Una mano per scrivere

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Quest’opera è protetta dal diritto d’autore e riservata. Ogni uso improprio o diffusione dell’opera o di parti di essa tramite supporto meccanico, elettronico o altro, traduzione e rappresentazione in pubblico senza il consenso dell’editore e dell’autore è vietato e sarà perseguito. Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale.


Ciro Pinto

Una mano per scrivere

Racconto

Oakmond Publishing


Illustrazione di copertina:

Proprietà letteraria riservata. Scelto per voi da: The Owl

ISBN: 978-3-96207-110-3

© 2018 Oakmond Publishing GmbH & Co. KG Günzburg - Deutschland www.oakmond-publishing.com Prima edizione e-book: 28 febbraio 2018 Tempo di lettura medio stimato: 11 minuti


L’abbinamento Che cosa c’è di divino nel vino? La mano dell’uomo.

Il vino, simbolo di divinità e sangue, di benedizione e di vita, non nasce solo dall’uva ma dal duro lavoro e dalla sapienza di chi lo produce. Fin dalle origini, dagli egiziani ai greci, dai testi biblici al vangelo, dai persiani all’antica Roma, dai monaci medioevali a Omar Khayyam, il vino è stato simbolo divino e umano. Siduri, la fanciulla che fa il vino nella tradizione sumera, è una semidea che vive nel mondo di mezzo fra la terra e il cielo. Ma non vivono forse in un luogo del tutto simile anche l’artista e il poeta? Solo la padronanza della tecnica, la costanza, la creatività e il lavoro producono un buon vino. Lo stesso accade nell’arte e nella letteratura. Per questo motivo, alla Oakmond Publishing abbiamo deciso di consigliare un vino da abbinare a ciascuno dei nostri libri, due prodotti da gustare con i sensi e l’intelletto in quanto piaceri divini creati entrambi dalle capacità e dalla conoscenza dell’uomo.

Con Una mano per scrivere consigliamo di abbinare secco e leggermente acidulo Vesuvio Bianco DOC.

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Una mano per scrivere Li guardo dalla finestra, i poliziotti sono proprio davanti a me, tutti neri e con il casco, una mano sul mitra e l’altra alla cintola. Impalati e vigili a far da guardia alle serrande divelte, alle vetrine rotte e allo scempio che dentro il negozio testimonia la ferocia dell’assalto. A terra, davanti ai piedi di quello che pare essere il capo del drappello, un televisore ad alta definizione, rovinato malamente, mostra, attaccato al telaio nudo, il suo impianto sofisticato ormai maciullato. L’ennesimo saccheggio, due feriti gravi e una decina di contusi tra gli agenti. Quattro arrestati e un morto sull’altro fronte. Ci sarei andato, se avessi potuto, mi sarei unito alla rabbia dei saccheggiatori e avrei portato via un computer, di qualunque tipo, senza andare per il sottile; un cazzo di arnese dove poter pigiare i tasti con la mano sinistra e l’unico dito della destra che mi è rimasto: il pollice. Ma poi mi è mancato il coraggio. Dalla finestra li ho visti sfondare tutto con mazze di ferro e sbarre d’acciaio, mi sono detto che senza coraggio non si va da nessuna parte, me lo sono ripetuto ma non sono riuscito che a restare a guardare. Ho lasciato tre dita della mano destra nello stabilimento, un paio di mesi fa, sotto la pressa, insieme a carta e cartoni. Le ho viste in un mare di sangue, larghe il doppio e senza più spessore, come un disegno. Poi sono svenuto. Anche il mignolo è andato proprio sette giorni fa: il tendine si è ingrippato, mi è restato piegato; lo sforzo continuo per scrivere tenendo la biro tra lui e il pollice lo ha fregato, e con lui anche me. Se non fosse così tragico, ci sarebbe da ridere; un fottuto nero che non voleva fare il contadino in un villaggio a sud di Dakar, sbarcato non so più come sulle sponde del paese ridente 6


dove ogni cosa sembra più bella, a trovare lavoro e a scrivere di notte; una patente di camionista in tasca come un cimelio. Notti nelle strade, baracche, fratelli e lavori, da imbianchino a facchino a camionista, e poi davanti alla pressa; i soldi da mandare laggiù, e la notte a scrivere della sete della mia terra, della droga che scorre e dell’arsura che ti gratta la gola e ti schianta il cuore. E andava bene così, poi Namyra se ne è andata. Una mattina sul presto, è scappata a nord, appresso a uno sciancato bianco come un cencio, vecchio e imbottito di soldi e di viagra. Se l’è portata a nord, dove la crisi non è forte, non ancora almeno. Sono regolare, sono fiero di stare nella civiltà, e la crisi non mi fa paura. Penso che tutto quello che la gente attorno a me sta perdendo, giorno dopo giorno, io non lo ho mai avuto, e allora mi sento un po’ più uguale. Poi le cose sono precipitate. Gli altri hanno incominciato a guardarmi, parlavano tra loro e mi additavano; li sentivo bofonchiare che era meglio che andassi via, che soldi non ce n’erano, e che se dovevano buttare fuori qualcuno, meglio lui, cioè io, che è nero, non è di qua, e se ne tornasse a casa sua. Sentivo che nelle altre fabbriche cominciavano a licenziare, prima i neri, i cingalesi, i rumeni e anche qualcuno dei loro, ogni tanto. La notte scrivevo, i tasti del mio vecchio pc ballavano danze davanti al fuoco della candela, gli occhi appiccicati e rossi a leggere e correggere. Solo, per terra, sul mio materasso, al suono dei ronfi dei compagni che vengono a dormire nella tana e di giorno stanno nei campi, piegati a strappare pomodori. Namyra badava a una vecchia signora, grassa e prepotente, ma soltanto di notte, di giorno stava da me, cucinava e si dava lo smalto alle unghie dei piedi. Quando tornavo, Rafael e il peruviano non c’erano, e allora scopavamo alla grande, su tre materassi, che pareva un letto regale. Ma poi se ne è andata al nord, non so più se lo sciancato ce l’ha ancora con sé o l’ha mollata in qualche bordello dove forse lo succhia per pochi euro. 7