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su p p l em en to IN OM AGGIO CON IL NUMERO ODIERNO DE IL MANIFESTO

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I L 2 8 S E T T E M B R E I N E D I C O L A C O N I L M A N I F E S TO I L S E C O N D O FA S C I C O LO : 2 . R I V O L U Z I O N I

1. RESTAURAZIONI


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P RESENTAZIONE SUPPLEMENTO AL NUMERO ODIERNO DEL MANIFESTO A cura di: Gabriele Polo Direttore responsabile: Norma Rangeri

GABRIELE POLO

QUANDOMANCA LARIVOLUZIONE

N

ella sua Storia d’Italia, polemizzando con Macchiavelli, Francesco Guicciardini giustificava la divisione politica della Penisola con la sopravvivenza di una «meschina borghesia municipalistica» incapace di guardare oltre i ristretti limiti del comune o della regione, mentre per «le masse contadine vale il motto o Franza o Spagna, purché se magna». Parole che non sembrano avere 500 anni, soprattutto alla luce di ciò che vediamo oggi, quando riemerge - nel suo lato peggiore, in versione populista e plebiscitaria - la lunga durata della tradizione municipalistica italiana, giunti come ormai siamo alla soglia di una società che si frammenta e rinchiude in una sorta di neo-feudalesimo, si ritrae in microcomunità nutrite di paure e sospetti, con l’arbìtrio che sostituisce la regola e il cittadino che si fa suddito. Il fatalismo di Guicciardini - in polemica con «l’azionismo» di Macchiavelli - non può costituire un alibi per la rassegnazione. A noi - qui - serve solo per citare il problema e comprendere le radici di quella che nell’800 venne chiamata «questione italiana» e che Gramsci poi definì «una rivoluzione mancata». Alla vigilia delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, assistiamo al consueto uso politico della storia. Poco male, non fosse che il confronto si limita all’esposizione di due retoriche, solo apparentemente contrapposte: nazionalisti e leghisti si affannano nella propaganda dei rispettivi miti, cercando di ignorare (e far ignorare) le comune radici di «partenza» e, in sostanza, il comune approdo conservatore. I primi rimuovono i limiti e le conseguenze di una costruzione statale avvenuta «dall’alto», più simile a una conquista che a un’unificazione. I secondi cancellano il fatto che quella conquista partì proprio dal loro territorio di riferimento, che ne beneficiò facendone pagare i costi al Mezzogiorno. Forse non casualmente, alla fine, ancor oggi si riproduce un compromesso tra gruppi dirigenti «locali» analogo a quello su cui si costruì lo stato unitario italiano. Ed è forse proprio per questo che il «confronto» sul 150° dell’Unità d’Italia si risolve tutto «a destra» - come avviene, in generale, per lo scontro politico dell’Italia berlusconiana -, essendo entrambi i «contendenti» lontani anni luce da quell’universalismo cosmopolita che nutrì le migliori culture ottocentesche, il «Risorgimento radicale» poi sconfitto e che continuò a vivere nel conflitto sociale del nascente movimento operaio. Il «confronto» retorico cui assistiamo segnala ancora una volta l’assenza di un punto di vista alternativo, in questo caso persino di una storia che ricostruisca continuità, rotture e contraddizioni. Attraverso ricerche e memorie che pure questo paese aveva conosciuto nel recente passato, ma che sono ora silenziate o rinchiuse in cittadelle accademiche. È in un simile panorama che proponiamo questo piccolo viaggio nell’800, calando gli avvenimenti dell’Unità italiana nei processi mondiali di quel secolo lungo («iniziato» dalla rivoluzione francese e «chiuso» dalla prima guerra mondiale) e relazionandoli ai percorsi profondi che costruiscono la biografia della Penisola. Arrivando, in qualche modo, fino a noi. Per provare a capire perché siamo diventati quel che siamo. E - persino - chi tra Guicciardini e Macchiavelli avesse più ragione.

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La penisola dei famo Donne e uomini che hanno fatto (o disfatto) l’Italia Carlo Alberto (1798-1849) Principe Savoia-Carignano. Divenne re di Sardegna e Piemonte per mancanza di eredi maschi del ramo principale della casata. Frequentava i liberali ma nel 1831 li represse ferocemente. Pressato delle rivoluzioni del 1848 promulgò lo Statuto albertino - che restò la legge fondamentale dello stato italiano fino alla Costituzione repubblicana del 1948 - e mosse guerra all’Austria per conquistare Milano, ma sbagliò tutto, venne sconfitto e morì in esilio. Dopo aver abdicato a favore del primogenito Vittorio Emanuele (II). Che, si disse, era figlio di un macellaio.

Ciro Annichiarico detto papa Ciro (1775 – 1817) Religioso e brigante pugliese. Prete di Grottaglie (Taranto), accusato di omicidio per motivi passionali, divenne fuorilegge. Organizzò una banda di tagliagole che per 15 anni razziò la Puglia, giustificandosi con un «mandato divino contro i giacobini» ,durante l’occupazione napoleonica. Appoggiato dai latifondisti pugliesi, dopo la Restaurazione fu isolato, catturato e fucilato su ordine dei Borbone

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Attilio (1810 – 1844) ed Emilio Bandiera (1819 - 1844) Mazziniani veneti. Ufficiali della marina austriaca, disertarono nel 1844 per tentare di sollevare i contadini dell’Italia meridionale, dopo aver avuto notizia di una rivolta in Calabria. Sbarcarono presso Crotone con 19 compagni - tra cui un brigante calabrese e un esule corso -, ma la rivolta era già finita: non rinunciarono all’impresa e salirono sulla Sila. Traditi dal corso, vennero fucilati.

Nino Bixio (1821 – 1873) Militare ligure. Mazziniano in gioventù, nel 1848 partecipò alla Repubblica Romana e divenne amico di Garibaldi. Co-fondatore del gruppo paramilitare «Cacciatori delle Alpi», si spostò su posizioni di destra, vicine a Cavour. Rimanendo intimo di Garibaldi con cui guidò la spedizione dei Mille. In quell’occasione si distinse per la repressione di Bronte, sterminando i contadini siciliani che si erano ribellati ai latifondisti. Poi divenne deputato e senatore del Regno nelle file della destra.

Filippo Buonarroti (1761 – 1837) Rivoluzionario pisano, naturalizzato francese. Esponente, insieme a Babeuf, dell’ala egualitaria dei giacobini, fu incarcerato dopo la restaurazione di Termidoro e organizzò la «Congiura degli eguali». Fallita, arrestato, venne condannato alla «deportazione perpetua», ma dal suo esilio non smise di cospirare per tutto il resto della vita, contribuendo all’organizzazione della Carboneria e all’elaborazione delle prime idee socialiste.

Carlo Cattaneo (1801-1896) Filosofo e scrittore italiano. Uno dei dirigenti delle Cinque giornate di Milano. Fosse dipeso da lui l’unità d’Italia sarebbe stata federale, repubblicana e non sotto le insegne dei Savoia: quando venne eletto al Parlamento rifiutò di entraci per non giurare fedeltà al re. Uno sconfitto del Risorgimento italiano, oggi maldestramente utilizzato dai leghisti come padre nobile del federalismo.


amosi Camillo Benso conte di Cavour (1810 – 1861) Statista piemontese. Considerato uno dei padri dell’Unità italiana. In realtà voleva un forte stato del nord a guida Savoia; tutto il resto venne come conseguenza dei giochi politici di governo (fu un antesignano del trasformismo) e di equilibri internazionali in cui usò anche l’intrigo sessuale (inviò la Contessa di Castiglione a sedurre Napoleone III, Costantino Nigra a intrattenere la moglie dell’imperatore). Il suo principale nemico fu Mazzini, non cercò ma subì lo scontro con il Papa. La cosa migliore la fece «inventando» il Barolo.

Carmine Crocco (1830 – 1905)

Francesco De Sanctis (1817 – 1883)

Brigante e rivoluzionario lucano. Bracciante, poi fuorilegge a capo di un esercito di oltre 2.000 uomini organizzato in 43 bande. Soprannominato «Generale dei briganti», combattè prima per Garibaldi, poi per i Borbone. Infine per se stesso. Fu uno dei più temuti e ricercati fuorilegge dell’Italia post-unitaria, coalizzando il ribellismo e l’antistatalismo dei poveri del sud. La sua leggenda si infranse contro l’esercito sabaudo che lo sconfisse e contro il «tradimento» del papa presso cui voleva fuggire. Condannato a morte, finì la sua vita ai lavori forzati.

Letterato e politico italiano. Mazziniano e rivoluzionario del 1848, nonostante fosse il miglior critico letterario italiano dell’800, fu respinto da tutte le università (anche quella di Torino) fino al 1861. Deputato al Parlamento nelle file della sinistra e ministro dell’istruzione nell’Italia post-unitaria, la sua «Storia delle letteratura italiana», scritta per fornire un retroterra culturale alla politica risorgimentale, è utilizzabile ancor oggi.

Scrittore, pittore e politico piemontese. Liberale moderato, fu primo ministro del Regno sabaudo tra il 1849 e il 1852, dopo l’abdicazione di Carlo Alberto e prima dell’era Cavour. Era contrario all’unificazione italiana in un unico stato o sotto un’unica casa regnante. Propendeva per una confederazione di stati autonomi sul modello statunitense. E per questo fu inviso ai mazziniani come a Cavour, che lo definì «empio rivale».

Agostino Depretis (1813 – 1887)

Francesco Crispi (1818 – 1901) Politico italiano. Una vita da sinistra a destra: indipendentista siciliano, poi cospiratore mazziniano (organizzò l’attentato contro Napoleone III), passò per la spedizione dei Mille e la collaborazione con Garibaldi, per approdare al Parlamento e al potere «ereditando» il trasformismo. I suoi governi repressero contadini e operai (sciolse il Psi nel 1894), praticarono il protezionismo economico e l’espansionismo coloniale. Cadde con la disfatta militare di Adua (Etiopia) nel 1896.

Massimo D’Azeglio (1798 – 1866)

Politico italiano. Uno dei primi presidenti del consiglio dell’Italia post-unitaria. Come molti in quegli anni partì da posizioni di «estrema sinistra» (fu uno dei primi discepoli di Mazzini) per approdare a posizioni moderate in vista del potere. Fu l’inventore del «trasformismo», l’operazione con cui la sinistra di origini repubblicane si alleò con la destra liberale, inglobandola e cambiando così la propria natura. Fu anche il principale responsabile politico della sconfitta navale di Lissa.

Michelina Di Cesare (1841 – 1868) Brigante campana. Di poverissime origini e vedova a soli 21 anni, fuorilegge per amore di un ex soldato borbonico, Francesco Guerra, che si era dato alla macchia perché renitente alla leva sabauda. In breve tempo divenne una leader riconosciuta - le sue fotografie in posa spopolavano - la vera stratega della banda Guerra che per anni controllò le montagne del casertano. Fino a che esercito e carabinieri sterminarono il gruppo in una vera e propria battaglia campale. I corpi, denudati, vennero esposti nella piazza di Mignano, paese natio della brigantessa.

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due dipinti di Silvestro Lega del 1861: a sinistra, «Ritratto di Giuseppe Garibaldi»; Sotto, «Bersaglieri che conducono prigioneri»

Ilvuotosotto lanazione di Marco Meriggi

L’unificazione non seppe rappresentare la maggioranza degli italiani, le masse contadine che, da nord a sud, rimasero escluse a favore dei ceti medio-alti urbani. Durante e dopo l’Unità. Questo il nodo inevaso, che ancor oggi pesa come un handicap per la democrazia

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he dopo la sua costituzione in stato nazionale l’Italia sia rimasta a lungo un cantiere aperto è una constatazione che i contemporanei furono i primi a formulare. E il problema di «fare gli italiani», da allora, è stato evocato un’infinità di volte, nelle occasioni in cui si è evidenziato, nella storia della penisola, un deficit di coesione delle sue componenti sociali, territoriali, politiche. Questo fenomeno non è, per altro, assolutamente sorprendente, se solo si pensa che, come ha dimostrato la riflessione di autori come Gellner, Hobsbawm, Benedict Anderson, le nazioni moderne sono costruzioni storiche – non entità metafisiche -, le quali, per reggersi su una solida base di elementi condivisi, necessitano di tempi lunghi di metabolizzazione. Quello di una efficace nazionalizzazione dei propri cittadini non è stato, insomma, un tema solo italiano. Ma cosa aveva spinto almeno una parte degli italiani, nella prima metà dell’Ottocento, a immaginare di trasformare il mosaico di stati della penisola in una nazione? E quali caratteristiche ideologiche avevano animato il discorso del nazionalismo

italiano preunitario? A lungo, sulla scia di un famoso saggio di Federico Chabod, esso è stato ascritto alla filiera di derivazione franco-rivoluzionaria; un nazionalismo, perciò, imbevuto di valori volontaristici e emancipatori; un progetto politico aperto, da contrapporre al nazionalismo di matrice romantico-germanica, ispirato invece dal motivo del Blut und Boden , dai miti della razza e della comunità di sangue. Più recentemente uno storico del calibro di Alberto Mario Banti ha proposto una riconsiderazione di questo giudizio. La Nazione del Risorgimento (il titolo di un suo libro del 2000)

L’AUTORE Marco Meriggi è ordinario di Storia delle Istituzioni sociali e politiche presso la facoltà di lettere dell’Università Federico II di Napoli. È membro del comitato scientifico delle riviste «Passato e Presente» e «Modern Italy». Tra le sue pubblicazioni: «Il Regno Lombardo-Veneto» (Utet, 1987), «Breve storia dell’Italia settentrionale dall’Ottocento a oggi» (Donzelli, 1996), «Gli stati italiani prima dell’Unità» (Il Mulino, 2002).

prende forma come proiezione politica di un canone letterario e artistico - quello romantico - i cui dati emozionali di fondo sembrano ricalcare sentimenti più prossimi a quelli tipici del nazionalismo conservatore «alla tedesca» che a quelli del nazionalismo progressista e contrattualista «alla francese». Ma qui siamo davanti più a un ragionamento sul come l’esperienza patriottica venne vissuta dai suoi protagonisti che sul perché essi scelsero di eleggerla a proprio orizzonte esistenziale. Per altri versi, ciò che per decenni era stato considerato poco meno di un luogo comune tanto

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introduzione

Francesco Hayez, «La Meditazione», 1850

dalla storiografia di ispirazione liberale quanto da quella di impronta marxista, ovvero il nesso tra Risorgimento e capitalismo (il titolo di un importante saggio di Rosario Romeo, scritto alla metà degli anni ‘50) e la correlazione obbligante tra borghesia in ascesa e unificazione nazionale, è oggi percepito, alla luce di nuove ricerche, come un assunto quanto meno discutibile. Per un verso, infatti, tra i protagonisti del movimento risorgimentale gli aristocratici furono particolarmente numerosi; per l’altro, anche sotto il profilo degli interessi materiali, risulta evidente come gran parte dei sistemi economici degli stati preunitari mostrassero una assai modesta propensione all’integrazione reciproca. Sotto il profilo sociale, in realtà, le elite dell’Italia preunitaria - e furono soprattutto queste ultime il soggetto titolare della mobilitazione patriottica - erano in gran parte fondiarie e aristocratiche. E, più che patire per l’assenza di un mercato nazionale, soffrivano semmai per l’inedita e invasiva presenza delle istituzioni burocratiche e poliziesche che, introdotte nella penisola durante l’età napoleonica, erano poi rimaste operative anche dopo il congresso di Vienna. In alcuni degli stati preunitari, poi - per esempio il Lombardo-Veneto e il granducato di Toscana - la pervasività delle strutture amministrative dello stato moderno si coniugava a un dominio straniero, il che contribuiva a renderle ancora più refrattarie all’aspirazioni all’autogoverno coltivate dai notabilati socialmente dominanti. All’invadenza dello stato di polizia questi ultimi contrapponevano il culto delle vecchie tradizioni di autonomia cittadina. E questo spiega la vitalità del motivo municipalistico che, accanto a quello di impronta nazionalistica, animò molte battaglie condotte contro l’ordine costituito durante l’età della restaurazione e che in seguito ispirò i non pochi fautori di una soluzione federale, e non unitaria, del problema della

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libertà italiana. Nella scala delle priorità si avvertiva in primo luogo l’esigenza dell’indipendenza dei singoli stati dalla morsa dell’occupazione straniera o dello stato burocratico e poliziesco e solo in secondo luogo, e non da parte di tutti, quella dell’unità della nazione. Il processo risorgimentale si svolse, per altro, all’interno di una cornice che risentiva profondamente della congiuntura storica continentale, segnata da quel conflitto tra liberalismo e assolutismo che dopo il ’48 si sarebbe risolto nella graduale affermazione del primo. Anche in Italia le spinte alla trasformazione dell’ordine assolutistico della restaurazione recarono perciò impresso il segno del liberalismo, oltre che quello del nazionalismo, e il sentimento patriottico si coniugò intensamente con l’impegno per la realizzazione della libertà moderna. Si trattava, per altro, di un liberalismo che - come forza di opposizione - fino agli anni immediatamente antecedenti al ’48 mostrò tratti abbastanza generici e ecumenici, e che solo a partire dall’«anno dei miracoli», durante il quale divenne transitoriamente o stabilmente forza di governo, si differenziò al proprio interno in modo radicale. La divisione di campo tra moderati e democratici, tra la «destra» e la «sinistra» risorgimentale, data principalmente da quel tornante decisivo della storia ottocentesca, durante il quale almeno in alcuni dei principali centri urbani della penisola si assistette a un inedito e imprevisto protagonismo popolare di segno progressista, nello stesso momento in cui in altri contesti europei (soprattutto in quello parigino) la lotta per la libertà e per l’estensione dei diritti si veniva caricando di venature scopertamente socialiste. Fu soprattutto negli anni ’50, a rivoluzione acquietata, che vennero prendendo corpo - a dispetto dell’unitarietà del «canone emozionale» patriottico - due visioni sostanzialmente


Francesco Giuseppe d’Austria (1830 – 1916) Principe d’Asburgo-Lorena. Diventato imperatore d’Austria (e re del Lombardo-Veneto) a soli 18 anni, guidò l’ultima fase dell’impero, nell’impossibile tentativo di frenare il declino dell’ordine aristocratico, in contrasto con l’avvento della borghesia. L’efficienza burocratica del suo regno non bastò a preservare l’unione multietnica dai nazionalismi nascenti. Morì prima di veder finire il suo mondo. In Friuli c’è ancora un gruppo di nostalgici dell’Austria Felix che ogni anno celebra «il genetliaco dell’Imperatore».

Francesco II di Borbone (1836 – 1894) Ultimo re delle Due Sicilie. Gli affari di stato non facevano per lui, troppo schiacciato dalla prepotenza del padre (il tirannico Ferdinando II) e dal ricordo della madre (Maria Cristina di Savoia, morta dandolo alla luce). Perdipiù fu costretto a sposare Maria Sofia di Baviera, austriaca molto grintosa. Fu re per poco. Salito al trono nel maggio del 1859, due anni dopo aveva già perso il regno: i suoi generali e le sue truppe mercenarie lasciarono via libera a Garibaldi. Morì in esilio, mentre briganti legittimisti combattevano per restaurare un regno cui lui non credeva più.

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introduzione

due lettere di garibaldi, sotto, ritratto con Giuseppe Mazzini

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contraddittorie della soluzione al problema nazionale italiano. Quella moderata, che sarebbe poi risultata vincente, tendeva a riproporre i moduli di un liberalismo politicamente esclusivo, che al discorso sulla libertà e sulla nazione coniugava la sollecitudine per la difesa dell’ordine sociale e la riconferma del carattere elitario della società, confidando al tempo stesso in una evoluzione della situazione della penisola affidata essenzialmente all’iniziativa dinastica dei Savoia: i soli regnanti italiani che dopo il ’48 avessero confermato la costituzione censitaria concessa in quella occasione e che fossero in grado di procurarsi gli appoggi diplomatici internazionali indispensabili per realizzare una durevole trasformazione dell’assetto della penisola. Quella democratica, invece, traendo spunto dalla domanda di protagonismo che era montata dal popolo urbano nel ’48 - ben esemplificata dalle centinaia di artigiani caduti sulle barricate di Milano o di lavoratori del porto mobilitatisi fino all’agosto del 1849 per difendere Venezia dalle cannonate austriache - si sforzava di proiettare il liberalismo al di là dei suoi confini di classe, che ne facevano un affare sostanzialmente riservato ai proprietari, ai professionisti, agli strati alti del mondo mercantile, e a immaginare l’unificazione nazionale come l’occasione di una profonda trasformazione, capace di dare risonanza alle aspirazioni socia-

li di una cittadinanza «larga» dai connotati interclassisti. I liberal-moderati nutrivano sentimenti monarchici e immaginavano la libertà italiana prevalentemente nel solco della tradizione municipalista e elitaria caratteristica della storia moderna della penisola. Colui che finì per imporsi come il loro leader, il piemontese Camillo Cavour, era in realtà figura assai più dinamica e lungimirante dello strato sociale di notabili aristocratici e borghesi che si trovò a rappresentare. I democratici, dal canto loro, erano prevalentemente (ma non esclusivamente) repubblicani e tendenzialmente unitari come il genovese Giuseppe Mazzini -, anche se tra di loro non mancava chi, come il milanese Carlo Cattaneo, prefigurava per la penisola un’indipendenza garantita da una costituzione federale di tipo svizzero o americano. Tanto gli uni quanto gli altri, in teoria, si rivolgevano al popolo italiano tutto intero. Ma i primi, i moderati, lo consideravano in realtà nella fattispecie ristretta delle poche decine di migliaia di lettori di giornali e periodici che costituivano l’opinione pubblica della penisola. I secondi - forse con la sola eccezione del napoletano e protosocialista Carlo Pisacane - identificavano in esso essenzialmente quelle classi medio-basse urbane che erano state protagoniste del biennio rivoluzionario 1848-49 e che rappresentavano però la pur sem-

VOLONTARI D’ITALIA Furono qualche decina di migliaia di “patrioti radicali” - soprattutto nel ‘48 e, in particolare nella straordinaria esperienza della Repubblica romana - a gettare sui campi di battaglia della Penisola il fenomeno nuovo del volontariato, principale innovazione politica del paese in concorrenza con l’annessionismo sabaudo. I Mille di Garibaldi ne furono la manifestazione più evidente e molti dei garibaldini divennero poi classe dirigente dello stato unitario.

pre ristretta elite di un mondo subalterno che dal nord al sud della penisola mostrava tratti soprattutto contadini. Prima del ’48 moderati e democratici avevano talvolta condiviso un’attività di opposizione clandestina che non disdegnava l’occasionale ricorso alla violenza e che poteva arrivare a concretizzarsi in attentati contro i funzionari pubblici più detestati o persino contro le teste coronate. È il tema, tra l’altro, di un film diretto da Mario Martone e tratto dal romanzo di Anna Banti Noi credevamo, che viene ora presentato al festival del cinema di Venezia. Ma dopo il ’48 i moderati, in tutta Italia, rescissero la consuetudine con queste pratiche, che restarono prerogativa dei patrioti radicali. I primi confidavano ora essenzialmente nei buoni uffici della monarchia sabauda e in una soluzione dinastico-legalitaria della questione italiana. Fu, però, soprattutto l’intenso idealismo dei secondi a mantenere viva l’aspirazione all’unificazione e ad alimentare un fenomeno come quello del volontariato nazionale, che tra il ’48 e il 1860 proiettò sui campi di battaglia di tutta la penisola qualche decina di migliaia di italiani e che trovò il proprio co-


un ufficiale dell’esercito italiano in una litografia del 1861

ronamento nella spedizione dei Mille guidata dal nizzardo Giuseppe Garibaldi. C’è chi, affrontando il tema del volontariato, lo ha recentemente descritto come un fenomeno da misurare non solo nei termini del numero di combattenti scesi in campo, ma anche tenendo conto del mondo più vasto dei simpatizzanti, delle fiancheggiatrici, dei finanziatori grandi e piccoli, ed è così giunto a parlare del risorgimento come di un movimento di massa, muovendosi controcorrente rispetto ad una tradizione critica tesa piuttosto a evidenziarne i limiti. Esemplare, in proposito, è il recente Annale della Storia d’Italia Einaudi dedicato per l’appunto al Risorgimento e curato da Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg. Ora, grosso modo negli stessi anni dell’unificazione italiana in un altro Paese occidentale un conflitto che avrebbe deciso dei destini della nazione - la guerra di secessione americana - attivò anch’esso un rilevante fenomeno di militanza politico-militare. Ma ad accorrere come volontari sotto le bandiere nordiste furono americani nell’ordine dei milioni, non delle decine di migliaia di persone, come invece nel caso del movimento patriottico italiano. E, per altri versi, va anche considerato che nella penisola, oltre a quello di impronta unitaria, vi fu anche un volontariato legittimista ( in favore del papa, o dei Borbone di Napoli), certamente meno numeroso ma comunque degno di essere ricordato. Infine, negli anni successivi al 1860, nel Mezzogiorno divampò un conflitto - quello alimentato dal brigantaggio - nel quale le motivazioni sociali, o anche l’endemica propensione alla violenza e alla illegalità latente in un territorio che le trasformazioni istituzionali della prima metà del secolo non erano riuscite a disciplinare in modo compiuto, vennero strumentalizzate dal legittimismo reazionario borbonico al fine di mettere in discussione una unificazione nazionale presentata come invasione piemontese del regno delle Due

Anita Garibaldi (1821 -1849) Rivoluzionaria sudamericana. Il suo vero nome era Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, ma nel 1839 lasciò il marito per diventare la compagna di Garibaldi e combattere con lui, tra un figlio e l’altro: dalle rivoluzioni sudamericane fino all’avventura della Repubblica romana del 1849. Morì - al quinto mese di gravidanza - nelle Valli di Comacchio, in fuga da Roma a Venezia dove insieme al marito voleva partecipare all’ultima resistenza antiaustriaca della città lagunare.

Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882) Militare italiano. Veniva dal mare (Nizza) e sul mare decise di andar a morire (Caprera). Iniziò come cospiratore contro i Savoia e finì per regalar loro un regno. Politicamente non era un’aquila, militarmente un genio - dai campi di battaglia del Sud America a quelli europei - sempre contro i tiranni, a capo di eserciti di volontari. Che fece vestire di rosso («così il sangue delle ferite non impressiona gli altri»). È considerato uno dei quattro più grandi strateghi di tutti i tempi, con Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone.

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introduzione

Massimo d’Azeglio ritratto da francesco hayez, 1860

Sicilie. Negli anni del brigantaggio - è bene ricordare - i caduti sull’uno e sull’altro fronte furono largamente più numerosi di quelli di tutte le guerre del Risorgimento considerate insieme. È sulla base di queste coordinate complesse e ambivalenti che va posta, allora, la domanda a proposito del carattere di massa o meno del Risorgimento. Malgrado tutti i suoi limiti, che l’egemonia moderata accentuò ulteriormente, penso si possa dire che esso lo fu in relazione agli strati sociali che concretamente lo interpretarono. L’Italia di metà Ottocento, dove i volontari si contavano nell’ordine delle decine di migliaia, non era, come gli Stati Uniti della guerra di secessione, un Paese largamente alfabetizzato e avviato sulla strada della modernizzazione economica e sociale. Era, al contrario, un Paese di contadini e contadine analfabeti; al sud più che al nord, ma in larga misura anche al nord. Di fatto, questo vasto e maggioritario strato sociale fu escluso dalle dinamiche dell’unificazione, che coinvolsero invece in modo consistente i ceti medio-alti e parte del popolo urbano, rimase fuori; non per ostilità preconcetta, ma piuttosto per l’incolmabile estraneità del proprio orizzonte mentale e delle proprie esigenze materiali rispetto ai progetti coltivati dai nazionalisti, tanto moderati quanto democratici. Il Nord sabaudo invadeva il Sud borbonico? Per molti versi sì, ma anche col consenso di una parte delle elite del Sud - e non solo di quelle conservatrici messe in scena nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa -, desiderose di approdare a un orizzonte liberale che la dinastia borbonica si mostrava restia a dischiudere. Né, del resto, il brigantaggio fu in alcun modo, dopo l’unificazione, l’organica rappresentanza armata del popolo meridionale. Fuori di retorica, anche quest’ultimo ne patì le violenze e la ferocia. Resta però il fatto che la stessa violenza e la stes-

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sa ferocia vennero esercitate, in quegli stessi anni e in quegli stessi luoghi, dai rappresentanti delle nuove istituzioni nazionali, nel quadro di un drammatico contrasto tra le promesse di libertà e di progresso con le quali i Mille s’erano presentati nel Mezzogiorno e l’esercizio antilibertario dello stato d’assedio proclamato per sedare quella che non poteva essere definita altrimenti che come una guerra civile. Furono anni durante i quali gli ex-sudditi delle Due Sicilie ebbero, certamente, poche occasioni per compiacersi della propria nuova condizione di regnicoli italiani. Ma, più in generale, a parte i drammi particolari del Mezzogiorno, quello che si presenta come il grande nodo inevaso dell’unificazione italiana è a mio parere la distanza tra l’enfasi inclusiva del discorso nazionale, romanticamente teso a proporsi come rappresentativo di tutti gli abitanti della penisola, e la prosaica ristrettezza dei moduli politici a cui esso dette vita. Certo, a presentarsi come socialmente elitario e politicamente discriminante era, all’epoca, il liberalismo europeo tutto intero, e non solo quello professato dai moderati italiani. E, d’altro canto, l’alternativa democratica potè ben poco, all’interno di una realtà così disperatamente arretrata come quella italiana. Ma resta il fatto che nella costruzione retorica del discorso nazionale il popolo italiano era stato evocato tutto intero, mentre, alla prova dei fatti, venne poi chiamato ad esprimersi politicamente solo in occasione della farsa dei plebisciti. Poi, sulla vita politica della nuova nazione calò la cappa del suffragio censitario, che accordò fino al 1882 il diritto di voto politico solo al 2% della popolazione, ovvero a circa il 7% dei maschi adulti. Non stupisce che, di fronte a questo deficit di rappresentatività sociale, le sirene municipalistiche e localistiche che si erano lasciate sentire già prima dell’unificazione tornassero presto a proporre la propria forza centrifuga come sponda di riferimento per i tanti insoddisfatti.

Vincenzo Gioberti (1801 – 1852) Prete e politico piemontese. Mescolando spinte mazziniane e frenate papaline teorizzò un neoguelfismo - sintetizzato nella sua principale opera, «Del primato morale degli italiani» - per cui l’Italia doveva essere liberata dallo straniero e unita sotto la guida morale del papa. Cappellano personale di Carlo Alberto, venne accusato di complotto, arrestato e costretto all’esilio. Rientrato a Torino nel 1848, fu il primo presidente della Camera dei deputati del regno dei Savoia.

Alessandro Lamarmora (1779 – 1855) Militare piemontese. Nel 1835 presentò al re Carlo Alberto uno studio chiamato «Proposizione per la formazione di una compagnia di Bersaglieri e modello di uno schioppo per suo uso». L’anno dopo furono create le compagnie dei Bersaglieri, destinate a «una guerra minuta e di disturbo». La Marmora ne divenne generale, li guidò nella battgalia di Goito - dove fu ferito - e poi in Crimea, dove morì di colera.

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RESTAURAZIONI

ILSECOLO LUNGO Vienna 1814-1815, missione impossibile: riportare indietro l’orologio della storia, cancellando il 1789 e tutto ciò che ne era seguito. La politica dell’aristocrazia è in antitesi con la società

Francesco SAverio Altamura, «la prima bandiera italiana portata a firenze nel 1859», 1859: IL TRICOLORE ITALIANO NACQUE UFFICIALMENTE IL 7 GENNAIO 1797 A REGGIO EMILIA, COME BANDIERA DELLA REPUBBLICA CISPADANA. in basso a destra una moneta da due centesimi con l’effige del primo re d’italia

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borghese. Per cancellare la Rivoluzione francese i restauratori ne preparano una europea

I

l periodo storico che prende l’avvio con la sconfitta e l’uscita dalla scena politica di Napoleone Bonaparte e il successivo Congresso di Vienna, è conosciuto come «l’età della restaurazione». Restaurare - in questo caso - significava ripristinare in Europa la situazione geo-politica precedente la rivoluzione francese, in particolare disegnare i confini degli stati sulla base di quelli di allora e riportare sul trono le case regnanti che avevano governato il continente prima del 1789. Certamente questo avevano in mente i rappresentanti delle grandi potenze europee che si riunirono a Vienna tra il novembre del 1814 e il giugno dell’anno successivo. Ma se tali erano le intenzioni e se era teoricamente possibile dare loro una forma politica, ridisegnando la carta d’Europa, i restauratori si scontrarono con un ostacolo insuperabile: la società europea era irreversibilmente cambiata e non permetteva il ripristino dei rapporti sociali, economici, culturali che avevano caratterizzato l’ancien regime. A lungo andare anche la restaurazione politica si sarebbe

rilevata effimera, cosicché le decisioni prese a Vienna avrebbero generato le tensioni rivoluzionarie che attraversarono l’Europa nei decenni successivi. La rivoluzione francese era stata lo specchio politico di una trasformazione sociale maturata nei decenni precedenti, centrata sull’emergere della borghesia come nuova classe dirigente dei processi economici; le guerre napoleoniche avevano portato in tutt’Europa i valori e i bisogni di questa classe che pretendeva venisse riconosciuto il suo ruolo anche dal punto di vista politico. I restauratori di Vienna se potevano ridare il trono a una dinastia spodestata - grazie alla vittoria militare contro Napoleone - non potevano annullare per decreto un processo storico: l’eliminazione dei vincoli feudali sulla terra, le libertà individuali degli uomini e la loro possibilità di spostarsi da una località all’altra, la libera circolazione delle merci e la concorrenza tra i produttori, erano trasformazioni insite alla nascente società borghese, diffuse dalla Francia postrivoluzionaria e che non potevano essere cancellate.


La contraddizione tra la volontà politica dei restauratori e la realtà delle società europee, diede vita allo squilibrio tra un sistema politico statico destinato a essere superato e una società dinamica che continuava a trasformarsi velocemente. I diplomatici riunitisi a Vienna poterono solo rimandare la traduzione politica dei cambiamenti economici e sociali, facendo ancora una volta perno sull’aristocrazia come classe dirigente. Ma l’Europa, per quanto segnata da profonde spaccature e differenze in campo economico come in quello politico - che segnarono il corso dell’800 - era attraversata da cambiamenti inarrestabili, innestati con la rivoluzione industriale e l’avvento del capitalismo come sistema regolatore delle relazioni tra gli individui. Ogni paese, anche il più arretrato, ne era coinvolto, rendendo esplicito ciò che fino ad allora era rimasto nascosto, cioè la centralità determinante dei rapporti di produzione e la stretta connessione tra sistema economico e rappresentanza politica, sempre più caratterizzata a livello nazionale. Così la storia europea del XIX secolo fu essenzialmente la storia dell’avvento al potere e dell’apogeo della borghesia. Di fronte alla quale poco poterono la tradizione e le leggi del passato che, pure, più d’uno degli uomini politici riuniti a Vienna in congresso, avrebbero voluto restaurare pienamente: una vana intenzione che, dove tentò di essere applicata rigidamente e con la forza, produsse esattamente ciò che avrebbe voluto scongiurare: la rivoluzione politica.

Davide Lazzaretti (1834 – 1878) Utopista italiano. Nato e cresciuto tra le superstizioni dell’Amiata - si narra che fosse nato con due lingue - visioni mistiche lo spinsero a predicare l’uguaglianza: fece proseliti tra i poveri e fondò la «chiesa giurisdavica». Tra eresia e sovversione, sostenne la Comune di Parigi. Soprannominato il «Messia dell’Amiata» fu ucciso dai carabinieri mentre guidava una processione alla «conquista» del paese di Arcidosso.

Goffredo Mameli (1827 – 1849) Poeta italiano. A vent’anni scrisse delle strofe intrise di romanticismo che, musicate da Michele Novaro, sarebbero diventate l’inno nazionale della Repubblica italiana. Esemplari, per bruttezza, gli ultimi versi: «Già l’aquila d’Austria/Le penne ha perdute/Il sangue d’Italia/E il sangue polacco/Bevé col cosacco/ Ma il cor le bruciò». Morì per «baionetta amica» nella difesa della Repubblica romana del 1849: un commilitone lo ferì casualmente e un’infezione lo portò alla tomba. la conquista • 1|restaurazioni [13]


RESTAURAZIONI

Restauratori a Vienna Comunemente vengono definiti con il termine Restaurazione sia il periodo della storia europea che va dal congresso di Vienna del 1815, alla rivoluzione francese del 1830, sia l’assetto politico e territoriale dell’Europa sancito a Vienna per annullare le conseguenze politico-sociali del periodo napoleonico e il clima culturale erede della rivoluzione del 1789. Certamente le intenzioni dei protagonisti del congresso di Vienna erano quelle di «rimettere al loro posto» antichi confini, dinastie e valori, e molto venne fatto in tal senso; ispirandosi ai principi di legittimità (ripristino delle dinastie spodestate) e di solidarietà (comune interesse delle potenze vincitrici che non si verificasse più un nuovo «fenomeno Napoleone») i rappresentanti degli stati europei convenuti a Vienna, ridisegnarono la carte geografica del continente secondo le direttrici della tradizione che la rivoluzione francese prima, e Napoleone poi avevano, in modo diverso, cancellato. Tuttavia il termine Restaurazione, nella sua assolutezza, non dà completamente conto del complesso gioco politico e diplomatico che diede vita al nuovo assetto europeo, né dei diversi punti di vista dei restauratori, né delle trasformazioni oggettive ormai avvenute nella società, con cui essi dovettero - coscientemente o no - fare i conti. Una complessità che è testimoniata dagli stessi risultati del congresso di Vienna e dalle alleanze politicomilitari che si formarono tra gli stati. In realtà non tutti gli stati o le dinastie furono «restaurate» nei termini precedenti la rivoluzione francese, né i vincitori di Napoleone si ritrovarono concordi e uniti nel disegnare i nuovi assetti; e, terminato il congresso di Vienna, firmati i trattati di pace, nuove tensioni

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Garibaldi in una litografia del 1860 di Adolphe Pinçon. sotto, in un ritratto equestre «Italia e Vittorio Emanuele II !!» di C. Vivaldi, 1861

SCAFFALI Sul pensiero politico e sulle categorie per definire il crinale tra rivoluzione borghese e restaurazione aristocratica: M. Horkheinmer, T. W. Adorno, «Dialettica dell’illuminismo» (Einaudi, 1966); H. Arendt, «Le origini del totalitarismo» (Comunità, 1967); B. Moore, «Le origini sociali della dittatura e della democrazia» (Einaudi, 1970); K. Polanyi, «La grande trasformazione» (Einaudi, 1973).

si andarono presto profilando, anche tra gli stessi vincitori di Napoleone. Divisioni d’interessi strategici tra l’Inghilterra da un lato e le potenze continentali (Austria, Prussia e, soprattutto, Russia) dall’altro, si aggiungevano alle diverse filosofie politiche che ispiravano l’opera dei restauratori. Una divaricazione riscontrabile nelle stesse motivazioni che avevano spinto le quattro potenze a coalizzarsi in funzione antifrancese. Se le monarchie continentali avevano combattuto soprattutto contro Napoleone e ciò che egli rappresentava per garantire la conservazione politica dell’Europa dell’ancien regime (con relative dinastie, assetti istituzionali, valori), l’Inghilterra della rivo-

luzione industriale e del liberalismo commerciale aveva combattuto in primo luogo contro la Francia e la sua forza economica, per assicurarsi l’egemonia del commercio internazionale. Sconfitti, insieme, Napoleone e la Francia, le potenze vincitrici dovevano ora ricercare un nuovo equilibrio europeo. E, inevitabilmente, emergevano i diversi punti di riferimento e interessi: l’Inghilterra guardava ai grandi commerci internazionali, voleva una Francia ridimensionata ma non umiliata e pensava a un’Europa in cui l’equilibrio fosse garantito da una molteplicità di forze che, in concorrenza tra di loro, le fornissero via libera per consolidare la propria posizione di unica


vera potenza mondiale (una potenza garantita più dalle armi dell’economia che da quelle degli eserciti o dall’espansione territoriale); Austria, Prussia e Russia avevano al centro dei loro interessi l’Europa - ridefinita politicamente in maniera molto rigida - pensavano a un contesto internazionale statico e non dinamico. Inoltre, tra le potenze continentali, la Russia era avviata a svolgere un ruolo di potenza anche marittima e non solo terrestre - come era avvenuto fino ad allora - che la metteva in rotta di collisione con gli interessi inglesi, come si evidenzierà più chiaramente a partire dalla guerra d’indipendenza greca e per tutto l’Ottocento. Le divergenze tra l’Inghilterra e le potenze continentali si evidenziarono anche nei sistemi di alleanze conseguenti al congresso di Vienna e nei diversi ruoli che questi avrebbero dovuto svolgere. Una volta ridisegnati i confini e restaurati i regimi, si trattava di garantirne la conservazione. Apparentemente, anche qui, il pericolo veniva dalla Francia e i vincitori di Napoleone non si sentivano garantiti dalla serie di stati cuscinetto creati attorno all’ex nazione nemica. Ma, anche a questo proposito, le diverse soluzioni ricalcavano le divergenze originarie. Austria, Prussia e Russia diedero vita a una coalizione (la Santa Alleanza) che, «nel nome della Santissima e Indivisibile Trinità» si costituiva in difesa dell’ordine assolutistico e del principio dinastico: sotto una coltre di richiami ai valori religiosi e legittimistici, si nascondeva una finalità d’ordine e veniva creata una sorta di forza di polizia multinazionale col compito di garantire la conservazione dello status quo, battendosi, in primo luogo, contro quella parte della società europea che era stata più interessata ai valori della rivoluzione francese e contro quelle borghesie nazionali i cui interessi economici e politici erano palesemente contraddittori con le istituzioni assolutistiche e le monarchie sovranazionali. L’Inghilterra, al contrario, promosse la Quadruplice Allean-

za (con gli stessi stati firmatari della Santa Alleanza), in funzione puramente antifrancese: un’alleanza con compiti estremamente delimitati, che poteva entrare in funzione solo nel caso in Francia si riproponesse un’esperienza simile a quella napoleonica e che, come primo embrione di organizzazione internazionale permanente, proponeva una serie di conferenze periodiche tra gli stati, incaricate di prendere i provvedimenti necessari a garantire la pace in Europa. Ancora una volta appariva evidente quanto distanti fossero le posizioni delle potenze vincitrici: diversi erano il nemico principale (il liberalismo politico in ogni sua forma per le potenze continentali, la Francia come possibile concorrente sul mercato internazionale per l’Inghilterra); diversi i metodi usati per garantire l’equilibrio (l’ordine delle baionette per la Santa Alleanza, la diplomazia politica e la forza economica per gli inglesi); diversi gli scopi e gli obiettivi (un’Europa bloccata sotto la guida delle dinastie più conservatrici con una Francia subalterna e debole per Austria, Prussia e Russia, un continente europeo in cui

non eccedesse la forza delle monarchie più assolutistiche, sufficientemente divisa da non permettere l’emergere di una potenza egemone, per l’Inghilterra). Da questi contrasti che, durante i lunghi mesi del Congresso di Vienna, si focalizzarono sul futuro della Francia, emerse un compromesso che garantì le potenze continentali sul piano politico-istituzionale, ma che, dando vita a un complesso «sistema europeo degli stati» non umiliò la Francia e garantì quell’equilibrio di forze tra le nazioni più importati cui era interessata l’Inghilterra, la quale risultò essere la vera vincitrice del confronto diplomatico. Un sistema che, tuttavia, era debole e fragile, privo di un suo centro e che lasciava aperti quei problemi nazionali (Italia, Polonia, ma anche la stessa Germania e tutta l’area dell’impero austriaco) che avrebbero generato continue tensioni e conflitti. Le frustrazioni delle aspirazioni nazionali di consistenti parti delle borghesie europee, costituivano un problema aperto che il gioco diplomatico viennese non poteva risolvere e che si sarebbe puntualmente ripresentato nei decenni successivi.

Luciano Manara (1825 – 1849) Militare milanese. Uno degli strateghi delle Cinque giornate di Milano, poi a capo di una compagnia di Bersaglieri per i Savoia e, infine, capo di stato maggiore di Garibaldi nella difesa della Repubblica romana. Quando morì in combattimento. La famiglia dovette impegnarsi in cinque anni di suppliche per ottenere il permesso da Francesco Giuseppe d’Austria di riportarne il corpo a Milano per la sepoltura.

Daniele Manin (1804 – 1857) Politico veneziano. Il suo vero nome era Daniele Fonseca. Quando la sua ricca famiglia ebraica si convertì al cattolicesimo prese il cognone dell’ultimo doge di Venezia. Imprigionato dagli austriaci per «attività sovversive», venne liberato dalla rivoluzione del 1848 e fu il presidente di una breve Repubblica di San Marco. Caduta la quale, fuggi in esilio a Parigi, dove sopravvisse dando lezioni d’italiano. Fondò la «Società nazionale italiana».

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RESTAURAZIONI

Tra «grazia di dio» e «volontà della nazione» Non erano divisi soltanto politicamente, i congressisti viennesi; tra loro coesistevano tendenze culturali e ideologiche diverse, anche in aperto conflitto tra loro. Se la Restaurazione era compattamente contraria ai valori dell’Illuminismo, diffidava - quando non era palesemente ostile - del mito del progresso e abborriva la rottura rivoluzionaria e ogni partecipazione delle masse alla vita pubblica, altrettanta omogeneità non si poteva riscontrare nei contenuti «in positivo». Almeno due erano le tendenze culturali

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in cui, a partire dal principio della tradizione, si divideva l’aristocrazia europea: tra un pensiero reazionario di tipo radicale e un conservatorismo moderato. Una divisione che appare facile rapportare a quali modelli statali e a quali forze sociali si rifacesse. La fedeltà dei sudditi al sovrano, la prevalenza dei doveri sui diritti, l’indiscutibilità del dogma religioso, costituivano la sintesi dei valori tradizionali che per il pensiero restauratore più oltranzista arrivava a sostenere la natura divina del potere del re e annullava qualunque funzione attiva dell’individuo nella storia e nella politica, come asserivano i contrattualisti, a partire da Rousseau. Il sovrano era re «per grazia di dio», non doveva render conto a nessuno del suo operato che si identificava con il progresso storico sotto la guida della provvidenza. In questa concezione, matrice dello stato asso-


luto, la monarchia e la chiesa erano saldamente unite in quanto istituzioni che preservavano la nazione da ogni disordine e garantivano il bene dei sudditi. Era una riproposizione - presto apparsa anacronistica - dell’ancien regime. La Restaurazione fu largamente attraversata da simili concezioni, proprie dei filosofi francesi Giuseppe de Maistre (1753-1821) e Luigi de Bonald (1754-1840): per il primo, essendo l’uomo unicamente uno strumento di dio, l’unico legittimo ordinamento politico è quello monarchico, sotto il primato del papa, che reca l’impronta divina; il secondo, partendo dalla stessa impronta teocratica, asseriva «essere gli uomini disuguali tra

loro» e arrivava a escludere ogni valore al principio della libertà individuale. Questo rovesciamento radicale dei valori che avevano ispirato la rivoluzione francese, incontrava il favore di quell’ala dell’aristocrazia più legata alla rendita terriera e più ostile alla borghesia e alla sua concezione imprenditoriale della libertà nei commerci. Una filosofia reazionaria che trovava nelle istituzioni delle potenze assolutistiche, il suo riscontro politico: Austria, Prussia e Russia erano governate esattamente secondo tali principi e furono questi i valori che saldarono la Santa Alleanza e caratterizzarono il clima culturale europeo negli anni immediatamente successivi al congresso di Vienna, come principi guida ufficialmente riconosciuti dagli stati. Diversamente da questo tuffo nel passato, l’altra corrente culturale della Restaurazione si riconosceva in un moderato liberalismo che, sul piano politico, riconosceva la necessità di parziali innovazioni concretizzatesi nella tendenza costituzionale. Il sovrano non era più assoluto, il ruolo politico della chiesa a sostegno della monarchia veniva ridimensionato e, senza arrivare a riconoscere i principi rivoluzionari della sovranità popolare, introduceva il principio rappresentativo, pur su base molto limitata. Uomini politici come il francese Francois Guizot (1787-1874), che diventerà ministro nella monarchia costituzionale di Luigi Filippo, filosofi come il tedesco Karl von Humboldt (1767-1835), anticiparono le tematiche del liberalismo moderato che raccoglievano attorno all’aristocrazia meno reazionaria alcuni settori di grande borghesia finanziaria, interessata a un inserimento nel potere politico; una tendenza che, soprattutto in Francia, permetterà l’allargamento della partecipazione istituzionale e la nascita di una nuova classe dirigente, dalla rivoluzione di Luigi Filippo nel 1830 alle politiche di uomini come Luis Thiers (1797-1877) che ricercava la legittimazione del potere in una ristrettissima rappresentanza parlamentare espressione dei ceti più abbienti e garantita da una carta costi-

il congresso di Vienna in una incisione d’epoca. NELL’OVALE, il filosofo francese de Maistre

SCAFFALI Sulle scelte di fondo, le relazioni diplomatiche e le conseguenze politiche di Vienna 1814-1815: H. Nicolson, «Il congresso di Vienna» (La Nuova Italia, 1955); M. Bourquin, «La histoire de la Sainte Alliance» (Georg, 1954); C. von Metternich, «Memorie» (Einaudi, 1943); A. Omodeo, «Studi sull’età della restaurazione» (Einaudi, 1974).

tuzionale. La concessione della Costituzione era, appunto, l’elemento discriminante che distingueva i moderati dai reazionari: si trattava di una Costituzione «concessa» dal sovrano (e non ottenuta da una pressione dal basso) che era tale non più solamente «per grazia di dio», ma anche «per volontà della nazione». Un moderatismo che governava solo in alcuni stati dell’Europa del nord (Norvegia, Svezia, Paesi Bassi), che costituirà un elemento forte delle rivendicazioni della borghesia europea negli anni Venti e Trenta e che aveva come punto di riferimento la politica di uno stato come l’Inghilterra; dove, pure, non era in vigore nessuna costituzione scritta, ma in cui vigeva un sistema liberale fondato sulla tradizione - basato su un equilibrio di poteri tra la corona e un parlamento elettivo (anche qui a base molto ristretta). Un costituzionalismo, questo, garantito, soprattutto, dalla necessità di adeguare le istituzioni politiche alla dinamicità economica e sociale del paese della prima rivoluzione industriale.

Bartolomeo Marchelli (1834 – 1903) Illusionista e militare italiano. Orfano di padre in tenera età, si ingegnò nei giochi di prestigio al punto da diventare un famoso illusionista. Era conosciuto anche per «giocare a biliardo senza la stecca», spostando le palle con la sola forza del soffio. Partecipò alla spedizione dei Mille, poi provò a proseguire la carriera militare nell’esercito, ma la cosa gli venne presto a noia. Tornò così all’attività di prestigiatore, interrompendola però a ogni spedizione garibaldina, dall’Aspromonte a Mentana.

Giuseppe Mazzini (1805 – 1872) Repubblicano italiano. La mente più lucida e radicale del Risorgimento, odiava la monarchia, contro re e tiranni era disposto al terrorismo. Ora è considerato uno dei padri della nazione, eppure passò la vita in esilio, ricercato dalla polizia anche quando il paese era stato liberato dallo «straniero» e governato da un re italiano. Fu anche tra i fondatori della Prima internazionale, ma con il movimento operaio aveva poco a che fare e ne venne presto espulso. In Romagna gli erigono monumenti ancor oggi.

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RESTAURAZIONI

Reazione europea e «Italia divisa» La ricerca di un equilibrio che garantisse l’assetto politico europeo era, insieme al principio della legittimità, il principale obiettivo perseguito al Congresso di Vienna. Ma conciliare il ripristino dell’antico ordine con i mutamenti avvenuti nella società, costituiva impresa ardua se non impossibile. Così, mentre quasi tutte le vecchie dinastie riprendevano il posto che occupavano prima della rivoluzione francese, maturavano contraddizioni sociali che minavano alla base il lavoro diplomatico dei restauratori. La frantumazione di alcuni paesi (Italia, Germania), il permanere di domini stranieri su altri (Polonia, Grecia), il ripristino di barriere doganali e vincoli economici, si univa, un po’ dovunque, a un progressivo restringimento delle libertà politiche e giuridiche. Mentre in Austria, Russia e Prussia le elites dominanti trovavano nella vittoria su Napoleone il «riscontro storico» della correttezza del dispotismo assoluto, nella stessa Inghilterra, la paura della rivoluzione e l’azione dei gruppi radicali sorti nelle nascenti organizzazioni operaie, indusse il governo di quel paese (comunemente visto come esempio di liberalismo e sostenitore delle istanze di rinnovamento della borghesia europea) a sopprimere le garanzie del diritto e a varare leggi speciali che limitavano fortemente le libertà individuali e quasi annullavano ogni possibilità di azione collettiva. In Germania, divisa tra la nascente potenza prussiana e molti principati su cui si estendeva l’egemonia austriaca, furono duramente represse le organizzazioni studentesche che si proponevano l’unità tedesca in un programma costituzionale e repubblicano. In Spagna e Portogallo, restaurata la monarchia e aboliti i diritti co-

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il Congresso di Vienna rappresentato in una incisione/ caricatura di H. Delius, 1815. una folla esultante (tra cui si riconoscono sovrani, ufficiali e usurai) brinda davanti alla cartina della nuova europa. qui sotto, lo stemma reale di casa borbone

Ciro Menotti (1798 – 1831)

stituzionali, le vecchie classi dirigenti pensavano di poter riprendere il potere come se nulla fosse successo, preparando così le basi per la prima rivoluzione europea dell’era della Restaurazione. La Polonia pagava con l’annullamento della propria identità nazionale nell’impero Russo, l’autonomia amministrativa concessale dallo Zar. In Italia venne riprodotta, sotto la tutela austriaca, la frantumazione politica pre-esistente a Bonaparte (soltanto Genova e Venezia scomparvero come entità politiche autonome, vittime della propria debolezza). La Restaurazione politica non fu uguale nei diversi stati italiani. Diretti dalla volontà austriaca attenta a evitare il più possibile ogni tipo di conflitto, i regnanti italiani scelsero strade diverse per cancellare il precedente ventennio: soltanto i Savoia abrogarono tout court i codici napoleonici rimettendo in vigore una confusa e arretrata legislazione pre-esistente, e segnalandosi per una delle transizioni post-napoleoniche tra le più traumatiche e più reazionarie (facendo rientro a Torino con tanto di tricorno e codino, simboli del secolo precedente, circondati da gesuiti, per dar subito vita a una feroce persecuzione religiosa contro tutte le minoranze). Negli altri stati la trasformazione istituzionale fu più contraddittoria, spesso vennero

Rivoluzionario emiliano. Affiliato alla Carboneria, tentò l’insurrezione del 1831, pensando di avere l’appoggio di Francesco IV d’AsburgoEste, duca di Modena, per liberare la città dal controllo austriaco e porre le basi per un regno del nord Italia. Ma il duca lo tradì, fece circondare la casa dei congiurati e poi - fallita la rivolta - fece condannare a morte Menotti, che venne impiccato nella Cittadella di Modena.

Klemens von Metternich (1773 – 1859) Principe e diplomatico austriaco. Grande regista del Congresso di Vienna, organizzò la Restaurazione europea riportando al potere principi deposti, puntando a contenere l’espansionismo russo con la Santa Alleanza e il peso prussiano con la Confederazione degli stati tedeschi. Fautore del controllo austriaco sull’Italia che definì «un’espressione geografica», un po’ come la Germania: paesi divisi in tanti stati sotto un’unica egemonia imperiale. Le rivoluzioni del ‘48 posero fine alla sua carriera politica.

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RESTAURAZIONI

SCAFFALI Sulle conseguenze politico-militari in Europa del Congresso di Vienna: F. Chabod, «Storia dell’idea d’Europa» (Laterza, 1961); A. J. P. Taylor, «L’Europa delle grandi potenze» (Laterza, 1961); J. Droz, L. Genet, J. Vidalenc, «Restauration et révolutions» (Puf, 1953); H. Kissinger, «Diplomazia della Restaurazione» (Garzanti, 1973).

Renato Guttuso, «La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio», 18 55. sotto, un volontario garibaldino.

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mantenuti o trasformati parzialmente gli assetti giuridici introdotti da Bonaparte; gli stessi diritti individuali di libertà d’espressione non furono abrogati ovunque e immediatamente, come avvenne a Napoli, dove i Borbone diluirono nel tempo l’opera restauratrice conseguente alla cacciata di Murat. Ma nonostante le cautele e un costante ricorso alla repressione e all’uso della polizia, era impossibile cancellare i cambiamenti avvenuti nel frattempo nella società. La stessa ricostruzione delle vecchie frontiere, se poteva risultare facilmente attuabile in linea teorica, produceva delle conseguenze pratiche che ne minavano la stabilità. Le risorte barriere doganali che tornavano a dividere il paese e ostacolare il commercio, finivano per allargare l’ostilità contro la Restaurazione e i suoi governi. Gli innumerevoli dazi cui erano sottoposte le merci nei loro spostamenti lungo la Penisola (spesso anche all’interno di uno stesso stato esistevano più barriere doganali) erano un problema in più per la nascente borghesia imprenditoriale italiana sul cui sviluppo pesavano fortemente l’arretratezza istituzionale e strutturale del paese e la sua divisione politica. Anche la Restaurazione economica (molti governanti si attenevano al più stretto protezionismo) finiva così per sollecitare lo sviluppo di

un’opposizione politica culturalmente sempre più segnata dal romanticismo e dall’idea di nazione. L’opposizione alla Restaurazione fu un fenomeno europeo, che interessò tutti i paesi del continente. Essa assunse una duplice forma: da un lato quella della critica aperta e legale dei circoli intellettuali, con le loro riviste e giornali; dall’altro quella delle congiure di organizzazioni segrete d’ispirazione democratica. Mentre i governanti europei si affannavano in una lunga serie di congressi e manovre diplomatiche allo scopo di conciliare le contraddizioni tra le grandi potenze e tra i governi e i popoli, intellettuali e studenti (in particolare in Francia) davano vita a una vera e propria corrente politica liberale caratterizzata soprattutto dalla rivendicazione della costituzione; dal canto loro le organizzazioni clandestine sorte in vari paesi europei contro Napoleone (e formate da settori della borghesia urbana e da militari), continuavano la propria attività, estendendosi dovunque: l’emancipazione e l’unità nazionale erano la loro rivendicazione comune, cui, in alcuni casi, si aggiungevano richieste di riforme democratiche e sociali. L’opposizione pubblica alla Restaurazione non nutriva alcuna nostalgia né per la rivoluzione giacobina né per Napoleone. Anzi, proprio a partire dalla Francia, le correnti

costituzionaliste insistevano sulla necessità di ottenere «libertà legali» (sancite da un atto costituzionale) per evitare sia i pericoli del legittimismo reazionario, sia l’annullamento della libertà individuale derivante dalle rivoluzioni egualitarie. I diritti costituzionali, la concessione da parte del sovrano di Charte e la formazione di parlamenti a ristretta base elettorale, furono i comuni obiettivi della prima opposizione liberale alla Restaurazione. La libertà, in particolare quella di stampa e quella individuale contro gli abusi dell’amministrazione pubblica, fu il valore principale dell’alta borghesia, preoccupata - insieme - di escludere le masse dalla vita politica e di aumentare la propria influenza, insieme alla propria libertà economica. Quest’impostazione dalla Francia si diffuse in tutta Europa, influenzando l’opposizione ai governi. Tuttavia in ogni paese assunse una forma particolare, legata allo specifico che si trovava di fronte. In particolare, in Italia, in presenza dell’egemonia austriaca e della frantumazione politica essa assunse toni radicalmente nazionalisti che poi caratterizzarono tutta la cultura ufficiale del cosiddetto Risorgimento italiano. Tuttavia notevoli erano le differenze che dividevano i circoli liberali della Penisola. Si andava dai toni più tradizionalisti del gruppo del Conciliato-


John Whitehead Peard, giornalista britannico, che, inquadrato nella Compagnia di Pavia, era scherzosamente chiamato The Garibaldi’s Englishman

re (un giornale che vedeva nella tradizione foscoliana di letteratura civile il fondamento del risveglio nazionale) dei lombardi Pellico, Confalonieri, Berchet, a quelli più modernisti della rivista milanese Il Caffè e di altri intellettuali di quella città, come Melchiorre Gioia e Giandomenico Romagnosi, che propugnavano lo sviluppo di una società modernamente capitalistica ed esaltavano il progresso tecnico, la libera impresa industriale e commerciale che, in opposizione al conservatorismo dei grandi proprietari terrieri, avrebbe portato con sé la libertà politica e il rispetto assoluto dell’individuo e della proprietà. Molto diverse le posizioni dei liberali piemontesi, come Cesare Balbo e Santorre di Santarosa, che consideravano l’unità nazionale italiana strettamente legata alle sorti di casa Savoia e propugnavano una riconciliazione del patriottismo con la monarchia sabauda, considerando il Piemonte l’unica forza capace di riunire politicamente il paese. Scarsa fu l’influenza politica di queste correnti di pensiero; l’opposizione liberale moderata solamente in Francia potè manifestarsi liberamente e ottenere alcuni risultati concreti, arrivando - dopo il 1830 -a diventare forza di governo. Altrove ebbe un ruolo di testimonianza culturale che assumerà una certa rilevanza solo in relazione all’azione politica diretta, tanto da cominciare a guardare con simpatia alle organizzazioni clandestine e a relazionarsi con esse. Quest’ultime, nate in ostilità a Napoleone e all’occupazione francese, si rivoltarono inevitabilmente contro la Restaurazione non appena si rivelarono infondate le promesse fatte dalle potenze alleate di assicurare libertà costituzionali e indipendenza nazionale. Al precedente nemico, Napoleone, si sostituì un nuovo avversario, la Santa Al-

Rose Montmasson detta Rosalia (1825 – 1904) Repubblicana italiana. Conobbe a Torino Francesco Crispi e lo sposò a Malta, durante l’esilio. Partecipò, contro il volere del marito, alla spedizione dei Mille, di cui fu l’unica donna-combattente. Quando Crispi divenne uomo di governo rinnegando gli ideali repubblicani, Rose ruppe col marito, che la ripudiò, asserendo l’invalidità del matrimonio maltese, e sposando una nobile leccese di ceppo borbonico: perfetta sintesi di personale e politico. Rose morì sola e dimenticata.

Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, detto Napoleone III (1808 – 1873) Politico francese. Si credeva il nuovo Napoleone Bonaparte di cui era nipote di secondo grado. Tentò un paio di sollevazioni militari, finì in carcere e in esilio. Dopo la rivoluzione del 1848 fu eletto presidente. Poi si proclamò imperatore con un golpe analizzato da Marx ne «Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte», parlando di «nuovo Napoleone in fattezze caricaturali». Fu dispotico quanto narcisista ed espansionista: sedotto dalla contessa di Castiglione si alleò con i Savoia conquistando la Lombardia dall’Austria. Nel 1870 fu sconfitto dai prussiani, morì di cancro in esilio.

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RESTAURAZIONI SCAFFALI Sulle conseguenze del Congresso di Vienna e i primi anni della restaurazione nella penisola italiana: il primo volume della «Storia dell’Italia moderna» di Giorgio Candeloro (Feltrinelli, 1970); Marco Meriggi, «Amministrazione e classi sociali nel Lombardo-Veneto 18141848» (Il Mulino, 1983); Marco Meriggi, «Gli stati italiani prima dell’Unità» (Il Mulino, 2002);

R. Villari, «Il Sud nella storia d’Italia» (Laterza, 1966); Giuliano Procacci, «Storia degli italiani» (Laterza, 1961); G. Sabbatucci, V. Vidotto (a cura di), «Storia d’Italia-1. Le premesse dell’Unità» (Laterza, 1994); Aa. V.v, «Armi e nazione. Dalla Repubblica Cisalpina al Regno d’Italia. 17871814» (Franco Angeli, 2009); Lucio Villari, «Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento» (Laterza, 2009); Paolo Bagnoli, «L’idea dell’Italia» (Diabasis, 2007).

sopra, volontari garibaldini. a destra, una vivandiera mentre soccorre un bersagliere ferito (litografia a colori, 1859)

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leanza. Estremamente eterogeneo era il panorama delle organizzazioni segrete, sia per struttura che per finalità e metodi. Alcuni si battevano per la concessione della costituzione, altri per l’unità nazionale, altri avevano aspirazioni sociali egualitarie che anticipavano le future organizzazioni socialiste e operaie; in alcuni casi erano strutturate sul modello massonico di tipo gerarchico verticale, in altri erano collegate tra loro da una rete concentrica di sette locali; potevano tentare colpi di mano militari, o perseguire l’insurrezione di massa di larghi strati della popolazione. Nel loro insieme rappresentavano la risposta più netta della società civile al contraddittorio panorama sociale e politico frutto della Restaurazione (in cui il vecchio tentava di sovrapporsi al nuovo senza mai riuscire a cancellarlo) e quello altrettanto complesso di un’evoluzione ideologica e culturale in cui correnti di pensiero diverse si confrontavano e intrecciavano (dal tradizionalismo, al nazionalismo, al nascente socialismo). In Francia era prevalente l’ala liberale e repubblicana, con una forte presenza di ex giacobini che si battevano per radicali riforme sociali. In Germania forte era la tendenza anti-austriaca e l’aspirazione all’unità nazionale. In Polonia e in Belgio l’obiettivo principale era la fine della dipendenza dallo straniero (russi e olandesi). In Russia il movimento settario, formato soprattutto da ufficiali dell’esercito, era strettamente collegato alla massoneria. In Spagna i liberali si dividevano tra una componente moderata legata alla massoneria che chiedeva il ripristino delle garanzie costituzionali e una più radicale (i comuneros) con rivendicazioni di carattere sociale. In Inghilterra le organizzazioni segrete assunsero la doppia veste del radicalismo politico (che si batteva per la riforma istituzionale e il suffragio universale maschile) e di quello sociale del movimento luddista dei «distruttori di macchine» (lavoratori che si battevano contro il peggiora-

mento delle condizioni di vita, conseguente alla rivoluzione industriale). In Grecia furono le organizzazioni segrete a carattere religioso a organizzare l’insurrezione per l’indipendenza del paese. In Italia la Carboneria al sud e i Sublimi maestri perfetti al nord, erano solo le due organizzazioni principali, ma in pochi anni nacquero centinaia di piccole sette segrete, a volte collegate tra loro, spesso infiltrate dalle spie della polizia. Nei primi anni della Restaurazione il lavoro di organizzazione di queste società segrete fu intensissimo. Spesso le strutture segrete venivano sciolte e poi riorganizzate per sfuggire al controllo poliziesco; notevoli furono anche gli sforzi per coordinare tra di loro le varie strutture (un’opera in cui, nella Penisola, si prodigò particolarmente l’ex giacobino Filippo Buonarroti). Composte perlopiù da giovani ufficiali, artigiani, piccoli proprietari e liberi professionisti, le società segrete italiane rispecchiavano l’eterogenità delle loro corrispondenti europee: dalla concessione della costituzione alla riforma agraria, vi si ritrovavano tutte le aspirazioni di una società compressa e schiacciata dalla Restaurazione e di quei ceti sociali acculturati confinati ai margini della nuova realtà politica e giuridica uscita dal Congresso di Vienna. Le loro cospirazioni non ottennero mai risultati importanti, anche se la loro attività costituì sempre l’incubo dei governi, in particolare di quelli più gretti e oscurantisti. Tuttavia le società segrete rappresentarono la più chiara contraddizione al vecchio ordine che tentava di imporsi nuovamente in Europa; benché sconfitta, la loro attività segnerà la fine della Restaurazione e la dimostrazione dell’impossibilità del disegno politico e militare di controllo della società europea che ispirava i convenuti a Vienna. Inoltre, in quelle associazioni, i circoli, i club che si andavano diffondendo rapidamente nelle città del continente, ne annunciavano la nascita in tutta Europa.


Sara Levi Nathan (1819 – 1882) Mazziniana italiana. Nata Sara Levi, a 16 anni sposò Moses Nathan, uomo d’affari inglese che la portò a Londra. Lì, a 18 anni, conobbe Mazzini: si innamorò delle sue idee, ma anche dell’uomo. Rimasta vedova molto giovane, passò il resto della sua vita a sostenere – moralmente e finanziariamente - la causa mazziniana. Ebbe dodici figli, tra cui Ernesto Nathan, che sarà sindaco di Roma, il più laico e anticlericale della storia. E che, secondo i maligni, era in realtà figlio di Mazzini.

Ippolito Nievo (1831 - 1861) Scrittore italiano. Mazziniano, tra moti falliti (Mantova e Livorno) e la partecipazione alla spedizione dei Mille, pubblicò diverse opere romantiche, collaborò con la rivista Il Caffè e - soprattutto - scrisse «Le confessioni di un italiano», romanzo storico-patriottico che racconta le vicende della Penisola dalla campagna napoleonica d’Italia alle rivoluzioni del 1848. Morì in un naufragio al largo di Sorrento, durante un missione politica per Garibaldi, al termine della spedizione dei Mille.

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RESTAURAZIONI

LE DATE DELLA RESTAURAZIONE

i confini dell’europa dopo il congresso di vienna. Sotto, il primo numero del giornale politico palermitano «il garibaldi» uscito il 6 giugno 1860

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Giornali e riviste: un nuovo campo di battaglia Al centro del confronto tra i governi della Restaurazione e l’opinione pubblica c’erano i giornali e le riviste (di carattere politico o letterario) che nascevano numerosi nei primi decenni del XIX secolo. Il problema della libertà di stampa divenne una delle questioni centrali nel dibattito politico degli anni della Restaurazione. I regimi assolutisti vedevano nella circolazione di giornali e riviste un pericolo mortale per il proprio potere e la sua stabilità, fino a considerarla fonte di possibili movimenti insurrezionali: quei fogli diffondevano e amplificavano idee considerate pericolose e la loro stessa esistenza, se incontrollata, costituiva di per sé un reato di «lesa maestà» per una concezione della politica e della vita pubblica accentratrice e assolutista, violando il monopolio dell’informazione e della formazione culturale e politica. Mentre i liberali consideravano la libera circolazione

delle idee una delle principali risorse per il miglioramento della società e dello stesso sistema politico, i governi della Restaurazione, e le loro polizie, accentuavano il ruolo della censura (spesso preventiva) e si sforzavano di limitare al massimo la circolazione di giornali e riviste che erano soprattutto di ispirazione liberale e democratica. Quando non venivano chiuse (come - tra gli altri - accadde, dopo appena un anno di esistenza, nel 1819, al milanese Conciliatore e, nel 1833, alla rivista fiorentina Antologia) o quando non erano costrette a far vagliare preventivamente i propri articoli agli uffici di censura per ottenerne il nulla osta per la pubblicazione, le riviste erano sottoposte a una tassazione preventiva (un bollo da pagare per ogni copia distribuita) che ne limitava fortemente la libera circolazione. Anche i libri non godevano di maggior libertà e lunghe erano le liste dei volumi all’indice di cui era proibita la vendita e la lettura. La pressione cui veniva sottoposta l’editoria (una prerogativa non solo dei regimi più oscurantisti, ma molto diffusa anche nella liberale Inghilterra, soprattutto nei confronti della stampa radicale e operaia) finì per costituire ben

Dopo l’abdicazione di Napoleone, nell’aprile 1814 i Borbone ritornano sul trono di Francia con Luigi XVIII (fratello di Luigi XVI, deposto dalla Rivoluzione francese) che promette una costituzione liberale ma favorisce il rientro della nobiltà emigrata e il ripristino dei privilegi dell’alta aristocrazia e del clero. Il 30 maggio viene firmata, tra le potenze vincitrici e la Francia, la prima pace di Parigi che fissa i confini francesi sulla base di quelli del 1792. Inizia l’era della Restaurazione: la parentesi napoleonica dei cento giorni (marzo-giugno 1815) non interrompe gli incontri del Congresso di Vienna, che erano iniziati nell’estate del 1814, concludendosi con l’Atto finale, siglato il 9 giugno 1815, che stabiliva i nuovi assetti politici europei della cui stabilità si faceva garante la Santa Alleanza (Prussia, Russia e Austria), il cui trattato veniva firmato il 26 settembre dello stesso anno; la seconda pace di Parigi, 20 novembre 1815, stabiliva l’ammontare delle riparazioni di guerra e le limitate perdite territoriali cui veniva sottoposta la Francia. Si apre una fase in cui le potenze europee ricercano la stabilità continentale in chiave conservatrice; in contrapposizione nascono associazioni e società segrete per ottenere riforme istituzionali e perseguire l’unità e l’indipendenza nazionale nei paesi smembrati dalla restaurazione. In Italia un tentativo d’unità nazionale sotto la guida del re di Napoli Gioacchino Murat, fallisce tra marzo e ottobre del 1815 e Ferdinando I° di Borbone rientra in possesso del Regno di Napoli e della Sicilia. In Germania viene fondata, nello stesso anno, la Società dei Giovani in funzione anti-austriaca. In Francia il confronto politico tra ultrarealisti (sostenitori della piena restaurazione dei privilegi nobiliari), indipendenti (sostenitori dei principi liberali del 1879) e dottrinari (che chiedevano una monarchia costituzionale), porta a una radicale epurazione degli esponenti bonapartisti nell’amministrazione e nell’esercito e a un governo moderato: Luigi XVIII, per attenuare i contrasti politici, concede nel 1816 la costituzione promessa due anni prima. Nel 1818, con il congresso di Acquisgrana, la Francia viene ammessa a far parte della Santa Alleanza e le truppe delle potenze vincitrici vengono ritirate dal territorio francese.

presto uno dei principali terreni di battaglia politica per le opposizioni ai governi della Restaurazione: la completa abolizione di ogni forma di censura fu, nei primi decenni dell’Ottocento, una delle principali richieste dei movimenti liberali e costituzionalisti. Protagonista della diffusione di conoscenze e idee che dava vita a riviste, libri e giornali, era una nuova figura d’intellettuale, profondamente diversa dal passato. La nascita di un vasto pubblico a cui si poteva rivolgere aveva «emancipato» l’intellettuale dalla dipendenza dal pote-


re, dandogli la possibilità di rivolgersi direttamente all’opinione pubblica di cui diventava, allo stesso tempo, strumento e punto di riferimento. Il pubblico si rivolgeva all’intellettuale per avere maggiori informazioni, ampliare le proprie conoscenze tecniche e scientifiche, divertirsi e svagarsi (fu a partire da allora che il teatro e il romanzo conobbero una diffusione di massa). Contemporaneamente, gli intellettuali esercitavano un’opera d’indirizzo e di sviluppo delle idee su sempre più larghi strati della popolazione. Non più «consigliere del principe» (e suo «dipendente») l’intellettuale dell’Ottocento si avviava ad assumere un ruolo pubblico importantissimo e una rilevante funzione politica che si sarebbe poi sviluppata pienamente nei partiti di massa. Espressione della società del suo tempo (e, quindi, restìo a ogni tipo di censura), l’intellettuale svolgeva sempre più una funzione critica sulla realtà, ne denunciava deformazioni ed errori. Era quasi inevitabile che, nell’epoca della Restaurazione, la gran parte degli intellettuali svolgesse un rilevante lavoro d’opposizione, finendo spesso col rappresentarne la componente più radicale e visibile. Il romanticismo fu la corrente culturale in cui si raccolsero e svilupparono il proprio lavoro queste nuove figure d’intellettuali, che erano soprattutto degli artisti: essi consideravano l’arte l’espressione dei sentimenti più veri della società, la forma che, in contrapposizione alla tecnica, riesce a dar conto nella maniera più chiara delle passioni e dei pensieri di tutti. Diversificati per tradizione culturale e anche per idee politiche, gli intellettuali romantici erano unificati da una comune concezione del rapporto tra arte e popolo: ciò che, per i romantici, accomunava un popolo era l’identità culturale, in primo luogo quella linguistica, e la sua tradizione. In tal senso l’artista romantico era spesso un letterato (da Manzoni a Berchet in Italia, da Hugo a de Stael in Francia, da Scott e Bayron a Shel1y in Inghilterra, da Fichte a Heine e Holderlin in Germania),

ma, soprattutto, attraverso il suo lavoro difendeva i valori nazionali in funzione d’educazione del popolo, rinnovando la memoria del suo passato. L’incitazione a liberarsi di ogni schiavitù, diventava compendio naturale della sua opera. Il romanticismo, e l’idealismo in filosofia, diedero l’impronta culturale ai primi decenni dell’Ottocento: in quanto ideologie di gruppo, consideravano l’uomo non come individuo razionale isolato ma come membro di un gruppo etnico tradizionale, cioè - in questa concezione - di una nazione, con una sua eredità storica e intellettuale. Il fatto che per l’idealismo (si pensi ad uno dei suoi massimi esponenti, Hegel) l’essenza reale dell’individuo non si eserciti nel suo isolamento ma nell’accettazione del suo ruolo in un universo morale identificato con lo Stato (anche con lo stato assoluto), determinava una posizione politicamente conservatrice, ma non contraddiceva alla centralità della tradizione nazionale. Così, in un primo tempo, molti artisti romantici reagirono negativamente alla rivoluzione politica e a quella industriale (sempre in nome della tradizione) e assunsero posizioni reazionarie; ma altri, in seguito, si trovarono in aperta rotta di collisione con la Restaurazione dove questa annullava l’identità nazionale e si schierarono su posizioni liberali. La ricerca della lingua originaria di un popolo, del suo carattere nazionale, dell’intimo della sua personalità in grado di stimolare nuove forme artistiche (in primo luogo poetiche), spinsero i romantici a opporsi prima al dispotismo illuminato, poi al governo giacobino e poi napoleonico, infine a Metternich e al suo sistema degli stati europei; senza mai diventare un movimento politico, gli intellettuali romantici finirono sempre per svolgere un importante ruolo sulla scena pubblica e, in alcuni paesi come l’Italia, per costituire un punto di riferimento per l’opposizione alla Restaurazione e per costruire le basi per la cultura risorgimentale attraverso cui verrà poi riletta la storia d’Italia di quel periodo, a volte anche con eccessiva

enfasi e retorica. È da questa lettura romantica della tradizione che nell’Ottocento si sviluppa un’idea che con l’ordinamento politico uscito dal Congresso di Vienna era apertamente contraddittoria: l’idea di nazione. Sviluppatasi durante la Rivoluzione francese, l’idea di nazione rimane a tutt’oggi una delle più indefinite e ambigue nel vocabolario politico. Possiamo dire che all’epoca della Restaurazione essa era comunemente definita come una «comunità di persone unite dalla storia e dalla lingua»; coerentemente con lo spirito romantico, la nazione era così il frutto della tradizione. Quest’ideologia nazionale si poneva, in alcune aree geografiche come l’Italia, la Polonia, la Germania, in aperto contrasto con l’opera dei restauratori. Se le entità statali dovevano essere coerenti con quelle nazionali, se erano la storia e la lingua a dover definire i confini di una nazione, allora il legittimismo della restaurazione non aveva più alcun senso d’esistere. L’idea di nazione affermava che era l’unità linguistica e storica a dover definire i confini di uno stato, mentre a Vienna era stato sancito che fosse la soggezione a uno stesso sovrano ad unire popoli diversi e stabilire i confini politici. Così, pur essendo un concetto ambiguo e caro ad alcuni pensatori conservatori, l’idea di nazione finì per essere combattuta dai regimi assolutistici, diventando patrimonio dei movimenti liberali, il cui nazionalismo era unito dalla comune avversione per gli assetti del Congresso di Vienna, ma conteneva in sé un elemento reciprocamente conflittuale che avrebbe generato un nazionalismo ben diverso che, nella seconda metà del secolo, avrebbe dato il proprio contributo alle guerre tra le nazioni europee. Una volta consumato il proprio ruolo «liberatore», una volta ricomposta quell’unità territoriale indispensabile alla nascita di una nazione e di un capitalismo moderni, l’idea di nazione sarebbe diventata patrimonio delle forze più reazionarie rischiando, come avvertiva già Mazzini, di trasformare l’Europa in un campo di guerra tra «nazionalismi gretti, gelosi e ostili».

Felice Orsini (1819 – 1858) Mazziniano e terrorista italiano. Partecipò a tutti i moti degli anni ‘40, fuggendo dalle polizie di mezza Europa. Arrestato e rinchiuso nella fortezza di Mantova nel 1854 - dopo l’ennesima rivolta fallita - riuscì a fuggire con un’evasione che fece epoca. Tentò di uccidere Napoleone III, colpevole di aver soppresso la Repubblica romana. Allo scopo congegnò cinque bombe con innesco a mercurio e piene di chiodi (poi usate spesso dagli anarchici): fu una carneficina tra i passanti, ma l’imperatore ne uscì incolume grazie alla carrozza blindata. Arrestato, venne ghigliottinato.

Silvio Pellico (1789 – 1854) Scrittore e carbonaro italiano. Fondatore e direttore della rivista «il Conciliatore», venne arrestato per cospirazione dagli austriaci e passò quasi dieci anni di carcere duro nella fortezza dello Spielberg. Ne trasse un’autobiografia romanzata, «Le mie prigioni», che si trasformò in una delle più efficaci opere di propaganda antiaustriaca e che secondo Metternich per l’impero fu più pesante di una sconfitta militare. Silvio Pellico è anche il nome di una piccola cittadina dell’Argentina fondata da emigranti piemontesi.

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DUE ITALIE, UNA RETORICA La Penisola divisa del Congresso di Vienna (a sinistra) e quella del Regno d’Italia, dopo la spedizione dei Mille, con le successive annessioni (a destra). Due cartine per una stessa interpretazione storica, in un libro scolastico d’epoca fascista. Rivelatrice, la linea rossa del «Confine naturale d’Italia», che include Istria, Slovenia e Canton Ticino.

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Guglielmo Pepe (1783 – 1855) Militare italiano. Allievo della scuola militare della Nunziatella di Napoli, partecipò alla Repubblica partenopea, combattè con Bonaparte e Murat, fu tra i leader della fallita rivoluzione napoletana del 1820 (sconfitto ad Antrodoco il 17 marzo del 1821, in quella che è considerata la prima battaglia campale del Risorgimento) e il capo militare della disperata difesa di Venezia nel 1849. Infine si rifugiò a Parigi e poi a Torino, da dove continuò ad auspicare la «lotta partigiana» per la causa italiana.

Rosolino Pilo (1820 – 1860) Repubblicano italiano. Di origini aristocratiche, passò la vita a cospirare contro i tiranni, in particolare contro i Borbone. Un lungo curriculum di rivolte fallite nel sud Italia, culminate con la spedizione di Carlo Pisacane, cui Pilo non riuscì - perché sbagliò rotta - a portare gli aiuti militari previsti. Riuscì, invece, a raggiungere Garibaldi e la spedizione dei Mille, ma morì alla prima battaglia, nei pressi della natia Palermo.

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Pio IX (1792 – 1878) Prete italiano. Nato Giovanni Maria Mastai Ferretti, terziario francescano, fu l’ultimo «papare». Salito al soglio pontificio nel 1846 - dopo essere stato arcivescovo di Spoleto e Imola - nei primi anni illuse molti varando alcune riforme liberali. Nel 1848 concesse la Costituzione e spedì un corpo militare a difesa degli insorti milanesi contro gli austriaci. Ma fece presto dietrofront e per tutti gli anni a seguire osteggiò l’unità italiana. Quando Roma fu presa dai bersaglieri, si chiuse in Vaticano e pronunciò il «non expedit», il divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo stato.

Josef Radetzky (1766 – 1858)

Bettino Ricasoli (1809 – 1880)

Militare austriaco. Divenne famoso durante le guerre napoleoniche perché fu uno dei pochi a sconfiggere Napoleone (nella battaglia di Lipsia del 1813). Ritornò in auge durante i moti italiani del 1831, quando a capo delle armate austriache «riportò l’ordine nella penisola». Cosa che rifece nel 1848-49 sconfiggendo Carlo Alberto e diventando governatore del Lombardo-Veneto, regione che - fin quasi alla morte - resse con pugno di ferro. In Austria lo considerarono a lungo un «eroe nazionale» e Johann Strauss gli dedicò una famosa marcia che ancor oggi chiude il concerto di Capodanno di Vienna.

Politico italiano. Fautore fin dai tempi del Granducato di Toscana di un ruolo guida piemontese per l’unificazione italiana, divenne primo ministro del Regno d’Italia subito dopo Cavour, proseguendo l’esperienza della destra storica. Tentò invano di far pace con la Chiesa. Come il suo predecessore al governo è anche noto per la sua esperienza di viticultore: grazie ai suoi studi e ai viaggi in Francia vennero definite le principali regole per la produzione e la conservazione del Chianti.

Carlo Pisacane (1818 – 1857) Rivoluzionario italiano. Abbandonata presto la carriera militare sotto i Borbone, partecipò alle rivoluzione del 1848 e fu tra i fondatori della Repubblica romana. Arrestato ed esiliato in Francia, si avvicinò alle idee di Proudhon e, poi, di Bakunin. Fu tra i primi a teorizzare «la propaganda del fatto» e su questo principio organizzò una spedizione militare che voleva liberare i contadini del sud. Sbarcarono a Sapri (Salerno) ma furono assaliti dai contadini cui erano stati descritti come «senzadio». «Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti» è dedicata a loro. Circondato e ferito, Pisacane si suicidò.

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Luisa Sanfelice (1764 – 1800)

Girolamo Ramorino (1792 – 1849) Militare italiano. Ufficiale napoleonico nella campagna di Russia, comandante della rivoluzione polacca del 1830-31, si avvicinò a Mazzini e partecipò al suo tentativo d’invasione della Savoia nel 1834. Poi si mise al servizio della «causa italiana» come ufficiale dell’esercito di Carlo Alberto: fu comandante a Novara contro gli austriaci, ma sbagliò completamnte lo schieramento delle truppe. Per questo fu accusato di tradimento e condannato a morte. Chiese e ottenne di poter comandare il suo plotone d’esecuzione.

Nobildonna giacobina italiana. Dopo l’invasione francese del 1799, durante la breve esperienza della Repubblica partenopea, cercò di far fallire la congiura di palazzo che intendeva restaurare sul trono i Borbone. Re Ferdinando, tornato al potere, ne volle la condanna a morte, che avvenne nonostante la giovane donna fosse incinta. A lei è dedicato il romanzo di Alexandre Dumas «La Sanfelice».


Quintino Sella (1827 – 1884)

Domenico Tiburzi (1836 – 1896)

Vittorio Emanuele II (1820 - 1878)

Politico e banchiere biellese. Ministro delle finanze dei primi anni dell’unità italiana. Ideologo del «pareggio di bilancio» dello stato (egli stesso definì la sua politica una «economia fino all’osso»), privatizzò enti pubblici ed ex possedimenti della Chiesa, impose tasse pesanti e odiose, come quella sul macinato (contro cui si scagliarono le lotte contadine e si organizzarono le prime Leghe di resistenza). Era anche appassionato d’alpinismo e fondò il Club alpino italiano.

Brigante italiano. Come fuorilegge divenne un mito popolare dell’800, una sorta di Robin Hood maremmano, che imponeva ai ricchi la «tassa del brigantaggio». Numerosi i suoi omicidi - anche tra i suoi briganti, quando li riteneva colpevoli di eccessi. A differenza di molti suoi «colleghi» del sud non ebbe mai l’appoggio dei latifondisti. Finì ucciso in battaglia, dopo 24 anni di latitanza, dal regio esercito italiano.

Principe Savoia. Figlio di Carlo Alberto, ma si sospetta che il suo vero padre fosse un macellaio, sostituito all’erede morto ancora in fasce durante un incendio. È stato l’ultimo re di Sardegna e il primo re d’Italia. Per questo è cosiderato «padre della patria». Anche se non ebbe particolari meriti nell’unificazione italiana, se non aver lasciato a Cavour la gestione delle relazioni internazionali e quella delle conquiste militari a Garibaldi. Le sue passioni preferite erano le donne (a cominciare dall’amante ufficiale, poi moglie morganatica, «la bella Rosin») e le battute di caccia.

Luigi Settembrini (1813 – 1876) Scrittore italiano. Illuminista napoletano in conflitto perenne con i Borbone, costretto più volte all’esilio per la sua partecipazione ai moti risorgimentali. Detenuto per otto anni nel supercarcere dell’isola di Santo Stefano, poi avviato alla deportazione negli Stati uniti, riuscì a fuggire rifugiandosi a Londra, per tornare in Italia dopo l’unificazione e riprendere l’insegnamento universitario. Considerato una delle più rigorose figure della letteratura italiana, nel 1977 è stato pubblicato il suo «I neoplatonici», romanzo erotico omosessuale ambientato nell’antica Grecia.

Giuseppe Verdi (1813 – 1901) Musicista italiano. Il più famoso compositore della storia d’Italia, assurto - senza meriti particolari se non quelli d’opinione - a simbolo dell’indipendenza nazionale durante tutto il periodo risorgimentale. Spesso le rappresentazioni delle sue opere diventavano teatro di manifestazioni antiaustriache. Celebre anche il suo essere stato trasformato in acronimo che appariva sui muri, soprattutto a Milano: Viva V.e.r.d.i., per dire «Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia».

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EDE H SC RESTAURAZIONI

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Larivoluzione checambiò ilmondo È comunemente definita come rivoluzione industriale (il termine fu introdotto dal socialista francese Louis Auguste Blanqui nel 1837) la prima fase del processo di industrializzazione, caratterizzato dall’introduzione nell’attività produttiva di nuove macchine e fonti di energie, di nuovi mezzi di trasporto e dall’organizzazione di fabbrica. Si tratta di un processo avviato in Inghilterra a partire dalla seconda metà del XVIII secolo e poi estesosi ad altri paesi. L’importanza di quello che si potrebbe considerare un fenomeno in fin dei conti limitato nello spazio e nel tempo, risiede nel sua portata universale: i nuovi sistemi produttivi, le nuove regole economiche e i nuovi rapporti sociali che si formarono in Inghilterra nel corso di una cinquantina d’anni, finirono per condizionare tutte le società e tutti i paesi per i decenni successivi. La rivoluzione industriale cambiò il volto dell’epoca contemporanea e ne condizionò gli sviluppi; la «superiorità» del capitalismo industriale rispetto ai sistemi economico-sociali precedenti si manifestò nella rapidità con cui soppiantò i rapporti produttivi lentamente formatisi nei secoli precedenti e nelle sue ripercussioni sul piano politico: dal suo avvento la potenza politica degli stati si misurò sempre di più sul piano del loro peso industriale, una grande nazione non poteva che essere una nazione industrializzata. Ancor oggi noi viviamo in un sistema industriale e nonostante i numerosissimi cambiamenti tecnologici avvenuti in questi due secoli, possiamo affermare che questi si sono inseriti all’interno del percorso storico iniziato

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nell’Inghilterra della fine del XVIII secolo e che ancor oggi restano sostanzialmente intatti i suoi principali elementi costitutivi. Anche per questo la rivoluzione industriale inglese è un «evento» fondamentale - «fondativo» - forse il più importante dell’epoca contemporanea. Inoltre il suo essere diventata un modello socio-economico la fa assurgere al rango di quei paradigmi storici che per gli studiosi costituiscono un punto di riferimento ineludibile. Eppure questo processo di così ampia portata prese l’avvio da un paese, l’Inghilterra, che ai contemporanei non appariva essere, attorno al 1750, alla soglia delle rapidissime trasformazioni che si sarebbero verificate in pochi anni: nessuno sarebbe stato in grado di prevedere l’imminente rivoluzione industriale, benché il paese si distinguesse dal resto dell’Europa per la sua natura essenzialmente commerciale e per un aggressivo espansionismo marittimo. Inoltre già si era creata una classe di imprenditori privati estremamente dinamici, favoriti dalla quasi scomparsa della piccola proprietà agricola e da un sistema politico molto tollerante nei confronti dell’iniziativa privata e per nulla disposto a difendere i vantaggi economici basati principalmente sul privilegio aristocratico, come invece ancora avveniva nell’Europa continentale. In particolare la scomparsa della piccola proprietà terriera permise la concentrazione della terra in grandi latifondi e una conseguente applicazione di sistemi intensivi di coltivazione che incrementarono la produzione agricola e il relativo commercio, «generando» una massa di «lavoratori liberi» (uomini e donne sottratti al vincolo della terra, quindi disponibili a spostarsi dove il mercato del lavoro li ri-


chiamava, e disponibili - perché costretti dalla necessità - a qualunque lavoro); costoro formarono l’esercito industriale per i nuovi grandi opifici che sarebbero rapidamente sorti in concorrenza con gli artigiani che svolgevano il loro lavoro a domicilio e che erano dotati di una certa professionalità (quelle conoscenze di mestiere che le innovazioni tecnologiche renderanno presto inutili). La scomparsa della piccola proprietà contadina fu principalmente una conseguenza delle cosiddette enclosures, cioè della recinzione dei terreni a uso collettivo. Erano questi degli appezzamenti su cui vigeva un diritto di derivazione medievale: ogni comunità o villaggio aveva una serie di terreni di proprietà collettiva di cui ognuno poteva usufruire, per la raccolta della legna, il pascolo e altre attività di carattere agricolo che integravano l’economia dei piccoli proprietari terrieri e permettevano loro di sopravvivere. Nella seconda metà del 700 le enclosures, iniziate due secoli prima, dilagarono: la media annuale in ettari delle recinzioni passava dai 2.067 dei primi sessant’anni del XVIII secolo ai 31.500 del quarantennio 1760-1800, dai 208 atti di recinzione ai 3.500. I piccoli proprietari rovinati dalle enclosures divennero dei salariati (braccianti agricoli o lavoratori dell’industria) o si diedero al vagabondaggio (che divenne un «reato» considerato talmente grave da essere punito con l’impiccagione). Nonostante queste premesse la rivoluzione industriale apparve ai contemporanei come un’improvvisa esplosione e la rapidità del suo procedere potrebbe giustificare questo giudizio. Tuttavia noi oggi possiamo distinguere abbastanza chiaramente quali furono le ragioni che fecero dell’Inghilterra «l’officina del mondo» (come poi venne definita) e

l’innovazione tecnologica fu decisiva per la rivoluzione industriale e lo sviluppo del mercato. l’uso dell’energia a vapore accelerò l’introduzione delle macchine, da quelle tessili delle prime fabbriche al sistema dei trasporti imperniato sulle ferrovie. qui sotto la riproduzione di una delle prime locomotive a carbone. a sinistra il ritratto di louis blanquì, cui si deve il termine “rivoluzione industriale”

perché la rivoluzione industriale prese avvio proprio in quel paese. Tre furono le cause principali: lo sviluppo del mercato e del consumo interno, la possibilità di esportare le proprie merci all’estero grazie alla propria forza commerciale marittima e la politica del governo che facilitò questi processi. Nel periodo precedente la rivoluzione industriale la popolazione inglese aumentò in maniera graduale, costante, ma mai traumatica; i prezzi agricoli ebbero una certa stabilità; i trasporti migliorarono sensibilmente e le materie prime (in particolare il carbone) si resero ampiamente disponibili. Questi elementi coniugati tra loro ampliarono e resero stabile il mercato interno, sollecitando così l’aumento produttivo e fornendo un «retroterra» in cui la nascente industria inglese poteva rifugiarsi quando il mercato internazionale si rendeva instabile e pericoloso (come durante la Rivoluzione americana o le guerre napoleoniche). Inoltre il mercato interno e la sua diffusione ampia e generalizzata a tutto il paese, permise uno sviluppo omogeneo e fece sì che le aree di prima industrializzazione non rimanessero isolate e circondate dal sottosviluppo, ma trascinassero tutto il paese nel processo industriale. Se il mercato interno fornì le precondizioni e la stabilità necessaria per la rivoluzione industriale, la scintilla venne dal mercato internazionale e dalla posizione di sostanziale monopolio mondiale che l’Inghilterra riuscì ad assumere nel commercio di alcune merci. Il settore del cotone - il primo a essere industrializzato - era strettamente collegato al commercio d’oltremare: tutta la sua materia prima era importata dalle aree tropicali e subtropicali e i suoi prodotti erano destinati soprattutto all’esportazione. L’Inghilterra, grazie al controllo dei mari riuscì a concentrare a proprio beneficio i mercati d’importazione di altri popoli e a monopolizzare i mercati mondiali in un breve periodo di tempo: ciò comportò la possibilità d’espandere vertiginosamente la produzione. Ma questa posizione di monopolio sul mercato internazionale presupponeva non solo la primogenitura del processo industriale, ma anche una politica governativa disposta a muover guerra e a colonizzare, pur di proteggere i manufatti britannici. I governi inglesi del XVIII secolo (ma così fu anche per il secolo successivo) subordinarono la loro politica estera agli obiettivi economici: l’aggressività della politica estera britannica, in particolare contro il più pericoloso avversario, la Francia, nel ‘700 portò a un secolo di guerre intermittenti (guerra di successione spagnola, guerra di successione austriaca, guerra dei Sette Anni, guerra d’indipendenza americana e guerre francesi rivoluzionarie e napoleoniche) che avevano il virtuale obiettivo di raggiungere il monopolio inglese nel commercio con le colonie d’oltremare tra le potenze europee. In questo quadro si sviluppò la rivoluzione industriale, che gli storici comunemente suddividono in due fasi: la prima, dagli ultimi due decenni del ‘700 alla fine delle guerre napoleoniche, ebbe come elemento portante la produzione industriale su vasta scala dei tessuti di cotone; la seconda, dal 1830 alla metà dell’800, vide lo sviluppo delle ferrovie e dell’industria meccanica (come vedremo più avanti).

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1 Alcuni dati sulla prima fase di questo processo offrono la misura del suo impetuoso sviluppo. La produzione agricola aumentò del 50% tra il 1780 e il 1820; in particolare dal 1800 il tasso d’incremento annuo fu del 100%, sotto la spinta della guerra e dell’incremento demografico che negli ultimi decenni del ‘700 ebbe un’impennata portando la popolazione di Inghilterra e Galles da poco più di sei milioni di abitanti agli oltre nove milioni del 1800. Il consumo industriale del cotone grezzo in soli trent’anni, dal 1815 al 1845, aumentò di sette volte e mezzo, passando da 37.000 a 275.6000 tonnellate, il numero degli occupati rimaneva stabile attorno alle 100.000 unità (con un evidente incremento della produttività pro-capite, frutto dell’organizzazione industriale del lavoro), ma i tessitori con telaio a mano, artigiani o lavoratori a domicilio diminuivanio rapidamente (dal 66% al 18% del totale) fino a quasi scomparire, mentre cresceva la quota degli occupati nelle fabbriche. La trasformazione tecnologica, cioè l’invenzione di nuove macchine e l’applicazione di questi brevetti alla produzione di merci in modo che queste potessero essere prodotte in misura maggiore e con minori costi, fu l’altra grande spinta che permise il salto della rivoluzione industriale. A partire dalla macchina a vapore brevettata da James Watt nel 1769, l’Inghilterra prima e l’Europa poi, furono attraversate da una grande ondata innovativa: ingegneri e inventori produssero quel salto di qualità che trasformò radicalmente il modo di lavorare e produrre. Per fornire un’idea del fenomeno basta ricordare che mentre nel ventennio 17701789 in Inghilterra vennero approvati solo 771 brevetti, in quello 1830-1849 la loro cifra sale a 7.034; è vero che molti di questi brevetti non trovarono una corrispondente applicazione nell’industria, ma l’andamento della curva è tale da testimoniare il progressivo crescente interesse verso i problemi della tecnica, tale da far diventare l’ingegneria la professione più apprezzata di quel periodo. Dopo la macchina a vapore, i primi passaggi fondamentali di tale progresso tecnologico furono il filatoio meccanico (1779), il telaio meccanico (1785), la trebbiatrice (1795), la nave a vapore (1805), la locomotiva a vapore (1814). Furono proprio queste invenzioni e la loro diffusione nella nascente industria a rendere più evidente quella questione sociale che sarebbe poi diventata il problema fondamentale del secolo anche nei suoi risvolti politici. Se l’esistenza di grandi masse di lavoratori poveri - che non possedevano null’altro che il loro lavoro - aveva preceduto e accompagnato lo sviluppo della rivoluzione industriale, l’accelerazione imposta dall’innovazione tecnologica e dal conseguente «sistema di macchine» creò le condizioni per cui da un giorno all’altro migliaia di persone di una comunità agricola o di una fabbrica potevano perdere il loro lavoro per l’introduzione di sistemi produttivi che rendevano inutile o superata la loro prestazione. Così i primi conflitti sociali e le prime forme d’organizzazione di operai e contadini furono proprio tentativi di resistenza all’introduzione di nuove

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tecniche produttive. Spesso si trattò di artigiani, braccianti, lavoratori professionali che si organizzarono per opporsi allo sconvolgimento delle loro vite che il capitalismo industriale imponeva: essi trovarono nel radicalismo e nel giacobinismo l’involucro ideale in cui calare la lotta per la difesa delle proprie condizioni materiali. Il movimento operaio nacque così, prima di tutto come movimento di resistenza e «conservazione»: questo termine non ha nulla a che vedere con il conservatorismo politico del congresso di Vienna e delle aristocrazie europee; il particolare «conservatorismo» dei lavoratori della prima rivoluzione industriale aveva come obiettivo il mantenimento delle condizioni di vita precedentemente acquisite, le tradizioni culturali delle comunità di agricoltori e artigiani, le garanzie materiali che permettevano agli uomini e alle donne dei ceti più bassi di vivere dignitosamente. L’esempio più clamoroso di questa prima forma di movimento operaio (nell’Inghilterra di inizio 800) fu il cosiddetto luddismo, il movimento «dei distruttori di macchine» che si batté contro l’introduzione dei telai meccanici nell’industria del cotone e delle trebbiatrici in agricoltura. Al luddismo si accompagnò il movimento politico radicale (particolarmente presente nella città di Londra e a formazione prevalentemente artigianale), che chiedeva la riforma elettorale a base universale e una maggiore libertà d’espressione. Così nei primi trent’anni dell’800 la Gran Bretagna fu attraversata da un’ondata di malcontento popolare senza precedenti, fino a produrre un vasto movimento rivoluzionario; e anche questo elemento politico testimonia il grande sconvolgimento sociale introdotto dalla rivoluzione industriale che spinse moltissime persone verso la protesta sociale e politica. Pesantissima fu la reazione dei governi inglesi con leggi che decretavano la pena di morte per i «distruttori di macchine», punivano con i lavori forzati e la deportazione le associazioni operaie (l’Australia conobbe in quel periodo un’enorme afflusso di deportati), arrivando a promulgare (anche grazie alla situazione di guerra contro la Francia che permetteva di considerare dei traditori tutti coloro che esprimevano una critica politica al governo) una legislazione d’emergenza che permetteva di accelerare persecuzioni e condanne anche nei confronti di scrittori e intellettuali che si richiamavano in qualche modo al movimento democratico. Represse e sconfitte, queste prime organizzazioni operaie e democratiche sembrarono scomparire, ma il disagio sociale, frutto della rivoluzione industriale su cui erano cresciute, non scomparve e finì per manifestarsi nuovamente in maniera esplicita alcuni decenni più tardi, in nuove forme e con contenuti più vicini a quelli che noi oggi conosciamo: a trasformazione avvenuta i lavoratori non si proponevano più di arrestare il cambiamento, bensì di migliorare la propria condizione dentro un contesto - ormai pienamente industriale - di cui si sentivano parte.

A DESTRA, tavola DI Diego Cajelli e Davide Gianfelice.


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L’ESILIO DI NAPOLEONE BONAPARTE ALL’ELBA IN UN DISEGNO SATIRICO INGLESE DEL 1814

L’ordine DIVIENNA Nell’autunno 1814, le quattro maggiori potenze europee si riunirono a congresso a Vienna nel tentativo di ridiscutere e ridisegnare la mappa europea dopo gli sconvolgimenti prodotti da Napoleone nell’epoca imperiale. Inghilterra, Russia, Prussia e Austria, alleate per necessità nel contrastare la Francia napoleonica, si trovarono riunite allo stesso tavolo, ma profondamente divise sugli obiettivi da perseguire. Spinte dall’idea comune di ricercare un equilibrio tra stati, le quattro nazioni andavano delineando ipotesi politiche diverse: all’intransigenza e alla conservazione più rigida rappresentata con maggior rigore dalla Russia, si contrappose una prospettiva più moderatamente liberale espressa dall’Inghilterra. Anche la Francia venne ammessa a sedere attorno al tavolo delle trattative; fu rappresentata dal riciclato ministro Talleyrand, che da collaboratore di Napoleone riuscì a ritagliarsi uno spazio nella nuova situazione francese. Dopo mesi di trattative, il congresso venne interrotto nel marzo del 1815, da una nuova avventura di Napoleone, che lasciata l’Elba su cui era confinato, sbarcò a Cannes e fece ritorno a Parigi. Rimise insieme l’esercito e constrinse nuovamente il re a fuggire. Prussia e Inghilterra si mobilitarono e sconfissero definitivamente a Waterloo l’imperatore dei francesi, concludendo i suoi «cento giorni» con l’esilio a Sant’Elena e il ritorno di Luigi XVIII a Parigi. Alla ripresa del congresso di Vienna tutte le potenze si trovarono d’accordo - con qualche riserva da parte della Russia - nell’evitare alla Francia un’umiliazione troppo pesante; la restaurazione dei Borbone, nella figura di Luigi XVIII, avrebbe offerto sufficienti garanzie a una politica di stabilità. Inoltre nessuna delle potenze riteneva possibile il mantenimento dell’equillibrio in Europa relegando alla marginalità la Francia. I confini perciò non vennero ridimensionati, ma soltanto riportati a quelli del 1791, con l’esclusione della Savoia concessa al re di Sardegna e delle colonie; fu inflitta una consistente pena pecuniaria e si decretò la presenza sul territorio francese di un esercito di occupazione per i successivi tre anni. Si cercò inoltre di creare attorno alla Francia un cordone di protezione costituito da stati che davano garanzie d’indipendenza: a nord, Olanda e Belgio vennero riunite in un solo regno; a sud il regno di Sardegna includeva la Savoia e Genova; alla Svizzera furono asegnati tre nuovi cantoni. L’Inghilterra, nazione economicamente più forte - poco

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interessata a espandersi in Europa - aumentò i propri possedimenti coloniali, rafforzando così il suo potere sul mare: nel mare del Nord (isola Helgoland), nel Mediterraneo (Malta), nell’Oceano Indiano (Ceylon e Mauritius), nelle Antille (Tobago, Trinidad e Santa Lucia) e il Capo di Buona Speranza in Sudafrica. La Russia, potenza militarmente più forte d’Europa, acquisì il regno di Polonia e vasti territori finlandesi; pur non riuscendo a ottenere, come avrebbe voluto, il predominio sull’Europa centrale, rafforzò il proprio ruolo egemonico sull’area slava. La Prussia ottenne la Pomerania svedese e si espanse in Sassonia, Renania-Westfalia; quest’ultima, sebbene geograficamente staccata dal resto del regno, risulterà, con il bacino della Ruhr, economicamente strategica per la Prussia negli anni a venire. La Germania, pur non traendo vantaggi nel senso di un riunificazione territoriale, riuscì però a dar vita alla Confederazione germanica, costituita dalla Prussia, dagli stati e dai principati tedeschi e dall’Austria; si organizzò attraverso una Dieta la cui presidenza venne affidata all’imperatore asburgico e con un esercito federale. L’impero asburgico, ben rappresentato al congresso dal Metternich, abbandonò le pretese sull’Olanda e riuscì ad ampliare i suoi possessi in Polonia e sulle coste adriatiche con la Dalmazia e l’annessione di Venezia. Ottenne una forte presenza in Italia, dove influenzava la maggior parte del territorio; oltre a governare direttamente il regno Lombardo-Veneto (governo affidato a un rappresentante dell’imperatore, con sede a Milano), controllava il ducato di Parma e Piacenza (concesso a Maria Luisa d’Asburgo, ex moglie di Napoleone), il granducato di Toscana (assegnato al fratello dell’imperatore d’Asburgo), il ducato di Modena e Reggio (dato agli Estensi) e il ducato di Lucca. Il controllo asburgico sulla penisola si estendeva anche allo stato Pontificio, con il diritto di presenza militare sul suo territorio, mentre tutto il sud e la Sicilia tornarono sotto il dominio dei Borbone napoletani, buoni alleati degli austriaci. Sottoposta all’influenza asburgica, la penisola italiana perse l’indipendenza di due grandi repubbliche - Genova e Venezia - e continuò a dimostrarsi marginale nel contesto europeo con una forte frammentazione e la rimozione delle aspirazioni nazionaliste e le tendenze unificatrici che avevano caratterizzato il periodo napoleonico. Nell’obiettivo di cancellare le esperienze innovative della Francia del 1789, il Congresso di Vienna ridisegnò territorialmente l’Europa, rinsediò le vecchie dinastie, si propose di riportare l’ordine antico dal punto di vista politico e persino culturale. A «guardia» di quest’impresa venne posto un sistema di alleanze politco-militari che dovevano garantire un equilibrio tra le grandi potenze - la Santa Alleanza e la Quadruplice Alleanza.


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Ilradicalismo tralibertà eDeguaglianza La rottura tra la società civile e il potere politico che il congresso di Vienna aveva così profondamente sancito, apriva grandi spazi per l’azione di quelle forme organizzate che rappresentavano ceti e bisogni sociali che non trovavano spazio nel dibattito politico ufficiale: dai settori più avanzati del mondo imprenditoriale alla borghesia urbana, dagli artigiani agli operai delle nascenti manifatture, il panorama politico si arricchiva di nuovi protagonisti con le loro ideologie e organizzazioni che, se non potevano ancora configurarsi come moderni partiti politici, ne anticipavano ampiamente le caratteristiche essenziali. Al di là dei circoli in cui si incontravano gli intellettuali che fondavano riviste e giornali (iniziando a svolgere un importante ruolo politico) e delle organizzazioni clandestine che progettavano e tentavano insurrezioni o colpi di mano contro l’ordine della Santa Alleanza, i primi decenni dell’800 videro la nascita di numerose organizzazioni, associazioni, correnti politiche. Libertà e uguaglianza, due dei principi guida della Rivoluzione francese, erano i valori fondamentali a cui si richiamavano questi antenati dei moderni partiti politici. La libertà era il concetto ispiratore delle organizzazioni borghesi; l’uguaglianza dei primi circoli e associazioni operaie. Da un’iniziale assoluta fede nel liberalismo economico, per approdare a posizioni più moderate che prendevano atto dell’impossibilità di uno sviluppo armonico, dell’inevitabilità dei conflitti sociali e delle necessità di «governarli», la corrente politica liberale mantenne al centro della propria attenzione l’obiettivo di regolare giuridicamente il potere politico degli stati e dei governi. L’individuo doveva essere garantito da leggi certe, conosciute a tutti grazie alla libera diffusione della conoscenza e alla piena libertà d’espressione. Sovrane, cioè, dovevano essere solo le leggi. Su questo terreno i circoli liberali furono costituzionalisti e consideravano che solo la certezza del diritto poteva permettere al potere politico di governare in armonia con l’opinione pubblica. Formati perlopiù da intellettuali ed esponenti della grande borghesia, i circoli liberali assunsero posizioni politiche sempre più moderate, parallelamente al progressivo sfaldarsi dell’ordine della Restaurazione e alla sostituzione della vecchia classe dirigente aristocratica con una nuova, spesso proprio di formazione liberale: avvenne

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così in Francia dove i principali esponenti liberali divennero la classe politica dirigente del paese a partire dal 1830, in Inghilterra dove il pensiero liberale fu fatto completamente proprio dal partito Whig che, dopo la riforma elettorale del 1832, assumerà la denominazione di Partito Liberale. Negli altri paesi europei circoli ed esponenti liberali contribuirono con il loro costituzionalismo alla trasformazione degli stati assolutisti e, in particolare a partire dal 1848, furono parte riconosciuta e importante della vita politica ufficiale, partecipando all’attività parlamentare e governativa. Molto diversi furono i fini, i metodi e il percorso politico delle correnti democratiche e radicali. L’uguaglianza era il loro valore di riferimento: un concetto relativamente nuovo per il pensiero politico che, a partire dalla rivoluzione francese, ispirerà tutte le ideologie radicali e soprattutto i movimenti socialisti. Ma mentre per le correnti democratiche d’ispirazione borghese (dai mazziniani ai repubblicani ai radicali) l’egualianza era innanzitutto quella dei diritti politici dei cittadini di fronte allo stato, per i nascenti movimenti socialisti e operai, l’eguaglianza era prioritariamente quella economica e sociale. I democratici chiedevano un ruolo più attivo dello stato che intervenisse a limitare gli squilibri del mercato e che si proponesse l’obiettivo della «felicità del popolo», da raggiungere attraverso una serie di politiche sociali e trasformazioni istituzionali che, nei decenni successivi, sarebbero state largamente applicate in Europa e negli Stati uniti: dal suffragio universale al decentramento amministrativo, dall’istruzione gratuita all’abolizione dei privilegi ecclesiastici e al pieno diritto d’organizzazione per i lavoratori. I socialisti e le prime organizzazioni operaie si battevano contro lo stato e fondavano nella solidarietà tra i lavoratori e nella loro auto-organizzazione i principi di un nuovo ordine sociale che abolisse ogni diseguaglianza. E, mentre le correnti democratiche agirono in particolare sul terreno della lotta poltica e dell’opposizione ai regimi della Restaurazione, il primo associazionismo operaio si misurò soprattutto nella lotta economica e sociale. Prodotto della rivoluzione industriale il radicalismo operaio si organizzò lungo due direttrici: quella dell’associazionismo e quella dei socialisti «utopisti». Questi ultimi (così definiti successivamente per distinguerli dal «socialismo scientifico» di Marx ed Engels) si rifacevano alle idee di Robert Owen (1771-1858), Saint Simon (1760-1825) e Charles Fourier (1772-1873): li caratterizzava una parti-


colare attenzione per la sperimentazione sociale (Owen arrivò a organizzare un cotonificio secondo criteri ugualitari e a tenatare di fondare una comunità socialista negli Stati uniti, Fourier a progettare un complesso residenziale che rendesse possibile un’armonica vita cooperativistica dei suoi abitanti), una radicale critica alle diseguaglianze sociali e ai privilegi di classe e una relativa sottovalutazione della battaglia politica e del ruolo dello stato. Queste prime idee e pratiche socialiste ebbero scarso rilievo per i contemporanei e raccolsero relative adesioni, ma costituirono la base su cui si sarebbe sviluppato e misurato in seguito il pensiero e il movimento socialista. Ancor più importanti - anche in prospettiva - furono le prime associazioni operaie. Sorte, a partire dall’Inghilterra, come forme di resistenza all’industrializzazione, si trasformarono presto in associazioni di categoria, organizzando i lavoratori dei vari settori della nascente industria: la solidarietà, la mutua assistenza e l’emancipazione culturale e sociale dei propri aderenti erano i loro obiettivi, precorrendo l’opera delle organizzazioni sindacali. Dotati di propri organi di stampa, le associazioni operaie si interessavano soprattutto della vita dei lavoratori al di fuori del posto di lavoro. Esse tentavano di far fronte al peggioramento dei livelli di vita causato dall’industrializzazione e dalla nascita

«A Block for the Wigs» (1783), litografia di James Gillray che attacca la gestione politica dei governi di re giorgio III. A SINISTRA UN RITRATTO DI ROBERT OWEN, socialista «utopista»

delle grandi fabbriche. In un regime di pieno liberalismo economico in cui non esisteva una legislazione del lavoro, l’operaio non poteva contare né su assistenza sanitaria, né su quella previdenziale; una volta perso il lavoro (e questo poteva accadere in qualunque momento) rimaneva senza alcun reddito e rischiava di cadere nell’indigenza assoluta. E per poter chiedere qualcosa in fabbrica, aveva bisogno di un sostegno fuori di essa. Una volta sconfitti tutti i tentativi di resistenza all’introduzione dell’industrialismo di fabbrica (primo fra tutti il luddismo), le prime associazioni operaie si proposero di garantire i lavoratori sul terreno dei bisogni elementari per poter sostenere le battaglie sul salario, sull’orario e sulla propria condizione di lavoro. La solidarietà tra gli iscritti fu il valore guida delle prime società di mutuo soccorso (in Italia la prima fu fondata nel 1848 in Piemonte, a Pinerolo) e delle prime cooperative operaie. Il radicalismo operaio in alcuni casi sviluppò anche rivendicazioni e organizzazioni politiche (come nel movimento «Cartista» inglese, attivo dal 1837 al 1848) che si battevano al fianco delle organizzazioni democratiche borghesi per profonde riforme istituzionali, partecipando alle lotte contro i governi restauratori; ma, soprattutto, esse resero visibile il conflitto di classe e dalle loro iniziative nacquero i partiti e i sindacati operai.

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LETTURE

L’avvento della nuova era economica, dall’Inghilterra all’Europa, fu così traumatica da dividere subito l’opinione pubblica in due «partiti»: da un lato «i pessimisti» che denunciavano l’impoverimento delle classi lavoratrici e la ferocia dei capitalisti, dall’altro «gli ottimisti» incantati dalle nuove tecnologie e dalle «magie» del mercato

un manifesto illustrato da herman Heijenbrock sul tema della Sicurezza nell’industria, Amsterdam, 1900/1925

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LARIVOLUZIONE INDUSTRIALE VISTADAI CONTEMPORANEI

U

no degli aspetti più controversi che hanno da sempre accompagnato la ricostruzione storica della rivoluzione industriale riguarda il giudizio che ne diedero i contemporanei. I critici di scuola marxista sottolineavano l’impoverimento che le classi lavoratrici conobbero all’inizio dell’800 e, in particolare, come l’industrializzazione comportò un decadimento di ampi settori di lavoratori da possessori del proprio lavoro a semplici salariati. Tale critica ha un suo primo momento di elaborazione nelle opere giovanili di Marx, scritte pochi anni dopo la prima fase della rivoluzione industriale; per Marx «l’operaio diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce in potenza ed estensione. L’operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merci che produce»1. Inoltre «Gli interessi, le condizioni di esistenza all’interno del proletariato si livellano sempre di più, perché la macchina cancella sempre più le differenze del lavoro e quasi dappertutto riduce il salario a un eguale basso livello»2. Questa visione fortemente pessimista è rafforzata da altre corrispondenze e analisi più di carattere descrittivo, come l’opera giovanile di Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, un eccezionale reportage sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori inglesi, scritto nel 1845. In esso Engels riporta, oltre a impressioni proprie, le considerazioni di numerosi testimoni dell’epoca; ecco come un commissario governativo dell’inchiesta sulle condizioni dei tessitori a mano descrive un quartiere di Glasgow: «Ho visto la miseria

1. Karl Marx, Manoscritti economico filosofici del 1844, ed Einaudi, 1975, p.71 2. Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, 1947, p.69

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LETTURE

in alcuni dei suoi stadi peggiori sia qui che sul continente, ma prima di visitare i Wynds di Glasgow non credevo che in qualche paese civile potessero esistere tante mostruosità, tanta miseria e tante malattie. Nelle case d’alloggio più infime dormono dieci e talvolta venti persone di ambo i sessi e di tutte le età mescolate insieme, più o meno svestite, sul pavimento. Le abitazioni sono usualmente così sudice, umide e cadenti che nessuno vorrebbe tenervi il suo cavallo.(...) Il loro letto era uno strato di paglia ammuffita frammista ad alcuni stracci. Pochi o addirittura inesistenti i mobili e l’unica cosa che desse a questi bugigattoli un aspetto abitabile era un fuoco nel camino»3. Questo tipo di descrizione come quella delle condizioni di lavoro che numerosi contemporanei riportano, contrasta fortemente con quanto scriveva - un secolo prima, nel 1728 - a proposito delle condizioni delle classi lavoratrici Daniel Defoe: «Vediamo le loro case ed alloggi tollerabilmente ammobiliati o almeno ben provveduti delle utili e necessarie masserizie; anche coloro che chiamiamo poveri, gli operai, la gente che lavora e fatica, hanno questo modo di vita: dormono al caldo, vivono con agio, lavorano sodo e non sono sforzati a conoscere il bisogno. (...) Grazie ai loro salari essi possono vivere con abbondanza ed è grazie al loro largo, generoso e libero modo di vivere che presso di noi il consumo così della nostra, come della produzione forestiera, è pervenuto a tanta mole»4. L’abisso che separa queste descrizioni ha avvalorato la teoria di un decadimento delle condizioni medie di vita in Inghilterra e, in particolare, dei lavoratori. L’altra interpretazione della rivoluzione industriale, quella definita come «ottimistica», contesta che all’origine delle calamità sociali e delle carestie che attraversarono l’Inghilterra tra il 1760 e il 1830 ci siano le trasformazioni economiche e tecnologiche, bensì l’enorme sviluppo demografico dell’epoca. Per questi storici i salari erano aumentati in misura maggiore rispetto al costo della vita, inoltre era migliorata l’alimentazione e benché le condizioni di lavoro fossero dure esse erano comunque migliorate con l’introduzione della forza motrice che in certe industrie diminuì la fatica dell’uomo. Infine questa scuola di pensiero tende a giustificare i traumi della rivoluzione industriale con i benefici che questa avrebbe provocato - perlomeno in prospettiva - alla maggioranza della popolazione inglese. Scrive David Landes a proposito della rivoluzione industriale: «Molti inglesi avrebbero voluto arrestarne il corso, o magari farla tornare indietro. Buone o cattive che fossero le loro ragioni, essi erano rattristati, infastiditi o indignati dalle sue conseguenze. Deploravano la fuliggine e la bruttezza delle nuove città industriali; lamentavano la crescente invadenza di crassi parvenues; denunciavano la precaria povertà di un proletariato senza radici. (...) È

3. Fiedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Editori Riuniti, 1955, p.73 4. Daniel Defoe, A Plan of the English Commerce, Blackwell, 1928, pp. 76-77.

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IL LAVORO IN FABBRICA IN UN’OPERA DI Herman Heijenbrock (1871-1948)


opportuno ricordare che questi pessimisti, per quanto rumorosi, erano una piccola minoranza di quella parte della sociatà inglese che espresse un’opinione sull’argomento. Le classi medie e quelle superiori erano convinte, dinanzi alle meravigliose invenzioni della scienza e della tecnologia, alla massa e varietà crescente di beni materiali, al ritmo sempre più rapido e alle comodità sempre maggiori della vita quotidiana, di vivere nel migliore dei mondi possibili, un mondo, soprattutto, che non faceva che migliorare. Per costoro la scienza era la nuova rivelazione; e la rivoluzione industriale la prova e la giustificazione della religione del progresso»5. È difficile che i lavoratori dell’epoca condividessero questa fede progressista; essi certamente vissero quell’imperiosa trasformazione come un traumatico stravolgimento del tessuto sociale in cui erano inseriti, spesso accompagnato dalla perdita di status e dal peggioramento delle proprie condizioni materiali. A questa situazione reagirono in qualche modo e si scontrarono con una classe dirigente non omogenea, in via di formazione, spesso lacerata da profonde fratture ideologiche, ma fortemente unita nel contrastare il conflitto sociale determinato dalla rivoluzione industriale. Un contemporaneo, Thomas Peacock, illustra in un romanzo del 1831, Crotch et Castle, questo particolare rapporto che si stava creando nella società inglese. Vi si racconta di una conversazione tra personaggi di un ceto elevato che viene interrotta da una folla in rivolta: è arrivato Capitan Swing e i miserabili braccianti si son sollevati. Il reverendo dottor Folliott, un conservatore intelligente, dice allora che questa è la prova del «progresso intellettuale», il progresso di cui si vantano sempre i capitalisti: è la guerra dei contadini. Il signor McQuedy, economista scozzese, che rappresenta la pura ideologia del capitalismo, ribatte che ciò è impossibile, perché la guerra dei contadini non può andar d’accordo con il progresso intellettuale. Un reazionario romantico, il signor Chainmail afferma che la causa è la stessa di tutte le epoche oscure della storia: «miseria e disperazione». La discussione prosegue vivace, dividendo i fautori del liberismo economico dai conservatori, più favorevoli al mantenimento di talune misure paternalistiche nei confronti delle classi popolari, finché il dottor Folliott conclude: «Ora non abbiamo tempo di discutere la causa e gli effetti, sbarazziamoci prima del nemico». E i membri riuniti della classe dirigente - conclude Thomas Peacock - «abbandonano l’analisi, prendono le armi e si precipitano fuori per disperdere nella notte i miserabili lavoratori».

5. David Landes, Cambiamenti teconologici e sviluppo industriale nell’Europa occidentale 1750-1914, in Storia Economica Cambridge, Einaudi, 1974, vol.5°, pag.381

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LETTURE

nazione,un’idea perTantiusi Dopo la Rivoluzione francese e per tutto l’800, il concetto di nazione diventa l’architrave del pensiero e dell’azione politica. Rivolte, insurrezioni, moti rivoluzionari e, infine, guerre scoppiano in suo nome. E a partire dalle sue molteplici interpretazioni

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l termine nazione ha avuto significati molto diversi col variare delle epoche storiche. Nel suo significato moderno - quello che è prevalso dalla Rivoluzione francese in poi - ha rappresentato uno dei più importanti fattori di condizionamento del comportamento umano; in particolare, l’attributo nazionale, accanto al sostantivo stato, ha dato vita alla realtà politica di maggior rilievo dagli inizi dell’Ottocento a oggi. Tuttavia, il concetto di nazione rimane di difficile definizione e mantiene un elevato grado d’ambiguità per l’intrecciarsi dei suoi significati storici e della sua portata ideologica. Secondo l’Enciclopedia Feltrinelli Fischer (volume 27 - Scienze Politiche, a cura di Antonio Negri, Feltrinelli 1970), è possibile raggruppare in tre categorie i diversi criteri con cui una nazione viene definita tale: «1) La categoria comprende i dati naturali, quali l’elemento etnico (popolazione) e l’elemento geografico (territorio). L’elemento etnico è collegato con l’idea di razza, anche se tale concetto, nei teorici della nazione, non ha sempre un’applicazione biologico-scientifica. All’interno di questa categoria, i diversi criteri possono essere, in alcuni casi, contrastanti, come, ad esempio, per la regione dell’Alto Adige o

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Francesco Hayez, «Il bacio», 1859, Pinacoteca di Brera

Sud Tirolo, che, secondo il criterio territoriale, appartiene alla nazione italiana e secondo quello etnico, appartiene alla nazione tedesca (intesa in senso ampio). 2) La categoria comprende i fattori culturali, quali lingua, cultura, religione, Stato. Vi possono essere in alcuni casi stretti legami fra elementi della prima e della seconda categoria (ad esempio fra il criterio etnico e quello linguistico o culturale) e, in alcuni casi, criteri contrastanti: esistono degli stati con popolazione prive di unità linguistica (come la Svizzera) e popoli che dovrebbero appartenere a una sola nazione in base alla lingua o all’origine etnica, ma che sono, per ragioni storiche, divisi (come molti paesi dell’America Latina). 3) La categoria comprende i fattori soggettivi, quali la scienza, la volontà, il sentimento nazionale. In base a questi criteri il concetto di nazione non trova il suo fondamento in uno o più elementi precostituiti, bensì in un atto di volontà da parte del popolo che costituisce la nazione stessa». Secondo Federico Chabod (L’idea di nazione, Laterza, 1961) esistono due modi di concepire la nazione, quello naturalistico e quello volontaristico: il primo (corrispondente ai criteri delle prime due categorie della classificazione precedentemente riportate) sbocca quasi inevitabilmente nel razzismo, il secondo può avere sbocchi liberali. La classificazione di Chabod richiama la profonda diversità politica assunta dal concetto di nazione nel corso dell’Ottocento: in particolare sono stati alcuni pensatori tedeschi (da Herder a Schlegel) a sottolineare l’elemento naturale della nazione, legandola ai dati «del sangue e del suolo», esaltando l’importanza della purezza del ceppo etnico e dei costumi per la grandezza di una nazione. Concetti che Hegel usò per sviluppare la più conosciuta delle teorie di stato nazionale (fondato sulla realtà storica); ma concetti che troviamo anche alla base della pratica totalitaria del nazismo. La chiave volontaristica di lettura dell’idea di nazione (quella fondata su «libere scelte» dei popoli) è stata invece particolarmente presente in Italia: per Mazzini la nazionalità è l’insieme di un pensiero e di un fine comuni, quelli della patria, in primo luogo come coscienza collettiva di essa e della necessità di sua esistenza. È un patriottismo ancora figlio delle rivoluzione francese e dei suoi principi di libertà, quello dei primi complotti rivoluzionari contro l’ordine della Santa Alleanza; una concezione che troverà la sua massima espressione nelle rivoluzioni europee del 1848. Infatti, benché il nazionalismo romantico dei

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LETTURE

«The Plumb-pudding in danger», una caricatura di James Gillray, pubblicata nel 1805, in cui il primo ministro inglese William Pitt e Napoleone Bonaparte si spartiscono il mondo per mangiarselo.

james gillray Fu uno dei più grandi disegnatori satirici del suo tempo, protagonista di un genere che costituiva uno dei più efficaci linguaggi per la formazione dell’opinione pubblica, centrale in tutte le pubblicazioni per tutto l’800. E che anche nei periodi più bui del dopo congresso di Vienna, la Restaurazione non riuscì a sopprimere. I lavori di Gillray, di epoca napoleonica, precorrono questo ruolo del disegno satirico e ne costituiscono una delle pietre miliari. Il disegnatore inglese era un estremista conservatore, il suo bersaglio prevalente erano i rivoluzionari francesi e, poi, Napoleone. Ma il suo anticonformismo lo portò spesso a scagliarsi anche contro i politici di casa propria, sia Wigh che Tories e non solo per la loro politica estera. Prototipo del disegnatore satirico indipendente e implacabile, autore di oltre 1.600 tavole, morì ancora giovane e trascorse gli ultimi anni di vita tra continui attacchi di follia.

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primi decenni dell’800, sia figlio del rifiuto del cosmopolitismo illuministico della rivoluzione francese (soprattutto in avversione all’espansionismo napoleonico che di quei principi si diceva portatore), le principali correnti nazionalistiche di quegli anni non rinunciavano a quei principi di libertà indissolubilmente legati all’individualismo borghese che contrastava il legittimismo aristocratico. Secondo il citato volume dell’Enciclopedia Feltrinelli: «La vita politica europea della prima metà dell’Ottocento si è svolta sotto l’egida dell’unione dei due principi di libertà e nazionalità: in seguito, però, nel processo storico che ha portato alle unificazioni nazionali, il principio di nazionalità ha prevalso sul principio di libertà. Questo è avvenuto in modo macroscopico in Germania, con il fallimento del parlamento di Francoforte nel 1848, e successivamente attraverso l’opera accentratrice di Bismarck: ma un simile processo si è avuto in larga misura anche in Italia (...); la sconfitta del federalismo repubblicano di Carlo Cattaneo ha significato la sottoposizione del principio di libertà a quello di nazionalità». Una lettura particolarmente problematica del concetto di nazione è stata fatta da Etienne Balibar in Razza, nazione, classe - le identità ambigue (Ed. Associate,1991), che approfondisce la relatività storica del termine: «La storia delle nazioni, a cominciare da quella francese, viene sempre presentata sotto forma di un racconto che attribuisce a esse la continuità di un soggetto. La formazione della nazione appare così il compimento di un progetto secolare, segnato da tappe e prese di coscienza che le diverse posizioni degli storici faranno apparire più o meno determinanti (a che punto situare le origini della Francia? all’epoca degli antenati Galli? della monarchia capetingia? della rivoluzione del 1789?), ma che comunque sono iscrivibili in uno schema identico: la manifestazione di sé della personalità nazionale. Tale rappresentazione costituisce certamente un’illusione retrospettiva, ma traduce anche realtà istituzionali coercitive. L’illusione è duplice: da un lato si crede che generazioni che si succedono nei secoli su un territorio approssimativamente stabile, con una denominazione approssimativamente univoca, si siano trasmesse una sostanza invariante; dall’altro si crede che l’evoluzione, di cui selezioniamo retrospettivamente gli aspetti, in modo da percepire noi stessi come suo punto d’arrivo, fosse la sola possibile e rappresenti un destino. Progetto e destino sono due figure simmetriche dell’illusione identità nazionale. I francesi del 1990 - di cui almeno uno su tre ha avi stranieri - sono legati ai sudditi di Luigi XIV (per non parlare di quanto sono legati ai Galli) solo da una successione di eventi contingenti, le cui cause non hanno nulla a che vedere con il destino della Francia, con i progetti dei suoi re, né con le aspirazioni del suo popolo». Balibar non contesta il peso dell’identità nazionale nella storia dell’umanità; da questo punto di vista arriva a parlare di «mito che si ripercuote sull’attualità» e che conserva un grande peso nella vita politica, soprattutto dall’Ottocento in poi. Ciò che lo studioso francese contesta è l’esistenza di criteri assoluti attraverso cui determinare le identità nazionali, collocandole in un percorso storico i cui sviluppi sono tutt’altro che scontati: «La formazione nazionale è il risultato di una lunga preistoria (dal medioevo, alla sacralizzazione del potere monarchico, alla Riforma) che differisce in modo essenziale dal mito nazionalista di un destino lineare. Essa consiste innanzitutto in una molteplicità di avvenimenti qualitativamente distinti, sfalsati nel tempo, nessuno dei quali implica i successivi. (...) Questi avvenimenti, ripetendosi, integrandosi a nuove strutture politiche, hanno avuto effettivamente un ruolo nella genesi delle formazioni nazionali. Ciò è dovuto al loro carattere istituzionale, al fatto che fanno intervenire lo stato nella forma che allora le era propria. In altre parole, alcuni apparati di stato non nazionali, con tutt’al-


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LETTURE

SCAFFALI Sulla definizione e le battaglie culturali a proposito del concetto di «nazione». Enciclopedia Feltrinelli Fischer, volume 27, «Scienze politiche», a cura di Antonio Negri (Feltrinelli, 1970); Federico Chabod, «L’idea di nazione» (Laterza, 1961); N. Bobbio, N. Matteucci, Dizionario di politica (Utet, 1982); Etienne Balibar, «Razza, nazione, classe. Le identità ambigue» (Associate, 1991)

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«Uncorking Old Sherry» di james gillray, pubblicato il 10 marzo 1805. si tratta di una tra le più conosciute e popolari opere del maggior disegnatore satirico inglese del xix secolo, che qui rappresenta il primo ministro britannico William Pitt che «gioca» con i leader delle opposioni, ritratti in bottiglia, alla camera dei comuni.

tri obiettivi (ad esempio dinastici), hanno progressivamente prodotto gli elementi dello stato nazionale o, se si vuole, si sono involontariamente nazionalizzati e hanno iniziato a nazionalizzare la società». Per Balibar questo processo storico si svolge in un contesto mondiale il cui carattere unitario è determinato dalla forma economica, in particolare ha un’accelerazione con il sistema capitalistico. In questo contesto la nazione viene vista come la forma più appropriata per permettere la circolazione del capitale e «tenere sotto controllo lotte di classe eterogenee facendo emergere delle borghesie di stato capaci di egemonia politica e culturale». Rimane aperto il problema dell’ideologia nazionalista, un fenomeno concretamente evidente a partire dai primi decenni dell’Ottocento e variamente riemerso in forma prepotente nel secolo successivo. Per Balibar, a partire dall’assunto che una «formazione sociale si riproduce come nazione solo nella misura in cui l’individuo viene costituito, dalla nascita alla morte, come homo nationalis da una rete d’apparati e pratiche quotidiane», l’unità popolare attorno alla nazione abbisogna di «un modello unitario che deve anticipare questa costituzione: il processo di unificazione (di cui si può misurare l’efficacia nella mobilitazione collettiva in guerra) presuppone la costituzione di una forma ideologica specifica». Questa forma ideologica, per Balibar, può essere chiamata patriottismo o nazionalismo; in base a essa lo stato crea una coscienza popolare finalizzando a ciò tutti gli avvenimenti storici. La fabbricazione di una coscienza che affonda la propria efficacia anche nell’analogia con la religione, «facendo del nazionalismo e del patriottismo una religione, se non addirittura la religione dei tempi moderni». Creando quelle che Balibar chiama «etnicità fittizie» (la lingua, la razza), si costituisce - nell’immaginario popolare - una nazione ideale e si risponde anticipatamente alle esigenze d’appartenenza di comunità disgregate come quelle dell’epoca contemporanea. Balibar può facilmente contestare il valore «nazionale» della lingua, sia perché essa può servire nazioni diverse, sia perché essa sopravvive alla scomparsa «fisica» delle popolazioni che l’hanno utilizzata (dal latino, al greco antico). La comunità di lingua ha così bisogno di un «supplemento di particolarità, o di un principio di chiusura o esclusione, la comunità di razza .(...) Il nucleo simbolico dell’idea di razza è lo schema della genealogia, cioè l’idea che la filiazione degli individui trasmetta di generazione in generazione una sostanza biologica e spirituale e, contemporaneamente, li iscriva in una comunità temporale che si chiama parentela». Il nazionalismo che si fonda sull’idea di comunità di razza compare, secondo quest’interpretazione, quando scompaiono i legami di parentela a livello di clan, di comunità o di classe sociale, ricostituendo - immaginariamente - una parentela sulla soglia della nazionalità.

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2. RivoluZIONI


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introduzione

Ferdinando I, Re delle due Sicilie, giura la Costituzione

ILRISORGIMENTO CHENONC’ÈSTATO di Marco REVELLI

L’unità italiana come «occasione mancata» per liberarci da quell’eterna autobiografia nazionale

scandita dal riemergere degli atavici vizi nazionali e dal costante prevalere dell’egemonia moderata. Nelle letture di Gobetti, Gramsci, Salvemini, la ricostruzione critica di un «Risorgimento senza eroi»

I

«

l Risorgimento italiano è ricordato nei suoi eroi. In questo libro mi propongo di guardare il Risorgimento controluce, nelle più oscure aspirazioni, nei più insolubili problemi, nelle più disperate speranze: Risorgimento senza eroi». Così scriveva Piero Gobetti, alla metà degli anni Venti, nella prefazione a un libro destinato a essere pubblicato postumo. E concludeva: «L’esposizione non piacerà ai fanatici della storia fatta: essi mi attribuiranno un umore bisbetico per rimproverarmi lacune arbitrarie. Ma io non volevo parlare del Risorgimento che essi volgarizzano dalle loro cattedre di apologia stipendiata del mito ufficiale. Il mio è il Risorgimento degli eretici, non dei professionisti» (Risorgimento senza eroi, 1926). A fronte della vulgata apologetica dell’epopea risorgimentale – del suo «mito ufficiale» – non c’è solo la letteratura reazionaria e sanfedista dei nostalgici dell’ancien règime. O il localismo gretto della «piccola storia» che parla male di Garibaldi in odio al rosso delle sue camicie e alla lunghezza dei suoi viaggi. C’è anche una solida tradizione

di pensiero radicale e democratico – radicalmente democratico – che ha guardato ai «mancati risultati» del Risorgimento per cogliervi il segno dei «vizi storici» della politica italiana. Che ha cercato tra i cocci del mito infranto di quell’ambiguo passato le ragioni del proprio cattivo presente (della propria, eternamente ritornante, «autobiografia della nazione»). I nomi sono noti: Gaetano Salvemini, in primo luogo, e poi Gramsci, buona parte del «meridionalismo rivoluzionario» con Guido Dorso in testa, e Tommaso Fiore, il neoprotestantesimo di Gangale, oltre, naturalmente, a Piero Gobetti e con lui buona parte dei collaboratori della sua Rivoluzione liberale… Per tutti un comune denominatore: l’idea del Risorgimento italiano come rivoluzione mancata (rivoluzione politica fallita, ma anche rivoluzione sociale e in particolare «rivoluzione agraria» neppur tentata, e «rivoluzione morale» o religiosa soffocata sul nascere dal prevalere del neoguelfismo). E una comune preoccupazione: comprendere come, a mezzo secolo dal compimento del moto risorgimentale, l’Italia avesse

SUPPLEMENTO AL NUMERO ODIERNO DEL MANIFESTO A cura di: Gabriele Polo Direttore responsabile: Norma Rangeri

L’AUTORE Marco Revelli insegna Scienza della politica alla facoltà di Scienza politiche dell’Università del Piemonte Orientale. Storico e sociologo, collaboratore del «manifesto», è autore di numerosi saggi sui problemi contemporanei, dall’organizzazione del lavoro alla filosofia della politica. Tra le sue

pubblicazioni: «Lavorare in Fiat» (Garzanti, 1989), «Le due destre» (Bollati Boringhieri, 1996), «Oltre il 900» (Einaudi, 2001), «Sinistra-destra, l’identità smarrita» (Laterza, 2007). Con Ortoleva e Guarracino è autore di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moerna e contemporanea (Mondadori, 1993).

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introduzione

potuto cadere nella dittatura. Il che spiega perché buona parte di questa riflessione antiapologetica del Risorgimento si concentri soprattutto a ridosso dell’avvento del fascismo e trovi il proprio epicentro negli anni Venti del Novecento. Anche i termini della critica, sono noti. In primo luogo il tema della «conquista regia». Se l’Italia non ha avuto la propria rivoluzione – se il suo passaggio alla «modernità» non è avvenuto, come nei paesi a democrazia matura quali la Francia, in primo luogo, ma anche l’Inghilterra, attraverso una «cesura storica», con una esplicita «soluzione di continuità» nella successione delle sue classi dirigenti capace di coinvolgere le masse popolari nella costruzione del nuovo Stato – ciò è dovuto al carattere prevalentemente burocratico-militare del processo unitario. Alla sua gestione «dall’alto», da parte di una dinastia (conservatrice e tradizionalmente avara), di un esercito (disciplinato ma ottuso) e di una diplomazia a guida moderata che emarginarono o, alternativamente, egemonizzarono le componenti radicali, nella sostanziale passività del popolo. Ne derivò – come scrive Dorso, il principale interprete di questa lettura – «una conquista grigia, fredda, uniforme, che lasciò, a mano a mano che progrediva, insoluti tutti i dati ideali della rivoluzione: la libertà, le autonomie locali ed i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, campo classico ove si saggiano le limitazioni della libertà». E soprattutto che inaugurò o quantomeno consolidò il pessimo vizio italiano «di eludere le soluzioni ideali, per stendere su di esse il velo della transazione politica», prodromo di tutti i trasformismi e di tutti gli immoralismi futuri. È ciò che Gramsci definirà, sulle orme del Cuoco, col termine «rivoluzione passiva» (una rivoluzione, cioè, senza rivoluzionari e, in sostanza, «una rivoluzione senza rivoluzione»), sottoline-

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I deputati dei Carbonari si presentano con la bandiera alla reggia di Ferdinando I. illustrazione tratta da «Storia del Risorgimento italiano», 1935

ando come carattere qualificante di tutto il moto risorgimentale la sistematica egemonia che i moderati riuscirono a esercitare, strategicamente, su tutte le altre componenti, compresa quella più radicale rappresentata dal cosiddetto Partito d’Azione (quello di Garibaldi e Mazzini, per intenderci). Il quale non fu solo sistematicamente marginalizzato dall’iniziativa moderata, ma anche in buona parte «diretto», e riassorbito, nelle file dei moderati, fino all’unità, e anche oltre: «I moderati – scriverà Gramsci – continuarono a dirigere il Partito d’Azione anche dopo il ’70 e il trasformismo è l’espressione politica di questa azione di direzione; tutta la politica italiana dal ’70 ad oggi è caratterizzata dal trasformismo, cioè dall’elaborazione di una classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il ’48, con l’assorbimento degli elementi attivi sorti dalle classi alleate e anche di quelle nemiche». Né poteva essere diversamente – come non cessò mai di ricordare Salvemini – vista la clamorosa assenza dalla scena sociale e politica dei contadini (e con essi di ogni significativo «soggetto sociale» capace d’iniziativa politica). Così in questa lettura iconoclasta del Risorgimento, il tema del fallimento politico di ogni ipotesi di modernizzazione dal basso si salda con quello, strutturale, del fallimento sociale ed economico di ogni modernizzazione tout court, ben simboleggiata dall’assenza altrettanto clamorosa di un sia pur flebile segno o conato di «rivoluzione agraria». E dalla permanente forza mantenuta dalla grande proprietà terriera, soprattutto meridionale, mai in realtà sfidata, anzi quasi sempre blandita, o comunque incorporata nel ventaglio delle alleanze necessarie per un progetto unitario che finiva per dispiegarsi, così, non solo senza ma per molti aspetti anche contro le aspirazioni di emancipazione di una massa contadina mantenuta in condi-

zione di servaggio semi-feudale. Non si tratta – è bene ricordarlo spesso – di una lettura «idealistica» della nostra storia patria. Di una somma di pii desideri, in cui ciò che è si confonde con ciò che si vorrebbe che fosse. Al contrario. La cifra di tutta questa letteratura anti-apologetica è il «realismo». L’analisi disincantata delle forze in campo. La misura spietata dei rapporti di forza. L’egemonia moderata tanto deprecata, è tuttavia considerata l’unica storicamente possibile. La sola capace di vincere. In questo Salvemini è maestro, là dove dopo aver preso in considerazione l’intero ventaglio delle opzioni federaliste – quelle a cui andava senza dubbio la sua approvazione e che meglio avrebbero servito la causa di una via compiutamente democratica all’unificazione nazionale, a cominciare dall’autonomismo democratico di Cattaneo, e quelle meno auspicabili, ma non meno interessanti, come il federalismo censitario dei moderati piemontesi – ne decreta, tuttavia, l’inevitabile inefficacia, di fronte al macigno rappresentato dalla passiva subalternità delle plebi rurali meridionali, e dalla loro manovrabilità da parte di un clero reazionario e nostalgico dell’antico regime borbonico. «La grande maggioranza dei contadini, scrive Salvemini, abbandonata a sé nelle amministrazioni locali autonome, a base di suffragio universale, avrebbe dato, in poco tempo, la prevalenza alle forze legittimiste. Perciò i moderati rigettavano la teoria autonomista e democratica di Cattaneo». E per questa ragione, si può aggiungere, rinunciarono all’originario federalismo censitario cavourrino, per volgersi alla prospettiva centralista di impronta mazziniana, amputata dei suoi connotati democratici (il suffragio universale, o anche allargato) e coniugata con un sistema elettorale ristretto su base di censo. L’unica in grado di vincere. Ma, appunto, a un

prezzo tanto caro da ipotecare l’intero sviluppo sociale e politico successivo. Il risultato sarà, appunto, «uno Stato a cui il popolo non crede perché non l’ha creato con il suo sangue», nel quale si misura, senza remissione, il fallimento del progetto liberale, al quale dovrebbe essere intrinseca la ricerca dell’autonomia, individuale e collettiva, delle persone e dei gruppi sociali. Fallimento a cui non porterà sollievo il parallelo dispiegarsi del progetto socialista, caduto nel momento in cui con Turati, «accettò l’eredità di una corrotta democrazia invece di mantenersi coerente a una logica rivoluzionaria», a riprova della dura legge storica che condanna i radicali a una dura egemonia moderata. Cosicché, nella caduta degli unici due progetti emancipativi del moderno, l’Italia resterà esposta al costante rischio della ricaduta nelle molteplici forme di servitù che la sua storia le ripresenta, come fantasmagorico repertorio dei propri vizi atavici e delle proprie illusorie virtù. Sempre incapace di scelta e di responsabilità. Sempre tentata dall’istrionica rappresentazione e dall’identificazione nei peggiori. Condannata, comunque, a riproporre, ciclicamente, quello che, ancora Gobetti, definirà «l’equivoco fondamentale della nostra storia» – quello che l’apologetica risorgimentale rimuove, ma che del moto risorgimentale costituisce una verità scomoda – e cioè il suo essere stato, in prevalenza, «un disperato tentativo di diventare moderni restando letterati con vanità non machiavellica di astuzia, o garibaldini con enfasi tribunizia». E, di conseguenza, l’aver sacrificato all’idea di libertà la pratica – ben più sostanziale – dell’autonomia. L’aver sovrapposto al mito dell’unità la ricerca dell’unanimismo. E all’orgoglio della lotta, l’affidamento a un Re. O a un Capo. O alla benevola configurazione di una favorevole congiuntura internazionale.

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RIVOLUZIONI

Quadro allegorico per celebrare la «presenza bolivariana» a Cuzco, Perù, in cui si cantano lodi e glorie del Libertador. Tra il 1811 (Congresso di Caracas e dichiarazione d’indipendenza del Venezuela) e il 1821 (indipendenza del Perù) termina il colonialismo spagnolo in Sudamerica. Ma non si realizza il sogno bolivariano di un continente politicamente unito. Resterà vivo il mito di Simon Bolivar.

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sotto, un’immagine satirica del congresso di verona del 1822

ilvecchioordine nontrovapace 1820-21. Dalla disgregazione dell’impero spagnolo ai moti antiaustriaci italiani: a soli cinque anni dal Congresso di Vienna, la rivoluzione torna a disturbare i sogni dei restauratori. Carbonari, massoni, militari delusi e persino qualche prete minano l’ordine costituito. Che accentua la repressione: ma non sempre funziona

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l vecchio ordine ripristinato a Vienna – che la politica delle alleanze tra le potenze vincitrici di Napoleone avrebbe dovuto garantire – si dimostrò ben presto di portata effimera. Solo cinque anni dopo la battaglia di Waterloo, nel 1820, la rivoluzione – temuta in Inghilterra, Germania e Francia – scoppiava in Spagna, per allargarsi subito al Portogallo. «Tutto il mondo sapeva che sarebbe accaduto qualcosa, che dalla Spagna sarebbe venuta una nuova, inevitabile, scossa», scriveva in quell’anno il francese Francois Guizot: l’affermazione di questo politico moderato (futuro ministro del conservatore Luigi Filippo) testimonia quanto radicata fosse in Europa la contraddizione tra la società e l’ordine politico della Santa Alleanza. Negli anni che separarono il congresso di Vienna dalle rivoluzioni del 1820, le grandi potenze europee perseguirono la politica della diplomazia inaugurata a Vienna allo scopo di mantenere l’ordine costituito, ma i diversi interessi che le separavano vanificavano gli sforzi diplomatici. Contemporaneamente continuava l’attività cospirativa delle sette e dei gruppi rivoluzionari: i tentativi di ottenere sostanziali riforme politi-

che o di dar vita a rivoluzioni, spesso fallivano, ma l’Europa risultava tutt’altro che pacificata. La valutazione di Guizot che abbiamo riportato dà conto di quanto fosse evidente la precarietà dell’ordine ristabilito a Vienna e, contemporaneamente, di come la rivoluzione avrebbe potuto affermarsi dove più radicale era stata l’opera di restaurazione.

DA VIENNA A VERONA Scombussolati dai moti del 1820-21 – di cui non avevano avuto sentore – i restauratori viennesi del 1815 si riconvocarono a Verona dal 9 al 14 ottobre 1822, in quello che fu chiamato «Congresso dei grandi». Una vota repressi i moti e riportato l’ordine in gran parte dell’Europa la Santa Alleanza cercò in quella sede di affrontare «la situazione italiana» e le conseguenze delle rivoluzioni spagnola e greca. Una delle poche decisioni operative fu il mandato alla Francia di Luigi XVI di reprimere il governo costituzionale di Madrid e restaurare la monarchia assoluta di Ferdinando VII. Cosa che avvenne manu militari.

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RIVOLUZIONI

I punti deboli della restaurazione Le rivoluzione del 1820-21 ebbero per teatro i paesi europei più «periferici», dove l’arretratezza economica si assommava all’oscurantismo politico, dove risultava essere più oppressivo e intollerabile l’ordine dei restauratori. Dalla penisola iberica si estesero all’Italia, alla Grecia, allo stesso impero russo. Si manifestarono in occasioni e con modalità molto diverse tra loro; anche gli obiettivi erano articolati, dal costituzionalismo, all’unità nazionale, al riformismo sociale. Tuttavia erano simili per composizione politica dei loro protagonisti. Le prime rivoluzioni del dopoVienna furono il luogo d’azione delle sette segrete, di elite che ritenevano necessaria una forzatura politica (una rivoluzione, appunto) per dar modo alla società di sviluppare liberamente tutte le proprie potenzialità, schiacciate dall’oscurantismo dei regimi assolutisti, dall’economia alla cultura, alla politica. Non a caso furono proprio i paesi europei più arretrati economicamente a essere teatro di queste rivoluzioni e non quelli più sviluppati – come l’Inghilterra o la Francia – dove pure non mancavano fermenti innovativi molto sviluppati: la contraddizione tra società e istituzioni politiche era, nelle «periferie» europee, più profonda, a una elite al potere se ne contrapponeva un’altra che intendeva abbatterla, anche in nome di quelle grandi masse che rimanevano estranee alla vita politica. Fu proprio tale estraneità della maggioranza della popolazione a condizionare negativamente i moti rivoluzionari del 1820-21 e a determinarne, in quasi tutti i casi, la sconfitta.

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L’assemblea costituente portoghese del 1820, che darà vita a un breve esperimento liberale, represso da una congiura di palazzo nel 1824, dopo il ritorno in patria – 1821 – del re Giovanni VI (pagina accanto)

SCAFFALI Sulle rivoluzioni spagnola e portoghese: J. Vinces Vives, «Profilo della storia di Spagna» (Einaudi, 1966), G. Spini, «Mito e realtà della Spagna e dell’Italia della restaurazione» (Perrella, 1950), M. Artola Gallego, «Las origines de la Espana contemporanea» (Iep, 1975), R. Carr, «Storia della Spagna 1808-1939» (La Nuova Italia, 1979), José H. Saraiva «Storia del Portogallo» (Mondadori, 2007), Giuseppe Papagno «I portoghesi d’oro» (Diabasis, 2006).

La rivoluzione tra Spagna e Portogallo Punto di riferimento per le società segrete fu la massoneria. Quest’associazione, le cui origini risalgono alle corporazioni medievali dei muratori (francmaçons), di cui mantenne in seguito – fino ai giorni nostri – la simbologia degli arnesi di lavoro, nacque in Inghilterra nel 1717, con la costituzione della Grande Loggia, a Londra. Si diffuse rapidamente in Europa e in Nordamerica nel corso del XVIII secolo facendo leva sui valori dell’Illuminismo cui congiunse, nel corso degli

anni, un profondo sentimento anticlericale e una caratterizzazione politica di tipo liberale. La massoneria si proponeva come strumento di educazione ed elevazione individuale, spirituale e culturale, raccogliendo adesioni soprattutto tra la nascente borghesia e i liberi professionisti. La sua diffusione articolata e i suoi contenuti liberali (libertà di culto e di movimento) finirono per trasformarla in una forza politica ostile alla restaurazione, in particolare al potere della Chiesa. Fu così che, pur non essendo un partito politico propriamente detto, né organizzando direttamente i movimenti cospirativi, dalla massoneria provennero molti dei militanti delle organizza-


zioni segrete come, in Italia, la Carboneria o i Sublimi Maestri Perfetti. Fu perciò inevitabile che la struttura organizzativa della Massoneria diventasse il modello su cui si strutturarono molte delle società segrete di ispirazione liberale, mutuandone anche rituali e strutture. L’organizzazione delle sette segrete era estremamente coerente con la loro ideologia politica: se in paesi come l’Italia e la Spagna l’opposizione all’ordine della restaurazione assunse le forme del complotto di elite che miravano a una rapida conquista del potere statale, ciò non si deve solo alla repressione poliziesca che rendeva impossibile, in questi paesi, una battaglia politica alla luce del sole. Erano soprattutto le condizioni economiche e sociali che determinavano il pensiero politico: i carbonari italiani o i militari spagnoli che diedero vita alle rivoluzioni del 1820-21, pensavano che solo una radicale trasformazione in senso moderno (quello indicato dalla rivoluzione francese) dello Stato poteva permettere uno sviluppo della società che potesse permettere la democrazia: in altri termini, prima bisognava togliere di mezzo le vecchie classi dirigenti e poi le masse arretrate avrebbero potuto partecipare alla vita politica. Come severi maestri che parlavano in nome di un popolo considerato ancora «accecato dall’ignoranza e dalla superstizione», i cospiratori del 1820-21 furono facilmente isolati e sconfitti. Tuttavia fu in quei tentativi frustrati che si formarono molti dei futuri dirigenti dei movimenti liberali europei e che si verificarono gli stessi limiti dei progetti cospirativi su base elitaria. Il movimento rivoluzionario partì dalla Spagna per il convergere di alcuni fattori. In primo luogo la restaurazione operata da Ferdinando VII fu particolarmente drastica: abolita d’un colpo la costituzione promulgata nel 1812, attorno alla quale si era raccolta la resistenza contro l’occupazione napoleonica del paese (detta costituzione di Cadice), il sovrano tornò a regnare come un despota. Negli

anni che precedettero il 1820 l’opposizione a Ferdinando VII si riallacciò alle lotte del paese contro Napoleone, che avevano segnato la prima vera sconfitta di Bonaparte, riportando sul trono proprio Ferdinando VII, nel 1814. Divisa tra moderati e radicali (exaltados) l’opposizione al re non era riuscita a ottenere alcun risultato significativo fino a quando le conseguenze negative dello sfaldarsi dell’impero d’oltremare determinarono la crisi del regime. L’indipendenza delle antiche colonie del Sud America non era stata accettata da Ferdinando VII e dalla sua corte. Ma l’esercito spagnolo non era in grado di riprendere il controllo dei nuovi stati sudamericani, mentre le potenze europee (che pure avevano appoggiato la ricostituzione degli antichi domini spagnoli e portoghesi in quel continente) non erano intenzionate a far valere il proprio peso militare a fianco della Spagna. In particolare l’Inghilterra vedeva di buon occhio la nascita dei nuovi stati sudamericani, convinta di poter esercitare su di loro un’importante influenza commerciale. Così il tentativo di recuperare la propria egemo-

nia sulle ex colonie d’oltremare impegnò il governo spagnolo in uno sforzo economico enorme, che aggravò la situazione del paese e finì per determinare il collasso istituzionale. La rivoluzione assunse la forma del pronunciamiento, nella sollevazione militare dei soldati inviati a Cadice per imbarcarsi per il Sud America. L’ammutinamento dei militari incontrò l’appoggio della popolazione e portò al ripristino della costituzione del 1812: vennero indette le elezioni che i liberali vinsero a larga maggioranza. Tuttavia le basi della nuova democrazia erano labili, proprio a partire dall’evento che aveva innescato la rivoluzione. Il pronunciamento dei militari era il frutto di una cultura politica in sé piuttosto rozza (che si reitererà anche in seguito nella penisola Iberica, fino a quella di Francisco Franco, più di un secolo dopo), secondo cui la volontà collettiva di una nazione – distorta dai cattivi consiglieri del sovrano e da istituzioni parlamentari corrotte – trovava la sua vera espressione nell’esercito, in particolare tra gli ufficiali. Questa forma particolare di cospirazione riuscì a conquistare il

Nel gennaio 1820 un corpo militare di spedizione in partenza da Cadice per le Americhe con il compito di riportare sotto il crontrollo spagnolo il continete Sudamericano si ammutina: sotto la guida di un gruppo d’ufficiali si ha il pronunciamiento che impone il ripristino della costituzione liberale varata nel 1812. I liberali

costituzione di cadice del 1812

alle successive elezioni di giugno ottengono la maggioranza assoluta e il re Ferdinando VII è costretto ad accettare il nuovo assetto istituzionale. Negli stessi mesi un colpo di stato militare imponenva un regime costituzionale anche al re del Portogallo, Giovanni VI. L’esempio spagnolo genera speranze di rinnovamento politico in tutta l’Europa del Sud: in luglio alcuni ufficiali aderenti alla Carboneria danno vita a un’insurrezione nel Regno delle Due Sicilie. In pochi giorni gli insorti impongono al re Ferdinando I una costituzione analoga a quella spagnola. Gli eventi rivoluzionari preoccupano fortemente le potenze della Santa Alleanza, in particolare l’Austria che convo-

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RIVOLUZIONI Il giuramento alla Costituzione di Cadice del 1810 dei deputati spagnoli. Dipinto di José Maria casado (1863). sotto, i carbonari Michele Morelli e Giuseppe Silvati

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potere politico e a relegare il re in posizione defilata – lasciandogli solo poteri di veto sospensivo sulle leggi promulgate dal parlamento – ma, priva com’era di una solida base sociale, non riuscì a costruire un sistema politico saldo. Attaccate pesantemente dalla Chiesa (soprattutto per la confisca delle terre e la soppressione della Compagnia di Gesù), isolate dai contadini e divise tra le diverse componenti liberali, le nuove istituzioni spagnole furono presto vittime della propria debolezza. Quando si moltiplicarono le rivolte nelle zone agrarie del nord del paese (frutto anche delle richieste d’autonomia territoriale che già allora erano molto radicali), il re cominciò a esprimersi sempre più apertamente per il ritorno a un regime assolutistico e le potenze europee decisero d’intervenire per ripristinare

l’ordine. Al congresso di Verona del 1822 venne autorizzato l’intervento militare che fu attuato dalle truppe francesi e che in pochi mesi – grazie a una repressione feroce e senza incontrare particolari resistenze nella popolazione – ripristinò Ferdinando VII come sovrano assoluto, ponendo fine al regime costituzionale e riaprendo un periodo di nuova restaurazione politica, che ebbe fine solo alla sua morte, nel 1833, dando il via a cinque anni di guerre civili, le guerre carliste, caratterizzate da una sempre maggiore influenza delle alte gerarchie militari nella vita politica e da rivendicazioni autonomiste delle regioni periferiche del paese. Analogo epilogo ebbe la rivoluzione portoghese che si sviluppò contemporaneamente a quella spagnola. Sulle vicende del paese lusitano ebbero, però,

maggior peso le influenze straniere, in particolare le pressioni inglesi e francesi. In seguito al pronunciamiento spagnolo, un gruppo d’ufficiali portoghesi imposero, con un colpo di mano, una costituzione radicale con una sola camera di rappresentanti. Due anni dopo il Brasile proclamava la propria indipendenza e provocava il rientro in Portogallo del re Giovanni VI, che riconosceva la costituzione pur senza condividerne i fini. Si apriva così un lungo confronto tra tendenze restaurative (molto forti a corte e appoggiate dalla Francia, interessata a portare il paese sotto la sua influenza) e liberali (che trovarono un condizionato appoggio dell’Inghilterra): la costituzione venne abrogata nel 1824 – con una congiura di palazzo – e reintrodotta in forma più moderata


due anni dopo grazie all’intervento della flotta inglese. Ma quando venne meno l’appoggio inglese, un nuovo colpo di stato portò sul trono del paese Don Miguel (nel 1828), che diede vita a una feroce repressione, in particolare contro le logge massoniche, fino a quando nel 1834 la minaccia di un nuovo intervento inglese pose fine al suo regime riaprendo un periodo di guerra civile. In entrambi i paesi iberici i tentativi di dar vita a costituzioni liberali, fallirono. Intrighi di corte, giunte d’ufficiali, interessi di clero e nobiltà, interventi stranieri: questo il panorama delle forze in gioco che dimostra come si trattasse di rivoluzioni senza fondamento sociale.

Il «contagio» arriva in Italia I fatti di Spagna e Portogallo ebbero immediate ripercussioni in Italia, diventando l’esempio cui rifarsi per le società segrete e i liberali della Penisola, al punto che la concessione della costituzione spagnola del 1812 fu assunto come obiettivo delle insurrezioni italiane del 182021. Non casualmente i principali moti si ebbero nelle zone più arretrate del paese, in quegli stati che, per caratteristiche economiche e politiche, avevano degli elementi comuni con la situazione iberica. Analoghi furono anche le modalità, i protagonisti e l’epilogo delle rivoluzioni. L’Italia, dopo il congresso di Vienna, viveva una situazione di grande frammentazione politica cui faceva riscontro una sostanziale egemonia austriaca e un tessuto economico arretrato, con una borghesia commerciale e industriale ai suoi primi passi e ampie aree dominate da un’agricoltura arretrata, fondata sul latifondo. Inoltre i vari sovrani che erano a capo degli stati italiani – con l’eccezione del ducato di Toscana – erano accomunati da un forte senso della conservazione e da uno spirito

anti-liberale e assolutista. Tuttavia l’eredità dell’esperienza napoleonica e le esigenze delle nascenti borghesie (soprattutto in Piemonte e Lombardia), risultavano una contraddizione per il mantenimento dello status-quo che i deboli governi locali potevano sopportare solo grazie all’appoggio politico e militare dell’Austria. Il regno delle due Sicilie di Ferdinando I fu il primo teatro della rivolta in Italia. Nel luglio 1820 l’ammutinamento di uno squadrone di cavalleria, su iniziativa di due ufficiali (Michele Morelli e Giuseppe Silvati) aderenti alla carboneria, diede il via a una rivoluzione che in pochi giorni si estese a tutto lo stato e costrinse il sovrano a concedere la Costituzione spagnola del 1812. Il movimento liberale napoletano era composto in larga parte da ufficiali che erano stati al servizio di Murat (come il generale Guglielmo Pepe che, spedito, dal re a sedare la rivoluzione, si unì ai rivoltosi) e trovava l’appoggio di quei ceti urbani scontenti dell’eccessivo accentramento politico e amministrativo del regno di Ferdinando I. Inoltre, sulla saldezza del regime assolutista borbonico pesavano sia lo scontento di gran parte dell’aristocrazia terriera (insoddisfatta per la fine dell’organizzazione feudale delle terre), sia le tendenze indipendentiste siciliane. Nell’isola viva era l’insofferenza per i scar-

SCAFFALI Sui moti italiano del 1820-21: F. Meinecke, «Cosmopolitismo e stati nazionali» (La Nuova Italia, 1975), R.Aubert, «Il pontificato di Pio IX» (Saie, 1969), R Romeo, «Dal Piemonte sabaudo allo stato liberale» (Einaudi, 1963), N. Raponi, «Dagli stati pre-unitari d’antico regime all’unificazione» (Il Mulino, 1981), AA.VV. «L’età della Restaurazione e i moti del 1821» (L’Artistica, 1992), G. Teresi, «I moti carbonari del 1820-21 in Italia», (Bastogi, 2007), E. Ohnmeiss, «Dai moti carbonari a Ciro Menotti, 1820-1831» (Vaccari, 1991).

si margini d’autonomia amministrativa che da Napoli venivano concessi alla classe dirigente siciliana: soprattutto le baronie locali fomentavano la ribellione e pensavano all’indipendenza. Quando scoppiò la rivoluzione di luglio il separatismo siciliano tentò di cogliere l’occasione fornitagli dalla crisi di regime, dando vita a una rivolta repressa in seguito dall’esercito napoletano. Il nuovo assetto istituzionale del sud Italia non venne accettato dall’Austria che iniziò i preparativi per l’intervento militare; anche perché l’esempio napo-

lo zar alessandro I

ca un congresso internazionale a Troppau nell’ottobre del 1820, dove il cancelliere austriaco Metternich formula il principio secondo cui si sancisce il diritto delle grandi potenze a intervenire sulla scena internazionale per ristabilire l’ordine costituito. La Gran Bretagna non condivide completamente questa politica e si stacca progressivamente dalle potenze continentali («splendido isolamento») preferendo una maggior autonomia, libera dai vincoli delle alleanze, nelle scelte di politica internazionale. Nel successivo congresso di Lubiana (gennaio 1821) si sanziona il diritto dell’Austria a intervenire militarmente nella penisola italiana per restaurare l’assolutismo. L’intervento viene richiesto anche dal re di Napoli Ferdinando I ed è reso urgente dal pericolo di generalizzazione dei moti rivoluzionari anche ad altre regioni italiane. Nel marzo 1821, negli stessi giorni in cui le truppe austriache sconfiggono il regime costituzionale napoletano restaurando (23 marzo) l’assolutismo di Fernando I di Borbone, scoppia – ispirata da ambienti militari e aristocratici – un moto costituzionale in Piemonte che porta all’abdicazione del re Vittorio Emanuele in favore del fratello Carlo Felice, in quel momento assente dal regno. La reggenza passa a Carlo Alberto che il 14 marzo concede una costituzione condizionata dall’approvazione del re. Sconfessato da Carlo Felice, Carlo Alberto parte da

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letano poteva essere seguito da altri stati italiani, in particolare dalla borghesia urbana lombarda. L’estensione al nord del moto rivoluzionario avrebbe scardinato e messo in discussione tutto l’assetto geo-politico costruito a Vienna. Per l’Austria si trattò di muoversi anche contro il tempo e mentre a Milano i dirigenti carbonari (tra cui Silvio Pellico e Pietro Maroncelli) venivano arrestati, prima ancora che potessero passare all’azione, la diplomazia di Metternich si mise in moto per ottenere l’appoggio internazionale a un intervento militare diretto dell’Austria teso a restaurare l’assolutismo di Ferdinando di Borbone. Il sovrano aveva, nel frattempo, accettato il regime costituzionale rimanendo sul trono, pronto, alla prima occasione, a voltargli le spalle. Due congressi – quello di Troppau nell’ottobre del 1820 e quello di Lubiana nel gennaio del 1821 – diedero all’Austria, nonostante le perplessità francesi e inglesi, l’autorità per l’intervento militare: al congresso di Lubiana fu proprio Ferdinando I a richiedere esplicitamente l’intervento militare austriaco, nonostante avesse promesso al nuovo governo, alla sua partenza da Napoli, che mai avrebbe tradito la costituzione. Poco dopo, a marzo (proprio mentre aveva inizio il tentativo rivoluzionario in Piemonte), le truppe austriache sconfiggevano quelle napoletane guidate da Guglielmo Pepe e ripristinavano l’assolutismo di Ferdinando I che poteva rientrare a Napoli il 23 marzo del 1821, per iniziare una nuova fase di repressione politica talmente dura da indurre le stesse autorità austriache a invitarlo a una maggior moderazione. Trovava così attuazione il patto stipulato a Vienna sul diritto delle grandi potenze a intervenire negli affari interni degli stati europei in nome dell’ordine e della tradizione. Ancor più rapido epilogo ebbero le vicende piemontesi. Anche qui la restaurazione di casa

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Savoia aveva dato vita a un regime retrivo e oscurantista che si poneva come concreto ostacolo per lo sviluppo del paese: in particolare la vecchia classe dirigente restaurata da Vittorio Emanuele I era decisamente inadeguata rispetto alle esigenze di un’economia alle soglie dell’industrializzazione, con la nascita delle prime industrie tessili e un’agricoltura bisognosa di innovazioni tecnologiche e strutturali. La rivoluzione piemontese assunse così un carattere prettamente «riformista» proponendosi il rinnovamento amministrativo e politico dello stato: i suoi protagonisti appartenevano ai ranghi intermedi dell’esercito, a una parte dell’aristocrazia e alla borghesia urbana. Il loro obiettivo era la concessione di una costituzione simile a quella spagnola e l’intervento dell’esercito piemontese in Lombardia, dove avrebbe dovuto unirsi all’insurrezione delle locali sette segrete. Per attuarlo pensavano di coinvolgere l’erede al trono Carlo Alberto, che ritenevano di tendenze liberali. L’insurrezione fu così un misto di una congiura di palazzo e di un pronunciamento militare: partito dall’ammutinamento della guarnigione d’Alessandria (10 marzo 1821) il moto si estese a Torino dove fu proclamata la costituzione. Ai congiurati piemontesi (tra cui il conte Santorre di Santarosa, il marchese di San Marzano e il conte Provana di Collegno) venne però meno l’appoggio istituzionale: infatti Vittorio Emanuele abdicò nominando principe reggente proprio Carlo Alberto, ma il presunto alleato dei cospiratori mantenne un atteggiamento ambiguo (concedendo la costituzione ma con riserva) fino a fuggire, pochi giorni dopo, a Novara per unirsi alle truppe lealiste e agli austriaci che in due settimane sconfissero i costituzionalisti e ripristinarono il vecchio ordine sabaudo. Il biennio 1820-21 conobbe altri preparativi rivoluzionari, nel

Il «Massacro di Scio», di Eugène Delacroix (1824). Il dipinto fa riferimento a un massacro operato per rappresaglia dalle truppe turche nell’isola di Scio (Chios), nel 1822, durante la guerra d’indipendenza greca: vennero uccise più di 20.000 persone.

Ducato di Modena e nello Stato della Chiesa, che si risolsero in processi e condanne a morte. L’Italia ne usciva con un rafforzato predominio austriaco, rappresentato anche dall’insediamento di truppe imperiali nel napoletano e in Piemonte. La prima stagione delle organizzazioni segrete e della logica delle congiure si concludeva dimostrando la debolezza del liberalismo italiano e il suo sostanziale isolamento dalla maggioranza della popolazione, rimasta muta spettatrice durante tutti gli eventi. Da questi fallimenti trarranno spunto le riflessioni del successivo liberalismo e nazionalismo italiano, quello «popolare e repubblicano» di Mazzini, e quello «aristocratico e statale» di Cavour.


Instabilità a Oriente Sviluppo ancor più effimero ebbero i moti «decabristi» russi del 1825, così chiamati perché la rivolta scoppiò – e si esaurì – nel mese di dicembre di quell’anno. Nella Russia degli zar la cospirazione liberale trovò adesioni solo tra gli ufficiali dell’esercito e tra alcuni esponenti delle classi più ricche: l’obiettivo era quello di accelerare la modernizzazione economica e sociale di un paese in cui erano ancora in vigore rapporti di tipo feudale, come la servitù della gleba. Divisi tra moderati (favorevoli a limitate riforme, come l’abolizione della servitù e allo sviluppo dell’industria, nel pieno

rispetto della proprietà) e radicali (repubblicani, favorevoli alla democrazia parlamentare e alla riforma agraria) i liberali russi tentarono un colpo di mano in occasione del giuramento di fedeltà delle truppe al nuovo zar, Nicola I che era succeduto ad Alessandro I: il moto fu represso con durezza e facilità grazie al completo isolamento popolare dei congiurati. Ma non tutte le rivoluzioni degli anni Venti dell’800 fallirono, non in tutti i casi la Santa Alleanza riuscì a mantenere l’ordine e lo status quo deciso al congresso di Vienna. Venne dalla Grecia la prima sconfitta per la politica che aveva nel cancelliere austriaco Metternich il suo principale fautore. Quella greca fu l’unica sommos-

sa di quegli anni in cui fu coinvolta la maggioranza della popolazione; e fu l’unica ad avere successo riuscendo a strappare all’Impero ottomano l’indipendenza del paese, in una lotta paragonabile a quella avvenuta in Spagna contro Napoleone. I moti greci, scoppiati nel marzo 1821, s’intrecciarono con i problemi riguardanti la crisi dell’Impero ottomano e i contrasti tra le grandi potenze (in particolare tra Russia e Gran Bretagna) sulla sorte dell’area Orientale. Aveva così origine la cosiddetta questione d’Oriente, che nei decenni successivi sarebbe diventata una dei punti di crisi e di instabilità dei rapporti diplomatici europei. L’Impero ottomano, che comprendeva ancora un’area enorme – dai Balcani alla Turchia, dal Medio Oriente all’Egitto e a quasi tutta l’Africa settentrionale – era ormai in crisi gravissima, incapace d’opporsi ai moti separatisti delle varie province dell’Impero. Di fronte a questa crisi le potenze europee si dividevano profondamente, tutte interessate ad estendere la propria influenza in quell’area: la Russia per avere uno sbocco sul Mediterraneo, l’Inghilterra preoccupata dall’espansionismo russo sul mare, l’Austria interessata al controllo dell’area balcanica, la stessa Francia pronta a recitare un rinnovato ruolo sulla scena internazionale. L’attività cospirativa delle società segrete greche (molto simili a quelle del resto dell’Europa) – la principale delle quali era l’Eteria («compagnia») che guidò la rivolta – si muoveva in questo scenario internazionale: esse avevano, rispetto alle consorelle europee, il vantaggio di godere fin dall’inizio dell’appoggio dello zar Alessandro I che, per interessi politici, era ben disposto a mettere da parte il principio della legittimità del congresso di Vienna. I congiurati greci erano molto radicati nel ceto amministrativo dello stato turco e tra coloro che controllavano i grandi commerci e grazie a tale radicamento – unito alla debolezza dell’Impero ottomano – riuscirono a

Torino lasciando via libera alle truppe austriache che sconfiggono i costituzionalisti a Novara l’8 aprile e restaurano l’assolutismo sabaudo. In quegli stessi mesi nel regno Lombardo-Veneto la polizia austriaca scompagina il movimento liberale clandestino arrestando i suoi principali esponenti (Federico Confalonieri, Silvio Pellico, Piero Maroncelli) e sciogliendo le «Vendite» carbonare. Anche in altri stati italiani il fallimento delle esperienze costituzionaliste del 1820-21 apre un nuovo periodo di repressione: arresti ed esecuzioni di carbonari e liberali avvengono nel Regno della Chiesa e nel ducato di Modena. Nel Congresso di Verona del 1822 le potenze continentali decidono di por fine anche all’esperienza spagnola. Viene autorizzato un intervento militare francese che ha facilmente ragione della resistenza di un movimento liberale sempre più diviso tra moderati e radicali, provocando l’immobilismo politico e la reazione dell’aristocrazia di corte: nella primavera del 1823 Madrid è occupata dai francesi che restaurano la monarchia assoluta di Ferdinando VII. Anche il regime costituzionale portoghese viene abbattuto da una congiura di palazzo nel 1824. Per la penisola Iberica inizia un ventennio di

federico confalonieri

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La «battaglia di Navarino», di Ivan Aivazovsky (1846). La battaglia fu combattuta nelle acque del porto del Peloponneso il 20 ottobre 1827, nel quadro della guerra d’indipendenza greca. Le flotte alleate inglesi, francesi e russe distrussero la flotta egiziana di Ibrahim Pascià, inviata in aiuto alle forze ottomane impegnate nella repressione greca

SCAFFALI Sull’indipendenza Latinoamericana e gli esordi della potenza statunitense: T. Alperin Donghi, «Storia dell’America Latina» (Einaudi, 1968), G. Beyhaut, «America centrale e meridionale» (Feltrinelli, 1968), M. Carmagnani, «La grande illusione delle oligarchie» (Loescher, Torino), D. W. Noble e P. N. Carrol, «Storia sociale degli Stati Uniti» (Editori Riuniti, 1981), D. Perkins, «Storia della dottrina Monroe» (Il Mulino, 1960), R. A. Bartlett, «The New Country: a social history of the American frontier» (Oup, 1974).

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proclamare l’indipendenza nel gennaio 1822 del sud del paese, nonostante il fallimento della spedizione militare che al nord era appoggiata dallo zar Alessandro I e nonostante l’ostilità dell’Inghilterra e i timori austriaci delle possibili ripercussioni di questa rivoluzione sugli altri paesi europi. Furono le pressioni del Metternich, insieme ad una spietata repressione turca, a determinare la sconfitta della prima fase della rivoluzione: lo zar si fece convincere dagli austriaci sulla pericolosità che il moto greco scardinasse l’assetto del Congresso di Vienna e ritirò il suo appoggio (anche se alcuni dei suoi più stretti collaboratori, come il conte di Capodistria e Alessandro Ypsilanti, erano tra i dirigenti della sommossa), mentre l’Inghilterra rimaneva immobile di fronte alla repressione turca e ai pressanti appelli degli insorti (che riuscirono solo a raccogliere l’appoggio dell’opinione pubblica europea, in particolare di intellettuali come Hölderlin e Bayron, che morì combattendo per l’indipendenza greca nel 1824). Tuttavia il radicamento popolare della rivolta ne garantì il prosieguo e quando la politica estera inglese cambiò, si riaprì per i greci la possibilità di un riconoscimento internazionale dei loro diritti nazionali. Un cambiamento di governo della

potenza inglese determinò una svolta nella politica estera di quel paese: l’Inghilterra pensava di potersi inserire nella crisi dell’Impero ottomano per allargare la propria influenza e arginare quella russa; stesso obiettivo si proponeva la Francia, mentre la Russia, di fronte al nuovo espansionismo inglese non intendeva rinunciare a un ruolo attivo nell’area. La battaglia di Navarino (tra una flotta russo-inglese-francese e quella turca) e la pace di Adrianopoli del 1829 – in seguito alla sconfitta turca di fronte alla truppe russe – aprirono la strada allo smembramento dell’Impero ottomano. A nord diventava indipendente la Serbia, mentre la conferenza di Londra del 1830 decretava l’indipendenza della Grecia, la cui corona fu affidata al principe Ottone I di Baviera, sotto l’influenza inglese. La soluzione della questione greca segnò, in definitiva, la fine dell’ordine deciso a Vienna e della politica dello status quo di Metternich, in particolare: il contrasto russo-austriaco sulla questione d’Oriente determinava, così, la fine politica della Santa Alleanza. Al tempo stesso essa segnò un nuovo successo dell’Inghilterra che poteva contare sull’appoggio delle case regnanti del nuovo stato ellenico per realizzare la sua penetrazione economica nella penisola balcanica.

Scendono in campo le Americhe I primi decenni del XIX secolo furono decisivi non solo per gli assetti geo-politici europei: il mondo assunse una configurazione che rimase sostanzialmente intatta fino alla prima guerra mondiale, segnata dall’ascesa e dall’apogeo del colonialismo europeo. Ma proprio mentre la potenza economica e militare di Gran Bretagna, Francia (e, poi, Germania) si affermava in Asia, Africa e Oceania, la vera svolta storica avveniva nel continente americano dove si ponevano le basi della futura potenza statunitense e tramontava il vecchio colonialismo di rapina di potenze ormai in declino come Spagna e Portogallo. Lo sviluppo degli Stati Uniti d’America e la formazione delle nazioni sudamericane sembrarono allora un fatto politico «minore», un evento proprio delle periferie, destinato ad avere scarsa incidenza su un panorama internazionale che rimaneva fortemente eurocentrico. I decenni successivi sveleranno come, in realtà, allora si stessero ponendo le basi per una svolta storica che avrebbe spostato il centro della politica e dell’economia mondiali. Gli Stati Uniti d’America, all’ini-


zio dell’800, compirono il passo decisivo nell’espansione verso Ovest della «frontiera». Alle iniziali ex colonie inglesi che avevano ottenuto l’indipendenza dando vita a uno stato di tipo federale, andavano aggiungendosi nuovi grandi territori. Nel 1803 la Francia di Napoleone vendette agli Stati Uniti, per 15 milioni di dollari, la Luisiana (con questo nome venivano chiamati molti degli stati della valle del Mississippi, pari a circa un terzo dell’attuale superficie degli Usa): quello che venne definito «il più grande affare degli Stati Uniti», favorì la penetrazione all’interno del continente, rendendo libera la navigazione del Mississippi. Nel 1819 la Spagna vendette l’attuale Florida agli Usa. Contemporaneamente a questa

«politica degli acquisti», proseguiva la colonizzazione dei territori del Far West, attraverso una politica di sfruttamento intensivo del territorio e di sottomissione delle popolazioni indigene. Negli anni successivi la frantumazione dell’impero coloniale spagnolo permise agli Usa di attrarre a se le regioni del sud e dell’ovest, sottraendole ai neonati stati centroamericani: la secessione del Texas dal Messico del 1835 e la successiva guerra Usa-Messico del 184548, conclusasi con la sconfitta dei messicani, annetterà agli Usa un’immensa fascia di territorio, formata dal Nuovo Messico, dal Texas, dall’Arizona, dalla California, dal Nevada e dal Colorado (in un colpo solo circa la metà del territorio dell’ancor giovane stato messicano passava agli Stati uniti). La rapida formazione territo-

cartina politica delle americhe nel 1878

riale di un’enorme nazione, dall’Atlantico al Pacifico, fu resa possibile dalla debolezza delle strutture economiche e sociali pre-esistenti ma anche dalla libertà d’azione che gli Usa godettero in occasione delle guerre napoleoniche. Adottando una politica internazionale di rigida neutralità gli Usa approfittarono dell’impegno inglese contro Napoleone per avere libertà d’azione sul continente americano e per consolidare la propria struttura economica con un’intensa attività commerciale. Tra il 1793 e il 1807 gli Usa poterono sfruttare il mercato creato dalle guerre europee per la propria economia a base ancora prevalentemente agraria. Questa fu la fase che precedette il processo d’industrializzazione del paese, un periodo caratterizzato dall’espansione commerciale e da una grande autonomia politica degli stati federali (che poi avrebbe portato, nello sviluppo delle differenze, alla guerra di secessione del 1861-65). Da parte sua l’Inghilterra cercò di porre un freno all’espansione economica degli Usa con il blocco commerciale del 1807: il nuovo contenzioso con l’Inghilterra riguardava anche i territori di confine tra gli Stati Uniti e il Canada (ancora colonia inglese), e sfociò in una nuova guerra dal 1812 al 1814. Al termine, la pace di Gand, ripristinò la situazione territoriale precedente, riaprendo però le vie commerciali dell’Europa e dell’Asia agli Stati Uniti. Così nel 1815, mentre l’Europa viveva le nuove divisioni della restaurazione, l’Unione americana poteva completare il processo d’autonomia, politica ed economica, dal vecchio continente e volgersi verso l’Ovest, per consolidare la colonizzazione dello stato-continente, e utilizzarla a proprio vantaggio. E, ciò facendo, guardando anche a Sud, alla parte del continente americano dove il dominio coloniale spagnolo e portoghese durato oltre tre secoli, finì in soli quindici anni lasciando spazio a nuovi stati, nuove oligarchie e nuovi mercati.

travagli istituzionali caratterizzato da periodi di repressione, intervalli moderati, congiure di corte, culminanti nella guerra civilie spagnola (le guerre carliste, 1834-1839). L’unica trasformazione istituzionale e politica al quadro europeo stabilito dal Congresso di Vienna arriva dalla Grecia. Tra il 1821 e il 1829 si combatte una lunga guerra di liberazione per l’indipendenza dal dominio turco, inizialmente appoggiata dallo Zar: tuttavia la prima fase della guerra si rivela disastrosa per la causa greca e solo l’intervento di Gran Bretagna e Francia che, con il patto di Londra del 1827, si dichiarano favorevoli all’indipendenza greca, sblocca la situazione. L’invio di una flotta inglese e francese in Grecia provoca l’incidente di Navarino dove la flotta turca (alleata a quella egiziana) viene sconfitta e distrutta. Con la pace di Adrianopoli (1829) viene riconosciuto il diritto all’indipendenza della Grecia e della Serbia (sotto la tutela Russa) e inizia la disgregazione dell’Impero Ottomano, mentre i crescenti contrasti sulla «questione d’Oriente» tra Russia e Austria (sull’egemonia nei Balcani) portano alla crisi della Santa Alleanza e al suo scioglimento.

Carlo Maria Isidro di Borbone, detto don carlos, fu il primo dei pretendenti carlisti ai trono spagnolo

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COSPIRANDO INGRAN SEGRETO Le società segrete italiane che cospiravano contro l’ordine istituzionale e politico della restaurazione post-viennese, si dividevano sostanzialmente in due grandi «correnti» cui si rifaceva tutta la miriade di società segrete della penisola: le organizzazioni che facevano capo ai «Sublimi maestri perfetti» di Filippo Buonarroti – egemoni al Nord e in particolare in Piemonte e Lombardia – e la Carboneria – estremamente radicata nel centro-sud, in particolare nell’area napoletana. Nei primi anni della restaurazione, la messa al bando della massoneria aveva accelerato la formazione delle società segrete, composte in particolar modo da militari e ufficiali. Tra queste, avevano avuto un rapido sviluppo l’«Adelfia» e l’«Ordine Guelfo»: la prima – radicata soprattutto in Piemonte – raccoglieva adesioni in particolar modo tra le fila dell’esercito e nelle principali città, la seconda – più omogeneamente diffusa nelle regioni del nord, ma numericamente meno consistente – era stata fondata da un ex ufficiale napoleonico ed era composta quasi esclusivamente da massoni. Entrambe queste società, di tendenze democratiche e repubblicane, erano collegate all’organizzazione ginevrina di Filippo Buonarroti (il «Gran Firmamento») e, quando questi procedette alla riorganizzazione delle sette che a lui si rifacevano, si fusero nel 1818 dando vita ai «Sublimi maestri perfetti», lo strumento che, nelle intenzioni del Buonarroti, doveva servire a dirigere e coordinare tutte le sette. Successivamente, nel 1820 i «Sublimi maestri perfetti» fondarono un’economia subordinata (così venivano chiamate le strutture organizzative), la «Federazione italiana». Formata da nobili e borghesi d’ispirazione antiaustriaca, da giovani ufficiali, presente in Lombardia e Piemonte e diretta dal Confalonieri, la Federazione poteva vantare un grande influsso sul gruppo della rivista Il Conciliatore. Sempre legato alle attività di Buonarroti era il gruppo «Costituzione latina» attivo, dal 1818, nei possedimenti pontifici dell’Italia centrale e sorto dalla fusione della locale Carboneria con la setta «Società guelfa». Lo schema organizzativo delle sette collegate ai «Sublimi maestri perfetti» si sviluppava su tre livelli di iniziazione, nettamente separati tra loro, ognuno con la propria struttura interna e simboli. Il grado inferiore era quello dei «maestri perfetti» che prestavano giuramento alla fraternità e all’eguaglianza. Il livello intermedio, quello dei

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«sublimi eletti» era composto da adepti che avevano la responsabilità di controllare il grado inferiore e di tenere i collegamenti tra la base e il vertice della piramide: essi s’impegnavano a lottare per la costituzione repubblicana fondata sulla sovranità popolare. In cima alla gerarchia c’era il grado più elevato, quello dei «diaconi mobili», un gruppo estremamente ristretto collegato direttamente con il «Gran Firmamento» di Ginevra (cioè con lo stesso Buonarroti): giuravano di perseguire l’abolizione della proprietà privata e la comunanza completa di beni e di lavoro. Questa struttura clandestina, estremamente rigida, era perfettamente coerente con il programma politico del Buonarroti che si rifaceva al più stretto spirito giacobino: creare una repubblica unitaria sotto la dittatura rivoluzionaria di una ristretta elite (i «diaconi mobili») che dovevano risvegliare le masse popolari dal loro sonno e prepararle all’obiettivo finale, la società di tipo comunistico, nella scia della cultura politica che aveva caratterizzato l’ala sinistra della Rivoluzione francese dell’89, di cui Buonarroti era stato uno dei massimi esponenti (con Babeuf era stato tra i dirigenti della fallita «congiura degli uguali», dopo il Termidoro, nel 1796). Nei fatti, però, il profondo mistero che circondava i gradi più alti della piramide del Buonarroti, limitò molto la diffusione del suo programma. In Italia, poi, le circostanze politiche portarono i massimi dirigenti dell’organizzazione a limitare il proprio orizzonte programmatico alla guerra antiaustriaca e a proporre la creazione di un regno costituzionale nel nord del paese. La gran parte dei «federati» ignorava il programma repubblicano e comunistico del Buonarroti e si limitava a dividersi tra le due ipotesi costituzionali allora più diffuse, la moderata Charte francese e la più democratica costituzione spagnola del 1812, mentre venivano lasciate alla discrezione e all’iniziativa dei gradi superiori le modalità che doveva assumere l’attività delle sette. Spettava ai «sublimi maestri» la decisione sul se e quando dirigere le insurrezioni in senso democratico, come recitavano le istruzioni impartite nel luglio 1820: «Nel caso circostanze favorevoli portassero una rivoluzione, i presidenti delle riunioni devono adoperarsi perché cada in mano a loro stessi o a individui da loro dipendenti la direzione della medesima». Meno articolata era l’organizzazione della Carboneria, che egemonizzava le società segrete nell’Italia meridionale. Di origini francesi, si diffuse nel sud del paese a partire dal 1806 e fino alle fallite rivoluzioni del 1820-21 fu l’organizzazione segreta più numerosa a diffusa. I suoi membri (chiamati «buoni cugini») si riunivano in sezioni, le «Vendite», spesso assolutamente autonome l’una dall’altra. Anche nella Carboneria abbondavano i rituali e il culto della segretezza, spesso mutuati dai riti massoni. La cerimonia d’iniziazione del nuovo adepto, sempre presentato da un membro della «Vendita», era ricca di suggestioni e si svolgeva in un clima di misticismo laico in cui l’iniziato metteva la sua vita a disposizione della causa comune e nelle mani dei nuovi confratelli cui si legava in un vincolo di solidarietà. Ecco uno dei rari esempi conosciuti del testo di un giuramento carbonaro: «Io, prometto e giuro, sugli statuti generali dell’ordine e su questo acciaio, stru-


mento vendicatore dello spergiuro, di mantenere scrupolosamente il segreto della Carboneria; di non scrivere, incidere, dipingere nulla che la riguardi senza prima aver ottenuto un permesso scritto. Giuro di aiutare i miei buoni cugini in caso di necessità nel limite delle mie forze, e di non attentare mai all’onore delle loro famiglie. Consento e voglio, se vengo meno al giuramento, che il mio corpo sia fatto in pezzi, bruciato, e le ceneri sparse al vento, perché il mio nome sia oggetto di esecrazione dei buoni cugini di tutta la terra. Che Dio mi assista». Gli obiettivi della Carboneria erano altrettanto elastici quanto quelli delle sette affiliate ai «Sublimi maestri perfetti» del Buonarroti. Essa si era sviluppata rapidamente nei primi anni del XIX° secolo nella lotta contro Murat, re di Napoli ed era l’espressione dell’emergente borghesia delle province napoletane che mal tollerava le strutture

«L’arresto dei carbonari Lombardo-Veneti», Ilustrazione di Edoardo Matania tratta da «Storia del Risorgimento italiano», Milano Fratelli Treves, 1935 

feudali del regno di Napoli e, contemporaneamente, aveva una forte sfiducia verso l’amministrazione di tipo francese importata in Italia da Napoleone. Il ritorno dei Borbone sul trono delle Due Sicilie non aveva risolto le contraddizioni materiali alla base dell’esistenza della setta. Il regime di polizia instaurato da Ferdinando I, aveva anzi provocato un’ulteriore diffusione della Carboneria che era molto diffusa tra i piccoli proprietari, i professionisti, i mercanti, gli artigiani, il basso clero e – soprattutto – nell’esercito tra gli ufficiali di grado inferiore. In contatto con il brigantaggio, in alcune zone, godeva anche del favore dei settori contadini oppressi dal latifondismo, che speravano di veder soddisfatte le loro richieste di terra. Il programma politico della Carboneria (anche di quella più radicata e consolidata come quella napoletana) era ancor più vago di quello delle società segrete del nord Italia. La costituzione era comunemente considerata l’unico mezzo per contrastare l’assolutismo borbonico e, quindi, diventava il principale obiettivo da perseguire. In tal senso la Costituzione spagnola del 1812 diventava il punto di riferimento più diffuso, anche se non mancavano «Vendite» più moderate che preferivano la Charte francese. Questa articolazione di opinioni era resa possibile anche dall’assenza di una direzione centrale (neppure del tipo molto mediato dai gradi gerarchici che caratterizzava le organizzazioni buonarrotiane). Quest’eterogeneità emerse chiaramente durante la rivoluzione napoletana del 182021: dopo i successi iniziali i carbonari si divisero presto tra democratici e moderati, portando ben presto alla paralisi il nuovo assetto istituzionale. Diventata un’organizzazione pubblica dopo la rivolta del luglio 1820, la Carboneria crebbe enormemente dal punto di vista numerico, ma iniziò un percorso di divisione lacerante che finiva per confermare il giudizio sulle sette dato dal cancelliere austriaco Metternich qualche anno prima: «Divisi tra di loro per quanto riguarda le opinioni e i principi, i seguaci di queste sette si denunciano reciprocamente ogni giorno e sarebbero pronti domani ad armarsi gli uni contro gli altri». I carbonari napoletani non giunsero a tanto, tuttavia essi non seppero trovare un livello d’unità d’azione nemmeno di fronte al pericolo costante di un intervento militare austriaco. Essi non operarono nemmeno alcun serio tentativo di allargamento della rivoluzione agli altri stati italiani e solo con le truppe austriache ormai in marcia lanciarono un appello – che cadde nel vuoto – alle altre sette d’Italia. Essi erano anche intimamente convinti che le grandi potenze non sarebbero intervenute se la rivoluzione fosse stata circoscritta alle province dell’Italia meridionale, dimostrando così una scarsa comprensione della politica internazionale e affidandosi al giuramento di fedeltà prestato alla costituzione da Ferdinando I, che, invece, prontamente lo tradì. I carbonari napoletani, con mentalità prettamente illuministica, pensavano che per un re un giuramento fosse altrettanto sacro e inviolabile quanto lo era per loro: sbagliarono, palesando tutti i limiti di una cultura cui l’enfasi dei toni cospirativi s’accompagnava alla genericità di obiettivi e al volontarismo dell’azione politica.

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ILMONDO, COLONIA D’EUROPA Mentre nel continente americano finiva un vecchio tipo di colonialismo (e, con esso, declinava il ruolo di potenze mondiali di Spagna e Portogallo) in altre «periferie» dell’emisfero sud si concretizzava una nuova forma di dominio delle metropoli europee: i primi decenni dell’Ottocento videro il rapido assoggettamento dell’Asia e dell’Africa (delle loro economie, delle loro organizzazioni sociali e politiche) alle potenze europee. Il nuovo colonialismo era innanzitutto un prodotto della rivoluzione industriale e dello sviluppo capitalistico che si dimostrava vincente (prima di tutto in senso militare) sulle forme economiche presistenti in quelle aree del mondo. Durante il Settecento gli europei si erano limitati a creare in Africa e Asia alcune basi (essenzialmente dei porti) per garantirsi un comodo e proficuo scambio commerciale: in Africa i francesi erano presenti nel Senegal, gli olandesi nella Colonia del Capo (parte dell’attuale Sudafrica), gli inglesi sulle coste del Gambia, mentre in Asia basi francesi, inglesi, portoghesi e olandesi erano concentrate sulle coste indiane, indonesiane, cinesi e australiane. Nell’Ottocento questa presenza s’intensificò, cambiando radicalmente connotazione: i paesi europei, oltre a prelevare a condizioni di favore i prodotti dell’agricoltura e le materie prime, imposero ai paesi coloniali la propria produzione manifatturiera. Grazie alla superiorità della loro tecnica militare, inglesi e francesi prima, tedeschi e russi poi, estesero il proprio dominio su territori sempre più vasti, operarono la distruzione dei

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regimi indigeni e si insediarono da padroni, imponendo una vera e propria soggezione politica che si estese su tutto il globo, fino a quando, una volta occupati tutti gli «spazi», finirono per scontrarsi tra di loro. Capofila di questo moderno processo di colonizzazione fu l’Inghilterra, mentre il paese dove più evidentemente si manifestò la trasformazione del rapporto coloniale in senso industriale, fu l’India, fin dal Seicento asse portante dell’espansione coloniale britannica. Qui la Compagnia delle Indie Orientali, fondata a Londra nel 1600, rappresentava gli interessi inglesi controllando i porti di Bombay, Calcutta e Madras: da lì le preziose merci indiane (manufatti tessili e spezie) partivano per i mercati europei contribuendo allo sviluppo della Compagnia delle Indie, protagonista di un fiorente commercio che la rese in alcuni decenni molto potente al punto che durante la guerra anglo-francese dei sette anni (1756-63) fu proprio un funzionario della Compagnia a organizzare le truppe britanniche che sconfissero quelle francesi, gettando le basi del definitivo dominio inglese sulla penisola indiana. Il ruolo della Compagnia divenne così sempre più importante: da un dominio mercantile e indiretto, esercitato essenzialmente attraverso il monopolio commerciale di cui godeva, si passò a un dominio territoriale esercitato sempre più su vasta scala che richiedeva una presenza militare capillare e costante. Questa trasformazione del ruolo della Compagnia (e, tramite essa, della potenza inglese) fu anche conseguente alla disgregazione politica della presistente formazione politica che dominava l’India (l’impero Moghul), ma fu soprattutto il prodotto delle esigenze dello sviluppo capitalistico inglese che, oltre a materie prime agricole e minerali, aveva bisogno anche di un mercato su cui riversare una produzione industriale progressivamente eccedente rispetto alla domanda del mercato interno. In pochi anni, all’inizio dell’800 avvennero due importanti trasformazioni nel rapporto coloniale tra l’Inghilterra e l’India: si rovesciarono i termini della bilancia commerciale tra i due paesi e cambiò il rapporto politico tra essi. Da antica esportatrice di manufatti l’India si trasformò, con l’estendersi del colonialismo inglese, in un paese produttore di sole materie prime e importatore di manufatti. Attraverso il controllo delle tariffe (con dazi pesantissimi sulle merci indiane e nessun tributo doganale su quelle britanniche), la fiorente industria indiana del cotone fu distrutta a favore di quella britannica, mentre il territorio indiano si riempiva di grandi piantagioni finalizzate alla produzione di fibre tessili (cotone, lino, juta) necessarie all’industria inglese e controllate direttamente dal governo britannico. Questa trasformazione dell’economia coloniale comportò un diverso rapporto politico tra India e Inghilterra: la Compagnia delle Indie non era più adeguata a controllare la colonia e si rendeva necessario un coinvolgimento diretto dello stato britannico nel controllo e nella gestione di un territorio diventato fondamentale per lo sviluppo economico inglese. Sotto le pressioni della borghesia industriale e al fine di assicurare


una gestione economica e politica che garantisse la stabilità dell’assetto coloniale, il governo britannico ridusse progressivamente il ruolo della Compagnia sottraendole prima il monopolio commerciale (1813), fino a scioglierla (1858) e porre l’India sotto il dominio della corona Britannica, governandola con un viceré. L’India diventava così una vera e propria colonia, controllata dall’Inghilterra direttamente tramite una propria amministrazione o indirettamente con protettorati, cioè con stati governati da elite locali fedeli al governo Britannico. Diventata un enorme mercato protetto e una fonte di materie prime, l’India fu il perno della penetrazione inglese in Asia e anche il fine di tutte le campagne militari dell’Impero Britannico in Medio Oriente, tendenti ad assicurare il controllo delle vie di comunicazione con l’importante colonia: l’asse Londra-Dheli sarà un punto di riferimento essenziale nella politica estera britannica per tutto l’ottocento e fino alla fine della seconda guerra mondiale. L’altra grande area asiatica su cui si concentravano le mire colonialiste europee, era la Cina. Il grande paese asiatico, anch’esso esportatore di generi di lusso, attraversava all’inizio dell’Ottocento una profonda crisi politica e sociale. L’impero Manciù aveva tentato di regolamentare la penetrazione europea in Cina, soprattutto quella inglese, con il controllo del commercio estero che transitava dal porto di Hong Kong. All’inizio del XIX secolo le pressioni commerciali europee si fecero particolarmente forti: conquistato definitivamente il mercato indiano, l’impero commerciale britannico si proponeva di aggredire quello cinese accentuando il contrabbando dell’oppio che, fin dalla seconda metà del Settecento, la Compagnia delle Indie aveva iniziato a importare in Cina in crescenti quantità. La droga, prodotta nel Bengala inglese, garantiva lauti profitti alla Compagnia

a sinistra, soldati coloniali francesi durante la guerra di Crimea (1855). Sotto, un presidio militare coloniale inglese in Canada (1785). Nel corso della loro espansione le potenze europee formarono veri e propri reparti militari speciali «dedicati» all’impresa coloniale, spesso assoldando «personale indigeno»

e, contemporaneamente, diffondeva tossicodipendenza e corruzione nell’Impero Manciù. Le conseguenze per la Cina erano devastanti sia dal punto di vista sociale, sia da quello economico, perché il contrabbando dell’oppio (che passava per i porti di Canton, Shanghai, Ningpo, dove esistevano presìdi commerciali europei) dissanguava il paese provocando una vera e propria emorragia di metalli preziosi verso l’occidente. Il conflitto tra cinesi e europei si concretizzò nella cosiddetta «guerra dell’oppio» (1840-42), scatenata dalla decisione di un funzionario imperiale cinese di sequestrare e bruciare migliaia di casse di oppio dalle navi occidentali nel porto di Canton. Questo tentativo di combattere il contrabbando e la diffusione della tossicodipendenza scatenò la reazione occidentale: con la forza delle armi (occupando tutti i principali porti cinesi) le truppe inglesi imposero un trattato che permetteva il commercio dell’oppio (la cui diffusione aumentò considerevolmente), apriva agli occidentali senza alcuna limitazione i principali porti cinesi e cedeva alla Gran Bretagna la colonia di Hong Kong. In questo modo la penetrazione inglese sul mercato cinese veniva legalizzata a condizioni estremamente favorevoli per la Gran Bretagna, attraverso una serie di misure doganali che penalizzavano i prodotti cinesi e favorivano l’importazione in Asia di quelli inglesi. Negli anni seguenti ulteriori trattati commerciali sostenuti dalla minaccia militare vennero firmati tra la Cina e altri paesi occidentali, Francia e Stati Uniti in primo luogo, accentuando la debolezza dello stato cinese e trasformando quel paese in una terra di conquista per gli interessi economici e militari europei e americani. Negli stessi anni tutto l’Estremo oriente e l’Oceania furono interessati da un’accentuata presenza europea. In Indonesia furono gli olandesi a trasformare la propria presenza

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2 Un ufficiale inglese fuma «all’orientale» con posa «occidentale»: narghilè e piedi sul tavolo, riceve il saluto di un suo sottoposto della cavalleria indiana. L’India fu per decenni il cuore degli interessi commerciali britannici e, anche, un vero e proprio scrigno di ricchezze per la Corona inglese. A destra tavola di Luca Enoch

commerciale (a partire dall’isola di Giava) in rapporti politici attraverso i protettorati sui regimi locali. In Indocina si insediò stabilmente la Francia, prima appoggiando alcune missioni religiose, poi con la presenza della propria flotta in quei mari, creando i presupposti per il dominio coloniale francese su Vietnam e Cambogia. Più a Sud est, il grande continente australiano conobbe l’incontrastata e rapida penetrazione del colonialismo britannico. «Scoperta» un secolo prima, l’Australia divenne a partire dagli ultimi decenni del Settecento un’immensa colonia penale: lì venivano mandati gli inglesi condannati alla deportazione, con il compito di colonizzare i territori attorno ai primi porti del continente. In Australia furono anche inviati gli operai e gli artigiani coinvolti, nei primi anni del XIX secolo nelle rivolte luddiste e nelle sollevazioni popolari contro gli effetti più pesanti del processo d’industrializzazione in corso in Inghilterra. Attraverso il loro lavoro forzato furono tracciate strade e dissodati grandi appezzamenti di terreno, rendendo economicamente vantaggiosa la presenza inglese in Australia e avviando la colonizzazione vera e propria dell’isola: quando il territorio cominciava a essere pronto per lo sfruttamento agricolo e minerario, le colonie penali venivano chiuse e gli uomini liberi sostituivano i deportati, fondando gli stati, che avrebbero poi dato vita alla confederazione australiana, soprattutto sui territori della costa e relegando gli aborigeni (la cui densità abitativa era molto bassa) nei territori dell’interno. Più lenta fu, in quegli anni, la penetrazione europea in Africa. Accanto ai pochi presìdi portuali che nel Settecento costituivano essenzialmente degli scali sulla via delle Indie e i terminali per il commercio degli schiavi, sorsero delle basi militari e i primi insediamenti coloniali che costituirono

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l’embrione di un’espansione che avrebbe fatto del continente africano uno dei principali terreni di confronto tra le potenze europee, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Dopo che l’abrogazione del commercio degli schiavi aveva fatto scemare gli interessi occidentali per le regioni africane, la penetrazione europea in Africa continuò attraverso le missioni religiose e quelle degli esploratori geografici: sulle loro orme sarebbe partita – a metà dell’800 – una colonizzazione rapida e feroce, che, per il momento, era ancora agli inizi e si limitava a consolidare alcune presenze lungo le regioni costiere. L’Inghilterra si vide riconoscere come propria colonia dal congresso di Vienna la regione del Capo, che precedentemente apparteneva ai boeri, un gruppo di coloni d’origine olandese. Questi, dopo aver tentato invano una ribellione contro gli inglesi, si trasferirono più all’interno dove crearono lo stato dell’Orange e quello del Transvaal, con un’economia di tipo agricolo basata sullo sfruttamento schiavistico delle popolazioni indigene. La Francia iniziò nel 1830 la sua penetrazione nel Nord Africa, con una spedizione militare che sottomise l’Algeria, aprendo la strada per l’espansione europea nel mondo Arabo. Da questi primi presìdi Francia e Inghilterra, approfittando anche del disfacimento dell’Impero Ottomano, avrebbero – negli anni successivi – intrapreso una veloce penetrazione nel continente africano, anche scontrandosi tra loro e determinando la spartizione dell’Africa tra le potenze imperialistiche (cui parteciperanno anche altri paesi europei, la Germania in particolare). Una spartizione che impose modelli economici statali e culturali europei, contro cui le popolazioni locali poterono ben poco e che segnò la storia africana fino alla metà del XX secolo.


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LETTURE

SIMONBOLIVAR L’UOMOCHE SOGNAVALANAZIONE LATINOAMERICANA Ancor oggi, per molti sudamericani, è il Libertador. Pensieri e parole di un generale venezuelano che temeva gli Stati uniti, «destinati a infestare l’America di miseria in nome della libertà». E che, per inseguire libertà e unità, si fece caudillo. Vanamente.

N

ei primi anni del XIX secolo si chiuse la lunga dominazione europea sul centro-sud del continente americano, da secoli diviso tra Spagna e Portogallo, le cui crisi istituzionali aprirono la strada alla nascita degli stati sudamericani. Preceduto dalle rivolte degli indios peruviani guidati da Tupac Amaru (represse nel sangue e succedutesi dal 1780 al 1883) e dalla rivoluzione antifrancese degli schiavi di Haiti (1804), il processo d’indipendenza fu caratterizzato dalle sollevazioni e dalle campagne militari di ufficiali come lo spagnolo José de San Martín, passato dalla parte dei ribelli e il creolo venezuelano Simon Bolívar. Ma la formazione degli stati indipendenti fu segnata da un profondo contrasto tra borghesia urbana (centralista e autoritaria) e borghesia della provincia (federalista e democratica): uno scontro dentro cui si determinò il fallimento dell’ipotesi cara a Bolívar di una nazione latino-americana unita su base federale. «Una sola deve essere la patria di tutti gli americani... noi ci affretteremo, con il più vivo interesse, a disporre da parte nostra il patto americano, che, formando di tutte le nostre repubbliche un corpo politico, presenti l’America al mondo con un aspetto di maestà e grandezza senza precedenti nelle nazioni antiche». Questo scritto del 1818, è uno dei numerosi testi in cui Simon Bolivar esplicita la sua idea di unità politica dei popoli americani e che – insieme al suo ruolo di guida militare – fece di Bolivar il rappresentante più illustre di un possibile assetto geopolitico basato soprattutto sulla specificità culturale dell’America latina. Fino ai giorni nostri, quando, per molti latinoamericani Bolivar è ancora il «Libertador» dal colonialismo spagnolo e, contemporaneamente, la prima illustre vittima del nuovo colonialismo (economico) statunitense

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che contribuì in maniera decisiva a far fallire il sogno unitario. In effetti sia le potenze europee che gli Stati uniti d’America erano poco propensi ad accettare la creazione di una super-nazione che avrebbe reso più difficile ogni tentativo d’influenzare l’America del sud. Proprio Bolivar, nel 1823 – opponendosi alla proposta d’invitare gli Stati uniti al congresso dei rappresentanti delle nazioni latinoamericane – esplicitava così i suoi timori verso la politica egemonica degli Usa: «Una volta sottoscritto il patto con il forte, è eterna la sottomissione del debole. A ben considerare, avremo tutori nella gioventù, padroni nella maturità e infine nella vecchiaia saremo liberi...». Nel 1829, sarà ancora più esplicito segnalando gli Stati uniti come i nuovi coloni che «sembrano destinati dalla provvidenza a infestare l’America di miseria in nome della libertà». Quest’avversione per l’ingombrante vicino nordamericano derivava a Bolivar da considerazioni di ordine politico e culturale che costituivano il cuore del suo pensiero politico. Egli coglieva la profonda distanza che separava l’indipendenza nordamericana dagli inglesi da quella sudamericana da spagnoli e portoghesi. Gli Stati uniti erano figli di una cultura prettamente europea (basti pensare a quanti e quali legami uniscano la dichiarazione d’indipendenza di Filadelfia con i diritti dell’uomo e del cittadino proclamati dalla Rivoluzione francese del 1789) e si realizzava dentro un’ordine sociale tipicamente europeo, figlio della colonizzazione inglese, cioè del paese economicamente più progredito del vecchio mondo: spirito illuministico, libertà dei commerci e progresso scientifico sono gli archetipi dell’indipendenza nordamericana. Al contrario, l’indipendenza delle repubbliche latinoamericane dal colonialismo iberico era figlia del crollo


un ritratto di Simón Bolívar di José Gil de Castro, 1828

di vecchi imperi e sviluppava caratteristiche sociali e culturali totalmente distinte da quelle europee: dominati da potenze in crisi, con una composizione sociale assolutamente separata da quella della «madrepatria» (di cui l’elemento creolo era la manifestazione più evidente), le nazioni latino-americane formavano un’entità assolutamente distinta rispetto agli Stati uniti e, proprio perché più debole, a essi contrapposta. Una lunga serie di trattati d’amicizia, di confederazioni di stati, di alleanze cercarono di porre le basi per l’ipotesi unitaria. Nel 1824, da Lima, il «Libertador» così scriveva nell’invitare i governi delle repubbliche latinoamericane al Congresso di Panama: «Alleati e Confederati, dopo quindici anni di sacrifici dedicati alla libertà dell’America, per ottenere un sistema di garanzie che, in pace e in guerra, sia lo scudo della nostra sorte, è tempo ormai che gli interessi e le relazioni che uniscono tra loro le repubbliche americane, già colonie spagnole, abbiano una base fondamentale che eternizzi, se possibile, la durata di questi governi. Predisporre tale sistema e consolidare il potere di questo grande corpo politico, è proprio dell’esercizio di un’autorità superiore che diriga la politica dei nostri governi, la cui influenza conservi l’uniformità dei principi e il cui nome da solo basti a placare le nostre vicissitudini. Una così alta autorità non può risiedere se non in un’assemblea di plenipotenziari, nominati da ciascuna delle nostre Repubbliche e riunite sotto gli auspici della vittoria, ottenuta dalle nostre armi contro il potere spagnolo». Il congresso di Panama fu, invece, un fallimento: vi parteciparono solo Colombia, Guatemala, Messico e Perù senza produrre null’altro che un’alleanza generica tra i partecipanti, la confederazione di stati sognata da Bolivar non nacque mai, furono, anzi, le guerre e le divisioni a caratterizzare sempre di più le relazioni tra le nazioni latinoamericane. Un insuccesso storico che lo studioso dell’America latina Pierre Chaunu spiega con «l’ostilità dichiarata dell’Inghilterra, che non voleva si costituisse, sotto forma di una grande unità politica, una potenza suscettibile di imporle nelle sue relazioni commerciali condizioni di parità, la diffidenza degli Stati uniti e, soprattutto, le divisioni interne all’America latina dove la geografia faceva valere esigenze troppo a lungo compresse, l’anarchia nella quale si dibattevano stati appena creati, la loro reciproca diffidenza sostenuta dalla diplomazia inglese». Con il congresso di Panama si chiudeva la fase dei tentativi unitari di Bolivar. Un anno dopo egli scriveva: «Si dirà che ho liberato il Nuovo Mondo, ma non si dirà che io abbia perfezionato la stabilità e la felicità di nessuna delle nazioni che lo compongono». Un fallimento che non impedirà la creazione del mito-Bolivar, padre «incompreso» di una nazione mai nata.

Nel 1811 il congresso di Caracas proclama l’indipendenza del Venezuela; nello stesso anno il Paraguay si dichiara stato indipendente sotto la dittatura di José Francia. Sono questi i primi atti formali di disgregazione dell’impero spagnolo nel Sud America e di creazione dei nuovi stati latinoamericani. Anticipato da rivolte di contadini e indios che erano state represse militarmente, il processo di disgregazione dell’impero spagnolo conosce una brusca accelerazione in corrispondenza della crisi istituzionale imposta in Spagna dalla conquista napoleonica. Tra il 1813 e il 1815 avviene la restaurazione del dominio coloniale spagnolo: Simon Bolivar (1783-1830) e Francesco de Miranda vengono sconfitti dalle truppe spagnole in Venezuela; contemporaneamente falliscono altri tentativi d’indipendenza dei paesi latinoamericani che si affacciano sul pacifico. Nel 1816 riprendono le guerre d’indipendenza: le regioni del Rio della Plata proclamano gli Stati uniti del Rio della Plata sotto la direzione militare di San Martin (1778-1850) che si ripropone di liberare il Perù. Tra il 1817 e il 1820 Bolivar, con un esercito organizzato nell’isola di Haiti, libera definitivamente il Venezuela e la Colombia: al congresso di Angostura (1819) viene proclamata la grande Colombia, Bolivar ne è eletto presidente;

successivamente sconfigge gli spagnoli in Equador. A sud, con una traversata invernale delle Ande, l’esercito di San Martin libera il Cile (1817-18). Nel 1821 anche il Perù proclama la propria indipendenza; nello stesso anno il Messico si dichiara indipedente. Nel 1822 il Brasile si stacca pacificamente dal Portogallo: Pedro I, figlio del re del Portogallo, si proclama imperatore del paese. Il dominio iberico in America Latina termina definivamente nel 1824 con la sconfitta militare degli ultimi insediamenti spagnoli in Perù con le battaglie di Ayacucho e Junin. Da questo momento inizia un processo di formazione di stati nazionali: fallisce il progetto di Bolivar di unificare tutto il continente meridionale in una confederazione: il congresso di Panama del 1826, indetto a tal scopo, non produce nulla di più che accordi d’amicizia tra i paesi del sud America. Anche nell’istmo centramericano dove nel 1823 era stata costituita la Repubblica delle Province unite dell’America centrale, l’esperimento unitario fallisce e nel corso di un decennio si formano gli stati nazionali, spesso in conflitto tra loro. Nel 1830 la Grande Colombia si fraziona nelle repubbliche di Equador, Venezuela e Colombia. Inizia un periodo di frequenti contrasti tra le nazioni sudamericane (spesso per la definizione di confini ancora incerti); una divisione che facilita il processo d’egemonia economica e politica della Gran Bretagna e, soprattutto, degli Sati uniti che nel 1823, con l’enunciazione della Dottrina Monroe, avevano posto le basi ideologiche per il futuro controllo dell’intero continente («l’America agli americani»). La presenza spagnola nel continente americano va in crisi anche al nord e nei Caraibi: nel 1819 la Florida passa agli Stati Uniti che tra il 1836 e il 1846 si annetteranno anche il Nuovo Messico, la California e il Texas; questo atto porta alla guerra tra Messico e Usa (1848) con la vittoria di questi ultimi. La presenza spagnola nel continente rimane limitata all’isola di Cuba.

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RIVOLUZIONI

DALLAFRANCIA RISOFFIAANCORA ILVENTO 1830-31. La rivoluzione riprende dov’era iniziata quarant’anni prima. E investe l’Europa, dal Belgio alla Polonia, fino ai tentativi insurrezionali italiani. È la rivincita della borghesia sull’aristocrazia, ma a Lione fanno capolino le prime rivolte operaie, mentre in Inghilterra crescono riformismo e utopismo.

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L

«

a rivoluzione, che tanto spesso ha già affermato d’esser finita, pare non voglia finire mai», scriveva lo storico tedesco d’ispirazione moderata Leopold Ranke a commento dei fatti francesi del luglio 1830 che ponevano fine alla dinastia Borbone e, con essa, alla restaurazione del Congresso di Vienna. La rivoluzione politica – contro la quale erano state costruite alleanze e assetti internazionali – tornava a manifestarsi dove era «iniziata», in Francia: si riaccendevano, così, le speranze dei liberali di tutta Europa e iniziava un periodo – che sarebbe culminato nella rivoluzione europea del 1848 – d’instabilità e di grandi sommovimenti sociali e politici. Gli anni Venti, con le rivoluzioni e le cospirazioni liberali nelle aree periferiche del

La nascita del Belgio dopo la dichiarazione d’indipendenza dall’Olanda del settembre 1830, nel monumentale dipinto commissionato a Gustaf Wappers dal nuovo governo di Bruxelles (1835)

continente e in aree extraeuropee (dalla Spagna, all’Italia, dal Portogallo all’America Latina) e con la crescente precarietà delle relazioni internazionali tra le potenze che avevano sconfitto Napoleone, avevano preannunciato la crisi degli equilibri stabiliti a Vienna. Tuttavia lo status quo caro a Metternich era stato sostanzialmente mantenuto, manu militari, soprattutto nelle aree centrali del continente. Con il 1830, invece, la restaurazione venne sconfitta nelle aree «forti» dell’Europa e a opera di settori sociali centrali: dalla Francia al Belgio alla stessa Inghilterra, era la borghesia urbana ad assumersi la direzione di nuovi ordinamenti politici, egemonizzando le masse dei ceti medi e del nascente proletariato, prodotti dell’industrializzazione e del liberalismo economico. Non più, quindi, elites militari e aristocratiche di formazione bonapartista che, separate dalla maggioranza della popolazione, cospiravano contro i regimi più dispotici e oscurantisti, ma alleanze sociali che intervenivano nella lotta politica a partire dai propri bisogni materiali, imponendo cambiamenti istituzionali per avere uno stato più funzionale agli assetti dell’economia e della società. A differenza dei movimenti liberali degli anni precedenti, le rivoluzioni e i cambiamenti istituzionali europei che si manifestarono a partire dal 1830 con il luglio francese, non erano solo una reazione alla restaurazione viennese, ma la manifestazione più evidente di una trasformazione storica della società che ormai non sopportava più i legami imposti dalle istituzioni politiche. Per questo esse preoccuparono molto non solo gli ambienti più reazionari e i gruppi dirigenti delle potenze più legate alla tradizione, ma anche i conservatori moderati e, persino, i costituzionalisti liberali. Infatti, la Rivoluzione di luglio in Francia (ma, anche, le riforme istituzionali inglesi del 1832 con l’allargamento del diritto di voto e la sconfitta elettorale del partito conservatore a favore di

quello liberale) e le conseguenze sull’intera Europa, rappresentarono l’irrompere sulla scena politica della «questione sociale», dimostrando che non era più possibile emarginare le grandi masse dal gioco istituzionale: e se la borghesia (soprattutto i suoi settori più ricchi) era pronta a sostituirsi, come classe dirigente, alle vecchie aristocrazie, l’emergere del proletariato urbano allargava l’arco dei protagonisti e materializzava la possibilità di un’evoluzione rivoluzionaria che non conosceva confini geografici o precisi limiti politici da rispettare. Di fronte a questi cambiamenti il vecchio ordine non potè fare altro che rinchiudersi su se stesso: impossibilitato a mettere in atto quello che era il suo principale strumento, l’intervento militare (intervenire in Francia avrebbe dato origine a una guerra di vaste proporzioni, mentre i mutamenti istituzionali inglesi erano assolutamente fuori dalla portata della Santa Alleanza), ripiegò su una ancor più rigida applicazione del proprio ordine nei paesi e nelle regioni sotto il suo diretto controllo. Le trasformazioni liberali in Italia come in Polonia o in Germania, furono, così, ancora una volta represse: questo servì a rinviare la fine dell’egemonia politica delle potenze continentali sull’Europa centrale e orientale, ma non eliminò i problemi posti dalle trasformazioni strutturali che anche in quelle società si manifestavano. La creazione di un blocco conservatore (Austria, Prussia, Russia) determinò un approfondimento della divisione del continente europeo in due grandi aree: una caratterizzata da istituzioni politiche democratico-liberali e segnata da un rapido sviluppo economico soprattutto in senso industriale; l’altra sottoposta a regimi conservatori e antiliberali, in cui le trasformazioni economiche erano più lente e dove persisteva l’egemonia di un blocco sociale aristocratico-terriero con i conseguenti rapporti sociali, in alcuni casi anche di tipo precapitalistico.

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RIVOLUZIONI

La seconda rivoluzione francese Ancora una volta fu la Francia a fornire il segnale del cambiamento. Il paese transalpino, dopo l’era napoleonica era tornato sotto la dinastia dei Borbone. Il re Luigi XVIII, aveva inizialmente impostato una politica interna moderata, che aveva contenuto il «terrore bianco» di quegli ambienti reazionari intenzionati a cancellare ogni traccia della rivoluzione dell’89. Massacri di giacobini e condanne di ex ufficiali napoleonici erano stati limitati da una politica che intendeva conciliare la conservazione degli aristocratici con i bisogni della grande borghesia emersa nel ventennio napoleonico. Questa scelta, favorita dall’esito – per la Francia non umiliante – del congresso di Vienna, aveva portato alla concessione di una «carta» che, pur non essendo una vera e propria costituzione, raccoglieva le richieste di rappresentanza politica della parte più ricca e potente della società francese. Negli anni Venti, però, la lotta politica interna si fece più aspra e – dopo l’assassinio del presunto erede al trono, il duca di Berry (1821) – i settori reazionari riuscirono a imporre la revoca dei diritti liberali precedentemente concessi (in primo luogo la libertà di stampa) e una politica estera più aggressiva che si concretizzò nella spedizione militare francese contro i costituzionalisti spagnoli nel 1823. Un ulteriore involuzione conservatrice si ebbe nel 1824, quando a Luigi XVIII successe sul trono suo fratello Carlo X, un uomo bigotto e autoritario la cui politica accentuò il distacco tra la monarchia e la borghesia. Dal 1824 al 1830 la reazione potè manifestarsi pienamente: ristabiliti gli antichi privilegi con la concessione di incredibili indennizzi a favore dei nobili che la rivoluzione dell’89 aveva espropriato, fu sciolta la guardia

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«Le passé, le présent, l’Avenir»: Passato presente e futuro, ritratto satirico di Luigi Filippo d’Orlèans, realizzato da Honoré Daumier nel1834

nazionale, la direzione dell’istruzione venne nuovamente affidata ai gesuiti, fu ripristinata la pena di morte per i colpevoli di sacrilegio. Contro questi indirizzi – particolarmente cari all’aristocrazia latifondista – si coalizzò un fronte borghese che aveva i suoi esponenti di punta nella corrente dei dottrinari (che si batteva per una monarchia costituzionale) ed era sostenuta in particolare dai banchieri parigini. Quest’opposizione riuscì anche a raccogliere alcuni successi elettorali che però furono completamente ignorati dalla monarchia che rispose sempre con nuove strette reazionarie e ponendo uomini dell’ultradestra alla guida dei governi. Fu

proprio in occasione del tentativo di Carlo X d’invalidare una tornata elettorale dagli esiti a lui sfavorevoli, che scoppiarono i moti della rivoluzione di luglio. Tentando un vero e proprio colpo di stato, l’ultimo dei Borbone, il 26 luglio del 1830, sciolse la Camera che gli appena 80.000 elettori (il diritto di voto era stabilito in base al censo) avevano eletto dando la maggioranza assoluta alle forze liberali, e con un decreto modificò la legge elettorale a ulteriore vantaggio dell’aristocrazia terriera, indicendo nuove elezioni: diritto di casta contro diritto di censo, questo era il senso dello scontro tra la monarchia e la borghesia francese. Carlo X non aveva tenuto conto


della modificazione ormai avvenuta nel rapporto tra la società e la politica, credendo di poter disporre liberamente dello stato e delle sue istituzioni; al contrario, non erano passate ventiquattro ore dai suoi decreti che Parigi insorgeva e in tre giorni (le «tre gloriose giornate», 27, 28 e 29 luglio) i Borboni erano definitivamente deposti. Per primi scesero in sciopero i tipografi, colpiti dalla censura che li privava del lavoro; poi studenti e artigiani occuparono le piazze erigendo barricate in tutta la città. Fu un’insurrezione tipicamente cittadina che ebbe per protagonisti gli strati più bassi della società: l’esercito regio fu sconfitto dalle masse popolari, dalle organizzazioni segrete del nascente proletariato, dalla grande massa di artigiani, lavoranti di bottega e poveri; ma la gestione politica della rivoluzione fu della grande borghesia e dei suoi banchieri. Fu una rivoluzione politica che determinò lo spostamento degli equilibri all’interno delle classi dirigenti – l’alta borghesia sostituì la nobiltà nelle posizioni chiave, il sovrano «legittimo» fu sostituito dal «re borghese» – ma l’organizzazione istituzionale e, soprattutto, la struttura sociale, rimasero sostanzialemnte intatte. La maggioranza liberale della Camera e l’alta finanza si coalizzarono per escludere il popolo. In poche ore fu letteralmente inventata una successione nella figura di Luigi Filippo d’Orléans, cugino di Carlo X, ma ben visto dalla popolazione per aver sopportato l’esilio negli anni della restaurazione; proclamato «re dei francesi», Luigi Filippo inaugurava un assetto istituzionale che garantiva il controllo del potere alla borghesia finanziaria: «D’ora in poi governeranno i banchieri», commentò il giorno stesso dell’incoronazione il dottrinario Laffitte. Il diritto di voto fu esteso sempre sulla base del reddito individuale e le prerogative legislative del re vennero ridotte a favore del parlamento: in sostanza, venne emendata e resa più liberale la Carta di Luigi XVIII. Sul piano internazionale il nuovo regime potè contare da subito sul riconoscimento delle potenze conservatrici europee:

benché la rivoluzione di luglio violasse clamorosamente i principi del legittimismo e della tradizione, Austria, Prussia e Russia non azzardarono alcun intervento militare, paventando una riproduzione di ciò che era successo dopo la rivoluzione dell’89 (quando, nel timore dell’espansione del moto rivoluzionario al resto dell’Europa, avevano preparato il terreno per l’era napoleonica) e nella speranza che il nuovo sovrano e le forze liberali moderate che lo supportavano si rafforzassero in opposizione allo schieramento democratico-progressista che sosteneva i movimenti rivoluzionari europei; così, infatti, avvenne anche perché si andava consolidando un’unità ideale tra i movimetni che si battevano contro l’ordine decretato a Vienna e quello che, ben presto, divenne il principale avversario dei governi del «re borghese», il proletariato urbano: non si poteva essere contro quest’ultimo senza essere anche contro i primi. A dispetto delle forze che ne avevano deteminato l’ascesa la monarchia orleanista assunse, infatti, ben presto e in modo evidente l’aspetto di un governo di classe e condusse una politica di sostegno della borghesia industriale e commerciale e repressiva nei confronti delle forze democratiche e proletarie. Il tricolore della rivoluzione dell’89 sostituì la bandiera bianca col giglio dei Borbone e il re fu tale «per volontà della nazione», non più per «grazia di Dio»; ma benché Luigi Filippo amasse atteggiarsi da «uomo del popolo», passeggiando le le strade di Parigi e assumendo costumi tipicamente borghesi, la sua politica nei confronti delle classi popolari fu altrettanto dura di quella dei suoi predecessori. La rivoluzione di luglio fu anche il prodotto del malessere materiale del nascente proletariato industriale le cui condizioni di vita erano progressivamente peggiorate negli anni Venti e che nel decennio successivo avrebbe conosciuto nuove difficoltà. La crisi del settore agricolo e quella dovuta alla disoccupazione tecnologica (conseguente all’introduzione delle nuove macchine nel processo lavo-

rativo) provocarono un grave peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori francesi, molti dei quali vivenano appena sopra la soglia della povertà, lavorando 15-16 ore al giorno: ogni crisi in cui i prezzi dei generi di consumo crescevano aveva pesanti conseguenze sulle condizioni di vita della popolazione più povera. A differenza di quanto accadeva in passato, però, il disagio si trasformava in protagonismo e, spesso, in rivolta: nella stessa insurrezione di luglio fu decisivo il malessere materiale dei lavoratori della capitale francese che li spinse a scendere nelle piazze e a trasformare la loro protesta in un fatto politico che cambiò le istituzioni del paese. Dal 1830 la Francia conobbe numerose sollevazioni popolari, le più importanti delle quali furono quelle di Lione del 1831 e del 1834, tutte represse militarmente dal nuovo regime. Si riprodusse in Francia, su un piano più politico e palese, ciò che era avvenuto in Inghilterra negli anni del lluddismo: operai tessili e artigiani colpiti dalla crisi si confrontarono con i proprietari prima con vertenze legali, confidando nella neautralità – sempre smentita – delle istituzioni statali, poi con vere e proprie insurrezioni di massa represse nel sangue dall’esercito. Questi furono anche gli anni della formazione delle prime associazioni politiche del proletariato che cominciò a organizzarsi a partire dalle vertenze economiche fino a sviluppare una propria autonoma coscienza politica: il mutualismo delle prime associazioni di mestiere, la solidarietà di classe delle prime aggregazioni operaie, furono le basi su cui nacque un movimento che nei primi anni del potere borghese fece le prime decisive esperienze che lo portarono a costituirsi come soggetto politico. Le due insurrezioni di Lione furono, a questo proposito, estremamente chiare: quella del 1831 partiva da una richiesta di aumenti salariali e si concluse con l’occupazione militare della città; quella del 1834 scoppiò in opposizione al progetto governativo di sopprimere la libertà d’associazio-

carlo X re di francia

La politica progressivamente autoritaria di Carlo X nella seconda metà degli anni Venti, accentua la rottura tra la società francese e la monarchia. Nel 1830, nostante il diversivo della conquista di Algeri – che pone le basi per la penetrazione coloniale francese in Africa – il conflitto si concretizza nella rivoluzione di luglio: lo scioglimento della Camera dopo elezioni sfavorevoli al sovrano, la censura sulla stampa e la modifica in senso ristrettivo della legge elettorale (ordinanze di luglio) portano all’insurrezione di Parigi (27, 28 e 29 luglio, le trois glorieuses). Carlo X abdica e fugge in Inghilterra: la borghesia parigina porta sul trono Luigi Filippo, duca d’Orléans, proclamato «re dei francesi». Viene revisionata la costituzione, allargato il diritto di voto, adottato il tricolore rivoluzionario come bandiera nazionale. Inizia «l’età d’oro» dell’alta borghesia e dei banchieri: la Francia avvia un periodo di grande sviluppo capitalistico e d’industrializzazione, che approfondirà i conflitti sociali e rivelerà la natura classista della monarchia di Luigi Filippo, il «re borghese» (repressione militare dei moti operai di Lione nel 1831 e nel 1834) La rivoluzione di luglio inaugura in Europa occidentale l’epoca del predomonio borghese e delle monarchie costituzionali, mentre rilancia nell’Europa centrale e meridionale le aspirazioni nazionalistiche e liberali. Nel Belgio, sottoposto al dominio olandese, l’opposizione cattolica e liberale sfocia nella rivolta di Bruxelles, 25 agosto 1830: viene forma-

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RIVOLUZIONI

SCAFFALI Sulle rivoluzioni europee del 1830 e in particolare sulla fine della monarchia assoluta in Francia e l’avvento del «governo dei banchieri» di Luigi Filippo d’Orlèans: G. Duby, R. Mandrou, «Storia della civiltà francese» (Il Saggiatore, 1968), M. Agulhon, M. Vovelle, M. Rébérioux, «Nouvelle histoire de la France contemporaine» (XVI voll. ed. du Seiul, 1973), L. Chevalier, «Classi lavoratrici e classi pericolose» (de Donato, 1980), A. J. P. Taylor, «L’Europa delle grandi potenze» (Laterza, 1961), L. Lagorio (a cura di), «Polizia e popolo nella lotta politica in Europa» (Sugarco, 1979), S. Galli, «Le alchimie del federalismo. La lunga marcia del Belgio (1830-1993): percorsi storici, costituzionali e istituzionali» (Epap, 2005), N. Bianchi, «Storia documentata della diplomazia europea» (Ute, 1972), A. Gieysztor, «Storia della Polonia» (Bompiani, 1983), H. Seton-Watson, «Storia dell’impero russo» (Einaudi, 1971), AA.VV. «Storia universale Fischer – Russia» (Feltrinelli, 1971).

«la rivolta» di Honoré Daumier, 1860

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ne e per protestare contro l’imprigionamento di nove operai in seguito a uno sciopero. Gli operai francesi svilupparono così, contemporaneamente, la coscienza dei propri diritti politici e una radicale ostilità al governo di Luigi Filippo che li porterà ad abbracciare l’ipotesi repubblicana: essi saranno, nel ‘48, la forza decisiva per la fine della monarchia orleanista.

Contagio continentale Proprio come temevano i conservatori europei, gli avvenimenti francesi ebbero immediate e profonde ripercussioni sul resto del continente. L’avvento al potere di Luigi Filippo suscitò un rinnovato entusiasmo tra i liberali delle nazioni in cui pù pesanti erano state le conseguenze del congresso di Vienna, che tornarono a guardare alla Francia come a un esempio da seguire. A tale entusiasmo sarebbe poi seguito, ben presto, un profondo senso di delusione – analogo a quello degli operai e degli artigiani francesi – nei confronti del «re borghese» e della sua politica: in molti si sentiranno traditi dall’immobilismo e dalla neutralità internazionale del nuovo regime francese che, prescindendo dai principi enunciati, non farà nulla per favorire i moti liberali negli altri paesi europei. Le rivoluzioni di quegli anni poterono contare su risorse essenzialmente endogene a ciascuna delle regioni interessate: riproducendo sul piano politico le divisioni economiche e sociali che attraversavano il continente, vinsero nelle situazioni in cui più avanzato era il processo d’industrializzazione e più sviluppato il sistema capitalistico, persero nei paesi in cui ristagnava ancora l’ordinamento agrario, dove la borghesia era più debole e la Chiesa e la nobiltà erano relativamente forti. In questi paesi le insurrezioni nazionali furono prontamente soffocate – come in Italia – o

duramente sconfitte – come in Polonia – a opera delle grandi potenze reazionarie. Fu il Belgio il primo paese a risentire positivamente degli avvenimenti del luglio francese. Area già industrializzata e ricca di materie prime e con una popolazione a prevalenza cattolica, il Belgio era uscito fortemente penalizzato dal congresso di Vienna: annesso all’Olanda – commerciale, agricola e protestante – aveva subito un dominio che aveva cancellato ogni margine d’autonomia trasferendo ogni potere ai funzionari civili e militari del regno olandese. Contro questa situazione, sull’onda del luglio francese, i belgi insorsero nell’agosto del 1830, cacciando l’esercito olandese con una rivolta cruenta e proclamando la propria indipendenza nell’ottobre dello stesso anno. Cattolici e liberali che si erano uniti per porre fine alla dominazione olandese elaborarono una Costituzione che prevedeva una monarchia parlamentare e ampie libertà politiche e civili: questa fu la Carta costituzionale

che fece da punto di riferimento per le rivoluzioni europee degli anni Trenta fino al 1848, introducendo il principio della sovranità popolare e restringendo i poteri della monarchia a organo esecutivo nell’ambito delle leggi. Ottenuta l’indipendenza con un’insurrezione popolare il Belgio consolidò però la propria indipendenza solo grazie all’accordo anglo-francese della conferenza di Londra del 1831, con cui veniva dichiarato «stato neutrale in perpetuo», affidandone la guida al principe Leopoldo di Sassonia. Fu infatti l’intervento di Francia e Inghilterra a bloccare un tentativo olandese di riconquistare, l’egemonia perduta. In quell’occasione Luigi Filippo aveva proclamato il «principio di non intervento», minacciando di aiutare gli insorti belgi in caso d’intervento militare olandese. Una dichiarazione che non rispondeva a una precisa volontà politica, ma era il riflesso di una situazione momentanea e particolare, come dimostrerà l’immobilismo francese nei confronti della re-


pressione dei successivi moti italiani. Agitazioni liberali sull’onda della rivoluzione francese avvennero anche in Svizzera e in Germania; ma con esiti molto diversi tra loro. Nei cantoni svizzeri sotto la spinta delle mobilitazioni studentesche e dei gruppi liberali delle principali città, tra il 1830 e il 1835 andarono affermandosi ordinamenti istituzionali di tipo costituzionale che garantivano ampie libertà civili: anche per questo la Confederazione svizzera divenne per tutto il secolo XIX° il rifugio di molti esuli politici europei. In Germania, invece, le rivendicazioni liberali non ebbero esito e per tutti gli anni Trenta le aspirazioni all’unità tedesca e a un regime politico più liberale continuarono a essere il patrimonio di ristrette elite intellettuali e duramente represse dalle autorità della Prussia e degli altri regni tedeschi. Drammatici furono gli avvenimenti che accompagnarono la rivolta polacca del 1830-31. Sottoposto alla dominazione russa il paese baltico aveva goduto sotto lo zar

Alessandro I di un regime di relativa autonomia che aveva reso meno aspra la storica avversione dei polacchi verso il grande vicino. Il successore di Alessandro, Nicola I, aveva però cambiato impostazione con una politica di ferrea intransigenza nei confronti della questione polacca, riducendo il paese a una sorta di feudo russo. L’opposizione clandestina – composta soprattutto da militari sensibili ai sentimenti d’indipendenza nazionale – si era così radicalizzata e quando, nel novembre del 1830, l’esercito polacco fu mobilitato in previsione di un possibile intervento contro i liberali belgi, scoppiò la rivolta di Varsavia che costrinse alla fuga il granduca Costantino, che reggeva il paese per conto dello zar Nicola. Dichiarata la fine della dinastia russa e proclamata l’indipendenza nazionale nel gennaio successivo, i patrioti polacchi pensavano di poter contare sul «principio di non intervento» proclamato da Luigi Filippo e sull’appoggio della Francia e dell’lnghilterra in caso d’intervento militare russo. Il nuovo parlamento rivoluzionario era diviso in due schieramenti (nobili e borghesia liberaldemocratica) e questa frattura determinò l’incapacità di coinvolgere nel movimetno indipendentista anche le masse contadine: la struttura sociale del paese – che faceva perno sul privilegio dell’aristocrazia contraria alla distribuzione delle terre ai contadini e all’abrogazione delle pesanti tasse cui erano sottoposte le campagne – fu l’ostacolo principale per dare una base di massa alla rivolta e quando le truppe russe intervennero, non bastò un’eroica resistenza del piccolo esercito polacco per fermarle; né aiuto venne da Francia e Inghilterra e nel settembre del 1831 Varsavia fu riconquistata dalle truppe dello zar e migliaia di patrioti compromessi dovettero salvarsi con la fuga all’estero. Le conseguenze furono disastrose per la Polonia, che perse anche ogni parvenza di paese autonomo: il parlamento e l’esercito vennero sciolti, chiuse le università, i funzionari amministrativi furono sostituiti con burocrati russi.

Una Penisola di sommosse e complotti Anche negli stati italiani il luglio francese non mancò di avere conseguenze. L’eredità negativa dei fallimentari moti cabonari del ‘21 non aveva impedito la prosecuzione dell’attività cospirativa delle società segrete, ma nemmeno prodotto la necessaria maturazione politica per permettere la creazione di un movimento rivoluzionario efficace nei confronti dell’egemonia austriaca sul paese. Le elite liberali rimanevano ancora sostanzialmente separate dalle masse, in particolare dalla grande maggioranza della popolazione ancora costituita da contadini. Le sommosse che scoppiarono nel 1831 nell’Italia centro-settentrionale furono ancora caratterizzate dalla «cultura del complotto» in cui le rivendicazioni liberali si nutrivano d’aspettative nei confronti di «sovrani illuminati» cui era affidato un determinante ruolo di sostegno dei moti popolari: analogamente a quanto era successo un decennio prima in Piemonte i liberali emiliani, romagnoli e marchigiani confidarono nell’appoggio di un sovrano, Francesco IV di Modena, pensando d’usare le sue ambizioni personali per unificare e rendere indipedenti le regioni dell’Italia centrale. L’alleanza di notabili borghesi con la nobiltà liberale non produsse gli effetti sperati e gli Asburgo poterono continuare a controllare direttamente o con i propri rami cadetti gli staterelli dell’Italia centro-settentrionale e ad assicurare il successo della reazione nello Stato della Chiesa. La composizione sociale dei cospiratori italiani di quegli anni spiega bene i limiti e l’impossibilità di successo di un’azione rivoluzionaria ancora lontana da assumere le caratteristiche di un’insurrezione popolare capace d’estendersi su tutto il territorio nazionale: avvocati, commercianti, uficiali e industriali cercarono di far sì che dalle organizzazioni segrete si potes-

to un governo provvisorio, gli olandesi sono costretti a lasciare il paese dopo aver tentato di reprimere militarmente l’insurrezione (cannonneggiamento di Anversa). Nel novembre il Congresso nazionale belga proclama l’indipendenza del paese che riceve il riconoscimento e la tutela internazionale nella conferenza di Londra del 1831: viene proclamata una costituzione liberale basata sulla sovranità popolare e su una monarchia parlamentare. A capo del nuovo paese viene posto Leopoldo I di Sassonia. La rivoluzione francese di luglio ha ripercussioni anche in Svizzera, Polonia, Germania e Italia. In Svizzera vengono abolite i privilegi aristocratici, garantite maggiori libertà civili e allargato il diritto di voto. In Polonia la rivolta di Varsavia del novembre 1830 costringe alla fuga il granduca russo Costantino, rappresentante dello zar Nicola I: viene formato un governo provvisorio, mentre il parlamento dichiara decaduta la monarchia russa. Divisi tra di loro e isolati a livello internazionale i liberali polacchi vengono sconfitti dall’esercito russo nei primi mesi del 1831. Segue una dura repressione militare cui fa riscontro la russificazione del paese cui viene negata ogni grado d’autonomia e che viene ridotto a semplice provincia russa a partire dal 1832. Mentre in Germania le mobilitazioni dei liberali – soprattutto di studenti – provocano come reazione un’ulteriore irrigidimento aristocratico, in Italia una nuova ondata di moti insurrezionali interessa nel 1831 gli stati centrali della peni-

lo zar Nicola I di russia la conquista • 2|rivoluzioni [27]


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se passare alla formulazione di una Costituzione rappresentativa – coerente con i loro interessi – senza mettere in discussione i rapporti sociali e coinvolgere nell’azione le grandi masse. Tuttavia fu proprio a partire da quegli episodi e per tutto il decennio successivo, che maturarono le esperienze e il confronto ieale e politico determinanti per i futuri percorsi dell’indipendenza italiana e della creazione di uno stato nazionale. Le sommosse del 1831 ebbero come teatro l’Emilia Romagna, le Marche e l’Umbria, territori divisi tra stati satelliti dell’impero austriaco e lo Stato della Chiesa; i protagonisti provenivano dal ceto commerciale e indutriale che si era ormai sviluppato e arricchito e che sempre più malvolentieri sopportava i vincoli imposti da regimi oscurantisti che impedivano la sua ascesa come classe dirigente. Un ricco commerciante di Carpi, Ciro Menotti, e un industriale modenese, Enrico Misley, furono gli uomini più rappresentativi di una breve stagione di sommosse che, dopo aver imposto effimeri regimi liberali, dovette arrendersi all’intervento militare austriaco. La cospirazione fu preparata sotto l’egida di Francesco IV che aspirava a diventare sovrano di un ipotetico regno dell’alta Italia. Quando questi, spaventato dalla radicalità della prima fase della rivoluzione francese, compì un radicale voltafaccia togliendo il proprio appoggio al progetto e arrestando i capi della rivolta, il tentativo rivoluzionario venne privato dell’asse strategico su cui era stato programmato. Tuttavia la rivolta scoppiò ugualmente – a Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia e nelle Marche – il 5 febbraio 1831, approfittando anche della vacanza sul soglio pontificio determinata dalla morte di papa Pio VIII. Gli insorti riuscirono a raccogliere un iniziale successo, istituendo governi provvisori d’ispirazione liberale, ma non fecero nulla per estendere il movimento agli altri stati italiani, confidando nell’ap-

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poggio francese e nella diplomazia. L’esercito austriaco ebbe così buon gioco nell’intervenire per ripristinare l’ordine precedente, sconfiggendo a Rimini un esercito di volontari, comandato dal generale Carlo Zucchi e ponendo fine, nel marzo dello stesso anno, all’esperienza liberale nell’Italia centrale. Francesco IV non esitò a far impiccare Ciro Menotti – cui, pure, aveva precedentemente promesso appoggio – facendo scomparire con lui un programma che prevedeva una monarchia costituzionale che dall’Italia centrale doveva estendersi a tutto il paese.Il progetto insurrezionale ancora una volta si scontrò con una serie di ordini giunti troppo tardi, con tradimenti e reti di spionaggio, con un’impreparazione militare corrispettiva all’immaturità politica dei congiurati. In quanto all’appoggio francese, su cui tanto si confidava sul piano degli equilibri internazionali, esso non soltanto non venne (la

SCAFFALI Sui moti italiani del 1830 e, in particolare, sul pensiero di Mazzini: D. Mack Smith, «Mazzini» (Bur, 2000), R. Sarti, «Giuseppe Mazzini, la politica come religione civile» (Laterza, 2005), L. Villari, «Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento» (Laterza, 2009), R. Romeo, «Risorgimento e capitalismo» (Laterza, 2008), O. Dito, «Massoneria, carboneria e altre società segrete nella storia del Risorgimento» (Pizeta, 2008).

Francia considerò quella italiana una questione interna a una dinastia – quella asburgica – su cui non intendeva interferire), ma si rivoltò contro i patrioti italiani quando i francesi inviarono le proprie truppe a occupare Ancona, su richiesta pontificia. Il rapido fallimento dei moti del ‘31 aprì una fase di profondo ripensamento all’interno delle tendenze liberali italiane. La fase della cospirazione carbonara sembrava definitivamente chiusa con la dimostrata impotenza di quella forma d’organizzazione e d’azione. Rimanevano aperte – anzi, si acuivano – le contraddizioni tra assetto politico e società e sempre più evidente appariva la «questione nazionale» italiana. lI quindicennio che si chiudeva con il fallimento dei moti del 1831 lasciava inalterata la divisione del paese e la sua sottomissione all’egemonia austriaca: l’ordine di Vienna sembrava sostanzialmente non scalfito dall’espe-


rienza delle sette segrete e dai movimenti liberali, né si vedeva chi e come avrebbe potuto cambiare il quadro della situazione. Tuttavia gli italiani in quegli anni fecero due grandi esperienze: in primo luogo capirono che le case regnanti non erano in grado d’impedire, da sole, le sommosse rivoluzionarie e che l’appoggio austriaco era indispensabile per il mantenimento dello status quo nella Penisola; in secondo luogo compresero che gli sforzi dei gruppi liberali, da soli, non bastavano per fare una rivoluzione, tra l’ostilità delle grandi potenze e l’indifferenza del popolo. Da queste considerazioni prese via una nuova fase in cui si confrontarono ipotesi e pratiche diverse, che cambiarono radicalmente il clima politico italiano e determinarono gli indirizzi della futura unità italiana, i suoi protagonisti, i suoi programmi sociali. A tutto il movimento liberale italiano fu chiaro che la «questione italiana» andava

affrontata nel suo complesso, che non erano più ipotizzabili soluzioni parziali: nessun cambiamento sostanziale (istituzionale, giuridico, politico) poteva avvenire in uno degli stati italiani senza ripercussioni negli altri e senza mettere in discussione tutto l’assetto politico della Penisola. In questo senso l’impostazione «provinciale» dei moti del ‘21 e del ‘31 aveva chiarito i limiti di un’azione impostata principalmente sul piano locale e che non coglieva il fatto che in Italia «tutto si teneva». Ma questa riflessione era l’unico elemento comune alle correnti tra cui si divise il pensiero e l’azione d’ispirazione liberale e democratica negli anni Trenta e Quaranta. Sul resto – su quali fossero le azioni necessarie per sbarazzarsi dall’egemonia austriaca e verso quali assetti istituzionali dovesse indirizzarsi il paese – profonde erano le divisioni tra il radicalismo repubblicano di Mazzini, il liberalismo cattolico di Gioberti o quello laico di Balbo e il federalismo di Cattaneo. Negli anni che precedettero il 1848 il confronto tra queste correnti fu serrato e accompagnato da nuove esperienze insurrezionali e nuovi fallimenti che ebbero per principale ispiratore Giuseppe Mazzini e il suo programma repubblicano. Dalle insurrezioni tentate al Sud tra il ‘31 e il ‘33, a quella in Savoia del 1834 fino all’avventura calabrese dei fratelli Bandiera del 1844, (tutti tentativi duramente repressi dalle polizie dei regni italiani) Mazzini ispirò e diresse – più o meno direttamente – una serie d’esperienze finalizzate alla preparazione di una «guerra di popolo» che traeva le sue ragioni dalla fede laica in una missione che affidava all’Italia il compito di anticipare, affermando il proprio ruolo nazionale, una comunità di libere nazioni europee. La rivoluzione nazionale di Mazzini, che vedeva nel popolo il suo protagonista principale, si proponeva l’immediato obiettivo di un’Italia unita, democratica e repubblicana: un progetto perseguito pubblicamente, con l’obiettivo di coinvolgere

le larghe masse in una guerriglia che spazzasse via vecchie classi dirigenti e dinastie – considerate irriformabili – assieme all’egemonia austriaca sulla Penisola. Un progetto che riuscì a coinvolgere settori di piccola e media borghesia urbana e di artigiani, ma che fallì per l’ostilità o l’indifferenza dei contadini, ancora una volta esclusi dal programma sociale dei rivoluzionari mazziniani. Paradossalmente, ma forse non tanto, fu proprio il settore più attivo e più lungimirante del liberalismo italiano, quello mazziniano, che meno raccolse nel processo di definizione dei futuri indirizzi della «questione italiana». Fallito il tentativo di trasformare la questione nazionale in una rivoluzione di popolo, la partita si giocò, ancora una volta, sul terreno delle classi dirigenti, nella ricerca di un compromesso d’azione tra i settori più aperti dell’aristocrazia e quelli più pragmatici della borghesia. L’assenza di un proletariato industriale, l’emarginazione delle masse contadine e la debolezza della borghesia urbana, finirono per riportare in primo piano la centralità di una casa regnante attorno cui raccogliere le aspirazioni d’unità nazionale: dal 1848 in poi la questione italiana diverrà sempre più un «affare militare» di casa Savoia, una progressiva annessione che della rivoluzione potrà assumere, in qualche occasione, soltanto le forme.

sola. Pensando di poter contare sull’appoggio – precedentemente promesso – del duca di Modena, Ferdinando IV, e poi su quello della Francia di Luigi Filippo, i liberali italiani insorgono (febbraio 1831) e formano governi rivoluzionari a Modena, Bologna, nelle Romagne, in Umbria e nelle Marche. Ma Ferdinando IV compie un completo voltafaccia facendo arrestare i capi della rivolta (Ciro Menotti viene fatto impiccare), mentre la Francia dichiara di non voler intervenire nei problemi italiani. Così le truppe austriache sconfiggono facilmente un esercito di volontari e nel marzo 1831 restaurano i precedenti regimi. Il fallimento dei moti ha per conseguenza la crisi definitiva della Carboneria e l’inizio di un nuovo liberalismo politico, che trova nella «Giovine Italia», fondata nel 1831 da Mazzini – nel 1834 fonda anche la Giovine Europa – il suo elemento più significativo. Inizia il rinnovamento del pensiero politico italiano attorno al tema dell’unità nazionale. al centro, «Luigi Filippo lascia il Palais-Royal per l’Hôtel de Ville il 31 luglio 1830», dipinto da Émile Jean-Horace Vernet nel 1832. Sotto, una caricatura di George Cruikshank: «Old Bumblehead, il 18esimo tentativo per gli stivali di Napoleone», (1823).

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COSPIRATORI DEMOCRATICI D’italia.DIVISI Mazzini, Gioberti, Balbo e D’Azeglio, Cattaneo: questi gli uomini che, con le rispettive culture politiche rinnovarono i programmi politici italiani negli anni Trenta del XIX secolo. Ispirazioni e tesi profondamente distanti tra loro; tutte, però, dotate di un «pensiero forte» che lascerà un segno nella cultura politica italiana anche al di là dei loro esisti contingenti, capaci di costituire un punto di svolta nel panorama politico della penisola estendendo la propria influenza sui decenni successivi. Una simile intensità di confronto politico tra tesi «alte» si spiega solo con la drammaticità del vuoto di strategia politica cui si trovava di fronte la società italiana che aveva maturato le condizioni del cambiamento, misurando però l’inadeguatezza della cultura politica liberale d’eredità illuministica: il fallimento dei moti del ‘31 costituì lo spartiacque decisivo che indicò l’urgenza di nuovi orientamenti e programmi per dare corpo politico ai bisogni della parte più attiva e moderna della società. Il genovese Giuseppe Mazzini elaborò – si potrebbe dire, incarnò, data l’importanza che in lui ebbero la coscienza etica e il rigore morale – la forma più radicale della critica all’esperienza carbonara. Fu nella fortezza di Priamar di Savona, dove si trovava incarcerato proprio per la sua iniziale attività di carbonaro, che, analizzando le esperienze fallimentari delle insurrezioni italiane, concepì un programma unitario e repubblicano, facendone la base per lo statuto della «Giovine Italia.» La Carboneria, secondo Mazzini, aveva peccato di provincialismo: il futuro movimento rivoluzionario doveva essere, in primo luogo, nazionale. La Carboneria era stata un’organizzazione segreta, articolata su sette formate da elite eredi dell’illuminismo settecentesco, con una cultura politica fortemente aristocratica: i patrioti di domani avrebbero dovuto costituire un’organizzazione politica popolare, con caratteristiche chiare e distinguibili da tutti, coinvolgendo in primo luogo la borghesia e i lavoratori delle città. La Carboneria si caratterizzava per un distacco razionalistico e concepiva la rivoluzione politica come prodotto di spiriti illuminati e consci della proprio ruolo storico: il nuovo movimento nazionale avrebbe dovuto cogliere l’importanza della fede, infiammando le masse e trascinandole – attraverso un’opera di propaganda ed educazione – all’insurrezione. E se, momentaneamente, si poteva ricorrere all’azione dimostrativa di pochi, il futuro doveva essere riservato alla spontaneità del popolo. Mazzini, al di là dell’analisi politica contingente, colse l’emergere di

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Cesare Balbo, (litografia ,1848) e accanto il volume «delle SPERANZE D’ITALIA», in una edizione del 1855

un’era nuova in cui la politica avrebbe coinvolto sempre più larghi strati della popolazione, capì – con quello che chiamava «principio popolare invadente» – che il futuro sarà sempre più segnato dall’azione del popolo, dall’irrompere delle masse sulla scena politica. Anche per questo, non solo per il programma politico della «Giovine Italia» e per il suo essere un’organizzazione nazionale e non locale, molti storici sono propensi a individuare nella sua organizzazione la nascita del primo partito politico italiano. Per Mazzini il pensiero e l’azione erano iscindibili, al primo doveva conseguire una prassi coerente, perché la rivoluzione era «fatta pel popolo e dal popolo». I princìpi su cui costruire il futuro dell’Italia – unità, indipendenza, repubblica – non andavano solo enunciati, ma resi pubblici e perseguiti, soprattutto perché era finita l’epoca dell’individualismo ed era iniziata quella della collettività. Quest’impostazione politica era infusa di una grande carica religiosa, pur di una religiosità laica, piena d’influenze romantiche, per trasformare gli uomini e trascinarli: «L’elemento religioso – scriveva Mazzini nel 1835 – è universale, immortale, universalizza e collega. Ogni grande rivoluzione ne reca impronta e lo rivela nella propria origine e nel fine che si propone. (...) Iniziatori di un nuovo mondo, noi dobbiamo fondare l’unità morale, il cattolicesimo umanitario». Una fede liberata dal carattere trascendente del cattolicesimo e che si presentava come forza morale che imponeva a tutti


gli uomini il dovere di unirsi in nazioni per riorganizzare il mondo intero in una federazione di repubbliche. Una concezione universalistica che porterà Mazzini a fondare – dopo la «Giovine Italia» – la «Giovine Europa», in cui l’alleanza di tre sovrani in nome della religione tradizionale (la Santa Alleanza) avrebbe dovuto essere sostituita dalla fratellanza di tre nazioni rappresentative, gli italiani per i latini, i tedeschi per i germani, i polacchi per gli slavi. Un programma politico in cui, per la prima volta in Italia, erano presenti anche le problematiche sociali che riempiranno le successive vicende del secolo, con la nascita di un movimento operaio organizzato: l’uguaglianza di Mazzini era, in primo luogo, soddisfazione dei bisogni materiali della popolazione, un obiettivo che per Mazzini poteva essere raggiunto nella futura repubblica democratica, con il confronto tra i citta-

dini, senza abusi o violenze. Una prospettiva che, se non coglieva il dato del conflitto di classe e ancorandosi rigidamente al rispetto della proprietà, anticipava il problema dell’insorgente questione sociale e l’attivizzazione politica di lavoratori e salariati. Fu proprio dalle fila mazziniane che venne uno dei principali esponenti del liberalismo moderato italiano degli anni Trenta-Quaranta. Vincenzo Gioberti, un abate che in gioventù aveva aderito alla «Giovine Italia», elaborò un autonomo e originale programma, poi definto «neoguelfismo». A differenza del radicalismo mazziniano tutto il liberalismo moderato italiano era, in primo luogo, un movimento intellettuale che riprendeva e proseguiva la tradizione di riviste come Il Conciliatore o l’Antologia. Operando una svolta nettamente anticlassicistica molti scrittori italiani iniziarono

sotto, il Documento autografo in cui Pio IX si rivolge ai sudditi dopo la fuga a Gaeta, datato 27 novembre 1848.

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ritratto di vincenzo gioberti A destra tavola di Antonio Solinas

dopo il 1830 a concepirsi come «educatori del popolo» per lo sviluppo di una coscienza nazionale. A tal scopo s’occuparono di politica, cercando d’indicare la strada e gli strumenti attraverso i quali gli italiani avrebbero potuto rendere concrete quello che essi consideravano il loro destino. Gioberti riuscì a presentare l’obiettivo dell’unità nazionale italiana in termini recepibili a tutte quelle forze moderate – soprattutto cattoliche – che non potevano recepire l’anticlericalismo e l’impostazione antidinastica di Mazzini. Nella sua opera principale, Del primato civile e morale degli italiani (1843), Gioberti si rivolgeva alla borghesia per affermare che sotto il protettorato del papa – considerato massima autorità morale italiana – era possibile far rivivere la tradizione romana del passato e arrivare all’unità nazionale. L’Italia avrebbe così avuto un nuovo ruolo autonomo nel panorama internazionale, un ruolo supportato dalla tradizione del passato, e che si sarebbe potuto manifestare non col primato della forza ma con quello della cultura e delle istituzioni civili. Il papa era il simbolo dell’unità spirituale del paese, ma poteva anche concretamente essere l’istituzione garante dell’unità politica italiana; anche nei confronti delle grandi potenze conservatrici. Un’impostazione che sembrò essere praticabile con l’elezione al soglio pontificio di Pio IX (1846), un papa che – a differenza di molti suoi predecessori – sembrava rispondere ai desideri liberali e che, con una serie di riforme, fu visto per alcuni anni come il possibile salvatore della crisi nazionale. Fino a che le rivoluzioni del 1848 ne rivelarono l’impostazione moderata e la sua paura a scontrarsi contro il potere austriaco in Italia. Al neo-guelfismo di Gioberti si opponevano una corrente neo-ghibellina – che rilanciava in funzione unitaria le ragioni dell’opposizione laica al potere temporale della Chiesa – e un’area del mondo cattolico d’ispirazione liberale che si batteva per la democratizzazione della vita ecclesiastica e sosteneva la necessità della separazione tra Stato e Chiesa. Ma un rilievo maggiore nel dibattito politico italiano di quegli anni venne assunto da quelle posizioni che, senza ricalcare il neo-guelfismo avevano in comune con esso una visione moderata del risorgimento, che rilanciavano il ruolo delle monarchie italiane in funzione unitaria, in particolare della casa Savoia. Cesare Balbo e Massimo D’Azeglio con i loro scritti – rispettivamente Delle speranze d’Italia (1844)

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e Degli ultimi casi di Romagna (1845) – ricercavano nella diplomazia internazionale e nei contrasti tra gli stati la leva che potesse portare all’unità del paese. Essi pensavano che sfruttando abilmente le circostanze internazionali, i conflitti tra le grandi potenze e insistendo sui contrasti economici e politici che in quegli anni cominciavano a oppore il Piemonte all’Austria, si sarebbe potuta perseguire quell’unita nazionale che essi stessi invocavano, ma che paventavano fosse raggiunta con una rivoluzione di tipo mazziniano. Erano posizioni che trovarono una certa conferma nella realtà degli anni seguenti e che tendevano a scongiurare una via rivoluzionaria all’unità italiana, proponendosi di dimostrare la conciliabilità dell’obiettivo unitario con le esigenze dinastiche presenti nel paese e la moderazione della nascente borghesia. Posizioni che furono rese possibili anche da eventi congiunturali che fecero della casa Savoia un obiettivo punto di riferimento per il liberalismo moderato. Infatti con la fine degli anni Trenta e la repressione dei movimenti mazziniani, Carlo Alberto e il Regno di Sardegna assunsero posizioni politiche più possibilistiche rispetto al progetto dell’unità italiana: il pericolo repubblicano costituito da Mazzini era stato allontanato con una dura repressione e, contemporaneamente, stavano sorgendo contrasti di carattere economico con l’Austria derivanti dai pesanti dazi doganali imposti sull’esportazione in Lombardia dei vini piemontesi. Infine, ultima corrente del pensiero liberale di quegli anni fu quella – originale – del federalismo di Carlo Cattaneo. Partendo da radici illuministiche e cosmopolite il lombardo Cattaneo, in un primo tempo, pensava che la Lombardia potesse essere – per il suo sviluppo economico – il centro di un’unione doganale degli stati austriaci che ne potesse valorizzare le potenzialità. Successivamente, di fronte alla conservazione austro-ungarica, egli finì per sviluppare un progetto federalista delle regioni italiane che non nascondesse le diversità socio-economiche presenti nella penisola, ma che permettesse la partecipazione dei cittadini alla vita politica sull’esempio di ciò che avveniva in Svizzera o negli Stati Uniti d’America. Attraverso le pagine della rivista da lui fondata nel 1839, Il Politecnico, propangandò la sua filosofia politica fondata soprattutto sul concetto di libertà, in contrasto sia con le soluzioni monarchiche della questione italiana proprie del liberalismo moderato, sia con le cospirazioni rivoluzionarie di Mazzini da cui lo divideva anche l’ipotesi nazionale: per Cattaneo l’Italia non aveva alcuna missione di civiltà da compiere, né era giusto battersi per una nazione che non aveva i presupposti sociali ed economici per essere realmente tale. Il suo laicismo e la sua fede nel progresso lo condussero alla convinzione che solo una Federazione democratica potesse risolvere il problema dell’unità politica della penisola, rappresentando armonicamente tutte le sue specificità. Contrario a vedere nel Piemonte sabaudo il propulsore dell’unità del paese – soprattutto perché constringeva la Lombardia ad affidarsi all’arretrata e bigotta monarchia sabauda – Cattaneo rimase sempre ai margini della vita politica italiana e la sua opera pubblicistica non riuscì a influenzare il processo unitario, relegando il federalismo a un sostanziale isolamento, più un’eredità politica che un percorso praticabile.


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LETTURE

L’ideafissa del«giovane» Mazzini «Giovine Italia» e «Giovine Europa»: per formare un popolo, agire in suo nome e su esso contare. Organizzazioni cospirative a base democratica, che anticipavano i caratteri dei moderni partiti politici

I

l programma della «Giovine Italia» fui elaborato e diffuso da Mazzini nell’estate del 1831, dopo il fallimento dei moti italiani e dopo aver inviato una lettera senza esito a Carlo Alberto, in cui invitava il nuovo re sabaudo a mettersi alla testa del movimento di riscossa nazionale italiano: per tutta risposta il sovrano del Regno di Sardegna emanò l’ordine d’arrestare Mazzini e, con ciò, pose fine a ogni speranza riposta da questi nello stato piemontese. L’istruzione generale per gli affratellati della Giovine Italia raccoglieva i principi fondamentali e gli indirizzi programmatici del pensiero di Mazzini sulla base dei quali egli svilupperà tutta la sua attività politica. Il punto di partenza risiedeva nella critica alle «ormai superarate» pratiche carbonare: «Vi è un periodo nella vita dei popoli, come in quella degli individui, nella quale le nazioni s’affacciano alla libertà, come le anime giovani all’amore: per istinto – per bisogno indefinito e segreto – ma senza conoscenza inima della cosa bramata, senza studio dei mezzi, senza determinazione irrevocabile di volontà, senza fede. Allora la libertà è passione di pochi privilegiati a sentire e soffrire per tutta una generazione. (...) Allora le rivoluzioni si tentano artificialmente con le congiure: gli uomini liberi si raccolgono a metodi d’intelligenza misteriosa, s’ordinano a fratellanze segrete, costituiscono setta educatrice e procedono tortuosi. Però che le moltitudini durano inerti e i più vivono astiosi al presente ma spensierati nell’avvenire – e se taluno muove guerra al tempo, e tenta di rivelarlo a milioni, i milioni lo ammirano onesto, ma lo scherniscono sognatore». Nonostante i fallimenti del passato, Mazzini riteneva che fossero maturi i tempi per un nuovo metodo rivoluzionario che coinvolgesse il popolo, una convinzione che tra-

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eva dall’osservazione storica e dalla fede nel progresso: «Quando un popolo, diviso in mille frazioni, guasto dalle abitudini del servaggio, ricinto di spie, oppresso dalle baionette straniere, divorato per secoli dall’ire municipali, stretto tra la cieca forza del principato e le insidie sacerdotali, senza insegnamento, senza stampa, senz’armi(...) trova pur modo di sorgere tre volte in dieci anni (....), quando in dieci giorni la bandiera italiana sventola sopra venti città e gli uomini della libertà invocano confidenti i comizi popolari per concertare opportune riforme (...) allora compiangete quel popolo, che le circostanze condannano ancora all’inerzia: ma non lo calunniate: v’è una scintilla di vita in quel popolo, che un dì o l’altro porrà moto a un incendio». Evidenti i riferimenti ai moti italiani del decennio 1821-’31: per Mazzini esistevano tutte le premesse e le condizioni per una rivoluzione nazionale, previa una strategia e un metodo politico adeguati per coinvolgere il popolo e rendere concreta quella che fino ad allora era rimasta solamente una potenzialità mai pienamente espressa. Mazzini non dubitava nemmeno per un momento che il destino dell’Italia fosse quello di essere una nazione. Una convinzione che gli derivava sia da una visione romantica della storia (la tradizione culturale italiana e la sua «missione» universalistica), sia dalla sua fede nel progresso che affidava agli uomini il compito di realizzare la «missione» del miglioramento continuo della condizione dell’umanità. Questa fede nel progresso, nella realizzazione di una missione storica – personificata dalla «gioventù» in quanto futuro dell’umanità – giustificava il dovere della rivoluzione e ne faceva il mezzo indispensabile per il cambiamento. Il luglio francese insegnava anche questo: «Il momento sorse, la gioventù lo afferrò. Il cannone dell’Hotel de Ville tuonò la chiamata. La gioventù si levò come un sol uomo: la gioventù vinse. Cortigiani, baionette, trono, tutto rovinò davanti all’impeto d’un princìpio. Il sole del 27 aveva diffusa la luce sopra ogni cosa: il sole del 29 non salutò che una bandiera: la bandiera del secolo». Dentro questa filosofia della storia – piena di evocazioni religiose – Mazzini collocava il senso dell’esistenza e del programma della «Giovine Italia», lo strumento della storia e del progresso nella Penisola: «Noi lo dichiariamo solennemente: per giovine Italia noi non intendiamo che un sistema, voluto dal secolo: quando noi combattiamo la vecchia non intendiamo combattere che un sistema, rifiutato dal secolo!». Lo sviluppo storico generale, per Mazzini, giustificava la sua impostazione politica e la nuova organizzazione, la cui bandiera «sarà il tricolore con iscritte da un lato le tre parole d’ordine universali, Libertà, Eguaglianza, Umanità, e, dall’altro, le parole d’ordine italiane: Indipendenza, Unità»; un’organizzazione che sarà «la fratellanza degli italiani credenti in una legge di progresso e dovere», che avrà uno scopo preciso, «restituire l’Italia in Nazione di liberi e uguali, Una, Indipendente e Sovrana». La rivoluzione di Mazzini aveva, quindi, un senso nazionale: ma far dell’Italia una


nazione significava concretizzare in un’istituzione statale la tendenza storica all’unità del paese: «Senza unità di credenza e di patto sociale, senza unità di legislazione politica, civile e penale, senza unità d’educazione e di rappresentanza, non v’è nazione. Senza unità – continuava Mazzini, criticando il federalismo – non c’è forza e l’Italia, circondata da nazioni unitarie e potenti e gelose, ha bisogno innanzitutto di essere forte (...) Il federalismo, condannandola all’impotenza della Svizzera, la porrebbe sotto l’influenza necessaria d’una o d’altra delle nazioni vicine (...) il federalismo, smembrando in molte piccole sfere la grande sfera nazionale, cederebbe il campo alle piccole ambizioni e diverrebbe sorgente d’aristocrazia». Assieme all’unità, la repubblica è l’altro obiettivo e principio guida dell’azione della «Giovine Italia», «perché teoricamente, tutti gli uomini d’una nazione sono chiamati, per la legge di Dio e dell’umanità, a essere liberi, uguali, fratelli; e l’istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire, perché, la sovranità risiede essenzialmente nella nazione, sola interprete progressiva e continua della legge morale suprema». Inoltre anche la repubblica era iscritta nel percorso storico: «La serie progressiva dei mutamenti europei guida inevitabilmente la società allo stabilimento del principio repubblicano, e l’inaugurazione del principio monarchico in Italia trascinerebbe necessariamente la necessità d’un’altra rivoluzione tra non molti anni. (...) Perché la tradizione italiana è tutta repubblicana: repubblicane le grandi memorie (...) e la monarchia s’introdusse quando cominciava la nostra rovina e la consumò: fu serva dello straniero, nemica del popolo e dell’unità nazionale». Ma come raggiungere l’unità e la repubblica? Mazzini «rompeva» con i precedenti moti liberali, idicando un metodo fondato sull’educazione e sull’insurrezione: «Questi due mezzi devono usarsi concordemente e armonizzarsi. L’educazione, con gli scritti, con l’esempio, colla parola, deve conchiudere sempre alla necessità e alla predicazione dell’insurrezione; l’insurrezione, quando potrà realizzarsi, dovrà farsi in modo che ne risulti un principio d’educazione nazionale. L’educazione necessariamente segreta in Italia, è pubblica fuori d’Italia. I membri della Giovine Italia devono contribuire a rac-

cogliere e alimentare un fondo per le spese di stampa e diffusione. La missione degli esuli italiani è quella di costituire l’apostolato. L’intelligenza indispensabile ai preparativi dell’insurrezione è, dentro e fuori, segreta». Anticipando alcune delle caratteristiche dei moderni partiti politici Mazzini insisteva molto sulle modalità d’azione degli affiliati alla sua associazione e nell’Istruzione generale per gli affratellati della Giovine Italia ne indicava i quattro caratteri generali. Sarà un’insurrezione a carattere popolare perché «destinata a formare un Popolo, agirà in nome del Popolo e s’appoggerà sul Popolo negletto finora, mentre le insurrezioni passate non s’appoggiarono che sulle forze d’una classe sola, non mai sulle forze dell’intera nazione». Dovrà poi essere un’insurrezione prettamente italiana e non ispirata dall’estero: «L’Italia può emanciparsi colle proprie forze» perché «qualunque insurrezione s’appoggi sull’estero dipende dai casi dell’estero e non ha mai certezza di vincere». In terzo luogo avrà due distinti momenti, prima con l’instaurazione di una dittatura provvisoria e poi con la creazione di un potere popolare fondato sull’elezione di un’Assemblea costituente: «La Giovine Italia distingue lo stadio dell’insurrezione dalla rivoluzione. La rivoluzione comincerà quando l’insurrezione avrà vinto. Lo stadio dell’insurrezione, cioè il periodo che si estenderà dall’iniziativa alla liberazione di tutto il territorio italiano continentale, dev’essere governato da un’autorità provvisoria, dittatoriale, concentrata in un piccolo numero d’uomini. Libero il territorio, tutti i poteri devono sparire davanti al Concilio Nazionale, unica sorgente d’autorità nello Stato». Infine dovrà essere preparata e iniziata dalla guerriglia: «La guerra nazionale d’insurrezione per bande è la guerra di tutte le nazioni che s’emancipano da un conquistatore straniero. Essa supplisce alla mancanza, inevitabile sui princìpi delle insurrezioni, degli eserciti regolari. (...) La Giovine Italia prepara dunque gli elementi a una guerra per bande e la provocherà, appena scoppiata l’insurrezione. L’esercito regolare, raccolto e ordinato con sollecitudine, compirà l’opera preparata dalla guerra d’insurrezione». Per unificare il popolo a sostegno della rivoluzione Mazzini non credeva – a differenza di Buonarrotti – che fossero necessari contenuti sociali e di carattere comunistico: per muovere il popolo egli riteneva bastasse «esporgli l’utile materiale che deve indurlo all’azione», cioè la propaganda per convincerlo a muoversi: «Là, nelle mille angherie, nelle vessazioni infinite, nell’insulto perenne d’un insolente potere, d’una esosa aristocrazia (...) di là avrete a trarre quel grido che può far sorgere. Gridate all’orecchio del popolo: la tassa prediale v’assorbe la sesta parte o la quinta dell’entrata, le gabelle imposte alle polveri, ai tabacchi, allo zucchero, ad altri generi coloniali, agguagliano la metà del valore; il prezzo del sale, genere di prima necessità, v’è rincarito di tanto che né potete distribuirne al bestiame, né potete usarne per voi medesimi; la necessità d’adoperare per le menome contrattazioni la carta soggetta a bollo v’è sorgente continua di spesa». Una rivoluzione priva di ogni caratterre classista, perché l’idea stessa di repubblica dovrebbe bastare per attivare le masse, perché il governo della repubblica si baserà sulla «volontà generale», eliminando arbìtri e privilegi. Una rivoluzione, cioè, nazionale e borghese.

un Ritratto giovanile di giuseppe Mazzini: Il ritratto, realizzato a Londra, venne diffuso tra gli studenti dell’Università di Bologna attorno al 1834-35. a sinistra, l’ «Istruzione generale per gli affratellati alla Giovine Italia», opuscolo manoscritto del 1835. (Museo civico del Risorgimento di Bologna)

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RIVOLUZIONI

A

lla vigilia delle rivoluzioni del 1848, l’Europa era «il cuore del mondo»: le forze economiche e le grandi nazioni del vecchio continente avevano esteso la loro influenza ovunque e da ogni parte del pianeta si guardava all’Europa come al centro di un’entità unica, perché in nessun’altro luogo esisteva una mobilità sociale e un progresso economico paragonabili. Come scriveva Marx alla vigilia di quel fatale 1848, «la grande industria aveva realizzato il mercato mondiale preparato dalla scoperta dell’America». La popolazione europea costituiva il 22% di quella mondiale, con l’incremento annuo di circa il 10%. La scienza, la tecnologia, l’istruzione conoscevano gli sviluppi più avanzati e moderni, a cui solo gli Stati uniti riuscivano a tenere il passo. La conoscenza e il dominio della natura non avevano raggiunto altrove un livello paragonabile e anche sul piano territoriale, alcune potenze europee controllavano – sotto varie forme – vaste regioni d’oltremare e continuavano a conquistarne. Alla metà del XIX secolo, il dominio europeo sul mondo era ampio e quasi incontrastato ed era destinato a raggiungere una maggiore estensione e radicalità con l’età imperialistica. Tanta centralità e potenza – che facevano assumere rilevanza mondiale a ogni avvenimento europeo – non presupponevano però una società armonica e pacificata. L’Europa era un insieme di contrasti e squilibri: vecchie strutture e antiche autorità convivevano con nuove organizzazioni del lavoro e fresche forze sociali, aree ricche e in pieno sviluppo confinavano con zone arretrate e povere. I conflitti politici e i moti rivoluzionari che si erano scontrati con l’ordine dei restauratori viennesi, avevano testimoniato tutto questo e pre-

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QUESTIONI NAZIONALI annunciato, in qualche modo, le rivoluzioni del 1848. Tutto in quell’anno precipitò, quasi improvvisamente, per il convergere di motivi oggettivi – legati al ciclo economico e all’inadeguatezza delle vecchie strutture politiche – e soggettivi – prodotto dei lunghi anni in cui le idee di rinnovamento erano state soffocate e vietate. Come in un’eruzione vulcanica, una grande forza accumulata e compressa esplose in maniera dirompente, spazzando via l’ostacolo che ne ostruiva il cammino. Quest’esplosione colse impreparate le vecchie classi dirigenti. Esse si trovarono, secondo la

testimonianza di un contemporaneo, «nella disposizione in cui sarebbero gli abitanti di una casa i quali, dopo essersi addormentati fiduciosamente la sera prima, vedessero con terrore, al loro risveglio, che a causa di qualche convulsione del suolo, la loro casa è venuta a trovarsi sospesa su un abisso». I contemporanei non potevano rendersene conto – e finirono per ritenere quella che precedette il ‘48, come una delle tante crisi che si erano verificate attorno al 1840 e che erano sfociate nella rivoluzione – ma le rivoluzioni del ‘48 erano, in un certo senso, attese, addirittura «predette».

Le rivoluzioni del ‘48 diedero una spinta decisiva alla risoluzione della «questioni nazionali» lasciate irrisolte dal Congresso di Vienna. In primo luogo quella tedesca e quella italiana, che non potevano essere escluse dall’era dei grandi stati nazionali e che caratterizzarono il loro Quarantotto in chiave antiaustriaca e unitaria. Ci vorrà ancora qualche anno – e in entrambi casi una monarchia «unificante» – ma le divisioni territoriali e i relativi ostacoli allo sviluppo di commerci e industrie, verranno rimossi nella creazione di due stati unitari.


a sinistra, «Il 15 Maggio 1848 a Napoli», sotto, «La Quinta Giornata di Milano 1848, Presa di Porta Tosa». illustrazioni tratte da «Storia del Risorgimento italiano», 1935 

ÈSUCCESSO UNQUARANTOTTO 1948-49. L’Europa esplode in un’onda che attraversa tutto il continente. Ci vorranno due anni per placarla. Conflitti nazionali e sociali cambiano per sempre la politica del vecchio continente, cancellando ciò che restava dell’ancien régime. Inizia l’era dei grandi stati, dei nazionalismi guerrieri e della lotta di classe

Dalle rivolte alle rivoluzioni Il fatto che fece assumere ai moti insurrezionali di quell’anno una vastità di molto superiore a quella delle rivolte e delle congiure dei decenni precedenti, fu una profonda crisi economica che sconvolse tutta l’Europa. A partire dal 1845 il continente conobbe una crisi di «mezzi di sussistenza» molto simile a quelle – antiche – degli esordi dell’epoca moderna. Una serie di cattivi raccolti fece diminuire bruscamente la produzione agricola con il proporzionale calo delle derrate alimentari disponibili: di conseguenza i prezzi aumentarono bruscamente, in particolare quelli dei generi di prima necessità e di largo, consumo come il pane. Ciò determinò una caduta nei consumi dei prodotti industriali che, con la chiusura di molti opifici e cantieri edili, generò una crescita della disoccupazione e una diminuzione dei salari operai. In altri termini, ci fu un rapido impoverimento della popolazione europea (che in alcune regioni raggiunse apici drammatici, come in Irlanda dove un milione di persone morirono di fame e

1.250.000 emigrarono). Questa situazione di crisi si protrasse per alcuni anni accumulando una grave tensione tra la popolazione: le famiglie operaie, artigiane e contadine esaurirono rapidamente le riserve o i pochi risparmi e s’indebitarono, finendo così per ritrovarsi nella prospettiva di non liberarsi più dalla fame. Inoltre nel 1847 il continente europeo fu attraversato da una delle cicliche crisi dell’industria dovute allo sviluppo troppo rapido della stessa. La sovraproduzione di merci e gli eccessivi investimenti in alcuni settori non ancora supportati da infrastrutture adeguate (prime fra tutte la siderurgia) determinò una serie di fallimenti e di crolli della borsa. In particolare fu grave la crisi dell’edilizia francese che lasciò senza lavoro, quasi da un giorno all’altro, migliaia di operai di quel settore. L’altro grande motore delle rivoluzioni del ‘48 fu il fermento intellettuale e ideale che era cresciuto – seppur soffocato – nell’era della restaurazione. Espressioni come «rivoluzione degli intellettuali» o «primavera dei popoli» con cui vennero definiti gli eventi di quell’anno, danno conto dell’importanza che assunsero il dibattito culturale e il confronto ideale. Gli

uomini del Quarantotto – molti dei quali erano letterati e artisti – erano gli eredi dell’Illuminismo, soprattutto del suo spirito di critica, che la Rivoluzione francese del 1789 aveva incoraggiato e diffuso. Cresciuti nell’era delle Restaurazione essi si rifacevano necessariamente ai principi di libertà e di sovranità popolare che il congresso di Vienna aveva inteso cancellare. In particolare, dal punto di vista delle istituzioni politiche, essi vedevano nel costituzionalismo il principio elementare per l’esercizio del potere. Tuttavia i rivoluzionari del ‘48 – soprattutto i suoi elementi più in vista – non erano

QUESTIONI SOCIALI Accanto alla parola «libertà», nelle rivoluzioni del ‘48 europeo rierse un’altra delle parole d’ordine dell’89 francese: eguaglianza. Preparate dalle rivolte operaie degli anni ‘30 in Francia e dal riformismo cartista in Inghilterra, crebbero le rivendicazioni sociali di artigiani e operai, che cominciarono a distinguersi da quelle della borghesia. Fu nel Quarantotto europeo che la questione sociale iniziò anche ad assumere un linguaggio politico nelle prime organizzazioni di lavoratori ed fu lì che affondarono le loro radici anarchici, socialisti e comunisti.

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RIVOLUZIONI

L’UTOPIA DEMOCRATICA E SOCIALE DELL’800 semplicemente degli epigoni «residuali» dell’89. Se guardavano alla Francia rivoluzionaria era perché i suoi principi erano stati repressi e le sue parole d’ordine messe al bando; ma negli anni post-napoleonici, mentre nulla sembrava muoversi nella politica, molte cose erano cambiate nella società e questi cambiamenti avevano attraversato e trasformato il «mondo delle idee». Lo stesso romanticismo aveva abbandonato le sue origini culturali di stampo tradizionalista e aveva abbracciato il mito rivoluzionario: il mondo culturale dell’epoca, nella sua grande maggioranza, aveva abbandonato i valori della conservazione (ben rappresentati dalla Santa Alleanza) per quelli della libertà individuale, della mobilità sociale e del progresso più adeguati all’individualismo borghese. Questo spirito rivoluzionario si espresse soprattutto a livello d’opinione pubblica e per la prima volta nella storia, si manifestò il ruolo decisivo della circolazione delle idee e dell’informazione giornalistica (non a caso la libertà di stampa era stata una delle discriminanti principali nello scontro tra conservatori e liberali negli anni della Restaurazione).

Questione sociale e conflitti di classe Ma gli uomini del Quarantotto erano diversi da quelli dell’Ottantanove anche per un altro sostanziale motivo. Nell’Europa attraversata dalle trasformazioni sociali e mentali prodotte dall’industrializzazione, l’avvento di una «questione sociale», determinava nuove idee e divideva al suo interno il fronte rivoluzionario. Il liberalismo era costretto a misurarsi sempre più concretamente con il principio dell’uguaglianza e ciò produceva quella che molti borghesi

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vivevano come una pericolosa «fuga in avanti» che spostava sempre più a sinistra il terreno della lotta politica. Gli anni Trenta e Quaranta, accanto ai lavori di Victor Hugo, Flaubert, Tocqueville, John Stuart Mill, Ricardo o Feuerbach, avevano visto la prosecuzione dell’opera di cospirazione egualitaria di Filippo Buonarrotti, l’uscita delle prime opere di Marx ed Engels, i primi passi politici di Mazzini e Bakunin. Inoltre in Inghilterra erano cresciute le Trade Union – i primi sindacati di tipo confederale – ed erano state emanate le prime leggi sulla regolamentazione del lavoro femminile e minorile, mentre il movimento Cartista poneva per la prima volta una chiara piattaforma politica del movimento operaio – fondata sul suffragio universale – che si organizzava autonomamente in partito politico. Anche in Francia, in Belgio, in Germania, il socialismo diventava progressivamente qualcosa di più di una tendenza utopistica e trovava nelle prime associazioni operaie il luogo per una sua concreta manifestazione politica. Proprio alla vigilia del 1848 Marx ed Engels scrivevano – per conto di un piccolo movimento politico francese, la «Lega dei comunisti» – Il manifesto del partito comunista: la frase con cui si apre quella che sarebbe poi diventata una delle opere fondamentali del movimento operaio internazionale – «Uno spettro s’aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo» – può essere considerata il preannuncio della grande crisi rivoluzionaria del 1848 e, al tempo stesso, l’esplicitazione della divisione verticale che attraversa quei moti. Il 1848 avrebbe messo in luce il nuovo spostamento del conflitto politico, la profondità di una nuova divisione sociale e, al tempo stesso, la violenza del sentimento di paura che si diffondeva tra i possidenti. Fu per questo che il 1848 costituì uno spartiacque. Dopo quell’anno cambiarono i termini del conflitto politico (e lo stesso significato reale delle parole):

la borghesia abbandonò ogni spirito rivoluzionario e, spaventata dall’irrompere sulla scena del proletariato e delle sue prime organizzazioni, preferì raggiungere un compromesso con la parte più moderata dell’aristocrazia, lasciandole parte del potere politico per garantirsi il controllo completo dell’economia; le questioni nazionali che alimentavano i contrasti in Europa (dalla Germania all’Italia), cessarono di avere una portata rivoluzionaria e divennero sempre più un’esercizio militare, un conflitto tra stati e dinastie che si facevano carico del problema nazionale; la guerra sostituì la rivoluzione come strumento dell’abbattimento dell’antico ordine geo-politico europeo, assumendo così un ruolo sempre più rilevante nella scena politica continentale; il pensiero politico liberale divenne sempre più conservatore, sotto l’incalzare del socialismo e del movimento operaio, trasformandosi in ideologia delle classi dirigenti borghesi. La rivoluzione europea del 1848 venne sconfitta sul campo e aprì la strada alla conservazione. Non tanto perché quasi tutti i regimi, che nelle prime settimane furono spazzati via, riuscirono in pochi mesi a riprendere il controllo della situazione, quanto perché l’alleanza tra alta borghesia e aristocrazia determinò il rovesciamento dei termini del confronto politico, sottraendo alla maggioranza della popolazione europea il controllo del proprio destino, instaurando un nuovo, più saldo, blocco di potere che gestirà la formazione dei grandi stati nazionali e il successivo scontro che porterà alla grande guerra europea: un grande moto popolare, che aveva interessato tutte le nazioni per risolvere per via democratica i problemi di nazionalità e di libertà del continente, si rovescerà nella divisione di quegli stessi popoli in nazioni ostili e in lotta tra loro e nell’inaugurazione di un lungo periodo di «realistica» politica di potenza.

L’Ottocento europeo fu segnato dal Romanticismo che ebbe un peso importante – soprattutto a livello artistico – nei conflitti che attraversarono la prima parte del secolo. Il pittore francese Frédéric Sorrieu nel 1848 dipinse una serie di quattro grandi quadri (due di essi sono riprodotti nelle pagine seguenti) che – raffigurando il suo sogno repubblicano, democratico e socialista – ben rappresentano la passione con cui una parte degli intellettuali dell’epoca parteciparono ai moti del Quarantotto. E, anche, la carica utopica, un po’ sognante e retorica, delle loro passioni.


Un’unica onda attraversa l’Europa L’estensione e la rapidità con cui i moti rivoluzionari si manifestarono possono permetterci di parlare, per il 1848, di «rivoluzione europea». Tra la prima insurrezione palermitana del 12 gennaio e la repressione degli operai parigini di giugno, trascorsero meno di cinque mesi: in questo breve periodo tutte le nazioni europee, con l’eccezione dell’Inghilterra e della Russia, subirono traumi istituzionali sotto la pressione delle insurrezioni popolari. Uniti nei tempi e nelle caratteristiche di fondo, le rivoluzioni del ‘48 erano tuttavia molto eterogenee nelle

loro finalità specifiche, rispecchiando l’ampia articolazione dei problemi che interessavano le popolazioni del continente. Se in Francia si trattò di un conflitto essenzialmente sociale tra borghesia e proletariato, in Germania lo scontro riguardò più le istituzioni politiche, tra l’aristocrazia terriera e conservatrice e le classi borghesi emergenti, mentre in Italia fu il problema dell’unità nazionale a dominare la scena. Il primo atto rivoluzionario del 1848, fu l’insurrezione di Palermo del 12 gennaio. I siciliani, guidati da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, in pochi giorni cacciarono dall’isola le truppe napoletane di Ferdinando II: loro obiettivo era l’indipendenza e un regime costituzionale. Nel biennio precedente l’Italia aveva conosciuto una nuova stagione

di rinnovamento: non si era trattato però di nuovi moti o congiure, bensì dei riflessi politici dell’elezione a papa del cardinal Mastai, diventato Pio IX, e del diffondersi della tesi giobertiana del primato pontificio su un’Italia unita. Pio IX aveva fama di nutrire simpatie democratiche ed era scarsamente gradito all’Austria. Appena eletto diede il via a una serie di riforme (amnistia per i reati politici, liberà di stampa, allargamento della Consulta di Stato ai laici) che ne fecero punto di riferimento per il liberalismo moderato italiano. Ciò determinò la reazione del Metternich che ordinò alle truppe austriache di occupare la cittadella di Ferrara, cosa che spinse alcuni stati italiani – Piemonte e Toscana – ad approfondire i loro contrasti con l’Austria.

Rosolino Pilo in un dagherrotipo del 1848. Sotto, «La République universelle démocratique et sociale – Le Prologue», Frédéric SORRIEU

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RIVOLUZIONI

SCAFFALI Sul Quarantotto europeo: E. Hobsbawm, «L’età della rivoluzione» (Rizzoli, 1999), G. Sabbatucci, V. Vidotto, «Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi» (Laterza, 2008), E. Grendi, «Le origini del movimento operaio inglese» (Laterza, 1973), E. P. Thompson, «Le origini della classe operaia inglese» (Saggiatore, 1969), R. Remond, «La vie politique de la France depuis 1814» (Upe, 1962), T. Hamerow, «Restoration, Revolution, Reaction, Economics and Politics in Germany, 1815-1870» (Pup, 1958).

«Les ateliers nationaux au Champ de Mars» in una stampa anonima della seconda metà del XIX secolo. in alto a destra, «La République universelle démocratique et sociale – Le Triomphe», Frédéric SORRIEU

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Inoltre l’esempio riformista pontificio contagiò le altre regioni della penisola aprendo un varco al liberalismo nelle strette maglie della conservazione delle case regnanti italiane: Carlo Alberto di Savoia e Leopoldo II di Toscana sottoscrissero con Pio IX, nel novembre 1847, i preliminari della Lega doganale italiana, invitando gli altri stati ad aderirvi. Le minacce austriache valsero a impedire un allargamento di questo principio di coalizione, ma suscitarono dovunque proteste popolari: l’insurrezione siciliana si inserì in questo percorso ma anche negli altri stati italiani l’opposizione liberale trovava un nuovo respiro e poteva scendere in piazza (a Milano lo «sciopero del fumo» deciso per danneggiare l’erario austriaco, provocò nel gennaio ‘48 cruenti scontri). Gli insorti siciliani proclamarono una costituzione (sul modello di quella spagnola del 1812) e il loro esempio si diffuse presto oltre lo stretto di Messina: di fronte ai disordini che si allargavano verso Napoli, Ferdinando II chiese l’aiuto delle truppe austriache, ma Pio IX ne impedì il passaggio sul territorio pontificio. Così il re Borbone di Napoli fu costretto a concedere una costituzione sul modello di quella francese del 1830 e nei primi mesi del 1848 il contagio costituzionale toccava anche la Toscana (febbraio), il Piemonte e lo Stato della Chiesa (marzo). Se l’esordio della rivoluzione avvenne in Italia, fu tuttavia ancora una volta la Francia a imprimere l’accelerazione decisiva agli eventi. Inoltre quella francese fu la più importante delle rivoluzioni del ‘48, per il suo carattere sociale, per i contenuti e i protagonisti nuovi: l’asse del conflitto si spostò dall’antica contrapposizione aristocraziaborghesia a quella nuova tra borghesia e proletariato, anticipando così le caratteristiche che lo scontro politico assumerà nel secondo Ottocento e per tutto il Novecento.

Parigi, capitale rivoluzionaria La monarchia di Luigi Filippo era da tempo in difficoltà. Sul piano interno rappresentava sempre più gli interessi dell’oligarchia finanziaria, completamente insensibile alle esigenze della borghesia industriale e dei settori popolari, incapace di attivare qualunque politica di contenimento dei disagi provocati dalla crisi economica: secondo una definizione di Marx, il regime di Luigi Filippo, per il suo appoggio agli interessi speculativi, poteva essere considerato «una società per azioni per lo sfruttamento della ricchezza nazionale francese». Inoltre negli anni Quaranta erano emersi numerosi episodi di corruzione e scandali – di natura pubblica e privata – avevano compromesso la credibilità del governo francese, dimostrando la degradazione morale di una parte della classe dirigente e del personale politico: appariva così giustificata la definizione di Lamartine che fin dal 1847 profetizzava una prossima «rivoluzione del disprezzo». Anche sul piano della politica internazionale il regime aveva perso ogni sostegno e la diplomazia francese era accusata – sia dall’interno che dall’esterno del paese – di aver abbandonato la causa liberale e di servire male quella nazionale: il mito della grandeur perduta e l’estendersi dell’egemonia inglese in Europa e nel mondo,facevano crescere l’opposizione dei settori bonapartisti e nazionalisti. In sostanza il regime di Luigi Filippo si era progressivamente sempre più separato dal «paese reale»: il suo crollo fu pertanto repentino. Ciò avvenne per mano d’una opposizione estremamente composita, in cui elementi socialisti convivevano con liberali moderati, repubblicani radicali con vecchi legittimisti e bonapartisti nazionalisti: tutti erano uniti dall’ostilità al regime, ma non appena

questo cadde iniziò quell’inevitabile conflitto politico e sociale che fa del ‘48 francese una rivoluzione radicale e paradigmatica, distinguendola dagli altri eventi europei con i quali – pure – s’intrecciò nei tempi e nei modi. Ed è proprio per queste sue caratteristiche esemplificative che vale la pena dedicarle uno spazio particolare, quasi prescindendo dagli eventi europei di cui essa faceva pur parte. Gli eventi rivoluzionari – come spesso accade – presero avvio dall’iniziativa dell’opposizione moderata, da quei settori politici desiderosi di sfruttare le difficoltà dei governanti per costringerli a delle concessioni limitate: quei settori che, secondo una sarcastica definizione di Tocqueville, «volendo fare una riforma, prepararono una sommossa». La «campagna dei banchetti» (riunioni pubbliche che si proponevano d’aggirare la proibizione a manifestare imposta dal regime) fu l’occasione per l’insurrezione: il 22 febbraio, di fronte alla proibizione di uno di questi «banchetti», iniziarono una serie di manifestazioni di piazza che il giorno dopo assunsero la forma della sommossa. Vennero erette barricate e la guardia nazionale – fino ad allora strumento di repressione del governo – non intervenne o si unì ai rivoltosi. Quando il 24 anche l’esercito fallì nell’opera di repressione, Luigi Filippo abdicò e fuggì, mentre la popolazione occupava la Camera dei deputati e i repubblicani proclamavano un governo provvisorio: in tre giorni la monarchia di luglio era finita e l’iniziativa era passata nelle mani degli elementi più radicali, dai repubblicani ai socialisti. Il nuovo governo fu il risultato del composito schieramento rivoluzionario: comprendeva repubblicani come il poeta Lamartine, democratici come Ledru-Rollin, socialisti come Luis Blanc e anche – per la prima volta – un operaio meccanico, Albert. Era una coalizione che conteneva interessi diversi, in cui prevaleva la componente borghese, ma che agiva sotto la pressione della mobilitazione popolare al cui interno era decisiva la componente


proletaria. Fu così che le prime misure di questo esecutivo (che si proponeva di reggere il potere fino all’elezione di un’assemblea costituente) furono di chiara impronta radicale: proclamato il suffragio universale, abolite la schiavitù e la pena di morte, ridotta la giornata lavorativa a un massimo di 10 ore, abolito il cottimo. Ma le contraddizioni che si celavano sotto l’apparente unità della «rivoluzione della fraternità» ( come veniva definita la rivoluzione di febbraio) emersero ben presto, ben oltre lo scontro interno al governo che oppose Lamartine a Luis Blanc sulla sostituzione del tricolore francese con la bandiera rossa (proposta che fu respinta). Il timore della radicalizzazione politica e di una nuova guerra in Europa, diffuse il panico tra le classi possidenti che si manifestarono con il crollo della borsa e il blocco quasi totale di ogni attività finanziaria e industriale. Un’iniziativa con cui la borghesia intendeva far valere il proprio peso e che si

inserì su una situazione economica già precaria, accentuando la disoccupazione e il malessere delle classi popolari, che consideravano quella di febbraio solo il prologo politico di una rivoluzione sociale per migliorare radicalmente le loro condizioni di vita e di lavoro. I proletari di Parigi iniziarono a mobilitarsi per l’istituzione di un ministero del lavoro e di Ateliers nationaux (che garantissero il lavoro ai disoccupati), per ottenere in gestione le industrie private in crisi. Il conflitto di classe emergeva in tutta la sua dirompenza: le mobilitazioni operaie di marzo e aprile (che in alcune occasioni assunsero la forma di nuove insurrezioni) non potevano non spaventare la borghesia francese e accentuare i suoi propositi di ritorno all’ordine. «Il terrore fu così profondo – scrisse Tocqueville a proposito dell’atteggiamento delle classi possidenti nella primavera rivoluzionaria del 1848 – che si potrebbe paragonare solo al terrore che dove-

vano provare le città del mondo romano, quando si trovarono d’un colpo in potere dei Vandali e dei Goti». La radicalizzazione delle posizioni e dello scontro fu perciò inevitabile. Quando le elezioni per la costituente (23 aprile) diedero un risultato che dimostrava quanto fosse relativo il peso dei socialisti e dei radicali nel resto della Francia (Parigi era determinante per gli eventi traumatici come le rivoluzioni, ma il resto del paese faceva pesare molto di più sul piano elettorale la propria arretratezza politica ed economica), ebbe il via l’iniziativa moderata che si proponeva di annullare le conquiste sociali del proletariato parigino e, come scrisse poi Marx, ricondurre il paese «ad adattarsi alle condizioni della società borghese». Nella nuova Assemblea costituente i socialisti e i democratici erano una piccola minoranza, mentre sul piano della rappresentanza sociale dominavano i professionisti, gli operai non

erano che una ventina. Dal governo furono esclusi tutti i rappresentanti della sinistra e gli Ateliers nationaux (che a maggio davano lavoro a oltre 100.000 operai) vennero chiusi con una decisione che molti osservatori ritennero una deliberata provocazione atta a scatenare la reazione popolare, per poi reprimerla militarmente. Lo stesso Tocqueville scrisse a tal proposito che «il movimento messo in moto con la rivoluzione di febbraio non poteva essere bloccato se non bruscamente, con una grande battaglia scatenata a Parigi». E la grande battaglia ci fu. Tutti i quartieri operai della città si sollevarono contro la parte ricca delle classi dirigenti e della piccola borghesia impaurita: un conflitto tracciabile sulla mappa della città, seguendo l’immaginaria linea che ne divideva i quartieri, a Est gli insorti, a Ovest i conservatori. L’Assemblea Costituente investì dei pieni poteri il generale Cavaignac – un intransigente di-

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RIVOLUZIONI

fensore della proprietà privata – che dopo tre giorni di battaglia riuscì a reprimere la rivolta. Il bilancio ufficiale parlava di 700 morti tra le truppe di Cavaignac e oltre 3.000 tra gli insorti (ma altre migliaia di rivoltosi furono uccisi, spesso dopo essere stati catturati), mentre 25.000 prigionieri furono deportati nei territori d’oltremare. La battaglia decapitò il movimento proletario e lo condusse all’impotenza, mentre Cavaignac veniva messo a capo di un governo autoritario che pose fine a tutti i sogni d’emancipazione dei lavoratori e cancellò tutti i progetti di nazionalizzazione delle assicurazioni o delle ferrovie, di assistenza sanitaria o insegnamento gratuito. La rivoluzione finiva con l’instaurazione di una repubblica borghese con una costituzione dichiaratamente antisocialista. Il potere legislativo venne affidato a una sola Camera eletta a suffragio universale e l’esecutivo a un presidente della repubblica anch’egli eletto direttamente dalla popolazione. Contro ogni previsione di tutti coloro che lo ritenevano «troppo insignificante per essere pericoloso» venne eletto presidente il principe Luigi Napoleone, nipote di Napoleone Bonaparte: la massa degli elettori francesi lo scelse anche per il suo solo nome che, soprattutto nelle campagne, era sufficiente a determinarne il successo in proporzioni clamorose. Da quest’elezione Luigi Napoleone trasse una forza politica che avrebbe usato pochi anni dopo per instaurare una dittatura personale, proponendosi come campione delle forze conservatrici sempre spaventate dalla possibile forza della sinistra radicale che – nonostante i massacri di giugno – rimaneva l’unica forza politica in grado di contrastare il «partito dell’ordine» e che era riuscita a far eleggere oltre 200 deputati all’Assemblea legislativa (sui 900 totali), mantenendo posizioni di forza a Parigi e in altri dipartimenti del paese.

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Una primavera esplosiva SCAFFALI Sul Quarantotto italiano: C. Ghisalberti, «Dall’antico regime al 1848. Le origini costituzionali dell’Italia moderna» (Laterza, 1974), N. Nada, «Dallo stato assoluto allo stato costituzionale. Storia del regno di Carlo Alberto, 1831-1848» (Istituto storia Risorgimento, 1977), AA. VV. «Fratelli di chi? Libertà, eguaglianza e guerra nel 1848 asburgico» (Spartaco, 2008), G. Zichi, «I cattolici e il Risorgimento» (Soter, 2008), M. Zanca, «La prima guerra d’indipendenza italiana, 1848-1849» (Sometti 2008), D. Orta, «Le piazze d’Italia, 1846-1849» (Carocci, 2008), G. Ferrari, «Le cinque giornate di Radetzky» (Vitafelice, 2008), P. Bagnoli, «L’idea dell’Italia, 1815-1861» (Diabasis, 2007), G. La Farina, «Le cinque giornate di Milano» (La città del sole, 2006).

La rivoluzione francese di febbraio ebbe l’effetto di un detonatore che nel marzo fece esplodere tutta l’Europa continentale. Nel giro di poche settimane – dall’insurrezione viennese del 13 marzo alle barricate di Berlino del 18, dall’abdicazione di Luigi I di Baviera del 20 alla insurrezione di Budapest, fino alla cacciata degli austriaci da Milano e Venezia – sembrò che tutto l’ordine geo-politico rappresentato della Santa Alleanza fosse definitivamente finito assieme alle dinastie che l’incarnavano. A differenza di quella francese, le altre rivoluzioni europee del ‘48 ebbero un significato quasi esclusivamente politico-nazionale: studenti, media borghesia, intellettuali si mobilitarono e misero in crisi l’ordine costituito in nome delle riforme liberali e della questione nazionale. Fu proprio negli stati sotto il dominio della dinastia asburgica che la febbre rivoluzionaria trovò un centro d’irraggiamento. L’insieme territoriale che essi costituivano era particolarmente eterogeneo e perciò vulnerabile con ripercussioni che andavano dalla Germania all’Italia. Già il 3 marzo la dieta ungherese, sotto la guida di Kossuth, lanciava la parola d’ordine dell’autonomia da Vienna, dando vita a un governo liberale che emancipava i contadini dal sistema feudale ancora in vigore. Il programma venne ripreso e rilanciato il giorno 11 a Praga dai liberali boemi: la disgregazione dell’ordine imperiale, che sembrava non incontrare ostacoli, si fece presto sentire nella stessa Vienna, dove una sommossa (13-15 marzo) provocò la caduta del cancelliere Metternich che da quarant’anni dirigeva la politica degli Asburgo. L’imperatore Ferdinando I fu costretto a promettere una costituzione, a proclamare la libertà dei contadini dal sistema feudale e, in seguito, ad abdicare a favore del nipote

diciottenne Francesco Giuseppe. Di fronte allo sgretolamento del potere asburgico proprio nel suo centro vitale viennese, ripresero vigore tutte le tendenze autonomiste dell’impero multietnico: la Croazia proclamò la propria autonomia e in Italia il potere militare e politico austriaco si dissolse a Milano (con l’insurrezione delle «Cinque giornate» che costrinse alla fuga le truppe del maresciallo Radetzky), a Venezia (dove fu proclamata la Repubblica di San Marco) a Parma e Modena. Carlo Alberto di Savoia in parte ne fu trascinato, in parte pensò d’approfittare di questa situazione per porsi alla testa del moto anti-austriaco e anche in Toscana, a Roma e a Napoli i rispettivi sovrani si dichiararono disposti a seguirlo. A nord, in Germania, nazionalismo tedesco e liberalismo s’incontrarono sulle barricate di Berlino (18 marzo), dando il via a un tentativo d’unificazione politica della Germania che era divisa tra lo stato prussiano e numerosi principati e regni. Ovunque le pressioni popolari costrinsero i principi a revisioni istituzionali di carattere liberale e lo stesso Federico Guglielmo IV di Prussia accettò una proposta di compromesso con la borghesia, chiamando al governo i suoi esponenti. Il generale sommovimento tedesco portò alla convocazione di un pre-parlamento (con rappresentanti di tutti gli stati) con sede a Francoforte che aveva il compito di discutere e realizzare le condizioni per l’unità tedesca. Quest’assise si sarebbe però presto divisa sui contrasti per la definizione geografica del termine «Germania»: da un lato una corrente detta dei «piccoli tedeschi» fautrice dell’unità sotto la corona prussiana; dall’altro quella dei «grandi tedeschi» che facevano riferimento all’unità di tutte le popolazione di lingua tedesca sotto gli Asburgo. Questi contrasti indeboliranno il ruolo del parlamento e quando, passata la ventata rivoluzionaria, la Prussia riprenderà il controllo della situazione interna,


esso verrà sciolto con la forza, ponendo le premesse per l’egemonia prussiana sugli altri stati tedeschi. La disgregazione dell’ordine istituzionale parve realizzare le condizioni per una trasformazione profonda delle strutture statali in senso liberale e conforme alle aspirazioni «nazionali». Contemporaneamente fece emergere l’esistenza dei bisogni delle classi sociali più deboli e il loro protagonismo: tuttavia, se si prescinde dalla Francia, nell’Europa continentale la questione del conflitto sociale si poneva in maniera indiretta – per lo scarso grado d’industrializzazione – e il ruolo degli operai e degli artigiani nelle rivoluzioni del ‘48 non andò oltre la semplice partecipazione alle sollevazioni, la cui direzione rimase sempre in mano a ristrette elite borghesi o – addirittura – aristocratiche. Dove conflitto sociale vi fu, come in Germania, esso ebbe per protagonisti l’aristocrazia terriera da un lato e la borghesia urbana dall’altro. Questa fu una delle cause principali del successivo riflusso e della vittoria della reazione, perché continuò a persistere un certo distacco tra le direzioni politiche delle rivolte e la grande massa della popolazione che partecipò alle rivoluzioni soprattutto perché esasperata dalla crisi economica e dalla persistenza di rapporti feudali (soprattutto nelle campagne), ma non seppe mai dotarsi di riconoscibilità politica. Inoltre il contenuto nazionalistico del ‘48 permise lo sviluppo dei movimenti ma li portò spesso a scontrarsi gli uni con gli altri. Una divisione su cui giocarono le case regnanti per imporre una nuova restaurazione, soprattutto nell’area slava, dove i nazionalismi particolaristici finivano per assecondare l’egemonia della grandi potenze: esemplare fu il caso dell’appoggio dato dai croati (che sognavano un Regno di Croazia, Slavonia e Dalmazia associato a uno stato federale austriaco) alla repressione austriaca sull’Ungheria di Kossuth, nel timore di una futura oppressione magiara.

Nuova restaurazione, future nazioni Non erano passati tre mesi dalla caduta dell’uomo simbolo della restaurazione, Metternich, che la rivoluzione europea cominciava a subire le prime importanti sconfitte. Con una velocità simile a quella con cui si era diffuso, il vento del rinnovamento venne sopito. Isolato e sconfitto il moto sociale in Francia, nel centro dell’Europa furono le armi austriache a riportare, ancora una volta, l’ordine. L’esercito costituiva il sostegno più solido degli Asburgo: una volta assorbito l’impatto della ventata rivoluzionaria, verificate le divisioni dei nazionalismi e delle correnti politiche che attraversavano il fronte liberale, l’Austria poté rifondare sulla forza militare il proprio potere. Ripristinato l’ordine imperiale a Vienna con Francesco Giuseppe, Praga fu la prima città a provare a sue spese l’efficacia dello strumento militare: a giugno il principe Windischgratz bombardò la città e la prese militarmente schiacciando ogni pretesa autonomistica e imponendo il governo imperiale con lo stato d’assedio che rimarrà in vigore fino al 1854. A partire da luglio Radetsky inflisse all’eterogenea alleanza degli italiani una serie di sconfitte militari, facilitate dalle divisioni e dalle divergenze politiche che attraversavano il nazionalismo della penisola. In Ungheria l’esperienza indipendentistica terminò con una vera e propria guerra tra ungheresi e austriaci: dopo aver occupato Budapest nel gennaio del ‘49 ed esserne ricacciati da una nuova rivolta in aprile – cui era seguita la proclamazione dell’indipendenza dell’Ungheria – le truppe austriache, con l’appoggio determinante di quelle russe, boeme e croate, sconfissero quelle ungheresi in agosto riprendendo il controllo della regione, che sarà governata per lunghi anni con lo strumento dello stato d’assedio. Anche in Germania,

L’ incisione intitolata «quarta giornata, la Vittoria», realizzata da Ernest Dargent per la serie «Histoire d’un crime», illustra drammaticamente il colpo di stato del 2 dicembre 1851

sciolto il parlamento di Francoforte, la situazione era tornata a quella decisa con il congresso di Vienna. L’area tedesca appariva così ancora divisa: al nord una serie di stati sottoposti a una progressiva influenza prussiana con una borghesia che – delusa dalla mancata unità – «abbandonava la politica» per dedicarsi completamente agli affari, allo sviluppo della grande industria e dell’alta finanza; più a sud uno stato multinazionale e centralista, attorno all’imperatore d’Austria, tenuto assieme dalla burocrazia e dalla forza militare, ma tendenzialmente in decadenza per l’immobilismo economico e i conflitti nazionali che ne impedivano lo sviluppo. In poco più di un anno non uno dei governi emersi dalle rivoluzioni europee era ancora in piedi. Alla restaurazione dell’assolutismo nell’Europa centrale fece riscontro la nascita di un regime autoritario e imperialistico proprio dove il ‘48 aveva avuto una svolta decisiva, in Francia. La Seconda Repubblica nata dalla sconfitta del movimento operaio, ebbe un’esistenza precaria ed effimera. Luigi Bonaparte instaurò una politica progressivamente conservatrice (dalla legge sull’istruzione che delegava al clero la diffusione

dei valori più adatti a «difendere meglio l’ordine, la famiglia, la proprietà, la religione» al restringimento del suffragio universale, alla limitazione della libertà di stampa e di riunione), fino ad arrivare a un vero e proprio colpo di stato. Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1852 – cui per legge egli non avrebbe potuto concorrere – mise in atto un pronunciamento militare: il 2 dicembre 1851 sciolse la Camera arrestandone gli esponenti più conosciuti e indicendo un plebiscito che modificava la costituzione, conferendogli poteri decennali. Sempre più convinto di poter aspirare a raccogliere l’eredità di Napoleone I, indiceva pochi mesi dopo un altro plebiscito – anche questo caratterizzato da brogli – con cui veniva proclamato l’Impero ereditario per Luigi Bonaparte «imperatore dei francesi per grazia di Dio e volontà della Nazione», col nome di Napoleone III. L’avvento di questa dittatura personale, che imprimerà una svolta importante nella storia francese, decretò la fine della rivoluzione europea: iniziava l’era delle grandi potenze nazionali, del pieno sviluppo della borghesia industriale, del conflitto sociale tra capitale e lavoro, della guerra degli stati in nome dei popoli.

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EDE H SC RIVOLUZIONI

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Italia1848-49: larivoluzione ègiàfinita Il Quarantotto italiano era stato preannunciato da un movimento riformista che aveva interessato lo Stato della Chiesa, la Toscana e il Piemonte. Le riforme moderatamente liberali di Pio IX, Leopoldo II e Carlo Alberto e quell’embrione d’unita nazionale costituito dalla «Lega doganale italiana», non potevano essere considerati come una svolta radicale nella politica sostanzialmente conservatrice degli stati italiani, ma erano il tentativo di alcuni governi e case regnanti di smorzare la potenziale dirompenza del radicalismo repubblicano, recuperando il consenso delle componenti moderate del liberalismo italiano. In questo contesto s’inseriva l’atteggiamento anti-austriaco di Carlo Alberto di Savoia. Tuttavia quelle piccole riforme bastarono per creare nuove aspettative tra la borghesia e l’aristocrazia delle città: lo scoppio dell’insurrezione siciliana di gennaio e la grande eco della rivoluzione francese di febbraio, rimisero in moto le istanze liberali e, negli stati italiani non sottoposti al controllo diretto dell’Austria, vennero concesse delle costituzioni che introducevano il principio parlamentare. Di particolare rilievo fu lo Statuto Albertino, concesso da Carlo Alberto il 4 marzo del ‘48, che divenne poi la carta costituzionale dell’Italia monarchica e che rimarrà in vigore fino al dicembre del 1947. In esso veniva proclamata la libertà di culto (pur riconoscendo quella cattolica come religione di Stato) – ponendo fine a secoli di persecuzioni religiose nei confronti di ebrei e protestanti – si delegava al re il potere esecutivo, mentre quello legislativo veniva esercitato da due Camere, una elettiva e l’altra di nomina regia. Fu con la crisi istituzionale austriaca – in seguito all’insurrezione viennese – che tutta l’Italia fu investita dal vento rivoluzionario, mettendo in luce ancora una volta come l’assetto politico della Penisola fosse garantito unicamente dalla forza delle armi austriache. Venezia insorse per prima: il 17 marzo la folla liberava i prigionieri politici Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, messi a capo della Repubblica di San Marco. Il giorno successivo insorse Milano e la popolazione, in cinque giornate di battaglia, metteva in fuga le truppe del maresciallo Radetzky, che si rifugiavano nel quadrilatero, l’area militare costituita dalle quattro città fortificate di Peschiera, Mantova, Verona e Legnago. A Milano l’opposizione antiaustriaca era da tempo attiva, prima con lo «sciopero del fumo», poi con manifestazioni di piazza. Essa aveva due

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anime: la prima era quella moderata dell’aristocrazia cittadina – le cui figure più significative erano Gabrio Casati (podestà della città) e il conte Borromeo – che sperava nell’intervento militare del Piemonte, confidando nell’annessione della Lombardia allo stato sabaudo, in vista di un mutamento politico e istituzionale che non cambiasse l’assetto sociale della regione, né la sua classe dirigente; il secondo «partito» era quello dei democratici – con il federalista Carlo Cattaneo in primo piano – che si batteva per un autonomo processo d’emancipazione della Lombardia dal dominio austriaco, ritenendo che l’annessione al Piemonte non avrebbe comportato una democratizzazione della regione ma il suo semplice inserimento in uno stato arretrato e anti-liberale. Per i moderati l’insurrezione anti-austriaca doveva servire a rompere le resistenze di Carlo Alberto e convincerlo a muovere guerra all’Austria; per i democratici essa doveva porre le basi per un’unione federale degli stati italiani, senza alcuna ipoteca dei Savoia sul processo d’emancipazione nazionale. Proprio come era successo in Francia nella rivoluzione di febbraio, furono i moderati a dirigere un’insurrezione sul cui esito ebbero un ruolo decisivo gli operai e gli artigiani: questa divisione fu resa ancor più evidente dalla costituzione di un Consiglio di guerra sotto l’influenza dei repubblicani che diresse le operazioni militari contro le truppe austriache accanto a un Governo provvisorio formato dall’aristocrazia cittadina (oltre al Casati e al Borromeo, il conte Giulini, il conte Porro e il conte Litta) che strinse i contatti con Carlo Alberto, convincedolo – quando Milano era ormai liberata – a dichiarare guerra all’Austria. Ciò coincise con le insurrezioni anche nei ducati di Parma e Modena, con la fuga dei rispettivi sovrani e la creazione di governi provvisori. La scesa in campo del Piemonte determinò il prevalere dell’ipotesi moderata: le insurrezioni popolari finirono per diventare il supporto della guerra dei Savoia all’Austria e gli iniziali successi dei piemontesi – facilitati dallo sbandamento delle truppe austriache conseguente alla crisi di potere in corso a Vienna – indussero Milano, Parma, Modena, Reggio e Piacenza a chiedere l’annessione al Piemonte. Il 29 maggio con un plebiscito la popolazione di Milano – sotto la direzione del governo provvisorio lombardo – si pronunciava per l’unione al Regno di Sardegna. La prima fase della guerra suscitò molte speranze nell’intera penisola: anche il papa, il re di Napoli e il granduca di Toscana inviarono delle truppe a combattere con quelle di Carlo Alberto e con i volontari guidati da Giuseppe Garibaldi, ritornato dall’America del sud. In aprile e a maggio gli austriaci vennero battuti prima a Pastrengo e poi a Goito: il 30 maggio uno dei vertici del quadrilatero, Peschiera, cadeva in mano ai piemontesi. A questo punto, però, Carlo Alberto sospese le operazioni militari dedicandosi all’azione politica e accentuando lo spirito espansionista della guerra che veniva sempre più presentata come «piemontese»: il comando fu cen-


tralizzato nelle mani degli ufficiali dei Savoia e in ogni città emissari di Carlo Alberto si misero al lavoro per far prevale la tesi annessionistica. Nel frattempo Pio IX, timoroso di provocare lo scisma dell’Austria, aveva dichiarato la neutralità dello Stato della Chiesa e ritirato le sue truppe. Quest’incrinarsi del fronte anti-austriaco indusse anche Leopoldo di Toscana a ritirare i propri soldati, mentre il 15 maggio Ferdinando di Borbone revocava la costituzione e ordinava al generale Guglielmo Pepe d’abbandonare l’alleanza con i piemontesi. Nel frattempo l’onda delle rivoluzioni europee andava esaurendosi: gli Asburgo avevano ripreso il controllo della situazione interna e l’Austria stava riportando il proprio ordine in tutto il suo vasto impero. Molti volontari continuarono a rimanere a fianco dei soldati di Carlo Alberto (così fecero gli stessi generali napoletani Durando e Pepe), ma il confronto militare stava assumendo sempre di più le caratteristiche di uno scontro austro-piemontese e le vicende militari non potevano non risentire di questo nuovo contesto. L’arrivo dei rinforzi austriaci e una conduzione militare miope da parte di Carlo Alberto e dei suoi generali (i piemontesi non si fidavano dei corpi volontari – che muovendosi velocemente potevano mettere in difficoltà l’esercito di Radetzky – e si affidavano unicamente alle proprie truppe, poco consistenti e lente) determinarono un rovesciamento dei rapporti di forza alla ripresa delle ostilità, in luglio. Il 25 i piemontesi venivano sconfitti a Custoza e Carlo Alberto ripiegava su Milano, promettendo alla popolazione di difendere la città dagli austriaci. In realtà il re Savoia stava patteggiando la resa all’Austria: abbandonava Milano e il 9 agosto firmava un’armistizio, ritirandosi oltre il Ticino. Garibaldi non accettò l’armistizio e continuò a battersi con pochi

Un episodio della battaglia di Custoza, combattuta tra il 22 e il 27 luglio del 1848, tra le truppe piemontesi e quelle austriache, segnò l’inizio della fine di Carlo Alberto, che culminerà nella disfatta di Novara, l’anno dopo. Illustrazione tratta da «Storia del Risorgimento italiano» di L. Edoardo Manara, F.lli Treves-Milano, 1935

volontari, finché fu costretto a rifugiarsi in Svizzera, mentre Venezia – assediata – proclamava la repubblica. Il comportamento di Carlo Alberto e il fallimento della «guerra regia» determinò la ripresa dell’iniziativa dei democratici e dei repubblicani. L’esempio della guerra di popolo di Venezia ebbe una grande eco soprattutto a Roma: nel novembre del ‘48 veniva ucciso in un attentato il capo del governo e Pio IX abbandonava una città che non riusciva più a controllare, determinando la proclamazione della Repubblica Romana. La Costituente dichiarò decaduto il potere temporale del papa e nel marzo ‘39 veniva costituito un triumvirato (Mazzini, Saffi e Armellini) che affidava il comando delle truppe volontarie a Garibaldi. Nelle stesse settimane Carlo Alberto, pressato dal nuovo governo liberale del Piemonte e timoroso di perdere la possibilità di giocare un ruolo determinante nel processo d’indipendenza italiano (a favore dei «repubblicani»), ruppe l’armistizio con l’Austria, riprendendo la guerra il 21 marzo. Ma il nuovo tentativo si risolse disastrosamente nel giro di pochi giorni. L’esercito piemontese dimostrò ancora una volta la sua inaffidabilità e una serie di ordini disattesi consentirono agli austriaci di varcare il Ticino e cogliere alle spalle le truppe di Carlo Alberto, che erano in movimento verso Milano. La battaglia di Novara del 23 marzo segnò la disfatta definitiva dell’esercito sabaudo: per salvare la dinastia e il regno, Carlo Alberto abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II e partì per l’esilio. La pace imposta dall’Austria costò al Piemonte una pesante indennità di guerra e l’occupazione per alcuni mesi della Lomellina e della città d’Alessandria. Nel resto d’Italia, repressa in dieci giorni una rivolta a Brescia, restaurato l’ordine borbonico a Napoli e (militarmente) in Sicilia, ritornato – dopo una breve parentesi – Leopoldo II in Toscana, resistevano Roma e Venezia. Nella futura capitale d’Italia i repubblicani, in un primo tempo, tennero testa alle truppe francesi e napoletane inviate per riportare sul trono Pio IX. Ma quando Luigi Bonaparte decise d’ingraziarsi definitivamente le simpatie dei cattolici francesi – anche per preparare la sua ormai prossima dittatura personale – il corpo di spedizione francese assunse un rilievo tale da sconfiggere ogni resistenza repubblicana. Per tutto il mese di giugno il generale Oudinot si scontrò con i rivoluzionari stringendo sempre di più il cerchio attorno al centro di Roma. Alla fine, dopo aver proclamato – quasi simbolicamente – la Costituzione, la Repubblica romana si arrese il 3 luglio, mentre Garibaldi fuggiva dalla città con 2.000 volontari nell’intenzione di raggiungere Venezia (che si arrenderà, stretta dalla fame e dal colera, solo il 23 agosto) attraverso le Valli di Comacchio e finendo col rifugiarsi, inseguito dagli austriaci, in Toscana. La più avanzata esperienza democratica italiana soccombeva così alle baionette del presidente della repubblica francese, arrivato al potere sulle spoglie di una rivoluzione che tante speranze aveva suscitato in Europa: era la raffigurazione estrema della fine dell’Europa dei popoli che lasciava il posto a quella degli stati nazionali in lotta tra loro.

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LETTURE

MARXELASTORIA DELLALOTTADICLASSE. UNALTRO‘48ERAPOSSIBILE L’interpretazione del più eccellente tra i testimoni della rivoluzione europea. Lo scontro sociale come filo storico, l’alienazione del lavoro come questione da risolvere. E il proletariato alla ricerca di una sua politica e di un suo «partito»

L

e rivoluzioni europee del 1848 ebbero numerosi testimoni eccellenti, che osservarono e descrissero quegli eventi da una posizione di privilegio, perché particolarmente interni alla ventata di rinnovamento che attraversò l’Europa. Tra queste testimonianze di particolare rilievo quella di Karl Marx, il cui pensiero fu segnato profondamente dagli eventi di quell’anno. La sua descrizione del Quarantotto francese costituisce un grande esempio di «giornalismo politico», di sintesi analitica dei fatti che portarono alla caduta del regime di Luigi Filippo e all’avvento di quello di Luigi Bonaparte. Alla vigilia delle rivoluzioni europee Marx, insieme al compagno e amico Friedrich Engels, aveva scritto quella che sarebbe poi diventata la più famosa e diffusa sintesi del «socialismo scientifico», il Manifesto del Partito Comunista. Redatto per conto della Lega dei Comunisti (un’associazione internazionale che raccoglieva operai di vari paesi europei, ma soprattutto tedeschi e francesi), il Manifesto fu stampato poche settimane prima della rivoluzione di febbraio e poi diffuso in tutta Europa, sopravvivendo all’organizzazione politica per conto della quale era stata scritta e all’usura del tempo. La storia interpretata come «storia delle lotte di classe di ogni società finora esistita»; la semplificazione rivoluzionaria operata dal capitalismo secondo cui «la società intera si va sempre più distinguendo in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato»; la centralità del «lavoro salariato» e dell’«alienazione cui ogni operaio è sottoposto in esso»; l’impoverimento progressivo del «moderno operaio che, invece di elevarsi col progresso dell’industria cade sempre più in basso e diventa povero»; l’inevitabilità della radicalizzazione progressiva dello scontro tra salariati e datori di lavoro che da economico diventa politico spingendo i salariati a «fondare associazioni permanenti per approvvigionarsi per le sollevazioni eventuali, che qua e là, diventano sommosse»; il ruolo politico dei comunisti che devono lavorare per la «for-

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mazione del proletariato in classe, il rovesciamento del dominio borghese e la conquista del potere politico»; il carattere internazionale delle lotte sociali e politiche dei lavoratori che hanno interessi comuni ovunque e «non hanno nulla da perdere tranne le loro catene e tutto un mondo da guadagnare». Queste enunciazioni attorno cui si sviluppa il Manifesto, costituiranno la base del pensiero marxiano, che diventerà la cultura politica maggioritaria nelle organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori. Marx ed Engels ebbero la fortuna di misurare – in poche settimane – ciò che avevano scritto alla vigilia del Quarantotto europeo con la realtà di una rivoluzione in corso; una rivoluzione che attendevano, che in qualche modo avevano preannunciato, ma cui parteciparono solo indirettamente perché espulsi prima dalla Francia e poi dalla Germania e costretti all’esilio londinese. Valutandola come una nuova rivoluzione borghese, ancora lontana da quella «costituzione del proletariato per sé» – una classe che si unifica, si organizza e diviene soggetto politico – che costituiva lo scopo dell’agire comunista e che segnerà tutto il corso della loro vita politica. Due sono i libri in cui vennero raccolti gli scritti di quegli anni, le riflessioni sugli eventi del Quarantotto e immediatamente successivi: Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 e Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte. La Francia fu il paese su cui Marx misurò le proprie concezioni, sia per la rilevanza della rivoluzione francese, sia per le sue caratteristiche sociali. Nell’evoluzione degli eventi francesi Marx vide, in primo luogo, la dimostrazione della sua filosofia della storia e la necessità di alcuni passaggi che non potevano essere superati col volontarismo. «Ad eccezione di alcuni pochi capitoli – così inizia Le lotte di classe in Francia – ogni periodo importante degli annali rivoluzionari dal 1848 al 1849 porta come titolo: Disfatta della rivoluzione! Chi soccombette in queste disfatte non fu la rivoluzione. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risultato di rapporti sociali che non si erano ancora acuiti sino a diventare violenti contrasti di classe, persone, illusioni, idee, progetti, di cui il partito rivoluzionario non si era liberato prima della rivoluzione di febbraio e da cui poteva liberarlo non la vittoria di febbraio ma solamente una serie di sconfitte. In una parola: il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell’insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario». Una sconfitta scritta nella storia e persino utile come esperienza per la rivoluzione del futuro, che ricolloca ciascuno nello scontro politico e di classe: questa la chiave di lettura marxiana del ‘48 francese. La rivoluzione di febbraio fu, per Marx, nient’altro che la sostituzione del dominio di una frazione limitata della borghesia con quello della borghesia nel suo insieme. Gli operai, gli artigiani, il popolo di Parigi erano stati determinanti nell’abbattimento di Luigi Filippo, ma lo sviluppo dell’industria era ancora troppo limitato in Francia per rendere possibile una rivoluzione che trasformasse l’ordine sociale esistente. Contavano relativamente poco, in questa rilettura storica, la volontà per cui «gli operai di Parigi, rovesciando il governo,

avevano l’intenzione ben determinata di rovesciare il regime della borghesia». Questa volontà rappresenta solo un sintomo di un processo in via di radicalizzazione, ma non garantisce l’esito della rivoluzione: «Gli operai – scrive ancora Marx – avevano fatto insieme con la borghesia la rivoluzione di febbraio; accanto alla borghesia essi cercavano di far valere i loro interessi, allo stesso modo che nel governo provvisorio avevano installato un operaio accanto alla maggioranza borghese. Organizzazione del lavoro! (uno degli slogan che caratterizzava la battaglia dei radicali per gli atéliers nationaux, ndr), Ma il lavoro salariato è l’attuale organizzazione borghese del lavoro. Senza esso non vi è né capitale, né borghesia, né società borghese. Un proprio ministero del lavoro! (altro obiettivo dei socialisti francesi del ‘48, ndr) Ma i ministeri delle finanze, del commercio, dei lavori pubblici, non sono forse i ministeri borghesi del lavoro? Accanto a essi un ministero proletario del lavoro non poteva non essere che un ministero dell’impotenza, un ministero dei pii desideri». La disfatta di giugno e la terribile repressione del generale Cavaignac, furono l’inevitabile conseguenza di un’immaturità sociale e politica del proletariato e dei socialisti francesi, persino il prezzo da pagare per la maturazione dello stesso movimento dei lavoratori: «Solo con la disfatta di giungo sono state create le condizioni entro le quali la Francia può prendere l’iniziativa della rivoluzione europea. Solo immergendosi nel sangue degli insorti di giungo il tricolore è diventato la bandiera della rivoluzione europea – la bandiera rossa. E il nostro grido è: la rivoluzione è morta! Viva la rivoluzione!». L’avvento al potere di Luigi Bonaparte, descritto nel successivo Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, costituisce per Marx il completamente esplicito – autoritario – del governo della classe borghese che diventa dittatura quando il conflitto di classe si fa aspro e mette in difficoltà gli equilibri tra le componenti politiche che rappresentano la borghesia. Questo però, per Marx, è solo il completamento dello scontro del giugno ‘48, un epilogo che può essere anche commentato con distacco e sarcasmo nel paragone tra gli esiti della rivoluzione francese del 1789 e quella del 1848, nella celebre citazione per cui la tragedia si ripete in farsa: « Caussidiere invece di Danton, Luis Blanc invece di Robespierre, il nipote (Luigi Bonaparte, ndr), invece dello zio (Napoleone Bonaparte, ndr). E la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnarono la seconda edizione del 18 brumaio». Ma quel che più conta per Marx erano i processi storici, le cause di fondo, l’analisi dei rapporti di classe: questo determina la politica e i suoi esiti: «Gli uomini fanno la propria storia – aggiunge, infatti, subito dopo – ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione». Le leggi della storia che sovrastano l’agire umano: nel difficile rapporto tra questa condizione di fondo e la volontà d’emancipazione «dell’umanità dalla schiavitù del lavoro», nella dialettica tra dati oggettivi e volontà soggettive, s’articolerà tutta la ricerca della rivoluzione di Karl Marx e di gran parte del movimento socialista, che alle sue opere cominciò a rifarsi proprio negli anni in cui moriva il sogno rivoluzionario degli operai parigini.

Friedrich Engels e Karl Marx, con la moglie Jenny e le figlie Laura ed Eleanor. A sinistra Marx all’inizio del suo esilio londinese in un dagherrotipo del 1849

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La repubblica romana (9 febbraio-4 luglio 1849) fu l’esperienza più democratica e avanzata tra quelle nate dalle rivoluzioni del 1848. abbattuto il potere temporale della chiesa e cacciato il papa, diretta dal triumvirato Armellini-Mazzini-Saffi, si concluse con l’intervento delle truppe francesi che, a colpi di cannone e con i nuovi fucili a retrocarica chassepots, riportò sul trono Pio ix. «Assedio di Roma, difesa del Vascello», illustrazione tratta da «Storia del Risorgimento italiano», 1935

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3. naZIONI


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La questione meridionale di Marco ROSSI-DORIA

introduzione

Lo stemma della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie. In copertina: gioacchino toma, «i figli del popolo», 1862

Mazzini diceva che «l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà». Dalla «liberazione» garibaldina alla

«conquista» savoiarda - e fino ai giorni nostri - la realtà socio-economico-culturale del sud italiano è il paradigma centrale e irrisolto di un paese unificato - anche in senso geografico - solo dall’alto

I

«

l l Sud è una zavorra», «il Nord ha sempre colonizzato il Mezzogiorno». Sul rapporto tra Nord, Mezzogiorno d’Italia e unità nazionale da anni ormai prevalgono le formulazioni semplificatorie. È uno dei troppi segni del degrado del pubblico dibattito in Italia. Ma a centocinquanta anni dall’Impresa dei Mille è forse tornato il tempo di invitare ogni cittadino a riscoprire la complessità della nostra storia, che è divisa e, al contempo, unitaria. Il manifesto, nel proporre ai suoi lettori di riprendere questa riflessione, ha scelto di dare, innanzitutto, un nome all’oggetto di cui si sta trattando. E viene in mente la frase di un personaggio della commedia Ditegli sempre di sì di Eduardo De Filippo che di fronte all’uso di tanti giri di parole - esclama: «...Ma c’è la parola...usiamola!» Sì, la «parola» c’è. Ed è, come nel passato: Questione meridionale.

Una lunga storia di sviluppo duale Gli storici hanno spesso assunto l’avvento al trono del Regno delle Due Sicilie di Carlo III di Borbone (1737) come l’inizio

di un progressivo sviluppo del Sud in senso borghese e capitalistico, avviato, dunque, 125 anni prima dell’unità. Il Regno borbonico ebbe alcuni tratti di modernizzazione paragonabili agli stati del Nord d’Italia: il superamento dei residui feudali e dei benefici ecclesiastici e corporativi, la trasformazione dell’agricoltura sulla base di rapporti di proprietà borghesi e di mercato, un avvio di industria manifatturiera, l’estensione dei trasporti marittimi e terrestri, il rinnovamento culturale, politico e sociale che, a Napoli, affiancò l’illuminismo francese, l’influsso della spinta napoleonica e l’esperienza dei nuovi regimi, la presenza dei moti liberali. Ebbe altri tratti, in parte dovuti alla configurazione geografica, che frenarono tale sviluppo e che posero le basi del dualismo Nord-Sud. Il mancato utilizzo agrario delle poche pianure, soggette alle paludi e alla malaria; le difficoltà nei commerci e nelle comunicazioni dovuti alla discontinuità del territorio per la divisione naturale appenninica tra le due coste e per l’insularità della Sicilia; la maggiore difficoltà nel coltivare,

SUPPLEMENTO AL NUMERO ODIERNO DEL MANIFESTO A cura di: Gabriele Polo Direttore responsabile: Norma Rangeri

L’AUTORE Marco Rossi-Doria è maestro elementare. Come «maestro di strada» a Napoli – ma ha insegnato anche negli Usa, a Parigi e Nairobi - ha attivato il progetto Chance, una scuola pubblica di seconda occasione. Ha fatto parte della delegazione italiana all’Onu sui diritti dell’infanzia e della

commissione del Consiglio dell’Europa sui bambini non accompagnati. Ha scritto «Di mestiere faccio il maestro» ed è co-autore di «La scuola deve cambiare». Premio Unicef per l’infanzia nel 2000, medaglia d’oro della Repubblica per la scuola e la cultura.

Progetto grafico e impaginazione: AB&C grafica e multimedia, roma www.ab-c.it — studio@ab-c.it

Stampa: SIGRAF Spa via Redipuglia, 77 Treviglio (BG) tel. 0363.300330 la conquista • 3|NAZIONI [1]


introduzione

dovuta al prevalere della collina e della montagna e la forte distinzione per territorio delle diverse produzioni agricole e dell’allevamento; l’assenza di un rapporto agevole tra città e campagne, con il minore sviluppo delle attività urbane di commercio e artigianato, a differenza del Nord, soprattutto padano; il peso spropositato delle due città capitali, Napoli e Palermo - poi definite «plebee e parassitarie» - che, con 400 mila e 250 mila abitanti (Milano e Torino ne contavano poche decine di migliaia), erano tra le più popolose d’Europa, due grandi centri mal collegati coi territori, molto congestionati e che drenavano risorse, a differenza del Nord dove vi era una rete di molti centri collegati tra loro e con le campagne. Inoltre, nel corso del secolo che portò verso l’unità, vi fu una crescita della popolazione molto più rapida che nel Nord, in assoluto e in relazione alle risorse disponibili: un fenomeno che è stato, ovunque, «creatore di sottosviluppo». A questi fattori strutturali va aggiunto il protezionismo commerciale borbonico mentre negli stati del Nord esplodeva la fase liberistica. Le classi dominanti del Mezzogiorno si plasmarono su investimenti immobiliari in fabbricati e terreni, credito usuraio, gestione dei possessi fondiari, affiancandovi l’esercizio delle libere professioni e degli impieghi pubblici, molto diversamente che nel Nord, dove cresceva l’imprenditoria manifatturiera, agricola, commerciale. Ciò determinò il loro conservatorismo sostanziale. Perché, al di là delle loro divisioni interne - tra democratici, liberali, moderati, reazionari - li univa la riscossione delle rendite fondiarie, la resistenza agli investimenti innovativi, la durezza contro i contadini e i lavoratori in genere, oppressi da miseria e debiti, privi di rappresentanza e di diritti civili.

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Giuseppe Garibaldi, il più ritratto dei personaggi risorgimentali è considerato uno tra i più grandi geni militari di tutti i tempi, insieme ad Alessandro il grande, Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte

L’impresa dei Mille e la conquista regia L’impresa di Garibaldi invase questo scenario con autentica vocazione democratica. Unificò politicamente la penisola, eliminò i dazi, impose una sola moneta. Federico Engels e Carlo Marx la salutarono come grande evento delle rivoluzioni nazionali e segno di volontà di riscatto della borghesia italiana dalle grandi potenze europee, che avrebbe col tempo facilitato l’unità anche del proletariato. I Mille suscitarono - tra i contadini, le plebi urbane, le parti innovative della borghesia meridionale – molte speranze e aspettative di nuovi diritti e ridistribuzione della ricchezza. Tuttavia l’impresa, fin dall’inizio, ebbe al suo interno una componente conservatrice, che capì che la condizione più sicura per la tenuta dell’unità d’Italia risiedeva nell’uso della forza contro l’eccesso di aspettative democratiche e sociali e nella stretta alleanza con le classi dominanti del Sud. La repressione violenta della rivolta contadina di Bronte da parte del generale Nino Bixio, durante l’impresa stessa, fu il segno di questo indirizzo. Alla fine dell’impresa, con l’esercito borbonico sconfitto sul fiume Volturno dall’armata garibaldina passata da mille a venti mila uomini, avvenne l’incontro a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Il re, a capo dell’esercito piemontese, scendeva la penisola per incontrare il capo delle camicie rosse e impedirgli eventuali bizze democratiche e repubblicane. L’iconografia del «tradimento delle aspettative dell’impresa» narra che, dopo la stretta di mano, Garibaldi rifiutò con cortesia di pranzare con il re e mangiò pane e cacio seduto su una pietra lungo la strada, prima di partire per il ritiro di Caprera. E gli storici si sono a lungo divisi tra l’attribuire, al generale rivoluzionario, saggezza o rinuncia. Resta Il Gattopardo, il romanzo e il film che meglio hanno rappresentato l’impresa

nella coscienza degli italiani del secolo seguente e che spiegò come tutto cambiò perché nulla cambiasse, la duratura metafora dell’Italia di sempre. La «conquista regia» - come fu poi chiamata - vide l’esercito volontario di Garibaldi subito sostituito da quello piemontese. Che avviò una durissima guerra decennale contro le sacche estese di rivolta contadina e di resistenza borbonica note come «il brigantaggio», una vera guerra civile che fece più vittime delle guerre d’indipendenza e comportò distruzione di culture e comunità. Alla base delle rivolte represse nel sangue vi furono gli alti fitti delle terre, l’accaparramento degli usi civici da parte di nuovi e vecchi padroni, la miseria delle mercede per il lavoro nei campi. La «conquista regia» abolì il protezionismo immettendo subito il Sud nel mercato nazionale e smembrando il complesso industriale borbonico. La borghesia meridionale usò il cambiamento di scena per reiterare la sua propensione alla rendita, non investì nel rinnovamento industriale e agricolo del Sud e, con i risparmi o grazie agli indebitamenti favoriti dalla nuova politica del credito, comprò le terre pubbliche ed ecclesiastiche immesse sul mercato e i titoli del nuovo stato e quelli ferroviari. L’oneroso regime fiscale - con il quale il Regno sabaudo sosteneva l’esercito e pagava la costruzione delle ferrovie nel Nord - fece lievitare le imposte fondiarie e la tassa sul macinato che colpì l’enorme massa dei poveri mentre l’imposizione della lunghissima leva militare – come poi narrò il Verga – tolse braccia preziose al Sud.

«L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà» Dunque, proprio le condizioni che sancirono l’unità politica rafforzarono la divisione reale dell’Italia. E valgono ancora le riflessioni di Antonio Gramsci sulle contraddizioni del Risorgimento e sui limiti storici delle

diverse componenti della borghesia italiana come cause della Questione meridionale. Nei decenni successivi - attraverso i governi della destra storica, della sinistra e dell’era giolittiana - i ceti dominanti nel Nord guidarono tutto l’indirizzo del Regno, accelerarono l’ammodernamento dell’agricoltura (anche in risposta alla crisi agraria europea, 1880-1895), estesero la base industriale del Paese e lo sospinsero nei mercati continentali e, poi, anche verso le avventure coloniali. La borghesia meridionale e i parlamentari e i ministri che la rappresentarono guardarono sempre al proprio interesse contingente, avviando e mantenendo, a tal fine, la pratica - che andò sotto il nome di trasformismo - di sostenere ogni nuovo governo pur di conservare i consueti privilegi. Così, la protezione delle nascenti industrie pesanti al Nord sfavorì l’economia meridionale che non aveva tali produzioni, doveva comprare i manufatti al Nord e non possedeva una solida rete di commerci con altri paesi. Mentre il Nord vide moltiplicare le innovazioni tecniche in agricoltura e, al contempo, crescere l’associazionismo, il Sud assistette a un perdurante immobilismo legato alla difesa della rendita che accentuò la miseria dei contadini, la quale sfociò in diffuse rivolte anziché in associazionismo, come quella dei «fasci siciliani», repressa duramente. Fu questo il tempo in cui le grandi narrazioni del Verga avviarono la rappresentazione del Sud nella coscienza della nuova nazione e iniziò a farsi strada, nella coscienza civile, che vi erano Due Italie - secondo l’espressione di Giustino Fortunato – e che, tuttavia, l’Italia non poteva che essere una. Il legame tra lo sviluppo del Mezzogiorno e la riuscita della nuova nazione era stata ben sintetizzata da una celebre frase di Giuseppe Mazzini: «L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno

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introduzione

sarà». Questa evidenza – ancora, per molti versi, attuale - fu portata nel dibattito politico e parlamentare e all’attenzione dell’opinione pubblica grazie alle dettagliate analisi dei primi meridionalisti (Pasquale Villari, Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino, Giustino Fortunato). Questi diedero voce - inascoltata - a un’idea dell’unità capace di ribaltare sia il protezionismo del Nord che l’alleato conservatorismo del notabilato del Sud. Ma le cose non andarono così. Mentre l’ammodernamento del Nord vedeva, insieme alla crescita delle forze produttive, l’affacciarsi sulla scena del movimento di contadini e operai, il più importante esito sociale della perdurante crisi del Mezzogiorno fu, invece, la grande emigrazione transoceanica, che vide partire dal Sud - tra il 1885 e il 1914 - cinque milioni di persone. Eppure, proprio la spopolamento conseguente all’emigrazione ebbe l’effetto-paradosso di una mitigazione della miseria meridionale a cui seguì finalmente una crescita della produzione agricola e zootecnica, l’avvio dell’industrializzazione, il miglioramento delle condizioni del credito, la formazione di zone di proprietà coltivatrice che interrompevano il latifondo, l’inizio di forme associative. Pesarono positivamente anche la diffusione della scuola pubblica e la lotta all’analfabetismo. Così, all’inizio del nuovo secolo, riprese più forte il dibattito sul Mezzogiorno (Fortunato, Nitti, Salvemini, Gramsci, Sturzo, Dorso) come «grande questione nazionale» che avrebbe potuto avere il suo asse risolutore nelle diverse interpretazioni - liberali o socialiste - dell’alleanza tra i produttori del Nord e del Sud; iniziarono le politiche pubbliche a sostegno del Sud (Legge su Napoli). Il vero inizio della grande storia comune tra Sud e Nord fu determinata in quegli anni dalla nascita dei partiti nazionali di massa

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(Popolare e Socialista), dal dibattito sull’entrata in guerra e soprattutto dalla prima guerra mondiale (1915-1918). Questa, infatti, vide contadini e operai del Nord e del Sud subire insieme «l’inutile strage» - come la chiamò il papa. Il successivo ritorno dal fronte e la comune rivendicazione della «terra a chi la lavora», l’occupazione delle fabbriche e la nascita dei consigli a Torino come a Napoli (1919), i moti del biennio rosso (1920-21), la crescita del movimento fascista, l’interruzione delle aspirazioni sociali e democratiche per l’avvento del regime mussoliniano costituirono altrettanti passaggi di questa vicenda pienamente condivisa. Al contempo l’inflazione, l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli, la ripresa massiccia dell’emigrazione e la crescita del valore delle rimesse degli emigranti favorirono, anche nel Sud, l’acquisto di centinaia di migliaia di ettari da parte dei contadini, un fatto che interrompeva l’immobilismo nelle campagne. Ma il regime fascista, che negò sempre l’esistenza della Questione meridionale e soffocò le voci dei me-

ridionalisti, favorì un nuovo e grave arretramento del Sud. Tra il 1926 e il 1941 - mentre vi fu un nuovo aumento demografico più rapido di quello del Nord la recessione mondiale e la sua gestione da parte del regime imposero la riduzione dei salari agricoli a sostegno dei latifondisti e fecero crollare i prezzi in agricoltura che allora contribuiva per il 70% alla formazione del

Sotto, un ritratto fotografico di Francesco II, realizzato dallo studio fotografico Fratelli D’Alessandri


dipinto di Salvatore Fergola, «inaugurazione della strada ferrata Napoli-Portici», 1840

degli anni ‘60 - vide partire dal Meridione altri cinque milioni di persone, dirette nell’Europa e nell’Italia del Nord e che costituirono una parte importante delle «risorse umane» del boom industriale.

Il Mezzogiorno di ieri e di oggi

reddito meridionale. E, intanto, si arrestarono l’emigrazione verso l’America e il flusso delle rimesse degli emigranti, colpiti dalla chiusura all’emigrazione italiana del 1921 e dalla grande crisi del 1929. La disoccupazione di massa e la miseria investirono di nuovo il Mezzogiorno. E non bastarono ad arginarle né l’arruolamento nelle guerre di Spagna e d’Etiopia né le lente politiche delle opere pubbliche (limitata bonifica, estensione delle reti stradali, lavori nelle città), né le fragili protezioni sociali (prima previdenza, piccolo imponibile di mano d’opera). Alla crisi si aggiunse il lutto della guerra (1939 – 1945), con gli uomini che morirono al fronte e, poi, le città bombardate a affamate. Il Mezzogiorno stremato fu portato a conoscenza del grande pubblico italiano e mondiale dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi. La risposta sociale alla grande catastrofe furono le occupazioni delle terre (1943 – 1948), il diffondersi dei nuovi partiti di massa (Dc, Pci, Psi) anche nel Sud e la ripresa massiccia dell’emigrazione che - dal 1943 alla fine

La Repubblica italiana - che è uscita vincitrice dal referendum costituzionale anche grazie al compatto voto repubblicano dei contadini e dei braccianti meridionali (a differenza dei loro proprietari e di gran parte delle plebi urbane che sostennero la Monarchia) - ha avuto tra le sue priorità la Questione meridionale, con il sostegno, diversamente argomentato, di tutte le forze politiche repubblicane e di una nuova leva di meridionalisti (Rossi-Doria, Saraceno, Compagna). È stato grazie alla spesa pubblica, finalmente indirizzata anche al Sud, che si sono ricostruite le città, i porti, le industrie e le reti stradali e ferroviarie, debellate la malaria e la miseria contadina, ammodernate le scuole e combattuto l’analfabetismo, attuato un «circoscritto ma consistente» esproprio del latifondo e ridistribuite le terre (riforma agraria), create estese opere di irrigazione, costruite infrastrutture, diffusa la sanità pubblica. Grazie all’intervento pubblico e al lungo ciclo espansivo, vi è stato il raddoppio della produzione agricola, la crescita costante del reddito pro capite e dell’aspettativa di vita e un’ampia industrializzazione, che, ha permesso al Mezzogiorno, insieme alla crescita dell’occupazione, di contribuire ai grandi movimenti sindacali e civili del Paese. Tuttavia tale sviluppo non ha saputo correggere gli squilibri tra aree di spopolamento e aree metropolitane, difendere il territorio da erosioni e inquinamenti, produrre un solido tessuto di medie imprese, evitare il concentrasi delle spese su opere pubbliche, edilizia, pubblico impiego e previdenza, impedire sprechi e clientele.

Dagli anni Ottanta a oggi, la scena è di nuovo peggiorata. Vi è stata una costante de-industrializzazione non contrastata da investimenti innovativi pubblici e privati e da piani strategici di riqualificazione urbana come in altre aree europee e italiane. È prevalsa la rendita finanziaria rispetto agli investimenti produttivi. È venuto a mancare il sostegno alla fragile rete di piccole e medie imprese. Non è riuscita ad imporsi una cultura della legalità, del merito e della concorrenza. E si è riproposta, aggravata, la storica questione delle classi dirigenti meridionali. La grande maggioranza del ceto politico meridionale, infatti, ha progressivamente dato luogo - insieme a vaste parti degli apparati pubblici e degli interessi corporativi e speculativi – a una nuova versione dell’antico «blocco» di potere sociale e politico, ora fondato sulla spesa pubblica, sulla rendita finanziaria e anche sugli immensi profitti del malaffare, come mostrano gli scioglimenti coatti degli enti locali, le inchieste giudiziarie, gli studi sull’intermediazione impropria. Tale blocco persegue i propri interessi attraverso le clientele elettorali e il sistema dei «pacchetti di voti» controllati entro un reticolato di fedeltà e gerarchie costruito intorno a un sistema di privilegi parassitari. Così, questo ceto si è, progressivamente, fatto «trasversale» all’odierna divisione tra destra e sinistra, travolgendo le aspettative di innovazione attribuite alla sinistra meridionale sul finire degli anni ottanta e riprendendo pienamente il carattere trasformista del notabilato meridionale entro le nuove condizioni del potere urbano. Negli ultimi quindici anni il peggioramento si è trasformato in un progressivo tracollo del Mezzogiorno, causato da molte cose insieme: le debolezze strutturali non superate, la de-industrializzazione, l’isolamento della borghesia imprenditoriale e la paralisi dell’azione

pubblica imposta dal nuovo blocco di potere locale, la spesa pubblica diminuita, parcellizzata e burocratizzata e il crescente, violento attacco che - oggi e ancora una volta - viene dal protezionismo del Nord, che sta drenando budget pubblici e disponibilità di crediti al Mezzogiorno. Così, in questi anni, vi è stata una lunga stagnazione economica, sono state massicciamente ridimensionate le produzioni, la classe operaia e i suoi rappresentanti ed è specularmente aumentata la disoccupazione, in particolare femminile e giovanile. Si è consolidato il monoreddito nelle famiglie e la povertà, che ora riguarda oltre un quarto della popolazione. È aumentata la dispersione scolastica, non sono mai decollate le politiche formative, sono stati recisi molti legami tra scuola, ricerca, produzioni e mercati. Si è diffuso in modo impressionante il precariato e il lavoro nero in ogni settore. È sorta e si è propagata una forma contemporanea di caporalato rurale e urbano semi-schiavistico nei confronti dei lavoratori immigrati. Le vaste periferie urbane sono divenute luogo permanente dell’emergenza sociale. E, insieme a tutto questo, sono cresciute le reti della finanza illegale e criminale, sostenute dalle molte mafie armate (Camorra, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita) mai debellate nonostante molti e anche eroici tentativi. E queste mafie hanno riempito i vuoti di sviluppo e oggi gestiscono l’integrazione tra mercati criminali locali e globali e danno vita a inestricabili agglomerati finanziari e di potere, che coinvolgono porzioni dell’economia legale, delle pubbliche amministrazioni e della politica, ben oltre i confini del Mezzogiorno. Così, i giovani del Sud - laureati o senza titolo, benestanti o socialmente esclusi -, posti di fronte a questi dati di fatto, stanno dando vita a un nuovo grande esodo dal Mezzogiorno.

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n a Z IONI Vittoria d’Inghilterra (Alexandrina Victoria di Hannover, 1819-1901), incoronata regina del Regno unito e imperatrice d’India il 20 giugno 1837, segnò un’epoca. Il suo fu il regno più lungo della storia inglese e sotto di esso la Gran Bretagna raggiunse il suo massimo potere, dominando la scena politica ed economica del mondo. fotografia di Alexander Bassano (1882), Londra, National Portrait Gallery

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1844: il telaio meccanico usato nell’industria tessile durante la rivoluzione industriale

ilTRIONFO DELLABORGHESIA Dopo le rivoluzioni del 1848 l’Europa completa l’opera iniziata nel 1789. Una nuova rivoluzione industriale e il liberismo economico aprono l’era della borghesia. Segnata dal dominio inglese a scapito della Francia. Mentre la Germania diventa potenza, gli Usa già preparano il nuovo secolo e nelle «periferie» del mondo trionfa il colonialismo europeo.

I

l ventennio seguente la sconfitta delle rivoluzioni del 1848 fu caratterizzato da uno sviluppo senza precedenti dell’economia europea. In quegli anni si avviò una «seconda rivoluzione industriale» che radicalizzò e diffuse in tutto il continente le relazioni economiche inaugurate da quella avvenuta in Inghilterra tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Questo salto in avanti visualizzato dal passaggio dallo «stadio del cavallo» a quello «delle ferrovie» - aprì la strada alla fase che gli storici definiscono come «apogeo del capitalismo liberale». Negli anni tra il 1850 e il 1870 l’economia e la società dei principali paesi europei assunsero quelle caratteristiche che sarebbero poi state mantenute - pur con modalità diverse - fino alla prima guerra mondiale: concentrazione dei capitali e della produzione, centralità dell’industria pesante, rapida evoluzione tecnologica sotto la spinta dell’innovazione scientifica, sviluppo dei flussi migratori dalla campagna verso le aree urbane e dall’Europa verso le Americhe, inasprimento dei conflitti sociali (in particolare di quello tra capitale e lavoro), drastica divisione internazio-

nale del lavoro con la specializzazione produttiva delle diverse aree geografiche, creazione di un mercato mondiale ed esasperata concorrenza al suo interno. Il ventennio d’oro del «libero scambio» e del rapido sviluppo industriale, fu poi seguito da un periodo di lunga recessione e stagnazione, caratterizzato dal protezionismo doganale e dal-

IL POTERE DELLE OFFICINE Nella seconda metà dell’800 si completa la rivoluzione industriale iniziata alla fine del ‘700. L’economia mondiale marcia – pur tra periodiche crisi e recessioni – sul ritmo delle fucine inglesi. Il telaio meccanico era stato il tramite della prima rivoluzione industriale – diventandone il simbolo -, mentre tra gli anni ‘50 e ‘70 del XIX secolo saranno il ferro, l’acciaio e la ferrovia a rappresentare la nuova fase dello sviluppo capitalistico. Dal tessile si passa alla centralità del settore metallurgico e le industrie diventano sempre più grandi per dimensioni e numero di operai, sempre più pesante il lavoro. Come 50 anni prima, è l’Inghilterra il cuore del nuovo balzo in avanti dell’economia mondiale e proprio da questo sviluppo deriverà il ruolo di prima potenza mondiale della Gran Bretagna.

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la concorrenza tra le economie dei principali stati europei: ma questo cambiamento di fase non costituì una svolta, bensì un’evoluzione delle caratteristiche di fondo della seconda rivoluzione industriale. Furono lo sviluppo e il libero scambio di capitali a esasperare la concorrenza e a determinare l’assunzione di particolari «politiche economiche nazionali» da parte dei grandi stati europei e a preparare le condizioni per la futura grande guerra in Europa. Tutto questo fu «impostato» negli anni che seguirono le rivoluzioni del ‘48, quando il capitalismo unificò sotto le sue regole l’Europa, quando si formarono i grandi stati nazionali, quando le classi dirigenti del continente si concentrarono nella gestione e nella difesa della trasformazione economica e sociale determinata dall’ età «del ferro e dell’acciaio».

Il nuovo disordine mondiale A ridosso degli anni ‘50 dell’800 i termini della politica europea si «rovesciarono»: se il trentennio seguito al congresso di Vienna era stato caratterizzato da una grande instabilità interna ai vari stati (un’epoca di tentativi rivoluzionari) e da una sostanziale stabilità nei rapporti internazionali (un periodo di pace), nel ventennio 1850-70 il conflitto in Europa sarà soprattutto quello tra le nazioni. La guerra tornerà ad essere lo strumento principale della politica internazionale: in particolare, in questo periodo, sarà quasi intesa come un’articolazione della diplomazia, un mezzo con cui perseguire dei fini politici precisi. Le guerre europeee di questo ventennio furono tutte «limitate»: abbastanza brevi e geograficamente delimitate conoscevano continui rovesciamenti di alleanze e schieramen-

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«The illustrated london news», 17 Settembre 1870: la penna di Frederick Barnard «fotografa» un caffé parigino durante l’intermezzo tra la battaglia di Sedan e l’Assedio di Parigi

SCAFFALI Sull’800 europeo e l’egemonia britannica: Eric J. Hobsbawm, «Il trionfo della borghesia, 1848-1875» (Laterza, 2003), George K. Clark, «L’Inghilterra vittoriana, genesi e formazione (Jouvence, 1981), M. Lewis. «Gli inglesi in India» (Zanichelli, 1968), F. Helgels, «La condizione della classe operaia in Inghilterra» (Editori riuniti, 1960).

ti, conseguenti agli scopi delle potenze europee in perenne precario rapporto tra loro. Furono questi gli anni della formazione definitiva delle grandi potenze europee e dei rispettivi regimi politici; che prepararono il passaggio dal liberismo all’imperialismo; che segnarono l’emergere della Germania e il lento declino della potenza francese, mentre l’Inghilterra continuava a rimanere il paese più potente, ricco e sviluppato. Ma furono anche gli anni in cui cominciò a risultare visibile l’allargamento dei «confini del mondo», in cui la mondializzazione dell’economia poneva l’Europa al centro di processi politici e sociali che non s’esaurivano nel vecchio continen-

te: la guerra civile americana diventava il passaggio critico verso l’emergere della potenza Usa, in estremo oriente il Giappone usciva dal suo isolamento, il colonialismo europeo inglobava Asia e Africa nel sistema capitalistico mondiale. Il nuovo disordine europeo era il prodotto di vari fattori. In primo luogo, la seconda restaurazione conseguente alle rivoluzioni del ‘48 poggiava su fragili fondamenta: le questioni nazionali italiana e tedesca minavano la stabilità dell’impero asburgico (sempre più alle prese anche con altri nazionalismi slavi); nei Balcani riemergeva la «questione orientale» per la crisi dell’impero Ottomano, alimentata anche dalle mire russe


di sbocco al Mediterraneo e dai tetativi austriaci di recuperare in quell’area ciò che gli Asburgo stavano perdendo più a occidente; continuava lo scontro d’interessi tra Russia e Inghilterra - sorto subito dopo il congresso di Vienna - per imporsi come potenza guida; la Francia, con Luigi Bonaparte-Napoleone III, perseguiva una politica espansionistica in Europa per riproporre la centralità francese sul continente. Queste contraddizioni internazionali venivano acuite da processi ideologici e politici interni agli stati. Superato il trauma del 1848 i ceti dominanti tendevano a trasferire il conflitto sul piano internazionale attraverso politiche nazionalistiche che coinvolgessero le masse popolari per sopire il conflitto di classe alimentato dallo sviluppo industriale in corso. Erano i primi segnali di quel nazionalismo bellicista che sarebbe stato sempre più diffusamente usato dai gruppi dominanti per stabilizzare la propria base di consenso: per garantire la pace sociale interna e la stabilità dei gruppi dirigenti, le masse dovevano essere convinte che il «nemico» era lo straniero, non le loro classi dominanti. Il nazionalismo come collante ideologico per mantenere lo status quo, nacque nel ventennio ‘5070 e sarebbe diventato sempre di più la strategia ideologica dei ceti dominanti. Ma le rivoluzioni del ‘48 erano state anche un forte trauma per le classi dirigenti dei paesi europei e avevano rinsaldato l’alleanza tra una parte dell’aristocrazia e l’alta borghesia. L’epoca del liberismo fu contraddistinta dal tentativo di trovare un compromesso tra l’oppressione arbitraria di un monarca e le aspirazioni alla democrazia delle masse, in modo che la borghesia assumesse un ruolo centrale e decisivo. È significativo come un uomo politico francese di metà Ottocento, Casimir Perier, esprimesse questo obiettivo: «Se non c’è monarchia, il regime va alla deriva verso la democrazia e allora la borghesia non è più padrona. Ora, è necessario che essa lo sia, per ragioni di principio e perché è la più

capace». Il liberalismo europeo di fine Ottocento escludeva sì governi fondati sull’autorità proveniente dalla tradizione, ma anche qualunque ruolo decisionale autonomo del popolo. La rappresentanza, le elezioni, avevano lo scopo di designare rappresentanti capaci di trasformare in leggi le esigenze di quella parte della nazione (dal 15 al 30% della popolazione) che godeva dei diritti politici. In alcuni paesi, nel corso della seconda metà dell’Ottocento, si raggiunse il suffragio universale maschile, in altri il processo si prolungò fino al secolo seguente; dovunque, però, le «regole del gioco politico» furono messe a punto da uomini politici borghesi e ne garantirono la presenza al potere, mettendo al sicuro lo sviluppo e la libertà degli affari. Questo liberalismo economico e politico si coniugò col nazionalismo in nome della modernizzazione, contro le frammentazioni regionali (nel caso di Germania e Italia), ma anche in nome della competizione tra grandi potenze (come nel conflitto d’interessi anglorusso e in quello, successivo, tedesco-francese).

L’era della Inghilterra liberale Tra tutti gli stati europei, quello che più di ogni altri divenne il simbolo del modello liberale fu l’Inghilterra. Il Regno unito della regina Vittoria - salita al trono nel 1837 - fu un esempio di stabilità e continuità. Anche in paesi come il Belgio e l’Olanda, il modello politico fu quello di una monarchia parlamentare, con un confronto tra partiti che rimaneva nei confini della competizione elettorale e nell’alveo di una continuità che assorbiva al suo interno le trasformazioni istituzionali in corso e il confronto tra le classi; tuttavia l’Inghilterra per la sua rilevanza economica e politica, divenne il simbolo stesso del «trionfo del liberalismo» e il regno della regina Vittoria fu considerato come una vera e propria «era», sia per la sua longevità (dal 1837 al 1901), sia perché stabilì un modello sociale che si identificava

la Resa di Napoleone III dopo la battaglia di Sedan, il primo SETTEMBRE 1870

Otto von Bismarck

Nella seconda metà dell’800 si realizzarono - parallelamente e con molte caratteristiche comuni - l’unità tedesca e quella italiana. In entrambi i casi si trattò di annessioni sotto la guida di una monarchia e attorno a uno stato già esistente; quello prussiano per la Germania, quello sabaudo per l’Italia. Dopo il 1848, sconfitte le rivoluzioni, il nazionalismo tedesco abbandonò l’idealismo e all’insegna del realismo si spostò rapidamente dal suo carattere liberale e democratico alla realpolitik autoritaria del cancelliere prussiano Otto von Bismarck,

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n a Z IONI Il grande raduno Cartista di Kennington Common, il 10 aprile 1848: la sinistra inglese prima della nscita delle Trade Unions e del Labour. La foto è di William Kilburn, un bianco e nero poi colorato. Nella pagina seguente, barricate della Comune di Parigi, 1871: il primo tentativo di «stato operaio»

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con i valori della borghesia imprenditoriale, il suo attivismo economico, il suo individualismo e il suo moralismo. Stabilità e regime liberale furono resi possibili dal benessere economico che l’Inghilterra aveva raggiunto nei primi decenni dell’800. Con il più imponente e moderno apparato industriale del mondo, il controllo del commercio internazionale, il predominio in campo finanziario (la sterlina era la moneta di riferimento mondiale), la Gran Bretagna poteva permettersi aperture politiche e sociali che lenivano i contrasti di classe, come non accadeva in nessun altro paese europeo. Il regime democratico di tipo liberale inglese, prese forma definitiva tra il 1850 e il 1880, senza che la vita politica di quel paese subisse grandi tensioni.

I governi liberali e conservatori (Whig e Tory) si succedettero in una linea di sostanziale continiutà, garantita dall’ideologia liberista del laisser faire, laisser passer. I contrasti sociali e le tensioni rinnovatrici vennero assorbiti dentro il sistema politico e - contemporaneamente - ne cambiarono le istituzioni e parte delle regole. Il sistema politico inglese era ancorato alla riforma elettorale del 1832 che dava il diritto di voto al 15% della popolazione adulta maschile: il parlamento - diviso in due camere - legiferava e di fronte a esso doveva rispondere il governo; la monarchia rappresentava l’unità e la continuità dello stato, ma aveva scarsi poteri politici. Il potere era, quindi, patrimonio quasi esclusivo di un’oligarchia ed era fortemente influenzato dall’aristocrazia

delle campagne. Incarnazione di questa democrazia elitaria furono i governi whig presieduti da Henry Palmerston che negli anni Cinquanta perseguirono il liberalismo economico ortodosso, con una politica estera antiaustriaca e favorevole alle cause nazionali europee. Con gli anni Sessanta il quadro cambiò. Si riaccendeva la lotta politica sotto la spinta della «scuola di Manchester», una corrente di pensiero liberista che con il triplice motto «pace, economia, riforme», incarnava il bisogno d’allargamento di base politica per una società in cui le trasformazioni economiche cambiavano rapidamente la collocazione degli individui. La piccola borghesia inglese era insoddisfatta per l’esclusione dal potere politico e dal 1862 ricominciò il conflitto sull’allargamento del corpo elettorale, per lo scrutinio segreto e contro la corruzione dei gruppi dirigenti. Queste tendenze riformiste erano presenti anche in altri stati europei, ma in Inghilterra avevano maggior consistenza per la presenza di una classe operaia formata da lavoratori qualificati e organizzati nei sindacati (le Unions). Il movimento operaio inglese era reduce dalla sconfitta del cartismo: nel 1838 era stata elaborata e presentata al Parlamente una Carta del Popolo che diede il nome a un movimento proletario (cartismo) sorto sulle ceneri del luddismo e composto prevalentemente da operai specializzati e artigiani delle grandi città. La Carta chiedeva il suffragio universale, il voto segreto, il rinnovo annuale del Parlamento. Essa fu respinta e il movimento, che assunse forme di lotta radicali e sovversive, fu sconfitto, ma le sue rivendicazioni rimasero un preciso punto di riferimento per il movimento dei lavoratori, che a partire dal 1850, nella sua componente professionalizzata, privilegiò l’aspetto economico rispetto alle rivendicazioni politiche e iniziò a organizzarsi in sindacati di mestiere. Mentre cresceva considerevolmente la massa degli operai dequalificati sottoposti al regime di fabbrica


e privi di difese e garanzie, una parte ristretta dei lavoratori britannici, forti della propria collocazione sul mercato del lavoro, abbracciava l’etica del lavoro propria del capitalismo liberale (e dell’era vittoriana): si formava così quella che venne definita «aristocrazia operaia», distinta per livelli retributivi e valori dalla grande massa dei salariati. Fu questa parte di classe operaia ad avere voce nella lotta politica inglese e quando, negli anni Sessanta, le stesse rivendicazioni dell’antica Carta del Popolo vennero assunte dalla piccola borghesia e da intellettuali come John Stuart Mill, l’aristocrazia operaia - organizzata nei forti e compatti sindacati di categoria - si trovò a confluire con i ceti medi sulle idee della «scuola di Manchester». Radicali borghesi e dirigenti sindacali cominciarono a intendersi e a formare un fronte unito che porterà alle riforme elettorali del 1867 e del 1885, quando il diritto di voto verrà esteso al 70% degli adulti maschi inglesi. Attorno al 1880 l’Inghilterra aveva così riformato pacificamente il proprio assetto istituzionale; contemporaneamente, si erano trasformati e modernizzati i due partiti dei Whig e Tory. Sul piano internazionale continuò la penetrazione coloniale in Asia e in Africa (nel 1877 la regina Vittoria fu proclamata imperatrice delle Indie), fu rinsaldata la posizione di prestigio della Gran Bretagna (confermata dalla guerra di Crimea contro la Russia), mentre rimaneva aperta e irrisolta la «questione irlandese». Dopo la carestia del 1845 che ne provocò un massiccio spopolamento, in Irlanda si radicalizzò un movimento nazionalista che, pur non riuscendo a trovare l’appoggio di nessun governo europeo, alimentò la lotta politica per l’autonomia dall’Inghilterra su basi repubblicane e rivoluzionarie. Da allora la questione irlandese divenne un importante banco di prova su cui cominciarono a misurarsi (spesso a cadere) tutti i governi della corona inglese.

La Francia tra grandeur e declino Se l’Inghilterra era il simbolo di un sistema liberale le cui istituzioni si trasformavano senza particolari scossoni, la Francia, per tutto l’Ottocento, fu il paese delle rivoluzioni e delle rotture traumatiche. La radicalità del conflitto sociale determinava lo stravolgimento degli assetti istituzionali: dalla monarchia assoluta a quella costituzionale (nel 1830), per poi passare alla repubblica (1848) e, infine, all’impero (1851). Queste trasformazioni erano il prodotto di equilibri sociali precari, più che nuove egemonie erano compromessi momentanei, frutto di mediazioni politiche all’interno dei gruppi dirigenti del paese. Anche la storia del Secondo Impero - così fu chiamato il ventennio di potere di Luigi Bonaparte - fu contraddistinta da queste caratteristiche, dall’esordio all’epilogo finale. Focolaio delle rivoluzioni del 1848, un anno dopo la Francia era il paese dell’ordine. Rovesciato Luigi Filippo in febbraio, la seconda republica avrebbe avuto vita breve e - sconfitta la sinistra e repressa nel sangue la rivolta operaia - sarebbe stato il

SCAFFALI Sulla Francia del Secondo impero: Franco Cardini, «Napoleone III» (Sellerio, 2010), Cristina Cassina, «Il bonapartismo o la falsa eccezione. Napoleone III, i francesi e la tradizione illiberale» (Carocci, 2001), K. Marx, «Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte» (Editori riuniti, 2006), K. Marx, «La guerra civile in Francia» (Editori riuniti, 2001), D. Thomson, «Storia d’Europa dalla rivoluzione francese ai giorni nostri» (Feltrinelli, 1966).

suo primo presidente a soffocarla, instaurando una dittatura personale, fondata sull’avallo plebiscitario. Luigi Bonaparte fu eletto presidente nel dicembre del 1848: la sua forza consisteva nel suo cognome (che evocava un passato glorioso) e nello stallo che si creò tra gli schieramenti politici contrapposti. Resa impotente la sinistra, restavano due «partiti» a contendersi la direzione del paese: i legittimisti aristocratici che auspicavano un ritorno alla monarchia dei Borbone e i repubblicani borghesi che

kaiser Guglielmo I

che puntava all’unificazione per raggiungere il suo scopo di uno stato tedesco conservatore e dominato dalla Prussia. Bismarck ci riuscì attraverso tre successi militari. In primo luogo si alleò con l’impero austro-ungarico per sconfiggere la Danimarca nel 1864 in una breve guerra acquisendo in questo modo la regione dello Schleswig-Holstein. Nel 1866, in concerto con l’Italia attaccò e sconfisse l’Austria nella guerra austro-prussiana, che culminò nella battaglia di Koniggratz il che, nello stesso anno, gli permise di escludere l’antico rivale austriaco, formando la Confederazione della Germania del nord con gli stati tedeschi che avevano appoggiato la Prussia contro l’Austria. Infine, sconfisse la Francia nel 1870-71 e la Confederazione venne trasformata in Impero: nel palazzo di Versailles - per umiliare ulteriormente i francesi - il re prussiano Guglielmo I venne incoronato imperatore tedesco. Bismarck stesso preparò la Costituzione della Germania del Nord del 1866, che sarebbe poi diventata, con qualche aggiustamento, quella dell’Impero tedesco, una monarchia costituzionale con un forte accento autoritario e militarista. In Italia, dopo il ripristino dell’ordine austriaco sulla penisola - in seguito al fallimento dei moti e delle guerre del biennio 184849 - iniziò il decennio di preparazione (1849-59), che consolidava la leadership sabauda

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propendevano per un governo parlamentare ma a base sociale elitaria. Questi schieramenti erano uniti solo dalla comune paura del «pericolo rosso», di una nuova sollevazione popolare, ritenuta ancora possibile, soprattutto a Parigi. In un momento in cui nessuna di queste due forze era in grado d’imporsi all’altra, il presidente Luigi Bonaparte attuò il suo colpo di stato: poiché la costituzione gli impediva di essere rieletto per la seconda volta, fece occupare il Parlamento dall’esercito (che costituiva la sua vera forza) e convocò un plebiscito a suffragio universale maschile che approvò il suo operato. Un anno dopo (novembre 1852) chiamò nuovamente i francesi a pronunciarsi per la restaurazione dell’Impero e il presidente assunse il nome di Napoleone III, acquisendo il diritto a trasmettere ereditariamente il proprio titolo. In entrambe le occasioni gli esiti elettorali furono clamorosi e meno del 5% dei francesi bocciò le proposte di Luigi Bonaparte: per ottenere un simile risultato, il presidenteimperatore seppe proporsi come campione al tempo stesso dell’ordine (controllo dell’esercito e politica decisionista che allontanava, agli occhi di borghesi e aristocratici, le paure di una nuova rivoluzione) e della sovranità popolare (ripristino del suffragio universale contro la volontà dellle elites politiche che volevano limitare il diritto di voto in base al censo). L’avvento al potere del nipote di Napoleone Bonaparte fu così reso possibile dal «cesarismo» che approfittando dello stallo di una situazione politica si proponeva come via d’uscita per garantire l’ordine assumendo le sembianze di una democrazia. Infatti, il coinvolgimento popolare nei plebisciti costituì una perversione della partecipazione popolare al potere: l’imperatore si poneva direttamente di fronte al giudizio degli elettori, ma non permetteva loro una vera scelta, se non quella

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tra l’avallo del fatto compiuto e l’incognita del suo rifiuto. Inoltre la dittatura personale, eliminando ogni mediazione politica tra il paese e il suo vertice istituzionale (le funzioni del parlamento furono quasi annullate), ricostituiva una ristrettissima elite - una corte - cui erano assegnate tutte le funzioni politiche e che concentrava in sé un enorme potere al quale faceva, inevitabilmente, riscontro un’altrettanto rilevante corruzione, dove gli interessi personali s’intrecciavano con gli affari di stato. Con questi presupposti originari il Secondo Impero non fu tanto l’instaurazione di un ordine nuovo, quanto una tregua destinata a durare una generazione: esso offrì alla borghesia industriale l’occasione per nuovi affari e profitti, ai contadini un mito cui ispirarsi, all’aristocrazia il ritorno ai valori della religione e della conservazione. Il liberalismo economico assunse così, in Francia, il volto del potere dispotico, per contenere il conflitto sociale e sostenere gli investimenti capitalistici. Nei primi anni del suo impero Napoleone III instaurò una politica particolarmente autoritaria. Il Parlamento non fu soppresso ma rimase impotente: i deputati legiferavano ma non potevano intervenire sulle scelte del governo, nemmeno con delle interpellanze. I prefetti - longa manus dell’Imperatore nelle province - ebbero grande autonomia e intervenivano nella vita amministrativa locale e nelle stesse elezioni al parlamento «ricordando» quali erano i candidati preferiti dal sovrano. La stessa vita civile fu sottoposta a pesanti vincoli: soppressa la libertà d’associazione per i lavoratori, l’istruzione pubblica venne affidata alla Chiesa, la stampa fu imbavagliata e sottoposta a pesanti censure. Contemporaneamente la politica internazionale era prerogativa esclusiva dell’imperatore il quale perseguì un ambizioso programma espansionista. Lo scopo di Napoleone III

La difesa di Parigi contro i prussiani, da cui nacque la Comune. 1870, dipinto di Lean-Louis-Ernest Meissonier (1815-1891)

era quello di riconquistare alla Francia una posizione «centrale» in Europa, approffittando anche dello scontro d’interessi tra Gran Bretagna e Russia. A tal scopo egli favorì in funzione anti-austriaca i movimenti nazionali italiano e tedesco, perseguì una politica di continui cambi d’alleanze proponendosi come arbitro delle vicende europee. Quando, dopo la guerra di Crimea, la conferenza di pace si tenne a Parigi (1856), sembrò che Napoleone III avesse davvero raggiunto il suo scopo. Tuttavia il suo reale obiettivo era quello di arrivare al superamento dei trattati viennesi del 1815 ed espandere il territorio nazionale francese verso Oriente (per questo appoggiò il Piemonte contro l’Austria, che fruttò alla Francia Nizza e


la Savoia, mentre anche piani e trattative per l’annessione di Belgio, Olanda e Lussemburgo stavano alla base dei rapporti con la Prussia, anche qui in funzione anti-austriaca). Infine, Luigi Bonaparte diede una spinta decisiva all’espansionismo coloniale francese in Africa (estendendo i possedimenti in Algeria e Senegal) e in Asia (con spedizioni in Siria, in Cina e l’occupazione dell’Indocina). Questa politica servì a rivitalizzare il mito della grandeur francese e a garantire il consenso interno alla politica imperiale. Espansionismo internazionale, sviluppo economico e autoritarimo politico, diedero stabilità al regime di Napoleone III per oltre un decennio. Con gli anni Sessanta il quadro cominciò però a cambiare

sostanzialmente. La politica estera imperiale (l’appoggio al Piemonte e il trattato commerciale con l’Inghilterra) sottrasse al regime l’appogio della destra economica (protezionista) e della chiesa. Questo provocò un’apertura «liberale» del regime che mostrò maggior rispetto per il parlamento, allentò la censura sulla stampa, concesse l’amnistia ai detenuti politici, ripristinò il diritto d’associazione per gli operai (1864). Queste aperture portarono nuovo consenso popolare a Napoleone III (un nuovo plebiscito gli rinnoverà la fiducia dell’83% della popolazione a poche settimane dalla fine del suo regime), ma permisero anche la crescita di una opposizione, soprattutto tra gli operai, i giovani e gli intellettuali. L’Impero non era

mai riuscito ad attrarre dalla sua parte questi settori: quando vennero alla luce nuove generazioni non toccate dal trauma della rivoluzione sconfitta del 1848, il malcontento operaio e piccolo-borghese cominciò a esprimersi apertamente, trovando nuove energie su cui far leva. Rifiorirono i giornali d’opinione, le logge massoniche e l’associazionismo di sinistra. Quest’opposizione interna fu però costretta ad attendere una crisi internazionale per assumere un ruolo decisivo e determinare la fine del regime. I primi segnali negativi per Napoleone III erano già venuti dal fallimento del suo progetto d’espansione terriroriale verso Oriente, in rapporto allo scontro tra Prussia e Austria. Luigi Bonaparte contava di sfruttare la questione dell’unità tedesca: promettendo neutralità e appoggio diplomatico alla Prussia intendeva ottenere in cambio il Belgio e il Lussemburgo. Ma la guerra austro-prussiana fece svanire i suoi progetti diplomatici e la realizzazione dell’unità tedesca portò alla creazione di un pericoloso e forte stato confinante. Negli stessi anni falliva la spedizione in Messico; il paese centroamericano era fortemente indebitato con la Francia e l’Inghilterra e dilaniato da lotte interne tra i clericali del partito conservatore e gli anticlericali democratici di Benito Jaurez. Napoleone III intervenne con una spedizione militare al comando di Massimiliano d’Austria, nel tentativo d’imporre un governo filo-europeo in quella nazione: l’opposizione degli Stati uniti e una disastrosa condotta militare portarono alla sconfitta di Massimiliano, alla sua cattura e fucilazione, mentre il corpo di spedizione francese si ritirava. L’incrinarsi del ruolo internazionale della Francia (ormai osteggiata sia dal Vaticano che dal neonato stato italiano per l’ambiguità sulla «questione romana») preparò il crollo del Secondo Impero proprio a opera di quello che era stato il principale punto di riferimento della politica estera di Napole-

del processo di unità nazionale. Mentre nel Lombardo-Veneto, nei regni dell’Italia centrale e nel Mezzogiorno le persecuzioni degli esponenti liberali e democratici si intensificavano (dagli arresti - nel 1851 - di Amatore Sciesa, Giovanni Grioli, Luigi Dottesio, alla fucilazione dei «martiri di Belfiore» nel 1852, alla repressione del tentativo insurrezionale di operai e artigiani milanesi - detti «barabba» - nel 1853), il Piemonte, sotto la guida di Camillo Benso conte di Cavour, sviluppò una politica estera tesa ad accreditare il Regno sabaudo come il legittimo rappresentante delle istanze italiane presso le grandi potenze europee: l’invio di un contingente di bersaglieri a fianco di Francia e Gran Bretagna nella guerra di Crimea (1855) permise al Piemonte di sedersi tra le nazioni vincitrici al Congresso di Parigi (1856) e di richiamare l’attenzione internazionale sulla questione italiana. Consolidato e modernizzato l’assetto interno dello stato piemontese - attraverso una serie di riforme politiche ed economiche - Cavour riuscì a far confluire sullo stato sabaudo l’adesione di tutte le forze moderate della penisola, che si concretizzò nella fondazione della Società nazionale (1857); il fallimento, nello stesso anno, della spedizione mazziniana guidata da Carlo Pisacane a Sapri (tesa a far insorgere le masse contadine del sud) consolidò il ruolo del Regno di Sar-

carlo pisacane

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SCAFFALI Sulla Germania, l’Austria-Ungheria e gli imperi d’Oriente: F. Mehring, «Storia della Germania moderna» (Feltrinelli, 1957), G. Ritter, «Militari e politica nella Germania moderna» (Einaudi, 1972), G. Mattoi, «Storia della Prussia» (Stella, 1826), G. Corni, «Storia della Germania, da Bismarck alla riunificazione» (Il Saggiatore, 1999), A. Wheatcroft, «Gli Asburgo, incarnazione dell’Impero» (Laterza, 1985), Alfredo Pieroni, «Austria infelix» (Rizzoli, 2000), A. J. May, «La monarchia asburgica» (Il Mulino, 1973), F. Suraiya, «L’impero Ottomano» (Il Mulino, 2008), G. Jason, «I signori degli orizzonti. Una storia dell’impero Ottomano» (Einaudi, 2009), P. M. Price, «Storia della Turchia» (Cappelli, 1958), H. Seton-Watson, «Storia dell’impero russo» (Einaudi, 1971), H. Troyat, «Lo zar che distrusse la Russia» (Piemme, 2003), H. Troyat, «Rasputin» (Mondadori, 2008).

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one III (e con cui aveva tentato l’elaborazione di una strategia di spartizione dell’Europa centrale), il cancelliere tedesco Bismarck. Nel 1870 il crescere della potenza prussiana spaventò a tal punto l’imperatore francese da dichiarare guerra allo scomodo vicino tedesco. Otto von Bismark, assicuratosi la neutralità italiana, austriaca e inglese (quest’ultima grazie alla rivelazione dei progetti segreti per la conquista del Belgio) non ebbe difficoltà a battere gli eserciti francesi in una breve guerra (luglio-settembre) dagli esisti disastrosi per i francesi e culminata nelle battaglie di Metz e Sedan. In quest’ultima (1 settembre), Napoleone III fu fatto prigioniero dai tedeschi. Il suo regime finiva così: mentre a Parigi veniva proclamata la Terza Repubblica (4 settembre) che tenterà di resistere all’assedio delle truppe tedesche, il nipote di Napoleone Bonaparte era costretto all’esilio in Inghilterra dove morirà nel 1873.

Nasce la potenza tedesca Se per la storia europea il ventennio 1850-70 è importante, per la Germania questo periodo è addirittura cruciale: rimasta a lungo irrisolta la «questione nazionale tedesca» ebbe il suo momento di svolta in quegli anni e le modalità attraverso cui avvenne l’unificazione della Germania condizionarono pesantemente sia la sua storia nazionale che tutte le successive vicende europee. L’organizzazione degli stati tedeschi non si era modificata dopo il 1815. 39 stati sovrani formavano il Deutscher Bund, tra di essi la Prussia e l’Austria costituivano le due polarità fondamentali e si proponevano come possibili centri di una futura unità delle popolazioni di lingua tedesca. I particolarismi regionali e lo spirito reazionario dei regimi austriaco e prussiano avevano sempre costituito

un’ostacolo per l’unità tedesca, soprattutto quando questa - come nel 1848 - diventava un’obiettivo rivoluzionario che, assieme al frazionamento territoriale metteva in discussione i regimi politici e il loro antiliberalismo. Nonostante questo le aspirazioni d’unità nazionale erano profondamente radicate nelle popolazioni tedesche, mentre i progressi economici trovavano un ostacolo nel frazionamento politico; gli stessi regimi prussiano e austriaco cercavano di sfruttare queste tendenze per imporre la propria egemonia, come fece la Prussia, creando nel 1835 un’unione doganale che integrava attorno a sé 25 stati con 26 milioni d’abitanti. La rivoluzione del ‘48 aveva poi tentato di realizzare l’unità tedesca, ma quest’obiettivo era naufragato di fronte alle due concezioni antitetiche della «piccola Germania» (unità attorno alla Prussia con l’esclusione dell’Austria) e della «grande Germania» (riconoscimento di un ruolo egemonico della monarchia austriaca su tutte le popolazioni di lingua tedesca). Gli interessi dei due maggiori stati tedeschi e dei loro regimi aristocratici avevano avuto la meglio sulle aspirazioni all’unità e avevano lasciato immutato il quadro: ancora nel 1850 il frazionamento persisteva, Prussia e Austria erano impegnate nella repressione interna e nella restaurazione del potere delle proprie oligarchie conservatrici. Tuttavia, mentre l’Austria - in quanto cuore di un impero multietnico - non poteva porporsi come stato propulsore dell’unità della nazione tedesca, il tempo e le esigenze della rivoluzione industriale lavoravano a favore della Prussia e con il fallimento dei moti del ‘48 l’unità tedesca poteva essere conseguita soltanto militarmente e per mano dello stato più forte e compatto. Questa condizione avrebbe determinato un modello politico conseguente: autoritario, dominato dalle aristocrazie terriere, con un fondamentale ruolo per l’esercito e le iniziative militari. La Germania che nasceva nella

seconda metà del XIX secolo rappresentava la trasposizione su scala più ampia delle caratteristiche dello stato prussiano e che la «vocazione» autoritaria e bellicista che contraddistinguerà lo stato tedesco per quasi un secolo, trovava le sue radici più profonde nel modo in cui si era costituita l’unità nazionale. La Prussia era uno stato dominato da un’aristocrazia terriera (gli Junker) che concentrava in sé la gran parte delle risorse del paese e controllava lo stato con i classici strumenti della reazione, la polizia, l’esercito, la Chie-

sa e la burocrazia. Il sistema politico permetteva il diritto di voto in base al censo e l’elettorato era diviso in tre classi che concorrevano alla formazione di un parlamento (il Landtag) con scarsi poteri reali. Negli anni Cinquanta, sulla spinta della reazione in seguito alla rivoluzione del 1848, era stata istituita un’altra Camera di nomina regia, limitata la libertà di stampa, aumentati i poteri della polizia. Oltre agli Carta junker satirica l’unico gruppo sociale che aveva un qualche dell’Europa peso politico nelera 1870.l’emergente grandeNella borghesia industriale e lettura commerciale; il crescente peso del berlinese di questo trasformò gli Arnold settore Neumann equilibri interni al paese, creanspiccano do un’alleanza tra borghesia e il conflitto unafranco-tedesco, parte degli junker che s’inserì - sostenuta dallo stato con la neutralità lo sviluppo delle ferrovie - nel inglese rapido eprocesso d’industrializla minaccia zazione che cominciava a camorientale russa. biare il paese.Mentre La spinta all’unità tedesca, venne proprio da quel’Italia – da poco sto nuovo unita – equilibrio è ridotta di potere. Borghesia parte dell’aristocraa unebrigante zia cominciarono a sostenere le idee che vedevano nella Prussia il centro di un futuro stato tedesco. Il tutto avvenne senza alcun tipo d’opposizione politica: ridotti al silenzio i democratici e i socialisti, il regime prussiano operò una mediazione tra borghesia e aristocrazia, favorita dall’enorme sviluppo economico e diffusione della ricchezza che faceva passare in secondo piano l’autoritarismo politico e


permetteva alle vecchie classi dirigenti di mantenere il controllo dello stato, in particolare dell’esercito. Questa rapida evoluzione cambiò, in soli dieci anni, i rapporti di forza tra Prussia e Austria. Con l’ascesa al trono di Guglielmo I (1861) e la nomina a cancelliere di Otto von Bismark (1862), si concretizzarono le condizioni politiche per una rapida unità della Germania che venne raggiunta «con il sangue e il ferro», secondo l’espressione usata dal suo principale artefiche, Bismark, un nobile appartenente alla casta degli

junkers, dotato di grande personalità e autorità politica. Il primo obiettivo di Bismark era quello di rinsaldare la compattezza dello stato prussiano, concentrare tutte le sue risorse sotto la sua guida e dirigerle verso l’obiettivo militare dell’unificazione tedesca. Per questo diede ancor maggior peso al ruolo dell’esercito con il prolungamento della ferma militare e l’aumento degli organici: contro la maggioranza del parlamento trasformò la Prussia in una nazione in armi, approfittando della grande autorità del suo ruolo politico come

cancelliere del Reich che doveva rispondere del suo operato solo al sovrano che l’aveva nominato. S’accentuava così il carattere militarista dello stato prussiano, che diventava in breve tempo la maggior potenza militare del continente, anche grazie alle grandi risorse belliche che la nascente industria pesante poteva mettere a disposizione dell’esercito tedesco. Convinto di doversi scontrare con l’Austria per conquistare l’egemonia sulla nazione tedesca, Bismark, tuttavia, non mosse subito guerra agli Asburgo, ma lavorò per il loro isolamento

degna alla testa del movimento d’indipendenza italiano. Nel 1858, Cavour sfruttò le ambizioni internazionali di Napoleone III coinvolgendolo in un’alleanza anti-austriaca: in cambio del passaggio alla Francia di Nizza e della Savoia, il Piemonte ottenne l’appoggio francese nella futura guerra contro l’Austria. Una serie di provocazioni piemontesi portarono all’attacco austriaco e all’immediata scesa in campo della Francia: la «seconda guerra d’indipendenza» (1859) vide una serie di vittorie dei

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e per crearsi una serie d’alleanze in modo da impedire l’interferenza delle altre potenze nella futura guerra contro l’Austria. Prima si assicurò l’amicizia della Russia (1863) assicurando lo zar nell’impegno prussiano per resprimere le rivolte in Polonia e garantire la spartizione del territorio di quella nazione. Poi s’alleò con la stessa Austria in una breve guerra vittoriosa contro la Danimarca (1864) per il controllo di due ducati di lingua tedesca (lo Schleswing e l’Holstein), ben sapendo che la divisione di questi due territori confinanti tra Austria e Prussia avrebbe acuito i contrasti e preparato una nuova guerra tra i due ex alleati. Così infatti avvenne, mentre Bismark si premurava d’assicurarsi la neutralità di Napoleone III con vaghe promesse di concessioni territoriali nella regione del Reno. La guerra tra Austria e Prussia (che si assicurò anche l’alleanza dell’Italia, promettendo in cambio il Veneto ancora controllato dall’Austria) scoppiò nel 1866: fu breve e mise in luce l’abisso di preparazione militare e di mezzi bellici che ormai separava i due paesi e che faceva della Prussia una potenza largamente superiore al decadente impero austriaco. Sconfitti gli austriaci a Sadowa (luglio 1866), Bismark frenò i suoi generali che già si stavano dirigendo verso Vienna e firmò la Pace di Praga (agosto) con cui si formava la Confederazione della Germania del Nord sotto la guida della Prussia. Rimanevano escusi la Baviera e le altre regioni del Sud, mentre l’Austria manteneva la sua integrità territoriale ma non aveva ormai più voce in capitolo sulla Germania ed era costretta a spostare verso i Balcani gli interessi della sua politica; al contrario nel cuore dell’Europa industrializzata si creava un nuovo grande stato, guidato da un gruppo dirigente ristretto, autoritario e dotato di un esercito numeroso e forte. Emarginata l’Austria, per completare la sua opera Bismark do-

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SCAFFALI Sull’800 extraeuropeo: A. Nevins, «Storia degli Stati uniti» (Einaudi, 1960), D. W. Noble e P. N. Carrol, «Storia sociale degli Stati uniti» (Editori riuniti, 1981), R. Mitchell, «La guerra civile americana» (Il Mulino, 2003), T. Bonazzi e G. Galli, «la guerra civile americana vista dall’Europa» (Il Mulino, 2004), T. Benjamin, «Abramo Lincoln» (Einaudi, 1974), D. Brown, «Seppellite il mio cuore a Wounded Knee» (Mondadori, 1972), D. K. Fieldhouse, «L’età dell’imperialismo» (Laterza, 1982), G. De Boschère, «Storia della colonizzazione» (Feltrinelli, 1972), G. Borsa, «La nascita del mondo moderno in Asia orientale» (Rizzoli, 1977), B. Davidson «Madre nera» (Einaudi, 1966), C. CoqueryVidrovich e H. Moniot, «L’Africa nera del 1800 ai giorni nostri» (Mursia, 1977).

caricature del kaiser guglielmo I e di Otto von Bismark, realizzate dal francese Faustin Betbeder e pubblicate sul «London Figaro»

veva proporsi come campione dell’unità e dell’espansionismo tedesco: diventava inevitabile lo scontro con Napoleone III per il possesso dell’Alsazia e della Lorena; contemporaneamente Bismark poteva fare ulteriori pressioni sugli stati tedeschi del sud, come la Baviera, per convincerli a unirsi alla confederazione germanica sotto la guida prussiana. Quando nel 1868 una rivolta militare depose la regina Isabella di Spagna, Bismark propose la candidatura come nuovo sovrano del principe tedesco Leopoldo di Hohenzollern, sicuro di incrontrare l’opposione dei francesi che temevono così d’essere circondati dalla nuova potenza tedesca. Assicuratasi la neutralità dell’Inghilterra - rivelando le mire egemoniche di

Napoleone III su Belgio e Lussemburgo Bismark orchestrò lo scoppio della guerra (arrivando anche a manipolare il testo di dispacci di stato per provocare incidenti diplomatici) e alla fine ottenne la dichiarazione di guerra da parte della Francia. Sfruttando il sentimento nazionale e le prime vittorie sui francesi convinse i principi tedeschi ad assoggettarsi al comando prussiano e mentre Napoleone III veniva sconfitto a Sedan (1 settembre 1870), Guglielmo I di Prussia veniva accettato come comune sovrano degli stati tedeschi e proclamato imperatore (gennaio 1871). L’impero tedesco era così nato, secondo i progeti del suo grande architetto Otto von Bismark: era stato imposto dall’alto, rea-


lizzato con la guerra e con i negoziati tra i princìpi. Da questa genesi sarebbero derivati i suoi tratti caratteristici: il ruolo preminente dei militari e del militarismo nella società e l’accettazione della forza e della violenza come strumento politico. Anche per quaesta via il nazionalismo, da originario patrimonio del liberalismo, era ormai diventata un’ideologia di destra, una rivendicazione aggressiva nei confronti degli stranieri e culto della potenza militare. La «questione tedesca» cambiava radicalmente aspetto, diventando il centro degli equilibri di potere tra gli stati europei e contribuendo a fare della guerra una componente fondante del vecchio continente.

Russia feudale, Turchia in declino Tra le tante guerre che mandarono in frantumi l’equilibrio europeo tra il 1850 e il 1870, portando alla definizione dei grandi stati nazionali, la più importante per rilevanza e durata fu quella di Crimea (1854-56). La guerra, che coinvolse direttamente quasi tutte le principali potenze del continente, costituì un’episodio della «questione d’Oriente», che per tutto l’Ottocento segnò la politica europea: il lento frantumarsi dell’Impero Ottomano e le contemporanee ambizioni territoriali di Russia e Austria - ma anche le ingerenze di Francia e Inghilterra - provocarono continue tensioni nei Balcani e nell’area del Mar Nero. Dopo una di queste episodiche crisi scoppiò la guerra di Crimea tra Russia e Turchia: col pretesto di un conflitto tra monaci cattolici e ortodossi per l’accesso ai luoghi santi di Gerusalemme, la Russia impose un ultimatum alla Turchia allo scopo di riconquistare il controllo dello stretto dei Dardanelli. A fianco della Turchia - che nell’ottobre 1853 dichiarò guerra alla Russia che

aveva occupato la zona del delta del Danubio - scesero in campo la Francia, l’Inghilterra e il Regno di Sardegna (desideroso d’inserirsi nel conflitto internazionale per trarne propri vantaggi in Italia). La guerra durò due anni ed ebbe per principale teatro la penisola della Crimea dove un corpo di spedizione anglo-francese assediò (nella prima guerra di posizione moderna) la fortezza russa di Sebastopoli. Dopo due anni e oltre 200.000 morti la guerra si concluse con un nulla di fatto siglato dal trattato di Parigi del 1856; ma se sul piano militare nessuno poteva dire d’aver vinto, sul piano politico la Russia usciva sconfitta dal conflitto dimostrando tutta la sua arretratezza economica e perdendo il controllo del Mar Nero. Erano, infatti, Francia e Inghilterra, con la propria presenza militare, a diventare depositarie di un protettorato in quell’area che garantisse il rispetto dei confini dell’impero Ottomano e dei principati danubiani. Sul piano internazionale le conseguenze della guerra di Crimea portarono a una momentanea egemonia francese e all’inizio di un contrasto - che si protrarrà fino alla prima guerra mondiale - tra Austria e Russia per il controllo dell’area danubiana e dei balcani. Ma non furono queste le principali conseguenze, perché il peso della guerra di Crimea si fece sentire soprattutto sulla situazione interna del paese che ne usciva sconfitto, la Russia. Il paese degli zar, nella prima metà dell’Ottocento aveva fama di stabilità interna e di garante dell’ordine in Europa; dopo aver represso il moto decabrista del 1825 e le insurrezioni polacche del 1830-31 aveva impostato una politica estera improntata al panslavismo (unità di tutti i popoli slavi sotto l’egemonia russa) che mirava a ottenere uno sbocco sul Mediterraneo, mentre sul piano interno aveva proseguito sulla strada della conservazione mantenendo una struttura sociale di tipo medioevale e politicamente autoritaria. Nel 1848 era stato l’unico lembo di terra europea non interessato da rivolte o tentativi rivoluzionari e,

per questo motivo, si era riproposto come garante dell’ordine nel continente. Ma la sconfitta della guerra di Crimea aveva rivelato tutta la sua arretratezza: un sistema industriale appena agli inizi, rete ferroviaria inconsistente (che aveva impedito un rapido trasporto delle truppe nelle zone di guerra, contribuendo in maniera decisiva agli insuccessi militari) e, soprattutto, un regime sociale che nelle campagne si fondava in larga misura sul servaggio, rischiavano di relegare la Russia a potenza di secondo piano. Il problema più grosso era costituito dal persistere della servitù della gleba che legava la stragrande maggioranza della popolazione russa alla terra d’origine e permetteva la perpetuazione del potere di una ristretta oligarchia aristocratica incapace di alcun rinnovamento e gelosa dei propri privilegi. Mentre tutta l’Europa s’industrializzava rapidamente e cambiavano i rapporti politici e sociali nelle principali nazioni, in Russia fino agli anni Sessanta tutto appariva immobile e ci volle il trauma di un grave insuccesso militare per convincere le oligarchie russe che qualcosa andava cambiato. Il problema più pesante era il servaggio: ancora nel 1858 più del 75% della popolazione russa viveva in condizioni di servitù; 22 milioni di persone erano sotto la potestà di un proprietario privato cui dovevano versare un tributo annuale in denaro (obrok) o in natura (barscina) e da cui dipendevano amministrativamente e giuridicamente; 19 milioni di russi, invece erano «servi statali», coltivavano la terra dello stato, anch’essi dovevano versare pesanti tributi e benché formalmente uomini liberi erano vincolati alla terra e a un regime giuridico particolare che ne faceva sudditi di serie B. Questo regime di servitù era la base dell’agricoltura russa (parte fondamentale dell’economia del paese) ma la servitù caratterizzava anche i servizi e persino l’industria: quando i grandi proprietari terrieri decidevano d’aprire fabbriche o miniere, vi trasferivano i propri

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franco-piemontesi (Montebello, Palestro, Magenta, Solferino e San Martino) e portò alla conquista della Lombardia e di Milano. La pace di Villafranca (11 luglio), con l’incontro tra Napoleone III e Francesco Giuseppe, pose fine alle ostilità con il passaggio della Lombardia alla Francia, che poi la «girò» al Piemonte. Contemporaneamente, una serie di moti, popolari - sostenuti segretamente da agenti piemontesi - nei regni del’Italia centrale, provocava la caduta di quei regimi e la proclamazione di governi provvisori che indicevano dei plebisciti per l’annessione della Toscana e dell’Emilia al Piemonte (marzo 1860). Il processo d’unificazione italiana al sud assunse caratteristiche diverse, più spiccatamente popolari e legate alla cultura politica radicale. Nell’aprile 1860 una rivolta partita da Palermo e dilagata nelle campagne circostanti, fornì a Garibaldi l’occasione d’intraprendere (5 maggio) la «spedi-

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servi che tali rimanevano. La convinzione che la servitù andasse abolita si stava affermando anche nei gruppi dirigenti russi, ma forti erano le resistenze e i timori che una simile trasformazione portasse a squilibri sociali irreparabili per la nobiltà. Sotto la spinta delle prime rivolte contadine (che in quegli anni cominciavano a diffondersi in tutto il paese) e dopo il trauma della guerra di Crimea (che aveva evidenziato come un esercito moderno doveva poter contare sui contadini, i quali chiedevano in cambio la libertà), anche lo stesso zar - Alessandro II, succeduto nel 1855 all’ultrareazionario Nicola I - si convinse che era giunto il momento di superare il vecchio regime feudale: «È meglio - affermò nel 1856 rivolgendosi alla nobiltà - abolire la servitù della gleba dall’alto che aspettare il momento in cui la sua abolizione comincerebbe dal basso senza alcun intervento da parte nostra». Il problema per i ceti privilegiati era come attuare questa riforma senza perdere i propri privilegi e facendone pagare i costi proprio a quelli che venivano resi uomini liberi. Si arrivò così allo statuto di riforma del 1861 che sanzionava la libertà personale dei contadini dentro un periodo di transizione - da concordare tra le parti - durante il quale gli ex servi dovevano continuare a prestare servizi ai loro ex padroni e riscattare con versamenti annuali di denaro la proprietà della terra su cui vivevano. Questo lento processo di uscita dai legami medioevali finì per proletarizzare i contadini (che dovevano versare pesanti tributi) costringendoli a diventare lavoratori salariati e permise alla nobiltà nuovi guadagni da investire - tramite le numerose banche straniere presenti in Russia - nella nascente industria. Si crearono così le condizioni (capitale disponibile e forza lavoro povera) per un processo d’industrializzazione del paese che vide nella presenza finanziaria straniera (in particolare francese) il suo principale strumento.

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La modernizzazione della Russia assunse così caratteristiche proprie e particolari che accentuarono i contrasti sociali invece di diminuirli: l’industrializzazione iniziava rapidamente i suoi primi passi creando un proletariato industriale (concentrato soprattutto nelle grandi città) ma, essendo in gran parte diretta dal capitale straniero tramite le banche, non produsse una borghesia capace di proporsi come ceto egemone come era avvenuto negli altri paesi europei; la fine della servitù nelle campagne impoverì ulteriormente i contadini, privati anche delle garanzie comunitarie del vecchio sistema del mir (la comunità rurale proprietaria della terra); le riforme politiche furono solo di carattere amministrativo e non allargarono la partecipazione al potere che rimaneva prerogativa delle aristocrazie, accentuando lo scontro tra tendenze autocratiche raccolte attorno allo zar e quelle rivoluzionarie di gruppi d’intellettuali che si esprimeranno nella radicalizzazione del movimento populista e nella variante russa dell’anarchismo, il nichilismo.

La guerra civile americana «lancia» gli Stati uniti Mentre in Europa i grandi stati nazionali consolidavano le proprie strutture, anche nel resto del mondo si ponevano le basi per i sistemi statali che avrebbero caratterizzato il Novecento. In particolare nell’America del Nord la seconda metà del XIX secolo fu cruciale per la formazione degli Stati uniti d’America e per il loro futuro ruolo di grande potenza economica e politica. Attorno al 1850 gli Stati uniti avevano espanso il proprio territorio dalla costa Atlantica

a quella del Pacifico. Impadronitisi con facili guerre, negli anni Quaranta, dei territori controllati dal Messico (California, Nuovo Messico, Arizona e Texas) e costrette sempre più le tribù indiane in territori limitati (fino a confinarle in piccole riserve), gli Usa divennero in breve tempo un’enorme nazione, con grandi risorse e potenzialità, ma anche con grandi contrasti al suo interno e con una struttura statale e istituzionale ancora fragile. Nella parte orientale del paese, quella dove si erano insediati i primi colonizzatori, una profonda spaccatura economica e sociale divideva gli stati del nord da quelli del sud. Il nord, industrializzato e contrario alla schiavitù, perseguiva una politica protezionistica e isolazionista rispetto al resto del mondo, considerando prioritaria l’espansione verso Ovest, intendendola come possibile sbocco

Il ruolo delle ferrovie nella nascita della potenza statunitense in un disegno satirico di Joseph E. Baker (1865, Libreria del Congresso). Il vice presidente Usa Andrew Johnson cavalca il mondo, mentre il presidente Lincoln lo posiziona usando come leva una traversina ferroviaria


per lo sviluppo delle proprie industrie pesanti. Il sud agricolo e schiavista, con un’economia basata essenzialmente sulle grandi piantagioni di cotone (che garantivano grandi profitti a ristrette oligarchie, grazie al lavoro gratuito degli schiavi neri), era liberista e guardava ai territori del Far West come a possibili nuovi insediamenti di piantagioni di cotone. Questo contrasto aveva anche un preciso risvolto sugli schieramenti politici che dividevano il paese. Il Partito Democratico (fondato nel 1792) raccoglieva gli agrari del sud in contrapposizione al blocco industriale del nord vicino agli esponenti repubblicani (il Partito Repubblicano venne fondato ufficialmente nel 1854). I democratici erano liberoscambisti - assecondando le necessità di esportazione dei prodotti agricoli degli stati del sud - e perseguivano una politica caratterizzata da

stretti rapporti con il resto del mondo, mentre i repubblicani erano favorevoli a un’economia protezionistica - tutta tesa a sostenere le grandi industrie del nord - e all’isolamento in politica estera. La dialettica politica tra i due partiti determinava un’alternanza di guida al governo degli Stati uniti, e anticipava un confronto che, in futuro, assumerà una rilevanza sempre maggiore, riguardo la convenienza o meno per gli Usa di intervenire negli affari delle altre nazioni, in particolare quelle europee. La spaccatura tra nord e sud si era approfondita nel corso degli anni e metteva di fronte due modelli radicalmente opposti: la convivenza era sempre più complicata e a metà del secolo divenne lacerante. In particolare, la scoperta delle miniere d’oro in California nel 1848 e il destino dei nuovi stati che si affacciavano sulla costa dell’Oceano

Pafico, sgretolarono il faticoso equilibrio tra nord e sud, portando alla guerra civile. L’esistenza di due legislazioni divergenti all’interno di una stessa compagine statale (a proposito della schiavitù, proibita al nord e base del sistema al sud) era difficilmente gestibile dai continui compromessi che negli anni Quaranta e Cinquanta caratterizzarono i rapporti tra le due fazioni. Il precario equilibrio era stato garantito da una normativa che limitava il sistema schiavistico agli stati a sud del 36° parallelo e che decretava pesanti sanzioni per gli schiavi di colore che fuggivano dagli stati d’origine. Ma con l’annessione dei nuovi territori dell’Ovest (di cui era assolutamente discrezionale stabilire a quale dei due schieramenti dovessero appartenere) e l’ovvia iniziativa per l’estensione della libertà a tutti i 4 milioni e mezzo di neri che popolavano il paese (eredi dei deportati dall’Africa), il contrasto divenne esplosivo. Negli anni Cinquanta i tentativi di compromesso si fecero sempre più frequenti, ma quando nel 1860 venne eletto presidente il repubblicano Abramo Lincoln, uno dei più fermi oppositori dello schiavismo e uno degli uomini più legati agli industriali del nord, la frattura divenne insanabile. Nel febbraio del 1861, 11 stati del sud si costituirono in «Confederazione» autonoma, spaccando di fatto gli Stati uniti e dando vita a una guerra che durò oltre quattro anni (aprile 1861 – maggio 1865), sanguinosissima (600.000 morti), la più cruenta dai tempi delle campagne napoleoniche. Fu un «conflitto totale», in cui la scienza e la tecnica ebbero un ruolo centrale, con l’uso strategico delle reti ferroviarie, la progettazione e costruzione di nuove armi, mentre i più recenti sistemi di comunicazione come il telegrafo e la fotografia divennero fondamentali per avere notizie rapide e precise sul nemico. La guerra si concluse con l’annunciata vittoria degli stati del nord, economicamente più forti. Con la resa dei «Confederali» la schiavitù veniva abolita su tutto il territorio degli Usa; il col-

zione dei Mille», che incontrò l’ostilità di Cavour ma l’appoggio di Vittorio Emanuele. Conquistata la Sicilia - decisivo lo scontro militare di Calatafimi il 15 maggio - Garibaldi attraversò lo stretto di Messina e il 7 settembre entrò trionfalmente a Napoli. Preoccupato dalla possibilità di una marcia garibaldina su Roma, Napoleone III concedeva alla truppe piemontesi di attraversare le Marche e l’Umbria - conquistandole per fermare Garibaldi. Sconfitte le truppe pontificie a Castelfidardo (18 settembre), i piemontesi con alla testa Vittorio Emanuele - incontrarono Garibaldi a Teano (8 novembre); questi consegnò il Mezzogiorno nelle mani del re Savoia e si ritirò a Caprera. In conseguenza di questi fatti militari, il 17 marzo1861 il parlamento piemontese proclamò - con voto unanime - Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Poche settimane dopo, il 6 giugno, Cavour muoriva improvvisamente. Sei anni dopo, con l’alleanza con la Prussia, una nuova guerra contro l’Austria permise al giovane Regno d’Italia di conquistare il Veneto, nonostante le sconfitte militari di Custoza e di Lissa (29 giugno e 29 luglio 1866), compensate dalle vittorie prussiane che misero in rilievo la crisi dell’Impero asburgico. Nel 1870, approfittando del crollo del regime di Napoleone III, gli italiani conquistarono Roma (20 settembre) che divenne la nuova capitale del Regno con un ennesimo plebiscito (20 ottobre 1870).

vittorio emanuele ii

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un ritratto giapponese (1854) di Matthew C.Perry, il Commodoro della Marina degli Stati Uniti che ottenne l’apertura del Giappone all’Occidente con la Convenzione di Kanagawa nel 1854. sotto, una stampa che ritrae: il Comandante Anan, il commodoro Perry, e il capitano Henry Adams. Nella pagina a fianco il successo americano in una tavola di Roberto Recchioni

po per le economie del sud agricolo fu durissimo, anche perché quegli stati vennero sottoposti al governo di funzionari nordisti, spesso corrotti e senza scrupoli. La guerra civile americana costituì uno spartiacque per la storia degli Stati uniti: la vittoria del nord accelerò lo sviluppo del paese su basi industriali, gli indici economici cominciarono a crescere incessantemente e ininterrottamente fino ai primi anni del XX secolo, con l’espansione della ferrovia a tutto il territorio, dall’Atlantico al Pacifico, veniva collegato da una rete di comunicazione efficiente, contemporaneamente alla sconfitta degli ultimi tentativi di resistenza da parte delle tribù indiane. Gli Usa, nel giro di quarant’anni sarebbero diventati una delle più grandi potenze mondiali e lo sviluppo interno sarebbe stato accompagnato da un progressivo espansionismo internazionale, prima nei confronti degli stati dell’America centrale, poi nei Caraibi (con il protettorato su Cuba e Portorico) e nell’America del Sud, infine - all’alba del nuovo secolo - in Estremo Oriente, con l’annessione delle Filippine, delle Hawaii e di Guam. La guerra civile, con i suoi costi umani e sociali, aveva posto le basi per la moderna nazione americana e per il suo imperialismo.

Cina e Giappone, sfide a Oriente Anche nell’area dell’Asia Orientale, quelli a ridosso della metà del XIX secolo furono anni cruciali: il Giappone ruppe il proprio secolare isolamento e la Cina perse gran parte della propria autonomia politica ed economica, sotto la pressione degli interessi europei e americani. In Giappone, dagli inizi del 600, vigeva un regime rigidamente gerarchico, basato sulla divisione in caste e chiuso al mondo esterno. Gli Shogun (generalissimi) avevano esautorato l’im-

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peratore (che pure continuava formalmente a esistere) e concentrato il potere nelle proprie mani. Sotto di loro una piramide con una mobilità sociale assolutamente bloccata, un paese con un’economia quasi esclusivamente agricola e in cui la casta militare dei Samurai - al servizio degli Shogun - aveva un importante ruolo di conservazione del sistema. In questa società di tipo feudale la grande maggioranza della popolazione era costituita dai contadini senza terra che vivevano allo stato di servi della gleba. Dal Seicento al 1854 tutti i porti del paese erano chiusi alle navi straniere e i giapponesi non potevano avere alcun contatto con il resto del mondo. Questo sistema pietrificato andò improvvisamente in crisi non appena venne operata una forzatura dall’esterno: nel 1853 una nave americana chiese di poter entrare in un porto giapponese e, di fronte al rifiuto delle autorità, bombardò case e villaggi per poi allontanarsi. La lezione di forza costituì uno shock per un sistema già in crisi e i giapponesi cedettero alla successiva richiesta d’attracco del commodoro americano Perry. Questo aprì la via alla penetrazione occidentale: gli Stati uniti ottennero la concessione per usufruire di due porti e, in breve, anche le principali nazioni europee stabilirono trattati commerciali, gettandosi con avidità su questo mercato rimasto per anni vergine. L’apertura all’occidente diede il colpo definitivo allo shogunato che scomparve nel 1867, riconsegnando il potere politico all’imperatore. Il Giappone diventava così uno stato moderno sul modello di quelli occidentali: il potere politico fu centralizzato, i grandi feudatari sostituiti da prefetti governativi, si sviluppò il sistema scolastico. Ma fu sul piano economico che si verificarono le più profonde trasformazioni. Nel corso di pochi decenni il Giappone cambiò radicalmente il suo volto, l’industria si sviluppò rapidamente, l’agricoltura fu riorganizzata sul modello capitalistico, i rapporti commerciali

con l’esterno divennero intensi. I giapponesi reagirono all’apertura all’occidente con una capacità d’emulazione delle tecniche e dei sistemi produttivi che, unita a una cultura gerarchica e disciplinare, trasformò il paese in una delle più grandi potenze mondiali in un lasso di tempo incredibilmente breve. Dotatosi presto di una flotta e di un esercito il Giappone iniziò negli ultimi decenni del secolo a esercitare un sempre maggiore ruolo politico sulla scena internazionale, prima sconfiggendo la Cina e acquisendo il controllo della Corea e di Formosa (1895) e poi entrando in contrasto con gli interessi russi in estremo Oriente, gettando così le basi per il futuro imperialismo asiatico giapponese che avrà nella guerra con la Russia del 1905 la sua sanzione definitiva. Ben diversi furono gli effetti del confronto con le potenze occidentali in Cina. La crisi della dinastia Manciù (al potere dal XVII secolo) permise fin dai primi decenni dell’800 una rapida penetrazione delle potenze europee. A partire dagli insediamenti portuali sulla costa del sud, gli interessi commerciali occidentali ebbero un effetto devastante sulla società cinese: la guerra dell’oppio del 1840-42 esplicitò l’impotenza cinese nei confronti della tecnologia e delle armi dei nuovi colonizzatori. Il tentativo di opporsi al traffico di oppio - che arricchiva soprattutto i commercianti inglesi - si tradusse in una disfatta, dando origine a una serie d’interventi stranieri che ridussero la Cina a livello di un protettorato spartito tra le potenze europee. Lacerato da divisioni e rivolte interne, incapace di opporsi all’egemonia economica degli stati occidentali, il grande paese asiatico continuò a essere formalmente una nazione indipendente sotto la guida dell’imperatore Manciù, ma perse ogni ruolo politico ed economico nell’area orientale e fu ridotto, per tutto la seconda metà del XIX secolo, a terra di conquista per gli interessi occidentali.


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Unmondo diferro eacciaio L’«età del ferro» e, poi, l’«età dell’acciaio»: così venne definita la seconda rivoluzione industriale, cioè il grande sviluppo dell’industria pesante, dalla siderurgia alla meccanica all’industria estrattiva che cambiò per sempre la società del vecchio continente e ne condizionò la politica. L’Europa nella sua industrializzazione, per i suoi commerci, aveva bisogno di macchine e di mezzi di trasporto: la centralità dell’industria tessile - della prima rivoluzione industriale in Inghilterra - fu soppiantata dalle produzioni siderurgiche e meccaniche. La produzione di carbone in Inghilterra passò da 65 a 112 milioni di tonnellate, in Germania da 5 a 36, in Francia da 7 a 24; la produzione di ghisa, nello stesso periodo, passò in Inghilterra da 40 a 66 milioni di tonnellate, da 10 a 22 in Germania, da 10 a 14 in Francia. Dentro questo sviluppo quantitativo cambiarono anche le gerarchie delle potenze industrali europee. A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna godeva di una posizione di quasi monopolio industriale, seguita - a distanza - dalla Francia, mentre nel resto d’Europa c’erano solo alcuni poli di sviluppo industriale in Belgio, nella Rurh, nella Sassonia e in Slesia. Dal 1860 la produzione industriale tedesca comincò a superare quella francese e si avviava a incalzare l’Inghilterra, mentre anche gli altri paesi europei s’industrializzavano, dall’Austria all’Unghieria, all’Italia settentrionale ai paesi scandinavi. Fu una corsa che sembrava senza fine e capace di autoalimentarsi. La necessità di «nutrire» le industrie produsse nuove macchine, nuovi impianti e tecnologie, nuova energia motrice. Per produrre altre macchine, in un percorso circolare che sembrava non avere mai fine e in cui svolse una parte decisiva lo sviluppo dei sistemi di trasporto - la ferrovia in primis. Fino al 1850 nell’Europa continentale il trasporto delle merci avveniva prevalentemente su strada; solo in Inghilterra esisteva già una discreta rete ferroviaria. Le strade dell’epoca e i mezzi di trasporto usati (prevalentemente a trazione animale) non consentivano rapidi spostamenti e rallentavano sia i commerci che lo sviluppo industriale. La diffusione della ferrovia e della locomotiva a vapore (che fino al 1870 era chiamata «vaporiera») permise di rendere più veloci e sicuri i trasporti. Le ferrovie si diffusero così rapidamente da diventare il simbolo della seconda rivoluzione industriale: dal 1850 al 1870 i chilometri di strada ferrata passarono in Inghilterra da 7.000 a 21.000, in Francia da 3.000 a 17.000, in Germania da 4.000 a 19.000. In altri paesi lo sviluppo fu più lento (nell’Impero Austriaco si passò dai 1.700 chilometri del 1850 ai 6.000 del 1870, mentre in Italia una rete ferroviaria vera e propria si sviluppò solo dopo l’unità

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politica del paese), ma la ferrovia ovunque accompagnò e segnò l’epoca dell’industrializzazione massiccia, anche perché non era solo un mezzo di trasporto ma produceva una domanda di manufatti industriali che incrementavano lo sviluppo dell’industria metallurgica e meccanica. La seconda metà dell’Ottocento vide una svolta anche nelle relazioni economiche internazionali e nei sistemi finanziari; la finanza, per come la conosciamo oggi, nacque proprio in questa fase, con lo sviluppo delle società per azioni, delle grandi banche, delle borse valori. Questi «simboli del capitalismo» furono gli strumenti del liberismo, dello sviluppo degli scambi commerciali e dell’investimento nei settori industriali del risparmio grande e piccolo. Se i commerci si sviluppavano come mai prima di allora, gli scambi cominciavano a riflettere la specializzazione produttiva che iniziava a caratterizzare il sistema economico mondiale. I paesi sviluppati scambiavano manufatti con materie prime e prodotti agricoli: attorno al 1850 si andava così precisando uno «scambio ineguale» a tutto vantaggio della parte più forte che frenava lo sviluppo dei paesi da cui importava le materie prime necessarie alle proprie industrie. In un’epoca di libero scambio (quello che Marx definiva come «libertà del capitale»), oltre alla soppressione delle barriere doganali (momentanea, perché la recessione del


Manifesto politico americano di sostegno alle lotte sindacali. Maggio 1871

1873 riporterà in auge il protezionismo e risveglierà i nazionalismi economici), si rendevano necessari nuovi strumenti per rendere produttiva la grande massa di ricchezza circolante. La nascita della grande finanza e il nuovo ruolo delle banche nella gestione diretta delle industrie, ebbero questo senso. I costi della nuova rivoluzione industriale erano alti, molto più alti che nella precedente fase dell’industrializzazione. E se nel Settecento la prima rivoluzione industriale era stata alimentata dall’accumulazione realizzata in campo agricolo e commerciale, il nuovo balzo in avanti dell’industria europea fu finanziato dalle banche e dalle borse valori. Questi erano uno strumento di raccolta del risparmio che poteva essere così investito nell’industria, permettendo anche ai gruppi capitalistici di investire in campo finanziario i ricavi dell’attività industriale. Mentre le borse valori erano un grande mercato su cui venivano collocati e scambiati i profitti - ampliando il numero degli investitori - il ruolo delle banche non fu uguale in tutti i paesi. In Gran Bretagna industria e banche rimanevano relativamente separate e gli istituti bancari si occupavano più del commercio internazionale che dello sviluppo industriale, in Germania le banche divennero le principali promotrici dello sviluppo industriale, centralizzando i capitali ed entrando nella stessa gestione diretta delle industrie. Il capitale, anche con le società per azioni, assumeva così un carattere quasi impersonale e il «padrone» diventava spesso un’entità astratta. Altra caratteristica fondante del regime di libero scambio, furono le crisi cicliche che intervallavano le fasi di sviluppo. Queste crisi si verificavano nel momento di massima crescita economica e si caratterizzavano per un calo della domanda dei beni di consumo, con la caduta dei prezzi che portava una conseguente disoccupazione. A differenza di quelle dell’epoca non industriale, le crisi capitalistiche di questa fase liberistica si caratterizzavano per un’eccesso d’offerta di merci, mentre precedentemente i problemi si manifestavano con una carenza dell’offerta disponibile al consumo. Queste crisi rimescolavano radicalmente le piramidi sociali: gruppi e istituzioni economiche venivano travolte e scomparivano, altri traevano profitto dalla congiuntura bassa. Ciò dipendeva dall’eccesiva velocità dello sviluppo e dagli squilibri esistenti tra i vari settori produttivi. Queste fasi basse dell’economia erano considerate una «turbativa inspiegabile» dall’ideologia liberistica ed erano temute dalla borghesia come una sorta di epidemia pestilenziale: tremenda e non comprensibile, né prevedibile. In pieno spirito positivista - filosofia che accompagnò lo sviluppo dell’industria e l’affermazione della borghesia industriale europea - le nuove classi dirigenti avevano cieca fiducia nella scienza e nella tecnica, considerandole fattori determinanti per il progresso dell’umanità che si identificava con quello delle forze produttive ed era considerato lineare e inarrestabile. L’ottimismo borghese delle «magnifiche e progressive sorti» del capitale non poteva concepire la crisi economica come un meccanismo interno al proprio sistema produttivo. Al contrario, le crisi dell’800, furono «costitutive» del capitalismo liberale, ne accompagnarono lo sviluppo permettendo accumulazioni di ricchezze e la selezione della concorrenza. La rapida industrializzazione dell’Europa e la concentrazione dei capitali, ebbero come conseguenza un’evidente polarizzazione sociale che avrebbe raggiunto il suo apice verso la fine dell’Ottocento. Il numero degli operai e degli artigiani cresceva costantemente, mentre le fasce più ricche

della popolazione (la grande borghesia e l’aristocrazia) rimanevano una piccola minoranza che, tuttavia, controllava la gran parte della ricchezza dei rispettivi paesi. Nelle nazioni dove il processo d’industrializzazione e di concentrazione fu più rapido - come la Germania - la forbice delle divisioni sociali s’allargava in maniera evidente e le fasce di piccola e media borghesia si restringevano e avevano una certa consistenza solo nelle grandi città. La classe operaia di fabbrica aveva ormai raggiunto il suo pieno sviluppo nell’Inghiletrra del 1850, mentre nel ventennio successivo sarebbe diventata la classe più numerosa anche in Germania e Francia, rappresentando una quota di popolazione che variava tra 1/3 e 1/4 del totale. Le sue condizioni di vita tendevano a uniformarsi, sia dal punto di vista lavorativo - col declino del lavoro artigianale - che da quello abitativo e dei consumi - con la concentrazione nei grandi centri industriali, le company-towns, concepite e costruite in funzione della produzione industriale che conobbero in quegli anni un grande aumento della popolazione (Manchester passava dai 200.000 abitanti del 1840 ai 360.000 del 1870, Liverpool da 250.000 a 520.000). Tuttavia, a differenza di ciò che era avvenuto nella prima industrializzazione in Inghilterra (un impoverimento assoluto della popolazione), la condizione della classe operaia nei paesi più sviluppati migliorava lentamente, usufruendo - in parte - dell’aumento generale della produttività e degli scambi. Inoltre i lavoratori si differenziavano al loro interno e da paese a paese: anche se tutti «governati» dai medesimi rapporti di produzione e di subordinazione sociale di stampo capitalistico, le differenze di reddito e di condizione non mancavano; a ciò s’aggiungevano le differenze derivanti dalle particolari tradizioni delle classi lavoratrici dei paesi europei. «Uguali» per collocazione nella società e ruolo nel processo produttivo; «diversi» per condizione di vita e sua percezione: in questa contraddizione cominciò a svilupparsi il dibattito politico e l’azione del nascente movimento operaio, tra tendenze rivoluzionarieinternazionaliste e chi propendeva per un’azione riformista che migliorasse gradualmente la condizione dei lavoratori e desse loro un ruolo politico nei singoli paesi. Tra «generale» e «particolare», il movimento operaio assunse comunque in ogni paese proprie peculiari caratteristiche: dal sindacalismo delle Trade Unions inglesi che solo più tardi formerà un partito politico di tendenza socialista, il Labour Party (1893), alla centralità dell’azione politica che l’organizzazione dei lavoratori assunse in Germania, con la fondazione (1869) della Spd, il partito socialdemocratico che, sopravvivendo alle leggi antisocialiste di Bismarck, alla fine del secolo sarà il partito marxista più forte del continente e quello al cui interno si confronteranno in maniera più netta le ipotesi rivoluzionarie e quelle riformiste. Nel complesso, mentre la rivoluzione politica continuava a essere il centro delle elaborazioni e della ideologia delle organizzazioni operaie, la pratica si misurava con la «parzialità» degli obiettivi concreti, dalla riduzione dell’orario di lavoro all’ottenimento dei diritti politici. Facendo del movimento dei lavoratori e delle sue organizzazioni un soggetto decisivo di trasformazione degli stati moderni e delle loro politiche, più riformista che rivoluzionario.

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L’Assalto ALCIelo dellacomune diparigi Quando il regime di Napoleone III crollò sotto la forza degli eserciti prussiani, in Francia si dipanarono i veli del dispotismo che bloccava il paese e lo «teneva insieme», dando vita a un forte confitto politico che avrebbe portato alla nascita della Terza Repubblica: la borghesia bancaria e industriale da un lato, la comunità operaia - con al centro quella parigina - dall’altro, divennero i poli di uno scontro «totale». Fu il conflitto di classe a rivelarsi in tutta la sua radicalità proprio nel paese europeo in cui - Inghilterra a parte - più forte era il peso del proletariato; e, non casualmente, l’epicentro del confronto fu Parigi, dove gli operai costituivano oltre un quarto dell’intera popolazione. Questo scontro sociale assunse, per la prima volta in forma chiara ed esplicita, i contorni politici della rappresentanza istituzionale e della lotta per il potere: per questo la vicenda della Comune parigina fu considerata uno spartiacque nella storia del movimeno oepraio, il primo esempio di «stato operaio». Al tempo stesso essa fu la dimostrazione della forza del proletariato organizzato (per i ceti dirigenti, della sua «pericolosità») e quella dei limiti della sua capacià d’egemonia sul resto della società: da quest’esperienza le organizzazioni operaie e socialiste trassero la convinzione di quanto poco indolore sarebbe stata la trasformazione della società e quale peso avrebbe assunto ai suoi fini il ruolo dei partiti e delle organizzazioni sindacali; quali mediazioni con la «politica borghese» e le sue istituzioni parlamentari sarebbe stato necessario compiere (come cominciarono a pensare le organizzazioni a ispirazione

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marxista) o rifiutare (come ritenevano le correnti anarchiche). Da questo punto di vista non fu un caso che la Prima Internazionale finì proprio dopo l’esperienza comunarda parigina, decretando una prima verticale divisione dentro il movimento operaio organizzato. Il Secondo Impero di Luigi Bonaparte, con il nazionalismo espansionista e la repressione interna, era riuscito solo a tenere a freno ma non a sopire la tensione sociale che si era già clamorosamente manifestata durante i grandi scioperi tessili di Roubaix e Lione del 1868-69. Dopo la sconfitta militare di Sedan (1 settembre 1870), la capitolazione dell’esercito imperiale e la cattura dello stesso Napoleone III a opera dei prussiani, il 4 settembre le masse operaie parigine ebbero un ruolo decisivo nelle manifestazioni di piazza che portarono alla proclamazione della repubblica sotto la guida dei repubblicani moderati Favre e Gambetta. Da quel momento la borghesia francese si trovava stretta tra i prussiani - che si dirigevano verso Parigi per assediarla - e gli operai di cui temeva le rivendicazioni sociali e la forza politica. La guerra finì con l’esasperare la contrapposizione tra borghesia e proletariato parigino, anche perché mentre il governo repubblicano fuggiva da Parigi assediata, la difesa militare della città era affidata alla guardia nazionale, composta in gran parte da gente del popolo: le masse parigine erano per un’intransigente difesa della città, ricollegandosi all’esempio del 1792 (quando la «nazione rivoluzionaria in armi» aveva battuto a Valmy gli eserciti stranieri, salvando la giovane repubblica giacobina) e l’evento militare si riempì ben presto di contenuti sociali. Per il proletariato parigino diventava sempre più chiaro che la disponibilità del governo repubblicano verso i prussiani era motivata dalla volontà di mantenere i privilegi sociali di classe. La popolazione della capitale accolse con ostilità la notizia dell’armistizio con i tedeschi, al punto da considerarlo un tradimento. Durante l’assedio di Parigi si erano formate nuove istituzioni politiche, rappresentative della popolazione e indipendenti dal governo repubblicano che aveva scelto di risiedere a Versailles: nelle settimane successive all’armistizio lo scontro tra i due poteri (quello «legittimo» imposto dall’alto e quello che di fatto governava Parigi, espressione della volontà popolare) si fece via via più radicale e quando il conservatore Thiers capo del governo di Versailles - tentò di «riportare l’ordine nella capitale», la guardia nazionale assieme alla popolazione cacciò i «versagliesi» rendendo esplicita la nascita di un nuovo potere che si diede subito un proprio assetto istituzionale: «in nome del popolo» fu proclamata la Comune, diretta da un consiglio di 90 membri, espressione dei comitati popolari che avevano diretto la difesa diParigi dai prussiani. Da quel momento «battere Parigi» divenne il principale obiettivo del governo borghese di Versailles che non esitò ad allearsi con i prussiani - nemici di ieri - che ancora occupavano gran parte del territorio francese: da marzo a maggio del 1871, mentre la Comune costruiva il suo sistema di governo basato sulla democrazia diretta e il


federalismo, il governo di Versailles dedicò tutte le proprie energie all’organizzazione militare della presa della città e a isolarla dal resto del paese, dipingendo i comunardi come dei «senzadio» crudeli e sanguinari. Con l’appoggio delle truppe di Bismarck (a cui Thiers aveva assicurato di ristabilire l’ordine nel giro di poco tempo) nell’ultima settimana di maggio il cerchio attorno a Parigi si strinse e le truppe del governo di Versailles espugnavano uno alla volta i quartieri della capitale: la resistenza dei comunardi sulle barricate fu vana e non frenò la violenza delle truppe governative che passarono per le armi oltre 30.000 persone, compresi donne e bambini. La «settimana di sangue» (con questo nome passarono alla storia quei giorni) pose fine alla Comune di Parigi e aprì le porte alla nascita della Terza repubblica, permettendo al primo ministro Thiers di affermare: «lo spettacolo del suolo disseminato dei loro corpi servirà da lezione». Agli occhi della borghesia francese il governo della Comune appariva spaventoso: atterrivano i suoi princìpi egualitari, il coinvolgimento delle masse in una forma di democrazia diretta con cariche revocabili; l’ipotesi di uno stato a base federale e non centralistico in cui le varie «comuni» si associavano liberamente con ampi margini d’autonomia; la laicità dello stato e dell’insegnamento scolastico; l’affidamento delle fabbriche abbandonate a cooperative operaie e una legislazione del lavoro estremamente avanzata che, ad esempio, vietava il lavoro notturno per tutti (persino per i panettieri); il grande liberalismo nella vita civile con il riconoscimento dei matrimoni naturali, un’estrema libertà d’associazione e di stampa, il grande spazio lasciato all’attività politica delle donne. Fu contro questi contenuti progressisti che si scagliarono le truppe di Versailles, anche se, nei suoi tre mesi di vita, la Comune di Parigi non attuò un programma propriamente socialista: non furono nazionalizzate le banche (e questo portò al paradosso che mentre la Comune viveva spaventose difficoltà finanziarie, la Banca di Francia che era sotto la sua giurisdizione finanziava la campagna militare del governo di Versailles), non fu soppressa la proprietà privata. Tuttavia la sua organizzazione politica e sociale delineava forti contenuti classisti coniugati con la parte più radicale del patrimonio liberale della rivoluzione francese del 1789. La «democrazia estrema» fu l’elemento più significativo e, contemporaneamente, il lato debole di un regime politico sottoposto a un assedio militare. Ma proprio per questa «purezza» la Comune passò alla storia nonostante la sua breve esistenza e tutto il successivo movimento operaio avrebbe guardato a essa come l’esempio storicamente cui ricollegare i propri obiettivi di emancipazione e liberazione. Per questo «l’appello al popolo francese» pubblicato il 9 aprile1871 (che riportiamo di seguito) costituirà per decenni una sorta di manifesto politico della prima esperienza di autogoverno popolare della storia moderna. «Ancora una volta Parigi lavora e soffre per la Francia intera e attraverso le sue lotte e i suoi sacrifici prepara la rigenerazione intellettuale, morale, amministrativa ed economica, la gloria e la prosperità di tutto il paese. Che cosa chiede? Il riconoscimento e il consolidamento della

«Le citoyen Courbet», 1871 sulla copertina del giornale satirico Le Fils du père Duchêne, favorevole alla Comune. Il pittore Gustave Courbet fu ministro della cultura della Comune, fece abbattere la colonna napoleonica di Place Vandomme e dopo la restaurazione fu condannato a pagarne la ricostruzione. a sinistra, Barricate davanti alla Madeleine

repubblica, sola forma di governo compatibile con i diritti del popolo e con un regolare e libero sviluppo della società. L’autonomia assoluta della Comune estesa a tutte le località della Francia, che garantisca a ognuna di esse la pienezza dei suoi diritti e a tutti i francesi il pieno esercizio delle loro facoltà e attitudini, come uomini, come cittadini e come lavoratori. L’autonomia della Comune avrà come unico limite l’eguale diritto d’autonomia di cui godranno tutte le altre Comuni aderenti allo stesso patto e la cui unione dovà garantire l’unità della Francia. Alla Comune spettano i seguenti diritti: il voto del bilancio comunale, entrate e uscite; la fissazione e la ripartizione delle imposte; l’organizzazione della propria magistratura, polizia e delle proprie scuole; l’amministrazione dei beni di sua appartenenza; la scelta, per elezione o per concorso, la responsabilità, il controllo e il diritto di revoca dei magistrati e fuzionari comunali a tutti i livelli. La garanzia assoluta della libertà individuale, della libertà di coscienza e della libertà di lavoro. L’intervento permanente dei cittadini negli affari comunali, attraverso la libera manifestazione delle proprie ideee, la libera difesa dei propri interessi: è la Comune, sola responsabile della sorveglianza e della difesa dei diritti di riunione e di pubblicità, a garatire queste manifestazioni. L’organizzazione della difesa e della guardia nazionale, che elegge i propri capi ed è la sola responsabile del mantenimento dell’ordine nella città».

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Ilpartito senzanazione Verso la metà del XIX secolo la «questione sociale» e il conflitto tra capitale e lavoro avevano assunto ormai precise caratteristiche; più avanzava il processo d’industrializzazione più si moltiplicavano le vertenze tra lavoratori e imprenditori, sorgevano le prime organizzazioni operaie e le società di mutuo soccorso, si poneva sempre più con evidenza il problema del ruolo politico della classe operaia. Il luddismo e il cartismo inglesi prima, gli eventi francesi del ‘48-49 poi, avevano posto sotto gli occhi di tutti la sempre più rilevante consistenza del proletariato industriale. La crescente presenza di organizzazioni operaie - molto eterogenee tra loro - nel conflitto sociale e politico dei paesi europei e il confronto tra le diverse ipotesi politiche interne al movimento dei lavoratori, furono lo stimolo decisivo per la nascita dell’Associazione internazionale dei lavoratori, poi passata alla storia col nome di «Prima Iternazionale». Già nel Manifesto del partito comunista, Marx ed Engels avevano asserito il carattere sovranazionale delle lotte degli operai e la necessità di loro unione; comune convinzione era nutrita da altri esponenti delle associazioni operaie e, benché divergenti fossero le pratiche e le analisi, furono in molti a convenire sulla necessità di promuovere la solidarietà e la collaborazione fra i lavoratori di tutti i paesi europei. La Prima Internazionale venne così fondata a Londra nel 1864. Lo scopo era quello di fornire una direzione unitaria alle diverse lotte dei lavoratori europei e un luogo d’elaborazione di strategia per la loro politica nei confronti dei governi borghesi. In realtà l’Associazione internazionale dei lavoratori non divenne mai una vera e propria organizzazione sovranazionale: i profondi contrasti e la disomogeneità che dividevano le organizzazioni operaie finirono per trasformarla in un luogo di confronto tra strategie e ipotesi diverse, un luogo di lotta politica in cui maturarono gli indirizzi che avrebbero poi preso i diversi partiti operai. Alla seduta di fondazione, tenuta alla St.Martin’s Hall di Londra il 28 settembre del 1864, parteciparono rappresentanti di quasi tutti i paesi europei. Questi «delegati» - soprattutto francesi e inglesi - erano membri di sindacati, organizzazioni socialiste, società di mutuo soccorso, associazioni operaie: s’andava dai mazziniani italiani, agli anarchici, dai socialisti tedeschi di Lassalle che poi

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fonderanno il partito socialdemocratico, ai sindacalisti delle Trade Unions inglesi, ai seguaci delle idee cooperativistiche di Proudhon, agli «insurrezionalisti» del radicale francese Blanqui. Una simile eterogeneità ideologica costrinse la Prima Internazionale a privilegiare il terreno sindacale più che quello politico, con una logica dei «tempi lunghi» che considerava quello in corso essenzialmente un processo di formazione e di organizzazione della coscienza di classe. Proprio per questo la lotta politica tra le diverse componenti fu molto aspra e la vita dell’Internazionale fu segnata dalle espulsioni e dall’allontanamento volontario o forzato di parti degli iniziali aderenti. La stesura della carta costitutiva dell’Associazione fu affidata a Marx che tenne anche il discorso d’indirizzo inaugurale. Nella lettura marxiana degli eventi si riconosceva l’importanza delle vittorie parziali ottenute fino ad allora dai lavoratori, dalla riduzione dell’orario di lavoro a dieci ore alla formazione di cooperative operaie; tuttavia il riconoscimento dei diritti dei lavoratori e l’aver dimostrato che essi potevano autogestire su vasta scala la produzione di merci, non erano sufficienti, perché l’obiettivo finale doveva rimanere la conquista del potere politico, che, sola, «avrebbe garantito la reale emancipazione della classe operaia». Marx così concludeva il suo discorso inaugurale: «La classe operaia possiede un elemento del successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti all’organizzazione e guidati dalla coscienza. L’esperienza del passato ha insegnato come il dispregio di quel legame fraterno, che dovrebbe esistere tra gli operai dei diversi paesi e spronarli a sostenersi gli uni con gli altri in tutte le loro lotte per l’emacipazione, venga punito inesorabilmente con la sconfitta comune dei loro sforzi incoerenti. Questa idea ha spinto operai di diversi paesi radunati il 28 settembre 1864 in pubblica assemblea in St. Martin’s Hall a fondare l’Associazione Internazionale degli Operai». La centralità che Marx assegnava alla lotta per il potere politico divenne la costante di tutti gli scontri interni all’Internazionale, a iniziare dal contrasto con i mazziniani che ipotizzavano un’organizzazione fortemente centralistica, caratterizzata da un’ideologia democratico-borghese che perseguisse «il progresso morale, intellettuale ed economico delle classi operaie europee». Al contrario, per Marx e per la maggioranza degli aderenti alla Prima internazionale, non poteva esserci collaborazione tra borghesia e proletariato e - come si leggeva nello statuto dell’Associazione - «l’emancipazione della classe operaia doveva essere l’opera della classe operaia stessa; la lotta per questo scopo non è una lotta per nuovi privilegi di classe, bensì per l’abrogazione di ogni dominio di classe». Espulsi i mazziniani, la vita dell’Internazionale continuò a essere segnata da contrasti profondi. Tra il 1866 e il 1867, nei congressi dell’Associazione di Ginevra e Losanna, esplosero violenti scontri tra i proudhoniani e i marxisti sulla centralità che i primi assegnavano al movimento cooperativistico, relegando in secondo piano l’elemento conflittuale, rappresentato in primo luogo dallo sciopero, che i secondi consideravano fondamentale. Alla fine, so-


prattutto a causa dell’approfondimento dello scontro sociale in Europa e il peso sempre più rilevante della classe operaia delle grandi fabbriche, prevalsero le ipotesi marxiste. Si aprì, allora un nuovo confronto tra i socialisti che si rifacevano a Marx e gli anarchici di Bakunin. In gioco era il ruolo politico del movimento dei lavoratori, se, cioè, le organizzazioni operaie dovessero battersi per la conquista del potere politico nei rispettivi paesi (rapportandosi e intervenendo sulle scelte dei governi borghesi), oppure se si dovesse perseguire una strategia insurrezio-

Bakunin interviene al Congresso di Basilea dell’Internazionale, nel 1869. disegno di Rafael Farga Pellicer, 1869

nale tesa alla dissoluzione immediata degli stati nazionali e fondata sulla pratica dell’autogestione dei lavoratori. Contemporaneamente a questo confronto politico interno, l’Internazionale conosceva il suo momento di massimo slancio tra il 1868 e il 1870: la solidarietà tra le diverse organizzazioni operaie (politica e materiale) e il coordinamento delle battaglie sui diritti politici e sindacali degli operai furono i terreni su cui si manifestò concretamente l’azione dell’Associazione, che i governi europei cominciarono a temere e a bandire, sopravalutandone forza e coesione. Infatti, il riacutizzarsi delle tensioni internazionali che sfoceranno nella guerra franco-prussiana del 1870, riattizzò i sentimenti nazionalistici anche tra i lavoratori. Di fronte alla guerra l’Internazionale tentò di far risaltare la vocazione pacifista del movimento operaio e la condanna della «ragione del più forte», affermando che la guerra non era altro che «un mezzo di sottomissione dei popoli alla classi privilegiate o ai governi che la rappresentano». Tuttavia lo scontro militare nel cuore dell’Europa finì col dividere inevitabilmente il movimento dei lavoratori, avviando il declino dell’Associazione internazionale. Inoltre l’esperienza della Comune di Parigi inasprì il contrasto tra anarchici e socialisti e nel 1872, al congresso dell’Aja, gli anarchici vennero espulsi dall’Associazione: la Comune, la prima «esperienza di stato operaio», pose con drammaticità il problema dell’organizzazione politica dei lavoratori e i marxisti ne trassero che solo l’organizzazione in partiti politici nazionali poteva permettere alla classe operaia una lotta efficace. Contrari a questa impostazione gli anarchici continuavano a considerare come separati i conflitti economici e quelli politici, respingendo l’ipotesi marxiana di «dittatura del proletariato» come fase intermedia tra l’abbattimento del potere borghese e l’instaurazione di un regime sociale senza classi. Dopo l’espulsione degli anarchici la sede dell’Internazionale fu spostata a New York, ma la grande depressione economica che iniziò nel 1873, pesò sullo sviluppo delle lotte operaie, incoraggiando il loro ripiegamento in ambito nazionale. Nel momento in cui, contro le ipotesi anarchiche, si cominciò a far strada nel movimento dei lavoratori la convinzione che gli operai dovessero partecipare alla lotta politica dei diversi paesi, costituirsi in partito politico indipendente, organizzato su piano nazionale e inserito nella realtà dei diversi paesi, l’Associazione Internazionale dei lavoratori cominciò a essere vista come uno strumento superato. Dopo la Comune di Parigi iniziava l’epoca dei grandi partiti socialisti nazionali e - mentre gli anarchici davano vita a una propria Associazione internazionale, l’Internazionale libertaria, fondata da Bakunin nel 1872 - la Prima Internazionale declinava velocemente e veniva formalmente sciolta nel 1876. Quando si ricostituirà un’analoga organizzazione (Seconda Internazionale, 1889) sarà su basi ben diverse, come coordinamento non di associazioni, società e movimenti eterogenei, ma di partiti politici nazionali con un comune indirizzo ideologico egemonizzato dall’analisi marxista.

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LETTURE

Mutuosoccorsoecooperative, gliantenatidelsindacato Attorno alla metà dell’800, agli albori dell’industrializzazione, nascono le prime organizzazioni di artigiani e operai che si associano per garantirsi un minimo di assistenza e di consumi, quando lo stato sociale non esiste ancora. Da lì nasceranno i sindacati di mestiere, territoriali e – infine – i «partiti del lavoro».

L

cesare pozzo È stato il primo macchinista a curare l’organizzazione dei ferrovieri. fu presidente della mutua di Milano. più volte punito e costretto a passare da un deposito di locomotive all’altro, Morì tragicamente a Udine lanciandosi sotto un treno

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a prima forma d’organizzazione operaia comune a tutti i paesi europei, fu quella, assai particolare, delle società di mutuo soccorso, che organizzate per mestieri, accompagnarono l’industrializzazione del continente: in Italia le prime società di mutuo soccorso - spesso di carattere interclassista - sorsero attorno al 1850, soprattutto a opera di operai tessili e tipografi e solo verso il 1870 cominciavano a sorgere tra gli addetti delle industrie meccaniche e metallurgiche. In altri paesi d’Europa - soprattutto in Francia e in Inghilterra - l’associazionismo operaio ebbe una storia più lunga e più ricca, frutto di industrializzazioni più antiche. Nel dibattito storiografico queste prime forme d’organizzazione dei lavoratori sono state interpretate in due distinte maniere: da un lato, alcuni hanno visto nelle società di mutuo soccorso e nelle associazioni operaie di mestiere il nucleo fondante da cui si sarebbero sviluppati - in una certa continuità - i moderni sindacati di categoria e confederali; altri hanno invece sottolineato l’esistenza di profonde e nette fratture tra questi esordi del movimento operaio (caratterizzati, secondo quest’interpretazione, dall’interclassismo) e la sua storia successiva. Chi propendeva per la prima ipotesi enfatizzava l’elemento della solidarietà delle prime società operaie per riconoscerle come legittime antenate del sindacalismo moderno e perseguire una tesi di continuità. Gli oppositori di questa interpretazione vedevano nel loro interclassismo e nel loro non mettere al centro della propria azione la fabbrica e i problemi del lavoro gli elementi che determinavano una discontinuità.

Tra queste due interpretazioni, ve ne può essere una terza che, senza negare le diversità tra il mutuo soccorso e il sindacalismo contemporaneo, ricolloca le prime associazioni operaie completamente all’interno della storia del movimento operaio e riconosce loro legittimità di soggetti sociali autonomi. È questa l’interpretazione di Pino Ferraris che, in Domande di oggi al sindacalismo europeo dell’altro ieri, così ricostruisce la storia del primo associazionismo operaio: «Nella fase iniziale della spinta associativa prevale nettamente l’elemento della mutualità, del reciproco soccorso nei problemi della vita, rispetto alla resistenza, cioè il conflitto rivendicativo di fabbrica sul salario, gli orari, la condizione di lavoro. Quando parliamo di mutualità facciamo riferimento a quelle associazioni operaie che hanno lo scopo di sostenere e assistere i lavoratori (collettivamente e individualmente) negli ambiti della vita, cioè nella sfera della riproduzione. Esse sono di due tipi. Le società di mutuo soccorso, che assistono i soci di fronte ai rischi della disoccupazione, dell’infortunio e della malattia, della vecchiaia e della morte. Le cooperative, che difendono il lavoratore dalla speculazione commerciale sui prezzi dei beni di consumo (cooperative di consumo) e che promuovono risposte alla mancanza di lavoro (cooperative di produzione). Il primo proletariato industriale, mentre viene gradualmente concentrato nelle manifatture e disciplinato al lavoro di fabbrica, si trova ancora più violentemente esposto a minacce radicali nella sfera della riproduzione. Mentre vengono indebolite le tradizionali fonti di sussistenza e le reti di protezione del mondo rurale, la nuova realtà


industriale non produce ancora meccanismi di compensazione e di assorbimento degli squilibri e delle contraddizioni che essa provoca. Le carestie, con l’improvvisa penuria e i bruschi rialzi dei prezzi dei beni essenziali, minacciano con nuovo vigore la sussistenza delle popolazioni operaie. Quello che un vescovo inglese definiva «il flagello dei quattro diavoli» - disoccupazione, malattia, vecchiaia e miseria - imperversava con maggiore violenza in una società nella quale agli antichi mali si sovrapponevano i costi umani e sociali dell’industrialismo. Nell’Ottocento la produzione industriale non era concentrata nelle grandi metropoli ma era disseminata in distretti industriali all’interno della campagna. Qui gli operai costituivano delle comunità chiuse e barricate rispetto al mondo borghese (si pensi ai distretti tessili e a quelli minerari). Nella prima fase della rivoluzione industriale in un certo senso la fabbrica divideva (c’era un abisso tra l’operaio di mestiere e l’operaio comune), mentre il territorio univa, esprimeva cioè una comunità operaia con uno stesso stile di vita, un proprio modello di consumo, una propria sub-cultura, tenuta insieme dalle reti delle relazioni primarie parentali e di vicinato. È proprio di fronte all’aggravarsi dei flagelli che minacciavano le condizioni di esistenza delle famiglie operaie, e in seguito al logorarsi dell’efficacia difensiva dei tradizionali raggruppamenti di fatto della famiglia e del vicinato, che nascono le prime forme di associazionismo volontario, quella mutualità che è un modo, regolato da norme e animato da solidarietà, per bilanciare i problemi esistenti e/o sopravvenienti collegati a situazioni di maggior sfavore. La mutualità è espressione di associazionismo orientato a fronteggiare i problemi emergenti nella sfera di riproduzione più di quelli che si generano nella produzione, essa produce un’associazione per, più che un’associazionismo contro. Tuttavia sarebbe inesatto contrapporre la mutualità alla resistenza, come se la prima escludesse la seconda. Certamente i ceti dirigenti hanno visto (e anche incoraggiato) il mutuo soccorso come uno strumento di armonia sociale che da un lato avrebbe dovuto rispondere al sovversivismo dei moti popolari alimentari e dall’altro prevenire gli scioperi di fabbrica. In realtà l’associazionismo mutualistico rappresenta uno snodo essenziale verso la costruzione di un’identità conflittuale della classe operaia. (...) Il primo associazionismo operaio si sviluppa come esperienza di autogestione solidale di forme di autotutela rispetto a gravissimi disagi o a possibili minacce che gravano, più che sulla condizione lavorativa,

sulle condizioni esistenziali del lavoratore. A queste forme di autotutela si sono intrecciate (e via via hanno assunto peso crescente) le forme della lotta rivendicativa concentrata sul rapporto di produzione. Questo intreccio della mutualità e della resistenza tendeva a coprire l’intera esistenza dell’umanità al lavoro, sia la sfera della riproduzione che quella della produzione, gli ambiti di vita e gli ambiti di lavoro. La mutualità rappresenta un’esperienza associativa radicalmente diversa dalla resistenza. In una prima approssimazione abbiamo definito quella mutualistica una associazione per. Essa non tende a rivendicare un obiettivo quanto piuttosto a praticare l’obiettivo. Lo spirito di cooperazione e le pratiche di autogestione funzionano da contrappeso alle culture del conflitto e alle pratiche di delega che prevalgono nelle associazioni contro come quelle della resistenza. L’attenzione rivolta a pieno campo sull’insieme dell’esistenza del lavoratore e il bilanciamento tra pratiche di autogestione sociale e pratiche di lotta rivendicativa mi sembra che costituiscano elementi di particolare ricchezza dell’associazionismo operaio ottocentesco (con tutti i limiti che pur vi sono) che sono andati persi nell’esperienza sindacale del Novecento. Quando l’operaio non è più lavoratore, perché disoccupato, perché malato, perché invalido o perché vecchio, esso scompare allo sguardo classista-produttivista del sindacalismo del Novecento: viene abbandonato all’amministrazione del welfare state e affidato alla cura domestica delle donne. La statizzazione della mutualità attraverso la costruzione del welfare state costituisce uno degli elementi importanti che entrano nella ridefinizione complessiva delle strutture, delle pratiche e delle culture del sindacato e del movimento operaio». Ferraris enfatizza l’elemento solidaristico, ritenendolo la base su cui è cresciuto il movimento operaio e che ha reso possibile la stessa costituzione dei sindacati e dei partiti; i quali hanno, in qualche modo, «tradito» le proprie radici in nome della centralità della produzione: l’operaio diventa, così, lavoratore e quando non è tale cade ai margini delle sue stesse associazioni. La lettura degli statuti delle prime società operaie e di mutuo soccorso conferma quanto possano essere considerate elemento costitutivo del moderno movimento operaio e quanto marginale fosse la componente non operaia al loro interno. In uno dei primi articoli dello statuto di una società di mutuo soccorso del biellese si legge: «Non sono ammessi a Soci i principali e i capi officina. Però i soci che divenissero capi officina, faranno

sempre parte della Società, purché si attengano all’osservanza del Regolamento sociale e delle deliberazioni dell’Assemblea; ma durante il tempo che sono tali, non possono occupare, né essere eletti a nessuna carica sociale ed avranno nella adunanze generali parola consultiva ma non deliberativa». Anche l’intreccio tra solidarismo e rivendicazioni emerge chiaramente, come in questo brano dello statuto di una società di fonditori di Cremona: «All’incontro dei nostri padri che trovavano la loro ragione d’essere nelle lotte fra uomo e uomo - fra società e società - fra città e città - fra stato e stato - noi vogliamo la solidarietà di tutti i lavoratori di tutta la terra, perché è soltanto colla fratellanza di tutti i produttori a qualunque stato e razza appartengano, che noi potremo arrivare alla prefissa meta: avere il frutto del nostro lavoro. Noi non aspetteremo aiuto, non domanderemo soccorso che agli operai, ai compagni di lavoro; è per questo che ci uniamo in Lega con l’intendimento di migliorare la nostra misera condizione morale e materiale: unico mezzo per istruirci ed emanciparci». Solidarietà e autogestione sono gli elementi presenti in tutti gli statuti delle società di mutuo soccorso: fare da sé, sia contro le leggi del sistema capitalistico e i suoi pericoli, sia per dimostrare che è possibile. Sono queste le radici su cui crescerà il movimento operaio europeo. Lo testimoniano due ultimi brani. Il primo è tratto dallo statuto di una società operaia di Caltanissetta: «Si è costituita la società operaia di mutuo soccorso, con cooperativa di lavoro. Essa si propone: 1) di migliorare le condizioni dell’arte, sia col perfezionamento del lavoro, sia finanziariamente, come pure promuovere l’unione e l’affratellamento dei soci. 2) di promuove l’istruzione tra i soci, tanto pratica che scientifica e letteraria. 3) il mutuo soccorso come: a) assistenza medica e sussidio ai soci; b) sussidio ai soci che per accidente o disgrazia fossero dichiarati inabili al lavoro; c) premio d’assicurazione al monte vedovile; d) onoranze funebri ai soci decessi. I soci sono obbligati a comprare i materiali necessari al loro mestiere nel magazzino della società, ove saranno posti in vendita a costo di fabbrica più l’otto per cento su di esse che andrà a beneficio della società e dei soci. Il guadagno netto annuale sarà ripartito tra i soci anno per anno». Ed ecco cosa scriveva nel suo statuto la società dei lavoratori del ferro di Milano: «La società ha per iscopo di proteggere gli interessi morali e materiali dei soci membri fornendo loro i mezzi di resistere a tutte le violenze contro i loro diritti. Essa sollecita le riforme che conducano all’emancipazione del lavoro e all’affermazione della solidarietà fra tutti i lavoratori».

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LETTURE

Statiunitid’America, lagrandenazione«pagata» dagliindiani

Dall’est al mitico far west, un’onda bianca – fatta di acciaio e piombo – incalza le tribù dei nativi d’America. Fino a travolgerne la resistenza, sterminarli e richiuderli nelle riserve. Come il colonialismo interno statunitense pone le basi di quella che sarà la più grande potenza del ‘900.

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L

a storia degli Stati uniti è anche la storia di uno scontro - troppo a lungo dimenticato dalla storiografia - tra la «civiltà dell’uomo bianco» e la tradizione degli indiani d’America: uno scontro tramutatosi presto in massacro delle popolazioni indigene costrette ad arretrare e cedere terreno di fronte all’avanzare dei coloni che venivano da Est. La «conquista del West» per anni fu un mito positivo della storia americana: imponendosi col ferro e col fuoco, la superiore tecnologia dell’uomo bianco estese su vastissimi territori rapporti di vita e di produzione assolutamente estranei a quelli delle popolazioni che avevano per secoli abitato quei territori. Per imporsi, l’economia di mercato, attuò un vero e proprio genocidio che soltanto negli ultimi decenni è stato sottoposto ad analisi storica. Quello che segue è un brano di un saggio del 1974 di Giorgio Corsini, contenuto in Storia degli Indiani del Nord America (Firenze 1974). «Alla metà del XIX secolo una gran parte degli indiani d’America era stata definitivamente allontanata dalle regioni che originariamente essi popolavano e avviata in riserve sparse in ogni parte degli Stati uniti. Dovunque passavano i carri dei pionieri o le linee delle ferrovie, gli indiani erano costretti a cedere il passo ai conquistatori della frontiera. La teoria del Destino manifesto della giovane America voleva che gli uomini bianchi prendessero possesso delle terre, delle foreste e delle miniere di una nazione che, con l’inclusione della California tra gli stati dell’Unione (1850), si estendeva ormai dall’Atlantico fino al Pacifico e dal Canada fino al Messico. Allo scoppio della guerra civile, che avrebbe dato al paese la sua unità politica definitiva, vivevano ancora a Ovest del Mississippi circa 300mila indiani, quasi la metà di quelli che popolavano l’America all’arrivo dei primi coloni europei. Qui i Sioux, gli Oglala, i Cheyennes, gli Arapaho, i Kiowa, i Comanches, i Navaho e gli Apaches cercavano ancora di difendere, dal Dakota all’Arizona, la loro indipendenza. È da queste tribù che sarebbero sorti gli ultimi grandi capi destinati a sostenere il confronto finale con i bianchi, ed è attorno a queste ultime figure leggendarie che sarebbe nata, più tardi, la moderna epica del West e della lotta con i pellirosse così come noi l’abbiamo conosciuta e rivissuta attraverso la letteratura e il cinema del nostro secolo. Ma è stato un mito alimentato da tutti i pregiudizi dei conquistatori e deformato dall’orgoglio di una razza che era convinta d’aver portato nel Nuovo Mondo i frutti migliori della sua civiltà. Non è un caso, perciò, che la storiografia dell’era

della contestazione e dell’autocritica abbia scelto proprio il trentennio fra il 1860 ed il 1890 come soggetto della propria indagine per ristabilire la verità dei fatti e rendere giustizia ai veri protagonisti e alle vere vittime dell’ultima guerra degli indiani d’America contro i loro colonizzatori europei. Mentre i Nez Percés (Nasi Forati) di Capo Giuseppe difendevano disperatamente le terre del Nord-Ovest, i Navahos e gli Apaches cercavano di opporre l’ultima resistanza nel Sud-Est. Nel 1863 la sorte dei Navahos era ormai segnata e dopo una serie di sanguinosi scontri protrattisi per oltre un anno il colonnello Carson li costringeva alla resa avviandoli, attraverso quello che fu definito il lungo cammino, in una riserva del Nuovo Messico dalla quale furono più tardi ricondotti nella loro nativa Arizona con la promessa che non l’avrebbero più abbandonata. Fu pressapoco nello stesso periodo che anche gli Apaches, già lungamente provati dalle persecuzioni degli spagnoli e dei messicani, ebbero modo di sperimentare l’instabilità della pace che essi credevano d’aver realizzato con gli americani. La proditoria uccisione del loro capo Mangas Coloradas, nel 1862, scatenò il conflitto e per molti anni piccole bande capeggiate da guerrieri leggendari sparsero il terrore fra i bianchi e tennero costantemente impegnate le truppe. Geronimo fu certamente il più famoso di questi guerrieri e soltanto nel 1886 l’esercito riuscì a catturarlo e a rinchiuderlo a Fort Sill, nell’Oklahoma, dove morì quasi dieci anni più tardi, dopo essersi convertito al cristianesimo e dopo aver dettato le sue affascinanti memorie. Gli ultimi indiani liberi ormai erano i cacciatori di bisonti delle praterie attorno ai quali si andava stringendo ogni giorno di più il cerchio aggressivo di trenta milioni di americani alla ricerca dell’oro e di nuove terre da coltivare. Di loro ci sono state descritte molte cose: le capanne di pelli di bisonte, le acconciature di penne d’aquila, i tomahawks che usavano per «scotennare i nemici», i calumets che fumavano per ratificare la pace con i loro amici, le danze religiose e le danze di guerra, la bellezza delle loro squaws e la saggezza dei loro anziani; ma accanto a tutto questo folklore si è accompagnato anche il mito dei loro «selvaggi» costumi e del loro carattere proditorio e sanguinario. Le vittime sono state trasformate in carnefici dalla mitologia moderna dell’uomo bianco, «ma ora - ha scritto lo storico Dee Brown - un secolo dopo, in un’epoca senza eroi, essi sono forse i più eroici di tutti gli americani». Nel 1851 era stato stipulato, a Fort Laramie, un trattato con le tribù dei Cheyennes, dei Sioux, degli Arapaho e dei Crow, con il quale il governo degli Stati uniti garantiva agli indiani tutti i diritti di proprietà, di caccia,

nella foto grande «Afraid of Eagle», sotto, «High Bear» della tribù Sioux. le fotografie (vedi anche pagina seguente), realizzate da Frank A. Rinehart per la Trans-Mississippi and International Exposition del 1898, sono conservate presso la Boston Public Library.

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LETTURE [32] la conquista • 3|NAZIONI

di pesca e di transito che a essi spettavano come abitanti di quelle regioni. Ma nel corso degli anni gli impegni non erano stati rispettati e migliaia di bianchi avevano violato la «frontiera» indiana riversandosi lungo la valle del fiume Platte e occupando senza scrupoli i territori che attraversavano. L’arrivo di minatori e di coloni, tra l’altro, implicava la creazione di forti militari per la loro protezione, la costruzione di strade e, più tardi, di ferrovie che avrebbero radicalmente alterato l’equilibrio ecologico di quelle zone e soprattutto gradualmente distruttto i bisonti che costituivano la più grande risorsa di caccia e di benessere per le tribù indiane. È naturale, quindi, che l’invasione bianca, in aperta violazione degli impegni che erano stati presi dal governo, provocasse risentimenti e scontri che sarebbero diventati sempre più sanguinosi nel corso degli anni. Spinti a forza fuori dalle loro terre, gli indiani cominciarono così una disperata difesa del loro santuario che provocò migliaia di vittime da ambo le parti e si concluse, nel 1890, con la vittoria definitiva dei bianchi. L’ultima guerra dei pellirosse

il ritratto fotografico del grande capo Apache, Geronimo (Guiyatle), fu realizzato nel 1898. nella pagina seguente una tavola di sergio ponchione

delle grandi pianure ebbe probabilmente inizio tra le foreste del nord dove i Sioux Santee, assediati da 15 mila coloni verso la metà del XIX secolo, tentarono invano di stabilire rapporti di pacifica convivenza con i bianchi. Delusi dal comportamento dei coloni, sotto la guida di Piccolo Corvo, essi incominciarono così ad attaccare forti e villaggi catturando numerosi prigionieri. Questo provocò un massiccio intervento di truppe che, il 26 settembre 1863, invasero il loro campo liberando i bianchi qui rinchiusi e facendo prigioniera la maggior parte degli indiani. Un processo sommario decretò la condanna a morte di 303 guerrieri Santee, ma il presidente Lincoln fece eseguire la sentenza soltanto per 38 condannati che vennero pubblicamente impiccati. Gli altri vennero rinchiusi in prigione e 1.700 fra donne e bambini vennero trasportati a Fort Snelling tra le violenze della folla che assisteva al loro passaggio. Piccolo Corvo, spintosi verso le pianure dove avrebbe voluto unirsi agli altri cugini Sioux, venne ucciso nel luglio successivo da due coloni che speravano di riscuotere la taglia di 25 dollari promessa dallo stato del Minnesota per ogni scalpo di indiano che fosse stato consegnato alle autorità».


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n a Z IONI

LO STRANO casodell’unità d’italia Nel ventennio 1850-70 arriva l’ora anche dell’unificazione italiana. Con una serie di annessioni militari e politiche sotto casa Savoia. Dalle guerre contro l’Impero austroungarico alle spedizioni delle camicie rosse, fino a Porta Pia. Grazie all’abilità politica di Cavour e al genio militare di Garibaldi. Dai compromessi tra le classi dirigenti, nasce uno stato che assembla ma non unisce.

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restauratori viennesi, in funzione anti-francese - sembravano mantenere la necessaria autonomia politica da quello che era il gendarme della restaurazione nella penisola, l’Austria: fu così che il processo dell’unità nazionale italiana, non potendo trovare nelle masse popolari il proprio motore e sconfitte le ipotesi rivoluzionarie (che pur continueranno a essere presenti e a manifestarsi), finì per essere egemonizzato dalla dinastia sabauda e a dipendere dalla politica estera del Piemonte. La questione italiana divenne, così, una delle variabili degli equilibri politici europei e fu materia di giochi diplomatici e militari in cui intevennero tutte le principali potenze del continente. A questo tipo di sviluppo contribuirono in maniera non secondaria gli esiti della nuova restaurazione che seguì il biennio ‘48’49: in Italia, infatti, il ritorno alla «normalità» determinò in quasi tutti gli stati un riflusso reazionario particolarmente vigoroso. L’Austria allargò il suo controllo sulla penisola, gli esponenti liberali vennero perseguiti con maggior radicalità, i governi degli stati italiani si chiusero a ogni ipotesi di rinnovamento.

I

l ventennio 1850-70 fu un periodo decisivo anche per la storia della penisola italiana: in quegli anni venne raggiunta l’unità politica del paese e nacque il moderno stato italiano sotto la direzione della dinastia Savoia e della classe dirigente piemontese. In questo senso, non a caso la definizione di «Risorgimento nazionale» indica la profonda distanza di questo processo d’unificazione con quello radicale e fondato sull’iniziativa delle masse popolari che avrebbe portato a una «Rivoluzione». La sconfitta dei moti del ‘48 aveva impresso la svolta decisiva e l’unità nazionale italiana sembrava ormai essere possibile solo su iniziativa di una casa regnante della penisola. Solo il Piemonte e i Savoia - grazie al ruolo che era stato assegnato loro proprio dai

la battaglia navale di Lissa (20 luglio 1866), al largo di Spalato. La flotta sabauda, superiore per navi ed equipaggi, a causa di una serie di errori, fu sconfitta da quella austroungarica, I cui equipaggi erano composti da veneti, triestini, istriani, dalmati, e si scambiavano gli ordini in dialetto veneziano. Alla fine, con gli italiani in fuga, ufficiali e marinai «austroungarici» festeggiarono lanciando un particolare grido di vittoria, «Viva san Marco!».

La Penisola divisa Nel Lombardo-Veneto, provincia dell’Impero austriaco, lo stato d’assedio rimase in vigore fino al 1854, la stampa era sottoposta a una rigida censura, mentre il clero era il più diffuso strumento d’appoggio al regime imperiale. Contemporaneamente, negli anni ‘50, le autorità austriache perseguirono con grande fermezza l’opposizione politica e i tribunali sanzionarono numerose condanne a morte. Analoga la situazione dei ducati dell’Italia centrale: a Parma, Modena e anche nel granducato di Toscana - il cui sovrano, Leopoldo II, prima del ‘48 si era distinto per una politica moderata e tollerante - l’autorità era esercitata, di fatto, dalle trup-

pe austriache e l’Impero degli Asburgo era il principale punto di riferimento economico e politico. L’influenza austriaca si estendeva anche più a sud, nello stato Pontificio e nel Regno delle due Sicilie. A Roma, gli stretti legami con la Francia, non impedirono alle autorità papaline di rinsaldare, in nome dell’ordine, i rapporti con Vienna, sottoscrivendo un concordato nel 1855 e restringendo i diritti politici e civili. Particolarmente dura fu la reazione nel napoletano che colpì senza eccezione tutte le voci dissenzienti, decretando pene capitali e lunghi periodi di detenzione; il regime borbonico assunse in quel periodo una condotta così rigida che il primo ministro inglese Gladstone lo definì come «la negazione di Dio eretta a sistema di governo». Restava il Piemonte. Qui, dopo la scontitta del 1849, a Carlo Alberto era succeduto Vittorio Emanuele II. Raggiunta la pace con l’Austria con il trattato di Milano (che costò ai Savoia solo un’indennità pecuniaria), il giovane sovrano e la classe dirigente liberale che si stava formando in quegli anni, seppero sfruttare la situazione creatasi nel resto della penisola per porsi come unico punto di riferimento credibile per l’unità del paese. Nonostante le pressioni degli austriaci non venne revocato lo Statuto Albertino, facendo del Regno di Sardegna l’unico stato italiano dotato di un regime costituzionale. Prima D’Azeglio e poi Cavour intrapresero una linea politica che, da un lato, non dava alcuno spazio alle speranze dei democratici per rinnovamenti radicali e per una radicalizzazione dello scontro con l’Austria, osteggiando la sinistra mazziniana e socialista (che, in quegli anni, cominciava a organizzarsi); dall’altro accentuarono l’autonomia del Piemonte dalle grandi potenze confinanti cercando di sfruttare diplomaticamente i loro contrasti. Sul piano interno i governi piemontesi degli anni Cinquanta, laicizzarono lo stato sabaudo - anche a costo di

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n a Z IONI Battaglia navale russo-turca durante la guerra di Crimea, 1854. A destra, un Ritratto del generale Alfonso Lamarmora pubblicato su «L’Emporio Illustrato» nel 1866, eseguito da Vajan

gravi contrasti con la Chiesa - e ne modernizzarono le strutture economiche e sociali. In particolare Cavour - che iniziò la sua carriera governativa nel 1850 come ministro dell’agricoltura e delle finanze, per poi diventare capo del governo due anni dopo - introdusse nel regno una politica di libero scambio, facendo dei trattati commerciali con Francia e Inghilterra la base per futuri accordi politici, e stimolò la modernizzazione economica.

Cavour, il precursore del «centrismo» Arrivato al potere con l’appoggio della sinistra moderata, Camillo Benso conte di Cavour, riuscì a consolidare un equilibrio parlamentare attorno a un «centro» liberale che gli permise di dar vita a un governo decennale: su questa base di stabilità politica egli perseguì un disegno di rafforzamento dello stato e di

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consolidamento economico, allo scopo di rendere praticabile una politica estera anti-austriaca che ormai coincideva con la ripresa del processo d’unificazione italiana attorno allo stendardo dei Savoia. Non si può certo dire che Cavour fosse un radicale, anzi. I suoi più acerrimi avversari politici erano i mazziniani e i socialisti, che considerava pericolosi e velleitari. L’unità italiana per Cavour andava perseguita con moderazione, a piccoli passi e solo se possibile - originariamente perseguì principalmente l’unità del nord sotto i Savoia - per eliminare una fonte d’instabilità al quadro europeo (fu questo l’argomento che usò per avere l’appoggio militare francese e quello politico dell’Inghilterra) e per sottrarre ai rivoluzionari l’iniziativa unitaria. Paradossalmente la sua ideologia era molto più vicina a quella degli uomini politici viennesi che a quella di uomini come Garibaldi; ma le contingenze storiche e gli interessi del Piemonte lo portarono a preparare le guerra all’Austria, insieme a Garibaldi. Il periodo 1849-59 fu un decen-

nio di preparazione e Cavour ne fu in larga misura il principale ispiratore e interprete; in quegli anni il Regno di Sardegna costruì le condizioni - sia interne che in politica estera - per allargare i propri confini fino a «trasformarsi» in Regno d’Italia. Contro il protezionismo delle vecchie dinastie e contro il nascente socialismo, il Piemonte fu il solo stato italiano a sostenere uno sviluppo capitalistico che nella penisola era ancora in embrione. Con una serie di opere pubbliche Cavour tentò - riuscendovi in parte - d’agganciare lo stato sabaudo alla trasformazione capitalistica della società che in Europa stava conoscendo la seconda rivoluzione industriale: la canalizzazione del vercellese permise la modernizzazione dell’agricoltura, vennero sviluppate le reti stradali e ferroviare, il porto di Genova accrebbe la sua importanza diventando uno scalo per i collegamenti con l’America, mentre il liberismo economico e i trattati commerciali con l’estero stimolavano lo sviluppo dei primi insediamenti industriali, in particolare nel settore tessile.


La modernizzazione dell’amministrazione e il progresso economico rinsaldarono lo stato sabaudo e Cavour poté contare su un ampio consenso della borghesia piemontese. Fu però alla politica estera che lo statista piemontese principalmente si dedicò. Per Cavour le sconfitte del ‘48-’49 avevano dimostrato che «gli italiani non potevano fare da soli» e che era pertanto necessario conquistare le simpatie e l’appoggio degli stati europei che avrebbero potuto sostenere i Savoia contro l’Austria. La Francia e l’Inghilterra erano i naturali referenti di tale politica, sia per i regimi politici che governavano quei paesi, che per i loro interessi internazionali, contrastanti con quelli austriaci. Il primo passo di quest’operazione diplomatica fu costituito dai trattati commerciali con l’Inghilterra, particolarmente interessata a consolidare la propria presenza nel Mediterraneo. Successivamente il Piemonte colse l’occasione della guerra di Crimea per tentare d’inserirsi nella politica estera delle grandi potenze. Per questo un corpo di spedizione di 15.000 bersaglieri al comando del generale La Marmora, fu inviato in Crimea a combattere a fianco di francesi e inglesi e contro i Russi. Una partecipazione poco più che simbolica, ma che permise a Cavour di sedersi «da vincitore» al tavolo di pace del Congresso di Parigi del 1856 e, da lì, far sentire il proprio punto di vista sulla questione italiana. In quell’occasione, ottenendo che si tenesse una seduta supplementare sul caso italiano, Cavour espose le proprie tesi, sostenendo che la divisione politica dell’Italia rappresentava una minaccia per la pace europea e che l’ordine di cui aveva bisogno il paese poteva essere raggiunto solo sotto la guida dei Savoia; l’alternativa sarebbero stati il disordine, l’anarchia e una sempre maggiore iniziativa del nazionalismo rivoluzionario che - perseguendo l’unità attraverso la rivoluzione politica e sociale - destabilizzava la penisola e rischiava di generare un contagio rivoluzionario in tutta l’Europa. Queste argomentazioni conservatrici ottennero una

formale risoluzione di condanna francese e inglese delle politiche dello Stato della Chiesa e del Regno delle due Sicilie; nei fatti aprirono la strada per un’alleanza con Napoleone III, le cui mire egemoniche sull’Europa si scontravano oggettivamente con l’esistenza del grande impero multietnico austriaco. L’imperatore dei francesi appoggiava le aspirazioni dei movimenti nazionali europei per creare tanti stati non molto potenti che gravitassero attorno alla Francia, che avrebbe - in questo modo nuovamente assunto il ruolo di principale potenza continentale. A proposito del Piemonte egli maturò un ipotesi che prevedeva la sua espansione nel nord Italia e la creazione di altri due regni (del centro e del sud Italia), controllati indirettamente dalla Francia che avrebbe pure continuato a essere garante dell’integrità politica del papato. La conferenza di Parigi rafforzò la posizione di Cavour e di casa Savoia come portavoci della causa italiana, proprio mentre l’ipotesi rivoluzionaria subiva nuove sconfitte. Pochi mesi dopo Parigi, infatti, Carlo Pisacane, un mazziniano di idee socialiste, tentò una spedizione in Calabria, convinto di destare, con pochi compagni armati, la rivolta delle grandi masse agricole del sud. Pisacane era persuaso che l’unità italiana fosse possibile solo su basi sociali, con un movimento dal basso. Egli aveva una chiara visione dei problemi che anni dopo sarebbero emersi nella contraddizione tra le diverse regioni del paese e credeva che solo la distribuzione della terra ai contadini - la classe sociale più numerosa e più oppressa - avrebbe permesso un processo unitario partecipato e «di massa». Su queste basi tentò l’avventura militare sbarcando nel giugno del 1857 a Sapri; tuttavia egli sottovalutava il peso del passato sui comportamenti dei contadini che trattarono i rivoluzionari come nemici e «senzadio», appoggiando le truppe borboniche nella repressione della spedizione, con cui fallì l’ultimo tentativo di raggiungere l’unità italiana per via rivoluzionaria.

Egemonia piemontese sulla Penisola I successi di Cavour e i fallimenti delle tendenze mazziniane rafforzarono la leadership dello stato piemontese e anche molti repubblicani, da Daniele Manin a Garibaldi, rinunciarono alle proprie convinzioni politiche in nome dell’unità italiana sotto casa Savoia. La Società Nazionale (fondata nel 1857) raccolse molti di questi ex mazziniani su un programma unitario di stampo moderato che fornì alla politica di Cavour una base di massa sempre più estesa negli ambienti politici, culturali e intellettuali, anche fuori dai confini del Piemonte. La vittoria della linea moderata all’insegna del realismo politico, fu definitiva negli anni ‘50 dell’800 e il «Risorgimento nazionale» si materializzò nell’espasione territoriale dello stato sabaudo, legato ai destini militari dei suoi eserciti e all’abilità della sua diplomazia, vincolato all’iniziativa economica della sua nascente borghesia imprenditoriale. Su queste basi, in soli tre anni (dal 1858 al 1861), combinando alleanze internazionali, guerre limitate, spedizioni di volontari e plebisciti popolari, lo stato sabaudo si trasformò in Regno d’Italia. L’alleanza con Napoleone III fu il punto di partenza di questo percorso; essa era il principale obiettivo della politica estera di Cavour che seppe sfruttare ogni occasione per portare la Francia alla guerra contro l’Austria, riuscendo a servirsi persino dell’attentato contro la vita di Luigi Bonaparte a opera di Felice Orsini. Questi era un vecchio carbonaro, antico amico e compagno di lotta di Luigi Bonaparte negli anni Trenta, che nel 1858 intese punire il tradimento della causa repubblicana e rivoluzionaria dell’imperatore francese. L’episodio venne sfruttato da Cavour che riuscì a convincere Napoleone III che quello contro la sua vita era stato un attentato contro la stabilità europea,

frutto della questione italiana, rafforzando così le sue tesi sulla necessità di portare l’ordine nella penisola, sotta la direzione dei Savoia. D’altra parte questa politica anti-austriaca era ben vista dall’imperatore francese i cui propositi d’egemonia si scontravano inevitabilmente con la politica degli Asburgo d’Austria. Nel luglio del 1858 Cavour e Napoleone III s’incrontrarono segretamente a Plombières per stipulare un’alleanza contro l’Austria che stabiliva che la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte nel caso di attacco austriaco. Il futuro assetto territoriale della penisola assecondava - negli accordi di Plombières - il disegno egemonico francese, lasciando ai Savoia un regno dell’Alta Italia, mentre nell’Italia centrale e meridionale sarebbero stati instaurati due regimi con a testa principi francesi, salvo per i territori dello Stato della Chiesa che sarebbero rimasti sotto il dominio del Papa. Dal giorno della firma dell’accordo segreto franco-piemontese, Cavour impegnò tutte le sue energie per provocare uno scontro militare con l’Austria: diede asilo ai fuoriusciti dal Lombardo-Veneto, permise a Garibaldi di dar vita al corpo militare dei «Cacciatori delle Alpi», organizzò manovre militari sul Ticino, a ridosso del confine con il Lombardo-Veneto austriaco. Questa serie di provocazioni ottennero, alla fine, il risultato voluto e l’Austria, nell’aprile del 1859, presentò un ultimatum che chiedeva al Piemonte di disarmare, respinto il quale, la guerra fu inevitabile. Il conflitto militare fu breve ma intenso; bloccata l’offensiva

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SCAFFALI Sul processo di unificazione italiana: G. Candeloro, «Storia dell’Italia moderna», volumi 4° e 5° (Feltrinelli, 1956-1986), W. Maturi, «Interpretazioni del risorgimento» (Einaudi, 1962), A. Gramsci, «Il risorgimento» (Einaudi, 1949), N. Rosselli, «Saggi sul risorgimento e altri scritti» (Einaudi, 1946), A. M. Banti, «Il risorgimento italiano» (Laterza, 2009), P. Pieri, «Storia miliare del risorgimento» (Einaudi, 1962), N. Bobbio, «Una filosofia militare», (Einaudi, 1971), R. Romeo, «Cavour e il suo tempo» (Laterza, 1977), D. M. Smith, «Cavour e Garibaldi nel 1860» (Einaudi, 1968), L. Salvatorelli, «Casa Savoia nella storia d’Italia» (La Cosmopolitia, 1945), G. Quazza, «La lotta sociale nel risorgimento» (Einaudi 1951), F. Dalla Peruta, «Democrazia e socialismo nel risorgimento» (Editori riuniti 1965), L. Langiano, «Il risorgimento e il brigantaggio, un olocausto tutto italiano» (Global Press, 2010).

A destra, L’incontro di Teano, fra Garibaldi e Vittorio Emanuele, in un affresco del Palazzo comunale di Siena realizzato da Pietro Aldi nel 1888

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austriaca dalle truppe piemontesi, l’intervento francese spostò in maniera determinante i rapporti di forza nelle battaglie di Magenta, Solferino e San Martino, mentre i volontari garibaldini penetravano nel Veneto. L’Austria sembrava sconfitta e in molti pensavano che i franco-piemontesi sarebbero rapidamente arrivati a Venezia. Ma Napoleone III comprese in fretta - mentre le popolazioni dell’Italia centrale insorgevano e chiedevano l’unità del paese - che i suoi disegni d’egemonia sull’Italia non erano attuabili e che era preferibile interrompere la guerra all’Austria, garantendone una futura presenza sulla penisola. Si arrivò così all’armistizio di Villafranca (luglio 1859) tra Francia e Austria, con cui si stabiliva il passaggio della Lombardia ai Savoia, tramite la mediazione di Napoleone III e la restaurazione dei vecchi governi nelle regioni dell’Italia centrale. Vittorio Emanuele II dovette accettare la nuova situazione, mentre Cavour, sentendosi tradito, diede le dimissioni. Gli accordi austro-francesi non potevano garantire la risoluzione della situazione che si era venuta a creare nell’Italia centrale: le popolazioni della Toscana, dell’Emilia, delle Marche e dell’Umbria si erano sollevate, cacciando i rispettivi regimi e formando governi provvisori; e mentre nelle Marche e in Umbria le truppe del papa riuscivano a riportare l’ordine, in Emilia e Toscana non c’era alcuna autorità capace di imporre la restaurazione, dato che il trattato di Villafranca impediva all’Austria di intervenire militarmente in Italia. La situazione di stallo fu risolta con il ritorno al governo di Cavour: dopo un nuovo accordo con Napoleone III, fu stabilito che le regioni italiane insorte sarebbero passate al Piemonte dopo plebisciti popolari che ne approvavano l’annessione (marzo 1860) e che alla Francia sarebbero andate Nizza e la Savoia, come compenso per l’impegno militare in Italia.

Lo stato delle annessioni Nella primavera del 1860, la «politica del carciofo» (così veniva definita la tattica cavouriana dei piccoli passi) aveva permesso al Piemonte di estendere il suo dominio su Lombardia, Emilia e Toscana. Tuttavia la subalternità sabauda alle dinamiche internazionali emersa durante la guerra del 1859, aveva rinfocolato lo scontento dei settori radicali, rappresentati dal Partito d’Azione, fondato da Mazzini nel 1855. In contrasto con la prudenza di Cavour, ma ormai in netta rottura con le ipotesi repubblicane di Mazzini, gli «azionisti» - raccolti attorno a Giuseppe Garibaldi, rientrato nel 1854 dal Sud America dove si era rifugiato dopo la fine della Repubblica Romana, nel 1849 - perseguivano una

rapida unità del paese sotto la direzione di casa Savoia, da ottenere attraverso la mobilitazione popolare e la guerra a oltranza, anche a prescindere dai rapporti e dalle alleanze internazionali. In questo clima maturò la «spedizione dei Mille» (maggio-ottobre 1860) che, sotto la guida militare di Garibaldi, con l’appoggio malcelato di Vittorio Emanuele II e la diffidenza di Cavour, cacciò i Borbone dalla Sicilia e da Napoli, consegnando l’ex Regno delle due Sicilie alla casa Savoia. Prima che Garibaldi si muovesse contro Roma, provocando l’intervento militare dei francesi, Cavour spedì l’esercito piemontese contro i garibaldini, anche per impedire che l’unità del paese venisse interpretata come un successo dell’iniziativa di un ex mazziniano d’ispirazione radicale e ottenuta con una spedizione di un esercito non regolare. Per fermare Garibaldi, le truppe piemontesi dovettero passare sul territorio pontificio


- e lo fecero col permesso francese - occupando le Marche e l’Umbria. L’incontro tra Vittorio Emanuele e Garibaldi avvenne a Teano, nell’ottobre del 1860, in un clima di grande tensione, dopo che i garibaldini avevano definitivamente sconfitto le truppe napoletane sul Volturno. L’ostilità oggettiva che contrapponeva le camicie rosse alle truppe piemontesi (in primo luogo sulla sorte di Roma) non produsse uno scontro militare per la volontà di Garibaldi di mettere da parte le proprie convinzioni in nome del realismo e dell’unità nazionale. Roma e il Lazio rimanevano così sotto il controllo pontificio, mentre tutte le altre regioni del centro e del sud Italia venivano anesse al Piemonte con dei plebisciti tra ottobre e novembre del 1860. Pochi mesi dopo, il 17 marzo del 1861, il parlamento sabaudo varava la legge che proclamava Vittorio Emanuele II Re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione»; una

formula volutamente ambigua e compromissoria tra le origini autoritarie della casa regnate e il processo politico - anche a base popolare - che l’aveva portata a imporsi su tutta la penisola. Sei anni dopo, una nuova breve guerra contro l’Austria - stavolta a fianco della Prussia - portava all’annessione al nuovo regno anche del Veneto. Rimaneva aperta la «questione romana», per tutto il decennio Sessanta il principale problema della politica estera italiana. «Roma capitale» era l’obiettivo sia di Cavour che di Garibaldi; ma mentre il primo lo perseguiva con la sua tattica d’alleanze internazionali e senza un particolare spirito anti-clericale («libera Chiesa in libero Stato» era la formula che sintetizzava la sua concezione di netta divisione degli ambiti tra potere temporale e spirituale), per Garibaldi (e con lui, per tutti i radicali) Roma doveva essere conquistata al più presto, militarmente e senza indugi. Questa divaricazione d’intenti caratterizzò tutto il primo decennio dell’unità italiana, finché gli eventi internazionali con la caduta di Napoleone III, sconfitto dai prussiani - avrebbero posto le condizioni per una facile conquista militare della futura capitale del paese, nel settembre 1870, ponendo così fine al millenario potere temporale dei papi; evento che, peraltro, determinò una nuova serie di problemi nel rapporto tra lo Stato e la Chiesa e, in particolare, nella partecipazione alla vita politica e sociale del paese delle masse cattoliche, invitate dalle autorità ecclesiastiche ad allontanarsi e non intervenire nelle vicende dell’Italia post-unitaria. Il «non expedit» emanato da Pio IX nel 1874 (un «pressante consiglio» ai cattolici italiani di non partecipare alla politica del paese), condizionò la vita pubblica italiana per decenni - fino alla «riconciliazione» tra Chiesa e Sato a opera del regime fascista - costituendo un nuovo elemento di divisione che prolungava nel tempo quella dei vecchi confini degli stati regionali, ormai scomparsi.

Unità senza unione L’unità politica d’Italia era dunque un fatto compiuto negli anni Sessanta del XIX secolo; in un breve arco d’anni i Savoia erano riusciti nell’impresa di raccogliere in un unico corpo amministrativo e statale la consolidata frantumazione politica delle Penisola. Ma quest’unità imposta dalla diplomazia e dalle armi piemontesi a scapito di ormai desuete dinastie, se riproponeva anche in Italia la modernità ottocentesca dello stato nazionale (comprovando, al tempo stesso, la crisi dello stato nazionale asburgico e dei valori propri della restaurazione che esso rappresentava), non comportava necessariamente la creazione di una vera identità nazionale e di un’unità sostanziale della Penisola: rimanevano profonde le divisioni sociali ed economiche che non potevano essere superate dalla proclamazione del Regno d’Italia; quelle divisioni che portavano a dire che «una volta fatta l’Italia, si trattava di fare gli italiani». Quali erano le condizioni e le caratteristiche del «paese-reale» scaturito dal processo unitario? L’eterogeneità del nuovo Regno era particolarmente evidente, soprattutto sotto il profilo economico. Pur nel quadro generale di un’economia ancora arretrata e prevalentemente agricola, esisteva un profondo squilibrio tra il nord e il sud del paese: una sorta di barriera economica separava le regioni settentrionali - più progredite e

inserite nei mercati europei - da quelle centro-meridionali, con particolari punte di arretratezza nelle isole e nelle regioni che componevano l’ex regno delle Due Sicilie. In queste ultime zone - se si eccettua l’area napoletana con i suoi primi insediamenti industriali e la sua rete commerciale - lo sviluppo era stato bloccato dal latifondo in agricoltura e da una classe dirigente che riproduceva rapporti di potere di tipo semi-feudale; inoltre l’economia di consumo locale si reggeva su un tessuto produttivo di tipo artigianale, la cui esistenza era protetta da rigide barriere doganali. Al nord, soprattutto nell’area della Val Padana, si era ormai radicata un’economia di tipo capitalistico - con una relativa classe imprenditoriale - che aveva i suoi punti di forza nella attività agricolo-industriale per la produzione della seta (soprattutto nella fascia prealpina) con un intenso regime di scambi commerciali con l’Europa centrale; inoltre l’agricoltura era imperniata su aziende di tipo capitalistico, in rapida espansione in Piemonte, Lombardia ed Emilia. Seta ed agricoltura prepararono le basi per lo sviluppo industriale post-unitario, contribuendo alla necessaria accumulazione di capitali e alla formazione del proletariato. Naturalmente anche nelle regioni del nord persistevano aree arretrate, ma tale squilibrio non impediva una rapida diffusione dei moderni sistemi di produzione e di rapporti sociali analoghi a quelli degli altri paesi europei. Così, al momento dell’unità italiana, il

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settentrione del paese appariva nettamente avvantaggiato rispetto al meridione in ogni voce del quadro economico: dal commercio interno ed estero al sistema bancario, dalla produttività industriale alla rete dei trasporti stradali e ferroviari. Il contrasto nord-sud era particolarmente evidente proprio nel settore agricolo: nel Mezzogiorno erano quasi completamente assenti aziende agrarie di tipo capitalistico, erano ristrettissime le aree ad agricoltura intensiva, mentre erano molto diffuse la cerealicoltura e la pastorizia. Il basso livello di reddittività dell’agricoltura meridionale subiva, inoltre, la pressione di un rapido incremento demografico che produceva uno squilibrio tra produzione e consumo causando un grave deficit economico di quelle regioni, con relativo impoverimento dei loro abitanti. Paradossalmente - stante la situazione di complessiva arretratezza dell’industria italiana - l’inferiorità del Mezzogiorno era meno evidente in campo manifatturiero. Tuttavia il fatto che le uniche industrie del sud fossero concentrate nelle sole zone di Napoli (meccanica) e di Salerno (cotonifici), limitava le possibilità di nuovo sviluppo; inoltre, una volta scomparse le barriere doganali che avevano permesso lo sviluppo di tali attività, la concorrenza internazionale - tipica dell’era liberistica - avrebbe, nel giro di pochi anni, messo in pericolo la stessa esistenza dell’industria napoletana e salernitana, gettando il Mezzogiorno in un’ancora più grave arretratezza. Di fronte a questo paese profondamente spaccato in due e ai relativi problemi d’integrazione sociale dei suoi abitanti, i primi governi post-unitari svilupparono una politica che intendeva affrontare gli squilibri e perseguire lo sviluppo, con strumenti amministrativi, burocratici e militari. Queste scelte finirono per gravare sullo stato liberale fino al-

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SCAFFALI Su Garibaldi e i garibaldini: D. M. Smith, «Garibaldi, una grande vita in breve» (Mondadori, 1999), M. Isnenghi, «Garibaldi fu ferito» (Donzelli, 2010), A. Mario, «La camicia rossa» (Mursia, 2010), I. Nievo, «Diario della spedizione dei Mille» (Mursia, 2010), C. Fracassi «Il romanzo dei Mille» (Mursia, 2009), A. G. Barrili, «Con Garibaldi alle porte di Roma» (Gammarò, 2007).

la sua scomparsa: le difficoltà relative al tentativo di unificare legislazioni, monete e bilanci dei vecchi Stati pre-unitari, di omogeneizzare culture e mentalità profondamente diverse creando una comume coscienza unitaria (anche per far fronte alle rivendicazioni legittimiste dei sovrani decaduti) produssero un’unità fittizia e un centralismo statale che i fautori del federalismo democratico avevano facilmente e ampiamente previsto. Sul piano amministrativo prevalse una scelta accentrativa sulle possibilità di decentramento che avrebbero potuto dare alla macchina statale maggiore agilità e un rapporto più democratico con le comunità locali. Non potendo contare su un’unità nata dal basso (tendenza sconfitta con le fallite

un momento della battaglia di Custoza, 1866, durante la quale gli italiani vennero sconfitti dagli austriaci. A destra, camillo benso conte di cavour


rivoluzioni del ‘48), i governi italiani - spaventati anche dal brigantaggio delle regioni meridionali che veniva usato dai Borbone di Napoli - scelsero la strada del centralismo e di un rigido controllo delle amministrazioni periferiche. I prefetti, i sindaci di nomina regia, la leva obbligatoria, costituirono l’articolazione concreta di tali scelte. In particolare i prefetti divennero la longa manus attraverso cui lo stato esercitava il proprio potere in periferia, spesso in maniera dispotica e autoritaria. Nuovi burocrati e vecchie elite dirigenti - gli antichi notabili locali cooptati dalla nuova organizzazione statale e rinsaldati nel loro ruolo di potere, ora sotto una bandiera diversa - governarono le periferie con la burocrazia e la forza, «allontanando» il nuovo stato unita-

rio dalle popolazioni, facendolo sentire persino più estraneo dei precedenti regimi regionali. L’ordinamento legislativo sulle amministrazioni locali dello stato sabaudo, varato nel 1859, conferiva scarsissimi margini d’autonomia alla periferia: dopo l’Unità d’Italia tale ordinamento fu esteso a tutto il paese senza alcuna sostanziale modifica. All’accentramento amministrativo corrispondeva una ristrettissima base elettorale che limitava ancor di più il rapporto tra governanti e governati: nel 1865 aveva diritto di voto solo il 3,9% della popolazione e questa forte limitazione del suffragio caratterizzò tutta la storia dello stato liberale, al punto che alla fine del secolo la percentuale era salita solo al 11% (nel 1914 sarebbe diventata il 26%), mentre le donne rimanevano completamente escluse. In campo economico, Cavour e i governi che seguirono, imposero il libero scambio a tutte le nuove regioni annesse allo stato sabaudo. I primi governi italiani erano la rappresentazione politica della nascente borghesia industriale del nord, e l’abbattimento delle barriere protezionistiche e doganali - particolarmente forti nel Mezzogiorno era la condizione essenziale per costituire un mercato nazionale conforme alle esigenze economiche di quel settore sociale. La scelta liberista, tuttavia, accentuò lo squilibrio nord-sud: il repentino passaggio da un alto protezionismo al liberalismo fece crollare l’economia artigianale e manifatturiera del Mezzogiorno, esasperando il carattere prevalentemente agricolo di quelle regioni, e il sorgere di quel fenomeno di sottosviluppo regionale - poi definito come «questione meridionale» - prodotto di precise scelte dei governi post-unitari e della loro classe dirigente, di prevalente estrazione piemontese. L’altra grande questione economica su cui si misurarono i governi post-unitari (detti della «destra storica»), fu quella del risanamento del bilancio dello stato che si trovò spesso in condizioni fallimentari, per le spese amministrative e militari cui

si trovava a fare i conti la nuova compagine statale. Di fronte alla scelta tra l’ampliamento del mercato - prolungando nel tempo il deficit pubblico - con una politica fiscale moderata che sostenesse lo sviluppo economico e il consumo, e una stretta fiscale rigorosa al fine di raccogliere le più ampie quote di reddito possibile i vari Ricasoli, Rattazzi, Minghetti (succedutisi a capo del governo), ma soprattutto il ministro Quintino Sella, scelsero la seconda strada. Vennero così sottratte risorse allo sviluppo industriale e agricolo e fu resa più drammatica la povertà dei ceti sociali subalterni. Il rigore fiscale fu scaricato particolarmente sulle classi popolari, anche perché il sistema elettorale «per censo» (votavano solo i più ricchi) legava a filo doppio i privilegi delle classi ricche con i loro rappresentanti politici e le loro scelte. In tal senso la politica fiscale dello stato post-unitario privilegiò le imposte indirette in luogo di quelle dirette (che avrebbero colpito i redditi più alti): premendo indiscriminatamente e in egual misura su tutta la popolazione con un sistema di tassazione dei generi di consumo e dei servizi, si finiva col colpire in particolar modo le classi più povere. La «tassa sul macinato» varata nel 1868 da Quintino Sella (membro di una famiglia piemontese d’industriali del settore tessile), che incideva direttamente sul prezzo del pane, fu l’esempio più emblematico di una politica fiscale che colpiva prevalentemente i consumi delle classi popolari. A questo quadro di squilibrio (in parte preesistente, in parte aggravato dalle politiche dei governi della destra storica), finì per corrispondere una profonda e lacerante frattura sociale che attraversava il nuovo stato. Mentre si determinavano le divisioni e i conflitti di classe propri dell’industrialismo (che sarebbero emersi sempre più chiaramente, anche nella loro configurazione politica, a partire dalla fine del secolo),

fin dalla fine del 1860 iniziava una violenta guerriglia nelle regioni meridionali che per quasi cinque anni sconvolse, in particolare, la Campania, la Basilicata e la Puglia. Il brigantaggio raggiunse dimensioni di massa, coinvolgendo decine di migliaia di contadini poveri in una forma radicale e non politica di protesta contro lo stato unitario, che rappresentava l’alleanza tra la borghesia del nord e i latifondisti meridionali. Di fronte a questo fenomeno sociale - usato in chiave politica dal legittimismo borbonico allo scopo di riconquistare il potere perduto - i piemontesi risposero con una feroce repressione militare: oltre 120.000 soldati furono impiegati in una guerra - sostenuta dallo stato d’assedio e dai tribunali militari - in cui, dal 1861 al 1865, vennero uccisi, in combattimento o fucilati, oltre 5.200 «briganti», incendiati e distrutti interi villaggi, passati per le armi senza processo centinaia di contadini accusati d’appoggiare il brigantaggio. Quest’insieme di contrasti e contraddizioni che caratterizzava il neonato stato italiano avrebbe segnato a lungo la storia della Penisola - diventandone così un elemento costitutivo - anche oltre la crisi politica del gruppo dirigente che a tali problemi aveva dato il suo contributo con le proprie scelte, dilatando la propria ombra fin sul secolo seguente. E qualche traccia se ne può trovare ancor oggi.

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Unaquestione nonsoloromana Il decennio seguente alla proclamazione del Regno d’Italia, fu caratterizzato dalla cosiddetta «questione romana», cioè dai rapporti tra Stato e Chiesa in un paese da sempre sede del potere temporale dei papi. Il problema di «Roma capitale» fu il centro della politica estera ed interna del nuovo regno (assieme alla repressione del brigantaggio meridionale) e, al tempo stesso, costituì l’asse attorno al quale si determinò l’impronta culturale-religiosa dello stato unitario. La «questione romana» era centrale sia per la sua rilevanza internazionale (assumendosi il ruolo di garante dell’integrità politica dello stato pontificio, la Francia esercitava la propria egemonia sulla penisola italiana), sia per i risvolti etici che assumeva nel contrasto tra l’anticlericarismo e il moderatismo, tra chi propendeva per una drastica soluzione militare del problema e chi - sulle orme della teoria di Cavour riassunta nello slogan «libera chiesa in libero stato» - pensava a una soluzione concordata del conflitto che opponeva lo stato italiano al papato. Fu così che attorno alla rivendicazione di «Roma capitale» si definirono gli schieramenti politici dei primi governi unitari e buona parte delle loro relazioni internazionali: sul piano interno, da sinistra il Partito d’Azione insisteva per un’azione diretta a base popolare (con lo slogan «Roma o morte») che portasse a termine il processo d’unità nazionale, tentando di riconquistare così parte dell’influenza che aveva perduto, a favore della destra moderata, quando il processo unitario era stato ridotto a un fatto prevalentemente militare e diplomatico, sottratto - nella sua direzione - all’iniziativa popolare rappresentata da uomini come Garibaldi; sul piano internazionale, i rapporti con Napoleone III stavano progressivamente peggiorando e la presenza delle truppe francesi a Roma veniva vissuta con fastidio da tutto il mondo politico italiano e vista come un’ingerenza nella politica interna del nuovo regno. Venne così prendendo piede un’opinione comunemente tesa a considerare Roma la naturale capitale d’Italia. Tuttavia, mentre i radicali tentarono di dar seguito alle proprie convinzioni con le spedizioni militari comandate da Garibaldi, la destra al governo sottomise la propria azione ai rapporti internazionali e attese la caduta di Napoleone III per spedire le proprie truppe a occupare Roma, nel settembre del 1870. Fino ad allora i governi di destra seguirono una politica di attesa e contribuirono a bloccare i tentativi garibaldini, con un proprio intervento diretto (in Aspromonte nel 1862) o delegando la difesa di Roma papalina ai francesi (a Mentana nel 1867). In entrambi i casi Garibaldi fu sconfitto, arrestato e isolato nella sua Caprera, ponendo così fine alle iniziative dei radicali. Ma l’invio delle truppe contro Garibaldi non significava la rinuncia definitiva a Roma; anzi, la destra liberale italia-

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na, in quegli anni, fece proprio l’obiettivo di «Roma capitale» e assunse una posizione sempre più spiccatamente anticlericale. La decisione di rinviare la conquista di Roma al momento più opportuno rilevava, invece, quanto grandi fossero i condizionamenti internazionali dell’Italia unitaria e quanto debole la sua posizione sul piano diplomatico. Nel 1864, era stata firmata una convenzione con la Francia in cui il governo italiano s’impegnava a rispettare e difendere l’integrità dello stato pontificio in cambio del ritiro delle truppe francesi da Roma; contemporanemente la capitale del Regno veniva spostata da Torino a Firenze, dando così l’impressione di un’implicita rinuncia a Roma. Ma, allo stesso tempo, la destra storica assumeva una posizione sempre più ostile alla Chiesa, espressa soprattutto nelle disposizioni che eliminavano gran parte dei privilegi economici del clero e che decretavano il passaggio al demanio pubblico dei beni mobili delle classi ecclesiastiche. La drastica abolizione di buona parte dei privilegi del clero (frutto delle esisgenze di un bilancio statale in perenne difficoltà e che i governi di destra non intendevano sanare con le imposte dirette sui redditi) esasperò i rapporti tra Stato e Chiesa e, soprattutto, trasformò i rapporti sociali nelle campagne. I decreti anti-ecclesiastici favorirono il diffondersi della proprietà terriera borghese (legando sempre di più questi ceti ai destini dello stato unitario), rompendo


antichi equilibri esistenti nelle campagne italiane e allontanarono sempre di più le masse contadine dallo stato liberale. Si consolidarono così i legami tra la Chiesa e le famiglie contadine - già sperimentati sul terreno dell’assistenza e dell’istruzione - mentre lo stato assumeva sempre di più un’immagine anticlericale dietro il quale si celava il suo carattere di classe. Da parte sua anche la Chiesa reagì all’iniziativa dello stato italiano compattandosi e serrando le fila. Venne riorganizzata tutta la gerarchia, promuovendo una nuova leva di vescovi più osservanti delle direttive pontificie ed emarginando sia i «liberali» che i «legittimisti», ma, soprattutto, si accentuò la natura dogmatica della religione con la pubblicazione del Sillabo (1864) in cui si elencavano e condannavano gli errori del liberalismo e del socialismo e con il Concilio Vaticano I (1870) in cui veniva ribadita rigidamente «l’infallibilità del papa». Il «non expedit» (il divieto per i cattolici a partecipare alla vita politica italiana) varato dopo l’annessione di Roma allo stato italiano, fu la logica conseguenza di una frattura che si fece sempre più marcata: l’intransigenza della Santa Sede pesò sulla già ristretta classe dirigente del nuovo Regno come un ulteriore elemento d’isolamento dalla società italiana e non bastarono le concessioni fatte nella legge sulle Guarentige (extraterritorialità del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo, riconoscimento di un appannaggio annuale in denaro al papa che veniva considerato come un capo di stato) che avrebbero regolato i rapporti tra Chiesa e Stato fino ai patti Lateranensi del 1929, a sanare la rottura prodotta nel paese e a complicare i rapporti dello stato italiano con gli altri stati cattolici.

Al di là delle consueguenze diplomatiche, il modo in cui la classe dirigente liberale risolse la «questione romana» rivelò i grandi limiti della «rivoluzione borghese» italiana nell’incapacità dello stato liberale di sottrarre all’egemonia clericale le masse contadine, con la conseguenza che la Chiesa, proprio dopo la fine del suo potere temporale, rafforzava la sua posizione di guida culturale e politica presso i ceti più numerosi della popolazione della penisola. Una frattura non priva di conseguenze sulla storia dello stato unitario, che non sfuggì a un attento osservatore della società, lo storico Pasquale Villari, che così la descriveva in un discorso alla Camera del 6 maggio 1875: «...Il popolo sente la voce del clero e si abbandona a esso, appunto perché non crede al nostro scetticismo, al nostro razionalismo (...) Questo clero si avanza nelle nostre scuole; non pensa oggi al dominio temporale; ha compreso che si deve ora impadronire degli animi; ha compreso che deve penetrare nelle nostre coscienze; ha capito che, se sotto i passati governi esso era diviso, era condannato a essere lo strumento della politica dei governi sotto cui viveva, ora, avuta la libertà, unita l’Italia, può anch’esso unirsi, ed è infatti divenuto un solo partito. Esso si vale di questa libertà, cerca di penetrare nelle scuole, cerca d’impadronirsi delle coscienze per apparecchiarsi al giorno della riscossa, e per misurarsi con noi quando sarà organizzato». Il Partito popolare e, poi, la Democrazia cristiana erano ancora lontani, ma le loro radici c’erano già tutte.

La breccia, qualche decina di metri sulla destra della Porta Pia, in una foto dell’epoca.

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LETTURE

Briganti oemigranti. Tuttiidolori delsud Dopo la liberazione garibaldina arriva lo stato dei Savoia. Con le sue tasse, i suoi funzionari, i suoi soldati. E i compromessi con le vecchie classi dirigenti, quelle del «cambiare tutto, perché nulla cambi». Storia di una reazione popolare che contro i soprusi dei nuovi padroni finì per combattere per i vecchi.

I

l brigantaggio che interessò le regioni dell’Italia meridionale negli anni immediatamente successivi all’unità politica del paese, è stato a lungo tema di mistificazioni storiche. La storiografia ufficiale italiana ha per decenni dipinto i briganti come semplici selvaggi al soldo della restaurazione borbonica. Solo nel secondo dopoguerra è stata approfondita l’ambiguità contraddittoria del brigantaggio, il suo essere in primo luogo una questione sociale - frutto di problemi economici - che relega solo in secondo piano l’uso politico che tentò di farne il legittimismo borbonico. In queste ricerche ha assunto nuova luce il comportamento delle truppe italiane, che si comportarono nelle regioni meridionali come un vero e proprio esercito straniero d’occupazione, in una guerra che iniziò molto presto, pochi giorni dopo l’incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele. Già nel novembre del 1860, infatti, il generale piemontese Ferdinando Pinelli (poi insignito della medaglia d’oro al valor militare per la sua lotta al brigantaggio) faceva affiggere ai muri delle città e dei paesi abruzzesi il seguente proclama: «Chiunque sarà colto con arma da fuoco, coltello, stili o altra arma qualunque da taglio o da punta e non potrà giustificare di essere autorizzato dalle autorità costituite, sarà fucilato im-

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mediatamente. Chiunque verrà riconosciuto di aver con parole o con dinari o con altri mezzi eccitato i villici a insorgere, sarà fucilato immediatamente. Eguale pena sarà applicata a coloro che con parole o altri atti insultassero lo stemma di Savoia, il ritratto del Re o la bandiera nazionale italiana. Abitanti dell’Abruzzo, ascoltate chi vi parla da amico. Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state certi che tardi o tosto sarete distrutti. Quattro dei facinorosi sono già stati passati per le armi: il loro destino vi serva da esempio perché io sarò inesorabile». Alle radici di quest’atteggiamento coloniale dei militari piemontesi, c’era l’abisso che separava i contadini meridionali dai nuovi governanti e amministratori. Un abisso che venne colmato non da un’integrazione culturale e sociale ma dalla forza. Così scrive Aldo De Jaco, nel volume Il brigantaggio meridionale (Editori Riuniti, 1967): «Negli anni ‘60 del secolo scorso, nel Mezzogiorno c’era la guerra, e una guerra feroce,


Anonimo, Scena di brigantaggio, anni ’50 del XIX sec., olio su cartone. Museo civico del Risorgimento di Bologna

senza leggi internazionali da rispettare, senza prigionieri, senza trincea e retrovia. Dei due eserciti quello «vero», con le divise in ordine e gli ufficiali usciti dalla scuola militare di Torino, se ne stava di presidio nei paesi, isolato come fosse nel cuore dell’Africa, fra gente che aveva lingua e costumi incomprensibili e, quasi sempre, un figlio o un fratello fra le montagne a tener testa agli «invasori». Ogni tanto il presidio veniva a sapere di qualche «reazione agraria», di qualche «ribellione borbonica» e accorreva di zona in zona, sulle poche strade conosciute, a reprimere rivolte. Dai boschi e dalle montagne scendeva allora ad affrontarlo l’esercito silenzioso dei briganti. Nei paesi intanto si rinnovavano qua e là gli incendi dei municipi e degli uffici del catasto («gli eterni nemici nostri» li chiamava il capo-brigante Crocco), i saccheggi delle case dei «galantuomini» noti come «usurpatori» delle terre demaniali, si instauravano, infine, nuove effimere amministrazioni che rendevano obbedienza all’esiliato Borbone. Tutto finiva con la restaurazione dei simboli dei Savoia e con la fucilazione in piazza dei briganti presi prigionieri, uomini dai volti chiusi dalle grandi barbe, da vestiti fatti di pelli (...) Questa guerra durò per circa cinque anni; difficile dire il giorno in cui essa cessò del tutto giacché, naturalmente, non fu firmato alcun armistizio. Si può dire che finì quando nelle selve incendiate e semidistrutte a colpi di cannone non rimasero che poche decine di banditi mentre nelle carceri o a domicilio coatto migliaia di contadini d’Abruzzo, di Puglia, di Basilicata, di Calabria, incominciavano a scontare le loro condanne. Lo Stato appena sorto impegnò nella repressione dei «reazionari» metà del suo esercito, circa 120.000 uomini, a cui bisogna aggiungere - per un conto esatto - il numero dei componenti la guardia nazionale organizzata per ogni comune. Difficile dire invece di quanta gente fosse composto l’esercito contadino, non perché sia sconosciuto il numero dei componenti le varie bande, ma perché gli «effettivi» dei briganti si rinnovavano continuamente mentre nessuno teneva conto di quanti venivano uccisi in combattimento e fucilati nella stessa campagna o sulle strade polverose, subito dopo la fine degli scontri. Potrà essere significativo considerare che nella piazza principale del solo comune di Melfi furono fucilate 32 persone; in tutto il Melfese, secondo alcuni cronisti contemporanei, ne sarebbero state uccise circa 3.000. Secondo altri dati, nel solo periodo dal 1861 al 1863 in Basilicata furono fucilati 1.038 briganti, 2.413 ne furono uccisi in conflitto e 2.768 arrestati. Vennero inoltre arrestate 2.400 persone per «sospetta connivenza» e circa 525 (fra cui 140 donne) furono mandate al confino». Come rivelano questi numeri il brigantaggio fu un vero e proprio fenomeno di massa, con un largo appoggio delle popolazioni locali che invano i generali piemontesi cercarono di spezzare con il terrore militare. Al contrario il terrore e la durezza della repressione aumentò la popolarità dei briganti, al punto che alcuni di essi divennero dei veri e propri eroi popolari, di cui si cantavano e si tramandavano le gesta con gli stru-

menti tipici della cultura orale contadina, dai racconti alle canzoni. Quest’aura di «vendicatori delle offese patite dalle classi più povere» era talmente radicata nelle popolazioni meridionali che viene annotato perfino nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio della Camera dei deputati del 1863: «...Agli occhi di quelle plebi piene d’immaginazione e crucciate dalle privazioni il brigante appare ben altra cosa da quello che realmente è; dinanzi a esse si trasforma, diventa un essere fantastico, il simbolo delle loro contrastate aspirazioni, il vindice dei loro torti. La stessa leggenda alimenta la tradizione brigantesca. Il concetto popolare del brigante è tutto speciale, tutto proprio e conforme alle condizioni e alle disposizioni degli animi; la lurida realtà cede il posto a una finzione immaginaria d’indole affatto opposta; il brigante non è più l’assassino, il ladro, il saccheggiatore, ma l’uomo che con la sua forza sa rendere a sé e agli altri la giustizia a cui le leggi non provvedono; il masnadiere è trasformato in eroe. In questa metamorfosi si raccoglie una intiera storia di dolori non alleviati, di ingiustizie non riparate, e un insegnamento morale che non può andare perduto. Là dove le leggi non sono fatte nell’interesse di tutti, e non sono imparzialmente eseguite per conto di tutti, l’infrazione alle leggi diventa consuetudine e argomento non di disdoro, ma di vanità e gloria. Là dove il manto della legge non si estende ugualmente su tutti, chi sorge a lacerarlo invece dell’infamia consegue agli occhi delle moltitudini prestigio e ammirazione». Queste preoccupazioni parlamentari e politiche - che non impedivano però i massacri e la feroce repressione di generali dotati di pieni poteri - riflettevano in modo edulcorato e distorto le cause reali del brigantaggio, quelle stesse che Francesco Saverio Nitti sintetizzava così: «il destino del contadino meridionale si restringeva nella scelta se essere brigante o emigrante». Se, infatti, il brigantaggio era, nelle regioni meridionali, un fenomeno preesistente all’unità italiana, il trasformarsi della bande in veri e propri eserciti e la loro radicale diffusione a partire dal 1861, si può spiegare solo con il particolare contesto sociale che accompagnò la proclamazione del Regno d’Italia. Come ricorda ancora De Jaco nell’opera citata «la marcia dei garibaldini dalla Sicilia verso il nord e la calata, poi, dell’esercito piemontese, erano avvenuti in un momento di grandi agitazioni sociali per la terra, in particolare per la redistribuzione delle terre demaniali». L’annessione al nuovo regno non rispose positivamente alle richieste dei contadini del sud; inoltre la missione garibaldina aveva suscitato aspettative sociali che andarono rapidamente deluse: «Mentre Francesco II da Gaeta e da Roma - sottolinea ancora De Jaco - prometteva ai contadini partita vinta contro i signori d’ogni paesotto, buona parte di questi ultimi si schieravano col nuovo re, col partito moderato, diventavano insomma «anticristo liberali», arrogandosi come prima funzione quella d’impedire (o realizzare a loro vantaggio) la distribuzione delle terre. Essi poi (veri o falsi liberali che fossero) occupavano le cariche della burocrazia

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LETTURE

locale e provinciale e «interpretavano» le nuove leggi a seconda del loro interesse. Così in definitiva il nuovo governo si configurava agli occhi dei meridionali da una parte come il governo dello stato d’assedio e del terrore anti-contadino e, dall’altra, come un solido appoggio ai nuovi ricchi che avevano lucrato dall’illegale acquisto delle terre di pubblica proprietà». Da questo contesto i motivi dello scontro tra il nuovo stato centralista e i contadini poveri del sud con il loro «esercito di straccioni»: una guerra di classe, con un copione preciso, come esemplificano alcuni momenti ricordati da Aldo De Jaco: «Appena avvistati i briganti i popolani insorgevano dandosi al saccheggio, i possidenti scappavano verso le zone presidiate dall’esercito piemontese, venivano incendiati il comune, l’ufficio del catasto, la gendarmeria e tutte le sedi del potere statale. Quando i bersaglieri occupavano i paesi «reazionari» vi tornavano anche i proprietari. Intanto si organizzava il rastrellamento, s’incendiavano i quartieri più poveri, cominciavano le fucilazioni: si instaurava il terrore assieme al potere di quelli stessi che erano fuggiti. L’agosto del 1861 fu un mese di cruente esplosioni di guerriglia e di furore popolare esacerbato dalla carestia. Il 7 agosto si ribellò Pontelandolfo. Durante una processione alla quale partecipava tutto il paese i preti diedero il segnale della rivolta, il municipio fu incendiato, le case dei liberali bruciate, due «galantuomini» uccisi. Si costituì un «nuovo governo» che mandò subito messaggi nei paesi intorno invitando tutti alla rivolta. Dopo quattro giorni, l’11 agosto, giunsero in paese cinquanta bersaglieri. La folla li assalì, parte di essi si rinchiusero in una vecchia torre per far fronte agli assalitori, ma questi, incuranti delle fucilate, scalarono la torre e massacrarono tutti a colpi di roncola e di pietra. Gli altri bersaglieri, fuggiti verso la campagna, entrarono nell’abitato di Casalduni e furono accolti a fucilate; uno solo scampò alla morte. Il 13 giunse a fa vendetta il 18° bersaglieri; trovò i cadaveri dei commilitoni nelle vie, i paesi semideserti, le donne chiuse nelle case, gli uomini fuggiti nei boschi. I due centri abitati vennero completamente rasi al suolo. Il colonnello comandante il 18° bersaglieri telegrafò a Napoli: «Giustizia è fatta contro Pontelandolfo e Casalduni»».

Il brigantaggio fu un vero e proprio fenomeno di massa che ebbe il suo culmine nel Sud d’Italia durante gli anni ‘60 del XIX secolo. Non esistono dati ufficiali, ma secondo le stime dei giornali stranieri dell’epoca, nel solo 1861, nell’ex Regno delle Due Sicilie ci furono 8.964 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri. 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi. 13.529 arrestati, 918 case incendiate e sei paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 sollevazioni di comuni. a destra, tavola di Michele Petrucci

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autoriafumetti

I fumetti pubblicati sui tre fascicoli de La conquista sono tutti originali e a cura di Andrea Voglino. Elenco delle tavole e biografie degli autori (in ordine di pubblicazione):

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE NON ERA UN GIOCO DA RAGAZZI Diego Cajelli scrive soggetti e sceneggiature per best-seller come Diabolik, Zagor e Dampyr. Il suo blog: www.diegozilla.blogspot.com. Davide Gianfelice disegna fumetti fra Italia e Usa: fra le sue opere Dylan Dog, John Doe e Northlanders. sul web: www.minkiaturtle.blogspot.com

HEART OF SHITNESS Luca Enoch, premio «Fumo di China» ‘95, rappresenta il trait d’union fra fumetto commerciale e d’autore. Molto attivo in Italia e Francia ha scritto e disegnato Sprayliz, Gea e Lilith, miniserie Bonelli fra storia e fantascienza tuttora in edicola. Sito Web: www.lucaenoch.ilcannocchiale.it

LE VIRTÙ DEGLI ITALIANI Antonio Solinas è il fondatore della webzine www.de-code.net, e uno fra i più noti saggisti del fumetto. Matteo Scalera disegna eroi e super-eroi per publishing house statunitensi come Image Comics e Marvel: la sua ultima fatica è Deadpool. Il suo blog: www.matteoscalera.blogspot.com

NON TUTTO IL MALE Sceneggiatore, disegnatore, blogger, gamer e molto altro ancora, Roberto «Rrobe» Recchioni ha messo il suo nome su testate che hanno portato nuova linfa nella scena popolare, come John Doe e David Murphy-911. Scrive Dylan Dog. Il suo blog è www.prontoallaresa.blogspot.com

IL PAESE DELLA CACCIA ETERNA Dalla metà degli Anni ‘90, epoca del suo esordio su Maltese, Sergio Ponchione alterna fumetti mainstream come Zona X e Jonathan Steele a produzioni indie come L’Obliquomo e Grotesque. Ha vinto un premio Gran Guinigi. Sito Web: www.mondobliquo.blogspot.com

SOLDATI DEL PAPA Michele Petrucci ha firmato graphic novel quali Keires (1999), Sali d’argento (2000) e Metauro (2008). Al suo attivo, due edizioni del Premio Micheluzzi. Sta lavorando a un fumetto sul brigantaggio di prossima uscita. Per saperne di più: www.michelepetrucci.blogspot.com

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La Conquista  

l ’ u n i t à i t a l i a n a n e l l’ e r a d e l l a b o r g h e s i a

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