Confessioni “ di Sant’Agostino che Carmine Abate da avvio al suo romanzo intitolato “La felicità dell’attesa”. Questo romanzo narra la storia delle quattro generazioni della famiglia Leto, che decidono di abbandonare la propria patria per cercare fortuna altrove. Una delle tante storie raccontate è quella di un ragazzo, conosciuto come Andy, che si reca nella Grande Mela dove riuscire a diventare un campione di bowling. Carmine attraverso il suo romanzo racconta storie di uomini che sono stati capaci di abbandonare la propria casa, la propria patria, i propri affetti per cercare di dare un futuro migliore ai propri figli.

L'autore continua l’incontro dicendo: «La partenza è quella cosa che ha condizionato nel bene e nel male la mia vita... Si tratta di partenze, di costrizioni. Nessuno è partito per vedere la bellezza del mondo grande, se avessi potuto sarei rimasto a vivere in paese.» Dopo questa affermazione, viene chiesto a Carmine, da Antonio Franchini, moderatore dell’incontro, cosa ci spinga a partire e a lasciare tutto, cosa ci spinga a stravolgere la nostra vita, il nostro equilibrio, a puntare tutto su qualcosa di instabile, a puntare tutto su un progetto che potrebbe rivelarsi solo un’utopia. L’autore del libro, in modo sicuro ed immediato, risponde che ciò che ci spinge ad intraprendere una nuova strada, è probabilmente l'amore per i nostri figli e la voglia di cercare di dare a loro ciò che noi non abbiamo potuto avere. Dunque, il presente del futuro è proprio l’attesa. ■

Carmine Abate La felicità dell’attesa A.Mondadori editore

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La scienza ha le gambe corte? di Nissa Chen «Non sono cattivi scienziati. Non lo sono proprio. Perché la scienza dice solo la verità.», così Elena Cattaneo, grande ricercatrice esperta di cellule staminali e docente all’Università Statale di Milano, inizia l’incontro. Insieme alla senatrice Cattaneo un altro protagonista della conferenza è lo scrittore Enrico Bucci. L’incontro si apre con la presentazione del suo libro recentemente pubblicato: “Cattivi scienziati”. L’evento è stato particolarmente interessante, con un’attiva partecipazione del pubblico che ha avuto modo di porre parecchie domande. Chi sono i “cattivi scienziati”? Sono persone che, contrariamente a ciò che accade nella comunità scientifica, lavorano in solitudine e danno vita a pubblicazioni scientifiche false, manipolate. «Attraverso l’invenzione, l’aggiunta ed eliminazione dei dati sperimentali, falsificano l’esperimento o pubblicano come proprie le opere scientifiche altrui (plagio)»: queste sono le tipiche caratteristiche individuate dallo scrittore. «Meno male che nella comunità scientifica ci sono antibiotici a questo male.» Gli scienziati nella loro ricerca lavorano in rete, comunicando i loro dati da una parte all’altra del mondo: «La scienza abbatte muri in vista di uno stesso obiettivo» rileva Elena Cattaneo. «Lavorando in rete il risultato sperimentale di ciascun ricercatore verrà confrontato, riprodotto e di conseguenza verificato, infine pubblicato. In questi termini è assurda la logica della frode: la pubblicazione sarà sottoposta ad un vaglio scientifico, tutti desiderano replicare l’esperimento.» Però la replicabilità non è una garanzia assoluta, considerando l’enorme cifra di pubblicazioni annue in campo scientifico, è solo un metodo. Di chi è la colpa? La scienza di per sé è un campo competitivo. C’è un sistema di incentivi che favorisce questo comportamento. Dato il gran numero di ricercatori

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Enrico Bucci Cattivi scienziati add edizioni

è stata adottata l’idea di pesare le pubblicazioni, mentre le riviste, i magazine scientifiche dovrebbero solo conservare e rendere pubbliche le evidenze scientifiche. Il tempo tuttavia tra la pubblicazione, la verifica e la scoperta della frode è tanto, nel frattempo la persona “ha già fatto carriera”. Vivendo in una società che possiede moltissimi strumenti tecnologici avanzati sorge spontaneo la domanda tra il pubblico: che ruolo ha Internet? Bucci risponde: «Il web è un mezzo che può essere usato bene o male. I blog rendono davvero vive

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e pubbliche le discussioni e permettono di discutere in tempo reale. Ma sono facilmente manipolabili, indirizzabili.» Com’è possibile una frode davanti a dei malati, a coloro che sono bisognosi di una cura medica? «È impensabile. Provoca danni enormi alla società. È uno spreco di denaro, pensiero, intelligenza. È contro la scienza, perché gli scienziati lavorano per il bene della società», rispose Elena Cattaneo. ■


Per una nuova filosofia in cucina di Alessia Valenti, Eden Deraj, Sara Douidy Sabato 24 ottobre al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci si è svolta una conferenza nella quale Francesca Rigotti ha presentato il suo libro “Manifesto del cibo liscio”. Secondo la scrittrice, tra filosofia e alimentazione c’è un rapporto ambivalente di amore-odio che è emerso solo alla fine dell’Ottocento grazie al filosofo materialista Feuerbach. Questi sosteneva che “l’uomo è ciò che mangia”, per questo è importante che la filosofia si occupi anche di cibo. ■

Francesca Rigotti Manifesto del cibo liscio edizioni Interlinea

A cosa si ispira il modello alimentare di cibo liscio? Si ispira a due tipi di territorialità; lo spazio striato, è rigido ed è lo spazio del potere ; l’altro più fluido e mutevole corrisponde a quello del non potere. Che aspetto vuole dare al cibo? Il mio intento è proporre il cibo sotto un aspetto filosofico, come un elemento che entra dentro l’uomo e gli dà più vita ed energia. Con il modello alimentare e questa nuova concezione di mangiare, il cibo e la filosofia possono finalmente instaurare un rapporto solo di amore e non più di odio.

Gianrico Carofiglio e “l’oscurità non necessaria dei giuristi” di Matteo Aiello L’Expo Gate è stato teatro di un incontro che ha riscosso un non indifferente successo e che ha visto come protagonista lo scrittore Gianrico Carofiglio, autore di numerosi romanzi, nonché del saggio “Con parole precise”, ultimo suo libro e oggetto della lectio magistralis. Il libro prende le mosse da un aspetto linguistico, ossia “l’oscurità non necessaria” che è cifra stilistica del linguaggio utilizzato negli ambiti del potere quali possono esserlo quelli del diritto o della politica. I tribunali in particolar modo, brulicano di persone paludate le quali, anziché esprimersi in modo chiaro e trasparente, ammantano il proprio linguaggio con astrusi arcaismi che solo loro riescono a comprendere, pseudo tecnicismi assolutamente superflui per i fini comunicativi, ma altrettanto indispensabili per tutti coloro i quali desiderano essere presi sul serio in tribunale. Viene pertanto a costituirsi un gergo quanto mai grossolano, aulico solo in apparenza per i latinismi usati a profusione, facile da imparare quanto difficile da dismettere e, so-

prattutto, completamente incomprensibile ai più. E questo è proprio il punto dell’argomentazione che funge per Carofiglio da chiave di volta per passare dal contesto linguistico a quello politico. Riflettendo infatti sul significato della parola democrazia e su come essa si traduca poi nella vita di tutti i giorni, ci si accorge con estrema facilità di quanto la trasparenza della comunicazione ne sia un ingrediente essenziale affinché essa si realizzi nella sua interezza. Pertanto un linguaggio parlato e compreso da una minoranza, è un linguaggio esclusivo e di conseguenza antidemocratico e, ciò che è peggio, non viene affatto disdegnato nemmeno da chi si occupa di politica, malgrado ricopra una carica che in uno stato democratico dovrebbe farsi garante proprio della “cosa pubblica”. In tal modo, le scelte decisionali vengono subdolamente rimandate alle “stanze segrete” e i cittadini sono trattati alla stregua di sudditi, privi di alcun potere. Ma il ruolo del politico, è secondo Carofiglio, quello innanzitutto di concepire

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delle buone idee, ma poi anche di saperle comunicare nel modo più chiaro e semplice possibile mediante discorsi che riescano a smuovere sin nel profondo l’animo del cittadino che è chiamato a votare. Studi psicologici attestano infatti che il voto non si dà a seguito di una decisione preventivamente ben ponderata, ma più che altro sotto gli impulsi del nostro istinto. E l’unico modo consentito al politico per far vibrare le corde del nostro lato istintuale è l’utilizzo di metafore, punto sul quale Carofiglio insiste molto, passando anche rapidamente in rassegna le metafore politiche più famose della storia recente: dallo “scendere in campo” di Berlusconi a quelle contenute nel celeberrimo discorso pronunciato da Obama in occasione delle presidenziali del 2008. Insomma, gli argomenti che Carofiglio ha trattato sono stati molti, e lo ha fatto sempre “con parole precise” e, pur dimostrando profonda conoscenza dell’ambiente giudiziario, senza mai cedere alle lusinghe di quei pedanti discorsi che ne sono tristemente ■ l’emblema.

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Due domande a Giuliano Pisapia... a cura di Cecilia Burattin, Chiara Caputo, Arianna Pavanello La notizia inizia a diffondersi dalla sera prima, quasi sussurrata, forse domani verrà a trovarci il sindaco… alla mattina è una certezza, Giuliano Pisapia sarà presente all'incontro “La buona casa della politica” che si svolgerà al Castello in una sala proprio sotto la nostra redazione, verrà lui da noi. Potremo chiedergli, a tu per tu, cosa pensa di Milano, delle politiche giovanili, dei trasporti, saremo noi a fare le domande. L'opportunità ci galvanizza e ci spaventa insieme, ci mettiamo al lavoro, dovremo essere all'altezza della situazione.

Milano è una città adatta ai giovani, fatta per i giovani? C’è un’analisi che dice che Milano è una città fatta per le donne e per i bambini: siccome molti dei giovani sono donne e la vostra età è intermedia fra quella adulta e quella dei bambini, Milano ha sicuramente molte potenzialità. Lo diceva oggi anche il Presidente Mattarella sul Sole 24 ore: Milano ha molte potenzialità proprio per la vostra età. È chiaro che siamo in un contesto nazionale difficile per la vostra generazione per i temi del lavoro. Ma a livello di ricerca, scienza, attrattività della città, i milioni di giovani della vostra età che sono venuti a Milano mentre prima avevano come punto di riferimento Berlino o altre città sono la dimostrazione che sono stati fatti molti passi avanti. Chiaramente il tema del lavoro non può essere risolto in una sola città. Detto questo Milano, anche su dati recenti, ha più o meno il 2% del PIL e quindi significa sviluppo e investimenti, a fronte del dato molto minore del Paese, mi sembra 0,8. Alla fine del suo mandato, lascia qualche progetto in sospeso per quanto riguardo i giovani? Per i giovani credo che abbiamo realizzato tutto, nel senso che entro il 2016 non solo

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si è vivacizzata ulteriormente la Fabbrica del Vapore che è uno spazio soprattutto rivolto ai giovani; sono anche andato l’altro giorno all’inaugurazione dell’Area Ex Ansaldo con le grandi novità soprattutto per i giovani, con offerte sia di divertimento, sia di cultura, sia di prospettive lavorative, sia di coworking. Sono stati aperti altri numerosissimi luoghi. Milano è stata nominata, come l’anno scorso, città più smart d’Italia ed è tra le più smart d’Europa. Se mettiamo insieme bike sharing, car sharing, tutti gli strumenti di condivisione tra cui la condivisione sul lavoro, credo veramente sia una delle città che rispetto alla proposta giovanile ha fatto molto, ha dato molto, tanto è vero che ora i giovani delle altre città vengono a Milano a fare il week end. Il che è significativo. Noi viviamo a Milano e nella sua zona metropolitana: per quanto riguarda i trasporti, quali difficoltà ha incontrato e quali progetti lascia? I trasporti – e non è orgoglio mio ma è orgoglio della città - sono considerati in assoluto i migliori d’Italia e tra i migliori d’Europa. Abbiamo fatto a Milano il congresso di tutte le compagnie di trasporto pubblico: Milano è un fiore all’occhiello a livello di mobilità. Rispetto alla città metro-


…e due a Laura Boldrini a cura di Cecilia Burattin, Virginia Fregona, Alice Paone

politana che è una realtà nata otto mesi fa chiaramente bisogna lavorare. Quali sono le difficoltà? Quando si fa ad esempio l’ M4, una metropolitana che sarà sicuramente profondamente utile non solo per la città ma anche in prospettiva della città metropolitana, chiaramente questo crea dei disagi. Purtroppo si dà più importanza anche a livello di stampa - e questo è un po’ il giornalismo – ai disagi, al problema che si tagliano degli alberi senza dire che s e ne rimettono dieci volte tanto. A Milano l’ 82% degli abitanti è favorevole a M4. Per quanto riguarda l’M5, ogni delegazione straniera voleva vederla. Avremmo voluto mettere il dito su alcune zone d'ombra di questa entusiastico e orgoglioso inno alla nostra città (che, a dire la verità, un po' ci ha contagiato), ma purtroppo finisce il tempo a nostra disposizione: si chiude così la nostra intervista, altri impegni bussano alla porta del primo cittadino che, ci sembra, vuole davvero essere il sindaco di tutti. ■

Appena cala il sipario su “La casa della buona politica” abbiamo la fortuna di incontrare il Presidente (o presidentessa? Primo dilemma!) della Camera, Laura Boldrini. L'occasione è d'oro per rivolgerle qualche domanda a cui l'onorevole risponde con grande gentilezza e disponibilità. Siamo tutte ragazze, così decidiamo di puntare su due questioni che ci stanno molto a cuore. Si sente ostacolata in quanto donna a svolgere il ruolo di Presidente della Camera? Essere donna per me è un grande privilegio, io sono fiera di essere donna; quindi se qualcuno avesse mai avuto l’idea di mettermi in difficoltà perché donna, ha sbagliato. C’è chi pensa di metterti in difficoltà con degli attacchi perché sei donna: l’importante è riuscire a non cadere in questa trappola, guardare davanti e portare avanti il proprio impegno.

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Eravamo all’inaugurazione con Isabel Allende e lei ha detto di essere patologicamente vanitosa: lei come vive la bellezza da donna? Ha detto così?! Grande! Grande! Penso che in ogni ambito la bellezza dia un valore aggiunto: un paesaggio bello, fa piacere vederlo; un oggetto bello, fa piacere vederlo. Tutto ciò che è armonioso è importante perché, come dire, favorisce anche l’apprezzamento del contesto. Io penso che la bellezza sia qualcosa che però non influisca direttamente sul proprio impegno: una persona si impegna in un ambito non perché sia bella o meno bella ma perché ci crede o non ci crede; quindi in questo senso non ritengo che la bellezza sia fondamentale. Il tempo è tiranno e il protocollo deve essere rispettato: l'onorevole Laura Boldrini ci saluta e se ne va e noi rimaniamo con molte domande in sospeso. Sarà per la prossima volta, pensiamo, mentre ritorniamo in redazione. Ancora non ci crediamo: abbiamo “intervistato” la terza carica dello Stato! ■

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NEET: chi sono questi sconosciuti? di Giovanni Ripamonti, Dragos Popoiu, Andrea Pozzoli, Arlind Neza, Alessandro Mannarino neet è la sigla di “Not engaged in Education, Employment or Training”, definizione inglese che sta a indicare tutti quei giovani, di età compresa tra i 16 e i 30 anni, che non sono impegnati né nello studio, né nel lavoro. I neet sono uno dei principali problemi di questi tempi, in Italia particolarmente; infatti la percentuale di neet in Italia è la seconda più alta dell’Unione Europea. Il problema viene analizzato nel libro “neet” di Alessandro Rosina, docente di economia all’Università Cattolica di Milano, che si focalizza proprio sulla situazione dei neet in Italia; vi sono spiegate le cause e si cerca di individuarne responsabilità, effetti e conseguenze dal punto di vista socio-economico. Nell’incontro di presentazione del suo libro Rosina spiega che le responsabilità di ciò vanno ripartite tra i diversi attori sociali, perché da un lato spesso i giovani non si

impegnano e non hanno la volontà di studiare o lavorare bene, dall’altro lo stato mette a disposizione poche risorse per fornire a questi giovani le opportunità per trovare la loro strada nel mondo del lavoro. Per Rosina quindi una soluzione a questo potrebbero essere dei progetti scuola-lavoro in cui si dia la possibilità ai giovani di svolgere dei lavori in cui vedano il risultato del loro impegno, facendo esperienze concrete. Insieme al professor Rosina alla presentazione del libro vi erano Claudio Lucifora, professore di economia politica presso l'Università Cattolica, e Johnny Dotti, imprenditore sociale e pedagogista. Entrambi hanno analizzato la situazione dei neet e proposto delle soluzioni. Per Lucifora bisogna fare in modo che il contatto col mondo del lavoro avvenga più presto rispetto a quando avviene per i giovani al giorno d’oggi e

bisogna destinare più aiuti finanziari non ai pensionati perché mantengano figli e nipoti disoccupati, ma a questi ultimi, in modo da aiutarli a trovare lavoro; sono i giovani la risorsa del paese per una crescita economica. Anche Dotti sostiene che i giovani debbano fare esperienze di lavoro fin dall’inizio delle scuole superiori e inoltre aggiunge che queste si possono vivere non solo attraverso la scuola, ma anche in contesti familiari, come è avvenuto per la sua generazione e per quelle precedenti. Bisogna spingere i giovani a sentirsi protagonisti, poiché nelle nuove generazioni si è perso il valore del lavoro. Dunque l’Italia se vuole ricominciare a crescere economicamente e socialmente deve risolvere il problema dei neet trasformandoli da ostacolo allo sviluppo a risorsa fondamentale su cui costruire il futuro dello stato e delle prossime generazioni. ■

Siamo davvero una generazione perduta? di Christian Rizzotto, Ernesto Pedrazzini, Domenico Calandruccio, Daniele De Lorenzo, Matteo Bijsma, Paolo Ficara, Matteo Milan In televisione e sui giornali se ne parla davvero poco. Il problema della disoccupazione è ormai diventato una piaga per la nostra società molto pericolosa quanto sfuggente: basta osservare dei dati per accorgersi che l’Italia ha raggiunto il record europeo di neet nel 2014. Ma chi sono i neet? Che cosa comporta la disoccupazione e perché questo fenomeno sta crescendo sempre di più? A spiegarcelo sono Alessandro Rosina (autore del libro "neet. Giovani che non studiano e non lavorano”), Johnny Dotti e Claudio Lucifora, per l’evento dal titolo “Giovani che non studiano e non lavorano:

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una generazione perduta?”. Nel suo libro Rosina, professore ordinario di Demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano, combina le statistiche, racconti di esperienze reali e ricerche scientifiche esponendo chiaramente il fenomeno dei neet e chiamando in causa le origini e le cause che vanno dal sistema educativo al sistema produttivo, estendendo il problema anche alle cause politiche. Johnny Dotti, Presidente e Amministratore Delegato di Welfare Italia Servizi srl, e Claudio Lucifora, professore di Economia Politica nella stessa università, fanno parola

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anche sugli stessi giovani e sulla famiglia italiana, confrontando passato e presente. Una discussione che rende partecipe chiunque ascolti, sia per la chiarezza con cui è spiegato questo vasto fenomeno, sia per l’interesse che riescono a creare questi tre personaggi. Il libro sembra molto interessante e di piacevole lettura, adatto a tutte le et e offre l’opportunità di riflettere sulle soluzioni possibili per trasformare ragazzi e ragazze dai 16 ai 30 anni in energia positiva per il benessere del paese e per uscire dalla crisi.


Il Touring: più di 100 anni di vita di Gianluigi Nunziata, Elena Zanata L'8 novembre il Touring Club Italiano compie 122 anni, 122 anni di viaggio. Ma che cos'è il Touring? «Il Touring è una comunità di viaggiatori» dice Arianna Fabri, responsabile dello sviluppo e del settore marketing. Non è necessario viaggiare per essere viaggiatori: il concetto di viaggio pervade la vita, è accoglienza, un'esperienza di crescita personale e interiore. Perchè ogni viaggio sia una scoperta anche di se stessi, recita il loro slogan. Lo scopo del Touring è combattere l'analfabetismo etico, diffondere l'idea che ciascuno sia responsabile dei propri atti, per raggiungere l'obiettivo dell'integrazione

culturale, che rappresenta un'importante fonte di innovazione nella ricerca scientifica secondo uno studio condotto da un noto studioso del mit di Boston. L'Italia possiede tutte le qualità per essere considerata un paese leader nell'innovazione, sostiene Philippe Daverio nel video messaggio registrato (il noto critico non ha potuto partecipare all'incontro per via di un imprevisto). Il fulcro di tale innovazione è la diversità che caratterizza e, paradossalmente, unisce l'Italia. Di questo si parla in “I paesaggi del cibo” il nuovo volume realizzato in esclusiva per i soci del Touring Club Italiano, che lo riceveranno unitamente all’adesione per il 2016,

curato da Massimo Montanari, docente all'Università di Bologna: la dimostrazione che l'Italia è un paese complesso e ricco di risorse, unico per articolazione agricola in tutto l'Occidente. La biodiversità italiana è parte del nostro passato, rappresenta il nostro presente e il nostro futuro, ed è indice di quanto l'Italia, per sua natura, sia predisposta all'accoglienza e all'integrazione. «Il Touring genera innovazione» afferma con fierezza Lamberto Mancini, direttore generale. La scoperta di noi stessi e degli altri è la chiave del progresso culturale e sociale. Il Touring è un'esperienza da veri viaggiatori. ■

Gli uomini non sono più quelli di una volta? di Cristina Bernardelli «Gli uomini sono come i taxi: se hanno la luce bianca accesa vuol dire che sono liberi, e se sono liberi vuol dire che si fermeranno alla prima mano alzata che trovano.» Con una frizzante citazione di Sex and the City, Antonella Boralevi presenta al pubblico di Bookcity il focus del suo nuovo libro; si tratta di una “chiacchera documentata”, come lei stessa lo definisce, riguardo l'universo maschile e l'amore. Il titolo dell'evento già ci fa capire la tesi dell'autrice: “Gli uomini non sono più quelli di una volta”. La Boralevi porta a sostegno della sua opinione l'iconica figura di James Bond, l'Uomo per eccellenza, portatore e paladino della mascolinità nella cinematografia che però tuttavia, come lei sostiene, è diventato sempre più mellifluo e debole col trascorrere del tempo e nell'avanzare della saga. L'uomo di oggi è quindi sensibile, fragile, in cerca di sicurezza e protezione e manifesta questo suo bisogno nella figura della moglie, il porto sicuro da porre in antitesi con la pericolosa avventura rappresentata

da un'amante. A contrastare le sue posizioni ci ha pensato Giuseppe di Piazza che, parlando in prima persona in qualità di esponente del genere maschile, ha talvolta confermato, talvolta smentito le affermazioni della Boralevi. In conclusione, non si può che uscire dalla sala ponendosi come domanda l'affermazione che ci ha spinto ad entrare: gli uomini non sono più quelli di una volta? ■

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C’e’ carcere e carcere... e tanti modi di viverlo di Cecilia Alberti, Sofia Ferraro, Chiara Vassallona Una tavola rotonda con protagonisti diversi autori che nella loro attività e nei loro libri si sono interrogati su come arrivare a un nuovo e più efficace modello di giustizia riparativa. Tra gli altri Lucia Castellano, Consigliere regionale, ex Direttrice della Casa di reclusione di Bollate, autrice di “Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere” (Milano, 2009), Carlo Mazzerbo, Direttore della casa circondariale di Massa Marittima, ex Direttore della Casa di reclusione di Gorgona, autore di “Ne vale la pena. Gorgona, una storia di detenzione, lavoro e riscatto” (Roma, 2013), Stefano Anastasia, Docente di Filosofia e sociologia del diritto presso l’Università degli Studi di Perugia, fra i fondatori dell’associazione “Antigone”, coautore di “Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini” (Milano, 2015). «Certi su ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.» Con questa citazione di Eugenio Montale, Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate dal 1991 al 2011, rivela il senso profondo del lavoro che è stato effettuato all'interno del complesso carcerario che dirige, tanto che, alla base del lavoro portato avanti nel carcere, individua il senso di fiducia nei confronti dei detenuti, «per capire quanto possano gestirsi da soli», sfidati a svolgere lavori anche all'esterno. Grazie alla legge 21, infatti, centotrenta detenuti quotidianamente escono dal carcere la mattina per poi farvi ritorno la sera: è vero, ammette la direttrice, capita che alcuni non rientrino o lo facciano ubriachi, ma è parte

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della sfida. Si potrebbe pensare che il progetto vada contro quello che è il principio fondamentale del carcere, ovvero “rieducare annullando”; ma la Castellano è convinta che non si può cancellare la dignità innata di una persona ma va bensì esaltata, perché «un carcere che ti annulla non dà risposte fuori.» E, di conseguenza, la credibilità dell’istituzione e la sostituzione del «concetto di colpa che fa del detenuto una vittima e del carceriere un oppressore con la responsabilità», sono le colonne portanti del suo discorso. Non bisogna vittimizzare il detenuto, egli va invece aiutato riponendo fiducia nei suoi confronti, sintomo di «una mentalità basata sull'essere e non sul fare», che va estesa ad ogni personalità coinvolta, dal detenuto, al poliziotto, al volontario. Un progetto rivoluzionario nella sua semplicità che è stato reso possibile da una continua interazione tra il dentro e il fuori e che conserva margini di rischio. Ma che, comunque, viene considerato efficace, perché adotta un comportamento simile a quello del genitore «che col suo esempio trasmette un'educazione molto più che con le sue parole». È idea condivisa che sia questo il modo giusto di agire, non sono tanto i detenuti ad essere sottoposti a verifica, «siamo noi messi alla prova perché dobbiamo saper sviluppare lo stesso sistema su tutta la nazione». Anche Carlo Mazzerbo, autore del libro “Ne vale la pena”, ne è convinto. Egli sostiene inoltre che un istituto penitenziario debba dare la possibilità ai carcerati di esprimere

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le proprie capacità professionali attraverso dei lavori manuali come, ad esempio, l’allevamento e la pesca, perché i carcerati chiedono molto spesso di essere messi nelle condizioni di autogestirsi. Mazzerbo riporta l’esempio di alcuni carcerati che hanno deciso di trattenersi qualche giorno in più dopo la fine della detenzione per completare le loro occupazioni perché, come ha affermato uno di loro, «lo Stato mi ha dato fiducia, ora tocca a me riscattarmi». Interviene poi Stefano Anastasia presentando il libro “Abolire il carcere, una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini”, nel quale è contenuta una forte denuncia sull’odierno sistema carcerario italiano che non riabilita ma esclude ed emargina senza neanche ridurre i delitti. L’autore propone dieci antidoti a questa situazione fra le quali quella di depenalizzare i reati minori, diversificare il sistema delle pene rendendo il carcere un’extrema ratio, umanizzare il carcere e infine concedere alle madri di bambini sotto i dieci anni gli arresti domiciliari. Stefano Anastasia afferma che bisogna avere coraggio per abbattere le carceri ma che è una soluzione utile per la sicurezza dei cittadini. Infine, riporta alcuni dati: dopo una carcerazione “normale” il 70% degli scarcerati dopo cinque anni si trova di nuovo implicato in reati, invece dopo aver scontato la pena in un carcere “innovativo” la percentuale scende al 19%. Sembra inutile aggiungere altro, le percentuali statistiche parlano da sole… ■


Un’amicizia oltre il Muro di Berlino

La Bellezza salverà il mondo?

di Elena Novara “Inseparabili”, il libro di Hanno Speich, narra della storia di due ragazzini, Hanno e Manfred, nel periodo della seconda guerra mondiale. I due vivono a Lipsia, in Germania, e la loro vita prosegue tranquilla, finché un giorno, precisamente il 4 dicembre del 1943 una bomba esplode tra le due case, creando un cratere di 6 metri. Non ci sono vittime, ma l’accaduto spinge i genitori di Hanno a scappare dalla Germania e rifugiarsi a Trieste. Il muro di Berlino, poi impedirà ai due amici di vedersi per 40 anni. La vita di Hanno a Trieste non è come si sarebbe aspettato; ha difficoltà a riprendere la scuola, per il gap linguistico, gli manca inoltre la vita a Lipsia, gli manca la città, gli manca la sua bici che, con un atto di egoismo, ha buttato in fondo a uno stagno, e gli manca il suo amico Manfred. Le improvvise instabilità mentali del padre, dovute molto probabilmente al trasferimento, non migliorano la situazione. La decisone di ricoverare il padre in manicomio e di cercare di curarlo con l’elettroshock, segnano profondamente il giovane Hanno, che nel frattempo è riuscito a imparare l’italiano e a rientrare nel quarto anno di liceo, grazie ad un insegnante privato che l’ha seguito ogni giorno nel corso dell’ultimo anno. L’intera storia si basa sulle lettere che i due amici si scambiano per quaranta, lunghi anni, in cui si raccontano tutte le esperienze della loro vita, finché con la caduta del muro i due riusciranno finalmente a vedersi, a Lipsia La sua forza di volontà, nonostante le difficoltà, l’ha portato a raggiungere il suo obiettivo lavorativo. Che messaggio si sente di dare a noi giovani studenti in un momento in cui i nostri sogni sono frenati dallo spettro della disoccupazione, mancanza di fiducia ecc.? Quello che aiuta molto è la determinazione.

di Cristina Bernardelli

Hanno Speich Inseparabili Nuovadimensione edizioni Nel mio caso vedevo questa come l’unica chance; darmi da fare, studiare, cercare di inserirmi nel nuovo ambiente e alla fine ci sono riuscito. È stato un modus vivendi che mi ha accompagnato per tutta la vita. Sua figlia ha detto che prima della caduta del Muro era restio ad esprimere i suoi sentimenti. Che cosa rappresentano per lei il Muro e la sua caduta? È stata una grande emozione perché è stato un fatto assolutamente inaspettato, un avvenimento che ha sconvolto il mondo nel 1989 con delle ripercussioni anche nei decenni successivi. Perché con il Muro è caduta la Cortina di ferro, si è dissolta l’Unione Sovietica ed è stata anche la premessa per la riunificazione della Germania dopo 50 anni; per me, poi, ha significato la possibilità di ritrovare Manfred. In questo momento in cui l’Europa è invasa dai profughi. Lei cosa prova nei loro confronti? Quando leggo il giornale o accendo la televisione, vedere questa povera gente che cerca di arrivare in Europa sacrificando anche la propria vita mi commuove molto profondamente, anche perché loro si trovano in una situazione che conosco molto bene.

La Casa della Memoria assume la sua vera funzione durante la presentazione del libro "Mi ricordo" di Paola Capriolo: raccontare per ricordare. Il tema centrale del romanzo è proprio la memoria del passato, di un passato storico ma anche personale, in questo caso. La vicenda si svolge in due epoche diverse, nella stessa casa, raccontandoci parallelamente la storia di Adela, una diciottenne degli anni 30, e Sonja, una cinquantenne dei nostri giorni. La storia di queste due donne è legata da una raccolta di lettere che la prima aveva conservato nella soffitta di casa e che la seconda ritrova e rilegge. Il filo rosso che caratterizza tutta la corrispondenza è una frase di Dostoevskij: "La bellezza salverà il mondo". Questa affermazione aveva alimentato l'amore per la vita di Adela che decide così di condividerla con il suo mentore tramite queste lettere e che la assume come sua filosofia di vita. L'amore e la fede nella bellezza si trasformano in un'amara disillusione quando la giovane Adela viene deportata nel campo di concentramento di Auschwitz. Anche dopo la sua morte, avvenuta per suicidio, la storia di Adela resta in vita grazie alle lettere che Sonja ritrova e tramite le quali ricostruisce la storia di questa donna che si scopre infine essere sua madre. L'eredità che raccoglie Sonja e con lei ogni lettore è dunque questa: il compito di credere e testimoniare che nonostante tutto esista e vada cercata una bellezza insita nella vita stessa che meravigliosamente ci salverà. ■

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Segreti svelati sul Vaticano di Giulia Galbiati, Diletta Pescarmona Un autore da cinque milioni di copie che nel suo primo romanzo a due mani scava nei segreti dei depositari di una religione che ha segnato il corso della storia. È da questa domanda, alla quale forse nessuno potrà mai dare una risposta, che Ian Caldwell, autore de “Il quinto vangelo”, muove i suoi passi in un mondo, quello ecclesiastico, che definisce affascinante quanto controverso. Ma a quali bugie si riferisce? Non vogliamo anticipare nulla per non rovinare il gusto della sorpresa, certo è che, leggendo il romanzo, letteralmente ci si immerge in una realtà di cui si sente molto parlare e ci cui la cronaca spesso ci riporta notizie davvero inquietanti, ma che rimane sempre molto difficile da interpretare, ambigua e sfuggevole per i più. Caldwell tiene molto a sottolineare che i suoi personaggi sono frutto di invenzione: i protagonisti sono infatti due preti cattolici, appartenenti uno alla chiesa d’oriente e l’altro alla chiesa d’occidente, che si trovano coinvolti in un intrigo dal quale dovranno sapersi districare. Tuttavia, ogni riferimento al Vaticano presente nel libro è assolutamente fondato,

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frutto di dieci anni di ricerche passate tra carte, libri e uomini di chiesa. A questo proposito l’autore ha precisato che, durante la ricerca del materiale per la scrittura di un romanzo così denso, più si avvicinava ai vertici della gerarchia ecclesiastica, più gli sembrava di arrivare al cuore delle informazioni più scottanti. La necessità di scrivere questo romanzo, spiega Cladwell, è nata dal voler approfondire per poi mostrare all’America ciò che é il Vaticano, come stato vero e proprio e come sede della fede cristiana. Negli USA infatti, le persone credono che il Vaticano sia un luogo dove regna la pace e dove non sussiste alcun tipo di problema. Una delle prime cose che lo scrittore ha scoperto, invece, è che esso è lo Stato con il maggior tasso di criminalità al mondo. A partire da questo dato, sicuramente contrario rispetto all’immagine che ha l’opinione pubblica riguardo alla Santa Sede, l’autore ha deciso di immaginare il suo thriller e lo ha fatto servendosi della più importante reliquia del mondo cristiano: “la Sacra Sindone”. Molti lo hanno paragonato a Dan Brown, ma Caldwell si definisce un autore con interessi diversi: lui parla di fatti prima attentamente misurati attraverso fonti e testimo-

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Ian Caldwell Il quinto Vangelo Newton Compton editore nianze per poi mescolarli con la giusta dose di fantasia, per far divertire i suoi lettori. In conclusione, non si può però fare a meno di sottolineare la vicenda che fa da cornice all’intera vicenda del puro thriller: la storia di un bambino abbandonato dalla madre che vive con il padre e lo zio, entrambi ecclesiastici. Caldwell chiarisce le motivazioni di questa scelta quando confessa che la spinta alla stesura di questo romanzo gli è stata data anche dalla nascita dei suoi figli: per questo, come sottofondo di una vicenda già particolare, ha inserito la sua concezione di paternità. Ancora una volta e in modo del tutto particolare realtà e invenzione tornano a convivere in questo romanzo. ■


La crisi dell’Unione Europea e dell’euro

C. Carpinelli, V. Gioiello Ripensare l’Europa dalle fondamenta Mimesis edizioni

di Elena Bozzella, Luca Delcarmine, Edoardo Mugnano Il culmine della crisi greca, che ha costretto l’Unione Europea a un intervento repentino, ha messo in luce i punti deboli e le disomogeneità al suo interno? Ha rivelato un assetto instabile che si distacca dal modello di Europa concepito ormai più di sessant’anni orsono? Se ne è discusso il giorno 24 ottobre presso il Museo del Risorgimento di Milano in compagnia di Dino Gavinelli (docente di geografia al dipartimento della mediazione linguistica e di studi interculturali dell’Università degli Studi di Milano), Giovanni Bianchi (politico oggi impiegato come commissario reggente del coordinamento cittadino di Sesto San Giovanni della Margherita) e Vittorio Gioiello, autore del libro “Ripensare l’Europa dalle fondamenta”, dal quale prendono spunto i temi trattati nella conferenza. Il primo a prendere la parola è Gavinelli, che con il suo approccio prettamente geografico, ha offerto una visuale multipolare dell’Europa, la quale sembra non essere in grado di tenere le redini,in quanto organismo sovranazionale, di una burocrazia uni-

taria che ha il fine di superare le inevitabili differenze fra le diverse nazioni facenti parte dell’Unione. Evidenzia inoltre le differenze fra geografia soggettiva ed oggettiva presenti in Europa nel passato sino al giorno d’oggi. Stando all’opinione dei relatori, l’Europa, per superare l’attuale crisi, (di un «mondo sommerso di carta che non ha idea materiale della produzione effettiva») dovrebbe spingersi verso un modello di integrazione politica, che permetterebbe di difendere l’economia fiscale e la moneta tanto quanto di fare fronte alle politiche di riduzione volte ad eliminare le inuguaglianze al proprio interno, conformandosi al modello di Unione da Altiero Spinelli in poi. Come si è potuto riscontrare, nella lunga serie di introiti finanziari della “telenovelas greca” l’opinione pubblica ha ben poca influenza e ciò va a vantaggio dei burocrati di Bruxelles (in particolare dell’eurogruppo, organismo informale che è nato dal compromesso raggiunto fra Germania e Francia ) che si è arrogato il diritto di decidere le sorti di un’intera nazione, la Grecia,

Nascita della criminalità organizzata

della genesi di due famiglie insieme e quindi risalire alla genesi di queste famiglie mafiose. Il periodo raccontato è circoscritto ma è analizzato in maniera profonda. Il professore afferma che i camorristi e/o i mafiosi sono sempre tutti d’accordo fra di loro e racconta come il mondo del crimine vive i processi. A commentare questo libro interviene Nando Dalla Chiesa, figlio di Carlo Alberto Dalla Chiesa e professore di sociologia della criminalità organizzata, il quale dice: «Ormai non è più possibile raccontare la Storia dell’Unità d’Italia senza parlare di mafia e camorra.» Nando Dalla Chiesa afferma che questo libro è in realtà l’intreccio di due i libri che parlano uno della storia di mafia e camorra e l’altro del controllo dell’opposi-

di Chiara Vassallona Franco Benigno, professore ordinario di metodologia della ricerca storica presso l’Università degli Studi di Teramo, presenta il suo libro “Mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878” all’evento di Bookcity “Nascita della criminalità organizzata”, tenutosi presso l’università egli studi di Milano Bicocca. Il professore afferma che questo è il primo libro che cerca di affrontare il problema

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non tenendo conto delle realtà oggettive riguardanti quest’ultimo (ne è un esempio il suggerimento della riduzione dei tagli al pane). Il mercato unico è inoltre sfavorevole ai più in quanto un politica comune estera comporta come conseguenza una politica fiscale interna disordinata, problematica che non sembra essere stata risolta dal progetto di austerità visto da molti come limitazione alla crescita (nonostante una percentuale considerevole sostenga tale soluzione come motore di coesione sociale). In sostanza l’UE ha da tempo abbandonato l’idea di democrazia e uguaglianza su cui era stata fondata in favore di una politica elitaria in cui il parlamento e le banche indipendenti da qualsiasi autorità fanno gli interessi dei creditori, nella loro ottica neo-funzionalista. ■

zione politica per il fatto che i camorristi e i mafiosi sono contenti e soddisfatti di avere una considerazione negativa da parte dei cittadini e che continuano a giocare sul livello dell’etichettatura, dell’autorappresentanza e della rappresentazione agli occhi degli altri. Lo scopo della mafia è quello di creare disordine per assicurare l’ordine. In conclusione si pone una domanda: come è stato possibile costruire una Stato unitario in quel periodo storico dove criminalità e Stato erano strettamente collegate? Franco Benigno risponde affermando che c’è criminalità alle origini dell’Unità: speriamo di liberarci da questo “peccato originale”. ■

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Coltivare asparagi su Marte di Paolo Ficara, Matteo Milan

Bookcity ha offerto ai suoi visitatori moltissime conferenze interessanti, tra le quali una di argomento scientifico nel museo Leonardo da Vinci. Questo incontro, intitolato “Asparagi su Marte”, prende spunto dal libro presentato: “Oro dagli asteroidi e dagli asparagi su Marte”. La conferenza ha offerto al suo pubblico degli importanti interlocutori: Luca Reduzzi, curatore Comunicazione e referente Astronomia e Spazio per il museo in cui l’incontro si è svolto, Federico Pedrocchi, giornalista di scienza ed esperto nelle comunicazioni e nei media. Era presente, inoltre, Andrea Sommariva, economista e autore del libro insieme a Giovanni Bignami, fisico italiano che purtroppo non ha potuto partecipare direttamente alla presentazione del libro poiché era in Cile insieme al nostro Presidente del Consiglio Renzi per mostrargli uno dei più importanti osservatori astronomici della Terra, collocato sulle Ande. Nonostante questo, il fisico italiano è riuscito ad intervenire tramite un video, dando la sua opinione sulla questione trattata: «Questo libro è a modo suo rivoluzionario, perché per la prima volta analizza la questione delle spedizioni nell’universo anche dal punto di vista economico, rendendo realistico e non fantascientifico l’argomento trattato.» Le sue parole sono ulteriormente confermate da colui che ha trattato questo aspetto del libro, Andrea Sommariva, il quale racconta che tutto ciò che è possibile anche scientificamente, poi lo deve essere

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per forza economicamente, altrimenti diventa irrealizzabile. L’economista ha trattato inoltre una questione che nel libro risulta fondamentale, ovvero la possibilità di ottenere dagli asteroidi quei materiali (platino, palladio), che sulla Terra iniziano a scarseggiare, studiandoli prima con dei satelliti e poi spedendo direttamente degli uomini per il processo di estrazione e lavorazione di questi prodotti. Durante la conferenza si è anche trattato di due spedizioni, una importantissima e già avvenuta come quella della Luna, e una futura, e possibile, su Marte. Sommariva racconta che quella sulla Luna è stata possibile grazie alla competizione tra l’America e la Russia in quegli anni, che sfruttarono questo evento scientifico epocale per affermare il loro potere politico, ma nonostante questi condizionamenti della politica l’evento ebbe un notevole riscontro nell’opinione pubblica, mentre oggi siamo abituati a notizie sconvolgenti, e una spedizione su Marte probabilmente non attirerebbe l’attenzione come quella sul satellite della Terra. Riguardo a questo argomento è intervenuto l’esperto di media e quindi anche di opinione pubblica, Pedrocchi: «Penso che dal punto di vista della tensione emotiva, la spedizione su Marte potrebbe recuperare quella sulla Luna di Armstrong, perché credo che nell’immaginario collettivo attragga molto la sensazione della prima volta. Ne è una chiara dimostrazione il robot Rosetta spedito su una cometa, che ha attirato molta

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G. Bignami, A. Sommariva Oro dagli asteroidi e asparagi da Marte A. Mondadori editore

attenzione.» Durante la conferenza sono emersi diversi aspetti della scienza e delle spedizioni spaziali, tra cui uno particolarmente interessante, sottolineato dall’esperto economista Sommariva, ovvero la possibilità di ottenere le materie prime dagli asteroidi per ridurre le competizioni tra i vari stati, che il più delle volte sfociano in guerre di controllo di aree africane ricche di questi materiali essenziali per l’economia. Alla fine della conferenza c’è stata una domanda che ha interessato i relatori, che riguardava la possibilità di poter creare in un futuro non troppo lontano, una sorta di turismo spaziale. A questo proposito Reduzzi ha detto che: «In prospettiva, per poterlo fare, è necessaria la produzione di propulsione nucleare, perché senza quella non si può andare molto lontano. È abbastanza fattibile ma il problema è l’abbattimento dei costi. Per ora si sta pensando di fare dei voli suborbitali, a costi elevatissimi, che consistono nel raggiungere i 100 Km di altezza con astronavi che arrivati a quel punto danno al passeggero la sensazione di assenza di gravità, tornando poi giù.» La conferenza si è chiusa tra gli applausi e la soddisfazione di un non numerosissimo pubblico che ha però apprezzato le infor■ mazioni fornite dagli ospiti.


La casa della buona politica di Cecilia Burattin, Alice Paone, Virginia Fregona Gad Lerner presiede l’incontro con Laura Boldrini e Giuliano Pisapia. A Bookcity la casa della buona politica non è un’utopia ma un luogo ben preciso: a ricoprirne i panni il Castello Sforzesco che per un paio d’ore ha ospitato Laura Boldrini e Giuliano Pisapia con Gad Lerner, maestro di cerimonie eccezionale. Boldrini e Pisapia: entrambi un passato in SEL, entrambi ora senza partito; cariche diverse, ma simili idee di “buona politica”. Che è innanzitutto un servizio radicato nel volontariato e nella responsabilità nei confronti di se stessi e della comunità. Un servizio, però, che deve essere patrimonio di tutti e infatti un Paese forte non può basarsi su una democrazia accessibile solo a un’élite, poiché in tal caso la leadership del governo si sgretolerebbe come un castello di sabbia dopo un’ onda travolgente. La politica non può quindi prescindere dai singoli cittadini che negli anni però hanno cominciato a disinteressarsi e mostrare sempre meno fiducia nelle istituzioni e nei partiti. «Troppa gente non va a votare: bisogna recuperare il capitale umano» dice Boldrini e ora per recuperarlo «bisogna ripartire dalle idee, dalla possibilità di essere competitivi e, perché no, anche dalle

utopie.» La società è più avanti delle istituzioni e solo con la partecipazione (e ammettono che va bene anche quella digitale) si può fare in modo che l’intervallo tra le due realtà sia sempre più piccolo. Proprio con l’intento di dare voce a tutti Laura Boldrini accettò la proposta di Niki Vendola, quando lavorava ancora per l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che la portò a ricoprire ora il ruolo di Presidente della Camera; il motivo più grande che l’ha spinta ad accettare questo grande onere (o onore) spiega proprio Boldrini è stato il semplice senso di dovere nei confronti del proprio Paese: «L’Italia mi ha dato tanto, dovevo restituire.» Anche Pisapia parlando del suo percorso politico parla di un senso del dovere sia per

sé sia per la comunità: «Devo rimanere fedele a me stesso» così giustifica la sua scelta di non candidarsi per la seconda volta come sindaco di Milano, anche se il pubblico gli fa subito capire che un nuovo mandato non sarebbe affatto sgradito. Le scelte dei due politici, seppur in contesti differenti, hanno avuto un altro un filo rosso che li legava oltre al senso di onestà verso sé e gli altri: la lotta alle disuguaglianze. Le reminiscenze di SEL si sono, da questo punto vista, sempre fatte sentire: la dignità della persona ha sempre avuto per Pisapia e Boldrini un’importanza tale da sovrastare qualsiasi differenza, soprattutto se di carattere finanziario. È questa unità umana che deve essere il trampolino di lancio per un nuovo interesse alla buona ■ politica.

Per gli altri è il Belpaese… per noi? di Giuseppe Piccirillo, Mattia Sambruna, Giuseppe Signorile «Italiani, dovete tirare su la testa! Avete tanto da offrire, ma siete troppo concentrati ad autocriticarvi!» Questo il messaggio fondamentale che Maarten Van Aalderen vuole lanciare a noi abitanti dello stivale attraverso il suo libro "Il bello dell'Italia" in cui ha scelto di intervistare 25 giornalisti delle principali redazioni estere domandando a ognuno di loro cosa gli piacesse del nostro paese. Non nega, però, che qualcuno si sia rifiutato di partecipare a tale progetto, ma che successi-

vamente si sia pentito della scelta fatta. Le risposte date dai corrispondenti della stampa estera sono state molteplici e differenti fra loro; alcune anche inaspettate, come ad esempio quella di una giornalista israeliana che ha esaltato alcuni aspetti dell'istruzione italiana, campo che invece noi spesso critichiamo sotto tanti aspetti. I paesi stranieri non hanno solo quel parere negativo del Belpaese come noi crediamo, anzi sono molto più ottimisti di noi. A conferma delle grandi capacità Van Aalderen esalta la

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riuscita dell'Expo a Milano, evidente conferma delle nostre potenzialità che in tutto il mondo hanno suscitato grande ammirazione e che invece, almeno inizialmente, in Italia hanno provocato molte critiche. Insomma, è incredibile come noi italiani, non riusciamo spesso a individuare quegli elementi che ci contraddistinguono e ci valorizzano, ma siamo sempre pronti a sottolineare gli aspetti negativi che è pur vero che esistono, ma che non devono diventare ■ un'ossessione.

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English is future di Pietro Fossati, Elena Bozzella, Luca Delcarmine Tre parole, una realtà oggettiva. È con questa breve proposizione, nonché titolo del libro da lui scritto, che John Peter Sloan presenta il suo incontro sulla lingua inglese. Intervallano a un non troppo corretto italiano, numerose frasi in inglese, l’insegnante della lingua, famoso per i suoi video su un canale Youtube, fa trascorrere un’ora di risate alle persone accorse alla biblioteca Mondadori per il nome che lo rende famoso. Risate, sì. Più che un incontro sulla presentazione del libro, seppur da questa si è partiti, il dialogo si sposta verso un aspetto più comico, con il racconto di alcuni aneddoti della sua vita. In proposito all’insegnamento dell’inglese in Italia, paese di cui egli si sente ormai parte, Sloan sostiene che il problema principale per cui è così mal parlato, è dovuto alla mancata educazione all’apprendimento della lingua nel periodo dei primi anni di vita. In Italia, contrariamente a quanto accade in altri paesi Europei, e soprattutto in quelli nordici, si inizia ad insegnare l’inglese successivamente all’ “imprinting face”, periodo che va dalla nascita fino ai sette anni di età. Sembra un paradosso, ma è così. Se si insegnassero le lingue in questa fascia di età, i bambini crescerebbero conoscendo al meglio sia l’italiano che e le diverse lingue insegnate. Basterebbe creare ambienti, come asili nido e scuole materne, in cui vengono assunti solamente insegnanti madrelingua inglese. «Ma lascia che impari prima l’italiano poi imparerà anche l’inglese.» È proprio qui che sbaglia la nostra nazione. Un altro ostacolo all’apprendimento consiste nel fatto che in Italia lo studio della lingua è visto dai ragazzi solo come una materia da dover studiare in modo sistematico, mentre in paesi come l’Olanda la conoscenza lingua è considerata come un qualcosa di cui vantarsi con gli amici. In quei paesi si parla in modo misto, tutti conosco entrambe le lingue.

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«Un'altra cosa che non riesco a capire – dice ancora Sloan – è come mi possano dire di insegnare parlando solo in inglese. Ma come?! Come faccio a insegnare l’inglese parlando solo in lingua a uno che l’inglese non lo sa? È come se io seguissi un corso per imparare il cinese in cui si parla solo in quella lingua, non capirei niente! Però, quando mi è stata detta questa cosa, ero all’inizio dell’insegnamento e mi sono detto “chi sono io per cambiare il metodo di istruzione? Fanno così da sempre, andrà bene”. Alla prima lezione ho iniziato a parlare, e nessuno mi interrompeva mai. Così ho pensato che tutti mi stessero seguendo, e continuavo a parlare sempre più veloce. Poi però al momento della verifica mi sono accorto che nessuno aveva capito nulla, e da allora ho capito che per l’italiano è sì molto importante imparare l’inglese, ma ancora più importante è l’orgoglio e il non fare brutte figure di fronte agli altri. Così ho imparato a conoscere meglio gli italiani.» Al termine dell’incontro, nonostante la folla siamo anche riusciti a catturare Sloan per una breve intervista. Hai trovato difficoltà nella tua carriera di insegnate ad arrivare al posto in cui sei ora? Guarda, è una sorpresa. In realtà, non avevo alcuna ambizione di arrivare in alto come insegnante. Il corso l’ho scritto per me stesso, ma direi che è stato molto semplice perché quello che ho scritto mancava nel mercato, e quindi ha fatto successo. È difficile arrivare nelle scuole italiane e cambiare la vecchia mentalità, fare capire

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che per insegnare l’inglese bisogna riuscire a divertire, perché in Italia per qualsiasi cambiamento ci vuole una vita, questo sì, però arrivare dove sono arrivato è stato un caso, e quindi non ho riscontrato difficoltà. Come hai scelto di venire mai proprio in Italia? Prima io ho girato tutta l’Europa come cantante e, arrivato in Italia, ho capito che questo era il posto più adatto a me. L’italiano nel bene e nel male è molto vicino a quella che è la mia personalità, anche se non so se questo è un complimento oppure no. In Inghilterra sarei da ricoverare, questo me lo dice sempre anche mia madre. […] Il problema degli italiani è che non si buttano, sono psicologicamente traumatizzati dall’inglese, perché lo vedono come una cosa difficile, ma non è così. When you start to learn it, it’s not so difficult. ■

John Peter Sloan SOS english A. Mondadori editore


Il vincitore del premio Strega Giovani incontra i lettori

Fabio Genovesi presenta il suo ultimo romanzo a Bookcity 2015 di Niccolò Civati, Arianna Pavarello Un uomo nato in una città di mare come Forte dei Marmi, frequentatissima durante i mesi estivi, ma desolata durante il resto dell’anno, sa raccontare molto bene le storie di gente qualunque, che a prima vista non hanno nulla di interessante, però ad un secondo sguardo possono rivelare aspetti originali che sorprendono. Fabio Genovesi si definisce infatti un narratore, cioè colui che narra racconti di persone comuni ma che allo stesso tempo offrono spunti notevoli per i suoi romanzi. Noi de Il Giornale dei Ragazzi di Bookcity, subito dopo la presentazione del libro, siamo riusciti a rubargli qualche minuto per porgli delle domande;. Come e quando ha creato i personaggi del libro? Io in realtà vedo delle persone che non conosco e che non conoscerò mai; magari le incontro per strada, al ristorante, alle presentazioni e mi dà fastidio non poterle conoscere in fondo, quindi, quando arrivo a casa, per insoddisfazione, perché mi chiedo “chissà quelle persone che facevano nella vita”, piano piano, me lo invento. Ognuno dei personaggi ha per me una faccia precisa, per esempio magari Luna era una ragazzina albina che vidi una volta in spiaggia con dei suoi amici a mangiare

un gelato, cioè nascono tutti da un qualcosa di reale e da quel seme, come una pianta, cresce una storia verosimile. Quale preferisce oppure in quale si rispecchia di più? Dei miei libri non preferisco nessun personaggio; infatti è come se fossi il loro padre e non posso esprimere preferenze. Deve esserci un equilibrio, perché se ti accorgi che ti piace particolarmente un personaggio non va bene, la storia diventa sbilanciata, invece un lettore deve poterla leggere e voler bene a tutti anche se poi è normale che ne preferisca uno piuttosto che un altro. Non mi rispecchio in nessuno perché in ognuno di loro c’è tutto e niente di me stesso. Che rapporto ha con il mare? Ci sono nato e cerco di starci il più possibile anche se ci rimango molto poco. Sia quando vado in vacanza in Italia che all’estero prediligo sempre località di mare. Infatti mi piace davvero molto, è una massa così grande da cui a volte mi lascio avvolgere in lunghi bagni. Stare in un posto non di mare mi sembra sbagliato, un posto di passaggio. Lei, che è nato in un centro balneare

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Fabio Genovesi Chi manda le onde A. Mondadori editore come Forte dei Marmi, come vive Milano? Per me Milano è il lavoro; ci passo tutto l’inverno, anche se la maggior parte dei fine settimana torno a casa o mi muovo, però cerco sempre di ritornarci quando posso perché mi piace molto, di tutte le città in cui ho vissuto è l’unica in cui riesco viverci per più di tre mesi. In un ipotetico sequel, Sandro riesce finalmente a conquistare Serena o si rassegna? Non lo so (ride, ndr), sinceramente spero per lui, ma non ce lo vedrei. Se lo meriterebbe? Forse no, Serena è molto meglio di Sandro, tante volte si vedono delle coppie che a parer nostro non stanno bene insieme, eppure… ■

interviste


Un tesoro svelato

La collezione di bozzetti e figurini del Teatro alla Scala di Alice Pizzamiglio, Giulia Paganini

Lo spettacolo è per definizione qualcosa di effimero, si svolge in un luogo e in un tempo, ma poi finisce. Appartiene a una dimensione atemporale, in cui tutto ciò che non è parte di esso smette di esistere. In apparenza non ha né un prima né un dopo. Anche in questo sta la magia del teatro. Ma dietro a ciò si nasconde molto di più: un tesoro, svelato dalla storica dell’arte Ede Palmieri attraverso la collezione di bozzetti e figurini del Teatro alla Scala. Un patrimonio dimenticato riscoperto grazie a un progetto editoriale promosso dall’associazione degli Amici della Scala, che da decenni studia e cataloga questo prezioso materiale composto da oltre 4.000 fogli, in particolare attraverso la pubblicazione annuale di monografie, curate da Vittoria Crespi Morbio e da altre figure in primo piano nell’ambiente artistico. Oggetto della collezione sono bozzetti e figurini relativi a spettacoli messi in scena a partire dal secondo dopoguerra, poiché solo a partire da questo periodo il contratto con costumisti e scenografi della Scala presenta una clausola che obbliga a lasciare questo materiale al teatro, mentre prima era spesso proprietà del committente. Questa ricchezza ritrovata rappresenta una testimonianza fondamentale non solo della la storia del teatro e dello spettacolo ma di tutta la storia dell’arte: moltissimi sono gli artisti di grande importanza che hanno

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collaborato con il Teatro alla Scala come costumisti o scenografi. Un lavoro particolare perché priva l’artista della completa autonomia, ma che allo stesso tempo lo porta a manifestare se stesso attraverso opere altrui, con una forma di espressione che piace molto agli artisti perché permette di superare i limiti imposti da altre forme d’arte, come la pittura, immagine fissa, a differenza del teatro che prevede la fondamentale componente della dinamicità, il movimento dei ballerini che interagiscono con la scenografia. Questa possibilità ha affascinato alcune tra le più grandi personalità del secolo scorso: un esempio è la straordinaria stagione che si è svolta a inizio Novecento quando operavano i ballets russes di Diaghilev, o ancora il periodo del dopoguerra che alla Scala ha visto protagonisti personaggi come Picasso, Burri, Carrà, Fontana, Chagalle, artisti prestati al teatro spesso sia come scenografi, sia come costumisti, sia come registi. Nel 1960 anche Dino Buzzati è alla Scala come scenografo e costumista per un balletto su musica di Stravinskij tratto da un proprio racconto. Quando arrivano sul mercato i figurini realizzati da Alfredo Edel per quello che rimase uno spettacolo leggendario, l’Excelsior, rappresentato alla Scala nel 1881, per celebrare il trionfo del progresso e della civiltà, la raccolta viene acquistata dall’associazione Amici della

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Scala e donata al museo del teatro. Dagli anni 80 l’opera degli Amici della Scala mira a prendere coscienza dell’importanza di questo patrimonio, a comprendere il materiale che si possiede, attraverso un lavoro di inventario, di datazione e soprattutto di restauro. La preziosa documentazione, infatti, è stata sottoposta nel tempo a una tremenda usura e presenta le conseguenze di una inadeguata conservazione. Se da sempre esiste una “memoria dello spettacolo”, non si può dire altrettanto di una “memoria della costituzione dello spettacolo”. Prima del recupero da parte dell’associazione Amici della Scala solo poche persone riconoscevano il valore di questo materiale, in parte andato perduto o anche sottratto, poiché prima era considerato solo come uno strumento di lavoro, a supporto dell’attività degli esecutori materiali, ovvero della realizzazione delle scenografie nel caso dei bozzetti e dei costumi di scena nel caso dei figurini. Per promuovere la collezione di bozzetti e figurini ogni anno vengono organizzate due mostre che si tengono nel foyer del Teatro alla Scala e vengono pubblicate quattro monografie ciascuna dedicata a un artista, finalizzate alla continuazione del recupero e della conoscenza di una ricchezza che deve essere svelata.


Il rock: momento di condivisione e di libertà di Davide Janiri, Amos Lindo «Il rock è la musica della libertà ed è il luogo dove condividere qualcosa con gli altri», dice Massimo Cotto, conduttore radiofonico presso Virgin Radio, alla presentazione del suo nuovo libro "Rock bazar. 425 nuove storie rock". Grande appassionato di musica, Massimo Cotto ha deciso di dedicare la propria vita esclusivamente alla musica rock dopo aver sentito una canzone in automobile (resta il mistero di che pezzo si trattasse), una passione che nel tempo è diventata talmente forte da spingerlo ad abbandonare il basket, nonostante militasse in serie B. È così che è iniziata anche la sua carriera di conduttore radiofonico, che lo ha portato ad affiancare il boss di Virgin Radio, nome d'arte Ringo, che con il collega condivide una grande passione per la musica rock. "Rock bazar. 425 nuove storie rock" narra di aneddoti del rock, di ministorie e curiosità che hanno contribuito ad accrescere la fama

di molte star della musica. Fra queste ne riportiamo una, che è anche la storia prediletta da Cotto, ovvero il singolare anneddoto che ebbe come protagonista il cantante Ozzy Osborne. L'autore racconta come Ozzy Osborne abbia avanzato ben diciassette proposte di matrimonio alla sua futura sposa, e non perchè particolarmente convinto del grande passo ma perchè, essendo spesso sotto gli effetti dell'alcool, si dimenticava ogni volta di averglielo chiesto. La parte più divertente della storia si verifica però alla proposta di matrimonio numero cinque. Infatti quella volta Osborne, spinto a rendere il tutto più gradevole con l'ausilio di un bel bouquet di fiori, decise di non arrendersi all'ostacolo dell'assenza di fiorai nelle vicinanze e pensò bene di intrufolarsi nel primo cimitero a portata di mano per trafugare i fiori lasciati accanto ad una recente sepoltura. Il mazzo viene così consegnato

alla raggiante fidanzata che però, dopo le prime ebbrezze del momento, si accorge di un bigliettino nascosto fra foglie e boccioli, che il cantante non aveva evidentemente notato, sul quale vi era scritto "al nostro caro compianto Harry". Facile immaginare quanto imbarazzo e perplessità ne seguirono. Solo una grande star del rock, viene da pensare, può uscire illeso da una simile situazione. ■

Nel nome del rock, vi benedico e vi maledico di Christian Rizzotto Essendo un grande appassionato di musica l’evento Bookcity “667. Ne so una più del diavolo. Canzoni rock nate sotto il segno della croce” ha subito destato in me una grande curiosità. Nella musica, infatti, moltissimi artisti si sono esposti nell’ambito dell’occulto, tra dannazione e redenzione, con riferimenti più o meno espliciti tra i versi delle proprie canzoni. Fabrizio Barabesi si dedica all’hard rock, al metal ma anche al christian rock, mentre Maurizio Pratelli tratta la parte più “tradizionale” del libro. Nel loro libro raccontano le storie di questi artisti, da Judee Sill con Jesus was a Crossmaker, passando alla musica contemporanea con cantautori come Gaber, che cantava “Io se fossi Dio” per arrivare alla concezione più oscura di ciò che è

sacro con artisti come Burzum. Al Teatro dal Verme si è tenuta una vivace discussione tra esoterismo e mistero, affrontando i temi con molto entusiasmo e divertimento e arrivando a volte a serie e profonde riflessioni. Angeli e demoni, sotto la luce del rock, sono racchiusi in una vera enciclopedia: sono 99 le canzoni e gli artisti trattati, più precisamente 667 contando anche i titoli suggeriti a piè di pagina. Il lettore che vorrà intraprendere questo viaggio tra buio e luce, tra spiritualità e torbidi impulsi, scoprirà i retroscena dei testi sacri e profani degli ultimi 60 anni di cultura rock e magari, perché no, conoscerete il lato maligno del vostro artista preferito. ■

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Massimo Cotto Rock Bazar. 575 storie rock Vololibero edizioni

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Un amore per la vita di Diletta Pescarmona, Cecilia Burattin, Alice Paone, Silvia Cotroneo, Sofia Ferraro, Francesca Palmieri

Ci sono amori che ti aiutano a restare vivi l’uno per l’altro, qualsiasi cosa succeda. È notte e all'improvviso si illumina il telefono, un messaggio inaspettato da parte del suo compagno dopo una lite feroce: sei la mia vita. È per queste parole che Ferzan Ozpetek decide di scrivere il suo secondo romanzo: una grande lettera autobiografica, con la quale raccontare le vicende che gli hanno segnato la vita e rendere partecipe il suo vero grande amore di ogni singolo momento prima del loro incontro: «La mia vita è la tua e ora te la racconterò, perché domani sarà solo nostra.» L'autore racconta del suo arrivo a Roma con il sogno di studiare e fare cinema, degli anni

prima del suo successo come regista, degli amori che ha avuto, di quelli importanti, ma anche di quelli di poco conto, dei coinquilini del palazzo di via Ostiense, di come gli hanno cambiato la vita e il modo di osservare ciò che lo circonda, il bene che ha voluto loro e quello che ha ricevuto. Un contesto singolare arricchito da persone bizzarre e illustri con tanto amore da offrire e buoni consigli da dispensare, che gli hanno dato tanto, persino l'ispirazione per le sue storie e i suoi film «le persone che ti lasciano qualcosa suscitano cose che non avresti mai pensato», afferma inoltre che la fortuna più grande per un uomo è di avere delle donne nelle sua vita, poiché hanno qualcosa in più, «in un uomo il lato migliore è quello

femminile.» Nell'intervista successiva alla presentazione del libro Ozpetek ci rivela che ogni suo libro o film nasce dall'esigenza di condividere con le persone le sue emozioni e i suoi sentimenti. Ci spiega che il lavoro del regista non differisce molto da quello dell'autore, tutto dipende dalla storia trattata e, da una parte dalla maggiore difficoltà nel dirigere un cast, dall’altra dal fatto che in un libro con una frase si possano dire infinite cose mentre in un film è necessario sintetizzare tutto in un’immagine. Ed è forse anche per questo che “Sei la mia vita” è un libro, un racconto spinto da un amore infinito che, pagina dopo pagina, sorprende, come la vita. ■

Ferzan Ozpetek Sei la mia vita A. Mondadori editore

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Ma tu ci credi al Paradiso? di Pietro Fossati Nella suggestiva Sala Grande del Teatro Franco Parenti, Giacomo Poretti ha presentato il suo nuovo libro “Al Paradiso è meglio credere” con il commento di Alessandro D’Avenia. In un mondo futuristico il protagonista muore e descrive com’è il Paradiso, un luogo abitato da persone buone ma anche da “gentaccia”, dove il tempo va a rilento senza preoccuparsi di nulla. Nel frattempo nel mondo terreno vengono descritti degli avvenimenti “apocalittici” come le persone che dalla natura si riversano tutte nelle città (Milano in questo caso) e gli anziani che vengono gettati nei cassonetti. Poretti usa questi avvenimenti come delle allegorie della società che troppo attaccata Signor Poretti, per lei che è un comico di alto livello, la comicità e l'arte costituiscono l’unico punto di vista da cui osservare la vita o utilizza anche altre chiavi di lettura? «Diciamo che la comicità è un linguaggio, è un modo per raccontare un po' la realtà. Ovviamente, la comicità contiene non solo l'ilarità e basta, contiene anche degli affetti malinconici, a volte tristi della vita e la comicità permette questo miscuglio di cose.» Con queste parole Giacomo Poretti risponde ad una breve intervista. La vita, sostiene, non è costituita solamente da ilarità, comicità e gaiezza, ma contiene anche degli eventi malinconici e tristi, che il teatro permette di unire sotto forma di comicità, che diventa così una modalità per raccontare la realtà stessa. Il comico, con le sue parole, ha potuto introdurre così l'incontro tenuto in seguito con l'aiuto di Alessandro D’Avenia, scrittore di romanzi per adolescenti. "Al Paradiso è meglio credere" è il titolo del libro scritto da Giacomino Poretti. Giacomino, sì, non per fare della comicità anche in questo articolo, ma perché questo è il nome con cui l’attore è registrato all'ana-

al tempo che scappa via non riesce a godere dei piaceri della vita, tra cui la natura, la storia e molte altre piccolezze che si possono poi godere solo nel paradiso, poiché c’è bisogno di preoccuparsi del tempo. Durante la conferenza, Giacomo è stato provocato dalle domande di D’Avenia riguardo al libro e con varie metafore è riuscito a spiegare la sua concezione di Dio, di grafe. Un libro forte, che racconta della sua conversione al cristianesimo, con la convinzione che, al paradiso, forse è davvero meglio credere. Saliti sul palco accolti da sontuosi applausi, i due scrittori hanno saputo accattivarsi l'attenzione del pubblico tramite numerose battute: la comicità e il divertimento sono una buona chiave di lettura della realtà. Anche Alessando D’Avenia si sottopone al nostro interrogatorio. Che cosa ha ispirato durante la sua giovinezza la scrittura dei suoi romanzi? Direi che è tutta una questioni di orecchio, di ascolto. Mentre insegnando che è la mia prima vocazione professionale ascolti persone, e quelle persone ti chiedono di esistere un po’ di più perché sono in una fase della loro vita in cui intuiscono quali saranno gli ingredienti fondamentali da spendere per l’esistenza matura, nel caso della scrittura ascolti personaggi che ti chiedono di esistere del tutto perché non hanno consistenza se non nel tuo cuore e nella tua testa. Quindi il secondo, il fatto di comin-

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Paradiso, i suoi desideri e le fobie che sono state inserite nel libro, tutto circondato dalla nota comica tipica dei suoi spettacoli e sketch. ■

ciare a scrivere è conseguenza del primo, abituandomi ad ascoltare i volti dei ragazzi che ho quando insegno a poco a poco mi sono detto ma “quante storie si potrebbero raccontare su questi volti”. Quindi la sua ispirazione sono stati i suoi studenti e le storie che vedeva dietro di loro? Guarda, fino a questo momento sì, ma non con l’idea che sono romanzi esclusivamente per ragazzi, sono romanzi che parlano di ragazzi, ma che attraverso i ragazzi parlano anche agli adulti. Scrivere aiuta anche lei come persona? Scrivere è una necessità, io dico che scrivo per sapere come va a finire. Ci sono delle cose che devo scoprire attraverso la scrittura e che altrimenti non riesco ad affrontare. Scrivendo scopro quello c’era da scoprire lì. Se no sarebbe una noia, invece è una neces■ sità.

interviste


Pensare Oltre

Erika Lamay © by Douglas Kirkland

Nella suggestiva cornice del Castello Sforzesco intervistiamo Elisabetta Armiato, presidentessa dell’associazione “Pensare Oltre”, ed Erika Lemay, famosa ginnasta artistica e preziosa testimonial dell'associazione. a cura di Edoardo Artesiani, Davide Janiri Dottoressa Armiato, ci può spiegare di che cosa si occupa esattamente la vostra associazione e quali sono le vostre iniziative riguardo al disturbo della dislessia? Innanzitutto “Pensare Oltre” è un movimento culturale che si pone in una posizione scientifica per informare ed eliminare “la moda” dei disturbi. Cosa significa? Significa che non neghiamo possano esserci dei problemi (troppa vivacità, eccessiva lentezza nel leggere…), ma riteniamo che laddove non esistano prove mediche oggettive di disabilità, alterazione genetica o di funzione, vadano ritrovati negli strumenti culturali il vero perché dei problemi dei bambini. Un esempio: la dislessia. La dislessia per noi è educativa, quindi non è affatto un disturbo di origine organica, ma è il frutto di una degenerazione dei sistemi didattici, per cui dal famoso metodo alfabetico- fonetico che noi tutti abbiamo imparato lettera per lettera a scrivere, ereditato da 30-40 dagli Usa, in Italia viene utilizzata una serie di metodi: il metodo globale, il metodo visivo, il metodo “word”, le frasi intere, che tendono a minare la capacità dei bambini di riconoscere i “mattoni” con cui si formano le parole, che sono le 21 lettere dell’alfabeto e i loro suoni. Questo significa che noi, invece di concentrarci nel certificare una disabilità, dovremmo osservare come in tutte le civiltà alcuni fondamenti culturali dell’istruzione e delle arti hanno portato a crescere gli uomini entrando da vincenti nella vita. Questo è ciò che noi vorremmo restituire: è un nuovo Rinascimento per l’infanzia. Quindi secondo Lei sarebbe anche necessaria una riforma della scuola primaria che consiste nell’insegnare l’alfabeto

interviste

ai bambini in modo alternativo? Certamente per noi, visto che vogliamo riaffermare nella scuola e nella famiglia dei valori che hanno sempre funzionato, il riabilitare la responsabilità nel genitore e nell’insegnante, perché il bambino uscito dalla famiglia ha il suo primo incontro con l’asilo e con la scuola primaria, è fondamentale. Pensa che oggi si giunga alla diagnosi, spesso fatta addirittura dai genitori e non da medici, con troppa facilità? C’è troppo allarmismo? Il nostro approccio è molto differente: la riporto indietro di 500-600 anni. Se in quel tempo fosse uscito da qui e fosse andato in Piazza Castello, avrebbe visto bruciare delle streghe… Noi avevamo un Tribunale Inquisitorio che valutava dai comportamenti o dalla presenza o assenza di nei se una donna era una strega oppure no… Tutti credevano alle streghe, nessuno aveva mai messo in dubbio la loro esistenza e il principio di autorità, finché intellettuali, geni, pensatori, e artisti hanno trovato che forse c’era qualcosa di sbagliato. Bene, oggi tutti credono ai disturbi, e come tutte le credenze, nell’epoca della scienza, ci si aspetta che qualcosa che viene decretato scientifico sia provato. In assenza di questo potremmo anche pensare agli extraterrestri, non lo sappiamo… Quindi noi ci auguriamo che la “moda dei disturbi” possa tramontare come la moda delle streghe. Sicuramente non è una strega la testimonial di Pensare Oltre, Erika Lehman, che è invece una artista performer di straordinaria bravura e originalità. Arte e cultura, gli ingredienti fondamentali per la ricetta contri i disturbi dei bambini di Pensare oltre, in lei

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trovano una meravigliosa combinazione. Approfittiamo quindi dell'occasione per rivolgerle alcune domande sulla sua arte, che spazia dalla ginnastica artistica all'arte circense a quello che lei stessa definisce “poesia fisica”. Erika, come è nata la Sua passione per la ginnastica artistica e per il circo? Ho cominciato con la danza classica quando avevo 4 anni, per poi fare della ginnastica artistica, che è un po’ più acrobatica. A 11 anni ho conosciuto l’arte circense, che dà tanta libertà in più, infatti è una forma di arte, mentre la ginnastica è uno sport, quindi mi sono appassionata e ho fatto qualcosa che mi appassionava di più. Qual è stato il momento di maggior successo della Sua carriera? A parte i grandi spettacoli come quello fatto a luglio per 400 milioni di persone nel mondo per l’apertura dei Giochi Panamericani, c’è stato uno spettacolo nel 2005, dove ho presentato il pezzo più difficile della mia vita. Non è stato uno spettacolo mediatico, ma ne conservo un bel ricordo. Quali sono i Suoi obiettivi futuri? Continuare a creare con gli spettacoli.


www.pensareoltre.org Adesso faccio delle creazioni più lunghe, come uno spettacolo di 65 minuti con me da sola sul palco, e avere sempre idee nuove per ispirare la gente. Lei si definisce più un’atleta da circo o una danzatrice? Ho sempre avuto difficoltà a trovare il termine, ed è per questo che ho presentato la “Poesia Fisica”, che è il mio “brand” perché ciò che faccio è una fusione di arte e di discipline.

Danza su mani, Tornado, Neige, Divina e Upside down… Quale l’atto più complicato da mettere a punto? Danza su mani, perché tutto quello che è aereo mi viene facilmente. Il verticalismo necessita di molto allenamento già per le basi, quindi immaginate il resto… 15 anni di verticalismo del corpo hanno molto aiutato. Per fare ciò che fa Lei, dove arriva l’allenamento e dove comincia il talento?

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Io credo poco al talento. Dico sempre che il talento è il risultato del lavoro e della passione. Tanto del talento viene dalla testa, e quindi dalla voglia di lavorare molto e dalla capacità di avere delle idee nuove su come essere diverso facendo ciò che tutti gli altri fanno. Mi sono sempre pensata come una persona senza talento, ma che lavora più degli altri. ■

interviste


Alcuni membri della redazione del giornale dei ragazzi hanno svolto una serie di interviste ponendo alcune domande riguardanti l’evento Bookcity Milano 2015. a cura di Greta Guernieri, Davide Lauro, Serena Gemelli, Elisa Berinzaghi

Penso sia sempre giusto mettere un punto di vista per focalizzare l’attenzione su queste iniziative culturali e sponsorizzarle in modo adeguato, affinché più gente possibile possa venirne a conoscenza.

Molti avendo partecipato anche a edizioni passate hanno potuto notare un progressivo miglioramento dal punto di vista organizzativo, con un numero maggiore di eventi e autori riguardanti un più ampio quadro letterario.

Permette di tornare a contatto più con se stessi, in maniera profonda e uscire un po’ dalla superficialità. La maggior parte degli intervistati è venuta a conoscenza dell’evento grazie alla diffusione via radio, internet e varie promozioni sui giornali e ritiene inoltre che quest'anno in particolare l'evento sia stato maggiormente pubblicizzato rispetto agli anni passati, anche per via dell’esposizione universale (EXPO2015) ospitata a Milano. interviste

I pochi intervistati che ancora non erano a conoscenza dell’evento Bookcity hanno comunque mostrato interesse dopo essere stati informati del progetto e del suo fitto programma.

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Pensiero comune di tutti gli intervistati è che sia indispensabile promuovere la lettura e la letteratura soprattutto in questi tempi.

È un occhio in più dell’anima con cui cogliere la realtà.

La lettura ti apre la mente e gli occhi e amplia i tuoi orizzonti.

Con la lettura di un libro si diffonde la cultura a tutti i giovani.

Gli intervistati, sia coloro che erano già a conoscenza dell'evento sia coloro che ne sono venuti a conoscenza grazie alla nostra intervista, sostengono che Bookcity sia di gran valore per tutti gli amanti dei libri, un evento che dà l’opportunità di incontrare da vicino gli autori, di

prendere parte a dibattiti e conferenze su vari temi interessanti.

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interviste


Indice analitico dei nomi e delle opere A Aalderen, Maarten Van 51 Abate, Carmine 39 Abolire il carcere 46 Abruscato, Vincenzo 6 Allende, Isabel 2 Al Paradiso è meglio credere 57 Anastasia, Stefano 46

D Dal cielo alla terra 10 Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere 46 Dove va a finire il cielo 28

B Baccomo, Federico 25 Basso, Alice 30 Benigno, Franco 49 Bianchi, Giovanni 49 Bianciardi, Luciana 13 Bianciardi, Luciano 8 Biassio, Danilo De 4 Bignardi, Daria 30 Boeri, Stefano 10 Boldrini, Laura 43, 51 Boralevi, Antonella 45 Brežná, Irena 23 Bucci, Enrico 40 Buffa, Federico 17, 29

F Fabri, Arianna 45 Fabrizio, Felice 7 Franceschini, Dario 14, 16 Friedman, Bernard 11 Frigoli, Diego 6 Frontani, Antonella 30

C Caldwell, Ian 12, 48 Canavero, Sergio 4 Capatti, Alberto 5 Capriolo, Paola 47 Carofiglio, Gianrico 41 Carta vince… sfogliando la vita 29 Castellano, Lucia 46 Cattaneo, Elena 40 Cattivi scienziati 40 Chi manda le onde 53 Ciao 21 Clerici, Luca 4 Con parole precise 41 Corno, Filippo Del 14, 16 Cotto, Massimo 20

E Energia resa visibile 11

G Gavinelli, Dino 49 Genovesi, Fabio 53 Gioiello, Vittorio 49 Gramuglia, Laura 20 Gregotti, Vittorio 10 Guida astrologica per cuori infranti 30 I Il bello dell’Italia 51 Il dovere dell’antifascismo 36 Il fuorigioco mi sta antipatico 8 Il ladro di nebbia 30 Il lusso 35 Il più e il meno 33 Il quinto vangelo 48 Il quinto Vangelo 12 Inseparabili 47 I paesaggi del cibo 45 K Kagawa, Julie 24


L L’abbazia dei cento delitti 9 La comparsa 26 La felicità dell’attesa 39 La gaia educazione 36 La globalizzazione non ha omologato il gusto 4 L’amante giapponese 2 La metafisica di Harry Potter 21 La mia patria era un seme di mela 31 La strage dei congiuntivi 18 Lenti, Marina 21 Lerner, Gad 51 Lertola, Carla 4 Liberi dalle diete 4 L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome 30 Lo sport alla Grande Guerra 7 Luca, Erri De 33 L’ultima estate di Berlino 17 M Mala setta 49 Mancuso, Vito 37 Manifesto del cibo liscio 41 Marchesi, Gualtiero 5 Mazzerbo, Carlo 46 Merlini, Leonardo 22 Militello, Cristiano 29 Mi ricordo 47 Montroni, Romano 14 Morbio, Vittoria Crespi 54 Mottana, Paolo 36 Müller, Herta 31 Muti, Franca 6 N neet. Giovani che non studiano e non lavorano 44 Ne vale la pena 46

O Ognuno potrebbe 24 Oro dagli asteroidi e dagli asparagi su Marte 50 Ozpetek, Ferzan 56 P Parise, Stefano 14 Patto di Milano 14 Pedrocchi, Federico 50 Pensa a combattere non a vincere 6 Pensare Oltre 58 Petit, Cristina 30 Petti, Lavinia 30 Pigazzini, Mario 38 Pisapia, Giuliano 2, 42, 51 Pitzorno, Bianca 14, 34 Più in forma con Kafka 22 Pollock, Jackson 11 Poretti, Giacomo 57 Q Qualcosa che somiglia al vero amore 30 Questa vita 37 R Reduzzi, Luca 50 Rigotti, Francesca 41 Ringo 20 Ripensare l’Europa dalle fondamenta 49 Rivolta, Carlo 35 Rock Bazar 20 Rock In Love 20 Roscia, Massimo 18 Rosina, Alessandro 44 S Santa degli impossibili 30 Scaglioni, Chiara 24 Scarpellini, Emanuela 4 Scarpino, Cinzia 19


Scritto sulla mia pelle 30 Sei la mia vita 56 SelpÚlveda, Luis 32 Serra, Michele 24 Sgarbi, Vittorio 10 Simoni, Marcello 9 Sloan, John Peter 52 Sommariva, Andrea 50 SOS english 52 Speich, Hanno 47 Steiner, Marco 36 Straniera Ingrata 23 T Troisi, Licia 28, 29 Tutto l’amore smarrito 30 V Vaghi, Pietro 30 Veltroni, Walter 21 Vignolo, Roberto 35 W Woody 25 Y Yehoshua, Abraham 26, 27 Z Zecchi, Stefano 35 Zucca, Silvia 30


corpo La globalizzazione non ha omologato il gusto Nel tempo di Expo, si parla di cibo Trapianto di testa: il primo passo per l’immortalità. Etica ed estetica del cuoco Fisica e biologia incontrano la psiche Una malattia capricciosa La grande guerra attraverso lo sport Il fuorigioco mi sta antipatico: Bianciardi, il calcio e la storia Luciano Bianciardi, la vita e le opere: per non dimenticare

immagine 4 4 4 5 6 6 7 8 8

La crisi dell’architetto Sgarbi e l’arte He looks like a painting

10 10 11

mestieri del libro Patto della lettura La vita ti sorprende… tanto! Chi salverà la grammatica? Il senso delle nuvole: traduzione e fumetto Serie tv versus libri?

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interviste La magia della scrittura Approfittare della storia per parlare di noi Un thriller “evangelico”... Un buon editing salva una vita Bookcity: un fenomeno positivo in costante aumento Rock and roll can never die You got the Love - Amore a tempo di musica Viaggio tra sport e letteratura Bianca Pitzorno, da parrucchiera a scrittrice Due domande a Giuliano Pisapia... …e due a Laura Boldrini Il vincitore del premio Strega Giovani incontra i lettori Ma tu ci credi al Paradiso? Pensare Oltre

1 9 12 13 16 20 20 29 34 42 43 53 57 58

pensiero Il lusso secondo Stefano Zecchi Una bussola per l’esistenza Educazione o controeducazione? L’antifascismo: il suo passato e il suo futuro Una visione del mondo firmata Mancuso L’affascinante viaggio nel mistero della vita Nel mezzo del cammin della psicologia La felicità dell’attesa La scienza ha le gambe corte? Per una nuova filosofia in cucina Gianrico Carofiglio e “l’oscurità non necessaria dei giuristi”

35 35 36 36 37 37 38 39 40 41 41

spettacolo narrativa e poesia Inaugurazione Bookcity 2015 Mi sono sempre sentito in debito con la vita I significati nascosti della saga di Harry Potter Colazione con Kafka, tra brioche ... Straniera ingrata: integrazione non è assimilazione Fantasy: una via di fuga dalla realtà La sindrome dello sguardo basso Woody, per vedere il mondo di tutti i giorni con occhi puri Echi soavi della lontana terra d’Israele Essere donna, essere madre Ritratto di una donna a Gerusalemme I misteri del cielo stellato Non solo draghi Cercando la propria vocazione Un salto nel vuoto (o quasi) Il premio nobel Herta Müller consegna il proprio dolore alla pagina scritta Lezioni di vita Storie di un secolo che non tornerà più

2 21 21 22 23 24 24 25 26 27 27 28 28 30 30 31 32 33

Un tesoro svelato Il rock: momento di condivisione e di libertà Nel nome del rock, vi benedico e vi maledico Un amore per la vita

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società e territori NEET: chi sono questi sconosciuti? Siamo davvero una generazione perduta? Il Touring: più di 100 anni di vita Gli uomini non sono più quelli di una volta? C’e’ carcere e carcere... e tanti modi di viverlo Un’amicizia oltre il Muro di Berlino La Bellezza salverà il mondo? Segreti svelati sul Vaticano La crisi dell’Unione Europea e dell’euro Nascita della criminalità organizzata Coltivare asparagi su Marte La casa della buona politica Per gli altri è il Belpaese… per noi? English is future

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Il Giornale dei ragazzi - Milano, Bookcity 2015  

Il Giornale dei Ragazzi di Bookcity è un progetto – ideato e curato da Isabella Di Nolfo - che dal 2014 coinvolge circa 90 ragazzi tra i...

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