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EDITORIALE

Oltre l’equinozio

l’intensa estate di Papa Francesco di EMILIO SALVATORE

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l prossimo 23 settembre cadrà l’equinozio d’autunno ossia il momento in cui su tutta la Terra vi saranno esattamente dodici ore di sole e dodici ore di buio. La linea che divide l’emisfero illuminato da quello immerso nell’ombra passerà dai meridiani, uno dopo l’altro, a motivo della rotazione terrestre. La Terra risulterà divisa in due da questa linea, da questo confine. Vorrei partire da questa ricorrenza astronomica per una riflessione che ho sviluppato nel corso dell’estate guardando alla straordinaria testimonianza di Papa Francesco.

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un’altra stra re e rr o rc e ep a. «E’ possibil della guerr a ll e u q a d le di da? Diversa questa spira a d e ir sc u dato, agPossiamo », ha doman ? e rt o m e mdolore penso ai ba « io c c ra b a giungendo a loro...» bini, soltanto

Infatti l’estate che sta finendo lo ha visto protagonista di una serie di gesti che hanno lasciato il segno nel cuore dei credenti e dei non credenti. Il primo è stato aver smitizzato l’estate come tempo di vacanza. Il Papa non ha avuto un soggiorno particolare da qualche parte: solo il giorno di Ferragosto ha sostato a Castelgandolfo, poi ha continuato la sua attività, restando in Vaticano, per poter meglio seguire le vicende della Chiesa e del mondo. Tutto era iniziato il 23 giugno, con l’assenza al concerto organizzato “in suo onore” in Vaticano per l’Anno della fede. Il comportamento, per quanto apparentemente ruvido e scortese, diceva con chiarezza la priorità di altre incombenze urgenti. E di fatto prima l’enciclica Lumen fidei; poi la decisione

di canonizzare Giovanni Paolo II e – in modo inatteso – Giovanni XXIII; l’intenso lavoro di riordino dello IOR e più in generale le finanze vaticane; una variegata e importante riforma vaticana in campo giudiziario. Ma, in modo particolare, la simbolica ma epocale visita a Lampedusa dell’8 luglio. Con quest’ultima il Papa ascriveva a se stesso un ruolo unico nel mondo, colui che rimette sull’agenda dei grandi le storie dei piccoli e dei dimenticati. Lo stile è chiaro: Lampedusa è una frontiera non solo geografica ma anche culturale e religiosa, ma invece di analizzarlo dalla cattedra, il Papa lo se-

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gnava con una corona gettata nell’acqua, per aprire porte di vita e di fraternità. Poi la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio, che Francesco ha riempito di contenuti: le tappe nel centro di cura e riabilitazione per tossicodipendenti, la visita in una delle oltre 1.100 favelas della città carioca, l’incontro con otto detenuti (sei ragazzi e due ragazze) hanno voluto far maturare l’evento, quasi a voler dire alle nuove generazioni che bisogna fare i conti con il limite, la povertà, il peccato, il riscatto personale e sociale, non solo bans e danze, a cui comunque neanche i Cardinali presenti hanno saputo resistere. Il colloquio con i giovani è continuato in modo costante sino a quella foto con l’autoscatto di qualche settimana fa che non ha precedenti nella storia del pontificato e che vale più di tante affermazioni, serve a dire “sono con voi”. Infine la grande offensiva diplomatica del digiuno e della preghiera per evitare un conflitto anti-siriano che avrebbe potuto estendersi nel mondo. Il Papa di fronte ai venti di guerra non ha segnato confini tra buoni e cattivi, ma si è domandato: «E’ possibile percorrere un’altra strada?», diversa da quella della guerra. «Possiamo uscire da questa spirale di dolore e morte?», ha domandato, aggiungendo a braccio «penso ai bambini, soltanto a loro...». «Sì, è possibile per tutti», ha risposto Francesco, con un’espressione che ha ricordato molto quel Yes, we can della prima presidenza Obama, che sembra essersi appannato. «Questa sera - ha detto Bergoglio - vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: sì, è possibile per tutti». Si è unito all’iniziativa del Papa il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, guida spirituale dei cristiani ortodossi, ed anche il Gran Muftì di Siria, Ahmad Badreddin Hassod, che ha pregato nella maestosa moschea omayyade di Damasco. Ecco allora, per tornare, all’immagine iniziale, come sta finendo l’estate 2013 del Papa e di noi tutti, con un invito a non separare le tenebre e la luce in modo manicheo. Siamo oltre l’equinozio! L’equinozio appartiene alle leggi della geografia astronomica, ma non della storia e della fede, in quanto essa vive piuttosto di quella dialettica interna tra la luce e le tenebre, la grazia e il peccato, il dono e il compito, la vita e la morte che drammaticamente si mescolano nella storia degli uomini. A noi spetta non solo intellettualmente di dare ad esse un ordine, ma piuttosto di lasciare che nella preghiera e nel silenzio emerga dai fatti ciò che si cela nel cuore degli uomini ossia non solo inclinazione verso il male, ma piuttosto germi di bene e di pace, semi di amore e di speranza.

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di GRAZIA BIASI

In cammino lungo le strade di questa terra

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itorna la visita pastorale per la Diocesi di Alife-Caiazzo. Un ritorno atteso perché la Diocesi “unificata” non ha mai vissuto l’esperienza di grazia che questo evento reca con sé. Nel 2007 l’allora vescovo S. E. Mons. Pietro Farina avviava la sua visita attraverso le parrocchie del territorio, interrotta poi a causa del suo trasferimento alla Diocesi di Caserta. Tra alcune settimane Mons. Valentino Di Cerbo riprenderà il cammino del pastore tra la sua gente; non si tratterà di una nuova visita ma di un percorso in continuità con quello avviato pochi anni fa dal suo predecessore. Il valore della continuità apostolica è ben espresso nel documento che il Vescovo consegnerà alla Chiesa locale il prossimo 14 ottobre, nel giorno della Dedicazione della Cattedrale di Alife e giorno in cui - come consuetidine - ha inizio l’anno pastorale. Nel documento infatti, il Vescovo scrive: «a visitare la Diocesi è il Vescovo, cioè il pastore, indipendentemente dalla sua individualità». Dio da sempre interviene nella storia dell’uomo per orientare, accompagnare, guidare verso il cambiamento, verso una vita nuova, rigenerata dall’incontro tra il Creatore e le sue creature: in quest’ottica si pone ogni visita pastorale, l’incontro cioè tra il Pastore – nella figura del vescovo – e il suo gregge. E ogni qualvolta Dio interviene chiede all’uomo disponibilità, apertura e accoglienza, così come è nello stile che dovrà caratterizzare questo prossimo “incontro”. Non a caso il tema scelto per gli eventi che coinvolgeranno la Diocesi per i prossimi mesi è tratto dal libro dell’Apocalisse: Ecco, io sto alla porta e busso (Ap 3,20). Il Pastore busserà discretamente alle porte delle comunità parrocchiali e simbolicamente al cuore di ciascun battezzato, dei parroci, dei laici impegnati nella pastorale. L’accoglienza riservata a questo incontro rappresenta la risposta alla disponibilità che ciascuno darà al Signore perché la sua visita è pur sempre un incontro intimo, un dialogo che riprende, la cura delle ferite, la proposta a vivere insieme la comunione. La visita che il Vescovo compie è anche una verifica dello stato di salute di una comunità parrocchiale: come ha citato S. E. Mons. Valentino Di Cerbo: « In tale funzione il Vescovo esercita il proprio compito di ispettore (episcopos in greco significa ispettore), non nel senso di colui che va a scovare e sanzionare gli aspetti negativi di una comunità, ma come chi guarda le comunità “dall’alto del Vangelo” per riportarle alla propria autentica vocazione».

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Cos’è la Visita pastorale? In cosa consiste? Quali azioni mette in moto?

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Antonio Martinotti, Cristo alla porta, 1953

Ecco, io sto alla porta e busso

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Il Codice di Diritto Canonico prevede che il vescovo visiti la sua Diocesi (tutta o in parte) ogni anno, in modo che entro cinque anni oltre ad averla visitata completamente, abbia chiara la visione della realtà; in questo itinerario può essere affiancato da collaboratori. I soggetti della visita sono le persone, le istituzioni cattoliche, i luoghi di culto. Si tratta prima di tutto di un momento di forte spiritualità. Mons. Di Cerbo, con il Consiglio presbiterale, nella fase di programmazione di questo evento ha chiesto che sacerdoti e laici impegnati nelle parrocchie, si preparino a vivere l’incontro con il Pastore attraverso precedenti momenti di spiritualità: «Attraverso la preghiera chiederemo la grazia della visita di Dio alla nostra Chiesa locale. Il Signore nella preghiera e nell’incontro con lui ci aiuterà a metterci in ascolto della sua Parola e dei segni dei tempi presenti nel nostro territorio, per suscitare cammini di conversione e renderci sempre più germe e inizio del suo Regno». Ormai da qualche mese una commissione incaricata da Mons. Di Cerbo sta procedendo alla verifica dello stato della parrocchie in base ai dati raccolti nel 2007 ai tempi della visita pastorale indetta da Mons. Farina. Alla luce degli aggiornamenti, delle integrazioni e delle modifiche che i Consigli pastorali riterranno necessarie, il Vescovo orienterà la sua visita, i suoi interventi. La visita pastorale toccherà dapprima la forania di Caiazzo, quindi i comuni di Caiazzo, Alvignano, Castel Campagnano, Ruviano nel periodo compreso tra novembre e gennaio 2014. Sarà la festa di Santo Stefano Menecillo, patrono di Caiazzo e compatrono diocesano, a dare inizio il 28 ottobre, a questo primo e intenso momento di fede e di “lavoro”.

Il Calendario della Visita Pastorale Forania Forania Forania Forania Forania

di Caiazzo ottobre 2013 - gennaio 2014 di Alife febbraio - maggio 2014 di Pontelatone giugno - luglio 2014 di Ailano agosto - settembre 2014 di Piedimonte Matese novembre 2014 - gennaio 2015


Le tre fasi della visita Sono tre i momenti fondamentali per ciascuna Forania e per le parrocchie che fanno parte di essa. Momenti che il Vescovo ha sintetizzato attraverso tre verbi: ascoltare, verificare, incontrare.

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E’ il momento in cui i sacerdoti della forania interessata e i collaboratori laici si dedicheranno alla preghiera e all’approfondimento sul tema della Visita (Ecco, io sto alla porta e busso). Seguiranno le assemblee parrocchiali: momenti di confronto e dibattito nonché verifica dello stato della parrocchia relativamente al patrimonio, all’amministrazione, alle attività pastorali e caritative, agli organi di consulta, alla popolazione residente. Poi il momento più importante: un convegno di forania dove sacerdoti, laici, autorità civili e militari di quel territorio dialogheranno tra loro circa la vita del territorio, in un atteggiamento di ascolto reciproco.

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In ascolto di Dio e del territorio

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ic Il Vescovo ha affidato ad alcuni sacerdoti e collaboratori l’incarico di precedere la sua visita. I Convisitatori – questo è il termine che li designa – saranno nelle parrocchie per prendere atto della vita pastorale di quella realtà, quindi delle attività di catechesi, di carità e del corretto svolgimento delle liturgie; anche la situazione patrimoniale degli immobili e dei beni mobili sarà oggetto di attenzione: la verifica dello stato di conservazione di archivi, suppellettili sacre ed altro vuole appunto indicare la premura e la cura per quei beni destinati alle celebrazioni e al culto, ma anche ad un’attenta conservazione. In questa fase sarà inoltre verificata la situazione economica e i registrin t ro co parrocchiali. ’in

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L’incontro con il Pastore

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E’ il momento più atteso, l’incontro tra il Vescovo e la comunità parrocchiale; il “tu per tu”, il dialogo, la vicinanza, l’ascolto, la preghiera in comune. Il Vescovo, dopo aver preso visione delle relazioni prodotte dai convisitatori e dopo essersi confrontato con essi incontrerà il Consiglio pastorale parrocchiale, si recherà in visita presso qualche famiglia e presso le scuole di quel Comune. L’incontro con il Pastore, supera ogni burocrazia, ogni formalismo che pur si deve ad una Visita pastorale e diviene il momento più intenso, dello scambio amorevole tra il padre e i suoi figli: l’esperienza è quella di una grande famiglia che si riunisce a fare festa, per “rivedere” se stessa, fare il punto e riprendere il cammino.

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Perché la Visita Pastorale? Per riscoprire la novità del Vangelo; per evitare che l’essere cristiani degeneri nell’abitudine. Una visita pastorale perché ricordare a noi stessi che la Chiesa non è una realtà autoreferenziale ma vive per servire, così come ha fatto Cristo. Ecco, io sto alla porta e busso, vuole ricordare a tutti che il Signore con attenta premura passa e ricorda a ciascun battezzato di essere germe di vita nuova; e bussando alle porte del cuore chiede ancora una volta di essere uomini e donne di misericordia e annunciatori del Vangelo.

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Ascolto reciproco.

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Il senso dei convegni nelle Foranie

I convegni delle Foranie rappresentano uno dei momenti più dina-

mici dell’intera visita pastorale perché in essi sarà necessario il confronto tra i laici impegnati di ciascuna parrocchia di quel territorio e le forze sociali e politiche di quel territorio. Uno scambio di pareri, ma soprattutto di proposte. Attese e proposte da entrambe le parti, confronti sui temi e le emergenze che riguardano il territorio: mondo giovanile e povertà rappresentano le realtà su cui puntare i riflettori ed individuare per esse strategie comuni. Il mondo della disabilità e dei servizi al cittadino, dell’assistenza sanitaria, della formazione scolastica sono ulteriori piste da percorrere perché nessuno sia escluso dall’attenzione e dalla premura delle Istituzioni, laiche ed ecclesiali. Nei comuni della Diocesi di Alife-Caiazzo, si sperimenta ormai da tempo la costruttiva collaborazione tra associazioni laiche ed ecclesiali, tra istituzioni di vari livelli, per cui la possibilità di percorrere vie comuni per far fronte ad emergenze o lanciare iniziative non rappresenta ad oggi alcun ostacolo. Un anno fa, il Convegno diocesano “Dalla memoria alla testimonianza. La Chiesa di Dio che è in Alife-Caiazzo “germe e inizio del Regno” nel territorio” era stato preceduto proprio da convegni di Forania seppur di natura diversa perché a discutere ed incontrarsi erano solo le realtà ecclesiali. La formula tuttavia, di piccole assemblee a cui prendono parte uomini e donne di una certa area geografica del territorio, caratterizzata da tradizioni e contesti sociali simili tra loro, si presenta quale possibilità di laboratorio formativo e progettuale. Un anno fa, dal Convegno diocesano emergeva, tra le tante esigenze, quella di un più frequente dialogo con il territorio; o meglio, una più frequente indagine “a quattro mani” sul territorio, dove parroci, amministratori politici, dirigenti scolastici, catechisti, e rappresentanti della sicurezza sul territorio possano fotografare lo stato delle cose ed immaginare per ciascun membro di queste comunità una dignità rinnovata o un futuro più sereno, caratterizzato se non altro da uno stile di vicinanza e prossimità.

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Their line is gone out through all the earth, primopiano tutta la terra s eir word and thPer d loro Lannuncio of the worlil enddiffonde to the si eur rete

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e ai confini del mondo il loro messaggio trémité

n abbraccio che si estende anche alle tante comunità originarie di questa terra che risiedono all’Estero. La Visita pastorale di Mons. Valentino Di Cerbo raggiungerà le centinaia di famiglie distribuite in alcuni tra gli Stati europei ed extraeuropei che oggi sono la casa di quanti quaranta o cinquant’anni fa (a anche di più) partirono per miglior fortuna. Oggi con quei nonni, ci sono figli e nipoti un po’ meno italiani, ma con un legame innegabile e istintivo con la propria terra d’origine. Non c’è comune della Diocesi di Alife-Caiazzo che non abbia propri concittadini sparsi per il mondo. Il Vescovo Di Cerbo sarà anche lì per una visita che negli aspetti burocratici e pastorali non corrisponde a quella

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s UnitemderSitcaate of A programmata per le parrocchie della Diocesi, ma che dal punto di vista spirituale rappresenta il medesimo valore: l’incontro tra il Signore e il suo popolo. Non solo. Il viaggio verso il Regno Unito, la Svizzera, le Americhe che Mons. Di Cerbo sta programmando vuole essere il segno della vicinanza ai figli lontani, ai tanti che con fatica e dolore hanno dovuto reinventarsi una comunità, una famiglia, uno spazio di vita caldo e accogliente.

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La Redazione di Clarus ha avviato il censimento delle famiglie “diocesane” residenti all’estero. Contiamo sulla collaborazione di tutti: fateci pervenire indirizzi e numeri telefonici degli amici e dei parenti originari di del territorio sparsi per il mondo. info@redazioneclarus.it tel. 0823 784943

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Australia Argentina

Nella persona del Vescovo è un’intera Diocesi che raggiunge i fratelli e gli amici oltre confine per dire siamo ancora una famiglia in cui le distanze non scalfiscono identità, cultura, costumi e quanto si possa avere in comune. Il viaggio oltre confine vuole essere anche il segno che rafforza il legame tra le nuove generazioni di questa terra e quelle che pur avendo origini italiane non conoscono il paese d’origine dei loro nonni, né questa lingua, né le più antiche tradizioni, i paesaggi, gli odori forti della campagna e il silenzio delle contrade. Mons. Di Cerbo rappresenterà tutto questo: un pezzo di Italia tra gli italiani lontani, una parola di amore, di fiducia, di incoraggiamento per quanti a distanza di decenni vivono anche la solitudine della lontananza. n.8

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Una Chiesa CHE VIVE

Pronti? Si riparte

Al via un nuovo anno catechistico. Educatori, genitori e ragazzi protagonisti con Gesù di EMILIO MEOLA

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iamo all’inizio di un nuovo anno pastorale in cui la Parrocchie sono alle prese con la programmazione delle attività pastorali e con l’avvio di altre già predisposte in calendario. Tra le attività ordinarie rientra sicuramente il cammino di formazione dei bambini e dei ragazzi in preparazione alla Prima Comunione e alla Cresima. Inevitabile - secondo me - la difficoltà di ogni parroco di trovare persone disposte a collaborare a questo delicato ma insostituibile compito. Persone che non solo posseggano quella sensibilità e quella “maternità o paternità” che deve caratterizzare ogni rapporto educativo, ma anche la capacità di interagire e coinvolgere i ragazzi nel percorso di crescita o di riscoperta della propria fede. Per questo motivo le catechiste e i catechisti (perché questo compito non è affidato solo alle donne, ma dovrebbe trovare ampio consenso anche tra gli uomini) non sono lasciati soli in questo cammino, ma sono sostenuti e aiutati dall’esperienza del parroco e dalla preghiera di tutta la comunità, la quale dovrebbe riscoprire il ruolo di responsabilità nel generare alla fede. Il catechista risponde a una chiamata di Dio ed è un servizio che svolge nella comunità e in nome della comunità stessa. Questa realtà è rilevata dal mandato che il parroco fa all’inizio di ogni anno, nel quale ogni catechista s’impegna a svolgere il suo servizio con onestà e responsabilità, nella consapevolezza di mettersi nelle mani di Dio per essere suo strumento nell’annuncio della fede. Il catechismo, infatti, per prima cosa è il luogo di conoscenza e crescita della fede nel Dio di Gesù Cristo.

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RITO DELLA PRESENTAZIONE E DEL MANDATO AI CATECHISTI Subito dopo l’Omelia, dopo un breve momento di silenzio, due catechisti si avviano all’ambone per la presentazione dei catechisti. Si presentino coloro che si sono impegnati per la Catechesi della Cresima e della Prima Comunione (segue elenco) Sac.: Carissimi catechisti, volete, in piena docilità allo Spirito Santo, accogliere in voi la Parola che annunzierete agli altri, meditandola con assiduo fervore, e con la vostra vita rendere testimonianza a Cristo Gesù, nostro Salvatore? CAT.: Sì, lo vogliamo! Sac.: Volete educare alla fede i fanciulli e i ragazzi, i giovani e gli adulti preparandoli a ricevere degnamente i sacramenti e testimoniando gioiosamente la fede cristiana? CAT.: Sì, lo vogliamo! Sac.: Rendiamo grazie al Signore per la chiamata e la vostra risposta. Egli, che ha iniziato in voi la sua opera, la porti a compimento! Cat.:Ti ringraziamo, Signore, per-

ché ci hai chiamati ad annunciare Gesù e il suo Vangelo, nonostante la nostra debolezza e la nostra fragilità. Metti le tue parole sulle nostre labbra. Donaci di impegnarci noi per primi a vivere con coerenza il Vangelo che annunciamo a chi incontriamo lungo il cammino. Dopo la comunione: A te, Signore, che sei Padre e fonte di ogni amore, affido coloro a cui mi mandi. Ogni ragazzo ha valore ai tuoi occhi e vorrei tanto che conoscessero il tuo Nome. Gesù, che mi inviti a seguirti, come un giorno hai chiamato Pietro, Giacomo, Giovanni, tiiprego di rafforzare la mia fede, perché cresca in me la gioia di annunciare il tuo Vangelo. Spirito Santo, fuoco di Pentecoste, che mantieni viva la tua Chiesa e sei l’anima dei testimoni, confermami nella missione, perché altri, attraverso me, sentano l’invito a credere e diventino discepoli.

ACCOGLIERE LA RELIGIONE

FAR CRESCERE LA FEDE Partirà in cinque parrocchie della Diocesi il percorso sperimentale di formazione per i genitori “Accogliere la religione, far crescere la fede” (San Nicola e San Sebastiano ad Alvignano; San Marcello e San Michele a Piedimonte; San Nicola de’ figulis a Caiazzo; San Pancrazio a Prata Sannita; Santa Maria ad Nives a Castel Campagnano). L’équipe di animatori che durante lo scorso anno pastorale ha tenuto il percorso di formazione con don Luciano Meddi - catecheta - ha definito nei dettagli obiettivi e attività del percorso formativo in attesa di avviare il cammino a partire da fine ottobre.


ona Raucci, riim S e lli se an M Il racconto di Lina parroce mamma della ta is ch te ca te en spettivam Plena. : chia di Ave Gratia ne, spiritualità io is iv d n co , e Partecipazion pagnano le due m co ac e ch le ro rsi in sono queste le pa difficoltà di mette la a nz se n no e nz gatestimonia cchito il proprio ba ri ar er av di a oi gioco e la gi glio di viaggio

Quale e’ stata la tua esperienza di catechista? Quattro anni fa ho accettato di presiedere l’incontro mensile con i genitori dei bambini che iniziavano il percorso di preparazione alla Prima Comunione. Preoccupata del compito da svolgere, ma anche sorretta dalle indicazioni del parroco, ho avviato un percorso formativo di conoscenza e di interazione con i genitori dei ragazzi. Nelle nostre riunioni che avevano sempre un tema di fondo in comune con quello dei piccoli, si partiva da una esperienza concreta, vissuta in famiglia o nel proprio ambiente, e poi veniva approfondita alla luce delle Sacre Scritture. Il dibattito che seguiva vedeva tutti i presenti coinvolti nel riportare le proprie esperienze, le proprie difficolta’, le richieste di aiuto per capire, per migliorarsi. Come moderatrice, cercavo di chiarire, di fare apportavo il punto su questioni controverse; , di moglie di enze anche le mie personali esperi creden di tutto madre, di insegnante, ma soprat disse papa’ un te. Ricordo con piacere quando che, per la prima volta, vedeva da vicino la Bibbia: il testo che portavo sempre con me, ad ogni riunione. Cercavo anche di animare gli incon presentazioni video, supporti carcontri tacei, e devo dire che l’interesse era sempre vivo: tutti partecipavano con piacere. Cosi’, mese dopo mese, si era creato un gruppo di persone che stava bene insieme e cresceva nel percoso formativo. Era una gioia incontrare le famiglie al completo la Domenica intorno alla Mensa Eucaristica, vero fulcro della nostra vita cristiana! Al termine del triennio, e’ stato emozionante, per i genitori e per me, partecipare alla S. Messa della Prima Comunione dei ragazzi, consapevoli di aver compiuto un cammino umano e di fede in cui l’arricchimento era stato reciproco e di notevole spessore.

Mi chiamo Simona Raucci e ho intrapreso con il mi o bambino quattr o anni fa il percor so di preparazione alla Prima Comu nione. All’inizio provenendo da un ’altra parrocchia ho dovuto inserirm i e l’impegno di partecipare ogni volta,non e’stato semplice. Essendo però,per carattere ed educazione, un a persona abituata a prendere sul se rio le cose,dopo un’iniziale rilutt anza mi sono lasciata coinvolger e dai momenti vissuti nell’itinera rio di formazione mensile dei genito ri che si teneva accanto a quello dei ragazzi. Via via che si andava avanti ca pivo che ascoltar e la Parola di Dio,riflettere e pregare, ti portava a vedere le co se della vita in modo nuovo e un clima di serenita ’ si riversava anch e nelle mie atti vita’quotidiane. La fatica della presenza vi e’per tutti, anche per chi come me avev a qualche moment o in più’ da destin are a questa espe rienza. La nostra parrocchia dedica tempo a motiva re i genitori per recuperare il ruol o centrale della famiglia nella te stimonianza della fede e questo progetto merita di essere accolto. Do po l’invito anche del nostro parroco, con cuore aperto mi accingo ad in traprendere questo cammino da catech ista, consapevole delle tante cose che devo apprende re ma anche della gioia del Vangelo che posso comunica re agli altri.

Come giudichi il tuo impegno di catechista? Di sicuro molto positivo e costruttivo tanto che ho iniziato un nuovo Corso, con altri genitori, e ringrazio il parroco di avermi affidato questo compito, perche’ si mette a disposizione della Comunita’ parrocchiale un po’ del proprio tempo, ma si riceve tanto, ma proprio tanto in cambio!

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Attualità E TERRITORIO

Da Baia e Latina all’Europa. Emigrazione no stop

Tutto come prima, tutto come un tempo: i mariti in avanscoperta e poi, dopo qualche settimana o pochi mesi le mogli sono con loro, e così anche i figli. A cura della Redazione

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l fenomeno dell’emigrazione che per decenni ha segnato l’Alto Casertano sembrava essersi allentato quasi definitivamente fatta eccezione dell’esperienza di giovani studenti audaci e coraggiosi. All’alba della profonda crisi economica che tutt’ora fa sentire il suo peso, e che allarga lentamente il suo raggio d’azione anche agli Stati ricchi di Vecchio e Nuovo Continente, abbiamo assistito a malincuore a scene come quelle che un tempo portavano con sé lacrime e speranze, fiducia e paura di non farcela. Non un amarcord ma la nuova emigrazione. Negli ultimi cinque anni è cresciuto esponenzialmente il numero di cittadini del territorio che hanno fatto le valigie e sono partiti: Australia, Svizzera, Canada, Stati Uniti. Giovani e meno giovani; laureati o padri in cerca di lavoro. Tutti disposti a ricominciare, non importa da quale lavoro, come se gli anni di studio qui in Italia o la pregressa esperienza lavorativa non conti nulla. Pur di ritrovare dignità e serenità economica si trova il coraggio di imparare a fare il pizzaiolo, il giardiniere, l’imbianchino, il falegname; mentre i giovani con una laurea in tasca hanno qualche possibilità in più di tenere fede ai loro sogni, quelli per cui hanno scelto un indirizzo di studio piuttosto che un altro. Ma si tratta dei più fortunati abbiamo detto… Il caso degli ultimi dodici mesi riguarda il comune di Baia e Latina, piccolo centro compreso tra i comuni di Pietravairano, Sant’Angelo d’Alife, Alife, Dragoni e Roccaromana. Qui l’ultimo censimento Istat del 2011 ha fatto registrare un numero di residenti pari a 2.249 unità e 54 di origine straniera. Un paese come i tanti del territorio, di tradizione agricola: l’allevamento bufalino rappresenta ancora per alcune famiglie una sicura ancora di salvezza; la produzione di latte, poi mozzarelle e altri derivati è un delle risorse di queste campagne a cui si aggiunge la coltivazione dei campi, un paio di laboratori tessili, un mobilificio e il gran numero di manovalanze spesso “in nero”. A questi si aggiunge il mestiere del boscaiolo – un tempo era quello dei carbonai – diffuso anche tra le famiglie più giovani. Non basta. Inizialmente erano i lavori stagionali e “tirare” verso Francia e Svizzera, adesso invece è la certezza di lavo-

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ri sicuri e duraturi a determinare la scelta di portare con sé anche i figli con il conseguente impoverimento della popolazione scolastica già segnata dal forte calo delle nascite anch’esso conseguenza drammatica di questa crisi. Tra i primi ad esprimere solidarietà per i propri concittadini è il sindaco di Baia e Latina, Michele Santoro, il quale per niente nuovo alle scena politica del suo paese ricorda la vita di venti anni fa: «La serenità di un tempo - che coinvolgeva non solo Baia e Latina, ma l’intera provincia e poi l’Italia intera è un ricordo che speriamo torni ad essere nuovamente realtà. Ma - prosegue il Sindaco - quando vengono a mancare le condizioni necessarie al pieno compimento dei desideri e, più in generale, della realizzazione dell’uomo, questo è spinto a cercare un luogo diverso da quello d’origine dove affermarsi e trovare fortuna. Da diversi anni a questa parte la crisi economica sta attanagliando il nostro Paese e gli italiani fanno il possibile per superarla o debellarla: c’è chi si reinventa, chi si adatta, chi scappa dalla propria vita e chi dal proprio Paese». Siamo alle prese con il dato concreto con cui si confronta il piccolo Comune della provincia di Caserta: «Lo spopolamento dei nostri quartieri, delle scuole, delle strade del nostro centro cittadino ci impoverisce anche culturalmente, indebolisce un intero sistema sociale a cui non possiamo far fronte se non con la speranza che qualcosa cambi. Ai tanti che sono andati via noi conserveremo un posto - come sempre dolce e accogliente - in questa comunità che resta pur semrpe la loro famiglia»


Un giorno ho incon Un giorno ho incontrato Un giorno ho incontrato Un giorno ho incontrato ...

Un giorno ho incontrato

1 di m.grazia storelli Meno di un anno fa partiva il torneo letteraio “Un giorno ho incontrato...” a cura della Biblioteca diocesana San Tommaso d’Aquino. Oltre centoventi partecipanti tra gli studenti delle scuole superiori del territorio diocesano si mettevano alla prova mostrando, prima che le loro capacità di scrittura, le emozioni e i sogni. Ben venti di quelle opere sono giunte alla fase finale del Concorso. Esse saranno pubblicate ogni mese sulle pagine centrali di Clarus per essere staccate e raccolte. Tra i racconti, nove, individuati dalla commissione esaminatrice sono confluiti nel libro “Un giorno ho incontrato...” edito da Città Nuova presto in distribuzione.

Un giorno ho incontrato la Comunità

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ra l’11 maggio del 2OO9 quando arrivai da Roma nella struttura L.C. Matese di Piedimonte. Era una casa come tante, con dei letti, dei mobili e delle finestre. Però sentivo che c’era un qualcosa di diverso nell’aria, ma non riuscivo ancora a capire cosa fosse. Mi avvicinai a mia madre e a mio zio per pregarli di non lasciarmi in un posto sconosciuto, con persone a me estranee, ma il mio tentativo fu inutile, perché proprio in quel momento vidi i loro volti allontanarsi lentamente da me. Così in un piccolo istante mi ritrovai in lacrime sola e spaventata in un mondo ancora oscuro ai miei occhi. All’improvviso sentii una voce chiamare il mio nome, mi voltai e lei era lì. Era una donna con un viso dolce e gli occhi come il cielo, mi prese la mano e, tranquillizzandomi, mi portò nella mia nuova stanza dove tutti i muri erano colorati e il sole illuminava anche le parti più piccole di quella casa arancione… Cauta cominciai ad osservare l’ambiente e le persone che vi abitavano. C’erano molti ragazzi della mia età, nel vederli sembravano così sereni e il loro sorriso esprimeva una grande voglia di vivere. Così spinta dalla curiosità cominciai a fare delle domande a quelle persone adulte che sedevano vicino a me, chiamati educatori, che avevano il compito di aiutarci a lavorare sulle nostre modalità inadeguate di comportamento. In un attimo mi spiegarono che la comunità era un posto sicuro dove ognuno si doveva sentire libero di essere se stesso, senza aver paura di essere giudicato e dove potevo prendermi tutto l’amore di cui avevo bisogno per colmare quel vuoto dentro di me che per anni aveva causato sofferenza nella mia vita. Era molto bello sentire quelle parole, ma era un po’ difficile crederci, visto che ridare la mia fiducia alle persone la vedevo ormai una cosa molto lontana dal mio mondo, pieno di delusione e rabbia verso chi, fin da piccola, mi aveva abbandonata ad affrontare la realtà di tutti i giorni.

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Dopo qualche mese rividi per la prima volta mia madre, era lì con gli occhi fissi nei suoi pensieri più profondi, istintivamente avrei voluto correre per abbracciarla, ma la rabbia era talmente forte che frenava ogni mio movimento. Così immobile e in silenzio, la guardai in viso con gli occhi di una bimba innocente che desiderava solo una semplice coccola da colei che per nove mesi l’aveva tenuta in grembo. Lentamente mi sedetti vicino a lei e senza troppe parole, spinta da quel forte bisogno l’abbracciai, consapevole che di certo, non sarebbe bastato un abbraccio a ridarmi la protezione e l’affetto che per tredici anni avevo cercato con tutta me stessa. Un’ora dopo, quando se ne andò, sentivo il mio cuore battere velocemente e, ogni suo battito, mi dava sempre più la certezza che, nonostante avrei voluto odiarla, non potevo infondo che amarla. Scesi così in lacrime nella mia camera, dove l’educatore mi abbracciò regalando un po’ di calore a quell’immenso dolore che mi opprimeva lo stomaco. Parlammo per ore ed ore e, raccontandogli la mia storia, lui mi spiegò che a volte le persone non sono presenti non perchè non vogliono, ma perché ci sono determinate circostanze che non glielo permettono, soprattutto quando alla base vi sono forti traumi che segnano piccole cicatrici che sono il frutto di modalità comportamentali inadeguate. Il giorno seguente la mia frustrazione era ancora più evidente, pensavo a lei, a tutti quegli anni passati a rincorrere il sogno di sentirla anche un attimo partecipe della mia vita. Magari anche solo condividendo i miei primi amori, o i miei pensieri più nascosti, ma tutto questo non era mai avvenuto perché lei era talmente immersa nel suo mondo fantastico che ormai tutto ciò che la circondava era diventato il nulla, ed io non credevo ancora possibile aprire gli occhi la mattina e non sentirmi la causa della sua separazione da mio padre e dei suoi conflitti interiori. Era tutto così confuso nella mia testa che ogni pensiero era sovrastato da un altro! Non sapevo come reagire a quel mio costante malessere. Così, stanca di soffrire e vedendo i sorrisi degli altri ragazzi della struttura, capii che anche per me la comunità poteva rappresentare un nuovo capitolo, dove poter riscrivere le pagine di un nuovo inizio. Rafforzata da una buona e valida motivazione cominciai a ridare il giusto valore al tempo e a tutto ciò che mi circondava. Iniziai ad andare a scuola. La terza media era un buon obiettivo per riconquistare la mia autostima. Era già giovedì e finalmente era arrivato il mio primo giorno di scuola. L’emozione era immensa, ed io ero così in ansia che chiacchierare

un gusto dolce che mi riempiva 12

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con l’educatore era il miglior metodo di distrazione. Quando suonò la campanella gli alunni si trovavano già tutti nelle aule. Timida e un po’ spaventata mi feci avanti e guardando negli occhi l’educatrice entrai in quella porta bianca. In un attimo tutti i ragazzi si voltarono ad osservarmi, ed io camminando, mi sedetti lentamente vicino ad una ragazza sconosciuta che in futuro sarebbe poi diventata la mia migliore amica. Intanto, gli altri erano tutti molto stupiti nel vedere seduta accanto a me una signora adulta, però per me era fondamentale la presenza di un componente della comunità, perché solo grazie a lei sarei riuscita a vivere serenamente il mio ritorno nel mondo adolescenziale. Nell’ora di ricreazione molti cominciarono a farmi domande sul perché mi trovavo lì. Io con molta difficoltà cercavo di rispondere nella maniera più giusta, senza esporre troppo i problemi che c’erano stati nella mia famiglia. Erano tutti molto curiosi ma nonostante tanta invadenza sembravano molto dolci e simpatici. A fine giornata, uscendo da scuola cominciai a risentire il gusto amaro della vita. Vedere i miei coetanei tornare nelle loro case a riabbracciare i propri genitori mi faceva sentire diversa, desideravo con tutto il cuore farlo anch’io, ma sapevo che non era possibile, così per rimediare a quel vuoto abbracciai l’educatrice immaginando per un istante che lei fosse mia mamma dimenticando per un attimo l’ambiente che mi circondava. I giorni passavano velocemente e lavorare sulle mie difficoltà relazionali si faceva sempre più faticoso, però non perdevo la speranza, perché nonostante combinavo ancora tanti pasticci, la comunità era sempre lì a sostenermi e ad insegnarmi che non dovevo aver timore di sentirmi diversa solo perché avevo avuto un passato difficile, perché la diversità era proprio quel mondo che mi stava arricchendo e che mi permetteva di cogliere tutte le sfumature della vita. Arrivò il giorno dell’esame finale di terza media. Decisi di portare come tesina il libro “Il piccolo principe” proprio perché mi sentivo una piccola viaggiatrice come lui, che non solo andava alla ricerca di conoscere altri piccoli pianeti, ma che doveva curare la sua rosa, e la mia rosa era proprio la mia vita che in quel momento stava cominciando a rinascere grazie al mio forte coraggio di non lasciarla appassire, dedicando tutte le mie forze necessarie per irrobustire le radici che permettevano ad essa di tenersi in equilibrio. Salii le scale pronta ad espormi davanti ad una commissione. Arrivata in quella stanza iniziai a parlare e a mostrare il contenuto della mia tesina, fino a quando, ad un tratto scattò un sonoro e forte applauso. Alzai la testa e loro erano lì, era la comunità che insieme ai miei amici e professori, emozionati, stavano applaudendo. Per la prima volta dopo tanti anni riuscivo a risentire il sapore della felicità, un gusto dolce che mi riempiva l’anima di qualcosa di speciale che fino ad allora non ero mai riuscita a provare. In quel momento non esistevano né conflitti né dubbi ma solo la voglia di continuare a lottare per qualcosa per cui

Un giorno ho incontrato

l’anima

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la cosa che mi ha aiutato a farlo e' stato credere nella possibilita' di un cambiamen 14

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valeva la pena farlo. Quell’anno venni promossa e fu l’inizio di una nuova era. Cominciai pian piano a conquistare la mia autonomia, imparando a chiedere, senza aspettare che gli altri capissero ciò che desideravo, iniziai ad uscire da sola con le amiche, e più tempo passava e più mi sentivo parte integrante della comunità, che ormai era diventata la mia famiglia, costituita da noi ragazzi che eravamo come fratelli e sorelle accomunati da un unico bisogno: vivere sapendo che c’è sempre qualcuno pronto ad amarti, e da tanti educatori che in quel momento prendevano il posto dei genitori, non solo per motivi di lavoro, ma soprattutto per una forte voglia di mettersi in discussione e donare a noi ragazzi la speranza di poter tornare nella società senza paura di mostrare i nostri limiti. Sono passati quattro anni da quell’11 maggio del 2OO9 e in tutti questi mesi il sole è ritornato a splendere e il mio smarrimento interiore si è tramutato in certezze nell’istante in cui ho capito che a volte ricominciare a vivere è solo questione di scelte e che, la libertà la si può conquistare nel momento in cui si è pronti a rinunciare alla maschera che portiamo senza nascondersi dal proprio essere! Ringrazio infinitamente quel giorno in cui ho incontrato delle persone meravigliose in questo paese, perché oggi ho accanto a me mille persone che mi vogliono bene e che mi hanno insegnato che nella vita amare significa vincere. Attualmente nella nostra società molti ragazzi come me hanno sofferto e soffrono per la continua assenza dei propri genitori che crea nella vita dell’adolescente grandi spazi vuoti, che sono causa di insicurezze e che inducono il ragazzo a commettere degli errori, cadendo così nel buio più totale dello sconforto. E’ complicato uscirne, però oggi so che la cosa che mi ha aiutato a farlo è stato credere nella possibilità di un cambiamento, chiedendo aiuto al prossimo e riconquistando con realtà e impegno quello che per anni mi era stato tolto, la voglia di sorridere. Ecco perché, grazie alla comunità, ho deciso di intraprendere il cammino che mi porterà un giorno a diventare una psicologa, dando così la possibilità ad altri bambini di avere un punto di riferimento, su cui poter contare e sentirsi apprezzati come ha fatto questa struttura per me. E anche se un giorno me ne andrò, la loro presenza sarà sempre lì accanto a me, e i loro insegnamenti saranno il motore che spingerà la mia nuova vita nella società.

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Professare la fede non è solo dire il Credo con la bocca, ma viverla nelle circostanze della vita: già conosciamo il legame tra fede e missione, credere e parlare. Però non basta: affinché la fede diventi capace di ispirare e rinnovare il vivere quotidiano occorre andare sulle strade del mondo. Le strade evocano ogni spazio aperto e percorribile, ogni luogo, piazza, sentiero, dove l’altro può farsi vicino e dove si incrociano sguardi, parole, timori e speranze, diffidenze e nuove amicizie. Le strade del mondo sono imprevedibili: occorre la pazienza di camminare, ma anche di comprendere chi si incontra, di vederlo come è, di impararne lingua e cultura, sentimenti e valori, restando insieme soprattutto nei tempi di crisi e di smarrimento. Gesù ha percorso le strade della Palestina, partendo dalla Galilea, zona di confine, e talvolta si è spinto oltre. Da bambino, come ebreo fu straniero in Egitto; nel suo ministero provenire da Nazaret lo rendeva straniero in Giudea, ma anche a Nazaret l’origine da Betlemme non avrà evitato sospetti… L’uomo Gesù sapeva stare sulle strade perché per lui, così spesso straniero, nessuno era straniero davvero. Questa è anche la vicenda dei nostri missionari e missionarie su tante strade del mondo, comprese quelle del web, dei social network, senza dimenticare quelle di chi è messo ai margini, reso quasi invisibile. Questa diventa la storia di ogni cristiano che non chiude la fede in spazi e tempi “religiosi”, ma la porta in ogni respiro della vita. Viviamola così e continuiamo ad accompagnare chi ne fa dono ad altri sulle strade del mondo. Presso il Centro Missionario diocesano è disponibile il materiale per l’Ottobre missionario.

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lano

COMUNIcando

AilanoAilano 16

Ailanoi luoghi

nelle persone e ne

uno Storia, geografia e ricordi di

Cap 81010 Abitanti 1.379 Superficie 15,49 kmq Densità demografica 89 ab/kmq Altitudine centro 260 m s.l.m. Lat 41°23’23” N Long 14°12’14” E

l’Alto Casertano

degli angoli piÙ suggestivi del

“A questa terra o paese conviene assegnare un(’)origine molto più antica (rispetto ad altri centri matesini o sanniti, N.d.A.) ed io ritengo col Ciarlanti che Ailano fosse stata l’antica Ebuziana, detta verisimilmente così dalle ebollizioni o piccole sorgenti di acqua sulfurea che erano ed ancor vi sono nella sottostante campagna. Ciò è contrastato dal Trutta, che ritiene essere stato da principio uno dei villaggi Alifani col nome di Volcano, ma io credo che qui il Trutta si sia ingannato”. Scriveva così sulle origini del paese matesino Giuseppe Mennone nel Riassunto storico dell’Antico Sannio alla fine dell’Ottocento.

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Si pongono agli inizi della nascita della lingua italiana i quattro Placiti, sentenze, registrati a Capua, Sessa Aurunca e Teano, altrimenti riportati come Carte di Capua, Sessa e Teano, che risalgono al triennio che va dal marzo 960 all’ottobre del 963. Essi vengono, oltre che “campani”, chiamati anche “cassinesi”, in quanto riguardano il cenobio di Montecassino e alcune sue dipendenze e perché qui sono conservati. Due di questi, del luglio 963 e dell’ ottobre 963, sono riportati come di Teano, ma riguardano territori che erano rivendicati dal monastero di Santa Maria in Cingla di Ailano. Quindi andrebbero riportati come Carte di Ailano, e come tali pongono Ailano al centro dell’interesse a proposito dell’origine della lingua italiana, segnando il passaggio dal latino al volgare. Continua a pag. 17

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La banda musicale di ailano

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La Banda musicale è certamente importante per garantire una buona riuscita di una festa in onore di un santo, tanto più di un patrono, soprattutto nell’Italia meridionale; ma per Ailano è fondamentale ed esclusiva. Ad Ailano si presuppone come assolutamente necessaria la presenza della banda per accompagnare qualsiasi processione, ma per Sanww Giovanni sono richieste più bande, ultimamente almeno tre, e certamente tra le più quotate in giro, di cui due nel giorno del 6 maggio, che devono accompagnare il santo patrono nella sentita, lunga e folta processione, come dicevamo, costituita non solo dagli ailanesi, ma anche dai pellegrini dei paese viciniori. Per Ailano la banda è una tradizione più che secolare e talmente sentita che non c’è cittadino ailanese che non suoni uno strumento o che non si intenda di musica. Anzi è un trasporto ed un attaccamento che fa registrare il fatto incontrovertibile che ad Ailano esiste una delle bande più importanti dell’Italia meridionale: un Gran Concerto Bandistico famoso e richiesto da tutte le piazze. E’ una tradizione che risale al 1903, appena due anni dopo che il famoso maestro Alessandro Vessella, a cui è dedicata una nostra piazza, portò avanti la riforma che prevedeva un’unica partitura divisa per gruppi: ance, ottone chiaro, ottone scuro e percussione, facendo in modo che le bande civili, in Italia, si moltiplicassero. Dopo un primo tentativo, per Carnevale, ad opera di Giovanni Gentile, di allestire una banda raccogliticcia, riuscì ad organizzare una fanfara il maestro Vincenzo Porzio, che si esibì il 5 e il 6 maggio 1904 per la festa del santo protettore, tra l’emozione dei parenti e dei paesani, come dagli appunti del maestro Pasquale de Cesare. Così inizia l’avventura che ha portato ed ha fornito occupazione a bandisti, professionisti ed organizzatori. Da quel momento, infatti, si è continuato e si è tramandata questa passione, che è diventata una caratteristica del nostro paese, facendo emergere tanti solisti nei più vari strumenti e un certo numero di maestri e direttori. Quindi la festa e le bande musicali sono interconnesse e fortemente vincolate, in modo abbastanza sentito per San Giovanni. L’esibizione delle bande fanno registrare anche la presenza di tanti estimatori richiamati dal ricco repertorio.

Hanno lavorato a Comunicando per la pagina di Ailano: Angela Russo, Andrea De Lellis Giovanni Macchia, Antonio Ferraro

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San Giovanni Evangelista La festa di maggio e quella di dicembre nella memoria e nella vita degli ailanesi

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olto sentita la festa in onore del Santo, tanto è vero che viene onorato con due solenni festeggiamenti: il 27 dicembre, Ma quando è ricordato ufficialmente, e riSan Giovanni ha corre la festa secondo la chiesa cattodiritto da sempre anche ad lica, e il 6 maggio, in cui si ricordeuna festa in occasione del 27 direbbe il presunto martirio a Roma cembre e gli Ailanesi si preparano ad nell’acqua e olio bollente. La festa accompagnarlo in processione anche è sentita tantissimo, e si è coinin tale data: è “San Giovanni di Natale”. volti, oltre la propria volontà. La Già il giorno prima, il 26 dicembre, tutti o buona parte dei giovani fanno a devozione si è radicata così forgara a raccogliere legna di ogni genetemente, che non trova momenti re per preparare il grande falò, che di recessione o di abbandono di una volta, fino ad una trentina di quelle che sono le tradizioni inanni fa veniva acceso davanti culcate dagli antenati. La devozioalla Chiesa ed ora in Piazza ne spesso è esasperata e sembra che Regina Margherita. rasenti un certo qual fanatismo, fino a posporre Cristo al Santo. Si può registrare che molti, che non partecipano alla S. Messa domenicale, sono presenti a tutte le messe del novenario e non possono assolutamente essere assenti alla processione. Alla processione attaccati alla statua, o appena dopo, missione a portarli in Chiesa si piazzano o fanno il possibile per esserci, quelle donne che accompagnati dalle marce di hanno chiesto od ottenuto una grazia o un particolare riguaruna delle due bande in una do in occasione di momenti sfavorevoli, le quali per devozione lunga processione, facendo particolare camminano scalze o con appena qualche fasciatura sgorgare copiose e calde laai piedi. C’è pure chi per essere stato “graziato” indossa, vita nacrime ai cittadini più attenti. tural-durante, vesti che richiamano i colori tipici del Santo. Ma, La processione dei pellegrini visto che il nostro Santo ha appoggiato il capo sul petto di Gesù, entra in Chiesa, compresa la basta voler bene all’uno per volerne anche all’altro? Certamente banda che si esibisce in una va rinvenuto e ricercato come si spieghi una persistenza di un dolce melodia, e prorompe tale culto per un santo non facilmente intellegibile e così proin canti molto antichi, uno fondo. E non è facile! Intanto è molto suggestivo e commovente da parte dei capriatesi e l’alla partecipazione di devoti dei comuni viciniori, che arrivano in tro da parte dei pratesi. A separte ancora in piedi e in molti, soprattutto da Capriati al Volguire viene officiata la Santa turno e da Prata Sannita, oltre che da Pratella, Ciorlano e FonMessa, a cui tutti partecipano tegreca. La mattina del 6 maggio si riuniscono alle 9.00 circa, con grande attenzione. all’inizio di via Virgilio, dove si provvede da parte della com-

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i” t ta et sp a n “i ti en m cu o d e i gh Luo

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ilano è fiero di poter annoverare questi documenti tra quelli più importanti che lo riguardano, anche se finora ancora non è stata riservata la giusta attenzione a questa documentazione così importante, studiata dai più vari studiosi, tra cui storici. italianisti, linguisti e filologi, non solo italiani, ma anche stranieri. Il memoratorio, cioè un documento privato che il notaio redigeva dopo la conclusione di un atto, per conservare memoria a garanzia dei diritti di chi faceva redigere l’atto stesso, va tenuto presente solo come tale, mentre degna attenzione va dedicata al placito dell’ottobre 963, detto di Teano, perché qui fu rogato ed ebbe luogo il processo. Ai testimoni, che non parlavano più correttamente il latino, viene permesso di giurare in una “lingua”, il “sermo vulgaris”, da loro praticata ed intesa dal popolo. La formula è espressa in un periodo facilmente intellegibile che tre testimoni vengono chiamati a pronunciare circa quanto era loro noto a proposito di una lite sorta tra il monastero di S. Maria in Cingla e il conte di Teano. La lite era stata originata dal fatto che alcuni ministeriales, persone di fiducia del conte di Teano, Atenolfo, avevano fatto raccogliere prodotti in territori appartenenti a S. Maria in Cingla. Al processo si presenta il conte stesso con alcuni notabili, mentre cura gli interessi di S. Maria in Cingla il preposito Giovanni con il suo advocator, il giudice Vigelmo. Il conte rivendica quei territori come pars publica, senza poter offrire documenti e testimoni; al contrario il preposito Giovanni presenta tre testimoni: il presbitero Mari, il presbitero Beneroso e il suddiacono e notaio Magelfrid, che dichiarano che quelle terre erano appartenute trenta anni al convento, il che, per diritto, ne assicurava la proprietà, giurando sul Vangelo. I testimoni giurano, ripetendo la formula, con le stesse identiche parole, uno alla volta, seguiti da undici sacramentales, per assicurare la veridicità delle dichiarazioni.La testimonianza è quasi simile a quelle contenute nei placiti di Capua e di Sessa con qualche variante, come si può evincere nella seguente trascrizione. Carta di Capua

Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti. Carta di Sessa Sao ko kelle terre per kelle fini che tebe monstrai Pergoaldi foro que ki contene et trenta anni le possette.

focus Santa Maria in Cingla Grande importanza ha avuto ad Ailano il monastero di S. Maria in Cingla, di cui si possono attualmente notare appena pochi resti, almeno in superficie. La fondazione risalirebbe alla prima metà dell’ottavo secolo. Nel luogo in cui venne eretto, già sussisteva la chiesa di San Cassiano, fondata dallo sculdais Saraceno. Qui Gisulfo II e l’abate di Montecassino danno luogo ad una comunità femminile, della quale era badessa Gausani e a cui si succederanno altre due nobili donne: Pancrituda e Gariperga, in seguito ad una peregrinatio in terra nostra Beneventana. Il convento sorge a fianco del fiume Lete e poco lontano dal Volturno, in una posizione alquanto felice per il collegamento con Alife e il Molise. Molti sono i documenti che testimoniano una vita perlopiù felice ed importante per ricchezze di terre e badesse capaci di salvaguardare i loro possessi sotto la giurisdizione di Montecassino, con concessioni da parte dei duchi di Benevento e del Papato. Nell’846 il convento subisce un attacco saraceno e viene abbandonato per una decina d’anni, per poi essere restaurato. Nel 1094 Cingla viene restituita a Montecassino dopo un breve periodo trascorso “sotto Capua”, il cui abate Gerardo, agli inizi del XII secolo, ricostruisce una chiesa “magnifica et spaziosissima”, che sopravvisse fino al 1723, quando fu abbandonata per evitare la malaria. Attualmente sarebbe interessata ad uno scavo archeologico l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli nella persona del professore Federico Marazzi, il quale nella sua valutazione archeologica preliminare, dopo aver fatto risaltare l’importanza del sito, conclude riferendo che «l’esplorazione di questo insediamento monastico potrà costituire un raffronto significativo con i risultati emersi negli ultimi due decenni a San Vincenzo al Volturno».

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il palazzo ducale di piedimonte di EMILIA PARISI

Le origini Nel quartiere medievale di S. Giovanni, presso la zona collinare di Piedimonte Matese, domina maestoso il Palazzo Ducale dei Gaetani dell’Aquila D’Aragona. Situato alla base dell’antica strada che conduceva agli altipiani del Matese, con la sua posizione strategica non solo ne controllava gli accessi, ma sormontava l’intera vallata dove sorgono tuttora Alife e Piedimonte. E’ probabile che l’edificio sia nato spontaneamente dall’aggregazione di abitati lungo la via e sia stato dotato nel corso del tempo di porte in funzione daziaria e di protezione.

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Il destino dei Gaetani La famiglia Gaetani si afferma nel XII secolo nella città di Gaeta, dove tenne una signoria, per poi suddividersi in tre rami distinti: uno di Pisa, uno di Roma (estinto in quello di Anagni) e un altro di Napoli. I Gaetani d’Aragona, discendenti del ramo di Anagni, furono molto potenti vantando tra le loro fila addirittura un papa, Benedetto Gaetani divenuto papa Bonifacio VIII. Nel 1383 Giacomo II Gaetani divenne primo signore di Piedimonte sposando Sveva Sanseverino che ricevette la terra dal defunto marito Arrigo della Leonessa. Nel corso della sua storia il palazzo fu teatro di vari avvenimenti tra i quali la congiura dei baroni. Questo episodio vide coinvolti quasi tutti i baroni del regno che congiurarono contro re Ferdinando e si armarono dirigendo le truppe per la via di Alife contro Onorato II che rinchiuso nella fortezza di Piedimonte non voleva tradire il suo re. Nel XVIII secolo i Gaetani divennero principi ereditari della terra di Piedimonte. Con Nicola Gaetani, nominato principe di Piedimonte nel 1715, e sua moglie Aurora Sanseverino, il palazzo fu trasformato secondo il gusto degli aristocratici della capitale del Regno. Ben presto divenne un importante salotto culturale dove si riunivano artisti, musicisti, scultori, letterati, personalità illustri di cui amava circondarsi la famiglia Gaetani. La stessa Aurora Sanseverino, donna colta e graziosa, fu autrice di poesie di gusto petrarchesco e arcadico e fece parte delle principali accademie italiane. Nel 1799 la città e il palazzo furono invasi e saccheggiati dai francesi che trafugarono molte opere. Nel 1943 la dimora dei Gaetani fu danneggiata dai bombardamenti e dal passaggio delle truppe americane. La struttura architettonica L’edificio, a pianta quadrangolare, è stato oggetto di rifacimenti in varie epoche come risulta dalle stratificazioni evidenti sui prospetti esterni ed interni: a est, su cui si apre l’ingresso principale, a nord, ac-

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Lumonosa testimonianza del passato della città, fu la dimora dei Gaetani, teatro della congiura dei baroni e uno dei salotti culturali più in voga del Regno di Napoli

canto alla chiesa vecchia di S. Maria e a sud, dove è presente un avancorpo dinamico e articolato. Il primo rimaneggiamento del palazzo risale al XV secolo con l’arrivo a Piedimonte di Onorato II Gaetani; a quel periodo appartengono il portale durazzesco-catalano sul prospetto settentrionale e le finestre sul lato meridionale. Alla stessa epoca risale l’apertura di un secondo portale poi divenuto quello principale poiché posizionato sulla strada maestra. L’ultima stratificazione, quella che trasformò definitivamente la dimora fortificata in palazzo principesco, fu voluta da Nicola Gaetani nel Settecento. La fontana posta al centro del cortile interno e la doppia rampa di scale che consente l’accesso al porticato furono costruite in seguito all’ampliamento settecentesco. Artefice degli elementi decorativi della fontana (quattro aquile reali, oggi prive di testa) e dei timpani curvilinei che sormontano le porte-finestre che si aprono sul terrazzo del nuovo appartamento di case fu probabilmente un membro della scuola del Sanfelice o del Vaccaro, allievi del Solimena che si occupò di architettura tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento. Sempre in epoca settecentesca, per volere di donna Aurora Sanseverino, fu costruito un teatro adiacente al palazzo. Oggi lo sfarzo e la magnificenza che caratterizzarono i saloni immensi del Palazzo Ducale non sono più, ma attraverso i documenti e le testimonianze pervenute è ancora possibile raccontarli e riviverli come il ricordo vivido di un tempo che fu. (fonte Anna Barbiero, Arte e Storia nel Palazzo Ducale di Piedimonte d’Alife).

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L’ingorgo dell’anima I cittadini romani hanno trascorso i mesi estivi a discutere i cambiamenti effettuati dalla nuova amministrazione comunale al traffico, lungo le strade che compongono i Fori Imperiali. L’intenzione del neo-sindaco Ignazio Marino è di quelle immaginifiche: creare un enorme parco archeologico in cui sia possibile camminare a piedi circondati dalle rovine storiche, quasi come a dare la possibilità di rivivere quelle vie come i Romani hanno potuto fare millenni fa. Le critiche contemporanee, tuttavia, non sono mancate, perché il progetto da sogno va inevitabilmente a scontrarsi con le esigenze e i costumi degli abitanti locali e dei commercianti. Una nuova disposizione dei parcheggi e diversi sensi di circolazione hanno causato disagi proprio a coloro che vivono o lavorano in quelle zone. Certamente, come per qualsiasi grande modifica, tutto può essere migliorato. E in fondo l’am-

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ministrazione sapeva benissimo fin dall’inizio che avrebbe incontrato numerose diffidenze. Così come è consapevole che la resistenza alla novità è una caratteristica peculiare dell’uomo. Si tratterà, quindi, come tra l’altro dimostra l’esperienza di altre città, di aspettare che si consolidino nuove abitudini e i pregiudizi andranno inesorabilmente a scemare. Uno dei costumi più duri a morire sarà sicuramente quello tutto italico che ci porta a cercare un parcheggio fino a pochi centimetri di distanza dal luogo in cui bisogna andare. Non succede solo nella Capitale. Accade a Piedimonte, a Caiazzzo, a Formicola, a Dragoni, e in tutto l’Alto casertano. Perdiamo buona parte del nostro tempo a cercare una sosta che soddisfi la nostra esigenza di camminare il meno possibile. Inevitabilmente il pen-

siero corre a quei cantieri che un giorno, ci si augura presto, daranno vita ad un parcheggio come si deve ai piedimontesi. L’attesa, in realtà, non può essere tanto per il metro quadro che finalmente avranno le nostre auto, quanto piuttosto per la restituzione alla nostra comunità di quegli spazi di aggregazione sociale, laica e religiosa, che questi lavori ci hanno privato per anni. Nel frattempo generazioni di bambini non hanno potuto gioire di quel campetto di calcio o di quel bigliardino a cui noi abbiamo giocato nella nostra infanzia, stringendo quei particolari rapporti con i coetanei e con il mondo adulto che abbiamo poi coltivato nel tempo. Presto arriverà il giorno in cui probabilmente non avremo più problemi di traffico. Quell’inesorabile imbottigliamento che spesso ci tiene bloccati per momenti infiniti in una gabbia. Quell’ingorgo che sembra tanto essere una delle più adatte metafore dei nostri tempi. Noi che viviamo in un periodo di ingorgo dell’anima in cui troppo spesso abbiamo difficoltà non solo nel comprendere quale sia effettivamente la meta finale, ma soprattutto perché ci troviamo bloccati in un’eterna sosta. Chi o cosa ci impedisce di muoverci e andare alla conquista del nostro mondo. Un po’ come fecero i Romani millenni fa.


B VI U SI O N NI E

di Em A c u ra

i l i a Pa r

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SOGNI E DELITTI

Il genio Woody rivela la sua metà oscura in un noir cupo e angosciante

(…) Anni Venti, vicoli male illuminati, ombre che si allungano, sospetto e paura, ma anche tante fulminanti battute. È Ombre e nebbia, un insolito, a prima vista sconcertante film di Woody Allen. (…)

MATCH POINT 2005

Terry (C.Farrel) e Ian (E.McGregor) sono due fratelli come tanti appartenenti alla classe proletaria londinese. Due “cockney” che lavorano con difficoltà nei sobborghi desolati della capitale. Il primo è un meccanico con il vizio del gioco e una passione sfrenata per il whiskey; il secondo da una mano ai genitori semiisraeliti nel modesto ristorante di famiglia. L’arrivo in città del ricco e borioso zio Howard (T.Wilkinson), magnate della sanità con affari sporchi in Cina e in America, sconvolge le esistenze apparentemente ordinarie dei due giovani imprimendo ad esse una direzione catastrofica e inevitabile. I debiti di gioco costringono Terry a rivolgersi a degli strozzini, mentre Ian si finge un dandy colto e facoltoso per fare colpo sulla bella e misteriosa Angela (H.Atwell), attricetta di teatro alle prime armi. Sull’orlo della disperazione i due fratelli decidono di rivolgersi, come è già accaduto in passato, allo zio più fortunato. Quest’ultimo accetta di aiutarli ma ad una condizione particolare. “Sogni e delitti” è conosciuto oltre oceano come “Cassandra’s dream”, dal nome della barca a vela che Terry e Ian acquistano con le vincite alle corse dei cani. Presentato fuori concorso alla 64esima Mostra del cinema di Venezia, è il terzo film scritto e diretto dal maestro Woody Allen, dopo “Match Point” e “Scoop”, ambientato in Inghilterra. Nella plumbea atmosfera londinese, infatti, si muovono i personaggi di questo dramma moderno, anime nere che lavorano come formichine impazzite, che faticano per raggiungere un solo obiettivo: elevarsi socialmente e riscattarsi da un’esistenza tragica e mediocre. Nonostante tutto, lo spettatore prova simpatia e addirittura compassione per i due protagonisti, soprattutto quando il rimorso e il senso di colpa salgono alla coscienza di uno di loro. Il drammatico finale shakespeariano, volontariamente celato allo sguardo, mette in guardia lo spettatore, come a dire che una volta attraversato un certo confine non è più possibile tornare indietro.

dello stesso REGISTA

Il Sole 24 Ore

Ambizione senza qualità, delitto senza castigo, i capricci incontrollabili del caso in un mondo insensato (o meglio, nichilista): e fame, lussuria, crudeltà in Match Point, un film di Woody Allen straordinariamente riuscito, interessante e diverso da tutti.

OMBRE E NEBBIA 1991

Titolo originale Cassandra’s Dream Genere Drammatico Nazione Usa, Gran Bretagna Anno 2007 Durata 108 min. Regia Woody Allen

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Settembre 2013

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Bianco. Presto parlerà (Alife. Omina Fibre)

Foto Ph 5.5

Di tutto un pò... (Alvignano)

Foto Christian_M_

Tagliente e silente (San potito Sannitico) Foto Salvatore Fragola

Preghiera

Soltanto quando entro nel silenzio

di questa vita tanto buia e vuota, mi accorgo, Dio, della tua presenza e cerco in me i segni del tuo volto. Chi sono io, padre così buono, da farmi diventare tuo eletto, tu che stendi la mano tua pietosa sul volto mio come una carezza. Come una cerva anela al corso d’acqua, così, o padre, io mi volgo a te. Mi vedo indegno d’essere tuo figlio eppur non posso fare a men di te. Guidami tu, o padre mio amoroso, rendimi degno della tua pietà, fammi roccia sicura, acqua più pura, fà che la bocca mia ripeti le tue lodi, fà che il mio orecchio ascolti sempre Te, perché la tua parola è sempiterna. Fà che io ti porti ai figli tuoi, nel mondo, la pace, la giustizia e verità, guida i miei passi e fa che ti ritrovi in ogni cuore, anche il più lontano. Prendi con te, Signore, questo servo E fà che non rifugga mai da te. Vera Paumgardhen


Settembre 8 2013