Numero 14 - ottobre 2013

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Poste Italiane Spa – spedizione in abb. postale – DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1 comma 2 e 3 NE/TN – taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO IV NUMERO 3 – OTTOBRE 2013

11-16 NOV 2013 TRENTOBOLZANO

DALLA PAURA ALLA SPERANZA: PER IL BENESSERE COMUNE

ALL'INTERNO IL PROGRAMMA COMPLETO


SOMMARIO

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DIECI ANNI DA RICORDARE EDITORIALE Una sfida quotidiana PRIMO PIANO Anni di emozioni CULTURE L'odore degli altri MIGRANTI Quando ci si sente «a casa» in una nuova terra? IMMI/EMI Il privilegio di avere un «problema di identità» DALLA PAURA ALLA SPERANZA: PER IL BENESSERE COMUNE IL PROGRAMMA SOCIETÀ Con la lingua in bocca si va dappertutto LEGGI E DIRITTI CRONACHE In bici nei cinque continenti LIBRI Parlare civile FUSIONI Quanto è bello cucinare in altre lingue CINEMA Profezie pasoliniane in due recenti film italiani STORIE DI PROFUGHI In attesa, in una piccola parte del mondo

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento) con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento Foto di copertina © Fototeca Trentino Sviluppo S.p.A. Di Ronny Kiaulehn - L'Alba delle Dolomiti Alessandro Baricco e Mario Brunello Rifugio Segantini

Editoriale

IL GIOCO DEGLI SPECCHI FESTIVAL DI LETTERATURA MIGRANTE TRENTO 4 - 9 FEBBRAIO 2003

2003, l’Italia si è trasformata da paese di emigrazione a paese di immigrazione, in modo talmente rapido da creare tensioni e problemi. Solo una diffusa cultura della solidarietà tra uomini può degnamente risolverli e questa può nascere dalla conoscenza dei mondi stranieri con cui ormai si convive, dal ricordo di quando i gli italiani.erano stranieri in altri paesi Il Gioco degli Specchi rivolge a tutti un invito: l’invito all’ascolto, che aiuti a conoscere, a vedere Persone e non masse anonime con l’etichetta del pregiudizio, un invito al ricordo delle sofferenze specularmente patite da milioni di italiani emigrati. Gli scrittori, i giornalisti, gli studiosi sono invitati per dare la loro autorevole voce alle molte persone che non sanno o non possono parlare, per ricordare un passato di colonialismo ed emigrazione, per stimolare la costruzione di una società fondata sulla dignità e la giustizia in cui i figli di tutti possano vivere in pace.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI CINEMA IMMAGINI DAL MONDO TRENTO 3 - 7 MARZO 2004

Il Gioco degli Specchi propone il cinema per riflettere sui temi della migrazione e dell’intercultura. Per rafforzare la cultura della mediazione in un Trentino che ha una lunga storia di emigrazione alle spalle e un futuro di terra d’accoglienza per molti cittadini immigrati. Dall’Himalaya all’Etna, dal Pakistan al Senegal, dal Gange al Tamigi: il cinema che racconta i colori, le voci, i suoni del mondo. Film per conoscere altri popoli. Film per viaggiare e attraversare nuove terre. Ma anche Film che raccontano storie dure, vicende di emigrazione. Film che parlano di uomini e donne costretti a lasciare il loro Paese. Film su sogni e speranze spesso infranti. Film sullo sfruttamento, la violenza e la lotta per la sopravvivenza. Insomma, un Cinema non solo per divertire ma anche per riflettere, per riuscire a mettersi nei panni degli altri.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI FESTIVAL DI LETTERATURA MIGRANTE TRENTO 21 - 27 FEBBRAIO 2005

Il Gioco degli Specchi ha sempre avuto l’obiettivo principale di incontrare e ascoltare persone, di riflettere sul nostro posto nel mondo. La letteratura è per noi, con il cinema, esperienza diretta, conoscenza di vite e fatti, vicini o lontani nel tempo e nello spazio. Agli storici ed ai sociologi chiediamo poi maggiore comprensione della realtà che viviamo per meglio programmare il futuro comune. Abbiamo visto la nostra città cambiare nel tempo con rapidità, arricchirsi di colori e suoni i più vari: vogliamo essere parte attiva e cosciente di questa trasformazione, senza paure che ci rendano disumani, felici invece delle possibilità che la nuova, ineludibile, realtà ci offre, attenti a prevenirne i problemi, mettendoci in una relazione corretta, nuova, con il resto del mondo, su basi di dignità e parità. Dalla prima edizione del 2003 ad ora abbiamo avuto nuove guerre, a cui perfino il nostro stato partecipa, tragedie di dimensioni inimmaginabili. Se piangi il mondo le lacrime non ti bastano, ma non si tratta di piangere, bensì di convincersi che, si voglia o no, il mondo è affare nostro, di tutti ed a tutti giova programmare rapporti basati sull’equità e sulla pace. “Chi ascolterà la mia voce e la mia pena?”, si chiedeva da Sarajevo Abdulah Sidran. Noi vogliamo restare vigili in ascolto. Per costruire. Con la grande rete di persone che credono nell’umanità e nella pace.


di Andrea Petrella*

Ciò che il Gioco degli Specchi ha fatto in questi anni non è poco: iniziative culturali, interventi nelle scuole, momenti formativi, insegnamento dell’italiano, appuntamenti gastronomici, campagne d’opinione e tanto altro. Un lavoro spesso poco visibile ma costante, silenzioso e profondo, capace di porre al centro dell’attenzione l’individuo e la sua dignità. Come volontari ci siamo più volte interrogati sul senso del nostro agire, a fronte di piccole delusioni o progetti non perfettamente riusciti: mai, però, è venuta meno la caparbietà e la determinazione nel percorrere nuove strade e affrontare le complessità che si sono presentate nel corso di questi lunghi anni. Collaborare con il Gioco degli specchi, dapprima come volontario e poi con incarichi nel consiglio di amministrazione, mi ha confermato quello che ho sempre pensato: che essere attivi in un’associazione abbia un duplice risvolto, da un lato individuale, dall’altro collettivo. Fare parte di un gruppo soddisfa alcune nostre esigenze personali come il bisogno di relazioni o il sentirsi coinvolti in un qualcosa di più ampio della propria cerchia familiare o affettiva. Tuttavia, ritengo che

l’attivismo, soprattutto nell’ambito del volontariato, abbia un significato anche collettivo e politico. Impegnarsi in un ambito piuttosto che in un altro rispecchia una scelta, anche politica, che ciascuno di noi matura e porta avanti con convinzione. Mi preme inoltre sottolineare come l’Associazione, nello svolgere la sua attività, si sia sempre saggiamente tenuta lontana dalla stanca ripetizione del ritornello “poverini, aiutiamoli!” di stampo assistenzialista che non ci appartiene né ci compete. Il Gioco degli Specchi ha optato per un’altra via, forse difficile e ambiziosa, ma sicuramente stimolante. Proprio perché “politico”, il nostro agire – e in particolare il nostro agire in relazione ai temi migratori – è stato e sarà sempre rivolto al cambiamento. Con le forze a nostra disposizione e con gli strumenti a cui siamo più affezionati abbiamo cercato, con alterne fortune, di puntare ad un cambiamento culturale del nostro territorio. Come scardinare vecchi e abusati luoghi comuni sui cittadini stranieri? Come connettere il nostro passato nazionale di emigrazione con le attuali immigrazioni? Come rendere la società e la quotidianità in cui vivia-

mo un po’ più armoniose, giuste e impreziosite da culture diverse da quella italiana? Il Gioco degli Specchi ha deciso di dare il proprio contributo su questi temi. Non perché siano più importanti di altri, o perché vada di moda farlo. La nostra azione muove principalmente dalla constatazione che le nostre città e i nostri paesi stanno mutando: i fenomeni migratori sono processi sempre esistiti, con diverse intensità e forme, che ovunque hanno portato cambiamenti, ibridazioni, evoluzioni sociali e culturali. Anche in Italia, anche in Trentino. Sembra però che di questo non ci sia ancora piena consapevolezza. Far capire che non bisogna sorprendersi o, peggio, indignarsi, che nell’appartamento di fianco al nostro, nell’auto in coda al semaforo davanti a noi, nelle aule scolastiche dei nostri figli, dietro allo sportello bancario o perché no su qualche scranno delle istituzioni, dal consiglio comunale a quello provinciale per arrivare fino al Parlamento, ci sono e ci saranno – forse, sempre più – persone provenienti dai più diversi angoli del mondo, è la vera sfida che il Gioco degli Specchi affronta quotidianamente.

Presidente del Gioco degli Specchi

Una sfida quotidiana affrontata con caparbietà e determinazione


di Maria Rosa Mura

Anni di emozioni Non è il sapere che ci dà l'accesso all'altro, ma ciò che è anteriore al sapere e alla riflessione: l'emozione. (Tahar Lamri)

Anni di emozioni, dalle persone, dai personaggi dei libri, spesso da colpe di un singolo individuo. dai protagonisti dei film. Questo è stato il Gioco degli Per chi fa la badante, lavoro già reso servile nel nome, è Specchi. È stato come passare in treno davanti a fine- una boccata d’aria fresca farsi riconoscere nel suo lavoro stre spalancate sulla vita quotidiana di altri, gettarvi uno precedente di insegnante di liceo, di giornalista, trasmetsguardo partecipe, e conoscere un po’ della città ignota tere conoscenze sulla cultura, sulle bellezze del suo paese. Quanta storia nel dettaglio e dal vivo ho imparato, che si attraversa nella notte. L’ultima emozione in ordine di tempo: ritrovare Helena. quanta geografia ogni volta che andavo a cercare dov’è la Val Fergana o Sebha, perché L’avevo persa di vista in questi anni, ma le avevo insegnaIl Gioco mi ha dato una vita diversa. Un quello sventolio minaccioso di bandiere albanesi, aquile e to la nostra lingua, ricordavo bene le confidenze sulla sua Gioco, laboratorio festoso e collettivo, da rosso sangue, se sono cittadivita ‘di prima’, la bambina continuare senza sosta. Non si estirpano ni macedoni, attenta a distinguere tra Paraguay e Uruguay. che giocava felice arrampimai abbastanza i propri pregiudizi, Leggi per saperne di più, ti fai candosi sugli alberi, gli aquidire i loro grandi autori, ti eserloni che ci aveva insegnato a incancreniti, avvitati saldamente citi a pronunciare Crnjanski e fare nelle nostre feste, come nel profondo a nostra insaputa. Krleža. Fissi l’occhio in quella la difendevo dal marito che le direzione, su quei temi perché rimproverava di non imparare l’italiano abbastanza in fretta. Già, perché quando non ti rendi conto che se hai letto “Bilal” di Fabrizio Gatti, letsai una lingua agli altri sembri scemo. Mi ricordo Mahlet, to e visto “Come un uomo sulla terra”, guardi in modo più dava proprio quest’impressione, bisognava ripetere piano consapevole il senegalese che si avvicina per venderti piano cento volte e l’incertezza, lo smarrimento con cui qualcosa: diventi più umano e lui ti diventa figlio, anche contava i soldi per pagare al supermercato! E invece che se solo un momento. fibra che energia che determinazione. Mi aveva mostrato Impari la complessità, nei nostri discorsi c’è sempre un delle foto in cui tutti erano eleganti con splendidi abiti “noi” e un “gli altri”, niente di più falso. colorati, avevo capito che era il suo fidanzamento, invece Per il noi lo sapevamo, un noi diversificato da Trento alla era il matrimonio e lavorando lavorando era riuscita a far sua campagna (i poeri, i pinaitri, i mocheni: sono termini arrivare in Italia anche il marito. Qualche anno dopo l’ho antichi e non di apprezzamento) per non parlare dei “terroni - quei da ‘nzo”. Delle fratture all’interno dei paesi rivista, un buon italiano, una splendida bambina. Li ricordo ancora, in modo vivido, questi allievi, ideali per d’origine degli immigrati o fra i diversi paesi abbiamo inqualunque insegnante dato il loro desiderio di imparare. travisto forse qualcosa negli studi, ma è diverso vedere Nessun volontario resiste all’intensità dei rapporti umani ucraine che si ignorano a seconda della zona di proveche si instaurano ai corsi. Solo ad ascoltare si stabilisce nienza o lo sguardo che lancia la ragazza dell’est Europa un rapporto stretto, cementato dal fatto che l’immigrato alla pakistana col suo abito tradizionale e col velo. (Come viene riconosciuto come persona, con le sue capacità, le hanno ingentilito Trento queste eleganze femminili, con i esperienze e il ruolo sociale della sua vita e del lavoro loro colori, tono su tono, il movimento delle loro vesti). di prima. Non buttato vuoto a perdere nella massa con Come hanno colorato le strade colorano e danno intenetichetta etnica, i cinesi, i rumeni, gli africani...marchiati sità/spessore alla realtà in cui viviamo: vedere in tv un

Primo piano


Guida alle bellezze e alla storia del Buon Consiglio per i frequentanti i corsi di italiano del Gioco degli Specchi.

rimpatrio ora significa sentire i sentimenti di Rachid, se parlano di albanesi/rumeni criminali e stupratori tu pensi alla serietà di Mihai e Besnik, alla signorilità dolce di George. Se poi vedi la Vlora! ti prende alla gola l’emozione. Vedo Anila in quella massa brulicante che ha occupato la nave, nella festa con cui i ragazzi si lanciano nel mare, nella tristizia infame dello stadio. Ci vedo la sua tranquilla serietà, il suo dottorato in filosofia e il Ph.D che l’ha lanciata in un’altra patria ancora, la storia di quando, in una dittatura che non lasciava pubblicare Dumas, giocava a viaggiare verso un altrove. “Prendevamo il mappamondo, lo facevamo girare, poi, con gli occhi chiusi, puntavamo il dito sul posto in cui saremmo andati....Il gioco finì quando rischiai di puntare il dito sul posto dove eravamo.” Tante le persone incrociate in questi anni, per alcuni l’emozione è di dolore, per la perdita, in un fiume, nell’oceano, nella malattia, è il ricordo della loro passione, di una voce, di un messaggio: “Avanti. Per rendere il mondo più umano”. Immigrati, emigrati, immigrati discendenti da emigrati, volontari, della nostra e di tante altre associazioni, indimenticabili volontari da altri paesi dell’Europa, scrittori, studiosi, artisti, mediatori, insegnanti, studenti, bibliotecari, editori, i collaboratori e gli stagisti.. una folla, qualcuno difficile, altri che diventano amici o con cui il rapporto prosegue negli anni. Giovani entusiasmi che rallegrano l’autunno. Il pacifista che paga la sua scelta coerente con la inestinguibile nostalgia per un luogo d’altri tempi, la terra ormai perduta di molte culture e di convivenza. Il dolore di chi rientrando in patria ritrova tranquilli per le strade gli assassini dei suoi cari o i loro complici, il suo riscatto nella scrittura che si piega a guardare il dolore di altri. Il sorriso rassicurante della donna che vive insieme tre profonde appartenenze e quello dell’uomo che affronta il razzismo con scherzosa serietà, il suo calore e la sua

energia, l’affettuosità ruvida di chi ha vissuto con i minatori emigrati, la profondità e la capacità organizzativa dell’uomo di cultura. Ricordi il ringraziamento del rifugiato per avergli dato la parola in biblioteca trattandolo con rispetto: mentre “se mi siedo su una panchina la signora vede la mia pelle nera e subito tira a sé la borsetta”. La generosità del direttore di ATAS che per anni ci cedeva il suo ufficio per fare i corsi di italiano: noi arrivavamo e ci chiedeva scusa per non averci ancora liberato il campo. Mossa dalla curiosità, dal gusto dell’esotico, dall’amore per le lingue straniere (non servono però per insegnare l’italiano a gente di tante origini diverse!), dal desiderio di essere utile, ho trovato molto altro. Il Gioco mi ha dato una vita diversa. Un Gioco, laboratorio festoso e collettivo, da continuare senza sosta. Non si estirpano mai abbastanza i propri pregiudizi, incancreniti, avvitati saldamente nel profondo a nostra insaputa. E sono questi preconcetti le basi per ferire, disprezzare, segregare, danneggiare, uccidere. È un lavoro lungo, ininterrotto, ma decisamente appagante e molto festoso, butti alle spalle tante e tante paure e sai come diventi leggero! e perspicace anche: media e politici non te la raccontano come vogliono, ne sai di più. E puoi goderti lo spettacolo di un auditorium che, tutto intero, balla la musica dell’Orchestra di Piazza Vittorio.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI SU TIMU IL SITO DI "INFORMAZIONE CIVILE" Visitate la nostra pagina e partecipate al racconto collettivo dei piccoli passi (fatti/da fare) per realizzare un sogno: una società dove TUTTE le persone possano aver una vita serena. http://timu.civiclinks.it/it/m/inquiry/migranti-cultura-societa-il-gioco-degli-specchi/

Primo piano


di Maria Serena Tait

Questione di pelle, di cibo, di profumi...

L’odore degli altri Quando sono gli stranieri ad ‘annusare‘ i trentini Il tema mi sembrava interessante a partire dalla mia convinzione di essere una persona particolarmente sensibile alla dimensione olfattiva nel rapporto con gli altri. Non mi era chiarissimo il filo da seguire, ma non disperavo di trovarlo strada facendo. Quello che non sospettavo minimamente era che alla fine avrei scoperto di essere olfattivamente una primitiva. Per semplificarmi la vita ho iniziato la mia piccola indagine con due amici trentini: un pediatra, Saverio, e un’insegnante di una scuola professionale per estetisti e parrucchieri, Lucia. Per Saverio l’impatto olfattivo più forte è quello dei genitori pakistani e indiani, che lasciano nella sala d’aspetto un odore complesso di aglio, spezie e fritto capace di resistere alcune ore. Tutto cambia però appena entrano in ambulatorio e levano gli indumenti ai bambini per la visita: nella stanza si diffonde un profumo delizioso di talco che emana direttamente dai loro vestiti e dalla pelle liscia come la seta. “E i bambini trentini?” Mi racconta che non profumano più di talco ma solo di creme e prodotti farmaceutici o di erboristeria. Nella scuola di Lucia quasi l’ottanta per cento degli studenti è costituito da stranieri. L'età è compresa tra i 15 e i 20 anni. Quest’ultimo dato non è irrilevante perché l’odore più forte, un odore che riguarda un po’ tutti i ragazzi in modo trasversale, è direttamente legato alle tempeste ormonali dell’età. Un odore vagamente selvatico sul quale lo specifico legato alla provenienza geografica si innesta saldamente. Anche qui la gamma comprende aglio, spezie e cibi fritti, ma anche tipologie e livelli diversi di intensità nell’utilizzo di profumi e deodoranti, causando qualche problema nella scelta dei posti in classe. L’esperienza ha insegnato a Lucia che anche se i ragazzi studiano e si esercitano insieme senza problemi, nella vita al di fuori della scuola, quando si tratta di amicizia e amore, che comportano una vicinanza di pelle più intensa e costante, la scelta cade quasi esclusivamente sui compagni affini per odore e, di conseguenza, paese di provenienza. Per capire cosa succede quando sono gli stranieri ad annu-

Culture

sare noi trentini e gli italiani in generale, ma anche stranieri di diversa nazionalità, prendo contatto con alcuni allievi dei corsi di italiano per stranieri. La prima è Pascaline. Viene dal Burundi e non manifesta il minimo imbarazzo nell’affrontare il tema. Mi spiega che l’odore della pelle di noi trentini è molto più forte di quello di un pakistano. In Burundi le donne e le ragazze hanno addosso il profumo del loro olio cosmetico personale, mentre è difficile individuare l’odore del profumo che usiamo noi: sembriamo tutte uguali. L’odore di chi proviene da altri paesi, ad esempio dall’Asia, non è mai così forte come quello dei bianchi. “E il cibo?” Il cibo trentino non è molto profumato, solo la pizza ha un odore forte che si può riconoscere. Simone è polacco e, a differenza di Pascaline, accoglie le mie domande con circospezione e un filo di diffidenza. Preferisce parlarmi dei suoi rapporti di lavoro con i trentini, buoni sul piano professionale e con qualche dubbio su quello umano. L’unico odore di cui parla è quello buono e pulito della sua stanza in affitto. Nicola viene dalla Romania, è disponibile a parlare ma alla fine dai profumi scivola nel racconto dei suoi rapporti con i trentini, iniziati già in Romania, dove dalla seconda metà dell’Ottocento vive una comunità molto ben integrata arrivata dalla Valle di Fiemme per cavare la pietra. Per quanto riguarda gli odori ricorda che in un corso precedente riconosceva anche senza voltarsi la presenza di uno studente pakistano, forse perché doveva cucinare il suo Kebab nella stessa stanza in cui dormiva. Le persone provenienti da India e Pakistan usano profumi e bagni schiuma dall’odore molto più forte dei suoi. In realtà dopo qualche tempo l’odore cambia perché non trovi e non puoi più usare i tuoi prodotti abituali. I trentini comunque fanno la doccia e la loro cucina è leggera. Mahamuda viene dal Bangladesh e sugli odori ha delle idee molto precise e in qualche modo sorprendenti. Anzitutto bambini e bambine hanno un odore diverso e così pure una perso-


© Foto di Darwin Bell - Compfight.com

e non cercare le differenze. Meri è finlandese e ha la pelle più bianca e trasparente che mi sia mai capitato di vedere. Per lei il Trentino significa profumo di caffè. Ci sono tanti bar dove puoi trovare marmellata e brioches, ma anche pizza e pasta. Sente con molta forza l’odore della pelle degli africani: per lei è un odore né bello né brutto, solo molto forte. Pensa che l’odore degli indiani dipenda dal cibo e che più scura è la pelle, più forte sia l’odore. Se può scegliere dove sedersi in classe preferisce mettersi vicino ad un ragazzo polacco perché l’odore di persone provenienti da altri paesi è troppo forte e non le piace molto. Non sono in grado né desidero trarre conclusioni da questo mio breve viaggio tra gli odori. Mi è parso di capire che più la pelle è chiara o, viceversa, scura maggiore diventa l’intensità della percezione delle differenze reciproche. Sicuramente ora mi sento un po’ più scoperta e indifesa rispetto ad una silenziosa e intima indagine olfattiva che alcune persone sono in grado di fare con la stessa facilità e leggerezza con la quale io potrei percepire il colore degli occhi e dei capelli. E forse ne sono anche un po’ invidiosa…

IL GIOCO DEGLI SPECCHI CINEMA MIGRANTI E DIRITTI UMANI TRENTO 15 - 19 MARZO 2006

Ci sono posti nel mondo che abbiamo solo sfiorato, altri che sono la nostra casa. Ci sono posti nel mondo che abbiamo dovuto lasciare, altri ancora che abbiamo conosciuto attraverso le narrazioni o le immagini. Il cinema mette insieme immagini e narrazioni: racconta storie che catturano, incuriosiscono, fanno riflettere. Storie che riguardano l’altro, ma anche noi, da più o meno vicino. Storie che superano i confini delle geografie e delle culture, arrivano per un giorno fino ad una Cina che conosciamo poco o parlano dell’emigrazione italiana. Sono storie raccontate da lungometraggi, cortometraggi, documentari o messe in scena con lo spettacolo teatrale “La nave fantasma” di R.Sarti con Bebo Storti e Renato Sarti: la tragedia avvenuta la notte di Natale del 1996, quando al largo della costa siciliana affondò una nave carica di immigrati.

Culture

DIECI ANNI DA RICORDARE

na giovane rispetto ad una anziana. Il nostro stato di salute e il nostro umore producono un odore che cambia ed è chiaramente percettibile. Gli italiani e i trentini si coprono troppo poco con i vestiti e in modo diverso. Il nostro cattivo odore dipende anche dal fatto che non indossiamo fibre naturali. Il cibo in Italia comprende molto maiale e l’odore pertanto è sgradevole. Anche l’odore del vino è sgradevole, mentre quello di caffè è buono. Le piacciono pure l’odore della pizza e della pasta al pomodoro. Ricorda uno studente del Marocco con un odore misto di vino, fumo e cibo che la metteva molto a disagio. Le ragazze africane invece hanno un buon odore e anche i loro vestiti vanno bene. Paulina è arrivata in Italia dal Burundi e dice di avvertire molto bene il nostro odore. Parla del nostro odore “vero”, perché i profumi e i vestiti possono cambiare, ma l’odore è legato alla nostra natura, che non cambia. A lei piacciono tutte le persone perché sono creature di Dio e per questo le accoglie anche se ognuna ha un corpo diverso, un colore diverso e viene da un paese diverso. In questo momento per lei la cosa più importante è imparare l’italiano


di Franca Zadra

Alto Adige allo specchio

Quando ci si sente “a casa” in una nuova terra? Storie di cittadine di Bolzano di origine straniera

Franca Zadra

Franca Zadra

alto adige allo specchio

to adige emerdonne immigraeare un senso di ietà altoatesina? up, interviste insono state racestimonianze di mente residenti enti da 16 diverparli di trekking, i pregiati, le naruesta ricerca ci a nostra visione pecchiarci nelle ni e nei progetti

MIGRANTI

alto adige allo specchio

sguardi femminili tra appartenenza e mobilità

sguardi femminili tra appartenenza e mobilità

La recente pubblicazione “Alto Adige allo specchio”, nata dal Tavolo di lavoro Con Nuove Culture promosso dal Dipartimento Cultura Italiana della Provincia Autonoma di Bolzano, in collaborazione con l’Associazione Donne Nissà e con la Biblioteca Provinciale Italiana Claudia Augusta

Quando mio padre ci portava in montagna, ci faceva notare, tra tante altre cose, dove si trovava casa nostra. Ricordo lo stupore e la meraviglia di questa nuova visione, dall’alto, del luogo che mi circondava tutti i giorni, visto da una nuova prospettiva. Ho cercato di fare un’operazione di questo tipo: raccogliere la visione che hanno del territorio una serie di donne di origine straniera, stabilmente residenti nella provincia di Bolzano. Narrare il territorio Chi migra è, all’inizio, un viaggiatore, che scopre ed esplora con curiosità un territorio che non gli è familiare, facendo confronti con altre terre conosciute. Per questo si trova nella posizione di aiutare coloro che ci sono cresciuti a riscoprire il proprio luogo d’origine, guardandolo da un punto di vista diverso. Ritenere che ci sia una unica lettura “giusta” diventa insostenibile anche riguardo ad aspetti che possono sembrare tanto obiettivi e misurabili, come la temperatura. La narrazione del clima di Bolzano che fa una donna proveniente dal Burkina Faso a sua madre rimasta in patria è quella di un freddo gelido: lei racconta di aver imparato qui a portare indumenti prima sconosciuti, come la sciarpa, e si fa una foto con gli abiti invernali per far vedere alla madre quanto bisogna coprirsi per superare i gelidi inverni locali. La narrazione di una donna che proviene dalla Germania del Nord a sua madre

Migranti

ha toni molto diversi: loro confrontano il numero di giorni di sole, il numero di giorni sotto zero. Lei descrive il clima altoatesino come tiepido, soleggiato, mediterraneo. Alcune donne percepiscono Bolzano come una città italiana, anche se multilingue e multiculturale, mentre altre dicono “Bolzano non è Italia” o sottolineano che si tratta di una zona di confine, dicendo che è “una porta verso l’Italia”. Questa pluralità di narrazioni riguarda gli ambiti più svariati: il mondo del lavoro, il mondo della scuola, il bilinguismo e la divisione tra i cosiddetti “gruppi etnici”, le relazioni familiari, i rituali sociali, la cura del corpo, il paesaggio urbano e rurale, e via dicendo. Diversi modi di sentirsi “a casa” Quando ci si sente “a casa” in una nuova terra? Come vengono combinate le diverse appartenenze e linguaggi culturali nel quotidiano? Come viene gestita la diversità all’interno della nuova società? Queste sono domande che hanno guidato l’analisi delle testimonianze. Lo schema proposto dal sociologo Enzo Colombo nello studio delle strategie identitarie delle nuove generazioni risulta interessante per comprendere le diverse forme di gestione delle molteplici appartenenze. Una prima modalità è quella dell’inclusione etnica, nella quale l’immigrato tende a dare priorità all’appartenenza alla rete etnica di origine e a mantenere con le culture d’approdo rapporti di tipo funzionale. Ecco un esempio: Veronica è una donna cinese, che gestisce insieme a suo marito un bar a Bolzano. Mantiene buoni rapporti con la popolazione locale, ma il suo progetto è di tornare in Cina. Il sentimento di appartenenza predominante è quello che riguarda la famiglia e il popolo cinese, sia nella terra d’origine sia in quella di approdo. Un’altra modalità è il mimetismo, nel quale si tende a minimizzare le differenze. Malvina proviene dalla Bielorussia, e i suoi legami affettivi più significativi li ha formati in Italia. Quelli che rimandano alla terra d’origine sembrano essersi affievoliti. Non si identifica più con il gruppo di immigrati della stessa provenienza ma con abitudini e persone del luogo, da cui si sente accolta in termini di parità. Vive come un successo la “invisibilità” della sua


diversità culturale, che la fa sentire partecipe del noi so- morata di un bolzanino nel luogo d’origine, e poi è venuta ciale. E’ innamorata delle montagne sudtirolesi, che per- in Alto Adige a sposarlo. Sentendosi bersaglio di pregiucorre con sci, “ciaspole” o scarponi. E le tutela, dato che dizi sia sul piano sociale che su quello professionale, ora sono il suo mondo: si guarda bene di raccogliere le Cecilia non si rassegna, e prova a ridefinire le regole del gioco creando uno spazio per sé nel mondo del lavoro. stelle alpine, perché sono una specie protetta. Una terza modalità è la marginalità, in cui vivono le perso- Potendo lavorare per l’azienda del marito, preferisce fonne che si trovano bloccate al confine tra due culture, sen- darne una propria: una catena di negozi e servizi per le za una reale appartenenza a nessuno dei mondi. Sabeen feste dei bambini. Ha avuto tanto successo, che il marito è fuggita con suo marito dalla persecuzione e la guerra ha venduto la sua azienda e ora lavora per lei. nell’Iraq di Saddam. Essendo curda, l’esperienza di esse- Infine c’è il cosmopolitismo, che rifiuta di definire le prore perseguitata per la sua diversità culturale anziché tute- prie appartenenze, valorizzando invece la capacità persolata dalle istituzioni, è iniziata già nella terra d’origine, e nale di adeguarsi ai diversi contesti per creare relazioni quel sentimento di vulnerabilità si è protratto nel luogo di significative. Luise è una drammaturga che appartiene a una minoranza di madrelinapprodo: le barriere materiali e culturali le impediscono di Chi migra è un viaggiatore, che scopre gua tedesca in Romania. La sua traiettoria migratoria ha sentirsi tutelata nella nuova ed esplora con curiosità un territorio avuto diverse tappe, e anche terra e di costruire un senso che non gli è familiare e può aiutare se al momento risiede a Boldi appartenenza al nuovo contesto sociale e una progettuacoloro che ci sono cresciuti a riscoprire zano, non vuole radicarsi nei luoghi ma “fare una casa nel lità futura. il proprio luogo d'origine, guardandolo cuore delle persone”. Luise C’è un’ulteriore modalità che da un punto di vista diverso. non sente di avere una identiè il transnazionalismo, nel tà definita e gioca la carta auquale si cerca riconoscimento in reti virtuali di contatto e scambio tra la terra d’origine tobiografica che risulta più adeguata alle circostanze di e la terra d’approdo, valorizzando la propria differenza in volta in volta. Quando parla con gli italiani, considerando entrambi i contesti al fine di assumere un ruolo media- i diffusi pregiudizi verso i romeni, dice di essere tedesca. tore. Nadifa è una giornalista che in Somalia aveva fatto Quando parla con i sudtirolesi spiega di appartenere ad una brillante carriera. Negli anni della guerra decide di una minoranza di madrelingua tedesca che non veniva tuseguire il progetto migratorio del marito, interrompendo telata in Romania. Molto più importante delle definizioni la sua carriera con l’aspettativa che in Europa, percepita identitarie statiche risulta per lei la dinamica relazionale, come il luogo in cui sono state vinte molte battaglie per e i legami che si riescono a sviluppare trovando zone di le pari opportunità delle donne, sarebbe riuscita a ricre- empatia. are per sé uno spazio lavorativo. Quando ha trovato solo proposte di lavoro domestico, non essendo in situazione Nelle parole delle donne intervistate non si rivela soltanto di bisogno, ha preferito mantenere i suoi contatti interna- una legittima rivendicazione del diritto di accedere, come zionali, che le offrono quel riconoscimento che non trova ogni cittadino, alle opportunità e alle risorse strumentali e culturali della società di cui fanno parte, ma anche nell’ambito locale. C’è poi la cosiddetta identificazione molteplice degli “ita- la testimonianza di un legame profondo con il territorio. liani-con-il-trattino” che pone in primo piano la pluralità Sono parole che rielaborano lo spazio tra noi e gli altri, per partecipare pienamente alla società d’approdo sen- e ci rendono più consapevoli del processo attraverso cui za per questo negare altre appartenenze, che sono viste ci sentiamo parte di un “luogo” che è allo stesso tempo come una ricchezza. Cecilia, avvocata cubana, si è inna- nostro e altrui.

Migranti


DIECI ANNI DA RICORDARE

IL GIOCO DEGLI SPECCHI MIGRAZIONI LETTERATURE E SOCIETÀ NOI È PLURALE TRENTO 26 MARZO - 1 APRILE 2007

Nel 2007 Il Gioco degli Specchi ha già alle spalle una piccola storia: il punto d’avvio sono stati i corsi d’italiano per stranieri adulti, tenuti dai volontari ATAS Onlus, poi a.t.a.s.Cultura, a partire dal 1994. Questa origine da un’attività con fini sociali caratterizza ancora i nostri appuntamenti che tendono ad essere sempre incontri di persone, non eventi, anche quando ci troviamo a presentare studiosi, scrittori, artisti di grande fama. Ci è sembrato importante ‘mettersi nei panni degli altri’, per questo abbiamo privilegiato l’emozione del libro e del film per stimolare riflessioni ed approfondimenti, ma non mancano studi, spettacolo, danza, musica, cibo e, ovviamente, gioco. Nel tempo è aumentato l’aspetto formativo e maggior impegno è stato dedicato alla scuola, coinvolta dalla materna alle superiori. Lavorare tutto l’anno, ma concentrare alcune attività in una settimana continua a rispondere allo scopo di rendere maggiormente visibile il progetto, di trovare sinergie, di approfondire ed estendere la rete di relazioni e di scambi. Anche di fare festa insieme. Il Gioco fornisce così il suo apporto per disseminare comprensione e pratiche di convivenza pacifica, progetta un territorio che può essere un giardino felice e in pace per tutte le persone che ci vivono.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI CINEMA GLI UOMINI NON SONO ALBERI TRENTO, 24 – 27 SETTEMBRE 2008

Una rassegna cinematografica sulla migrazione dedicata “a chi parte, a chi arriva, a chi torna” , a quest’Uomo che mai resta fermo nel posto in cui è nato. L’immagine della scrittrice Jarmila Očkayovà, scelta come titolo della rassegna, esprime il fatto che, per desiderio di conoscenza, di avventura, per evitare guerra e fame e persecuzioni, gli uomini si sono spostati e si muoveranno sempre sul pianeta, a dispetto di tutti i muri ed i fili spinati che si possano erigere. Nonostante i deserti ed i mari da attraversare, non più pericolosi di uomini e di apparati statali. “È veramente difficile convincere chi non ha nulla che è meglio restare a casa” – “A fare cosa?” Sono storie che sottolineano l’analogia tra le attese e le speranze degli italiani partiti per l’America in cerca di fortuna, con le loro fisarmoniche e le loro arie d’opera, e i desideri di Raùl e Hocine, che cercano lavoro in Italia e vi portano la ricchezza della loro musica. “Italia”, la terra delle possibilità a lungo sognate, il faro della cultura, il paese del rispetto dei diritti civili; la patria verso cui vuole ‘tornare’ il giovane brasiliano che rivendica con orgoglio la sua origine italiana, con tutto l’entusiasmo e le illusioni dei suoi 18 anni, incurante degli ammonimenti del fratello maggiore che si è già scontrato con una realtà ben diversa. Queste, e molte altre storie.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI RIEMPIRE IL MONDO DI STORIE TRENTO, 2-8 NOVEMBRE 2009

Intorno ai tavoli dei corsi di italiano per adulti immigrati sedevano persone delle più varie provenienze, con le culture e le conoscenze più differenti. Per cercare di capirli, oltre all’ascolto, lo strumento migliore erano i libri, quelli dei grandi autori del loro paese d’origine, degli immigrati che ormai cominciavano a pubblicare in italiano, quelli degli emigrati italiani che avevano vissuto anche in anni e luoghi lontani esperienze analoghe. Un processo prima individuale è diventato poi un percorso condiviso e una proposta alla comunità. Se vogliamo conoscere il resto del mondo dobbiamo guardarlo con lo stupore degli esploratori: una storia ben raccontata, libro, film, fumetto che sia, può attirare la nostra attenzione e rendere interessante per noi un’umanità lontana nel tempo e nello spazio. Può renderci curiosi di conoscere e capire le persone che, pur vicine a noi, non hanno abbastanza voce per farsi sentire.

Dieci anni da ricordare


IMMI/EMI

di Maurizio Tomasi

Il privilegio di avere un “problema di identità” Carla, 28 anni, nata in Brasile, ora abita a Mattarello, paese di origine del bisnonno emigrato nel 1875, e ha imparato a fare tesoro delle cose migliori delle due culture «Che bella cosa avere un “problema d’identità” ed essere in conflitto con me stessa, spezzando pregiudizi, stereotipi e cambiando tutti i miei concetti»: chi ha scritto queste parole è Carla Teresinha Nardelli, che compirà ventotto anni il prossimo novembre ed è nata a Iratì, nello stato del Paranà, in Brasile, e da tre anni vive e studia in Trentino. Suo padre Carmo è figlio di Joaquim Clemente e nipote di Sigismondo Agostino Nardelli, che nel 1875, come migliaia di altri trentini, lasciò Mattarello e con tre figli e la moglie incinta emigrò con destinazione il Brasile. Anche il ramo materno di Carla ha radici trentine: il cognome della nonna era infatti Facchini ma la ricerca genealogica non ha ancora portato ai fruttuosi risultati ottenuti indagando sulla famiglia Nardelli. Quello di Carla è un problema di identità “gioioso”, come si desume leggendo la riflessione che ha pubblicato sul suo profilo Facebook, qualche

settimana fa, quando ha festeggiato i suoi tre anni di permanenza in Trentino: «che meraviglia sentirmi a casa qui e sapere che anche in Brasile mi sento a casa - ha infatti scritto Carla che bella sorpresa la mia… scoprirmi così brasiliana qui e al tempo stesso cercare ogni giorno di più di vivere le mie origini “italiane-trentine-tirolesi” storicamente, geograficamente, linguisticamente e “anacronisticamente” (nel senso che cerco di vivere “come il mio trisavolo”, pur sapendo che i tempi sono altri). E so che se torno in Brasile mi scoprirò un’altra volta italiana». Carla è arrivata in Trentino nell’agosto 2010 grazie ad una borsa di studio della Provincia riservata ai discendenti di emigrati trentini. Dopo essersi laureata in lingua e letteratura italiana in Brasile, all’Università di Trento sta ora seguendo i corsi per la laurea specialistica in filologia e critica letteraria. «La mia vita è una sorta di “codeswitching” - ha dichiaro Carla su Facebook - dal quale non voglio uscire. Ora sono da una parte, ora dall’altra, cambio codice quando voglio io. Ho scoperto che non ho bisogno di completare questo “processo” ma soltanto di viverlo. Approfittando delle cose migliori delle due culture». Dal luglio scorso un altro importante tassello rende ancora più ricco il mosaico che compone la sua “identità”: infatti adesso abita a Mattarello, lo stesso luogo di origine del nonno di suo padre. E si emoziona quando dice che può vedere ogni giorno gli stessi profili delle montagne che riempivano gli occhi del trisnonno e che diventarono indelebili ricordi trasmessi di padre in figlio dall’altra parte dell’oceano.

Carla ha sentito parlare delle montagne trentine fin da quando era piccola, quando la sua famiglia la domenica si riuniva con gli altri parenti a casa di uno zio. I racconti di quelle montagne e “el talian stort” (come suo padre definiva il dialetto trentino) che veniva usato nei dialoghi durante quelle riunioni familiari, le hanno fatto crescere il desiderio di sapere di più sulle sue origini. «Se voglio scoprire “da dove vengo” devo fare in modo che la lingua italiana diventi il mio mestiere», ha pensato Carla. È stata questa consapevolezza a determinare la sua scelta universitaria. Poi il caso ha anche voluto che incontrasse João, anche lui studente universitario, impegnato in una tesi sull’emigrazione italiana, che “aveva bisogno” di una famiglia di origine italiana sulla quale sviluppare la sua ricerca. Quella di Carla era perfetta per questo obiettivo. Nell’estate del 2010 Carla e João si sono sposati e un mese dopo sono arrivati a Trento. Nel 2007 Carla ha anche acquistato la cittadinanza italiana, grazie alle legge 379/2000, fortemente voluta dall’Associazione Trentini nel mondo onlus. «Ora abito a Mattarello - si legge ancora sulla pagina Facebook di Carla - e ciò significa che 138 anni dopo che il mio trisavolo ha lasciato questo posto, una sua discendente vive qui. Mi sento tanto, tanto privilegiata. Il mio desiderio è quello di trovare qui l’energia di quel signore che in un momento di povertà assoluta e di estrema disperazione, ha avuto il coraggio di cambiare posto ma anche di cambiare se stesso… perché possa anch’io non avere mai paura di cambiare me stessa».

Immi/Emi


APPUNTAMENTI La paura è necessaria alla sopravvivenza, abbiamo paura di tutto ciò che ci è estraneo come forma di difesa da un possibile pericolo. Il nostro tempo sembra però dominato dalla paura che è diventata un sentimento di ansia diffusa, indipendente dalla realtà del pericolo e spesso scatenata ad arte. Per motivi politici viene ad esempio diffusa a piene mani la paura degli immigrati: ci «invadono», ci rubano il lavoro, deprezzano le case, abbassano il livello della scuola. Le frasi sono le stesse sentite dai nostri emigrati, discriminati per i loro principi anarchici o rifiutati come catto lici idolatri, alla pari di islamici ed arabi visti come un tutt'uno tra loro e sempre come fondamentalisti/terroristi. E le paure degli immigrati? quella molto reale di dittature e guerre da cui scappano, quella altrettanto cogente di non trovare i mezzi per sopravvivere e provvedere alla propria famiglia. Grande è la paura del viaggio, innumerevoli i pericoli reali: i trafficanti e la polizia, le montagne, il deserto, il mare.. Hanno paura di non trovare o di perdere il lavoro, umiliati e trattati come criminali perché privi di documenti, rinchiusi per lunghi mesi nei CIE ed espulsi. Ve le ricordate le «badanti» arrestate sul lungo Fersina a Trento? Sia gli italiani sia gli stranieri hanno paura di perdere la loro identità. Ma cos'è mai l'identità? certo non è un monolite ricevuto dagli antenati, immutabile nel tempo e identico per un popolo intero: ogni individuo costruisce e trasforma nel corso della vita la sua eredità. La paura genera razzismo e mina la società. Per superarla bisogna conoscere e capire. L'associazione da molti anni, e dal 2003 con le sue rassegne di una intera settimana, propone la conoscenza dei fatti per distinguere razionalmente pericoli reali da pericoli immaginari: persone, libri e film per conoscere cosa pensano e come vivono i migranti, per ricordare l'emigrazione per far conoscere possibilità e situazioni positive per progettare futuro. Per vivere tutti meglio.

Appuntamenti

11-16 NOV 2013 TRENTOBOLZANO

DALLA PAURA ALLA SPERANZA: PER IL BENESSERE COMUNE SI COMINCIA

GIOVEDÌ 24 OTTOBRE

ORE 10.35

liceo Fabio Filzi, Via Vincenzo Foppa, 4, Rovereto

I «Ciottoli di Jonas» Angelo Villa presenta il suo libro «Intercultura e immigrazione». In collaborazione con l’associazione Jonas e il Comitato per la Pace di Rovereto

PROGRAMMA LUNEDÌ 11 NOVEMBRE ORE 10

INAUGURAZIONE BIBLIOTECA COMUNALE CENTRALE, sala degli Affreschi via Roma 55 - Trento

Paure e Speranze selezione di letture interpretate da Maura Pettorruso, attrice, autrice e regista teatrale

MARTEDÌ 12 NOVEMBRE ORE 10.35 - 12.15

Aula magna, Liceo Leonardo da Vinci, via Madruzzo 34,Trento

Piccolo, rosso e altri racconti. La nostalgia di Božidar Stanišić per la sua Bosnia, terra di convivenza Gli studenti della classe II D invitano alla lettura i loro compagni. Drammaturgia di Ilaria Andaloro.

MERCOLEDÌ 13 NOVEMBRE Giornata dedicata alla presentazione del secondo volume del progetto «Presenti», laboratorio di giornalismo sociale del Liceo Leonardo da Vinci di Trento. Il volume, dopo quello già pubblicato nel 2011 sul tema della libertà, raccoglie le interviste, gli articoli e le recensioni realizzate da un gruppo di circa 50 studenti provenienti da varie classi. Il programma è in via di definizione, ma si prevedono incontri al liceo ed anche per il pubblico in città. Saranno presenti il regista Andrea Segre e Fabio Pasinetti, maratoneta non vedente, e altri intervistati. In collaborazione col Forum per la Pace e i diritti umani e il Centro Astalli.


I LIBRI Libreria universitaria Drake, via Verdi 7, Trento

Lo scaffale del Gioco La Libreria universitaria Drake ha in vendita tutti i libri degli ospiti e le selezioni del Gioco degli Specchi e li porta nella gran parte degli incontri, dall'inaugurazione al convegno all'Auditorium. L'associazione Il Gioco degli Specchi è ente accreditato presso il Servizio sviluppo e innovazione del sistema formativo scolastico e gli insegnanti coinvolti nei vari incontri possono richiedere il riconoscimento di crediti formativi.

LA FESTA IN BIBLIOTECA da lunedì 11 novembre fino a sabato 16 novembre, in sala Manzoni e in sala cataloghi della Biblioteca di via Roma a Trento.

Una mostra multimediale per ricordare o far conoscere alla comunità le molte persone ospitate dal Gioco degli Specchi, idee e pensieri di chi abbiamo incontrato in questi anni. Grandi album da sfogliare, due postazioni per ascoltare letture in sala Manzoni, in sala Cataloghi invece un filmato realizzato da Jump Cut che dà il senso del lavoro dell'associazione. Collegamento con la piattaforma web TIMU offerta dalla Fondazione Ahref, per vedere gli interventi e partecipare a una riflessione comune. A richiesta, si organizzano percorsi guidati per gruppi.

GIOVEDÌ 14 NOVEMBRE

SABATO 16 NOVEMBRE

ORE 20.00

ORE 10.00

OrcheXtra Terrestre in concerto musica • storie • sapori Il Gioco degli Specchi è felice di invitare tutti alla festa per il decennale delle sue attività, con la musica dell’OrcheXtra e le storie di persone dal libro “Il mondo in risto3 ” di Giuliano Beltrami e Sergio Vigliotti.

Migranti Cultura Società Anna Vanzan, islamologa: Donne, islam e corpo; Angelo Villa, psicoanalista: È difficile incontrare chi è diverso da noi?

Auditorium S. Chiara via S.Croce 77, Trento

ORE 20- 21

Il cous cous di Mina Igli accompagnato da tè caldo del Marocco ORE 21

Concerto e interazioni Degustazione e spettacolo 15 euro, studenti 8 euro, sconti per famiglie (escluse consumazioni extra al bar) Posti numerati, prevendita anche on line, www.centrosantachiara.it In collaborazione con NaturalMente ArtEventi, Risto 3, WellCafè e Mandacarù Commercio equo e solidale

VENERDÌ 15 NOVEMBRE ORE 9

Barycentro - piazza Venezia 34 (Port'Aquila), Trento

Oggi gioco in un'altra lingua racconti, filastrocche, canzoni e giochi attività per bambini a cura di mediatori ORE 15.00

AULA MAGNA della Fondazione Bruno Kessler via S.Croce 77,Trento

Migranti Cultura Società Una riflessione a più voci sulla realtà italiana Paola Corti, storica delle migrazioni: Le migrazioni: importanza della lettura storica, Graziella Favaro, esperta di didattica interculturale: La parola cultura si declina al plurale ; Mercedes Frias, attivista e impegnata nell'associazionismo degli immigrati: Una prospettiva di diritti per tutta la società.

GLI INCONTRI SONO A PARTECIPAZIONE LIBERA E GRATUITA

tranne lo spettacolo del 14 novembre all'Auditorium S.Chiara, in collaborazione con l'OrcheXtra Terrestre.

AULA MAGNA della Fondazione Bruno Kessler via S.Croce 77,Trento

ORE 15.00

Sala Conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto via Garibaldi 33, Trento

Proiezioni non stop Alcuni filmati che ci raccontano le paure, gli effetti delle leggi sulla vita delle persone, la storia del nostro paese. ORE 15 «18 Jus soli» di Fred Kuwornu ORE 16 «La quarta via» di Simone Brioni ORE 17 «23 trentine» di e con Maurizio Tomasi ORE 18 «Nulla è accaduto» di e con Sebastiano Luca Insinga Con la collaborazione di Amnesty international, Trento e di Trentini nel mondo Onlus

LA FESTA A SCUOLA Al liceo Torricelli di Bolzano gli studenti propongono letture sul tema dell'identità, in varie scuole incontri con gli ospiti che affrontano i nodi irrisolti nel nostro paese, originati tutti da immotivate paure: i diritti umani dei migranti in Italia e gli effetti delle leggi italiane sull'immigrazione, la legislazione sulla cittadinanza, l'atteggiamento nei confronti del popolo romanò, i tabù del colonialismo e dell'emigrazione. Ci saranno: lunedì 11 il regista etiope Dagmawi Yimer e Jeremie Gouto, protagonista di «18 Jus soli» di Fred Kuwornu, martedì 12 Kaha Mohamed Aden, scrittrice di origine somala, giovedì 14 Rebecca Covaciu, la cui autobiografia «L'arcobaleno di Rebecca» è diventato anche un filmato di Roberto Malini, Maurizio Tomasi con il suo "23 Trentine". Amnesty International, Trento dibatte storie di donne e bambini migranti.

INFORMAZIONI: IL GIOCO DEGLI SPECCHI via S.Pio X 48, 38123 TRENTO Tel 0461 916251 | Cell 340 2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org | www.ilgiocodeglispecchi.org

Appuntamenti


SOCIETÀ

di Manuel Beozzo

La parola non è l’unico mezzo per comunicare ma è certamente il più usato

Con la lingua in bocca si va in tutto il mondo Interessi, progetti, obblighi e necessità (per lo più lavorative) incidono sulla disponibilità del migrante ad imparare la lingua del paese che lo ospita Quanto sia importante la conoscenza della lingua per l’in- frase detta in perfetto dialetto trentino che può essere “traclusione in un nuovo Paese è un fatto evidente e messo in dotta” in italiano così: “Vieni qui a vedere che bella merce risalto da molti. Fermo restando che la parola non è certo che ho da vendere”. Sono sicuro che grazie alla sua simpal’unico mezzo per poter comunicare, possiamo però dire tia, data anche dall’utilizzo del dialetto, certamente non ha che è certamente il più usato e quindi quello a cui si dà, stupito solo me. normalmente, più importanza. Uno straniero che arriva, ad Due anni fa ho scritto, su questa rivista, sul quartiere di San esempio, a Trento con l’intento di fermarsi per un certo tem- Martino a Trento. Un quartiere con un’alta, forse la più alta, po e quindi di avere una vita sociale, studiare e/o cercare concentrazione di attività gestite da stranieri. Parlando con un lavoro, ha bisogno di conoscere l’italiano per riuscire ad loro ho avuto un piccolo spaccato della loro vite lavorative interagire, con facilità, con le persone del luogo. ma anche del loro rapporto con la lingua italiana. Come Una lingua franca, come ad esempio l’inglese, può essere c’era da aspettarsi, si passava da un’ottima conoscenza certamente d’aiuto ma poter comunicare utilizzando, nel dell’italiano (specialmente in negozi frequentati anche da nostro caso, l’italiano aprirà molte più porte, aumentando il italiani) fino ad una bassissima, se non nulla, capacità di senso di appartenenza alla nuova comunità. interagire in italiano. La lingua, come è facile intuire, è un simbolo che definisce Un amico polacco lavorava in un’autofficina in Polonia; è appartenenza o estraneità ad un gruppo, e che può creare arrivato a Trento una decina di anni fa ma, prima di poter riquindi coinvolgimento o, nella peggiore delle ipotesi, discri- prendere il suo vecchio lavoro, ha dovuto imparare l’italiano, minazione. Ovviamente l’interesse ad imparare l’italiano importante, a suo dire, quanto competenze ed esperienza dipende dal motivo per cui uno lavorativa. straniero è arrivato a Trento e La lingua è un simbolo che definisce Ho raccontato questi esempi dai progetti, a lungo o breve per dare una breve panoramica appartenenza o estraneità ad termine, che questa persone dei vari e diversi livelli d’imporintende svolgere. Cerco di spietanza che viene data alla lingua un gruppo e che può creare garmi usando degli esempi. italiana in base agli interessi, coinvolgimento o discriminazione All’università mi è capitato di ai progetti o agli obblighi / nesentire studenti stranieri parcessità (per lo più lavorative). lare tra di loro in inglese; si tratta per lo più di studenti o Come spesso accade, c’è però anche l’altra faccia della giovani ricercatori che si trovano a Trento per svolgere parte medaglia. Uno straniero che si trasferisce in un altro Paese delle loro ricerche e che quindi intendono fermarsi in Italia diverso dal proprio per cultura, lingua e tradizioni è messo per non più di qualche mese. Tra di loro ci può essere chi, di fronte ad una questione: come avviare un processo di più volonteroso, si avventura in qualche scambio di parole inclusione in una nuova cultura e mantenere al contempo il in italiano con un cameriere ma l’imparare l’italiano non ri- contatto con le proprie origini? La lingua, o meglio le lingue, entra certo tra le loro necessità, non avendo il bisogno della può essere la risposta alla domanda. lingua italiana per poter comunicare all’interno del loro mon- Se la prima parte della domanda può trovare risposta do sociale e non avendo troppo interesse all’integrazione. nell’apprendimento della lingua del Paese di arrivo, per la Davanti ad un supermercato di Trento è facile trovare un seconda parte bisognerà, come si legge nella domanda, africano, che vende cinture, borse, cappelli, eccetera. Mi guardare alle origini. La domanda è tutt’altro che banale, è rimasto impresso dal giorno che, passandogli davanti e soprattutto nel caso di presenza di bambini piccoli: porsi e dopo aver buttato un occhio alla sua merce, mi sono sentito rispondere a questa questione può evitare di entrare in una dire “Vei chi vecio, varda qua che bela roba”. Una simpatica zona grigia, ovvero una zona che non è né caratterizzata

Società


DIECI ANNI DA RICORDARE

dalla cultura di origine (propria o dei propri genitori) né dalla di essere genitori. Infatti se i genitori non parlano l’italiano, nuova cultura in cui si sta iniziando a socializzare, portando essi vivono una sorta di esclusione dalla quotidianità dei figli, a sentirsi sempre “straniero”. dove si vanno a creare situazioni in cui i figli hanno il compito Il tema dell’importanza delle origini è stato trattato dai so- di traduttori e svolgono, nello spazio pubblico, ciò che viene ciologi Maurizio Ambrosini e Paola Bonizzi in uno studio inti- definito il ruolo di “genitore dei propri genitori”, comportando tolato “I nuovi vicini”. Gli autori mettono in evidenza come, una perdita di autorità da parte dei genitori stessi. nelle famiglie immigrate in Italia, sia di centrale importanza Accanto alla famiglia, hanno un ruolo fondamentale le assomantenere vive le proprie origini ciazioni culturali, che attraverso e tradizioni. Come appena ac- È bravo chi impara una nuova lingua corsi specifici, cercano di fare (o di non fare dimenticennato ciò aumenta di rilevaned è bravo anche chi sa ascoltare imparare za quando nel contesto famigliacare) la lingua e la cultura “mare si trovano minori, che sono o chi sta imparando una lingua nuova terna”. Forse inconsciamente, le che verranno inseriti in un conmadri vedono nell’apprendere (o testo (quello scolastico) esclusivamente italiano. Nelle fa- nel non dimenticare) la lingua “materna” un’esigenza al non miglie con bambini è usuale che in casa si parli la lingua dover fare ripercorrere ai propri figli, nel caso di un ritorno “materna”, considerata la lingua degli affetti (dell’infanzia, al Paese natale dei genitori, le stesse difficoltà, vissute da dei prima uditi), mentre all’italiano è assegnato il ruolo di loro stesse, per raggiungere un’integrazione (o nei migliori lingua dell’integrazione, importante, come accennato sopra, dei casi un’inclusione) in una nuova società, evitando quindi per evitare l’esclusione dal gruppo, in questo caso, di amici di entrare nella già nominata zona grigia. e compagni di classe. Nella conversazione sono presenti almeno due persone: chi I bambini, così scrivono i due ricercatori, sono quotidiana- parla e chi ascolta. Non sempre si tratta di non riuscire a mente immersi in nuovi, altri, stimoli culturali, e i genitori, parlare bene la lingua del Paese in cui ci si trova; alle volte tramandando la lingua e la cultura “materna”, cercano di dipende molto anche dalla volontà dell’interlocutore di (non) mantenere un canale che, da una parte, tenga vive nei figli voler capire. Quindi bravo chi impara una nuova lingua e bravo le radici della famiglia, e dall’altra che permetta ai genitori anche chi sa ascoltare chi sta imparando una lingua nuova.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI FILI D’ORO TRENTO, 2-6 NOVEMBRE 2010

FILI D’ORO: sono i legami che ci uniscono agli emigrati italiani ed ai loro discendenti, i legami che mantengono gli immigrati ed i loro figli con i paesi d’origine. Entrambi costituiscono per lo stato in cui viviamo un arricchimento culturale ed anche di grande rilievo economico. FILI D’ORO: ogni singola persona è intessuta di molteplici fili che la collegano con i suoi antenati e con i suoi contemporanei, a seconda delle vicende della famiglia e sue personali. Legami che vanno a costruire, per un popolo come per una persona, una identità multipla e in divenire, tanto più ricca quanto più cosciente di appartenere a molti mondi diversi in una mescolanza unica ed irripetibile per ciascun individuo. FILI D’ORO per valorizzare questa possibilità di affrontare la vita – nascere crescere morire – profittando di risposte culturalmente diverse, di differenti punti di vista. FILI D’ORO sono gli emigrati, gli immigrati ed i loro figli che non si sentono e non sono considerati né italiani né stranieri. Se i legami persistono, se queste persone hanno l’opportunità di fiorire liberamente, senza restare schiacciati dalla burocrazia, da una legislazione razzista, da indiscriminate paure, sono il futuro più ricco della nostra comune società.

Società


di Gracy Pelacani

di Said El Hallay

Legge europea 2013:

gli immigrati e il lavoro nella pubblica amministrazione Ius soli. Seconde generazioni. Non è più possibile discutere del diritto ad acquisire la cittadinanza dello Stato in cui si nasce, senza occuparsi anche del fenomeno di sempre più ingenti dimensioni dei ragazzi e ragazze nati in Italia da genitori non cittadini italiani. A fronte della sempre maggior pressione da parte della società civile che preme per la modifica di una legge concepita per un paese di emigrazione che l’Italia, ormai da decenni non è più, si sono affiancate numerose iniziative da parte di amministrazioni locali per il tramite di cerimonie di conferimento della cittadinanza onoraria ai minori nati in Italia da genitori stranieri. Oltre alla ristrettezza dei criteri per ottenere la cittadinanza per coloro che siano nati sul territorio italiano da genitori non cittadini italiani - che concede un anno di tempo, dal compimento del diciottesimo anno, per la richiesta della cittadinanza - si affiancano difficoltà di ordine burocratico, soprattutto per quanto riguarda la prova della residenza continuativa e legale sul territorio dalla nascita fino alla maggiore età - criterio necessario, sebbene non sufficiente, per poter richiedere la cittadinanza - e la mancata comunicazione alle persone potenzialmente interessate all’acquisto della cittadinanza della necessità di fare domanda entro un anno dal compimento del diciottesimo anno, passato il quale deve intraprendere la strada della dimostrazione della residenza decennale sul territorio, annullando, quindi, se così si può dire, il vantaggio dato dall’essere nati e vissuti in Italia. Proprio al fine di fornire una soluzione a questi problemi, un recente decreto, il n. 69 del 21 giugno 2013, all’articolo 33, prevede che nel caso in cui il ragazzo o la ragazza non diano avvio entro un anno dal raggiungimento della maggiore età alla procedura per motivi che non dipendono da loro, ma dai genitori o dalla Pubblica amministrazione, la prova del possesso dei requisiti per ottenere la cittadinanza potrà essere fatta “con altra idonea documentazione”. Inoltre, si prevede che gli Uffici dello Stato Civile siano tenuti a comunicare la possibilità di fare richiesta entro il compimento del diciannovesimo anno a coloro che compiono diciotto anni e che possono essere interessati all’acquisto della cittadinanza. Nel caso in cui la comunicazione non ci sia o non vada a buon fine, la richiesta della cittadinanza potrà essere fatta anche oltre questo termine. Questa recente modifica, nonostante non intacchi i requisiti datati e da modificare con urgenza per l’ottenimento della cittadinanza da parte dei ragazzi e ragazze nati e vissuti in Italia, è un piccolo passo che porta a sperare che una delle tante proposte di modifica della legge n. 91 del 1992 ferme nei cassetti delle aule del Parlamento abbiano, prima o poi, un esito positivo.

Leggi e diritti

Il governo italiano ha proposto una nuova legge che darà agli stranieri l’accesso al lavoro nella pubblica amministrazione. Sebbene non sia ancora entrata in vigore, invito a leggere i commenti degli italiani in merito alla legge: commenti impregnati di cattiveria che rappresentano un livello di razzismo estremamente forte. La domanda che mi pongo da laureato in economia non è tanto il perché di tali commenti, ma piuttosto se il governo italiano ha veramente considerato la realtà critica del nostro paese che costringe molti italiani a cercare lavoro all’estero: il governo ha informato gli italiani di questa legge? Sono state studiate le circostanze sociologiche ed economiche della società italiana? Sono stati risolti i problemi degli italiani in relazione al lavoro? Purtroppo la risposta a queste domande è ad oggi negativa. Tutto ciò vale anche per gli stranieri che vivono in Italia e che sono anch’essi colpiti da alti tassi di disoccupazione. La politica italiana deve essere riadattata alla società italiana e deve risolvere i problemi degli italiani così che leggi come quella in questione vengano accolte e applicate con successo. Ma scrivere le leggi e non applicarle è come uno che sta buttando l’acqua nella sabbia e pensa che quest’acqua sarà usata quando ne avrà bisogno. Il governo italiano ha scritto questa legge solo per applicare le normative dell’ONU e promuovere una storia dell’Europa. La politica italiana produce quindi problemi sociali ed economici piuttosto che risolverli. Il popolo italiano deve fare una mossa per cambiare tutto il sistema corrotto e non adatto alla realtà e alla posizione dell’Italia nell’economia europea e mondiale. Promuovere il lavoro degli stranieri per garantire un certo livello di integrazione è certamente necessario per evitare che gli stranieri entrino in contatto solo con altri stranieri, come ho potuto notare in alcuni casi anche a Trento. L’inserimento dello straniero nella pubblica amministrazione deve però essere ben studiato e completo, altrimenti nascono seri problemi che non saranno semplici da risolvere direttamente sul posto di lavoro.


CRONACHE

di Mirza Latiful Haque

“Bolzanoinbici-Boznerradtag-around the World”

Edizione 2013

n t e i n i t n o b In ici nei cinque c

Sogno o son desto? Era la domanda che veniva spontanea in quel di Bolzano domenica 22 settembre. Il desiderio, o sogno, di molti bolzanini di avere una città senza il rombo dei motori, senza gas di scarico, senza pericolo per adulti e bambini, nonché strade liberamente percorribili in lungo e in largo, si è realizzato per un giorno: domenica 22 settembre, nella XIX edizione di “bolzanoinbici-boznerradtag-around the World!”. Per gli amanti della bicicletta, per un giorno regina di Bolzano, si proponeva un percorso ciclabile non competitivo, gratuito e aperto a tutti, con una serie di interessanti eventi collaterali. Tema dell’edizione 2013 era: In bici nei 5 continenti - musica, giochi, culture. Erano cinque i punti di partenza e controllo: piazza della Mostra, piazza don Rauzi, piazza Angela Nikoletti, piazza Gries, parco Firmian più piazza Tribunale, sede principale dell’evento, dove si sono svolte anche le premiazioni finali. Ogni punto di controllo era caratterizzato da iniziative legate al tema dei cinque continenti. Per animare spirito e corpo vi sono stati i balli popolari in piazza della Mostra. Per gli appassionati di musica sosta obbligata in piazza Angela Nikoletti. Per saperne di più sul Sudamerica, mercatini artigianali, esperienze sensoriali e assaggi culinari in piazza Don Rauzi. Per bambini e grandi vi erano al Parco Firmian i giochi di

strada e da tavolo di tutto il mondo, mentre in piazza Gries si offrivano storie, racconti e favole. La piazza Tribunale, infine, ha ospitato tra l’altro stand gastronomici multietnici. Varie le iniziative collaterali, come i giochi a scacchiera (Carrom dal Pakistan o Awale dall’Africa), le magie degli artisti con le loro bombolette spray, le ristorazioni curate dagli Alpini e da varie associazioni. Non va dimenticata la prima Festa della Solidarietà, cui hanno dato vita le associazioni di volontariato impegnate nel sociale. E’ stata un’edizione record quella del 2013: ben 6.531 i partecipanti (l’anno scorso erano 5 mila), che hanno fatto il “tutto esaurito” delle magliette a disposizione; molti di essi hanno riempito la piazza del Tribunale per la “suspense” dell’estrazione delle 20 biciclette della lotteria finale. Il tutto con grande soddisfazione degli organizzatori, l’Assessorato alla mobilità del Comune di Bolzano. Tramite le migliaia di biciclette, sormontate da svolazzanti palloncini, che hanno pacificamente invaso la città, il mondo per un giorno si è unito a Bolzano, mostrando tra l’altro che la bici è un mezzo di trasporto ma anche un movimento culturale e per qualcuno anche uno stile di vita.

Cronache


di Fulvio Gardumi

“Parlare civile”, un libro per aiutare a comunicare senza discriminare

Non esistono parole sbagliate Esiste un uso sbagliato delle parole Parlare civile a cura di redattore sociale

Parlare

Comunicare senza discriminare nomAde

Homeless

Giudeo

lucciolA

GAY

vu cumPrÀ

trAns

lAvAvetri

PsicolAbile

diversAmente Abile

delitto PAssionAle

fondAmentAlistA

bArbone

femminicidio

neGro

clAndestino

Le parole possono essere muri o ponti. Possono creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Le stesse parole usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o addirittura offendere. Quando si comunica occorrono dunque precisione e consapevolezza del significato, del peso delle parole. Non è facile, ma è necessario per “parlare civile”. Questo libro – il primo del genere in Italia – mette insieme inchiesta giornalistica, sociale e linguistica, con lo scopo di approfondire i principali temi a rischio discriminazione (disabilità, genere, immigrazione, povertà ed emarginazione, prostituzione, religioni, minoranze e salute mentale), e il linguaggio per parlarne.

HAndicAPPAto

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Bruno Mondadori

sesso debole

Immagine © Photos.com

Il libro, curato da “Redattore Sociale” in collaborazione con l’associazione Parsec e il sostegno di Open Society Fundations, è un mini-dizionario di 25 parole-chiave cui se ne legano quasi 350, riferite a otto aree tematiche: “Disabilità”, “Genere e orientamento sessuale”, “Immigrazione”, “Povertà ed emarginazione”, “Prostituzione e tratta”, “Religioni”, “Rom e Sinti”, “Salute mentale”. Il libro non vuole fare la predica ai giornalisti, ma essere uno strumento di servizio. “Non si tratta né di buonismo né di politically correct, ma di un modo per riappropriarci del lavoro giornalistico con responsabilità e correttezza”, ha commentato la giornalista Anna Meli, coordinatrice dell’Associazione Carta di Roma (che ha promosso l’omonimo Protocollo deontologico concernente Richiedenti asilo, Rifugiati, Vittime della tratta e Migranti). In altri Paesi europei il dibattito sul corretto uso dei termini relativi ai soggetti deboli è molto più avanzato che in Italia, ma anche da

noi si sta facendo strada una consapevolezza crescente. Un titolo frettoloso e ‘sbagliato’ rimbalza ovunque nell’attuale società della comunicazione istantanea. In pochi minuti si possono compromettere anni di lavoro contro i pregiudizi e per l’inclusione sociale e creare grande sofferenza a persone già duramente provate. “Le parole possono essere muri o ponti- scrive Sergio Trasatti nell’introduzione al volume -. Possono creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Le stesse parole usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o addirittura offendere. Le persone disabili possono chiamarsi tra loro handicappati, tra i Rom si sente usare zingari, le assistenti familiari si identificano come badanti, i venditori ambulanti stranieri si dicono l’un l’altro vu’ cumprà ecc. Quando si comunica occorre però precisione, bisogna avere consapevolezza del significato, del peso delle parole. Non è facile, perché il tempo è sempre poco, perché viviamo nella nostra cultura, perché il senso e la percezione delle parole si evolvono continuamente. Non è facile, ma è necessario per “parlare civile”. E anche per non usare un linguaggio “razzista e xenofobo”, che “prende di mira neri, africani, rom, romeni, richiedenti asilo e immigrati in generale”, con dichiarazioni che “in certi casi hanno provocato atti di violenza contro questi gruppi”, come è scritto riguardo l’Italia nel rapporto 2012 della Commissione contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) del Consiglio d’Europa”. Ogni termine citato nel libro è introdotto da un caso giornalistico o da tipiche frasi fatte. La spiegazione della parola comprende la definizione (anche etimologica), il suo uso, riferimenti ai dati statistici. Dove opportuno e possibile vengono suggerite delle alternative.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI LA PATRIA RITROVATA

TRENTO, 7 - 14 NOVEMBRE 2011 Patria è il luogo in cui ci si sente a casa, che ci si abiti da sette generazioni come da una. Una Patria ritrovata. Sull’idea di patria gli Italiani hanno preferito sorvolare nel dopoguerra, bruciati dal nazionalismo, ancora feriti dalle guerre combattute Contro altre Patrie. Ora la ricorrenza dei 150 dell’unità nazionale la rimette in primo piano e la gran parte degli abitanti del paese hanno dimostrato di aver ritrovato il sentimento di una Patria unita, concepita come patto sociale fondato sui principi espressi nella Costituzione. Sono tornate a sventolare le bandiere tricolori in allegre feste e mai Contro qualcuno. Una Patria trovata. Da 30 anni a questa parte mentre ancora gli italiani emigravano, si è verificato un fenomeno inverso, cittadini stranieri sono venuti

Libri

in numero sempre maggiore a vivere in Italia. Nella gran parte dei casi con la famiglia e con l’intenzione di restare a vivere qui se era loro possibile trovare lavoro, casa e sicurezza. Un augurio: di festeggiare l’Italia con un tricolore che non combatta in nessuna parte del mondo, che sventoli a fianco delle stelle europee e della bandiera locale. L’augurio di ritrovare la forza dell’unità e la bellezza dei tanti luoghi diversi del paese. Un augurio per i molti che di recente sono arrivati in questa terra, per quelli che la arricchiscono con il loro lavoro e le loro conoscenze, affinchè, senza dimenticare quella in cui sono nati, questa diventi la loro casa. Un augurio anche ai figli di immigrati che in Italia sono cresciuti perché vi trovino al più presto anche cittadinanza legale. É un augurio e un impegno.

DIECI ANNI DA RICORDARE

“Non esistono parole sbagliate, esistono modi sbagliati di usare le parole”. Così Stefano Tracivile satti, direttore dell’agenzia quotidiana di informazione “Redattore Sociale”, ha concluso recentemente a Trento la sua lezione al Corso di giornalismo orientato al sociale. E su questo principio si basa anche il nuovo libro dal titolo “Parlare civile” (sottotitolo: “Comunicare senza discriminare”), edito da Bruno Mondadori (euro 15) e rivolto principalmente agli operatori della comunicazione, ma utile a chiunque voglia usare un linguaggio corretto e non discriminatorio. Le parole, infatti, possono fare più male delle botte, come ha detto la Presidente della Camera, Laura Boldrini, presentando il libro l’11 giugno scorso a Montecitorio. a cura di redattore sociale

9788861599284 000000000000

esistono parole sbagliate. un uso sbagliato delle parole.

LIBRI


di Lidia Saija

ha Nel 2003 Elena Chesta Schwarz creato il blog “Comida de mama”*

Fotografia Stefania Endrici

Cena marocchina, Mina prepara il tè alla menta

Fotografia Stefania Endrici

Quanto è bello cucinare «in altre lingue»

Tajine di manzo con prugne e mandorle. Sullo sfondo un piatto di cous cous alle verdure.

Fotografia Elena Chesta

Ai fornelli si può sperimentare l’entusiasmo e la curiosità di imparare dal confronto con altre culture Sentirsi confusi e disorientati, in un posto che non conosciamo, in cui si parla una lingua che non capiamo. Qualsiasi sia il motivo che induce a lasciare il proprio paese, questa è la condizione essenziale nel quale ci si trova espatriando. Riuscire a comunicare è l’unica cosa che ci sta a cuore e trovare un modo per farlo diventa una missione. Elena Chesta Schwarz, assecondando la sua passione per la cucina, è riuscita a trovarlo. Mamma di una bimba di sei mesi si trasferisce con il marito in Olanda e le avventure al di fuori dell’Italia ampliano le prospettive e incitano a nuove scoperte. I costi emotivi sono alti, ma per “acquisire” una nuova casa li si paga volentieri. Perché tra Piemonte, Amsterdam, Boston e adesso Trento le case diventano poi tante e in ognuna si sente bene, si sente parte di qualcosa. Per ambientarsi e tenersi attiva, Elena Chesta inizia a fare lezioni di cucina a domicilio e le sue prime conoscenze, con questo tramite, sono donne indiane e giapponesi, delle quali diventerà amica. Loro la aiuteranno ad ambientarsi e a sperimentare l’entusiasmo e la curiosità di imparare dal confronto con altre culture. Quale veicolo migliore del cibo e della convivialità legata al cibo per entrare a grandi passi nella storia e nel modo di vivere di altri popoli? Da quel momento cucinare “in altre lingue” diventa un lavoro e nel 2003 nasce anche un blog, ottimo modo per condividere le proprie scoperte e magari farne altre. Il blog si chiama “ComidaDeMama” ed ecco perché: «“Elèna sapessi! Sono tornato a casa

per le vacanze. A Salamanca c’era un clima splendido. Che relax, vedere gli amici, la mia famiglia. E poi… la comida de mama!” Pur parlando un ottimo italiano il mio amico Victor non aveva trattenuto il suo spagnolo per sottolineare il gusto familiare, il profumo di buono della casa che aveva lasciato anni prima per lavorare all’estero. Quando ho dovuto scegliere il nome del blog mi è subito venuto in mente questo episodio. Volevo che le persone si sentissero come sedute nella mia cucina, bevendo un buona tazza di caffè, raccontandosi a vicenda le novità del giorno, magari cucinando qualcosa insieme. Detto fatto, ComidaDeMama.» E non si parla solo di cucina, ma anche di libri, musica, architettura (Elena è architetto di formazione), design, intercultura, fair trade, sostenibilità e risparmio energetico. Quel che più importa è che si parla di cultura, di persone e di vita quotidiana dei luoghi in cui è vissuta e ha frequentato. Elena ha collaborato con la nostra associazione in qualche edizione del nostro festival (2007, 2009) con qualche cena (indiana e marocchina) e cerimonie del tè (Giappone, Marocco). Quando si è trasferita a Trento è rimasta stupita e colpita dalla sua realtà associativa e vi si è subito immersa. Multiculturalità, accoglienza incondizionata, contatto con le tradizioni tramite la letteratura e le arti, interazione e reciproco arricchimento. Queste le basi di una sensibilità condivisa che, unite all’elemento cibo e cucina, appesantiscono il bagaglio di un’emigrata che non smette mai di imparare.

Blog: www.montag.it/comida

Fusioni Keiko Sawayama spiega il rituale del tè nella tradizione giapponese.


CINEMA

di Giulio Bazzanella

Profezie pasoliniane che si avverano in due recenti film italiani

"Io muoio, e anche questo mi nuoce" (P.P. Pasolini, La Guinea, in “Poesia in forma di rosa”, Milano, 1964)

Tra disagio degli “stranieri in patria” e smarrimento delle seconde generazioni di immigrati

Seconda parte

DIECI ANNI DA RICORDARE

Il titolo del primo lungometraggio di Claudio Giovannesi, Alì ha gli occhi azzurri (2012), si riferisce all’adolescente Nader Sharan (l’attore protagonista e l’omonimo personaggio), che scorrazza sul lungomare di Ostia esibendo un artificiale sguardo di ghiaccio dovuto alle lenti a contatto, sperando che il colore dell’iride appaia così più nordico e non tradisca la sua provenienza da una famiglia di immigrati egiziani. Nel calco mortuario effettuato da Giovannesi sull’epica borgatara dei ragazzi di vita, replicata oggi dai figli dei migranti e ulteriormente raggelata da una sorta di diffidenza gnostica verso la loro grazia inconsapevole, ascrivibile in massima parte alla tagliente direzione fotografica di Daniele Ciprì, il titolo suddetto allude però anche alla remota “Profezia” di Pier Paolo Pasolini, apparsa nella raccolta “Poesia in forma di rosa” (1964), rimaneggiata nello zibaldone di “Alì ha gli occhi azzurri” (1965) e finalmente trasferita, con accenti più miti ed ecumemici, sulla bocca di San Francesco nell’episodio medievale di Uccellacci e Uccellini (1967). Dinanzi alla cancellazione della civiltà contadina e all’adesione di massa agli imperativi del boom economico, prodromi di un’irreversibile mutazione antropologica, il poeta pronosticava l’emersione dalle lontananze marine di un’orda di barbari, condotti da una figura glaucopide proveniente da Algeri o dalle favole dei bazar alessandrini, che avrebbe condotto

i suoi briganti dai “lineamenti corti” come quelli “degli animali” a spargere il proprio sperma sulle rovine fumanti di Roma, prima di risalire la penisola per invadere le capitali occidentali del consumismo. Per Giovannesi, tramontate le speranze palingenetiche riposte nel Terzo Mondo e ridotta al silenzio la voce dei corvi ideologici, i cui resti arrostiti sigillavano per l’appunto profeticamente le peregrinazioni picaresche di Totò e di Ninetto Davoli nell’ultima inquadratura di Uccellacci e Uccellini, lo scongiuro alle ceneri di Pasolini non è meno favoloso e patetico della preistoria vaticinante vagheggiata dal poeta nei suoi ferali caroselli notturni. Come sempre succede, la profezia realizzata si è nel frattempo rovesciata di segno. Al posto della cruenta allegria che ravvivava gli eccessi allegorici di Alì e dei suoi candidi predoni itifallici, barbari e nativi si rimpallano ai nostri giorni la medesima livorosa impotenza, che quelli e questi fin troppo riconoscono e avversano nello specchio che si porgono vicendevolmente. I maestri, ammoniva Giorgio Pasquali e ribadiva Francesco Leonetti dando voce all’improvvido corvo pasoliniano, sono fatti per essere mangiati in salsa piccante. Ancora in prossimità di Fiumicino e del fetido litorale di Ostia, toponimo eccessivamente intonato allo scempio di un martire per non suggerire la presenza di un regista (fosse pur

IL GIOCO DEGLI SPECCHI SQUADRA VINCENTE, DAL SINGOLO ALLA COMUNITÀ TRENTO -BOLZANO, 5 -10 NOVEMBRE 2012

Una comunità si allena per vivere come lo fa una squadra per giocare Cos’è una squadra? è un gruppo di persone che sperimenta attività comuni, ha uno scopo, lo persegue mettendo in campo le capacità dei singoli un gruppo in cui il singolo vede riconosciuto il suo valore, apporta quello che sa e sa fare, migliora nel confronto con gli altri la squadra è quell’entità che funziona se il singolo vi può crescere, fiorire, svilupparsi la squadra è quel rapporto amicale in cui i difetti ed i limiti del singolo sono affettuosamente tollerati e pazientemente ridimensionati e corretti una squadra non solo tiene a bada e sa gestire chi ha cattive pulsioni, ma ne cura i mali e li rimette in piedi, in grado di giocare la squadra vince se è stata capace di armonizzare capacità, difetti, tensioni, se ha dato spazio, promosso sollecitato incentivato sostenuto incoraggiato aiutato la crescita dei singoli suoi componenti Noi cosa siamo? una squadra? e vogliamo vincere?

Cinema


questi, come vuole Giuseppe Zigaina, il martire stesso), aleggiano i ricordi pasoliniani orgogliosamente rivendicati da Alessandro Angelini nel suo secondo lungometraggio, Alza la testa (2009), che fa seguito al premiato esordio del cineasta nel 2006 con L’aria salata. Se Nanni Moretti, in Caro diario (1993), volgeva mestamente la sua Vespa verso la stele ostiense in memoria di Pasolini, assunto ipocritamente tra i Penati del patrio stivale per evitarsi la fatica di manducarlo, con o senza salsa, e finalmente assimilarlo, Angelini sembra voler tuttora credere nell’utopia d’un cinema scampato all’alluvione informatica e al ticchettare dei social network: un cinema affine, se non proprio identico, a quella forma scritta di una lingua anteriore alla parola, anzi “infinitamente più pura” (e pura perché “regressiva lungo i gradi dell’essere”), teorizzata da Pasolini negli avventurosi saggi di semiotica raccolti in Empirismo eretico (1972). Tuttavia, quando ogni scandalo o catabasi verso gli strati più arcaici della coscienza scola comunque nelle reti digitali e lo stesso Pontefice dialoga del più e del meno in twitter, tale credenza, connessa ad altre stagioni produttive e modalità di fruizione, può essere solo mimata, spogliata d’ogni sottinteso sacrale o, al massimo, ridotta alle clausole apotropaiche d’un rituale di purificazione: Alessandrini lo sa, e in Alza la testa sostituisce all’utopia estetica di Pasolini una retorica dell’essenzialità che ha il suo fulcro nel corpo a corpo tra la macchina da presa, tenuta a mano dall’operatore Valerio Catinari, e i colpi vibrati dal diciassettenne Gabriele Campanelli, astro nascente della kickboxing romana, balbuziente nella vita e sullo schermo in ossequio al destino etimologico dei barbari. Alla medesima nostalgia d’un cinema che Pasolini avrebbe definito “pre-grammaticale” vanno ricondotte le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Angelini nelle conferenze-stampa, durante le quali il regista va ripetendo di non sapere piazzare la macchina da presa nella posizione più idonea, di affidarsi agli sviluppi intrinseci alle situazioni drammatiche senza forzarli nelle maglie di una sceneggiatura, di ritenersi, insomma, prima un padre che un cineasta. Ne L’Aria salata, il già citato

debutto di Angelini nel lungometraggio, un educatore autorizzato (Giorgio Pasotti), in servizio presso il carcere di Rebibbia, scopriva d’avere una famiglia incontrando per la prima volta il genitore (Giorgio Colangeli) fra i detenuti di cui doveva occuparsi. In Alza la testa il quarantenne Mero (Sergio Castellitto), pugile di mezza tacca nonché operaio presso un cantiere nautico nei dintorni di Fiumicino, inizia nottetempo il figlio Lorenzo (Campanelli) alla boxe per vendicarsi dei fallimenti subiti e, nel contempo, provvedere il ragazzo d’un simulacro di vita familiare in un contesto esclusivamente virile, a costo d’assumersi in proprio il ruolo e le funzioni dell’assente madre albanese. Quando Mero crede di ravvisare nell’amore del figlio per una ragazzina rumena la reiterazione d’una trama già sofferta in proprio il fragile equilibrio generazionale si spezza: il giovane in fuga muore in un incidente stradale e il suo cuore espiantato viene trasferito ad un corpo sconosciuto, diverso da quello accudito, coltivato e addestrato fino a quel momento, che costituiva l’unico pegno di rivalsa e, ancor più, il sensuale feticcio di sopravvivenza collocato a cardine del delirio di Mero. A partire da tale cesura irrevocabile, nella quale un regista più prudente avrebbe indicato l’epilogo della pellicola, Angelini lascia fluttuare il suo film in una terra di nessuno (o, com’egli preferisce dire, in uno spazio “anarchico” nell’intercapedine fra i differenti generi cinematografici), lungo una serie di sconfinamenti geografici, etnici, culturali e sessuali che, pur nel loro carattere aleatorio, si attengono a una direttrice che inverte di segno il percorso dei migranti, seguendo il pulsare d’un muscolo cardiaco dal lungomare di Ostia fino alle distese della bora, dove i passi dei clandestini filtrano tra la Slovenia e il Friuli. Qui il cuore di Lorenzo continua a battere nel petto di un immigrato transessuale: Mero, vincendo le proprie resistenze, non può che diventarne allenatore. Una conclusione, certo, troppo programmatica, che accomuna tuttavia il film di Angelini a quelli degli altri registi italiani della sua generazione, colpiti dalla coincidenza fra il disagio degli “stranieri in patria” e lo smarrimento degli immigrati di seconda generazione.

Cinema


STORIE DI PROFUGHI

di Gracy Pelacani

In attesa, in una piccola parte del mondo Otto giovani - fra i quali due ragazze italiane - quest’estate hanno trascorso un periodo in Polonia come volontari in un campo di richiedenti asilo in fuga dalla Cecenia, a contatto con persone che vivono per mesi, e talvolta anni, nella speranza - troppo spesso vana - di essere riconosciute come rifugiati. Si erano incontrate una sera d’autunno, a distanza di un mese e poco più dal loro ritorno. Il centro della città era pieno di giovani seduti ai tavolini dei bar, intenti ad approfittare degli ultimi scorci di fine estate, prima che il ritmo delle giornate si facesse più intenso e l’aria pungente per il freddo. Anche loro due avevano scelto un tavolino di un bar nella piazza più grande e mondana di quella città circondata dalle montagne, e lì si erano sedute desiderose di cominciare a snocciolare ricordi delle settimane estive passate insieme. La prima notizia che le diede Camilla, però, non fu una buona notizia. Li rimandavano tutti indietro, in Cecenia, era questione di giorni. Richiedenti asilo. Persone in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato. Persone in attesa di sapere se il governo riconoscerà loro lo status di rifugiato. Persone in attesa, che chiedono di poter usufruire delle prestazioni di assistenza sociale del governo: dormire, mangiare, lavare i propri figli. Persone in attesa per mesi, a volte anni. Persone per cui l’attesa si conclude, quasi sempre, con un viaggio che li riporta nel paese lasciato con fatica. Non c’è molto da fare, la guerra in Cecenia è finita nel 2008. Non lasciano un conflitto, lasciano solo la povertà. E la povertà non è sufficiente per vedersi attribuire lo status di rifugiato. Così, almeno, ci dicono. Così, pare, dicono a loro. Alla fine del Ramadam mancava solo

Immi/Emi

una settimana quando gli otto ragazzi arrivarono al campo quel lunedì. Il direttore li accolse negli stabili dove c’erano i suoi uffici e quelli degli operatori che si occupavano delle procedure, dei permessi, di valutare quali tra le famiglie fosse la più bisognosa d’aiuto da parte del governo. Essere giudice in quella che qualcuno chiama guerra tra poveri non è un mestiere facile. C’erano stati molti arrivi da maggio a luglio, ma alla richiesta di chiarimenti sulle ragioni di questa improvvisa moltiplicazione delle presenze nel campo nessuno aveva saputo rispondere. Semplicemente, un giorno era accaduto, quello dopo ancora, e così per i tre mesi successivi. Ora c’erano circa trecentosessanta persone ospitate in quel pezzo di terra circondato da cancelli verdi e muri di cemento. Tra questi più della metà erano bambini. Ogni giovane coppia di sposi aveva già dai tre ai sei figli, la maggior parte molto piccoli, alcuni ancora in fasce. Ad ognuna veniva assegnata una stanza nelle palazzine da cinque piani che si affacciavano, specchiandosi una nell’altra, sul cortile interno del campo. In ogni corridoio c’erano bagni comuni e cucine dove le donne, in quei giorni, preparavano cibo in abbondanza in attesa che calasse il sole e si potesse, nuovamente, mangiare e bere. Quasi non videro uomini, o padri, in quella prima settimana. Per il gran caldo, o per la diffidenza, o forse per entrambe,

uscivano raramente dalle loro stanze. E se, per caso, capitava di incontrarsi davanti alla cabina delle guardie vicina al cancello d’entrata, era lo stesso difficile che rivolgessero loro la parola. Le donne, le madri, invece, spesso sorrisero loro in quei giorni. In fila alla mensa all’ora di pranzo, al parco mentre giovani arrivati da chissà dove spingevano altalene su cui c’erano bambini le cui madri non videro mai in quei giorni, al campo da basket dove portavano i più piccoli perché potessero usare anche loro matite e tempere insieme ai fratelli più grandi. Otto ragazzi, che non sapevano della reciproca esistenza fino a pochi giorni prima, hanno condiviso una stanza di una piccola scuola elementare posta a quattro chilometri dal campo, tra i boschi, un fiume e alberi di mele. Poco sapevano, poco sanno delle vite che ognuno, al ritorno, ha ripreso. Eppure, nonostante molto gli sia rimasto da scoprire uno dell’altro, sono certi che nessuno ha ripreso il proprio giorno per giorno così com’era prima di partire per questo viaggio. Li accomuna un pensiero che non se ne va mai: quale futuro aspetta i bambini che hanno tenuto in braccio a lungo, ora che l’attesa è finita, e sono costretti a fare ritorno lì dove sapevano già prima che un futuro, così come loro lo desideravano, non poteva esserci. E quel pensiero ritorna anche ora, al tavolino del bar nella piazza più grande e mondana.


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Provincia autonoma di Trento


© 2006 Shuan Tan - Tutti i diritti riservati Per gentile concessione dell’Editore Tan Shaun, “L’approdo”, Elliot Edizioni, 2008 È un lungo racconto dipinto, senza parole, che descrive nel dettaglio la migrazione: il distacco dagli affetti, il lungo viaggio nel vuoto, l’arrivo in un paese misterioso . È un libro adatto ai bambini a cui offre la tenerezza dei rapporti con gli adulti, i semplici giochi di carta, gli animali strani e dolcissimi. È per i ragazzi un favoloso mondo di fantasia, per gli adulti un racconto documentato, coerente e profondo. Per tutti è la gioia degli occhi con un susseguirsi di tavole curate e perfette, di soluzioni narrative inedite e di grande impatto emotivo.

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