Storytelling di Volontariato

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L’opera è stata curata da Stefania Iacono e Marco Bani che hanno raccolto, contestualizzato e condiviso le esperienze di tanti volontari che si sono generosamente raccontati.

Stefania Iacono, nello sta del Cesvol, Centro Servizi per il Volontariato di Perugia dal 2004. Referente Editoria Sociale

Marco Bani, Consigliere, membro del Consiglio Direttivo di Vol.To, Centro Servizi per il Volontariato di Torino, con la delega alla comunicazione.

a cura di Stefania Iacono Cesvol Umbria Marco Bani Vol.To Torino

Amore
uguaglianza

incontri

Storytelling di Volontariato n. 1

da Perugia a Torino

Edizione 2019

Cesvol

Centro Servizi Volontariato Umbria

Sede legale:

Via Campo di Marte n. 9 06124 Perugia

tel 075 5271976

fax 075 5287998

www.pgcesvol.net pubblicazioni@pgcesvol.net

Edizione maggio 2019

Coordinamento editoriale di StefaniaIacono

I testi sono stati curati da: MarcoBani, ElisabettaBerellini, StefaniaIacono

Copertina di FedericoTrinari

Stampa Digital Editor - Umbertide

Per le riproduzioni fotografiche, grafiche e citazioni giornalistiche appartenenti alla proprietà di terzi, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire. è vietata la riproduzione, anche parziale e ad uso interno didattico, con qualsiasi mezzo, non autorizzato.

ISBN 9788896649909

InContrI

StorytellIng dI VolontarIato un viaggio nel mondo della solidarietà per comunicare il bene

Il titolo della Collana “Incontri” ci introduce già nel nostro viaggio di “Storytelling”.

Proprio da un incontro nasce, infatti, questo libro: l’incontro tra l’allora Cesvol Perugia e Vol.to di torino. abbiamo voluto cogliere l’occasione di collaborare tra CSV, credendo fortemente nel valore della sinergia condivisa, attraverso un’idea editoriale nata per caso nel 2018 al Salone Internazionale del libro di torino durante la presentazione della Collana “I Quaderni del Volontariato” che il Cesvol Perugia edita dal “lontano” 2006. Un’incontro voluto che si è tramutato in qualcosa di reale quando da Perugia è stata lanciata a torino la “sfida” di un libro in comune, un libro che racconti la storia di uomini e donne che si dedicano al volontariato.

abbiamo voluto riprodurre, tra le pagine di un libro, la voce dei tanti volontari che afferiscono ai nostri CSV. dopo l’invito rivolto a chi fa volontariato di raccontarsi si è elevato un vero e proprio “urlo” da parte di tutt’Italia. Urlo perchè si percepisce, dai tanti racconti, la necessità di dire ad “alta voce” che il bene c’è! Ci sono tante persone che dedicano se stesse e il proprio tempo agli altri attraverso il multiforme mondo del volontariato. Questo libro è un viaggio, con una valigia piena di buone notizie, che parte dall’Umbria per arrivare a torino. Un viaggio che, ci auguriamo, attraversi tutta l’Italia nei prossimi volumi.

Percorreremo insieme i villaggi della solidarietà e il ritorno a casa sarà pieno di doni di ogni luogo attraversato. Buon Viaggio!

Stefania Iacono

la sfida di far conoscere a tutti il mondo del Volontariato, mi ha subito trovato pronto ed entusiasta, troppo poco si sa delle mille opere che quotidianamente, persone di buona volontà, s’impegnano a portare avanti.

la dedizione, la dolcezza e la gratuità nel dedicare il proprio tempo agli altri, sono segni ed eventi che non possono non essere condivisi, sono un esempio per tutti del bene verso gli altri.

dai contributi dei volontari, ai quali, abbiamo chiesto di raccontarci la propria esperienza: cosa li ha spinti a diventare volontari, le difficoltà, le gioie e cosa lascia nel cuore questa esperienza, sono così emerse storie di rara bellezza e profondità umana.

Questo libro vuole essere un percorso tra le cose belle e le difficoltà che la vita ci pone davanti, senza mai dimenticare che il dono di sé per gli altri è un arricchimento per la propria vita.

l’impotenza, che a volte si sente di fronte a situazioni di estrema difficoltà, si stempera appena nascono rapporti profondi, che nella semplicità, nella tenerezza e nella compagnia con l’altro, possono alleviare, almeno in parte, quelle sofferenze fisiche e/o morali che sembravano insuperabili.

leggendo queste splendide storie ci si rende conto di come, dedicandosi agli altri, anche la propria vita cambia, diventando più ricca, più appassionata, più gioiosa.

Questo messaggio vorrei che fosse recepito dai giovani, perché con le loro potenzialità e la loro giovanile vigoria, possono diventare artefici di esperienze bellissime, dandogli la possibilità di maturare in un percorso che non si limiti al confine dei propri cellulari, ma gli faccia alzare lo sguardo verso un cielo diverso, ricco di stelle che fino ad allora gli erano sconosciute, perché ripiegati su se stessi. grazie a tutti i volontari che si sono raccontati e a quelli, delle altre regioni italiane, che vorranno raccontarsi nei prossimi volumi che pubblicheremo, perchè se anche un solo lettore decidesse di avvicinarsi al mondo del volontariato, per noi sarebbe una grande gioia.

Un libro da leggere con gli occhi, ma soprattutto col cuore, per lasciarsi prendere per mano e condurre in un mondo pieno di persone speciali. Perciò a tutti:

Buona lettura!

Marco Bani

C’è nelle cose piccole e semplici della vita, in quei fossili abbandonati della memoria, ma che spesso fanno capolino nei sogni di ognuno, una indubitabile dignità. essi sono il nostro tesoro inferiore, la fedele scatola nera che si appunta ogni viaggio, ogni istante e lo associa agli odori, ai suoni, ai gesti di cui l’esistenza è colma. e questa qualità, più di ogni altra, è distribuita tra gli uomini come un dono irriconosciuto, perché è invisibile, perché si confonde agli oscuri misteri della mente.

e così il bisogno di sentirsi amati, la necessità di amare, insieme a posate e bicchieri scintillanti, vengono adagiati su tavole imbandite ogni giorno e consumati caldi, freddi e digeriti come pietanze saporite. Ma nessun menù le riporta. e i camerieri (che sono i nostri giorni) si affannano a servire destini incespicanti, carriere invidiate e storie di plastica. e il senso della vita diventa la vita stessa. Così come si presenta e si riproduce ogni giorno, traghettata dalle abitudini o ineluttabilmente destinata all’oblìo.

Ma se quell’esistenza si arricchisce con il dono della sensibilità, dell’attenzione all’altro, dell’impegno a migliorare la condizione di chi è meno fortunato, è solo allora che rimane viva e pulsante oltre il limite apparente del tempo. Soprattutto quando ai protagonisti di queste esistenze “arricchite” ed impreziosite dall’amore si dà la possibilità di raccontarsi.

e così la storia intima, la memoria personale diventano patrimonio di tutti, bussano alla porta della nostra cognizione ma forse più della nostra sensibilità, per proporsi, infine, alla parte più profonda dell’epidermide: le emozioni. e solo allora, forse, diventano anche memoria nostra.

Questo intendimento assume per un Centro Servizi per il Volontariato ancora più importanza e centralità, in quanto il valore del volontariato non è percepito solo come esperienza soggettiva, ma è in grado di elevarsi a patrimonio collettivo di tutti. e allora, grazie a chi ha voluto raccontare la propria esperienza di impegno, ma anche di empatia, di riconoscimento di sé nell’altro. e facendolo, l’ha voluta rendere quello che fin dall’inizio è il messaggio del mondo del volontariato: patrimonio di tutti noi.

Salvatore Fabrizio

Direttore Cesvol Centro Servizi Volontariato Umbria

Il raccontare la propria esperienza è un esercizio mai facile e scontato, ancor di più se si vuole raccontare di qualcosa che tocca le corde più profonde della propria esistenza, in questo caso i volontari che hanno scritto le loro storie si sono calati nel profondo dei propri sentimenti e sono riusciti a far uscire il lato più vero e profondo di sè. Sono molto contento che ciò sia avvenuto in collaborazione con due Centri Servizi per il Volontariato, lontani geograficamente, ma vicini con il cuore ed i sentimenti con cui vedere le cose. non sempre si riesce a raggiungere un’unità d’intenti tra le persone, spesso troppo prese da personalismi individuali, invece qui si assiste ad una uniformità d’intenti ed una collaborazione tra le due persone che hanno curato questo libro, che fa dire ancora una volta, quanto il volontariato sia un veicolo stupendo, un motore che muove il cuore delle persone.

Il sentire tante belle storie arricchirà sicuramente i cuori dei lettori e per noi, che lavoriamo ogni giorni per le associazioni, diventerà uno stimolo a fare sempre di più e meglio, perché questo mondo diventi ogni giorno il luogo della solidarietà e della condivisione del bisogno.

Direttore Vol.To

Centro Servizi Volontariato Torino

Vol.To

Centro Servizi per il Volontariato via Giolitti 21 - 10123 Torino tel. 011 8138711 - fax 011 8138777

n. verde 800 590000 centroservizi@volontariato.torino.it siti: www.volontariato.torino.it e www.voltolive.it Facebook, Twitter e Instagram: @Voltocsv

INDICE

Una lunga storia di attesa p.9

La mia storia di volontariato p.14

Storie di gomitoli, donne e piedini p.20

Non sono io p.24

Italia-Etiopia un filo mai spezzato p.27

Gli occhi e il cuore non possono dimenticare p.33

Piccola storia di una volontaria qualunque p.35

Una storia capovolta p.42

Volontariando sulla via Francigena p.49

Unica malattia: il pregiudizio p.54

Un volontariato dalla parte degli animali p.56

L’in-volontario p.60

Servizio civile: Quattro testimonianze per un’esperienza unica p.64

Un modo diverso di pensare e amare p.71

Le scintille della passione p.75

Ci voleva un terremoto per svegliarti? p.78

Rinascita p.80

Parola chiave: donare p.84

Da Piossasco al Brasile: una storia di solidarietà p.86

I libri salvati salvano la socialità p.89

Il Rugby, un gioco per tutti p. 95

“Sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere” p.100

Giovani Ambasciatori di salute p.107

Contagiata dal Volontariato p.112

L’accoglienza della vita in ogni sua faccia p.116

La forza del volontariato nata da una vita difficile. Resilienza p.120

Volontariato: attitudine di ascolto e apertura all’altro p.123

La volontà del volontariato… p.131

Crescere insieme per educare meglio p.135

Un sorriso col naso rosso p.138

Un volontariato che nasce dal cuore p.143

Dalla notte all’alba p.156

Esperienze di volontariato p.161

Un incontro che ti cambia la vita p.165

Terremoto magnitudo 8.0 p.169

Divulgare la musica per aiutare gli altri p.173

Volando con il cuore di Jonathan p.176

Un incontro quasi casuale p.181

Eco - Volontaria p.187

Ho un amico di nome Parkinson p.190

Essere ed esistere p.195

Eroi a Quattro Zampe p.199

Con l’aiuto di Dio, ascoltando il silenzio p.202

Il Mobbing, una piaga sociale p.206

Il Teatro più piccolo al mondo p.210

360° di Diritti umani p.214

Ricordi di vita partigiana p.220

L’ altra metà del cielo p.223

La storia di Oriana p.225

Genitori separati e figli p.233

Un sorriso per uno sconosciuto p.239

UNa lUNga storIa DI attEsa

Siamo due mamme Caterina e Laura che vivono in completa empatia il lacerante dolore della scomparsa dei loro insostituibili figli: Fabrizio Catalano, figlio di Caterina, scomparso ad Assisi nel luglio del 2005 e Davide Barbieri, figlio di Laura, sconparso ad Orvieto nel luglio del 2008. Vi raccontiamo perché abbiamo deciso di dare un volto nuovo alla nostra angosciante sofferenza, che oggi è diventata battaglia di speranza.

Tutto nasce da una telefonata.

Per me era il Natale del 2008, il terzo senza mio figlio Fabrizio, squilla il telefono, corro a rispondere, dall’altro capo del filo una voce di donna: si presenta, è Laura, la mamma di Davide, anche lei con un’esperienza simile alla mia, dopo un minimo di conversazione, pensando al Natale che sta arrivando senza di loro, sale ad entrambe il groppo in gola e da una parte all’altra del filo iniziano a scorrere le lacrime, un po’ liberatorie, ma anche emblematiche di una nostalgia struggente che ci assale, è per noi il vuoto, l’abisso, il nulla, il nero, del “dove sono?”. Perché?

Oggi, 2019, sono trascorsi molti anni da quella telefonata. Ci siamo incontrate un’infinità di volte, nonostante i circa 700 chilometri che separano le nostre residenze: Caterina a Collegno in provincia di Torino e Laura a Lanuvio in provincia di Rimini, ma ogni volta abbiamo rinnovato e ritrovato la forza dell’essere unite in una sola interminabile battaglia: la ricerca dei nostri figli. Abbiamo condiviso lacrime, risate, eventi, vacanze, riflessioni, idee, lettere, come quelle che spedite a Papa Francesco e al Presidente Mattarella, facendo così da traino ad altre mamme disperate ma, debordanti di infinita speranza come noi.

Abbiamo inviato mail di richieste agli organi competenti, fatto trasmettere appelli congiunti, fatto scrivere articoli di giornali, partecipato a trasmissioni televisive, scritto tante cose a quattro mani, tra cui “Storie di attese” pubblicato nel 2016.

Abbiamo conosciuto un numero enorme di persone che ci hanno ascoltato ed accompagnato per un pezzo di strada; persone che hanno pianto e riso con noi: alcune passate come lampi, veloci come meteore, altre ancora lì a sostenerci, ad ascoltarci ancora.

É per ringraziare tutti loro e soprattutto per voler dare voce a chi non ha voce e per voler essere forza trascinante che, insieme, abbiamo costituito nel 2014, l’Associazione “Cercando Fabrizio e..”, in quell’E c’è Davide e le altre mille persone: figli, padri, madri, sorelle, fratelli, mogli, mariti, nonni, che rappresentano il mondo sommerso degli scomparsi.

Qualcuno può chiedersi perché, nonostante ci portiamo sulle spalle un pesante zaino di dolore, abbiamo scelto la via della solidarietà, della condivisione, dell’aiuto agli altri, in una parola la strada del volontariato.

Perché il dolore non può e non deve essere egoistico, fine a se stesso, ripiegato e chiuso dentro di noi, ma se lo si condivide è come se si alleggerisse, è come se diventasse più comprensibile, privandoti della cieca disperazione e della muta rassegnazione. Ciò ci spinge a dire, a chi vive la nostra stessa condizione, di parlare di chi non riusciamo più a vedere; così facendo si rendono gli scomparsi ancora volti vivi, persone e non freddi numeri; il pensare a loro non smettendo mai la ricerca deve diventare un dovere civile.

Perché abbiamo ritenuto molto importante sensibilizzare i ragazzi ed i giovani, sul problema delle persone scomparse, cominciando dall’angoscia in cui precipita la famiglia, alle innumerevoli difficoltà che si trova ad affrontare: burocratiche, legali, giuridiche, fiscali ed assistenziali; questo però rappresenta anche un’occasione per riflettere sul prezioso supporto materiale e psicologico che, in casi del genere, viene ad assumere la solidarietà.

Abbiamo pensato di parlare con loro ed a loro, perché i giovani, sono il nostro futuro, come lo erano i nostri figli, per noi e per la società che li attendeva. Fabrizio aveva 19 anni, Davide ne aveva 27.

Ed ecco che nasce l’idea che si è andata via, via concretizzando e continua incessante, con incontri organizzati nelle scuole secondarie con gruppi di classi e con la partecipazione degli insegnanti interessati. Durante gli incontri vengono presentati audiovisivi accompagnati da brevi letture tratte dal libro “CERCANDO FABRIZIO Storia di un’attesa senza resa” che aiutano i giovani a rapportarsi con questo fenomeno ancora così poco conosciuto, ma ahimè, impressionantemente reale.

Viene anche presentato il concorso letterario: Si, perché per veicolare al meglio la scomparsa delle persone, ci siamo inventate un premio letterario nazionale dal titolo: “Caro Fabrizio, ti racconto …”

E’ un concorso di narrativa aperto a chiunque voglia esprimere in prima persona se stesso, i suoi pensieri, le sue esperienze, rivolgendosi a Fabrizio, che diventa un amico ed un interlocutore speciale, il silenzioso confidente che non giudica, a cui si possono rivelare gioie, dolori, segreti, sogni, pensieri.

L’istituzione del concorso, ha anche voluto essere un modo per aiutare i giovani ad approcciarsi alla scrittura e fargli scoprire il “magico” potere del racconto. Cosi dopo il tema libero della prima ediz. 2015, siamo passati alla seconda ediz. 2016 con “Caro Fabrizio ti racconto di un viaggio” e la sezione “Fabrizio inizia io concludo”, poi nel 2017 con il tema “Caro Fabrizio ti racconto di un’attesa” inserendo il racconto illustrato e nel 2018 con “Caro Fabrizio ti racconto di un ritorno”.

Quattro edizioni e quasi 1000 racconti! Mille racconti che hanno attraversato l’Italia e hanno coinvolto grandi e piccini. Un successo inaspettato!

Siamo così giunti alla quinta edizione 2019 “Caro Fabrizio ti racconto di un sogno” Raccontare, esprimere, illustrare un sogno: sogni ad occhi aperti, sogni realizzati, sogni del cuore, desideri coltivati nel tempo.

Non possimo non rivolgere un pensiero carico di profonda gratitu-

dine a tutti coloro che sono stati protagonisti di questo nostro impervio cammino perché per infinite volte, ognuno, a suo modo, si è avvicinato a slacciarci i pesanti scarponi chiodati, donandoci scarpette da ballerine per proseguire più leggere il nostro peregrinare di ricerca. Un grazie speciale va a Fabrizio e Davide che, in tutti questi anni, ci hanno reso persone migliori.

Vi lasciamo sognando il bello, la positività della vita e dei sentimenti secondo Davide e Fabrizio.

VAI DELFINO

Vai avanti delfino, muoviti negli abissi più profondi del tuo essere; scopri parte di te che non conosci; spazia nei fondi liberi del mare; vedi cose che non hai mai visto, ma che vedrai con occhi stupiti e lucenti.

Vai delfino, affronta il mare. trova in ogni parte di esso un motivo per vivere; trova in ogni cosa un’emozione nuova e positiva.

Vai delfino, immergiti nella vita, accumula energia e trasmettila al tuo prossimo come essenza pura di te stesso.

Vai delfino, trova in ogni giorno un giorno lieto, un giorno da condividere.

Vai delfino, costruisci la tua vita su fondamenta solide e personali.

Vai delfino, respira l’aria e fanne vita.

Vai delfino, guarda il cielo, guarda il mare, guarda la vita che ti sorride e ti dice vivimi.

Vai delfino, fa che le tue radici attingano acqua dalla fonte più pura.

Vai delfino, se il mare é burrascoso trova approdo sulla spiaggia e non ti stancare, la bufera finirà.

Vai delfino, trova pace nell’amicizia e nell’amore.

Vai delfino, vai …

(poesia di davide Barbieri)

Filigrana senza valori

Sogno, realtà, immagine, la mia mente materializza ogni mio piccolo desiderio, minuziosamente soddisfa ogni mia aspettativa, desiderare, sognare, occhi chiusi, aperti, poco importa…continuare a farlo per tutta la vita… crescere…perché?

lo sguardo di un bambino sarà capace di arrivare là dove l’adulto dovrà fermarsi.

(Poesia di Fabrizio Catalano)

Caterina Migliazza Catalano e laura norma Barbieri

Cercando Fabrizio e... L’associazione sostiene la ricerca degli scomparsi per dare voce a chi non ce l’ha

la mIa storIa DI voloNtarIato

l’amore una volta sbocciato mette radici che non finiscono più di crescere. (Antoine de Saint-Exupery)

La mia storia di volontariato non ha avuto inizio in un momento preciso, ma è una storia di radici, di un solco tracciato che anch’io ho seguito. Fin da piccola in famiglia ho respirato aria di solidarietà: allora non si chiamava “volontariato”, non si partiva dalla parola per costruire un’azione, ma si realizzavano spontaneamente atti concreti per gli altri perché era necessario, naturale e giusto farlo.

dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do. (Atti degli Apostoli 3,6)

Nella povertà e nelle difficoltà forse è più facile condividere, più immediato coltivare pietas e compassione. Negli anni della grande guerra la mia bisnonna si è sempre prodigata per lenire i dolori degli altri: possedeva una siringa per fare punture e si metteva gratuitamente a disposizione di chiunque ne facesse richiesta, venendo ricompensata al massimo con un pezzo di pane. Mia madre già da ragazza era sempre disponibile ad aiutare chi era malato, recandosi negli ospedali per fare assistenza gratuita notturna; e poi, da sposata, accudendo con amore anziani genitori e suoceri che vivevano tutti insieme in casa. E mio padre, come tanti altri, donava tempo e braccia nei campi. Io sono cresciuta in questa famiglia, in quest’ambiente, e quindi ho sempre trovato naturale fare qualcosa per l’altro o aiutare l’altro a fare qualcosa.

Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo.

(Maria Montessori)

E la mia inclinazione naturale, il talento che mi è stato donato, mi ha portato a volgere lo sguardo ai più piccoli. è lavorando con i bambini che si può contribuire a migliorare il loro futuro concretamente: chi riceve aiuto gratuito è poi molto più propenso a fare qualcosa per gli altri, una volta diventato adulto.

Oltre ad aver scelto il lavoro di insegnante, fin da ragazzina mi sono

dedicata al servizio nella mia Parrocchia come catechista dei bambini e ho continuato anche quando ho formato una mia famiglia e ho avuto i miei figli. Tante volte mi sono sentita dire: “Ma dove lo trovi il tempo per dedicarti agli altri con il lavoro, la famiglia, i figli?”. E io, per citare sempre il pensiero di qualcuno, rispondevo: “Non esiste la mancanza di tempo, esiste la mancanza di volontà. Perché quando le persone veramente vogliono, il tramonto diventa alba, martedì diventa sabato e un momento diventa un’opportunità”.

Prendere riempie le mani, dare riempie il cuore. (Seeman)

Solo da qualche anno, da quando sono entrata a far parte del progetto “Nati per leggere” (letture in biblioteche, ospedali e librerie; per bambini e anche mamme in attesa), ho cominciato a considerare la parola “volontariato” nel suo significato, realizzando che in realtà era ciò che avevo sempre fatto: dedicarmi alle persone e mettere a disposizione le mie capacità e le mie competenze senza pretendere nulla in cambio, solo per il piacere di vedere il sorriso sulla bocca dell’altro. E io provo veramente una grande gioia nel leggere ai bambini, scoprire sui loro visini lo stupore e la meraviglia mi riempie il cuore.

Leggere ai bambini è un atto d’amore e va fatto con passione, con la consapevolezza che i libri li aiuteranno ad acquisire competenze e strategie per muoversi nella realtà di tutti i giorni e li prepareranno ad affrontare le difficoltà della vita quando saranno grandi. La lettura è uno strumento di conoscenza: storia dopo storia, fiaba dopo fiaba i piccoli osservano come muoversi per affrontare la vita, per non farsi cogliere impreparati.

Nell’esperienza condivisa della lettura e dell’ascolto, bambino e adulto entrano in sintonia reciproca attraverso mondi che prendono vita tra le pagine del libro e questo crea complicità, fiducia e aiuta a migliorare la relazione e a creare basi solide per il domani.

Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma mi piace pensare che se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno. (Santa Madre Teresa di Calcutta)

Alla luce delle esperienze che hanno segnato la mia vita sono sempre più convinta che la solidarietà, il farsi carico delle necessità altrui, sia l’atteggiamento, meglio ancora, il modo di vivere che fondando i

propri rapporti reciproci su quel sentimento di fratellanza che va al di là delle differenze e dei limiti e ci spinge a cercare insieme il bene comune.

Con questo spirito sono anche entrata a far parte della Proloco di Petrignano, nel cui ambito sto creando una biblioteca che diverrà un luogo d’incontro per le persone, un punto di riferimento culturale e di aggregazione per tutti, in particolare per la popolazione giovanile; uno spazio che faccia da “facilitatore sociale” e da ponte tra le differenti culture, dove poter offrire risposte e proporsi come sostegno e alfabetizzazione anche per la popolazione dei nuovi cittadini immigrati.

leggiamo insieme una storia. Se riesci a far innamorare i bambini di un libro, o due, o tre, cominceranno a pensare che leggere e’ un divertimento.

Così, forse, da grandi diventeranno dei lettori. e leggere e’ uno dei piaceri e uno degli strumenti piu’ grandi della nostra vita. (Roald Dahl)

E con lo stesso spirito ho costruito negli anni piccole biblioteche nelle Scuole dell’Infanzia dove vado regolarmente a leggere e ad aiutare le insegnanti nel prestito del libro ai bambini.

Avere una biblioteca all’interno di una scuola è senz’altro un’opportunità educativa per i bambini che la frequentano, per educarli alla lettura e al piacere di leggere. La biblioteca scolastica ha caratteristiche proprie: non è solo un contenitore di materiali ma soprattutto è uno spazio speciale che apre mondi nuovi.

Nel laboratorio di biblioteca il bambino diventa protagonista con la possibilità di esprimere le proprie idee e fantasie. Fortunati quei bambini che possono godere della lettura fin dai primi anni della loro vita!

Potrei dire quindi che la mia storia di volontariato, in fin dei conti, è una storia di “azioni” attuate attraverso le “parole”: parole lette, raccontate, seminate, insegnate, custodite.

Ecco allora che vorrei lasciare come mio personale segno queste CINQUE PAROLE che racchiudono il senso della parola “volontariato”:

AMORE

Il mandato dell’amore, in ogni azione di volontariato, va esercitato partendo non da concetti teorici, ma dal genuino incontro con l’altro, dal riconoscersi giorno dopo giorno nel volto del fratello. Sono esperienze che arricchiscono e fanno crescere.

L’amore è un dono che non chiede niente in cambio.

Mi vengono in mente le parole di Papa Francesco quando dice: “non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio. Bisogna custodire la gente, aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore.”

ACCOGLIENZA

La solidarietà non consiste solo nel dare ai bisognosi, ma nell’essere responsabili l’uno dell’altro: nessuno può rimanere escluso e separato.

Il servizio di volontariato, in qualsiasi ambito si operi, ti cambia la prospettiva: accogliere, stare a contatto con l’altro ti fa amare veramente senza pregiudizi e vince sulla paura. Aiuta a costruire rapporti sociali puntando su una forte motivazione e uno slancio emotivo che contrastano per natura l’individualismo, l’egoismo e l’isolamento, che sono senza dubbio i mali della nostra società. Si costruisce una bella relazione quando c’è il rispetto dell’unicità dell’altro.

GIOIA

L’immagine del volontario è quella di una persona positiva e sorridente che mette a disposizione delle persone bisognose, in modo del tutto gratuito, il suo tempo, le sue risorse e le sue capacità. “la vostra felicità è nel bene che farete, nella gioia che diffonderete, nel sorriso che farete fiorire, nelle lacrime che avrete asciugato.”(Raoul Follereau)

Se non volete fare volontariato per gli altri, fatelo per voi stessi: il senso di appagamento e il benessere che scaturiscono dall’aiutare gli altri regalano energia e fanno sentire veramente bene.

Il dedicarsi alle persone, anche solo con piccole azioni come leggere una storia ad alta voce o ascoltare i più piccoli con i loro perché, ti scalda il cuore, lo colma di volti e di nomi che quasi inconsapevolmente alleviano le tue pene e contribuiscono alla pace interiore.

“ogni volta che fai qualcosa per gli altri, pensando solo alla loro felicità, ti senti meglio: e questo alla fine ti riempie il cuore di gioia. È un esperienza che ti può cambiare la vita per sempre.” (Sergio Bambarén)

SPERANZA

Fare volontariato è dare l’esempio, è lanciare un sasso nell’acqua e produrre cerchi sempre più grandi che si diffondono all’infinito, è gettare semi di speranza nei solchi della vita, oggi, perché domani si possano realizzare i sogni e le aspettative di chi è più sfortunato di noi. Le nuove generazioni devono imparare il valore della gratuità e metterlo a frutto.

“Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano.”(Madre Teresa di Calcutta)

DONO

Uno dei regali più belli dell’attività di volontariato è che ci fa rendere conto di quanto siamo fortunati: per questo non si tratta davvero di “dare”, ma di “restituire” ciò che ci viene continuamente dato. La soddisfazione, la sensazione profonda di appagamento, ogni piccolo contributo che dai lo ricevi indietro con gli interessi: avere un’identità donatrice significa generare pace e speranza, la vera realizzazione avviene attraverso il dono di sé.

“Sparirà con me ciò che trattengo ma ciò che avrò donato resterà nelle mani di tutti”. (Tagore)

E per questo ci insegna a dire GRAZIE e a smettere di volere sempre di più, all’infinito, facendoci sentire bene, in pace con gli altri e con il mondo.

Nel dire semplicemente grazie a qualcuno stiamo esprimendo che siamo felici di averlo incontrato nella nostra vita, anche solo per un attimo; dire grazie significa riconoscere il valore di ciò che abbiamo e di chi ci circonda; la parola grazie contiene il rispetto per l’altra persona e nasce dal coraggio e dall’umiltà.

Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano

Se potrò alleviare il dolore di una vita o lenire una pena o aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel suo nido non avrò vissuto invano.

(emily dickinson)

Marida Cesarini volontaria

storIE DI gomItolI, DoNNE E pIEDINI

“gentile signora Cristiana, sfogliando in rete le pagine dedicate alla maglia, il mio hobby preferito, mi sono imbattuta nel sito di Cuore di Maglia, una mano che sostiene e circonda di morbidezza un piccino, e ne sono stata lietamente colpita.

deve sapere che io sono una nonna che sferruzza con molto piacere e dopo aver preparato corredini, copertine, cuffiette, scarpine, golfini e coprifasce per le mie due nipotine, mi trovo attualmente disoccupata: Sofia ed elisa sono cresciute ed i miei piccoli e morbidi lavori non sono più adatti a loro. Mi domandavo se, invece, possono essere utili alla vostra associazione...”

Iniziava così, ormai molti anni fa, il mio cammino sulla strada del Cuore: un’offerta di lavoro prontamente accettata.

Ho sferruzzato con gioia e allegria tutto ciò di cui, di volta in volta, le TIN avevano necessità: Twist, Trottoline, Doudou, Aquiloni, Polipetti, Crocchette, Everest e quanti altri nomi la fantasia delle sferruzzatrici inventava per personalizzare scarpette, copertine, pupazzetti, cuffiette, condividendo le “creazioni” con mille altre abili mani, sicure di partecipare a un progetto buono, grande ed utile.

Non esiste nulla, infatti, che abbia una mela come misura per una cuffietta o mezzo pavesino per una babbuccia! Nessuna industria può occuparsi di taglie così piccine.

Ci siamo noi, nonne, mamme, zie, cugine, illustri sconosciute, volontarie tutte, che sferruzziamo per loro, per quelle minuscole creature che riposano in una culla termica nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale, arrivate troppo presto, impazienti di sapere cosa succede al di fuori di quel luogo umido e caldo che è la pancia della loro mamma, e che in una culla ipertecnologica, combattono determinate e coraggiose per riuscire a vederlo proprio tutto quel mondo che, inattesi, li ha accolti con amore e cura.

I nostri sono semplici doni che portano una parvenza di normalità, una lieve carezza, in un reparto dove nulla è normale. Sappiamo

quanto sia difficile sentirsi mamma e papà di un bimbo piccolissimo, fragile e tenace allo stesso tempo, tanto vicino da sentire il battito del suo cuore e così irragiungibile nella sua culla di cristallo. Le nostre piccole scarpine, i morbidi doudou che la mamma indossa per trasmettere il suo calore profumato, sono un prezioso aiuto per rendere tangibile l’amore, per avvicinare cuori separati troppo presto.

Anche i dottori ne sono entusiasti! Che emozione quando ci hanno spiegato che all’High-Tech - alto contenuto tecnologico del reparto – noi aggiungiamo l’High-Touch, favoriamo cioè quel contatto pelle a pelle che contribuisce allo sviluppo del bambino, e permette ai genitori di esprimere tutto il loro amore.

Cuore di Maglia tiene calda questa speranza di vita in divenire: con la lana più morbida e il cotone più soffice, una maglia a diritto qui, un punto rovescio là, colora allegramente la piccola testa implume, i piedini talvolta martoriati dagli aghi che li idratano e li nutrono e le manine afferrano riccioli, tentacoli, pesciolini, sì che il loro mondo sia da subito pieno di stimoli morbidi e colorati.

Nulla è fatto a caso: i sagaci consigli dei dottori e del personale specializzato nella “care”, l’attenzione sollecita e vigile con cui si seguono i nati pre-termine, suggeriscono modelli ed esprimono necessità e bisogni.

E noi volontarie mettiamo tutta la nostra premura nello scegliere i filati più pregiati, lana merino e cotone, soffici ed anallergici, mantengono costante la temperatura corporea. Lavoriamo seguendo modelli studiati appositamente, senza cuciture e adatti alle misure dei piccoli prematuri.

E’ un’emozione grande e possente, che ti scuote nel profondo, sentirsi parte di Cuore di Maglia e, insieme a quelle che nel tempo sono diventate amiche vere o virtuali, progettare, sperimentare, condividere idee, speranze, gioie e purtroppo, talvolta, anche lacrime.

Quando questa avventura è iniziata, poco più di 10 anni fa, ad Alessandria, eravamo 5 amiche, diventate presto ventidue, cento, oggi più di 500 associate! Ma sappiamo di essere tante di più, sparse in tutta Italia, nei gruppi di incontro diffusi da Torino a Trieste, da Milano a Salerno, a Cagliari. Ora serviamo più di 70 reparti e se pensiamo

alle 6.000 copertine fatte, e 8.000 cappellini e scarpette nati sui nostri ferri, non ci sentiamo affatto stanche!

La storia della nostra associazione Cuore di Maglia continua il suo viaggio di città in città. Fili colorati uniscono e scaldano cuori di ogni età grazie alla passione e alla generosità di tutti, perchè “Fare del bene, fa bene”.

Questo è Cuore di Maglia, che tanto regala a chi ne fa parte: la gioia del rendersi utili, la speranza del domani, l’entusiasmo dei piccoli grandi progressi, il futuro immaginato e sperato che si concretizza: è un bimbo di un anno che ti sgambetta incontro e stringe in mano Gaetano il polipo napoletano!

luisella nonna, mamma, amica, volontaria

Associazione Cuore di Maglia

Una mano che sostiene e circonda di morbidezza un piccino

NoN soNo Io

L’esperienza di volontariato che vorrei raccontarvi, è un’esperienza che per me è stata densa di emozioni, di difficoltà, di momenti stressanti e di momenti sereni. Tutti questi momenti però, sono stati, in realtà, momenti felici, perché mi hanno permesso di essere d’aiuto agli altri e di regalargli un sorriso, allo stesso tempo mi hanno insegnato ed aiutato a superare le mie paure e le mie difficoltà. Io ho svolto volontariato per un anno, in un centro diurno per anziani malati di Alzheimer. Il centro ospita dodici persone al giorno, dalle 9 alle 17, con lo scopo di migliorare e mantenere le loro capacità residue, ma offre anche un importante sostegno alla famiglia, alleggerendo così la loro condizione assistenziale.

I malati di Alzheimer sono persone estremamente fragili, ma questa fragilità è, in un certo senso, la loro forza. è una fragilità che non hanno paura di manifestare, anzi essi si presentano all’incontro così: disarmati e fragili, ma con un’enorme bisogno di amare e di essere amati.

e’ buio, estremamente buio.

e’ tutto confuso, vedo volti, sento suoni, a volte li riconosco a volte no.

Chiudo gli occhi, li riapro.

Sono ogni volta in un posto nuovo, posto che, però mi dicono, sia sempre lo stesso.

Io lo vedo, lo percepisco, queste persone intorno a me, sono stanche, a volte esasperate.

Forse sono stanche di occuparsi di me?

Ma io posso fare anche da sola credo.

loro dicono di essere miei familiari, ma io non riesco a ricordarmi di loro.

loro dicono che io abbia 85 anni, ma si sbagliano. Io ne ho 20 e ancora

non sono sposata, figuriamoci se possa avere figli.

loro mentono. di sicuro mi stanno ingannando...o forse no.

Quel volto in realtà mi sembra familiare.

non lo so.

Vedo un’immagine allo specchio, una signora stanca, anziana, arrughita. Chi è?

Mi dicono che sia io.

di nuovo.

non è possibile io ho 20 anni.

Sicuramente sono loro a sbagliarsi… o forse mi sbaglio io, non lo so.

Ma loro chi poi? Chi sono questi loro che parlano?

li guardo, vedo degli occhi.

occhi dolci, che sorridono.

Si aggiunge una mano, mi fa una carezza.

due braccia, che mi cingono.

e’ tutto sempre così confuso, ma non è più buio.

Il caos va e viene, ma quegli occhi, quella mano, quelle braccia, ci sono.

Sono sempre là, pronte a tirarmi verso la luce, ad aiutarmi ad uscire dal buio.

Ho deciso di scrivere queste poche righe in base ai loro racconti e alle loro difficoltà. Ho cercato di calarmi nelle loro persone, per quanto possibile, riportando le domande che frequentemente mi facevano, e io non facevo altro che cercare di renderli consapevoli di dove si trovassero e cosa stessero facendo, o di chi fossero. Inoltre il mio intento, è quello di far capire cosa rappresenti una persona che dia amore per queste persone. Nel buio e nel caos più totale loro ripongono in te tutta la loro speranza e fiducia, poiché tu in quel momento rappresenti l’amore, l’amore non può mai essere sbagliato. Una parola gentile, un gesto d’affetto è tutto ciò che chiedono.

Martina Mazzoli volontaria

ItalIa-EtIopIa UN fIlo maI spEzzato

Paragono la mia vita, con le sue varie stagioni, ad una espressione algebrica che inizia alla nascita, con l’apertura di una parentesi graffa seguita da una quadra e poi da una tonda, andando avanti chiudi delle parentesi, ne apri delle altre, chiudi la quadra per il termine di periodi più importanti, ne apri altre e vai avanti con sulle spalle l’esperienza accumulata nelle parentesi precedenti, alla fine chiuderai anche quella graffa con una X.

Tante sono le mie domande: Perché sono vissuta? Vi era un compito che dovevo svolgere? Perché sono nata in un posto anziché in un altro? Mi sono scelta io i miei genitori?

A questo proposito ricordo che quando ero bambina e mi chiedevano dove sei nata? Io rispondevo Addis Abeba. Dove? Sì in Etiopia, ah! e quando sei arrivata in Italia? A gennaio 1943, avevo due anni, dopo un viaggio lunghissimo raccontatomi da mia madre perché io ero troppo piccola per ricordare.

E qui inizia il mio racconto: nell’aprile del 1941 perdiamo l’Impero e diventiamo prigionieri degli inglesi, gli uomini inviati nei campi di concentramento in Kenia e India, donne e bambini sistemati prima nelle case Incis, a suo tempo costruite dagli italiani e poi nei campi di concentramento di Argheisa vicino alla Somalia.

Strade polverose, siccità, caldo, malattie, molti bambini morti per il morbillo, mia madre accusa fortissimi dolori alla testa e perde l’udito, io mi ammalo di tracoma e perdo parte della vista.

Finalmente nel novembre del 1942 il rientro in Italia con il Vulcania, una delle navi bianche della Croce Rossa Italiana, grandi navi tutte verniciate di bianco con una croce rossa che spiccava sulla fiancata.

Il porto di Suez è chiuso alla navigazione e siamo obbligati alla circumnavigazione dell’Africa; gli Inglesi ci accompagnano sino allo stretto di Gibilterra e poi affrontiamo, in piena seconda guerra mondiale, il Mediterraneo con tutti i porti chiusi, superiamo lo stretto di Messina: una notte intera per attraversarlo, preceduti da una dragamine, un silenzio imposto a tutti, con la paura di saltare per aria, poi il primo sbarco a Bari per le donne del Sud che, salite sul treno

perdono la vita in un bombardamento, per noi lo sbarco a Venezia a gennaio del 1943, dopo 40 giorni di navigazione.

Mia madre mi raccontava che avevamo avuto un buon trattamento sulle navi, dove avevano cercato anche di festeggiare il Natale e il Capodanno, ho il ricordo di una bambolina che mi fu regalata per il Natale.

Dopo un faticoso viaggio in treno, il rientro nella famiglia di mia madre a Caluso in Piemonte, accolta con fatica, perché figlia di un siciliano, quando mio padre ritornò da prigioniero nel 1946, dovemmo andare via e cercare un nuovo posto per abitare.

L’inizio della mia vita è stato difficile! La svolta però è arrivata con l’assunzione all’Olivetti, la possibilità di avere un lavoro gratificante, l’accesso ai corsi di contabilità e di inglese, gli ultimi anni trascorsi a Cupertino in California.

Con la pensione, i primi viaggi nel mondo e nel 1997 la voglia di andare a vedere dove ero nata: Addis Abeba con il quartiere italiano Piazza, dove mio padre e mia madre avevano la casa e le loro attività, ripercorrere le strade della prigionia, conoscere quel paese, che avevo sempre considerato come una seconda patria.

Rimasi sconvolta dalla bellezza del posto, ma anche dall’estrema povertà che non avevo riscontrato nemmeno in India ed in altri paesi sottosviluppati. Fui però altrettanto affascinata dai valori della gente, un popolo fiero e sereno, a cui noi non avevamo nulla da insegnare per civilizzarli, un paese dove convivono Cristiani copti, Mussulmani e animisti con tradizioni antichissime.

Tramite l’amicizia con una famiglia etiope ebbi modo di conoscere Tsige Roman Gobezie Goshu una donna etiope molto determinata con un incredibile coraggio.

Prima donna laureata di tutta l’Etiopia, il marito imprigionato dal regime di Menghistu, per sfuggire alle persecuzioni politiche fu costretta a fuggire rifugiandosi negli Stati Uniti dove, dopo il conseguimento di una seconda laurea in California, lavorò per 23 anni per una catena di farmacie.

Tornata per una vacanza in Etiopia, durante il periodo della guerra con l’Eritrea, si rese conto delle condizioni di estrema povertà in cui versava la sua gente ed in particolare gli anziani, del tutto abbandonati dallo Stato.

Decise così, con coraggio ed abnegazione, di impegnare tutte le sue risorse: andò in pensione anticipata, vendette tutto quanto possedeva, investì la sua liquidazione al fine di fondare un’associazione in America, registrata anche in Etiopia, per la raccolta di fondi.

Fattasi assegnare dal Governo un grosso appezzamento di terreno, con l’aiuto di un ingegnere italo americano, costruì la prima casa per anziani, poi estese il progetto ai bambini abbandonati nelle strade, inserendoli in scuole per l’infanzia ed elementari.

Quando ricevetti una sua richiesta di aiuto, l’accolsi, facendo nascere in Italia un’associazione con il suo nome, perché volevo aiutarla a realizzare il suo sogno. Devo dire che mi è quasi sembrato un atto di restituzione per il nostro periodo passato, ma soprattutto mi piaceva l’idea di una donna italiana che aiutasse una donna etiope.

Ora il progetto si è ampliato: garantisce l’assistenza domiciliare ad anziani non autosufficienti, sponsorizza la frequenza scolastica di circa 850 bambini, promuove la coltivazione della terra, l’allevamento di animali e la vendita dei prodotti per raggiungere l’autosufficienza.

Attualmente hanno trovato lavoro una ventina di persone: da una casa per anziani si è sviluppato un bellissimo esempio di integrazione fra anziani e bambini, un’opportunità per dare lavoro e dignità ad un popolo.

Questo progetto mi piace particolarmente perchè Il Sogno di Tsige è forse la prima organizzazione occidentale a cooperare con una associazione africana senza assumerne la guida del progetto, ma ponendosi nella logica di aiutare, consigliare, collaborare per sostenere a 360 gradi l’attività che Tsige Roman Gobezie Goshu svolge.

L’Associazione in Etiopia vuol dare autosufficienza al progetto per garantire dignità e lavoro ad una terra dove la povertà e la morte per fame sono endemici, perché in questo momento è necessario portare avanti progetti come questi, che rappresentano l’unico modo per

contrastare la tragedia dei migranti e dei loro barconi che affondano nel Mediterraneo.

Con 80 euro inseriamo a scuola un bambino per tutto l’anno e con 200 euro diamo assistenza domiciliare ad un anziano non autosufficiente nella propria casa.

Cercare di evitare l’emigrazione, perchè di fronte alla tragedia giornaliera delle migrazioni, ritengo sia sempre più importante aiutare i popoli a stare nei propri paesi, viaggiare è bello ma solo come turisti.

In Italia l’associazione vuole sensibilizzare i giovani e offrire momenti di tempo libero qualificato all’interno di alcune residenze socio assistenziali per anziani.

In collaborazione con un’antropologa ed uno storico presentiamo il progetto nelle scuole, incentivando lo scambio culturale fra le scuole etiopi e gli istituti scolastici italiani al fine di creare un percorso di conoscenza della cultura etiope e della presenza italiana in Etiopia, che permettano agli studenti di conoscere ed approfondire i concetti di identità, cultura, etnia, e relativismo culturale, mediante anche uno scambio di lettere fra le scuole dei diversi paesi.

Importante è anche richiamare un periodo di storia dimenticato che ha portato alla conquista armata di un paese e alla sua colonizzazione. A questa avventura parteciparono migliaia di italiani, molti costretti, perché richiamati alle armi, altri per una scelta personale ideale, legata all’epoca fascista, o per cercare nuove opportunità che l’Italia degli anni trenta non offriva.

Stiamo realizzando due nuovi progetti:

“La luce della conoscenza ai bambini poveri” che, grazie al contributo della Tavola Valdese, permette ai bimbi di famiglie indigenti di avere libri, quaderni e strumenti informatici per produrre, stampare e rilegare da soli i libri, nonchè degli scaffali per riporli.

“La luce della musica ai ragazzi non vedenti” grazie ai contributi avuti lo scorso anno, abbiamo fornito strumenti musicali ed un sistema di amplificazione a ragazzi di una scuola per non vedenti, che ora stanno studiando musica e canto per la realizzazione di una

banda musicale, che darà loro la possibilità di esibirsi in pubblico e poter così guadagnarsi da vivere ed essere autosufficienti.

Credo che per affrontare meglio il futuro sia importante conoscere il passato e nel suo ricordo trovare la linfa per costruire.

Mi piace pensare che questo forse è anche il mio compito da svolgere prima di chiudere l’ultima parentesi graffa.

Associazione il sogno di Tsige Collaborazioni con l’Etiopa per progetti con giovani e anziani

glI oCChI E Il CUorE NoN possoNo DImENtICarE

“E’ la mattina del 24 agosto e ti ritrovi giù dal letto prima del previsto.

La terra a qualche chilometro da te sembra stia crollando.

Telefoni che squillano e che ti danno le prime informazioni.

Notizie confuse. Alcune immagini dei telegiornali. L’incredulità.

La sala operativa allerta e chiede persone disponibili a partire, SUBITO.

Cominci a ragionare. Non puoi andare.

Da lì a pochi giorni hai un aereo da prendere. Da lì a poche ore hai mille cose da fare.

Passa poco tempo e tu e i tuoi colleghi siete su un mezzo diretto ad Amatrice.

Arrivate a destinazione dopo un viaggio che sembra durato un’eternità.

E’ pieno di macchine, di persone, di giornalisti all’assalto.

Ma tu senti solo il silenzio.

E’ pieno di luci d’emergenza che abbagliano, di fari che indicano la strada.

Ma tu ricordi solo il buio.

Al palazzetto dello sport incontri i volontari arrivati da qualsiasi parte d’Italia. Nessuno sa precisamente cosa fare, ma tutti fanno qualcosa. E tu inizi a farlo con loro.

Adesso fate una catena e vi passate pacchi di pannolini, confezioni d’acqua, scatole di medicinali e coperte.

Adesso sei sola in un angolo a dividere omogenizzati e biscotti per bambini.

Adesso impili scatole di pasta e merendine con altre tre persone. Dopo poco alzate la testa e vi guardate. Uno dei tre lo conosci. Vi abbracciate. Nessuno commenta. Lavorate ancora.

La roba continua ad aumentare e tu sei lì a riorganizzare spazi che tra poco non basteranno più.

Il palazzetto si riempie di ogni genere di aiuto. Alcuni hanno la forma di latte in polvere per bambini, di vestiti puliti da indossare. Altri sono braccia che lavorano, cuori che corrono veloci.

E’ già un altro giorno e non te ne sei nemmeno resa conto. Non hai mangiato, non hai dormito e non ti sei mai fermata. E non perché

sei un’eroina, non perché sei invincibile o buona.

Ma perché in quella marea di cose da fare i tuoi bisogni sembra quasi che non te li ricordi più.

Un po’ di lucidità e ti tornano in mente le prime regole di un volontario: “Un soccorritore stanco non può soccorrere nessuno”.

Te lo ricordi tu. Se lo ricorda chi è intorno a te.

Per poco, pochissimo tempo, il palazzetto si ferma.

La terra invece no, continua a tremare senza riposarsi mai.

Cerchi un piccolo posto per stendere il tuo sacco a pelo. Accanto a te altri volontari stanchi, vigili del fuoco impolverati che si danno il cambio, un’anziana signora seduta su una panca ferma a fissare il vuoto.

Ti stendi e chiudi gli occhi. Immagini che si rincorrono, pensieri che si accavallano. Provi a scacciarli via chiudendo gli occhi più forte.

Poco tempo dopo sarai nuovamente in piedi a cercare un altro angolo da sistemare tra le mille cose da fare.

Energica e combattiva come dopo un’intera giornata di riposo.

In realtà si è fatto nuovamente giorno ma sono passate solo un paio d’ore e ancora adesso non sai se in quella notte hai mai dormito davvero.

Tornerai a casa due giorni dopo e scriverai solo poche righe:

“Con il tempo la stanchezza si dimentica e forse anche la paura per quelle scosse così forti da farti tremare dentro ma ci sono immagini, sguardi e parole che i miei occhi e il mio cuore non dimenticheranno mai…”.

Avevi ragione. Tremendamente ragione.”

Perugia

Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta

Il corpo opera per portare soccorso alle persone in stato di necessità anche in collaborazione con il Dipartimento di Protezione Civile

pICCola storIa DI UNa voloNtarIa qUalUNqUE

Chi ci avesse viste stamattina al Centro Commerciale, tutte prese dalle novità dell’abbigliamento primaverile, eccitate come due ragazzine, avrebbe pensato a due amiche affette da shopping compulsivo…

“Come sto?”

“Benissimo…devi però dimagrire un po’. Questi pantaloni giallo senape ti cadrebbero meglio…”

“E la camicetta a righe bianche e azzurrine?”.

“ E’ un classico. Ti tornerà utile in mille occasioni, ma ti basta una taglia in meno, appena ti riprenderai un poco, andiamo insieme a camminare, devi diventare bella tonica, stare all’aperto ci farà bene: sole, aria libera, ci si stanca e poi si dorme meglio, e i pensieri che inquietano li cacciamo via”.

Elisa ed io ci conosciamo da meno di un mese. E’ stata operata di cancro al seno quindici giorni fa ed è ancora dolorante per i punti. Io sono volontaria, da qualche anno presidente di un’associazione che accoglie e sostiene donne operate di cancro, soprattutto di tumore della mammella. Sono una di loro e continuo a sentirmi profondamente una di loro.

Con Elisa sto facendo volontariato, ma con lei vivo con gioia anche questi momenti un po’ frivoli, di leggerezza; la prossima settimana l’accompagnerò alle sedute di radio ed alle visite: oggi no! oggi proviamo vestiti.

Mi sono ammalata quasi vent’anni fa, ero ancora giovane, un marito sempre in viaggio per lavoro, tre figli piccoli, ho creduto che la mia vita finisse in quel giorno di luglio in cui arrivò, a bruciapelo, la terribile diagnosi.

In quei giorni un’amica, che si era ammalata di cancro qualche anno prima, mi ha salvata e mi ha convinta con non poche pressioni, io ero esitante e con molte paure ad entrare in associazione e, quasi subito, decisi che non solo avrei cambiato qualcosa nella mia vita, ma che avrei fatto di tutto per dare una mano anche alle altre.

Riprogettare la propria vita! Facile a dirsi, molto meno a metterlo in pratica. Eppure se mi ero ammalata qualche motivo c’era, oltre alla solita sfiga; per impedire in qualche modo alla malattia di ripresentarsi, avrei messo in atto ogni strategia: lotta sì, fino all’ultimo! Ed è proprio stata lotta e guerra vera.

Si rivede l’alimentazione, si dà più spazio al movimento fisico, ci si fa guidare da una psicologa, ma è il gruppo a dare il contributo più grande: incontrare altre donne che ce l’hanno fatta, che ti incoraggiano, che ti trattano come una sorella, a cui puoi raccontare tutto quello che non osi dire ai tuoi cari che sono più spaventati di te.

Le altre volontarie sanno quando hai i controlli, ti scrutano, discrete e vigili, quando ricompari dopo qualche tempo di assenza, ti propongono nuove esperienze: un corso di spagnolo, la visione di film, se sono sciocchini e fanno ridere è meglio, mezza giornata in un centro benessere, convegni a gogò, perfino un corso sulla morte. Tutto fatto per senso del dovere e mai più riproposto alle nuove socie: c’è un limite a tutto!!! Da brava piemontese, esageruma nen!

Il cancro vissuto da sola, pur con la presenza di famiglia ed amici, mi avrebbe fatto molta più paura; sarebbe stata una presenza silenziosa, inquietante, assillante, ma vissuto con altre donne, è stato diverso, molto diverso. Ci si dimentica almeno un poco della propria situazione personale se si aiutano le altre, se si ascoltano le loro storie, se ci si accompagna in un pezzetto di cammino.

Si impara a conoscere le loro famiglie, le luci e le ombre delle altre esistenze, si scoprono le passioni, gli hobby, spesso emergono attitudini e capacità che non si pensava di avere. La malattia può tirare fuori il meglio e il peggio di ognuno di noi.

Vivere il cancro in associazione ti fa capire i tuoi limiti, la tua precarietà e quella delle altre, ma moltiplica la tua voglia di vivere, di divertirti, di stare bene, e non solo fisicamente.

Nella nostra associazione sono presenti, per disposizioni di statuto, sia donne che si sono ammalate di cancro sia donne “sane”, anche se qualcuna dice spiritosamente che di “sana” non ce n’è neppure una!

Si affiancano i servizi ospedalieri nella Prevenzione Serena, acco-

gliendo le donne che si presentano alla mammografia periodica; si organizzano conferenze ed eventi per promuovere stili di vita salutari, indirizzati a tutta la cittadinanza. Alle socie sono proposti laboratori creativi ed artistici per permettere ad ognuna di trovare nuove modalità espressive e gratificanti.

Si visitano mostre, si cammina sui sentieri della campagna, qualcuna disegna e dipinge, qualcuna, come me, scrive; la scrittura diventa uno spazio per testimoniare, per evadere, per sfogarsi, per raccontarsi, per denunciare disservizi e malasanità oppure, all’opposto, per sottolineare gli incontri in campo sanitario che hanno salvato.

Ho iniziato a scrivere poesie, proprio dopo un laboratorio di scrittura espressiva vissuto all’interno del gruppo; era dagli anni dell’adolescenza e dei diari segreti che non scrivevo più testi di fantasia, solo relazioni, lettere d’intenti, programmi: tutto molto più arido, sicuramente professionale ed utile, ma poco “mio”, poco gratificante.

Scrivere mi ha permesso di dare voce ad una parte di me che “dormiva”, che non osava cimentarsi e meno che mai mandare i testi a concorsi, sottoporsi al giudizio di altri e alla prova. Ho imparato a percorrere anche questa strada; talvolta uso quello che scrivo per donarlo alle altre donne e c’è sempre qualcuna che si riconosce nelle mie parole e mi dice: “Anch’io la penso così, anch’io provo queste stesse sensazioni”.

Una sorta di “sorellanza” doppia che passa attraverso la malattia e le parole, la scrittura. Si impara a chiamare la malattia con il suo vero nome, “cancro”, a smitizzarla, a denudarla; se io pronuncio il nome del mio nemico, lo individuo, lo affronto, lo combatto, forse riesco anche a vincerlo; il cancro diventa strumento, può perfino diventare un’opportunità.

Che cosa significa essere volontaria? Per me significa restituire un poco di quello che ho ricevuto e che continuo a ricevere, in ricchezza di relazioni e di incontri. Nell’attività di volontariato ci sono anche problemi, impegni assunti e da portare avanti, persone che di te si fidano e che non puoi abbandonare.

A volte l’equilibrio è labile, vorrei avere più tempo per me e avverto il peso nel rispondere a certe richieste, ma quasi sempre anche “l’obbli-

go” che sembra più noioso o difficile porterà con sé qualcosa di nuovo e di stimolante. Imparo tutti i giorni dalle altre volontarie diverse, questa diversità è una ricchezza, ma anche una fatica.

La nostra associazione è composta totalmente da donne: la psicologia dei rapporti interni è complicata, ci sono talvolta polemiche, caratterini da prima donna, oppure le timide da stanare, le permalose, le critiche negative, chi ha un’eccessiva vocazione al comando, chi deve fare tutto da sola fino a schiattare, eppure, io amo la mia associazione e voglio profondamente bene a tutte le donne che ne fanno parte.

A qualcuna sono più legata, per storia personale o per affinità elettive, ma tutte hanno uno spazio ben definito e ognuna fa la sua parte. Qualcuna dopo qualche tempo di attività lascia, forse perché non si riconosce nei cambiamenti del gruppo che come ogni realtà ha la sua evoluzione. Qualcuna prova a partecipare, ma non trova quello che le è utile, oppure cambiano le sue condizioni di vita, non ha più tempo per dedicarsi agli impegni presi in precedenza o semplicemente non le interessano più.

Dispiace quando ci sono distacchi, spiace ma succede; io credo che anche questo significhi essere volontario e avere incarichi di responsabilità in un’associazione di volontariato, saper accettare le critiche, i distacchi, gli allontanamenti. Occorre analizzare le cause dei “fallimenti”, ma poi andare avanti, fare dei bilanci, ma realisticamente godere dei risultati raggiunti e mirare a quello che può essere il bene ulteriore del gruppo.

A volte le frustrazioni vengono dall’esterno, dalle difficoltà di rapportarsi con le istituzioni: doveroso, ma a volte faticoso confronto, ma è necessario impegnarsi nelle battaglie comuni: anche una piccola associazione territoriale può dare il suo contributo all’interno di una Rete, per sollecitare risposte ed interventi su problematiche importanti come quelle della salute.

Occorre lottare per il riconoscimento del diritto alla cura, la migliore possibile e ancor di più perché l’umanizzazione dei luoghi di cura si trasformi, da bella espressione, in realtà concreta.

Un volontario o una volontaria qualunque, come me, può contribuire a tutti questi obiettivi: migliorare la propria situazione personale,

mettendosi alla prova, imparando e potenziando anche la valorizzazione di sè; migliorare la realtà della propria associazione, promuovendo il benessere delle donne del gruppo; lavorare sulla prevenzione a tutto campo e sul riconoscimento dei diritti nel percorso di cura.

E’ un impegno etico e significa volersi bene e volere il meglio anche per gli altri, per il pezzetto di società in cui si è chiamati ad agire. C’è molto da fare, molto da imparare, molto da realizzare, ma tutto questo dà un senso diverso e un gusto intenso all’esistenza. Scopro continuamente nella relazione con gli altri, che parte dal volere aiutare e diventa un essere a mia volta aiutata, una delle esperienze che danno più significato alla vita.

LA CORDATA

Appesa in parete.

Sotto, il vuoto.

Fatica e freddo polvere, graffi…

Si va legati.

C’è sempre chi fa forza, sostegno.

Qualche sosta in uno spazio davvero ristretto.

Tutto intorno il vuoto.

Così bello

da togliere il respiro.

Suggerisce

quanto facile sia morire.

La cura assomiglia ad una scalata.

E’ stare appesi in parete, guadagnar metri con fatica in salita.

Sospesa nel vuoto ma non sola.

Sola

mai raggiungerò la meta.

Il bisturi ha inciso la mia carne, non si alza più il mio sguardo.

Guardo in basso, si allarga l’abisso.

Ma qualcuno fa forza e va per primo.

Il mio corpo

è imbragato, sorretto, aiutato.

Il cancro è alle spalle, lo spingo nel vuoto e guardo in alto…

Salgo e salgo, mi riempio di luce.

La meta è qui, la cima è raggiunta.

Non sono guarita o forse sì.

Recupero forze, mi riempio di immensità.

Non sono sola.

La forza è nella cordata.

Valeria Martano

Associazione VITA Chieri Vivere Il Tumore Attivamente Affrontare la paura, la sofferenza in gruppo con una rete di rapporti contro la solitudine e ri-progettare l’esistenza

UNa storIa Capovolta

Non ricordo mai nessuna volta in cui un cambiamento, una nuova fase della vita, un nuovo progetto, non abbia portato con sé conseguenze disastrose. Giusto per collocare tutto questo racconto dentro una cornice che sa di realtà, di sogni rincorsi e desiderati, di sensi alla prova, di ricerche mai esaurite.

Disastrose perché somigliano ai terremoti. Chi ha vissuto l’esperienza del terremoto lo sa bene. All’improvviso c’è una forza che non dipende da noi, che non si può contrastare e a chi mi chiede perché è nata un’avventura di relazione (servizio e volontariato mi sembrano parole troppo grandi…) al passo con una umanità più fragile, o comunque in cammino a piedi nudi, posso solo rispondere che è stata una “necessità interiore”. Nulla di più.

Sono passati più di 20 anni da quando ho incontrato la Fondazione Exodus, e don Antonio Mazzi mi disse “Parti, vai e vedi”. E sono partita, con tantissime idee nella testa, tante certezze, ed è stato un disastro. Sapevo che avrei vissuto in una comunità per tossicodipendenti, nel Lazio e la mia intelligenza interiore aveva accumulato talmente tante risposte che mi sentivo pronta a quel cambiamento radicale.

Per molto tempo, invece, mi sono sentita come quegli adolescenti africani che affrontano il rito di iniziazione completamente nudi, con il volto pitturato quasi a volerne cancellare i lineamenti, e si inoltrano nella foresta armati unicamente di arco e frecce. Se sopravvivono significa che sono diventati adulti. Me lo disse anche don Antonio: se sopravvivi…

E sono passati gli anni, anni di assestamento, proprio come le scosse di terremoto. Anni in cui crescere, cambiare prospettive, cambiare i linguaggi, le competenze, le relazioni. Fino al momento in cui la “necessità interiore” si è di nuovo risvegliata e ho capito che la strada doveva in qualche modo proseguire.

“Apriamo una casa aperta a tutti”, era il sogno condiviso. Una casa senza distinzioni tra disagio e normalità, tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi crede e chi non crede, o semplicemente crede e vive in modo diverso. Ma fino a quel momento la distinzione tra chi stava bene e chi no era comunque una linea di demarcazione netta, codificata,

chiara; così come era chiaro il progetto e nel giro di poco tempo abbiamo anche trovato una casa in affitto ad Assisi.

E sono partita. Con poche risorse, grandi ideali, tutti scritti sulla carta e nella testa. Ricordo perfettamente quei pochi soldi, tenuti insieme da un elastico, che don Mazzi mise nelle mie mani; con una parte comprai una vecchia macchina usata, con il rimanente detersivi e scope per spazzare via la muffa e dare una parvenza di accoglienza ad un luogo quasi abbandonato.

Furono gli stessi ragazzi della comunità da cui ero partita a darmi una mano. Poi loro sono ripartiti, ed io sono rimasta, con un grande senso di smarrimento. Ci sono stati lunghi giorni e mesi di solitudine, la caldaia che non funzionava quasi mai e non c’erano soldi per farla andare come doveva, il freddo era insopportabile; e poi c’erano i giorni abitati, il via vai di nuovi ragazzi, di famiglie, di adolescenti “senza distinzioni tra chi stava bene e chi no”.

Ma ecco il grande paradosso e la grande trasformazione che non mi aspettavo: non erano quelli “chi no” a creare problemi e fatiche e incomprensioni. Non erano loro a non saper stare insieme, a non rispettare quegli spazi faticosamente –e poveramente- ricostruiti; erano gli altri, quelli “che stavano bene” a rendere difficile il progetto. Se chiedi a un ragazzo che è stato in carcere di prendersi un’ora di silenzio e di solitudine ti risponderà che un’ora è davvero poca, ma soprattutto non ne avrà paura. Se chiedi la stessa cosa a un adolescente o a un giovane “normale” (giusto per distinguere, ma a questo punto diventa ben chiaro che questa separazione di identità è azzerata) ti guarderà inorridito, soprattutto se uno spazio di silenzio comprende lasciare spento il cellulare; ti guarderà spaventato se gli dici che è meglio evitare di portarsi dietro valigie tanto grandi da non starci nelle stanze, che il bagno si condivide e si lascia pulito, che se un giorno manca l’acqua non è una tragedia e che se fa freddo ci si veste un po’ di più.

La casa anno dopo anno è divenuta così “la casa dei racconti”, e i muri ora sono disseminati di fogli scritti, fotografie, appunti di viaggio, saluti di chi parte a chi arriva. “Stasera voglio guardare l’infinito e rendermi conto che non si può

morire prima che la vita finisca, non si può morire in una vita di niente, e allora voglio vivere tutti gli istanti, tutti i pensieri…”.

Non so che fine abbia fatto il “ragazzo della strada” che ha scritto queste parole. è alta la percentuale di probabilità che non sia finito bene. Ma queste parole sono rimaste e niente potrà cancellarle, nemmeno la morte. Perché la verità è che molti di quei volti, le cui foto sono sparpagliate dappertutto, sono di giovani che non ci sono più. Non c’è più Carlo (nome di finzione) ma il ricordo di quei giorni insieme fa parte di quelle storie che ancora oggi, a distanza di anni, non ci stanchiamo di raccontare.

Era in programma una visita agli affreschi di Giotto, e decidemmo di lasciare i ragazzi liberi di muoversi per la basilica, prendendosi tutto il tempo che volevano.

Carlo disse “Io non posso essere lasciato solo, sono agli arresti”. “Ma noi ci fidiamo di te, vai tranquillo”, gli rispondemmo. Dopo un’ora il gruppo dei ragazzi ritornò, inebriato di tanta bellezza, e non ne mancava nessuno. Poco tempo dopo Carlo morì, in circostanze mai chiarite, e la notizia suscitò in tutti la tristezza estrema per chi “non ce l’aveva fatta”. Ma era davvero così? Chi di noi può definire con certezza cosa significa “farcela”? Carlo, dopo quella giornata da “libero”, disse queste parole “e’ stata la prima volta in cui qualcuno mi ha dato fiducia”. In fondo ce l’aveva fatta. Aveva conquistato la sua parte di libertà, e forse non serviva altro.

Ripenso anche ad un’altra esperienza straordinaria, anche se tante altre ce ne sarebbero da raccontare. Era presente in casa un gruppo di giovani e meno giovani reduci da risvegli da coma o con gravi malattie degenerative. A dare una mano c’erano un paio di ex carcerati di una nostra comunità. Tra questi ospiti un carabiniere che non riusciva più a camminare, affidato alla cura di questi due ragazzi, che ogni mattina lo sorreggevano per scendere le scale e per accompagnarlo nelle attività. E ogni giorno si è presentata a me questa scena: il carabiniere sorretto da gente che un tempo scortava dentro e fuori le carceri, imprecava benevolmente con questo ritornello costante: un tempo ero io a farvi da scorta, oggi senza di voi non posso fare nulla.

Ho assistito a un capovolgimento della storia. Ogni giorno, da quan-

do sono partita per questa avventura scalza, la storia si è ribaltata, dentro e fuori di me.

Eravamo nel 2003, dopo dieci anni da quel primo giorno in quella casa, con l’odore di muffa che si è via via trasformato nell’odore di vastissima umanità, ecco di nuovo “la necessità interiore” farsi spazio e spingere verso ulteriori cambiamenti e trasformazioni.

Quel progetto vissuto tra le montagne dell’Umbria aveva bisogno di “scendere” tra i giovani e gli adolescenti di un territorio che forse vivevamo troppo poco. Dopo tanti anni tra tossicodipendenti, carcerati, famiglie più o meno complesse e variegate, campus educativi, lavorativi, culturali, il bagaglio era sufficientemente completo per tentare una nuova avventura e l’occasione si presentò con un progetto presentato dal Cesvol di Perugia, a cui abbiamo dato il nome “Giovani al centro”.

Si trattava di proporre un modello educativo e di prevenzione nelle scuole attraverso la musica, il teatro, il movimento del corpo, la radio, per intercettare bisogni, aprire spazi di condivisione e aggregazione con una attenzione particolare alle situazioni di disagio esplicito o sommerso.

Era arrivato il momento e mi sentivo pronta. Avevo attraversato mondi e storie difficilissime e bellissime, avevo la possibilità di intraprendere una nuova avventura. Niente di più sbagliato. Ancora una volta quel passo in avanti segnò un lungo periodo di smarrimento, di apparenti risposte tramutate in nuove domande.

Mi sono ritrovata nelle aule scolastiche armata dei miei strumenti educativi (e dei miei strumenti musicali, visto il mio passato ormai lontanissimo nel mondo da cui provenivo, che era quello del Conservatorio) che però si rivelarono ben altro calati in quel contesto. Certo sulla carta c’era scritto che facevamo un lavoro di prevenzione attraverso l’arte e la musica d’insieme, ma quei ragazzi incontrati e conosciuti avevano davvero voglia di sentir parlare di tutto questo? Forse avevano solo bisogno di uno spazio in cui ritrovarsi. Io stessa dovevo diventare spazio. Le parole, lo stimolo alla riflessione, i pianoforti e gli spartiti erano solo una parte di questo spazio. Il resto era la voglia di ballare, di chiacchierare, di innamorarsi, di raccontare, di

fare quel tipo di confusione a cui non ero abituata e in cui mi sentivo dolorosamente estranea.

E poi c’era la fatica con gli insegnanti, che non comprendevano. Tornare a scuola per studiare sì, ma per ascoltare musica a tutto volume che senso poteva avere? E per me che senso aveva?

Da quei primi giorni sono passati cinque anni. Quei ragazzi ora suonano il pianoforte, la viola, il violino, la chitarra, scrivono e recitano poesie, ed io ho imparato il rap e pure qualche passo di bachata.

Ed eccoci ad ora. Una nuova sfida. Prima la comunità terapeutica, poi la casa dei racconti, poi le scuole superiori con le arti e le relazioni. Tutto era pronto per un nuovo salto in avanti.

Tutto scritto, tutto chiaro. Se ero riuscita a passare per tutte queste strade ancora da inventare, e il disagio era diventato normalità, e normalità il disagio, con sconfinamenti impensabili e in fondo anche affascinanti, il passo successivo doveva essere semplice e indolore. Anche stavolta niente di più sbagliato.

La Fondazione Exodus onlus ha partecipato al “Bando Adolescenza” promosso dall’impresa sociale Con i Bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, superando la selezione nazionale con il Progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”. Così per sviluppare ulteriormente il progetto anche su questo territorio umbro ho accolto la richiesta di un intervento educativo, oltre che nelle scuole superiori dove già eravamo presenti, anche in una scuola media. Dopo aver lavorato coi ragazzi più grandi ho dato per scontato che il lavoro sarebbe stato estremamente più semplice, finché tutto ha iniziato a sfuggirmi dalle mani.

Ero di nuovo a piedi nudi, ad imparare nuovi linguaggi e nuove dimensioni, a gestire un gruppo di educatori che mi chiedevano risposte urgenti là dove io stessa faticavo a comprendere. Ho passato mesi a riformulare ogni cosa, a conoscere, incontrare, cercare di capire, tentare soluzioni, cambiare metodi, inventare e ricominciare ogni giorno da capo.

Ricordo, in particolare, un giorno difficile, quando chiesi l’intervento di una psicologa per osservare il gruppo dei ragazzi senza controllo.

Cercavo aiuto, ma volevo anche dimostrare che gli strumenti e le scelte erano buoni. Quindi con la massima predisposizione alla positività mi sono aggirata per l’aula sorridente sotto lo sguardo severo dell’osservatrice, finché ho deciso di sedermi su uno sgabello a cui i ragazzi avevano tolto le viti di supporto. Non me lo ricordavo, anche se li avevo visti. Così sono caduta, a rallentatore, cercando disperatamente un appiglio, e mi sono ritrovata a terra. Ancora adesso ricordo quel giorno ridicolo, e ripenso a tutte le volte in cui ho dovuto imparare a rialzarmi.

Un giorno un ragazzo mi chiese il significato della parola cantiere: è un luogo dove si lavora oppure dove si canta? Ci ho pensato bene… ho risposto che significa: un luogo in cui si lavora cantando.

Mi siedo al pianoforte, coi ragazzi più grandi che ormai suonano Bach, ma anche i liuti e le ghironde, e passeggiamo insieme tra le note parlando di vita e di emozioni e di vissuti. Perché non siamo un conservatorio, ma un istituto professionale e un centro di giustizia minorile, che forma uomini e donne che, forse, un giorno troveranno un lavoro umile e faticoso, e lo faranno cantando.

Ma anche coi ragazzi più piccoli, i più disperati, coi sensi in divenire e segnati da contesti poverissimi è possibile sperimentare linguaggi che vanno oltre la ragione. I tasti di un pianoforte, il suono di una viola, possono emozionare e raccontare la vita più di ogni altra cosa.

Così nel mondo della scuola tutte le esperienze educative e tutte le sperimentazioni di tanti anni si sono incontrate: sono diventate comunità, strada, ascolto, prevenzione, aggregazione.

Non sono insegnante ma in fondo insegno, in una maniera diversa. Non sono compagna di classe ma in qualche modo mi faccio compagna. Non sono psicologa, ma passo molto tempo ad ascoltare. Non metto voti, ma provo ad aprire possibilità di apprendimento a chi fatica a stare al passo.

Scriveva Jung: “prendersi cura e mettersi a servizio del povero e della persona in difficoltà è cosa molto buona e grande virtù”. Ma cosa succede se a un certo punto ti accorgi che sei tu il povero e la persona in difficoltà? Questo è il grande capovolgimento della storia, di cui non sono stata solo spettatore meravigliato, ma anche soggetto profonda-

mente coinvolto. Io stessa mi sento storia capovolta.

E se riguardo a tutta questa strada percorsa, questa avventura “in bilico”, penso che ogni volta in cui si raggiunge un equilibrio sia questione di un istante, poi tutto ricomincia a scomporsi, per questo è anche esperienza di bellezza. Scomposizione significa dolore ma anche semplificazione, significa frammentazione della luce nei colori che la compongono.

Tutto ciò che esiste ha solo bisogno di essere trascritto e questa è una avventura di trascrizione.

“Basta un gesto per salvare un figlio.

dobbiamo arrivare prima, prima che la vita dei nostri ragazzi si spezzi” don antonio Mazzi

Fondazione Exodus Onlus Exodus ha come obiettivo principale quello di offrire risposte pedagogiche efficaci ai gravi problemi di disagio sociale giovanile, con particolare attenzione alle tossicodipendenze

“voloNtarIaNDo” sUlla vIa fraNCIgENa

Sulla Via Francigena siamo andati, da Maria Vittoria e Paolo accompagnati.

era una bella giornata soleggiata e abbiamo fatto una lunga camminata.

da Settimo Vittone a piedi siam partiti e su alla Pieve di San lorenzo siamo saliti.

l’antico battistero abbiamo ammirato e una credenziale ci hanno timbrato. nelle gallerie di kiwi e viti ci siamo inoltrati

e tra gli ulivi siamo sbucati.

all’antro della strega siamo scampati e al castello di Montestrutto siamo arrivati.

Quante storie Paolo ci ha raccontato e quante cose abbiamo imparato...

Questo è l’inizio di una lunga poesia che ci hanno inviato i simpatici alunni di una scuola elementare qualche giorno dopo averli accompagnati in escursione lungo la Via Francigena.

Ricevere queste righe è una delle cose che più mi ha commosso da quando ho il piacere di fare la volontaria!!

Ricordo bene quel giorno in compagnia di Paolo, presidente dell’Associazione LA VIA FRANCIGENA DI SIGERICO di IVREA: eravamo sul tratto francigeno canavesano e, su richiesta delle insegnanti di un Istituto scolastico, accompagnavamo i bimbi a conoscere il nostro territorio. Erano parecchi, tutti vivaci, ma educati e molto attenti a ciò che spiegavamo. Fra loro, Cecilia, una graziosa bimba con le trecce e le lentiggini, la più minuta del gruppo: mi sembrava la più interessata. Imboccata la larga mulattiera per salire verso la Pieve di San Lorenzo a Settimo Vittone, sorridendo, mi chiese: “Ma… ma

tu... sei una maestra?”

Ansimando un po’ perché quel tratto era leggermente ripido le risposi: “No…. non sono una maestra, sono una VOLONTARIA!”.

Mi offrii di portarle per un po’ il suo zaino, faceva caldo, la fatica iniziava a farsi sentire e iniziai a raccontarle...

Qualche tempo fa, dopo quasi 42 anni di lavoro, raggiunsi finalmente il sospirato traguardo della pensione!! La mia vita stava cambiando radicalmente…

Negli ultimi anni di lavoro, durante le brevi settimane di ferie avevo scoperto il piacere di camminare a piedi per lunghi tratti…. scoprendo che solo così, con lentezza e tranquillità, mi gustavo il paesaggio, l’incontro con le persone, la bellezza della natura, dell’arte e dei piccoli borghi che attraversavo.

Riuscivo ad essere serena, in compagnia dei miei pensieri! Tempo fa avevo letto questa frase: “SOLO DOVE SEI STATO A PIEDI SEI STATO VERAMENTE”! Verissimo!!!

Peccato però dover riprendere il lavoro...

Poi un giorno, durante una delle mie passeggiate, ho conosciuto l’associazione di cui ora faccio parte, anche in qualità di consigliera. In realtà volevo “staccare la spina” per un po’, ma qualcosa mi ha spinto ad accogliere la proposta di buon grado, anche se con un po’ di timore.

Se qualcuno mi chiedesse perchè faccio la volontaria la prima risposta che mi viene in mente è perchè mi piace. Mi piace perché, dopo tanti anni trascorsi al chiuso in un ufficio, ora posso tenere le gambe in attività e continuare ad allenare il cervello in molteplici impegni.

Ma ci sono tante altre motivazioni.

è bello poter regalare un po’ del mio tempo a qualcosa o a qualcuno: al mio territorio, ai miei amici del consiglio direttivo, ai soci, ai pellegrini e soprattutto ai giovani. In una società in cui tutto si può comprare, credo sia importante donare il proprio tempo per una giusta causa!

è bello organizzare, creare, avere nuove idee per dare un contributo migliorativo!

è bello partecipare ad incontri che possono anche arricchirmi culturalmente!

è bello incontrare i pellegrini, accompagnarli, consigliarli e sentire le loro storie personali. Se ne incontrano di ogni nazionalità e ognuno di loro ti stupisce: giovani, meno giovani, famiglie con bimbi.

è bello, anche se a volte pesante, organizzare una escursione o un evento, contattare musei, pro loco, guide, preparare locandine, scrivere racconti sul sito web. Se a volte è faticoso, so che c’è sempre un altro volontario che mi incoraggia e mi aiuta! Noi del direttivo siamo una bella squadra, a volte si discute (come nelle migliori famiglie), ma si trova sempre conforto e collaborazione per gestire al meglio l’associazione, dividendoci i numerosi compiti.

è bello collaborare con enti ed altre associazioni per il bene comune, non coltivare il proprio orticello, ma seminare per diffondere insieme la conoscenza del territorio, l’accoglienza e la cultura.

è bello raccogliere il frutto del nostro lavoro: la buona riuscita dell’evento, il “grazie” di un socio, la cartolina di un pellegrino che abbiamo aiutato o la felicità di accompagnare i giovani sono alcuni dei premi che ti fanno dimenticare la fatica delle ore passate al lavoro!

Nel frattempo ho avuto il piacere di diventare nonna: è stato il regalo più bello che mi ha riservato la vita! Questo mi ha stimolato l’idea di lasciare qualcosa a chi ci sarà dopo di me.

L’associazione è importante, spero di aiutarla a crescere e a consegnarla, quando non sarò più in grado di essere utile, a persone volonterose che credano, come me, che fare il VOLONTARIO E’ BELLO PER SE STESSI E PER GLI ALTRI!

Certo non sono sempre rose e fiori, difficoltà a volte ne ho trovate: mi è capitato di essere un po’ demoralizzata dalle difficoltà e dagli impegni burocratici, preferisco le attività più creative, ma il mio ruolo di segretaria mi impone anche questo peso.

Nei primi tempi avevo quasi timore di esporre idee innovative, ma il

lavoro che ho svolto per tanti anni mi ha insegnato che, con le buone maniere, si può dire tutto ciò che si pensa. Credo di aver portato, unitamente alla grande esperienza dei consiglieri più anziani, un contributo a lavorare meglio.

Faccio tesoro di tutto ciò che ho imparato dal consiglio direttivo. Alcune persone hanno fondato l’associazione e l’hanno coltivata con amore e dedizione, e, nonostante tutte le difficoltà incontrate, mi hanno permesso di credere nell’associazione stessa e ad acquisire la consapevolezza di trasmettere alle nuove generazioni il desiderio di diventare a loro volta volontari.

Tornando alla camminata di quel giorno sulla Via Francigena, abbiamo trascorso davvero una bella giornata, i bimbi si sono divertiti, hanno ascoltato ubbidienti i racconti di Paolo, hanno camminato volentieri, anche se con un po’ di fatica.

Giunti ad un parco giochi situato lungo il percorso, la fatica è improvvisamente sparita per dare spazio al divertimento, con vociare chiassoso ed allegro!

E la bella poesia termina così:

...siamo giunti ad Ivrea tutti contenti.(*)

anche quelli tra noi più cittadini han ben camminato, come veri pellegrini.

In compagnia abbiam percorso la via che ricorderemo sempre con tanta allegria. Un grazie di cuore ai nostri accompagnatori generosi e forti camminatori!

(*) Ma la più contenta ero io perché Cecilia, quando ci siamo salutate mi ha sussurrato:

Vittoria Bianco

Associazione La via Francigena di Sigerico Ivrea

L’associazione valorizza il territorio Canavesano curando e facendo conoscere la via Francigena di Sigerico

DA GRANDE ….. FARO’ LA VOLONTARIA!!!
Paolo

UNICa malattIa: Il prEgIUDIzIo!

Sono una volontaria dell’’ASSOCIAZIONE ITALIANA PERSONE DOWN Onlus, sezione di Perugia, un’associazione di genitori, familiari o tutori di persone con Sindrome Down.

Ne faccio parte da quando è nata mia figlia Sara e ricordo quanto sia stato importante per me l’incontro con altri genitori e con i loro figli; vedere e toccare con mano persone e bambini che potevano vivere una vita normale. L’impegno dei genitori volontari nell’associazione in questi anni è diventato sempre più necessario, perché crescendo, i nostri figli sono seguiti solo sporadicamente dai servizi e a volte solo su richiesta.

L’obiettivo principale è quello di garantire ai nostri figli una vita che sia la più dignitosa possibile, nel rispetto della loro diversità e dei loro diritti. Non devono essere considerati soggetti da assistere o da commiserare, ma persone in grado, se messi nelle giuste condizioni di partecipare ed essere utili alla società civile, in grado di produrre, di relazionarsi, di divertirsi, di fare sport, di innamorarsi. Combattiamo l’indifferenza che molto spesso ci circonda, cercando di creare le condizioni per far “crescere” i nostri figli.

Per raggiungere questi scopi si organizzano per i ragazzi i corsi di autonomia, ma anche laboratori teatrali.

Il laboratorio teatrale è stato promosso dall’AIPD di Perugia in collaborazione con il Teatro Stabile di Innovazione Fontemaggiore con il finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, e ha interessato 15 ragazzi Down sia del territorio di Bastia Umbra che di quello di Magione.

A conclusione di questa esperienza, molto entusiasmante per i nostri ragazzi, si è all’allestito uno spettacolo teatrale dove i due gruppi, che non si erano mai incontrati, hanno recitato insieme, in un vero teatro il Sant’Angelo, davanti a un pubblico emozionatissimo di genitori e familiari.

I ragazzi dai 14 ai 25 anni hanno presentato uno spettacolo intitolato “Il gioco del Teatro” e vedere come tutti siano stati in grado di esprimersi, indipendentemente dalle loro evidenti difficoltà, è stato

per tutti noi una risposta alle tante domande che nel corso della vita dei ragazzi ci siamo posti come genitori.

Mia figlia Sara ha concluso il suo saluto dicendo: “dov’è la mia famiglia? Ci sono tutti?”

E ha elencato tutti i nomi. Noi siamo il suo mondo, ma è un mondo troppo piccolo

e quando non ci saremo più?

Da questa riflessione è nato il corso per volontari organizzato dall’AIPD insieme al Cesvol su: “Dopo di noi, una crescita per la vita, progetti di vita possibile in situazioni di disabilità mentale”, perché comunque dobbiamo pensare al loro futuro quando ancora ci siamo per un DOPO DI NOI, INSIEME A NOI. L’associazione a volte non risolve il tuo problema immediato, ma può aiutarti a guardare all’avvenire con più serenità.

Aipd, Associazione Italiana Persone Down, Sezione Perugia

Genitori, familiari o tutori di persone con Sindrome Down

UN voloNtarIato Dalla partE DEglI aNImalI

A Collegno, alle porte di Torino, nel cuore del Parco agrofluviale della Dora Riparia, c’è un rifugio per animali da tutti chiamato semplicemente “da fattoria” o, molto più cinicamente, “da reddito”, salvati da maltrattamenti, macellazione e abbandoni.

Mucche, cavalli, asini, maiali, pecore e capre, conigli, galline, oche: animali conosciuti dai più come merce, “macchine” che producono cibo e non esseri viventi e senzienti, capaci di emozioni: affetto e riconoscenza, amicizia, dolore, gioia, paura.

Dopo essere stati salvati, nel nostro rifugio, gli animali vengono curati, nel corpo e nella mente, vengono aiutati ad avere di nuovo voglia di vivere e ad iniziare una nuova vita, finalmente libera e senza terrore. Ogni volta, anche noi impariamo a conoscerli e rispettarli nella loro diversità, nel loro bisogno di esprimersi e relazionarsi, nella speranza di far dimenticare loro le violenze subite.

Nella nostra fattoria, “diversa” da tutte le altre, gli animali tornano ad essere soggetti e non cose, qualcuno e non qualcosa. Lo facciamo da diversi anni, per offrire un senso di concreta solidarietà a questi animali, fatti nascere per essere parte di una “catena alimentare” senza soste, “fatti nascere per morire”.

Grazie all’uso di campagne pubblicitarie quasi totalmente basate su disinformazioni gravissime, si spacciano procedure aziendali basate su maltrattamenti gravissimi e quotidiani, come fossero aspetti quasi obbligati nell’organizzazione industriale degli allevamenti intensivi, legati ad un “ordinario ciclo” di violenza e sfruttamento.

Il nostro volontariato si è sviluppato su questo fronte difficile e durissimo, gli animali “da reddito”, dopo aver fondato, tanti anni fa, il primo rifugio per cani e gatti frutto della collaborazione tra il volontariato animalista ed il Comune di Collegno, prima ancora che, nel 1991, la legge 281 iniziasse finalmente a considerare i cani e i gatti (definiti animali “da affezione”) come portatori del diritto alla tutela dai maltrattamenti.

Quello per noi, fu solo un primo passo, certamente non poteva bastare. Il mondo del volontariato sa bene che, anche dopo un successo,

dopo segnali positivi per una cultura di progresso e di solidarietà, non ci si può fermare: c’è sempre così tanto da fare, per non scivolare di nuovo indietro.

Solo alcuni anni fa, altissimi dirigenti della Sanità pubblica, in occasione di un incontro istituzionale, davanti alla richiesta educata di una maggiore attenzione dei Servizi Veterinari verso il rispetto ed il benessere degli animali, ci avevano detto che le Istituzioni non avevano tempo da dedicare alle richieste di chi si occupa di hobbies.

Sembra incredibile, ma l’impegno, la passione, il lavoro quotidiano in regime di totale volontariato a favore dei diritti degli animali era stato tradotto meschinamente in attività hobbistiche e secondarie, come la raccolta dei francobolli, gli scacchi o la canasta.

Dopo quell’intervento, lasciammo la sala della conferenza vista la gravità di quelle affermazioni e delusi da una così bassa capacità di dialogo. Ci inseguirono per le scale chiedendoci scusa per un “evidente equivoco” di comunicazione e dichiarando che avrebbero fatto tesoro dell’errore commesso.

Anche questo è volontariato, pretendere civilmente dignità, per noi e per gli altri, per i più deboli, soprattutto, e gli animali sono i più deboli tra i deboli, senza diritti, senza parola, destinati da sempre a subire e ad essere solo sfruttati.

Il nostro volontariato tende a stimolare gli umani a pensare e riflettere, a comprendere la bellezza degli animali liberi di non doversi esibire e di non dover conquistare applausi, come nei circhi, negli zoo, nelle finte riserve naturali, di non essere scartati e venduti al macello perché, “se non rendono più, non meritano di vivere”.

Le cose pian piano sono cambiate e continuano a cambiare, ma cosa sarebbe il mondo, è questa la domanda da non dimenticare mai di fare e di farsi, senza la presenza coraggiosa e attiva del volontariato? Cosa sarebbe degli animali, nella nostra società troppo spesso tanto cinica e pigra verso la sofferenza, se non ci fosse il volontariato?

Così, il nostro rifugio, da anni è diventato un “fortino” contro l’insensibilità: non chiediamo agli altri di amare gli animali come li amiamo noi, ma chiediamo rispetto, disponibilità a conoscere, cu-

riosità ad approfondire una realtà che tanti hanno sempre cercato di considerare “invisibile”.

In questa direzione si è posta anche la recente realizzazione di una mostra fotografica che ha come scenario la fattoria/rifugio, i nostri animali e i tanti bambini che ci vengono a trovare.

Foto che raccontano come siano spontanei, immediati e sempre positivi i contatti tra animali e bimbi, soprattutto quando questi ultimi non hanno subìto i tanti condizionamenti negativi dettati da false informazioni e tradizioni “manipolate”: “gli animali non soffrono”, “sono nati per essere usati dagli uomini”, “gli animali sono sporchi, non ti avvicinare”, “stai attento che ti mordono”.

I bambini e tutti coloro che vengono a visitarci “scoprono” invece maiali, cavalli, mucche, asini, pecore, capre, oche, galline, conigli che forse non hanno mai visto da vicino e non hanno mai conosciuto così, e gli animali, nonostante le violenze subìte prima di essere salvati, quasi come in una magia, spesso si fidano di nuovo e si avvicinano curiosi, desiderosi di socializzare.

Anche questo è il nostro fare volontariato: un piccolo contributo quotidiano al cambiamento della cultura della nostra società, con umiltà, con passione, con voglia di fare e raccontare una verità semplice, ancorché spesso nascosta e negata, quella del diritto alla dignità degli animali, a veder riconoscere le basi di una nuova e diversa convivenza con gli umani.

Per essere coprotagonisti, in una realtà che scelga l’approfondimento, la curiosità, la solidarietà verso gli altri e non la supremazia e lo sfruttamento.

Noi di Vivi gli Animali, con il nostro volontariato quotidiano, abbiamo sempre ritenuto che il tentativo di sensibilizzare i cittadini a tenere comportamenti sempre più attenti al rispetto della dignità degli animali non potesse essere disgiunto da una più grande visione di responsabilità generale nei confronti dell’ambiente, del clima, della riduzione dell’inquinamento e dei rifiuti.

Lo stesso continuo nostro impegnarci per salvare gli animali dai maltrattamenti è stato da sempre inteso come un’azione da coniugare,

indissolubilmente, con la proposta alla società di cambiare modalità di vita basate su un consumismo sfrenato e irresponsabile verso le risorse naturali.

Per questo siamo convinti che il nostro impegno sociale e culturale debba stimolare, da parte dei giovani soprattutto, un’inversione di rotta nel rapporto con l’ambiente, una nuova sensibilità per il futuro del Pianeta.

Non per niente, proprio riguardo questo fondamentale tema, siamo stati tra i primi a condividere la bellissima iniziativa internazionale “Sciopero per il clima”, promossa dalla ragazza svedese di 16 anni, Greta Thumberg, e condivisa da milioni di studenti in tutto il mondo per salvare il clima della Terra.

Non salviamo solo gli animali, ma offriamo anche a persone socialmente ed economicamente “esposte”, occasioni di solidarietà e comprensione, spazi sereni dove riconquistare fiducia nei rapporti umani.

Partendo dalla nostra attività di tutti i giorni e dall’attenzione che poniamo nei confronti dei più deboli, ci siamo sempre più convinti che non si possa e non si debba indietreggiare mai nel difendere la giustizia e la dignità per tutti gli abitanti del mondo, umani e non, e rivendicare il rispetto dell’Ambiente, come valori generali e superiori.

Non è mai troppo tardi per agire.

Non è mai troppo presto per coinvolgere gli altri con il volontariato attivo.

Michele Suma

Vivi gli Animali Onlus Un rifugio per animali salvati da maltrattamenti

l’IN-voloNtarIo

La mia storia di volontario non ha un inizio e non lo ha, non perché si perda nel tempo, in quanto non è mai cominciata e non è in fondo la storia di un volontario. Sarebbe troppa cosa. è solo la mia storia e in quanto tale non è un granché se non fosse per un fatto che riguarda tutti. Ognuno incontra, almeno una volta nella vita, una persona che lo può rendere migliore, ne sono convinto ed è questo quello che è successo a me. Niente di più.

Mi ero appena laureato in Scienze Politiche, quella Facoltà “di mezzo” che ancora adesso mio padre all’età di 86 anni e con dolce sarcasmo apostrofa così : “Ma che c… di lavoro fa quello che si laurea in Scienze Politiche?”, quando iniziai a fare le mie prime esperienze come volontario grazie ad un corso di italiano per stranieri presso quella che ancora oggi è la mia Onlus del cuore, il Cidis di Perugia. Finito il corso, per qualche mese, insegnaii italiano ai bambini e alle bambine Rom (già considerate “ragazze” e alle quali spesso i genitori vietavano le lezioni) presso un campo vicino ad Assisi, la città di San Francesco. Assisi, quale luogo migliore per iniziare ad aiutare gli ultimi.

Fu un’esperienza molto forte che ancora adesso, a distanza di 25 anni, ricordo bene. Insegnavo l’alfabeto in una stalla, tra cavalli, forconi e balle di fieno. Per farmi accettare dalle famiglie più diffidenti, a volte, mi fermavo a cena tra una roulotte e l’altra a mangiare gallina in brodo e insalata poco condita. In fondo anche mia nonna Ida, umbra di Costacciaro trasferitasi poi a Cortoghiana in Sardegna, me la cucinava spesso quando andavo a trovarla con la mia famiglia di Nùoro. Certo, forse faceva un po’ più attenzione al servizio, ma nei campi rom quello era. L’estate di quell’anno, poi, la passai con il Servizio Civile Internazionale in un campo sul Monte Tezio, sempre in Umbria, ad accogliere alcuni ragazzi e ragazze che fuggivano dalla terribile guerra in Bosnia ed Erzegovina. Bella esperienza anche questa. Erano ragazzi poco più giovani di me. Ed è proprio quando incontri ragazzi della tua età che ti rendi conto di quale fortuna si ha a nascere e crescere in un paese come l’Italia. Ma questo spesso ce lo dimentichiamo e pensiamo che i barconi arrivino da Marte.

Ma come dicevo la mia storia non è propriamente quella di un vo-

lontario. Con la laurea in tasca e per giunta dopo un altro anno passato (vorrei usare il termine “buttato” ma non lo farò…) a fare il militare (all’epoca ancora c’era e non era certo volontario), decisi che era ora di pensare al mio futuro lavorativo. Smisi di fare il volontario, come se ciò mi precludesse altre vie, ma in realtà non era così: fui semplicemente egoista. Solo dopo l’ho capito. Dovevo però trovare lavoro. Feci allora un Master in economia aziendale e, dopo uno stage, cominciai subito a lavorare. Non c’era tempo per altro, o forse ce ne era solo per quello che mi faceva più comodo: il calcio e la vita da ragazzo. Il tempo è una variabile che, se non sai gestire, ti fa mettere da parte quello che è meno comodo, ma, a volte, quello che è più importante. Feci anch’io così. Oltre 15 anni senza fare “un’acca” per gli altri. Per me però sì.

In quegli anni ho costruito la mia vita. Lavoro, amici, compagna, figlia. è tutto in fondo. è veramente tanto. Per questo mi ritengo un uomo fortunato. Fortunato ad aver incontrato Francesca, la mia compagna di vita, che nel 2009 darà alla luce e mi regalerà la gioia più grande: nostra figlia Costanza. Noi siamo anche le persone che incontriamo e la mia fortuna è aver incontrato loro. La vita però a volte non è una favola, neppure quando è lì a due passi dal fartelo credere. Quello che voglio dire e che a quest’ora della notte indugio a scrivere, è che nel giro di due anni dal 2010 al 2012 un tumore mi ha portato via Francesca. L’ha portata via a me e alla sua piccola creatura, Costanza, che ora mentre scrivo dorme qui vicino a me. L’ha portata via alla sua mamma Marisa, che ora mi aiuta a far crescere la piccola e l’ha portata via a tante persone che le volevano bene.

A distanza di sei anni, da quel 16 maggio del 2012, non ho mai scritto di questo. Un po’ perché della morte, dei propri cari poi, è già difficile parlarne, figuriamoci scriverne. Un po’ perché non ho mai trovato un vero motivo per farlo. Ne ho parlato tanto, quello sì, e a qualcuno potrà essere sembrato troppo. Ma così ho fatto. Aprirmi è stato un elemento fondamentale per andare avanti. Ma ecco scriverne no, non l’ho mai fatto. Quando si ha una perdita così grave, così personale e così tua, credo che nessuno e niente ti possa dire cosa fare e come reagire. Prima occorre capire ed io ho dovuto aspettare un anno. Poi ho dovuto solo vedere bene negli occhi di Costanza per capire cosa fare: vivere e aiutare gli altri in base alle mie possibilità. “Non vivere con la rabbia e il dolore di chi è stato privato della per-

sona più bella e cara della propria vita, ma con l’amore e l’aiuto che possiamo dare a chi ne ha più bisogno”. Con questa volontà ho rialzato la testa e ho guardato gli altri non con il lutto sul volto, ma con un sorriso. Ogni anno dal 2013, ai primi di giugno, ricordo Francesca, non in una chiesa, ma nel suo giardino. è nato così “Il Giardino di Francesca”. Un’iniziativa di raccolta fondi per sostenere persone bisognose e progetti nel campo del sociale e della salute. Il giardino era per Francesca il suo luogo più caro. “Per ricordare Francesca, viviamo insieme il suo giardino…”: sono queste le parole con cui invito vecchi e nuovi amici a stare insieme un doppio pomeriggio e provare a fare del bene per chi ne ha più bisogno.

Ho sempre pensato che aver conosciuto Francesca e aver vissuto con lei undici anni della mia vita, dannatamente troppo pochi è vero, sia stato altrettanto dannatamente troppo bello. Aver avuto da lei Costanza è una fortuna così grande per la quale, ancora oggi, ogni mattina quando mi sveglio ringrazio il cielo. Sei anni fa scrissi: “Una delle cose che ho ammirato di Francesca, nell’affrontare la malattia, è stata quella di non aver avuto rabbia e chiudersi in sé, ma continuare ad amare chi le stava vicino”. Non l’ha fatto lei, non lo fanno le persone che ci lasciano, anche quando sono sconfitti dalla malattia, non lo dobbiamo fare noi. Un grande insegnamento in questo senso, qui a Perugia ce lo ha dato recentemente a tutti noi , anche a chi, come me, non ha avuto la fortuna di conoscerlo, il grande Leonardo Cenci, Associazione Avanti Tutta. Chi conosce o vorrà conoscere la sua storia imparerà molto della vita.

Continuare ad amare è la cosa da cui sono ripartito. A cosa servirebbe fermarsi o andare dritti alla cieca nella direzione che gli eventi ti conducono? Bisogna trovare la propria strada, non quella che gli altri ti indicano. Forse neanche questa che sto scrivendo io qui, ma quella che ognuno trova in sé e per sé. Sei anni fa, io ho scelto di non chiudermi nel dolore ma di aprire il Giardino agli altri. Prima una volta all’anno, ora sempre più spesso. Per costruire qualcosa di importante per gli altri. Qualcosa anche di piccolo, forse, ma non importa. Le grandi imprese sono nate in un garage invece in questa storia qualcosa nasce in un piccolo giardino della periferia sud di Perugia, in Strada Tuderte 111. Non importa se l’impresa rimarrà piccola e aiuterà solo poche persone. A tante ha già aiutato e a noi, che aiutiamo, aiuta ogni volta. Insieme ai tanti amici, che ogni anno

mi aiutano e riempiono con allegria e generosità il Giardino, abbiamo raccolto più di diecimila euro sostenendo così decine di piccoli ma reali progetti nel campo del sociale, della salute e della cultura, nella nostra Umbria e non solo. Nel sito web www.francescabellini.it e nella pagina facebook “Il Giardino di Francesca” scrivo quello che facciamo. è poco, forse in fondo nulla, ma non importa. Francesca mi ripeteva spesso: “Non importa dove ma con chi”.

A ben vedere è così per tutto. Non importa quanto tempo, quanto denaro, non importa quanto. Importa cosa fai, importa per chi e come lo fai.

In questo progetto ho la fortuna di aver al mio fianco persone fantastiche, in primo luogo quegli amici folli che sono i Cavalieri della Tavola Apparecchiata, senza i quali il Giardino con oltre 200 persone a cena, non sarebbe neppure immaginabile. E tanti altri che arrivano puntuali la mattina prima e la sera poi, a caricare e scaricare decine di pesanti tavoli e panche con cui trasformo il Giardino in una sorta di parco pubblico. Tutto quello che facciamo per gli altri, anche se poco, è tanto. La fatica, la stanchezza, il dolore, la rabbia, la nostalgia, la sconfitta non sono niente in confronto.

Ma non è così. Il dolore è tanto, la rabbia non cessa mai. La nostalgia ti corrode dentro come un tarlo. Non smetterò mai di pensare a Francesca e la sera non smetterò mai di essere triste al suo ricordo.

Ma penso che la mia stanchezza non sia niente in confronto al sorriso di chi aiutiamo. Anche se non sei lì a guardare il suo gioioso sguardo, anche se lo aiuti appena un po’ e, in fondo, sai benissimo anche tu, che lo fai per lui ma che lo fai, dannatamente, anche per te.

Pietro Floris

Il Giardino di Francesca Raccolta fondi per progetti e attività di beneficenza

sErvIzIo CIvIlE: qUattro tEstImoNIaNzE pEr UN’EspErIENza UNICa

Mi chiamo Sara, ho 26 anni e mi sto laureando in psicologia del lavoro e del benessere nelle organizzazioni; quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sulla mia esperienza da volontaria ho subito pensato: adoro scrivere, lo faccio subito! Poi è subentrato il problema pratico del: ho iniziato da troppi pochi mesi, che cosa potrò mai raccontare di significativo? Passati questi “troppi pochi mesi” il problema era l’opposto: sono successe troppe cose, come posso raccontarle tutte in così poco spazio? Ecco, questa potrebbe già essere una splendida sintesi della mia esperienza di volontariato al Centro Servizi per il Volontariato di Vol.To, nell’ambito del programma del Servizio Civile Nazionale.

“originalmente diversi, essenzialmente uguali” è il motto che dà il nome al progetto che Vol.To ha attivato quest’anno ed è anche l’espressione che meglio racchiude l’intento formativo e informativo che portiamo avanti nelle scuole superiori che hanno scelto di aderire a questa iniziativa.

Si articola in un breve ciclo di due incontri, svolti all’interno delle classi terze e quarte di alcuni istituti torinesi, col fine di sensibilizzare i ragazzi sulle tematiche della discriminazione e sui concetti di “stereotipo”, “pregiudizio” ed “etichettamento sociale”.

Il progetto si occupa di informare i giovani su che cosa significhi “cittadinanza attiva” e di promuovere il volontariato come strumento di integrazione sociale, capace di assorbire quella diversità che oggi si fa sempre più evidente e bisognosa d’esser notata e gestita.

L’obiettivo è quello di giungere alla consapevolezza che siano più le cose che ci accomunano rispetto a quelle che ci dividono, a dispetto della tendenza umana che fa caso sempre più alle differenze che non alle similitudini.

Il messaggio che tentiamo di passare ai ragazzi è quello che la differenza sia una caratteristica da valorizzare e non un divario da colmare, ignorare o debellare. Rendersi conto d’essere “originalmente diversi” significa prendere atto delle differenze che ci contraddistin-

guono e rendono unici, per ragionare in termini di valorizzazione di quelle diversità.

Dal riconoscimento di queste differenze si può iniziare a parlare veramente di uguaglianza intesa non come tentativo di appiattire la diversità fino a farla sparire, ma come volontà di assicurarsi che tutti possano avere uguali diritti e pari opportunità di accesso alle risorse.

“essenzialmente uguali” è il messaggio che dovrebbe essere trasmesso ai ragazzi e alle nuove generazioni; così che possano imparare a non avere paura di ciò che è nuovo e diverso, ma ad esserne curiosi.

Queste tematiche mi sono sempre state molto a cuore; mi hanno animato, interessato, appassionato e fatto arrabbiare. Questo progetto di servizio civile mi ha dato l’opportunità di vivere un anno speciale sotto molto punti di vista: mi consente di occuparmi di formazione, mi garantisce una piccola autonomia economica mentre termino i miei studi, mi fornisce un’incredibile esperienza di lavoro protetto in cui posso sperimentarmi, proporre, sbagliare e imparare. è un banco di prova dove sviluppare le mie competenze professionali dopo troppi anni passati ad accumulare solo conoscenze, è un’occasione unica di crescita personale.

Ho sempre creduto che il punto di partenza per diffondere una cultura della valorizzazione e non del timore, fosse la scuola con i suoi giovani, ecco perchè ho scelto di partecipare a questo progetto. Inoltre sentivo il bisogno di ripartire nel miglior modo possibile e volevo essere utile non solo a me stessa, ma anche al prossimo. Al termine di un breve, ma intenso periodo di depressione, ho deciso che era così che volevo ricominciare a vivere e a partecipare attivamente: facendo qualcosa che mi permettesse di lavorare sulla persona che avrei voluto diventare e avrei potuto farlo solo partendo da uno dei punti cardine del mio sistema di valori.

Da quell’argomento che è sempre stato capace di accendermi e di farmi discutere per ore con chiunque, nel tentativo di far passare quelli che ritenevo messaggi importanti.

L’insensatezza delle discriminazioni, la pericolosità di stereotipi e pregiudizi e le implicazioni psicologicamente disastrose che si accompagnano alla sensazione d’essere etichettati da qualcuno, con

un’etichetta che non ci rispecchia perché racconta solo il 10% di quello che siamo.

Questo progetto mi ha dato modo di confrontarmi con colleghe mie coetanee, di scontrarmi con loro, di toccare con mano la diversità di cui eravamo portatrici noi per prime e che, per essere gestita, richiede uno sforzo continuo e costante da parte di tutte.

Uno sforzo necessario per riuscire a lavorare insieme e portare nelle classi esattamente questo, la risposta alla domanda: come hanno fatto una laureanda in ingegnere biomedico, una in comunicazione e media, un’appassionata indologa e una quasi-psicologa a lavorare insieme? La risposta è: ci abbiamo lavorato, nulla è arrivato senza sforzo.

Abbiamo lavorato su di noi, oltre che sul progetto, per cercare di portare in classe non solo il messaggio di cui si fa carico il progetto, ma anche la nostra esperienza più personale su come siamo arrivate al nostro primo, piccolo traguardo: la prima formazione in classe passata dall’altro lato della “cattedra”.

L’ultima attività che abbiamo scelto di proporre ai ragazzi è stata una rivisitazione dell’esperimento sociale danese intitolato “all that we share” (tutto quello che condividiamo). è stata un’esperienza breve, poco meno di dieci minuti, ma che è stata capace di dare una prova visiva e tangibile di quelle diversità che sono talora causa di vicinanza con quelli che crediamo più distanti, talora motivo di lontananza da quelli che sentiamo più prossimi.

La classe si è inizialmente divisa in tre gruppi a seconda delle origini di ciascuno; già solo questa semplice suddivisione ha dato modo ad alcuni ragazzi di rendersi conto che più di un loro compagno di origine straniera fosse in realtà nato a Torino e rientrasse quindi nel gruppo dei piemontesi.

Quanto è stato facile rendersi conto che, cambiando più volte il criterio di formazione dei gruppi, cambiando il nostro punto di vista sulla realtà, quei gruppi iniziali all’apparenza così solidi e significativi si fossero completamente persi, rimescolati, confusi, uniti!

Chi ha mai fatto volontariato? Chi è uno sportivo? a chi piace la piz-

za? Chi canta sotto la doccia? Chi si sente timido? Chi è innamorato? Chi crede in qualcosa? Chi non si sente capito? e infine… chi lavora o studia a torino? Tutti? Ma proprio tutti, tutti? Eh già.

Davvero crediamo che essere nati a Torino, piuttosto che a Catania o a Tunisi, possa fare poi molta differenza? è solo questione di allenare lo sguardo a notare cose diverse. Siamo tutti diversi, certo, originalmente diversi.

Finora “Servizio Civile” è stato, per me, tutto questo: opportunità d’imparare, di sperimentarsi, luogo d’incontro e condivisione, crescita personale. Il ritorno che mi dà è esattamente il motivo per cui ho fatto questa scelta e per cui la porto avanti, cercando di mantenere intatto l’entusiasmo dei primi giorni anche di fronte alle inevitabili difficoltà.

Allenarmi a valorizzare anche quelle difficoltà e a gestirle, un po’ come si fa con le differenze, invece che limitarmi a sperare che spariscano o che non si ripresentino, è esattamente la ragione per cui consiglierei questa esperienza: perché mi sta dando tanto sia in termini di contenuti e della formazione che offre in aula e sul campo, sia della palestra di vita che mi “costringe” a fare. E dire che non sono mai stata una sportiva!

Il viaggio ti cambia la vita, un volo di solo andata…

Poter considerare casa dove sei nata, dove sei cresciuta e dove sei arrivata.

Avere 9 anni e andare il primo giorno a scuola dove non conosci nessuno e soprattutto non sapere neanche una parola in italiano, vi assicuro è una cosa non facile, ma ora questo fa parte del passato; oggi sono una ragazza di 24 anni, che studia Ingegneria Biomedica e anche se sembrerebbe strano ho deciso di intraprendere l’esperienza del Servizio Civile, un po’ per mettermi alla prova, un po’ per dimostrare che anche i ragazzi stranieri, nonostante davanti alla legge non siano italiani, sono socialmente attivi; dopo tutto, questa è la mia

patria ora.

La scelta del progetto non è stata per niente casuale; abbiamo a che fare quotidianamente con stereotipi e pregiudizi e purtroppo superarli sembra facile, ma non lo è. Viviamo in una società dove è più comodo allontanare, escludere ed etichettare chi è diverso da noi.

Spesso siamo vittime di questi fenomeni, ma al contempo siamo anche i carnefici, però non tutti lo ammettono e se il mondo fosse uno specchio e tutto quello che c’è intorno non fosse che il riflesso dei nostri pensieri e sentimenti interiori?

Nonostante abbia iniziato questo percorso da soli 2 mesi, le mie capacità e le mie attitudini stanno migliorando di giorno in giorno; sono quotidianamente a contatto con persone differenti da me che, proprio per questo, hanno tanto da insegnarmi, e poi capisci che se lo vuoi, anche senza andare lontano, la vita te la cambi.

La scelta del servizio civile è una scelta importante, anche se spesso non è fatta consapevolmente; le esperienze possibili sono tantissime e tutte su temi sociali di grande serietà. La scelta del servizio civile ti aiuta a crescere, ad essere più tollerante e a capire che ognuno ha una propria anima che, sia essa forte o debole è comunque umana.

La scelta del servizio civile ti aiuta a imparare quanto siano importanti le relazioni, il confronto e l’ascolto, sto imparando quanto possa essere difficile l’ascolto dell’altro, ma anche a che grandi cambiamenti porta. Semplicemente ascoltare una persona può cambiarle l’anima, rasserenarla, perché se qualcuno ti ascolta senti di esserci, di vivere.

Ho scelto questo progetto del servizio civile perché mi sarebbe piaciuto, quando andavo io a scuola, che qualcuno parlasse di queste importanti tematiche che, ahimè, servono anche alle persone più grandi. Ho sempre pensato quanto poco importante sia conoscere i termini specifici o dare la definizione corretta.

D’altronde posso anche non sapere la definizione precisa di pregiudizio o di discriminazione, ma questo non significa non essere con-

sapevole di cosa siano e di cosa comportino. L’obiettivo è formare sulla consapevolezza non sulla teoria.

Ho imparato quanto importante sia la scelta del volontario, il suo tempo e la costanza. Il volontario non regala benessere, ma mette a disposizione i mezzi per far si che la persona con cui interagisce costruisca da sé il proprio benessere. Ha il grande compito della consapevolezza. La scelta del servizio civile ti aiuta all’interno di questo percorso di consapevolezza, difficile si, ma importante per la vita.

Sara Sozzi

Ho scelto di svolgere il servizio civile quest’anno perché volevo mettermi in gioco; ho sempre patito parecchio l’intolleranza, la disuguaglianza e la discriminazione. Questo mi ha spinto ad intraprendere degli studi universitari che mi facessero scoprire culture diverse dalla mia, per studiarne la storia e la lingua e, successivamente, a viaggiare per far crollare quei confini immaginari che, secondo alcuni, ci dividono.

Tutto questo ha fatto sì che io non cadessi vittima di quelle idee e di quei pensieri che tanto pativo, però non stavo apportando nessun cambiamento nel mondo. Era, quindi, giunto il momento di agire e di mettere in pratica tutto quello che avevo imparato negli ultimi anni.

Ho capito che avrei dovuto fare di più, quindi ad agosto 2018 ho deciso che avrei presentato domanda per svolgere il Servizio Civile Nazionale.

Leggendo le varie proposte del bando del Servizio Civile di quest’anno son subito rimasta colpita dal progetto di Vol.To che prevedeva l’intervento nelle scuole volto a sensibilizzare i ragazzi sulle grandi tematiche sociali quali discriminazione ed etichettamento sociale, come conseguenza di un uso scorretto e smisurato di stereotipi e pregiudizi.

Penso che siano proprio i progetti come questo a dare la possibilità ai più e ai meno giovani di sedersi a tavolino e confrontarsi su quello

che avrebbe bisogno di essere cambiato; su quello che non si vuole più mandare giù; su tutte le cose che rendono impossibile il vivere serenamente nel posto che si vuole considerare casa, qualunque e con chiunque esso sia.

Ho iniziato da poco più di due mesi questo percorso ma posso già dire di essere cambiata molto, sia a livello personale che professionale. Fin dal primo giorno siamo state inserite pienamente nell’organico del centro servizi e siamo partite subito con la progettazione degli incontri nelle scuole.

La parte che mi ha appassionata di più è stata la ricerca e la creazione delle attività che avremmo dovuto proporre durante il primo incontro in classe. Ho avuto la possibilità di mettere in campo delle competenze che ho sviluppato al di fuori dell’ambito lavorativo e universitario; mi sono scontrata con mie debolezze e carenze, in più occasioni, che mi hanno dato modo di crescere; sto scoprendo un mondo totalmente nuovo che si sposa perfettamente con tutto quello che nella vita vorrei essere e fare.

Questo sta ad indicare quanto il servizio civile ti coinvolga come persona a trecentosessanta gradi.

rossella

UN moDo DIvErso DI pENsarE E amarE

Questa è la storia di una mamma e del suo bambino “diverso”.

Francesco oggi ha 10 anni ed ha la Sindrome di Asperger.

Un disturbo pervasivo dello sviluppo che compromette le capacità comunicative, di socializzazione e le relazioni sociali ed è caratterizzato da comportamenti, attività e interessi ristretti e stereotipati.

La difficoltà a comprendere le regole non scritte portarono Francesco, fin dalla scuola dell’infanzia, a essere ripreso dalla maestra. Il suo comportamento sociale spesso inadeguato, veniva scambiato per capriccio e ribellione. L’iperattività, che stava a significare uno stimolo troppo forte o un rumore insopportabile, non era sempre compresa.

Quello che non si conosce fa paura e capii in fretta che per aiutare mio figlio dovevo prima fare amicizia con questo drago invisibile per poterlo presentare a lui nelle sue vesti migliori, come un amico immaginario che gli sarebbe stato accanto per tutta la vita. Successivamente farlo conoscere a tutte le persone che facevano parte del nostro mondo.

Iniziai così un susseguirsi di approfondimenti e studi, ricerche e letture, visite mediche e consulti che mi portarono presto a mettere in pratica quanto apprendevo dai libri o dagli specialisti che consultavo: esercizi per la pazienza, allenamenti al rumore o agli sbalzi di temperatura, l’uso di un linguaggio più semplice e snello, una routine sempre più consolidata dentro casa per far apprendere a Francesco le autonomie necessarie alla sua indipendenza, l’utilizzo di immagini quando le parole erano per lui troppe pesanti.

Niente nelle nostre azioni era improvvisato, si organizzavano le giornate nei minimi particolari.

Spesso le crisi di rabbia ci lasciavano senza forze, ma bastava capire cosa le avesse scatenate per trovarci pronti ad affrontare la crisi successiva. Anni di smarrimento e paura durante i quali, quando entravo in un luogo pubblico, dovevo cercare sempre le vie di fuga oppure spiegare che mio figlio non era antipatico o maleducato ma solo un po’ diverso.

Con i primi miglioramenti arrivò anche la gioia di questa opportunità, orgogliosa di essere, proprio io, la mamma di un bambino così straordinario.

Nessuna parola o azione di Francesco è stata mai scontata e ordinaria.

I suoi interessi, sempre più inusuali e bellissimi, hanno aperto un mondo dal quale oggi non voglio più uscire. A quattro anni sapeva tutto sui dinosauri, a cinque si discuteva di mitologia greca e a sette di scienze e astronomia.

Poco importava se il centro commerciale era per noi un tormento o se una cena in pizzeria poteva trasformarsi in un incubo. Andava rispettata la sua diversità, il suo modo di sentire diverso, la sua sensibilità al mondo esterno.

Ma da bambino intelligente che era iniziò, anche lui, a chiedersi perché fosse diverso, perché avesse una maestra tutta per lui o perché facesse così tanta fatica a fare amicizia.

Nasce così il mio libro “amo solo te i dinosauri”, un viaggio indietro nel tempo dove racconto a mio figlio la sua storia , un regalo per lui, perché possa leggere tra le righe, quando sarà grande, l’amore immenso che ci ha unito e permesso di trasformare questa nostra difficoltà in un opportunità.

L’autismo è un mostro che fa paura.

Fa paura la solitudine che caratterizza la vita di famiglie come la nostra, l’isolamento a cui sei costretto per rimettere ordine nella testa di tuo figlio, l’amarezza quando devi spiegare che è una condizione e non una malattia e quindi non si guarisce, ma chi ti sta ascoltando, comunque, non comprende e ti risponde: “mi dispiace”.

Avevo bisogno di dare un senso a tutto questo, ecco perchè nasce AltrEmenti insieme per l’Asperger: un organizzazione di volontariato che si prende cura di bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico e delle loro famiglie.

Per me l’associazione è stato ed è tutt’ora un balsamo che lenisce le ferite e colloca i pezzi di un puzzle confuso ognuno al proprio posto.

Cosa sia invece per i genitori che ne fanno parte me lo sono fatta dire proprio da loro: AltrEmenti è un punto di riferimento, una seconda famiglia, un porto dove attraccare quando il mare è in tempesta e le difficoltà sembrano onde insormontabili; un punto di partenza per costruire un percorso per i nostri figli, un valido supporto grazie agli ottimi professionisti che ne fanno parte, un luogo dove rifugiarsi quando ti senti solo e sai di trovare persone che, come te, vivono le stesse esperienze, i stessi fallimenti e le stesse vittorie .

Ho il ricordo dei primi mesi in associazione: la timidezza di non conoscerci, il timore di un’altra scelta sbagliata, la speranza di trovare qualche risposta... e ancora ..genitori stanchi, in allerta, sfiduciati, visi spaventati.

Io sentivo il peso della responsabilità, allo stesso tempo ero emozionata perché quelle persone erano lì grazie a me, mi avevano visto o sentita solo una volta, ma forse qualcosa di buono lo avevo trasmesso fin dall’inizio!

Poi dopo una serie di incontri, un corso di comunicazione non verbale, una cena in pizzeria ed ecco che nascono le prime amicizie, arrivano le confidenze, ci si rilassa un po’, il confronto non fa più paura ma aiuta, ridimensiona tutto quanto perché ti accorgi che i problemi o le difficoltà, se condivise, pesano di meno.

AltrEmenti esiste perché l’Asperger non venga più trattato come una disabilità ma vissuto e rispettato per quello che è: un modo diverso di sentire e amare.

Perché il mondo possa conoscere la bellezza che si nasconde nelle stereotipie dei nostri figli e scoprire che dietro lo sfarfallio delle mani si nasconde una mente brillante.

I nostri bambini Asperger non sono da manuale, non sono una diagnosi su un foglio bianco e nemmeno una sterile definizione su un manuale di psicologia.

I nostri bambini sono molto di più!

Sono la maglia sempre sporca di cioccolato, il sorriso nel vedere il loro cartone animato preferito, sono la ragione dei nostri sorrisi, ma

anche di tanta rabbia e fatica, sono stupore e scoperta.

Sono bambini e ragazzi stravaganti con la capacità di vedere le cose sempre in modo creativo grazie alla loro personale visione del mondo.

Hanno l’umore ballerino e un carattere onesto e sincero sempre alla ricerca di apprezzamenti.

I nostri bambini sono un dono a cui la vita ha riservato un compito estremamente complicato, ma non sono nostri, ci insegnano ogni giorno con la loro meravigliosa diversità il senso di appartenenza che non ha niente a che vedere con il possesso.

Sono la nostra parte migliore e la più bella!

Oggi Francesco ha una consapevolezza di sé che gli permette di prendere le giuste misure con questo mondo per lui così spesso incomprensibile.

Qualche settimana fa ad una festa di carnevale avvicinandosi a me mi ha detto: “mamma mi dispiace ma credo che questo posto non vada bene per me, c’è troppa gente e troppo rumore, andiamo a casa”.

Ecco, ci sono ancora momenti, quelli che io chiamo da “cuore spezzato” con i quali dobbiamo fare i conti ogni giorno, ma sono sempre tanto orgogliosa di lui.

Spero che anche lui lo sia un po’ di me.

Chiara Bacci

AltrEmenti, Insieme per l’Asperger

Rete di aiuto e sostegno per tutte le famiglie con bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico

lE sCINtIllE DElla passIoNE...

Torino è cambiata molto dal periodo post Olimpiadi Invernali del 2006 ad oggi e sono cresciuti anche i suoi volontari.

Io e mio marito ci siamo conosciuti grazie al volontariato, siamo una coppia che cresce da anni nel volontariato. Il primo incontro avvenne per l’Ostensione della Sindone del 1998, già prima, facevamo parte: io della Croce Rossa e lui dell’Associazione dei Carabinieri volontari.

Siamo diventati una famiglia ed il volontariato non ci ha più lasciati: il 2006 con le Olimpiadi invernali di Torino è stato un grande anno: eravamo tutti e due impegnati ad aiutare gli atleti che provenivano da ogni parte del mondo; questa voglia di incontrare il mondo non ci ha più abbandonati.

Dopo le Olimpiadi 2006 è nata l’esigenza, in un gruppo molto unito di volontari ex olimpici, di creare una Associazione: Volo2006. Il nome scelto si origina come abbreviazione della parola volontario, ma ha in sè l’affermazione di una volontà (dal latino volo, vis) e ricorda il volare, il più antico sogno dell’uomo.

Ancora oggi  l'Associazione è molto attiva, a testimonianza che quanto vissuto allora ci è rimasto nel cuore, infatti l’impegno è anche nel campo del volontariato cittadino e non solo sportivo. Si cerca di dare una mano alla città e alle sue manifestazioni, con volontari di grande esperienza e con conoscenze linguistiche non indifferenti, il tutto frutto di grande professionalità.

Siamo una grande famiglia con persone di tutte le età, splendidamente unite.

L’associazionismo in Italia è una risorsa fondamentale, senza il quale la vita non sarebbe così piacevole e utile agli altri: non esiste solo il denaro nella vita, ma anche la solidarietà, la capacità di fare esperienza attraverso l’empatia con gli altri volontari, tutti uniti per una causa comune.

Noi come coppia di volontari continuiamo anche a svolgere volontariato all’estero e negli svariati eventi internazionali che si svolgono in Italia, coinvolgendo anche nostra figlia Gemma.

Nel 2010 siamo stati a Vancouver in Canada per le Olimpiadi invernali, ospitati da altri volontari e dal Comitato olimpico. L’esperienza è stata fatta insieme alla Delegazione olimpica francese, con volontari provenienti da tutto il mondo.

Dopo l’evento ci siamo rivisti tutti a Parigi nella sede del Comitato olimpico francese, con la delegazione che era presente a Vancouver: un modo sia per creare una rete internazionale, che per viaggiare e scoprire nuove realtà.

Nel 2012 siamo stati alle Olimpiadi estive di Londra, come “NOC ASSISTANT”: assistenti linguistici per le delegazioni olimpiche. Eravamo con la Delegazione italiana, con la quale abbiamo vissuto gioie e dolori per le medaglie, ad esempio quelle della Scherma, oro argento e bronzo femminile, tutte Italiane. Ancora oggi l’atleta di fioretto, Di Francisca, ci riconosce nei vari eventi e insieme scambiamo due parole.

Abbiamo seguito campionati europei e mondiali, sia insieme alla nostra associazione Volo2006 di Torino, che come freelance: atletica, pattinaggio, badminton, scherma, curling, short track, pallavolo ... insomma, attraverso il volontariato sportivo abbiamo imparato un po’ tutte le regole dei vari sport.

Nelle prime olimpiadi giovanili di Innsbruck siamo stati presenti così come alle Universiadi di Torino e poi in Trentino nel 2013, anche insieme a nostra figlia Gemma.

Ai Master Games europei di Lignano: Olimpiadi per gli over40 e a quelli mondiali di Torino abbiamo finalmente sfilato anche con nostra figlia, che si è impegnata negli Open di golf di Monza. In questo evento mondiale, che coinvolgeva anche i minori, ha fatto assistenza ai tecnici inglesi per la gestione dei green di golf e ne è andata orgogliosa. Abbiamo del resto una figlia che ama tutti gli sport e ha praticato, fino a qualche anno fa, ginnastica artistica con ottimi risultati.

Grazie alla nostra associazione Volo2006 siamo venuti in contatto con altri tipi di volontariato: abbiamo partecipato sin dalla prima edizione a Terra Madre – Salone del gusto. Forniamo anche assistenza a molte manifestazioni cittadine soprattutto agli eventi europei

ed internazionali, perchè, conoscendo più lingue straniere, possiamo essere di molto aiuto come traduttori.

Con un’altra associazione abbiamo fornito assistenza con il ruolo di “Chaperone/Assistenti antidoping” per gli atleti da condurre agli accertamenti medici ante e post-gara, avendo noi un patentino rilasciato dopo un corso di specializzazione.

Dal 2012 la nostra storia di “coppia di volontari”, durante le Olimpiadi di Londra, è piaciuta molto e ci è stato chiesto di collaborare con il Museo olimpico di Losanna: oggi, nell’area dedicata ai volontari, ci siamo anche noi, con le nostre principali esperienze e le nostre foto... una vita per il volontariato e l’associazionismo, che speriamo di continuare a fare anche quando saremo più avanti con l’età e che abbiamo già cominciato a trasmettere a nostra figlia Gemma.

daniela, Carmelo, Maurizio, gemma

Associazione VOLO2006 “Passion must go on”

Associazione culturale che raccoglie volontari per manifestazioni sportive e non solo

CI volEva UN tErrEmoto pEr svEglIartI?

Il tremore del 30 ottobre è stato il più forte della mia vita. Una scossa che mi riverbera ancora dentro come quando ho perso mio padre.

Dopo la scossa cambiano le abitudini, gli spazi. Cambia il modo in cui ascolti, in cui ti comporti. Non senti più determinati odori, non vedi quello che eri abituato a vedere, non fai più quello che facevi. Ti adatti ad una realtà trasformata e ti trasformi un po’ anche tu.

Il terremoto mi ha fatto tremare dentro. In pochi secondi tutti abbiamo visto sbriciolarsi ciò che credevamo eterno, le certezze personali sgretolarsi insieme alle case e alle chiese.

Non riconosci più te stesso e quello che ti circonda. Perdi i punti di riferimento. Il terremoto ti scuote la casa, te la spacca, apre le strade, muove le montagne, fa tornare i fiumi, ed è come se vivi un azzeramento, un lutto, sei sospeso nel vuoto.

è in questo sconquassamento interiore ed esteriore che ho cominciato a pormi tante domande, ho cominciato a concentrarmi su quello che per me era davvero importante. Quando provi la sensazione di essere sopravvissuto nella tua città che è totalmente stravolta, mentre hai la casa inagibile, il quartiere irriconoscibile, i tuoi luoghi dei ricordi completamente stravolti, ti chiedi se abbia un senso il tuo essere ancora vivo. Ti chiedi: se sono ancora qui ci sarà un motivo?

Con alcuni amici il 26 novembre 2016 abbiamo costituito l’Associazione Montanari Testoni per il bisogno impellente di renderci utili per il nostro territorio che vedevamo ogni giorno più disgregato. Un’associazione di ragazzi che volevano trovare un senso al vuoto e al dolore che li perseguitava.

Forse senza un terremoto non mi avrebbero mai fatto presidente di un’associazione che ha accolto sotto una tenda da campo prima, dentro ad un container poi, progetti e iniziative come cineforum, seminari, progetti per bambini, ecc.

Abbiamo inventato uno spazio che non c’era per sentirci parte di qualcosa, per non perderci, per capire assieme che cosa ci stava succedendo.

Un’occasione il terremoto per rivedere come stare assieme, come gestire situazioni difficili assieme, come comunicare, come vivere.

Il terremoto mi ha aperto il cuore e la mente. Ho imparato ad accorgermi di quello che avviene dentro di me, a fidarmi, ad accogliere le necessità, ad ascoltare le persone e quello che accade per imparare dalla stessa nostra realtà.

Forse il terremoto ha risvegliato in me dei bisogni e dei desideri molto importanti che da tempo erano sopiti.

Forse il terremoto non è altro che un richiamo del cosmo per noi uomini, un monito per interrogarci e migliorarci e non solo un evento catastrofico che porta via ricordi e sacrifici.

Mi chiamo Maria Anna Stella e ho 31 anni e sono un’attrice.

Vivere a Norcia prima e dopo il terremoto ha modificato anche la mia idea di fare teatro, un teatro a favore degli altri, che ritrovi il senso profondo di strumento, di ricerca personale e collettiva.

“Io sono un Montanaro testone perché questo è il momento di mettersi in gioco ricostruendo l’interiorità delle persone attraverso piccoli gesti e grandi progetti per ripartire con attività che ci rendano vivi in questa desolazione che il terremoto ha fatto emergere”

Maria anna Stella

Associazione Montanari Testoni

Sostegno e progettualità per le popolazioni colpite dal terremoto del 2016

rINasCIta

Lunedì 26 ottobre 2009 mi trovavo a Roma per lavoro; ero partita molto presto quella mattina ed avevo una serie di impegni che mi avrebbero tenuta fuori casa per qualche giorno.

Alle 15, mentre stavo spiegando ad una platea di tecnici le normative vigenti in ambito di sicurezza ed evacuazione dai luoghi di lavoro, sento vibrare il telefono e con un’occhiata furtiva vedo che mio marito mi sta chiamando.

Non posso rispondere, sono nel pieno di una spiegazione tecnica, non posso interrompere, ma mio marito continua a chiamare. Alla prima pausa chiamo io e la sua voce spezzata dal pianto mi dice: “Laura vieni subito a casa… Lucio si è sentito male è in ospedale… è stato portato in sala operatoria… hanno riscontrato un’emorragia per rottura di aneurisma cerebrale… è molto grave… vieni subito”.

Bianca come un cencio, sono appoggiata al muro, se non lo fossi cadrei sicuramente, le persone che mi stanno vicine si accorgono subito che è accaduto qualche cosa di grave.

Attraversare Roma a quell’ora è davvero difficile, arrivo all’aeroporto dopo un paio di ore, ma non riesco a partire subito e vengo messa in lista per il primo volo del mattino dopo.

Mi arrendo e aspetto tutta la notte su una panchina dello spazio d’attesa, davanti ai banconi per essere la prima a fare il check-in.

Intanto sento mio marito: “Non ci sono novità … è ancora in sala operatoria … non ci dicono nulla … no, non sono solo, ci sono almeno trenta persone tra parenti ed amici che aspettano con me.”

Mi collego a Internet e digito “ANEURISMA CEREBRALE”. Mi si apre un mondo sconosciuto: spiegazioni sommarie, filmati di interventi, esperienze varie di familiari di pazienti, spiegazioni complicate con gerghi comprensibili solo dagli addetti. Ed ecco qualche dettaglio comprensibile. Finalmente capisco cosa è successo a mio figlio.

Lucio, 33 anni, 100Kg di muscoli x 1,85 di altezza, una vita sana da sportivo giocatore di rugby, aveva appena eseguito tutti i test per l’idoneità all’attività agonistica e i suoi parametri erano in regola.

Com’era possibile questa “cosa” che solitamente capita a chi fuma, si droga e conduce una vita sregolata?

Lucio non rientrava in nessuno di questi casi. Genetica? ... Non credo. Riesamino velocemente le morti dei parenti diretti e non trovo nessun caso che abbia attinenza con quanto gli sta succedendo.

Mi metto a pregare, prego e attendo notizie, che arrivano alle 3,30 del mattino: Lucio è stato portato in rianimazione, messo in coma farmacologico ed è in prognosi riservata.

Al mattino riesco a salire sull’aereo per Torino e all’arrivo trovo mio nipote Stefano, con gli occhi rossi di pianto di chi non ha dormito, mi accompagna subito all’ospedale raccontandomi quel poco che sapeva.

Arriviamo dopo un’ora, in tempo per vedere uscire dal reparto un letto con una serie di apparecchiature collegate ad una persona con la testa fasciata. è Lucio, è mio figlio, lo stanno portando a fare un esame angiografico.

Scendo in ascensore con lui e un medico mi spiega che vogliono verificare se ci sono altri aneurismi, poi faranno un consulto con il chirurgo, i medici vascolari e quelli della rianimazione, per decidere come procedere, solo allora ci presenteranno la situazione.

Non resta che aspettare. Ed ecco Sante, finalmente, mio marito … non riusciamo nemmeno a parlarci, ci abbracciamo e ci sciogliamo in un lungo pianto. Sono le 12 quando veniamo chiamati dai medici che ci presentano lo stato delle cose.

Lucio è stato sedato farmacologicamente, poi hanno eseguito l’intervento di “clippaggio” per fermare l’emorragia, si esclude la presenza di altri aneurismi, è stabile, il trauma si sta riducendo, ma è ancora in pericolo di vita.

Dopo quindici giorni il professore responsabile della rianimazione ci comunica che hanno effettuato la tracheotomia, togliendo l’intubazione, Lucio respira da solo. Questo è un buon segnale, da domani si riduce la sedazione e dovrebbe svegliarsi, ma ci vorranno dei giorni, non si sa come reagirà, bisogna continuare.

Lucio si è svegliato, ci ha riconosciuti, ha iniziato a parlare, ha mosso ogni parte del corpo; mentre si svegliava ho rivissuto tutta la sua infanzia, mi sembrava che stesse nascendo una seconda volta, ho ringraziato Dio per averci aiutato in questo momento così difficile.

Dopo 35 giorni di ospedale Lucio aveva riacquistato una certa autosufficienza e a questo punto è stato avviato alla struttura per la riabilitazione, poi grazie alle sedute del gruppo Aquilone lo hanno riportato alle normali condizioni di vita, anche se la memoria a breve termine era compromessa e permanevamo afasia e disturbi di comportamento.

Tra le varie attività finalizzate al recupero, Lucio è stato inserito in ambito lavorativo prima per qualche ora settimanale, poi qualche ora in più; nel contempo lo accompagnavo ogni giovedì in un centro a Torino dove eseguiva un corso di Computer, per riappropriarsi delle sue capacità.

Lo attendevo leggendo e conversando con le persone presenti e un giorno ho chiesto ad una operatrice se, mentre attendevo che Lucio terminasse la sua attività, potevo aiutare con qualsiasi lavoro. La signora mi indicò alcune Associazioni operative nel centro, che avevano necessità di volontari.

Sono così venuta in contatto e ho approfondito la conoscenza con il mondo del volontariato che sapevo esistere, ma che non frequentavo. Dopo un periodo di prova sono diventata volontaria di un’Associazione che si occupa di un centro diurno per persone affette da autismo, sindrome di down e problemi cerebrali.

Ho voluto fortemente inserirmi in questa attività come forma di ringraziamento per Lucio, ma mi sono resa conto, a poco a poco, che il mio operato, oltre a essere di aiuto all’associazione, era per me terapeutico.

Questi ragazzi, con la loro semplicità, mi hanno ridato un po’ di leggerezza, mi hanno riportata alle vere cose importanti della vita e mi hanno rasserenata. Quando ascolto i loro genitori che raccontano le problematiche a cui devono fare fronte ogni giorno e la paura che hanno per il futuro, per il “dopo di noi”, mi rendo conto di essere stata fortunata e minimizzo la gravità di quanto successo alla mia

famiglia.

Non parlo più dei miei problemi ma ascolto quelli degli altri e cerco parole buone per consolare o per strappare un sorriso a chi per tutta la vita ha dovuto e continua a portare avanti la vita di un figlio disabile.

Sono passati dieci anni da quando Lucio ha subito il trauma, ora sta bene, lavora, guida, è autonomo e da alcuni anni frequenta il gruppo dell’ATE (Associazione Traumi Encefalici). Nel gruppo i ragazzi, guidati dagli operatori Marco, Loredana, Luca, Alessandra, Antonietta e Cristina, svolgono attività volte alla socializzazione e al recupero delle proprie competenze.

Proprio un anno fa, sono diventata la Presidente dell’ATE, dopo la dipartita di Amorina Attanasio, che ne era l’anima e l’instancabile organizzatrice. Non era scontato riuscire a proseguire le preziose e proficue attività dell’Associazione, ed invece con il consiglio direttivo ci siamo rimboccati le maniche e siamo andati avanti.

Adesso, mentre continuo a frequentare, con l’attività di laboratorio creativo e di sartoria, l’associazione che per prima mi ha accolta come volontaria, dedico molto tempo e le mie competenze all’ATE: progettiamo nuove attività, guardiamo avanti, pensiamo al futuro, e questo è importante per tutti.

laura Bellagarda

A.T.E Associazione Traumi Encefalici Aiuto e sostegno per il recupero delle competenze delle persone che hanno subito traumi encefalici

parola ChIavE: DoNarE

Ho iniziato questo percorso di volontariato quando ero in primo superiore, era una delle tante attività scolastiche pomeridiane da poter fare a scelta.

Non ricordo e non so bene il motivo per il quale scelsi proprio di fare volontariato, ma da lì tutto è cominciato.

Per me è stata una delle esperienze più formative della mia vita, mi ha permesso di conoscere persone, modi di pensare, reazioni, e soprattutto la volontà, la passione, l’emozione. Questo periodo, durato più di cinque anni ha reso la mia vita e la mia personalità più forte, più comprensiva, più aperta e in grado di guardare negli occhi di chi ho di fronte, capendo che non esiste al mondo cosa più bella di donare.

É proprio questo che ha smosso la mia forza interiore durante quest’avventura, donare, donare come parola chiave nel volontariato e nella vita; ne ho fatto tesoro e la porto con me ancora oggi.

L’emozione più grande era guardare negli occhi di coloro che avevi davanti in quel momento, in quella circostanza, che spesso e volentieri non ti appartiene, è fuori dalla tua quotidianità, ti rimane strana addosso e quasi incomprensibile, e lascia dentro di te una sensazione di inadeguatezza, quasi come se fossi un estraneo che sta calpestando un suolo inesplorato.

Poi ti fai forza da solo, e ti domandi se sei giusto in quel posto, ti chiedi tante di quelle domande sull’umanità, sul perchè di quelle situazioni cosi “diverse” da te.

Ma in quei momenti, piano piano, cercando negli occhi della gente, nelle mani che stringono le tue, negli abbracci soffici di chi ha ricevuto tanto da te, e nella parola più bella del mondo: “grazie”, capisci che dovevi esserci, dovevi vedere, dovevi fare, dovevi donare, perchè è stato il miglior modo per ricevere.

Ricevere forza, tenacia, audacia, allegria, consapevolezza, volontà, gioia, e tanta gratitudine.

Capisci nell’istante in cui torni a casa che dentro te è cambiato qualcosa, e se nel primo momento portavi con te una sensazione di vuo-

to, di immensa malinconia, di sofferenza, ora ti senti ricco, pieno, colmo, e sai di poter dare tanto, di dover dare tanto e di poter ricevere molto di più.

Ritengo questo percorso un’esperienza di vita capace di arricchire emotivamente e personalmente ognuno di noi, e la consiglio a tutti coloro che abbiano voglia di crescere, di buttarsi a capofitto con anima e corpo; perche vi assicuro che sarà un’esperienza che vi ruberà il cuore.

A tutti coloro che desiderano donare una piccola parte di sè, per ricevere una piccola parte degli altri, la parte più bella, coinvolgente e gratificante è il sorriso di chi ha ricevuto tutto quello di cui aveva bisogno.

alessandra leoncilli volontaria

Da pIossasCo al BrasIlE: UNa storIa DI solIDarIEtà

Mi chiamo Giulia, ho 24 anni, vivo a Piossasco, un paese in provincia di Torino e mi sto per laureare in scienze dell’educazione, per diventare educatrice di comunità.

Nel 2017 ho deciso di partire, con l’Associazione Amici di Joaquim Gomes Onlus, per un viaggio di volontariato in Brasile a Joaquim Gomes, un piccolo paesino nel nord est, vicino a Maceiò, nello stato dell’Alagoas.

L’Associazione ha sede a Piossasco, sostiene i progetti di sviluppo e di solidarietà internazionale in Brasile e da qualche anno anche in Kenya. Nasce negli anni ‘90, grazie all’impegno e al legame con Suor Daniela Elia, originaria proprio di Piossasco, suora missionaria della Congregazione di San Giuseppe di Pinerolo, a Joaquim Gomes.

Da oltre 20 anni l’Associazione si impegna nel lavoro di sensibilizzazione e raccolta fondi sul territorio piemontese per i progetti internazionali. Per chi desidera partire per le missioni l’Associazione ha sviluppato un percorso di formazione per affrontare al meglio l’esperienza all’estero nei mesi di luglio ed agosto.

Nel corso degli anni sono partiti più di 150 volontari! I valori principali dell’Associazione sono lo scambio, l’incontro e la relazione con una cultura diversa dalla propria.

Due anni fa, durante il mio percorso di formazione, una delle prime domande che mi hanno rivolto i miei formatori è stata come mai avessi deciso di partire. Mi ricordo perfettamente la mia riposta: “ Ho deciso di partire, oltre per un aspetto umanitario che mi caratterizza, per trovare un senso di me, del mondo ed un senso di me nel mondo.”

Al mio ritorno da Joaquim Gomes posso dire di aver trovato questo e molto altro; a volte può essere difficile spiegare a parole quello che uno vive, non perché non esistono i vocaboli nella lingua italiana, anzi! Esistono parole come: amore, amicizia, legame, scambio...anche parole un po’ più brutte come: ingiustizia, miseria, violenza, povertà.

Tuttavia ritengo che per comprendere il significato delle parole

spesso quest’ultime vanno vissute, sentite e provate proprio in prima persona.

Oltre ad essere partita con l’Associazione Amici di Joquim Gomes, ho deciso di farne parte ed impegnarmi nei suoi progetti e nelle sue attività: ora siamo circa 40 soci attivi!

Attualmente ricopro il ruolo di formatrice per chi desidera partire per il Brasile e di formatrice e promuovo l’Associazione all’interno dei gruppi parrocchiali.

Perché ho deciso di impegnarmi nell’Associazione?

Ho sempre ritenuto che in questo mondo bellissimo esistono tante culture, anche molto diverse tra di loro, che possono comunque interagire, comunicare e creare una rete di scambio, pur mantenendo la propria identità culturale.

Proprio per questo motivo credo che tutti noi, a seconda delle proprie risorse, capacità e disponibilità, abbiamo un impegno nei confronti di questa Terra e dei suoi abitanti, per rendere questo posto un mondo più accessibile a tutti, senza andare ad intaccare o modificare la cultura di appartenenza.

Non sarà mai una sola persona che cambierà il mondo, ma quando s’incontra un gruppo di persone che lavora, ma lavora veramente per un bene comune, dove questo bene sono gli altri, allora possiamo parlare di cambiamento, possiamo così definirci promotori di cambiamento.

Ci potranno essere risultati che arriveranno prima e con più facilità e altri che richiederanno più tempo: questo non importa, da qualche parte bisognerà incominciare!

Concludo il mio racconto con una frase che mi piace molto: “nessuno salva nessuno, ma nessuno si salva da solo”. Non è mai stata la gloria di una sola persona che ha salvato il mondo, ma ciò che ha fatto veramente la differenza è stata l’unione, senza distinzione di provenienza perché le peculiarità di ogni individuo sono la vera ricchezza. Ognuno di noi, con la propria unicità, è indispensabile a creare la vera bellezza in questo mondo.

giulia

Associazione Amici di Joaquim Gomes Onlus sostiene progetti di sviluppo e di solidarietà internazionale in Africa e in Brasile

I lIBrI salvatI salvaNo la soCIalItà la “biblioteca” dedicata alla -Poesia delle donne

Il mondo segreto delle biblioteche con il suo carico di sapienza, storie e tradizione apparve di fronte a me in modo nuovo... a differenza di quelle canoniche che avevo sempre frequentato sin da quando ero studente. Si svelava l’unicità del progetto che già nel primo incontro era chiaro e potevo apprezzare l’originalità della piccola biblioteca di paese, che non sarebbe stata solo una raccolta di libri ma un luogo di incontro, di una nuova socialità culturale che aveva il potere di mantener viva la tradizione del luogo interagendo con il mondo intero del sapere.

Si apriva un universo nuovo con l’organizzazione delle biblioteche che potevano far rivivere i piccoli borghi dell’Umbria in parte abbandonati e in via di spopolamento da quando le opportunità di lavoro portavano i giovani nelle città più sviluppate nel settore industriale o dei servizi e certamente più comode nelle comunicazioni.

Al “paesello” si poteva tornare il fine settimana, se mai, per un breve saluto ai parenti e per una boccata d’aria fresca, lasciando che si morisse di inedia!

Si, la biblioteca era un’opportunità per far rivivere questi borghi ricchi di storia e per ritrovarsi, tuffarsi nella lettura, scambiare idee, invitare autori, organizzare conferenze, dopo aver scelto attentamente, per quanto riguarda i libri, il tema più adatto alla realtà locale, o meglio il “genius loci”, quello a cui il territorio era da sempre vocato al fine di mantenere saldo il legame con la tradizione.

“Salvare i libri dal macero” era pure un obiettivo importante che ben si confaceva con la mia indole di volontaria o “piccola missionaria”, come mi chiamava mia madre, consapevole che oggi migliaia di libri vengono “persi” e buttati ogni giorno, sia per fare spazio nelle case sempre più piene di oggetti ingombranti e figli del consumismo, sia per rinnovare gli scaffali, insomma per l’apparenza più che la sostanza. Immaginate invece di considerare le parole, i concetti, scritti nelle pagine e conservati lì per sempre ...quelli sì che sono da salvare sopra ogni cosa anche se la copertina è un po’ sciupata.

Aderii con entusiasmo al progetto di INTRA, come poi abbiamo chiamato l’associazione volendo intendere le “Iniziative trasversali” da portare avanti nelle varie realtà paesane che si sperava di coinvolgere successivamente.

Cominciai a pensare al tema legato al “genius loci” di Marsciano, il mio paese, che è da sempre identificato con la produzione dell’argilla ma non avevamo molti libri in merito a quel tema e considerai che, se mai ne avessimo trovati in futuro, avremmo aperto anche una seconda biblioteca magari all’interno del Museo del laterizio e delle terrecotte. La storia dei personaggi locali legati alla letteratura mi venne in aiuto. Esisteva già un Fondo Salvatorelli nella biblioteca comunale e dunque pensammo ad altri scrittori del luogo del secolo scorso. Mi vennero in mente:

Paola Febbraro, redattrice di Quotidiana di Poesia, nel 1994 curatrice per la rivista galleria, lezioni e Conversazioni con amelia rosselli, finalista del Premio L. Nobile nel 1994 con la silloge turbolenze in aria chiara.

Giuseppina Locatelli Mosconi, amica di Ada Negri, che fu ospite, più volte nel salotto culturale di Marsciano intorno agli anni ’30 nel periodo in cui, con l’ascesa della borghesia, si avvertiva il bisogno di ampliare i nuovi luoghi della socialità e si avviava un’ intensa attività culturale nel Teatro Concordia, costruito a fine ’800 .

Franca Maria Corneli, la poetessa che, frequentando la facoltà di lettere a Roma, entrò in contatto con i futuristi, tra cui Gerardo Dottori; da questa esperienza nacque la tesi di laurea sulla lingua del movimento, pubblicato nel 1942, riferimento negli studi filologici del linguaggio futurista e nel 1943  “L’aeropoema futurista”, con introduzione di Tommaso Marinetti.

Conclusi che, forti di questo precedente storico, la biblioteca dei libri salvati poteva essere dedicata al tema della “Poesia delle Donne” . Del resto io stessa scrivo da sempre liriche, faccio parte di giurie popolari nei concorsi letterari, ho organizzato il Premio “Sentieri di pace”, indetto per le scuole. Inizialmente avevo avuto qualche perplessità che mi impediva di non prendere in considerazione la voce maschile che tanto aveva dato alla letteratura nei secoli dedicando alle donne liriche e poemi immortalati, inoltre l’idea aveva il sapore un po’ forzato del femminismo che non mi doveva prendere la mano facendomi commettere errori nella valutazione letteraria.

Poi pensai che la poesia delle donne poteva diventare una raccolta completa del pensiero illuminato in campo artistico-poetico nel percorso culturale che le donne avevano fatto nel tempo. Come suggeriva il presidente Giuseppe “lo scopo di una biblioteca

dedicata alla Poesia delle Donne era scoprire, presentare, riproporre le piante e i profumi di incantevoli giardini spesso ignorati o perduti, e tributare un omaggio a quella metà del cielo che semina, coltiva (è lo Zenit), a quella metà che s’è sempre dimostrata più sensibile alla poesia dell’altra.”

Cominciò così un intenso lavoro per raccordarci con le istituzioni da cui ottenemmo un locale, a dir poco prestigioso, nell’Archivio Storico del Comune. Vi trasferimmo i libri che avevamo e ci accorgemmo che erano piuttosto pochi. Per dare un minimo di dignità alla nostra iniziativa, vi portai anche i libri che avevo a casa. In breve tempo raccogliemmo un grande e cospicuo patrimonio librario; ora abbiamo più di tremila libri di poesia di autori famosi, in tutte le lingue, ma anche di autori locali e pure in dialetto, l’idioma che fa parte della nostra cultura e va preservato.

Iniziò il lavoro di catalogazione non solo secondo i canoni seguiti dalle biblioteche nazionali ma secondo “anobii”, un social network che ha il vantaggio di mettere in rete i libri da noi posseduti con quelli di tutto il mondo. Questa operazione avrebbe avuto anche il vantaggio di far diventare la nostra biblioteca dei libri salvati un riferimento per tutti sul tema della poesia.

Fu davvero una grande emozione il taglio del nastro, questa volta “rosa” si potrebbe dire, per l’inaugurazione della la “Biblioteca dei libri salvati” dedicata a “La Poesia delle Donne”, fondata il 12/09/09 a Marsciano nel Palazzo Pietromarchi sede un tempo dei conti di Marsciano. Così, dopo quella di San Savino, nasceva la seconda sede delle nostre piccole biblioteche tematiche a dimostrare come si può passare dall’utopia alla realizzazione pratica quando si tratta di progetti importanti in cui si crede veramente. Per l’occasione, oltre alle autorità locali, c’erano nomi prestigiosi del mondo della cultura come Adriana Chemello e Attilio Bartoli Langeli dell’Università di Padova e Vittoria Surian titolare della EIDOS, Casa Editrice di sole donne. La cerimonia fu arricchita dalla presentazione de “Componimenti poetici delle più illustri Rimatrici di ogni secolo”, raccolte nel 1759 da Luisa Bergalli nella prima antologia della poesia femminile, la cui ristampa anastatica è stata fatta da Vittoria Surian che ci ha dato una reale testimonianza della “Bellezza nei Libri al femminile”. Con un’accurata documentazione è stato poi trattato lo “Scrivere delle Donne” da parte di A. Bartoli Langeli, professore di Paleografia Latina all’Università di Padova e presidente della

Deputazione Storia Patria dell’Umbria. Particolarmente apprezzata da un pubblico attento e colto la performance poetica di Federica Pieravanti e David Tassi, condotta da una sapiente regia attraverso le più belle liriche di tutti i secoli, A completare l’evento la mostra “Scultura poetica” di Sara Sargentini dell’Accademia di Belle Arti di Perugia, che ha saputo cogliere le sfumature liriche del nostro tempo.

Un vero e proprio gesto inaugurale che suggeriva un nuovo canone di lettura ed è stato di buon auspicio. La nuova biblioteca, che costituisce un’ importante realtà per Marsciano e per tutti noi, ha lo scopo di educare ad una sensibilità verso il patrimonio che i libri rappresentano, salvandoli dall’oblio per i lettori di oggi e di domani e portandoli a rivivere nelle nostre piccole ma preziose sedi.

I testi finora raccolti, tutti donati dai privati, sono numerosi ma contiamo sulla generosità delle case editrici, delle librerie, dei lettori, e perché no degli studenti, che di certo accoglieranno l’invito ad adottare un libro. Ora ci restava il compito di organizzare incontri e momenti di vita associativa che consentissero alla biblioteca stessa di diventare un punto di riferimento per la collettività; grandi furono le sorprese che il futuro ci riserbava ! Iniziammo con “Progetto lettura” promuovendo un libro al mese su cui discutere, organizzammo letture alla Casa di riposo locale, all’ospedale dove il progetto ha avuto successo a tal punto che ora stiamo allestendovi una biblioteca sul tema della medicina.

Nascevano di continuo idee nuove, come l’eruzione di un vulcano, e si realizzavano con tanto entusiasmo e anche con l’intenzione di collaborare alla formazione dei giovani mettendoli in contatto con le vecchie generazioni da cui apprendere la tradizione su cui confrontarsi. “Cittadini si diventa” , progetto attivato grazie al Cesvol, divenne oggetto di una interessante mostra sul gioco e sul giocattolo come mezzo di conoscenza e formazione per gli alunni che venivano sollecitati a scegliere giochi socialmente costruttivi basati sulle regole di rispetto e accettazione dell’altro.

Nell’autunno 2009 organizzammo un incontro con il poeta e drammaturgo vicentino Alessandro Cabianca sul tema “Le donne del mito greco: Antigone, Clitemnestra, Medea”. Sapevamo di sparare alto eppure , sebbene a Marsciano, paese di campagna, di boschi, di laterizi e di terrecotte, la sala si riempì di giovani ed anziani di ambo i sessi, un’ottantina di persone che con le loro domande trattennero il

relatore oltre l’orario di chiusura del museo che ci ospitava. Ci sembrava giusto continuare e promuovere anche la ricerca d’archivio e cominciammo a studiare le carte e i documenti che nel passato avevano costituito momenti di impegno locale; così scoprimmo l’importanza del teatro come aggregazione sociale e culturale e pubblicammo in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica per l’Umbria il libro “Del diletto e l’istruzione” documenti sul Teatro Concordia.

Altri libri, furono poi pubblicati grazie al Cesvol di Perugia, ad esempio la raccolta di poesie sulla 1° Guerra mondiale , in occasione del centenario del conflitto mondiale, “Pensieri di pace”, documenti e pensieri di scrittori da donare agli studenti coinvolti nel -Poster per la Pace- indetto dal Lions Club International, e antologie del concorso letterario nazionale GENS VIBIA, giunto oggi alla 17° edizione.

Si, perché era ovvio che legassimo al tema della biblioteca della poesia delle donne un Premio letterario che mantenesse l’identità locale con il nome di una Gens di origini etrusche e promuovesse l’idioma locale dando spazio alla poesia dialettale.

Da anni il Premio Letterario vede un successo crescente e, anche se è faticoso il lavoro da svolgere per coordinare la giuria, i partecipanti provenienti da tutta Italia, la lettura delle opere, la cerimonia di premiazione, è un piacere vedere l’affluenza di studenti e poeti che affollano la sala e che hanno avuto modo non solo di scrivere tenendo viva la poesia, ma hanno avuto l’occasione di visitare l’Umbria.

Interessanti infine le nostre giornate “Fuori dalle scatole”, organizzate con la partecipazione di tanti volontari intenti ad aprire scatoloni e a smistare i libri, classificandoli secondo il genere e sistemandoli, pronti per essere portati nelle nuove biblioteche che vengono aperte.

A volte è capitato che la Tv riprendesse l’evento dando pubblicità alla nostra iniziativa e conseguente arrivo a pioggia di nuovi scatoloni da “sbaraccare”. Eh, sì, un po’ di fatica non guasta…!

Grande la soddisfazione di questa nostra creazione che ha il potere di dar vita a momenti sociali vissuti e in grado di coinvolgere giovani e anziani ! Grande il piacere di trascorrere momenti nelle nostre biblioteche che nel frattempo sono cresciute anche nei paesi limitrofi dando vita ad un nuovo modo di vivere e vedere il mondo, un mondo dove occhi scorrono lungo storie di inchiostro, voci discutono tra le rette legnose degli scaffali ricolmi di preziosi tesori che raccolgono il pensiero dell’uomo attraverso secoli e secoli in cui la sua storia si è

sviluppata ed evoluta.

Intenso è il profumo delle pagine che si lasciano sfogliare con lentezza per assaporare il piacere delle parole non dette o forse raccontate a pochi intimi che ora invece vengono diffuse in modo che tutti possano incamerare propositi, comprendere idee, interiorizzare concetti e provare sentimenti.

Le biblioteca dei libri salvati con il loro carico di volumi sono microcosmi avvolti nell’odore inconfondibile della carta dove si legge Orazio, si sfoglia Petrarca, si comprende Dante, alla stessa stregua in cui si riflette sui poeti dialettali locali che si invitano, di volta in volta, ad incontri con il pubblico.

Associazione Intra Associazione Pegaso

Entrambe le Associazioni si occupano di cultura, promozione alla lettura allestimento e cura di biblioteche

Il rUgBy, UN gIoCo pEr tUttI

“Se tutti si danno a tutti, più nessuno si dà a nessuno”

Parto da questa citazione di J.J. Rousseau: mi occupo di disabilità, lo faccio volendolo, credendoci intensamente, sono convinto che assistere una persona disabile, non voglia dire conportarsi con lei in modo diverso che con chiunque altro.

Nessuno dovrebbe selezionare aprioristicamente quale desiderio suscitare nell’altro, nessuno dovrebbe permettersi di selezionare quali emozioni sono utili per qualcun altro e quali non lo sono, questo forse nemmeno per se stesso, perché non lo si sa.

Ci sono cose che non debbono essere calcolate, perderebbero la loro leggerezza, la libertà profonda, la vita... il movimento che ci fa simili al sole, alla terra, l’impulso buono della propria esistenza: di qui sono partito e qui mi ritrovo.

Mi chiamo Enrico Colzani, sono un volontario, oppure un progetto di me stesso, un pioniere senza ricchezze, per il tempo degli altri. Mi confronto con il mondo di chi da e lo fa per dare. Lo faccio da dieci anni, autenticamente, per essere più del destino al quale sono nato, per squadernare l’ordine delle cose, per dare un colpo al timone, vedere che succede... per evocare, nel prevedibile, l’anomalia che ci fa generosi e altruisti.

Una parte di me ha studiato fin nel dettaglio come fare ad esser volontari: quale particolare tipo di volontà, di libertà, usare, per non essere mai esposti al rischio di aver qualcosa, un giorno, su cui recriminare, per poter essere certi, mentre si vuole, di sapere cosa si vuole.

La parte più contagiata di me stesso, la più entusiasta, la più libera, mi è venuta facendo il volontario; muovendo la mia intenzione di essere, qui in questo mio mondo, nel modo in cui riesco, nel gusto del farlo.

Scoprendo gli altri, la loro intesa profonda, qualcosa che unisce, uno slancio degli uni verso gli altri: adulti, sereni, attivi, efficaci. Un noi, vivo, vociante.

L’efficacia mi ha salvato la vita, l’ho vista in moto nella natura, nelle

piccole cose, quando avevo bisogno di aiuto al di là di quanto mi immaginassi. L’efficacia di ciò che segue indifferibilmente una meta, un progetto, la vita: l’efficacia stupenda dei fiori.

E allora che cosa c’è di differente, nel fare il volontario? è come un bagno di umiltà, una simpatica lavata di testa a esame della realtà: l’esplorazione di un limite profondamente umano. Stop: tutto il resto è il piano di lavoro, lo scambio, lo sforzo comune, il gran cimento, la serietà dell’impegno.

Il resto, quello che resta, mi ricorda tanto lo sport, allora facciamolo questo sport Mixed Ability, non facciamo piovere sulla testa di chi partecipa, il nostro giudizio, sempre affrettato da qualche preoccupazione, da qualche disimpegno.

Comunichiamo lo sport, condividiamo lo sforzo collettivo, le gioie, la liberazione nel gesto sportivo! Riporterò un’esperienza personale: quella di essere il presidente e l’allenatore di una squadra di rugby, per passione, per senso del dovere, per atto libero e volontario.

Negli ultimi dieci anni abbiamo pensato molto a come lavorare, per abbattere le barriere alla partecipazione ed è proprio questo, secondo noi, il “fatto” della disabilità. Continuo a parlare al plurale, di un noi: senza il quale nessuna esperienza di volontariato si può precisare.

Il contatto fisico è parte costruttiva del rugby, che pone il corpo come unico e solo strumento in gioco; permette di misurare le proprie forze nel confronto con la prova di realtà della fatica, della difficoltà, del fronteggiare il limite insuperabile nel gioco e nella relazione con gli altri giocatori, dà il senso al conoscere il corpo dei compagni e degli avversari; nel gioco siamo gli uni per gli altri.

Siamo avversari, per chi ci fronteggia e nello stesso momento siamo compagni. Questo metterci in essere nel contatto, il far scorrere in questo modo il senso di appartenenza reciproco, ci dà la misura, la giusta distanza, quando per qualche motivo ce la siamo persa, e siamo in crisi.

La corporalità nel rugby non è fonte di equivoci, né di esclusione, nel rugby possono giocare tutti senza possedere qualità atletiche particolari, è fonte d’inclusione, a ciascuno il suo ruolo naturale: quello per

i più pesanti, muscolari, quello per gli agili, per i più fragili, il ruolo per chi ha buone mani, quello per chi ha buoni piedi, quello per chi ha visione degli spazi del campo, quello per chi ha coraggio e quello per chi non ama il protagonismo, ma la collaborazione.

è tutto nel confronto soggettivo con il contatto fisico allenato, mediato dall’apprendimento delle regole, sostenuto dalla presenza dei compagni di gioco, dall’abitudine, dall’orientamento dei corpi, è qui che si ha la più alta forma di rispetto che le discipline sportive prevedono: il tentativo perfettamente sportivo di sconfiggere l’avversario, il cimento per non essere sconfitti.

E poi, la palla, si passa: quando proprio non si può più avanzare da solo, allora devi fidarti e passare! Nel rugby il passaggio della palla di mano in mano è fatto all’indietro, che il pallone non cada a terra, è responsabilità sia di chi passa sia di chi riceve.

Questo precisa la natura del gioco, per andare in meta il portatore deve avanzare nel campo con il proprio corpo, con il sostegno dei propri compagni, affrontando gli avversari, impegnandosi al massimo perché almeno uno dei suoi compagni possa ricevere la palla e il diritto a procedere.

Il passaggio costringe chi lo compie a giungere in perfetto orario all’appuntamento con l’altro/altra, a tenere conto dei suoi tempi e dei suoi limiti; il corpo dell’altro va conosciuto nelle sue dinamiche perché il sistema-gioco possa andare avanti bene.

L’accadere dell’evento che muove altro è il desiderio il limite in sé, e quello fra sé e l’altro, mettondo in connessione mere abilità: questo è il modello Mixed Ability, che rappresenta un approccio innovativo che mira alla promozione dell’inclusione sociale e della partecipazione alle attività sportive, per incoraggiare i giocatori, portatori di disabilità e non, i volontari e gli allenatori a interagire, facilitati dai partecipanti più esperti.

Il modello è differente da quelli previsti per l’attività sportiva per disabili, come i Giochi Paralimpici o gli Special Olympics, infatti non classifica i differenti livelli di abilità, né separa giocatori disabili in differenti categorie.

Il Mixed Ability non è solo rivolto ai disabili, ma parte dal presupposto che tutti, nel corso della vita, possiamo sperimentare una qualche forma di disabilità per un breve o per un lungo periodo: affrontando limiti sociali, fisici o mentali.

Gli obiettivi del Chivasso Rugby sono: aumentare l’offerta e la partecipazione allo sport per normoabili e disabili, di tutte le età e abilità ingaggiando nuovi giocatori e volontari; aumentare la consapevolezza delle disabilità mentali o fisiche, per combattere stereotipi e pregiudizi, superare l’abituale percezione della disabilità portando i giocatori con le loro abilità, a facilitare l’incontro e la socializzazione; incoraggiare le persone disabili a divenire membri attivi dei club e avere peso nelle decisioni prese dalle istituzioni sportive, rinforzando così l’uguaglianza e l’inclusione sociale.

Nel rugby Mixed Ability i giocatori disabili non indossano particolari indumenti distintivi. Si è riflettuto molto su questo dettaglio, sia in Italia che con i nostri partner europei. L’oggetto-simbolo per eccellenza delle emozioni dello sport, la maglia, è davvero uno straordinario centro di investimento emotivo da parte del giocatore e del tifoso.

Noi pensiamo che sia un motivo di orgoglio poter indossare la maglia ed essere identificati dal pubblico, da coloro sui quali investiamo i nostri affetti a partire dai genitori e distinti rispetto ai compagni soltanto tramite il numero sulle proprie spalle.

La divisa è parte integrante dell’identità del gruppo: il numero sulle proprie spalle viene ottenuto allenandosi con i propri compagni durante l’anno; il veder riconosciuti i propri sforzi con il numero sulle spalle, per sostenere il diritto di partecipare senza essere giudicati.

Nel gioco educativo l’esperienza del mettere se stessi in gioco è un atto di volontariato consapevole. Il senso del limite, il contatto con la durezza dell’equilibrio precario, l’impegno davanti al rivolgimento di fronte, la bontà delle mani per il compagno, lo sforzo per una meta desiderata, il liberarsi dall’ansia e dall’oppressione della prova.

Non si prescinde dai vincoli che ci sono al mondo, dai limiti dello strumento e del gioco, ma utilizzandoli, come totalità, per farne esperienza in relazione alla centralità del corpo proprio, disponibile all’atto volontario.

Tutti con le medesime regole, non appiattendo la pratica a ciò che le persone non possono fare, ma costruendo assieme l’ambiente e le regole comuni del vivere nella diversità di ognuno, secondo la propria disponibilità.

enrico Colzani

Associazione Chivasso Rugby Onlus nasce per portare la palla ovale nel mondo del disagio e della disabilità

“…sII Il mEglIo DI qUalUNqUE Cosa tU possa EssErE”

Mi chiamo Silvia, sono presidente dell’Associazione DSA ASSISI, ma prima ancora sono moglie di Luciano, e madre: abbiamo tre figli, Pietro Simona e Michele.

Il mio lavoro è fare l’insegnante in una scuola primaria.

Io e Luciano vorremmo condividere il nostro viaggio...un viaggio che racconta un pezzo importante della nostra vita, a tratti gioioso a tratti doloroso, a tratti ancora incerto, un viaggio tanto faticoso, ma anche straordinario.

Un viaggio che ci ha portato a metterci in gioco nel sociale, non solo per noi, ma per tutti coloro che nella loro storia hanno sperimentato, anche se con sfumature diverse, la nostra stessa fatica, lo stesso stato d’animo, le stesse emozioni.

Si perché la vita racchiude sempre in sé delle sorprese...sta a noi affrontarle e renderle positive, anche quando tutto sembra dire il contrario.

Ecco la storia prende il via, facendo un salto all’indietro, nel 2008, anno in cui il nostro terzogenito, Michele, ha iniziato la prima classe della scuola primaria.

Tutta la famiglia era piena di gioia, di emozione, tutti attenti al più piccolo di casa.

Vedevamo, però, con il passare delle settimane e dei mesi, che qualcosa non andava: Michele era nel pallone, non imparava a leggere.

Nessun suono era stato memorizzato e dopo un anno Michele, al termine della prima, riconosceva solo le vocali, nonostante milioni di tentativi attraverso approcci giocosi e creativi.

Ma questo non è stato l’unico problema: Michele pian piano ha iniziato a manifestare tic e stereotipie scaturite dall’ansia.

Con mio marito ci siamo guardati smarriti e preoccupati.

Cosa dovevamo fare?

Io sono un’insegnante e, improvvisamente, mi accorsi di aver capito: quello che viveva Michele si chiamava Dislessia.

Iniziammo un percorso di logopedia faticoso per tutti ...

Poi, prima di ripartire per la classe seconda, la decisione sofferta mia e di mio marito di cambiargli scuola: Michele non si era integrato nella classe, le sue difficoltà lo avevano tagliato fuori dai rapporti con gli altri compagni, ed anche se così piccolo, la sua autostima era pari a zero.

Una dirigente scolastica, di una scuola locale, ci concesse di inserirlo in classe prima, anche se in realtà avrebbe dovuto già frequentare la seconda: volle darci l’opportunità di capire se, pian piano, dandogli un tempo più lungo, le cose sarebbero potute tornare alla normalità.

Ma Michele continuava il suo percorso scolastico con molta fatica.

Ora però, finalmente, potevamo fare una valutazione seria in un Centro privato della nostra Regione.

Dalla valutazione emerse che Michele non era solo dislessico anche discalculico, disortografico, disgrafico e con una memoria di lavoro deficitaria, nonostante un quoziente intellettivo nella norma. I campanelli di allarme c’erano già tutti, bisognava solo accorgersene, prenderne atto e agire di conseguenza.

Ci trovavamo di fronte ad un Disturbo Specifico dell’Apprendimento importante: avevamo finalmente la risposta al nostro problema.

Ma nessuno ci aveva detto cosa fare nello specifico e un senso di disorientamento prese il sopravvento in noi.

Poi, in quell’anno, uscì la legge 170/10 a favore dei bambini e ragazzi con disturbi dell’Apprendimento.

E nella nostra Regione (l’Umbria) venne stabilito che le valutazioni potevano rilasciarle solo le Usl (con tempi di attesa di almeno 10 mesi) o centri accreditati regionali, che allora erano quasi pari a zero. Vincoli regionali che ci misero con le spalle al muro.

Ci sentimmo dire che, per avere un PDP a scuola, Michele avrebbe

dovuto rifare tutta la valutazione: doveva, cioè, ricominciare da zero.

Ci rifiutammo per principio. Quella valutazione era stata frutto di un duro lavoro e anche di un grande impegno economico: era stata appena redatta da un centro privato conosciuto del territorio, con una validissima equipe di specialisti. Perché dovevamo subire un’ingiustizia simile?

Alla fine stanchi e delusi ci orientammo verso il centro diretto da un noto professore: chi più di lui poteva aiutarci a capire come aiutare Michele?

Questo incontro fu importantissimo e cambiò la nostra storia: fu importante per noi ma soprattutto per Michele, perché per la prima volta qualcuno gli sapeva spiegare che quello che viveva non era una malattia, che lui non era diverso, ma speciale e intelligente.

Tutto cambiò, quelle parole ci diedero sicurezza e forza, potevamo e dovevamo combattere, nonostante le difficoltà.

Da un corso di formazione per genitori, capimmo bene che dovevamo essere informati e formati non solo per Michele, ma per tante altre famiglie con la stessa nostra difficoltà: era necessario rendere fruibili a tutti le opportunità per sostenere al meglio i propri figli.

E pian piano ad Assisi, città dove viviamo, e dove non era stato pensato niente per questa tipologia di disturbi, incominciammo a coinvolgere altre famiglie, tutte con figli a cui era stato certificato un DSA; dalla volontà comune di unire le forze per combattere insieme, nacque l’idea di costituirsi in associazione: nel giugno 2013 l’associazione “DSA Assisi” “ha visto la luce”, con la finalità di essere un supporto per le famiglie dell’assisano, un luogo in cui condividere le stesse problematiche inerenti all’apprendimento dei figli, e, al tempo stesso uno strumento per sensibilizzare il mondo della scuola e, più in generale, il territorio tutto, su cosa significa essere affetti da questo disturbo e come approcciare alunni con questa caratteristica.

Anno dopo anno cresceva nei soci l’esigenza di strutturare dei servizi di supporto, anche e soprattutto per quelle famiglie che, per difficoltà di vario tipo, non riuscivano a tutelare in maniera adeguata i propri bambini e ragazzi: da qui l’idea di rivolgersi a personale specializzato

che, tramite l’associazione, offrisse servizi di aiuto nei compiti, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. Le scuole frequentate da questi alunni ci hanno preso sul serio, al punto di stipulare dei protocolli d’intesa con la nostra Associazione, attualmente in vigore.

Quello che avevamo messo in piedi con grande fatica e coraggio stava dando i suoi primi risultati. I piccoli utenti, che frequentavano il laboratorio specifico, all’inizio erano 30, oggi sfioriamo le 50 iscrizioni.

Passo dopo passo le cose cominciavano a migliorare. Michele, grazie ai laboratori, aveva imparato strategie di lavoro, l’utilizzo degli strumenti compensativi, di software per la lettura e l’auto-correzione, nonché per la costruzione di mappe concettuali.

Lavorava in gruppo con altri bambini coetanei.

Nella nuova scuola, Michele ha avuto la fortuna di incontrare delle insegnanti eccezionali, e una davvero speciale che definirei una vera “Maestra”, a cui dobbiamo tantissimo, che si è inventata di tutto pur di permettere a Michele di sentirsi bravo, capace e parte di un gruppo, riuscendoci alla grande.

Così la scuola primaria pian piano stava volgendo al termine.

Ci aspettava la scuola secondaria di I grado. L’inizio è stato piuttosto traumatico: con le sue modalità e richieste, da subito, si è rivelata molto diversa rispetto alla primaria.

L’ansia in Michele aumentava giorno dopo giorno, fino a prendere il sopravvento, tanto che con la richiesta di un maggior carico di lavoro, con un nuovo approccio metodologico, che non teneva conto degli sforzi fatti per acquisire un minimo di autonomia, Michele andò in tilt completamente.

Michele, se non supportato dal docente e coordinato anche con l’utilizzo degli strumenti compensativi, rischiava di essere schiacciato psicologicamente e di non riuscire a tirar fuori tutte le sue potenzialità”. E cosi è stato.

Attacchi di panico e una nuova diagnosi “fobia scolastica e sociale”. Michele iniziò a non riuscire più ad andare a scuola o a stare con i suoi coetanei, se non in presenza di noi genitori e dei fratelli.

Abbiamo dovuto resettare tutti gli sforzi fino ad allora fatti, durante la scuola primaria, che avevano consentito a nostro figlio di trovare un suo metodo di lavoro e una certa serenità.

è stato un periodo doloroso.

Vedere tuo figlio star male così non è facile, rischiava di travolgerci tutti.

Tre anni di scuola media volti al reinserimento e alla gestione dell’ansia.

Tre anni in una scuola dove Michele, giorno dopo giorno, maturava una consapevolezza di sé insicura, fragile, era preoccupato, sentiva di trovarsi in un contesto dove gli altri non lo conoscevano e quindi ha prevalso la diffidenza ad entrare in relazione: un totale fallimento da parte della scuola, che non ha mai saputo offrire un percorso personalizzato, escluso il prof di matematica, che ha cercato di metterlo sempre in condizione di riuscire a farcela.

Al ritorno dall’esame di terza media Michele, che si era preparato con grande impegno, arrivato a casa dice : “mamma mi hanno interrotto sempre e una mi ha rinfacciato tre anni di scuola, dicendomi che fingevo di avere un problema...( lui pensava che lo avrebbero bocciato).

Allora ho parlato con la prof.ssa di sostegno (si, perché Michele dalla seconda media ha avuto un’insegnante di sostegno, cosa che con grande fatica abbiamo dovuto accettare prima noi, come genitori, e poi lui: una grande prova nel dover spiegare a nostro figlio che non doveva associarlo ad un suo difetto ma a quello di un contesto che non sapeva lavorare con i suoi elementi più fragili); chiedendo se realmente le cose fossero andate davvero così all’esame, ci ha risposto “si è vero che la prof.ssa gli ha detto questo, ma noi insegnati oramai la conosciamo e non l’ascoltiamo più…”

Io le ho risposto “ma lui si !!!”. E con questa amarezza e tristezza si è chiuso questo capitolo della nostra vita, in cui Michele ha dimostrato a tutti che è davvero un guerriero (come si definisce), che giorno dopo giorno, ha vinto la sua battaglia. Come?

Grazie ad un supporto psicologico, non solo per Michele, ma per

tutta la famiglia: vederlo così fragile e sofferente aveva messo tutti in seria difficoltà.

Grazie all’associazione abbiamo avuto l’opportunità di incontrare una professionista, una dottoressa di nome Melania, che ha fatto la differenza: con Michele è entrata in sintonia e con tanto impegno, pazienza, dolcezza e professionalità, ci ha restituito un figlio sereno, pieno di amici, di interessi (escluso quello per la scuola... chissà poi perché!).

Oggi Michele ha 15 anni, frequenta il primo anno di una scuola professionale, la sua frequenza è discontinua, perché la scuola, nonostante la sua storia, pretende un determinato impegno, non tenendo conto che forse, per alcune cose, è un po’ tardi per chiedere quello per cui nessuno si è mai impegnato abbastanza.

A nostro figlio abbiamo insegnato che i problemi si affrontano, non si può sempre fuggire, cambiare scuola, e che spesso nella vita può accadere che incontri qualcuno che non capisce quanto vali, ma questo non ti deve far perdere quello che sei! Gli ripetiamo continuamente: “Sii sempre il meglio di quello che sei, conserva stretti i tuoi sogni e desideri e non farteli rubare da chi forse non li ha mai avuti”.

Di fronte a questo fallimento scolastico anche noi genitori facciamo i conti con una grande ferita, perché sappiamo che è stato tolto molto a Michele, un treno di opportunità per apprendere che è passato senza mai fermarsi per farlo salire, senza dargli il tempo di sperimentare.

Siamo però convinti che Michele abbia tante risorse e capacità e che comunque troverà la sua strada.

Ecco l’associazione DSA ASSISI vuole impegnarsi con tutte le sue forze perché nessun altro bambino/ragazzo e nessun genitore possa vivere un’esperienza scolastica e sociale cosi negativa e fallimentare, a causa di un diverso modo di apprendere, ma ognuno possa sentirsi accolto, sostenuto, incoraggiato, accompagnato a prendere il volo, ognuno possa avere sempre la libertà di scegliere, di prendere coraggio per mordere la vita, avendo una percezione di sé positiva.

Inoltre il nostro impegno associativo è quello di sensibilizzare il mondo della scuola e i suoi elementi cardine: docenti, famiglie, la

comunità, affinché ogni giorno ogni attore sociale scelga di mettersi in gioco in questo meraviglioso viaggio.

L’associazione in questi anni ha avuto modo di sperimentare che la difficoltà, se accolta con coraggio, diventa sempre una grande chance per crescere e scoprirci migliori, e sicuramente più forti.

Silvia

Associazione DSA Assisi

Sensibilizzazione e sostegno ai bambini, ragazzi con Disturbi Specifici dell’Apprendimento e alle loro famiglie

gIovaNI amBasCIatorI DI salUtE: Il voloNtarIato ComE stIlE DI vIta

Ho insegnato Economia Aziendale e Tecnica della Comunicazione nei licei tecnici per quasi quarant’anni a stretto contatto con giovani tra i 15 e 20 anni: una fascia di età con molti problemi, alla ricerca di significati, di un “senso”.

Con i miei studenti ho sempre dialogato molto e cercato di creare occasioni per fare esperienze insieme anche nel Volontariato. La nostra scuola era capofila della rete di bioetica per i progetti di Educazione alla Salute.

E’ stato quindi naturale, quando sono andata in pensione, scegliere di continuare a far parte dell’associazione Bievol come volontaria.

In tutti questi anni, sono tantissimi i progetti che abbiamo costruito insieme alle scuole del territorio di Torino e Provincia. Tra i tanti citiamo un progetto europeo “alle frontiere della vita” che ha permesso ai docenti di confrontarsi con i colleghi francesi e spagnoli e di far lavorare gli studenti su tematiche bioetiche importanti ed il progetto “Salute in tavola”, cofinanziato dalla Compagnia di San Paolo, che ha visto scambiarsi informazioni e buone pratiche sulla corretta alimentazione tra gli Istituti alberghieri della rete ARIAR, permettendo la pubblicazione di un libro che raccoglie i risultati raggiunti.

Attualmente, gran parte dell’attività è dedicata al progetto “giovani ambasciatori di salute”, nato una decina di anni fa, con l’obiettivo di coinvolgere gli studenti del trienno in attività di prevenzione della salute e di tutoraggio verso i compagni.

La progettazione avviene per anno scolastico sulla base di un “tema dell’anno” concordato insieme alle scuole nell’assemblea della rete.

Quest’anno il tema scelto, dal titolo “Prevenzione primaria: la resilienza alleata per una vita felice” è stato quanto mai impegnativo nelle sue varie declinazioni scientifiche, etiche e socio-economiche.

Gli studenti sono stati invitati a partecipare nel mese di novembre ad un corso di formazione con l’obiettivo di approfondire vari

argomenti pertinenti la salute e l’innovazione scientifica, anche nelle sue implicazioni bioetiche.

Parallelamente, ogni singola scuola ha costruito percorsi didattici declinati secondo le proprie specificità ed inseriti nel Piano dell’Offerta Formativa. A fine marzo durante la Settimana della Bioetica, una serie di conferenze ed incontri tematici presso alcune scuole hanno completato il percorso.

Il modello organizzativo, così costruito per tenere conto dei tempi di lavoro delle scuole, non è stato sempre di facile attuazione, ma ci ha permesso, in questi anni, di portare avanti iniziative importanti che hanno visto coinvolti più soggetti.

Se la bioetica è stata definita da V.R. Potter “un ponte verso il futuro”, Bievol, sin dalla sua costituzione, ha cercato di costruire ponti tra il mondo della Scuola e quello della Solidarietà. Con un lavoro di rete effettivo siamo riusciti a mettere insieme risorse ed a creare sinergie importanti.

La collaborazione con un gruppo di validi esperti: medici, docenti universitari, delle scuole secondarie e ricercatori, che prestano la loro attività a favore dei giovani, in modo totalmente gratuito, è stata uno dei maggiori punti di forza.

La realizzazione delle iniziative descritte è stata resa possibile anche grazie al supporto del Centro Servizi Vol.to che ci ha sempre sostenuto.

Se far dialogare fra loro le varie scuole non è sempre stato facile, coinvolgere varie associazioni di volontariato ha rappresentato un’ulteriore sfida perchè, in generale, ogni associazione tende a focalizzarsi sull’ambito specifico del suo intervento e fatica a coordinarsi con le altre.

Oltre a raccontarsi bisogna dare ai ragazzi l’opportunità di mettersi alla prova, gettando il seme che, a distanza di tempo, può poi dare dei frutti.

Qualche volta si deve concedere ai ragazzi di sbagliare in un percorso, in un’ azione, perchè soltanto ripercorrendo alcuni errori poi si capisce e si cresce.

Bisogna avere pazienza, non si deve cercare di raggiungere immediatamente il semplice obiettivo di fare delle iniziative con dei risultati immediati, ma si deve fare con loro un percorso, con un programma di formazione, a cui si accompagna un’attività che gli permetta di fare pratica sul campo, solo così i ragazzi si appassionano.

Nei giovani c’è sempre fretta di bruciare le situazioni, di arrivare al risultato; è per lo più necessario offrire loro opportunità di provare, di toccare con mano esperienze a breve termine. Bisogna far capire con l’esempio, più che con le belle parole, che non si può disgiungere l’attività di volontariato: quella di alcune ore alla settimana, del sabato pomeriggio all’oratorio o alla casa di riposo, con l’essere volontari tutti i giorni in qualsiasi situazione e con qualsiasi persona.

è a queste condizioni che essere volontari rappresenta uno stile di vita ed offre ad ogni persona la possibilità di mettere insieme i propri piccoli e grandi talenti per la costruzione di una società più giusta, inclusiva e solidale.

Riportiamo la testimonianza di una giovane rilasciata al termine di uno stage:

“Credo sia sempre difficile etichettare un modo di essere, ma racchiudere quello che i giovani pensano in due o tre frasi è quasi impossibile!

Quello di cui spero e che vi siate potuti rendere conto, dopo il convegno di ieri mattina al Politecnico, è che noi abbiamo davvero molta voglia di fare.

Non è vero che siamo egoisti e pensiamo solo a noi stessi, come a volte sento dire da “voi grandi”; spesso sentiamo dentro l’impulso di fare qualcosa per gli altri, ma non sappiamo come fare.

è di voi che abbiamo bisogno, delle associazioni, delle istituzioni; noi potremmo mettere tutta la nostra vitalità, il nostro entusiasmo, le nostre idee un pò pazze, mentre voi potete trasmetterci la vostra esperienza e saggezza.

Quello che vi chiedo è se siete davvero disposti ad investire il vostro tempo in progetti che coinvolgano i giovani, se siete disposti a persistere, anche quando la corazza che spesso noi ragazzi ci portiamo addosso, sembrerà inattaccabile e soprattutto: siete disposti a darci la vostra piena fiducia?

Io fortunatamente ho incontato persone che a tutte queste domande potrebbero rispondere con un si; loro mi hanno aiutato ad aiutare gli altri.

Quello che mi ha più entusiasmato della mia esperienza di volontariato è stato essere catapultata dal mondo della scuola alla realtà vera. Dopo aver studiato per anni le opinioni di Kant, Hegel, Nietzsche e

molti altri filosofi sulla morale, finalmente i problemi etici avevano una faccia, un nome, e se a scuola era facile chiudere il libro dimenticandosi dei problemi etici irrisolti contenuti in quelle pagine, mentre facendo volontariato erano di fronte a me e non potevo proprio ignorarli. Grazie per la vostra attenzione.”

Purtroppo, per motivi diversi, in questo ultimo anno hanno cessato la loro attività due colonne portanti: la presidente Emma Vanna Garro e il responsabile dei contatti con le scuole, il preside Nicola Sacco. Nonostante le difficoltà, abbiamo deciso di rimboccarci le maniche e di portare avanti le attività programmate tenendo fede ai principi che ci hanno da sempre guidato.

La strada da percorrere non sarà facile, ma siamo sicuri che con l’aiuto di tante persone che ci credono e lavorano con entusiasmo e passione ce la possiamo fare. Grazie a tutti!

anna laura Morra

Associazione BIEVOL

Si prodiga al servizio della vita, della salute e dell’ambiente

La predisposizione per il volontariato forse l’ho sempre avuta, ma è rimasta latente fino ai miei venticinque anni circa, non posso essere più precisa in quanto anni fa mi furono rubati dei documenti tra i quali la mia prima iscrizione ad un’Associazione di volontariato, ricordo comunque che mi ero appena laureata.

Non so perché fui spinta a farlo, sicuramente non c’è stato un motivo o un evento particolare, ricordo però che mi recai all’AVIS di Perugia, che si trovava all’epoca, in viale Pompeo Pellini, decisa a diventare donatrice di sangue.

A distanza di poco seguì l‘iscrizione all’ADMO e all’AIDO sempre di Perugia.

Da quel momento hanno dovuto insistere molto per farmi entrare in un’altra Associazione, la Pro-loco di Tavernelle, dove poi sono rimasta, con incarichi vari, per molti anni.

Ricordo che fu la richiesta di collaborazione per un evento culturale, organizzato dalla Pro-loco appunto, il fatto grazie al quale riuscirono ad introdurmi effettivamente in questa Associazione.

Da allora, non so cosa sia successo, non mi sono più fermata, ed oggi lo dichiaro con vera soddisfazione.

Contemporaneamente ho effettuato, sempre su richiesta, il trasferimento all’AVIS di Tavernelle, dove per anni ho fatto parte del Consiglio, con attività in particolare legate alla sensibilizzazione di nuovi donatori, soprattutto giovani, grazie alla collaborazione con le scuole del territorio.

Come insegnante ho sempre favorito negli studenti la solidarietà ed i principi che sottendono il volontariato.

Arrivata a Città della Pieve, docente di un Istituto Superiore, ho fortemente contribuito a che il volontariato diventasse elemento di collegamento tra la scuola ed il tessuto sociale cittadino e non solo.

La nascita del Presidio del Volontariato, all’interno dell’Istituto Superiore di Città della Pieve, su suggerimento del Cesvol di Perugia, ha suggellato un rapporto che, nel corso degli anni, si è fatto sempre più intenso soprattutto con le Associazioni del territorio.

Particolare il legame con alcune: A.L.I.Ce. - Associazione Lotta all’Ictus Cerebrale, AVIS, Gruppo Ecologista “Il Riccio”, Accademia “Pietro Vannucci”.

Ho ricoperto il ruolo di coordinatrice-referente del Presidio del Volontariato “Insieme si può”, per ben sette anni, tre dei quali dopo il pensionamento, su espressa richiesta della scuola e dei ragazzi.

In questo ambito sono riuscita ad unire i due mondi a me più cari, il lavoro ed il volontariato; operare con i giovani è sempre entusiasmante, riescono a trasmettere quella carica che spesso riesce a fare la differenza, è uno stimolo reciproco, che promuove sempre iniziative positive ed allettanti anche per chi non è parte diretta del volontariato. L’esempio dei coetanei, l’educazione tra pari sono innegabili garanzie di successo, hanno una presa maggiore, riescono a creare proseliti; le azioni proposte ed intraprese risultano positivamente contagiose.

Al Presidio si sono formati giovani che oggi, con vero piacere, ritrovo come volontari nelle Associazioni più disparate, segno evidente che quei piccoli semi hanno dato i loro frutti, e questo è sicuramente l’aspetto più bello.

Come volontaria sono entrata a far parte del Consiglio Direttivo di A.L.I.Ce. e de “Il Riccio”, Associazioni in cui sono tuttora operativa.

Con la scuola ho poi conosciuto LIBERA e con questa Associazione ho fatto un percorso di formazione di tutto interesse e, sebbene in pensione da quasi cinque anni, sono ancora parte del Presidio Libera Scuola di Perugia.

Sempre attraverso la scuola ho conosciuto Telethon Umbria ed oggi sono parte del Coordinamento provinciale di Perugia, con attenzione alla zona del Lago Trasimeno.

Opero, inoltre, come volontaria, da lunghi anni, prima come scuola ora come singola, nelle campagne di sensibilizzazione e di raccolta fondi per la ricerca o per la solidarietà, con varie Associazioni: AIRC, AUCC, UNICEF, Comitato per la Vita “Daniele Chianelli”.

L’ultima Associazione, nata da poco, di cui sono membro del Direttivo e socia fondatrice è un’Associazione culturale di valorizzazione del territorio: Associazione culturale Mongiovino Valnestore, che opera alla riqualificazione di questo stupendo Santuario Mariano, uno dei più belli dell’Umbria, ed allo

sviluppo della vallata, di concerto con Italia Nostra e FAI, delle quali sono socia.

Sono entrata nel mondo dell’associazionismo perché desiderosa di fare qualcosa per l’altro, per l’ambiente, per la cultura, e perché ho incontrato sempre qualcuno che mi ha coinvolto e invogliato ad entrare nell’Associazione di appartenenza.

Il rapporto con gli altri, il piacere di fare mi hanno poi fatto permanere.

Nelle cinque Associazioni di cui ancora faccio parte il clima è sereno, collaborativo e quindi costruttivo, i riconoscimenti per le iniziative messe in campo ripagano dell’impegno profuso.

Le uniche difficoltà che mi sono trovata a dover affrontare e quindi gestire sono legate esclusivamente al tempo, le ore della giornata spesso non sono sufficienti.

Le cose da fare sono sempre abbastanza e per carattere non riesco a dire di no, quando si tratta di iniziative di valenza sociale, ecologica e culturale.

Molti i momenti belli e indimenticabili, intanto i rapporti umani che hanno sempre un valore fondamentale.

L’attività che mi ha dato maggiori soddisfazioni è quella legata al Presidio del Volontariato perché parte della scuola e quindi dell’universo giovanile, lavorare con i ragazzi e guidarli all’interno del volontariato è stato un privilegio, l’entusiasmo di molti di loro ha permesso innumerevoli progetti, l’essere da esempio, come spesso mi veniva riconosciuto, mi faceva e mi fa ancora sempre molto piacere.

Fare volontariato può voler dire, a mio avviso, sentirsi utile, occupare bene il proprio tempo libero, lavorare in squadra al di là del lavoro vero e proprio, curare rapporti interpersonali, tenersi in azione, sviluppare conoscenze e relazioni, tenere lontano la noia.

Non ho mai saputo, in vita mia, cosa fosse la noia.

La noia, la routine eccessiva sono, secondo me, nemici dello star bene soprattutto con se stessi, ed a volte, in particolare la prima, è anche foriera di malesseri evitabili con un semplice guardarsi intorno e darsi da fare, se si vuole, in ambito sociale o comunque benefico. C’è sempre bisogno di una mano, anche di semplici suggerimenti, idee, consigli.

Consiglio sempre, quando mi è possibile, di non chiudersi in se stessi, di dare agli altri il proprio tempo in eccesso, il proprio essere, il proprio sapere.

La mia esperienza mi dice che l’impegno a favore degli altri favorisce l’invecchiamento attivo e migliora la qualità della vita, dà un motivo ulteriore e qualificante alla propria esistenza.

Fare volontariato risulta un’attività piacevole, pur essendo un impegno, e genera un effetto benefico che si estende anche negli altri momenti della propria vita; è spesso contagioso e si propaga nel tessuto sociale più o meno prossimo.

Il fare volontariato mi ha lasciato un bagaglio esperienziale ricchissimo, una rete di relazioni importante e soprattutto tanta soddisfazione, in quei pochi momenti in cui hai tempo di guardarti indietro vedi volti amici, ti passano in mente ricordi intensi, sensazioni piacevoli.

Operare nel volontariato è operare nell’interesse collettivo; è un mondo talmente eterogeneo in cui c’è posto per tutti.

Credo l’aspetto più bello sia sapere di aver vissuto fortemente, aver fatto quello che ti piaceva fare, senza mai dimenticare l’altro.

Consiglio a tutti di impegnarsi nel sociale, fa bene, mantiene in allenamento, conserva giovani.

Provare per credere.

La nostra Nazione è sempre più un paese di volontari, il loro numero in Italia, ci dice l’ISTAT, è in continua crescita e questo è motivo di sicuro orgoglio.

Di esempi positivi, di sano volontariato si dovrebbe parlare di più, le storie di buon esempio andrebbero maggiormente condivise per far girare la visione di una Nazione sana, un’Italia da imitare.

Il mondo del volontariato, associazionistico o non, ti aspetta...

Ivonne Fuschiotto volontaria

l’aCCoglIENza DElla vIta IN ogNI sUa faCCIa

Credo che la molla al volontariato sia scattata durante l’infanzia, avevo 4 anni, abitavo in una villetta a Pont canavese, la zona era il feudo partigiano di Piero, sopra il mio alloggio c’era il comando tedesco dove torturavano i partigiani, ricordo grida di dolore e giovani bendati; la villetta era a 20 mt dalla stazione, la prima sulla strada e di notte dopo l’8 settembre del ‘43 i disertori bussavano e mia mamma dopo averli rifocillati dava loro un abito civile al posto della divisa.

L’esempio poi venne da mia mamma che, ben 50 anni fa, dissuase una sua amica dall’aborto che poi sovente arrivava a casa nostra al compleanno della figlia salvata e portava fiori alla mia mamma.

La spinta decisiva fu dettata dalla perdita della mia terza figlia, Federica salì al cielo a tre anni per una leucemia fulminante che la portò via in 15 giorni. Dopo tre mesi dalla morte, per tre volte alla settimana, mi recai nel reparto oncologico dell’ospedale Regina Margherita ad intrattenere quei bimbi malati, per sollevare un po’ i genitori e per dare anche sollievo alla mia sofferenza; bimbi coi quali giocai, incontrai i loro sguardi tristi, ma che ai miei sorrisi rispondevano con un sorriso, le loro manine mi stringevano e il calore di quelle manine fu una gioia infinita per me.

Uscendo erano lacrime di dolore ma resistetti per quattro mesi.

A fine dell’anno 1980 venni a conoscenza del Centro Aiuto alla Vita aperto da poco, a Torino, dopo la legge sull’aborto e subito sentii la spinta a dedicare qualche ora a questa Associazione. Iniziai così a fare accoglienza alle mamme disperate, incerte, titubanti per una gravidanza indesiderata.

In quella sede capii che ero al posto giusto e tuttora ci sono, salvo l’interruzione per una nuova maternità a 43 anni. Il ginecologo mi propose il prelievo dei villi coriali, quando all’ottava settimana, facendo l’ecografia vidi e sentii il forte pulsare del cuoricino del mio bambino mi proposi di non fare nulla, entrai in Chiesa e dissi a Dio: il mio si completo. Trascorsi una gravidanza serena e nacque Giorgio, sano, bello.

Sono tanti i momenti belli del mio volontariato, momenti di gratifi-

cazione personale e di sprone nei momenti di stanchezza.

Ricordo il caso di una giovane madre, marito disoccupato, al quarto figlio, voleva abortire, cercai di dissuaderla, ci pensò cinque minuti, poi mi disse: ho promesso sposandomi di accogliere i figli che Dio mi avrebbe mandato, commosse ci abbracciammo, rimase vedova l’anno dopo, si risposò e la seguii per altri due figli.

Il caso della giovane 23enne, tossicomane, che dormiva col compagno sotto i ponti e andavano a sfamarsi alla mensa del Cottolengo. Un frate ci segnalò che era incinta del terzo figlio, una collega si occupò di lei, venne sistemata in una casa d’accoglienza dove si disintossicò, mi confessò che ci riuscì col desiderio di conoscere il figlio che, a distanza di otto mesi, non aveva mai visto.

Dopo tre anni, questa donna, venne al Centro nuovamente incinta, la convinsi a tenere il nascituro e così successe per il quinto, il sesto e il settimo che anche lei ebbe a 43 anni. Questa relazione si è trasformata in una bella amicizia e io sono la madrina dell’ultimo nato.

Una donna senegalese, incinta del quarto maschio, con situazione economica disastrosa, aveva deciso di interrompere la gravidanza, quando le dissi: “da cattolica le dico che suo figlio già le vuole bene, se lo elimina è come se lo uccidesse”. Lei mi guardò a lungo, “anch’io sono cattolica”, rispose, “ha ragione, lo tengo”, disse piangendo ed io piansi con lei. Ora il bimbo ha sei anni e la mamma è molto orgogliosa della scelta fatta.

Una ragazza di 22 anni, incinta e abbandonata dal ragazzo, sbattuta fuori casa dai genitori, venne da noi dopo avere visto la nostra locandina in Chiesa, con l’esame ecografico da cui si evinceva un’anomalia del feto, la convinsi a fare un’altra ecografia, dopo tre giorni tornò felice: tutto nella norma, partorì una bimba normale, trovò lavoro e ogni tanto mi telefona per ringraziarmi.

Poi la ragazza del Sud Italia, abusata dallo zio anziano, invitata ad abortire dalla famiglia e venuta a Torino da una parente suora ed indirizzata a noi per timore di anomalie fisiche del concepito, tenne il bambino e partorì un figlio sano che le permise di gestire la sua libertà.

Mi rendo conto che da quello che dirò può dipendere una nuova vita, prego intensamente Dio che sia Lui a suggerirmi argomenti giusti nel rispetto della donna che ho davanti a me.

Ci sono anche i fallimenti: due ragazzi volevamo fortemente il figlio, non mi lasciai intimorire né dagli insulti né dalle minacce della mamma di lei che alla fine, però, ebbe il sopravento.

La soddisfazione più bella è quella di vedere le mamme felici che mi cercano, credono in me, tengono buoni i consigli e a volte arrivano con oggetti dei loro Paesi, ma la soddisfazione più grande è vedere la creatura che ti sorride.

Trentacinque anni di volontariato attivo costituiscono un bel tessuto umano, con trame di sorrisi, di delusioni, di rabbia anche per avere fallito, di gioia, di stanchezza personale e di rinunce personali.

Rimane il fatto di credere in quello che predico, c’è anche l’umano desiderio, ora che sono anziana, di essere utile all’umanità e poi sì mantiene allenato il cervello, io mi occupo della segreteria e sono costretta ad aggiornarmi.

Al Centro di mamme che hanno necessità se ne presentano sovente anche solo perché hanno bisogno del corredino o dell’attrezzatura o il latte in polvere o semplicemente di un sorriso incoraggiante.

Aiutando la vita nascente la mia percezione della vita è cambiata, il contatto con le persone, l’ascoltare gli altri per me è essenziale e mi fa dimenticare quando dagli 8 ai 14 anni balbettavo, allora non c’erano i logopedisti che aiutavano e per me comunicare era un grosso problema.

Il mio desiderio di continuare gli studi fu talmente grande che, nell’estate di passaggio dalla media alle scuole superiori, mi inventai degli esercizi fonici e riuscii da sola ad andare ad acquistare nei negozi, dove prima mi presentavo con un biglietto, ad essere interrogata senza farlo alla lavagna scrivendo le risposte con relativo scherno delle compagne; per mia fortuna i compagni maschi furono sempre rispettosi e non perchè fossi attraente!

Fui anche soggetto di volontariato a 24 anni, il primo amore mi diede

molta fiducia, mi fece superare vari complessi d’inferiorità e gli devo molto anche se poi mi mollò alla vigilia delle nozze!

Mettendo tutto sulla bilancia ritengo di dare e di ricevere in egual misura, a volte mi piacerebbe dare di più, ma nella mia vita non c’è ordinarietà: o sono piena d’impegni o passo periodi banali ed è così anche nel volontariato dove ho picchi di emozioni o momenti di delusione.

Come donna mi sento naturalmente di avvicinare il prossimo, aderisco ad una vasta comunità religiosa che mi ha permesso di avvicinare e conoscere tante persone altruiste e grazie a loro ho avuto l’opportunità di ospitare per parecchio tempo bambini stranieri bisognosi.

Anche nella quotidianità si è un volontario, infatti ai miei vicini di casa francesi davo il benvenuto quando arrivavano, li invitavo a cena facendoli sentire in famiglia; mi hanno chiamato il loro angelo per averli indirizzati nei posti giusti e l’amicizia con loro è ancora viva, tuttora, nonostante siano ritornati nel loro paese.

Il senso di dare tutta me stessa in ogni situazione, mi ha portato a seguire l’impulso di portare a casa mia, più volte, le ragazze madri che conoscevo, prima di trovarle una sistemazione definitiva; due di queste mamme mi telefonarono in seguito per rivederci e per mostrarmi il loro figlio cresciuto.

Spero che Dio mi doni ancora la salute e la forza per continuare in questa mia opera.

Piera guccione

Associazione centro di aiuto alla vita Promuove la cultura alla vita perché la donna sia libera di accogliere il figlio che porta in grembo

la forza DEl voloNtarIato Nata Da UNa vIta DIffICIlE rEsIlIENza

Mi chiamo Gabriella, sono nata a Spoleto ed ero una bambina veramente bella, con due grandi occhi chiari e tanti boccoli biondi, serena e giocosa, fino alla morte del mio caro papà. Il mio papà si chiamava Enrico e a Spoleto, tutti lo conoscevano perché lavorava con il Maestro Menotti, al Festival dei Due Mondi.

Come succede in teatro all’improvviso la scena cambia e si ingrigisce. La mia mamma, giovane, rimasta sola doveva provvedere a me e a mio fratello, divisa fra casa e lavoro. Avevamo un negozio di fiori accanto all’ospedale, gente che passava, che prendeva una piantina o un fiore per i propri cari ricoverati. Trovandosi improvvisamente sola, stretta tra i debiti per il negozio, dover controllare noi piccoli, mamma prese la decisione di vendere e trovare lavoro in Ospedale. Ma nonostante il lavoro, io e mio fratello eravamo troppi piccoli e stavamo molto a casa da soli, troppo. Non avendo una casa idonea e la giusta assistenza familiare spesso io ero costretta a stare in affido. Mio fratello è stato in collegio, mentre io non lo potevo frequentare in modo continuativo per la mia cagionevole salute. Non ricordo con piacere il collegio, ci sono episodi che voglio dimenticare, ma ho anche incontrato brave persone. Il collegio mi ha insegnato una cosa importante, a convivere e a condividere con gli altri il dolore e le piccole gioie dei bambini. Se sono uscita indenne dal periodo del collegio è stato grazie alla mia forza di carattere, mentre mio fratello essendoci stato un periodo più lungo, ha riportato cicatrici umane indelebili.

Il periodo degli affidi familiari è stato un andirivieni continuo, ma non dimentico le persone gentili e amorevoli che mi hanno sempre accolto e voluto bene. Le assistenti sociali optarono per un non allontanamento dalla mia mamma, ma quanti pianti ho fatto…! Piangevo sia quando entravo in famiglia sia quando dovevo uscire dalla famiglia. Il dolore più forte è stato il confronto con gli altri bambini a scuola. Mi mancava un’identità di famiglia reale, unica, ero la figlia di tante famiglie, ma sempre sola, l’appartenenza, l’avere un rifugio come gli altri bambini.

Poi ho incontrato Bruno. Avevo 15 anni e lui qualche anno in più. Era bello e simpatico, è stato semplice amarlo per me. E’ diventato il mio rifugio, il mio confidente, il mio amante, ma ero tanto giovane e anche lui, così abbiamo deciso di fare la “fuitina” e al tempo venimmo ricercati dai carabinieri, con gli elicotteri.

La mia mamma si disperava, non se lo meritava quel dolore, ma era il mio modo di sfuggire alla sofferenza, vedevo davanti a me una famiglia la MIA, quell’identità che mi mancava.

Conclusa la fuitina arriva la mia prima bambina, dovete sapere che la mia è una famiglia al femminile, ne arriveranno altre due, tutte belle e meravigliose: la mia gioia grande e la mia forza di vita.

Ma la via matrimoniale non è stata inizialmente facile, ero giovane, piena di vita, catapultata in una famiglia dignitosa e semplice, con le dinamiche classiche di tutte le famiglie patriarcali. E qualche volta, diciamo, abbiamo fatto un po’ di tempesta… ma io ho superato tutto questo e nonostante le difficoltà di inserimento sociale, lavorativo, familiare, non mi sono chiusa e stranamente quello stare insieme e quell’amore mi è rimasto dentro, nessun dolore me l’ha portato via, anzi nel tempo con la maternità e le prove per la mia e l’altrui salute, mi hanno resa come dire consapevole, rivolta anche agli altri, amici, parenti.

Ho imparato a dimenticare offese e umiliazioni, me le facevo scivolare addosso.. aspettate non pensiate che non mi ribelli a quelle che vivo come ingiustizie, ma sò battermi, sopravvivo e ho imparato a vivere non ho paura di niente e di nessuno.

Gli psicologi la chiamano Resilienza.

Parlo ad un microfono anche se sono convinta di essere inadeguata, parlo con le persone di tutti i ceti sociali. Ma soprattutto le osservo le persone mettendomi non al di sopra ma accanto.

Aiuto, le ragazze anoressiche mettendomi accanto a loro, le accolgo nel mio abbraccio e vi dico sono grande in questo, ci credo, perché ho visto che le persone, mentre le ascolto, mi guardano e a poco a poco si rasserenano e poi con il giusto percorso vincono sulla malattia.

Le persone devono credere, che insieme ce la possiamo fare, che non esistono mali insanabili, rimangono le cicatrici, ma si supera tutto con lo stare insieme. Le famiglie che si rivolgono all’Associazione mi dicono: “non mi giudicare”…, io non sono un giudice, io sono una volontaria nata per accogliere in un abbraccio materno tutte le persone che si rivolgono a noi.

La mia forza è la mia maternità assoluta, che riverso sugli altri e che mi fa stare bene.

gabriella orazi

Associazione Il Girasole

Si occupa di persone con disturbi del comportamento alimentare

voloNtarIato: attItUDINE DI asColto E apErtUra all’altro

La mia esperienza di volontaria è una narrazione di alcune giornate di attività e momenti significativi che hanno toccato e cambiato la mia vita.

15 giugno 2001

“Cosa fai ora che è finita la scuola, non vorrai iniziare a fare i compiti a giugno?” mi prende in giro mio zio Roberto, in realtà mi sta proponendo un’esperienza come animatrice in un’associazione di volontariato di cui fa parte. “Perchè no”, mi dico, ho 16 anni, il campo scout sarà a luglio e io non sono una che ama dormire o stare ferma, andrà a finire che parteciperò al Centro Estivo e sarà stancante più di ogni altra cosa mai fatta prima, ma insieme alla fatica mi porterò a casa l’entusiasmo di una bella esperienza, l’affetto dei bimbi che avrò incontrato, la soddisfazione di averli aiutati dove incespicavano, nuove amicizie e nuovi stimoli per il futuro

10 dicembre 2006

Sono demoralizzata, mi trovo in una scuola media di Mirafiori, è la prima volta che partecipo come volontaria di A.gio. a un progetto complesso: “Provaci ancora Sam” che ha come obiettivo il contrasto alla dispersione scolastica. S. è scappato di nuovo, nonostante con Grazia e Paolo avessimo organizzato dei giochi pedagogici divertenti da fare nelle ore di lezione, l’hanno recuperato e ora aspettiamo insieme i genitori. è seduto in silenzio, mi sposto accanto a lui, gli offro qualcosa da mangiare, non so bene cosa dire “Sei preoccupato?” chiedo incerta “no, voglio andare a casa” ripete più volte, “è dura stare qui” provo ad azzardare, ma proprio in quel momento compare l’operatrice, gridando “S., di nuovo sei scappato, quando ci sono io tu in bagno non ci vai più, te la fai addosso ma non ti faccio uscire!”

L’incantesimo è rotto e anche le mie speranze di poter trovare un ponte comunicativo, o almeno di gettare una cima al bambino-ragazzo che si trova in un mare d’angoscia.

Smaltita la rabbia penso che la buona volontà è utile, ma occorrono anche strumenti, inizierò così la mia formazione prima nei gruppi

messi a disposizione nell’ambito del progetto, poi per conto mio, perché anche ad ascoltare si può imparare. Anche in associazione ci attrezzeremo per offrire strumenti oltre che esperienze di volontariato, perché nessuno debba più sentirsi sopraffatti da qualcosa di troppo grande per essere affrontato.

15 novembre 2007

Sono per le scale di un condominio in zona Lucento a Torino, con un agente immobiliare impomatato che mi guarda con aria diffidente. Devo vedere un appartamento, sono preoccupata, già mi manca l’aria, gli spazi sono angusti e pure un po’ malandati, anche se non è questo che mi spaventa. Aspetto un bambino per la primavera, e proprio non me lo aspettavo. Rifletto sul fatto che davvero ora la mia vita cambierà, altro che passare dalle superiori all’università, dovrò adattarmi, nella mia vita non ci sarà più molto spazio per fare ciò che mi piace o che mi sembra giusto. Ho detto al gruppo scout che avrei interrotto il mio servizio con i ragazzi, sono stata sul vago con le spiegazioni, ma ora la nausea è ben specifica e presente. “Suo marito lavora?” mi chiede l’agente con tono beffardo. “Non siamo sposati” mi affretto a dirgli “ E’ studente, ma non ha intenzione solo di studiare”, continuo sorridendo anche se proprio la cosa non mi diverte. Il mio compagno Mario ha ripreso a studiare proprio qualche mese fa e ha davanti a sé tre anni di corso di laurea in infermieristica, sempre che tutto vada bene, prima di avere un lavoro degno del rispetto di questo signore qui.

Ho 23 anni e per la prima volta sto cercando di fare programmi seri e difficili, ma sono abituata solo a conciliare studio, lavoro, volontariato, vacanze e serate in compagnia e se i conti non tornano pazienza, si può sempre tornare a casa.

15 gennaio 2008

Cammino nell’atrio dell’associazione A.Gio., è un po’ di tempo che non ci entro, qualche nuovo cartellone, qualche arredo spostato, ma la stessa luce e lo stesso odore. La quiete che precede o segue l’arrivo dei ragazzi, quando le cartelle e le giacche verranno poggiate, o meglio buttate sugli attaccapanni e via di corsa a giocare a pallone . Li ho accompagnati e giocato con loro tante volte, ma ora quello mi

sembra un tempo infinitamente lontano, chi mi restituirà la mia forma fisica, potrò concedermi ancora partite in infradito e mimi, scenette, pignatte?

Mi aspettano Pasquale e Roberto, l’associazione sta cercando dei volontari che vogliano di nuovo abitare la “casetta”, un appartamento che si trova nella sede dell’associazione, rimasta vuota dopo il tempo in cui ci vivevano gli obiettori di coscienza durante il loro servizio civile, con qualche lavoretto da fare.

Serve qualcuno che abiti di nuovo quell’appartamento in cui hanno sede oltre all’A.gio., altre due organizzazioni di volontariato, di notte ogni tanto qualcuno cerca di entrare, per dormire al coperto o prendere un po’ di ferro da rivendere: questi sono gli inconvenienti del mestiere quando si aiutano gli ultimi e i più fragili.

Andiamo a fare un sopralluogo preliminare nella “casetta” con Pasquale, che si mostra fiducioso: “Con qualche lavoretto l’appartamento sarà a posto e se ha accolto sette obiettori potrà accogliere anche due ragazzi e un bambino; avrete oneri e onori, sarà un volontariato diverso, ma non per questo meno utile per tutti, voi compresi” mi dice ridendo. E un po’ di fiducia inizia ad arrivare anche dentro di me.

15 giugno 2008

Arranco, trascinandomi dietro un bidone dell’immondizia, abbiamo fatto la festa di fine anno scolastico e sta per iniziare il centro estivo, quest’anno non seguirò le attività come animatrice, ma visto che da qualche settimana io e il mio compagno Mario viviamo proprio nella casetta nel cortile sede di A.Gio. ci renderemo utili in altri lavori, intanto che aspettiamo l’arrivo del nostro bambino e il servizio immondizia è sempre molto gradito! Mario si da da fare per coprire qualche turno di trasporto ragazzi con il pullmino, io nel tempo libero li vedo giocare dalla finestra, mi bagnano tutti i vetri e il bucato quando si dedicano a giochi d’acqua e quando mi incontrano mi chiedono ogni genere di informazioni su nascita, gravidanza, allattamento, educazione dei figli...di cui peraltro non so quasi niente! Ma mi commuovono e mi fanno immenso piacere tutte queste spontanee e sincere attenzioni...mi sento davve-

ro meno sola nelle lunghe ore delle ultime settimane di attesa.

2 febbraio 2011

Vivere qui questi anni non è stato sempre facile, a volte ho avuto la sensazione di non poter mai davvero “chiudere la porta”, c’è sempre qualche volontario che ha dimenticato a casa le chiavi dell’associazione, ha avuto un imprevisto, la carta igienica che finisce, qualche ragazzino che è caduto e proprio quel giorno abbiamo finito i cerotti e qualcuno che bussa per chiedermi “Martina, hai dell’olio, dell’aceto della coca cola e dello zenzero per fare un gioco?” . Ci è capitato di ospitare ragazzi in difficoltà i cui genitori tardavano ad arrivare, alcune volte abbiamo dovuto gestire situazioni delicate e farci un po’ genitori anche di qualche bambino che frequentava l’associazione. A volte è stato un impegno quasi totalizzante e ritagliare i propri spazi è stata una fatica e una conquista. Oggi, giorno in cui proprio qui, grazie al servizio di parto a domicilio dell’ospedale S.Anna, è nata la mia seconda figlia Cecilia, tutta questa fatica l’ho dimenticata in un attimo.

Questa mattina, prima che potessi uscire a dare la notizia, ho trovato sulla porta un cestino pieno di piccoli doni fatti a mano dalle volontarie di “Regina della Pace”, associazione che condivide la sede con noi e fornisce beni di prima necessità a persone in difficoltà. Queste signore, nonostante il grande impegno di ogni giorno, hanno trovato il tempo per confezionare cuffietta, babbucce, copertina per la mia piccola.

Condividere grandi impegni anche in “settori” diversi crea grandi legami tra le persone, ci allena a ricordarci dell’altro, a creare e donare con amore.

14 maggio 2013

Villaggio delle Stelle, Luserna San Giovanni. Il cielo, come suggerisce il nome del luogo, è davvero stellato questa sera, anche il giardino del villaggio di baite in pietra nel quale siamo è pieno di lucine che si muovono veloci, compaiono e spariscono...sono le torce dei ragazzi, che stanno affrontando il “gioco notturno” che abbiamo organizzato per loro.

Giocano per divertirsi, ma qui il gioco servirà anche per crescere,

mettersi alla prova, sfidare le proprie paure ed imparare a collaborare. Per questo cerchiamo di organizzare un piccolo soggiorno con pernottamento almeno una volta all’anno: vivendo insieme diventa tutto più semplice, i legami tra animatori e ragazzi si fanno più forti e profondi, e queste forze, una volta acquisite, resteranno e serviranno molto quando, una volta tornati, gli stessi volontari dovranno sostenere i ragazzi nell’affrontare esami scolastici, compiti e momenti delicati di crescita.

Quest’anno abbiamo fatto le cose in grande, i ragazzi sono parecchi ma si è creato un bel clima di amicizia e allegria, io sono salita con la famiglia per dare una mano in cucina e con la logistica.

3 dicembre 2016

Questa data, apparentemente poco significativa, mi ha insegnato qualcosa di molto importante. è il giorno che le associazioni A.Gio., Regina della Pace e PANDHA, che con noi condividono la sede, hanno scelto per organizzare una grande manifestazione di protesta per sensibilizzare gli Enti Pubblici, proprietari dell’immobile presso cui operiamo e l’opinione pubblica per darci modo di continuare a svolgere la nostra “mission”, la nostra opera in servizio alla cittadinanza.

Questo piccolo evento e la necessità stessa di dover lottare per qualcosa che il buon senso considererebbe scontato, mi ha dato nuova fiducia. Abbiamo organizzato un evento con giochi per ragazzi, momenti di discussione e riflessione per soci, cittadini e politici; alla fine questo impegno, unito ad un lungo lavoro di collaborazione, contrattazione, spiegazione di quello che facciamo ogni giorno di utile al nostro territorio, ha portato a risultati insperati.

10 luglio 2017

Dalla finestra della casetta in cui sto cullando la nuova nata di casa, scorgo un lungo serpentone ordinato che procede sotto il sole non più timido delle ore 9 di una mattina estiva: cappelli colorati, zainetti, gridolini allegri, facce distratte quelle dei bimbi, concentrate quelle degli animatori, stanno attraversando la strada, gesto semplice che però può diventare complicato quando si guida un gruppo di una quarantina di bambini e ragazzi!

Il gruppo del centro estivo si dirige verso la fermata del bus, niente di

strano, ma quanto lavoro ci vuole ogni anno per arrivare a tutto questo: sintonia tra volontari responsabili e giovani animatori, rapporto di fiducia, affetto, rispetto dei ruoli con i ragazzi e gioia.

Non è venuto niente per caso, è stato un lungo anno di promozione della nostra idea di volontariato, di formazione e di pratica per i ragazzi delle scuole Superiori che si sono messi in gioco come aspiranti volontari. Partendo da percorsi di Alternanza Scuola Lavoro o stage formativi scolastici, hanno affrontato ogni giorno nuove sfide… ed è bello vederli partire, ma anche restare la sera, dopo la conclusione delle attività, a chiaccherare, programmare le ultime cose, fare con cura qualcosa per qualcun altro.

novembre 2018

Questa sera sono stata eletta dall’assemblea soci legale rappresentante dell’Associazione A.Gio., una responsabilità che forse avrei voluto evitare... ma la vita, e questo l’ho imparato proprio qui, a volte ti pone soluzioni inaspettate. Mi chiedo come farò a gestire tutto, dovrò allontanarmi e lasciare qualche attività con i ragazzi, ho quattro figli piccoli, un compagno che lavora e ahimè una casa da tenere in ordine, o almeno provarci.

17 dicembre 2018

La mia prima uscita da presidente. C’è davanti a me un cerchio di 70 bambini di una scuola primaria di Santa Rita, con i loro insegnanti e un grande albero di Natale. I bambini stanno leggendo i loro pensieri, nati dopo una mattinata di laboratorio manuale di lumini e di giochi divertenti, ma volti a creare un clima di inclusione...sono parole davvero belle.

Non abbiamo imposto compiti né dato consegne questa mattina, abbiamo solo cercato di creare oggetti luminosi in un clima di allegria natalizia, ascolto e collaborazione. Ognuno porta in sé i semi, particolari e unici, dell’attenzione all’altro e al benessere di tutti, noi non abbiamo fatto altro che dar loro terra buona e acqua. Subito sono sbocciati, e non solo quelli giovani!

12 marzo 2019

Laboratorio di pittura. Abbiamo deciso questo mese di svolgere un laboratorio distensivo, i bimbi ci sono sembrati stanchi ed agitati, nervosi...ho pensato quindi di provare a guidare un’attività dove ognuno potesse disegnare cosa sente e dove nessuno dicesse all’altro cosa deve fare o se quello che ha dipinto è bello oppure brutto. Mentre allestiamo la stanza con gli altri volontari dico loro di non farsi grandi aspettative, provare a stare vicino ai bimbi e dipingere, uno accanto all’altro, grandi e piccoli, ognuno sul proprio foglio. Quest’anno facciamo davvero fatica a contenerli, a volte, a canalizzare le loro energie non nell’aggressione reciproca, ma nella creazione di qualcosa o nell’imparare qualcosa di bello, ma è difficile ed alcune volte esci sfiduciato.

Entriamo, movimenti calmi e voce bassa per cercare di favorire l’atteggiamento tranquillo, ma subito senti i prevedibili”A me non piace pitturare”, “Io faccio schifo in disegno”, “Togliti, ti ammazzo!”, mettiamo i fogli sul muro cercando di riportare l’attenzione a ciò che stiamo facendo, non sgridare, non giudicare.

Si fa silenzio, poi riprende il chiacchericcio, “Mi serve il rosso scuro”, “Il verde, come si chiama quello del muschio” “Voglio fare un fulmine”...il lavoro procede, i più veloci mettono su un secondo foglio, i disegni si riempono piano piano di colore, qualcosa desta la mia attenzione: D. dopo una carrellata di tutti i videogiochi cruenti cui dice di giocare ora fa una pausa di riflessione, poi inizia a raccontare alla sua vicina della casa in cui vive, un centro di accoglienza vicino alla nostra associazione, racconta di come ci siano altri bambini altre mamme, gli educatori, con naturalezza, mentre dipinge.

Magia della pittura, non posso che osservare tra me e me, e alla fine del tempo del dipingere devo anche dire che dobbiamo interrompere, continueremo la prossima volta.

La mia famiglia ha bisogno di una nuova casa, la casetta è ormai davvero stretta ed è da qualche tempo ormai che giriamo alla ricerca di un buon posto per tutti, grandi e bambini. Il mio compagno è più deciso e coraggioso, ma io, dopo 11 anni di vita qui, non riesco quasi ad immaginarmi in un altro luogo.

La mia ormai familiare attitudine da mamma non riesce neanche a immaginare questo luogo senza noi che mettiamo fuori l’immondizia, spegniamo le luci, riordiniamo dove c’è disordine e mettiamo una pezza quando serve; abbiamo sempre rimandato, ma ora che ho un nuovo ruolo più istituzionale il mio volontariato deve davvero cambiare forma per essere più utile in modo diverso: ci sono progetti da scrivere, persone da coordinare, eventi da organizzare e soluzioni da meditare e, non ultimo, ci sono tanti giovani volontari che passano davvero, molto tempo impegnati nelle attività dell’associazione.

E’ ora di trovarla questa altra casa e questo nuovo progetto, non appena mi convinco davvero di questo, ecco che si affaccia proprio davanti a noi la soluzione.

Il volontariato, quando è un’attitudine di ascolto e apertura all’altro, non si cancella con un trasloco, si trasforma, cambia seguendo le strade della vita, ed è così che le associazioni “vive” sono entità fluide che prendono forma nuova ogni volta che qualcuno ci aggiunge il suo colore e la sua forza.

Martina Bertoglio

Associazione A.Gio. Torino

Educare la gioventù di ogni ceto sociale, etnia e religione alla totalità della Vita

la voloNtà DEl voloNtarIato...

Per chi come me, figlio di un operaio e di una casalinga, ha vissuto i suoi primi 30 di vita ad Assisi (oltre a questi ultimi 12) abitando a S. Maria degli Angeli, nella religiosa bellezza ed influenza della grande Basilica Papale ma soprattutto della piccola magica Porziuncola, e per anni ha fatto il chierichetto, per chi come me si è trovato ad entrare al Liceo-Ginnasio nel 1968-69, in una stagione di grandi attese e voglia di cambiamento, era difficile che non maturassero le condizioni di una formazione umana e culturale tale da mettersi al servizio degli altri.

Così è stato, in un processo per me naturale, anche se mia madre mi diceva sempre “fijo mio nun te ‘mpiccia” non fare cose che hanno a che fare con la politica, perché per lei qualsiasi impegno esterno alle abituali e normali cose di casa e studio erano politica ed in effetti non si sbagliava.

Così ho cominciato a 15 anni a fare i campi di lavoro, raccolta di carta, ferro, stracci, dell’Operazione Mato Grosso (ad Assisi, a Bettona, a Perugia, Arezzo) ma anche a Gussago (BS) per la vendemmia, mentre al liceo, essendo anche diretto protagonista delle assemblee e dei collettivi studenteschi, maturavo una coscienza politica che guardava chiaramente a sinistra. Così è cominciata.

Poi i gruppi di amici prima, e politici poi, in cui si discuteva di tutto, del futuro dell’umanità mentre eravamo poco attenti alle nostre sorti individuali pensando che nel fare la rivoluzione, che sembrava imminente, avremmo trovato anche noi una collocazione lavorativa più che soddisfacente.

Assisi mi stava stretta, il mondo era il mio orizzonte.

Così nel 1987, a 33 anni (già sposato e con figlia) quando l’Erasmus era di là dal venire, per la prima volta andai all’estero grazie ad un regalo di papà, andato in pensione, che mi diede parte della sua liquidazione.

Il paese prescelto era il Nicaragua, la modalità era una Brigata Internazionale di Solidarietà organizzata dall’Associazione Italia-Nicaragua e lo scopo costruire viviendas (case) e fosse asettiche (gabinetti

all’aperto) a Matiguas, un piccolo villaggio dove, due mesi prima a 5 Km di distanza, i contras finanziati dagli Stati Uniti, che combattevano i somozisti che avevano fatto la rivoluzione nel 1979 ed erano al potere, avevano ucciso un sacerdote Yankee.

Dormivamo in un alloggio costruito dalla cooperazione norvegese ma avevamo un guardiano con tanto di Kalashnikov a protezione.

A questa prima esperienza internazionale faranno seguito il mio impegno per progetti di cooperazione quali la costruzione nel 1992 di un pozzo ad Apatite, nel comune di San Ramon sempre in Nicaragua, al quale procurammo finanziamenti come primo impegno del neonato, alla fine del 1991, circolo culturale “primomaggio”, con sede a Bastia Umbra.

Questa associazione è diventata quella che mi ha assorbito e mi assorbe più energie per preparare la presentazioni di libri, video, concerti, dibattiti e tante altre cose compresi progetti di cooperazione come quello grazie al quale abbiamo comperato oltre 250 capre per i Wadabe, popolo di pastori nomadi del Niger, impoveriti e costretti a cambiare le abitudini millenarie a causa dei cambiamenti climatici che producono l’avanzata del deserto del Sahara.

Ma anche un progetto in Etiopia, insieme all’ong LVIA per la costruzione di un pozzo e della rete idrica per l’accesso all’acqua potabile a Elala Qorke kebele nella Woreda di Shashamane.

Ma come dimenticare i tanti personaggi, impegnati per gli altri, che con l’Associazione abbiamo portato in Umbria e organizzato splendide e partecipate serate: Don Luigi Ciotti, Aleida Guevara (la figlia del CHE), Padre Kizito, Gianni Minà, Padre Alex Zanotelli, Prof. Riccardo Petrella, Padre Daniele Moschetti, Alberto Granado, Luisa Morgantini, Giovanni Impastato, Mao Valpiana, Frei Betto, Padre Marcelo Barros e tantissimi altri.

Persone vicini ai diritti delle persone e dei popoli ed ai loro problemi quotidiani che hanno portato la complessità e le ingiustizie del mondo a casa nostra mettendoci di fronte alle nostre responsabilità, di noi ricchi occidentali e super-egoisti.

Ma non posso dimenticare le mie esperienze nell’UVISP Assisi, pri-

ma ong umbra, di cui per anni sono stato membro del direttivo e le mie missioni in Nicaragua, a Ciudad Dario al centro per il recupero, la formazione professionale ed il reinserimento sociale di feriti ed invalidi di guerra, e Guatemala, progetto per il recupero di alcolisti a Chimaltenango.

E poi mentre nel maggio 1999 imperversava la guerra nel Kosovo la mia partecipazione ad una missione in Macedonia nei campi di Stenkovac 1 e 2, rispettivamente occupati da 30.000 e 15.000 kosovari, praticamente campi di concentramento, ed il trasporto in Italia di alcuni di loro con un C130 dell’Aeronautica Militare per vivere al sicuro in Umbria finché la situazione non ha permesso il ritorno nelle loro case, in molti casi distrutte.

Ho contribuito a costruire nella mia zona, Assisi - Bastia Umbra, la LegAmbiente, Emergency, l’ANPI. Ho partecipato attivamente alla costituzione dell’associazione “Città di Bastia – Pro bambini di Chernobyl” prendendomi cura, nel periodo estivo ed invernale, di una bambina della Bielorussia, ora sposata e con una bambina di 2 anni, rimasta a Bastia.

Inoltre l’organizzazione di tante cene per procurare fondi per il Kenya, per i palestinesi, ed altre popolazioni in difficoltà. Io, con la mia voglia di conoscere e capire, non potevo non andare, in loco, a vedere la realtà del popolo Saharawi, di quello Kurdo ed impegnarmi, in varie forme, anche per questo.

Da molti anni sono impegnato a far conoscere la realtà delle comunità di pace della Colombia ed in particolare di quella di San Josè de Apartadò che è un simbolo tale da essere proposta, da svariate associazioni internazionali, per il Nobel della Pace.

Questa piccola comunità di campesinos si è data delle regole pacifiste e nonviolente a cominciare dal rifiuto dell’utilizzo e della presenza di armi in un paese dilaniato da oltre 50 anni di lotta tra esercito, guerriglia e paramilitari.

Massacrati dagli uni e dagli altri, circa 300 morti in poco più di 20 anni, io che da 3 anni sono il presidente nazionale di Colombia Vive sento l’obbligo morale, innanzitutto, di far conoscere questa esperienza alternativa che ha bisogno di essere accompagnata e protetta,

per poter sopravvivere, contro le logiche della violenza e degli interessi economici.

Tre visite, nel 2004, 2007, 2017, in questa comunità mi hanno arricchito molto ed è forse l’esperienza più bella che mi ha segnato. luigino Ciotti

Circolo culturale Primomaggio Il circolo si propone di divulgare la cultura e la solidarietà

CrEsCErE INsIEmE pEr EDUCarE mEglIo

L’Associazione di volontariato Libro Aperto nasce nel 2006, con sede all’interno della scuola primaria e media paritaria SS. Natale di Torino, grazie all’iniziativa di alcuni genitori che, spinti dal desiderio di mettersi in gioco per costruire qualcosa di bello per sé e per i propri figli, realizzano attività educative, ricreative, di formazione, di prevenzione del disagio e di integrazione rivolte a bambini, ragazzi e genitori del quartiere.

Nel corso degli anni tanti volontari hanno prestato la loro opera in modo generoso e creativo costruendo iniziative di volta in volta nuove, sotto la guida appassionata del presidente Cristina Porrati e grazie alla creatività inesauribile delle socie Maria Mantoan e Marina Notari.

Intorno all’Associazione è nata una rete di amicizie che ha permesso di dare vita a:

I genitenori, un coro, che ha regalato momenti di gioia e allegria con le sue performance a tante feste realizzate per i bambini

Laboratori creativi tra cui ricordiamo “La fabbrica del presepe” che ha permesso la realizzazione di un presepe in lana cardata che viene esposto durante l’Avvento nell’atrio della scuola SS. Natale; i laboratori di cucito per mamme e bambini “Taglia, cuci, inventa, incolla”; corsi estivi di cucina per gruppi di bambini di varie età; laboratori per realizzare costumi e coreografie per spettacoli teatrali.

Incontri di formazione tra i quali ricordiamo l’incontro, svolto nel 2016, “I nostri figli ci guardano” con la dott.ssa Anna Campiotti Marazza, proposto per aiutarsi ad accompagnare i figli nel periodo dell’adolescenza e realizzato in collaborazione con le Associazioni Famiglie per l’Accoglienza e Banco di solidarietà Sampe.

Momenti di convivenza come le merende di benvenuto per i bambini più piccoli che iniziano la scuola.

Il Presepe Vivente che ogni anno l’Associazione realizza in rete con la Parrocchia di San Pellegrino, Il banco di solidarietà Sampe e la Scuola primaria e media SS. Natale. Si tratta di un evento rivolto al quartiere che coinvolge centinaia di persone e ripercorre gli eventi storici della nascita di Gesù grazie all’immedesimazione di bambini e adulti nei mestieri e nei personaggi dell’epoca.

La Sacra Rappresentazione si svolge in parte all’interno della chiesa di San Pellegrino e in parte per le vie del quartiere, dove una lunga processione, preceduta dalla stella cometa, si snoda in mezzo alle case tra canti e preghiere. E’ un avvenimento commovente, ormai conosciuto ed atteso, che aiuta adulti e bambini a recuperare il significato più vero del Natale.

Momenti di festa con vendita di manufatti che ogni anno l’Associazione organizza, i manufatti sono completamente realizzati dai volontari: corone dell’avvento, decori natalizi, collane e oggetti vari, come possibilità di rendere visibile a tutti l’attività dell’Associazione e, anche, come autofinanziamento.

“la vita ci è stata data per una creatività. Il tempo è come un tessuto su cui occorre disegnare una creazione”

don luigi giussani

Cristina Porrati
Associazione Libro Aperto

UN sorrIso Col Naso rosso

13 agosto 2002. Quella mattina saremmo arrivate a Santiago de Compostela, ma il nostro giro itinerante della Spagna del Nord si fermò due ore prima.

Una telefonata per avvisare che sarei dovuta tornare a casa. Francesca e Marica non ci hanno pensato neanche un attimo: sarebbero tornate con me.

Dopo quella telefonata la mia vita cambiò. Cambiò subito. Ma l’altra mia vita, la mia rinascita, fu un percorso molto molto lungo … un cammino.

Mio padre mi aveva lasciato. Lo aveva deciso lui. Si lui. Ha fatto tutto da solo. E lo ha fatto senza lasciarmi neanche un “Ciao, ho deciso che per me è meglio così”.

Gli anni successivi sono stati di vita non vita. Dover convivere con quel grandissimo dolore e dover contemporaneamente liquidare un’azienda in nome collettivo, con il rischio di perdere la casa, e tutto quello che avevamo, è stato devastante. Un’enorme montagna di debiti da pagare.

Oramai pensavo solo a lavorare per sistemare quella situazione.

Con la mia mamma, una donna che nella vita ne ha passate tante, forse troppe, una grande donna, mio grande esempio e amore della vita, ci guardammo e osservammo l’insormontabile e gigantesca montagna davanti a noi. L’avremmo dovuta scalare. I nostri occhi parlarono per noi: “non possiamo guardare la cima di questa montagna, per salirla dobbiamo fare delle tappe, piano piano salita dopo salita, solo così possiamo arrivare in cima”.

E quella montagna senza di lei, senza tutta la sua forza e senza tutto il suo grandissimo amore non sarei riuscita a scalarla.

Era tutto da ri-costruire. La riconciliazione dei conti economici e la riconciliazione dei miei sentimenti.

Forse dovevo ripartire da dove tutto si era fermato. Da Santiago de Compostela. Ma ripartire da Santiago de Compostela significava

‘arrivarci’.

Decisi allora di mettermi in cammino. Il mio primo cammino lo percorsi nel 2006.

Sono partita con l’idea di smorzare un dolore lacerante che mi portavo dietro, e soprattutto con l’idea di riconciliarmi con la vita e soprattutto con mio padre.

Ero davvero arrabbiatissima con lui.

Ero davvero arrabbiata con il mondo.

Di cammino non è bastato uno per la riconciliazione con la vita.

Sono dovuta tornare a Santiago diverse volte.

Ed ogni volta la riconciliazione era sempre più forte.

Ho ri-scoperto l’essenzialità delle cose.

Ho ri-scoperto l’indispensabile.

Ho ri-scoperto passo dopo passo la bellezza di un piccolo gesto, di una parola, di un sorriso, di una carezza, di un saluto, di un abbraccio, di una cena condivisa, di un mezzo panino condiviso, di un sorso d’acqua, di un materasso a terra per riposarsi, dell’ombra di un albero, del sole, del vento, della pioggia sulla pelle, dei profumi e della meraviglia della natura, della straordinarietà delle persone e delle loro anime.

La cosa sorprendente è stata che tutto questo l’ho vissuto, condiviso e donato con persone fino a quel momento a me sconosciute!

Emozioni infinite e ogni volta più forti!

Durante i miei primi cammini la voglia di vita aumentava di passo in passo, la curiosità per le cose che mi sarebbero piaciute fare cresceva esponenzialmente, ogni cosa attraeva la mia attenzione.

E sempre nel 2006, una mattina come tante, mentre andavo al lavoro, un piccolo volantino ‘fatto in casa’ attirò il mio sguardo: “VIP Perugia cerca clown di corsia. Contattare Vieppiu’.

Non potevo credere ai miei occhi!!! Mi tornarono subito in mente le parole che mi dissi appena visto il film di Patch Adams “Questa cosa è meravigliosa!!! Anche io un giorno sarò clown di corsia … non so come né dove… però lo sarò!”.

Guardando il film rimasi totalmente incantata dal naso rosso e dal quello che la clownterapia poteva fare.

Prima di chiamare sbirciai il sito internet dell’Associazione. E quel giorno non contattai nessuno. Decisi di aspettare perché ancora non era il momento. Non ero ancora pronta per donarmi.

E quel momento arrivò nell’ottobre del 2009!!! Dopo il mio Cammino del Nord, il mio cammino più lungo, dopo 1.000 km, di passi, di sguardi, di fatica, di gioia, sentivo che ero pronta per abbracciare la vita e donare, donarmi agli altri. Capii dopo che avrei ricevuto molto di più.

Avevo proprio voglia di trasformare quel dolore in amore. Era necessario. Era indispensabile. Era la rivoluzione. La rivoluzione dell’amore.

E così nacque Caracol! Forse c’era sempre stata. Serviva solo tirarla fuori. Doveva uscire fuori. Caracol è il mio nome clown. E arriva proprio dal cammino. Caracol, significa chiocciola in spagnolo.

La lumaca che rappresenta la riscoperta lenta del mondo e della sua bellezza, l’assaporare la vita godendo lentamente di tutte le sue meraviglie. La meraviglia delle persone con le loro infinite sfaccettature e le meraviglie della natura con i suoi straordinari colori e suoni.

La lumaca che rappresenta il pellegrino che cammina con il suo zaino, come se fosse la sua casetta, passo dopo passo, alla scoperta della vita.

Dal corso base clown un nuovo incredibile vortice di emozioni. Avevo il naso rosso! Avevo realizzato un mio sogno! Ero un nasino rosso! Avevo la piena consapevolezza di averlo nella testa, nel cuore, nelle mani, nelle gambe e nell’anima.

Quello che vi ho raccontato è la storia della nascita di Caracol. Un

clown di corsia. E la sua storia è disegnata anche nel camice che utilizza quando va in servizio con il naso rosso. Perché la sua essenza è lì.

Le emozioni che regala il naso sono infinite. Non basterebbe una vita per raccontarle. Ogni incontro è una relazione speciale e unica. Ogni emozione racconta una storia. Ogni momento è vissuto a pieno e arriva nell’intimità più profonda delle persone.

Quello che cerchiamo di fare è colorare un momento difficile della vita di un’altra persona. Vivere momenti in cui possano non pensare alla malattia o alla situazione di disagio in cui si trovano. Non possiamo cambiare la loro condizione, ma possiamo farli sentire meglio. Come dice Patch Adams “Quando si cura una persona si vince o si perde, quando ci si prende cura di una persona si vince sempre”.

Credo fortemente che un sorriso possa fare miracoli e che una parola premurosa, un gesto di cura, uno sguardo affettuoso o semplicemente ascoltare gli altri possa cambiare un attimo, un’ora, un giorno o la vita di un’altra persona.

Potrei raccontarvi tanti aneddoti che in questi dieci anni ho vissuto nei reparti di pediatria, pediatria oncologica, nelle case di riposo, nella Missione a Kiev, ma non lo farò. Giuro che sono tantissimi e ognuno meriterebbe il Suo giusto spazio. Magari scriverò un libro.

Vi racconto solo l’ultima ‘confidenza’ di un guerriero oncoematologico, per me ‘Leone’, un ragazzo di 14 anni che attraverso la sua mascherina e i suoi bellissimi occhi marroni che brillavano e sorridevano mi ha detto “anche io voglio essere clown di corsia”.

Posso solo dirvi che vedere nascere un sorriso nei volti delle persone sconosciute e in poco tempo creare una relazione speciale è di una tale bellezza e potenza che non ci sono davvero parole per descriverla. E’ solo da provare!

E non lo penso solo io ma tutta l’Associazione di cui faccio parte “VIP” Perugia perché noi “Viviamo in Positivo” e crediamo che: “Il naso rosso abbatte i muri e accorcia le distanze”. Ringrazio tutta la mia famiglia clown perché grazie a loro posso vivere e condividere tutto questo entusiasmante ed incredibile mondo. Con loro è sentirsi

a casa, è sentirsi parte di un grande e appassionante progetto d’amore.

E condividere tutto questo anche con il proprio compagno di vita è da privilegiati! Il naso rosso con me ha agito anche da Cupido!

Il cammino e l’esser clown hanno cambiato la mia vita. Ho cercato e cerco di farne il mio stile di vita. Cerco di vedere il lato positivo in ogni situazione che vivo. Anche se non è facile. Ma alleggerisce. Cerco di essere clown anche nella vita di tutti i giorni. Senza naso rosso. Perché il naso rosso è anche nel cuore.

Perché ciò che conta è lo stupore della meraviglia delle relazioni che si creano in pochi minuti, la condivisione anche di un solo istante, ma indimenticabile e intenso. Perché si possiede solo ciò che si dona. Solo quello ci rimarrà nel cuore. Ma a noi ci rimarrà molto ma molto di più di quello che abbiamo donato. E questo è davvero un grande dono. E’ questo che ci scalda il cuore.

Associazione VIP

Viviamo In Positivo

Sezione di Perugia

Promuove attività di volontariato clown in tutte le strutture e i luoghi in cui è presente uno stato di disagio fisico o psichico.

lucia Caracol

UN VOLONTARIATO CHE NASCE DAL CUORE

Sono nato Volontario

Sono nato 76 anni fa ad Acqui Terme (Al) e già dai tempi dell’asilo aiutavo spontaneamente i bambini più piccoli che piangevano chiamando la mamma. Questo mi portò ad essere molto apprezzato dalle Suore che mi incaricarono di badare ai miei piccoli compagni:

Iniziai quindi ad essere VOLONTARIO a tre anni!

La mia vocazione all’aiuto e agli altri continuò anche alle scuole elementari; in seconda il maestro mi chiamò in disparte e mi disse “Visto che sei proprio bravo ho pensato di metterti nel banco con Vittorio che è un ripetente, aiutalo e lascialo copiare perché ne ha molto bisogno”.

Lo feci volentieri: Vittorio era magrolino, pallido, non si sapeva se a casa sua riuscisse a mangiare, perché era l’ultimo figlio di una famiglia poverissima e numerosa, probabilmente le prendeva da tutti, infatti a volte veniva a scuola con dei lividi.

Passiamo agli anni delle scuole superiori, Istituto per ragionieri, ove ero considerato sempre “bravo, giudizioso e disponibile”. In quegli anni delle superiori nacque il mio vero volontariato. Non molto distante da casa mia vi era la Sede della CROCE ROSSA ed a 16 anni mi presentai chiedendo se e come avrei potuto essere utile durante le vacanze estive. Un responsabile mi disse “sei abbastanza grande e forte per fare il barelliere nei trasporti ordinari”; così cominciai a prestare servizio su ambulanze che erano vecchi modelli Fiat 1100 privi di quasi tutto. L’addestramento fu veloce: un medico ci illustrò le minime conoscenze necessarie, ma fu sufficiente per permettermi, operando sulle ambulanze, di crescere e maturare vedendo da vicino le sofferenze e a volte purtroppo anche la morte. Avevo già chiesto informazioni e, compiuti da poco i diciotto anni, un medico della Croce Rossa mi disse di andare in Ospedale perché mi avrebbe fatto un prelievo per vedere se ero idoneo alla donazione di sangue!

Risultai gruppo “zero negativo” quindi ero un donatore universale, cioè il mio sangue poteva essere trasfuso a tutti!

Infatti in un caldo pomeriggio, estate 1963, passeggiavo nel centro di Acqui quando arrivò, velocemente, in bicicletta un amico donatore che, conoscendo il mio gruppo sanguigno, mi stava cercando.

Mi disse di correre velocemente al reparto maternità dell’Ospedale,

dove in una cameretta vidi una giovane signora con gli occhi chiusi e pallidissima; aveva avuto una grave emorragia post parto. Mi fecero sedere a fianco al suo letto ed il medico mi prelevò una boccetta di sangue, che subito venne trasfusa alla signora; il tutto venne ripetuto! Finite le due trasfusioni mi sedetti su una sedia in corridoio; dopo circa 45/50 minuti, siccome la signora si era ripresa, mi fecero entrare nella stanza perché voleva ringraziare il donatore.

Bisogna ricordare che, in quei tempi, due donazioni contemporanee erano un fatto eccezionale.

Nel 1963 presi servizio all’allora Istituto Bancario San Paolo di Torino e anche qui mi adoperai per donare il sangue, ma non solo, con altri colleghi donatori creammo il Gruppo Aziendale Donatori di Sangue della Banca (Ora INTESA SANPAOLO), perché ci accorgemmo che era meglio costituire scorte e donare prima di un’eventuale emergenza, per non dover correre con affanno alle richieste della Banca del Sangue.

Ho smesso di donare sangue nel 2013 la settimana prima di compiere 70 anni, con 177 donazioni registrate e se aggiungo anche quelle non registrate supererei le 200 per circa 90 Kg in totale. Mi sono stati assegnati numerosi riconoscimenti tra cui l’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine Al Merito della Repubblica Italiana nel dicembre 2012.

I minuti di attesa sono lunghi ma gli anni volano. Fu così che a fine millennio scorso mi trovai pensionato.

Sempre sulla nomea di essere un “bravo e disponibile amico” mi ritrovai in poco tempo ad essere coinvolto in 7 o 8 Associazioni e gruppi diversi. Avevo l’agenda sempre piena ma non mi piaceva proprio, solo materialità ma niente per le persone. Appena possibile ridussi il tutto a due: Donatori di Sangue e servizio in Duomo per la Santa Sindone.

Poi, anche per respirare ancora un po’ di aria San Paolo, mi avvicinai all’Ufficio Pio; il servizio in Duomo nel 2016 finì. Ora ho solo i Donatori ed il Pio. Sono due tipi di volontariato completamente diversi dal lato operativo, ma accomunati da un’unica importantissima “forma mentis”: mettere da parte noi stessi e farci carico dei problemi altrui.

Ho avuto modo di constatare quanti problemi sommersi ci siano nella nostra società; ho assistito singoli, famiglie con o senza figli, giovani, meno giovani, anziani. Ogni caso è una storia propria, ma l’unica cosa che accomuna l’approccio è avere la pazienza di

ascoltare. Quando l’assistito racconta la sua vita, sembra che si liberi un poco e chieda la condivisione del suo stato. Dai tanti colloqui avuti ho compreso meglio il significato della parola “condividere”: il bene passa a più persone ed il male diminuisce per ognuno.

Ricordo i tanti grazie sentiti ed i sorrisi nei miei confronti, quasi imbarazzato mi sforzavo di far capire di aver fatto solo il passacarte. Vivo è il ricordo della gratitudine di una signora che mi ringraziò per aver rispettato la sua dignità, consegnandole i soldi per pagare le spese condominiali, in modo che l’Amministratore non sapesse del suo momento di difficoltà.

Questo episodio mi ricorda una frase del Tesauro scritta nel suo lavoro sui Primi 100 anni della Venerabile Compagnia di San Paolo in Torino (1663): egli descrive i “poveri vergognosi” con queste parole “pallidi per fame arrossiscono a dichiararsi tali”

Ultimamente partecipo al Gruppo delle pratiche CARL, cioè degli anziani, soli, invalidi e poveri in carico “stabilmente” all’Ufficio Pio. Circa la metà abita nelle “case popolari” e nelle visite domiciliari passo dalla “piccola bomboniera” al non so che cosa dire di quell’alloggio. Tuttavia le signore hanno la casa sempre più presentabile, a volte anche solo con un fiore finto. La povertà dell’anziano è una brutta cosa, molti sono “scivolati” lentamente, ma tanti hanno combattuto tutta la vita e sono stanchi.

Ho sentito casi così tristi, difficili, provati da ogni male e cattiveria che mi hanno fatto capire ancor di più come la mia vita sia stata fortunata, quasi mi viene da chiedermi perché a me Dio ha dato tanto bene e ad altri così tanto male. La risposta è che Dio non preferisce l’uno all’altro, ha donato ad ognuno l’intelletto per distinguere il BENE dal MALE ed agire di conseguenza. C’è chi fa del bene e chi del male, infatti esaminando le storie che mi sono state raccontate si evince come il male sia nato perché queste persone involontariamente si sono trovate ad avere a che fare con altre persone, anche in famiglia, veramente cattive, sia per indole, ignoranza, povertà estrema, abbrutimento, condizioni ambientali. Quale Delegato sono stato solo lo strumento operativo, il merito è dell’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo; è anche possibile che un altro delegato avrebbe potuto fare più e meglio di me, comunque ho cercato di operare secondo le mie possibilità e mia coscienza. Ma, come direbbe qualcuno: “non finisce qui”, infatti sono stato al servizio dei pellegrini in tutte le Ostensioni della S. Sindone, poi

in servizio alle Olimpiadi Invernali 2006, cerimonia di apertura e Palaisozaki, e, per terminare, volontario per i 150 anni dell’Unità d’Italia nel 2011.

Vorrei concludere con un grazie a mia moglie Luigina perché, dal fidanzamento in poi, senza la sua pazienza, il suo aiuto e la sua collaborazione nulla sarebbe stato possibile.

UFFICIO PIO Compagnia di San Paolo

Volontario un dono che ricevi con il dono che offri

Il primo luglio di quest’anno avrò 70 anni, data la mia età è evidente che sono figlia degli anni del “cambiamento”, quello VERO. Già da ragazza mi fu chiaro che per cambiare bisogna vivere il cambiamento e non solo manifestare e poi tornare tranquillamente a casa.

A 19 anni, dopo il liceo, decisi anche grazie ai miei genitori che mi compresero e non mi ostacolarono, di vivere sola senza aiuti economici mantenendomi lavorando e per alcuni anni mi sono potuta permettere solo una stanza ammobiliata in condivisione con un’altra persona e con il bagno in comune.

Ricordo che mio padre mi disse: “Per te avevamo altri progetti, ma so che le tue scelte sono meditate e soprattutto inderogabili”; Lui, partigiano, aveva fatto la guerra sulle montagne piemontesi e la famiglia di mia madre aiutava e nascondeva i partigiani.

All’inizio degli anni ‘70 mi si presentò la possibilità di un viaggio di lavoro in Algeria ad Annaba, nessuno voleva andare così mi offrii io. Quel giorno iniziai la mia carriera di trader in prodotti siderurgici, viaggiai molto in Nord Africa e Medio Oriente, lavorai anche con Iran, Venezuela ed altri paesi. Viaggiare per lavoro ti mostra la vera faccia di un paese, anche se vedi solo uffici e stanze d’albergo, la tua relazione con le persone, superata la prima diffidenza iniziale, diventa reale e sincera.

Mi è capitato di trovarmi allo scoppio di una guerra civile, o camminare tra le macerie di una città devastata, nella quale non ho avuto il coraggio di scattare neppure una foto.

I ricordi a volte riaffiorano vividi, come quando, in una mostra alla Reggia di Venaria, vidi le immagini della devastazione di Beirut

del fotografo Basilico, piansi, seduta su una panca ignorando i visitatori che passavano e mi guardavano stupiti. Anche se sei solo una spettatrice e non puoi condividere, puoi però comprendere ed imparare a non giudicare, ma ad accogliere.

Quando mio padre morì decisi che sarei stata di più accanto alla mamma, che la mia vita sarebbe cominciata a cambiare, che avrei viaggiato meno; avrei così potuto dedicarmi ad un progetto sociale.

Un amico, operatore dell’Ufficio Pio, mi parlò di un nuovo progetto che stava appena nascendo: “Il traPeZIo”; un progetto che si occupa di persone e nuclei famigliari la cui vita, prima in equilibrio, è messa in difficoltà, con rischio della povertà, da un evento destabilizzante: la separazione, la morte, la malattia, la perdita del lavoro.

Sentii che in quel progetto avrei potuto essere utile, feci un colloquio con la coordinatrice che accettò la mia domanda.

Ci sono persone che criticano il volontariato accusando, chi lo fa, di farlo solo per se stesso; il volontario lo fai e basta, è un dono che ricevi con il dono che offri, è uno scambio bellissimo.

Sono felice quando riesco ad aiutare una persona o una famiglia ad uscire dal momento di difficoltà e sono felice quando, anche dopo anni, le persone che ho accompagnato mi chiamano per raccontarmi qualcosa o per farmi gli auguri di Natale.

Ho molto creduto e credo in questo tipo di progetti, ho collaborato anche ad un altro progetto della stessa area; credo nel volontariato come offerta di una mano ferma che trasmetta la compassione per chi affronta momenti tragici, di difficoltà, ma soprattutto possa mettersi accanto per offrire un appoggio sicuro sul quale poter contare.

Il mio cuore può piangere, ma tu che stai soffrendo non hai bisogno delle mie lacrime perché hai già le tue ed il tuo dolore conta più del mio.

Cito alcuni brani tratti da un discorso di Barbara Spinelli sulla mitezza, virtù secondo me fondamentale per noi volontari.

“Virtù sociale perché non nasce da un accordo ma si offre gratuitamente, unilateralmente.

Mite diverso dall’ umile perché umile è testimone di questo mondo mentre il mite è anticipatore di un mondo migliore.

Il mite attraversa il fuoco senza bruciarsi poiché sta in mezzo alla fiamma non come carne che brucia ma come pane che cuoce.

la mitezza è la potenza dell’impotente, non è statica ma un vento in movimento, non è il sole nero della malinconia e ancor meno il

risentimento ma piuttosto serietà con allegria, conosce umanità e crea silenzio dentro per schiudere la porta.”

UFFICIO PIO Compagnia di San Paolo

Vulnerabili sempre

Mi chiamo Angelo Gigliotti vivo da sempre a Piossasco ed è qui che è iniziata la mia storia da volontario: nell’AGESCI, come delegato dell’Ufficio Pio, passando poi per l’associazione con cui ho adottato i miei due figli, sempre accompagnato da innumerevoli compagni di viaggio che con me hanno condiviso l’impegno verso il prossimo. Negli anni ho maturato la convinzione che tra me e chi mi sta di fronte non c’è poi quella grande differenza che in certi momenti vorrei che ci fosse. Forse in questo momento chi mi sta di fronte è più vulnerabile ed è quindi giusto che io gli dia una mano, ma alla fin fine siamo tutti vulnerabili, e il volto di chi mi si presenta davanti potrebbe essere il mio stesso volto.

Per spiegare questa sensazione di vulnerabilità che ogni essere umano incarna, ho pensato di scrivere un breve racconto nel quale, attraverso situazioni, persone, accadimenti anche personali emerge questo essere in fondo vulnerabili, preda del mondo e delle cose che ci accadono intorno, senza riuscire, a volte, a porre rimedio alle situazioni di disagio. Essere volontari non vuol dire essere dei super eroi, ma uomini che hanno dentro di sè la coscienza di poter dare un piccolo contributo al bene di tutti, partendo anche dalla loro stessa vulnerabilità e dai loro stessi problemi.

Il gioco è semplice: in auto per le vie di torino, nell’autoradio un pezzo di musica che in quel momento ti piace, quindi cercare tra le persone che intravedi, magari per pochi secondi, quella che più si adatta alla tua musica. ecco che le fermate dei pullman diventano una scena da guardare, che le persone sedute che aspettano un tram, dei volti che possono andar bene per quella canzone così come non entrarci per nulla.

anche quel pomeriggio, saranno state le sei e mezza, finita la riunione in Piazza Bernini, decisi di giocarci, tanto dovevo attraversare tutta torino e il traffico non mancava; in macchina, cintura, retro e sono nel controviale, dall’autoradio le note di everybody Hurts dei reM.

Vediamo, senza fretta, se necessario la facciamo andare 10 volte, ma voglio trovare qualcuno che sia proprio la canzone: semaforo, ragazze che escono dal Berti; troppo giovani, troppo convinte che tutto andrà bene. Forse quella rimasta da sola un po’ più indietro, ma no, non ha nulla a che fare con questa musica. rotonda, tribunale, un pullman si affianca. Una variante del gioco è guardare per qualche secondo i volti delle persone su autobus e tram, un po’ come nella scena finale del dottor Zivago, anche se questa volta sei tu ad essere fuori dal tram. la signora bionda di mezza età, forse dei paesi dell’est, probabilmente torna dal lavoro, magari a far da badante a qualche anziano, forse con qualcuno a casa che l’aspetta o forse sola. Qualche secondo e passerà, non la rivedrò più, ma bastano pochi secondi per comprenderla? Bastano pochi secondi perché il suo volto si imponga alla mia vita, alla mia musica?

non è lei, non va bene, forse un pezzo diverso, forse un momento diverso, forse emozioni diverse.

Corso orbassano, oramai il pezzo è alla terza passata, ma ancora nulla, ancora non ho visto nessuno che sia parte di questa musica. Che cosa mi deve dire questo volto? Che cosa renderebbe questa persona quella giusta?

Viva, gettata nel mondo come se non lo avesse scelto, un po’ stanca o forse molto stanca di quello dentro cui vive, con la paura di pensare che le cose potrebbero andar male, o per meglio dire potrebbero andare così male da pensare che il male di oggi non sia poi così terribile. Vulnerabile come quella bicicletta che sta attraversando davanti al tram.

Fermata del 5, semaforo rosso. 60 secondi utili perché sono proprio di fronte alla fermata, eccolo: la persona che cercavo, il volto che deve aver visto chi ha scritto questa canzone: avrà sui 45 anni, abbastanza magro anche se gonfio di vestiti. Una giacca a vento grigia, di quelle non certo all’ultima moda, di quelle che compri a 20 €uro in un discount, pantaloni scuri e scarpe da tennis, in mano una busta del supermercato con dentro qualcosa. non è vestito male, ma neanche bene, sono vestiti impersonali, vestiti di chi la vita la sta vedendo andar via e che non ricorda neanche cosa sognava da ragazzo, ma senza rabbia, solo con una preoccupazione sul volto che ogni istante che passa si avvicina sempre più alla rassegnazione.

e poi il volto: non so cosa sia, se i capelli scuri, gli occhi lenti, la barba appena accennata di chi non si è sbarbato questa mattina, oppure le occhiaie accentuate, ma è un volto che ci sta, è quello giusto. Che cosa avrà visto e cosa starà vivendo?

Magari torna anche lui dal lavoro, abiterà in un qualche palazzo della periferia: tre camere e servizi, mutuo da pagare, magari una moglie, due figli da mandare a scuola, da portare a calcio anche questa sera. due ragazzi a cui non è possibile spiegare che dal prossimo mese la fabbrica per cui lavora il papà chiuderà e in casa per qualche mese arriverà solo l’assegno della disoccupazione, ma che se non si trova qualcosa come fare con il mutuo, la scuola, il calcio, la pizza la domenica sera? e il mondo ti passa a fianco. avevi smesso di sognare per te, ma almeno sognavi per i tuoi figli; ora è difficile sognare anche per loro, troppa la preoccupazione, troppo il grigio, troppo il freddo. Colpo di clacson, i 60 secondi sono passati. accelero, ho trovato il volto che cercavo, o forse non sono io che l’ho trovato, è lui che mi si è messo davanti, che si è imposto con la sua presenza. autostrada, oramai è buio, per le sette mezza sarò a casa, ma devo ricordarmi prima di cena di pulire la tettoia della baracca degli attrezzi, le foglie stanno marcendo e in cinque minuti tutto sarà a posto. arrivo, posteggio, entro in casa, mi tolgo giacca, camicia e cravatta, mi metto una maglia e vado in giardino, prendo la scala, salgo sul tetto del capanno, inizio a ramazzare le foglie.

Mi torna in mente l’uomo della fermata. Cosa farà ora? Cena, oppure già al campetto per l’allenamento dei figli? ne avrà parlato con la moglie, oppure si sarà tenuto tutto per sè nella speranza che magari la cosa si sistemi, che l’azienda trovi lavoro? Se trova lavoro lui è a posto perché ha sempre dato il meglio di sé, non si è mai tirato indietro.

Mi viene in mente la signora del tram, la ragazza rimasta indietro e tutti quei volti che ho incrociato sapendo che sarebbero scomparsi.

Sono sul tetto, continuo a pulire, spazzo le foglie: e quella crepa tra le tegole del capanno che pensavo semplicemente di aggirare, ecco che di colpo si è aperta facendomi cadere. Il sangue in faccia, un occhio da cui non ci vedo, il braccio che pende come quello di una bambola rotta.

angelo gigliotti

Volontario perché bisognoso degli altri

Raccontare della propria vita non è mai semplice e raccontarla perché possa essere di qualche utilità agli altri è un’impresa un po’ ambiziosa e assai rischiosa, ma al tempo stesso stimolante.

Io sono un po’ presuntuoso ed inizio col dirvi che la mia vita sembra essere stata indirizzata al volontariato sin dai miei primi anni: persi il padre a giugno (non avevo ancora sei mesi) e mia madre dovette lasciare la Liguria e tornare da suo padre nel Veneto; nel frattempo era scoppiata la guerra, e nella casa di mio nonno trovarono “rifugio” per cinque anni sette adulti e nove bambini.

Una babele da cui si esentavano ogni giorno il nonno che in bicicletta, percorrendo ventun chilometri, andava a lavorare allo zuccherificio, e mia mamma che con le due zie andavano a servizio presso delle famiglie agiate.

La fine della guerra fu una “fortuna” per mio nonno che vide partire quattro figlie in cerca di lavoro, che dopo un anno tornarono e si ripresero i rispettivi figli, con il nonno rimasero un figlio maschio ed una femmina …e io, il nonno infatti, tra le lacrime, aveva reclamato: ”Ma come, mi portate via tutti i bambini? Lasciatemi almeno Dario”. E Dario ero proprio io.

Avevo sei anni e frequentavo la prima elementare, sostituii i miei cugini ai compagni di classe ed iniziarono le prime amicizie; la mia vita fu piena di esperienze nuove, tra scuola e giochi con gli amici, e anche in compagnia del mio nonno.

Pian piano imparai a capirlo e a ricambiare l’amore che aveva per me; lo aspettavo tutte le sere al ritorno molto tardi dallo zuccherificio, lo abbracciavo e c’incamminavamo verso casa senza proferir parola. Si, perché il nonno non parlava quasi mai, si esprimeva con i gesti, con il contatto fisico e con gli occhi, aveva “mangiato” tanto dolore da non riuscire a spiegarlo, per cui preferiva tenere la bocca chiusa.

Venne anche il mio turno di ricongiungermi alla famiglia, ma avrei preferito non andar via: piansi tanto abbracciato al mio vecchio nonno, che ogni sera, mi porgeva un sacchettino di melassa facendomi segno di metterlo in tasca perché era per me, solo per me.

Non lo rividi più, perché dopo sei mesi morì, e la mamma pensò di non dirmelo, perché non avrebbe saputo spiegarmi né la morte e né dove fosse finito il mio carissimo nonno.

A Torino, al posto della vita in famiglia dove la mamma lavorava e nessuno poteva assisterci a casa, a me e alle mie sorelle ci aspettavano

anni di collegio: tre di elementari al collegio Cottolengo e altri tre dai salesiani al Colle Don Bosco.

In collegio fu tutto molto difficile e complicato, ne uscii a tredici anni e mi rimase per mesi un senso di confusione, mi sentivo un pesce fuor d’acqua che non sa più identificarsi nell’ambiente che è cambiato. Iniziai, per mia fortuna, subito a lavorare, questo mi cambiò la vita, mi diede punti di riferimento certi e rassicuranti: l’impegno, l’orario di lavoro, i colleghi, il proprietario e le sue esigenze e…il salario a fine mese.

La mia vita, l’avrete intuito, mi aveva fatto incontrare tante persone alle quali avevo dovuto adattarmi e relazionarmi, contemperando le mie esigenze alle loro. Un cammino che, fatto alla mia età, era stato molto complicato per la mancanza di riferimenti, soprattutto affettivi. Per qualche anno dimenticai tutte le usanze del collegio: la messa quotidiana, la preghiera ed il colloquio con il Direttore, non avevo risentimenti avevo solo bisogno di fare punto e a capo.

Fatto il punto, capii che avevo bisogno degli altri, avevo bisogno di tornare a confrontarmi e a condividere esperienze di vita. In famiglia, con tre femmine, non avevo risposte, sul lavoro ognuno badava a sè stesso escludendo intromissioni pericolose.

Giocavo a calcio in una squadra e poi diventai arbitro, impegnato il sabato e la domenica, in campi di calcio a cui arrivavo con combinazioni di treno e pullman che mi portavano via tanto tempo. Ero solo e mi mancavano gli altri: decisi di porvi rimedio.

Andai dal Direttore dell’Oratorio Agnelli vicino a casa, e gli chiesi se aveva bisogno di me per far giocare i bambini. Saputo che ero arbitro di calcio, mi affiancò ad un sacerdote e da lì ripartì la mia vita da volontario che mi permetteva di vivere a contatto con la gente e con i suoi problemi.

Mi sposai, ebbi due figli, cambiai casa, ma la parrocchia fu sempre un punto di riferimento, anche perché, nel frattempo, seppi dare una risposta a tutte le Messe, le preghiere e ai consigli del Direttore che mi avevano angustiato in collegio: ora Parrocchia, Caritas, poveri, Assistenti sociali, diventavano parti integranti della mia vita, insieme al lavoro e la vita familiare.

Da un’adozione temporanea di un bambino di otto anni a cui io e mia moglie avevamo dato l’assenso, iniziò un percorso e un’amicizia con un Assistente sociale.

L’adozione ebbe termine, ma grazie all’amicizia che si era creata,

l’Assistente mi chiese se potevo seguire una famiglia marocchina che aveva preso casa da poco a Moncalieri per accompagnarla nella conoscenza del territorio. Erano gli anni delle prime immigrazioni ed ai nostri poveri si erano aggiunti altri poveri con in più il disagio ambientale e relazionale.

Dissi di si, non sapendo bene a ciò a cui andavo incontro, solo perché mi sembrava giusto, mi ero cacciato in un’esperienza “diversa” dove il diverso ero io, ma non me ne resi subito conto. Padre, madre e tre figli erano persone molto premurose nei miei confronti, ma tutto ciò che dicevano e facevano aveva un linguaggio diverso dal mio; mi ci volle tanta pazienza e costanza per cercare di capire e farmi capire; onestamente, non lo so fino a che punto ci sono e ci siamo riusciti, ma alla fine ci davamo disinvoltamente del “tu”.

Quando la fabbrica di carpenteria metallica dove lavorava il capo famiglia si spostò in Marocco, proprio a Casablanca da dove provenivano, fummo tutti felicissimi, anche io perchè ripresi possesso di me stesso: quest’esperienza mi aveva un po’ messo a disagio perché i problemi degli altri non sono mai i tuoi e, a volte, non basta la buona volontà per sentirti a tuo agio e mettere gli altri al proprio.

Vado in pensione ci sono tante cose da sistemare, gli altri, per adesso sono i parenti, gli amici e tutti coloro che “rompendo”, vengono sempre più numerosi a suonarti al campanello per avere un obolo. Tutto qui? Si tutto qui, finché, mi succede il fatto...

Vado al supermercato, sono di corsa, controllo la lista e decido che può bastare, passando davanti alla rastrelliera dei carrelli, noto appollaiato su di essi un giovane extracomunitario e penso: ”Mi spiace caro, ma ho il gettone”. Lo penso e glielo dico, ma lui mi dice: ”Capo, Virginia mia bimba ha freddo”.

Questo non me l’aspettavo proprio e rimango a guardarlo imbambolato, infilo la mano in tasca, monete non ce ne sono, tiro fuori una banconota e gliela porgo: mi fissa, sorride, dice: ”Grazie, capo” e mi si defila dallo sguardo. Penso che si sia fatto la giornata e m’infilo in auto, avvio il motore e lui ricompare e mi chiede un passaggio fino all’autobus, lo faccio salire.

Si chiama Vasili, è romeno ha 26 anni, è sposato con Tania ed hanno Virginia di otto mesi, nata in Ungheria mentre tentavano di raggiungere l’Italia; strapazza allegramente l’italiano ed è in cerca di lavoro. Senza un lavoro, vivono in una stanza senza riscaldamento perché la bombola è finita: ”Ho bisogno di bombola, no me, no Tania

noi forti, ma piccola Virginia”.

Noto subito un’analogia con un certo episodio di 2000 anni fa, anche lì non trovavano una stanza dove far nascere un bambino? Son parole che per me credente e buon cristiano, ti arrivano dritte allo stomaco. Quasi per proteggermi dico che in Romania adesso c’è lavoro perché tante ditte, anche italiane, hanno fatto fabbriche laggiù e che forse in Romania…Ma lì pagano poco e poi non hanno i soldi per tornare, li hanno spesi tutti per venire Italia”.

Strada facendo gli dico che gli darò i soldi per scaldare Virginia, Vasili, guardando i negozi ricolmi di ogni bene, mi dice che Virginia ha poco da mangiare perché lui non riesce a trovare un lavoro; poi mi guarda sorridente, gli è venuta un’idea lo si vede dagli occhi luminosi: ”Capo, tu fare battezzo per Virginia”. Un momento di sconcerto mi assale, il groppo sale in gola e faccio fatica a mettere in ordine le cose: cosa c’entra il battesimo di Virginia col supermercato, i carrelli, la bombola, l’autobus e, soprattutto con me? Non puoi evitare di guardarlo negli occhi e celiare la commozione dicendogli che non sei capo, e per il battesimo, neanche prete.

Vasile insiste: “OK tu no pope, tu padrino…tu e moglie”, capisco che è ortodosso e gli dico che sono cattolico, ma siamo figli dello stesso Dio. Imperterrito Insiste “OK tu e moglie buoni fare padrini, Virginia contenta”. Gli scrivo su un fogliettotto il mio numero di telefono e lo saluto assicurandolo che l’avrei aiutato nel cercare di inserirsi nel quartiere dove abitava.

Nel frattempo avevo conosciuto Angelo, un Delegato dell’Ufficio Pio della Compagnia di S. Paolo, al quale raccontai la vicenda, lui mi disse che potevo diventare Delegato anch’io, così la prossima volta il problema me lo risolvevo da solo. Accettai e mi accompagnò dal Direttore dell’Ufficio Pio il quale, sentendo le mie esperienze di volontariato, mi promosse sul campo.

Contattai il Delegato che operava nella zona di Vasili, combinai un incontro con lui, ci scambiammo le ultime novità di vita e lo presentai al Delegato che si annotò la sua situazione e promise di farsene carico. Di Virginia non parlammo e per mia fortuna non uscì più la richiesta di farle da padrino, altrimenti mi avrebbe messo in crisi.

Tornando a casa mi vennero in mente i miei due figli e tre nipotini, più fortunati di Vasili, di Tania e di Virginia. Ecco la storia di Natale: viviamo il nostro tempo con tutte le sue e nostre contraddizioni, ma Lui, Virginia, Ivan, Gianluca, Chiara, Andrea, continuano a venire

al mondo, al freddo o al caldo, affamati o sazi, piangenti o radiosi, ma tutti ci domandano e ci interpellano:” Dove sono gli uomini di buona volontà? Chi è pronto ad emozionarsi e ad agire per far sì, che qualunque parte del mondo, dove siamo chiamati a venir all’esistenza, sia godibile ed accogliente?

Marcenta dario

UFFICIO PIO Compagnia di San Paolo Sostiene le persone e le famiglie in difficoltà

Dalla NottE all’alBa è notte.

Per te non è un problema, il buio che serpeggia fra i tronchi e le radure è la tua casa. Gli odori ti aiutano, i rumori ti guidano e tutti ti parlano dell’erba che sta spuntando, del sentiero che percorri ogni notte, del lupo che ieri è passato ma oggi è lontano.

Avanzi, ti fermi. Un gufo vola via con un fruscio e tu procedi, più tranquillo. Gli alberi si diradano, arriva quell’odore strano, pericoloso, di quel sentiero duro ed immutabile che taglia il bosco. Niente erba lì, niente impronte. Ormai quell’odore lo conosci, non ti fa paura ma quando attraversi quel lembo scuro qualcosa ti inquieta sempre, è diverso dagli alberi, dal terriccio, dal muschio ed i tuoi piedi lo sentono. Esiti un attimo, alzi le orecchie alla brezza e lei mormora qualcosa: è quel brontolio arrabbiato, minaccioso, che a volte senti. Ma sempre e solo lì, su quel sentiero misterioso.

Il rumore è ancora lontano. Certo si sta avvicinando, ma ancora è lontano. Il primo zoccolo è sull’asfalto. Il rumore è più vicino.

Tu vuoi andare avanti, passerai come tutte le notti oltre quel buio sentiero ed all’alba vedrai il sole da quella radura da cui da anni ormai scacci ogni rivale.

Il rumore è più vicino.

Sei sul bordo della strada. Sei incerto, le tue sensibili orecchie fremono nervose. Teso come una ragnatela appena tessuta usi tutti i tuoi sensi per capire cosa sta succedendo. Ma qualcosa ti sfugge, non comprendi e fai un passo avanti.

Un lampo improvviso nella notte scaturisce in fondo alla striscia d’asfalto: è una luce intesa, troppo, ti abbaglia e ti confonde, tu scatti in avanti perché vuoi passare.

Devi andare al di là e ti lanci sull’asfalto, pensi solo a quello perché

ormai i tuoi sensi sono soffocati e non ti guidano più. Un attimo, un secondo: la luce è troppo vicina, il rumore è vibrazione dentro le tue ossa. è tutto troppo vicino. è tutto troppo.

Il botto è forte. L’adrenalina non ti fa sentire quasi nulla, almeno per ora.

Pensi solo che devi passare, davanti agli occhi hai la radura ma ormai sei steso sull’asfalto. Qualcosa di caldo ed appiccicoso ti inchioda al suolo.

Pensi solo che devi passare.

Il cellulare suona nel cuore della notte. Sobbalzo, alzo una mano, lo afferro e rispondo.

Dannazione, l’ennesimo capriolo.

Mentre riattacco guardo l’ora, sono quasi le due e mezzo di notte. Sospiro, accarezzo l’idea di considerarlo un sogno scomodo e rimettermi a dormire, poi butto le coperte di lato e mi alzo. Mentre mi vesto chiamo un altro volontario, così siamo in due ad essere buttati giù dal letto nel cuore della notte. Non siamo mai soli, c’è sempre qualcun altro che durante il tuo turno si rende disponibile e dorme con una mano sul cellulare aspettando la tua chiamata. Odio il turno di notte, ma sapere che qualche viso amico, a qualunque ora, ti risponderà e verrà a spartire con te la tensione, l’amarezza e forse il sollievo, vuol dire molto.

Mezz’ora o poco più e sono lì. Scendo dal furgone ed il sonno, la stanchezza e le imprecazioni svaniscono, lasciando il posto alla serietà che la situazione richiede. Nella luce dei fari si fanno avanti tre ragazzi: li saluto, sono pallidi, quello che era alla guida balbetta qualcosa “Non l’ho visto… l’ora… pensavo che non ci fosse nessuno…” Annuisco e mentre parla vado avanti, la fretta di farmi un’idea della situazione mi guida verso quel bozzolo riverso a terra. In questi momenti la tempestività è tutto. è un bel maschio adulto. Riverso a terra, quando mi avvicino lentamente alza appena la testa per guardarmi. Vedo un occhio sbarrato, espressione stessa di angoscia e sbigottimento, poi

gli mancano le forze e la testa si riadagia. Il costato si alza ed abbassa a ritmo disperato, entrambi i posteriori sono spezzati ma tutto quel sangue mi dice che non sono l’unico problema. Ho visto abbastanza, non è passata che una manciata di minuti da quando sono arrivata. La tempestività vuol dire tutto. Mentre torno al furgone a recuperare i guanti e la vasca per il trasporto spiego velocemente ai ragazzi i pericoli connessi agli incidenti con la fauna selvatica e cosa sto per fare. Qualcuno chiede se si salverà. Mi stringo nelle spalle e rispondo semplicemente che temo di no. Si scambiano un’occhiata agitata e quasi provo tenerezza per loro, li ringrazio perché almeno ci hanno chiamati invece di scappare via come fanno quasi tutti. C’è una ragazza, scoppia a piangere.

Intanto è arrivato l’altro volontario, mentre indossa i guanti a sua volta ci consultiamo per scegliere il modo migliore di muoverci. Con tutta la delicatezza e circospezione possibile carichiamo il capriolo nella vasca e poi nel furgone. Rapidi saluti poi via, verso l’ospedale veterinario. Non troppo di corsa, sia mai che un altro capriolo decida di attraversare all’improvviso.

Il veterinario di turno mi accoglie sul retro della struttura, ci conosciamo e ci salutiamo con un laconico “è il terzo questa settimana vero..?” “Già…”. Dopo pochi minuti è sul tavolo per la radiografia. La luce è fortissima ma le tenebre avvolgono comunque quei venti chili di spirito della foresta.

Esco, mi appoggio al furgone. Ora la stanchezza è tornata. Guardo in alto ma le stupide luci della città coprono le stelle. Mi arrabbio un po’. Cancelliamo le stelle con lampadine artificiali, la biodiversità con un mucchio di plastica, la vita con un “pensavo che non ci fosse nessuno”. Mi arrabbio un po’ di più. Mi chiedo per l’ennesima volta perché lo faccio. Di caprioli ce ne sono anche troppi, dannazione! Neanche stessimo parlando del gatto selvatico!

Sospiro.

Mi strofino gli occhi, penso a domani (in effetti ormai è oggi) che sarò uno straccio tutto il giorno perché ho passato metà della notte in giro ed io la mancanza di sonno proprio non la sopporto. Me ne

vado, la mia parte è finita e so già come andrà a finire, con l’esperienza si impara a riconoscere una situazione disperata. Sono le cinque, più o meno. Il cielo inizia a schiarire laggiù, il colore è livido come il mio umore. Non vorrei, perché chiedersi qualcosa e darsi una risposta soddisfacente è più difficile che fare qualcosa e basta o farlo per qualche idealismo, ma mi chiedo ancora perché lo faccio. Perché all’università questi animali ho scelto di studiarli? Perché pensarli lì a soffrire sull’asfalto mi disturba? Perché quelle volte che va bene renderli sani e scattanti al loro bosco ripaga delle delusioni? Certo, ma non basta.

Forse l’ho fatto per quella ragazza che è scoppiata a piangere? Per la speranza che le sue non fossero lacrime emotive ma di comprensione? Forse sì.

Forse l’ho fatto per quei volti pallidi e quelle giustificazioni? Per la speranza che la prossima volta il pensiero alla guida non sia “tanto non c’è nessuno” ma “in un bosco è possibile che attraversi qualcosa, rallentiamo”? Forse sì.

Forse l’ho fatto per la forza che mi trasmettono quei volontari che come me scelgono di offrire il loro tempo ed il loro sonno alla speranza di salvare una vita? Forse sì.

Forse l’ho fatto per quello sguardo stupito e sconvolto, di un animale che un incidente d’auto, una recinzione che lo blocca, una tana distrutta da un colpo di pala proprio non può capirli? Forse sì.

Un briciolo di luce scavalca l’orizzonte e trasforma il colore livido in una lama rossa che contorna le colline. La rabbia sfuma, e sorrido. è un sorriso stanco, a metà, ma è quel tipo di sorriso che può vincere ogni notte in bianco, ogni lacrima, ogni frustrazione. Un sorriso senza parole, perché non sono le parole la cosa importante. Dalla notte all’alba, dal bluastro della delusione al rosso della passione. Perché quello che conta, l’unico motivo per cui puoi offrirti come volontario, è la passione.

WildUmbria

Servizi riguardanti il recupero, la salvaguardia e la gestione della fauna e il monitoraggio ambientale

EspErIENzE DI voloNtarIato

Da un autobus malridotto scesero ad Assisi una quarantina di bambini e pochi accompagnatori. Mia moglie ed io scrutammo i visi di quei bimbi, alcuni spauriti ed altri incuriositi, ma tutti con i visini stanchi dal lungo e scomodo viaggio. Avevano lasciato le proprie famiglie in Transilvania per passare due settimane in Italia, invitati da una associazione di volontariato nell’ambito di un programma di ospitalità. Avevamo già fatto questa esperienza l’anno precedente ed avevamo accolto con affetto una bambina di nome Lucia con la quale eravamo rimasti in contatto con una costante corrispondenza scritta. Avremmo voluto continuare questa esperienza con la piccola Lucia ma la decisione era di competenza dell’associazione rumena che aveva una sua precisa linea di condotta e che non prevedeva la possibilità di dare per più anni l’ospitalità allo stesso bambino. Solo per questo la nostra famiglia decise di optare per accogliere la più piccola tra i bambini rumeni. All’arrivo scorgemmo tra di loro il viso dolce di Lucia che avevamo ospitato l’anno precedente ma che questa volta era stata assegnata ad una famiglia di Deruta. Ci avvicinammo per salutarla e lei, dispiaciuta per l’impossibilità di venire con noi, ci presentò un frugoletto di soli otto anni con un viso dolcissimo e due occhietti vispi. Lucia ci disse che la bambina si chiamava Oana, che non conosceva l’italiano ma parlava piuttosto bene l’inglese. Salimmo in macchina, con la piccola, per tornare presso la nostra abitazione e durante il tragitto ci fermammo in un supermercato per prendere qualcosa da mangiare. Ci rendemmo subito conto che Oana aveva una conoscenza molto approssimativa dell’inglese, almeno quanto dell’italiano, ma aveva una intelligenza viva ed una allegria contagiosa. A casa incontrò nostro figlio e fu simpatia a prima vista; per lui era, probabilmente, la sorellina che aveva sognato. La bambina si ambientò immediatamente ma trovava qualche difficoltà a mangiare il cibo che preparavamo perché troppo diverso da quello del suo paese. In pratica i primi giorni voleva assaggiare tutto ma mangiava solo gelati e patatine. Invece si impossessò subito dei vecchi giocattoli di nostro figlio e soprattutto di una piccola bicicletta trovata in soffitta che imparò subito a guidare sotto i nostri sguardi un po’ preoccupati e un po’ divertiti. A vederla così spensierata e felice, pensavamo alla tristezza che ci avrebbe provocato vederla ripartire per la Romania. Oana, da parte sua, cambiava regolarmente discorso, sembrava quasi

non preoccuparsi, convinta che tutta la mia famiglia e quella di mia fratello l’avrebbe seguita con l’automobile fino alla sua città di residenza. Arrivò addirittura a progettare un fidanzamento combinato tra mio nipote Andrea ed una sua amichetta rumena. Il giorno della partenza, e fino a che Oana non salì sull’autobus, passò piuttosto allegramente. Una volta salita sul mezzo Oana scoppiò in un pianto dirotto, si aggrappava al finestrino e, nonostante i rimproveri degli accompagnatori, non riusciva a calmarsi. Poi l’autobus partì, tra la commozione nostra e di tutte le altre famiglie ospitanti colpiti dalla disperazione della bambina. Al ritorno a casa la madre di Oana ci scrisse una lettera, molto commovente, nella quale ci descriveva l’entusiasmo della figlia per la sua permanenza nella nostra famiglia e ci scongiurava di rispettare l’impegno che avevamo preso con la piccola di andare in Romania a trovarla. Abbiamo rispettato l’impegno! Alla fine dello stesso anno partii con altri due amici, che avevano fatto la stessa esperienza, in un avventuroso viaggio in automobile; attraversammo l’Austria e l’Ungheria ed entrammo in Romania sotto una violenta tempesta di neve. All’arrivo in città ci aspettavano tutti i bambini che erano stati ospiti in Italia e le loro famiglie. L’incontro fu commovente e ci ripagò della stanchezza provocata dal lungo viaggio. La famiglia di Lucia e quella di Oana fecero a gara per ospitarmi ma gli organizzatori rumeni avevano deciso che dovevo alloggiare presso l’abitazione di quest’ultima bambina. L’anno seguente Oana riuscì a tornare ma solo per pochissimi giorni e ci fu detto che non era possibile farla tornare di nuovo, perciò la mia famiglia decise di invitare a casa nostra, per l’estate successiva, anche la madre. Fu un’esperienza questa veramente stupenda che ci permise di conoscere meglio la bambina e i momenti difficili passati in Romania con il regime di Ceaucescu e la fine dello stesso. Tra l’altro anche la loro famiglia aveva subito un trauma con l’allontanamento volontario del padre dal nucleo familiare. L’anno successivo, a seguito dello stato di salute di Oana, mia moglie ed io decidemmo di partire per la Romania per aiutare la bambina a curarsi passando una parte dell’estate nella città di Brazov nei Monti Carpazi. Ricordo ancora con piacere la sera che, tenendoci per mano, ci siamo incantati a guardare il cielo stellato di Brazov e la commozione di tutti noi al momento dei saluti. Poco dopo il nostro rientro in Italia la madre di Oana ci comunicò di aver ottenuto il divorzio e stretto una relazione con un italiano residente nei pressi di Firenze. Tutte e due vennero definitivamente

in Italia dove la madre si sposò con il fiorentino e noi fummo i testimoni di nozze. La storia, a lieto fine, di questo stupendo rapporto tra Oana e la mia famiglia, è proseguita e prosegue ancora. Lei ora è una ragazza con un fisico da modella ma sempre con lo stesso viso dolcissimo; si è laureata in lingue e letteratura straniere all’Università di Firenze. Il giorno della discussione della sua tesi, oltre alla madre, al padre italiano e al suo fidanzato, Oana ha voluto che fossimo presenti mia moglie ed io. Naturalmente noi eravamo lì, commossi e preoccupati, a sugellare una rapporto di amore che non finirà mai. Ad anni di distanza mia moglie ed io possiamo soltanto aggiungere che siamo felici di aver aiutato Oana a superare le difficoltà della sua infanzia e successiva giovinezza ma che questa dolcissima amicizia ci ha arricchiti e ci ha dato la spinta per continuare, convintamente, a proseguire nell’attività di volontariato a favore dei bambini e giovani in difficoltà.

Allora abbiamo pensato di guardare intorno a noi e cercare una situazione che meritasse un’attenzione particolare; l’abbiamo trovata vicino a casa nostra, lungo la strada che collega Agello a Mugnano dove un privato aveva ristrutturato una casa colonica, circondata da un ampio terreno coltivato a olivi, che domina la parte iniziale della Valnestore circondata dalle alture a est del Trasimeno. La struttura, denominata Nuova Alba, era stata poi affidata ad una cooperativa che assiste circa 30 giovani con disabilità psichica, in alcuni casi anche grave. Nel 2016 siamo stati contattati dal medico di base della struttura per un’azione di volontariato tendente ad inserire questi giovani nel tessuto sociale del territorio. Dopo alcuni incontri con gli psicologi e gli operatori, mia moglie ed io abbiamo proposto loro un progetto di laboratorio teatrale per favorire l’inserimento delle persone con disabilità e rimuovere gli ostacoli che procurano isolamento sociale Il progetto era rivolto a tutti, anche eventuali esterni, individui o agenzie del territorio. Si trattava di aiutare i partecipanti nella comunicazione attraverso l’auto-narrazione e il racconto del proprio vissuto al fine di ricostruire e rafforzare la propria identità e migliorare le relazioni interpersonali. La prima esperienza è stata piuttosto lunga e faticosa sia per la nostra insufficiente esperienza nel rapporto con la disabilità che per le difficoltà oggettive dei soggetti come la memorizzazione, il controllo della propria emotività e l’instabilità di carattere. è nato così il primo lavoro presentato ai fami-

liari e alle autorità locali con il titolo “Terrestri ed extraterrestri... lunatici”. Il filo conduttore dello spettacolo, scritto in collaborazione con i partecipanti, narrava l’incontro tra terrestri ed extraterrestri, nei suoi aspetti fantastici, romantici e autobiografici sotto lo sguardo di una luna piena. L’accoglienza riservata allo spettacolo dagli spettatori ha spronato tutti a proseguire con il laboratorio ed abbiamo preparato dei piccoli spettacoli in occasione del Natale e del Carnevale. Il proseguimento del percorso non è stato facile sia per l’abbandono di alcuni partecipanti che per l’arrivo di nuovi ospiti ma il rapporto affettivo che si è creato ci ha fatto superare molte difficoltà. In pratica l’appuntamento settimanale del mercoledì è diventato un momento di attesa di incontro e di partecipazione sia per i ragazzi che per gli operatori anche in occasione di compleanni e festività. Dopo queste esperienze abbiamo insieme ricercato un tema di interesse comune e con un significato sociale. La scelta è caduta sul popolare romanzo di Luis Sepulveda “La Gabbianella e il Gatto che gli insegnò a volare” da noi rielaborata e adattata. I tempi di preparazione e realizzazione sono stati piuttosto lunghi a causa delle diverse capacità interpretative dei partecipanti. Alcuni di essi hanno dimostrato buone capacità espressive e di memorizzazione, altri hanno fatto un buon percorso con evidenti segni di miglioramento, di altri abbiamo accettato quello che erano in grado di esprimere. La “prima” dello spettacolo è stata presentato in una sala pubblica di Agello, anziché come i precedenti nella struttura, alla presenza, non solo dei familiari, ma delle autorità e di un folto pubblico che più volte ha applaudito e ha apprezzato lo sforzo dei protagonisti. Non è stato facile affrontare il pubblico per la prima volta. Qualcuno tremava, qualcun altro trovava difficoltà a tirar fuori la voce ma lo scrosciante applauso finale ha ricompensato il lavoro e l’impegno profuso. Ora stiamo programmando una nuova esperienza consci delle difficoltà ma determinati a proseguire nell’impegno.

gianni dentini e alessandra Moroni volontari

UN INCoNtro ChE tI CamBIa la vIta

Il volontariato ha fatto parte della mia vita sin da giovane. Si è trattato per lo più di un volontariato di animazione in parrocchia o di iniziative culturali. Ad un certo punto della mia vita, quando mi sono ritrovata con più tempo a disposizione, ho pensato che avrei potuto fare qualcosa in più o qualcosa di diverso.

Mi stavo documentando e guardando attorno, quando un giorno incontro un’amica che non vedevo da parecchio tempo. Mi dice che si è iscritta al corso di formazione dell’AVO per diventare volontario ospedaliero: «perché non vieni anche tu?», mi suggerisce.

Io? Non ci penso nemmeno! Io che frequento un ospedale? Se non ci sono proprio costretta non metto certo piede nelle cattedrali della sofferenza! No, grazie!

Poi però questo invito mi costringe a riflettere. Un incontro non avviene mai “per caso”. Perché, mi chiedo, ho rifiutato una proposta senza nemmeno approfondire l’argomento? Perché mi sento così smarrita di fronte alla sofferenza, tanto da non riuscire a gestirne nemmeno il pensiero, perché scappo? Prendo queste riflessioni come una sfida e mi iscrivo al corso dell’AVO.

Il corso di formazione di base è completo ed esauriente. Si affronta l’approccio con il malato e con l’anziano, il disagio fisico e psichico, le norme d’igiene, il volontariato in pediatria, l’importanza del gruppo e l’ascolto nella relazione d’aiuto.

Apprendo che l’AVO è stata fondata nel 1975 dal professor Erminio Longhini, primario dell’ospedale di Sesto San Giovanni. Durante un suo giro in corsia, vide che nessuno rispondeva alla richiesta di una paziente che chiedeva un bicchiere d’acqua. La risposta di tutti era “Non tocca a me”. Longhini capì che poteva dare vita ad un “qualcosa” che portasse solidarietà, aiuto e sostegno morale negli ospedali, e fu così che fondò l’Associazione Volontari Ospedalieri.

Al corso mi viene consegnato un camice azzurro con il mio nome e da questo sarò identificata nelle strutture ospedaliere come volontaria AVO.

Svolgo il mio primo periodo di servizio presso il DEA, la degenza temporanea dell’Ospedale Mauriziano Umberto I di Torino. L’inizio non è facile. Nonostante la teoria appresa durante il corso base e il tutor che mi affianca, mi sento sovente fuori luogo ed a disagio.

Quando entro nelle stanze vedo un’umanità sofferente dai mille volti: anziani, giovani, donne, uomini arrivati lì in un momento difficile e doloroso della loro vita, qualcuno in attesa di diagnosi, è in ansia. Altri dormono. C’è chi si lamenta.

Nell’orario di visita arrivano i parenti, ma c’è chi non ha nessuno… Capita che le ambulanze portino persone trovate per strada sole e disorientate. Gli anziani sono i più fragili, a volte non sanno dove si trovano, vogliono andare a casa… ma è sufficiente star loro vicino e sono più sereni.

Incomincio man mano a capire che non devo avere paura, che “esserci” è più importante che “fare”, ma voglio capire meglio: preparazione e conoscenza sono basi importanti, sono i cardini del servizio.

Partecipo agli incontri di formazione e ai seminari che l’AVO offre ai volontari. Ci sono dimensioni della crescita umana che devo approfondire se voglio fare un buon servizio. Non mi illudo che la spontaneità e la motivazione iniziale siano sufficienti.

Come primo passo, imparo ad ascoltare. Non devo dare ricette, soluzioni e consigli ai problemi degli altri come faccio di solito in famiglia. Non sempre le parole servono, a volte il silenzio è più eloquente. La sofferenza umana invoca sensibilità, attenzione e rispetto.

Seguo poi un primo seminario dal titolo “La cura globale del malato”. Prendo coscienza che ci sono due principi fondamentali che caratterizzano la vita: non si può vivere senza soffrire, non possiamo soffrire senza sperare. Ecco dove sta forse la sfida: nel vestire il dolore di speranza.

Grazie alla formazione e al confronto con gli altri volontari, cerco di gestire anche quello che è un punto critico: la mia parte emotiva. Il dolore tocca la mia fragilità.

Quattro incontri dal titolo “Vivere il morire” mi danno una forte

scossa, perché trattano un argomento che solo fino a poco tempo prima non avrei mai pensato di affrontare: la morte. Siamo circondati da notizie di morte, è sufficiente accendere la televisione, ma è sempre lontana da noi, non vogliamo parlarne, rimuoviamo un aspetto che fa parte della vita.

Il mio cammino continua, giorno dopo giorno. Acquisto un pochino più di sicurezza e riesco ad istaurare relazioni di aiuto più consapevoli.

La vita associativa con gite sociali e iniziative di carattere aggregativo permette di conoscere altri volontari. Partecipo ai convegni nazionali della Federavo, la Federazione nella quale confluiscono tutte le AVO d’Italia e che sono oltre duecento. Ai convegni nazionali arrivano volontari AVO provenienti da tutta Italia: centinaia di persone si incontrano nello stesso luogo per condividere un ideale comune, per presentare progetti, per confrontarsi sul nostro essere volontari e cittadini in un mondo che cambia.

La mia motivazione iniziale nel frattempo è cambiata: la sfida ora mi appassiona: la sofferenza umana resta e resterà sempre un argomento difficile per me, il dolore in sé non è buono, ma si può cercare di superarlo, è una dimensione inevitabile della vita.

Per poter funzionare bene, un’ Associazione ha bisogno di persone che assumano delle cariche, quindi mi candido nel Consiglio Esecutivo. Non vivo questi compiti come “cariche”, preferiscono chiamarli “incarichi” che richiedono impegno, certo, ma aprono orizzonti sull’intero mondo del volontariato.

Conosco così altre associazioni che operano nella sanità, ognuna con la propria peculiarità e la propria mission, proprio come i raggi della ruota di una bicicletta, le Associazioni partono da punti diversi, per arrivare tutte al centro, nel mezzo, che le unisce nella ricerca del bene comune.

Entro a far parte della Conferenza Aziendale di partecipazione della Città della Salute e della Scienza di Torino, un versante del volontariato che ritengo propositivo: il volontariato si inserisce nei progetti e nella verifica per un miglioramento della sanità pubblica.

Da alcuni anni sono volontaria e referente AVO al CTO e all’Unità Spinale Unipolare. A differenza di quanto si potrebbe pensare, l’Unità Spinale non è un luogo cupo e triste.

Le stanze, le palestre, la mensa sono luminose e soleggiate, si incontrano sofferenza e dolore certo, ma anche tanta voglia di riprendersi quella fetta di vita che è stata tolta, di mettersi alla prova, di riconquistare l’autonomia, di “non mollare” mai.

Da quel giorno che dissi “No, grazie, io in ospedale non entro….” Quest’anno compio vent’anni di AVO.

Vent’anni scanditi dall’impegno nel servizio e dalla conoscenza di tante persone.

Non so che cosa sono stata io per loro, è certo che tutti sono stati qualcosa per me.

eugenia Berardo

Associazione Volontari Ospedalieri (A.V.O.)

Opera con gli ammalati per donare loro un sostegno nella situazione di disagio

tErrEmoto magNItUDo 8.0

“Terremoto magnitudo 8.0 colpisce ragazza di 27 anni facendo crollare corpo e mente. Rimane però intatta un’anima forte e decisa che sarà in grado di ricostruirsi più saggia e bella di prima del disastro”

Esplorando le macerie rimaste dall’inferno che ho attraversato, non avrei mai pensato di inserire nel mio vocabolario interiore la parola GRAZIE.

Dovrei ringraziare per la sofferenza subita, per i momenti in cui quel dolore lancinante sembrava insopportabile, per le notti passate in bianco con il viso rigato di lacrime, per non aver ricevuto risposte alle continue richieste di aiuto e per aver sacrificato gli anni più belli della mia Vita?

Ebbene si! Ringrazio perché è grazie a quelle sofferenze e a quelle ore passate a fissare il soffitto e a mangiare nervosamente le unghie che oggi sono questa Barbara, nonostante abbia dovuto lavorare duramente per unire quelle due persone, la Baby pre malattia e la Babina post malattia.

La prima: una persona piena di energia, vulcanica, con una vita frenetica, sempre in movimento, piena di interessi, sport, un lavoro colmo di responsabilità, fonte di innumerevoli conoscenze, che si proiettavano anche al di fuori, integrandosi con la già intensa vita sociale.

La seconda: una persona spaventata, insicura, che non ha ancora trovato il suo posto nel mondo e la propria identità, confondendo la propria vita con quella degli altri finendo sempre a trovarsi di fronte a spiacevoli situazioni, sia in campo sentimentale che in campo lavorativo e con un intera vita da ricostruire completamente da zero.

La “seconda Vita” è cominciata il 27 Febbraio 2003 data in cui un aneurisma celebrale mi ha colpita. Uscita viva dal primo intervento, è stato come essere un neonato che ha bisogno di cure, attenzioni e amore.

Tutto ciò lo ho ricevuto dai volontari che come una famiglia mi hanno supportato e sopportato durante la mia “crescita “, da quando nel 2005 uno dei miei 18 interventi mi ha costretto a vivere in sedia

a rotelle, tutto ciò che di seguito viene raccontato sarebbe stato impossibile da fare senza la loro presenza dato che la mia vera famiglia, se così si può chiamare, è stata quasi del tutto assente durante tale periodo.

Aprire gli occhi, trovarsi in un luogo estraneo, provare a portare le gambe fuori dal letto per poter scendere e accorgersi di non sentirle più, provare a chiamare qualcuno e accorgersi che dalla bocca escono solo suoni incomprensibili, accorgersi che nemmeno gli arti superiori rispondevano più alle richieste inviate dal cervello.

Che succede? Cosa faccio ora?

Le risposte non mi furono date direttamente, ma da subito compresi che la mia Vita era cambiata e l’unica cosa che potevo fare era accettarlo e agire di conseguenza.

La cosa più difficile che dovetti fare mia, fu quella di dover imparare a chiedere aiuto; dal risveglio al mattino, fino alla sera.

La mia caparbietà e il “mio amor proprio”, mi hanno permesso di tenermi un minimo di autonomia, grazie alla quale quando avevo a mia disposizione i vestiti da indossare, riuscivo ad infilarli da sola alleggerendo il lavoro dell’operatrice o del volontario.

Le corse ai semafori per arrivare puntuale in ufficio facevano ormai parte di un passato che avevo chiuso nel cassetto dei ricordi per dedicarmi con tutta me stessa a ciò che ora mi apparteneva: il presente.

Un presente completamente differente ma pur sempre esistente.

Ho sempre creduto che niente è impossibile, basta volerlo veramente e lavorare sodo per ottenerlo, quindi nonostante le diagnosi del medico, il quale sosteneva che non avrei mai più camminato, ho raccolto tutte le energie e le risorse a mia disposizione e ho iniziato una lotta che tutt’ora è in corso.

Come un militare avevo scandito le ore del giorno e gli aiuti a mia disposizione, per ottenere un risultato seppur piccolo, ogni giorno.

La fisioterapia prevista, dal mio percorso fisiatrico non era sufficiente per raggiungere l’ obbiettivo che volevo e che mi ero prefissata quin-

di, come prima cosa, acquistai tutti gli attrezzi che usavo in “palestra” e un tapis-roulant, che usai così frequentemente da considerarlo oramai parte di me.

Il problema di equilibrio mi impediva di esercitarmi da sola, avevo sempre bisogno di qualcuno che mi stesse accanto per evitare pericolose cadute che avrebbero aggravato ancor più la situazione.

Quando dopo mesi, in cui l’unico pensiero della giornata era quello di tenermi sulle mie gambe, mi accorsi che i miglioramenti iniziavano ad esserci, erano talmente piccoli, ma, nel frattempo, avrei potuto esplorare la vita fuori casa.

Lavorare?

Andare al cinema?

Mangiare una pizza con gli amici?

Tutte cose da poter fare anche in sedia a rotelle, solo dopo aver accettato il fatto di starci sopra seduta.

Grazie al servizio accompagnamento al lavoro nella persona di Marzia, ho iniziato a svolgere delle borse lavoro, che più che un vero e proprio impiego erano un modo per uscire da casa, alzarmi dal letto, vestirmi e stare in mezzo alla gente.

L’aiuto dei volontari c’è stato giornalmente ed è stato indispensabile; non potendo raggiungere il luogo autonomamente, il loro grande impegno, per coordinare gli orari, lo ha permesso.

In quel momento non capivo proprio perché dopo aver raggiunto un posto come quello che avevo da Responsabile Amministrativa, dovessi trovarmi nuovamente a fare la “gavetta”, anzi peggio in quanto i miei “colleghi” non vedevano Barbara, ma l’handicappata messa lì per passare il tempo. Come dice Rubin: “tutto ciò che la candela sa lo hai imparato nel buio”, così dovevo passare attraverso quelle esperienze per comprendere e apprezzare la gioia che un gesto mi dà.

La cosa più importante che ho imparato è che la fiducia non viene regalata, ma va conquistata faticosamente e basta un attimo per perderla.

Questa fiducia oggi mi è stata data da una persona che non si è fermata alle semplici apparenze ma è andata oltre, riuscendo così a vedere quelle capacità ormai nascoste a causa di numerosi fallimenti passati.

Molto spesso l’immobilità è più nella mente che nel corpo, infatti la fiducia datami al lavoro è come se avesse mosso anche le mie gambe Infatti i miglioramenti sono andati di pari passo

Grazie all’affetto e alla comprensione dei numerosi assistenti che mi sono stati accanto, ho superato un percorso faticoso e altrettanto doloroso che ha portato alla realizzazione del mio sogno CAMMINARE CON LE STAMPELLE … e non finisce qui!!

Questa sicurezza ce l’ho grazie al grande contributo ottenuto dal servizio di volontariato, che mi è stato accanto sostenendomi come una colonna portante e sono certa che lo farà anche in futuro.

Sicuramente senza la mia volontà sarebbe stato tutto vano, ma lo sarebbe stato altrettanto se non avessi avuto in ogni momento l’aiuto di questi “angeli”.

Barbara gentili

DIvUlgarE la mUsICa pEr aIUtarE glI altrI

La corale nasce nel 1991 presso le scuole Salesiane “Maria Mazzarello” di Torino, l’occasione fu la festa di classe del Natale del 1991, dove un gruppo di genitori decise di cantare insieme ai figli i canti Natalizi.

L’esibizione non fu certo un concerto da standing-ovation, ma fece scattare la scintilla per far nascere un coro composto da genitori di ragazzi che frequentavano l’istituto.

Da quel momento, ogni venerdì di tutte le settimane, il gruppo si ritrovava per le prove nei locali dell’istituto; ormai eravamo quasi famosi, infatti qualche anno dopo, ricevemmo un invito da parte della parrocchia “Madonna di Pompei” del quartiere “La Crocetta”, per animare l’ingresso del nuovo parroco, Don Massimo Palombella, Salesiano.

Ci fu richiesto d’ingrandire la corale arrivammo alla soglia dei 40 componenti, grazie anche a Don Massimo, diplomato presso il Conservatorio, che ci aiutò ad ingrandirci, a sviluppare nuovi repertori e soprattutto ad essere istruiti alla tecnica musicale in maniera più appropriata.

Con Don Massimo Palombella, la corale sviluppò una tecnica ed ebbe un successo di primordine. Memorabile il concerto a Rivoli, nel 1998, gemellato con altre due corali, dove, accompagnati dalla nostra orchestra, eseguimmo l’Alleluja di Handel.

A causa del trasferimento di Don Massimo Palombella in Vaticano, a dirigere la Corale Pontificia Universitaria, alla direzione del coro arrivò Luca Guastini, già corista; la cui direzione durò parecchi anni.

L’apice del successo avvenne quando Don Massimo ci invitò alle Giornate Internazionali di Preghiera Interuniversitaria, dove nella sala Nervi in Vaticano, in collegamento televisivo con tutto il mondo, circa 4000 coristi, provenienti da tutta Italia, e 250 elementi orchestrali, provenienti dai migliori conservatori italiani, si esibirono e animarono queste Giornate, il tutto per tre anni consecutivi.

La corale per due anni, riuscì ad organizzare anche un’orchestra di

40 elementi, dando lustro e importanza al repertorio, poi a causa del trasferimento per lavoro del maestro Guastini, la direzione passò al giovane maestro Luca Sambataro.

Anche con lui la corale riuscì ad ottenere un discreto successo in tutta la Regione, esibendosi in concerti operistici, collaborando con altri cori ed animando importanti funzioni di carattere religioso.

Anche questo maestro però, in seguito all’ottenimento di una cattedra scolastica fummo costretti a sostituirlo con la Maestra Ilaria Zuccaro; intanto, nel 2004, il coro diventò Onlus perché si era prefissato il progetto di divulgare la musica e di portare la stessa in luoghi meno “noti”: case di cura e luoghi dove vivono persone meno fortunate, per portare un po’ di gioia.

La corale, in origine, si esibiva mensilmente, prevalentemente in chiese e teatri locali, mentre da circa 4 anni, la corale sta subendo delle continue innovazioni, sia di carattere numerico che di repertorio.

Oggi siamo 18 elementi, 10 donne e 8 uomini diretti dal nuovo maestro Davide Manzin, ci riuniamo ogni giovedì nei locali della chiesa di “San Domenico” a Torino.

Il Maestro Manzin ha inserito canti di musica leggera, pur lasciando ancora sia l’impronta di carattere liturgico sia quella classica/operistica.

La corale si esibisce in 5 concerti l’anno in case di cura e di riposo, ma veniamo chiamati da associazioni benefiche per animare eventi di raccolta fondi per problematiche di vario genere.

La corale è alla ricerca di nuovi elementi da introdurre nell’organico, di recente ne sono arrivati quattro, per un generazionale turn-over, tra questi nuovi elementi una studentessa camerunense che, oltre alla bravura, ha portato un tocco internazionale.

Il nostro scopo primario è quello di divulgare la musica anche verso soggetti che non la conoscono, tanto è vero che non chiediamo ai nostri allievi la conoscenza della musica.

La nostra caratteristica principale è quella di essere senza scopo di lucro, infatti la corale si esibisce in tutti i luoghi senza nessun com-

penso economico, per puro scopo divulgativo e per allietare i meno fortunati, tutto nello spirito di un servizio di puro volontariato. giuseppe Massari

Universi Cantores

Corale formata da genitori e figli

volaNDo CoN Il CUorE DI JoNathaN

Nell’alba rosata che sfumava in un mattino splendido, nulla faceva presagire l’avvicendarsi degli eventi che di lì a poco avrebbero cambiato la vita di Jonathan. Dopo una notte quasi insonne, con uno sbuffo birichino di piume sulla sommità del capo a testimoniarla, il gabbiano Jonathan aveva preso la sua decisione. Stanco di chiudere nel cassetto per l’ennesima volta il sogno, suo e di altri amici, aveva deciso di trasformarlo in realtà. Decisione quanto mai ardita e difficile, ma le sue grandi e generose ali avrebbero abbracciato la complessità del progetto, nato sì nei sogni, ma spinto dalle necessità che il gabbiano Jonathan vedeva intorno a sé. Necessità impellenti e non, a cui ero doveroso poter dare delle risposte; la sua indole non poteva non ascoltarle. Si diceva spesso “sono fatto per scoprire, per volare alto, per fare nuove esperienze, per dare nutrimento alla mia anima”.

Sapeva che poteva contare su un buon numero di suoi simili, anche loro capaci di generosità e voglia di fare. Quel giorno si preparò per un volo di ricognizione, tanto per saggiare il terreno. Volò e rivolò sopra la cittadina e la campagna di Bastia, dove era cresciuto insieme a tanti cari amici, perché considerava fondamentale trovare un luogo dove incominciare a progettare, confrontare, valutare, lavorando in sinergia con chi nutriva gli stessi valori.

Dimenticavo: Jonathan voleva costruire un nido, grande, bello, vivace, dove avrebbero potuto trovare cure, amore, sicurezza, accoglienza e speranza tutti coloro che per situazioni di difficoltà e solitudine avrebbero avuto bisogno di una nuova opportunità e inclusione.

Il gabbiano volando sempre più in alto e scrutando con attenzione il territorio sottostante, individuò un posto che gli sembrò ideale per la costruzione del suo nido; preciso e determinato a non sbagliare, volò e rivolò numerose volte sopra una Bastia operosa e vivace finché decise e si fermò in quel luogo ameno dove la bellezza e il verde della natura si incontravano con le acque fresche del fiume Chiascio che scorreva poco distante.

Vi abitavano tante creature. Sui prati intorno giocavano felici i bambini con mamme e papà ed i nonni facevano piacevoli passeggiate lungo il percorso verde. Quel “ luogo” che tante volte aveva sogna-

to ora era lì, reale, che attendeva nuovi progetti, nuove esperienze e grandi emozioni. Il luogo, ai piedi del colle assisano, permeato di spirito francescano, dava a Jonathan la certezza che il volo intrapreso, insieme all’amore per il prossimo, era la sua missione. Il nido che voleva costruire per la sua nuova famiglia e per gli amici con bisogni speciali, stava per diventare realtà. Mettendo in campo tutte le sue forze, iniziò a cercare amici, conoscenti e non, al fine di coinvolgere in grande sinergia chi poteva contribuire con la sua “ pagliuzza” alla costruzione del nido. C’era bisogno di tanti, tanti amici, anche con altre abilità specifiche che lui non aveva, perché il nido si prospettava complesso, articolato, flessibile per continue evoluzioni, ampliamenti continui. Qualcuno però cominciava a chiedersi il perché Jonathan facesse tutto ciò, spendendo energie e tempo: “ma chi glielo fa fare” si sentiva aleggiare nell’aria… Altri, poco sensibili, dicevano non ci riuscirà mai”!

Jonathan, coraggioso e temerario, raccolse la sfida, stimolato da chi credeva in lui e nei valori del progetto. Il nido cominciava a prendere forma con una pagliuzza dopo l’altra, in un intricato intreccio che ne fortificava le pareti e che alimentava forza e speranza al generoso gabbiano e al suo stormo.

Ma non tutto era semplice…. Jonathan a volte si ritrovava tutto solo a pensare, soprattutto nelle notti tempestose, fredde e buie. La sua testa si caricava di tanti dubbi e perché, con una grande paura di non farcela; a volte la disperazione era tale da arrivava a pensare di abbandonare tutto, anche a nido avviato. Rifletteva sovente sul suo avvenire, sul futuro del suo sogno; si chiedeva se fosse troppo ambizioso. Si confrontava con gli amici dello stormo a loro chiedeva aiuto anche se non sempre ne traeva il giusto sollievo. Nonostante tutto ciò, ad ogni sorgere del sole, quasi per magia, ritrovava le forze, riprendeva il suo volo e volando sempre più in alto, riuscì a cogliere l’aiuto di chi, nello stormo e non solo, ricopriva incarichi di guida e di notevole importanza istituzionale: quanto di meglio poteva offrire il nostro territorio, regionale ed oltre. Jonathan accettava con gratitudine l’impegno e la generosità di chiunque: chiunque che con il cuore, metteva a disposizione le proprie forze ed energie.

La strada per raggiungere l’obiettivo era lunga, sembrava non finisse mai; a ciò si aggiungevano le sofferenze per la perdita di amici cari

che con la loro sensibilità avevano partecipato alla realizzazione del sogno; ciò richiedeva a Jonathan ancora più forza per superare le delusioni, i dolori anche nel ricordo e nel rispetto di amici che la vita aveva sottratto al gruppo. E grazie anche a questa spinta lui riusciva a fare fronte in maniera positiva e costruttiva ad eventi traumatici, adattandosi continuamente al cambiamento.

Il gabbiano aveva imparato dalle tante vicende della vita a trasformare le difficoltà in trampolino di lancio per riprende il volo, come e meglio di prima.

Jonathan voleva che tutti sapessero il nome di grandi e piccoli amici che lo stavano sostenendo nel raggiungimento del suo grande sogno. Così escogitò un modo affinché nel tempo rimanesse negli occhi, nella mente e nel cuore di ognuno l’impegno degli amici: le pagliuzze che erano occorse per costruire il nido recavano inciso il nome dei suoi sostenitori che avevano visto in quel volo e in quel sogno qualcosa di bello e di grande a cui partecipare.

Nel suo continuo riflettere volava ancora più in alto e lontano, si sperimentava in nuove acrobazie, cercava nuovi cieli, paesaggi, mari, brezze che avrebbero accarezzato e consolato il suo indomito spirito. Appena ricaricato di nuova energia, ritornava nel suo stormo pronto per nuovi progetti.

Nei suoi tanti voli, in territori vicini e lontani, incontrava sempre amici nuovi che sceglievano, dopo averlo conosciuto, di affiancarsi a lui per contribuire a realizzare il suo sogno. Finalmente uno stormo compatto sognava il suo stesso sogno. Ciò era per lui fonte di una immensa gratitudine: lo stormo gli stava donando, finalmente, in maniera incondizionata un grande aiuto. Era qualcosa di meraviglioso; provare quel sentimento dava finalmente gioia a tutto il suo vivere quotidiano. E il nido finalmente fu pronto e Jonathan e gli amici più vicini a lui decisero di festeggiare invitando tutta la grande comunità del territorio. “La casa di Jonathan” così fu chiamato il suo nido, era pronta ad aprire le sue porte all’ amore, quello generoso, che niente chiede ma che è disposto solo a dare.

Era avvenuto il miracolo! Era talmente grande e bello che anche il cielo ed il sole fecero festa quel giorno. Tutto quello che era stato

compiuto con tanta dedizione e coraggio aveva illuminato anche l’ultimo degli increduli, il quale cominciava a sentirsi parte di quel miracolo. Gli insegnamenti del grande Francesco d’Assisi, il suo incondizionato amore per il creato, si ritrovavano in quel luogo che era fonte di incontro con l’altro, di crescita e consapevolezza, di accoglienza soprattutto per i meno fortunati. Il nido si presentava con i suoi splendidi e vivaci colori, con la bellezza delle forme, l’eleganza del suo insieme. La serenità poi che emanava dal suo interno scaldava il cuore e stupiva gli occhi di chi si trovava a festeggiare il sogno finalmente realizzato. Il nido sarebbe diventato un posto dove le esperienze, la carica di energia, vissute al suo interno, avrebbero portato un grande giovamento a tutti coloro che lo avrebbero frequentato, dando ancora più forza e fiducia ad ognuno. Lì ciascuno avrebbe potuto volare in libertà, secondo le proprie possibilità.

La cura del nido e dei suoi piccoli divenne da subito un grande impegno per Jonathan e tutto il suo stormo. Ma nello stesso tempo quel nido, carico di umanità, si connotò come una grande opportunità per coloro che volevano condividere i valori che avevano ispirato Jonathan, come la generosità, la forza dell’aiuto reciproco, il sostegno dell’animo, il coraggio, la determinazione, il desiderio di crescita, la fiducia in sé. E finalmente Jonathan si sentì immensamente felice: quello che i suoi occhi ed il suo cuore vedevano, non solo gli piaceva, ma l’amava immensamente. Insieme a lui tutti i suoi amici del stormo e questo lo rendeva ancora più felice.

Ma accanto alla felicità arrivò ben presto in Jonathan la consapevolezza che nulla si conclude, che non poteva quindi fermarsi, che il suo volo doveva riprendere; nuove esperienze e nuove avventure avrebbero rinsaldato ancora di più i legami, illuminato di luce sempre rinnovata il nido e fatto crescere insieme piccoli e grandi.

Jonathan, come il gabbiano che sta in ciascuno di noi, ha ripreso a volare ancora più in alto dove cieli blu e terzi e immensi aspettano di essere scoperti, conosciuti e amati.

Oltre il proprio corpo, oltre le barriere, oltre lo spazio e il tempo…. rosella aristei

Il Giunco

Associazione Genitori e Amici dei disabili

Una forza in favore delle fasce più deboli della società un luogo di ascolto, di azioni e proposte per tessere la solidarietà un’opportunità di lavoro a favore di ragazzi diversamente abili, un gruppo di familiari e amici per costruire la “Casa di Jonathan”

UN INCoNtro qUasI CasUalE

Il 2019 segna per me 12 anni di volontariato e Amicizia al Villaggio Leumann; si è trattato di un incontro casuale, ma in fondo fortemente voluto, perché penso che il destino si sia dato da fare per unire le nostre strade.

Nel novembre 2007 frequentavo il primo anno di laurea specialistica in antropologia culturale ed etnologia e stavo frequentando un laboratorio di video etnografico; la docente chiese ad ognuno di cercare e scegliere un luogo in cui poter ambientare il proprio video etnografico; per me si trattava di una vera e propria prima ricerca etnografica sul campo.

Ho sempre avuto molta curiosità per il Villaggio Leumann: fin da piccola la forma delle case così particolari mi ha sempre attratto moltissimo. Ricordo che chiedevo a mia madre che cosa fossero quelle casette e che cosa ci fosse al di là di quel cancello.

Lei mi raccontava che nessuno poteva entrare al Villaggio perché era un mondo chiuso, un villaggio dove abitavano solo certe persone autorizzate che lavoravano nella fabbrica vicina e quindi non era un luogo che chiunque potesse visitare o dove si potesse entrare liberamente e passeggiare.

Questi racconti non facevano che aumentare in me il senso di mistero e allo stesso tempo la volontà ferrea di entrare un giorno in quel villaggio e capire fino a che punto fosse veramente così inespugnabile.

Non sapevo da che parte cominciare ad instaurare un contatto e la scadenza per scegliere l’oggetto del nostro video cominciava a premere minacciosamente, poi dopo un intero pomeriggio a cercare su internet un modo per entrare in contatto con il Villaggio, trovai il sito dell’Associazione Amici della Scuola Leumann.

Inviai subito una e-mail spiegando che si trattava di un progetto in fase embrionale, che cosa avrei voluto proporre loro, per quale motivo desideravo entrare in contatto con quella realtà, qual era lo scopo della mia collaborazione e soprattutto perché chiedevo a loro la disponibilità di aiutarmi a portare avanti questo piccolo progetto

universitario.

Non avevo molta speranza di ricevere risposta, tuttavia, con mia sorpresa, nel giro di pochissime ore ricevetti una risposta e un invito per la sera stessa a partecipare alla riunione del Direttivo, di cui in seguito ne avrei fatto anche parte.

Si era svolto tutto con una tale semplicità: un villaggio che mi era sempre stato descritto come una realtà chiusa, inaccessibile, ma apriva le sue porte a una persona che non aveva legami con Collegno, una giovane che probabilmente non conosceva nulla di quella realtà, ma avevano dimostrato una disponibilità e un’apertura alla collaborazione che mi avevano colpita.

Fu così che mi preparai a partecipare a quella serata; non avevo con me quasi nessun appunto, potevo solo presentarmi come persona, come studentessa.

Faceva freddo quella sera di novembre, presi la mia macchina mi misi in corsa verso il Villaggio, prima di imboccare il vialetto centrale, con sul fondo la chiesa di Santa Elisabetta, mi sentivo agitata e nervosa: soprattutto per quello che rappresentava per una torinese entrare in un luogo che era una sorta di sacrario della Storia del territorio; presi coraggio, percorsi il vialetto e seguendo le indicazioni trovai l’Associazione.

Appena entrata, fui accolta in un clima di festa, di apertura e di gioia: c’erano molte persone l’atmosfera era quella di un luogo familiare e amichevole esattamente come riportava il nome dell’associazione.

C’era un lunghissimo tavolo con a un capo la Presidente: Rosalbina Miglietti, ascoltai e mi resi conto di quanto lavoro c’è dietro alla gestione volontaria di un contesto culturale.

Esauriti i punti all’ordine del giorno toccò a me: ero visibilmente agitata, perché tutti mi guardavano cercando di capire chi fossi e che cosa volessi da loro.

Spiegai il mio progetto per sommi capi, dimostrandomi interessata a conoscere una realtà di volontariato operante in ambito culturale che lavorava intensamente per preservarlo e trasmetterlo alle nuove

generazioni, ma la cosa che più mi colpì fu la domanda su che cosa loro potevano fare per me; si trattava di una dimostrazione di apertura collaborativa molto inusuale a cui non ero stata abituata.

Uscii da quel primo incontro con un profondo senso di soddisfazione ma anche la sensazione di essere stata sospesa nel tempo e nello spazio: entrare al Villaggio Leumann significa entrare in una dimensione completamente diversa e per certi aspetti avulsa dal quadro urbano nel quale è incastonata.

Si tratta di uno dei pochi luoghi dove veramente ho sentito e continuo a sentire in maniera molto forte il vero significato di associazione. Da quel giorno in poi fu l’inizio di una lunghissima relazione di fiducia reciproca, stima, volontariato, collaborazione, ma soprattutto arricchimento e crescita personale.

Iniziai organizzando con alcuni soci le mie uscite sul territorio mi recavo a fare interviste alle persone anziane che vivevano ancora con una memoria storica e culturale del luogo, scattavo foto e registravo video.

Nel frattempo, ogni lunedì, partecipavo alla vita dell’associazione. Capii che cosa significhi gestire un’associazione, essere persone che condividono gli stessi intenti, gli stessi bisogni, gli stessi desideri e le stesse speranze.

Ebbi la possibilità di ricostruire la rete sociale che si trovava all’interno di quella comunità e grazie alla grande capacità dei membri e dei soci cominciai a sentirmi sempre più parte di quel mondo e così, io che credevo che il Villaggio Leumann fosse un mondo chiuso, visibilmente inaccessibile, mentre io straniera torinese, non soltanto venivo accolta all’interno della comunità, ma ebbi l’occasione di diventarne sempre più parte integrante.

Fare volontariato in un’associazione culturale significa mettere a disposizione della comunità il proprio sapere, le proprie competenze, per il fine comune di preservare e trasmettere nel tempo e nello spazio la conoscenza culturale e la memoria storica di quel luogo.

Durante l’importante e prestigiosa manifestazione annuale di Filo lungo filo, un nodo si farà, mi occupo di fare visite guidate all’interno

della Casa Museo che diventano la grande occasione per far comprendere ai visitatori che si trovano in un laboratorio sociale e culturale a cielo aperto, un museo, un ecomuseo: qualcosa che racconta il passato vivendo fermamente nel presente e proiettandosi altrettanto fermamente nel futuro.

è un momento di prestigio umano e sociale, perché tutto quello che viene condiviso in quei tre giorni è il risultato del credere profondamente in una cultura della condivisione, e della trasmissione del sapere; è il risultato della caparbietà con cui coloro che hanno fondato questa associazione continuano a mantenerla in vita e mantenendo in vita la memoria

Il mondo del tessile è ancora oggi il più importante simbolo del Villaggio Leumann, la dimensione metaforica della tessitura rappresenta il grande gancio di collegamento tra passato, presente e futuro.

Come antropologa le mie competenze sono state messe a servizio dell’associazione per convegni, visite guidate, incontri, progetti per sottolineare questo utilizzo metaforico del filo, dell’ordito, della trama e di tutto quello a cui può rimandare una spoletta di filo che in realtà racchiude il senso della cultura e della società umana: così come i reticoli delle relazioni sono fili che si intrecciano e si uniscono.

Esistono fili che noi possiamo intrecciare sul momento, ma ci sono fili che ci portano indietro nel passato di secoli, ci sono fili che possiamo lanciare e annodare per connetterci con un futuro che, se ancora non esiste, possiamo almeno immaginare partendo da quello che possiamo fare oggi: ed è esattamente quello che fanno tutti i giorni i soci e membri dell’Associazione Amici della scuola Leumann.

Già, scuola. Ma scuola perché? La scuola è uno dei primi luoghi in cui si socializza, in cui si creano degli amici, ci si crea delle reti di relazioni ed è soprattutto un luogo dove il sapere viene acquisito e viene trasmesso.

Anche se non si sono frequentate le stesse classi degli altri soci, si ha comunque l’impressione di fare parte della stessa classe, di essere inseriti all’interno di una stessa comunità che condivide valori culturali e prospettive; per una persona giovane tutto questo non è da sottovalutare: si tratta di un arricchimento che in pochi altri ambiti e

contesti ho potuto sperimentare.

L’anno associativo degli Amici della Scuola Leumann è pieno di iniziative e di attività che si rivolgono a tutti i tipi di utenza, sono momenti in cui villaggio incontra il mondo, ma soprattutto il mondo incontra il villaggio.

I turisti che arrivano da ogni parte d’Italia e d’Europa,diversi per età, storia e origine geografica, osservando oggetti di uso comune che sono appartenuti o transitati nelle case e nelle vite di tutti, possono ritrovarsi e condividere questi ricordi, in modo da costruire una narrazione condivisa.

Tra tutte le realtà di volontariato che ho frequentato, l’Associazione Amici della Scuola Leumann è quella con cui ho realizzato una relazione più duratura nel corso del tempo. Forse perché qui c’è davvero una bella storia umana autentica, intesa, realmente sentita, dove i membri dell’associazione sono stati capaci di farmi sentire da subito accolta, valorizzata e parte integrante di quel tessuto. è una cosa che non si riesce a spiegare, se non la si vive.

Vorrei concludere richiamando una citazione per me fondamentale, che credo debba guidare il credo di un volontario, in qualsiasi ambito operi e che nei confronti di questa Associazione assume uno specifico valore:

Per non far andare via bisogna dare un motivo per restare

L’associazione mi ha dato tante dimostrazioni e tanti diversi motivi per restare, facendolo nella maniera più delicata, discreta, naturale e spontanea possibile: quella che solo gli Amici veri possono dimostrare.

Maria Chiara Miduri
Associazione Amici della Scuola Leumann
Valorizza e vive il Villaggio Leumann come uno spazio in cui incontrarsi

ECo voloNtarIa

Sono un’antropologa specializzata in Consulenza Pedagogica con esperienza di Operatrice Culturale e Sociale. La mia passione per la Natura mi ha portata ad approfondire questo tema in una prospettiva culturale che possa essere condivisa da un paradigma laico ma anche religioso e spirituale. Nel percorso che ho portato avanti ho incontrato persone con grande esperienza nel campo pedagogico, psicologico e ambientale e questo mi ha arricchito molto, come studiosa ma anche come persona. Tutto ciò mi ha dato speranza per un futuro a misura di bambino e bambina in un presente di lotta pacifica per il cambiamento dei paradigmi sociali, in una prospettiva antropologica di Decrescita; un presente si può dire di Satygraha di Gandhiana memoria, per una Natura che sia ancora abbondanza e salubrità.

Ho incontrato Associazioni, Pedagogisti e attivisti e tutti a convergere su un pensiero e una pratica risvegliati, ecosofici.

La mia esperienza di Tutoring è cominciata con il Master in Consulenza Pedagogica, grazie al quale sono stata ispirata per la mia tesina ‘NaturalMenTeSi’, pubblicata da Cesvol Perugia nel 2015. In essa ho relazionato su un altro Tutoring con una maestra di scuola e contadina da 20 anni, che è stata sempre all’avanguardia, con un’impostazione di Agricoltura Naturale e Permacultura, praticante Woofing. Con lei ho conosciuto anche una malattia abbastanza rara, La Sindrome di Rett, detta anche Sindrome delle bimbe dagli occhi belli, di cui è affetta la nipotina e a cui vanno i proventi della vendita dello zafferano. Grazie a questo lavoro ho focalizzato nelle Danze in Cerchio, nell’EcoPsicologia e nello Yoga Nidra, delle possibilità di centratura che ci faccia essere presenti a noi stessi nel rapporto con gli altri e le altre e con la Natura.

Ad UmbriaLibri, dove relazionavo in merito, ho conosciuto due professioniste che mi hanno accompagnato nel coordinamento di un progetto che chiamerei di ‘Arte Naturale’, che abbiamo chiamato ‘EcoCustodiAttiva’; ECA è diventato un altro quaderno, con Cesvol Terni, in cui abbiamo raccolto testimonianze di artiste, filosofe, biologhe e pedagogiste, pensatrici della ‘Tenerezza’, che fanno del rapporto con la Natura un elemento primario nelle loro espressioni e

composizioni, lasciando nel pubblico e nell’utenza coinvolgimento, partecipazione e stupore, meraviglia.

‘Meraviglia che è parte integrante del nostro star in salute psicofisiologica sulla terra della Terra’.

Questo è stato l’inizio di un approfondimento ulteriore che si è svolto sul tema della Custodia del Creato, intendendo con Creato l’esistente, l’ambiente intorno a noi. Una docente dei percorsi multidisciplinari che abbiamo portato avanti con ECA, ci ha fatto infatti notare che la Custodia è il termine più appropriato con cui viene designato il Genere Umano nella lettera Biblica e poi abbiamo scoperto essere un termine universale nelle Culture Terrestri e che tutto ciò quindi si lega indissolubilmente alla Cittadinanza Attiva e all’EcoCittadinanza.

Così è nato il percorso che sto adesso attraversando con il Cesvol, dal titolo ‘Pregar Natura’, che affronta questo tema nelle principali religioni: Cristianesimo, Ebraismo, Islamismo ed Induismo, e che mi ha visto dialogare con studiosi molto preparati, che mi hanno aperto delle porte di conoscenza, dei varchi, che mi piace condividere con i lettori e le lettrici Cesvol.

Oltre agli approfondimenti specifici ho raccolto in questo progetto un insieme di interventi che riguardano la ‘Laudato sí’, l’Enciclica ecologista di Papa Francesco del 2015 (che sto studiando in un Diploma delle Università Pontificie), e poi Aldo Capitini, la Dea Bambina e l’EcoPoesia.

Tutti questi percorsi mi hanno spinta ad avvicinarmi al mondo della Psicologia e della Pedagogia Immaginale, un viatico che attraverso la narrazione, possa portare chi ascolta a conoscersi meglio, a sentirsi eroi ed eroine della propria vita, affabulando là dove l’indicibile ci creerebbe un blocco. Nasciamo per essere liberi, emancipati, positivi, propositivi, attivi nel nostro ambito di vita e di azione, per sognare Felicità e Bellezza, Buen Vivir.

Di seguito alcuni dei miei Diari di EcoPoesia, nati dalla sollecitazione di una delle colleghe, dopo un percorso di EcoGenealogia che fu tenuto nell’Estate 2016 nell’Azienda Agricola dove ho avuto l’esperienza di Tutoring.

PER MANO

Un bambino una bambina parlano con la pelle di nascita accesa, di un cuore di candela ed incenso Fiorita. Non possiamo tradire la spiaggia la sabbia, il sale delle lacrime di gioia d’Eco risuonante.

LA LUCE NEGLI OCCHI

La luce mi brilla negli occhi. Quella di albero, quella di foglie, quella che vibra uno scricchiolare pieno d’anima piena.

SORGENTI

Sorgenti di campagna

Sorgenti di montagna; la pianura vi chiama ad irrorare le fonti. Io vi seguo e penso all’acqua, alla sua genesi, alle sue trasformazioni..

E mi sento fiera di essere al Mondo, colma di lei calma.

elena Bussolotti

Diari di Ecopoesia

ho UN amICo DI NomE parkINsoN

Al neurologo che oltre dieci anni fa mi disse: “mi spiace, lei ha il Parkinson” oggi risponderei: Grazie, ho un amico di nome Parkinson!”

Un amico con cui litigo tutti i giorni, ma senza il quale non avrei conosciuto persone meravigliose, malati e volontari, che mi infondono la forza per poter essere d’aiuto ai miei consimili.

Sì, ho il Parkison, però... non mi soffermo mai troppo ad interrogarmi su cosa sarebbe stata la mia vita se non avessi contratto questa malattia. Troppo facile e scontata una risposta del tipo “almeno tre mesi al mare ed altrettanti in montagna; forse falsa quella di “volontario in un’associazione di ammalati”.

E poi? Brr, non mi ci fate pensare: costretto ad accompagnare mia moglie a fare la spesa, commentare “un posto al sole” con le sue amiche, vangare ed accudire l’orto, rosolare sulla spiaggia raccontando stupidaggini vestite da terapia della risata.

Povera Giusi, non si merita un marito così ingrato!

Guardiamo allora il problema sotto un altro aspetto: se il Parkinson è il demonio, non è detto che io debba essere considerato un appestato, i campanelli su logori stracci per avvisare la mia presenza, il cappuccio a coprire il viso, in mano un “ciap” dove versare la minestra.

Tremore, postura ricurva, movimenti da bradipo, scialorrea abbondante, scrittura incomprensibile, difficoltà nel portare il bicchiere alla bocca, tanto per citare i disturbi più evidenti, mi impediscono di lavorare velocemente, ma anche accettare aiuti o roteare gli occhi in cerca di compassione.

Sarebbe nata l’Associazione che rappresento e che mi onoro di servire con lealtà? Avrei stretto amicizia con Olga, Gigi, Luisa, Nuria, Adriana e cento altri? Avrei praticato musico-terapia, qi gong, boxeterapia? Avrei provato il vortice di sensazioni che mi assale ogni qual volta inizio un progetto terapeutico integrativo?

Bel dilemma: com’è possibile chiedere alla lampada di Aladino una vita senza Parkinson, buttando a mare coloro che ormai son diventa-

ti parte integrante della mia vita?

Non mi sento né Gattamelata né Brancaleone: non ho un’armata, ma amici che urlano in silenzio il loro dolore ed io con loro. Non siamo matti, la nostra mente è lucida, anche se i nostri movimenti appaiono goffi e fanno ridere gli stolti.

Cari amici, teniamoci stretta la nostra canzone poiché ogni medaglia ha il suo diritto, oltre che il suo rovescio. è bello conoscerVi e gracchiare con voi:

“oh levodopa bella

non sei una caramella

Però ci dai la forza ed ogni giorno la speranza

Per la vita continuar.”

Appoggiato alla ringhiera del terrazzino di casa, ogni mattina ricevo il saluto delle mie montagne: Verzel e Quinzeina a destra, Cima Mares e Soglio a sinistra fanno da sipario naturale alle alte vette del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Al tramonto, spesso acceso di rosso fuoco, rendo il saluto al sole che velocemente sparisce oltre il confine.

Amo la Sassa, l’acqua fresca della sua fontana, il rumore degli zoccoli di camosci e stambecchi che dal tetto scrutano poco più sotto la pozza d’acqua della Noaschetta.

Nessuno me ne voglia se una fiaba mette un po’ di scompiglio nella tranquilla vita delle genti dell’Eva d’or. Nessuna paura: il piccolo orco che qui vive ha il Cuore d’oro. Lo sanno anche i ragazzi che con i loro racconti ed i loro disegni mi hanno aiutato ad illustrarne le gesta.

Così nasce il mio libro “Il piccolo orco” e ringrazio tutti coloro che, comprandolo, ci hanno permesso di realizzare il progetto “Torna a sorridere”: quattro stupendi macchinari per la ginnastica assistita dei malati di Parkinson con forti problematiche motorie e cognitive.

Mi torna in mente Domenica, il suo coraggio nell’affrontare la vita, le sue poesie. Una fra tutte:

Questa notte ho scoperto di avere una compagna fedele, sempre presente, che non può più separarsi da me, che mi sarà vicina fino alla fine della mia esistenza. Quando si allontana da me

è per tornare più fedele di prima; è diligente, sempre infaticabile, impaziente di mettermi alla prova. ed in cuor mio la insulto e la maledico.

Ma lei non si affligge e continua il suo cammino.

Questa compagna che nessuno di noi ama si chiama malattia.

“Uno dei disturbi peggiori del Parkinson è il tremore a riposo ….”. No! Dopo il terzo minuto avrebbero iniziato a dormire! E poi, perché

mai dovrei sciorinare un trattato di medicina, visto che medico non sono?

“Chi viaggia in auto con me capisce come mai il tremore è una brutta bestia: per tutto il tragitto penserebbe di trovarsi sul tagadà! ” Ora va meglio. Cammino su e giù per mantenere viva l’attenzione.

“Un bel dilemma ricordarsi gli orari in cui prendere i tanti medicinali che costellano le nostre giornate. Mi sembra di fare il gioco delle tre carte. Puntate, signori, puntate! Sotto quale blister c’è la pastiglia gialla? …”

Non sempre si ride. Specie quando “la dottoressa dell’AVIS mi ha buttato fuori scandalizzata che chiedessi di donare il sangue: uscii piangendo, dicendole che se l’avessi incontrata per strada, le sarei passato sopra con la macchina”.

Sto parlando ad alunni del percorso socio sanitario di una scuola di Ivrea: ragazzi come tanti, orecchini al naso e brache in fondo al sedere: ma ho la certezza che abbiano una sensibilità al sociale migliore di molti “maturi” benpensanti. Quando li saluto parte un applauso: non è per me: è per Paola che in questi giorni verrà operata di DBS.

In bocca al lupo, Paola!

Anche se malato, posso sognare.

Sogno il giorno in cui risvegliandomi, potrò dedicare le mie residue forze al progetto di un centro diurno dove ai malati vengano prescritte, in unione ai farmaci, attività terapeutiche integrative, passeggiate, ginnastica, sedute di yoga del sorriso. La ricerca di una ricetta, la sua preparazione e la condivisione del pasto con tutti.

Visite museali e discussione su quanto appreso, svolgimento di attività socialmente utili in collaborazione con il Comune: costruiamo un parco per anziani, organizziamo mostre!

C’è un mondo intero che può essere reso più bello dai malati, anche se costretti su una carrozzina e capaci di donare unicamente la propria presenza! L’esserci è uno degli strumenti riabilitativi più sottovalutati che ci siano.

Sogno un medico che curi i malati con l’occupazione, che dia loro un

obiettivo sempre nuovo da raggiungere: è l’Ikigai per i giapponesi: il motivo per cui alzarsi la mattina.

Se per voi questa proposta fa parte del ventaglio di significati che comprende l’innovazione, allora prendiamoci per mano e costruiamola insieme ai figli dei malati, a formare un’unica grande famiglia, dove la solitudine e la vergogna lasceranno il posto ad una qualità di vita migliore.

Associazione Parkinsoniani del Canavese Uniti nella lotta contro il Parkinson

EssErE ED EsIstErE

La mia esperienza di volontariato ha origini lontane, credo. Si materializza ufficialmente nel 2001, in seguito alla necessità di condivisione di spazi fisici e mentali. Una volta ultimate le pratiche necessarie si è passati alla creazione di situazioni, dove persone vengono coinvolte a fare una cosa.

E’ un po’ come prestare il proprio tempo per dedicarsi a un’attitudine. A me viene bene l’espressione culturale, è un settore che si confà alla mia voglia di scoprire mondi, non per forza belli. Anzi, la scomodità a volte genera varchi impensabili, soglie, crepe da cui radunare le macerie e organizzarle in modo che, forse, il tutto è migliore delle singole parti che lo compongono. Ciò che voglio dire, o forse ancora non sono pronto per dirlo, è che il piccolo futuro ce lo costruiamo col tempo, che batte il solco e insieme ci porta.

La parte irrazionale e istintiva trova terreno fertile nella volontà di potenza, intesa nel ribadire che Io esisto per un po’, poi no, scompaio. Fin quando ci sono scelgo. Le possibilità ci sono. Essere ed esistere. Essere degni di non esistere, anche. Un invisibile è qualcuno che non si vede, ma c’è. Ha meno diritti? Un sans papier è un essere umano, semplice. Eppure deve lottare duro.

Il mondo del lavoro è cambiato, si è frazionato. La percezione delle giornate è diversa, non si ha voglia di scrivere una lettera a mano, imbustarla e spedirla. I gesti son diversi, in quest’epoca infinita di neo liberismo. La parola precariato non si usa più. A livello sociale, per me, il mio galeone è Arrivo.

Mi si chiede di parlare di solidarietà. Va da sé, è logico parlarne quando si riceve, per capirne le molle, i meccanismi e l’inceppo, per poi dare. Dare alle stampe il proprio pensiero in forma narrativa, letteraria non è un calcolo matematico, o esce o no.

Ecco, un’esperienza che condivido volentieri risale al 2005 e riguarda il settore della psichiatria e del teatro. Si fece un progetto. Personalmente ho molto materiale dell’esperienza, che ho catalogato. Io in quel progetto ero volontario, puro. Davo me stesso perché ci credevo fino in fondo. Nel corso dei due anni di esercizi di teatro abbiamo affrontato la nostra psiconautica dando forma al nostro sentire inte-

riore e intimo. Si entra in uno stato in cui i pensieri si placano e rivivi un’emozione sola, una alla volta.

Oggi sto affrontando un patto di cura volontario. Mi sembra importante. Ora scrivo dalla stanza, col pc, captando un ascolto. Forse ci vuole un po’ di musica, che non sia quella dei tasti. Fa tardi per battere quelli della macchina per scrivere. Immagino il fruscio della matita e pure quello della penna quando è calda. Si possono costruire periodi, frasi nuove ogni volta. Ci si può affermare, lo spazio è negato solo nel bianco del foglio. Quello che voglio dire è che il fatto di scrivere è un gesto regalato che va confezionato e compiuto.

A volte si è narcisi ed egoici, ci si mette al centro del mondo pensando che esso ruoti intorno a noi. Per esempio, perché una persona debba leggerci? Anche lei regala il suo tempo all’autore, o forse glielo restituisce. L’autore è uno, chi legge anche, ma può essere più di uno a seconda di quante copie esistono e di quante, ancora, vengono raccolte e accolte. Il passaparola non basta, secondo me è questione di energia, generata dalle parole, che attira o respinge. Pensiamo a quanti libri in biblioteca che non abbiamo sfiorato, non era il momento giusto. Per qualcuno non è cosa. Per me è come avere la barba.

Non ho riferimenti utili. Non mi sento in grado di raccontare in maniera organica una storia. Sarei ridondante e barocco. Di momenti difficili ne passo e ne ho passati, io volevo pubblicare, fare spettacoli, festival e una mensa per poveri. Qualcosa ho fatto, ma sono prototipi. Sembra quasi di giocare, invece di essere adulti e concretizzare si fa un passo in avanti e basta, dai, quelli indietro sono lo stesso in avanti, basta cambiare la direzione. Si va, sempre.

Io son fermo, immobile, incollato sullo schermo a dire il contrario. Posso farlo, è permesso. Fare arte ha senso sempre di più. Saper coniugare l’esperienza di un vissuto dando una forma, un verso, è salutare. Ora, tra l’altro, dobbiamo lasciarci perché lo spazio/tempo concessoci sta per esaurirsi.

Vorrei ringraziare Hermes e omaggiarlo. Seguirò le fasi di questa impresa, se posso.

Alla prossima, mamma.

Non è finita. No, perché mi batto per i miei diritti. In una società alienante come quella attuale, dove la depressione mangia l’anima dei fragili e il sistema è sempre più opprimente, un barlume di speranza è dato dal volenteroso. Cercare di avere un reddito dignitoso, un’abitazione, una famiglia, degli affetti e degli amici, le cose basilari.

I momenti felici nel volontariato ci sono stati. Ogni volta che si progetta un evento è una soddisfazione. Quelli più riusciti son quelli dedicati a qualcuno in particolare, una persona che si è distinta, che è venuta a mancare, che non sta bene o che ha successo.

Il mio sogno è di andare, un giorno, a vivere in Africa, perché lì è un continuo volontariato e solidarietà. Tutti per uno e uno per tutti. Ci si aiuta, si condividono gioie e dolori e si allevia la sofferenza. Se muore una persona, partecipa tutto il quartiere.

Penso a volte alla morte, la livella nostra. Per celebrare la vita occorre pensare al contrario. In mezzo ci stiamo noi, tentennanti e insicuri. Il sociale è un settore riconosciuto, oggi ci sono cooperative dedite agli anziani, ai minori, alla salute mentale, alle dipendenze.

Come Presidente rappresento un’associazione culturale. Devo “tenere” agli associati, motivarli, esserne il porta parola. Individuare argomenti. La mia idea rimane di lavorare sugli aspetti più nascosti, sul non detto, sul disagio. E’ il mio ruolo intellettuale. E’ ciò che mi fa stare bene. Non è problem solving. E’ cura, diagnosi, rimedio, percorso. Una scelta. Un piccolo, grande, medio dovere.

Mi affido a dottori, medici e operatori. Ho un’invalidità che va gestita, con la speranza di ridurla fino alla totale guarigione. La strada è lunga e ci vuole pazienza. A volte la perdo, a volte la ritrovo. Ci lavoro. Ci sudo. Quello che mi da forza è l’amore. Per me, per l’altro, per l’attimo fuggente, per il creato. Accoglienza dell’altrui pensiero e stile, purché non sia invasivo, offensivo. Non parlo di decoro, sia chiaro. Piuttosto di dignità.

Talvolta la voglia viene meno, ci si rifugia in noi stessi, cercando di apprezzare e valorizzare ciò che si ha e si è. Seguire la musica del nostro cuore, e lasciare che la fantasia si espandi, libera. Non avranno mai le nostre menti. Di compromessi da accettare ce ne saranno sempre.

Vorrei tanto che le categorie protette, e quelle a rischio, siano considerate di più. Dobbiamo combattere contro lo stigma di chi ha bisogno ed è nel bisogno. Chi è utente riceve spesso decisioni calate dall’alto, quando invece dovrebbe essere coinvolto in prima persona nel processo.

Penso proprio che mi fermerò qui, per ora, nei ragionamenti perché non è compito mio andare oltre. La pratica delle idee comporta sedimentazione affinché possano attecchire nel terreno fertile della pratica. Il mio compito volge quindi al termine, e spero di aver reso una veridica testimonianza dell’argomento in questione. Questo contributo non è esaustivo, sono degli spunti di avanzamento verso una meta mai chiara fino in fondo, e qui sta il bello. La nebbia va accettata, non combattuta, altrimenti non si vede più nulla e pur se nel buio bisogna imparare ad aguzzare i sensi e il sole tornerà, vincitore, abbracciando la luna.

Grazie per avermi dato questo spazio libero. La poesia è in tutte le stagioni e non basta.

nicola Castellini

Associazione Arrivo Promozione della cultura

EROI A qUATTRO ZAMPE

Mi chiamo Franco Muccione, sono nato a Torino il 4 luglio 1968, entrato in Polizia di Stato nel marzo 1988 come ausiliario per assolvere all’obbligo del servizio di leva. La passione mi ha subito travolto e così ho continuato nel ruolo di effettivo, vincendo dopo pochi anni il concorso da Sottoufficiale nel ruolo di Ispettore.

Nel 2006 divento il Responsabile della Squadra Cinofili della Polizia di Stato, Questura di Torino, ed è proprio la passione per il cani e per il lavoro che mi ha portato ad affacciarmi al mondo del Volontariato ed in particolare ad entrare a far parte dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato, prendendomi cura del settore cinofilo.

In Associazione ho conosciuto dei volontari cinofili che, fin da subito, mi hanno espresso le loro difficoltà a portare avanti la formazione dei propri cani e soprattutto a trovare sbocchi di impiego a supporto delle Istituzioni come in casi di ricerca di persone disperse, sia in superficie, ad esempio la classica ricerca del “cercatore di funghi” caduto accidentalmente nel bosco, o come l’esplorazione sotto macerie nei terremoti.

Di fronte a queste pressanti richieste mi sono ripromesso di dare una possibilità a tutti coloro che, amanti dei cani e vogliosi di aiutare il prossimo, vogliono diventare un’Unità Cinofila da ricerca e soccorso. Ho messo a disposizione la mia professionalità per far crescere e rendere professionali anche i Volontari.

Infatti per i Cinofili che vogliono svolgere servizi è richiesto uno specifico addestramento iniziale rivolto al cane e al conduttore, quando i due riescono a fare “squadra” sono pronti per essere avviati al lavoro per il quale sono stati scelti e allenati.

Il primo gruppo che si è formato fu di soli 5 cinofili, ed è con loro che l’Ispettore Muccione partecipò alla seconda edizione del Campo Scuola organizzato dall’allora VSSP a Sant’Antonino di Susa nel 2010 e grazie al suo contributo riuscì a fornire le prime divise e tre paia di scarponcini da lavoro per i conduttori operativi, oltre che a reperire i materiali necessari per le esercitazioni.

La partecipazione al Campo Scuola servì come vetrina per iniziare a farsi conoscere all’esterno.

Il primo centro di addestramento venne strutturato a Trana, un paesino vicino a Torino, mentre la base operativa da subito fu localizzata presso il V° Reparto Mobile della Polizia di Stato di Torino che, prima della nascita della Protezione Civile insieme agli altri Reparti Mobili dislocati sul territorio nazionale, rappresentava il Reparto di Primo Intervento in caso di calamità naturali, quindi la scelta di quella sede fu più che mai azzeccata e significativa.

Dopo qualche anno, esattamente nel 2009, fui nominato Presidente, carica che mantengo ancora oggi; nel frattempo il gruppo è cresciuto e in questo periodo i volontari sono passati da 20 a circa 150 persone, di cui circa 120 cinofili con competenze in tutto il Piemonte.

I Centri di addestramento sono diventati undici, tre nel territorio torinese, uno ad Alessandria, uno ad Asti ed uno nell’alto Canavese.

L’associazione è regolarmente iscritta al Coordinamento Territoriale del Volontariato della Città Metropolitana di Torino, al Registro Regionale del Volontariato del Piemonte e al Dipartimento Nazionale della Protezione Civile.

L’addestramento è continuo e le unità operative sono circa venti che, insieme al personale di supporto, intervengono in aiuto delle Istituzioni qualora ne facciano richiesta per la ricerca dispersi sia in superficie che su macerie.

Non potete immaginare l’emozione che si prova quando il cane riesce a trovare un disperso e a segnalare la sua presenza in modo da fare arrivare i soccorsi, così da poter mettere in moto tutte le componenti in grado di recuperare e soccorrere il malcapitato.

Da Ivrea, primo Nucleo di Protezione Civile dell’Associazione Nazionale della Polizia di Stato nato nel 2002, il fenomeno si espande in tutto il territorio Nazionale e così anche i Gruppi Cinofili iniziano a formarsi anche fuori dal Piemonte, prima fra tutti la Toscana con Grosseto e a seguire la Lombardia con Bergamo.

Il nostro prossimo obbiettivo è creare il Coordinamento Nazionale Cinofili dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato con un unico regolamento ed uno standard addestrativo e operativo uguale per tutto il territorio nazionale.

Dal 2010 l’ANPS è iscritta a Vol.to e da allora partecipa regolarmente al CAMPO SCUOLA – ESERCITAZIONE di Protezione Civile arrivato quest’anno all’undicesima edizione.

Il nostro impegno con gli amici a quattro zampe non si limita solo al loro impiego in caso di ricerca di persone disperse, ma l’Associazione si occupa anche di volontariato all’interno di strutture per anziani, per disabili e nelle scuole con l’impiego di Unità Cinofile da Pet-Therapy.

É una disciplina integrata che, grazie al coinvolgimento di animali domestici, ha valenza terapeutica, riabilitativa, educativa e ludicoricreativa.

La carta vincente è rappresentata dalla relazione affettiva che si crea tra il paziente e l’animale, un rapporto autentico che porta sostegno, serenità e sollievo, che aiuta a reagire davanti alle difficoltà della vita.

L’animale trasmette un sentimento di accettazione incondizionata, indipendentemente da età, etnia, problemi fisici o psicologici della persona con cui interagisce.

è fantastico e commovente vedere cosa sono in grado di fare i nostri eroi a quattro zampe per questi soggetti “deboli”.

Franco Muccione

Associazione Nazionale

Polizia di Stato

Nucleo di Protezione Civile

Sezione d’Ivrea

CoN l’aIUto DI DIo, asColtaNDo Il sIlENzIo

“Con l’aiuto di Dio”. Inizia così la formula della promessa scout che ebbi l’onore ed il coraggio di pronunciare nel febbraio del 1980 e che ufficialmente mi ha reso parte della grande famiglia dello scoutismo. Come al solito ho trovato una via diversa anche per entrare nell’AGESCI.

Al tempo mia sorella frequentava un ragazzo ed entrambi facevano parte del gruppo Perugia 1. Ovviamente seppur non conscio di cosa fosse lo scoutismo, avevo manifestato la volontà di farne parte e riuscii ad entrare nel gruppo di San Sisto.

Una domenica mattina di novembre arrivai alla stazione di Fontivegge, c’era un po’ di foschia ma quei ragazzi in pantaloncini corti mi accolsero calorosamente.

La giornata prevedeva il treno fino a S.Maria degli Angeli, poi l’autobus sino all’anfiteatro romano di Assisi e da lì a piedi per giungere a Pian della Valle.

Durante il cammino, sicuramente aiutato dal mio zainetto ultra leggero con il solo pranzo al sacco, mi sono messo in mostra per passo e diligente comportamento.

Del resto non sapevo che altro poter fare, quali fossero i limiti comportamentali; li avrei esplorati in seguito.

Ricordo chiaramente le parole di Mauro che, dopo essersi assicurato di conoscere il mio nome, da capo degli Orsi chiese al capo reparto di inserirmi nella sua squadriglia. E così fu.

Ogni volta che entro in un ambiente nuovo sono un silente osservatore e vengo indicato come timido. A volte passano dei mesi prima che abbia il coraggio di esprimermi ma lo scoutismo mi ha insegnato a ridurre questi tempi per non perdere il meglio delle persone e delle cose che mi stanno attorno.

Ho scoperto negli anni che, in quel periodo da fantasma, analizzavo i comportamenti ed i linguaggi del gruppo in modo da potermi poi esprimere con adeguatezza o, meglio, sperando di essere accettato con più facilità.

Adesso che ci penso sono proprio un Orso, almeno lo sono stato all’inizio.

Il fazzolettone bordeaux con la striscia grigia faceva le mie gracili spalle più forti.

Nello scoutismo ci sono dei momenti nei quali hai modo di affrontare te stesso e di porti innanzi alla natura.

Nello scoutismo conosci tante persone. Una di queste è stata speciale per me: io e lui ci conoscevano sin da bambini.

Anche se non era facile giocare con Filippo, un bambino semi sordo muto. Specialmente da piccolo era molto irascibile perché la comunicazione in entrambi i sensi era difficile e potevo solo immaginare la rabbia che nasceva in lui. Una volta mi diede una botta in testa con una scopa perché non lo lasciavo giocare con il mio modellino di bisarca gialla. Me ne andai in lacrime a casa senza capire il perché.

Avevo visto in un film un professore che richiedeva ai propri alunni di passare del tempo con una benda agli occhi per accettare un loro compagno cieco. Fu illuminante, decisi di isolarmi per un po’ dal rumore, misi doppi tappi di cera e le cuffie dello stereo. Non bastava, sentivo ancora. Andai dentro lo sgabuzzino ma niente, il rumore c’era anche lì.

Serviva un altro modo per somigliare a Filippo.

Seduto sul letto in camera, cominciai ad ascoltare i battiti del mio cuore, con le orecchie ancora tappate la cosa era più facile e finalmente capii come poter dialogare con Filippo.

Dovevo solo parlare al suo cuore perché sapevo che lo ascoltava ogni giorno e l’unico modo che conoscevo era semplicemente donargli la mia amicizia.

Non è stato facile, ma nemmeno difficile perché Filippo mi ha aiutato in questo. Dicendomi “non ho capito” mi ha sempre obbligato a riformulare i miei pensieri e trovare le parole del suo vocabolario.

Ancora oggi faccio uso di quelle lezioni quando mi trovo a parlare specialmente con i bambini.

Con Filippo ho affrontato molte situazioni nelle quali ho dovuto cercare delle modalità comunicative semplici, ho imparato a parlare po-

nendomi davanti alle persone, ho razionalizzato la gesticolazione e, cosa più importante, mi ho imparato a chiedere scusa.

Se trovare un amico è trovare un tesoro, aver cura di quel tesoro è arricchirsi di esso.

Grazie Filippo per avermi accettato, mi manchi.

Sino ad oggi ho avuto l’opportunità di educare circa mille bambini e spero di avere le forze per dare il mio contributo alla crescita di altrettanti.

Ho iniziato a 15 anni e in quegli anni il mio ruolo non era proprio di educatore ma sicuramente la responsabilità di dover raggiungere degli obiettivi con ragazzi più piccoli di me ha contribuito alla mia formazione.

Negli anni successivi il percorso di crescita mi ha guidato verso regole e principi della scienza educativa e lo scoutismo ha determinato metodi e strumenti.

Per educare i bambini devi essere uno di loro.

Mi succede ancora oggi di perdere di vista gli adulti e di catapultarmi nei giochi dei piccoli.

Come un pezzo di metallo che non può resistere alla forza di una calamita, sono attratto da qualcosa di speciale che non esiste in altri luoghi se non negli occhi di un bambino.

Mi sono spesso chiesto cosa sia in realtà questa calamita senza trovarne mai risposta certa, ma credo sia la voglia di immergermi in quel guazzabuglio di idee che alimentano la mente di un bambino.

Ci sono due cose che mi attraggono di un bambino, gli occhi e la ribellione; quest’ultima vince sempre ed è per me come acqua per un assetato.

Un bambino ribelle è geniale, mai fermo, motore in perenne movimento alla ricerca della marcia giusta da ingranare e sempre convinto di averla azzeccata. Collerico e divertente, poco incline alla concentrazione e alle regole, ha lo spirito della vita che gli ribolle dentro.

La sfida educativa che ti si pone innanzi non ha paragoni, è la battaglia più dolce che si possa affrontare, estenuante e sempre disposta a farti dichiarare sconfitto, ma lasciare una tale ricchezza equivarrebbe a non capire il senso della vita.

L’educatore è un conoscitore di rotte, il genitore è il timoniere.

Quando immagino la mente di un bambino, mi piace paragonarla ad una stanza senza muri in una giornata di vento. Mi capita sovente di entrare in quella stanza, ne sono conscio e riesco a vedere pensieri ed oggetti portati dal vento, raccolti per un attimo e poi rigettati a fluttuare.

Ci sono dei bambini capaci di costruire muri per non farti entrare, altri lasciano la porta socchiusa e ti osservano mentre giochi con i pensieri.

La fantasia è la mia chiave per entrare in quella stanza e per questo utilizzo un linguaggio poco adulto e molto allegorico. Mi piace divenire complice di progetti campati in aria alla ricerca di quelle leve che ogni bambino mette nel gioco.

Il mio rapporto di amicizia con Filippo mi ha regalato una regola d’oro: il vocabolario è diverso per ognuno di noi e solamente il tempo li può rendere simili.

Capire quante pagine abbia il dizionario di un bambino è un altro bellissimo gioco che faccio mentre sono impegnato nel mio ruolo.

La comprensione di un concetto passa attraverso l’esperienza, nei più piccoli è il gioco il metodo migliore ed io amo tantissimo giocare.

Per fortuna il mondo non può fare a meno dei bambini … ed io nemmeno.

roberto Barbadori

Agesci Perugia

L’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani è un’associazione giovanile educativa che si propone di contribuire, nel tempo libero e nelle attività extra-scolastiche, alla formazione della persona secondo i principi ed il metodo dello scautismo.

Il moBBINg, UNa pIaga soCIalE

L’Associazione Risorsa, nasce a Torino nel marzo 2000, per iniziativa di alcune persone che avevano subito violenze psicofisiche sul luogo di lavoro. Il fenomeno conosciuto come “mobbing” lascia tracce indelebili nei rapporti sociali dei lavoratori coinvolti.

Di fronte a queste problematiche i volontari dell’associazione decisero di mettere a disposizione il loro tempo per aiutare gli altri a prevenire e non subire quello che loro stessi avevano patito, oltre che cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica, facendo il possibile per migliorare pacificamente il mondo del lavoro, mettendo al centro la dignità delle persone.

Dopo alcuni anni in cui affiancarono i funzionari dello Sportello Mobbing di un’importante sigla sindacale, acquisendo specifica e concreta esperienza, i Volontari di Risorsa si resero autonomi e divennero un’associazione di Volontariato nel settore della tutela dei diritti civili.

I volontari, nel loro Sportello d’ascolto e orientamento e con il Gruppo di mutuo aiuto, non hanno turni, ma ricevono le persone quando queste ne hanno bisogno.

Può capitare che negli stessi giorni più persone chiedano di essere accolte, mentre in altri periodi pochi si facciano vivi.

Occorre tener conto infatti che alcuni utenti vengono da Comuni limitrofi, altri hanno problemi legati alla reperibilità in periodi di mutua.

Una particolarità dell’Associazione è che tutti i soci fondatori e i componenti del Consiglio Direttivo partecipano in prima persona alle diverse attività: gestione dello Sportello d’ascolto, organizzazione del Gruppo di mutuo aiuto, l’amministrazione, il marketing, il fund raising, la gestione del sito Internet e della pagina Facebook. I Consiglieri garantiscono infatti quella professionalità e conoscenza del problema che difficilmente Volontari provenienti da altre esperienze avrebbero.

Il carattere distintivo di Risorsa, che ne fa il punto forte, è il fornire non solo un orientamento legale, ma soprattutto un aiuto psicologico.

Non sempre, anzi, quasi mai, conviene intraprendere un’azione legale per far valere i propri diritti, quindi, ove non si riscontri vero e proprio mobbing ma solo un disagio lavorativo grave, il Gruppo di mutuo aiuto sopperisce alle necessità di chi è caduto in depressione, ansia, stress e attacchi panico, ascoltando il racconto delle vittime, le quali, esternando le proprie vicende a persone che hanno subito violenze simili, attivano tra loro un rapporto di forte empatia.

Il nostro Volontariato non è facile, anzi, l’ascolto delle sofferenze altrui riporta alla memoria episodi dolorosi già vissuti.

L’esperienza di vita ci lascia dentro la forza di poter riportare un minimo di benessere in chi passa in fabbrica o in ufficio una fetta consistente della propria giornata.

Per far comprendere meglio quali sono i problemi che concretamente l’Associazione si propone di aiutare a risolvere, presentiamo di seguito due testimonianze: quella di un utente passato dallo Sportello e che ama scrivere poesie e quella di un Volontario del Gruppo di mutuo aiuto.

ADESSO BASTA !

Come bisogna reagire...

cosa fare durante il weekend, lacerati dai pensieri dell’ultimo ennesimo e violento colpo di fioretto ricevuto.

Un sottile e sfuggente tocco, una parola, una mail....stare male per niente o per tutto.

MoBBIng la parola mai pronunciata come una forte malattia cui stare lontano.

Piango e penso che nulla ha più senso e che nulla potrà riportarmi alle migliori condizioni e situazioni del passato.

Ma deve, qualcosa deve accadere, per cambiare, per reagire, per tornare a sorridere.

Io, che sempre e da sempre ho dato la passione, la creatività per l’azienda.

Io, che ancora adesso scambio opinioni, auguri con chi del passato ho incrociato.

Io, con la mia onestà intellettuale, la correttezza, l’educazione, l’entusiasmo e, passatemi,

l’intelligenza e la professionalità, ho insegnato la differenza...ora col dubbio del baratro.

ed ora dopo 21 anni di intenso servizio...trattato come un novizio da educare, da maltrattare in modo sottile, da stancare...perché!

e’ questo che mi domando, sempre, ogni giorno perché.

Ma adesso Voi ditemi cosa occorre aspettare, cosa bisogna che io e chi come me continuiamo a sopportare.

Bisogna per forza ammalarsi col certificato, palesemente, per forza?

Cosa, in nome di chi dobbiamo sacrificarci..in questa vita che è anche altra vita e che vita è altrove.

MIGUEL, I MULINI A VENTO…E IL GRUPPO DI MUTUO

AIUTO RISORSA – rapporto di un Volontario

Miguel è originario del Sud america, ha vissuto negli Stati Uniti, ma temendo di diventare obeso davanti alla televisione, ha scelto di vivere in Italia, perché più stimolante. lo scopo della sua vita è di aiutare gli altri, facendo loro un po’ da padre, visto che non lo è nel privato.

Per questo ha svolto il lavoro di oSS nella sanità, ha subito mobbing e, licenziato ingiustamente, è una delle poche persone ad aver vinto la causa legale con diritto al risarcimento del danno e al reintegro, anche se ciò non si è ancora verificato in concreto.

Miguel è uno dei più assidui frequentatori del gruppo e dichiara di sentirne i benefici.

Quella sera i partecipanti al gruppo erano abbastanza rilassati: stimolati dal “facilitatore” a dire cosa provavano in quel preciso momento; c’era chi vedeva cieli azzurri, chi semplicemente diceva di essere sereno.

anche Miguel era sereno, anzi di più, e prese a raccontare di come, da paziente di una clinica psichiatrica, si trasformò in uno che aiutava gli

altri. Per inciso, i suoi mobber cercavano di farlo passare per pazzo, ma non ci sono mai riusciti.

Infatti Miguel ha una fiducia incrollabile nel fatto che prima o poi la giustizia trionferà ed in ciò è aiutato da una fede incrollabile nel divino.

Ha anche tanti altri problemi, di salute, di casa, di soldi e forse, dice, sarà presto costretto a vivere in un camper, ma ha il sogno di comprare un appartamento tutto per lui.

la sua calma di fronte a questi problemi è veramente “olimpica” e suscita la reazione di un’altra partecipante che giudica le sue battaglie contro “mulini a vento” perché di difficile soluzione.

In attesa del risarcimento non si illude sul reintegro, perché si rende conto che i suoi capi ricomincerebbero da capo. Miguel sta cercando un nuovo lavoro e frequenta un corso della regione Piemonte per la riqualificazione dei disoccupati.

riteniamo che la partecipazione attiva del lavoratore al suo reinserimento, la sua umiltà, ma anche la dignità che deve essere rispettata siano un mix indispensabile nel nuovo mondo del lavoro, poiché la dignità è quel di più che supera la vecchia concezione di diritti e doveri dei lavoratori.

Proprio la dignità è ciò che più mi piace in Miguel, e penso a quando, proprio per dignità, ha rifiutato l’offerta di un sostegno economico da parte di alcuni di noi. ecco, questi sono i personaggi che fanno dell’associazione risorsa un qualcosa di particolare, magari un po’…naif, ma che da 15 anni cerca di aiutare, anche e soprattutto psicologicamente, chi soffre di disagio grave nel mondo del lavoro. Ferdinando Ciccopiedi

Associazione RISORSA

Prevenzione e sostegno alle persone colpite da mobbing e disagio sul lavoro

IL TEATRO PIù PICCOLO AL MONDO, IL TEATRO PIù GRANDE NEL NOSTRO CUORE DI VOLONTARI

Quando da piccolo mi chiedevano cosa avrei fatto da grande pensavo a tante cose come: continuare gli studi, lavorare, crearmi una famiglia, ma mai avrei pensato di fare quello che poi, volontariamente, ho realizzato insieme a tante altre persone. Insieme ci siamo avvicinate ad un piccolo luogo, ma allo stesso tempo cosi grande, pieno di emozioni, cultura, sogni e che ha contribuito ad arricchire le nostre vite.

Ma quante cose si possono fare in 25 anni ? Molte cose si possono realizzare in così tanto tempo, ma nessuno di noi volontari dell’Associazione Società del Teatro della Concordia avrebbe creduto che questo numero potesse diventare simbolo magico e foriero di bellissimi momenti.

Quando ho scoperto il Teatro della Concordia, immerso nel piccolo paese di Monte Castello di Vibio, che rappresenta per la comunità, molti volontari e visitatori “Un luogo meraviglioso preservato e presentato con cura, attenzione e grande competenza, dove i principi umanistici prendono forma nell’architettura ma anche nella cultura e nell’umanità delle persone che si occupano di questo bellissimo gioiello” mai avrei pensato che potesse divenire un impegno costante e svolto con dedizione quasi giornaliera, e che tutto questo lavoro di squadra potesse contribuire alla valorizzazione della struttura storica alla quale sono stati attribuiti , ad oggi, molti e prestigiosi riconoscimenti, non ultimo il certificato di eccellenza dei visitatori. Ebbene, sono trascorsi “25” anni da quando sono entrato e ho calpestato, per la prima volta, le travi del palco del teatro, quello scricchiolio che rappresentava tutta la mia insicurezza per quello che, da lì in poi, sarei andato a fare con tante altre persone. Un lavoro sociale e culturale nella comunità di cui si può essere orgogliosi e che non può fermarsi qui, proprio ora che il Teatro della Concordia è stato dichiarato bene del patrimonio storico, artistico e culturale italiano. In questi “25” anni sono stati tanti i collaboratori che per una sera o più sere hanno fatto parte della squadra, dietro ad un nuovo allestimento scenico, all’idea embrionale di un nuovo meeting o alla commozione di quel fidanzato che qui fece una sorpresa alla sua amata. “25” anni sono le coccole che ricevono i visitatori, l’emozione degli sposi, l’incanto dei bambini delle scuole, la trepidazione degli

artisti, le speranze degli innovatori.

Ecco! Una mèta di approdo che non mi sarei aspettato di traghettare, ancora qui con l’impegno civico, l’amore e la passione mia e dei soci, sostenuti dall’ammirazione delle migliaia di Amici del Teatro più piccolo del mondo!

Ricordo con forte emozione i tanti giovani artisti internazionali che si sono scoperti via via, fieri di essere ambasciatori di questa chicca nel “Cuore d’Italia”, come il “turista avventore” cerca “i luoghi dell’anima”, come una fede imprescindibile nella sua identità umana. Ho visto il “teatro storico” produrre cultura, sviluppare relazioni, creare stagioni teatrali; trasformarsi in una scenografia quasi fiabesca per “un momento importante”, curando le relazioni con quei visitatori che una volta affiliati desiderano mantenere un vitale contatto con noi. Tutto questo ha bisogno di un’attenzione continua, con impegni inderogabili e di responsabilità, che spesso vanno ben oltre le nostre singole disponibilità. Ricordo che quando sono entrato nell’Associazione mi sono stati trasmessi tanti valori che oggi sono fiero di tramandare ai giovani volontari come una scuola esperienziale di organizzazione e di rispetto per il patrimonio culturale di una collettività, che resti vivo e si mantenga solido per le future generazioni.

“25” anni di emozioni, cultura e benessere raccontata con piccoli pensieri dai volontari del Teatro più Piccolo al Mondo. L’esperienza mi ha insegnato a saper guardare all’altro, entrando in comunicazione con lui sin da subito. Ho anche scoperto parti del mio carattere che non conoscevo. Certamente l’esperienza vissuta in venticinque anni di volontariato mi ha dato la possibilità di incontrare tanta gente. Per me è sempre stato naturale entrare in empatia con chi sento vicino poiché sono una persona aperta, solare e accogliente. Ho comunque potuto raffinare alcuni comportamenti per migliorare l’accoglienza verso l’altro.

Nella vita credo che ognuno di noi possa avere un parere su tutto e che possiamo convincere gli altri solo se quello che diciamo corrisponde

a ciò che viviamo. Tutto questo deve essere accompagnato da una grande apertura all’altro, rafforzata da una profonda empatia. Il dovermi rapportare con persone diverse da me e tra di loro per cultura, sensibilità, estrazione sociale mi ha portato a gestire la timidezza nascondendola dietro le quinte del sorriso. Da questa esperienza con il Teatro della Concordia ho tratto gratificazione, gioia ed anche la possibilità di sviluppare e migliorare qualità personali che non sapevo nemmeno di possedere. Credo di aver trovato nel progetto la voglia di mettermi in gioco e la gioia di vivere una nuova esperienza, senza remore ma con l’intenzione di creare nuovi legami e rapporti. Credo di essermela cavata bene perché trovo la comunicazione assertiva una modalità di comunicazione molto vicina a quelle che sono le mie capacità comunicative. è un ottimo modo per dare la giusta importanza alle parole delle persone con cui si sta parlando. L’ascolto attivo è un buon modo per entrare in relazione con il proprio interlocutore e renderlo consapevole dell’interesse che si ha nella conversazione.

Credo che la propensione all’ascolto ed una genuina curiosità siano le qualità particolareggianti del mio rapporto con gli altri. Le maggiori difficoltà riscontrate sono state il non giudicare frettolosamente le opinioni altrui ed il non interferire in maniera troppo diretta con le loro storie. Per me il benessere è passare del tempo in maniera tranquilla e piacevole con la consapevolezza di non essere giudicata da nessuno. L’equilibrio tra ciò che fai e ciò che ti piace fare si raggiunge con la gentilezza, la cordialità e il rispetto.

Da questa esperienza con il Teatro della Concordia mi sento ancora più parte di una squadra; ho avuto l’opportunità di conoscere meglio me stessa al contatto con gli altri, ed ho compreso di sentirmi a mio agio anche con chi non conosco. Penso che la mia costanza e passione abbiano contribuito a creare un ambiente di fiducia all’interno della squadra, facendo sì che il team si potesse focalizzare sugli obiettivi da raggiungere. Ho provato ad essere più cosciente di me stessa e degli altri durante le conversazioni, sia con chi conosco bene, sia con chi vedo per la prima volta: mi sono scoperta più paziente e più disposta ad ascoltare senza giudizio.

Con più coscienza ho cercato di instaurare in questo tempo comunicazioni più chiare possibili, senza lasciare nulla di frainteso;

mi sono ritrovata però più attenta all’ascolto che all’esprimere la mia opinione. Sicuramente la mia propensione all’ascolto fa sì che l’altro si senta a proprio agio, creando spesso un ambiente sereno e senza giudizio, in cui si avverte un senso di fiducia costante. Questa esperienza mi ha insegnato che per essere priva di giudizio mi devo fidare dell’altro. Più vado avanti e più mi rendo conto che il benessere per me è nella semplicità di stare insieme a persone che si rispettano, che si ascoltano e si guardano senza giudicarsi e senza polemiche. Frequentare posti culturalmente belli accresce questo senso di benessere e di pace.

Il luogo del benessere è quello che ti colpisce al primo impatto, in cui ti senti protetto, accolto, curato, dove ci lasci il cuore prima di partire, e non vedi l’ora di tornare per rivivere la stessa emozione. Per me questo luogo è il Teatro.

Società del Teatro della Concordia

L’Associazione crea per i giovani soci una scuola esperienziale di organizzazione e di rispetto per i valori patrimoniali di una collettività, perché questi vivano e si mantengano per le future generazioni.

Il Teatro della Concordia di Monte Castello di Vibio, in provincia di Perugia, è il più piccolo teatro all’italiana. è definito con lo slogan “il più piccolo del mondo” in quanto è la fedele e riuscita riproduzione in miniatura dei grandi teatri italiani ed europei.

360° DI DIrIttI UmaNI

“chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano” (Madre Teresa di Calcutta).

Parole molto importanti e molto impegnative. Quando, nel 2009, ci incontriamo, noi, “ le due Silvane” al secolo Silvana Z. e Silvana F. non pensavamo che sarebbero state il fil rouge delle nostre attività.

Questo è un racconto tutto al femminile: Silvana Z. Silvana F. e l’Associazione AS.SO.

Io, Silvana Z. ho trascorso gran parte della mia vita a essere “figlia di”, “moglie di”, “madre di”, tutti ruoli portati avanti con grande dedizione. Per un insieme di coincidenze, forse fortuite, ho deciso di essere “IO” e di dedicarmi a quanto, nella vita precedente, non mi era stato possibile: gli altri.

Ci sono persone che capitano nella tua vita un po’ per caso...

Io, Silvana F. mi licenzio nel 2000, volevo finalmente stare vicina a mia figlia oramai universitaria, ma un anno dopo si laurea e se ne va a Londra. Cosa fare? Questa vita troppo vuota comincia ad andarmi stretta, decido di far parte della Consulta Femminile Comunale e mi dedico ad alcuni progetti che riguardano, da vicino, il mondo del sociale e dei diritti delle donne.

Nuovamente il caso.... al Salone del Libro mi fermo in uno stand dove la scrittrice Emilia Sarogni parla di un suo libro “L’Italia e la Donna. La vita di Salvatore Morelli”. Tra il pubblico è presente anche Silvana Z con la quale nasce subito un’amicizia in grado di costituire una rete di relazioni forti e capaci di essere da sostegno a molte persone. Impariamo così che la condivisione e la solidarietà sono fondamentali, mettendo da parte la competizione e la voglia di prevaricare sull’altra.

Quindi, pur arrivando da esperienze di vita precedente molto diverse, convergiamo su un comune obiettivo: quello di sensibilizzare la società sulle problematiche inerenti la violenza sulle donne e sui minori, le persone in difficoltà, in fuga dai paesi in guerra, i sopravvis-

suti ai genocidi.

Temi molto più grandi di noi che avremmo potuto affrontare solo con i nostri mezzi, attraverso un volontariato culturale, facendo conoscere con incontri, convegni, tavole rotonde, la realtà che ci circonda ogni giorno, sempre più difficile da gestire e sostenere. Nasce così, nel 2009, l’Associazione Solidale AS.SO., associazione di volontariato apartitica, aconfessionale, a struttura democratica e senza scopo di lucro.

Dopo questo incontro appassionante e stimolante, con Silvana Z .cominciammo ad interessarci ai problemi legati alla parità e ai diritti delle donne.

Inizia così una profonda amicizia con Emilia Sarogni che tanto ha influenzato le nostre scelte successive: scrittrice, saggista, conferenziera e consigliera parlamentare, è una studiosa del tema dell’emancipazione femminile, nonché europeista di grande sensibilità e competenza, ambasciatrice di portata internazionale di altissimo livello della cultura italiana.

Purtroppo, come spesso accade, risulta essere meno conosciuta in patria di quanto non lo sia all’estero. Si dedica anima e corpo a quella che ritiene la sua creatura: Salvatore Morelli.

Ricerca nelle biblioteche, negli archivi di tutto il mondo i suoi primi scritti, le prime interpretazioni delle sue teorie femministe ed inizia a diffonderli attraverso i suoi libri sull’emancipazione femminile. La prima tavola rotonda, inizio di una lunga serie, organizzata con la scrittrice Emilia Sarogni, la realizzammo nel maggio del 2009 dedicandola alla presentazione del suo libro su Salvatore Morelli (18241880). Scrittore, deputato del Regno d’Italia, è il primo a chiedere la parità dei diritti per le donne, nel 1861 pubblica l’opera anticipatrice dell’emancipazione femminile “La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale”, presenta il progetto di un nuovo Diritto di Famiglia che è anticipatore della riforma del 1975.

Propone un’istruzione moderna, gratuita e obbligatoria per tutti, protegge i deboli e difende la laicità dello Stato. Riconosce alla famiglia un ruolo fondamentale, poiché in essa si fondano i principi culturali e morali che consentono il vivere civile.

Perchè occuparci del Genocidio del Popolo Armeno? Facciamo una piccola digressione nel privato: nel 2008 io, Silvana Z, apprendo da mio figlio che sposerà una ragazza di origine armena. Panico, dov’è l’Armenia? Per documentarmi comincio a leggere, studiare, ad interessarmi della storia e delle vicende di questo popolo, ne resto subito coinvolta e di questa scoperta ne faccio partecipe anche l’altra Silvana che mi segue con entusiasmo.

Da subito siamo consapevoli che pochissime persone hanno conoscenza dell’Armenia, del genocidio e della cultura di questo popolo.

Occuparci del genocidio del popolo armeno, ad un secolo dalla tragedia immane che si è perpetrata ai confini della nostra realtà europea, è stata una necessità per documentare e fare memoria. Un modo di allargare la ricerca e soprattutto sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento ancora poco conosciuto e studiato.

Ci siamo rese conto che il Comune di Torino, a differenza di altre città italiane, non aveva ancora riconosciuto il genocidio armeno. Nei nostri numerosi incontri ne parliamo con il Consigliere Silvio Magliano che, entusiasta, si rende disponibile a farsi portavoce in Comune della richiesta di riconoscimento. E’ così che il 6 febbraio del 2012 viene approvato dal Consiglio Comunale di Torino l’ordine del giorno che riconosce il genocidio del popolo armeno.

Decidiamo così di proseguire, approfondendo ulteriormente le nostre conoscenze su tradizioni, cultura, musica. Organizziamo una serata, con laviolinista Irina Shamajian e la pianista Marina Shamajian, entrambe di origine armena, per informare e sensibilizzare la cittadinanza su quanto accaduto in Armenia tra la primavera del 1915 e l’autunno del 1916, quando proprio alle donne, uniche sopravvissute, è stato affidato il gravoso compito di preservare la memoria del popolo armeno. Sono state loro, durante la diaspora, a farsi carico di garantire che tradizioni, cultura, musiche e canzoni non venissero dimenticate.

In questa occasione conosciamo Donatella Taverna, che ci racconta aneddoti interessanti tra i quali la storia di Nishan der Stepanian, intraprendente armeno che nel 1913 apre un laboratorio specializzato in fermenti lattici, all’epoca “ quella diavoleria armena”, divenuto in

seguito lo yogurt Der Stepanian, prodotto nello stabilimento di via Nicomede Bianchi e rivenduto in tutte le latterie di Torino.

Un grande impegno è dedicato, negli anni successivi, alla preparazione dell’evento: arMenIa oggI, tra PaSSato e FUtUro. Legato al centenario del genocidio degli armeni, si svolge nel 2015 con una serie di eventi e manifestazioni, tra cui la mostra fotografica glI arMenI e l’arMenIa, realizzata grazie alla collaborazione con Garen Kokciyan, presidente dell’Unione Armeni d’Italia, che mette a disposizione una serie di fotografie dell’Armenia di oggi, da lui realizzate.

Con la comunità armena di Milano collaboriamo per la realizzazione della mostra fotografica “arMIn t. Wegner e glI arMenI In anatolIa, 1915. - Immagini e testimonianze.

Con l’organizzazione di queste mostre fotografiche inizia una serie di eventi di carattere storico, culturale e sociale finalizzati alla conoscenza dell’immensa tragedia armena, ancora ignorata da gran parte del mondo e dell’attuale realtà culturale di quel popolo, anch’essa poco conosciuta ai più, ma meritevole di una più ampia attenzione ed interesse.

Testimonianze di un genocidio dimenticato, dove la disperazione del testimone sembra aggiungersi alla disperazione delle vittime, restituendoci immagini cariche di sofferenza e dignità. Armin T. Wegner, dando voce ai deportati Armeni nel deserto di Der es Zor, è diventato la voce di tutti i deportati della terra.

Altra conoscenza interessante è quella di Maurizio Redegoso Kharitian, violista di origine armena che ci introduce nel magico mondo della musica del suo popolo, suoni incontaminati, melodie che raccontano l’incontro tra Occidente e Oriente. Una tradizione millenaria che rivive nel concerto dedicato alla musica armena, organizzato presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino dal quartetto d’archi Nor Arax, che ha eseguito brani scelti di autori armeni, grande omaggio alla tradizione e al folklore armeno.

Una delle voci più importanti ed interessanti dell’Armenia è la scrittrice Antonia Arslan. Con lei abbiamo instaurato un rapporto di amicizia e di stima reciproca che ci porta ad organizzare, con la sua

presenza, la presentazione di alcuni libri tra i quali “Il libro di Mush”, storia di questo antichissimo libro recuperato da cinque fuggiaschi che, nel giugno del 1915, si allontanano dalle rovine del loro paese distrutto dai turchi per portarlo in salvo ad ogni costo e la “Masseria delle Allodole”, storia di una famiglia armena all’epoca del genocidio.

Altro tema per noi rilevante è quello della violenza sulla donna, affrontato nel novembre del 2009 in occasione del G8 di Roma. E’ stato un momento importante per ribadire che il femminicidio è un problema del quale tutti devono farsi carico, uomini e donne.

Promuoviamo incontri per sensibilizzare la società nei confronti delle donne, vittime di violenze, maltrattamenti, emarginazioni e dei minori, spesso coinvolti e oggetto di soprusi in ambito familiare. Col convegno “le vittime dimenticate” parliamo del futuro incerto di questo esercito senza diritti, di minori ai quali è necessario offrire una vita migliore per evitare che da adulti diventino a loro volta maltrattanti.

Con l’ultima tavola rotonda del novembre 2017 dal titolo “la violenza sulle donne. aspetti economici e sociali” proponiamo una chiave di lettura che permetta di comprendere meglio le conseguenze della violenza e della discriminazione di genere sulla vita di chi la subisce e della società nel suo complesso.

In questo percorso di approfondimento e di conoscenza del fenomeno della violenza siamo supportate e aiutate dalla competenza e dall’umanità di Paola Fuggetta, Commissario della Polizia di Stato in servizio presso la Questura di Torino sezione anticrimine, esperta di tematiche su minori, violenze domestiche e stalking. Negli ultimi quindici anni ha partecipato in prima persona ad incontri nelle scuole di ogni ordine e grado, grazie alle sua esperienza e disponibilità umana.

Nel tempo i nostri interessi non si sono affievoliti, diventando sempre più pressanti e incalzanti in considerazione all’attuale situazione sociale.

Associazione AS.SO Opera per l’autonomia e l’integrazione delle donne in situazioni di malessere con percorsi di educazione e informazione

Silvana Zocchi e Silvana Ferratello

rICorDI DI vIta partIgIaNa

…Quando ci fermavamo per chiedere ai contadini, informazioni sulla località, ci guardavano domandandosi chi eravamo: forse fascisti travestiti da Partigiani (banditi)? Alla fine erano loro che, rischiando la vita, ci davano qualcosa da mangiare e altro.

Avevamo notizie dal “passavoce” su rappresaglie dei nazifascisti su ostaggi in seguito ad azioni di guerriglia.

Guerriglia, perché non eravamo in condizioni di fare la “Guerra”, scontri diretti con le forze armate nazifasciste, ma solo “guerriglia”: azione, colpisci, e fuggi! Accadeva, in ogni caso, che per i nazifascisti ogni contadino poteva essere un partigiano. Si sentiva dire che i fascisti cantavano inni di morte e che portavano dei teschi sui berretti, mentre noi partigiani amavamo la vita.

Altri ricordi:

“Barba”. Molti se la lasciavano crescere: io ero uno di quelli. Benché nero di capelli, avevo la barba rossa e venivo chiamato per questo con il nome di battaglia “John oppure il Barbarossa”

“Le Cartucce”. Con i primi fucili “91” della prima guerra mondiale avevamo nelle giverne al massimo 10 caricatori da 6 proiettili. Poi con il mitra semiautomatici 4 / 5 caricatori da 12 o 24 colpi e poi dopo il lancio degli alleati, alla nostra formazione, disponevamo del mitra “Stern”.

“Comandanti”. Noi eravamo della Brigata Melis dal nome del nostro comandate e fondatore della formazione Partigiana. La prima in Umbria, in località Gavelli. Non era necessario avere gradi infatti ricordo che nella brigata Gramsci il comandante era un borghese e il commissario politico era un operaio spoletino. Il commissario politico era colui che spiegava perché il fascismo e il nazismo erano da condannare mentre noi eravamo nel giusto perché combattevamo fino al sacrificio supremo.

“Fossi”. Non avevamo mai pensato di passare ore nei fossi in mancanza di altri ripari per attaccare i convogli tedeschi. Con noi

c’erano topi, serpenti, vermi, ma poi salivamo in montagna con i boschi puliti.

“Armi”. Abbiamo iniziato con il fucile 91, poi per la prima volta abbiamo avuto il mitra (abbreviazione della parola mitragliatrice) della polizia (le vecchie armi della Abissinia), perché invece che un solo colpo e poi la ricarica c’era la raffica derivante dai caricatori da 12 e 24 colpi, potevano così buttare via il ficile 91 con l’ambizione di portare il mitra.

“Paura”. Sempre molta. Si sapeva di prigionieri partigiani torturati ed impiccati.

“Politica”. La nostra era una formazione “Badogliana” dal nome del primo ministro al Governo. Dopo l’8 settembre, Melis era un ufficiale di carriera, noi della formazione in maggioranza, ex militari, avevamo fatto la guerra nel regio esercito. Nel mio caso ero diventato antifascista quale militare a Roma nel Forte Braschi, si parlava della dittatura di Mussolini. La formazione si qualificò come formazione autonoma.

Altro pensiero: dalla montagna alla pianura ci dcendeva di notte, come i ladri, per paura dei così detti “repubblichini” che si trovavano in caserma, pagati e ben vestiti, protetti dai tedeschi e usati in seconda linea nei rastrellamenti contro le formazioni Partigiane.

Scarpe e vestiti era per noi un dramma perché dovendo camminare in continuazione si consumavano subito (ne ho cambiate 4 paia prese dai prigionieri o dai morti); eravamo “scalzi” straccioni, con la maglia terital (un materiale che non era né lana né cotone), fatta di materiale autarchico (maglia militare piena di pidocchi). I nostri letti erano di tre tipi: l’agghiaccio, il fienile, le stalle.

In un rastrellamento nella zona di Montegufo buttai nel bosco i documenti personali, per evitare ritorsioni contro la mia famiglia che aveva un figlio partigiano. Questo gesto lo feci in quanto braccato dai cani e con i tedeschi nascosti in una fratta, fui salvato, insieme ai miei compagni, dai buoi e dal mantello della notte. Saliti alla vetta della montagna, il giorno dopo, stanchi ed affamati, andammo a bussare ad una famiglia che in altre occasioni ci aveva aiutato. Ci diedero

dalla finestra, per la paura delle rappresaglie tedesche, una pagnotta di pane, mangiata per metà con grande voracità, mentre l’altra metà la nascosi sotto la giacca militare. Quella notte piovve e noi, non avendo riparo, ci bagnammo talmente tanto che il pane si sbriciolò al punto di non essere più commestibile.

“Rappresaglia”. Era il fatto usato in tutti i casi dai nazifascisti per coloro anche solo sospettati di collaborazione con i partigiani. Venivano fucilati o impiccati 10 ostaggi per ogni soldato ucciso

Noi della Brigata Melis, anche nel periodo vissuto assieme agli ex detenuti slavi, abbiamo sempre cercato di uccidere pochi tedeschi evitando così sicure rappresaglie in considerazione che la Valnerina è piena di piccoli paesi .

Noi eravamo sempre Ribelli che abbiamo operato nella Valnerina, eravamo la Resistenza.

Spoleto venne liberata nel giugno del 1944, tornare alla vita reale non fu facile, ripresi i miei studi e diventai il referente del partito di azione e in seguito segretario dell’Associazione Anpi. Ho sempre creduto che abbiamo il dovere di comunicare le nostre esperienze ai più giovani per non dimenticare. L’Anpi non è solo un’associazione ma una parte di me.

gian Paolo loreti

Associazione Anpi Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

Promuove i valori della Costituzione nella memoria della Resistenza

l

’altra mEta’ DEl CIElo

Siamo un gruppo di donne che desiderano aiutare le altre nostre amiche a superare i momenti difficili della vita ed a stare unite per superare la solitudine e non correre il rischio di cadere in depressione. A tutte le nostre donne proponiamo sempre la partecipazione alle attività dell’associazione per aiutare se stesse e le altre.

Una delle cose che, secondo noi, possono essere d’aiuto e peraltro sono uno degli scopi dell’associazione è la socializzazione che noi realizziamo in collaborazione con tutte le socie volontarie; in un clima di armonia e condivisione effettuiamo visite a mostre musei, palazzi storici... etc, crescendo da un punto di vista culturale, ma favorendo anche quei rapporti umani e sociali che aiutano ad affrontare i problemi che ognuno si porta dentro.

In questo particolare momento storico, abbiamo cercato di dare supporto a 50 donne straniere di tutte l’età e nazionalità grazie ad un percorso didattico/informativo della durata di 4 mesi, nel corso del quale alle partecipanti sono state fornite le conoscenze basilari delle regole della Repubblica Italiana. Il tutto per non farle sentire impreparate e senza le minime conoscenze del nostro paese; è nato così un piccolo volume dal titolo “Conoscere per integrarsi”.

Anche il rapporto generazionale è fondamentale, per aiutare un incontro tra le diverse generazioni abbiamo da 10 anni realizzato, presso un teatro torinese, un saggio di fine anno scolastico per dare visibilità e valorizzazione alle allieve della scuola professionale e alle donne artigiane che possono così credere in se stesse e sentirsi donne di “talento”, creando in loro sicurezza e voglia di futuro.

Per aiutare sempre più le donne e soprattuto per riuscire a coprire sempre zone più ampie, abbiamo sviluppato una rete di “antenne territoriali” per fare sapere a più persone possibili le interessanti iniziative che si possono organizzare a favore delle donne.

Siamo anche presenti presso gli ospedali della Città della Salute e l’ospedale Maria Vittoria, dove sempre di più si trovano persone disorientate senza informazioni, noi con un’attività di accoglienza, attraverso la presenza dei nostri volontari, diamo supporto e ospitalità. Spesso, una nostra parola gentile li aiuta a superare il momento

difficile che stanno vivendo e li tranquillizza perchè si sentono accompagnati nel loro percorso di sofferenza.

Noi non siamo la solita associazione culturale, ma facciamo parte della “sezione impegno civile e tutela e promozione dei diritti” perché tutte e tutti dobbiamo essere informati su economia, salute, cultura, ed essere aggiornati su tutti gli argomenti interessanti per sé e la propria famiglia.

Gli argomenti vengono spesso segnalati e richiesti dalle stesse socie, sempre attente alle esigenze che emergono incontrando le persone, così ci preoccupiamo di trovare relatori di alta competenza, che sappiano trattare i vari argomenti con professionalità e chiarezza.

Ci si può chiedere perchè abbiamo deciso di dedicarci a questi argomenti, così complessi e a volte difficili da far emergere, per il pudore o a anche per la paura di chi le sta vivendo.

Noi realizziamo tutte queste attività per il piacere di dare il meglio della conoscenza e soprattutto perché troviamo giusto e doveroso informare, formare e aggiornare l’altra “metà del cielo”.

Tutte noi ci impegnamo a realizzare quanto è possibile per far si che tutte le donne possano trasmettere le loro conoscenze acquisiste, frequentando la nostra associazione, alla famiglia, agli amici e ai giovani. tina durando

Associazione D.I.V.A.

Donne Italiane Volontarie Associate Pone attenzione alle sfide e alle problematiche che coinvolgono le donne

la storIa DI orIaNa

Sono appena giunta in questo posto; un posto dove non avevo fretta di arrivare. E’ molto affollato, tante persone che conosco, ma soprattutto ho ritrovato lei: Sonia, la mia seconda figlia disabile che ho amato più di me stessa e che è vissuta solo 40 anni.

Mia figlia era spastica, viveva adagiata nella carrozzella, non parlava e non vedeva, ma comunicava con il sorriso, con gli occhi brillanti e con dei suoni che mio marito ed io avevamo imparato a interpretare. Quando mi chiedevano come avessi fatto ad essere felice, con un impegno così grande rispondevo che, dopo un primo smarrimento in cui avrei voluto farla finita con la vita, avevo compreso quale avrebbe dovuto essere il mio compito e lo avevo accettato e accolto, spendendomi per lei e per le famiglie che, come me, dovevano affrontare le risposte negative delle istituzioni.

Ho sentito una grande forza e ho benedetto la nascita e ho cominciato a guardarmi in giro per vedere cosa fare: ho incontrato diverse famiglie ed abbiamo cominciato a conoscerci e a sostenerci.

I primi gruppi di genitori si formano a Pino Torinese e a Chieri, intorno alla metà degli anni settanta, per aggregare e promuovere il coinvolgimento di volontari e genitori con figli disabili, l’occasione è offerta dalla scuola, grazie agli spazi di partecipazione garantiti al suo interno dai decreti delegati.

Essere un gruppo unito da un interesse comune come il benessere dei nostri ragazzi, da rapporti di stima, fiducia reciproca e amicizia, avere tutti una buona dose di ostinazione nel perseguire quello che ritenevamo giusto... furono le componenti fondamentali che ci aiutarono a vincere lo sconforto di non poter dare ed ottenere tutto l’aiuto che avremmo desiderato per le nostre famiglie.

Inoltre, comunicandoci i nostri pensieri, desideri, riflessioni, confidenze, accogliendo nel nostro cuore e nella nostra vita tutta la ricchezza di esperienza e di sofferenza delle nostre famiglie e dei nostri figli, e con i volontari, che si erano uniti a noi, avemmo la preziosa occasione di formare le nostre menti e i nostri cuori a un vero, genuino sentimento di solidarietà e umanità, sfrondandolo da tutti gli

inutili sentimentalismi e dagli esecrabili autoincensamenti.

Al momento di iniziare la scuola scoprii che il territorio chierese non offriva quasi nessuna risposta ai molti bisogni dei disabili e delle loro famiglie: la scuola era lontana una decina di chilometri, con due locali con personale insufficiente dove parcheggiare per poche ore alcuni ragazzi.

Gli insegnanti erano insufficienti come numero e come preparazione per l’inserimento scolastico nella fascia della scuola dell’obbligo. Niente trasporti, niente aiuti a domicilio, niente fisioterapia, logopedia, assistenza psicologica alle famiglie, niente diagnosi e cure specialistiche per i disabili.

I nostri figli sono stati i primi che non sono andati all’Istituto Cottolengo di Torino, ma non è stato facile garantire loro la possibilità di fare e vivere anche fuori casa; trovavamo tutte le porte chiuse, eravamo alla ricerca di un aiuto per gli spostamenti su Chieri, dove dovevamo andare quattro volte al giorno per accompagnare i nostri figli alla scuola speciale di Borgo Venezia.

Mia figlia dovevo portarla e andarla a riprendere in braccio, da sola, con il pulman... Poi si è presentato anche il problema di rendere possibile ai nostri figli la frequenza al Centro diurno.

Le assemblee scolastiche, allora momenti molto partecipati, diventarono un luogo in cui portare a conoscenza di tutti i genitori i problemi delle famiglie con figli disabili.

A questi momenti parteciparono anche madri di ragazzi gravissimi che non frequentavano la scuola, ma che permisero, attraverso i loro racconti, uniti a quelli di alcuni insegnanti, di rendere evidenti a tutti, da un lato, la drammaticità dei problemi che le famiglie dovevano affrontare in solitudine e, dall’altro, le difficoltà della scuola stessa nel realizzare un vero inserimento nelle classi, per la mancanza di strumenti di integrazione e di insegnanti di appoggio, delle “persone handicappate e caratteriali”, così come allora erano definiti ragazzi e bambini con vari gradi di disabilità fisica e/o intellettiva.

Grazie a questi primi momenti di sensibilizzazione, all’interno dell’assemblea dei genitori, nasce a Pino Torinese il primo gruppo di

lavoro formato da genitori e volontari per capire la natura dei problemi e cosa era possibile fare per affrontarli.

A Chieri, il gruppo di genitori che, unendosi successivamente a quello di Pino, darà vita all’Associazione, si aggrega attorno all’attività dei giovani volontari del GAH, Giovani Amici degli Handicappati, un gruppo di base spontaneo giovanile che rappresentarono, per alcune famiglie, un’importante alternativa alla partecipazione agli incontri dell’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici) presente sul territorio.

Portatori di una cultura e pratica del volontariato diffusa in quegli anni, basata sui valori della condivisione e della scelta dei più deboli, in modo pluralista e laico, i giovani del GAH, offrirono la loro disponibilità a condividere i problemi quotidiani che le famiglie incontravano e ad accompagnarle nell’affermazione dei diritti di cittadinanza dei propri figli, anche mettendo a disposizione conoscenze acquisite sulle normative e sui diritti esigibili.

Furono anni di lotte, riunioni, assemblee, incontri con le varie autorità, furono anni difficili, non è stato semplice creare rapporti di fiducia reciproca, di comprensione delle reali esigenze dei genitori, è stato soprattutto difficile scegliere il modo di portare avanti nei confronti delle istituzioni, le giuste richieste dei genitori.

Il gruppo di genitori partecipa anche attivamente al dibattito pubblico che accompagna la costituzione delle USSL (Unità Socio Sanitaria Locale) sul territorio, grazie al coinvolgimento diretto di alcuni genitori che investono maggiori energie e motivazioni nel creare legami e movimento attorno alla disabilità dei propri figli e che saranno una componente fondamentale del comitato di partecipazione dell’USSL che, composto da operatori socio sanitari si avvaleva anche della partecipazione dei genitori e del volontariato.

Si concretizza così un’intensità di relazioni nel quotidiano, che permette di costruire dei legami in cui il “prendersi cura” va al di là dell’handicap, assumendo maggiormente le caratteristiche di un’assunzione di responsabilità nel condividere l’incombenza dell’accompagnamento, le fatiche del vivere, ma anche le sue gioie.

Qualche volta penso con un po’, anzi con parecchia rabbia, che le

cose che abbiamo ottenuto dalle istituzioni pubbliche in quei primi undici anni, si sarebbero potute ottenere in un anno se la sensibilità, la capacità, l’immaginazione, la disponibilità a mettersi in gioco dei nostri funzionari pubblici non fossero state così carenti e se le scelte politiche di destinazione di risorse finanziarie fossero state fatte tenendo conto anche dei più deboli... ma la realtà era quella.

Sono stati undici anni mitici, con molti volontari e genitori impegnati, le cui testimonianze sono state raccolte da Adriana Sumini sotto il titolo: “La strada di Vivere”.

Oggi l’Associazione è viva e propone un’infinità d’iniziative, grazie al lavoro delle tante persone che quotidianamente donano parte del loro tempo agli altri, in uno slancio di solidarietà e umanità che non ha equali.

giovanna

Associazione VIVERE

IN mEmorIa DI orIaNa

Oggi abbiamo salutato per sempre Oriana, 43 anni fa, lei e altre due mamme hanno dato origine al nostro gruppo di volontariato e noi ci sentiamo un po’ orfane. La nostra storia di volontarie é iniziata così:

Quando nel 1976 mi sono trovata in un’Assemblea a Pino Toeinese ed ho sentito l’invito del Presidente a formare un gruppo di lavoro per approfondire il problema del trasporto di tre famiglie che dovevano portare le loro figlie alla scuola speciale, io ho alzato la mano con slancio: per quel problema forse potevo fare qualcosa.

Almeno per il trasporto potevo insieme ad altri porre rimedio. Un desiderio di riparazione: se la vita toglie qualcosa a qualcuno, forse altre persone possono restituire briciole di qualcosa d’altro; non sarà la soluzione ma è pur sempre qualcosa, meglio che niente.

Il bisogno di sentirsi utili, d’imparare a fare qualcosa, di vivere la libertà di ‘fare’, fuori dal legame contrattuale del lavoro che avevo vissuto molto felicemente, ma che era altra cosa. Quando ho alzato quella mano c’era un po’ di tutto questo in me ma mischiato in modo

confuso.

Tutto è iniziato così, ma la vera solidarietà è arrivata dopo: io mi sentivo un genitore come gli altri, ma non capivo nulla di leggi, diritti, competenze, burocrazia, partecipazione, allora mi sono ritagliata un ruolo all’interno del gruppo, ho chiesto ed ottenuto di fare l’unica cosa che pensavo di saper fare: i verbali. Avevo sempre fatto la segretaria di direzione e sapevo fare le relazioni, il mio aiuto è stato quello: raccogliere le parole e trasformarle in memoria scritta, così avevo il tempo di capire, ero in prima linea ma un po’ arretrata, protetta dagli altri più grandi; sono diventata così la segretaria del gruppo, tenevo l’archivio mobile che ci seguiva in tutti i nostri spostamenti, chiedevo autorizzazioni, scrivevo lettere, facevo elenchi, leggevo di tutto e cercavo di capire.

Quante volte nel vedere i nostri figli correre spensierati e felici oppure dormire sereni o mangiare di gusto senza bavaglie, senza busti, carrozzelle ed altro ancora, quante volte io e mio marito ci siamo guardati e abbiamo pensato con amore e dolore a quegli altri figli che conoscevamo e sentivamo un po’ nostri! Eravamo genitori, sapevamo amare da genitori ma non potevamo neanche immaginare quanto si possa amare un figlio disabile.

Furono anni di lotte, riunioni, assemblee, incontri con le varie autorità, ma furono anni anche difficili. Non è stato semplice creare rapporti di fiducia reciproca, di comprensione delle reali esigenze dei genitori, è stato soprattutto difficile scegliere il modo di portare avanti nei confronti delle istituzioni le giuste richieste dei genitori.

Essere un gruppo unito da un interesse comune: il benessere dei nostri ragazzi, da rapporti di stima, fiducia reciproca e amicizia, avere tutti una buona dose di ostinazione nel perseguire quello che ritenevamo giusto, furono le componenti che ci aiutarono a vincere lo sconforto di non poter dare e ottenere tutto l’aiuto che avremmo desiderato per le nostre famiglie.

Inoltre, comunicandoci i nostri pensieri, desideri, riflessioni, confidenze, accogliendo nel nostro cuore e nella nostra vita tutta la ricchezza di esperienza e di sofferenza delle nostre famiglie e dei loro figli, noi volontari avemmo la preziosa occasione di formare le nostre

menti ed i nostri cuori ad un vero, genuino sentimento di solidarietà e umanità, sfrondandolo da tutti gli inutili sentimentalismi e dagli autoincensamenti.

I primi corsi di formazione ce li hanno fatti i genitori che avevano un figlio disabile, abbiamo imparato cose che in seguito ci sono servite per accompagnare altri ragazzi, ma a volte, sono stati utili anche nella nostra esperienza personale, io ad esempio ho messo a frutto le cose imparate con mia madre anziana e non più autosufficiente.

L’Assemblea mensile era il luogo dell’ascolto delle necessità vecchie e nuove delle famiglie, la cosa più difficile per me è stata quella di rendermi conto che, spesso, quello dell’ascolto era l’unico modo che avevo per porgere aiuto, prendere coscienza di questo è stato lacerante.

L’Assemblea era diventata per tanti genitori un luogo dove, sentendosi capiti, mai criticati o giudicati, potevano dare sfogo a tutto il loro dolore, la loro ribellione, la loro impotenza e dove potevano anche trovare il capro espiatorio, vale a dire tutti i presenti che cercavano di suggerire rimedi o di trovare risposte consolatorie.

È inutile, non riuscirete a fare nulla: questa frase quante volte l’ho sentita! E avevano ragione, perché dietro alla richiesta del trasporto piuttosto che della mensa, c’era la dolorosa realtà di avere messo al mondo un figlio destinato alla sofferenza e a questo dolore e a questa sofferenza né io, né il gruppo poteva offrire rimedi.

Se penso a come ero trent’anni fa, non mi riconosco, ero timida, la sola idea di parlare in pubblico mi faceva sudare, sapevo cosa era giusto chiedere ed ottenere, ma non avevo parole per esprimermi, non conoscevo le leggi, i regolamenti, i vari settori e ordini burocratici, la mia timidezza mi ostacolava, ma il pensiero dei ragazzi e dei loro problemi mi ha dato la forza di uscire da me stessa e così sono cresciuta umanamente e ho imparato un’infinità di cose e la timidezza è sparita lavorando accanto a tante persone. Sono cresciuta, ma è cresciuta anche la capacità del nostro gruppo nell’affrontare senza paure tutte le sfide e le difficoltà che dovevamo affrontare.

Fare una sorta di mappatura di tutte le situazioni di disagio presenti nel territorio di Pino Torinese, partendo dalla scuola fino alle età più

adulte, era territorio sconosciuto. Utilizzando i medici di base e altre figure significative che a quel tempo potevano dare indicazioni ho fatto la mia prima ricerca, è stata un’esperienza fondamentale per me sotto molti punti di vista, raccoglievo l’indicazione, contattavo direttamente ogni famiglia presentando il gruppo di lavoro e chiedendo loro di farne parte.

Un porta a porta inimmaginabile, così ho attivato molti legami importanti, ho imparato a guardare negli occhi la sofferenza, ad ascoltare a pensarci su con dolore, con speranza, a inventare qualcosa con fiducia, a imparare a riproporlo, a porgerlo, ad aspettare, a respirare nel dolore mio e altrui che nasce dall’impossibilità di aiutare senza giudicare senza rompere, cercando di rimediare marginalmente senza forzare il precario equilibrio di chi soffre.

è stato il mio tirocinio sul campo: imparare quanto è difficile cercare di aiutare e quanto è difficile accettare l’aiuto.

Erano gli anni in cui si applicava la “517” per l’integrazione scolastica, ma la scuola non sapeva come realizzare le indicazioni di legge, i Comuni e la Provincia erano nel caos, la confusione regnava ovunque ed il gruppo si pose il problema di fare da mediatore tra i genitori e le istituzioni.

In mezzo ci siamo infilati noi come gruppo spontaneo, un cuneo che è poi diventato una cerniera, adesso si direbbe forse interfaccia che è più evoluto, non è mai stata una vera mediazione perché il mediatore non fa suo l’oggetto di mediazione, ma lo tratta soltanto; il gruppo invece era innanzitutto un vero gruppo unito perché ne facevano parte i genitori ma era anche composto da altri genitori volontari che potevano più facilmente allacciarsi al territorio.

Dipendevamo dai burocrati, dai medici, dai politici e dagli operatori assistenziali. I genitori avevano bisogno che i loro ragazzi frequentassero il Centro diurno e pur lamentandone tutte le disfunzioni non volevano interventi troppo drastici. Noi volontari comprendemmo che l’unica soluzione consisteva nel cercare, attraverso il dialogo di far entrare nella testa e nel cuore, di tutti coloro che in un modo o nell’altro avevano a che fare con i nostri ragazzi, il concetto dell’importanza di sapere prendersi cura, di conoscere i loro bisogni e rico-

noscere i loro diritti.

Abbiamo fatto errori di forma, di procedura e qualche volta anche di contenuto, ma ce ne siamo quasi sempre accorti in tempo utile ed abbiamo rimediato ed imparato, abbiamo in quel tempo tessuto collaborazioni anche con altre associazioni del territorio perché siamo sempre stati convinti che l’evoluzione delle cose debba passare attraverso un fare il più possibile in raccordo ad altri, insieme.

Oggi si dice concertare, ma allora questo verbo era usato solo in campo artistico, però noi siamo stati dei veri concertatori, costruttori di trame, oggi si direbbe di reti, io ho sempre vissuto così il lavoro del gruppo: una via di mezzo tra il rammendo e la costruzione di nuova tela, una sorta di costruzione ad intarsi dove gli spazi di congiunzione sono interconnessioni che vanno costruite inventando forme nuove o ripristinandone alcune vecchie in modo più funzionale.

Il 3 marzo 1987, davanti al notaio genitori e volontari, firmavano l’atto di costituzione dell’Associazione denominata “VIVERE”, Associazione di volontari e famiglie con figli portatori di handicap, tutti molto fieri e soddisfatti.

anna e renata

Associazione VIVERE Volontari e famiglie con figli portatori di handicap

gENItorI sEparatI E fIglI

Volontariato, volontario: dal Latino Voluntàrius da voluntas, volontà. Conforme alla volontà, cioè che procede con un interno impulso, accompagnato da una perfetta cognizione di causa, altrimenti spontaneo.

Questa definizione etimologica comunica cosa significa davvero, il terzo settore ed il Volontariato come protagonista della società di oggi.

GeSeFi è la realtà in cui sono maturato, un’associazione che mi ha insegnato da subito, quanto valga il tempo e le esperienze che ogni singolo soggetto è in grado di donare e trasmettere.

Nessuna persona ha realmente idea di che cosa significhi la separazione, nessuno è autonomamente in grado di sopportare ciò che si affronta per l’affido di un minore. Genitori Separati e Figli è stata in grado di aiutare in tantissime situazioni, confrontando esperienze già note con le nuove, apportando consigli ed azioni utili a chi è stato ed è in difficoltà economica, emotiva, psicologica e sociale.

In questo clima di “spending review”, lo Stato, come le Regioni ed i Comuni, hanno sempre meno risorse, spesso da destinare ad altri settori, necessariamente qualche capitolo economico viene contenuto, le associazioni partono proprio da quel punto e da quella lacuna del servizio che per incapacità o impossibilità viene trascurato.

L’accoglienza è il primo passo che GeSeFi compie,  attraverso noi volontari, l’esperienza in questo settore, segnala quali servizi possono essere raggiunti attraverso la Pubblica Amministrazione, i professionisti più conosciuti e tutto ciò che il mondo del Volontariato propone.

La cosa davvero interessante è proprio il valore della squadra, si può accedere ad iniziative sia per i genitori che per i figli, oltre che per i nonni. Nella rete del Volontariato di Torino e Provincia le varie associazioni possono essere contattate e insieme collaborano molto bene.

Un esempio è stata la Cena solidale del Banco Alimentare organizzata con la cooperazione delle strutture caritative del territorio, i geni-

tori più deboli potevano partecipare al Cenone Natalizio anche con i figli, senza dover pagare ove impossibilitati economicamente.

Per noi volontari di GeSeFi è essenziale unire le forze per mettere al centro il ruolo della persona nel suo contesto naturale, ossia rendere prioritario lo sviluppo umano in relazione ai sistemi in cui vive, primo fra tutti il sistema famiglia, da difendere, valorizzare e sostenere soprattutto nei periodi di crisi culturale e/o congiunturale; soltanto uno spirito di solidarietà aperta ad ampio raggio può accomunare e condividere al meglio i singoli progetti di vita.

L’associazione si impegna come “portatore sociale” d’interesse specifico a concentrare ogni attenzione e riferimento sul valore della persona nel suo sistema famigliare, per far emergere tutte le potenzialità di crescita e rafforzamento, per impedire che si frappongano elementi oppositivi e per individuare, nei casi estremi, soluzioni che inducano alla mediazione pacifica.

La sede di Torino è attiva dall'inizio del 2011 e raccoglie tutta l’esperienza storica delle iniziative di volontari esperti, provenienti da diverse realtà del terzo settore, fondata ed orientata nel sociale per la prevenzione del disagio famigliare in tutte le forme.

Nasce dalla volontà comune di aggregare un ampio numero di persone che diventino soggetto attivo e propositivo per aiutare chi si trova in una situazione familiare difficile, sia a livello psicologico che sociale, per fare emergere la condizione ancora non riconosciuta dalla vigente legislazione e spesso anche ignorata dall’opinione pubblica.

L’azione identificata è la stessa del “cambiamento”, che usa come leva un minimo elemento di riferimento da trasferire a tutti gli altri presenti nello stesso ambito fino al superamento dell’empasse o delle conflittualità venutesi a determinare.

Concentra la volontà di unire le forze per catalizzare ed accomunare persone consapevoli della necessità di creare sinergie interattive nel “fare rete” sul territorio nazionale ed oltrefrontiera, in base alle linee guida impostate e secondo criteri fondamentali.

L’informazione e la formazione offrono prospettive utili al miglioramento della propria condizione, nell’ottica di una naturale autono-

mizzazione esente da meccanismi simbiotici o atteggiamenti patologici.

La prevenzione del disagio incentrata sui minori e sulla famiglia risulta il cardine essenziale per la valorizzazione umana nel contesto di base; così come la lotta alla difformità e alle diseguaglianze all’interno della famiglia per rafforzare i valori di giustizia.

Uno dei problemi più sentiti è il sostegno della bigenitorialità, ogni figlio, infatti, ha il diritto ad avere entrambi i genitori, ugualmente presenti sul piano pratico dell’accudimento, della cura e del tempo condiviso, ma anche e soprattutto sul piano affettivo, relazionale ed educativo.

Non ultimo è il problema della conciliazione e mediazione familiare, dove occorre un sostegno disponibile a tutte le coppie in fase di separazione, per la tutela dei figli, ma anche per la corretta applicazione della legge sull’affido condiviso.

Riusciamo a dare sostegno ed ascolto a madri e padri separati o in fase di separazione, che spesso si trovano in una condizione psicologica segnata dal dolore, dallo sconcerto, dall’incapacità a reagire, ma offre ascolto anche a nonni, parenti, amici e a tutti coloro che si sentono emotivamente coinvolti nella vicenda famigliare.

Nelle situazioni più articolate riusciamo a mettere a disposizione esperti per i servizi di consulenza mediativa, psicologica, legale e di gruppo.

Partendo dalle nostre esperienze personali cerchiamo di promuovere il benessere individuale e sociale, facendo leva su meccanismi comunicativi e informativi, attivando campagne di sensibilizzazione e prevenzione del disagio minorile in ogni contesto, compreso quello scolastico.

Attraverso convegni, conferenze e contatti tra gli associati ed il pubblico, cerchiamo di alimentare una cultura sociale che valorizzi le diversità per spegnere i motivi di conflitto che tormentano sempre più la famiglia, ponendo orientamenti educativi rivolti alla solidarietà, all’accoglienza ed al dialogo, cercando di intervenire nelle discriminazioni di genere, molto spesso alimentati dagli stereotipi fami-

gliari che interagiscono nelle fasi difficili della separazione coniugale.

In tutte le vicende di separazione, a subire le conseguenze più dolorose sono i figli, spesso dimenticati o usati come merce di scambio. Per questo che una delle sfide primarie di noi volontari è quella di creare contesti favorevoli alla conciliazione ed alla mediazione famigliare in cui vengono individuate e rafforzate buone prassi per la definizione di sperimentazioni replicabili, dove i figli diventino protagonisti e non comparse da gestire da parte dei genitori.

Un problema non sottovalutabile è quello delle povertà derivanti dalle separazioni, organizziamo momenti di confronto con Assistenti Sociali, Educatori e Psicologi, ma ancor di più cerchiamo accordi territoriali per le politiche di sviluppo delle agevolazioni casa per i più disagiati: housing ed assegnazioni temporanee di aree di accoglienza attrezzate per le nuove povertà post-separative.

Nella mia esperienza di volontario, che vive gli stessi problemi di quelli che incontro e cerco di aiutare, la frase che trovo più appropriata, per tutto il lavoro che GeSeFi fa, è del Premio Nobel per la Pace Albert Schweitzer: “Qualsiasi persona a cui è stato risparmiato il dolore personale deve sentirsi chiamata per aiutare a diminuire quello degli altri”.

PAPà

C’ E’ ...

di aurelio albanese

E’ nell’indifferenza, in un totale silenzio che muore il respiro e il pudico cuore d’un papà separato.

Progressivamente di lui viene cancellato ogni sguardo o sorriso faticosamente conquistato sul viso dei figli.

Ed è a una quotidiana guerra senza freni o confini che son destinati primi a soffrire dell’amore offeso gli innocenti bambini.

E non vi è più sussurro passato d’amore che non sia consegnato a carcerieri, giudici che giudicano vizi le sfumature del cuore.

Papà c’è figlio mio nonostante l’assurdo silenzio, le foto strappate, le crudeli bugie e la rabbia dei grandi in cui è costretto il suo cuore.

Papà c’è perchè neppure la morte può spezzare il forte legame d’amore che è nato dal tuo primo sguardo e nel tuo primo vagito.

Papà c’è e ti difende la notte se hai paura e il giorno quando la vita più dura ti offende.

gabriele Brunetti

Associazione Ge.Se.Fi. Genitori Separati e Figli Promozione della cultura familiare paritaria nel reciproco rispetto nelle separazioni, con riguardo ai figli minori

UN sorrIso pEr UNo sCoNosCIUto

Il racconto che state per leggere per alcuni potrà apparire confuso o semplicistico, ma per chi lo scrive è il ricordo di un lungo periodo in cui il suo tempo, per ben due volte e in età differenti, è stato interrotto da una notizia che avrebbe cambiato e segnato per sempre la sua vita. Credevo che quel 13 dicembre 1999, venticinque anni e pochi mesi per conseguire la laurea, fosse un giorno come tanti altri, ma da lì a poco la mia anima si sarebbe spenta per poi tornare a nuova vita. Mi sono svegliata principessa e sono divenuta, dopo tanto lottare, un guerriero che ha usato tutte le sue armi per conquistarsi nuovamente un dono che, dopo nati, diamo quasi per scontato: il diritto alla vita.

Mai potrò dimenticare quella piccola stanza del reparto di Ematologia, quella porta arancione che spiccava e racchiudeva quella bianca stanza, il dottore parlava, le sue labbra si muovevano, ma non capivo altro che due parole: chemioterapia e tumore. Queste due parole mi risuonarono nella testa per qualche minuto, un minuto che sembrò una eternità e poi, come risvegliatami da un profondo sonno capii soltanto: “si deve subito iniziare la chemioterapia, non si può aspettare”. Venni messa sul lettino, mi attaccarono la flebo e feci cinque ore di chemio, incosciente e incapace di realizzare che qualcosa dentro di me sarebbe cambiato subito.

In quelle ore, durante la chemioterapia, i ricordi mi attanagliarono il cuore, la mia vita mi trascorse davanti agli occhi come un film in bianco e nero i cui personaggi erano persone che amavo e che mi avrebbero aiutata, ne ero sicura, a superare quel difficile momento. Solo una domanda mi risuonava nella testa: come avrebbero fatto i miei genitori a sopportare quello che mi stava accadendo? Loro che mi avevano sempre difesa da tutto e da tutti, non avrebbero potuto fare niente contro questa malattia mentre io, forse, avrei potuto far tanto: combattere per me stessa e per tutti coloro che mi volevano bene. Questa volta la principessa di papà avrebbe dovuto affrontare la prova più difficile della sua vita, lottare contro una malattia il cui nome mette paura. Decisi di farmi forza, di non piangere, di essere fiduciosa e di dare coraggio a quella madre che, dall’angolo del letto, sprofondata su una sedia, mi guardava con le lacrime agli occhi, ma sorrideva e credetemi quelle lacrime trattenute mi davano forza, mi aiutavano a tenere la mano di mia madre e a dire: ce la faremo.

La chemioterapia, credo che sia inutile dirlo, ti devasta l’anima e il corpo, giorno dopo giorno ti guardi allo specchio e non ti riconosci, dimagrisci, non hai più i capelli, - i miei lunghi capelli a cui tenevo tanto dopo due chemio li ritrovai spezzati sul cuscino - le sopracciglia e le ciglia solo un ricordo, i tratti somatici si sformano. Ogni volta che ti guardi non vedi più la persona che eri ma una brutta copia, una copia ancora da definire e la tua anima si inaridisce, gridi al vento: “perché è toccato a me, cosa ti ho fatto mio dio?”. Ho sempre creduto che nella vita anche le esperienze dolorose possano insegnarti qualcosa ed infatti questa triste esperienza mi ha fatto capire che la mia vita mi piaceva, che ero una persona speciale per tanta gente, che ero molto più forte rispetto a quanto avrei potuto mai credere. I primi giorni della malattia mi sono chiesta: “che cosa ci può essere di positivo in un tumore a 25 anni ?” Eppure questa è stata la mia più grande esperienza esistenziale, ho tirato fuori la mia forza, ho messo Elisabetta davanti allo specchio e ho visto la sua anima, una anima che tremava, ma che credeva nella sua voglia di vivere, ho iniziato ad abbracciare con gioia ogni giorno che mi veniva concesso, ho apprezzato la vita in tutte le sue sfumature anche quelle più dolorose. Da quel giorno ho capito che mai devi dare per scontato la tua vita, i tuoi affetti, perché niente è per sempre e non siamo noi a decidere quanto vivere o come vivere, ma è una forza sopra naturale che a volte vuole metterci alla prova per vedere se siamo in grado di reagire alle difficoltà, per vedere se sappiamo lottare contro qualcosa che si è presentato all’improvviso e che sicuramente è più grande di noi, se sappiamo reagire alla paura di quell’incognita che per mesi una malattia come questa ti porta a vivere: riuscirò a farcela?

Le ore di chemio sono interminabili. Da sola, lunga su un lettino, con un ago infilato, il rumore del macchinario che risuona, ma ecco che un giorno, dopo un paio di sedute, mi venne a trovare una signora che quasi timidamente si affacciò all’uscio della porta, mi guardò e chiese il mio nome. Ancora mi ricordo Anna dai capelli biondi, statura media e magra che con voce sempre bassa stava accanto al mio letto, ma soprattutto era quel suo sorriso cosi carico di energia che ancor oggi mi sovviene quando ripenso a quel periodo. Anna ti portava le riviste, ma molte volte toccava proprio a lei leggerle perché la chemio mi sfiniva, ma io non volevo dormire. Altre volte mi viziava con un ghiacciolo quando la mia bocca era arsa dalle medicine,

oppure mi ascoltava, in silenzio, quando le raccontavo di ciò che avrei voluto fare uscita da questo periodo di forzato fermo. Quando sei malata e ti senti triste e sola, quando tutto sembra andare alla deriva basta poco per avere un po’ di sollievo e i volontari, in questi contesti ospedalieri, diventano di fondamentale importanza perché ti stringono la mano per darti forza, ti parlano per non farti pensare, ti sorridono per donarti calore, ti asciugano le lacrime quando sei sconfortata, ti guardano con amore perché forse, avendone viste tante, già si immaginano come potrà andare a finire, Mai una parola in più, mai un suggerimento su cosa fare, mai un paragone con altri malati visti, questo perché i volontari hanno il loro codice deontologico. I volontari conosciuti, in questa prima esperienza ospedaliera, sono i professionisti della pazienza, ma soprattutto sono coloro che si spendono per gli altri in maniera gratuita, senza secondi fini o scopi, senza ottenere in cambio nulla, ma solo perché amano il prossimo, quel prossimo meno fortunato, quel prossimo che non si conosce, ma che dopo dieci minuti è parte del tuo cuore, quello sconosciuto a cui donare il tuo sorriso.

Durante la malattia l’orologio della tua vita, la tua quotidianità e quella di chi ti circonda cambia, rallenta, ma mai si deve dare la possibilità alla malattia di cambiare radicalmente le tue abitudini, il tumore non deve regolare la tua giornata ma si deve sempre avere la forza, anche dopo aver passato una notte insonne, di alzarti, guardarti allo specchio, vestirti e affrontare questo nuovo giorno. In questo nuovo giorno la cosa più normale che trovavo in ospedale era il volontario che con estrema naturalezza ti accompagnava a fare la chemio, che ti faceva ridere con una barzelletta, che usciva fuori in sala d’attesa a vedere se un tuo familiare fosse lì ad aspettarti.

Mi accorgevo sempre di più che il mio umore era altalenante, a volte ero scontrosa senza motivo, molte volte imprecavo con tutta la forza contro la vita e chiedevo ai miei familiari e a Dio di aiutarmi a farla finita. Ma mai, anche dopo questi tristi pensieri verso la vita e verso me stessa, ho perso la fiducia. Naturalmente nessuno aveva colpa della mia malattia e solo io con la mia forza potevo sconfiggerla e l’unico modo, almeno per me, era rafforzare sempre più il legame con il mio essere perché il tumore ha paura di chi, psicologicamente, è più forte. Durante questo periodo ho capito che il malato ha in sé una tale sensibilità che sembra leggere nel pensiero degli altri e

credetemi era tanto triste capire che delle persone vicine a te potessero pensare: “non ce la farà, è ridotta proprio male”. Mentre la stretta di mano di un amico o la carezza di un familiare, la parola dolce di un volontario, nel silenzio ospedaliero, mi portavano a credere che queste persone combattessero con me e per me con il loro sguardo, con il loro sorriso, con la loro voglia di ascoltarti. La loro fiducia diveniva la mia fiducia e la loro serenità rasserenava il mio cuore.

Non guardate mai un malato con gli occhi caritatevoli di chi ha già deciso il suo destino. La compassione, lo sguardo pietoso erano le cose che più mi mandavano “in bestia”, avrei voluto che le persone che incontravo non pensassero: “poverina, come stà male”, ma avessero interagito con me, come sempre, scherzando, parlando della quotidianità ed invece la frase più ricorrente è stata: “non ti preoccupare, tu sei forte e ce la puoi fare”, ma in molti sguardi capivo che non credevano a quello che stavano dicendo. Solo io sapevo di potercela fare e quella forza che mi portava a credere nella guarigione mi ha aiutata ad andare avanti, a capire che se già davo per scontata la mia battaglia, il tumore avrebbe ogni giorno approfittato della mia debolezza e mi avrebbe colpito ancor più subdolamente di quanto già non stava facendo. Quando condividevo questi pensieri con Anna o con altri volontari, che nel corso della malattia ho conosciuto, ho sempre ricevuto da ognuno di loro un gesto che, per me ancora oggi, resta fondamentale quando voglio far capire ad una persona che tengo a lei: un abbraccio. Non un abbraccio di conforto, ma un abbraccio di forza, di lotta condivisa.

Finalmente dalla prima malattia guarisco e riprendo in mano la mia vita e anche se sono obbligata a fare periodici controlli tutto torna alla normalità. Nel frattempo mi laureo, mi sposo e divento anche mamma, ma nuovamente una brutta notizia torna a scuotermi. Siamo a dicembre del 2010 a distanza di molti anni ho nuovamente qualcosa che non va, ma adesso, pur non sapendo che nome abbia questa nuova malattia, tutto è diverso. Sono ormai una donna di 36 anni, ho un figlio di 3 anni e un lavoro, insomma ho delle responsabilità non più solo verso me stessa e i miei genitori come un tempo, ma nei confronti di un figlio che ho voluto con tutta me stessa, con tutte le problematiche del caso e che ora devo lasciare per andare ad operarmi nuovamente.

La mia nuova malattia ha un nome: meningioma cerebrale della falce parietale destra.

Era il 13 gennaio del 2010 quando parto per Bologna e lascio a casa questo piccolo ometto che piange disperato perché vuole venire via con me ed io con “gli occhi di cane e cuore di cervo” lo abbraccio e lo bacio come se fosse l’ultima volta. Il 15 gennaio affronto l’intervento. Resto per due settimane in ospedale e dopo due giorni mi fanno alzare e provare a camminare. Percorrevo ogni giorno un lungo corridoio che dal mio reparto di neurochirurgia mi portava a quello di oncologia pediatrica. In quel reparto trovo i volontari che con il naso rosso e camici da dottori variopinti giocavano e facevano magie per i piccoli malati. Nuovamente volontari che sono vicini a chi sta male nella maniera più bella: con la forza del sorriso. Quei bambini con loro si sentivano felici, erano tranquilli, cantavano, coloravano e quelli più deboli stavano sulle braccia dei volontari clown come se fossero loro familiari. Lì torna in me, forte e saldo, il ricordo di Anna e di tutti gli altri volontari, si radica ancora di più la consapevolezza che fare il volontario è donare se stessi agli altri, è una missione per rendere la vita di un’altra persona più serena anche se per poco tempo. Tanti disegni in quelle pareti di ospedale e ciò che mi colpì e che tutti quei piccoli pittori raccontavano la loro storia da malati ma con i colori brillanti della vita, della speranza e della gioia e sono certa che prendere in mano la tavola dei colori della vita era opera anche del lavoro che i volontari facevano, con loro, ogni giorno.

Tutti voi che state leggendo, tutti voi che volete dedicarvi agli altri o che lo state già facendo e tutti voi che avete un familiare in questa condizione di disagio, date la possibilità a quel malato di credere fino al suo ultimo giorno, di credere che in ogni agnellino si può nascondere un leone, aiutatelo a trovare la grinta per prendere di petto la malattia prima che la stessa lo devasti. In questa storia potrei apparire come l’unica protagonista insieme ad una comparsa, il tumore, ma credetemi che ci sono stati tanti attori in questo grigio film, attori che con il loro amore, la loro forza, la loro fede mi hanno aiutata a superare questo momento e sapete è importante avere vicino persone di cui ti fidi perchè in questi attimi di sconforto ti guardi intorno e avidamente rubi con gli occhi il volto sorridente di chi ti sta vicino, il calore del suo sguardo, la parola dolce di chi ti vuole bene e anche la bugia, detta con amore, a volte può divenire

la più vera e dolce delle verità. Sarà quello sguardo, quel sorriso o quella bugia ad aiutarti durante le lunghe notti, quando i pensieri si attanagliano e ti offuscano la mente, quando il trascorrere delle ore diviene un lottare contro il malessere fisico. Mai come quando sei fisicamente una larva umana, magra, liscia, bianca di carnato, quasi un morto ancor vivente che un complimento, il più semplice, ti possa dar forza. Non ci vogliono grandi discorsi per stare vicino ad un malato, ci vuole essere se stessi, fare una battuta se trovi il momento giusto, ascoltarlo e pensare solo per un momento che quella persona ha bisogno di parlare delle proprie emozioni, di ciò che si aspetta dal futuro, se crede ancora in un suo futuro, sicuramente vi dirà sempre la stessa cosa, ma lasciatelo parlare, consigliatelo, rispettatelo come un uomo e mai come un malato e lui si sentirà vivo.

Vi assicuro che le ore di chemioterapia non finiscono mai e a volte basta poco per rallegrarti, basta scorgere la testa di un medico che ti chiede come va, o di un volontario che fa capolino dietro la porta, basta scambiare due parole, un solo sguardo e questo lo apprezzi come uno dei più grandi regali ricevuti.

Alcuni di voi si staranno chiedendo: ma basteranno questi piccoli gesti per far si che un malato di tumore non pensi di essere più malato? Questi piccoli atti non elimineranno mai la paura di morire, la rabbia che hai dentro di te, ma ti aiuteranno a far trascorrere il tempo che in quel periodo è il tuo più grande nemico.

Sono rinata ad una nuova vita e sono più consapevole del trascorrere del tempo, della bellezza delle cose e delle persone e per questo devo dire grazie a due malattie e devo dire grazie a chi come Anna ha trascorso con me tanto tempo e a chi con un naso rosso e un palloncino a forma di fiore riesce a donarti un sorriso.

Vivere è veramente una esperienza straordinaria e fare il volontario credo che possa significare vivere tante vite diverse con un unico obiettivo: dare coraggio a chi ha paura della deriva.

Grazie Anna elisabetta Berellini

La mia storia inizia così ...

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