Il rifiuto della Terra_Ottobre 2016_ numero speciale

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Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO VII NUMERO SPECIALE – OTTOBRE 2016

IL RIFIUTO DELLA TERRA

Ambiente devastato e migrazioni

CONVEGNO 2016


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INCHIESTA Un partigiano mi disse: mio figlio mi tradirà. EDITORIALE Si comincia dalle parole. PRIMO PIANO Le lunghe gambe delle buone prassi. IMMI/EMI Protagonisti dei nuovi flussi verso l’estero.

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AMBIENTE E MIGRAZIONI La bellezza dei paesaggi agricoli oggi è anche merito dei migranti. AMBIENTE E MIGRAZIONI In Veneto i richiedenti asilo ripristinano i terrazzamenti. CONVEGNO Migrare per non morire. FORTEZZA EUROPA Parigi-Calais poi Calais-Parigi.

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

UN’INCHIESTA SUI PERCHÉ DEL TERRORISMO

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redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org

STORIA La frontiera. Un'esperienza di volontariato. STORIE I confini chiusi non fanno meno male sotto un tetto. MEDIA L'Arca di Noè. Verso l'armonia tra uomo e natura. OLTRE I CONFINI Viaggio in Mustang, l'ultimo Tibet.

stampa Publistampa, Via Dolomiti, 36, Pergine Valsugana con il sostegno di Con il contributo di

progetto grafico Mugrafik

di Fulvio Gardumi

UN PARTIGIANO MI DISSE: MIO FIGLIO MI TRADIRÀ Gabriele Del Grande, blogger di Fortress Europa, vuole scrivere un libro Il recente arresto a Lipsia di un giovane siriano (morto poco dopo, suicida?) sospettato di progettare un attentato in Germania conferma la drammatica intuizione di Gabriele Del Grande, giornalista, blogger e regista italiano, famoso per il film Io sto con la sposa. Quando nel 2013 Del Grande si trovava in Siria per le riprese del film, un partigiano siriano che combatteva contro il regime di Assad gli aveva detto: “Morirò pensando di aver combattuto per la libertà, ma mio figlio mi tradirà! Sarà solo a piangere sulla mia tomba e per vendicare il mio sangue e il sangue di tutti i morti di questa maledetta guerra, verrà a seminare la morte in Europa. Si farà esplodere in aeroporto e ucciderà i tuoi figli e tu non potrai biasimarlo perché siete rimasti indifferenti per anni mentre ci massacravano”. “Avrei voluto rispondergli qualcosa – scrive Del Grande nel suo blog Fortress Europe (Fortezza Europa), in cui da anni raccoglie e cataloga tutti gli eventi riguardanti le morti in mare dei migranti che tentano di raggiungere l’Europa - ma rimasi in silenzio. Nelle lacrime di quel partigiano vedevo la sconfitta di un popolo intero. E intuivo che quella sconfitta sarebbe presto diventata la mia e la nostra. Un mese dopo, partiva il nostro corteo degli sposi. Era il nostro modo per dire che non eravamo tutti indifferenti. Potevamo ancora fare qualcosa”. Colpito dai recenti gravi attentati in Europa, Del Grande ha deciso ora di scrivere un libro e raccontare la guerra e la nascita dell’ISIS, “intrecciando l’epica della gente comune ai misteri di questi vent’anni di sporche guerre e attentati”. Per far questo, il blogger rilancia la proposta di una raccolta di fondi (crowdfunding) che gli consenta di dedicare un anno al lavoro di ricerca che intitolerà Un partigiano mi disse (#UnPartigianoMiDisse).

Sommario


di Maria Rosa Mura

SI COMINCIA DALLE PAROLE

L'attenzione a quello che si dice è alla base del rispetto e della convivenza Ci sono espressioni talmente ripetute da entrare a far parte di un modo di pensare comune senza che ce ne accorgiamo. Vale la pena però rifletterci. Ad esempio è di moda distinguere tra profughi e migranti economici, categoria quest’ultima da bloccare e rispedire al mittente, “cosa pensano, abbiamo già tanti guai noi!”, ai primi si riserva nel migliore dei casi un po’ di carità, con mille ripensamenti e magari tenendoli ai margini dei nostri confini, in stati cuscinetto, in immensi lager da dimenticare. La seconda espressione, “aiutiamoli a casa loro”, suona anche più cristiana, con quel volenteroso “aiutiamoli” e quella loro “casa” dove non possono che stare meglio. Sono affermazioni e posizioni entrambe che ignorano la realtà. Come possiamo distinguere nella complessa situazione attuale le cause della migrazione? Si mescolano molti perché in queste fughe: “..intrecciate con i conflitti vi sono diverse cause basilari che portano le famiglie a migrare, come l’insicurezza alimentare, il degrado dell’ambiente, la mancanza di lavoro dignitoso, lo sfruttamento e le discriminazioni, l’instabilità economica e politica, la debolezza degli Stati e delle democrazie, le dittature. Tutte cause che assieme creano uno stato di diffusa insicurezza e di pericolo per la vita umana.. “ (Ecologia integrale e migrazioni. L’espulsione dalle terre in Africa e l’incoerenza della politica europea, a cura di Andrea Stocchiero, Carocci editore, Roma, 2016) Aiutarli in patria è un’ottima idea (ma l’intenzione sembra la feroce volontà di allontanare dai propri confini altri uo-

mini), se non fosse controproducente, dato che gli aiuti, specie se sono ingenti, arrivano non a chi ne ha bisogno ma ai governanti da cui fugge, vanno quindi ad alimentare le disgrazie del paese, e di conseguenza le fughe. Non possiamo limitarci a frasi ad effetto: non ci sono tempi supplementari. Nel 2006 abbiamo portato al teatro Cuminetti di Trento lo spettacolo La nave fantasma di Renato Sarti e Bebo Storti nato dall’inchiesta di Giovanni Maria Bellu, basata sulla testimonianza di un pescatore di Portopalo che si rifiutò di ignorare i cadaveri che finivano nelle sue reti dopo un naufragio avvenuto il 25 dicembre 1996 con 283 morti. Ora siamo qui a ricordare il 3 ottobre e il naufragio di Lampedusa del 2013 con 386 vittime. Ne sono seguiti molti altri ancora. Ben vengano le fiaccolate rispetto alla negazione dei fatti del 1996, la presa di coscienza e il recupero delle salme, ma è ancora poco perchè non ferma la strage. Bisogna risalire alle cause con coraggio. Bisogna controllare la paura. Ad esempio non usare la connessione terrorista - islamico e ricordarsi che non tutti gli islamici sono terroristi, come non tutti i calabresi sono ‘ndranghetisti. Nella loro immensità i problemi sono tutti connessi, intervenire su un aspetto significa produrre effetti a catena, nel bene e nel male. Si può provvedere a corridoi umanitari, non vedete il numero di bambini?, piani di formazione e sviluppo, comune per italiani e stranieri, revisioni legislative e rapporti internazionali che non si basino solo sugli affari. Forse l’aiutiamoli- acasa -loro è anche non vendere le ‘no-

stre’ armi e sofisticati strumenti di controllo ai ‘loro’ dittatori, non sacrificare il ‘nostro’ Giulio Regeni e i ‘nostri’ princìpi ai ‘loro’ giacimenti petroliferi, non rimpolpare un regime illiberale turco perchè li trattenga lontani dalle nostre frontiere o etiope perchè abbia più mezzi per non farli fuggire. Tutti i denari per respingerli e costruire muri possono di sicuro essere meglio spesi. “Dobbiamo pensare ai nostri poveri, ai nostri giovani disoccupati”. E se pensare a ‘loro’, non in termini di accoglienza che li mantiene dipendenti e passivi, ma in progetti e prospettive di vita, significasse pensare anche ai nostri poveri? su cosa poggia la contrapposizione noi/loro? Se salviamo ‘loro’ salviamo anche ‘noi’, se per dire riprendiamo in mano la difesa del ‘nostro’ territorio abbiamo bisogno anche di ‘loro’. Cominciamo dalle parole, eliminiamo la distinzione, artificiosa, tra ‘noi’ e ‘loro’ e allora è semplice: ad ogni azione che facciamo prevalgano gli interessi comuni degli uomini. Che siano gli abitanti di Taranto o del delta del Niger, i pescatori di Oristano o i contadini del Bangladesh.

Editoriale


LE LUNGHE GAMBE DELLE BUONE PRASSI

Parte a Trento il progetto SuXr – Studenti Universitari per i Rifugiati Un’efficace collaborazione tra università, associazioni e studenti Per la terza volta mi trovo a nominare, nel periodico dell’associazione “Il Gioco degli Specchi”, la cittadina bavarese di Eichstätt. Nelle precedenti due occasioni (numero 4, 2015 e numero 1, 2016) ho raccontato la nascita e i positivi sviluppi dell’iniziativa “TUN”, un progetto partito su proposta di alcuni studenti dell’Università di Eichstätt-Ingolstadt con lo scopo di dare aiuto (concreto) e sostegno ai rifugiati dislocati nella zona. Il contagioso entusiasmo degli iniziatori e la sensibilità di certi docenti hanno permesso di includere l’attività di volontariato all’interno di un percorso formativo proposto dall’Università. Dal 2012, anno di partenza del progetto, ad oggi, al crescere del numero di rifugiati si è verificato un costante aumento di studenti-volontari. In quest’occasione non intendo tessere nuovamente le lodi del lavoro di altri ma, con grande piacere, riporto l’esperienza trentina nata, per l’appunto, sulla base di quella bavarese. L’attenzione, non solo accademica, verso il fenomeno migratorio mostrata da parte di alcuni docenti dell’Università di Trento, la grande disponibilità alla cooperazione da parte delle associazioni attive nell’ambito dell’aiuto agli stranieri e l’interesse di alcuni studenti sono state le basi per dare alla buona prassi “TUN” un volto trentino. Il progetto è stato nominato “SuXr”, acronimo di Studenti universitari per i rifugiati. La fase sperimentale, attivata in brevissimo tempo e partita nel giugno scorso, è stata accolta con grande coinvolgimento da parte degli studenti di vari Dipartimenti e Facoltà dell’Ateneo di Trento. La struttura del progetto SuXr consiste in una serie di incontri formativi interdisciplinari, seguiti da attività di volontariato presso una delle tante associazioni operanti sul territorio provinciale. Al termine del percorso teorico-pratico, allo studente saranno riconosciuti 2 crediti extra-curriculari. La fase sperimentale di giugno ha visto la partecipazione di oltre 20 studenti, impegnati ora nelle 100 ore di volontariato previste dal pro-

Primo piano

getto. La fase formativa è stata strutturata in tre incontri: il primo momento ha avuto lo scopo di presentare la realtà del volontariato e delle associazioni sul territorio della Provincia di Trento; il secondo, di taglio giuridico, ha trattato le convenzioni internazionali e la tipologia delle forme di protezione per richiedenti asilo; il terzo ha analizzato invece le migrazioni da un punto di vista sociologico. Come accadde nell’esperienza bavarese, l’interesse dimostrato dai partecipanti al progetto SuXr fa intendere come non sia l’acquisizione dei crediti formativi il principale motivo che ha spinto gli studenti a prendere parte a questa iniziativa, quanto il voler approfondire, da vari punti di vista, il fenomeno degli spostamenti (forzati) di persone. Il progetto si presenta come un’ottima possibilità di analizzare l’attualissimo fenomeno migratorio senza cadere nella retorica (positiva o negativa) che gli aleggia attorno. Il momento “pratico” di volontariato rappresenta un avvicinamento alle persone reali che compongono il “fenomeno” e il tentativo di sensibilizzare e formare la società civile di domani, in questo come in altri ambiti. Durante il mese di ottobre 2016 è previsto l’avvio a regime del progetto, ossia rendere SuXr un’attività didattica presente in ogni anno accademico. La fase sperimentale ha permesso di aggiustare meglio l’idea iniziale. L’impianto rimarrà il medesimo, ossia una formazione in aula alla quale seguiranno 100 ore di volontariato. La parte formativa sarà però ampliata prevedendo cinque incontri: si parte con un momento aperto di presentazione delle associazioni dove poter svolgere l’attività di volontariato; saranno previsti due incontri di stampo giuridico e due di stampo sociologico, vista l’ampiezza del tema e l’interesse dei partecipanti al primo ciclo; infine è stato inserito un incontro che tratterà gli aspetti psicologici legati alle migrazioni forzate.


di Manuel Beozzo

LE DATE DEL SECONDO CICLO DEL PROGETTO SUXR LUNEDÌ 17 OTTOBRE ORE 14:30

presentazione del Corso e incontro con le associazioni (Aula Kessler, Sociologia)

PROTAGONISTI DEI NUOVI FLUSSI VERSO L’ESTERO sono in prevalenza gli italiani con un livello di istruzione superiore

MARTEDÌ 25 OTTOBRE ORE 18

Primo incontro di taglio GIURIDICO a cura del prof. Fulvio Cortese e delle dott.sse Lucia Busatta e Gracy Pelacani "Il sistema di accoglienza italiano di richiedenti e beneficiari di protezione internazionale".

GIOVEDÌ 27 OTTOBRE ORE 18

Primo incontro di taglio SOCIOLOGICO a cura del prof. Giuseppe Sciortino

MERCOLEDÌ 2 NOVEMBRE ORE 18

Incontro di taglio PSICOLOGICO a cura del prof. Elia Elasdi

MERCOLEDÌ 9 NOVEMBRE ORE 18

Secondo incontro GIURIDICO a cura del prof. Cortese e delle dott.sse Lucia Busatta e Gracy Pelacani „Il diritto alla salute degli stranieri“

Si è svolto a Stoccarda il 7 ottobre un convegno per commentare i nuovi dati sull’emigrazione italiana, in particolare quella diretta in Germania. Il 1° gennaio 2016 gli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) sono 4.811.163, ma si superano i 5 milioni secondo le anagrafi consolari, più immediate nel registrarne la presenza. 700.000 vivono in Germania e solo una quota ridotta è nata sul posto. Se nel secondo dopoguerra ci sono stati grandi flussi migratori dall’Italia, appena un quinto si è insediato stabilmente sul posto e questa elevata rotazione ha influito negativamente sul processo di integrazione. Nel 2015 gli italiani sono emigrati prevalentemente in Germania (16.568) e nel Regno Unito (16.528), minore il loro numero in Svizzera, in Francia e negli altri paesi del mondo. Gli emigrati che lasciano l’Italia per la Germania sono per lo più diplomati e laureati. Un laureato che lascia l’Italia rappresenta un cospicuo investimento tra fondi pubblici e impegno delle famiglie e perciò questa fuoriuscita dovrebbe configurarsi non come una fuga bensì come opportunità a favore sia della Germania che dell’Italia e, principalmente, dei diretti interessati. In totale sono 450mila i laureati italiani residenti all’estero. Italiani all’estero nel corso del 2015

MARTEDÌ 15 NOVEMBRE ORE 18

Secondo incontro SOCIOLOGICO a cura del dr. Paolo Boccagni. È possibile avere ulteriori informazioni riguardanti il progetto SuXr e verificare il calendario dei prossimi incontri sul sito dell'università di Trento e del Gioco degli Specchi o scrivendo all’indirizzo email suxr@unitn.it.

Elaborazioni IDOS da Benedetto Coccia e Franco Pittau, Istituto di Studi Politici S. Pio V, Centro Studi e Ricerche Idos

Primo IMMI/EMI piano


di Alejandro Carrion Leòn

La globalizzazione porta all’abbandono della terra

La bellezza dei paesaggi agricoli oggi è anche merito dei migranti Spesso il recupero di colture avviene grazie a chi è stato cacciato dal suo Paese Nelle nostre passeggiate in ambienti naturali raramente ci rendiamo conto che ciò che ammiriamo non è altro che il risultato dell’azione umana. Isolati in città, sempre più cerchiamo di fuggire, di trovare un rifugio nella natura. Queste escursioni non sempre ci conducono in luoghi rinomati come potrebbero essere la Paganella o il lago di Garda o il lago di Tenno … Spesso facciamo la scelta facile di godere della natura che si esprime attraverso i paesaggi agricoli, che a modo loro sono pure spettacolari e sanno stupirci, luoghi dove cerchiamo di connetterci con la terra. Ma non molte volte ci siamo interrogati su questi paesaggi. La creazione e il mantenimento del paesaggio rurale è in relazione con la nostra capacità di adattarci all’ambiente, quella che ci ha permesso di sopravvivere, ma anche di cambiare il territorio per soddisfare le nostre esigenze. La vita dell’uomo è cambiata molto dal tempo in cui eravamo agricoltori e allevatori ad oggi. Il mondo non è più quello che era in passato: rivoluzioni industriali, crisi economiche, sviluppo dei mezzi di comunicazione e dei trasporti ... sarebbe troppo ingenuo credere che quei luoghi di pace che ammiriamo in campagna non siano stati ugualmente soggetti a trasformazioni. Insieme all'industrializzazione è venuto l’abbandono delle terre e la perdita di molte colture tradizionali. Le città hanno introdotto nelle aree rurali vari adeguamenti tecnologici. I metodi di produzione intensiva hanno raggiunto i nostri campi, aumentando i profitti ma eliminando ogni traccia di patrimonio culturale e naturale. L’ambiente rurale è diventato semplice produttore di alimenti, che riesce a mantenere a galla il frenetico ritmo della nostra vita.

Ambiente e migrazioni

Il capitalismo ha portato ad esaurimento i tradizionali granai e ha provato la ricerca di nuove nicchie economiche al di fuori dei confini nazionali, dove sempre nuovi territori vengono convertiti in magazzini per paesi che hanno già bandito l’agricoltura dalla loro economia. Un altro processo in corso è lo sfruttamento e l’ esaurimento delle risorse naturali fuori dei nostri confini, il trasferimento dell’ inquinamento e del degrado ambientale. Nella globalizzazione i mercati agricoli internazionali vengono trasformati, ma la globalizzazione stessa ci offre anche l’ opportunità di rivitalizzare la situazione nei campi grazie alle migrazioni. Raramente ci fermiamo a pensare a come il lavoro di tanti migranti mantiene questi paesaggi rurali che ci emozionano e che sono parte della nostra identità. Il lavoro dei migranti riesce a mantenere i paesaggi agricoli, quelli che da una parte ci danno da mangiare e dall’altra costituiscono quello che noi siamo. Con l’ arrivo dei migranti, molti vecchi campi tornano alla vita. La memoria delle attività agricole viene restituita grazie al lavoro degli altri. Quando parliamo di prenderci cura dell’ambiente naturale dobbiamo riconsiderare il ruolo delle migrazioni. Se il nostro obiettivo è non perdere i campi coltivati che tradizionalmente hanno creato l’immagine della nostra terra, dobbiamo preoccuparci anche di chi viene a lavorarli. La domanda che dovremmo farci nel futuro non è solo come prenderci cura della natura, ma anche come rendere visibili dentro la nostra società le persone che fanno questo lavoro e come metterle in una relazione di uguaglianza.


di Fulvio Gardumi

AMBIENTE E MIGRAZIONI

Anche in Trentino la Provincia dovrebbe fare un piano di recupero

In Veneto i richiedenti asilo ripristinano i terrazzamenti Miglioramento ambientale, risorsa economica e lavoro per i profughi

“Sul versante montano del Canale di Brenta, nel Vicentino, sono una decina i richiedenti asilo che lavorano per fare manutenzione o ripristinare l’imponente serie di terrazzamenti che salgono su fino a 500 metri d’altezza. Vengono da Nigeria, Mali, Togo, Ghana, li ha coinvolti il comitato ‘Addotta un terrazzamento’, che da tempo si prende cura di un patrimonio costruito a partire dal Seicento”. Comincia così un articolo pubblicato qualche settimana fa su Repubblica dal titolo “Paesaggi da sogno e argini alle frane: il tesoro nascosto delle terrazze d’Italia”, nel quale si spiega che “dal Trentino alla Sicilia sono 170 mila gli ettari di collina attrezzati a terrazzi e sono 170 mila i chilometri di muri a secco che li reggono … ma uno su tre è minacciato dall’incuria”. L’autore dell’articolo, Francesco Erbani, prosegue affermando che per i terrazzamenti del Canale di Brenta (cioè la parte bassa della Valsugana a sud del confine trentino) “dalla seconda metà del Novecento è iniziato l’abbandono: le colture sono sparite, il bosco ha preso il sopravvento, il paesaggio si è banalizzato, è venuta meno una preziosa fonte di reddito e anche la vita comunitaria che lì prosperava si è spenta. Dei 230 chilometri di pietra a secco ne è sopravvissuto sì e no il 40 per cento. Finché, promosso dal Comune di Valstagna, dal Gruppo Terre Alte del Cai e dal Dipartimento di Geografia dell’Università di Padova, non è arrivato il comitato ‘Adotta un terrazzamento’”. Di questa esperienza e della necessità di recuperare i terrazzamenti abbandonati si è parlato in un convegno inter-

SABATO 12 NOVEMBRE ore 15.30 - 17.30

SALA CONFERENZE DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI TRENTO E ROVERETO, via Garibaldi 33, Trento

nazionale che si è tenuto dal 6 al 15 ottobre tra Venezia, Padova e in dieci luoghi caratterizzati da terrazzamenti, tra cui il Trentino, con 250 relatori provenienti da 20 Paesi. E in questi giorni è in uscito per l’editore Franco Angeli il volume “Paesaggi terrazzati d’Italia”. In Trentino i terrazzamenti sono una caratteristica importante: in molte zone sono ancora curati e fanno parte della bellezza del paesaggio soprattutto viticolo. La Provincia ha organizzato dei corsi per insegnare la costruzione e il ripristino dei muri a secco. Ma nelle valli marginali questo patrimonio è in deperimento, rovi e sterpaglie hanno preso il sopravvento, i muri a secco sono franati e con essi la funzione di difesa dai dissesti idrogeologici. Sarebbe bene quindi che la Provincia o le Comunità di Valle predisponessero un piano di recupero delle aree montane più periferiche, dove i terrazzamenti e i muri a secco stanno crollando e dove i vecchi centri abitati si spopolano. E l’ideale sarebbe affidare a profughi e rifugiati – come stanno facendo a Valstagna - il compito di ripristinare queste aree, di recuperare campi e boschi incolti e di restaurare le vecchie abitazioni abbandonate, ridando vita a piccoli negozi, luoghi di incontro e servizi. La regia di un’operazione così complessa, che potrebbe trasformarsi in una risorsa economica importante, non può però che essere dell’ente pubblico. Dal quale sarebbe auspicabile al più presto un segnale.

TE NE VAI O NO?

IN GIOCO PER CAPIRE LE MIGRAZIONI AMBIENTALI RIfugiati ambientali: chi sono, perché si spostano, dove vanno? Per rispondere a queste domande e comprendere al meglio una delle questioni più attuali del secolo, invitiamo tutta la cittadinanza a giocare con noi! Partendo dall’immedesimazione nella realtà di queste persone tramite un’azzardata variante della tombola, sarete posti di fron-

te a scelte su come muovervi in situazioni di continui cambiamenti ambientali. Scelte che alla fine vi porteranno a dover rispondere alla fatidica domanda: TE NE VAI O NO? A seguito cercheremo di trasmettervi un quadro della situazione attuale sulle masse sempre crescenti di esseri umani che si trovano costretti ad abbandonale la loro terra d’origine per trovare rifugio altrove. A cura di Ingegneria Senza Frontiere Trento, nell’ambito del progetto biennale Il rifiuto della Terra. Cambiamenti climatici e migrazioni. Ambiente devastato e migrazioni.

Ambiente e migrazioni


MIGRARE PER NON MORIRE Come e perché milioni di persone abbandonano la propria casa

GIOVEDÌ 10 NOVEMBRE SALA CONFERENZE DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI TRENTO E ROVERETO,

via Garibaldi 33, Trento

ore 9.30 - 12.30 Raffaele Crocco Marzia Bona Salvatore Altiero

ore 14.00 - 17.00 Emanuele Giordana Nicholas Tomeo Luciano Scalettari

CONDUCE LAURA STRADA GIORNALISTA RAI

Il convegno offre al pubblico il punto di vista e l’esperienza di sei relatori - giornalisti, scrittori, ricercatori - , coinvolti professionalmente e personalmente nella descrizione e nell’analisi delle cause delle migrazioni forzate che si verificano in tutto il mondo e ci impegnano anche localmente. Convegno

RAFFAELE CROCCO

Ogni giorno siamo coinvolti dal problema dell’arrivo di richiedenti asilo, vediamo il nostro paese in zone di guerra, con i nostri soldati, con i nostri euro, con le armi che produciamo. È essenziale saperne di più e innanzitutto definire i motivi all’origine delle migrazioni forzate. Le persone fuggono dai loro paesi soprattutto a causa del livello di diseguaglianza, tra paesi e al loro interno, che va aumentando. La cupidigia di alcuni, individui, gruppi economici o nazioni, porta a continui conflitti. Si lotta per impadronirsi di una risorsa essenziale come l’acqua, per acquisire territori sempre più ampi da coltivare per un’agricoltura globalizzata, per occupare zone ricche di risorse importanti per l’economia moderna. Non sono le guerre la causa della fuga, la guerra è un effetto, si fugge per tutte le ragioni che portano alla guerra. Giornalista Rai, documentarista e inviato, è l’ideatore e direttore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, ora alla settima edizione. E’ stato fra i fondatori di Peace Reporter, e della rivista mensile Maiz - a sud dell’informazione. Ha lavorato per Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Liberazione, Il Gazzettino e Limes e pubblicato Il Che dopo il Che, Stella Edizioni. Ha fondato l’Associazione 46° Parallelo, che si occupa di cooperazione e cultura, in particolare di geografia, intesa come conoscenza dei luoghi, delle persone, delle storie e quindi orientata alla solidarietà.


MARZIA BONA

Benché sia sparita dai radar della maggior parte dei media dopo la firma dell’accordo Ue-Turchia, la rotta balcanica è ancora percorsa da un numero ingente di persone che si troverà a breve ad affrontare l’inverno in condizioni di sovraffollamento, mancato accesso ai servizi di base e soprattutto incertezza rispetto al futuro. Un quadro della situazione attuale, che si concentra in particolare sulle condizioni affrontate da migranti e richiedenti asilo nei paesi dell’area che va dalla Grecia all’Ungheria, le risposte da parte dell’opinione pubblica e della società civile e il ruolo dell’Unione Europea. Laurea in Studi d’area su Balcani ed Est-Europa all’Università di Bologna. In passato è stata collaboratrice accademica per il master in Democrazia e diritti umani nel sud-est Europa, Università di Sarajevo. Per OBC Transeuropa ha seguito diversi progetti di ricerca fra i quali Cercavamo la pace, sulla mobilitazione della società civile italiana durante i conflitti di dissoluzione jugoslava. Al momento si occupa principalmente del progetto “European Centre for Press and Media Freedom”.

SALVATORE ALTIERO

L’intervento intende smantellare il concetto dell’”emergenza migrazioni” mostrando i dati di un fenomeno, quello delle migrazioni verso l’Europa e l’Italia, pienamente gestibile e all’interno del quale il ricorso alla retorica dell’emergenza favorisce lo sperpero di risorse più che la reale gestione. È necessario ricondurre le migrazioni internazionali dovute a guerre e persecuzioni alla loro reale dimensione di fenomeno che racconta solo parzialmente gli spostamenti di popolazioni e individui dai propri luoghi d’origine e, quindi, alle migrazioni ambientali, non solo quelle dovute a disastri “naturali” più o meno riconducibili all’influsso dell’uomo sul clima, ma anche quelle “extra” dovute a progetti di sviluppo, accaparramento di acqua, accaparramento di terre, grandi dighe. Dottore di ricerca in Diritto agrario, alimentare e dell’ambiente nazionale e comunitario, attivista dell’associazione A Sud, giornalista pubblicista, blogger del Fatto Quotidiano e ricercatore per il CDCA – Centro di documentazione sui conflitti ambientali. Ha al suo attivo il documentario d’inchiesta Italian Offshore. Chi vince e chi perde nella nuova corsa al petrolio nei mari italiani e nel 2016 il libro Crisi ambientali e migrazioni forzate. L’”ondata” silenziosa oltre la fortezza Europa.

NICHOLAS TOMEO

Dalla Convenzione di Ginevra del 1951 ad oggi permangono nel diritto di asilo delle limitazioni giuridiche che pongono al di fuori della tutela minima milioni di soggetti: sono i cosiddetti migranti ambientali. Sebbene risultino ormai conclamate le immani proporzioni delle migrazioni forzate dovute ai cambiamenti ambientali – quasi tutti di origine antropica diretta o indiretta – che causano milioni di rifugiati ogni anno su tutto il Pianeta, continua a persistere una colpevole passività da parte delle istituzioni statali e sovrastatali, sia internazionali che europee. Le istituzioni sembrano focalizzare l’attenzione più sulla sicurezza interna, attraverso l’istituzione di frontiere, centri di detenzione amministrativa, espulsioni e militarizzazione dei territori, che su una cosciente tutela della persona in quanto tale. Laureato in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, svolge la professione di difensore legale e di ricercatore indipendente. E’ impegnato in modo particolare nell’attivismo per la difesa dei diritti umani, dell’ambientalismo e della liberazione animale.

EMANUELE GIORDANA

Conflitti, emergenza ambiente e giochi diplomatici: il caso della frontiera afgano pachistana. Il Pakistan occidentale è una zona sottoposta a una forte emergenza ambientale costante dovuta alla presenza di grandi fiumi e montagne innevate da nevi perenni che producono ogni anno migliaia di sfollati interni. Ma a questa emergenza “naturale” si somma un conflitto a cavallo della frontiera con l’Afghanistan che produce forti movimenti di popolazione. E se non bastasse, proprio negli ultimi mesi la litigiosità tra Afghanistan e Pakistan ha fatto decidere al governo di Islamabad l’espulsione di almeno un milione di afgani rifugiati in Pakistan. Che si aggiungono al milione di sfollati interni afgani che scappano dalla guerra o dai terremoti che devastano il Nord del Paese. Quando la mano dell’uomo aggiunge la sua catastrofe a quelle naturali. Giornalista professionista e asiatista, insegna Tecniche di scrittura alla Scuola di giornalismo della Fondazione Basso a Roma e Tecniche di comunicazione nelle emergenze alla Scuola di formazione dell’Ispi a Milano. Cofondatore dell’Associazione giornalistica Lettera22, è presidente dell’ass. Afgana e fa parte della redazione dell’Atlante delle guerre e dei conflitti. Ha scritto, tra l’altro, Diario da Kabul (2010) e curato diverse collettanee di geopolitica. Lavora stabilmente con Il manifesto e AspeniaOnline. e continua a collaborare con Radio3mondo.

LUCIANO SCALETTARI

Migranti economici. Clandestini. L’invasione dei musulmani. Ci portiamo in casa i terroristi. Ci rubano il lavoro. E via di questo passo. L’utilizzo distorto delle parole deforma la nostra percezione della realtà e manipola la coscienza (e la conoscenza) collettiva. I cosiddetti migranti economici sono i poveri delle degradate città del Sud del mondo, le vittime del land grabbing o dei mutamenti climatici. I clandestini sono una categoria creata dalle nostre leggi “respingenti”. Ma ad ognuna di queste parole ed espressioni corrisponde l’altro lato della medaglia, di cui si parla sempre meno. Perché non lo si racconta, l’altro lato? Perché l’informazione in Italia sembra abdicare all’approfondimento? La risposta a questa domanda – che cercheremo di fornire, anche attraverso una serie di casi concreti – è parte del problema. Vicecaporedattore di Famiglia Cristiana, responsabile del sito famigliacristiana.it e del desk solidarietà e volontariato. Si occupa principalmente del Continente africano e, in Italia, soprattutto di attualità sociale e di giornalismo investigativo. Blogger del Fatto Quotidiano, ha pubblicato molti libri tra cui citiamo I bambini nella guerra (1996) con A. Ferrari, La lista del console (2004),1994 (2010) con L. Grimaldi, Vita di Vincenzo Barbieri, padre del volontariato internazionale (2014). Ha ideato e coordina con Alberto Laggia, il Laboratorio di giornalismo sociale La voce di chi non ha voce. E’ fra i fondatori dell'Atlante dei guerre e dei conflitti del mondo.

Il convegno è voluto dall'associazione 46° parallelo e organizzato dal Gioco degli Specchi nell'ambito del progetto biennale Il rifiuto della Terra. Ambiente devastato e migrazioni, condotto in collaborazione con Amnesty International Trento, ATAS Onlus, In Medias Res, Yaku, Ingegneria Senza Frontiere Trento.

INGRESSO LIBERO E GRATUITO GLI INSEGNANTI POSSONO RICHIEDERE IL RICONOSCIMENTO DI CREDITI FORMATIVI

Convegno


di Soheila Javaheri

SCRIVERE COME UN DONO… PARIGI- CALAIS E POI CALAIS-PARIGI Ero in macchina parcheggiata di fronte all’ INA (Istituto Nazionale dell’Archivio Francese), come mi succede spesso, mi sono trovata là casualmente, con l’INA avevo lavorato tanto in Afghanistan, conoscevo tanta gente, alcuni sempre gli stessi, altri di passaggio, spesso giovani, in cerca di un futuro. Con Sediqa, aspettavamo Ali. Il parcheggio a Parigi costa una fortuna, Ali ogni mattina portava la macchina al parcheggio del suo ufficio, dove lo aspettavamo, nella banlieue di Parigi. Vedo Ali, nello specchio retrovisore, scendo "Salam, Ali". E porgo la chiave. "No, guida tu, siamo vicini al mio lavoro, non devono vedermi a quest’ora, ho detto che ho un’emergenza e devo tornare a casa." Guidare una macchina con la targa italiana a Parigi è strano, c’è anche una piazza che si chiama Italia, vado serena, ma loro guidano da pazzi, non come i Trentini, neanche come i Milanesi, sembra di guidare a Teheran. Cerco le facce della gente, a chi somigliano i Parigini del 2016? Mi sembrano più stanchi, più vecchi, più tristi e educati di una volta. Dodici anni fa ero una ragazza che camminava in una Parigi diversa, forse sono diversa io, con una Fiat targato Trento, Italia, ma sempre curiosa, e sempre innamorata di questa città… Arriviamo a casa e Thibaut ci aspetta, somiglia a quello che immaginavo, silenzioso, con due occhi che brillano, un cappotto marrone, che sembra strano per metà agosto, le scarpe pesanti e sul punto di rompersi. Dobbiamo subito partire per Calais, è già troppo tardi, solo prendo un pochino di yogurt. Quando viaggio voglio restare leggera, ho bisogno di sentire la strada, altrimenti i chilometri mi annoiano e mi fanno addormentare. Prendiamo i nostri zaini, da molto tempo viaggiamo con gli zaini, tre, uno a testa, le valige non mi piacciono, hanno una faccia troppo arrogante, oppure frustrata, preferisco gli zaini, sono leggeri, non presuntosi, ci sono e ti accompagnano, si attaccano al tuo corpo e diventano una parte di te. Siamo pronti Thibaut: "Tuo figlio viene con noi?" "Sì…" Non ho la più pallida idea di come riuscirò organizzarmi, portare un bambino di dieci anni in un campo, mentre facciamo le riprese, ma sento che troverò una soluzione. Poi in fondo, la loro storia è anche la nostra, se togliamo la Fiat targata TN-IT, potrem-

Fortezza Europa

mo trovarci a Calais. La condizione poi Fiat, TN.IT, è temporanea, basta non riuscire a pagare la prossima rata dell’assicurazione e siamo senza, oltretutto anche noi stiamo ancora cercando un posto in cui STARE. Alcuni giorni fa, mi sono resa conto che nel titolo iniziale di più di metà dei nostri lavori in Italia, c’è la parola CASA. Bene, credo che una soluzione ci sarà, Sepanta può venire con noi… Sediqa siede in mezzo alla strada, per salutarci. È pazza questa donna, una mamma eccezionale, siede in mezzo al prestigioso viale parigino Saint Michel e ci saluta con le mani. Per andare a Calais, bisogna prima uscire dal centro di Parigi, in questo il navigatore è bravo. Il problema inizia quando deve scegliere la strada per andare a Calais: sceglie, per principio, le strade più sperdute. A lui non piacciono le autostrade, le vie rette, ama le curve, i boschi, i campi di grano, non gli sono simpatici gli Autogrill, ama i villaggi e i bar dimenticati, secondo me ama il dramma, non si sa mai quando si arriva, e se si arriva, non capisci cosa ci sarà dopo questo vicolo, dopo questa montagna. Ma Thibut ha già fissato un appuntamento al campo alle 19 e 30, sono già le 18, e abbiamo ancora 300 km da fare, allora la poesia di un navigatore pazzerello non è funzionale. Il cellulare di Thibaut è antico, però ha la scheda con Internet, la nostra ha Google Map, però senza Internet. Scambiamo le schede, Google dà la direzione, ma l’autista è concreto, devia e fa benzina, paga l’autostrada, beve un cappuccino in fretta, e vai, anche 140 all’ora. La Francia è bella, i campi di grano, il vento, i mulini. Lo so, la prima impressione è importante, sto cantando, vorrei aprire tutti i miei sensi per capire Calais. Ha un tramonto splendido, di una bellezza eterna… Vediamo anche il campo, tante tende, sabbia, due ragazzi che sembrano di origine africana, giocano a volley. Tristezza o angoscia, una delle due. Sembra struggente, sembra forte, questa città. Inizio a conoscere meglio Thibaut, un ragazzo idealista di buona famiglia, alta borghesia come precisa lui, ha lasciato la famiglia e vive con gli amici in un appartamento che chiamano collettivo artistico. Vivono insieme per ridurre le spese e concentrarsi


Illustrazone di Sepanta Mohebi

sulla creazione. Forse un anarchico, forse uno come noi in cerca di un posto per STARE. Ha lavorato per mesi al campo, è molto intelligente e ne conosce i micro e macro organismi. Trema e ci racconta: "Volevo scrivere un articolo, per denunciare quello che sta succedendo al campo, c’è una rete mafiosa molto organizzata, che coinvolge operatori di grosse organizzazioni umanitarie, polizia e mafie locali, poi mi sono detto, ma chi lo pubblica? Nessuno. Allora ho scritto questa sceneggiatura." E la sceneggiatura è bellissima, e lontano dalla propaganda, rispettosa degli abitanti del campo, dei volontari che sono fuori del gioco. Lo narra con la poesia, mostra i suoi angoli puliti e come è marginalizzato. Non capisco come sia arrivato a me e Razi, dice che ha letto qualcosa sul lavoro di Razi e poi ha trovato i nostri contatti in rete. Il direttore della fotografia è Mahmoud, lui è egiziano, di una dolcezza incredibile, Mirit è un francoegiziano che fa l’assistente di regia, poi ci siamo noi come collaboratori esterni e Hassan, un tunisino Sans Papier, un eccellente ingegnere informatico, fa il tecnico del suono, con la barba lunga da sufi. Nella troupe per comunicare si parlano cinque lingue: Francese, Inglese, Arabo, Persiano, e ovviamente Italiano, perché Sepanta è con noi, e si mangia quasi sempre italiano. Pasta, pizza poi ancora pasta… Campo di Calais Per entrare con la macchina, ho bisogno di un’autorizzazione, un foglio con la mia targa, che viene rilasciato da una grossa organizzazione inglese. Una ragazza britannica, col sorriso sulle labbra, prende la carta della macchina, scrive i dettagli, io firmo e lei mi porge un foglio timbrato e firmato. La polizia francese controlla tutto il campo, stazionano 24 ore su 24, ai quattro angoli del campo, verificano l’autorizzazione rilasciata dagli Inglesi, e mi lasciano entrare nel loro territorio, comunque siamo in Francia! Dopo il 2003 e la firma del Trattato di Touquet, praticamente la frontiera tra Inghilterra e Francia si è spostata a Calais, la polizia inglese controlla la frontiera francese a Calais, e viceversa la polizia francese la controlla in Inghilterra. Solo che dall’Inghilterra non viene nessuno per lavorare e immigrare in Francia clandestinamente, mentre in tanti provano a oltrepassare la frontiera

per andare in Inghilterra. Il governo francese si accontenta dei milioni di aiuti che riceve dal governo britannico per il controllo, ma quello che rimane è il senso di impotenza, lo senti nel campo e in città. Solo il 15 per cento dei volontari che lavorano nel campo sono Francesi, contro oltre il 60 per cento di Inglesi, e altri che provengono da tutto il mondo, anche dall’Italia. Il campo è un posto strano, inizia con i fiori gialli selvatici che crescono fuori, dopo c’è il blocco della polizia, dopo il blocco il nulla, poi Jungle School, poi una chiesa, poi un minibus con un’antenna Wireless, una folla che lo circonda con il cellulare verso il cielo, poi la fila di ristoranti e negozietti, e poi le tende. E il mare? Deve essere da qualche parte, un pochino dietro, nessuno lo sa bene, quando non c’è la nebbia si può vedere l’Inghilterra. Ha ragione Emanuèle Carre, è difficile scrivere del campo, viverlo in dieci giorni, cosa posso dire di persone che sfidano l’oceano? Molti parlano almeno tre lingue, vengono a Jungle School, per imparare Francese o Inglese e le scintille dei loro occhi intimoriscono i fiori gialli selvatici. Per questo nascono fuori dal campo, prima della postazione di polizia. Nel campo attualmente vivono più di 10.000 persone, ci sono anche donne e bambini. Ogni notte, un ragazzo che va per oltrepassare le frontiere non ritorna più, né in Francia né in Ingliterra, forse, ma solo forse, raggiunge un blu che l’Oceano Atlantico ha perso. Ritorniamo a Parigi, Thibaut mi prepara una sigaretta, la notte scorsa non abbiamo dormito, bisogna bere caffé, tanto, tanto… Thibaut: "Calais mi fa paura, sai perché? … perché sento che Calais è il futuro dell’Europa." Raggiungiamo Parigi, tra la musica, il caffè e il fumo, vorrei 'sentire francese', fino all’ultima piccola goccia, cammino nei vicoli per perdermi, mi avvicino ai passanti, che parlano tra loro… e respiro le ultime parole… Scrivere un dono…

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STORIA

di Emina Ristović

LA FRONTIERA Un'esperienza di volontariato tra Italia e Slovenia Quella parola indica una linea lunga chilometri e spessa anni. Un solco che attraversa la materia e il tempo, le notti e i giorni, le generazioni e le stesse voci che ne parlano, si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si comprimono, si dilatano. È la frontiera. Alessandro Leogrande

Questa è una storia che inizia in un luogo di confine tra l’Italia e la Slovenia, all’epoca in cui ero una giovane studentessa e insieme ai compagni di università facevo la volontaria in un centro d’accoglienza della Caritas. Sono passati tanti anni da allora, ma ricordo sempre con affetto una delle più gratificanti esperienze della mia vita. Allora l’emergenza immigranti non era così forte come oggi. Tuttavia, come in ogni località confinaria, il passaggio delle persone in cerca di asilo politico e una vita migliore, anche se succedeva di rado, non passava inosservato.

Storia

La sera, dopo la cena, preparavo lo zaino e mi avviavo a passo lento lungo la via Veneto che portava dritto al centro San Giuseppe. Il turno notturno toccava ai volontari più giovani, spesso in coppia ma capitava anche di fare la guardia da soli. Dopo che le signore se ne andavano, mi assicuravo che tutto fosse a posto, i dormitori si trovavano nei piani superiori, prima di spegnere le luci e chiudermi a chiave in uno stanzino con un letto e una scrivania. A portata di mano c’era sempre la lista di numeri utili da chiamare in caso di emergenza, in primis le forze dell’ordine che di solito accorrevano per prime. All’inizio, l’occhio era sempre vigile, avevo difficoltà ad abituarmi al silenzio quasi tombale, specie se mi capitava di passare turni da sola. Dormivo vestita, come d’altronde facevo spesso nelle prime settimane dei bombardamenti della Serbia. Non sapevi mai quando qualcuno avrebbe potuto presentarsi davanti alla porta in cerca del tuo aiuto, anche se capitava più spesso di essere svegliati dai carabinieri che ti chiedevano di ospitare le persone in attesa del rimpatrio. Alcune notti erano piatte: non succedeva mai nulla. Allora approfittavo, da vera nottambula quale sono tutt’ora,

per studiare. Altre, invece, venivano in tanti. Prima di accompagnarli nei dormitori, correvo nella dispensa per prendere lo stretto necessario: coperte e vestiti. Mi dirigevo poi nella cucina per preparare loro qualcosa di caldo; un tè o una minestra, o un semplice piatto di pasta. Quando vedevi spuntare dei sorrisi sui volti stanchi, il cuore palpitava di gioia. Non era molto ma per loro un gesto piccolo valeva più di tutto l’oro del mondo. Spesso non parlavano nemmeno una parola di italiano e allora si comunicava in inglese, il più delle volte in francese, cercando di farli sentire in qualche modo a casa. Capitava, a volte, che venissero ospitate intere famiglie, con bambini piccoli. Mi affaccendavo allora ai fornelli per scaldare latte e ci mettevo dentro anche dei biscotti sbriciolati. La gioia dei piccolini era immensa. Ispiravano tanta tenerezza quando mi abbracciavano con le manine, stringendomi forte. Doverli lasciare, al momento in cui li trasferivano, mi rattristava immensamente. Ci sono esperienze che lasciano un segno profondo dentro. Non si dimenticano mai. Nel nostro piccolo, anche oggi tutti possiamo fare qualcosa per aiutare chi attraversa le nostre frontiere nella speranza di trovare serenità e pace.


STORIE

di Simone Spera

I confini chiusi non fanno meno male sotto un tetto Profughi siriani confinati in un villaggio greco Se si pensa ai profughi in Grecia, vengono in mente campi, isole sovraffollate, il papa a Lesbo. È difficile portare l’attenzione su Konitsa, un paese dell’Epiro di circa 7000 abitanti, dove 160 Siriani aspettano di spostarsi in altri Paesi europei attraverso un programma di ricollocamento dell’ONU. I profughi non vivono in tende, ricevono pasti gratuiti, e la gente ha donato loro cibo, vestiti e scarpe. La stampa ha parlato del caso Konitsa per sottolineare l’accoglienza calorosa e il trattamento eccezionale riservato ai Siriani. Tuttavia, basta passare qualche giorno con loro per accorgersi che le magagne delle politiche di asilo europee non scompaiono perché non si vive in una tenda. L’attesa, il loro essere “di passaggio” in Grecia diventa una routine insopportabile. Alcuni profughi ci hanno detto che, al loro arrivo a Konitsa a marzo, sono stati indotti a credere che sarebbero rimasti lì temporaneamente, per quindici giorni. I quindici giorni sono diventati mesi: da settembre il colloquio con l’agenzia è stato spostato a dicembre, e nessuno in realtà sa quanto durerà questo supposto momento di passaggio. Intanto, i profughi non imparano il greco, perché non rimarranno in Grecia e il greco non è una lingua che si impari su due piedi (d’altronde lo Stato stesso non ha messo a disposizione corsi), e le relazioni con le persone del posto sono assenti o superficiali. Studenti di medicina, insegnanti, ragazzi abituati a lavorare sin dai dodici anni si ritrovano all’improvviso senza poter fare niente. Partiti da grandi città come Damasco o Aleppo, sono confinati in un piccolo paese. In questo spazio vuoto si rinnova il ricordo della guerra, del viaggio, degli abusi della polizia sul confine, e la nostalgia di famiglie, amici, amati lontani. I ragazzi si svegliano tardi, e c’è chi passa la giornata a giocare a carte e fumare narghilè, chi a tuffarsi in un fiume dove pochissimi Greci si avvicinano a loro. La notte si bighel-

lona nella piazza, svuotata dei Greci che vanno a dormire come chiunque può andare a lavorare la mattina dopo, e si seguono le notizie della Siria e dei familiari con la rete wi-fi del comune. L’aspetto peggiore della vita in questo piccolo paese tradizionalmente conservatore è l’isolamento sociale e politico. In città come Atene o Salonicco, ma anche nei campi, esistono movimenti solidali con i profughi. Quando in tutta la Grecia, il primo settembre, i profughi hanno manifestato per l’apertura dei confini e per migliori condizioni di vita nei campi, i Siriani di Konitsa hanno esitato a lungo temendo di non riuscire ad avere copertura mediatica. A Konitsa, i profughi incontrano indifferenza, ostilità, o tutt’alpiù una beneficenza da accettare a testa bassa, senza possibilità di scambio e partecipazione. Ad esempio, ci tenevano a invitarci a mangiare insieme, ma non gli è permesso far entrare nessuno nel centro che li ospita. Senza un lavoro, o uno spazio in cui sentirsi autonomi, non riescono a intessere relazioni paritarie, continuano a ricevere “favori” senza ricambiare. In tutto ciò, molti greci a Konitsa si lamentano che il governo stia finanziando la permanenza dei profughi in una regione povera come l’Epiro. Il quadro idilliaco fa acqua da tutte le parti. Nei miei ultimi giorni a Konitsa, alcuni Siriani sono ripartiti per la Turchia; c’è chi minaccia di tornare in Siria, incontro alla guerra. Qual è l’obiettivo di questa politica? Esasperare i richiedenti asilo nell’attesa che se ne vadano, così gli Stati possono venire meno ai loro obblighi? “Regolare il flusso” e frenare il panico dei cittadini? Ma quanto altro panico e tensione crea immobilizzare una comunità in un posto a cui non la si lascia appartenere?

Manifestazione del primo settembre a Konitsa. I cartelli dicono “grazie Grecia”, “voglio mia madre”, “aprite i confini”, “dov’è l’umanità?”. Foto di Lampros Raptis

Cinema Storie


MEDIA

di Maria Rosa Mura

L’ARCA DI NOÈ Verso l’armonia tra uomo e natura Un nuovo programma radiofonico del Gioco degli Specchi a Radio Trentino in blu

Il Gioco degli Specchi riprende la collaborazione con Radio Trentino in blu in un nuovo programma: L’Arca di Noè. Verso l’armonia tra uomo e natura. A partire dal 30 settembre, ogni venerdì alle 10.35, è cominciata una serie di dodici trasmissioni che continua e completa il programma del 2015 La nostra Terra. Francesco e la cura della casa comune. Condotto sempre da Antonella Carlin con il mio contributo, questo nuovo ciclo considera i grandi problemi del nostro tempo, dal riscaldamento globale al mito della crescita economica che dilapida le risorse del pianeta a vantaggio di pochi. Aumentano le disuguaglianze, i conflitti e le persone costrette a migrare. Questi enormi problemi sono strettamente connessi tra loro e si intrecciano con la nostra vita quotidiana. È proprio a partire dalla nostra vita di tutti i giorni che il programma si propone di analizzarli e di cercare il modo per affrontarli. Abbiamo molte buone abitudini e soluzioni nuove già sperimentate da imbarcare nella nostra Arca di Noè per salvare l’umanità. Questo può aiutarci a superare il senso di impotenza che ci prende di fronte alle domande fondamentali: cosa fare per mantenere la pace e affrontare i problemi di migrazioni di massa? come curare e proteggere gli uomini mentre si cura l’ambiente? come coltivare maggiore equità, a livello locale e internazionale? Ripartiamo allora dall’analisi della nostra attenzione alla natura e alle persone per arrivare alla consapevolezza delle abitudini collettive e infine a immaginare un mondo nuovo. Ci saranno interviste a persone informate, a chi sperimenta soluzioni, a chi ha fatto scelte di vita anche radicali; verranno presentate, con letture a cura di Nicola Bertotti, schede di approfondimento dei vari temi, dal nostro rapporto personale e collettivo con la natura, all’organizzazione di città sempre più grandi, al problema dei rifiuti che non sono solo materiali, ma anche scarti di persone, al modello economico che ci siamo dati e che è ormai necessario cambiare dati i limiti del nostro pianeta e il riscaldamento climatico in atto.

Media

Si metterà in evidenza come affrontare i problemi dell’ambiente, della scarsità o dell’eccesso di risorse e delle lotte per impadronirsene, sia un’azione diretta al mantenimento della pace e a fermare devastanti migrazioni forzate. Si vedrà come lo sforzo di vivere nel rispetto della natura e degli altri ci prepari anche ad affrontare le calamità che molti vedono aumentare nel nostro futuro e che già ora ci colgono. Non basterà la tecnica a difenderci, nelle catastrofi periscono quelli che non conoscevano i loro vicini o li temevano, l’isolamento sociale mette a rischio le persone, mentre le comunità più in grado di sopravvivere sono quelle legate da rapporti più stretti, in cui i vicini si sentono responsabili gli uni della sicurezza degli altri. Nelle trasmissioni alle interviste si alternano analisi di testi significativi e proposte di lettura. Verrà fornita ampia bibliografia ragionata, consultabile anche sul sito dell’associazione www.ilgiocodeglispecchi.org.

Le trasmissioni saranno riascoltabili in podcast sul sito www.trentinoinblu.it ed è prevista la replica il giovedì alle 19.35. Il programma, realizzato con il sostegno del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, si propone di offrire esempi positivi già realizzati anche nella nostra regione e di evidenziare come un cambiamento nel nostro modo di vivere - una rivoluzione ormai necessaria - sia anche una possibilità di vivere più felicemente, nella sobrietà e nella solidarietà, nella riscoperta della gratuità e della bellezza.


VIAGGIO IN MUSTANG, L'ULTIMO TIBET L’alto Mustang o “Ultimo Tibet” è il cuore di una regione nepalese d’alta quota rimasta per anni impermeabile al progresso. E adesso? Quando ho detto al mio direttore che forse avrei fatto un viaggio in Mustang ho dovuto precisare che non sarei partito con un’auto sportiva degli anni Sessanta o su un aereo da caccia americano della Seconda Guerra Mondiale, né tanto meno in sella ad uno di quegli indomiti cavalli cavalcati dai primi coloni del Far West. Il Mustang, infatti, è anche una regione montuosa del Nepal, che porta il nome di un antico regno che dal 1789 è formalmente sottomesso a Kathmandu e va dal confine con la Cina fin oltre la piana di Jomoson, incorniciando l’ampio bacino del fiume Kali Ghandaki che, abbracciato dal Nilgiri (7.071), dal Dhaulagiri (la settima cima più alta del mondo con i suoi 8.167 metri) e dalla più famosa Annapurna (“solo” decima in questa speciale classifica con

Foto di Alessandro Graziadei

di Alessandro Graziadei

Il monte Nilgiri

8.091 metri sul livello del mare), finirà 630 km più tardi nel Gange. Oggi quello che l’antropologo francese Michel Peissel ha definito nel 1967 “uno dei luoghi più pittoreschi e più curiosi del Globo” e dove il giornalista fiorentino Tiziano Terzani ha incontrato nel 1995 “una natura di primordiale bellezza”, rappresenta culturalmente e geograficamente quel che rimane dell’antico regno tibetano, avendone conservato intatti i costumi e la filosofia buddista ben protetti all’interno dei confini nepalesi soprattutto dopo che nel 1951 i soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare hanno trasformato il Tibet in una regione della Cina. Così un viaggio rigorosamente a piedi in questa valle è l’occasione per scoprire un paese in cui, lentamente ma inesorabilmente, l’occidente entra a far parte della vita quotidiana, ma ancora senza diluire quella spiritualità e quel rapporto tra uomo e natura di religioso rispetto, in cui l’uomo è ospite e mai padrone.

Beneauguranti bandiere di preghiera

Uno scorcio durante il cammino

Oltre Immi/Emi i confini


E i sopravvissuti via da casa. Il 7 ottobre abbiamo ricordato la tragedia del Vajont del 1963 e i suoi 1.917 morti, qui vediamo la tragedia di Seveso del 1976, in seguito ad un incidente nella fabbrica chimica ICMESA. È la prima volta che sentiamo parlare di diossina. Sono solo due esempi, italiani, terribili, di come sia stato costruito un mito della crescita e avviato in tutto il mondo un sistema economico che non si assume le responsabilità dell'ambiente e della vita delle persone. Francesca Cosi, Alessandra Repossi, Sara Antonellini, Il caso Seveso. Era un caldo sabato di luglio, BeccoGiallo, Padova, 2016 Per gentile concessione dell'editore

Numero straordinario per Il rifiuto della Terra. Ambiente devastato e migrazioni Il periodico del Gioco degli Specchi è online www.ilgiocodeglispecchi.org, Seguici su

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