Numero 4 Riflettiamoci

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Poste italiane Spa - spedizione in abb. postale - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n.46) art.1 comma 2 e 3 NE/TN - taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO II NUMERO 1 - MARZO 2011

per non gettare al vento la nostra memoria


Le “vignette” di Bruno Murer In questo numero della rivista offriamo all’attenzione dei lettori alcuni spunti di osservazione sul nostro passato di nazione, sempre tenendo al centro il tema della migrazione e dei rapporti tra culture. Anche se si tende a dimenticarlo, gli italiani sono stati emigranti, profughi, sfollati, discriminati ma anche invasori e conquistatori: tutte “etichette” che al giorno d’oggi vengono applicate ad altri popoli e nazioni. Questo numero della rivista parte dalla convinzione che è quanto mai opportuno ribadire - tanto più in questo 2011, anno in cui si celebra il 150° anniversario dell’unità d’Italia - che “un popolo che non conosce e non ricorda non ha coscienza di sé come nazione”. E le tavole disegnate da Bruno Murèr, come quella che appare sulla copertina e le altre sparse nelle pagine interne, danno forma e voce a questo ammonimento. La dote di acuto osservatore dei fenomeni sociali maturata da Murer, ha radici nella sua biografia. Suo padre, un emigrato di Valstagna (VI), era stato minatore prima in Germania, dove Murèr è nato nel 1942, e poi in Belgio, dove Bruno frequenta le scuole elementari. Medie e superiori lo vedono a Bassano del Grappa, poi la scuola di filosofia e teologia a Piacenza ed il primo impiego tra i meridionali immigrati nella periferia di Milano a Cologno Monzese. Immerso in una realtà migratoria in continuo cambiamento, egli va alla ricerca delle ingiustizie nascoste, ma soprattutto delle incoerenze presenti sia nella società che nella politica, come nel vivere quotidiano delle persone, sia autoctoni che immigrati: da qui le sue pungenti e graffianti “vignette”. Il suo interesse per l’emigrazione dai Paesi terzi inizia alla fine degli anni ’70, quando lavora nei primi progetti di assistenza e di integrazione dei migranti, in particolare eritrei. Collabora con varie riviste con le sue “vignette” sull’emigrazione, in particolare con “Dossier Europa Emigrazione” dello CSER di Roma. Dagli anni ’90 lavora presso il Comune di Milano nell’Ufficio immigrazione, dove ha curato per anni il “Dossier” sull’immigrazione del Comune di Milano.

Le vignette - che pubblichiamo con il consenso dell’autore - sono tratte da una raccolta intitolata “L’emigrato immaginario”, edita dall’ Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo (ASCS), che nel 2003 aveva curato una “mostra” di Bruno Murer, in occasione del centenario della morte di Giovanni Battista Scalabrini.

2 Il Gioco degli Specchi

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi”

Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile: Fulvio Gardumi direttore editoriale: Mirza Latiful Haque

Anche le cellule hanno buona memoria Un popolo che non conosce e non ricorda il suo passato, si trova in una situazione rischiosa e non ha coscienza di sé come nazione di Maria Rosa Mura

redazione: via San Pio X, 48 - 38122 Trento info: tel 0461-916251, fax 0461-397472 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org stampa: Effe e Erre litografia snc, via E. Sestan 29 - 38121 Trento logo: Sonia Lunardelli per Mugrafik progetto grafico: Associazione Culturale Progetti Rizoma www.progettirizoma.it info@progettirizoma.it con il sostegno di: Comune di Trento - Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento

“Diamoci una mano”

Bambini, genitori e insegnanti delle scuole materne sul palcoscenico Il 24 febbraio si è tenuto uno spettacolo a Gardolo per Il Gioco degli Specchi: prima i bambini della Scuola di Infanzia “Il Girasole” di Melta di Gardolo, poi un gruppo di insegnanti e genitori della scuola materna ASIF Chimelli di Pergine Valsugana. Dalla Somalia alla Calabria, dal Trentino al Marocco donne nate in epoche e paesi diversi, intrecciano dialoghi e memorie a partire dall’abito, riflessioni nate da un percorso formativo, organizzato da Il Gioco degli Specchi e ideato dall’Associazione Mani Altri Sguardi, “Abitare il Vestito”. La produzione dello spettacolo è di ariaTeatro, di Chiara Benedetti e Davide Carnemolla. L’iniziativa è stata resa possibile dal sostegno della Fondazione Cassa Rurale di Trento, si estende alla scuola materna “Piccolo mondo” di Trento e continua per tutto il 2011. La conoscenza dell’altro si fonda sulla esperienza condivisa: quale esperienza migliore che allevare insieme i nostri bambini?

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ome già affermato nel nostro calendario 2011, Il Gioco degli Specchi dedica il lavoro di quest’anno a riscoprire gli elementi che risultano fondanti della nostra comunità per tutti coloro che attualmente vivono in Italia. Vuole ricordare cosa siamo stati e come abbiamo vissuto, aprire gli occhi sulla situazione attuale, arrivare ad un futuro responsabile e migliore. Dedichiamo questo numero ad alcuni spunti di osservazione sul nostro passato di nazione, sempre tenendo al centro il tema della migrazione e dei rapporti tra culture. erchè ci sembra importante ripensare al passato? Due esempi per tutti: nel sistema immunitario esistono le cellule della memoria, se ci ammaliamo di morbillo sopravvivranno nel nostro organismo delle cellule capaci di riconoscerlo. Nel momento in cui dovessimo entrare di nuovo in contatto con quella malattia, le cellule della memoria la riconoscono rapidamente, si ridestano e ci proteggono. La memoria è protezione.

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uello che vale per un individuo, la memoria come base imprescindibile della propria autocoscienza, la memoria come protezione, vale anche per le comunità. Per questo un popolo che non conosce e non ricorda il suo passato, si trova in una situazione rischiosa e non ha coscienza di sé come nazione. Nella nostra storia spesso le informazioni sono state nascoste, anche per lunghi anni, ma c’è sempre qualcuno che scava per tutti, ostinatamente. rendiamo l’uso dei gas tossici da parte degli italiani nella guerra d’Etiopia: accuratamente nascosto all’epoca all’opinione pubblica, non ne troviamo traccia nei manuali scolastici di storia dell’Italia repubblicana fino agli anni novanta e anche dopo restano in questi testi molte ambiguità. In Italia è sostanzialmente mancata una discussione sul nostro colonialismo: mentre da un lato paghiamo miliardi di risarcimenti alla Libia dall’altra non molti sapevano di chi era la foto sul petto di Gheddafi in una sua recente visita a Roma.

Dedichiamo questo numero ad alcuni spunti di osservazione sul nostro passato di nazione, sempre tenendo al centro il tema della migrazione e dei rapporti tra culture

ediamo da un altro punto di vista: l’alzheimer è una malattia particolarmente dolorosa per i parenti dell’ammalato che presenta disturbi progressivi e sempre crescenti della memoria. “Non è più lui”, dicono i familiari, su cui si riversa un peso emotivo che aggrava quello di una cura ininterrotta. La memoria è la base del sé.

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l non sapere ci mette a rischio, per tanti aspetti che nemmeno immaginiamo, anche molto concreti. Ulderico Pesce, sul numero di gennaio di Terre di mezzo, riferisce della morte di un ciclista, nel 1996, mentre pedala tranquillo a Ronciglione (Viterbo) presso il lago di Vico. “Il referto medico parla di intossicazione da iprite”. L’involucro di una vecchia bomba di Mussolini che si deteriora in un deposito in cui è stata abbandonata, un gas che si diffonde nell’aria, micidiale come all’origine. Possibile, no?

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ravamo autarchici all’epoca e avevamo certo i nostri bravi laboratori per preparare armi chimiche in casa, poi lasciate in qualche nascondiglio sotterraneo qua e là per il belpaese. Con la presenza di immigrati in Italia con cui abbiamo condiviso un periodo della nostra storia, abbiamo la possibilità di conoscere molto di più di quanto non appaia sui libri, è un’opportunità e un dovere.

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enza memoria o con ricordi falsi o travisati un popolo non ha coscienza di sé, nel bene e nel male, e non potrà mai essere responsabile. Adulto. Il Gioco degli Specchi 3


Miti imperiali e false verità L’Italia alla conquista dell’Etiopia Menzogne, omissioni e razzismo nel libro di Pietro Badoglio “La conquista dell’Etiopia” edito a Milano nel 1936 di Maria Rosa Mura Nel maggio 1936 si dichiara conclusa la guerra contro gli Etiopi e a Roma si festeggia l’impero. In ottobre esce un volume di Pietro Badoglio, “La conquista dell’Etiopia”: l’artefice militare della conquista la racconta in termini con cui per noi italiani è ancora ne-

cessario fare i conti. Su queste due pagine riportiamo alcune affermazioni tratte dal libro di Badoglio, messe a confronto con le risultanze degli studi storici posteriori e alla luce dei valori di un’Italia democratica.

La “versione” di Badoglio

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’Italia non vuole la guerra, ma bisogna “togliere una minaccia perenne alle nostre colonie dell’Africa Orientale e riparare inammissibili offese recate da uno stato barbaro alla nostra millenaria civiltà”. La questione va risolta ormai con le armi, fino al “completo annientamento del nemico”. Come sono i nemici nel testo di Badoglio? Il comando abissino è molto primitivo, incapace di pensare una strategia. Il negus è l’ “esponente di una razza ambiziosa, superba e presuntuosa”, imbelle, irresoluto. Sconfitto abbandona il suo popolo, imbarcandosi a Gibuti: “dopo aver gettato il paese nella rovina e nell’anarchia, lo aveva abbandonato al suo destino.” Ai soldati etiopi vengono invece riconosciuti audacia, valore e coraggio, ma le loro armi sono inadeguate di fronte alla superiorità tecnica dell’Italia, “un esercito barbarico”. Incalzati dall’aviazione gli Etiopi cercano rifugio “di caverna in caverna”. Come siamo invece Noi Italiani in questo libro? Portiamo giustizia, civiltà e benessere, ordine, disciplina, bontà, generosità. La guerra è stata vinta “per le intrinseche qualità della nostra razza...È la razza che ha saputo trionfare su ogni difficoltà, su ogni pericolo, su ogni sacrificio.” Nel condurre la guerra Noi abbiamo metodo, con “lieto animo e ferma volontà” superiamo “difficoltà che potevano essere ritenute insuperabili”. Arma dell’avvenire l’aviazione con la sua multiforme azione dall’alto, sempre perfettamente coordinata col comando a terra. Restano le popolazioni: quelle etiopi si sottomettono senza resistenza, accolgono con palese soddisfazione l’occupazione italiana, “con manifestazioni di giubilo e di omaggio”. E gli Italiani? “A tutta la guerra ha partecipato l’intero Paese...sentivamo vicina a noi l’ardente anima dell’intera Nazione”.

La storiografia moderna

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n realtà c’era da tempo, almeno dal 1932, una preparazione diplomatica e una pianificazione politico-militare per occupare l’Etiopia (vedi Nicola Labanca, “Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana”, Il Mulino, 2002, pagg.183 sgg.) Dall’attacco in pochi mesi furono affrontate e superate difficoltà logistiche davvero non indifferenti, ma i mezzi a disposizione, in uomini, attrezzature, risorse finanziarie furono enormi, mai visti prima in una guerra coloniale. Per la campagna iniziale di sette mesi fu impiegato il 20,8% dell’intero bilancio statale. Sarà ben poca cosa al confronto il raccolto della “giornata della fede”, l’oro alla patria, il 18 dicembre 1935, che costituì però un importante successo della propaganda nazionalista. Altri costi furono sostenuti poi per affrontare la realtà di una guerra che continuò fino al 1941, costi tenuti segreti alla nazione, anche con pasticci contabili, e che graveranno pesantemente sul futuro (vedi AAVV, “Le guerre coloniali del fascismo”, a cura di Angelo Del Boca, Laterza, 2008, pagg. XXII e 186). La regola di questa guerra fu una ferrea censura sul fronte ed una minuziosa, martellante propaganda in patria. Nel libro ad esempio non si parla mai di iprite, un gas di terrificante potenza. Badoglio elenca incursioni aeree, bombe, colpi di mitragliatrice, ma ‘dimentica’ i gas. Già usati dal generale Graziani sul fronte sud, in Somalia, anche lui comincia ad utilizzarli dal 22 dicembre 1935. Si tratta di bombe, che, grazie ad un meccanismo a tempo, si aprono a 250 metri dal suolo creando una pioggia che brucia e uccide. Aggressivi chimici per l’impiego ravvicinato, bombe per l’areonautica caricate ad iprite, granate ad arsine per l’artiglieria (vedi Angelo Del Boca, “Italiani, brava gente?”, Neri Pozza, 3a edizione, 2006, pagg 193 sgg.)

Un libro ed un passato importante con cui confrontarsi alla luce delle nuove conoscenze storiche. Costruire un’identità italiana reale, al di là dei miti che ci siamo inventati su di noi, ci permette di diventare una nazione adulta ed anche di stabilire un rapporto vero con gli immigrati provenienti da queste terre. 4 Il Gioco degli Specchi

Strade d’Italia Da Bolzano ad Agrigento sono ancora molte le vie, i viali, le piazze che ricordano il colonialismo italiano: Adua, Addis Abeba, Mogadiscio, Amba Alagi, Tripolitania, ma anche via dei Galla e Sidama, uno dei 4 governi dell’Africa Orientale Italiana che costituivano l’Impero italiano d’Etiopia. Piazza Capena, a Roma (nella foto a sinistra), invece la si nota per il vuoto lasciato dalla stele di Axum (nella foto a destra), un vuoto di memoria nella storia degli italiani. Portato a Roma nel 1937 per esaltare l’Italia fascista e imperiale e la campagna contro l’Etiopia e, l’obelisco monolitico avrebbe dovuto essere restituito entro 18 mesi dal trattato di pace del 1947. In realtà viene riportato nel parco archeologico di Axum nel 2005 e il vuoto attuale in piazza Capena è un atto di rimozione. Igiaba Scego ha paura di questo oblio degli italiani e scrive: “Oggi in quel posto non c’è niente. C’è il nulla. Avanzo cieca in questo abisso. Le macchine per non perLa pericolosità anche a concentrazioni minori hanno indotto le nazioni a rinunciare all’uso di queste armi ‘innovative’ della prima guerra mondiale, prodotte però ancora a lungo come deterrente. Una loro caratteristica è la lunga persistenza ambientale e il fatto che procurano anche lesioni ad insorgenza lenta ed inabilitanti per lungo periodo. La censura del tempo è stata molto efficace ed anche l’Italia repubblicana ha impiegato troppo tempo prima di riconoscere ufficialmente l’uso di gas proibiti. Mentre sono degli anni sessanta gli studi di Angelo Del Boca, solo il 7 febbraio 1996 il ministro della difesa, generale Domenico Corcione, rispondendo ad una interrogazione parlamentare, ammette, in tre righe, l’uso di iprite e arsine nella guerra contro l’Etiopia. Non si può infine non notare in questo testo la tragica ironia di un Badoglio che accusa il negus di aver abbandonato il paese: l’uomo quando scrive è ignaro di quell’8 settembre 1943 che porta la sua firma. Capo del governo, dopo il messaggio che comunica l’armistizio, Badoglio abbandona Roma per imbarcarsi a Brindisi con il re e lascia senza indicazioni le forze armate italiane, con conseguenze tragiche per i militari e per il paese. Il degiac (generale) Nasibù ebbe i polmoni corrosi dall’iprite e morì dopo mesi dall’intossicazione. Della sua vita, della guerra, dell’esilio della sua famiglia dopo la conquista italiana parla la figlia: Martha Nasibù, “Memorie di una principessa etiope”, Neri Pozza editore, 2005.

dersi d’animo fanno un girotondo intorno a quel vuoto. Ogni volta che ci passo penso che quel luogo meriterebbe di essere riempito di senso(....) Sarebbe bello un giorno avere un monumento per le vittime del colonialismo italiano. Qualcosa che ricordi che la storia dell’Africa orientale e dell’Italia sono intrecciate.” La scrittrice, italiana di origine somala, ha pubblicato di recente “La mia casa è dove sono”, Rizzoli, Milano, 2010. Un libro appassionato in cui dice: sono nera e italiana, somala e nera e vorrei che gli italiani conoscessero come me la storia comune di questi due popoli. Sulla stessa linea di pensiero Luca Acquarelli con l’articolo “Sua altezza imperiale. L’obelisco di Axum tra dimenticanza e camuflage storico” nel numero di “Zapruder”, che citiamo qui sotto. E a Trento o in provincia ci sono strade che ricordano l’epoca delle conquiste coloniali italiane? Inviateci la vostra segnalazione.

Sullo scaffale: libri e autori Anna Di Sapio, Marina Medi Il lontano presente: l’esperienza coloniale italiana Storia e letteratura tra presente e passato (EMI, 2009) Le autrici ripercorrono la storia del colonialismo italiano offrendo all’uso didattico una ricca bibliografia e fonti alternative come film. zzz

BRAVA GENTE. Memoria e rappresentazione del colonialismo italiano (numero monografico di Zapruder, n.23, settembre-dicembre 2010, Odradek editore, Roma). Propone molti articoli di studiosi sul tema, affrontandolo da diversi punti di vista, anche insoliti. Il Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa, i documentari LUCE e la settimana INCOM, fumetti e romanzi, i manuali di storia in cui si trova a stento il colonialismo italiano,la pubblicità e la donna nera, due interviste come momento importante di confronto tra memorie storiche diverse perchè con gli immigrati da queste zone “Abbiamo un passato in comune, un presente in comune e un futuro in comune”. Il Gioco degli Specchi 5


L’Adriatico ha due sponde Storia comune di Italia e Albania Dopo la lotta contro gli occupanti fascisti e nazisti nasce il totalitarismo di Enver Hoxha. Negli anni ‘90 l’Occidente attira come una sirena una forte ondata migratoria albanese, con indimenticabili sbarchi in Puglia

(*) Ron Kubati: scrittore nato a Tirana, cittadino italiano, dopo una laurea in filosofia ed un dottorato a Bari, sta conseguendo a Chicago un PhD. Ha pubblicato “Va e non torna” ed “M” per Besa, 2000 e 2002, per Giunti nel 2007 “Il buio del mare”.

da un testo di Ron Kubati (*)

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n’intera popolazione fu concretamente incastrata in un quartiere o villaggio, in un ruolo, in una professione, in una responsabilità. Nessuno era libero di lasciare quel villaggio, quel quartiere, quell’appartamento, quel posto di lavoro, quel ruolo familiare, quel sindacato, organizzazione di quartiere, federazione di donna, gioventù o veterani. Nessuno!

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on era possibile scegliere liberamente la città e persino il quartiere dove vivere. Non era possibile scegliere il lavoro: provvedeva lo stato per ognuno. Non era possibile rompere un matrimonio: il cattivo esempio morale veniva punito con la perdita del posto di lavoro sostituito da uno pessimo. Non era possibile scegliere la materia di studio: decideva lo stato al posto degli studenti. Non era possibile non frequentare il sindacato dell’unione professionale, l’organizzazione condominiale e il volontariato della domenica (spesso un fronte di lavoro più inventato che utile). Non era possibile non leggere i capolavori di Hoxha. Non era possibile non commentarli in pubblico con entusiasmo. Non era possibile non studiare.

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a vita di ognuno esisteva in una triplice copia nei dossier del Sigurimi (il servizio segreto), dove non mancavano di essere annotati gli amici dell’asilo e l’albero genealogico di famiglia orizzontalmente e verticalmente esteso. Non era possibile non alzarsi la mattina all’ora prestabilita, prendere l’autobus, andare in fabbrica, realizzare la norma di produzione decisa d’autorità, tornare a mangiare il menu che lo stato fissava con i tickets trasformabili in precisi prodotti

Attualmente vivono in Italia quasi 500.000 albanesi, nel Trentino poco meno di 7.000, ormai scomparsi dagli allarmi della cronaca nera. alimentari, uscire di pomeriggio per partecipare alla data riunione, tornare alla data casa e vedere l’unico possibile film. Non era possibile non presentarsi a scuola ad una certa ora, fare ginnastica collettiva, partecipare all’informazione politica e così via… Tutto rigidamente prestabilito. Ognuno dentro una routine d’incastro. [....]

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a fuga fisica era impossibile (al confine la fuga si pagava con la vita e, in caso di successo, pagava la famiglia del fuggiasco con l’internamento). Il controllo sul pensiero era il terreno più originale, importante e difficile per un regime totalitario. Soltanto quest’ottica può dare una spiegazione plausibile dell’antenna-mania, fonte di quel prezioso altrimenti che funge da vero antidoto al totalitarismo, e che divenne irresistibile nell’Albania degli anni ottanta. Perché l’altrimenti non era semplicemente impossibile.

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i più. L’altrimenti era impensabile. Quando l’altrimenti si rese pensabile, il totalitarismo si afflosciò davanti agli occhi increduli degli albanesi confusi. Furono l’istruzione, la conoscenza delle lingue insieme ad eloquenti immagini delle tv estere ad aprire le finestre dell’altrimenti e a causare il lento suicidio del regime di Hoxha.[....]

Gli arbëreshë sono gli albanesi fuggiti in Italia tra il 1.400 e il 1.700, dopo la morte dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg ed in seguito all’estendersi dell’impero ottomano nella loro terra

Ho visto un arbëresh

Takova një arbëresh

L’ho incontrato ed era come incontrare me stesso cinquecento anni fa.

Sot takova një arbëresh, si të takoja veten time të para pesëqind vjetëve.

Nell’orecchio le voci del mio popolo dai cancelli di Milossao e la speranza cinquecentenaria per la terra di Kastrioto.

Ndjeva zërat e fisit tim prej kangjelave të Milosaos: pesëqind vjet shpresë tek Moti i Madh dhe tek Tokë e Kastriotit.

Nella stretta di mano l’eutanasia del tempo.

Në shtrëngimin e duarve tona, koha hëngri vetveten.

Hajdin Abazi, Folle destino / Në asgjëkund të fatit, dismisuratesti, Frosinone, 1995 6 Il Gioco degli Specchi

L’ex casa del fascio a Tirana, attuale sede dell’Università. Fondata nel 1957 come Università Statale di Tirana (Universiteti Shtetëror i Tiranës), è stata la prima università fondata in Albania.

Date comuni da ricordare

na psicologia collettiva gravemente frustrata chiedeva risarcimento al mondo, a Dio e chi sa a chi altro. Indimenticabili le scene massicce degli sbarchi in Italia, la finestra geograficamente prima dell’altrimenti occidentale! A molti sfuggirono i comportamenti paradossali e la psicologia aliena dei profughi che alla vista della costa altra esplosero in inopportuni slogan apparentemente d’indicibile e inconfessabile ingenuità. Lo slogan “Libertà e democrazia!” venne intonato in un unico opportunista corale sfogo. La logica degli albanesi si era semplicemente rovesciata. Il mondo migliore all’interno dell’Albania opposto al mondo peggiore all’esterno (per i ceti meno istruiti non importava quale sistema o stato, l’estero era tutt’uno: l’Occidente circondava l’Albania!), si rovesciò letteralmente: i profughi lasciavano l’inferno convinti che il paradiso li dovesse accogliere meritatamente.

28 novembre 1912, nascita dello stato albanese con l’appoggio strategico (e appetiti) dell’Italia di Francesco Crispi, siciliano di origini arbëreshë; 1914-1920, occupazione militare italiana in Albania; 2 agosto 1920, dopo una sommossa popolare l’Italia deve ritirare le sue truppe; 7 aprile del 1939, Mussolini occupa l’Albania; 17 maggio 1941, attentato contro Vittorio Emanuele III; 9 settembre 1943, avvicendamento italo-tedesco nell’occupazione: “I soldati italiani, finirono in parte prigionieri dei tedeschi, in parte sparsi e camuffati tra i contadini albanesi e solo pochi di loro si unirono ai partigiani (1500), formando il battaglione Antonio Gramsci”.

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non era all’Italia che chiedevano questo. Durante la crisi delle ambasciate che si era verificata l’anno precedente [1990] a Tirana, i profughi poco istruiti si erano indiscriminatamente rifugiati nelle ambasciate tedesca, italiana, francese, polacca e addirittura cubana. Perché tanto l’opposto dell’Albania isolata era l’estero con la promessa dell’infinita riserva dell’altrimenti dell’altrove. E l’Occidente con la sua propaganda aveva implicitamente insistito su questo punto. Una chiamata inarticolata, sibillina ed irresistibile aveva stuzzicato le coscienze dell’altra metà dell’Europa. L’altra costa era semplicemente l’altrove e l’altrimenti dell’inferno dove gli albanesi potevano dare spazio e mondo alla loro nuova identità. L’8 agosto 1991 attracca nel porto di Bari una nave costruita nel ‘61 a Genova, la Vlora, carica di oltre ventimila Albanesi. Molti sono universitari di Tirana - tra loro anche Ron Kubati - giovani da tempo in lotta con il regime. Questa nave grondante umanità è un’immagine rimasta nel ricordo collettivo degli Italiani perchè più volte ripetuta dai media che in quei mesi costruivano nell’immaginario collettivo lo stereotipo dell’albanese violento e criminale. Lo stato italiano, impreparato a far fronte a questi sbarchi, arrivò a rinchiudere migliaia di persone nello stadio della Vittoria di Bari, in condizioni disumane.

Sullo scaffale: libri e autori Bashkim Shehu, “Le ombre. Racconti albanesi”, Manifestolibri, Roma, collana Discount 1999. Il libro riecheggia il difficile rapporto dell’autore con il padre, Mehemet Shehu, che per 27 anni fu il potente primo ministro del regime di Hoxha. Formatosi negli anni Trenta all’Accademia militare di Napoli e cacciato a causa della frequentazioni dei circoli comunisti, dopo la fine della guerra civile spagnola era stato prima internato in Francia e poi in Italia, dove aveva aderito al Partito comunista italiano. Capo della prima brigata partigiana che liberò il paese dal nazifascismo, Mehemet muore misteriosamente suicida nel dicembre 1981. zzz

Ismail Kadarè è uno dei più noti scrittori albanesi contemporanei. Il primo romanzo (del 1963), racconta la missione di un generale e di un sacerdote che cercano le salme dei soldati italiani caduti in Albania nella seconda guerra mondiale per riportarli in patria. “Il generale dell’armata morta”, riedito da Longanesi nel 2009, è un testo che affronta quel periodo di guerra con punti di vista inusuali. Ne “La città di pietra”, TEA, 2009, il punto d’osservazione è quello di un bambino che vede le vicende della guerra nella sua città, Argirocastro. Non sa spiegarsi perchè quel magnifico aeroplano italiano che ammira tanto e di cui sa riconoscere l’arrivo, ad un certo punto li bombardi. Il Gioco degli Specchi 7


L’incredibile odissea di Nasra, dalla Somalia al Trentino

Il mondo in casa

Convegno nazionale a Trento dal 30 marzo al 2 aprile su immigrazione e media

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giornalisti italiani si sono dati un codice deontologico relativo all’informazione sui rifugiati, richiedenti asilo, vittime della tratta e migranti: questo codice si chiama “Carta di Roma” ed è stato sottoscritto nel 2008 dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa italiana.

“Quando si vivono certe esperienze, diventi matto o crudele, oppure riesci a sviluppare il tuo lato positivo”. Nasra Abdillahi (prima a destra qui sopra e al centro nella foto sull’altra pagina) in due immagini scattate l’anno scorso a Maxixe in Mozambico , dove l’Associazione “Kariba” - da lei fondata e con sede a Pergine Valsugana- ha spedito un container con vestiti e materiale didattico per i bambini.

di Maurizio Tomasi

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on quel suo corpo minuto, la pelle liscia, i capelli corvini e il suo bianchissimo sorriso, Nasra Abdillahi sembra una teen-ager: ma il suo diciottesimo compleanno l’ha compiuto a metà degli anni 90 e le tragedie ed il dolore che visto con quei suoi occhi neri e profondi, l’hanno fatta crescere fin troppo in fretta.

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on pacatezza, mentre racconta la sua storia, dice che quello che ha vissuto le ha dato forza: “quando passi attraverso certe esperienze, diventi matto o crudele, oppure riesci a sviluppare il tuo lato positivo”. Proprio quello che è successo a Nasra, che si è vista bruciare l’adolescenza dallo scoppio della guerra civile in Somalia, il suo paese natale, ma non ha mai perso la voglia di reagire e di avere fiducia, in se stessa e negli altri.

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’episodio che segna l’inizio della sua odissea, che l’ha portata prima in Italia e poi a Trento dove ha formato la sua famiglia, è l’ordine perentorio di lasciare la casa di Mogadiscio, dove abitava con i genitori, tre fratelli e tre sorelle. Nasra si è così ritrovata di punto in bianco una “sfollata”, in mezzo a migliaia di altre persone che si spostavano in colonna verso la periferia della città. Una situazione resa ancora più angosciosa dall’assenza del padre, che al momento dello sgombero forzato era al lavoro. Lo rivedrà solo due anni

Verso l’Etiopia poesia di Nasra Abdillahi

Ispezioni perquisizioni blocchi camion e macchine in fila Tra sassi e boschi e strade nascoste. Soffocati a mucchi tra materassi cuscini pacchi polvere Solo i più forti vivono Dio mi porti dove si sta meglio.

dopo e il momento in cui ha potuto riabbracciarlo è uno dei suoi ricordi più struggenti ed emozionanti.

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olo dopo molte settimane trascorse come sfollati ad Afgooye - località pochi chilometri a sud della capitale, che avevano raggiunto a bordo di un vecchio trattore di costruzione italiana, retaggio del periodo coloniale - Nasra e i suoi famigliari riuscirono a fare ritorno a Mogadiscio, per scoprire che la loro casa era stata distrutta e che le varie zone della città erano sotto il dominio di diversi “signori della guerra”. Inizia così un nuovo estenuante pellegrinaggio, per sfuggire ai pericoli che vivere in una città dilaniata dalle violenze comportava. Su un camion ingombro all’inverosimile di persone e di cose, la famiglia di Nasra arriva ai

“Kariba” promuove la giustizia sociale in Somalia e Mozambico Fondata nel 2008 da Nasra Abdillahi, “Kariba” è una associazione di volontariato, che ha come suoi principi l’equità, la giustizia sociale, la centralità della persona e l’aiuto allo sviluppo (prende il nome da un lago in Africa Centrale). Sostiene piccole realtà in Somalia e Mozambico ed ha come obiettivo quello di “Rendere le donne protagoniste del loro sviluppo, scommettendo sulle loro capacità, sulla loro volontà e determinazione e coinvolgendole direttamente in tutte le fasi di realizzazione del progetto, per incidere in modo determinante anche sull’ambiente famigliare e 8 Il Gioco degli Specchi

sulla società in cui vivono”. L’Associazione ha come referenti e collaboratori missionari e persone del posto, finanzia progetti di auto-sostentamento con l’obbiettivo di restituire dignità al lavoro delle persone, valorizza l’artigianato locale e le cooperative di artigiani, secondo i principi del commercio equo, appoggia centri di formazione in ambito professionale ed educativo, verificando l’avanzamento dei progetti e l’utilizzo dei finanziamenti. Per chi volesse collaborare con l’Associazione, per informazioni: cell.3472951241 (Nasra)

confini con l’Etiopia, in una zona nella quale viene accolta da un parente.

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uel viaggio fu anche funestato dalla morte di una sorella di Nasra: aveva solo 13 anni. “Avevamo addosso gli stessi abiti e le stesse scarpe di quando avevamo abbandonato la nostra casa”, ricorda Nasra, che si dà da fare per tentare di risollevare le sorti della sua famiglia. “Mi sono rimboccata le maniche - racconta - e con l’aiuto di alcune persone, ho avviato una piccola attività, un bar tradizionale somalo, nel quale era possibile bere tè somalo e mangiare pane somalo”. Un’iniziativa coraggiosa ed utilissima per garantire un piccolo guadagno e per dare dignità alla vita di tutti i giorni.

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er fare il punto sull’applicazione di questo codice si terrà a Trento dal 30 marzo al 2 aprile 2011 un convegno nazionale dal titolo “Il mondo in casa: immigrazione e media”, promosso da Provincia Autonoma di Trento, Cinformi, Ordine e Sindacato dei Giornalisti. Si confronteranno i vertici nazionali della categoria, studiosi ed esperti.

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in quel periodo che il padre, che aveva cercato rifugio in Kenia, arriva nella stessa zona e si ricongiunge con la famiglia. Ed è lui che propone a Nasra di raggiungere la sorella Sahra che già da alcuni anni vive in Italia. Inizia così un certosino lavoro di ricerca attraverso scambi di informazioni con somali che vivono a Gibuti, Stato dell’Africa Orientale, posto all’estremità meridionale del Mar Rosso a nord della Somalia. Quando il contatto con Shara viene stabilito, Nasra si trasferisce a Gibuti, per preparare il suo trasferimento in Italia.

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nche questo sarà un periodo ricco di insidie, fra rischi di stupri e di violenze fisiche, ma anche di solidarietà: a Gibuti, infatti, Nasra incontra una persona generosa e disinteressata, che la accoglie, la ospita e la protegge, fino al momento della sua partenza. il 1993 quando Nasra arriva all’aeroporto della Malpensa a Milano, dove ad attenderla c’è la sorella. E appena fuori dall’aeroporto, l’impatto con una realtà sconosciuta e sconcertante. “C’erano persone e macchine che si muovevano in fretta, come se scappassero: sembrava che ci fosse una guerra in corso, anche se non c’erano armi e non si sentivano spari ed esplosioni”, ricorda Nasra.

Trento c’era un famiglia che cercava una baby sitter, Nasra è arrivatain Trentino. Qui ha prestato servizio per diversi anni come baby sitter, ha frequentato i corsi di italiano organizzati dall’Atas, ha lavorato in diverse fabbriche come stagionale, si è costruita una rete di amicizie, ha trovato impiego stabile in una ditta di pulizie (della quale è dipendente da dieci anni) ed ha incontrato Abdul, originario del Mozambico, che è diventato suo marito.

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rande fu poi il suo spaesamento quando - dopo una dormita di almeno due giorni - si rese conto di cosa significava trovarsi catapultata nei modi di vita europei: le pareti dell’appartamento della sorella la facevano sentire in carcere, sentiva nostalgia delle sensazioni che le dava la nuda terra sotto i piedi, mangiare in un piatto senza condividere il cibo con Sahra la faceva sentire egoista, il rapporto con le posate fu molto conflittuale. Poi queste difficoltà sono state superate. Tramite altri somali, che le avevano segnalato che a

asra ed Abdul hanno due figli: Farah Bruno, nato nel 2003 e Fahad, nato nel 2006. Vivono a Pergine Valsugana e nonostante la fitta agenda famigliare e di lavoro, Nasra ha la voglia l’energia di dedicarsi a chi è in difficoltà, soprattutto nel suo paese. Ha così fondato l’Associazione Kariba, che si occupa di aiuti alla Somalia e al Mozambico (vedi articolo sulla pagina a fianco) ed è sempre disponibile a partecipare ad iniziative di sensibilizzazione sui problemi dei paesi in via di sviluppo. Il Gioco degli Specchi 9


I nostri nonni profughi di guerra

Sfollati, un problema ancora di forte attualità Le Nazioni Unite stimano che il loro numero si attesti intorno ai 27 milioni

La dolorosa esperienza dei trentini in Boemia e Moravia di Patrizia Toss

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ei miei ricordi di bambina hanno un posto privilegiato i racconti di mia nonna Giorgia sugli anni della sua infanzia passati come sfollata in Boemia durante la Prima Guerra Mondiale. L’ho immaginata a lungo come un’avventura fantastica, ma crescendo mi sono resa conto che si trattò invece di una vicenda reale, caratterizzata da difficoltà ed incertezza.

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aggio 1915, l’Italia dichiara guerra all’impero Austroungarico. Quante volte lo abbiamo letto sui libri di storia, poche volte però ci siamo probabilmente soffermati a riflettere su cosa questo evento abbia significato per la popolazione trentina dell’epoca.

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urono momenti di forte paura e sgomento, da un giorno all’altro molti trentini capirono di vivere in zona di guerra (sulla linea del fuoco, come mi diceva mia nonna) e di dover all’improvviso lasciare la propria casa e il posto dove fino ad allora avevano vissuto. La popolazione della valle di Ledro, di una parte della Vallagarina e della Vallarsa, dell’Alta Valsugana, del Basso Sarca e di buona parte della zona di Trento, fu coinvolta in questa opera di evacuazione. Si trattò di oltre 70 mila persone, per lo più donne, anziani e bambini; gli uomini, infatti, erano già stati inviati da qualche mese al fronte.

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urono portati in Tirolo, nella zona attorno a Salisburgo, in Boemia, in Moravia e in altre zone dell’impero AustroUngarico. Al momento della partenza fu detto alle persone che sarebbero state lontane per alcuni mesi e fu concesso di portare solo 5 kg di bagaglio, ovvero dei vestiti primaverili e qualche scorta di cibo per il viaggio. Tutto il resto fu lasciato nelle case, gli oggetti di valore furono nascosti nelle cantine o in campagna, nella speranza di ritrovarli al rientro e gli animali furono consegnati all’autorità militare.

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rrivarono i giorni delle partenze, le persone furono assembrate nelle stazioni di Trento e Rovereto. Possiamo solo immaginare il caos e le emozioni di quei momenti. Gli sfollati furono caricati quasi tutti su treni merci e viaggiarono per giorni senza conoscere la loro destinazione. Nonna Giorgia raccontava che sua madre aveva messo i vestiti e le loro cose in un sacco, non avevano valigie, mai avevano viaggiato prima in vita loro.

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iaggiarono in un vagone merci, seduti sul pavimento con altre famiglie del paese. Un giorno durante una sosta erano scesi tutti ed avevano acceso un fuoco per mangiare qualcosa; al momento della partenza la madre, presa dalla 10 Il Gioco degli Specchi

confusione, si dimenticò il sacco giù dal treno, cosicché tutta la famiglia dovette continuare il viaggio ed arrivare a destinazione senza nemmeno un vestito per cambiarsi.

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ricordi di quei momenti non sono stati mai facili o piacevoli, nonostante fossero solamente ricordi di bambina. Nella confusione di quei momenti si registrarono casi di famiglie divise, bambini rimasti soli e separati dai genitori. Furono giorni difficili e di forte incertezza per queste persone inviate in località sconosciute, dove si parlava un’altra lingua e c’erano abitudini, costumi, spesso anche religioni diverse.

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en presto si resero conto che i pochi mesi di lontananza prospettati all’inizio, si sarebbero trasformati in anni. Dopo aver trovato delle sistemazioni di fortuna, dovettero quindi iniziare a ricostruire lì la loro vita. Nonna Giorgia ricordava come il primo periodo furono alloggiati nel salone di un hotel, dormivano per terra su della paglia. Poi riuscirono ad avere una piccola casa di due stanze dove vivevano la sua famiglia e quella di una sua zia, circa 10 persone in tutto.

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utti i profughi ricevevano un piccolo sussidio, grazie al quale fra grandi difficoltà riuscirono a sopravvivere. Si creò fin da subito una rete di comitati di assistenza formati da notabili del posto e da sacerdoti trentini. Anche dalle zone non evacuate del trentino si attivarono per raccogliere denaro e generi di consumo, ma tutte queste azioni risultarono non sufficienti per rispondere ai bisogni dei cittadini sfollati. Non fu facile per loro adattarsi a questa situazione di dipendenza economica e di spaesamento sociale, si trovarono all’improvviso in una condizione di povertà assoluta.

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’idea del governo austriaco era quella di concentrare in pochi campi profughi tutti gli sfollati che inizialmente erano stati dislocati in centinaia di località diverse. Questo programma non fu però attuato per gli sfollati inviati nelle regioni orientali (Boemia e Moravia) che rimasero sparsi per il territorio in piccoli gruppi.

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a situazione nei campi profughi risultò da subito molto difficile, si crearono forti incomprensioni con il personale, vennero denunciate le pessime condizioni igienico-sanitarie, il dilagare di malattie, l’aumento del tasso di mortalità infantile e il forte disagio abitativo, dovuto alla mancanza di spazio e di privacy.

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olo nel 1917, dato il degenerare della situazione, alle persone fu concesso di lavorare e di eleggere liberamente il proprio domicilio. Le persone furono occupate in fabbrica e

nelle proprietà terriere. All’epoca nonna Giorgia aveva circa 10 anni. In Boemia lei frequentò, assieme agli altri bambini, una scuola con lezioni in italiano. I fratelli maggiori furono assunti in fabbrica o come pastori. Lei stessa dopo la scuola lavorava come guardiana delle oche.

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l rapporto con le comunità locali non fu sempre facile. Spesso gli sfollati furono visti come i responsabili della guerra e come dei traditori della patria con cui dover dividere i pochi beni a disposizione. Infatti, se i profughi trentini vivevano in una situazione di forte povertà, anche la comunità locale non era certamente in una condizione molto più florida, con tutti gli uomini lontani per la guerra e con un’economia basata quasi esclusivamente sull’agricoltura.

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ella maggior parte dei casi non ci furono molti rapporti fra le due comunità, anche per problemi linguistici, ma si registrarono comunque degli esempi di generosità e condivisione. Nonna Giorgia durante il primo anno di permanenza fece la prima comunione e ricordava come in quell’occasione fu aiutata anche da alcune donne del posto che le prestarono un velo ed una mantellina per renderle più piacevole questo importante momento.

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egli anni della lontananza raramente i profughi ricevettero notizie dal Trentino. Le persone vissero quindi questo periodo colmi di ansie ed aspettative, sospesi fra un prima e un dopo conflitto pieno di dubbi sul futuro.

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inalmente verso la fine del 1917 si diffuse la notizia dell’imminente fine della guerra e del possibile rientro. Nonostante il governo non avesse ancora concesso l’autorizzazione sembra che già prima di gennaio 1918 rientrarono 4-5000 persone. La maggior parte dovette però attendere fino a dicembre 1918 o addirittura gennaio e febbraio dell’anno successivo prima di poter ripartire. Come era successo per il viaggio di andata, anche quello di ritorno fu caratterizzato da insicurezza e caos. La felicità del rientro si scontrò ben presto con la dura realtà della ricostruzione dei paesi distrutti dai combattimenti. Non tutti, inoltre, accettarono volentieri di diventare cittadini italiani.

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li abitanti di Marco, il mio paese, al loro rientro trovarono tutte le case distrutte, solamente il campanile era rimasto in piedi. Arrivati a Trento, dovettero attendere ancora prima di poter rientrare fino a quando furono costruite ed assegnate delle baracche di legno. Ricordava, infatti, nonna Giorgia che all’epoca tutti chiamavano il paese “Marco di legno” e ci vollero degli anni prima di riuscire a ricostruirlo.

©UNHCR/R. Ali

Sulla pagina a fianco, il reparto maternità nel campo dei profughi trentini deportati a Braunau (foto: Fondazione Museo Storico del Trentino) . Qui sopra: si lavora alla ricostruzione del paese di Marco, in Vallagarina, alla fine della I Guerra Mondiale

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passato quasi un secolo dalla prima guerra mondiale e dall’evacuazione delle popolazioni del Trentino dalle loro case. Purtroppo quello degli sfollati rimane un tema di forte attualità.

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ome i rifugiati, gli sfollati sono persone costrette a fuggire da guerre o persecuzioni ma che sono rimaste all’interno dei confini del loro paese. Spesso, come successe nel caso degli sfollati trentini, queste persone vivono in condizioni di forte precarietà, senza riuscire ad ottenere protezione o assistenza internazionale. Non esistono statistiche certe sul numero di sfollati nel mondo, ma le Nazioni Unite stimano che il loro numero si attesti intorno ai 27 milioni.

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el 2009 i paesi con il maggior numero di sfollati sono stati Repubblica democratica del Congo (2 milioni), Pakistan (circa 2 milioni) e Iraq (circa 1,5 milioni). Si è registrato negli ultimi anni un forte aumento di sfollati nell’area del sud-est asiatico, in particolare nelle Filippine, dove nel solo 2008 ci furono oltre 600 mila sfollati.

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l numero totale delle persone in fuga da guerre e persecuzioni si attesta invece oltre i 43 milioni. Il numero complessivo di rifugiati è rimasto stabile attorno a 15 milioni. Quasi l’80% di persone in fuga trova accoglienza e protezione nei paesi in via di sviluppo. Il paese che ne 2009 ha ricevuto il maggior numero di domande di asilo (220mila) è stato il Sud Africa.

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principali paesi di provenienza di richiedenti asilo sono Afghanistan, Iraq e Somalia.

n Italia nel 2009 sono state presentate circa 17mila domande d’asilo, quasi la metà rispetto all’anno precedente (circa 31mila). I principali paesi di origine sono stati Nigeria, Somalia e Pakistan.

Il Gioco degli Specchi 11


Tutti insieme sul palco per creare una comunità

Austria, Bosnia, Italia: le tre patrie dei trentini dell’Agro Pontino

La Compagnia “Scena Animae Mundi”, fondata in Trentino con l’obiettivo di integrare giovani di diversi Paesi, sta preparando uno spettacolo sul 150° dell’unità d’Italia

di Mariacarla Failo vice presidente dell’Associazione Trentini nel mondo onlus

di Abdelazim Adam Koko

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ell’ambito delle tantissime storie di emigrazione quella della comunità di discendenti trentini che oggi risiedono nell’Agro Pontino, nei comuni di Ardea e Pomezia (in provincia di Roma), e di Aprilia (in provincia di Latina), occupa certamente un posto particolare.

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nizia nel lontano 1883, quando un gruppo di trentini, per la maggior parte originari di Aldeno, ma anche di altri paesi della Valle dell’Adige e della Valsugana, parte per la Bosnia, dove si stabilisce sui colli di Mahovljani, vicino a Banja Luka, nel comune di Laktasi. I racconti degli anziani parlano di aspettative del tutto tradite, di anni di grande miseria, di tempi in cui si mangiavano solo polenta e mele; di terreni poveri, incolti, che rendevano poco. Una comunità quella di Mahovljani chiusa su se stessa, nella quale avevano continuato a parlare il dialetto e a sposarsi fra di loro, senza che si verificasse nessuna vera integrazione con la realtà locale.

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oi, nel 1940, la svolta, quella che gli attuali discendenti definiscono come la salvezza e la fortuna della loro gente: viene loro offerto di rientrare in Italia per partecipare alla bonifica delle Paludi Pontine. Lo scenario di quello che è allo stesso tempo un ritorno e una nuova emigrazione, in quanto la maggior parte dei membri di quelle famiglie sono nati in Bosnia, è ben diverso dal precedente. Negli appezzamenti, di circa 25–30 ettari ciascuno, oltre alla casa trovano di tutto: letti, coperte, lenzuola, materassi, candele, fiammiferi, sale, olio, pasta, aringhe, formaggio, pane. Nonostante il periodo tragico della guerra che, in concomitanza con lo sbarco di Anzio, li vede sfollati a Roma e lascia dietro di sé case bombardate e campagne sventrate, in questa nuova patria ricostruiscono la loro vita, riscattando e acquistando con contratti ventennali terreni, bestie e attrezzi.

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artiti come austriaci, diventati bosniaci, ritornati come italiani, i discendenti di questa comunità hanno radici in tre patrie diverse.

l desiderio di approfondire maggiormente la conoscenza della loro storia si fa strada nel 1983, in occasione dell’anniversario dei cento anni dalla prima emigrazione (la foto in alto è stata scattata in quell’anno davanti alla chiesa di Mahovljani). Le ricerche vengono svolte in particolare da Paolo Perotto che nel ’90 dà alla stampa il libro “Radici Pontine”. 12 Il Gioco degli Specchi

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uesto lavoro apre la strada ad altre ricerche. Negli ultimi anni, inoltre, si sono intensificati i rapporti sia con Mahovljani che con i comuni d’origine in Trentino: e nel 1983 è stato fondato anche un Circolo che fa capo all’Associazione Trentini nel mondo.

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proprio a Paolo Perotto (a sinistra nella foto con Mirko Montibeller, sindaco di Roncegno Terme, uno dei paesi di origine degli emigrati), capofila in questo risvegliato interesse storico, che abbiamo chiesto quale sia il sentimento di “patria” all’interno della comunità di discendenti trentini del Pontino. La prima risposta che ci ha dato è stata che parlare di patria oggi per loro significa parlare dell’Italia. Invitato però ad approfondire maggiormente il sentire diffuso nella comunità relativamente alle tre patrie che appaiono nella loro storia, ha aggiunto. “A questo proposito bisogna distinguere fra quelli con i capelli bianchi, quelli che sono nati in Bosnia o che, come me, hanno avuto i genitori nati in quel Paese, e i nostri figli. Tutti quelli della mia generazione e di quella precedente da un punto di vista affettivo si sentono molto più legati alla Bosnia che non al Trentino. È quella la “terra natia”, quella di cui si hanno più ricordi di vita vissuta, diretti o raccontati, quella a cui si guarda con nostalgia. Non bisogna dimenticare che quando sono nati i nostri genitori erano già passati molti anni dalla partenza dal Trentino, trenta/quarant’anni, e il legame con i paesi d’origine si era di molto affievolito, anche perché più di una famiglia che si trovava in condizioni di indigenza aveva fatto domanda di aiuto al proprio comune senza ottenere alcun riscontro.

ttraverso la recitazione in diverse lingue a partire da latino e italiano passando per arabo, amarico e rumeno fino alla lingua togolese, la compagnia teatrale “Scena Animae Mundi” punta a integrare giovani cittadini di varie culture. Ogni fine settimana il gruppo di 15 persone diretto dal regista Roberto Marafante si incontra in una saletta del Centro Santa Chiara per le prove.Il risultato è la crescita teatrale di ragazzi che si buttano in questa avventura per la prima volta. Da tre anni il gruppo ha presentato già due spettacoli, il terzo è in cantiere e sarà pronto a breve.

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urante una delle prove sono entrato e ho sentito diverse battute divertenti anche dette in togolese, arabo o italiano, ma le scene sono molto chiare animate dalle diversità etniche e culturali.

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entre i giovani attori erano occupati questa domenica a ritoccare i ruoli dello spettacolo, Augustin Stefanache, rumeno, loro coordinatore-attore, si era staccato per qualche minuto dal gruppo per concedermi questa intervista.

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ome è nata l’idea? Tre anni fa alcuni volontari dell’Associazione Bruno Muñoz e Cittadini del Mondo hanno creato il primo gruppo allo scopo di fare teatro, poi si è costituito quest’altro gruppo indipendente che collabora con i rifugiati del Centro Astalli di Trento. Tra noi ci sono studenti universitari e lavoratori, provenienti da diversi paesi e anche Trentini.

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con quale obiettivo? Scena Animae Mundi è un gruppo di persone che si sono messe insieme per fare tea-

tro con l’aiuto di esperti professionisti proprio per aiutarci a vicenda, salvare alcune persone dall’esclusione sociale e mettersi in gioco tramite il teatro. Ogni persona del gruppo è portatore di una esperienza diversa ed anche importante, specialmente i rifugiati politici. Nei nostri spettacoli c’è sempre il racconto di storie vere e parte del percorso di vita di ognuno.

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uando hai cominciato a fare teatro? Ho già fatto teatro prima e con Roberto Marafante abbiamo pensato di portare la nostra esperienza come supporto a questo gruppo specifico.

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uale sono gli spettacoli realizzati con il gruppo? Nel 2008 abbiamo realizzato lo spettacolo teatrale “Frammenti da una Eneide” che è stato presento a Palazzo Geremia e durante la Giornata Mondiale del Rifugiato a Piazza Municipio a Pergine e in altre parti del Trentino. L’anno scorso abbiamo realizzato, sempre con la regia di Marafante, lo spettacolo itinerante “Il natale di Tutti” per le vie del centro storico di Trento e in Piazza Fiera.

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ttualmente cosa state preparando? Stiamo lavorando per uno spettacolo che ha come tema l’Italia, visto che il 2011 è l’anno dell’unità del paese. Si tratta di uno spettacolo dal titolo “Osteria fratelli d’Italia” ambientato in un ristorante dove lavorano camerieri e cuochi di appartenenze diverse. In modo scherzoso cerchiamo di rispecchiare le piccole conflittualità sul lavoro e la capacità comunque di diverse persone a lavorare insieme. La nostra opera sarà pronta entro marzo.

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er quanto riguarda, invece, i nostri figli, la generazione dei trenta/quarantenni, essi si sentono sicuramente italiani, anzi proprio “romani”, e non è facile interessarli al recupero della loro storia. Fra quelli che vi partecipano, però, quasi nessuno si sente legato alla Bosnia; hanno al contrario riallacciato i rapporti con il Trentino, consapevoli di ciò che rappresenta oggi quella provincia in termini di modernità, di posizione all’avanguardia nello sviluppo eco sostenibile, di attenzione nei confronti della cultura ed in particolare dell’Università, e soprattutto di grande sviluppo turistico. È questa la terra in cui sono orgogliosi di riconoscere le loro radici, costruendo in questo modo un ponte ideale molto lungo che scavalca però un’altra lunga parte di cammino. Il Gioco degli Specchi 13


L’esodo dall’Istria

Quando gli stranieri eravamo noi mandati a “italianizzare” l’Alto Adige

I profughi e i loro discendenti sono perfettamente integrati nella società italiana. Tuttavia, ancora forte è il senso di appartenenza alla terra istriana e il peso dell’ingiustizia subita

Un problema di identità non ancora risolto dopo 90 anni

di Tania Agnola

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na delle migrazioni forzate che ha caratterizzato l’Italia del ‘900 è l’esodo dei profughi dai territori italiani passati nel 1945 alla Jugoslavia. Il precario equilibrio che si era creato tra le popolazioni di diversa etnia che abitavano i territori di confine era venuto meno nel momento in cui l’Italia aveva dichiarato guerra alla Jugoslavia: gli italiani d’Istria subirono una vera persecuzione etnica, giustificata dallo stereotipo italiano = fascista, e furono costretti ad abbandonare le loro terre di origine.

di Leone Sticcotti di solidarietà nazionale perché la popolazione, che già aveva sofferto stenti e privazioni durante il conflitto, non accettava le agevolazioni dello Stato a favore dei profughi (diritto alla casa e al lavoro). Sono molti, come nota Gloria Nemec in Un paese perfetto, i memoriali che riportano le situazioni di insofferenza subite dai profughi nei campi d’accoglienza, sparsi in tutta la penisola. Anche in Italia era vivo lo stereotipo dell’esule = fascista, colpevole di essere fuggito a una giusta condanna e di inquinare l’ambiente politico italiano.

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’emigrazione forzata è stata causata dalle vicende belliche, non certo da motivazioni economiche: per questo si parla di esodo piuttosto che di emigrazione. L’esodo, che era già iniziato alla spicciolata e in modo clandestino nel 1943, non si è svolto in modo omogeneo, ma in due fasi corrispondenti a due momenti significativi: il primo arrivo di massa degli esuli si è verificato nel 1947-48, dopo il Trattato di pace; il secondo avvenne in seguito al Memorandum di Londra con cui l’Italia perse definitivamente i territori della Zona B che comprendeva il territorio istriano (1953-56).

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difficile quantificare con precisione il fenomeno, in quanto parte dell’esodo si è svolto in maniera clandestina e perché il Governo Militare Alleato aveva sospeso le iscrizioni all’anagrafe. Inoltre, in molti casi l’emigrazione dei giuliani si è verificata dopo una prima tappa a Trieste o in qualche altra località in cui erano collocati i campi profughi, mentre altri erano espatriati direttamente dalle zone dell’esodo.

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sistono stime diverse sulle cifre, a seconda della matrice politica e culturale dei compilatori o delle parti coinvolte (Italia – Jugoslavia). Generalmente queste cifre oscillano tra 200.000 e 350.000 unità (Carlo Donati e Pio Nodari, L’emigrazione giuliana nel mondo).

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’Italia, quindi, ancora prima della fine della guerra si era trovata di fronte al complesso problema sociale e politico dell’arrivo di migliaia di persone dai territori dell’Istria. L’accoglienza da parte degli Italiani non avvenne in un clima 14 Il Gioco degli Specchi

’Italia del dopoguerra si riteneva vittima del regime fascista, per cui considerava l’esodo degli italiani d’Istria come l’esodo dei fascisti che fuggivano dal comunismo. Inoltre, la crisi del dopoguerra rendeva ancor più difficile una possibile accoglienza dei profughi, che venivano considerati dalla popolazione italiana usurpatori dei propri diritti; per questo in molte città i profughi furono accolti con insulti.

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193 campi profughi erano disseminati in tutte le regioni, ma molti esuli hanno preferito rimanere il più vicino possibile alle proprie terre d’origine; così a Trieste nel 1955 si registravano 40.000 profughi; molti si fermarono a Gorizia, Monfalcone, in Friuli e nel Veneto. Altri avevano scelto paesi europei o extraeuropei, seguendo il flusso migratorio generale del dopoguerra. Spesso la scelta della destinazione si era basata sull’esistenza di “canali preferenziali”, scelti dalle organizzazioni internazionali che operavano a favore dei profughi e dei migranti (IRO - “International Refugee Organisation”, CIME – “Comitato Intergovernativo per le Migrazioni Europee”, “Catholic Relief Service”, ecc.).

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ttualmente, i profughi istriani e i loro discendenti sono perfettamente integrati nella società italiana o estera dove si sono stabiliti. Tuttavia, ancora forte è il senso di appartenenza alla terra istriana e il peso dell’ingiustizia subita. Per questo molte associazioni dei profughi dalmati, giuliani ed istriani sono ancora molto attive e coese da un forte senso di appartenenza.

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hi sono? Di cosa faccio parte? Sono quesiti, quelli relativi all’identità e all’appartenenza, che si sono posti in molti, per le vicende della vita in cui si sono venuti a trovare. Si parla di patria: essa si incarna, secondo Mazzini, quando diciamo “noi” e non “io”; la si vive anzitutto nel libero associarsi dove si è nati o si vive, nel Comune, per continuare, come senso di comunione, a livello nazionale e oltre. Non è stato facile per molti, nel secolo XX, sentirsi parte, con attiva partecipazione alla vita sociale, culturale e politica, della comunità in cui si sono venuti a trovare. Non è stato facile per mio padre, marchigiano ma detto “toscanino” (per il periodo vissuto in Toscana) quando a metà degli anni ’20 venne in Alto Adige con mia madre, originaria della Carnia; dopo anni in quel di Monteneve si è fermato a Bressanone.

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on fu facile anche per migliaia di altre persone giunte a Bolzano e in provincia a partire dagli anni ’20. Negli anni Venti giunsero infatti in Alto Adige numerosi impiegati statali, militari, operai per i cantieri edili, coloni per le opere di bonifica. Nell’ambito della politica fascista di italianizzazione del territorio si diede il via ad un’intensa attività di bonifica, allo sviluppo edilizio dei maggiori centri urbani e alla creazione di importanti complessi industriali. In particolare a Bolzano, con la zona industriale (Acciaierie, Lancia, Magnesio, Feltrinelli ecc.) e con i molti cantieri che sorgevano in una città in pieno sviluppo, giunsero migliaia di immigrati dal nord Italia, molti dalle zone depresse della pianura padana.

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l flusso immigratorio degli italiani in Alto Adige tra il 1921 il 1939 raggiunse le 55-56 mila unità. Circa la popolazione per gruppi linguistici, la presenza italiana è passata dai 6950 del 1910 ai 20.306 del 1921 e agli 80.743 del 1939, per raggiungere 104.766 nel 1943; il dopoguerra ha visto un’ulteriore crescita, 114.568 nel 1953, 128.771 nel 1961 e 137.759 nel 1971. Per quanto concerne Bolzano, si è passati dai 1.605 (5,7 % del totale) del 1910 ai 49.586 (78,3 %) del 1946.

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partire dalla metà degli anni Trenta furono edificati a Bolzano nuovi quartieri operai e popolari, i sette lotti di case intensive e semintensive del rione “Littorio” e i due lotti di casette con annesso orto del rione “Dux”, detto poi “Semirurali”. I quartieri però, per la mancanza di un servizio di trasporto pubblico per collegarli con il centro, vennero lasciati a se stessi e isolati dalla città. E’ stato difficile pertanto il radicamento della popolazione di lingua italiana insediatasi in Alto Adige. Si è discusso a lungo sui motivi della persistenza di una sua frammentazione culturale ed identitaria; ci si è chiesti se gli italiani potessero considerarsi “gruppo”,

se potessero anche loro far valere una propria “identità”, anche se “debole” rispetto a quelle “forti” dei gruppi linguistici tedesco e ladino.

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ltra ondata immigratoria di italiani, a partire dal 1925/1926 e continuata nei decenni successivi, ebbe per meta Sinigo, vicino a Merano; era in progetto, tra i grandi impianti della Montecatini, una fabbrica di prodotti chimici, da erigersi nelle vicinanze della centrale elettrica di Marlengo. Essendo stata Sinigo fino a metà degli anni Venti, come zona paludosa, pressoché inabitabile, si procedette al prosciugamento del suolo e alla creazione della borgata rurale, detta “Borgo Vittoria”; il tutto tramite l’Opera Nazionale Combattenti (ONC). L’ondata immigratoria si concentrò soprattutto tra il 1930 e il 1931, con l’arrivo di oltre 60 famiglie. Circa la provenienza degli immigrati, contadini, impiegati e industriali, la regione più rappresentata (due terzi) fu il Veneto, in particolare le province di Vicenza e Padova; in misura minore l’Emilia Romagna e il Trentino.

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ra gli immigrati delle varie ondate alcuni decisero di tornare al luogo d’origine, chi appena possibile chi al pensionamento. Molti tra i rimasti mantennero legami stretti con i luoghi di provenienza, unendosi tra loro in specifiche associazioni, quali, per citarne alcune: Associazione Abruzzesi, Circolo Sardo D’Arborea, Circolo Virgiliano Alto Adige, Club Rodigino. Va ricordata, in tema di migrazione interna, anche la vicenda degli esuli giuliani, istriani e dalmati. Si è stimato che nel 1950 fossero presenti 472 capifamiglia più i 1.150 famigliari in tutta la provincia.

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petta agli studiosi indagare se e quanto, tra i discendenti degli immigrati, almeno della terza o quarta generazione, ci sia senso di identità, di appartenenza al territorio e alla società locale, se si sentano, oltre che italiani, anche altoatesini. Il Gioco degli Specchi 15


Quell’11 settembre nel Chaco Argentino

“Ciò che vedevamo, da lì, da quegli antipodi che un tempo avevano accolto milioni di emigranti dall’Europa, era un mondo che, sulla soglia del XXI secolo, non aveva risolto le sue contraddizioni, anzi, sembrava sempre più lacerato, sempre più diviso. Un mondo in fondo drammaticamente simile a quello odierno”

Nel giorno dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, una delegazione della Provincia era in visita alle comunità di origine trentina che vivono in Sud America di Marco Pontoni

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oresta dell’Impenetrabile, Gran Chaco argentino. Sono già passati 10 anni. Quella mattina dell’11 settembre 2001 tutti noi che eravamo saliti sull’ aeroplanino decollato dall’aeroporto di Resistencia, la capitale della provincia, sapevamo che la giornata che ci aspettava sarebbe stata ricca di emozioni. Ma non immaginavamo quanto.

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copo di quel volo, incontrare alcuni degli emigrati trentini spintisi davvero più in là, nel cuore di un’immensa foresta arida, fatta di migliaia di arbusti spinosi, cactus e quebracho rosso. L’Impenetrabile era - e continua ad essere - la “frontiera” argentina a Nord, verso i confini con l’Uruguay e la Bolivia, speculare alla più nota Patagonia, raccontata da scrittori del calibro di Chatwin e Sepùlveda. Colonizzata all’epoca della dittatura militare, ancora in parte abitata da popolazioni indigene (gli ultimi degli ultimi, come racconta un altro grande scrittore argentino, Mempo Giardinelli), si mostrava, sotto di noi, come un vastissimo territorio pressoché disabitato. Alcuni dei circa 7.000 emigrati trentini e loro discendenti del Chaco - una delle provincie di per sé più povere dell’Argentina - anni prima avevano risalito il rio Negro per costruirsi un futuro qui.

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tterrammo su una pista di terra battuta, recintata con uno steccato per impedire che qualche animale l’invadesse. Salimmo su un furgone che cominciò a percorrere una strada diritta come la traiettoria di una pallottola, per centinaia di chilometri, con varie diramazioni che conducevano a fattorie sparse nella solitudine. Nulla di paragonabile ad un’azienda zootecnica europea, però, men che meno trentina; gli animali venivano tenuti allo stato brado, non erano vaccinati, non erano alimentati in maniera “mirata”. Inoltre non si faceva alcuna selezione genetica. “Il tasso annuale di

mortalità delle capre - ci spiegò un allevatore, presso il quale ci fermammo - oscilla fra il 40 e il 50 per cento.”

no guardando la televisione, succhiando il mate con la loro bombilla, espressioni impenetrabili sui visi segnati dal troppo sole.

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alla casa sbucò all’improvviso la figlia, una splendida ragazza; Renzo, uno dei giornalisti della nostra delegazione, cominciò a scherzare con lei. “Come fate a trovare marito, qui?” “C’è qualche festa, ogni tanto...” Ci mostrò il pozzo, con un sorriso di divertita rassegnazione sulle labbra. “L’acqua è arsenicata”.

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Qui a sinistra, un bambino che vive nell’Impenetrabile. Sull’altra pagina, le bandiere di due Circoli trentini fondati nel Chaco, ed un gruppo di discendenti di emigrati trentini (foto Paolo Holneider / Ufficio Stampa PAT).

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vevamo già visto nei giorni precedenti situazioni difficili, a Puerto Tirol, a Quitilipi, a Pampa del Infierno e in altre località dove erano presenti circoli trentini; situazioni rese ancora più gravi dalla crisi economica che stava lacerando il Paese e che avrebbe spinto di lì a qualche mese il presidente argentino de la RÚa a fuggire precipitosamente dalla capitale a bordo di un elicottero, incalzato dalla protesta popolare. Ciro Russo, il responsabile dei progetti della Trentini nel Mondo, ci aveva spiegato che la monocoltura del cotone, oltre a scontare debolezze strutturali derivanti dal clima e dalla mancanza d’acqua, ad un certo punto era entrata in crisi in seguito alla diffusione delle fibre sintetiche. I trentini, arrivando qui, dapprincipio avevano pensato di avere davvero trovato “l’America”: dopotutto gli spazi nel Chaco sono enormi, l’azienda media misura almeno 100 ettari. In realtà solo alcuni di essi si erano “sistemati”; molti avevano ancora bisogno dell’assistenza della Provincia autonoma di Trento e delle associazioni trentine, anche solo per avere una casa degna di questo nome. Però, condizioni così estreme come quelle dell’Impenetrabile non ce le eravamo immaginate.

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ravamo risaliti sul pick-up. Ad un certo punto, si profilarono in lontananza le sagome di tre uomini, che cammi-

navano sul ciglio della pista. Ci fermammo accanto a loro, offrendo un passaggio, come s’usa nelle regioni spopolate. Erano degli indios. Salirono sul cassone con noi, e cominciarono a parlarci, ma non ci intendevamo bene, il loro spagnolo non era un granché e così il nostro. Usarono le mani: con una mimavano un aereo, quello si capiva, con l’altra un ostacolo, tipo una parete di roccia, su cui l’aereo ad un certo punto si schiantava. “Dove?”, gli chiedemmo. Pensavamo che un piccolo aereo come il nostro fosse andato a sbattere, anche se non riuscivamo a capire dove, visto che la regione è piatta. “New York, New York!”.

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rrivammo ad un villaggio, dove avevano organizzato una piccola cerimonia di accoglienza per la delegazione. Ci trascinarono in una casa, sul tetto svettava l’antenna parabolica. Dentro, in un salottino, parecchie persone stava-

i girammo anche noi verso lo schermo, dopo avere salutato. Sembravano immagini di un film catastrofico: due aerei di linea, uno dopo l’altro, contro le Torri gemelle del World Trade Center.

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er i partecipanti a quel viaggio, il ricordo dell’attentato del secolo, che sembrò materializzare l’incubo del conflitto di civiltà profetizzato da Samuel Huntington, resterà indissolubilmente legato a quello delle solitudini del Chaco, e agli emigrati trentini laggiù.

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l giorno dopo, a Buenos Aires, l’arcivescovo di Trento, Luigi Bressan, partecipò ad una grande manifestazione per la pace, analoga ad altre che si stavano tenendo in tutto il mondo. La sera ci facemmo guidare nel quartiere della Recoleta da alcuni “trentini d’Argentina”. Naturalmente, erano come noi impressionati da quello che era successo; ma avevano anche i loro problemi, a cui pensare, il gorgo nel quale il Paese stava precipitando, a causa delle politiche neoliberiste adottate dalla classe dirigente. Presto la crisi avrebbe anche polverizzato i risparmi di chi aveva investito nei famosi “bond argentini”. Ciò che vedevamo, da lì, da quegli antipodi che un tempo avevano accolto milioni di emigranti dall’Europa, era un mondo che, sulla soglia del XXI secolo, non aveva risolto le sue contraddizioni, anzi, sembrava sempre più lacerato, sempre più diviso.

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n mondo in fondo drammaticamente simile a quello odierno.

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Il Gioco degli Specchi 17


Tre film sugli orrori del colonialismo italiano ”Il leone del deserto” del regista libico Moustapha Akkad, il documentario della BBC “Fascist Legacy” e “Adua”, sceneggiato e diretto da Hailè Gerima di Giulio Bazzanella

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e ricerche dello storico Angelo Del Boca, volte a dimostrare che l’imperialismo italiano in Africa mirava al genocidio, furono sempre osteggiate dalle autorità italiane. In un simile clima di rimozione, destò sconcerto e indignazione l’apparizione d’un film quale Il leone del deserto (1980), diretto da Moustapha Akkad, il regista libico che s’era fatto conoscere negli USA come consulente di Sam Peckinpah per un progetto cinematografico sulla guerra d’Algeria.

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kkad, ucciso insieme alla figlia in un attentato di matrice irachena nel 2005, realizzò il film su incarico di Gheddafi, che volle dedicare una produzione libico-statunitense con un cast di richiamo internazionale, al ricordo di Omar al-Mukhtar, l’eroe della Cirenaica che aveva impegnato le forze italiane in una strenua guerriglia prima d’essere catturato e fatto impiccare nel 1931 dal generale Graziani. Gheddafi intervenne pesantemente sulla pellicola, suggerendo ad Akkad l’artata distinzione fra “il leone del deserto” e la Senussiyya, la confraternita islamica a cui Mukhtar apparteneva e che aveva avuto il merito di coordinare efficacemente la resistenza all’occupazione francese in Algeria e a quella italiana in Libia.

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l colonnello, che si è sempre presentato, contro ogni evidenza storica, come l’erede politico e spirituale di Mukhtar, sfoggiando sulla divisa una fotografia che mostra l’anziano combattente prigioniero di grassi e ridanciani italiani, aveva infatti interesse a sminuire il ruolo dei Senussi, essendo giunto al potere grazie alla detronizzazione del principe ereditario, delegato alla guida della Libia da Idris I e cioè dal nipote del Gran Senussi, fondatore nel 1837 della confraternita. “Il leone del deserto” non venne distribuito in Italia: Andreotti affermò che il film danneggiava l’onore dell’esercito, la Digos intervenne per impedirne la proiezione a Trento: si sarebbe dovuto attendere il 2009 e l’atterraggio di Gheddafi a Ciampino perché Sky mettesse in onda la pellicola a 30 anni dalla sua realizzazione.

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riprova che il fascicolo coloniale era ancora scottante, la politica italiana ebbe, alla fine degli anni ’80, un’altra opportunità di dare il peggio di se stessa, inoltrando al governo inglese le sue vibrate proteste per la diffusione del do18 Il Gioco degli Specchi

cumentario Fascist Legacy, trasmesso in due puntate dalla BBC nel 1989. “Fascist Legacy”, diretto da Ken Kirby con la consulenza storica di Michael Palumbo, presenta immagini di repertorio dei crimini di guerra fascisti in Africa, in Grecia e in Jugoslavia, ma, soprattutto, mette in questione i governi democristiani del dopoguerra, esaminando, con l’aiuto di testimoni oculari e di storici, la protezione offerta a efferati criminali, su cui pendevano legittime richieste di estradizione (è il caso di Pietro Badoglio, negato all’Etiopia e onorato con funerali di stato nel 1956). La RAI acquistò i diritti di “Fascist Legacy” nel 1991, al solo scopo, si direbbe, di occultarne le fastidiose rivelazioni in fondo a un cassetto. Nel 2004 La7 ne utilizzò alcuni brani nel programma “L’altra storia”.

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ailé Gerima, sceneggiatore e regista di Adua (Adwa: An African Victory, 1999), sostiene che fin dalla prima infanzia poteva avvertire come la memoria della battaglia combattuta dal nonno ad Adua nel 1896, nella quale gli abissini del negus Menelik avevano inferto alle forze del generale Baratieri una sconfitta che avrebbe gettato nel panico le cancellerie europee, fosse consustanziale alla propria carne: per Gerima, infatti, Adua non rappresenta una battaglia qualsiasi ma la scintilla che ha attizzato il fuoco del movimento panafricano lungo l’intero secolo scorso, tanto da essere ancora riconoscibile nel miraggio etiopico di un ritorno alle origini che ispira il reggae giamaicano.

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ailé Gerima, nato nel 1946, è figlio di un drammaturgo copto affiliato alla resistenza, che diede forma teatrale ai conflitti coloniali, e di un’orfana di guerra allevata in un istituto cattolico e divenuta insegnante: cattolico egli stesso, ed esponente della prima generazione di intellettuali provenienti dall’Etiopia e formatisi negli USA o nell’Europa orientale dopo la sconfitta italiana, il regista insegue a propria volta il fantasma dell’identità africana. Gerima, che ha dovuto completare “Adua” senza l’appoggio richiesto alla RAI, lavora da anni alla seconda parte del suo dittico, “I figli di Adua”, dedicato alla seconda fase dell’occupazione coloniale durante gli anni ’30. Pagina a cura di FORMAT / Centro audiovisivi PAT

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Per gentile concessione dell’editore © 1992 Cong S.A. Hugo Pratt ™ © Cong S.A., Losanna

Tavola da Hugo Pratt, Gli scorpioni del deserto, Brise de mer, Lizard edizioni, 1994

appunti di lettura

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ugo Pratt, che aveva vissuto da ragazzo per sei anni in Etiopia, fu tra i primi autori che rinnovarono l’interpretazione del mondo africano nel fumetto, affermando la dignità degli indigeni, con un percorso critico parallelo a quello che animava il far west e la visione degli indiani. Nella serie Gli scorpioni del deserto non fa distinzioni tra i popoli che si affrontano nella seconda guerra mondiale, ma rappresenta persone, con i loro difetti e le loro qualità, alternando momenti drammatici a elementi umoristici.

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