150 × 210 SPINE: 25.5 FLAPS: 135
Hector Malot
Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-
Quando apprende che la sua famiglia lo sta cercando,
tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.
Remì, ormai tredicenne, parte alla volta di Londra.
mio angolino al riparo di un albero sempreverde che mi avvolgeva
Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-
Lo accompagnano il fedele cane Capi e il piccolo Mattia,
con la sua ombra, un signore e una signora seguiti da un bambino
glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle”, poi
musicista di talento e fraterno amico.
che trascinava una carrozza giocattolo si sedettero su una panchina
pubblicato in due volumi nel 1878 e ora disponibile con il titolo
Dopo tante disavventure, il lungo viaggio alla scoperta
di fronte a me. Poi chiamarono il bimbo che, lasciando la sua pic-
Remì. Senza famiglia nella nuovissima traduzione pubblicata da Gallucci. Considerato uno dei classici per ragazzi più amati di tutti i
Mentre riflettevo così tristemente, gli occhi gonfi di lacrime, nel
cola carrozza, corse da loro, a braccia aperte. Il padre lo strinse a
delle sue vere origini sta per volgere felicemente al termine.
sé e poi, dopo avergli dato grandi baci schioccanti tra i capelli, lo
tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande
passò alla mamma che a sua volta lo baciò e ribaciò, sempre in testa
schermo e la popolarissima serie animata Remi - Le sue avventure,
e sempre allo stesso modo, mentre il piccolo rideva a crepapelle,
trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.
picchiettando sulle guance dei genitori con le manine grassottelle e
Se i bambini fanno sciocchezze, alle spalle hanno sempre
piene di fossette.
qualcuno pronto a tendere loro la mano quando inciampano,
Nel vedere quella scena, la felicità dei genitori e la gioia del bam-
o a tirarli su quando finiscono a terra, mentre io non avevo nessuno.
bino, mi abbandonai mio malgrado al pianto. Non ero mai stato
Se cadevo, dovevo arrivare fino in fondo per poi tirarmi su da solo,
abbracciato in quel modo. Potevo sperare che un giorno sarebbe
sempre che non mi fossi rotto qualcosa.
capitato anche a me? Mi venne un’idea. Impugnai l’arpa e comin-
a Londra
Ed ero abbastanza esperto per capire che poteva benissimo accadere.
ciai a suonare dolcemente un valzer per il bambino, che si mise a battere il tempo con i piedini. Il signore mi si avvicinò e mi porse una monetina che io, con garbo, respinsi. «No, signore, la prego, mi lasci la soddisfazione di aver fatto contento suo figlio, che è così carino».
ISBN 978-88-3624-443-0
Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym
Consigliato dai ai anni
12 99
traduzione di € 14,90
Marina Karam
150 × 210 SPINE: 25.5 FLAPS: 135
Hector Malot
Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-
Quando apprende che la sua famiglia lo sta cercando,
tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.
Remì, ormai tredicenne, parte alla volta di Londra.
mio angolino al riparo di un albero sempreverde che mi avvolgeva
Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-
Lo accompagnano il fedele cane Capi e il piccolo Mattia,
con la sua ombra, un signore e una signora seguiti da un bambino
glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle”, poi
musicista di talento e fraterno amico.
che trascinava una carrozza giocattolo si sedettero su una panchina
pubblicato in due volumi nel 1878 e ora disponibile con il titolo
Dopo tante disavventure, il lungo viaggio alla scoperta
di fronte a me. Poi chiamarono il bimbo che, lasciando la sua pic-
Remì. Senza famiglia nella nuovissima traduzione pubblicata da Gallucci. Considerato uno dei classici per ragazzi più amati di tutti i
Mentre riflettevo così tristemente, gli occhi gonfi di lacrime, nel
cola carrozza, corse da loro, a braccia aperte. Il padre lo strinse a
delle sue vere origini sta per volgere felicemente al termine.
sé e poi, dopo avergli dato grandi baci schioccanti tra i capelli, lo
tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande
passò alla mamma che a sua volta lo baciò e ribaciò, sempre in testa
schermo e la popolarissima serie animata Remi - Le sue avventure,
e sempre allo stesso modo, mentre il piccolo rideva a crepapelle,
trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.
picchiettando sulle guance dei genitori con le manine grassottelle e
Se i bambini fanno sciocchezze, alle spalle hanno sempre
piene di fossette.
qualcuno pronto a tendere loro la mano quando inciampano,
Nel vedere quella scena, la felicità dei genitori e la gioia del bam-
o a tirarli su quando finiscono a terra, mentre io non avevo nessuno.
bino, mi abbandonai mio malgrado al pianto. Non ero mai stato
Se cadevo, dovevo arrivare fino in fondo per poi tirarmi su da solo,
abbracciato in quel modo. Potevo sperare che un giorno sarebbe
sempre che non mi fossi rotto qualcosa.
capitato anche a me? Mi venne un’idea. Impugnai l’arpa e comin-
a Londra
Ed ero abbastanza esperto per capire che poteva benissimo accadere.
ciai a suonare dolcemente un valzer per il bambino, che si mise a battere il tempo con i piedini. Il signore mi si avvicinò e mi porse una monetina che io, con garbo, respinsi. «No, signore, la prego, mi lasci la soddisfazione di aver fatto contento suo figlio, che è così carino».
ISBN 978-88-3624-443-0
Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym
Consigliato dai ai anni
12 99
traduzione di € 14,90
Marina Karam
UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni
Hector Malot Remì a Londra traduzione dal francese di Marina Karam della stessa serie: Remì. Senza famiglia ISBN 978-88-3624-443-0 Prima edizione marzo 2022 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2026 2025 2024 2023 2022 © 2022 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo originale: Sans famille. Deuxieme partie Gallucci e il logo
sono marchi registrati
Se non riesci a procurarti un nostro titolo in libreria, ordinalo su: galluccieditore.com
Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.
Hector Malot
Remì a Londra
traduzione dal francese di Marina Karam
Avanti
Avanti! Il mondo si era aperto ai miei occhi e potevo dirigermi a nord o a sud, a ovest o a est, a mio piacimento. Ero soltanto un bambino ma ero già padrone di me stesso! Ahimè, era proprio questo l’aspetto triste della mia situazione! Quanti bambini dicono tra sé: “Ah, se potessi fare quel che mi pare; se fossi libero; se fossi padrone di me stesso!” Quanti non vedono l’ora che arrivi il felice giorno in cui potranno essere liberi… di fare sciocchezze! Io mi dicevo: “Ah, se avessi qualcuno che mi desse consigli, che mi guidasse!” Il fatto è che tra quei bambini e me c’era una differenza… abissale. Se quei bambini fanno sciocchezze, alle spalle hanno sempre qualcuno pronto a tendere loro la mano quando inciampano, o a tirarli su quando finiscono a terra, mentre io non avevo nessuno. Se cadevo, dovevo arrivare fino in fondo per poi tirarmi su da solo, sempre che non mi fossi rotto qualcosa. Ed ero abbastanza esperto per capire che poteva benissimo accadere. Nonostante la giovane età ero stato sufficientemente colpito dalla sfortuna, tanto da essere più cauto e prudente rispetto ai miei coetanei. Un vantaggio pagato caro. 5
Remì a Londra
Quindi, prima di lanciarmi sulla strada che mi si era aperta davanti, volli andare a trovare colui che, in quegli ultimi anni, era stato per me come un padre. Visto che zia Catherine non mi aveva portato con sé e con gli altri figli per dirgli addio, potevo benissimo, anzi dovevo, andarci da solo per abbracciarlo. Senza esserci mai stato, negli ultimi tempi avevo sentito parlare abbastanza della prigione dei debitori ed ero certo di trovarla. Avrei seguito la strada della Madeleine, che conoscevo bene, poi avrei chiesto indicazioni. Se zia Catherine e i bambini avevano potuto vedere papà Acquin, forse lo avrebbero concesso anche a me. Anch’io ero, o meglio ero stato, suo figlio e lui mi aveva voluto bene! Non osavo attraversare tutta Parigi con Capi alle calcagna. Che cosa avrei risposto alle guardie se mi avessero fermato? Di tutte le paure già sperimentate, quella della polizia era la più grande: non avevo dimenticato Tolosa. Legai Capi con una corda, il che sembrò ferirlo profondamente nel suo amor proprio di cane ammaestrato e beneducato. Poi, tenendolo al guinzaglio, ci incamminammo verso la prigione di Clichy. In questo mondo ci sono cose tristi la cui vista induce a riflessioni lugubri. Non ne conosco di più brutte e tristi del portone di un carcere. Mi fermai un attimo prima di farmi coraggio ed entrare nella prigione di Clichy, come se temessi che mi ci potessero trattenere e che la porta, quella orribile porta, una volta richiusa alle mie spalle, non si riaprisse più. Immaginavo che fosse difficile uscire da una prigione, ma non sapevo che lo fosse anche entrarci. Lo imparai a mie spese. Non mi lasciai né scoraggiare né mandare via, e alla fine riuscii a raggiungere il mio scopo. 6
Avanti
Mi fecero entrare in un parlatorio dove non c’erano né grate né sbarre, come invece credevo. Poco dopo arrivò papà Acquin, senza catene ai polsi. «Ti aspettavo, mio piccolo Remì» mi disse «e ho rimproverato Catherine di non averti portato con i miei figli». Dopo una mattinata di tristezza e di prostrazione, quelle parole mi risollevarono. «Zia Catherine non mi ha voluto con sé» «Non era possibile, povero ragazzo mio, non sempre si può fare quello che si vuole in questo mondo. Sono certo che avresti lavorato sodo per guadagnarti da vivere. Ma Suriot, mio cognato, non avrebbe potuto darti un lavoro. È guardiano di chiusa sul canale del Nivernese e i guardiani di chiusa, lo sai, non assumono giardinieri. I ragazzi mi hanno detto che vuoi riprendere il tuo mestiere di cantante. Ti sei forse scordato che hai rischiato di morire di freddo e di fame davanti alla nostra porta?» «No, non l’ho scordato» «E ai tempi non eri solo, avevi un padrone che ti faceva da guida. È molto arduo, figliolo, quello che vuoi intraprendere, alla tua età e da solo, sulle strade maestre» «Ho Capi». Come sempre, all’udire il suo nome, Capi rispose con un latrato che stava a significare: “Presente! Se avete bisogno di me, eccomi!” «Sì, Capi è un bravo cane, ma è soltanto un cane. Come ti guadagnerai da vivere?» «Canterò e farò recitare Capi» «Capi non può recitare da solo» «Gli insegnerò qualche gioco di prestigio. Vero, Capi, che imparerai tutto quello che vorrò?» Il cane si mise la zampa sul petto. 7
Remì a Londra
«Insomma, figliolo, se tu fossi saggio ti cercheresti un impiego. Sei già un bravo lavoratore, sempre meglio che fare il girovago, il mestiere dei fannulloni» «Non sono un fannullone, lo sa bene, e non mi ha mai sentito lamentarmi per il troppo lavoro. Da lei avrei lavorato finché avessi potuto, e sarei rimasto sempre con lei. Ma non voglio lavorare per altri». Chissà con che tono dissi quelle parole, perché papà Acquin mi guardò per un istante senza rispondere. «Ci hai raccontato» disse infine «che Vitalis, quando ancora non sapevi chi fosse, molto spesso ti stupiva per il modo in cui guardava la gente e per le sue arie da signore, che sembravano dire che anche lui lo era. Lo sai che anche tu hai questi stessi modi? Non vuoi lavorare al servizio degli altri? Come credi, ragazzo mio. Te lo dicevo solo per il tuo bene, non per altro, dammi retta. Ritengo che sia giusto parlarti come ho fatto. Ma tu sei padrone di te stesso, visto che non hai genitori e io non posso più farti da padre. Un povero disgraziato come me non ha il diritto di dare ordini». Le parole di papà Acquin mi avevano profondamente turbato, tanto più che pensavo anch’io le stesse cose, forse non negli stessi termini ma quasi. Sì, era arduo andarmene da solo per le strade maestre, lo sentivo, lo vedevo. E dopo aver fatto, come me, una vita da vagabondo, dopo aver passato notti come quella in cui i nostri cani erano stati divorati dai lupi, oppure come quella delle cave di Gentilly, dopo aver sofferto il freddo e la fame come li avevo sofferti io, dopo essere stati cacciati di paese in paese, senza poter guadagnare un soldo, come mi era capitato mentre Vitalis era in prigione, era impossibile non conoscere le miserie di quell’esistenza vagabonda in cui non vi è la certezza del domani, ma neppure del presente che è precario. 8
Avanti
Se rinunciavo a quella vita mi rimaneva una sola risorsa, e lo stesso papà Acquin me l’aveva appena indicata: trovarmi un lavoro. Ma non potevo rinunciare alla libertà e ai viaggi senza mancare alla promessa fatta a Étiennette, Alexis, Benjamin e Lise, cioè di non abbandonarli. In realtà, i primi tre potevano fare a meno di me, si sarebbero scritti. Ma Lise! Lei non sapeva scrivere, e nemmeno zia Catherine. Quindi se l’avessi abbandonata, Lise si sarebbe sentita perduta. Che cosa avrebbe pensato di me? Una sola cosa: che non le volevo più bene, a lei che mi aveva dimostrato tanto affetto, lei che mi aveva reso così felice! Non potevo farle questo. «Non vuole dunque che le dia notizie dei suoi figli?» dissi. «Mi hanno già detto qualcosa. Ma quando ti esorto a rinunciare alla tua vita di suonatore ambulante, non è a noi che penso. Non bisogna mai pensare a se stessi prima di pensare agli altri» «È giusto, papà Acquin. Vede bene che è lei stesso a indicarmi quello che devo fare. Se rinunciassi all’impegno preso, per timore dei pericoli di cui parla, penserei a me, e non a lei, non a Lise». Lui mi guardò di nuovo, ma più a lungo. Poi, all’improvviso, prendendomi le mani: «Ecco, figliolo, meriti un abbraccio per quello che hai appena detto. Hai cuore, ed è proprio vero che non dipende dall’età». Eravamo soli nel parlatorio, seduti su una panca, uno accanto all’altro. Mi gettai tra le sue braccia. «Ti dirò solo una cosa» riprese Acquin. «Che Dio ti protegga, mio caro figliolo!» Entrambi restammo in silenzio per qualche istante. Ma il tempo a disposizione era passato ed era giunto il momento di lasciarci. Di colpo Acquin frugò nella tasca del gilè e tirò fuori un grosso orologio d’argento legato all’occhiello con una cinghietta di cuoio. 9
Remì a Londra
«Non sia mai detto che ci separiamo senza che tu abbia un mio ricordo. Ecco il mio orologio, te lo regalo. Non ha grande valore. Capisci bene che se così fosse avrei dovuto venderlo. Non funziona nemmeno molto bene, e di tanto in tanto ha bisogno di un colpetto. Ma è tutto ciò che possiedo in questo momento, ed è per questo che te lo regalo». Così dicendo, me lo mise in mano. Poi, siccome non volevo accettare un regalo così bello, aggiunse con tristezza: «Come puoi ben capire, qui non ho bisogno di sapere che ore sono. Passano troppo lentamente, morirei a contarle. Addio, mio piccolo Remì, abbracciami ancora una volta, sei un bravo ragazzo, ricordati che devi esserlo sempre». Probabilmente mi prese per mano e mi accompagnò all’uscita. Ma quel che successe in quell’ultimo istante, quello che ci dicemmo non me lo ricordo: ero troppo turbato, troppo commosso. Quando penso a quella separazione, mi torna in mente il senso di stupidità e di annientamento che mi colse in pieno una volta arrivato in strada. Credo di aver indugiato a lungo, molto a lungo davanti alla porta della prigione, incapace di decidere se andare a destra o a sinistra, e ci sarei forse rimasto fino a notte se tutt’a un tratto la mia mano non avesse toccato, per caso, un oggetto duro e rotondo che avevo in tasca. Con un gesto meccanico, e senza rendermene bene conto, lo palpai: il mio orologio! Di colpo dispiaceri, preoccupazioni, angosce, tutto fu dimenticato. Il bambino che ancora era in me non pensò ad altro che al suo orologio. Avevo in tasca un orologio, un orologio tutto mio e potevo vedere l’ora! Lo tirai fuori per scoprire che ora fosse: mezzogiorno. Per me non aveva alcuna importanza che fosse mezzogiorno o 10
Avanti
le dieci, o le due, eppure fui molto felice che fosse mezzogiorno. Perché? Non avrei saputo dirlo, ma era così. Ah, mezzogiorno, già mezzogiorno! Sapevo che era mezzogiorno, me lo aveva detto il mio orologio, che bello! Ed ebbi la sensazione che un orologio fosse una sorta di confidente al quale chiedere un consiglio e con cui fare una chiacchierata. “Che ora è, amico orologio?” “Mezzogiorno, caro Remì”. “Ah, mezzogiorno. Allora devo fare questo e quello, giusto?” “Ma certo!” “Hai fatto bene a ricordarmelo, senza di te me ne sarei dimenticato”. “Sono qui per questo”. Tra Capi e il mio orologio, adesso avevo con chi parlare. Il mio orologio! Ecco tre parole piacevoli da pronunciare. Lo avevo tanto desiderato, un orologio, ma ormai mi ero rassegnato a non poterlo mai avere! E invece ne avevo uno in tasca che faceva tic tac. Non funzionava molto bene, aveva detto papà Acquin. Ma non aveva importanza. Andava, ed era sufficiente. Aveva bisogno di un bel colpetto. Gliene avrei dati e anche forti, senza risparmiargliene, e se i colpetti non fossero bastati l’avrei smontato io stesso. Sarebbe stato interessante vedere cosa ci fosse all’interno e cosa lo facesse funzionare. Doveva soltanto comportarsi bene, l’avrei fatto rigare dritto. Mi ero lasciato trasportare dalla gioia a tal punto da non accorgermi che Capi era felice quasi quanto me. Mi tirava per i pantaloni e ogni tanto guaiva. Alla fine i suoi guaiti sempre più forti mi riportarono alla realtà. «Che c’è, Capi?» Mi guardò e siccome ero troppo confuso per capire cosa volesse, dopo aver atteso qualche secondo mi si drizzò contro e mi posò la zampa sulla tasca, quella dove c’era l’orologio. Voleva saper l’ora “per dirla allo spettabile pubblico” come ai tempi in cui lavorava con Vitalis. 11
Remì a Londra
Glielo mostrai, lo guardò a lungo come se cercasse di ricordare, poi, scodinzolando, abbaiò dodici volte: non aveva dimenticato. Ah, quanti soldi avremmo guadagnato con il nostro orologio! Era un numero in più, che non avevo considerato. Tutto questo succedeva per strada, di fronte alla porta della prigione. La gente ci guardava incuriosita e qualcuno addirittura si fermava. Se avessi osato, avrei subito dato uno spettacolo, ma la paura delle guardie me lo impedì. Del resto era mezzogiorno, ed era il momento di mettermi in cammino. Avanti! Diedi un ultimo sguardo e un ultimo addio alla prigione, i cui muri avrebbero tenuto rinchiuso il povero papà Acquin mentre io me ne sarei andato liberamente dove volevo, e partimmo. L’oggetto più utile per il mio mestiere era una cartina della Francia. Sapevo che ne vendevano sul lungosenna, dove mi diressi per comprarne una. Nel passare in place du Carrousel, d’istinto il mio sguardo si posò sull’orologio del palazzo delle Tuileries, e mi venne in mente di guardare se il mio orologio e quello del palazzo segnavano, come sarebbe stato normale, la stessa ora. Il mio faceva mezzogiorno e mezzo, mentre quello del palazzo l’una. Quale dei due era errato? Mi venne voglia di dare un colpetto al mio orologio, ma mi soffermai a riflettere: niente provava il malfunzionamento del mio orologio, il mio bello e caro orologio. E poteva essere benissimo quello del palazzo a perdere colpi. A quel punto me lo rimisi in tasca e mi dissi che, per quel che avevo da fare, la mia ora era quella giusta! Mi ci volle parecchio tempo per trovare una cartina, quantomeno come la volevo io, cioè incollata su tela, pieghevole e non più cara 12
Avanti
di venti soldi, somma per me già alta. Alla fine ne trovai una così ingiallita che il mercante me la fece pagare soltanto settantacinque centesimi. Adesso potevo uscire da Parigi, e lo feci al più presto. Potevo prendere due strade: quella di Fontainebleau attraverso la Barrière d’Italie, oppure quella di Orléans passando da Montrouge. Tutto sommato, l’una o l’altra per me era indifferente, e il caso volle che scegliessi quella di Fontainebleau. Mentre percorrevo la rue Mouffetard – il cui nome che avevo appena letto su una targa blu mi aveva riportato a galla un mondo di ricordi: Garofoli, Mattia, Riccardo, la pentola con il coperchio chiuso con un catenaccio, il frustino con le strisce di cuoio e infine il povero e buon Vitalis, che era morto per non avermi voluto affittare al padrone di rue de Lourcine – arrivando alla chiesa di Saint-Médard mi parve di riconoscere il piccolo Mattia in un bambino appoggiato contro il muro della chiesa: stessa testa grossa, stessi occhi umidi, stesse labbra espressive, stessa aria dolce e rassegnata, stesso aspetto buffo. Ma, cosa strana, se era lui non era cresciuto. Mi avvicinai per osservarlo meglio. Nessun dubbio, era Mattia. Anche lui mi riconobbe, poiché il suo pallido volto si illuminò di un sorriso. «Sei tu» disse «quello che era venuto da Garofoli con il vecchio dalla barba bianca prima che fossi ricoverato in ospedale? Ah, che mal di testa avevo quel giorno!» «E Garofoli è sempre il tuo padrone?» Lui si guardò attorno prima di rispondere. Poi, abbassando la voce: «Garofoli è in prigione. L’hanno arrestato per aver ucciso di botte Orlando». 13
Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di febbraio 2022
150 × 210 SPINE: 25.5 FLAPS: 135
Hector Malot
Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-
Quando apprende che la sua famiglia lo sta cercando,
tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.
Remì, ormai tredicenne, parte alla volta di Londra.
mio angolino al riparo di un albero sempreverde che mi avvolgeva
Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-
Lo accompagnano il fedele cane Capi e il piccolo Mattia,
con la sua ombra, un signore e una signora seguiti da un bambino
glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle”, poi
musicista di talento e fraterno amico.
che trascinava una carrozza giocattolo si sedettero su una panchina
pubblicato in due volumi nel 1878 e ora disponibile con il titolo
Dopo tante disavventure, il lungo viaggio alla scoperta
di fronte a me. Poi chiamarono il bimbo che, lasciando la sua pic-
Remì. Senza famiglia nella nuovissima traduzione pubblicata da Gallucci. Considerato uno dei classici per ragazzi più amati di tutti i
Mentre riflettevo così tristemente, gli occhi gonfi di lacrime, nel
cola carrozza, corse da loro, a braccia aperte. Il padre lo strinse a
delle sue vere origini sta per volgere felicemente al termine.
sé e poi, dopo avergli dato grandi baci schioccanti tra i capelli, lo
tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande
passò alla mamma che a sua volta lo baciò e ribaciò, sempre in testa
schermo e la popolarissima serie animata Remi - Le sue avventure,
e sempre allo stesso modo, mentre il piccolo rideva a crepapelle,
trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.
picchiettando sulle guance dei genitori con le manine grassottelle e
Se i bambini fanno sciocchezze, alle spalle hanno sempre
piene di fossette.
qualcuno pronto a tendere loro la mano quando inciampano,
Nel vedere quella scena, la felicità dei genitori e la gioia del bam-
o a tirarli su quando finiscono a terra, mentre io non avevo nessuno.
bino, mi abbandonai mio malgrado al pianto. Non ero mai stato
Se cadevo, dovevo arrivare fino in fondo per poi tirarmi su da solo,
abbracciato in quel modo. Potevo sperare che un giorno sarebbe
sempre che non mi fossi rotto qualcosa.
capitato anche a me? Mi venne un’idea. Impugnai l’arpa e comin-
a Londra
Ed ero abbastanza esperto per capire che poteva benissimo accadere.
ciai a suonare dolcemente un valzer per il bambino, che si mise a battere il tempo con i piedini. Il signore mi si avvicinò e mi porse una monetina che io, con garbo, respinsi. «No, signore, la prego, mi lasci la soddisfazione di aver fatto contento suo figlio, che è così carino».
ISBN 978-88-3624-443-0
Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym
Consigliato dai ai anni
12 99
traduzione di € 14,90
Marina Karam
150 × 210 SPINE: 25.5 FLAPS: 135
Hector Malot
Hector Malot (La Bouille, 1830 - Fontenay-sous-Bois, 1907), scrit-
Quando apprende che la sua famiglia lo sta cercando,
tore e critico letterario, esordì nel 1859 con il romanzo Les amants.
Remì, ormai tredicenne, parte alla volta di Londra.
mio angolino al riparo di un albero sempreverde che mi avvolgeva
Dei suoi oltre sessanta libri, il più celebre è certamente Senza fami-
Lo accompagnano il fedele cane Capi e il piccolo Mattia,
con la sua ombra, un signore e una signora seguiti da un bambino
glia, apparso in origine a puntate sul quotidiano “Le Siècle”, poi
musicista di talento e fraterno amico.
che trascinava una carrozza giocattolo si sedettero su una panchina
pubblicato in due volumi nel 1878 e ora disponibile con il titolo
Dopo tante disavventure, il lungo viaggio alla scoperta
di fronte a me. Poi chiamarono il bimbo che, lasciando la sua pic-
Remì. Senza famiglia nella nuovissima traduzione pubblicata da Gallucci. Considerato uno dei classici per ragazzi più amati di tutti i
Mentre riflettevo così tristemente, gli occhi gonfi di lacrime, nel
cola carrozza, corse da loro, a braccia aperte. Il padre lo strinse a
delle sue vere origini sta per volgere felicemente al termine.
sé e poi, dopo avergli dato grandi baci schioccanti tra i capelli, lo
tempi, il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti per il grande
passò alla mamma che a sua volta lo baciò e ribaciò, sempre in testa
schermo e la popolarissima serie animata Remi - Le sue avventure,
e sempre allo stesso modo, mentre il piccolo rideva a crepapelle,
trasmessa per la prima volta dalla tv italiana nel 1979.
picchiettando sulle guance dei genitori con le manine grassottelle e
Se i bambini fanno sciocchezze, alle spalle hanno sempre
piene di fossette.
qualcuno pronto a tendere loro la mano quando inciampano,
Nel vedere quella scena, la felicità dei genitori e la gioia del bam-
o a tirarli su quando finiscono a terra, mentre io non avevo nessuno.
bino, mi abbandonai mio malgrado al pianto. Non ero mai stato
Se cadevo, dovevo arrivare fino in fondo per poi tirarmi su da solo,
abbracciato in quel modo. Potevo sperare che un giorno sarebbe
sempre che non mi fossi rotto qualcosa.
capitato anche a me? Mi venne un’idea. Impugnai l’arpa e comin-
a Londra
Ed ero abbastanza esperto per capire che poteva benissimo accadere.
ciai a suonare dolcemente un valzer per il bambino, che si mise a battere il tempo con i piedini. Il signore mi si avvicinò e mi porse una monetina che io, con garbo, respinsi. «No, signore, la prego, mi lasci la soddisfazione di aver fatto contento suo figlio, che è così carino».
Immagine di copertina: © Mark Owen / Trevillion Images Progetto grafico: Luca Dentale / studio pym
Consigliato dai ai anni
12 99
traduzione di
Marina Karam