Numero 15 dicembre 2013

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Poste Italiane Spa – spedizione in abb. postale – DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1 comma 2 e 3 NE/TN – taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO IV NUMERO 4 – DICEMBRE 2013

Il Gioco degli Specchi migra nel web

Trento, inverno Persone senza dimora


SOMMARI

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Editoriale Il Gioco degli Specchi diventa online

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SOCIETÀ Bangla school DIRITTI UMANI Premio Amnesty Italia

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PRIMO PIANO Per i senza dimora non un dormitorio ma una casa RACCONTO Quel ricamo, quanti pensieri

FORTEZZA EUROPA Dall'Afghanistan a Trento, tre ragazzi in cerca di asilo CULTURE IN GIOCO Un convegno per passare dalla paura alla speranza CULTURE IN GIOCO L'ora del Gioco in libreria MIGRANTI La Carta di Lampedusa RACCONTO Caffè lungo nei bicchieri di carta: più case, più appartenenze ARTE E CULTURA La pittura di Sana Arfaoui

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CINEMA Cover Boy: l’ultima rivoluzione di Carmine Amoroso IMMI/EMI Una voce “trentina” parla a nome dei poveri

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik - Sonia Lunardelli stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento) con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento Foto di copertina ebayink http://compfight.com/

Editoriale

IL GIOCO DEGLI SPECCHI DIVENTA ONLINE

Il giornale del Trentino interculturale prova a passare sul web Dopo quattro anni di esperienza su carta – il Numero Zero risale al novembre 2009 e il primo numero al febbraio 2010 – “Il Gioco degli Specchi” prova dal 2014 a passare al web. La scelta non è ancora definitiva, ma alcuni elementi consigliano almeno di provarci. Il primo motivo, inutile negarlo, è di natura economica: i costi della carta, della composizione, della stampa e della spedizione postale sono alti e non sono compensati da entrate sufficienti. La pubblicità che ci offre la Provincia, pur provvidenziale, non riesce a coprirli tutti e, d’altra parte, non c’è stato in questi anni alcun abbonamento alla rivista. Abbiamo ricevuto molti apprezzamenti, incoraggiamenti, complimenti, ma senza una contropartita in termini di sostegno economico. Probabilmente la crisi induce tutti a tagliare sulle spese non necessarie e a ridurre l’acquisto di giornali e pubblicazioni, che spesso sono davvero troppi nelle nostre case. Del resto l’intera editoria, non solo in Italia ma a livello globale, sta attraversando un periodo di sofferenza, con perdita continua di vendite in edicola e di abbonamenti. Molte testate, anche storiche, hanno deciso di passare definitivamente alla versione online e comunque tutti i giornali hanno sviluppato una loro edizione digitale, che permette oltretutto di offrire un’informazione più vasta e multimediale (non solo testo e immagini, ma anche audio e video), aperta all’interazione con i lettori. Tutti i giornali stanno registrando un aumento degli accessi alla versione online. Anche in


di Fulvio Gardumi

www.ilgiocodeglispecchi.ORG questo caso, il motivo principale è probabilmente di tipo economico: l’abbonamento online costa meno della versione cartacea e non richiede di andare fino all’edicola per comprare il giornale o di attendere l’arrivo del postino (che spesso si fa molto desiderare: anche i ritardi delle Poste sono certamente uno dei motivi per cui i giornali perdono abbonati). C’è poi – non so quanto avvertito - un aspetto ecologico, relativo al risparmio di carta e di energia. Infine le giovani generazioni sono sempre più orientate all’uso delle nuove tecnologie, per cui preferiscono leggere su computer, tablet, smartphone e apparecchi per la lettura di testi elettronici (e-Reader). Sulla base di questi ragionamenti, anche la redazione del Gioco degli Specchi ha pensato di sperimentare la versione online. Non ci si nascondono certo i rischi e gli svantaggi, a cominciare dalla difficoltà di farsi “trovare” nel mare infinito di Internet e di farsi leggere. Nella Rete c’è di tutto e di più, ci sono tante cose ottime e anche tante sciocchezze. Per questo l’impegno del gruppo redazionale è quello di trovare le forme più idonee per passare dalla carta ai pixel. Un’ipotesi potrebbe essere quella della newsletter: tutti coloro che sono interessati all’ attività del Gioco degli Specchi potranno lasciare il loro indirizzo e-mail e, con una certa periodicità, verrà loro inviata la pubblicazione online, completata se del caso con eventuali aggiornamenti. Oltretutto una soluzione di questo tipo potrebbe favorire anche una maggiore integrazione con la vicina provincia di Bolzano: fin dall’inizio, infatti, su proposta di Mirza Latiful Haque, che è stato l’ispiratore di questo giornale, si è cercato di realizzare una rivista non rivolta al solo Trentino, ma aperta a una visione regionale. Forse l’impegno che fin qui è stato richiesto per la raccolta del materiale, l’impaginazione, la ricerca di immagini, la correzione di bozze, la consegna del materiale in tipografia,

il confezionamento e la spedizione postale potrebbe essere meglio speso nella ricerca di nuove collaborazioni e di contributi che ne facciano una rivista sempre più apprezzata, utile e originale. Ci sono tante pubblicazioni, anche online, che nel nostro campo svolgono un lavoro egregio. La nostra ambizione è sempre stata quella di offrire qualche cosa di nuovo, di diverso, di maggiormente legato alla nostra realtà e nello stesso tempo aperto al mondo. L’intento originario del gruppo promotore della pubblicazione era quello di “realizzare un giornale che parla di migranti fatto soprattutto da migranti” e di proporsi “come punto di incontro e di confronto tra chi ha le proprie radici in Italia e chi ha le radici altrove ma ora si trova qui e sta costruendo qui il suo futuro e quello dei suoi figli”. In altre parole Il Gioco degli Specchi era nato con l’obiettivo di “diventare la voce della ricchezza multiculturale del Trentino”. Ci siamo riusciti? Forse in parte sì, ma certamente meno di quanto avremmo desiderato. E comunque dovrebbero essere i lettori a dirlo. In questi anni si è creata attorno al periodico una comunità di persone che hanno raccontato le loro storie, le loro esperienze, i loro problemi, le loro delusioni e le loro speranze. Sarebbe bello se questa comunità si allargasse, se altre persone, soprattutto provenienti da altre aree del mondo, decidessero di raccontarsi, arricchendo così la nostra realtà con altri punti di vista. E’ l’augurio con cui ci affacciamo al 2014, invitando ancora una volta tutti quanti a collaborare con articoli, storie, suggerimenti, proposte e idee.

Scriveteci o mandate una mail all’associazione Il Gioco degli Specchi, via S. Pio X 48, 38122 Trento: info@ilgiocodeglispecchi.org.

Editoriale


di Fulvio Gardumi

“Hope”, una speranza dagli homeless che si aiutano a vicenda

Per i senza dimora non un dormitorio ma una casa A Trento si sperimenta la collaborazione tra Comune, utenti e operatori del privato sociale “Hope” in inglese vuol dire speranza, ma il termine è usato a Trento anche come acronimo di “Homeless Peer”, che significa “senza dimora alla pari”, cioè “senza dimora che aiutano altri senza dimora”. Come ogni inverno, con l’arrivo del freddo la situazione di chi non ha un tetto sotto cui ripararsi si aggrava. Secondo le stime di associazioni che si occupano del popolo della strada, sarebbero più di 400 nella sola città di Trento i senza dimora, mentre i posti letto messi a disposizione dal Comune e dal volontariato sono circa 120. E gli altri?

zione le strutture, i due enti non profit le risorse finanziarie, le attrezzature e i volontari. Gli “hope” sono per lo più immigrati che agli inizi della loro presenza in Italia si sono trovati a vivere di espedienti ai margini della società. Sono quindi le persone più adatte per accogliere chi si trova in situazioni di emergenza, per capire i loro drammi e la loro disperazione, per mettersi su un piano di parità che è spesso il modo migliore per non far pesare l’offerta di un servizio e per coinvolgere le persone in difficoltà.

La sperimentazione con gli “hope” è partita la scorsa primavera ed ha dato risultati incoraggianti. E’ attiva in due delle strutture messe a disposizione dal Comune: Casa Orlando e Casa Briamasco. “Già il fatto di chiamarle ‘casa’ e non ‘dormitorio’ – ci dice Mario Stolf – significa affrontare il problema con un’ottica diversa, cercando di rendere gli ospiti protagonisti. Si è ridotto il numero dei posti letto in ogni struttura per rendere più accoglienti le camere. Ognuno ha “L’esperimento di affidare la accanto al letto un comodino L'obiettivo è quello di gestire la casa gestione degli alloggi a persoe un armadietto; c’è una sala ne che hanno già vissuto sulcome una famiglia: se ci sono problemi comune, con un tavolo giochi la loro pelle la condizione di e una tv, nella quale si beve il ci si siede insieme e insieme si cerca di the e si scambia qualche chiacsenza dimora sta dando buoni risultati”, dice Mario Stolf, opechiera. C’è anche una lavandeaffrontarli e di trovare una soluzione ratore di Villa S. Ignazio che ria dove gli ospiti possono lavalavora in stretto rapporto con l’Area inclusione dei Servizi re i loro indumenti. Ognuno è responsabilizzato a mantenesociali del Comune, coordinata da Nicola Pedergnana. La re ordinate le stanze e le parti comuni. I conflitti e i problemi gestione delle case per i senza dimora vede collaborare il non mancano, ma si cerca di affrontarli insieme. La presenComune di Trento, la Cooperativa sociale Villa S. Ignazio e la za di ‘hope’, cioè di persone che hanno una vicinanza con Fondazione Comunità Solidale. Il Comune mette a disposi- le persone che vivono la strada, è decisamente più efficace Il problema è grave e presente ovunque, ma le soluzioni non sono semplici e per lo più sono insufficienti. Il Comune di Trento sta cercando da anni possibili risposte, coinvolgendo il volontariato e tutto il mondo delle associazioni che si occupano di emarginazione. Da quest’anno ha cercato di coinvolgere anche gli stessi senza dimora, puntando su quelli più disponibili a mettersi in gioco.

Incontro Hope a Villa S. Ignazio

Primo piano


Abbiamo parlato con uno di questi “hope”: si chiama Adil e viene dal Marocco. Fino all’anno scorso era anche lui un senza dimora, che cercava disperatamente un posto dove trascorrere la notte. Da quest’anno è l’addetto all’accoglienza a Casa Orlando. “Ogni sera alle 19 apriamo la casa – dice – e gli ospiti arrivano. Offriamo loro the e biscotti e si condivide quello che portano. Se ci sono persone agitate o che hanno bevuto troppo, cerchiamo di tranquillizzarli, di farli ragionare. Possono guardare la tv, giocare a carte o a scacchi, chiacchierare tra di loro, socializzare. La mattina alle 8 devono lasciare la casa”. Adil dice di trovarsi bene e di essere contento di questa attività. Come lui lavorano nelle due strutture di Casa Orlando e Casa Briamasco altri otto “hope”: Omar e Kalilo, provenienti dalla Costa d’Avorio; Habib, che è tunisino; Fabien, originario del Camerun; Issa, proveniente dal Mali; Jamila, una ragazza che viene dal Togo; Muusse, che è somalo, e Mario, italiano. “Il tratto distintivo della gestione – dice Massimo Komatz, coordinatore generale della Cooperativa Villa S. Ignazio è il coinvolgimento diretto degli ‘hope’, cioè persone che vivono o hanno vissuto una situazione di precarietà abitativa e, dopo un percorso di rielaborazione del proprio vissuto, hanno sviluppato risorse da mettere a disposizione nella relazione con l’altro. Questo traguardo è il frutto di un percorso condotto tramite strumenti quali i tavoli di ascolto, gruppi di avvicinamento, un’associazione di promozione sociale per la sensibilizzazione nelle scuole, e ha portato alla costituzione di un gruppo, coordinato da Mario Stolf. Nel 2012 è stato avviato con il Comune di Trento un progetto che prevede diverse attività con il coinvolgimento degli ‘hope’: ad esempio, la mediazione tra pari (cioè tra persone che abbiano problematiche sociali simili ma percorsi di consapevolezza diversi) in biblioteca, dove i servizi vengono spesso utilizzati impropriamente dai senza dimora, l’accompagnamento sul territorio, l’animazione e gestione del servizio di accoglienza festiva presso Villa S. Ignazio. In questo contesto si è attivata la collaborazione degli ‘hope’ in Casa Orlando e Casa Briamasco durante la stagione invernale per gestire l’accoglienza serale e i momenti critici”. “Casa Orlando”, che si trova nella palazzina servizi dietro l’ex civica casa di riposo di via S. Giovanni Bosco, si chiama così in memoria di Orlando Zandonella Callegher, un uomo che ha vissuto per anni la condizione di senza dimora ed è stato tra gli artefici di quel percorso di collaborazione tra servizi sociali, utenti e attori del privato sociale che ha portato a nuove sperimentazioni come questa.

Un giorno di autunno mi sono messa a fare il “cambio di stagione” nel mio armadietto. Fra le cose da tenere e quelle da eliminare mi è capitato in mano un pacchetto di cui mi ero completamente scordata: era un vecchio grembiule ricamato di mia nonna. Lo aveva fatto ancora da ragazza, più di cento anni fa. È l' unica cosa che ho ereditato da lei, l'unica che per mia fortuna non è stata buttata via dai miei cugini che abitano nel posto in cui si trovava la vecchia casa dei miei nonni. La casa dove è venuta al mondo mia mamma non c’è più: nel 1943 i sovietici hanno bruciato l'intero villaggio. Della casa e delle stalle era rimasta solo la cantina esterna nella quale hanno vissuto per tutto l'inverno di quel terribile anno. Dopo la guerra mio nonno ha ricostruito la casa, ancora in legno e ne conservo tanti bei ricordi. Ci venivamo infatti spesso, io e mia sorella, con i genitori, a trovare i nonni. Là trascorrevamo le vacanze estive insieme ai nostri cugini. Conserverò per sempre nel profondo del mio cuore i ricordi di quegli anni. La nonna, come tutte le contadine sovietiche, non aveva tanti vestiti, solo lo stretto necessario, però per le feste si metteva con orgoglio camicette e grembiuli ricamati. Tutto fatto con le sue mani. Con il tempo tutto è cambiato, noi siamo cresciuti, i nonni se ne sono andati. Nuovi arrivati in famiglia hanno ancora ricostruito la casa. I preziosi ricami della nonna sono stati stracciati, buttati. Solo un grembiule è rimasto in soffitta, dove per caso lo ha trovato la sorella più giovane di mia mamma, e me lo ha portato, ricordandosi che io volevo qualcosa dei nonni in loro ricordo. Sarà passato più di un anno da quando mia mamma alla mia richiesta me lo ha mandato, tramite le corriere che viaggiano regolarmente tra Ucraina e Italia. Si preparava un festival ucraino e raccoglievamo oggetti da esporre. Per qualche motivo non è stato inserito nell'esposizione. Poi mi sono dimenticata di questo grembiule, e adesso… Dall'Ucraina arrivano notizie sconvolgenti. Nella piazza principale della capitale la gioventù sta lottando per il suo futuro europeo. Contro di lei sono state scagliate le truppe speciali della polizia. Ci sono tanti feriti tra questi ragazzi coraggiosi. Questi fatti e l'azione criminale della polizia ha risvegliato tutto il paese: anche chi ha aiutato Yanukovych a prendere il potere, oggi dice: basta. Basta sangue, basta imbrogli, basta sfruttamento politico, sociale, nazionale, basta crimini contro il popolo. Basta Yanukovych. Accarezzando quel vecchio grembiule, salvatosi per miracolo, provo a immaginare cosa direbbe la nonna Nastia di tutto quello che sta succedendo in Ucraina. Lei che, rischiando la vita, faceva il pane e lo portava di notte nel bosco per sfamare i partigiani che combattevano per raggiungere l'indipendenza. Fra loro c’erano anche i suoi fratelli e lei cuciva nuovi vestiti, li riparava, li lavava. Cosa direbbe ora? Abbiamo davvero il nostro Stato o viviamo in una illusione?

Primo piano

di Halyna Taratula

di quella di un operatore. Non abbiamo voluto fare regolamenti, perché l’esperienza passata ci ha dimostrato che è inutile fissare delle regole che poi non vengono fatte rispettare. L’obiettivo è quello di gestire la casa come una famiglia: se ci sono problemi ci si siede insieme e insieme si cerca di affrontarli e di trovare una soluzione. Il senso di corresponsabilità è centrale in questa esperienza. Non sono né io né gli ‘hope’ che risolviamo i problemi: ognuno deve essere responsabile. Non tutti accettano, ma nel complesso le cose funzionano”.

RACCONTO Quel ricamo, quanti pensieri


SOCIETÀ

di Mirza Latiful Haque

Inaugurata a Bolzano un’iniziativa per bambini bengalesi e di altri Paesi

Bangla school, una scuola per non perdere le radici Bangla School! Di cosa si tratta? E' un'istituzione accademica? No, vi spieghiamo cos'è. Secondo il Dossier Statistico 2013 sull'Immigrazione, in provincia di Bolzano vi sono circa 50 mila cittadini stranieri regolari (1% degli stranieri presenti in Italia). La percentuale degli stranieri rispetto alla popolazione altoatesina è dell' 8,3%, mentre a livello nazionale questa percentuale è del 7,4%. Tra gli stranieri presenti in Alto Adige vi sono 35 mila cittadini extracomunitari regolari, dei quali il 27,7% sono minorenni. Sono minorenni di varia età, per cui sono diverse le scuole che frequentano (italiane, tedesche, ladine) nel cammino di integrazione nella società locale. Si va dal 13,2% degli asili al 10,1% delle scuole elementari, e dall' 8,9% delle scuole medie al 7,4% delle superiori. Se è positivo il graduale inserimento nel tessuto sociale altoatesino, con apprendimento della lingua e della cultura locale, c'è chi si preoccupa della possibilità che bambini e ragazzi immigrati perdano le loro “radici”; perdano cioè la lingua e la cultura della terra di origine e del popolo di appartenenza. Ecco perché la Comunità Bengalese ha messo in cantiere l'iniziativa di un “doposcuola”. Il progetto è dare la possibilità a bambini e ragazzi bengalesi, ma anche immigrati in generale, di affiancare alla frequenza regolare dei cicli scolastici, alcu-

ne ore in cui vengano aiutati a conoscere e approfondire la propria lingua madre e la cultura del proprio popolo, per non dimenticare le “radici”, ma anche la lingua (italiano, tedesco) e la cultura della terra in cui si trovano a vivere. Ciò affinché possano essere il più possibile cittadini consapevoli e attivi. L'iniziativa è stata inaugurata lo scorso 9 novembre presso la “Casa Migrantes” della Caritas, Centro accoglienza immigrati, via Roma 85, Bolzano. Il gruppo iniziale di destinatari dell'iniziativa era di una trentina tra bambini e ragazzi, salito a 45 nei giorni successivi. Con la partecipazione di numerosi bengalesi, l'iniziativa è stata presentata all'assessore provinciale Christian Tommasini. L'assessore, sua moglie e i due figli hanno potuto conoscere i bambini e ragazzi partecipanti e i loro genitori, mostrando apprezzamento e interesse per l'iniziativa. La “Bangla School”, come è chiamata l'iniziativa del doposcuola, è ai primi passi, con qualche ora settimanale nel locale messo a disposizione nella “Casa Migrantes”. Tra gli auspici, oltre a quello di avere ulteriori collaborazioni, vi è quello di poter usufruire di locali più spaziosi, per poter sviluppare meglio e in modo continuativo l'attività. In particolare si spera nell’ aiuto dell'Ente pubblico.

Due momenti dell'inaugurazione della Bangla School, presenti Mirza Latiful Haque e l'assessore Christian Tommasini

Società


SOLAR MAMAS

La polizia in "raising resistance"

di Alberto Lavelli

A Trento nell'ambito di Tutti nello stesso piatto, festival internazionale di cinema, cibo e videodiversità

Premiato il film “Solar Mamas”

Premio Amnesty Italia alla migliore opera incentrata sui diritti umani Dal 5 al 27 novembre si è svolta a Trento la quinta edizione di "Tutti nello stesso piatto", Festival internazionale di cinema, cibo e videodiversità. Durante la serata conclusiva è stato assegnato il Premio Amnesty Italia alla migliore opera incentrata sui diritti umani. La giuria ha deciso di assegnare il Premio Amnesty Italia "Io pretendo dignità" a "Solar Mamas" di Jehane Noujaim e Mona Eldaief, un'opera che mette in evidenza la tenacia, la caparbietà delle donne, la loro lotta contro il patriarcato e usi, costumi e tradizioni discriminatori. L'esperienza raccontata nel film mostra che le vie della cooperazione allo sviluppo passano dalla tenacia, dall'originalità e dalla capacità di adattarsi alle realtà locali. "Solar Mamas" lascia un messaggio di speranza a cui è bello aggrapparsi. Allo stesso tempo, dimostra come il fatto che le donne siano obbligate a fare scelte tanto dolorose, di distanza fisica e affettiva,

Premio Amnesty Italia 2013 Nell'intento di diffondere i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e consapevole dell'importanza della cinematografia come mezzo di trasmissione di valori quali il rispetto e la conoscenza reciproca tra gli esseri umani, la Sezione Italiana di Amnesty International e il festival "Tutti nello stesso piatto" indicono il Premio Amnesty "Io Pretendo Dignità" da assegnare a opere incentrate sui diritti umani. Un'attenzione particolare sarà riservata alle opere che si ispireranno ai temi della campagna "Io Pretendo Dignità", cioè che metteranno in rilievo il legame tra diritti umani e povertà. La povertà non è né naturale né inevitabile ma è il risultato di decisioni. La povertà non è solo relativa alla mancanza di risorse ma soprattutto ai comportamenti e alle scelte di chi detiene il potere.

per poter realizzare le loro capacità sia un ulteriore ostacolo da sfidare e superare. La giuria ha deciso inoltre di attribuire una menzione speciale a "Raising Resistance" di Bettina Borgfeld e David Bernet per la capacità di cogliere tutti i punti di vista, per la scelta di un tema veramente globale e per la capacità di creare continui collegamenti dal particolare al globale e viceversa. E' un film in grado di mobilitare, di far capire che senza il contributo di ciascuno e senza la disponibilità al sacrificio personale i diritti umani rischiano di restare formule vuote. La giuria del premio Amnesty Italia era composta da: Emiliano Bos (inviato Radiotelevisione Svizzera), Maria Cadonna (attivista Amnesty), Beatrice De Blasi (Direttrice Festival), Alberto Lavelli (attivista Amnesty), Maria Rosa Mura (ideatrice Gioco degli Specchi. MigrantiCultura Società), Riccardo Noury (portavoce Amnesty Italia), Marco Pertile (Professore di diritto internazionale dei conflitti armati, Università di Trento).

Il Gruppo di Amnesty International di Trento Amnesty International è presente a Trento fin dalla metà degli anni Ottanta. Il gruppo svolge attività di promozione dei diritti umani organizzando concerti e iniziative pubbliche su temi specifici legati ai diritti umani. Svolge inoltre attività di educazione ai diritti umani nelle scuole. Il gruppo si riunisce il primo e il terzo mercoledì del mese alle 20.30 presso la sede di via dei Tigli 4 a Trento (email: gr150@amnesty.it).

Diritti umani


Foto Mohebi

di Nicole Valentini

Per mesi hanno dormito in strada, ora hanno trovato un posto caldo

Dall’Afghanistan a Trento: il viaggio di tre ragazzi in cerca d’asilo Quando attraverso gli amici Soheila e Razi Mohebi, registi afghani rifugiati in Trentino, sono venuta a conoscenza che tre ragazzi afghani dormivano per strada da alcuni mesi, è emerso il mio atteggiamento naïf. Come è possibile, mi sono chiesta, che in una ricca città come Trento, dei richiedenti asilo dormano per strada? All’ingenuità è seguito lo sdegno. Nur, Amir e Hadi (nomi di fantasia che utilizzerò per tutelare la loro privacy) sono tre ragazzi provenienti dall’Afghanistan; appartengono tutti all’etnia Hazara, una delle etnie maggiormente discriminate e perseguitate di questo Paese. Poco più che adolescenti hanno abbandonato la loro casa ed hanno iniziato il Viaggio. A piedi e con mezzi di fortuna hanno attraversato il Pakistan, l’Iran, per arrivare in Turchia ed infine in Europa. Incontro Nur lunedì, fuori dalla biblioteca comunale di via Roma, dove ogni tanto i ragazzi vanno il pomeriggio per scaldarsi un poco. Ho tentato di aiutarli a trovare una sistemazione per la notte, ma tutte le associazioni hanno risposto all’unisono: “non c’è posto, mi dispiace, siamo pieni”. Nur appare il più serio, ti guarda con quello sguardo dolce ma grave di chi sta lentamente abbandonando ogni speranza. “Sei molto giovane” gli dico, mi guarda negli occhi e risponde: “sì, ma sai tutto quello che ho visto e che ho vissuto...” si poggia una mano sul cuore ma non termina la frase, io annuisco, so già cosa vuole dirmi. Passo con loro il pomeriggio e poi li saluto per lasciarli andare a mangiare alla Caritas. Ci ritroviamo più tardi alla stazione per andare a Rovereto, dove ogni giorno alle 19 devono andare a mettere la loro firma al dormitorio in attesa che un posto si liberi, ma anche quando ciò avviene, sono poche le notti che possono trascorrere all’interno della struttura. Uno di loro mi chiede se ho fame e mi offre un frutto, l’unica cosa che ha. Gli chiedo se le loro famiglie sanno che sono qui. Tutti mi rispondono di no. Nur mi dice che la sua famiglia abita in una zona, Ghazni, circondata dai talebani e per lo più priva di connessioni telefoniche, Hadi mi dice di aver perso tutta la sua famiglia, massacrata qualche anno fa dai kuchi talebani: non riesco nemmeno a dirgli che mi dispiace, ogni parola mi sembra superflua.

Fortezza Europa

Quanti ragazzi come loro vivono per le nostre strade? Nascosti alla nostra vista, cacciati dalle stazioni e persino dai parchi, perché a Trento non si parli di degrado. L’unico degrado che vedo io è quello delle nostre coscienze, afflitte da rinuncia e fatalismo, per cui tanto non cambia nulla e comunque non è nostro compito fare in modo che qualcosa cambi. Se per cento persone che si indignano ce ne fossero cinquanta disposte ad agire, di persone che dormono per strada non ce ne sarebbero quasi più. Anche il semplice parlarne o scrivere ai giornali è fare qualcosa. Qualcuno potrebbe venire a conoscenza della situazione e decidere di portare dei vestiti o del cibo a queste persone, o semplicemente andare a parlare con loro, ad ascoltare la loro storia, per fargli capire che non sono abbandonati. Non è solo un dovere delle istituzioni, è un dovere di tutti portare alla luce queste problematiche ed intervenire ognuno nel proprio piccolo e secondo le proprie possibilità. La sera arriva ed è molto freddo, il vento mi gela le mani. Li guardo e porgo loro le mie scuse: “Ho fallito, mi dispiace. Ero sicura che sarei riuscita a trovarvi un posto per dormire”, “non preoccuparti per noi, siamo abituati”, dice Nur. “Questa è la vita” mi dice Amir. Vorrei dirgli che no, questa non è vita e che no, non smetterò di preoccuparmi per loro, perché dopo averli conosciuti, lo sdegno si è trasformato in tristezza e frustrazione, ma anche in ammirazione per questi ragazzi così dolci e gentili che mi hanno dato tanto pur non avendo nulla. Post scriptum: E la dimostrazione che la denuncia e l’impegno possono cambiare le cose è arrivata anche in questo caso. I tre ragazzi afghani hanno ottenuto un posto caldo in cui dormire, grazie alla mobilitazione di Razi e Soheila e a diverse associazioni (tra cui Volontarinstrada, Centro sociale Bruno, Trentino Responsabile, Associazione Richiedenti Terra, Si Minore onlus, Refresh_lab, Associazione Yaku, Associazione Ya Basta) che hanno firmato un appello per l’apertura di un nuovo dormitorio a Trento. Hanno risposto all’appello l’assessora comunale Maria Chiara Franzoia, quella provinciale Donata Borgonovo Re e la Curia attraverso la Fondazione Comunità Solidale.


di Silvia Camilotti e Maria Rosa Mura

Le riflessioni dei nostri ospiti nel convegno di novembre 2013

Migranti Cultura Società Dall'importanza della lettura storica delle migrazioni alla nuova società plurale alle politiche dell'immigrazione in Italia

DALLA PAURA ALLA SPERANZA:

PER IL BENESSERE COMUNE Il convegno Migranti cultura società si è svolto nell'ambito della settimana annuale del Gioco degli Specchi in occasione del decennale 2003-2013. Tema della settimana di quest'anno era Dalla paura alla speranza: per il benessere comune. Il convegno si è aperto con la relazione di Paola Corti, docente di Storia contemporanea presso l'università degli studi di Torino, che ha affrontato il tema delle migrazioni offrendo una prospettiva di ampio respiro: il percorso di taglio diacronico che ha offerto ha permesso al pubblico di cogliere la continuità delle migrazioni da e verso l'Italia. Nelle parole della docente, la nostra penisola ha assunto una centralità dal punto di vista del fenomeno migratorio, in quanto crocevia di passaggi, partenze e arrivi documentati sin dai secoli più remoti. Il rilievo che assume questa prospettiva nell'ambito di una lettura delle migrazioni contemporanee in Italia è decisivo: il taglio storico consente infatti di sottolineare l'inevitabilità del fenomeno migratorio e soprattutto la sua non eccezionalità, paradigma a cui invece il discorso pubblico e mediatico di questi tempi fa particolare ricorso. Avvalorare immagini quali quelle dell'invasione o dei numeri ingestibili non solo consente di trattare le migrazioni alla stregua di una emergenza ma crea ansie, paure e diffidenze. Mostrare invece come le persone da e verso l'Italia si siano sempre mosse permette di modificare il nostro

sguardo oggi, contrastare pregiudizi e uscire dall'ottica emergenziale che è di breve respiro, caotica e rischia derive in nome della sicurezza pubblica. Graziella Favaro, esperta di didattica interculturale e di insegnamento di italiano come lingua seconda, non ha potuto prendere parte ai lavori, ma ci ha inviato la sua relazione che è stata distribuita al pubblico. Il suo intervento "La cultura si declina al plurale. Per una pedagogia della convivenza interculturale", seppure nella specificità e peculiarità che lo ha caratterizzato, condivide la medesima impostazione del contributo di Paola Corti, in quanto non agita lo spauracchio delle migrazioni (in tal caso declinato nella presenza di "troppi" studenti "stranieri" nelle aule scolastiche) ma ne valorizza l'apporto e il contributo positivo: "La situazione multiculturale nella quale crescono oggi le nuove generazioni può diventare un’occasione di scambio interculturale a patto che ciascuno possa decentrarsi senza temere di perdersi, incorporare le differenze nella consapevolezza della propria identità, costruire un contesto comune senza negare la propria storia". Consapevolezza dunque delle peculiarità di ciascuno e trasformazione di quelli che possono apparire a prima A questo link il video con gli interventi dei relatori http://www.youtube.com/user/ IlGiocodegliSpecchi

vista ostacoli in potenzialità di crescita per tutti e tutte.

Angelo Villa: È difficile incontrare

chi è diverso da noi? Lo psicoanalista fa ampi riferimenti alla sua esperienza professionale, anche con immigrati, per dare una risposta positiva alla domanda che dà il titolo al suo intervento: è certamente difficile mettersi in relazione con gli altri. Non si tratta di rapporti tra noi e loro, di incontro tra italiani e immigrati, non parliamo di stranieri, ma di straniero: ciascuno è straniero per l'altro e lo straniero, lo sconosciuto, il nuovo è il nemico e spaventa. In che modo allora possono mettersi in relazione le persone, che legami possono stabilire? Perchè sono le persone che si mettono una di fronte all'altra, non le culture e le etnie. Le etnie stesse non sono blocchi compatti, ma presentano certamente conflitti al loro interno, se non altro di tipo generazionale. Il confronto si può dunque costruire a partire da un senso di mancanza, dalla consapevolezza dei propri limiti, dalla capacità di mettersi in gioco, da una forma di umiltà che consente il rispetto per l'altro. La liturgia delle radici, l'affermazione dell'identità spinge lo sguardo all'indietro, mentre invece la vita è movimento. Le radici vanno concepite come eredità, ma le persone evolvono e nel rispetto gli uni degli altri costruiscono qualcosa di nuovo, una città che vive. Culture in gioco


di Serena Tait

Una prospettiva di diritti per tutta la società Silvia Camilotti

Lucidità, ironia e passione sono stati gli elementi che hanno caratterizzato l’intervento di Mercedes Frias, attivista e impegnata nell'associazionismo degli immigrati. Prima di avanzare alcune proposte di cambiamento possibile ha fatto il punto sulle politiche dell’immigrazione in Italia, prendendo in considerazione tre aspetti: giuridico, economico e culturale. Il primo può essere definito come un sistema normativo teso ad elaborare un “diritto speciale degli immigrati”, che di conseguenza dal punto di vista sociale, politico ed economico sono stati costruiti negli ultimi vent’anni come “soggetto altro” rispetto ai cittadini, con una progressione di interventi legislativi in costante contrasto con i traguardi relativi ai diritti della persona, raggiunti in Italia nel dopoguerra. L’immigrato vive pertanto in una situazione di “distribuzione differenziata dei diritti”, che la Frias rappresenta come una piramide rovesciata che vede in cima i cittadini/e italiani che godono di pieni diritti, almeno sul piano formale, e alla base i cittadini extracomunitari sprovvisti di permesso e definiti con la parola “clandestini”. In mezzo troviamo i cittadini comunitari, i cittadini di paesi terzi titolari di permesso come lungo-soggiornanti e i cittadini con permesso di soggiorno temporaneo per lavoro o studio. Cittadini/e italiani, che godono di pieni diritti, almeno sul piano normativo, formale Cittadini/e comunitari (con qualche diritto in meno rispetto agli italiani) Cittadini/e di paesi terzi (extracomunitari) con permesso di soggiorno come lungo-soggiornanti Cittadini/e con permesso di soggiorno temporaneo Cittadini/e sprovvisti di permesso di soggiorno

Ottenere il permesso di soggiorno come lungo-soggiornanti in realtà è un percorso ad ostacoli che riescono a superare in pochi rispetto al numero degli aventi diritto che hanno il dovere di dimostrare di possedere i requisiti richiesti. La fascia dove è concentrato il maggior numero di immigrati è quella del permesso temporaneo, che ad ogni modifica norma-

Culture in gioco

Angelo Villa

tiva si è sempre più ristretto nella durata e comporta il pagamento di tasse sempre più pesanti. Questa è l’area della precarietà esistenziale e il permesso fa la differenza tra esistere e non esistere. La perdita del lavoro comporta una doppia punizione, data la conseguente perdita del diritto di soggiorno. Le priorità del governo sulle politiche migratorie hanno due obiettivi principali: 1. garantire la sicurezza pubblica e contrastare l’immigrazione clandestina. 2. Favorire l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati regolari, assicurando un’azione sociale Di fatto in questi anni la politica si è basata su una visione “emergenziale” dell’immigrazione, vista soprattutto come un problema di ordine pubblico. Di qui il prevalere di interventi di “contrasto” che hanno dimostrato di incontrare il favore della base elettorale di cui assecondano le paure. Basti pensare che dal 2008 al 2012 sono stati investiti 1 miliardo e 679 milioni di euro per politiche di contrasto e solo 543 milioni di euro per interventi di inclusione degli immigrati. Sul piano economico l’alterità dell’immigrato riguarda la “competizione orizzontale”. Soprattutto in periodi di crisi l’immigrato, arrivato per ultimo, viene vissuto come un pericolo rispetto al benessere, un concorrente sul piano del lavoro e dei servizi pubblici, e questo scatena la competizione tra esclusi, italiani esclusi contro stranieri esclusi. E questo anche se gli immigrati producono una quota consistente del PIL. In ogni caso i diritti dovrebbero riguardare il cittadino in quanto persona e non sulla base della sua redditività. È soprattutto parlando di cultura della migrazione che Mercedes Frias mette in campo l’ironia e l’occhio esercitato da anni di permanenza in Italia, anche con importanti incarichi istituzionali. Per quanto riguarda l’”interculturalità asimmetrica”, ricorda infatti che tutti quelli che amano l’”interculturalità del cous cous” chiamano con frequenza gli immigrati e danno loro la parola purché vengano rispettate alcune condizioni: • Devono offrire uno spettacolo antropologico, soprattutto le donne, meglio ancora se nere, la cui fisicità le ancora fortemente ad un’identità “altra”. • Devono essere autobiografici, dare testimonianze. Difficilmente viene chiesto loro di parlare di qualcosa di diverso rispetto alla propria esistenza. All’immigrato viene applicata una diversa nozione di cultura e il confronto interculturale (in particolare etnico) risulta così


Foto Alessio Coser Mercedes Frias

Paola Corti

invariabilmente dispari, magari con una sorta di razzismo alla rovescia. Citando il sociologo algerino Abdelmalek Sayad che per l’immigrato parla di “doppia assenza”, la Frias rovescia il concetto in quello di “doppia presenza”, che si traduce in apporti fondamentali sul piano economico sia nel paese di origine, con le rimesse, sia in quello di accoglienza con il contributo al PIL. Anche sul piano culturale sono altrettanto importanti, anche se a volte problematici, i cambiamenti di cultura e stili di vita nelle due direzioni. Ognuno modifica il posto in cui sta, ma anche quello in cui torna. Passando ora alle proposte di cambiamento si potrebbero sintetizzare così: sul piano giuridico si dovrebbe andare nella prospettiva della normalizzazione e una volta stabilite le regole d’ingresso, per tutto il resto dovrebbero valere le normative che si applicano a tutti gli altri cittadini; sul piano economico si tratta di unificare

Anna Vanzan

le istanze degli esclusi e non di metterle in contrapposizione, anche perché una piattaforma comune minima di diritti, soprattutto in tempo di crisi, eviterebbe che vengano erosi anche i diritti degli altri. Bisogna avere il coraggio di osare e in questo senso l’esempio di piccoli comuni come Riace, che ha trasformato l’accoglienza in un processo di rinascita sociale ed economica, sono molto importanti. Infine sul piano culturale si deve partire dalla soluzione di un problema ontologico: l’immigrato è persona o no? Ognuno deve fare la propria parte per il cambiamento se vogliamo davvero raggiungere l’obiettivo di un ‘accoglienza paritaria. “Ora - sottolinea la Frias - il razzismo alla rovescia dei ben intenzionati fa sì che anche se dico stupidaggini nessuno osa dirmelo perché sono nera. Ma la società che vorrei è quella dove ho il diritto di essere quello che sono, guardata non come una sorella minore ma in modo paritario.”

di Lidia Saija

Donne, islam e corpo L'intervento di Anna Vanzan, iranista e islamologa, si è incentrato sul ruolo delle donne come trasmettitrici di identità e cultura e sull'importanza che questo compito implica nell'atteggiamento nei loro confronti. Le donne filtrano il rapporto della cultura occidentale con il mondo musulmano; lo stereotipo negativo persiste, la poligamia e il velo mettono in crisi il modello di donna occidentale. La studiosa si concentra in particolare sui cosiddetti “delitti d'onore”, mascherati sotto l'aspetto religioso: un peccato compiuto dalla donna ai danni della famiglia, essendo la famiglia una delle istituzioni portanti della società, viene compiuto ai danni dell'intera società e la sua definizione deriva dal Corano. In particolare dalla sura coranica, capitolo 4, verso 34: responsabilità degli uomini, prescelti da Dio, sulle donne (devono essere solleciti e mantenerle); per le donne per le quali si teme disobbedienza occorre ammonirle, lasciarle sole nei loro letti, e poi batterle, ma se le donne ubbidiscono non bisogna cercare pretesti per maltrattarle, che Dio è grande e sublime. Questa lettura del Corano è sempre più considerata maschilista e contestata. Da quando, nell'Ottocento, le comunità musulmane si sono trovate sotto il tacco coloniale si è resa evidente la necessità di una revisione. Il Corano, essendo parola di Dio, è immutabile, ma l'interpretazione della parola di Dio è umana e quindi modificabile. È su questo che ragiona una recente (anni Ottanta) corrente riformista, della quale sono protagoniste le donne. La teologa statunitense Amina Wadud, afroamericana convertitasi all'Islam negli anni Settanta, sottolinea la necessità di contestualizzare il significato delle parole, sia rispetto ad una dimensione temporale, sia rispetto

al contenuto dell'intero Corano. Ad esempio, la parola tradotta con “battere” ha anche il significato di “andarsene”, “fare un viaggio”; “disobbediente” ha piuttosto il significato di “persona che si mette in dialogo”; e “guardiani” inteso più come sostentamento. Questa interpretazione consente di non considerare una superiorità ontologica dell'uomo sulla donna, anche perché questo contrasterebbe con altri brani coranici che dicono che uomini e donne sono uguali. A essere punite per la loro disobbedienza attualmente sono soprattutto le ragazze (figlie), che in contesti di migrazione in altri Paesi, hanno la colpa di adeguarsi ai costumi del Paese ospite (niente velo, o frequentazione di ragazzi non musulmani). Il delitto viene sempre accuratamente pianificato, viene messo in atto dagli uomini della famiglia, ma spesso con l'istigazione e la complicità delle altre donne di casa. Sono sempre molto violenti, perché vi si attribuisce un significato catartico: il corpo ha peccato e il corpo va punito. E in nessun caso (quantomeno tra quelli resi pubblici), si è mai verificato un episodio di pentimento dopo il delitto. Come si è già detto, in contesti di migrazione, le cose si esasperano, in quanto, ancor di più, il corpo delle donne rappresenta il confine tra la comunità e l'esterno. Tuttavia, la sempre più ampia contestazione dell'interpretazione maschilista del Corano, lascia ben sperare per il futuro e qualche segnale già si nota, ad esempio in Marocco dove è stata di recente promulgata una legge a favore delle donne, e in Tunisia, dove nei giorni scorsi la Costituente ha introdotto il principio della parità tra uomo e donna nelle assemblee elette.

Culture in gioco


Foto Elena Bazzanella

di Gergana Blyantova

L'ora del Gioco con Maria Cecilia Campillo

L'ora del Gioco con Cristina Rebek

L'ora del Gioco, incontri periodici alla libreria Drake Scorci di letteratura araba contemporanea La censura – è stata questa la parola chiave attorno a cui girava Un esempio della censura sociale la si ritrova nella vita del poeta il discorso di Rawaa Olabi, il 5 dicembre scorso alla libreria unisiriano Nizar Qabbany. Egli ha avuto un grande ruolo nel rompere versitaria Drake di Trento. Una presentazione piena di emozioni – l’immagine tradizionale della donna araba. Ha dedicato moltissirabbia, indignazione e rifiuto dei limiti imposti, amore e nostalgia me poesie alla donna, descrivendo il corpo femminile, parlando verso il proprio paese, passione per la letteratura araba. I protadella libertà della donna e incentivandola ad esprimere se stesgonisti di questa presentazione coinvolgente erano tre dei colossi sa. È considerato uno dei migliori poeti arabi contemporanei. Una della letteratura araba contemporanea che, essendone vittime, gran parte della società non accetta le sue poesie perché canta incarnano i tre tipi di censura che esiste tuttora nel mondo arabo il corpo della donna senza finto pudore, con un linguaggio mole islamico – la censura religiosa, sociale e politica. to ricco, più vicino alla lingua parlata e limitando l’uso dell’arabo Nel 1988 lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz ricevette il premio classico. È stato condannato dai suoi avversari a causa dei suoi Nobel per la letteratura, primo e unico autore arabo fino ad oggi. appelli all’uguaglianza tra donna e uomo. Rawaa ci ha parlato del romanzo che segnò di più la vita dello scritL’ultimo autore presentato era Adonis – un poeta siriano, definito tore, “Il rione dei ragazzi”, che nel 1959 scatenò un forte dibattito come un poeta rivoluzionario arabo. Il nome Adonis ( pseudonimo tanto che la sua pubblicazione fu bandita. Dopo che era apparso di Alī Ahmad Sa'īd Isbir) rappresenta un dio fenicio, forse perché la a puntate su un giornale letterario, i religiosi lo dichiararono opera Fenicia è il Libano contemporaneo dove il poeta si trasferì per cerblasfema, così il libro intero non venne pubblicato, ma uscì anni care maggiore libertà d’espressione. La rivoluzione di Adonis si è dopo in Libano mentre in Egitto circolavano copie illegali. Vide la tradotta nello sradicare la poesia araba tradizionale per proiettarluce solo dopo la morte dello scrittore nel 2006 e solo dopo che la nella poetica moderna, affrontando tematiche sociali, politiche un intellettuale islamista scrisse e rompendo gli schemi classici, per Tre dei colossi della letteratura araba esprimersi nelle nuove forme della l’introduzione rivedendo la vecchia condanna di oltraggio all’islam. prosa e del verso libero. È stato un contemporanea che, essendone Nel 1994 lo scrittore fu anche vitcompito non facile, visto che nel tima di un attentato da parte di vittime, incarnano tre tipi di censura: mondo arabo la poesia rivestiva e integralisti islamici, ferito da due riveste tuttora un ruolo dominante religiosa, sociale e politica coltellate davanti a casa sua. Ciorispetto alle altre arti. Tale tradiziononostante Mahfuz non ha voluto ne risale all’epoca preislamica, in lasciare il proprio paese. Quello che aveva provocato la rabbia dei cui i nomadi del deserto erano soliti raccontare ed esprimere la religiosi islamici era il fatto che, secondo loro, i personaggi del rovolontà popolare del proprio clan in versi. Si organizzavano delle manzo incarnavano Dio e i profeti – Mosè, Gesù, Maometto. Pergare di poesia e le migliore poesie venivano scritte con l’oro su un fino Dio veniva concretizzato nella figura di Ğabalawī, il capostipipezzo di stoffa e appese nell’attuale Kaaba alla Mecca. Adonis è te e fondatore del quartiere, ucciso da Arafa (nome che in arabo stato perseguitato per le sue idee politiche e i suoi concetti rivosignifica conoscenza). Secondo i religiosi questa era una persoluzionari e ha passato quasi tutto il servizio militare in prigione. nificazione della scienza moderna e assomigliava al discorso di Molto noto e tradotto in tutto il mondo in Italia gli è stato assegnato Nietzsche che dichiara la morte di Dio. Così il libro fu bandito in nel 1999 il Premio Nonino per la poesia. tutti i paesi arabi, tranne il Libano. Una dimostrazione di quanto A dimostrazione che la censura può rendere difficile la vita degli sia potente la censura religiosa nel mondo arabo. scrittori, non soffocare del tutto la loro voce.

Culture in gioco


di Maria Rosa Mura

Un passo in avanti per modificare la geografia dell’Europa e la vita di milioni di persone

La Carta di Lampedusa Decine di movimenti e associazioni lavorano insieme per incontrarsi a Lampedusa e cominciare da lì a riscrivere la mappa dei diritti di tutti

Per diffondere l’evento k Lampedusa su Faceboo facebook La Carta di edusa Twitter #cartadilamp

Melting pot Europa, il noto sito per la promozione dei diritti di cittadinanza, attivo dal 1997, ha lanciato un appello già raccolto da molte associazioni e persone perchè gli italiani contrari alla attuale politica sull'immigrazione premano per cambiarla nel rispetto dei diritti umani e della Costituzione. Di fronte ad una tragedia tutti piangono e le autorità sfilano, lanciando promesse a manciate, poi i giornali non ne parlano più e tutto procede come sempre fino alla prossima disgrazia. Del naufragio del 3 ottobre a Lampedusa con 368 morti nessuno parla più, ma la tragedia sono le migliaia di morti nel Mediterraneo, circa ventimila negli ultimi venticinque anni, mentre l'Italia e l'Europa non smettono di investire miliardi di euro nei pattugliamenti militari dei confini e nell'erezione di barriere di ogni tipo. Ma le frontiere dell’Europa non producono solo morti. I confini hanno effetti devastanti

sulla vita di chi li attraversa e su quella di tutti noi: attraverso i dispositivi di controllo impoveriscono i diritti di tutti, creano differenze e discriminazioni. Melting pot ha organizzato un primo momento di confronto tra chi ha aderito all'appello e il 29 novembre si è tenuta un’assemblea online con cinquantanove postazioni internet collegate, oltre settanta associazioni, collettivi, piccole e grandi organizzazioni, per decidere le iniziative da attuare. L’appuntamento ora è per i primi giorni di gennaio quando si riunirà nuovamente online l’assemblea, mentre dal 31 gennaio al 2 febbraio è convocato un incontro sull'isola per redigere la Carta di Lampedusa, una fonte di diritto dal basso. «Un diritto alla vita che metta al primo posto le persone, la loro dignità, i loro desideri e le loro speranze, un diritto che nessuna istituzione oggi riesce a garantire, un diritto da difendere e conquistare, un diritto di

tutti e per tutti. Un diritto che nasce dalle rivendicazioni dei rifugiati accampati nelle piazze, dalle voci di donne e uomini che chiedono la libertà di muoversi o di restare dove hanno scelto di vivere, dalle mobilitazioni contro le espulsioni ed i respingimenti, dalle occupazioni delle case vuote mentre milioni di persone non hanno più un tetto, dalle lotte per il reddito, la dignità nel lavoro e contro lo schiavismo del caporalato, dalle iniziative di solidarietà e dalle pratiche di mutuo soccorso e cooperazione, dalla forzatura dei dispositivi giuridici dati, dai percorsi di contrasto alle discriminazioni ed al razzismo, dalle battaglie contro i centri di detenzione e confinamento e per dare corpo a nuovi diritti di cittadinanza più estesi e plurali, che cancellino ogni presupposto escludente che ha caratterizzato questo istituto negli ultimi decenni.» Non solo diritti per i migranti, ma un nuovo luogo dei diritti per tutti.

Partecipa alla stesura della Carta di Lampedusa Un WikiBlog permette di iniziare a scrivere collettivamente la proposta da discutere sull’isola: lacartadilampedusa.org Per richiedere un account per la collaborazione alla stesura del documento: info@lacartadilampedusa.org

QUESTI GLI ARGOMENTI: LIBERTA' DI CIRCOLAZIONE (Militarizzazione, esternalizzazione controlli, regolazione visti, accordi bilaterali, respingimenti, Regolamento Dublino, Accordi Schengen e frontiere interne, Direttiva 38, ecc.) DIRITTO D'ASILO E ACCOGLIENZA (Garanzie protezione internazionale, Nuovi scenari globali, Prima accoglienza, Progetti di accoglienza, inserimento, precarietà abitativa, emarginazione, minori,ecc.)

LIBERTA' PERSONALE (CIE, detenzione amministrativa, espulsioni, carcerizzazione e circuiti penali, ecc.) DIRITTI DI CITTADINANZA (Sfruttamento, lavoro, burocrazia del disprezzo, gerarchie della cittadinanza, diritti sulla base della residenza, discriminazioni, minoranze, salute, ecc.). SUGGERIMENTI Se vuoi proporre un nuovo argomento (non compreso in quelli precedenti) o hai altri suggerimenti per costruire la Carta di Lampedusa usa questa sezione

Migranti


RACCONTO

di Gracy Pelacani

Caffè lungo nei bicchieri di carta: più case, più appartenenze Si diedero appuntamento la mattina presto nell’edificio prin- risponderle. Così fecero, e lei iniziò dagli aspetti che non cacipale. La vide arrivare da in fondo al corridoio, un caschet- piva di quel paese, e che i libri letti e riletti fino a quel momento di capelli rossicci incorniciava il viso pulito di una donna to non erano stati ancora in grado di spiegarle. Ma prima, giovane. Portava una gonna grigio grafite al ginocchio e un cercò di spiegare la sua curiosità e interesse per il curioso e golfino rosa chiaro dalle linee morbide. Si guardarono, proba- unico modo che quel paese aveva di pensare alla cittadinanbilmente riconoscendosi, ma non si parlarono subito, rima- za. Ogni cittadino aveva, per definizione, già tre cittadinanze: nendo in attesa di un cenno di conferma che non arrivò. Allo- quella nazionale, quella regionale, e quella comunale. Nel ra, non appena la vide entrare nella caffetteria, ormai certa corso della sua vita il numero poteva solo crescere. Al sentiche fosse la persona che aspettava, si avvicinò, indossò un re queste parole, il sorriso che le indirizzò la giovane donna sorriso cordiale quasi a conferma della sua identità, e porse non era uguale al precedente, ma portava, invece, i segni la mano in cenno di saluto. Dopo le presentazioni aggiunse dello stupore che provoca il sentir parlare con i toni dell’amun grazie per il suo tempo, che la giovane donna ricambiò mirazione di qualcosa che per noi è sempre stato una realtà, con un sorriso ed uno sguardo gentili. Prende qualcosa? Un una normalissima realtà. Con tono divertito aggiunse che, da caffè, grazie. Nel vedere la signora dietro il bancone versare sposata, aveva acquisito anche le cittadinanze del marito, e dentro il lungo bicchiere di carta il caffè lungo, molto lungo, ora ne poteva vantare ben cinque. Prese anche dal portafogli che si beveva da quelle parti, tornò a farle visita quella fitta di la carta di identità, e le mostrò il nome del paese in cui era nostalgia comparsa inaspettatamente qualche giorno prima. nata e quello dove viveva ora con il marito. Ogni nome due Le mancava il caffè di casa sua, la tazzina piccola e calda, la cittadinanze, solo quella nazionale non si era moltiplicata. superficie color crema che si formava sopra i due o tre sorsi Lei, allora, non poté che chiederle come mai, nonostante la di una bevanda che era il simbolo di un paese. Avrebbe po- molteplicità delle appartenenze e identità che l’avere più cittuto tentare di ordinare un espresso, ma non era una che si tadinanze porta con sé, fin da tempi lontani, alla base del loro modo di pensare a questo legame, quello stesso paese accontentava di vivere di illusioni. Non che ci fosse nulla di male a sentire nostalgia delle cose era anche uno dei luoghi in cui era più difficile divenire cittadi casa, solo che lei aveva sempre pensato, semplicemen- dini, se il destino aveva voluto, per caso, che il proprio luogo te, che non era una sensazione da mettere in conto per il di nascita fosse molto lontano da lì, o che lo fosse quello dei tipo di vita che aveva scelto per se stessa. Valigia sempre propri genitori. Aggiunse che nel paese che le aveva dato una delle sue due cittadinanze, che pronta, mai per troppo tempo sotto lo stesso letto o dentro lo Come studiosa pensava che dovesse a molti già sembrano troppe, era un argomento di cui negli stesso armadio, scarpe comode essere il luogo in cui si decideva di ultimi tempi si era molto discusper i sali scendi di aeroporti e stazioni ferroviarie. Casa potevivere a determinare la cittadinanza, so, perché nemmeno lì si dà il caso che divenire cittadini fosva essere dovunque, bastava dovunque si fosse nati se molto semplice. Eppure, ci che ci fosse sulla mensola la voleva meno tempo che da loro. foto del nonno, quella di papà e mamma il giorno del loro matrimonio, e che non venisse Ancora una volta le ritornò indietro un sorriso, ancora una mai dimenticato un libro di fotografie regalatole da una per- volta fu diverso da quelli precedenti. Il suo sguardo fissò per sona amata. E se il caffè non era il punto forte del suo nuovo alcuni secondo il tavolo, ad indicare che, almeno lei, spiepaese, avrebbe preso l’abitudine di bere qualcos’altro. Così gazioni valide non le aveva, e che i vecchi motivi erano, oraveva sempre pensato. Eppure, qualcosa stava cambiando, mai, privi di senso. Per alcuni secondi non seguirono parole. e lei aveva come l’impressione che il caffè fosse solo l’inizio. Poi, Christine disse che come studiosa pensava che dovesse Prese il suo bicchiere di carta, e avvicinandosi al tavolo essere il luogo in cui si decideva di vivere a determinare la all’angolo dove Christine si era appena seduta, sentì quel cittadinanza, dovunque si fosse nati. Fu lei, questa volta, a che le parve essere invidia per questa giovane donna così a rispondere con un sorriso, e sentì, allo stesso tempo, sfumasuo agio nei suoi panni, e così contenta del suo caffè lungo re l’invidia, diminuire la nostalgia e crescere l’affetto per il caffè lungo che ancora rimaneva dentro il bicchiere di carta. nel bicchiere di carta che la faceva sentire a casa. Lei era lì per fare domande, Christine era lì per cercare di A pensarci bene non era così male.

Racconto


Foto Mohebi

Sana Arfaoui

Sono nata nel 1986 a Tunisi, ho frequentato un liceo scientifico e un anno dopo aver conseguito la maturità mi sono trasferita in Italia, a Trento, per proseguire il mio percorso di studio, iscrivendomi alla facoltà di ingegneria. Per me la pittura é stata sempre una passione. Ho iniziato a dipingere da quando ero piccola , mi ricordo benissimo, come se fosse ora, alle medie avevo la mia stanza piena di piccoli quadri e alcuni erano attaccati ai muri. Mi ricordo anche che a scuola a volte alcuni maestri mi davano un tema e mi chiedevano di rappresentarlo in un piccolo dipinto che dopo veniva usato nel loro lavoro. Dopo che mi sono trasferita in Italia, con il tempo, a causa dell'impegno per lo studio e altri fattori, mi sono allontanata dalla mia passione, ma da circa un anno vi sono tornata in piene forze. La pittura ultimamente mi consente di affrontare alcune situazioni difficili e a volte quando dipingo fuggo dalla realtà . Nei miei piccoli e semplici dipinti ho cercato di rappresentare tutto ciò che ho dentro. Penso che per dipingere bisogna avere qualcosa dentro, che io individuo nel coraggio e nella forza di saper esprimere la bellezza, la felicità, la delusione, il rimpianto, o una grande rabbia; per poter infine affermare: “io ho raccontato me stesso". Ho avuto l'opportunità di partecipare alla prima edizione del festival d'arte di Trento sul tema della calligrafia araba e poi con lo Spazio EventArt di Pergine a varie mostre e nell'ottobre 2013 anche alla giornata "Amaci" sempre a Pergine e all'evento internazionale "Disordine creativo" realizzato a palazzo Thun a Trento.

Arte eCinema cultura


di Giulio Bazzanella

Cover boy: la perdita della dignità del lavoro in Occidente

Bucarest, Stazione Termini Un'immagine del film Cover Boy, l'ultima rivoluzione di Carmine Amoroso

Nel settembre del 1941 l’edizione britannica di Vogue diffuse la fotografia di una modella che camminava volgendo vezzosamente la testa, adorna d’un fatuo cappellino, verso le macerie degli edifici londinesi bombardati dall’aviazione tedesca: un’immagine più sferzante di qualunque perorazione patriottica, replicata nel dopoguerra dai sedicenti creativi di troppe agenzie e ripresa, in tempi più recenti, dalle campagne pubblicitarie ambientate fra le rovine di Beirut. La firma era quella di Cecil Beaton, ben noto alle lettrici di Harper’s Bazaar e di Vanity Fair, attivo in quel periodo nella duplice veste di arbitro del gusto e di fotografo ufficiale del Ministero dell’Informazione (nel dicembre del 2012 l’Imperial War Museum ne ha catalogato ed esibito il lascito nella mostra “Theatre of War”). Il glamour della guerra come genere di lusso e vetrina per lo scialo di vite e risorse, soltanto implicito nella foto scattata da Beaton, viene invece esplicitato a tutte lettere nella scritta apposta in calce al manifesto affisso nelle sale in occasione della tardiva uscita di Cover Boy: l’ultima rivoluzione (il film di Carmine Amoroso

Cinema

ammesso a contributo quale “opera di interesse nazionale” nel 2002 e distribuito in una manciata di copie soltanto nel marzo del 2008). “Wear the Revolution”, vi intima infatti il creativo di turno, esortando i clienti a indossare i capi della collezione autunno-inverno d’una casa di moda reclamizzata da un modello romeno a braccia alzate, sorpreso nudo in strada dagli agenti della “Securitate” durante l’insurrezione di Bucarest contro il regime di Ceauşescu (dicembre 1989). Fashion e politica, istinto e ideologia, patibolo e passerella convergono nell’effigie di un derisorio feticcio erotico, alla cui edificazione, come in una bizzarra cosmogonia sognata alle prime luci dell’alba, concorrono in pari misura l’Est (con il crollo dell’utopia comunista) e l’Ovest (con la devastante spoliazione manovrata dal capitalismo finanziario, rispetto ai cui ordini non vale il principio dell’habeas corpus). Un appello così urticante basterebbe di per sé a spiegare perché Carmine Amoroso, nato a Lanciano nel 1959 e laureatosi a Roma con una tesi sulla “Religiosità di P.P. Pasolini” (ora in “Pa-

solini”, Sciascia Editore, 1985), sia riuscito fino a oggi a dirigere appena due lungometraggi (un terzo, che si avvale del sostegno della Trentino Film Commission e della partecipazione come interprete di Emir Kusturica, sarà prossimamente completato con il titolo La foresta di ghiaccio). Ciò a dispetto d’un apprendistato che l’ha visto assistente di Eduardo De Filippo, collaboratore dei maggiori sceneggiatori italiani, responsabile con Ugo Pirro di notevoli inchieste giornalistiche per RAI 3 (I ragazzi su 2 ruote e GRA, il segreto anulare, 1983), autore di testi e copioni di successo sullo schermo e sulle scene teatrali (Parenti serpenti, scritto per Mario Monicelli; I 7 peccati capitali e Non sai quanto mi vergogno ma mi piace, in coppia con Lina Wertmüller). Nel 1996, dopo una lunga gavetta come aiuto-regista, Amoroso esordì con la co-produzione italo-francese Come mi vuoi (con Monica Bellucci, Vincent Cassel, Vladimir Luxuria ed Enrico Lo Verso en travesti), premiata al London Lesbian & Gay Film Festival, che gli procurò l’ostracismo della critica nazionale e la salda inimicizia del Vaticano (con-


CINEMA fermata nel 2007 dall’intervento della Commissione Episcopale Italiana per escludere dal finanziamento erogato dal Ministero dei Beni Culturali Tutte le strade portano a Roma, una sceneggiatura colpevole di “carenze strutturali”, di eccessiva indulgenza verso la “sessualità deviata” nonché, potremmo aggiungere, di sfoggiare un titolo fin troppo allusivo). L’effetto inibitorio fu tale che Amoroso si trasformò, com’egli ripete nelle interviste, in un “emigrante alla rovescia”, trasferendosi sulle orme del lascivo Ovidio nella Romania di Ion Iliescu. Il regista approfittò comunque dell’esilio per confrontarsi con una cinematografia in piena crescita, frequentare i giovani di Bucarest delusi dal nuovo corso e raccogliere, lungo un intero biennio, le impressioni e gli appunti che sarebbero poi confluiti nella stesura di Cover Boy (“uno straordinario piccolo film italiano”, secondo il parere di Vanity Fair). Il contributo pubblico concesso ad Amoroso nel 2002 era stato intanto corroso retroattivamente dalla Legge Urbani, varata nel 2004 dal secondo governo Berlusconi, tanto da costringere il regista a rimaneggiare il progetto di Cover Boy cassandone il previsto prologo romeno. In esso la fuga in Italia del giovane Ioan, orfano d’un oppositore politico colpito da una pallottola vagante la vigilia di Natale, avrebbe dovuto intrecciarsi agli avvenimenti intercorsi fra gli incidenti di Timişoara (16 dicembre 1989), abilmente sfruttatI dai generali doppiogiochisti della “Securitate”, e il colpo di stato del 25 (quando i coniugi Ceauşescu furono fucilati per disposizione dei loro antichi complici, travestiti per la circostanza da rivoluzionari). In sostituzione, sotto i titoli di testa scorrono ora, frammiste alle riprese televisive

della sollevazione romena, le immagini d’un 1989 foriero di speranze ben presto smentite, dal varco aperto nel Muro di Berlino alla protesta universitaria in Piazza Tienanmen. Al pari dei maliziosi siparietti riservati a Benedetto XVI e a un Berlusconi intento a negare l’evidenza della crisi economica, tale digest storico proietta in uno scenario apocalittico il banale incontro, nei bagni degli inservienti della Stazione Termini, fra un assonnato clandestino romeno e l’addetto alle pulizie, un quarantenne precario abruzzese che condive con Amoroso (anch’egli a suo modo precario ed emigrante) i dati anagrafici e il naufragio nella fetida gora romana: rispettivamente, Ioan (il cui nome significa “Dio ha avuto misericordia”) e Michele (“Chi è mai come Dio?”). Questa sottintesa Sacra Conversazione fra due marginali, che si contendono nel labirintico sotterraneo della stazione gli scampoli d’un miraggio di benessere, estolle il loro rapporto sopra la cronaca spicciola indirizzandolo verso la dimensione religiosa dell’apologo: per Amoroso, nelle figure di Ioan (l’emigrante) e Michele (lo straniero in patria) “è rappresentata la crisi del lavoro occidentale. Che siano romeni, polacchi, russi o italiani, la nostra società è comunque strutturata in modo tale che si creino delle figure di scarto, tutte simili e senza diritti, perché questo è il risultato di un’economia globalizzata” (“L’ultimo dei rivoluzionari”, intervista a cura di Sarah Gherbitz in “Fucine Mute webmagazine”, agosto 2008). Ancora una volta, come si è già avuto modo di notare nella nostra rubrica scrivendo di Claudio Giovannesi (Alì ha gli occhi azzurri) e di Alessandro Angelini (Alza la testa), si conferma che Pier Paolo Pasolini, proprio in quanto outsider, è il

principale referente per la generazione di cineasti attivi dagli anni ’80 del secolo scorso: la Roma di Amoroso è certo compresa fra il quartiere del Pigneto e i poveri “Cristi del Mandrione”, cantati da Gabriella Ferri con i versi scritti per lei da Pasolini, sicché le leggere videocamere HDV Sony, scelte dal regista per ragioni di budget, accompagnano Ioan e Michele nel loro pellegrinaggio attraverso i luoghi canonici di tanta letteratura e cinema italiano del secondo dopoguerra; ma, oltre a ciò, v’è un sapore pasoliniano nell’impianto crudamente allegorico di Cover Boy, sempre visibile sotto gli intermezzi comici di Luciana Litizzetto o le ampie cadenze sentimentali dell’amore inespresso tra il romeno e il suo abusivo locatore italiano. Come in un “mistero” medievale attualizzato, in cui Stazione Termini corrisponda alla bocca dell’Inferno e l’estuario del Danubio al Paradiso, gli episodi delle vite parallele di Ioan e Michele si scaglionano infatti per tappe successive, inventariando in itinere i quadri viventi giustapposti dalla regia: gli anfratti dei centri ferroviari che fungono da albergo e dormitorio per i diseredati; le periferie e le loro baracche, dove i meridionali e il popolino romano sono oggi rimpiazzati dagli immigrati asserviti al lavoro nero; Piazza San Pietro, dov’è possibile vendere santini alle masse plaudenti; la Milano artefatta, in stile Dolce & Gabbana, la cui cinica esortazione a “indossare la rivoluzione” indurrà finalmente Ioan a tornare in Romania per aprirvi sul Mar Nero il ristorante italiano inutilmente vagheggiato dall’amico Michele, morto suicida nello squallido appartamento che i due avevano un tempo condiviso.

Cinema


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di Maurizio Tomasi

Una voce “trentina” parla a nome dei poveri João Pedro Stedile, discendente di emigrati dalla Vallarsa, tra i fondatori in Brasile del Movimento dei Senza Terra, è stato “ascoltato” dalla Pontificia Accademia di Scienze

Per la prima volta la Santa Sede, su sollecitazione di Papa Francesco, ha voluto ascoltare “senza filtri” la voce dei movimenti popolari che in Sud America si occupano dei poveri e degli “esclusi”. E per farlo, all’inizio di dicembre la Pontificia Accademia di Scienze ha invitato in Vaticano anche João Pedro Stedile, membro della direzione nazionale dei Sem Terra, il movimento - del quale è stato uno dei fondatori - sorto in Brasile per promuovere una riforma agraria che consentisse di superare il latifondismo. Stedile, nato nel 1953 nel Rio Grande do Sul, laureato in economia, è discendente di emigrati partiti dalla Vallarsa (Trentino) e dal Veneto. Com’è andato l’incontro? C’è stato un dibattito molto ricco, che ha messo a confronto tre diverse realtà: gli scienziati dell’Accademia, i governi dei paesi del Sud America rappresentati dai loro ambasciatori nella Santa Sede e i movimenti popolari e sociali, cioè i Sem Terra brasiliani e i Cartoneros di Buenos Aires. Scopo dell’incontro era fare un’analisi delle cause della povertà e di quali possono essere le possibili iniziative da intraprendere per sconfiggerla. Quali cause sono state individuate? La principale risiede nella fisionomia che ha assunto nei nostri tempi il capitalismo, dominato dalle banche e dalle grandi multinazionali. L’accumulazione del capitale non avviene più grazie al lavoro quotidiano ma ha la sua base nella speculazione finanziaria, che consente di guadagnare miliardi su miliardi, senza nessun legame con il lavoro e la produzione: la disoccupazione crescente anche in Europa e in Italia è una chiara dimostrazione delle conseguenze negative di questo modello di capitalismo. E quali soluzioni sono state prospettate? C’è bisogno di promuovere un grande dibattito nella società per rifondarla sul lavoro: solo il lavoro può salvare l’umanità, perché il lavoro dà dignità all’uomo e lo include nella società. Chi non lavora non è un cittadino, è un paria. Solo il lavoro può generare progresso non la speculazione, che invece consente l’arricchimento di poche persone e non genera benessere per la popolazione. Per uscire da questa situazione bisogna riorganizzare la società in modo da garantire a tutti lavoro, abitazioni degne e accesso all’istruzione.

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Che decisioni sono state assunte a fine incontro? Si è deciso di convocare una conferenza internazionale dei movimenti popolari, da tenersi nella primavera del 2014, in Vaticano. Sarà un evento di grande rilevanza, perché saranno invitati movimenti popolari che rappresentano i poveri e i lavoratori provenienti da tutto il mondo e non solo di matrice cattolica. Sarà dunque un incontro non confessionale, nel quale i vari movimenti popolari potranno far sentire la loro voce e le loro ragioni senza la mediazione e l’ingerenza delle gerarchie vaticane - dai vescovi agli accademici - che consentirà un confronto ampio e approfondito, per dare un contributo di idee e proposte per una nuova dottrina sociale della Chiesa.

La vita di João Pedro Stedile è stata orientata dal desiderio di studiare e di impegnarsi per gli altri. Legato, fin da ragazzo, alla Commissione Pastorale della Terra, ha iniziato il suo impegno a favore dei contadini senza terra nell'ambito di questo organismo. Dalla nascita del MST (Movimento Sem Terra), nel 1984, è stato coinvolto a pieno nelle sue attività ed è stato poi eletto nella direzione nazionale. Considerato il coordinatore del Movimento, anche se si presenta soltanto come uno dei membri della Direzione nazionale, Stedile è autore e curatore di diversi libri sul MST e la riforma agraria.


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Loo Hui Phang - Michaël Sterckeman Centomila giornate di preghiera, Coconino Press Fandango per gentile concessione dell'editore Louis è francese, vive la solita vita dei bambini della sua età, tra scuola, giochi solitari, amicizie e liti con compagni prepotenti. Ha chiaramente tratti cinesi e vuole sapere chi è suo padre. La madre non gliene parla mai, è troppo addolorata per questo passato, ma lui, un po' alla volta, riesce a ricostruire pezzi di verità. È soprattutto l'arrivo di una famiglia di profughi cambogiani, amici dei suoi genitori, che gli permette di conoscere quanto è accaduto. Il padre è finito in prigione e lui immagina che fosse un criminale, ma la vicenda è più complessa. Il padre, nel regime di Pol Pot, era colpevole di essere cinese, chirurgo e persona colta. Il racconto ricostruisce in modo fedele una realtà tragica, ma si sviluppa delicatamente con i pensieri e i sentimenti del bambino, con le sue fantasie, con il dialogo con il suo uccellino morto, attraverso immagini simboliche, dense ed emozionanti. Louis vorrebbe vedere il papà, vorrebbe che quello che è successo non fosse mai successo, vorrebbe, ora, non sapere niente, ma non è possibile, nemmeno pregando, nemmeno con centomila giornate di preghiera. È necessario invece ricordare.

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