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Cesvol
Centro Servizi Volontariato Umbria
Sede legale:
Via Campo di Marte n. 9 - 06124 Perugia
tel 075 5271976
www.cesvolumbria.org - editoriasocialepg@cesvolumbria.org
Edizione ottobre 2024
Coordinamento editoriale e impaginazione di StefaniaIacono
Copertina di PamelaCeccarelli
Stampa Digital Editor - Umbertide
ISBN 9788831491747
Per le riproduzioni fotografiche, grafiche e citazioni giornalistiche appartenenti alla proprietà di terzi, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire. È vietata la riproduzione, anche parziale e ad uso interno didattico, con qualsiasi mezzo, non autorizzato.
I valori positivi, le buone notizie, il bene che opera nel mondo hanno bisogno di chi abbia il coraggio di aprire gli occhi per vederli, le orecchie e il cuore per imparare a sentirli e aiutare gli altri a riconoscerli. Il bene va diffuso ed è necessario che i comportamenti ispirati a quei valori siano raccontati.
Ci sono tanti modi per raccontare l’impegno e la cittadinanza attiva. Anche chi opera nel volontariato e nell’associazionismo è ormai pienamente consapevole della potenza e della varietà dei mezzi di comunicazione che il nuovo sistema dei media propone. Il Cesvol ha in un certo senso aderito ai nuovi linguaggi del web ma non ha mai dimenticato quelle modalità di trasmissione della conoscenza e dell’informazione che sembrano comunque aver retto all’urto dei nuovi media.
Tra queste, la scrittura e, per riflesso, la lettura dei libri di carta. Scrivere un libro per un autore è come un atto di generosa donazione di contenuti. Leggerlo è una risposta al proprio bisogno di vivere il mondo attraverso l’anima, le parole, i segni di un altro. Intraprendendo la lettura di un libro, il lettore comincia una nuova avventura con se stesso, il libro viene ospitato nel proprio vissuto quotidiano, viene accolto in spazi privati, sul comodino accanto al letto, per diventare un amico prezioso che, lontano dal fracasso abituale, sussurra all’orecchio parole cariche di significati e di valore.
Ad un libro ci si affeziona. Con il tempo diventa come un maglione che indossavamo in stagioni passate e del quale cerchiamo di privarci più tardi possibile. Diventa come altri grandi segni che provengono dal passato recente o più antico, per consegnarci insegnamenti e visioni. Quelle visioni che i cari autori di questa collana hanno voluto donare al lettore affinché sapesse di loro, delle vite che hanno incrociato, dei sorrisi cui non hanno saputo rinunciare. Gli autori di questi testi, e di
tutti quelli che dal 2006 hanno contribuito ad arricchire la Biblioteca del Cesvol, hanno fatto una scelta coraggiosa perché hanno pensato di testimoniare la propria esperienza, al di là di qualsiasi tipo di conformismo e disillusione.
Il Cesvol propone la Collana dei Quaderni del Volontariato per contribuire alla diffusione e valorizzazione della cittadinanza attiva e dei suoi protagonisti attraverso la pubblicazione di storie, racconti e quant’altro consenta a quel mondo di emergere e di rappresentarsi, con consapevolezza, al popolo dei lettori e degli appassionati.
Un modo di trasmettere saperi e conoscenza così antico e consolidato nel passato dall’apparire, oggi, estremamente innovativo.
Salvatore Fabrizio Cesvol Umbria
Nota introduttiva p.7
La favola di plastica - Francesca Montanari p.9
Impalpabili miscele dalle mani di un gigante - Laura Adriani p.21
Impronte - Norma Beatriz Vecchi p.24
La casa di Marisa - Norma Beatriz Vecchi p.26
L’apparizione - Tiziano Manni p.32
La stazione jazz - Tiziano Manni p.34
Nonno Fiore - Tiziano Manni p.34
Luce - Nicola Castellini p.38
Biografie
Francesca Montanari p.49
Laura Adriani p.50
Norma Beatriz Vecchi p.51
Tiziano Manni p.53
Nicola Castellini p.54
Pamela Ceccarelli p.55
Nota introduttiva
Si rinnova la collaborazione letteraria tra noi di Arrivo APS e il Cesvol di Perugia. Siamo giunti alla sesta pubblicazione nella preziosa collana dedicata ai Quaderni del volontariato. A 2 anni da Storie di Arrivo, il nostro primo libro collettivo, presentato a Umbria Libri 2022 con una performance di Arrivo Quartet composta dal sottoscritto, Nina Filippo, Benedetta Rocchi e Carlo Floris, torniamo alla carica con una serie di racconti inediti in alcuni casi raccolti nel tempo, in altri casi scritti per l’occasione. Troverete l’inizio quanto meno singolare: una favola illustrata dalla stessa autrice, Francesca Montanari, concepita diversi anni fa e gentilmente concessa. È una licenza poetica che ci siamo attribuit_ sulla base soggettiva secondo la quale una favola letta a qualcun_ può diventare un racconto.
Leggere a qualcun_ significa comunicare e creare un rapporto fonte-ricevente, dove il testo viene incarnato dell’interprete che, con la voce, le pause, i toni, i ritmi e la sua anima produce un’emozione istantanea e fugace, produce un senso attraverso le parole. Di questa raccolta di racconti noi intendiamo declamare e portare nelle piazze, tra la gente, la nostra favola. Ci piace l’avanguardia intesa come avanzamento dell’impensabile, per tracciare nuove rotte alla scoperta di mondi troppo lontani e gai.
Basta alzare lo sguardo all’insù e contemplare.
Buona lettura
Nicola Castellini
Francesca Montanari

C’era una volta un mondo di plastica.
Un mondo tondo, un po’ obliquo, ma che pareva comunque reggersi in piedi abbastanza bene.
Plastica rossa, plastica marrone, plastica blu e plastica arancione, plastica calda e plastica fredda, plastica morbida e plastica dura, plastica dolce, plastica amara e plastica salata.
Si diceva che scavando una buca si scoprivano nuovi strati di plastica sotto alla plastica, strati antichi e strati inaspettati.
Si diceva pure che al centro di quel mondo tondo la plastica fosse di fuoco. Nessuno c’era mai arrivato, a parte qualche personaggio di certi libri, ma la prova del fuoco si vedeva quando usciva dalle bocche dei vulcani.

Io c’ero nata, in quel mondo multistrato. Era bello camminarci a piedi scalzi. Sedercisi a gambe incrociate, prenderne un pezzetto e, dopo averlo un po’ scaldato, impastarlo e dargli la forma degli animali. Era bello farci un buco con un cacciavite, metterci un semino lucido, aspettare, e dopo un po’ mettere un germoglio al posto del semino.
Mio nonno la lavorava, la plastica. La rompeva, la girava, e la ricompattava. Aspettava, sudato, e osservava come mia nonna pian piano metteva i germogli al posto dei semini.
E da marroni quei germogli diventavano verdi, poi gialli, poi rossi, e ancora marroni. Un sacco di nonne, si diceva, si adoperavano ogni anno per sostituire i germogli e cambiarli di colore.
E il tempo sembrava passasse grazie a quelle sfumature, e ai germogli che diventano alberi pieni di foglie, e alle nonne che invecchiano mentre il vento scorrazza tra i rami resistenti.
Nel nostro mondo solido si mangia freddo, perchè a cuocerli i cibi si sciolgono, e anzichè frittate, spaghetti e sufflé, si mangiano panini, tramezzini e crudité, e pinzimoni e insalate e pomodori rossi, conditi ma non arrostiti. Le farfalle sono trasparenti, e anche le meduse, e i fiori su cui volano i calabroni, che hanno i pungiglioni di silicone.
I letti anziché cigolare scricchiolano, e le lenzuola sono isolanti e con le bollicine, che i bambini fanno scoppiare tutte la prima notte, perciò dormono poco e il giorno dopo vanno a scuola con le occhiaie e sbadigliano tutto il tempo. E intanto la maestra scrive col gesso che non si consuma sulla lavagna chiara, e non si legge bene neanche dalla prima fila.

I continenti sono fatti della stessa sostanza dei mappamondi, ed hanno anche le stesse tinte, così tutto torna ed è facile studiare geografia ed è facile orientarsi, specie ai confini di stato.
Le nuvole sono rigide e trattengono tutti i liquidi, e quando piove è per via di un aereo sottile che sputa le gocce da un serbatoio cilindrico. I motori sono a temperatura ambiente perciò non c’è combustione, c’è solo una vela delicata e per sicurezza un pallone.
Solo alcune, di nuvole, a volte fanno uscire la pioggia, sono quelle formate dai sacchettini
annodati che volano via di notte dai luna park. Dentro hanno i pesci rossi e quando si bucano cade un po’ d’acqua insieme ai pesci rossi. A me piace quando piovono i pesci rossi.

C’era, tra i nonni, chi parlava di certe leggende, nascoste nel fondo dei pozzi, e che raccontava di come la plastica era arrivata, su un mondo che c’era una volta e che era di terra. Se n’erano accorti pian piano, quando nei boschi, tra l’erba, al posto dei funghi erano spuntate le prime bustine leggere. Soffiate dal vento cambiavano forma, e diventavano bicchieri, bottiglie, posate, reti e soldatini. Qualcuno diceva venissero dalle città, che non avevano più spazio né negli armadi né nei cassetti né nelle scarpiere.
Arrivarono anche al mare, e lì formarono le prime isole, dove ai pesci e alle tartarughe piaceva mangiare le alghe croccanti che crescevano sulle rive, e di plastica croccante poi erano i pesci che venivano pescati. A me piace quando piovono i pesci rossi.

Forse un giorno diventerò croccante anch’io, e in qualche modo mi abituerò, e non penserò più né ai nonni né ai pozzi. E dirò che in principio fu una gallina, che un giorno per scherzo fece un uovo di cioccolato, con dentro, a mò di sorpresa, un pulcino di plastica
illustrazioni: acquerello, plastica e materiali misti su carta

In una culla vibrano i nostri sensi e le nostre parole, abbracciati placidamente da questa madre amorevole con i suoi figli in grembo, che è la natura, con il suo spirito gentile. Facevano strada al mio passo, un poco svogliato, i movimenti disordinati dei ciottoli di ghiaia e delle foglie, spostati e trasportati dal vento, sollevati e roteanti, in piccoli circoli. Procedevo nel mio cammino mentre un magma di miei “invisibili e frettolosi” pensieri si lasciava riordinare da un cosmico abbraccio. Osservai il bocciolo di alcuni fiori ancora resistenti al freddo dell’autunno. Passeggiavo sotto un sole leggero e mi recai in uno strano parco, molto grande e verde. Il mio sguardo si fece subito attrarre da una certa grazia e morbidezza dei gesti di una delicata bambina. La piccola donna era intenta a gustarsi ed a radunare con cura i suoi disegni fatti a mano. Questi raffiguravano per una gran parte colline, fiori e montagne. D’altro canto i disegni rappresentavano anche molti suoi giochi preferiti, colori e cose che lei conosceva, inventava e classificava a proprio piacimento. La bambina inoltre divideva i disegni, e alcuni suoi giocattoli, in gruppetti, sistemandoli in un certo modo sopra i primi rami a lei accessibili di una o due piantine del parco. Quei posti diventavano scompartimenti che le ricordavano preferenze, impressioni, o anche semplicemente colori che, così associati alle figure e agli oggetti, la allietavano. La piccola
donna, poi, tra una corsa e un gioco con gli altri bambini, descriveva i suoi disegni con un fermo tono di voce e se ne prendeva cura. Sembrava impersonasse in lei più bambini, per quanto abbondava nella varietà dei gusti e delle inclinazioni. Si sarebbe ben prestata della musica, molta, per sollevarla e scandirne i toni e i valori. Aveva una tale fantasia e una così grande voglia di vivere milioni di cose che, con grandi passi, avrebbe potuto attraversare le montagne. Si trattava di una gigante bambina, non per via della sua forma fisica ma per la sua speciale personalità e uno sguardo molto acceso, spesso rivolto al paesaggio, ed in alto fino alle nuvole. Osservando questa brillante fanciulla e accostandola al mondo, la terra sembrava essere così un posto più piccolo, un luogo più semplice in cui vivere. Ho notato tra i miei sogni questa piccola gigantessa, durante una delle mie pause di immaginazione, in riposo da alcune faticose giornate ed ho inventato il suo nome: Vita.
Era un momento inconsueto, in cui pensavo al mio desiderio di voler “un trattamento particolarmente dolce” nei miei confronti, da parte di me stessa, durante un’esistenza ricca di esperienze. Ho espresso questo preciso delicato desiderio: “da questo momento in poi voglio riservare molta cura per le mie passioni, una speciale delicatezza, auto-dolcezza, ad accompagnare le mie vicende future”. Di questo comportamento non mi sarei dovuta dimenticare… E allora, a mio avviso, il risultato più bello e magico sarebbe coinciso con la conseguente forza d’animo battagliera, di grande utilità per le Olimpiadi della Vita. Ciò sembra una cosa quasi normale e scontata, ma succede che non sempre ci si ama in
modo delicato e attento come occorrerebbe. L’amor proprio che ho descritto proviene da un’acquisita auto-tenerezza, la quale si era nel tempo accumulata ed amalgamata come una morbida crema, a mano a mano che scorrevano esperienze, lotte, scoperte, fallimenti e conquiste. Questa crema di tenerezza, molto bella e fatta di una sostanza intangibile ma straordinaria, permetterebbe di “sognare molto in grande”.
Si potrebbero mescolare nel suo impasto quasi esclusivamente le cose positive, tenendo separate quelle negative. Ma questa forse è una teoria... Ma la delicatezza e l’attenzione restano ingredienti fondamentali, nei quali ritorna l’immagine di una bambina gigante con la grazia dei suoi gesti e l’estrema serietà ed attenzione con cui conduce i suoi pur spensierati giochi. Potrei essere io stessa... lei, lasciando che inventi e crei, potrei fantasticare su alcuni giochi poetici e sulle esperienze potenti e allegre. Potremmo noi tutti, nel serio e strano parco-giochi dell’esistenza, somigliare alla sua grazia. Aveva reso così lucente dentro sé... e intorno a sé, il mondo, che sapeva anche distrarsi da Sé e da tutto. Distacco. Come una madre nel giovane mondo esplorato. Madre, Bambina, della donna. Si accordava e si scordava di sé e pensava con cura a sua figlia.
Laura Adriani
Mi trovavo in un campeggio di fronte al mare.
Erano tre notti che la furia del vento e il frastuono delle onde sembravano non avere mai fine.
Non riuscivo a dormire. Sentivo freddo e avevo paura.
Era prima dell’alba quando il cinguettio di un passerotto mi fece capire che tutto andava
bene. Amai quell’uccellino con tutto il cuore.
Uscii a camminare sulla sabbia umida, avvolta dalla tenue, rassicurante, luce del nuovo giorno.
Sentivo la delicata carezza dell’acqua schiumosa sui piedi.
In controluce vidi diverse impronte sulla sabbia. Un gabbiano, pensai.
Lungo un tratto le sue orme erano sole, poi affiancate da altre più piccole appartenenti ad un uccello a me sconosciuto.
“Che bello!” pensai; il gabbiano ha trovato un amico e ha continuato a camminare in sua compagnia.
Una piccola storia scritta sulla sabbia!
Mi chinai per fotografarla. Provai diverse volte.
Impossibile, il tremore delle mie mani era severo.
In quel momento una voce, con forte accento tedesco, mi chiese: “ti posso aiutare?”.
Mi voltai verso di lei e vidi un viso sorridente. “Si” risposi, quindi inquadrai la mia foto e lei, con la sua mano ferma, premette l’otturatore.
Ci siamo presentate scrivendo i nostri nomi sulla riva.
Lei riprese la sua camminata lungo il bagnasciuga.
Mi alzai, credo con un sorriso e ripresi la strada di ritorno alla roulotte.
La magia della piccola storia scritta sulla sabbia aveva raggiunto anche me.
Norma
Estate 2014
L’ora di chiusura lo coglieva sempre di sorpresa. Il suo laboratorio erboristico continuava a gratificarlo malgrado da quarant’anni gli avesse dedicato tutto il suo tempo e le sue energie.
Rientrando a casa trovò il passaggio a livello chiuso. Spense il motore e si rilassò completamente, rilasciando tutto il peso del corpo sul sedile.
Il suo sguardo girovagava libero nei dintorni fin quando rimase intrappolato nella fitta vegetazione che demarcava la sagoma di un rudere, totalmente mimetizzato nel verde.
Arrivarono vividi i ricordi, preceduti da una forte emozione.
La fuga
Evaristo era un bambino solo. Non gradiva i giochi di squadra. Fin da piccolo, aveva sempre preferito la compagnia di un bel libro a quella dei coetanei.
In paese lo reputavano un reo, marchio che indistintamente davano a tutti i ragazzi che vivevano nell’orfanotrofio.
Lui vi era stato portato dall’assistente sociale, perché respinto dai genitori, entrambi con problemi psichiatrici.
Nell’orfanotrofio veniva deriso e talvolta anche punito. La tendenza ad isolarsi, che Evaristo prediligeva, contrastava con il loro regolamento.
Stanco di sentirsi a disagio e ascoltare parole che lo ferivano nel profondo, un giorno trovò il coraggio di scappare.
La vita gli tese una mano, interponendo nel suo cammino un luogo per proteggersi.
Era un casolare abbandonato, nascosto dalla vegetazione. Perfetto per rendersi invisibile fin quando l’avrebbero cercato.
Una bellissima farfalla bianca era posata sullo stipite della porta che non c’era.
Sentì che rimanere in quel posto era la cosa giusta da fare.
A pochi passi c’era una fontanella e tutt’intorno crescevano cicoria, tarassaco, mentuccia, carota selvatica, malva e tante altre piante commestibili. Realizzò che c’era tutto il necessario per vivere in totale autonomia e, per la prima volta nei suoi dodici anni, comprese il significato della parola “libertà”.
Prima ancora che il più mattiniero dei galli cantasse, lui doveva aver già raccolto le erbette ed i fiori per i pasti. Non poteva rischiare di essere scoperto.
Ogni giorno esplorava nuovi modi di svolgere le attività.
Memorizzava la sensazione tattile, olfattiva e visiva delle piantine che raccoglieva. Appena lavate, le catalogava in base al sapore: amaro, amarissimo, neutro, dolciastro, acidulo, piccante e così via. Lo gratificava riuscire a tenere tutto in mente.
L’aria non odorava più di disinfettante, profumava di verde.
Il canto degli uccellini prese il posto delle voci urlanti di professori e precettori che a poco a poco scivolavano via dalla sua memoria.
Con il passare del tempo paura, rabbia e impotenza, divennero fiducia, vitalità e risolutezza.
Non era più il calendario a scandire i giorni, bensì la carezza della tenue luce dell’alba.
Amava questa sua nuova vita!
La scoperta di Tommy
Quando usciva da scuola Tommy si divertiva a cercare sempre nuovi itinerari per rientrare a casa.
Il giorno che scoprì quel casolare abbandonato, ai suoi occhi misterioso, si sentì fortemente attratto e decise che, da quel momento, non avrebbe più cambiato percorso.
Una bellissima farfalla svolazzava serenamente nelle stanze scarne, intessute di vuoto.
Tommy era immobile sulla soglia della porta che non c’era. Per quanto la paura lo trattenesse, era più forte il desiderio di entrare.
Rapito, inseguì la farfalla e osservò che non cercava di uscire.
Erano in totale sintonia, entrambi a proprio agio là dentro...
Le diede un nome: Marisa, come la sua mamma.
Fermarsi in quella costruzione abbandonata, all’insaputa di tutti, era la più grande avventura che gli fosse mai capitata.
Se ne andò canticchiando, in attesa che arrivasse l’indomani per essere di nuovo lì.
L’incontro
Evaristo si era affezionato alle periodiche visite di Tommy, bambino dolce e sensibile, mentre gli dispiaceva dover restare nascosto, immobile ed in assoluto silenzio, durante la sua permanenza.
La prossima volta che fosse venuto, intendeva farsi vedere e raccontargli la situazione nella quale si trovava.
Si addormentò felice all’idea di condividere il suo segreto con quel piccolo sconosciuto.
Sognò la farfalla che gli spiegava un piano.
Appena si svegliò la cercò con lo sguardo, la ringraziò col pensiero e le diede un nome.
La chiamò “mariposa”, parola che gli era sempre piaciuta e significava farfalla, detto in spagnolo. Però… un po’ lungo come nome. Tolse il “po” e rimase Mari...sa. Gli sembrò perfetto per lei.
Il piano che nel sogno gli aveva suggerito Marisa era semplice. Si doveva nascondere fuori, dietro il salice. Avrebbe aspettato qualche minuto e, facendo finta di passare di lì per
caso, si sarebbe avvicinato alla finestra dicendo: “Ciao, bello qui!”.
Se il bambino rispondeva tranquillo, gli avrebbe chiesto se poteva entrare.
Era pronto.
Da lontano lo vide arrivare, un po’ prima del solito. Si dirigeva verso la fontanella. Questo non era previsto!
Dovette girare intorno aderendo al tronco del salice, mentre lui gli passava proprio vicino.
Per poco non lo vide.
Tommy versò con cura dell’acqua, dentro una piccola conchiglia che aveva portato con sé.
Camminava piano sostenendola con entrambe le mani, facendo attenzione a non versare neanche una goccia.
Entrò nella casa e la posò con delicatezza in un angolo della stanza, mentre si guardava attorno, come cercando qualcosa.
Dopo qualche minuto, Evaristo si affacciò dalla finestra e disse: “Ciao, bello qui!”, seguendo scrupolosamente il piano.
Tommy sbarrò gli occhi e gridando alzò il braccio, col dito indice puntato verso di lui.
Evaristo ci rimase malissimo, convinto di aver rovinato tutto.
“Marisa è sulla tua testa!, Marisa è sulla tua testa!”, urlava Tommy.
“Entra, ti prego, entra subito, le ho portato dell’acqua fresca dalla fontanella.”
Contrariamente a ciò che gli era sembrato, ogni ostacolo venne dissipato.
Interdetto, Evaristo, uscì dall’impasse e gli chiese: “Ma tu, come fai a sapere il suo nome?”
Nacque tra loro una vera, splendida amicizia.
Una mattina vide arrivare Tommy in orario scolastico.
Era il suo primo giorno di vacanza. Che bella sorpresa era stata!
Mangiarono insieme mentre giocavano a biglie.
All’improvviso, il piccolo rimase fermo e pensieroso.
Evaristo lo guardava in attesa, mentre Marisa piroettava nella stanza.
Tommy disse: “Ari” (come lo chiamava lui)” mi piacerebbe dare un nome che a questa casa. Senza di lei non ci saremmo mai incontrati...”
Evaristo annuí.
“La casa di Marisa!“, dissero contemporaneamente dopo pochi istanti, ridendo divertiti dalla perfetta sincronia.
Una scintilla di luce fuggì dal loro sguardo, raggiunse quel piccolo, intrigante volatile, nonché insospettabile messaggera.
È davvero poetico, a volte, il linguaggio della vita...
Il clacson della macchina dietro a lui suonava.
Evaristo, ancora rapito dai ricordi, aprì gli occhi e mise in moto.
Norma, 14 agosto 2018
L’aveva riconosciuta subito quando, voltando lo sguardo al di fuori della porta del forno, l’aveva vista scendere i tre scalini che portavano al negozio con quell’andatura, quella fierezza del viso, quelle movenze sensuali che erano per lui qualcosa di assolutamente conosciuto, di antico.
L’aveva riportato indietro in un batter d’occhi incredibilmente di venticinque anni e quando era entrata aveva tentato di non guardarla, di volgersi dall’altro lato, di far finta di nulla, seppur notevolmente incuriosito e in qualche maniera, insomma, emotivamente molto sollecitato, tanto è vero che anche il respiro gli si era fatto più corto.
A maggior ragione quando lei, che sembrava proprio non riconoscerlo affatto, si era voltata verso di lui salutandolo con un dolce ed educato: “Buongiorno” e lui aveva risposto subitaneamente “Buongiorno” senza una minima inflessione che potesse tradirlo, per poi voltarsi di soppiatto di nuovo verso il banco dei lieviti.
Lei aveva un rapporto molto confidenziale con la commessa del forno, la stessa con la quale lui stava parlando a lungo già da prima, questa la nominava con un diminutivo affettuoso a testimonianza di una conoscenza che veniva da lontano, ne ricordava infatti molto bene i gusti e le abituali scelte di acquisto.
Certamente lei spesso e volentieri andava lì a prendersi la colazione o il pranzo
probabilmente perché faceva docenza nella scuola poco lontana, negli anni aveva saputo infatti che era divenuta un’insegnante.
Questa improvvisa e inaspettata apparizione l’aveva decisamente frastornato… era invecchiata sì, ma aveva mantenuto comunque quello charme che all’epoca lo aveva fatto invaghire tanto da dedicarle un murales sotto a un cavalcavia e pur cosciente e consapevole che la vita oramai aveva fatto il suo corso ancora una volta il suo cuore era tornato a battere forte!
La sentì salutare, la vide pagare e uscire, l’ammirò allontanarsi con disinvoltura e passo deciso fino a veder sfumare la sua sinuosa figura all’orizzonte, non permettendogli però di essere riconosciuto.
Del perché lo avesse fatto non si curò, adorava osservare la vita scorrere con le sue imprevedibilità, ma naturalmente alcune domande affiorarono velocemente e affollarono caotiche nella sua mente.
“Perché dopo essersi lasciati alla fine di un’intensissima ed emozionante storia d’amore di quasi cinque anni non l’aveva più incontrata per venticinque di anni? Per quale misterioso gioco del destino in quel giorno, a quell’ora, in quel paese, in quel forno davanti a quella donna che entrambi conoscevano bene, come fosse a testimonianza di… lui… aveva rivisto tornare… lei?”
C’è una stazioncina e si ascolta della musica, musica di qualità, musica jazz, che detta il passo del tempo dell’attesa.
Permette la possibilità di incanalarsi sui binari, a proiettarsi più in là, con uno stato d’animo sollevato quasi gioioso anche se la giornata è triste, è grigia, è opaca.
Lui non lo sa, abita sopra, ma questa musica che emana dalla finestra, forse sì, forse no, permette a chi l’ascolta di rallegrarsi, si diffonde riempiendo e, colmando l’animo di un bello stato di benessere, permette di affrontare i viaggi nella migliore delle condizioni.
“Contemporaneamente come su superfici contigue e velatamente aderenti, così sembrano svelarsi
le esistenze profondamente quotidiane degli individui uniti tra loro dai legami di sangue”
Seduto a gambe divaricate sulla sedia di paglia intrecciata posizionata sul balcone di casa, un maestoso arco in pietra che da secoli collegava le mura interne del piccolo castello della medievale guarnigione di confine, lui che di confini se ne intendeva, avvolto dalla dolce, opaca e rarefatta atmosfera creata dalla sua pipa in radica di erica, come una locomotiva sbuffante e in trepida attesa sulla tratta dell’Oriente Express ferma in una secondaria e isolata stazioncina asburgica, stava ad occhi stretti tra i fumi, intento nell’osservare intensamente l’orizzonte, nonno Fiore.
Il suo bizzarro e anacronistico abbigliamento, il baffo folto e il cappello a bombetta, il poggiarsi a mani unite sul bastone dall’apice ricurvo e l’argentea catenella della cipolla
temporale avvolta dalla lucida fodera interna della taschina laterale del panciotto, rendevano l’immagine di questo piccolo uomo quale quella di un paziente e coriaceo anziano signore ottocentesco, cultore di un secolo lontano più di mezzo secolo e sepolto negli strati delle memorie cartacee più che di quelle dei ricordi della sua mente. Eppure lui appariva coerente con quel sentire risorgimentale, anche se in realtà era stato coinvolto però in quella che di Guerra ottocentesca ne era stato il proseguo, la prima delle due più tremende del successivo di secolo.
Sì, Nonno Fiore era stato alla Grande Guerra, quella dell’attesa, degli sbuffi, degli occhi stretti attenti e concentrati nell’osservare di continuo dall’interno delle umide trincee carsiche.
Quell’acutezza dello sguardo unita a una rapidissima capacità di valutazione e sintetica analisi avevano reso di lui un personaggio di una tale saggezza tanto da appellarvisi, come ad un oracolo, per le questioni personali più intime, ostiche e dolorose o soltanto per le previsioni meteorologiche, con sentita riverenza e timore dal basso della via all’alto del suo palco, dove quotidianamente attendeva e, se opportunamente interpellato, sentenziava.
Nonno Fiore lì fermo e pietrificato, come le rocce costituenti il suo arco, pazientemente scrutava l’orizzonte nella possibilità di scorgere il ritorno dalla grande Guerra di sé stesso.
Come se il suo corpo lo avesse preceduto per istinto di sopravvivenza e con la memoria fedele di un cane di famiglia aveva fatto ritorno a casa mosso dalla volontà di riprendere la via maestra, quella per cui valeva la pena vivere sovente ammoniva; quella della moglie, dei figli, dei parenti, dei paesani tutti, del campo e delle stagioni, delle campane della messa la domenica e delle processioni, dei matrimoni e dei funerali, quella del “Bocconcello di Sant’Antonio”, una deliziosa ciambella biscottata al formaggio con i ciccioli di guanciale all’interno, ricevuto fuori dalla chiesa il diciassette Gennaio quando portava a far benedire dal prete il suo amatissimo gatto in una sporadica tregua con il Signore!
Nonno Fiore non era tornato tutto, andava cercandosi ancora, alcune parti di sé attendevano di essere recuperate, lassù sulle creste di quelle altisonanti calcaree e ruvide montagne, laggiù nello strato di quel melmoso sedimento silenziosamente decantato nel fondo della sua memoria.
Imperterrito come allora, dopo averlo lungamente annusato prima di ammezzarlo e umidificarlo sapientemente, con i zolfanelli si accese un nuovo bel sigaro toscano per fumarlo poi con il fuoco rivolto all’interno della bocca perché non venisse sorpreso, affinché il nemico là nella trincea di notte non lo vedesse, per rimanere salvo, per rinviare la morte che tanto lo aveva accarezzato da vicino in quei giorni, per rimanere attaccato, con le unghie, i denti e un buon sapore in bocca, alla vita.
Tiziano Manni
Voglio cominciare a scrivere una storia importante con un protagonista e altri personaggi che interagiscono nel bene e possano apportare un insegnamento utile a chi legge. Voglio che la storia sia ambientata in una grande città dove c’è poco rispetto per la persona e per la natura e grazie all’azione del protagonista e di altri personaggi ci sia più rispetto per la persona e per la natura, ci sia una pulizia e una rifioritura di valori e di sentimenti veri grazie a una Luce che catalizza tutto questo e faccia rifiorire il sorriso, una Luce capace di leggere nel cuore delle persone e raccogliere il desiderio autentico. Questa Luce è come una palla che da piccolina diventa sempre più grande come una grande ampolla in grado di elevarsi sopra le abitazioni e poi sopra il cielo facendo congiungere e attivare altre città e altri cieli di modo da espandersi piano piano e in modo costante. Con questa Luce è come far incontrare due famiglie e far conoscere i componenti con l’obiettivo di formarne una nuova, in cui ci sia armonia e reciproco rispetto. La nuova famiglia è pronta e preparata a ricevere e donare Luce per cui può essere costituita e avere una solida base dignitosa. Al mattino c’è voglia di cominciare bene la giornata, nel pomeriggio di continuare, grazie alla Luce, in modo produttivo, e alla sera di godersi il meritato riposo e raccoglierne i frutti. Così per ogni giornata, fino a che si incontrano due famiglie e, grazie alla Luce, se ne forma una nuova con le caratteristiche indicate precedentemente per formar-
la ed essere avvolti e protetti dalla Luce, la quale può adempiere al suo compito e continuare ad accogliere e a espandersi, perché è fonte di vita, sempre. Così, piano piano e ogni momento, la grande città si ripulisce e torna a vivere il rispetto per la persona e per la natura e il protagonista è la Luce e altri personaggi sono i componenti della famiglia che incontra un’altra famiglia per formarne una nuova. Grazie a questa nuova composizione la storia può cominciare in modo corretto e seguire la prima traccia lasciata dalla Luce, che ringrazia per questo. Trovata la prima traccia si prosegue con la seconda traccia, e la Luce ringrazia per questo. Trovata la seconda traccia, si prosegue con la terza, e la Luce ringrazia per questo. Trovata la terza traccia, si prosegue con la quarta, e la Luce ringrazia per questo. Trovata la quarta traccia, si prosegue con la quinta, e la Luce ringrazia per questo. Queste cinque tracce sono un buon inizio della storia che può proseguire in modo soddisfacente. Dunque, abbiamo cinque tracce per la storia, e la Luce ringrazia per questo.
Possiamo dire che ci sono cinque storie di Luce, che ringrazia per questo. Ci sono cinque storie di Luce date dalla volontà di raccogliere le tracce, seminate dalla Luce stessa. Con queste cinque storie di Luce si possono far incontrare due famiglie per formarne una nuova che può cominciare a seguire altre tracce seminate dalla Luce, che ringrazia per questo.
Le altre tracce seminate dalla Luce e raccolte dalla nuova famiglia possono dare dei buoni frutti, e la Luce ringrazia per questo. A questo punto i frutti possono essere aperti la sera per via dei semi che contengono Luce. I semi della Luce possono essere utilizzati dalla
terra e costituire altre tracce di storia. Così piccole Luci aumentano piano piano e ora è la storia che ringrazia per questo, perché la storia è costituita dalle famiglie, che ringraziano per questo. Le famiglie si conoscono e si scambiano semi perché hanno un terreno costituito dalle tracce che la Luce ha lasciato. Con questo terreno le famiglie possono continuare a conoscersi per formare una nuova famiglia di Luce, che ringrazia per questo.
Così, Luce è la protagonista della storia, capace di lasciare delle tracce e di ringraziare per questo. Poi c’è il terreno, le famiglie, i semi e i frutti, sia la mattina, sia il pomeriggio, sia la sera, e la Luce ringrazia per questo e può sollevarsi un pochino, e poi un altro pochino, e poi un pochino di più, sopra le abitazioni e sopra il cielo e unirsi alla Luce della storia nello spazio per scambiare doni e tornare nella terra dove lascerà nuove tracce che le famiglie raccoglieranno per alimentarsi. Grazie a questi alimenti di Luce la grande città è un po’ più pulita e c’è più rispetto per la persona e per la natura, e la Luce ringrazia per questo, così può proseguire sopra le abitazioni, sopra il cielo e scambiare nuovi doni sempre migliori e nutrienti e fare ritorno alle famiglie nel reciproco soddisfacimento. Così, la storia comincia che parla della volontà di due famiglie di incontrarsi per formarne una nuova e alimentare la Luce, che ringrazia per questo. L’ambiente è la grande città. Le tracce da seguire sono cinque, poi altre e poi altre. Lo scambio di doni di Luce sono due volte, sono tre volte, sono quattro volte, sono cinque volte. Grazie a questi numeri la grande città diventa più pulita e vivibile, nel rispetto della natura delle persone, e dei loro simili.
Gli altri personaggi aiutano la Luce a farsi trovare, perché la Luce non impone di venire cercata lasciando libera scelta alle famiglie. Le famiglie possono scegliere di trovare la Luce o no, la differenza è che quando trovano la Luce, che è protagonista della storia, essa ringrazia. La Luce, forse, non si dispiace quando non viene seguita, cercata, trovata dalle famiglie, quando la Luce non viene seguita dalle famiglie, essa si allontana da loro. La Luce aspetta e la storia si prende una pausa. Quando la pausa termina la storia prosegue e le famiglie ritrovano la Luce, che ringrazia per questo. Allora la Luce ricomincia a splendere di nuovo e a viaggiare perché si autoalimenta e dona i suoi frutti. Quando la Luce non c’è, le famiglie ne vanno alla ricerca seguendo le tracce, così la Luce viene trovata, viene raccolta, viene apprezzata e può ringraziare di nuovo. La Luce sa che non sempre sarà cercata perché è così, perché le famiglie non sempre seguono le tracce lasciate dalla Luce. Le famiglie non sempre seguono le tracce lasciate dalla Luce perché ne hanno tanta.
Quando la Luce non è abbastanza le famiglie cercano la Luce, che aspetta nella grande città che ospita questa storia. Questa grande città piena di abitanti che hanno bisogno di far conoscere le famiglie e raccogliere i semi dal terreno per dare i frutti di una nuova famiglia, e la grande città ringrazia perché si sente meglio e può continuare a far sì che la Luce lasci delle tracce di una grande famiglia che abita un grande terreno da lavorare col sudore e le mani per far germogliare qualcosa di buono, per far nascere qualcosa che corrisponda alla Luce continua che non può spengersi, solo risplendere. Così tutti gli abitan-
ti della grande città ora si illuminano, e la Luce ringrazia per questo. Quando la grande città è illuminata, le famiglie possono scambiarsi dei doni e formarne una nuova. La nuova città con le basi sul terreno in comune delle famiglie può cominciare la sua storia, ma ha bisogno di acqua e di tracce di Luce. Così, la Luce si fa trovare di nuovo e la storia ha senso. La storia ha senso perché c’è tanta Luce ora. Quando c’è tanta Luce c’è il senso delle cose. Quando c’è il senso delle cose c’è l’incontro, ci sono le famiglie, c’è il buon terreno e le tracce da seguire. Così, questo è l’inizio della vita di una grande storia di abitanti di una città qualunque che coltivano interessi e si scambiano dei doni. Grazie a questi doni di ringraziamento vediamo crescere le famiglie in città, e quando viene la sera essa si illumina, così che i suoi abitanti possano ben vedere. Quando gli abitanti di città possano vedersi e riconoscersi, allora possono scambiarsi dei doni dal cuore. Il cuore della grande città è al centro della storia, infatti è lì che si scambiano i doni e si svolgono i fatti. La via che porta al cuore del problema è costituita da cinque tracce, e queste cinque tracce sono costituite da cinque porte, le cinque tracce seguite dalle famiglie sono composte da cinque porte. Queste cinque porte sono l’effetto della raccolta delle tracce e sono l’ingresso al centro del problema, ovvero dove si svolge la storia. Le cinque porte diventano una unica via e una unica porta piena di Luce. La protagonista della nostra storia si concentra in un’unica via che porta al cuore del problema e della storia, dove gli abitanti della città illuminata di sera possono ritrovarsi e scambiare doni. Ci sono due famiglie che si incon-
trano per scambiarsi il dono di formarne una nuova e il loro punto di incontro è il centro del problema. Il centro ha una unica porta di Luce, essa aspetta che gli abitanti trovino la traccia. Quando gli abitanti, di sera, possono vedere la Luce allora essa ringrazia per questo. Gli abitanti al cuore del problema trovano la soluzione incontrandosi e scambiandosi dei doni. Il cuore sta meglio e ringrazia per questo. A questo punto le famiglie possono tornare a casa e aprire i frutti del loro operato. Troveranno altri semi di Luce con cui passare una notte di Luce e aspettare il mattino per cominciare bene la giornata. Così, la giornata comincia nel migliore dei modi. È una giornata calda e importante, col Sole e col vento. Una giornata cominciata molto bene perché ci sono i semi di Luce. Una giornata che sta cominciando a portare i suoi frutti, finalmente, pieni di Luce e, chissà, di pace. E la Luce e la pace, e la Luce ringrazia per questo. Sono giorni pieni di Luce e di pace per questo, dove gli abitanti possono guardarsi e scambiarsi dei doni al centro del problema, perché hanno trovato la porta del cuore. La porta è ben aperta e aspetta dei doni per essere scambiata. Quando la porta è aperta i suoi abitanti hanno più possibilità di arrivare al centro del problema e trovare la soluzione, seguendo le tracce. Quando trovano le cinque tracce tornano a seguire la Luce e scambiarsi dei doni. Cosa succede quando non trovano nulla nessuno lo sa tranne la Luce, che aspetta paziente e lascia che tutto scorra per farsi trovare di nuovo dai suoi abitanti. Gli abitanti della Luce comunicano tra di loro attraverso delle immagini. Le immagini per comunicare sono delle semplici tracce. Le tracce pos-
sono scomparire del tutto e i suoi abitanti passare attraverso la porta di Luce e far ricomparire le tracce. Le tracce di nuovo si riuniscono in una unica grande e immensa traccia da seguire con facilità. A questo punto, così, tutto è a posto e gli abitanti d’una grande famiglia sono in centro donando i frutti del loro incontro, e dell’incontro delle famiglie, alla Luce, che ringrazia per questo. La Luce è la protagonista della storia. La Luce è interessata a tutto. La Luce ringrazia tutto questo. Le famiglie possono incontrarsi e conoscersi e formare una nuova famiglia. La nuova famiglia segue la prima traccia di Luce, poi segue la seconda traccia di Luce, poi segue la terza traccia di Luce, poi segue la quarta traccia di Luce, poi segue la quinta traccia di Luce, e la Luce ringrazia sempre, e la Luce ringrazia per questo, e la Luce può alzarsi sopra le abitazioni e sopra il cielo e scambiare dei doni con la Luce di un’altra città, facendo comunicare tra di loro gli abitanti. Così, gli abitanti sono ben contenti di scambiarsi i loro doni e ricevere la Luce, che ringrazia per questo. La Luce ringrazia sempre, per questo, perché vuole presenza. La presenza è la soluzione al centro del problema. La soluzione si trova al centro della Luce, e la soluzione ringrazia per questo. La soluzione arriva grazie alla Luce. La Luce è la protagonista della storia con, al centro, i suoi abitanti che hanno attraversato la porta e possono andare in un’altra città a scambiarsi dei doni. Così, le famiglie comunicano tra loro e possono formare una nuova famiglia. La nuova famiglia può diventare una porta di Luce per gli abitanti alla ricerca di doni da scambiarsi per comunicare tra loro. Così, la nuova famiglia
ringrazia per questo. Questa è una buona soluzione al problema del rispetto per la persona e per la natura dei suoi abitanti. Questa è la Luce che si eleva e nutre. I frutti del suo lavoro abitano nel pieno rispetto della persona. La via che porta al lavoro di Luce è la persona che segue le tracce e le riunisce al centro. La persona che segue le tracce e le riunisce al centro permette alla Luce di ringraziare. Questo è il lavoro della Luce e della via che porta al ringraziamento. Gli abitanti di Luce ringraziano per questo. Questa è la Luce della via principale che porta al cuore della questione. Tutti gli abitanti si riuniscono per scambiarsi dei doni di Luce e delle informazioni. Queste informazioni di Luce vengono raccolte in dei grandi magazzini e pronte per essere valorizzate. I valori di Luce si scambiano delle opinioni sui propri abitanti deliberando sentieri di Luce piene di informazioni utili per i suoi abitanti. Così, la Luce avvolge i suoi abitanti pieni di informazioni. Queste informazioni sono fonte di suoni di Luce, che ringrazia per questo. I suoni di Luce ringraziano per questo. Tutte le Luci si riuniscono insieme per deliberare l’ingresso di una nuova porta che diventa molto alta per contenere nuove informazioni e permettere ai suoni di comunicare tra loro. Quando i nuovi suoni di Luce comunicano tra di loro possono tornare utili agli abitanti delle città, che ringraziano. Così, le famiglie si riuniscono insieme agli abitanti delle città fortificate dalla Luce di più porte che comunicano coi suoni a distanza tra loro. Così, le città si riuniscono scambiandosi Luce, che ringrazia per questo. Tutte le città entrano in una unica porta, tutte insieme le città si riuniscono in una unica
porta di Luce deliberando suoni, informazioni e commercio per i propri abitanti. Così, tutti gli abitanti portano Luce scambiandosi doni in famiglia, che ringrazia per questo. Un dono incontra un altro dono per formare una nuova famiglia e riscaldare di Luce e risplendere di Luce tra loro. Così, la Luce ringrazia per questo. Ci sono Luci da scambiare per questo, ci sono suoni luminosi da scambiare per questo, ci sono nuove e utili informazioni da scambiare per questo, ci sono parole di Luce da scambiare per questo, ci sono dei gesti da scambiare per questo, ci sono delle immagini di Luce da scambiare questo per qualcos’altro e ritrovare le tracce di Luce per questo, di grazia. E questo è il punto che abita di grazia, e di grazie per questo, di grazie per gli abitanti che comunicano per questo, tra la via di Luce che ringrazia per questo. Così, è la Luce a ringraziare per questo, e tutti quelli che la abitano. E questa è ancora una soluzione al cuore del problema, perché non si può mai spengere. E questa è la chiave di Luce del problema, che ringrazia per questo.
E questa è la voce di Luce del problema risolto, che ringrazia per questo. E questo è il cuore di Luce della soluzione, che ringrazia per questo. E questo è il centro di Luce, con la sua grande porta di chiave di Luce, che ringrazia per questo. E questo è il ringraziamento di Luce, insieme alla Luce di vita. E la vita e i suoi abitanti, di Luce per questo. E poi ci sono pensieri di Luce per questo. Luce dappertutto per questo. Luce di verità per questo. Luce di sincerità per questo. Luce di speranza per questo. Luce di gioia per questo. Luce di bontà per questo. Luce di amore per questo. Luce colorata per questo. Luce di abbracci per
questo. Luce di sorriso per questo. Luce di umanità per questo. Luce d’avvenire per questo. Luce profumata per questo. Luce di acqua per questo. Luce di brillantezza per questo. Luce di calore per questo. Luce di felicità per questo. Luce di confidenza per questo. Luce di pensiero per questo. Luce di coraggio per questo. Luce di splendore per questo. Luce di giustizia per questo. Luce di abitazioni per questo. Luce in comunione per questo. Luce di comprensione per questo. Luce di guarigione per questo. Luce di stagione per questo. Luce di saggezza per questo. Luce di serenità per questo. Luce spirituale per questo. Luce completamente, per questo. Luce che abita, per questo. Luce che scalda, per questo. Luce che vive per questo. Luce del Signore per questo, che vive per questo, si nutre per questo, gioisce per questo, toglie tutti i mali, per questo. Luce di bollicine, per questo, di convivenza, per questo, di salute, per questo. Luce che sta qui, per questo, luce di silenzio, per questo. Luce di immaginazione, per questo. Luce di fantasia, per questo. Luce di apprendimento, per questo, luce di intensità per questo. Immensità di questo, in Luce. Immensità di sentimento in questo, valore morale a questo, valore di simpatia, questo. Così, tutto questo si manifesta in questo. Gli abitanti si sono incontrati per questo e si sono scambiati delle informazioni per questo, si sono conosciuti e si sono piaciuti per questo, sono felici e sono capaci di questo, sono convinti e lucenti per questo, sono sinceri di questo e orgogliosi e fieri e spontanei di questo, di questo grande pensiero, di questo pensiero di Luce, di questa Luce nel pensiero. Luce di ex-voto, per questo. Luce di ogni tonalità, per
questo. Questa Luce, ogni momento. Di momento in momento, Luce in movimento. Di grazia sempre, ogni momento. Di caldo interiore del sentimento, di caldo radioso ogni momento, di tanto calore ogni momento, di suono del cuore e del sentimento, di Dio del cielo e della terra, Dio, Dio, Dio…
Castellini, Bruxelles 2014
Francesca Montanari nasce a Fano il 14 dicembre 1982 e cresce in una casa dalle pareti ricoperte di quadri. Una volta imboccata e lasciata la via del giornalismo (laurea in scienze della comunicazione e fondazione di una rivista locale in bianco e nero), va peregrinando per Italia e Spagna: scatta fotografie, scrive racconti e compone collages, finché un burattino cattura la sua attenzione.
Si getta dunque a capofitto nel teatro di figura formandosi con maestri spagnoli, cechi, iraniani e italiani e prosegue poi la formazione come attrice presso il teatro laboratorio Vladimir Tzekov di Granada.
Dal 2009 produce e mette in scena spettacoli di teatro e teatro di figura, in solo e collettivi, presentandoli in teatri, festival, sale, salotti, locali, strade e piazze d’Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Germania, Polonia, Turchia e Grecia. In parallelo conduce laboratori di costruzione e manipolazione di marionette e burattini per bambini, ragazzi e adulti.
Nel 2011 entra a far parte dell’Associazione Mestieri Misti, con cui ad oggi gestisce Vallegaudia, spazio di creazione e ispirazione immerso nelle colline della provincia di Pesaro e Urbino.
Nel 2012 inizia ad approfondire le pratiche vocali e da allora canta in diverse formazioni musicali. Nel 2016 fonda con Yoan Degeorge la Compagnia Pouët, proseguendo la pro-
pria ricerca nell’ambito del teatro di figura.
La scrittura da sempre la accompagna, alle spalle decine di quaderni e un albo illustrato (Ma dove vanno i palloncini?, 2015).
Laura Adriani nasce ad Assisi (Perugia) ed in Umbria tuttora vive e lavora. La sua particolare attrazione per la natura, si ritrova nei suoi componimenti attraverso una speciale corrispondenza con gli stati d’animo. Si appassiona di danza e di scrittura. Inizia a scrivere nell’età adolescenziale riversando d’impulso le sue gioie e sofferenze intime, fantasie, impressioni. Consegue il diploma di Ragioneria e in seguito si dedica specialmente alla lettura di libri di poesia. Avvolgendoci anche l’attività della danza africana. Ha iniziato a condividere la scrittura con diverse pubblicazioni:
un breve componimento sensibile ed esplorativo nel 2010 all’interno del libro, edito dal Cesvol della provincia di Perugia, Storia dell’associazione culturale Arrivo, curato da Nicola Castellini; tre componimenti, tra i quali la poesia La linea rosa, nel volume della Casa Editrice Pagine “Nuovi autori contemporanei” (2014).
Nel libro di racconti “i Sassi Neri”, con Iseaf Editore, è stato inserito il suo racconto, La stagione dell’indipendenza dello spirito. Nel 2018 pubblica il libro di poesie La gigante bambina, Mnamon editore (Milano), la cui presentazione, curata unicamente dall’autri-
ce, è avvenuta presso la Biblioteca degli Armeni, a Perugia.
Ad aprile 2021, decide di pubblicare con delle nuove opere il Libro di poesie Il passo dell’anima nuda, con Bertoni Editore.
Attualmente, continua a fare parte di alcune attività artistiche e letterarie dell’Associazione Culturale “Arrivo APS” di Perugia, si occupa di diffondere il suo ultimo Libro di poesie condividendo e descrivendo attraverso eventi Presentazione e progetta nuove creazioni, poetiche e di narrazione.
Sono Norma Beatriz Vecchi, nata in una cittadina della Patagonia Argentina, il 3 giugno del 1959.
Figlia, nipote e pronipote di immigranti italiani.
Fin da piccola studiai pianoforte ed in seguito anche flauto, con ottimi risultati.
Non bastò l’evidenza. Finiti i sette anni di scuola elementare i miei genitori mi iscrissero
all’Istituto Commerciale dove tutte le materie guardavano in direzione opposta alla mia.
Nel frattempo ho conseguito il diploma di pianoforte e durante le vacanze estive viaggiavo a Buenos Aires per studiare metodologie d’insegnamento della musica a bambini e docenti.
Finite le scuole superiori mi iscrissi a Musicoterapia presso la facoltà di Medicina Del
Salvador a Buenos Aires.
Eravamo sotto il regime della dittatura militare.
Appena compiuti 23 anni, dopo la morte improvvisa di mio padre, asse portante dell’intera famiglia, una borsa di studi mi fu d’aiuto.
Lasciai tutto e tutti. Per sempre.
In Italia dopo il primo periodo di assestamento ripresi ad insegnare musica nelle scuole elementari e tenere corsi di aggiornamento a docenti.
Una magica presenza arrivò nella mia vita: mia figlia Luna.
Il lavoro nelle scuole mi portava a stare tutto il giorno lontano da lei, motivo per cui iniziai a lavorare all’ufficio di informazioni turistiche del Comune di Perugia.
Oggi, quarant’anni dopo il mio arrivo alla bella Perusia e nella magnifica Italia, non sento ancora le mie radici. Sono l’ultimo anello della catena d’immigranti che spero porti a termine la sofferenza di dover trascorrere timidamente la propria vita in un istmo tra due mondi.
Convivo da vent’anni con la malattia di Parkinson.
Trascorro il tempo in solitudine, impreziosita da momenti condivisi.
Ho sempre con me forte intenzione, deciso bisogno di radicamento e sprazzi di magia.
Tiziano Manni nasce mezzo secolo fa a Terni e cresce in un paesino al confine storico tra i comuni medievali di Narni, Todi e il Ducato di Spoleto.
Vive in Umbria da sempre ma il suo sguardo è rivolto per passione a Sud con uno spiccato interesse al crogiolo di culture del Mediterraneo, non a caso da più di vent’anni frequenta con passione la Piana di Sibari e la Sila Greca nel nord della Calabria ionica.
Per una manciata di esami non si laurea in Ingegneria Ambientale, ma grazie all’obiezione di coscienza inizia un percorso oramai più che ventennale nella Salute Mentale, come
Operatore Psico-Sociale prima ed Educatore Socio-Sanitario Professionale poi, adoperandosi sulla spinta del rivoluzionario flusso storico-culturale della psichiatria italiana, in particolare quella perugina, all’interno di diverse comunità terapeutico-riabilitative e associazioni sociali, culturali e sportive ad esse collegate.
Ha studiato fisarmonica, giocato a calcio, sperimentato a lungo la mountain bike e il kayak fluviale, pratica il qi-gong, la meditazione e adora il trekking, anche urbano.
Appassionato di viaggi ha sviluppato negli anni una maggior attenzione alla salvaguardia e tutela della natura in relazione alla progettazione architettonica, l’arte contemporanea e lo sviluppo urbanistico, ma anche allo stretto legame tra la gastronomia, la cultura materiale e le religioni presenti in un dato territorio.
Vive, osserva, legge, ascolta musica, pratica, studia e a volte scrive abitando, da vero nativo e curioso bordeline, sulla fascia di confine tra Perugia e Assisi.
Nicola Castellini, classe ’72, si diploma nel 2008 in Sceneggiatura alla scuola di cinema
Cinelife di Milano, vincendo il concorso interno della scuola.
Scrive a Londra il suo primo romanzo nel ’97 con l’idea di realizzarci un film. Seguono altre otto pubblicazioni (edite) di genere sperimentale e biografico frutto della ricerca artistica in ambito teatrale e performativo. Allievo di Torgeir Wethal e Roberta Carreri, frequenta il Centro Universitario teatrale di Roberto Ruggieri (Cut) di Perugia per dieci anni per approdare successivamente al teatro interculturale di Danilo Cremonte. Nel 2021 partecipa alla sesta edizione della SCUOLA DI STREET CINEMA di Tekla Taidelli firmando il corto POESIE BEAT. Nel 2023 è allievo di Riccardo Schippa del corso di Sound Design; di Mattia Mariuccini del corso di Digital Videoediting. Nel 2001 fonda l’associazione culturale e letteraria Arrivo, con cui dirige dal 2008 il freepress Le Periferie che si occupa di arte marginale e gonzo journalism. Si diploma nel 2022 in mediazione interculturale. Nel 2021 firma il soggetto Blocchi di solito, per lungometraggio fiction di genere drammatico, sentimentale e biografico con cui analizza in modo poetico il rapporto uomo-donna nel corso di 23 anni. Nicola ha presentato le sue pubblicazioni in festival letterari, declamando al Salone del Libro di Torino e a Umbria Libri. Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in inglese e polacco. Ha partecipato a diverse antologie di racconti e poesie, con dei riconoscimenti importanti. Drammaturgo, attore e direttore dello spettacolo Sono andato via prima nel
2020. Autore dell’album Moesie, 2021.
Attualmente è il Presidente e Direttore Generale del Red Zone Studio 24, con sede a Conakry, Guinea.
Pamela Ceccarelli: il mondo delle immagini mi accompagna e mi affascina fin dall’infanzia: ho da sempre sentito un certo senso di appartenenza verso disegni e fotografie. Ho iniziato a stampare in camera oscura e a sperimentare antiche tecniche di stampa come la cianotipia e la gomma bicromica perchè mi permettevano di ottenere immagini dai toni pittorici. La cianotipia in particolare ben si presta ad esperimenti a confine tra fotografia, tratto e disegno. Successivamente mi sono appassionata al mondo dell’illustrazione per l’infanzia e degli albi illustrati. Attualmente utilizzo acquerelli e matite, occasionalmente ricorro anche alle colorazioni digitali: in questa tecnica cerco di portare avanti piccoli progetti personali immaginari, collaborazione e talvolta commissioni.

Leggere a qualcun_ signi ca comunicare e creare un rapporto fonte-ricevente, dove il testo viene incarnato dell’interprete che, con la voce, le pause, i toni, i ritmi e la sua anima produce un ’emozione istantanea e fugace, produce un senso attraverso le parole. Di questa raccolta di racconti noi intendiamo declamare e portare nelle piazze,tralagente,lanostrafavola.
Ci piace l’avanguardia intesa come avanzamento dell’impensabile, per tracciare nuove rotte alla scoperta di monditroppolontaniegai.
Basta alzare lo sguardo all’insù e contemplare.
Buonalettura
PS:Acende'llume!
