

Quaderni del volontariato 16
Edizione 2024
Cesvol
Centro Servizi Volontariato Umbria
Sede legale:
Via Campo di Marte n. 9 - 06124 Perugia tel 075 5271976
www.cesvolumbria.org
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Edizione ottobre 2024
Coordinamento editoriale di StefaniaIacono
Stampa Digital Editor - Umbertide
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ISBN 9788831491785
I QUADERNI DEL VOLONTARIATO
UN VIAGGIO NEL MONDO DEL SOCIALE PER COMUNICARE IL BENE
I valori positivi, le buone notizie, il bene che opera nel mondo hanno bisogno di chi abbia il coraggio di aprire gli occhi per vederli, le orecchie e il cuore per imparare a sentirli e aiutare gli altri a riconoscerli. Il bene va diffuso ed è necessario che i comportamenti ispirati a quei valori siano raccontati. Ci sono tanti modi per raccontare l’impegno e la cittadinanza attiva. Anche chi opera nel volontariato e nell’associazionismo è ormai pienamente consapevole della potenza e della varietà dei mezzi di comunicazione che il nuovo sistema dei media propone. Il Cesvol ha in un certo senso aderito ai nuovi linguaggi del web ma non ha mai dimenticato quelle modalità di trasmissione della conoscenza e dell’informazione che sembrano comunque aver retto all’urto dei nuovi media. Tra queste la scrittura e, per riflesso, la lettura dei libri di carta. Scrivere un libro per un autore è come un atto di generosa donazione di contenuti. Leggerlo è una risposta al proprio bisogno di vivere il mondo attraverso l’anima, le parole, i segni di un altro. Intraprendendo la lettura di un libro, il lettore comincia una nuova avventura con se stesso, il libro viene ospitato nel proprio vissuto quotidiano, viene accolto in spazi privati, sul comodino accanto al letto, per
diventare un amico prezioso che, lontano dal fracasso abituale, sussurra all’orecchio parole cariche di significati e di valore. Ad un libro ci si affeziona. Con il tempo diventa come un maglione che indossavamo in stagioni passate e del quale cerchiamo di privarcene più tardi possibile. Diventa come altri grandi segni che provengono dal passato recente o più antico, per consegnarci insegnamenti e visioni. Quelle visioni che i cari autori di questa collana hanno voluto donare al lettore affinché sapesse di loro, delle vite che hanno incrociato, dei sorrisi cui non hanno saputo rinunciare. Gli autori di questi testi, e di tutti quelli che dal 2006 hanno contribuito ad arricchire la Biblioteca del Cesvol, hanno fatto una scelta coraggiosa perché hanno pensato di testimoniare la propria esperienza, al di là di qualsiasi tipo di conformismo e disillusione.
Il Cesvol propone la Collana dei Quaderni del Volontariato per contribuire alla diffusione e valorizzazione della cittadinanza attiva e dei suoi protagonisti attraverso la pubblicazione di storie, racconti e quant’altro consenta a quel mondo di emergere e di rappresentarsi, con consapevolezza, al popolo dei lettori e degli appassionati.
Un modo di trasmettere saperi e conoscenza così antico e consolidato nel passato dall’apparire, oggi, estremamente innovativo.
Salvatore Fabrizio
Cesvol Umbria
A me interessa la gente
di Pietro Floris
Sommario
A me interessa la gente p.7
Mario, l’amico della luna p.13
Quel maledetto timer p.17
La squadra p.21
Bachis! Bachiss!! Bachisss!!! p.25
Voglio parlare di bellezza. E di amicizia p.31
In Sardegna non si va in vacanza p.37
Io sono brutto p.45
Pietro il grande p.51
Lo gnomo p.57
Lo spareggio e la vita p.65
La campagna di mio nonno (Pietro) p.75
Castelluccio p.79
Madre terra, terra madre p.81
La mia bici p.85
The bridge p.89
Saresti potuto essere p.97
4 Video racconti p.101
Tornare all’uomo (recensione) p.103
Persone (foto) p.105
Note dell’autore (credits) p.127
A
me interessa la
gente
Questi miei pochi scritti rischiavano di cadere nell’oblio del web, per alcuni peraltro tanto agognato. Ed in effetti trattandosi per lo più di storie personali, forse sarebbe stato giusto che fosse così. Invece, come accade spesso un istante prima di cancellare qualcosa per sempre, ho deciso di “salvarli”. E dare retta in qualche modo alle persone che nel corso di questi anni hanno pronunciato la fatidica frase “quel racconto dovresti pubblicarlo”. Nel caso non vi piacciano però non ne abbiate a male con loro, sono io che azzardo.
A quel loro incauto consiglio, la mia risposta era sempre al condizionale: “potrei“, “vorrei” e così via, a cui seguivano in genere congiunzioni avversative del tipo “però”, “tuttavia” e così via. Come si sa, non c’è cosa più improbabile del condizionale quando non si ha intenzione di far fronte alle condizioni che lo rendono possibile, cioè presente indicativo. Ed io queste condizioni le ho continuate a procrastinare fin tanto che ho potuto.
Poi però mi sono chiesto che fine avrebbero fatto quei ricordi e quelle persone che ne facevano parte. Dove sarebbero andate a finire quelle parole che ho scritto, quelle verità e quelle fantasie che mi hanno accompagnato in questi anni più recenti, aiutandomi delle volte a superare pensieri e momenti di luce fioca.
E che fine avrebbero fatto quelle fotografie che, più di quanto non facciano i miei racconti, riempiono le mie giornate, non più, ahimè, i miei viaggi come una volta. Non viaggio più da tanto tempo, è vero, e questo è un mio grande limite come mi fa notare spesso un mio amico fraterno.
Voglio pensare allora che avendo in qualche modo “relegato” me stesso in questi anni in una sorta di recintouna specie cioè di zona di comfort - a viaggiare siano i miei pensieri. Non per terre lontane, come faceva Emilio Salgari che prima immaginava e poi scriveva i suoi incantevoli viaggi, ma - nel mio caso - per terre a me assai più vicine. Sì, perché a me in fondo hanno sempre interessato le piccole cose, quelle che ti accadono intorno ma che proprio per questo spesso non
si vedono, non “ci si fa caso”. Così per le persone; più di tutte a me interessano quelle che non stanno al centro del gruppo, quelle che stanno, potrei dire, ai lati. Quelle che la maggioranza è solita non frequentare, con cui non è solita parlarci, uscire. Non sto parlando degli “esclusi” o degli “ultimi”, categorie che a me non piace usare e che presuppone che ci sia in qualche modo un mondo dentro e un mondo fuori. E non parlo neppure da “buonista”, perché ritengo di non avere alcuna particolare vocazione francescana e che la mia attenzione e cura per l’altro non sia - né più né meno - quella che ognuno di noi riserva al prossimo.
A me interessa la gente, punto. Per meglio dire mi interessano le persone, potrei dire che mi affascinano. Mi affascinano le loro particolarità, il loro essere così come sono, la loro “normalità”, come direbbe mio babbo. Che non vuol dire essere tutti uguali o il fatto di rientrare o meno in qualche canone, ma che significa semplicemente essere sé stessi, senza voler essere o apparire altro.
E quanto più questa normalità è differente, più mi affascina. Questa cosa l’ho messa a fuoco, è proprio il caso di dire, con le fotografie che faccio. Foto di persone spesso sole, non protagoniste di qualche particolare scena o contesto e ritratte in azioni e luoghi comuni, del quotidiano, normali appunto.
Non so cosa potrà mai rimanere di questo piccolo libro che solo la tenacia di Cesvol Umbria e il mio desiderio di continuare a far fiorire il Giardino hanno reso possibile. So solo che se tutti noi ci sforzassimo un po’ di più a vedere e a riconoscere agli altri più di quello e più di quanto la vita sembra voler riconoscer loro, tutti noi staremmo meglio.
Perché in fondo dagli altri avremmo quello che ci manca. Quello che noi siamo veramente. Sarà per questo che alcune di queste storie parlano di me.
Perché io sono anche quello che altre persone, spesso meravigliose, e alcuni luoghi e accadimenti hanno fatto sì che io sia.
Pietro
Floris
A babbo Titino, eccezionalmente normale
Mario, l’amico della luna - 2018
Ti dissero subito: “Ti facciamo parlare col Dott. Floris, non ti preoccupare”. E invece ti volevano scaricare.
E forse già ridevano di te. Ma poi perché con me?
All’epoca facevo finta di non capire, ma in fondo era chiaro già da tempo. Perché io ero il “buono”, quello che ci sapeva fare un po’ con tutti, quello che sapeva parlare con gli sfigati, con gli “ultimi”. Ma non capivano che era così perché per me, gli ultimi, erano loro. I capi.
E gli altri, i primi. Tu poi, Mario, un primo assoluto nel tuo campo. Quello degli investimenti e delle previsioni in borsa. Potevi apparire bizzarro col tuo look anni ‘80, bizzarra poteva apparire ai più ortodossi la tua teoria.
Ma la tua scienza e la tua purezza andavano sopra ad ogni cosa.
E così diventammo amici. Tu mi consideravi un po’ illusoriamente un genio del web, ero semplicemente il tuo webmaster. Io ero incantato dalla tua
tenacia e dal tuo desiderio di realizzare il tuo sogno: Moon and Money.
E poi c’era Francesca che adoravi. Vedevi in lei la luce che vedevo io e questo mi rendeva ancora più orgoglioso di averla al mio fianco. E mi piaceva considerarvi colleghi.
Lei promotrice finanziaria di una grande banca con modalità e strumenti d’investimento più canonici, tu invece che ti muovevi libero e intrepido fra gli alti e bassi del mercato mobiliare, con la tua teoria un po’ folle.
Sì, Mario, tu eri un “folle”. Ma di quella follia di cui parlava Steve Jobs e che, arrivi o no al successo, ti rende genio. Io avrei dovuto, avrei voluto, fare di più per te, Mario. Quello che ho fatto realmente per te non lo so e non lo potrò mai sapere.
So che ora sto male. Sto male perché non ci sei più. Sto male perché non conosco nessuno dei tuoi cari e dei tuoi amici a cui stringere la mano. A cui dire una parola. E allora scrivo qui, nel vuoto. Sto male per come l’ho
saputo, solo ora e dopo troppo, troppo tempo ed è colpa mia. Perché non ti ho chiamato per tanto tempo. Sto male perché non si dovrebbe lasciare questa terra a nessuna età. Ma a 52 anni fa ancora più incazzare.
Il mio amico Mario, di Cassano delle Murge. Che ogni tanto a sorpresa mi faceva recapitare con i suoi amici camionisti che passavano per l’Umbria i prodotti della sua terra di Puglia. E aveva sempre un regalino per Costanza e un santino per pregare. Anche se io, Mario, non te l’ho mai detto, non ho mai pregato con i tuoi santini; ho smesso di pregare da tempo. Ma loro, i tuoi santi, li tengo sempre lì dove li ho messi la prima volta. E li rispetto.
Io, Mario, ti ho aperto casa quando venivi su a Perugia con gli amici, è vero; faccio così con tutti, sto bene a farlo. Tu però mi hai dato di più. Mi hai dato la tua preziosa amicizia, quella che arriva dal cuore.
Sono orgoglioso e onorato di essere stato il tuo webmaster. E così, quello
che allora volevano mettere da parte è diventato mio amico. E l’amicizia è cosa preziosa. Ed è così che siamo diventati noi, i primi.
Su troverai qualcuno che te lo dirà finalmente, vedrai, perché il regno del cielo, se c’è, è per le persone come te, Mario.
Ti ho voluto bene, Mario, ti voglio bene.
Quel maledetto timer - 2019
Lo sapevi che anche questa sarebbe stata solo una prova. Un’altra ancora, l’ennesima. Come un timer. Puoi metterlo al massimo, ma ha solo ore. Non ha giorni, mesi, anni, non ha futuro. Ha solo minuti, anche se tanti, ma sempre e solo ricorrenti. Il mio di Android, per dirti, riporta 99 ore, 59 minuti e 59 secondi. Poi finisce. Il tuo sarà lo stesso, anche se fosse un iPhone da 1000 euro.
Anche questa volta sarebbe finita così, lo sapevi. Come le altre volte. Sei mesi, un anno, tre anni? E poi? Saresti tornato lì dove tutto è partito e tutto ha un senso. Il tuo. Quel tuo fottutissimo senso che ti ostini a difendere da tutto e da tutti. Tranne che da te stesso.
“La vita è una ruota”, hai sempre detto, ed è vero. A volte anche le cose più insperate possono avverarsi. E l’occasione giusta finalmente arriva. E allora dici di sì, non hai dubbi stavolta. Ma per dire un sì, quello giusto, a volte bisogna dire cento no.
Ed è proprio questo che ti ha fregato nella vita. Uno come te, che i no non era proprio abituato a dirli. Non avresti detto no neppure se a chiederlo fosse stato un cane rabbioso che ti domandava di azzannarti a un arto. E ce ne sono stati di cani rabbiosi, travestiti da agnelli che ti hanno accompagnato nella vita.
Nel lavoro, nell’amicizia, nella vita, appunto, quante volte quel no sarebbe servito. Ma niente, tu non ti saresti tirato indietro neanche morto. E morto sei a volte, dentro, per poi rinascere come una fenice; anche se non ti ci vedo proprio alato e piumato.
Come si sa: “chi è causa dei propri mali, pianga se stesso”. E allora avanti senza voltarsi o avercela con nessuno. Non te ne sei neppure accorto delle volte quanto in basso sei caduto. Hai tirato dritto con fatica, ad arare. Per usare una metafora, come un trattore o meglio come uno di quei bellissimi cavalli da lavoro dalla folta chioma, se preferisci. Bello, ma che fatica.
Sai tu chi mi ricordi? Non so come dirti. Di uno che… non so. Hai presente
una gara di atletica? È come se fossi uno spettatore che all’improvviso come un pazzo scavalca le transenne e affianca gli atleti correndo con loro la gara degli ottocento metri. La finale nazionale. Corre più veloce di loro, arriva a tirare la volata, li supera tutti ad appena 50 metri dall’arrivo. Può vincere, è ad un passo dal traguardo ma vincere non può. Non è iscritto alla gara. Non sarebbe giusto. Sarebbe uno smacco per gli altri, che non vuole ferire.
Allora rallenta, fino a fermarsi. Si lascia precedere, applaude il vincitore. Ritorna in tribuna sotto gli occhi di tutto lo stadio che lo guarda ammutolito. E incantato. Di te però non si dirà che hai vinto o che sei uscito dalla gara sul più bello. Si dirà solo che non sei mai entrato in quella pista, non sei mai entrato in competizione con gli altri. Non hai fatto neppure le qualifiche. Figuriamoci la gara, la vittoria.
Fino a quel fatidico giorno, a quel benedetto giorno che ti sveglierai di soprassalto. È il timer, lo squillo del tuo cellulare. È la chiamata della
tua vita. Ti vesti, corri, l’afferri.
È lì, finalmente tua ad un passo.
E poi ancora una volta quel maledetto timer che suona: la tua illusione.
La squadra - 2018
Da lassù avrei visto meglio. Visto cosa? Il campo da calcio. Quello in terra (e all’epoca in cosa se no!?) del Csen. A Nùoro. Avrò avuto 10 anni o giù di lì e allora giocavo a pallone h24. Ovviamente esagero. Qualche ora dormivo anche. Ma non è questo il punto.
Il punto era che non ci stavo bene in quella squadra. Che poi era l’Atletico Nuoro, una società con un ottimo settore giovanile e una prima squadra che militava nelle serie dilettantistiche minori, della prima categoria e della promozione. A dire il vero minori, per me, non lo sarebbero state mai. Considerando la carriera, dignitosa ma nulla più, che avrei fatto in seguito. Ma tutto nella vita è relativo e anche una terza categoria per un ragazzo può apparire l’Uefa Champions League. Il fatto era che non mi sentivo a mio agio in quella squadra, come il collo stretto da un colletto di una camicia troppo abbottonata. E poi questa non è solo una metafora. Una volta ci giocai
davvero con la camicia. Arrivai tardi e senza maglia di sotto, della salute (come si dice ancora). Che allora la borsa ce la facevamo noi ragazzi, mica i genitori come oggi. E allora tolto il maglione e indossata la casacca sopra la camicia (e ovviamente pantaloncini, calzettoni e scarpette), via subito in campo dietro ai compagni.
Era una questione mia personale, nulla di più. I dirigenti e l’allenatore dell’Atletico erano persone in gamba. Ricordo per esempio Chicchito, anni prima alunno di babbo Titino, bravo dirigente e persona cordiale. Ma a me mancava qualcosa e dovetti salire sopra quella piccola muraglia di terra che si affacciava, divisa solo dalla strada, sugli spogliatoi del campo da gioco, per capirlo.
Da lassù ero sicuro, avrei visto meglio. Avrei capito cosa c’era che non andava. In me, prima ancora che negli altri. E lo capii subito, dopo pochi minuti. Era il silenzio, era l’ordine di quel campo da calcio. Sì. C’era il calcio ma non c’era il gioco. C’era la tecnica ma non c’era la grinta. C’era la tattica ma non c’era il sacrificio.
Io non ero quello. Anche se ancora non ero altro. E allora me ne tornai a casa.
Per dirla tutta non ero nessuno (e ancora oggi mi chiedo se “sono qualcuno”). Ma sì, cosa avrei dovuto cercare io, in fondo, che fino ad allora giocavo a pallone sotto casa, in via Foscolo e basta. Di solito sopra lo slargo di un marciapiede sotto al terrazzo degli amici, i fratelli Angius, con una serranda di un negozio a fare da porta. O tutt’al più, quando ci andava di lusso, poco più in là dopo Collari, il giornalaio, nella strada del meccanico. Una strada praticamente cieca, con i giubbotti a fare da pali alle porte. Eppure lì mi sentivo un Dio. Quando saltavo gli avversari, non che fossi bravo a giostrarli ma ero veloce, e appoggiavo in rete la palla di gomma (raramente di cuoio).
Era la mia dimensione. Fino a quando non trovai squadra. La mia squadra. Il Sa.Do.San di Peppino. Era un pomeriggio o una mattina. Non so, era un giorno. Quando mi trovai a giocare nel campetto “a cinque” (si sarebbe detto poi così) delle Grazie, la mia parroc-
chia. Un campo vero. In asfalto sì, ma con due porte, con tanto di pali e traverse. Vere. Come facevo sempre, e avrei fatto ancora per tanti anni, quella volta correvo come un pazzo. Su e giù per il campo. Io un ruolo fisso non l’avevo all’epoca. Non l’avrei mai avuto in realtà neanche in seguito.
Ma sono sicuro, non era per l’idea di un ruolo che Peppino mi lanciò una voce. Mi chiese di avvicinarmi. “In che squadra giochi?” mi domandò. “In nessuna” risposi, pensando alla muraglia della settimana prima. Poi disse: “Domani vieni ad allenarti al Sacro Cuore, con il Sa.Do.San, ok?”. “Va bene” risposi.
La mia Champions iniziò allora e durò una vita.
Bachis! Bachiss!! Bachisss!!! – 2022
Grida la signora in “sa fardetta” (la tipica gonna sarda). Chiama il marito, seduto pochi metri più in là, il quale mezzo sordo non la sente. La signora è a piedi scalzi, cosa insolita. Non è in un posto qualunque; è sopra la spiaggia di Fuili, la “mia” spiaggia. A Calagonone.
Vengo dalla mia corsetta serale, anche questa insolita, più un revival cioè, che un assiduo impegno salutistico.
Vedo la scena, domando alla signora se ha bisogno di aiuto. Mi risponde di sì; mi chiede se per cortesia le posso avvicinare i sandali che poco prima, mi dice, aveva appoggiato sul muretto. Per affacciarsi probabilmente più libera e in sicurezza sul terrazzino in ciottoli che sovrasta quella che per me, ma sono di parte, è la spiaggia più bella della Sardegna. O quantomeno paeseggisticamente parlando. Non esiste contesto o “scenografia naturale” più incredibile di quella che abbraccia questa spiaggia sarda, poco conosciuta ai più. Ad eccezione dei free climbers.
“Prego, signora”. I sandali.
“Grazie. Mio marito non mi sente”.
“Si figuri, signora, nessun problema”.
Bachis è girato dall’altra parte, non sente o non ha voglia di sentire. Non lo so ancora. Certamente non ha voglia di seguirla nella discesa dei quasi duecento gradini che la signora in fardetta, dice al marito, sempre da lontano, di voler fare. “Bachis, deo colo”. E lo fa per davvero e subito dopo avermi salutato in sardo. Duecento circa, vi lascio la suspence di contarli voi quando ci andrete, scalini, ripidi e impervi, per arrivare in una spiaggia. E neppure di sabbia. Di rocce e sassi. Ma una spiaggia unica. Fuili.
A ottant’anni, saranno questi gli anni della signora sarda (se mi sbaglio è per difetto, ne sono sicuro), fare quei gradini in pietra, scivolosi, sconnessi, alti, è un’impresa decisamente azzardata. Ma solo se non sei di Dorgali o di Calagonone (che poi è “sa matessi cosa”).
La signora si avvia nell’ex dirupo, da tempo munito di scalette, e io mi
metto a fare stretching sui muretti di protezione della strada, a due passi da Bachis. Lo guardo in volto. È un volto segnato, forse anche da un ictus, che però cerca di incontrare il mio sguardo e io il suo. E io gli parlo; mi sembra giusto e il minimo, anche per rispetto, dopo aver parlato con sua moglie.
“Li ho fatti migliaia di volte, io, quei gradini”.
Mi dice.
“Ci credo”. Gli rispondo io.
“Siete di Dorgali?”. Chiedo.
“Eh!” mi risponde. Come a dire: “e di dove, se no?”.
Ha inizio una conversazione breve, un po’ difficile anche per via della sua sordità reale, che non era per finta. Ma una conversazione per me, sorprendente.
“Li ho costruiti io quei gradini, negli anni Settanta, o prima”. Mi dice subito Bachis. Come a dire. Sono duri a percorrerli, ma sono stati anche duri a farli.
“A beru” commento io in sardo, quasi a
voler far sentire e rimarcare il mio essere suo conterraneo, visto che non me lo ha ancora chiesto. E non me lo chiederà.
“Sì. Eravamo in tre, o quattro, non ricordo. Li abbiamo fatti noi. Terra e roccia, sassi, non c’è altro. Qualcosa di cemento, ma solo dopo”.
“Allora la devo ringraziare”, dico io. “Non sa quanto mi è cara questa spiaggia e quante volte ho fatto anche io quei gradini”.
La conversazione finisce qui. Bachis si gira, aveva già detto tutto. Il suo volto era ormai fisso a puntare quei gradini, come ad aspettare anzitempo
la risalita della moglie. O forse a far tornare indietro i ricordi, come io i miei.
Ho pensato al suo duro lavoro, al fatto che quei gradini in pratica sono nati quando sono nato io e i miei fratelli e quando i miei genitori, per primi, ci hanno fatto scoprire questo paradiso.
Ho pensato alla fatica di percorrerli in salita e all’attenzione che devi fare quando scendi. Alle gioie, ai ri-
cordi, al fracasso, alle corse, alle ciabatte rotte, ai tuffi, alla noia che faccio a mia figlia Costanza e forse anche a voi, ogni volta che parlo di questa spiaggia.
Ho scritto nel mio sito di fotografie che Fuili è bella e aspra come la vita. In fondo è solo una spiaggia e quello che dico e che scrivo è solo un mio film.
Ma se ci andate, a Fuili, ricordatevi di Bachis, del suo volto segnato, della sua fatica, di sua moglie intrepida che affronta giù e su quei gradini. E lo fa per giunta in fardetta.
E di un ragazzo come tanti, che lì ci ha lasciato il cuore.
Voglio parlare di bellezza. E di amicizia - 2020
La bellezza della città in cui sono venuto a vivere e l’amicizia vera, quella che a volte tarda ad arrivare, ma poi se sai aspettare arriva.
Partiamo dalla prima. Se c’è un luogo a Perugia dove potenza e bellezza si incontrano e ti lasciano basito - da non stancarti mai a stare lì davanti, con la testa all’insù - questo posto è l’Arco Etrusco.
Che poi tu non lo voglia attraversare perché ti mette un po’ di soggezione, e allora procedi alla sua sinistra per via Bartolo e prosegui coraggioso (scalando, potremmo dire) per via delle Prome fino su, a Porta Sole, o che invece tu lo voglia cingere alla sua destra - come in un abbraccio impossibile data la sua mole - per salire dolcemente (e romanticamente) per via Cesare Battisti, da cui ammirare dall’alto le inconfondibili scalette dell’Acquedotto medievale (per poi magari divertirti a farle a passo, necessariamente irregolare, si badi), insomma qualunque strada tu percorra
al suo fianco, vai bene! Stai entrando nel cuore di Perugia, caro mio.
Se invece decidi di varcare la più imponente porta delle mura etrusche della città, beh, oltre a fare un passo indietro nella storia (indietro, sì, ma avanti Cristo), entri in quella che è una delle vie più belle e caratteristiche della città, via Ulisse Rocchi. Prima di arrivare in piazza Ansidei, ridotta immeritatamente, ahimè, e da sempre (o almeno da quando sono arrivato io a Perugia in quel lontano 1988) a mero parcheggio - e dove ho avuto la fortuna di abitare da studente nei primi anni ‘90 - sulla destra, dicevo, tra via Ulisse Rocchi e via di Pozzo Campana, c’è perfino un luogo dall’animo ebraico, con un dedalo di stradine che si dipanano proprio a ridosso del famoso Arco. Un piccolo quartiere storico dove però, è vero, rimane ben poco di quell’antica storia; forse solo il nome della sua piazzetta, piazzetta della Sinagoga. E per questo motivo è un posto, questo, che rimane ai più ignoto o dimenticato, circondato poi da così altra, e tanta imponente bellezza. Ma non così per noi prodi Cavalieri (vero amici?)
in quelle famose “porte aperte” nella nostra città. Visitammo anche questo luogo poco noto. Che forza che siamo!
Quanta bellezza e quanta storia in un fazzoletto di città!
E poi, e sopra di tutto, c’è un amico, Sergio Fatti, che ho conosciuto poco più di una decina di anni fa. Una persona di rara gentilezza e dai modi preziosi. Con lui ho imparato una cosa, apparentemente banale, che a volte mi sembra scorgere o vorrei scorgere in alcune persone a me vicine, finanche in me. Forse una regola della comunicazione non verbale, chissà. Quando vedi una persona e questa ti sorride abbassando leggermente il capo, e poi ride con te e poi ci continui a parlare e parlare è solo un piacere, beh, hai trovato proprio una persona cara. In poche parole stai parlando con Sergio. Il suo sorriso, il suo volto sereno mai accigliato, il suo modo di dirti le cose, la sua cortese tenacia, mi mancheranno, ci stanno mancando, a noi Cavalieri. E manca purtroppo alla sua famiglia e ai suoi tanti altri amici e colleghi di lavoro.
Quanti ricordi o forse troppo pochi,
quelli delle cene con gli amici Cavalieri, a ridere e a scherzare e poi tu a fare di conto perché in fondo anche giocare e mangiare allegramente in compagnia è una cosa seria. L’amicizia sì, è una cosa seria. In fondo lo è perché è rara e tu lo sapevi. Come quella volta a Vallo di Nera per Fior di Cacio, io e te, tu con Giovanna, io con la piccola Costanza, a tenere alto il nome dei Cavalieri. Avremmo assoldato qualsiasi viandante, ti ricordi, pur di compiere la nostra onorata missione di Cavalieri. Divertirsi col sorriso, non prendersi mai troppo sul serio, scherzare, giocare, ma farlo seriamente. Con il rispetto e la gioia della condivisione. In fondo, forse, servono proprio a questo gli amici.
Ti ammiravo, poi, quando durante le nostre gioiose cene ti appartavi per qualche minuto a seguire le aste su Ebay. Stavi trattando l’acquisto di preziosi libri o stampe, chissà, o forse proprio una di quelle magiche incisioni che prendevi per te per poi regalare al tuo mondo, alla tua famiglia e alla tua città. Come hai fatto con quelle dell’Arco Etrusco, che poi dirò.
Per questo e altro ancora ci manchi. E quando è così, quando le regole del gioco non valgono più e ti verrebbe voglia di buttare tutto all’aria, è allora, è proprio in quel momento che bisogna guardare in alto e lasciarsi incantare. Come a tornare a vedere - senza stancarsi mai - quella meraviglia di Arco Etrusco, che proprio tu Sergio ci hai voluto regalare, hai voluto regalare a noi e alla città di Perugia, attraverso le tue preziose incisioni, nella mostra al MANU che hai inaugurato tu stesso l’8 febbraio scorso, con tutta la tua splendida famiglia, gli amici e i tuoi tanti colleghi ed estimatori.
La tua mostra, dal titolo “L’Arco Etrusco. La collezione di incisioni dal XVI al XIX secolo”, riaprirà poi - come tutte - il 3 aprile, ne sono convinto, e fino al 19 aprile, termine naturale della mostra, potremo tornare a vederla e - se si potrà - magari per altri giorni o luoghi ancora. A questa mostra, alla tua collezione, a te Sergio, tua moglie Giovanna, i vostri fantastici figli, Marianna e Michele e io - che piacere e onore aver lavorato con loro a questo progetto - abbiamo
voluto dedicare un piccolo ma speriamo importante sito web: collezionefatti. it
Ci sono cose che non possiamo fermare ma che non per questo smettono di fare il loro corso e dare i loro frutti. Come la bellezza e l’amicizia, quelle che ci hai regalato tu, Sergio.
E lo hai fatto nel più rivoluzionario dei modi: con la gentilezza, con un semplice sorriso, quasi riservato, ma più forte di mille grida.
Grazie, Sergio.
In Sardegna non si va in vacanza2022
Non sentivo parlare che della Sardegna. “Dove vai quest’estate?”. “In Costa.”
“In Costa Smeralda o a sud, in Costa Rei?” “Costa Smeralda, dove cazzo sta’ questa Costa del Re. E tu?”
“A San Teodoro, più giù. C’è ancora più vita che a Porto Cervo e costa meno, a proposito di “costa”.” (segue risata. solitaria)
“Che battuta. Le tue solite freddure che nessuno capisce. Ne quando le dici, né dopo.”
I primi a parlarne già a Febbraio, della Sardegna, erano i miei genitori. Patiti per la barca a vela, l’avevano più volte circumnavigata. Anche perché, se poi ti allontani in mare aperto, come fai a trovare l’aragosta, magari cucinata alla catalana come fanno ad Alghero o come fai a farti servire un menù a base di bottarga nel porticciolo turistico di turno, bevendo il miglior vermentino dell’isola? Che poi, per assaggiare il più buono, devi andare nella cantina di Monti. Mica al mare (un’altra mia battuta del cavolo).
Ma che ne sanno i miei genitori di cantine sociali, spuntini in campagna, paesini dell’interno che hanno dato i natali a grandi artisti, uomini e donne sarde che si sono fatti valere in tutto il mondo? Perché, come diceva lo zio di una mia amica, il sardo quando va fuori ha già tutto quello che serve per avere successo nel suo campo: valori, educazione, rispetto, serietà, senso dell’umorismo.
Era per questo, perché andavano in barca, che i miei genitori non mi avevano mai portato con loro in Sardegna. Ero troppo piccolo. Era come se avessero stretto un patto non scritto con i loro amici, che magari non li avevano avuti, i figli. Niente mocciosi a bordo. Ovviamente i miei mi adoravano e le loro attenzioni per me durante l’anno erano tante. Scuola, sport, musica, feste con gli amici, regali. Non mi mancava nulla. Neppure il loro amore.
Se non era la Sardegna, la meta della prossima vacanza per i miei amici e parenti, era la Grecia o qualche isola spagnola o ancora più esotica. Ma la Sardegna era la scelta numero uno.
Ogni tanto qualcuno gli parlava di posti di mare incredibili, con un’acqua, dei fondali e dei paesaggi pazzeschi che a vederli in foto quasi non ci credevi. È per questo che ci andavano. Tornavano sempre contenti, ma se qualcuno poi gli chiedeva: “Meglio della Sardegna?”. La risposa era: “Dai, no, però bello”.
Come quello zio della mia amica, sempre quello. Sardo. Era andato in Australia, aveva visto le più belle spiagge e isole australiane, le riserve naturali dove aveva incontrato il dingo ma non lo aveva fotografato perché aveva dimenticato la macchina fotografica in albergo, aveva esplorato enormi relitti camminandoci dentro lungo il bagnasciuga, si era immerso nella barriera corallina partendo da Cairns, a Nord (o Sud, essendo in Australia) nuotando a dovuta distanza, è sottinteso, sopra ai pacifici squali di quelle acque calde e popolose di cibo. Poi era tornato. E gli avevano fatto la solita domanda: “Il mare com’era, bello come quello della Sardegna?”
“E bai tiche”. Che in pratica significa no, in sardo.
A me la Sardegna raccontata dai miei non mi piaceva. Si è sempre un po’ ribelli con i propri genitori e io forse lo ero in questo modo. Ci sarei andato, in Sardegna, ma a modo mio.
Aperta parentesi. Non avevo nessuna avversione per il mondo della vela. Né ovviamente per i miei genitori. Anzi, della vela mi piaceva e ammiravo tutto. I velisti solitari, le gare di Coppa America, la salsedine in faccia, l’abbigliamento tecnico, la vita sospesa in mezzo al mare. Avevo fatto qualche giro in mare ad Anzio. E poi di scuola di vela, quella di Caprera in Sardegna, mi parlava spesso un’amica della mamma, istruttrice e artefice di bellissime iniziative benefiche con questo fantastico mezzo di esplorazione, anche interiore. Che è la vela. Ai miei genitori volevo un mondo di bene. Chiusa parentesi.
Ma in Sardegna no, non ci volevo andare con i miei genitori, non ci volevo andare in vacanza. Non volevo ombrelloni e sdraio da affittare, non volevo aperitivi e spritz. Non volevo andare a vedere le spiagge più belle dell’isola e tra le più belle del mondo,
magari le avrei scoperte camminando lungo i sentieri che conducono alla costa. Neppure ci volevo andare per mangiare ad ogni costo il maialino. Magari quello fatto “sottoterra”. Che poi è una mezza stronzata, che quello che fanno i sardi è quello allo spiedo appoggiato a qualche blocchetto di cemento (o come capita). Posto a dovuta distanza dal fuoco e arrostito con i dovuti e lenti tempi di cottura, salato e basta.
Volevo viverla, la Sardegna. Volevo perdermici dentro, nel suo bush (così lo chiamano gli australiani, che nome figo). Come quella volta a Londra. La sera di ritorno a casa a piedi, ero partito ormai da ore da Trafalgar Square in direzione non mi ricordo più per dove. Non c’erano più autobus che passavano, né hotdog a riscaldarmi. Ero solo e non sapevo dove andare, in una delle città più belle del mondo. Sapevo che avrei trovato casa, seguivo una torre della city, non so più quale e quando finalmente arrivai, mi venne la pelle d’oca. Ero lì a casa, con Londra che dopo due mesi mi era entrata finalmente nel cuore. Avevo perso la strada, ma non mi ero perso io. Anzi
avevo ritrovato me stesso.
Ho deciso, vado così in Sardegna. Vado e basta. Chiamo Luca, Paolo e Filippo, i miei migliori amici. Prendo la mia chitarrina, il sacco a pelo e le mie sigarettine col filtro. Dico loro che la prima notte dormiremo in un Airbnb di Nùoro e poi andremo nei paesini dell’interno, tipo Orgosolo e Mamoiada per dirne due, e poi andremo a Dorgali per scendere in pullman a Calagonone, ma giusto perché c’è quello zio di quella mia amica, quello che è andato in Australia e che ci fa dormire una notte a casa sua, dei suoi genitori. A gratis. Poi l’indomani ci facciamo tutta l’orientale sarda in pullman, paesino dopo paesino. Sarà un caldo bestiale, ma mi dicono che questa strada è straordinaria e pare di essere in un film di Sergio Leone. Arriveremo fino a Cagliari dove c’è anche l’università, come a Sassari, alcune facoltà sono molto buone, mi hanno detto. Chissà, forse mi iscriverò in una di queste l’anno prossimo che sono di maturità.
E non farò foto, o peggio selfie e non starò in un lido a prendere il sole, semplicemente perché non esistono lidi
o bagni in Sardegna. Quelli ci sono in continente. Non andrò la sera a mangiare la pizza o a passeggiare sul lungomare. Farò la spesa nel supermercato del paese, seguirò la messa la domenica e la processione nel pomeriggio, vedrò dove si allevano i cavalli e i fantini più forti d’Italia, andrò a vedere il Cagliari giocare in casa e nei musei e mostre d’arte che fanno nelle città e nei più sperduti paesi dell’entroterra. Vedrò gli artigiani all’opera, quelli o quelle dei tappeti e dei coltelli. Mi voglio comprare una leppa, così la chiamano a Nùoro. Berrò il vino nella cantina sociale più vicina e andrò a casa del pastore per comprare il suo formaggio, non lo farò venire in spiaggia per vendermelo.
Il giorno parlerò con la gente per strada o al bar e la sera suoneró la mia chitarra nella piazza del paese oppure in spiaggia attorno al falò. E con gli amici proveremo a far innamorare tutte le ragazze sarde che troveremo lungo il nostro cammino. Dicono che hanno occhi color castano o neri da far impazzire.
Tornerò poi a casa a Roma, dai miei,
e quando mi chiederanno: “Com’è andata la vacanza in Sardegna?” Dirò loro: “No, non sono andato in vacanza in Sardegna. Sono andato in Sardegna. Punto.”
E voi ci siete mai stati veramente in Sardegna?
Io sono brutto - 2018
Sportivamente parlando, s’intende. Ho anch’io la mia sana dose di narcisismo. Cosa credete? Ho sempre pensato, d’altronde, che un equilibrato autocompiacimento sia la migliore medicina contro il grigiore di certe giornate o il mancato compiacimento altrui. Ma poi finisce là.
Assumere la vanità come modello di vita, no, quello mi pare troppo. Come mi parrebbe troppo e non ne sarei capace fare qui un trattato sull’argomento. Non sono mica vanitoso, intellettualmente parlando s’intende. Non ne sarei in grado, insomma. Ma torniamo alla “bruttezza sportiva” con cui ho esordito.
Nella mia lunga e (solo per me) esaltante carriera sportiva, per quanto riguarda il mio stile calcistico, ho collezionato svariati epiteti. Tutti amichevoli, s’intende, quanto - spesso - fendenti. Corri come uno “struzzo piegato in avanti”. Hai le gambe di un “fantino senza cavallo”. E poi mi fermo, che mi conviene. Mica mi voglio sputtanare con questo articolo (o l’ho
già fatto?!? boh. ).
E non parliamo poi di come mi vestivo. All’allenamento s’intende, in partita eravamo (per fortuna) tutti uguali (si fa per dire). Indossavo una tuta, pantalone di un colore, giacca di un altro. Se faceva freddo, pantaloncini corti sopra il pantalone della tuta. Chissenefrega(va) del look, era freddo! In fatto di stile nella corsa, quanto nell’abbigliamento sportivo, non sono mai stato Van Basten (e non lo sono stato neanche calcisticamente parlando, è chiaro). Ma di questo (dello scarso stile) ne sono sempre stato orgoglioso.
Sì perché i miei idoli calcistici (meglio definirli esempi, di idoli non ne ho mai avuti, in realtà) sono sempre stati giocatori di altro genere, più di sostanza che di forma, più di quantità - se vogliamo - che di qualità. Bagni, per esempio, addirittura prim’ancora Furino, fino ai più “moderni” Gattuso e compagnia bella (o brutta, a seconda). Ma quando si parla di sport, non si parla di sfilate di alta moda e neppure di reality televisivi. Si parla di sport. E basta.
Sì, di sport. Si parla cioè di passione e magari di vittoria, di sacrificio e magari di riscatto, di agonismo ma di quello sano, di umiltà, di lealtà e di rispetto per gli avversari (insomma mi avete capito). Tutto il resto è zero. Ed è zero anche quando sei un professionista. L’apparenza, l’ostentazione, la superbia, l’eleganza oserei dire, è noia, direbbe Califano. O fuffa, direi io.
Io all’epoca lo capivo subito. Quando vedevo il mio nuovo compagno di squadra aprire la sacca e tirare fuori, nell’ordine: calzettoni, mutande, pantaloncini, maglia di sotto, maglia di sopra e magari tuta, giacca a vento, guanti, papalina (e chi più ne ha più ne metta) tutto rigorosamente di marca e intonato nei colori e perfettamente stirato, beh, capivo che eravamo due mondi a parte.
Io studente (in corso) rigorosamente fai da te, quindi lavato ma non stirato, con pezzi mancanti e decisamente vintage, prim’ancora che il vintage andasse di moda. Beh sì, io ero fuori moda, ma ero sempre “dentro il campo”. Io quel campo me lo mangiavo, e poco
contava se ero “brutto”, se avevo la maglia fuori posto o le maniche alzate e i pantaloncini che mi stavano due volte, data la mia minuta statura.
Non conta nulla come appari, conta chi sei. Nello sport come nella vita. È per questo che quando vedo correre nei percorsi verdi della città o di fuori città eleganti figuri e figure abbinate di tutto punto, con abiti sportivi attillati, dai colori sgargianti, che sembrano usciti appena ora dai camerini della Decathlon, prima di Foligno, ora di Perugia, beh, mi chiedo: “che fanno, corrono o sfilano?”.
La stessa domanda poi me la pongo per i ciclisti della domenica o del mercoledì, per dire, che sfrecciano con bici rigorosamente “pandant” con la tuta che indossano. In questi casi mi chiedo (potrei anche farmi i cazzi miei, in verità, mah…): ma non avranno, come me, decine di pantaloncini, tute, calzettoni, giacche e chi più ne ha più ne metta, di quando erano più giovani o che gli hanno regalato per Natale i genitori o gli zii, fra cui scegliere e da indossare per andare a fare sport?
E chissenefrega se non è il colore giallo fluorescente o arancione o quale altro diamine di colore detta oggi la moda del fitness. Stai facendo sport, amico, stai sudando, non sei lì per rimorchiare (o forse sì, e allora non ci sarebbe nulla di male…).
Ma poi accendo la TV. E vedo Ronaldo che segna un magnifico gol in coppa dei campioni, al volo, di collo destro.
E poi che fa? Si toglie la maglia e mostra al pubblico i suoi possenti addominali, come se più del gesto sportivo conti la forma del suo bacino. E allora mi rassegno. Lo sport è show, cari miei.
E allora chissà, rimarremo in pochi a cantare “non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. ” (De Gregori, “La leva calcistica della classe ‘68” … quando sono nato io, sarà un caso?).
Pietro il grande - 2018
Non sono mica io. Io sono alto appena un metro e sessantacinque centimetri. Appena. Dove vado, per definirmi tale?
Pietro il grande è un mio amico, alto sopra il metro e ottanta e chiamato così dagli altri amici per distinguerlo appunto da me, Pietro il piccolo. E non ridete. Non c’è nulla da ridere in fatto di bassezza. Anche Napoleone
Bonaparte lo era. E anche Berlusconi lo è, basso. Solo per questo, allora, sarebbe meglio non esserlo.
Il fatto è che Pietro il grande non è un amico qualsiasi. Per la verità non è neppure una persona qualsiasi. Sarebbe meglio definirlo un’entità. Volendo estremizzare, Pietro il grande non è, e basta. Cosa non è o non sarebbe (date sempre il beneficio d’inventario, e nulla più, a un narrastorie come me).
Non è prima di tutto, tutto quello che noi siamo diventati. Connessi, sociali. In una parola convenzionali. Convenzionali nella modernità o presunta tale. Ma pur sempre convenzionali.
Sempre lì a chiamarci, a inviare mes-
saggi, a scrivere “post”. Io per primo s’intende. E per cosa? Spesso per niente. Forse per non sentirci soli. Quando soli in fondo lo rimaniamo lo stesso. Pietro il grande invece non ha mai corso questo rischio. Se è solo è solo, se è in compagnia è in compagnia. Lui non ha un telefono. Né mobile né fisso. E neppure un qualsiasi altro apparato, un “device” come dicono quelli come me, insomma un qualsiasi attrezzo che lo possa in qualche modo collegare a una qualsiasi rete esistente, voce o dati che sia.
Potrebbe collegarsi da un Internet point (esistono ancora?). Ma ne dubito. Se il telefonino per lui è un accessorio inutile, figuriamoci cosa pensa di skype, whatsapp, messenger. Che sono? Diavolerie del nuovo secolo. I più attenti di voi allora si saranno domandati. E allora come fa a chiamarti? Come fate a sentirvi? Altri avranno già risposto. Dalle cabine del telefono. Semplice, no? Nient’affatto. Gliele stanno togliendo tutte. Gli stanno facendo terra bruciata attorno. Come facevano gli americani agli uomini di Saddam Hussein per i rifornimenti nella guerra del golfo. Non
è giusto. Quando vado al centro o in giro per Perugia nei quartieri più popolosi, cerco spesso con gli occhi la presenza di qualche cabina. Ma niente.
Sono queste le vere ingiustizie sociali, il vero “digital divide”. Scherzo ma non troppo. Come farà allora a chiamarmi la prossima volta, l’amico Pietro? Sarà per questo che non lo sento più da mesi, ormai. Forse anni. Da quando non mi appare più sul telefono: “numero sconosciuto”. È questo il nome che appare, se non lo sapete, quando si chiama qualcuno da una cabina telefonica. “Numero sconosciuto”: una sorta di nome in codice. E allora so che è lui. E cerco di non perdere quella maledetta telefonata, potrebbe non tornare più per mesi e mesi.
Non posso neanche lanciare appelli o segnali (di fumo forse) a qualcuno (a chi poi?) o in rete (inutile!). Andrebbero persi, come un messaggio in una bottiglia di vetro nell’oceano pacifico. E per di più in tempesta. Di Pietro il grande nessuno ha mai saputo dove vive, con chi vive e che lavoro fa. Cosa fa per vivere. Nessuno degli amici ad un certo punto glielo ha più
voluto chiedere. Nessuno ormai si domanda più perché è così affezionato a quella vecchia sahariana gialla che indossa in quasi tutte le stagioni. Ad agosto come a gennaio.
Con lui non hanno mai funzionato le domande. Con lui funzionava solo la fiducia. La fede, oserei dire. Così ad un certo punto mi sono fidato e l’ho seguito. L’ho seguito ai concerti in giro per il centro Italia della PFM (Premiata Ditta Forneria Marconi), la sua band preferita, vedendolo conversare - come un vecchio amico - con il mitico Franz Di Cioccio. L’ho seguito in Abruzzo nella sua regione di origine. Ho visto addirittura la casa dove abitano i suoi genitori. Senza però vedere nessun componente della sua famiglia. Mi ha pregato di rimanere in macchina. Sarebbe stato troppo. Seppure discreta e innocua, un’invasione nella sua vita privata.
Con lui sono salito alle 5 del mattino in cima alla Maiella, ammirando il suo passo da ex alpino. Così mi disse, se non ricordo male. Anche se non mi spiego - se ha fatto realmente il militare - come l’esercito abbia po-
tuto trovarlo a casa. In quale casa? Con lui ho fatto il mio viaggio della vita in Australia tra il novembre del 1999 e il febbraio del 2000. Qui, come potete immaginare, gli episodi emblematici da raccontare sarebbero decine. Sarò breve.
Arrivati in Australia rimanemmo per settimane senza valigie e indumenti per via di bagagli dispersi all’aereoporto. Io disperato, lui niente. Successivamente rimanemmo anche senza soldi per raggiunto limite di prelievo. E allora niente soldi per un po’. Io disperato, lui niente. Non si mangiava e basta. Avrebbe approfittato per fare la dieta. Io tutto ossa, che dieta avrei mai potuto fare? Durante il viaggio capitò spesso di discutere e di dividerci. Ma è normale fra amici. Per opposte vedute e nulla più. Ogni volta riprendevamo il cammino insieme, come se nulla fosse accaduto.
Abbiamo macinato chilometri su e giù per l’Australia, per lo più in autobus, lasciando spesso porti sicurifra vecchi e nuovi amici australiani - per raggiungere improbabili mete. Non mi ricordo neppure più dove fossi-
mo l’ultimo dell’anno di fine secolo. Certamente in viaggio, verso il sud dell’Australia (che poi per noi è il nord) su qualche autobus di linea o su qualche spiaggia deserta, a vedere in lontananza qualche fuoco d’artificio e mangiando insieme l’ennesimo “fish and chips”.
Perché la vita in fondo è così. Semplice ma buona come una porzione di “fish and chips”, anche se a volte servita fredda. Charles Bukowski una volta scrisse: “Se chiedessimo se non vi è rimasta molta anima, e lo sapete, vi resta ancora dell’anima”. Eh sì. Forse non tutto è perduto. Basterà che Pietro il grande trovi ancora una volta quella maledetta cabina da cui chiamarmi e parlare un po’. Per chiederci “come stai” e poco più e risentirci magari fra un altro anno ancora. E tornare così all’essenza.
Lo gnomo - 2019
Non si aspettava un simile risveglio. Se per quello non pensava neppure di risvegliarsi, dopo una simile caduta. Rialzarsi in piedi e guardare tutto e tutti dall’alto poi, non sarebbe accaduto neppure nel sogno più incredibile di sempre. Per uno gnomo come lui, poi.
Non era solo un cambio di prospettiva, dal basso verso l’alto prima e dall’alto verso il basso dopo. Era molto di più. Era un cambio di status, era quello che non era mai stato e che mai avrebbe potuto immaginare di essere. Una rivoluzione che avrebbe cambiato la sua vita. Per sempre.
Uno stravolgimento che avrebbe terrorizzato chiunque, ma non lui. Lo gnomo. Quando passi la metà della tua vita a evitare di essere calpestato e ti trovi all’improvviso a vivere spanne sopra i tuoi despoti, capisci che puoi tutto. Non hai vertigini se hai vissuto nei bassifondi del bosco e tutto ti è sempre sembrato altissimo. Non hai paura se la notte hai sempre
dormito nel buio di una grotta.
Questa volta le redini della vita erano saldamente nelle sue mani. E lo erano proprio fisicamente. Gli bastò tirare appena verso di sé quei leggeri quanto resistenti lacci di pelle che si era ritrovato fra le mani, per accorgersi di essere sopra a qualcosa di veramente grande.
Un essere mai visto, di quelli che si raccontano nelle favole per far paura ai bambini ma che sai che non possono esistere. Almeno non così docili e mansueti, eppure così terribilmente forti e agili. Pensò subito ai veloci e potenti cavalli a sei piedi di Avatar, quella vecchia pellicola cinematografica di cui gli parlò una volta un suo amico umano. Oppure ai leggendari dinosauri con cui i piccoli degli umani ancora si divertivano a giocare e ormai scomparsi da migliaia di anni.
Importava poco cosa fosse. Più di tutto contava che lui si trovasse là, sopra di uno di loro e lo comandasse. E con lui, comandasse il mondo.
Era una visione unica quella a cui assisteva per la prima volta nella sua
vita. Le sommità delle montagne erano alla sua altezza. Le cime dei grandi alberi che da gnomo neppure riusciva a scorgere, sfioravano appena la pianta dei piedi del maestoso animale che cavalcava.
Che fine avranno fatto gli umani? si chiedeva. Che fine avranno fatto quegli esseri che comandavano il mondo, così potenti, così intelligenti ma al contempo così tremendamente stupidi? Saranno sopravvissuti, saranno sicuramente da qualche parte se io, piccolo e negletto, sono qui a regnare sul mondo come un potente sovrano.
Cosa diranno alla mia vista? Cosa farò io? Scenderò da cavallo, così ormai ho deciso di chiamare il mio fido animale, e mi lancerò nel vuoto per scoprire che la mia immortalità è solo un’illusione, o con il rischio di tornare a essere schiavo e succube del loro imperdonabile arbitrio? Proverò questo azzardo? Oppure mi farò furbo e rimarrò sopra di loro, per poi costringerli a obbedire ai miei comandi, per colmare la sete di vendetta che provo per la mia ignobile vita di prima?
I miei simili però non mi hanno educa-
to alla vendetta, né il mio cuore in fondo la desidera. Ignorato da tutti tranne che dall’innocenza dei bambini e da qualche vecchio e ormai noioso libro di favole, sono stato costretto con gli altri gnomi a nascondermi nel bosco, a non farmi vedere da chi per caccia o per amore della natura di tanto in tanto lo attraversava.
Noi non esistevamo per nessuno e guai a farci scoprire. Successe solo una volta, mi raccontarono i più vecchi, in una mattina di dicembre. Il più giovane del gruppo si attardò a ritirarsi nel piccolo cunicolo che portava alla grande grotta blu, e fu azzannato da un potente cane da caccia.
Fu un attimo, il cacciatore lo vide, lo caricò in macchina e lo portò subito dalle guardie. Fu come l’avvistamento di un alieno. E per gli alieni come per gli umani più deboli e diversi non c’era più spazio in questa terra sempre più meschina.
Gli uomini, che allora comandavano, avevano ben altro a cui pensare, ricchezza e potere in primo luogo; il governo decise allora di risolvere rapidamente questo insignificante accadi-
mento. Cacciatore e gnomo furono fatti sparire. Finirono in fondo all’immenso lago verde al di là del bosco, che già era tomba di altri grandi disastri dell’uomo, quelli ecologici.
Si dice che il mare restituisca sempre i suoi corpi. Ma non si sapeva che anche la terra prima o poi lo avrebbe fatto. Fu l’inizio della fine. Cento anni da quell’episodio il cielo si oscurò, le acque si alzarono e i venti cominciarono a soffiare così forte da spezzare ogni costruzione umana. Rimasero solo le grotte e le caverne, ma non bastarono a ospitare tutti.
Ci furono battaglie fratricide e lunghe carestie e quello che prima non valeva nulla valse più dell’oro. Ma non fu la guerra o la fame a far finire tutto. Non arrivò neppure una meteorite a spazzare via tutto, come si raccontava per la prima grande catastrofe della terra. All’epoca furono i dinosauri a soccombere.
Questa volta successe come in un gioco di prestigio. La terra si capovolse e per farlo si fermò. Fu un attimo quasi impercettibile eppure così totale. Ciò che prima era una cosa, divenne altro.
L’essere che prima imperava, soggiogò. Quello che prima non era nulla, divenne potenza. Colui che prima distruggeva, cominciò a far crescere e curare.
Ora ho capito quella caduta improvvisa e così assurda proprio sopra la groppa del mio cavallo. Sono al comando della nave terra. Io, il piccolo gnomo della grande grotta blu, ignorato per secoli da un’umanità despota, ora ho io, nelle mie piccole mani, il destino del mondo.
Dall’alto del mio gigantesco cavallo, ora – sì, eccoli – riesco a vedere finalmente i piccoli uomini. E la visione mi sorprende. Ne vedo alcuni intenti alle colture, altri a rifare gli argini dei fiumi, altri ancora a liberare la buona terra da ciò che la inquina. Più in là, ancora più numerosi a piantare alberi e a costruire semplici sistemi per catturare energia dal sole, dal vento e dalle acque.
Non posso credere ai miei occhi, ne vedo alcuni che aiutano i più deboli e che danno da mangiare ai nuovi che arrivano da terre lontane. E poi tutti che si abbracciano e che lavorano felici tutti insieme, nessuno che co-
manda, nessuno che ozia.
Altri curano i malati e insegnano a tutti, quello che scoprirono gli antichi prima di loro, e altri condividono con gioia quello che di nuovo è appena stato inventato o scoperto dai migliori delle varie scienze.
È la terra che sarà e io dovrò solo volteggiare col mio cavallo sopra le loro teste a rammentar loro quel che fu e quello che invece la nuova umanità sarà.
Buon natale e inizio di nuova terra a tutti.
Firmato, lo gnomo.
Lo spareggio e la vita - 2021
Quando arrivi in alto, il basso ti sembra che sia ancora più giù. E tornare in alto, se mai dovesse nuovamente accadere, diventa dannatamente più faticoso. Quasi impossibile.
Marco, jolly di difesa e centrocampo, tutto corsa, grinta e poca tecnica, questo lo sapeva bene. Alla non più giovanissima età di 35 anni, il suo destino sembrava segnato. Il suo non era mai stato un grosso nome, neppure fra i dilettanti. Di lui si sarebbero ben presto perse le tracce. Svaniscono come neve al sole i nomi di giocatori professionisti, figuriamoci quello di un dilettante come lui.
Avrebbe potuto sedersi in panchina nella massima serie regionale con la sua squadra di sempre, e godersi qualche altro sprazzo di vana gloria negli stadi più importanti della regione e un buon rimborso spese. Nulla più. Oppure rimettersi in discussione. In discussione, poi, per cosa e da chi questo però nessuno l’aveva capito, neppure lui. Forse allora, e in fondo,
in discussione da se stesso.
Accade spesso nella vita; soprattutto alle persone più vere e dannatamente sincere. Non sono gli altri a metterti in discussione, ma sei tu stesso a farlo. A volte il giudice più severo che ti può capitare sei proprio tu. E se un’altra persona ti può anche assolvere, se a giudicarti sei tu stesso, la condanna è spesso una semplice conseguenza del volersi giudicare a tutti i costi. Quel momento per Marco era arrivato. Involontario, come un fallo di gioco.
Dopo oltre 20 anni di carriera calcistica, giocata sempre da titolare (mai una volta fuori dagli undici in campo, quasi un record, il suo), Marco non ce l’avrebbe fatta a stare seduto, una domenica in più in quella maledetta panchina. Decise allora di scendere di categoria. Un doppio salto, il suo. Sapeva che così facendo avrebbe preso una scala mobile senza risalita. Come quelle che si trovano in alcuni centri commerciali o cinema multisala, quando una delle due scale è rotta. Sempre quella della salita, guarda un po’. Ma
a lui questo non importava; per lui non sarebbe stato un problema scendere quella maledetta scala. In fondo era da lì che veniva.
Marco era sempre stato un giocatore da “bassifondi calcistici”. Fin da piccolo aveva giocato in quelle categorie che a malapena ti mettono il risultato della partita il lunedì mattina, in piccolo e sulle ultime pagine del giornale locale. Proprio da lì veniva. Figuriamoci se tutto questo poteva fargli paura. Tornarci sarebbe stato come tornare a guardarsi allo specchio. A muso duro, forse, ma tornare finalmente a guardarsi in faccia. Se la ruota si ferma, se il vento cambia direzione, non bisogna aver paura di ricominciare. E bisogna farlo proprio da lì, da dove si è partiti. E poi scommettere. Scommettere su se stessi.
Ma per Marco scommettere cosa? Tutto quel poco che aveva guadagnato cos’era, se non un briciolo di irrisoria “fama calcistica” guadagnata nella squadra di un piccolo paese di provincia dell’Umbria dove aveva militato per oltre 15 anni, e poi nell’ultimo
“glorioso lustro” giocando nella massima serie regionale, l’eccellenza. Ma quanto poteva mai valere tutto questo? Per lui tanto, tutto.
Mai nessuno gli aveva regalato niente sul campo (e neppure fuori) e il suo fisico minuto e mingherlino non lo aveva di certo aiutato. Forse voleva solo vedere se tutto quello, quel poco che aveva ottenuto, era dovuto al caso oppure se era tutto merito suo; del suo interminabile fiato, delle sue gambe fini da gazzella e di un cuore dai battiti bassi da far invidia a un maratoneta di buon livello. E magari – qua e là, perché no? – merito anche di qualche buona giocata col pallone.
Marco era disposto a questo, a tornare da dove era venuto pur di sapere, pur di dimostrare agli altri, oppure solo a se stesso, che in quella maledetta panchina non avrebbero mai dovuto farlo sedere. Quello non era il suo posto. Era disposto a tutto pur di convincersene. Non si immaginava però quanto grande sarebbe stato il prezzo che avrebbe dovuto pagare per tutto questo.
Il primo anno la sua nuova squadra di bassa serie, partita per vincere il campionato – lo presero apposta per questo, disse qualcuno del paese – si salvò all’ultima giornata. Il secondo anno addirittura retrocesse. Ci volle uno spareggio per decretare l’amaro verdetto. La sua esperienza calcistica non servì neppure quella volta, in quel maledetto spareggio a Costano, paesino a pochi chilometri da Assisi, famoso per la sua ottima porchetta. In due anni appena Marco riuscì a rovinare una “carriera calcistica” costruita in oltre 20 anni di successi e sacrifici. Da quando, da ragazzino, era il 1985 forse, esordì in prima squadra a Nùoro nei campi in terra e sassi, di terza categoria. L’ultima delle categorie. Oltre quella, a quel tempo, c’era solo la strada.
Fu proprio così. Marco senza volerlo tornò a giocare su quei campi dove aveva giocato da ragazzo. Dove il terreno da gioco è rubato ai campi coltivati o al pascolo; un po’ come la storia delle braccia rubate all’agricoltura, per capirci. Tornò così a respirare quell’aria di terra, mista a polve-
re e gesso che ormai aveva scordato. Come quella volta in un paesino della Sardegna, dove per rendere il campo da gioco meno duro o per ostacolare gli avversari (non si è mai capito bene) ci fecero cagare le pecore qualche minuto prima. Tornare su quei campi in terra o con qualche ciuffo d’erba qua e là cresciuto per disperazione fu però a quel punto della sua vita una buona cosa.
Marco lasciò da parte i ricordi dei “grandi” stadi dell’Umbria, come il Città di Torino di Umbertide o quello di Narni e Spoleto, “vana gloria” pensava che neppure tale era, e tornò a tirare calci al pallone. E basta. Lasciò agli altri tutto questo, a quelli che – lui pensava – lo misero da parte, a quelli che gli tolsero la fiducia, quella fiducia che fu il segreto del suo successo. Sentirsi importante, prezioso come un jolly a scala quaranta era sempre stato parte integrante della sua forza. Il segreto della sua incredibile grinta che metteva sul terreno di gioco, in ogni partita e in ogni minuto dei novanta e più a disposizione. Ma fu anche la causa della
sua sconfitta, quando la fiducia venne meno. Era giunta l’ora di credere in se stessi, e di farlo senza più nessuno che contasse su di te.
L’anno successivo, all’ultima di campionato, la sua squadra conservò la seconda posizione e ottenne così il diritto a disputare lo spareggio. Questa volta però, un altro tipo di spareggio. Lo spareggio per salire di categoria. Scontro diretto, partita secca con una delle avversarie più temibili dell’altro girone. Nello stesso campo, quello di Costano dove l’anno prima lui e i suoi compagni giocarono quell’altro maledetto spareggio, quello per non retrocedere. E retrocessero. Questa volta Marco non poteva fallire. Qualcuno ha detto che quando tocchi il fondo puoi solo risalire; come un pallone ben gonfio puoi solo rimbalzare. Altri, i più sadici, dicono che puoi anche correre il rischio, giunto a quel punto, di scavarti la fossa.
Nella squadra avversaria giocavano calciatori di esperienza che avevano calcato i campi delle più alte serie dilettantistiche anche di fuori
regione, dell’interregionale, quella che una volta si chiamava la serie
D. A Marco toccò come al solito il compito più difficile: neutralizzare l’attaccante più pericoloso e farlo senza commettere il minimo errore. In fondo questa era sempre stata la sua vera e spesso unica missione in campo, la sua specialità. Scomparire per non far giocare il top player avversario. Nessuno avrebbe sentito la mancanza dei suoi passaggi o dei suoi assist, figuriamoci poi delle sue scarse conclusioni a rete. L’importante era che Mister X non toccasse la palla. Tipo Gentile su Zico ai mondiali di Spagna dell’82, per intenderci. Per chi se ne intende.
La partita si mise subito a favore della squadra di Marco, che dopo i primi minuti della ripresa era sopra di due gol. Ma le vere conquiste nello sport come a volte nella vita non sono tali se non sono sofferte e dopo la mezz’ora del secondo tempo, ecco che la squadra avversaria accorcia le distanze: 2 a 1. E non basta. La squadra di Marco rimane in 10 uomini e gli ultimi 10 minuti sono un assedio. E
lì che avviene il “miracolo”. Marco, 1 metro e 64 centimetri di statura e nulla più, svetta su ogni palla in area e anticipa gli avversari ovunque si trovino, neanche fosse Materazzi e Cannavaro insieme ai mondiali del 2006. Sempre per chi se ne intende.
Al novantacinquesimo minuto, ad un soffio dal fischio finale, la grande paura. Rigore per gli avversari. A batterlo il temuto avversario, uno di quelli il cui nome è segnato negli “annali” del calcio regionale. Fischio dell’arbitro, tiro alto sopra la traversa. I tre fischi finali. La gioia, i brividi sulla schiena. La sua strenua, quasi eroica, difesa del vantaggio è valsa come un gol, come uno di quelli che non avrebbe mai immaginato di segnare ancora, alla sua età e da solo.
Poi come fece altre mille volte, un’altra doccia negli spogliatoi con i compagni, l’ennesima per Marco. Forse l’ultima. Il capo chino all’uscita degli spogliatoi. Le pacche sulle spalle. Gli abbracci dei dirigenti, i sorrisi dei tifosi, la cena dei festeggiamenti in paese. Infine il ri-
torno a casa dalla compagna, che le regalerà presto una figlia.
Sarà questa la sua più grande vittoria.
La mia più grande vittoria. - - -
Sì, Marco sono io, caro lettore. Per una volta ho voluto mandare avanti lui (nel racconto), per farmi coraggio. Come quando – ad uscire dalla barriera incontro alla palla calciata con forza – andavo sempre io, il più rapido. Quante pallonate ho preso! Questo tipo di coraggio non mi è di certo mancato nei campi da gioco. Quello che è più difficile e più importante avere è quello nella vita.
Io continuo a metterci tanto fiato, gambe e cuore. Pur sapendo che a volte non basta per vincere le partite o qualche maledetto spareggio che la vita ci riserva. Lo so, potrebbe non bastare. Ma non importa. Servirà a guadagnarmi ogni giorno il sorriso di mia figlia.
Ed è per questo che ancora corro.
La campagna di mio nonno (Pietro)2020
C’avevi visto lungo, caro nonno. Quel pezzo di terreno incolto e scosceso che comprasti negli anni ‘80, per uscire dal “caos” di Sassari, tu abituato ai piccoli paesi, era più dell’oro come avevi subito intuito. Tu, minatore e contadino, la terra la conoscevi eccome. Fin dalle sue viscere, si potrebbe dire.
Ma soprattutto conoscevi bene il lavoro della campagna venendo con tua moglie e le tue giovani figlie dalla generosa Umbria. In famiglia ci ricordiamo tutti le parole che ripetevi a mio babbo, insegnante di scuola a Nùoro e poco incline ai lavori manuali: “Titino, sai perché è duro lavorare la terra? Perché la terra è bassa, caro mio. Devi piegare la schiena per lavorarla. Ti devi abbassare. Per questo è dura.”
Ma quando a Cortoghiana, vicino a Carbonia, ci portavi a vedere la tua vigna e il tuo orto dove tenevi galline e conigli, per noi nipoti era solo una
festa. Come facevi poi a tenere aperta tutto il giorno quella piccola osteria in paese, dove vino e coca cola accompagnavano le lunghe partite di carte e di bocce degli avventori, e al contempo a rendere così rigogliosa ogni cosa che piantavi, rimane un mistero.
Faccio per dire. Era il duro lavoro il tuo segreto. Tutto da solo, poi.
Sì, perché quando ti venivamo a trovare le domeniche di ottobre e ci chiedevi di aiutarti a fare il vino, lo facevi solo per farci divertire. L’ho capito dopo, sai, ma in quei giorni ci facevi credere di essere già grandi. Ci chiedevi di saltare e saltare e pestare così con i piedi nudi e tra mille risate l’uva nera che gettavi nel vascone. Per noi era uno spasso. A pensarci ora, qualcosa di ancestrale, di fantastico, direi.
Fantastico come il tuo fiuto per la terra. Ecco perché quando hai visto quella campagnetta appena fuori la città di Sassari, lungo la vecchia strada che porta ad Alghero, ti sei subito innamorato. Mi piace immaginarti chinato che prendi un pugno di quella terra, ne senti il suo profumo, forse
l’assaggi con la punta della lingua e dopo averla sputata a bassa voce dici: “Questa è terra buona, questa sarà la mia nuova terra”.
Dopo le tue terre del Sulcis, nel sud della Sardegna, quella della miniera di Serbariu, ricca per gli uomini ma alle volte maledetta per i suoi lavoratori come lo fu poi anche per te e il tuo polmone malato, e quella di Cortoghiana poco distante dalla tua osteria, questa sassarese sarebbe stata la tua terra. Quella nel nord della Sardegna.
Hai arato e piantato olivi e viti e chissà quante altre piante. Hai piegato altre mille volte la tua esile ma forte schiena, finché un giorno ti sei dovuto arrendere all’età. Sei tornato a stare in città andando solo ogni tanto in campagna accompagnato da tua figlia Giuseppina e dal tuo genero Gavino, la spalla ideale per le tue spassose battute e per le tue interminabili partite a carte.
Ogni tanto e poi sempre meno, finché te ne sei andato. Era la fine degli anni ‘90, era proprio la fine di un secolo. Dopo di te però quella terra non è ri-
masta incolta. Nient’affatto. È stata presa in custodia da tua figlia Giuseppina che ci ha messo tutto l’amore che una figlia può avere per il proprio padre. Per un padre come te.
Oggi a rivedere questa terra ancora mi sorprendo ed emoziono. Quanto è bella. Quante specie di piante e di fiori per me rari continuo ad ammirare ogni volta che vengo qui. Sarà stato e sarà anche il sole e il clima della Sardegna, terra unica o ancora meglio “altra” come qualcuno l’ha definita. Sarà anche.
Ma più di ogni altra cosa, sono convinto, sono state le tue mani e il tuo sapiente lavoro di contadino umbro, caro il mio nonno Pietro (che onore e sentimento ancora oggi portare il tuo nome) a fare questo miracolo. Un miracolo della natura che da vent’anni continua attraverso le mani più delicate ma altrettanto forti della tenace e cara zia Giuseppina.
Quanto è incredibile la tua campagna, nonno. È verde come l’Umbria e poi altra, come la Sardegna.
Castelluccio - 2018
Di te mi ricordo le prime gite da studente universitario e poi tante altre ancora, anche se non so più bene da cosa. Ti ho conosciuto là. Era come andare in un altro mondo, quello delle montagne. Per me che venivo dal mare, arrivare in macchina prima nel tuo alto e grande piano e poi salire sulle tue cime, quelle dolci del monte Vettore, era come toccare il cielo. Ma della tua bellezza mi sono accorto solo dopo.
La bellezza spesso si vede solo quando ti innamori, di qualcosa o di qualcuno. Fino ai tuoi laghi ho portato il mio amore, come una prova, una sfida, superata in pieno. Anche se poi non c’era nulla da sfidare. Né la natura né l’amore accettano sfide, siamo noi a volte a volerle cercare, spesso inutilmente.
Neppure la vita ti sfida anche quando sembra farlo. In fondo a tutto c’è sempre un fiore. E tu di fiori te ne intendi, vengono qui da tutto il mondo per vederli. Quest’estate ho portato
da te il mio fiore, quella specie rara, perché per ognuno unica, che ciascun genitore coltiva con la massima delle cure.
La mia piccola è salita sui tuoi cavalli, godendo di quella libertà che qui si respira come in pochi altri posti al mondo. Ha giocato nelle tue giostre logore, troppo fragili per il tuo duro clima. Di fronte a tutto ciò, quando scattavo l’ennesima foto, ho capito e mi sono rasserenato.
Il terremoto ti ha ferito, ma non ha sconfitto la tua bellezza, anzi, l’ha resa più forte, più rude e per questo ancora più preziosa. Che questa tua forza di montagna, che dicono essere magica, possa passare i mari e dare manforte alla mia amata isola. Ferita anch’essa, ancora una volta, dalla forza dell’acqua o forse più dalle insane sfide che l’uomo continua a fare alla natura.
Castelluccio (e Nùoro) for ever.
Madre terra, terra madre - 2019
A malincuore devo ammettere che non ti ho mai dato neppure una possibilità. Seppure tu, facendomi nascere in te, mi hai offerto quella più grande. E che io non l’abbia saputa cogliere. Nascere in Sardegna equivale a nascere in un ventre tra i più antichi e più belli che l’umanità ancora conserva.
Allontanarsene parrebbe a tutti gli effetti un peccato, persino inspiegabile. Lo testimonia il fatto che quando in continente dici che sei sardo, la risposta una volta su due, è: “E che ci fai qui?”.
Una volta un pastore sardo in un celebre documentario disse: “Sa sardigna este unu paradisu”. Veramente usò il condizionale e il motivo era la crisi decennale di quella parte vitale dell’economia regionale costituita dalla pastorizia e dovuta al rovinoso deprezzamento del latte e all’importazione di carni dall’Est Europa, poi rivendute nel resto d’Italia per sarde. Temi purtroppo ancora di tremenda attualità, come noto. Ma non può essere sempre l’economia il punto primo e
ultimo delle cose.
Il punto nel caso della Sardegna è prima di tutto la sua bellezza. Quanto sei bella, Sardegna mia. Sei bella come una donna che - per troppa bellezza - non si riesce ad avvicinare e davanti alla quale si blaterano che poche e vane parole. A me per primo quante volte è successo e ancora succede.
Sarà per questo Sardegna cara, che sono fuggito davanti al tuo sguardo, davanti ai tuoi occhi in primavera verdi di campagna e in estate turchesi di mare. Sarà per questo che a diciott’anni ho varcato i tuoi confini senza farvi praticamente ritorno, se non per rispettare il quarto comandamento: onora il padre e la madre.
Che storia, la mia. Alla madre terra ho preferito la terra (di mia) madre. Mamma Lea, nativa di Costacciaro a pochi chilometri da Gubbio e figlia di nonno Pietro (che onore portare il nome del mio nonno minatore). Lei (o Lea, fa poca differenza) ha sempre amato la sua terra, l’Umbria, anche dopo chealla giovanissima età di 15 anni - si trasferì in Sardegna prima a Carbonia
e poi a Nuoro dove conobbe, quello sì un nuorese doc, mio babbo all’anagrafe Giovanni Agostino noto Titino.
A mia madre il suo amore per l’Umbria non le ha impedito tuttavia di innamorarsi della regione che l’accolse e la adottò, la Sardegna. È un po’, in fondo, quello che è successo a me. Amo la Sardegna e amo altrettanto l’Umbria. L’amore delle volte non è esclusivo.
Ma a me questa cosa non basta.
Sento di avere dei conti in sospeso, sento di non aver dato alla mia terra d’origine quello che in quei primi 18 anni e oltre lei ha dato a me. È una questione fra noi, la Sardegna e me.
Direi piuttosto è una questione fra me e me. Che ne sanno in fondo la Sardegna e i sardi di me, di uno dei suoi tanti figli che l’hanno abbandonata?
Puoi vivere dove ti pare, puoi vivere come me ti pare, puoi vivere con chi ti pare, ma non puoi scordare da dove vieni. Se poi quella terra è la Sardegna, amico mio, quella terra te la porti dentro.
Sei come un contadino che muove la terra e poi concima il proprio orto.
Entri a casa contento, fiducioso per il prossimo raccolto, ma stanco e desideroso solo di farti una bella doccia. Ti togli i vestiti e trovi terra nelle tue tasche; ti fai la doccia e trovi terra fra le tue unghie. Ti fai lo shampoo e trovi pietruzze fra i tuoi capelli. Quella terra, non ti lascia mai.
Sai che domani o un altro giorno ci dovrai andare ancora in quel campo che in fondo è la tua vita. Sai che quel lavoro così duro è in fondo il tuo lavoro. Sai che, per quanto aspra e silenziosa, quella terra ti ha dato tutto.
E tu cosa hai fatto per lei? Cosa hai fatto tu, Pietro, per la tua cara isola? Cosa hai fatto o che farai? Lei è ancora lì che ti aspetta, come se non l’avessi mai lasciata. Come una donna ormai lontana che sai di amare ancora nel profondo. Lei è là, forse non è la stessa ma in fondo cosa pretendi? Non potrà più essere tutto come prima, quell’amore, ma un giorno potrai forse sì riabbracciarlo e godere ancora del suo calore immenso.
La mia bici – 2018
Sei stata un regalo collettivo. Uno per tutti, tutti per te.
Babbo Titino ti prese da Nicola, e da chi se no? A Nuoro c’era solo lui o meglio lui era il migliore. Sembrava (anzi forse era proprio così) che ci vivesse, in quella sua officina-negozio di via La Marmora. Poco dopo zia Maria, a scendere. Nicola, quel signore alto e gentile, c’era sempre. Con un sorriso e tanta umiltà e un cacciavite in mano, come cantava in quegli anni la canzone del primo grande Lucio.
Tu, una Bianchi, non sei stata la sola bicicletta che trovò spazio nella nostra cantina di via Pietro Nenni. Dopo di te venne una Atala. Sempre una bici da corsa e bella uguale. Ma non famosa come te. Tu eri una Bianchi, la Bianchi, non una qualsiasi. Quella che vinse il campionato del mondo qualche anno prima, nel 1973/1974.
Quella fama ci affascinò subito, a noi fratelli e sorelle. E poi quel tuo colore verde acqua, semplicemente unico e così tremendamente simile al mare
cristallino di Sardegna su fondale bianco di sabbia.
Ma tu non eri solo bella. Tu la strada te la mangiavi. E lo hai fatto con me, allora nelle sinuose salite del Monte Ortobene o nella vertiginosa discesa che da Dorgali porta a Cala Gonone (la Montecarlo d’Italia, come la chiamava all’epoca il caro zio Gigi). E ora nei più lievi saliscendi delle colline umbre. Tu, non mi ha mai tradito.
Neppure quando la mia insana voglia di velocità, come uno sciatore novello in una pista nera, mi accecava. E inebriato guardavo salire il contatore di velocità come se fossi Moser al record dell’ora nel 1984. Ma io ero io. Quando tagliavo male le curve o quando per distrazione prendevo qualche buca o magari qualche piccolo sasso. Tu sei sempre stata ferma, immobile, come la mano di un chirurgo.
Anche quella volta che sulla discesa per San Martino, tra quello in Colle e quello in Campo, saltò il freno di dietro. Il mio cuore batté forte convinto che la maggiore rigidità di quello davanti non mi avrebbe permesso di fermarmi senza cadere a quella fol-
le velocità. E invece, come la tirata di un gregario in una volata vincente, la frenata fu perfetta. Come perfetta è del resto la piana dei campi coltivati e degli ordinati vigneti a cui la strada poi conduce dolcemente. Lo ammetto. Non ti ho mai dato grandi soddisfazioni. Non sono mai stato un ciclista costante, neppure amatoriale. Ho fatto come si sa un altro sport, il calcio. Molto diverso dal ciclismo. Ma non ho scuse. Sono stato e sono un discontinuo. Non mi posso neanche definire un ciclista della domenica. Quelli che ora invidio ogni volta che passano davanti a casa, in Strada Tuderte. A te quando raramente ti prendo, devo togliere via quel velo di polvere che ti ricopre. Che vergogna.
Ecco allora perché scrivo di te. Per renderti merito, certo, ma forse anche per scrivere un po’ di me. Per pensare e convincermi che quando mi sento là messo nell’angolo, quando penso di non farcela perché non ho le gambe di un ciclista e la salita si fa dura, beh, in quei momenti mi fermo e penso, o meglio scrivo. E allora mi ricordo che ho sempre lottato. Nel campo da cal-
cio come nelle salite con te. E nella vita, banale forse dirlo, ma lo dico. Da solo o con chi mi ha voluto e mi vuole bene.
In fondo, in questo siamo molto simili. Non ci faremo mai mettere da parte, almeno non del tutto. Ed è per questo che parlo di te. Perché so che ci sei e se questa domenica mi vorrò veramente bene, uscirò con te per fare un altro giro e tutto sarà più bello.
Ancora una volta. Ancora con te, la mia bici.
The Bridge – 2021
Non mi sono mai piaciuti gli articoli di marca. Non so perché. Forse perché da ragazzo, non mi sono mai piaciute le persone che li indossavano. Tipo i paninari, con i loro piumini e le scarpe firmate. Timberland, mi sembra, roba da fighetti. Che poi a Nuoro, i paninari erano quelli che giocavano a pallacanestro. Io, come mio babbo e i miei fratelli, giocavo invece a pallone. Lo sport del popolo. Ti basta una strada, due porte fatte anche con quattro giubbotti come pali e via. Che poi a pensarci bene, anche la pallacanestro in fondo è così. Ti basta una palla e un canestro. Infatti in America, se non sbaglio, mio cugino Gabriele lo sa che lui è stato negli States, è questo lo sport del popolo. Non sarà stata allora tutta una cazzata, questa dei paninari fighetti. Sarà stata forse solo invidia. Che loro le ragazze sì che ce le avevano tutto l’anno, mica come me che dovevo aspettare l’estate per baciarne forse qualcuna. Sarà andata in fondo così, ma non m’importa.
Riguardo alle robe firmate, le uniche scarpe di marca (ma economiche) che mettevo, erano allora le scarpette da calcio, appunto. Per forza di cose. Altre di marca non se ne vedeva neppure l’ombra a casa mia. Non che me ne fregasse niente, sia chiaro. Ma è per capire. Saranno state le storie di famiglia, di sette figli, che babbo ci raccontava; di vestiti scambiati con i fratelli più grandi, di scarpe, appunto, un paio tutto l’anno quando andava bene, a farmi diventare in quegli anni ‘80 un antesignano del “No Logo” di Naomi Klein (1999).
Che poi però, a pensarci bene, non fu così quella volta che vinsi un paio di scarpette firmate, Adidas mi sembra, come miglior giocatore nel torneo di Bitti. Me le regalò di persona Peppino il mio primo allenatore e scopritore (se solo avessi fatto una carriera calcistica degna di nota). Quelle scarpette-premio le ritirai nel negozio di articoli sportivi di suo fratello, Salvatore se ricordo bene (ah no era Mario, mi ricorderà poi, nel commento a questo post, il mio caro amico ed ex-compagno di squadra, Gianni). Fu una gioia incredibile, mi sembrava di
aver vinto il pallone d’oro. Allora perché tutta questa contentezza? Per il riconoscimento in sé oppure forse per la marca? Sarà stato così in fondo, ma non m’importa.
Quello che m’importa viene dopo, il giorno della mia laurea, a Perugia nel 1993. Quella volta c’erano le persone che per me allora contavano, e ancora contano. Alcuni cari amici e amiche dell’università, i miei genitori, gli zii, i fratelli e le sorelle che potevano essere presenti quel giorno.
E poi mio nonno, mio nonno Pietro. Il nonno minatore, il nostro eroe dai polmoni straziati dal carbone, che nonostante la malattia quella volta e per me, era tornato nella sua terra, l’Umbria, per quello, che qualche anno dopo, scoprimmo purtroppo essere l’ultimo suo viaggio in continente.
Poi c’era zio Bachisio, che veniva da Roma, ma sardo fino all’ultimo capello, come era chiaro ogni volta che tornava con la sua famiglia in Sardegna. “Sardu soe”, come dice suo fratello e mio padre Titino. E come, soprattutto, più in là negli anni ci diede la gioia di leggere e di scoprire. Zio
Bachisio. Come ha raccontato lui nei suoi libri, l’essere sardo e nuorese, lo hanno fatto in pochi, compresi i più grandi e celebri scrittori sardi. Fu lui probabilmente a regalarmi la prima cosa firmata della mia vita (dopo le scarpette da calcio, quelle però le vinsi). Fu in occasione appunto, della mia laurea. Zio Bach, come più tardi qualcuno in famiglia cominciò a chiamarlo, si presentò davanti al rettorato dell’Università degli Studi di Perugia dove avevo appena esposto la mia tesi con la leggendaria Prof.ssa Raveraira.
Si presentò, dicevo, con una 24 ore in pelle, firmata. The Bridge, era la marca. Avevo capito subito il valore e la qualità di quell’oggetto di marca; le sue rifiniture, la sua essenziale eleganza non potevano sfuggire neppure a un “indifferente”, ad un “no-logo” come me. Ma dovettero passare 10 anni prima di dare a quella borsa un valore grande, quanto oggi non so neppure descriverlo.
Io credo che ci siano connessioni fra le persone, anche fra quelle che non si conoscono ancora o non si conosce-
ranno mai. Quasi che queste connessioni preesistano e si mantengano nel tempo, a prescindere poi se le persone si conosceranno oppure no nella loro vita. Fra zio Bachisio e la mia Francesca c’era eccome questa connessione, come poi si rivelò grazie anche alla Bridge.
Conobbi Francesca che avevo 32 anni, ci fidanzammo quasi subito. La sua elegante bellezza mi colpì fin dalla prima volta che entrò nella nostra agenzia, la Clicca e Crea, mia e di tre cari amici. E dove proprio Zio Bachisio, mi ricordo, venne all’inaugurazione con Zia Annamaria e vinse una stampante. A getto d’inchiostro, le laser all’epoca circolavano ben poco. Che tempi, una delle prime agenzie web di Perugia, era il 2000. Allora con Francesca eravamo vicini di ufficio, all’Ottagono in via Martiri dei Lager. Non sapevo ancora come sarebbe andata con lei, non sapevo se la mia perenne timidezza mi avrebbe giocato brutti scherzi anche stavolta, come spesso mi capitava con le ragazze che più di tutte mi piacevano. Ma forse quella volta no, non sarebbe andata così. Lo capii forse quella sera quando usciti dai rispet-
tivi uffici ci incontrammo in ascensore. Avevamo entrambi una “Bridge”, ci guardammo, ridemmo.
Forse solo allora capii il valore di quella borsa, o diedi così tanto valore a quella borsa. La stima e l’ammirazione che avevo allora per mio zio era pari, seppure completamente altra cosa, al fascino che questa ragazza esercitava verso di me. Il fatto che avessi con me quella borsa, forse chissà, mi ha reso invincibile, tipo le ragnatele ai polsi per Spiderman. Il fatto che Francesca avesse con sé quella borsa, chissà, sarà stato solo un caso. D’altronde The Bridge sarà stata venduta in tutta Italia, negli anni, in milioni di esemplari. Sarà stato così in fondo, ma non m’importa.
Nel mio ufficio ho sempre con me la mia Bridge che mi ha regalato zio Bachisio e poco più in là in una mensola in legno scuro c’è la Bridge di Francesca. La mia Bridge la uso ancora, ci vado spesso dai clienti che si aspettano di vedermi con un MacBook Pro in mano, piuttosto che con una borsa in pelle vecchio stile. Sarà così in fondo, ma non m’importa.
Continuano a non piacermi gli articoli di marca. È così, ma questo in fondo non m’importa. Tenetevi stretti i ricordi, custodite con gelosia gli oggetti che vi aiutano a farli riaffiorare, che siano di marca oppure no, poco importa. Non importa niente, in realtà.
Qualsiasi cosa che avete può avere un valore incredibile, può collegarviquasi come un “bridge” come un ponte - con le persone che avete amato e che amate ancora.
È così. Ed è questa la cosa che in fondo importa.
Saresti potuto essere - 2018
Saresti potuto essere. se solo l’avessi voluto. Il fatto è che neppure tu sapevi cosa. Mille idee corrispondono a non averne una. Eppure ti bastava seguire i consigli di tuo padre. O di tua madre. Che poi erano gli stessi. O seguire la normale evoluzione delle cose.
Per uno come te bastava fare questo. Seguire l’onda. E non venirmi a dire che ti sono mancate le opportunità. Quelle ci sono state, eccome. Ma se fai finta di non vederle, equivale a lasciarle andare via. Vuol dire forse che avevi in mente altro. Ma cosa, amico mio? Cosa diamine avevi in quella testa vuota, che poi vuota non è? Cosa? Me lo sto ancora chiedendo. E non venirmi a dire che sei stupido. Non ti azzardare neppure a pensarlo o a mettere in dubbio per un solo istante la tua intelligenza. O la tua preparazione. Non stare a vedere i voti della scuola o dell’università, per carità. Quelli contano ben poco. Quando superi la sufficienza caro mio, quella basta e avanza. Te lo dico io che neppure ce l’avevo.
Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, la tua intelligenza era unica, superiore forse a quella di chiunque altro. Non un’intelligenza qualsiasi, la tua. Non un’intelligenza logico-matematica o di altro tipo. Ho letto da qualche parte che di intelligenze ce ne sono almeno di sette tipi. Ma nessuna corrisponde alla tua. E allora la tua era altra cosa, non so, forse andrebbe chiamata diversamente se solo ci fosse un termine per descriverla. O se solo lo sapessi. In fondo tu, testa dura come tuo nonno, hai sempre guardato altrove. Dalla parte opposta a quella che gli altri ti dicevano di guardare. Prima la scelta della facoltà, poi quella del master post laurea. Poi i concorsi. Sì, quelli che non hai mai dato. Neppure ad uno ci hai provato. Allora che diamine l’hai presa a fare quella laurea, perché diavolo tutti quei sacrifici?
Mica i tuoi, tu ti sarai anche divertito a studiare o a fare quel maledetto sport, neppure fossi diventato un campione, suvvia. Dico i sacrifici, quelli dei tuoi genitori. Cosa credi, che quando facevi le feste con
gli amici dell’università loro erano a cena fuori al loro paese, a cenare con spumante e caviale?
E poi il lavoro. Che cosa hai voluto dimostrare con quello? Che spaccavi il mondo. Che nessuna azienda neanche la più grande della tua regione fosse degna di te? Volevi fare carriera dal primo giorno che ti avessero assunto. E per cosa? Per quell’intelligenza che non ha neppure un nome? E che comincio a dubitare che tu l’abbia davvero? E no, amico mio, ora non venirti a lamentare con me. Proprio con me che più di ogni altro ti avevo messo sull’avviso. E non farlo neppure con te stesso. A lamentarti. No, non ti lamentare, amico mio. Non ti lamentare perché hai una fortuna che neanche ti immagini quanto sia grande. Sì, la mia è tutta una fottuta invidia. Tu hai la libertà, amico mio.
La libertà di sbagliare e poi correggerti, di cadere e poi rialzarti. Hai il destino nelle tue mani e quando tutto ti apparirà incerto sappi che tutto dipenderà da te. Ed è una gran cosa, sai. Lo è, perché sei rimasto solo tu
così dannatamente forte in questa società molle. L’unico veramente con la schiena dritta, in grado di reggere il peso di certi macigni.
Sì, perché tu non sei mai sceso a compromessi. Non hai mai scambiato un tozzo di pane per un pezzo della tua dignità. Tu sei sempre andato dritto per la tua strada e ora fai quello che ti piace fare. Non quello che hai sognato, perché non hai sognato. Non quello che ti hanno detto gli altri, perché avrebbe soddisfatto le loro ambizioni, non le tue.
Qualunque cosa tu sei o sarai lo dovrai solo a te stesso e alle persone che hai scelto essere tue care. Il cielo è terso per te anche quando piove. Hai mai visto piovere con il sole? Hai mai sentito un brivido sulla schiena d’estate? Certamente sì, la tua vita è questa roba qui.
È il tuo tempo e solo tu lo potrai godere.
(dedicato a tutti quelli che non sono quello che gli altri avrebbero voluto che fossero)
4 VIDEO RACCONTI
Il viaggio (passengers) – 2011

Naturalmente Umbria – 2014

Sardegna, immagina la bellezza – 2020

Millefiori per Te, Frascaro di Norcia – 2023

Tornare all’uomo
“Interrogare sé stessi per comprendere gli altri. Non fermarsi alle apparenze o a becere convenienze, ma andare oltre, andare dentro alle cose. Con le fotografie di Pietro Floris, viene proposto ogni volta un punto di vista semplice nell’osservazione delle cose, dei luoghi e, in questa mostra, delle persone.
È un punto di vista che talvolta appare divertente, quasi canzonatorio, ma che non si riduce a ciò. Va oltre appunto, entra dentro nell’animo delle persone, nei loro pensieri.
O quantomeno si illude di farlo. Non si ferma allo scatto ma lo vorrebbe ogni volta commentare, raccontare, come a voler caricare sul personaggio tutte le domande, esistenziali e non, che l’uomo si pone” 1 .
1 Dall’introduzione alla mostra d’arte, curata da Luca Boccardini, dal titolo “Trasmutazioni” (Roma, marzo 2019), a cui ho partecipato con le mie fotografie insieme a due grandi artisti umbri quali Luciano Boccardini e Massimo Boccardini.






La signora con l’ombrello










Le notizie di ieri





Pietro Floris è presidente dell’odv Il Giardino di Francesca con sede a Perugia.
Parte del ricavato del libro andrà a sostenere i progetti nel sociale dell’organizzazione.
Per maggiori informazioni: w .francescabellini.it info@francescabellini.it