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Il caffè che non abbiamo bevuto, di Ciro Pinto anteprima

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Ciro Pinto

Il caffè che non abbiamo bevuto

Racconto

Oakmond Publishing


Illustrazione di copertina:

Proprietà letteraria riservata. Scelto per voi da: The Owl

ISBN: 978-3-96207-109-7

© 2017 Oakmond Publishing GmbH & Co. KG Günzburg - Deutschland www.oakmond-publishing.com Prima edizione e-book: 28 aprile 2018 Tempo di lettura medio stimato: 19 minuti


L’abbinamento Che cosa c’è di divino nel vino? La mano dell’uomo.

Il vino, simbolo di divinità e sangue, di benedizione e di vita, non nasce solo dall’uva ma dal duro lavoro e dalla sapienza di chi lo produce. Fin dalle origini, dagli egiziani ai greci, dai testi biblici al vangelo, dai persiani all’antica Roma, dai monaci medioevali a Omar Khayyam, il vino è stato simbolo divino e umano. Siduri, la fanciulla che fa il vino nella tradizione sumera, è una semidea che vive nel mondo di mezzo fra la terra e il cielo. Ma non vivono forse in un luogo del tutto simile anche l’artista e il poeta? Solo la padronanza della tecnica, la costanza, la creatività e il lavoro producono un buon vino. Lo stesso accade nell’arte e nella letteratura. Per questo motivo, alla Oakmondpublishing abbiamo deciso di consigliare un vino da abbinare a ciascuno dei nostri libri, due prodotti da gustare con i sensi e l’intelletto in quanto piaceri divini creati entrambi dalle capacità e dalla conoscenza dell’uomo.

Con Il caffè che non abbiamo bevuto consigliamo di abbinare un secco e intenso Greco di Tufo bianco.

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Il caffè che non abbiamo bevuto Ci vogliamo vedere? Voglio prendere un caffè con te, quel caffè che non abbiamo bevuto, ti ricordi? Tanino se lo ricordava, sì. La stradina che scendeva in paese era sdrucciola per via dell’umidità che a quell’ora bagnava il manto di piperno. Col tempo i cubetti stentavano a rimanere incastrati a dovere, la pece che una volta li teneva ben stretti si era consumata. «Dove andate a quest’ora, Tanino?» gli chiese Mimì lo spazzino, che se ne stava appoggiato a un muro a succhiare una cicca come fosse ossigeno. «Faccio due passi, perché?» «Solitamente non uscite mai così presto» gli fece l’altro. «Vado a prendere un caffè al bar, ché a casa la miscela è finita.» «Allora, buon caffè!» «Stammi bene, Mimì.» Le zagare profumavano già e il sole cominciava a scaldargli il viso, ma non ci fece caso. Era inquieto dalla sera precedente, dall’invito di Alfonso, che gli riecheggiava nella testa come una litania. Si era girato e rigirato nel letto, ma non era riuscito a dimenticarlo né a prendere sonno. La stradina portava alla piazza del paese, un paesino come tanti nel Cilento, abbarbicato sul fianco di una collina fino a scendere al mare, dove bagnava il suo lato basso con un lungomare arioso che costeggiava il porticciolo e arrivava fino alla chiesa con il campanile rosa. Lì, l’ovale girava salendo di un centinaio di metri, per tracciare il suo lato alto che portava nell’interno, sotto il fianco della collina, tra casette coloniche e ville, per poi ricadere a mare dalla parte opposta. Dietro l’ovale, la sagoma del monte Bulgheria e le docili colline che lo circondavano, da una di quelle scendeva Tanino con tutti i suoi pensieri, per andare a bere quel caffè che l’amico reclamava. 6


Le rughe del viso, accentuate dalla preoccupazione, parvero trovare un po’ di quiete alla vista del mare che era fermo e placido, come una mucca che aveva appena figliato. Era ancora presto per l’appuntamento, si avvicinò al muretto basso che delimitava il lungomare, si sedette con le spalle al campanile e cacciò lo sguardo all’orizzonte. Nel porticciolo sotto di lui, Nicola e i figli sbrogliavano le reti davanti al loro gozzo; ai loro piedi due secchi di plastica con qualche spigola e dei pesci da zuppa. Poca roba, pensò Tanino. Non vale la pena d’infradiciarsi le ossa per una pesca così, concluse. Il Cristo di Maratea, bianco come il latte, si stagliava in lontananza e solo qualche linea lenta e regolare s’intravedeva sulla superficie del mare. «Pigliasti Nicola?» allungò la voce all’amico sulla banchina. «Pigliai solo questi. Il mare era buono, ma non c’era niente, Tanì.» Non usciva più per mare, non gli faceva allegria. E poi, da quando Mena se n’era andata, non faceva più tante cose. Si mise le mani in faccia, dopo due anni non si capacitava ancora che lei fosse morta, ma non si lamentava, nemmeno quando Simone tornava dalla Germania e gli diceva: papà stai buono? Come te la cavi qua da solo? Vuoi venire con me a Stoccarda? Ma quella era la sua terra, che avrebbe fatto lui a casa del figlio, in un paese lontano? E poi ormai Simone si era sistemato, aveva una famiglia sua: due piccerìlli e una moglie, una di là. Avrebbe solo dato fastidio. Lui al paese stava bene: aveva l’orto dietro la casa, il pollaio e qualche ulivo nella campagna. Ci premeva l’olio che bastava a stento per lui e il figlio, che se lo portava sempre con piacere. Papà, là non sanno nemmeno cos’è un ulivo, gli diceva. Che vuole Alfonso da me? Che pensa che ho paura? Il vecchio strinse le mascelle e poi mormorò a denti stretti: «A me nun me face paura niente, manco ’a mòrte.» Più in là il gorgoglio del rigagnolo di acque chiare che dal canale sfociavano diritto a mare e alle sue spalle i primi rumori del giorno che cominciava, lasciò con lo sguardo il mare e si girò ad 7


osservare la piazza con i pali della luce sbiancati dalla salsedine e i primi tavolini sotto la carezza ancora tenue del sole. Il bar aveva aperto. Lo sapevano lì che Alfonso era tornato? Dopo trent’anni. Sbuffò, si alzò e lentamente si diresse al bar. La strada larga del lungomare era quasi vuota, la figura un po’ sbilenca di Tanino avanzava mestamente tra il muretto e le serrande chiuse dei negozi, ogni tanto un saluto con uno del posto e sempre la stessa domanda che gli girava nella testa: che vuole da me? Si sedette a un tavolo, fuori. Disse al ragazzo che aspettava un amico, alzò il viso verso il sole, poi chiuse gli occhi e attese.

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