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Quaderni del Volontariato 7

Edizione 2010


a cura di Paul Dongmeza e Paola Tricoli

MEMORIE E RIFLESSIONI CONTRO LE SCHIAVITÙ Atti del Convegno


Cesvol Centro Servizi Volontariato della Provicia di Perugia Via Sandro Penna 104/106 Sant’Andrea delle Fratte 06132 Perugia tel. 075.5271976 fax. 075.5287998 Sito Internet: www.pgcesvol.net Visita anche la nostra pagina su

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Con il Patrocinio della Regione Umbria

Edizione: Settembre 2010 Progetto grafico e videoimpaginazione: Chiara Gagliano

Tutti i diritti sono riservati Ogni riproduzione, anche parziale è vietata


I QuAdERNI dEL VOLONTARIATO, uN VIAggIO ATTRAVERSO uN LIbRO NEL MONdO dEL SOCIALE

Il CESVOL, centro servizi volontariato per la Provincia di Perugia, nell’ambito delle proprie attività istituzionali, ha definito un piano specifico nell’area della pubblicistica del volontariato. L’obiettivo è quello di fornire proposte ed idee coerenti rispetto ai temi di interesse e di competenza del settore, di valorizzare il patrimonio di esperienze e di contenuti già esistenti nell’ambito del volontariato organizzato ed inoltre di favorire e promuovere la circolazione e diffusione di argomenti e questioni che possono ritenersi coerenti rispetto a quelli presenti al centro della riflessione regionale o nazionale sulle tematiche sociali. La collana I quaderni del volontariato presenta una serie di produzioni pubblicistiche selezionate attraverso un invito periodico rivolto alle associazioni, al fine di realizzare con il tempo una vera e propria collana editoriale dedicata alle tematiche sociali, ma anche ai contenuti ed alle azioni portate avanti dall’associazionismo provinciale. I Quaderni del volontariato, inoltre, rappresentano un utile supporto per chiunque volesse approfondire i temi inerenti il sociale per motivi di studio ed approfondimento.

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Memorie e riflessioni contro le schiavitĂš

La Porta del non ritorno Isola di gorèe Senegal

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All’Africa, a cinquant’anni dalla sua Indipendenza


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

LA LITANIA PER L’AFRICA dEL Sud di Ndjock Ngana In quella polveriera dell’odio dove illegale era la giustizia,

Ritornello Minimo un negro al giorno è morto in Africa del Sud

Laddove la lotta per la ricchezza si celava dietro il disprezzo del colore,

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Per l’amore per i soldi e l’amore per il benessere,

................................................

Per l’istinto animalesco ed il piacere sadico di molti di noi,

................................................

Per l’ipocrisia religiosa e la cultura dell’indifferenza,

.....................................................

Perché la legge, i diritti, la libertà e la prigione siano uguali per tutti,

.................................................

Per non vivere in un recinto come una bestia da soma,

.................................................

Per la morte della fratellanza e il trionfo della razza inferiore,

..................................................

Perché i diamanti delle nostre mogli costassero di più a noi e di meno alle compagnie, ............................................ Per l’eterna incomprensione tra uguali e diversi,

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Memorie e riflessioni contro le schiavitù

Per la lotta alla pari tra armati e disarmati,

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Con la vendita delle nostre armi, la congiura del silenzio e la complicità della paura,

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Con le nostre sanzioni fantasma e le nostre condanne orali,

Minimo un negro al giorno è morto in Africa del Sud. E abbiamo contribuito anche noi ad ucciderli !

dal libro Ñhíndό / Nero di Ndjock Ngana Ed: Kel’Lam – Roma

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Memorie e riflessioni contro le schiavitù

INDICE Introduzione Paul dongmeza Presidente dell’Associazione Umbria-Africa Onlus Paola Tricoli Respons. Servizio “Cittadinanza internazionale del Cesvol Perugia

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Memoria, perdono e riconciliazione Paul dongmeza Presidente dell’Associazione Umbria-Africa Onlus

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L’evoluzione dell’Africa indipendente e la prospettiva panafricana 30 Mukuna Samulomba Malaku Vice Presidente CoMoPa (Consiglio Mondiale del Panafricanismo) e Docente all’Università degli Studi dell’Aquila La Tratta Atlantica: responsabilità e collaborazione di alcune società africane nel commercio degli schiavi 45 godwin Chukwu Storico e membro della Diaspora Africana Le rotte degli schiavi e il dovere della memoria guelly Athanase Esperto di comunicazione e Management per le politiche culturali, Giornalista ORTB/EUROPA

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Schiavitù e colonialismo giampiero Forcesi Giornalista freelance

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Memorie e riflessioni contro le schiavitù

Lo schiavo, la società schiavista ed il lavoro Ndjock Ngana Scrittore, Poeta, Ass. Kel’Lam/ Movimento degli Africani - Roma

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Africa: Speranza e Sviluppo Ada girlolamini Presidente onorario dell’Associazione Umbria-Africa Onlus

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ALLEGATI ~ Appello dell’Associazione umbria-Africa Onlus per l’istituzione della “giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù” (Perugia, 17 settembre 2007)

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~ Convenzione concernente la schiavitù (ginevra, 25 settembre 1926)

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Introduzione Paul dongmeza e Paola Tricoli


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

INTRODUZIONE Paul dongmeza Presidente dell’Associazione Umbria-Africa Onlus Paola Tricoli Responsabile del Servizio “Cittadinanza Internazionale” del Cesvol Perugia Ancora oggi, quando si parla di “schiavitù”, si pensa spesso ad epoche e terre lontane, al mondo greco e romano, o al fenomeno della tratta atlantica che tra il XVI e il XIX secolo ha visto la deportazione di massa di schiavi africani verso le Americhe. diffusa nella maggior parte del mondo antico, la schiavitù ha caratterizzato molteplici società umane, anche molto diverse, in determinate fasi del loro sviluppo storico1. Essa ha assunto, nel corso dei secoli, forme diverse a seconda delle civiltà ed ha ancora oggi le sue aree di raccolta, le sue vie di transito, le sue connessioni malavitose ed i suoi approdi sulle strade del mondo “civile”. Sebbene sia stata universalmente e formalmente condannata e malgrado gli enormi progressi raggiunti dal processo di abolizione, la schiavitù è diffusa ai giorni nostri in moltissimi Paesi, non solo in via di sviluppo ma anche industrializzati; è una delle più gravi e drammatiche realtà del mondo contemporaneo, si nutre di milioni di vittime e colpisce con particolare ferocia quella parte di umanità che più è vulnerabile: bambini, donne, lavoratori provenienti da Paesi in via di Sviluppo. Il fenomeno, complesso e in continua evoluzione, ha assunto diverse forme, spesso meno visibili e difficili da sradicare, ma altrettanto intollerabili poiché basate sulla coercizione della libertà. Le moderne pratiche di schiavitù sono infatti varie e mutevoli e si caratterizzano per l’uso della forza e il controllo sulla persona.

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Salvatore bono, Il Mediterraneo. da Lepanto a barcellona, Morlacchi Editore, Perugia 1999

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Memorie e riflessioni contro le schiavitù

basti pensare allo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, alla tratta delle donne, all’impiego dei “bambini soldato” nei conflitti, al traffico illegale di migranti, al lavoro forzato, all’accattonaggio. È per questo che oggi rappresenta una vera e propria emergenza sociale e morale lottare contro ogni forma di schiavitù, cioè condannare ogni relazione di potere ottenuta e mantenuta mediante il ricorso alla violenza fisica o psicologica nei confronti delle vittime, attraverso la coercizione e l’umiliazione. Per liberare i “nuovi schiavi” del terzo millennio occorre mantenere viva la memoria e la riflessione sulle schiavitù del passato, prima tra tutte quella basata sulla discriminazione razziale ed etnica, quale presupposto imprescindibile per comprendere le forme di schiavitù che sconvolgono il presente e per trovare strumenti efficaci di contrasto. L’Associazione umbria Africa Onlus ha lanciato nel 2007 una campagna per promuovere l’istituzionalizzazione, a livello nazionale ed internazionale, di una “giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le Schiavitù”, proponendo quale data unificante il 25 settembre, in ricordo della Convenzione di ginevra del 19262. L’associazione propone tale data per l’alto valore simbolico della Convezione di ginevra, Convenzione che aveva come scopi ed obiettivi l’abolizione della tratta dei negri e l’abolizione della schiavitù e che è stata riconosciuta e approvata dalle Nazioni unite il 24 agosto del 1953 con la risoluzione n. 794 (VIII). bisogna infatti attendere la Convenzione del 1926 per una definizione giuridica internazionale della schiavitù, ad opera della Società delle Nazioni: «La schiavitù è lo stato o condizione della persona sulla quale vengono esercitati uno o tutti i poteri che derivano dal diritto di proprietà o alcuni di questi. La tratta degli schiavi include tutti gli atti relativi alla cattura, all’acquisizione o all’utilizzo di una persona, miranti a ridurla alla schiavitù; tutti gli atti relativi all’acquisizione di uno schiavo al fine di venderlo o scambiarlo, tutti gli atti di utilizzo attraverso la vendita o scambio di uno schiavo acquisito al fine di venderlo o scambiarlo e, in generale, qualsiasi forma di traffico o trasporto di schiavi». 2 Vedi in Allegato la “Convenzione concernente la schiavitù” del 25 Settembre 1926, resa esecutiva in Italia con r.d. 26 aprile 1928 n. 1723

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Memorie e riflessioni contro le schiavitù

È con la Convenzione di ginevra che per la prima volta a livello internazionale è stata prevista la repressione penale della schiavitù3. L’obiettivo della campagna è quello di stimolare la riflessione sul fenomeno della tratta degli esseri umani e di favorire il confronto sulle azioni di lotta contro le forme contemporanee di schiavitù. La giornata Internazionale di memoria e di riflessione contro le schiavitù non intende essere una celebrazione sterile, ma vuole da un lato testimoniare la fine dell’oblio di una delle pagine più tristi e violente della storia dell’umanità, e dall’altro rappresentare un luogo di riflessione e confronto sulle possibili risposte sociali e politiche alle nuove forme di schiavitù contemporanee, affinché non si dimentichi che il fattore primo di ogni forma di schiavitù è l’esistenza di un enorme bacino di sofferenza, povertà e vulnerabilità. Su proposta dell’Associazione umbria-Africa il 24 settembre 2007 il Consiglio Comunale di Perugia ha deliberato all’unanimità l’istituzionalizzazione della giornata e il successivo 26 Settembre è stata celebrata presso la Sala dei Notari del Comune di Perugia la Prima edizione della “giornata internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù”. L’iniziativa si è aperta con la lettura dei messaggi di Kofi Annan, del Ministro degli Esteri e del Presiedente della Camera dei deputati e si è conclusa con la consegna al Presidente della Repubblica giorgio Napolitano della delibera del Consiglio Comunale istitutiva della giornata e dell’Appello4 affinché il Capo dello Stato si faccia interprete del riconoscimento di questa giornata in tutte le sedi istituzionali nazionali e internazionali.

3 giancarlo Caselli, In nome della Legge. Le normative Internazionali, in “Il Prezzo del Mercato. Viaggio nelle nuove schiavitù” (a cura di benedetto bollesi e Paolo Moviola), EMI 2006. 4

Vedi in allegato l’Appello dell’Associazione umbria-Africa Onlus per l’istituzione della “giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù” (Perugia, 17 settembre 2007)

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Memorie e riflessioni contro le schiavitù

Particolarmente apprezzati sono stati gli interventi del Sindaco e del Presidente del Consiglio Comunale di Perugia, dell’Ambasciatore del Camerun quale decano del Corpo diplomatico africano in Italia e di Samia Nkrumah, che ha ricordato il sogno del padre di un’unità africana al servizio del bene dell’umanità. dal 2007 ad oggi sono state realizzate nella città di Perugia (e nel 2008 anche nella città di Terni) tre Edizioni della “giornata internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù”, organizzate dall’Associazione umbria-Africa con il contributo, la collaborazione e il supporto del Cesvol Perugia, delle comunità straniere, e di molteplici Enti pubblici e privati del territorio, tra i quali ricordiamo l’università per Stranieri, Comune e Provincia di Perugia e Regione umbria. Nel corso degli anni si è registrata la partecipazione di numerosi rappresentanti delle Istituzioni Locali, del mondo accademico e delle scuole, delle autorità religiose, delle associazioni locali e di quelle dei migranti. Particolarmente importante è stata la presenza degli Ambasciatori e dei Consoli. La Terza Edizione della “giornata internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù” si è svolta il 25 settembre 2009 presso l’università per Stranieri di Perugia ed ha visto la presentazione del progetto dell’associazione umbria - Africa per la realizzazione di una “Casa delle Culture Africane”, un luogo che possa favorire la conoscenza e la reale comprensione dell’Africa, e che sia in grado di promuovere un processo di inclusione reale dei migranti e la valorizzazione della diaspora come ponte naturale tra comunità di arrivo e di provenienza. L’iniziativa ha visto, tra gli altri, gli interventi del Prof. Mukuna Samulomba dell’università dell’Aquila che ha tracciato lo stato d’evoluzione dell’Africa indipendente e la prospettiva panafricana, dello studioso membro della diaspora Africana godwin Chukwu che ha illustrato le caratteristiche della tratta atlantica evidenziando le responsabilità delle società africane nel commercio degli schiavi, del giornalista guelly Athanase che si è concentrato sulle rotte degli schiavi e il dovere della memoria, e di un altro giornalista, giampiero Forcesi, che ha sviluppato il tema “Schiavitù e Colonialismo”. La 18


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

giornata si è conclusa con l’intervento dello scrittore e poeta camerunense Ndjok Ngan che ha invitato i partecipanti a cantare inieme la sua “ Litania per l’Africa del Sud”. Con la presente pubblicazione l’Associazione umbria-Africa e il Cesvol Perugia consegnano alla società civile e alle istituzioni pubbliche e private, locali, nazionali ed internazionali, gli Atti della Terza Edizione della “giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù”, nella speranza che la campagna per l’istituzione di questa giornata possa ricevere l’adesione e il supporto di tutti coloro che vorranno impegnarsi per la costruzione di una comunità mondiale solidale, di esseri umani liberi ed eguali.

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Memoria, perdono e riconciliazione Paul dongmeza


Paul dongmeza Presidente dell’Associazione umbria-Africa Onlus Giornata della Memoria - Anno 2008


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

MEMORIA, PERdONO E RICONCILIAzIONE di Paul dongmeza Presidente dell’Associazione Umbria-Africa Onlus Quando oggi utilizziamo la parola “schiavitù” non evochiamo purtroppo un fenomeno anacronistico, ma una delle tragedie più gravi e feroci dell’umanità, che dal passato è arrivata fino a noi, al nostro presente cosiddetto “progredito, attraversando secoli e continenti. Risalente alla preistoria, la schiavitù si è estesa a tutti i continenti, ha avuto sede in paesi antichi e moderni, in paesi arretrati e in paesi socialmente avanzati, è stata legittimata dai filosofi greci e romani, dagli ebrei, dai cristiani e dai musulmani. Nel Rinascimento, l’Europa si considerava come erede del mondo classico dove ad Atene come a Roma la schiavitù era comunemente praticata. gli europei, quindi, potevano accettare che altri uomini fossero ridotti in schiavitù. La tratta transatlantica ebbe inizio durante il XV secolo quando il Portogallo, e successivamente altri regni europei, erano in grado di espandersi oltre mare e raggiungere l’Africa. I portoghesi per primi iniziarono a rapire persone dalle coste dell’Africa Occidentale e portare quelli che schiavizzavano in Europa. dopo la scoperta dell’America da parte degli europei, la domanda di manodopera africana salì gradualmente, in quanto le forze lavoro europee e americane risultavano insufficienti Ma la storia del popolo africano fu radicalmente e sfortunatamente cambiata col trinceramento internazionale di un sistema di schiavitù che lo condannò ad essere trattato meno di un qualunque essere umano. Milioni di africani furono catturati, trasportati come merci, in condizioni orribili e messi in schiavitù, usati come mezzi di produzione per costruire lo sviluppo economico dei paesi occidentali e dell’America (viaggio di non ritorno). La schiavitù transatlantica è unica nella storia dell’umanità in termini di impatto distruttivo che ha avuto sull’Africa, in quanto una intera 23


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razza fu condannata a divenire merce, e pertanto catturata, selezionata, trasportata, venduta all’asta, messa ai lavori forzati, umiliata e deprivata della propria cultura. L’immensità del crime e la conseguente vergogna è tale, che quando le menzogne non sono state più sufficienti a coprire la verità storica, si è deciso di passare all’oblio. diventa come un fantasma nei corsi scolastici e un rumore vago per le nuove generazioni. Eppure, se ci fosse un solo crimine da ricordare in tutta la storia dell’umanità, questo dovrebbe essere senza ombra di dubbio la Tratta dei negri. Non ci sono parole per descrivere l’inenarrabile. Come possiamo decentemente credere che un crimine di una tale estensione non abbia lasciato nessuna traccia oggi? Come possiamo credere che un crimine di un tale immensità non abbia avuto nessuna conseguenza di uguale immensità su l’evoluzione dell’Europa, dell’Africa e delle due Americhe fino ai giorni nostri? diciamolo subito: non si può capire pienamente il mondo oggi se non si capisce prima quello che è successo in passato. L’Africa è stato l’unico continente ad essere colpito in questo modo, la perdita della sua popolazione e del potenziale è stato il maggior fattore che l’ha condotta al suo sottosviluppo economico. Ma non servirebbe a niente dissimulare le nostre proprie responsabilità nei disastri che si sono abbattuti o continuano ad abbattersi su di noi. Le nostre complicità nella tratta degli schiavi sono ben stabilite, le nostre divisioni assurde, i nostri errori collettivi; la schiavitù è stata anche una istituzione endogena. Il commercio transatlantico creò inoltre le condizioni per la successiva conquista coloniale dell’Africa da parte delle potenze Europee e per la costruzione di una relazione iniqua che esiste ancora oggi tra l’Africa e le grandi potenze mondiali. Questo rapporto di disuguaglianza che si era creato gradualmente come conseguenza della schiavizzazione degli Africani fu giustificato dall’idealismo e dal razzismo (razza inferiore). Questa ideologia, che fu perpetuata anche dal colonialismo, è uno dei lasciti più significativi di questo periodo storico. 24


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

L’effetto deleterio della massiccia schiavitù africana e del colonialismo, si è cristallizzato sulla psiche degli africani, sia nella diaspora che nel Continente, gradualmente in una forte forma di “Complesso di Inferiorità”, che ha sottoposto gli africani ad un ripugnante stato di auto-alienazione psicologica e mancanza di fiducia in loro stessi. Sfortunatamente, la cultura del silenzio si è associata al nostro disagio di discutere della tratta, che è dovuto in parte al senso di colpa per il nostro coinvolgimento e ha lasciato una cicatrice indelebile sulle nostre facoltà mentali, psicologiche ed intellettuali, nella forma di schiavitù trincerata sotto la maschera della “supremazia bianca”. Questo “complesso di inferiorità” impedisce ancora oggi agli africani di divenire protagonisti attivi dei processi di sviluppo socio-economico dell’Africa, necessari per l’eliminazione della povertà estrema che affligge la maggioranza degli africani sia sul continente che nella diaspora. Noi siamo ancora i “disgraziati della Terra” nonostante le nostre ricche e illimitate risorse naturali. Consapevolmente o meno, noi abbiamo accettato l’ordine economico della supremazia bianca nel quale “noi compriamo secondo i loro prezzi e loro comprano da noi secondo i loro prezzi”. Nessuna economia politica, né capitalista né socialista, può spiegare questa nuova schiavitù economica moderna. gli Africani sono stati messi in coda in ogni processo mondiale con una struttura mentale guidata e tele-guidata, per usare i prodotti già confezionati come la democrazia, la religione, la tecnologia senza alcun riferimento all’importanza del processo che li ha prodotti, alle fasi e alle realtà del nostro ambiente sociale, culturale ed economico. Per il continente africano la giustizia e la pace si presentano più che altrove come un bisogno urgente. Questa urgenza è senza dubbio legata alla sua storia tumultuosa e traumatica. Come ben sapete, l’Africa è l’unico continente al mondo ad essere stato un teatro della tratta di schiavi per tre secoli, e della pratica coloniale per quasi due secoli. Cinque secoli di una storia di de-umanizzazione, di spoliazione e di alienazione culturale hanno lasciato ai neri d’Africa e alla diaspora 25


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delle tracce indelebili. una umanità umiliata, una coscienza ferita e una mentalità impoverita: si tratta insomma di un fenomeno di alienazione e di “depauperizzazione” antropologica, che per alcuni giustifica il ritardo dell’Africa e la povertà dei neri ovunque vivono. La ricerca di una Personalità africana non implica il fatto di un ritorno antropologico alla nostra ascendenza, bensì la valorizzazione della cultura dei valori spirituali ed la conseguente connessione e fusione nei moderni sviluppi della scienza e della tecnologia per un rapido sviluppo socio-economico dell’Africa. Questa è una sfida e una chiamata forte agli africani del continente e della diaspora, di riprendere la battaglia contro l’afflizione mentale che ovviamente è sofferta da noi come una conseguenza dell’aver introiettato gli stereotipi della supremazia occidentale, che imprigionano le menti e ristringono la visione di molti di noi, inconsapevoli che la nostra visione è stata costruita che le nostre azioni sono quindi predeterminate. Lo sviluppo dell’Africa lo sradicamento della povertà, la lotta all’analfabetismo sarà possibile solo quando noi africani stessi ci libereremo dalla schiavitù mentale e intellettuale secolare, forgiando la nostra identità su due pilastri quali la LIbERTÀ e la dIgNITÀ. Se oggi, a livello internazionale, la proprietà legale di una persona è stata ufficialmente e formalmente condannata, ciò non significa che la schiavitù sia stata sconfitta ed espulsa dalla storia. Essa ha infatti assunto altre forme meno visibili ma altrettanto intollerabili colpendo particolarmente e spietatamente alcuni gruppi vulnerabili: bambini, donne, lavoratori provenienti da paesi in via di sviluppo. Sono state elaborate varie convenzioni internazionali volte a proibire tutte le pratiche simili alla schiavitù. Ma è servito a ben poco. L’ONu e l’organizzazione internazionale del lavoro si sono date da fare, ma con mezzi limitati e risultati modesti. È per questo che noi, oggi, ci impegniamo a mantenere viva la memoria sulle schiavitù del passato quale presupposto imprescindibile ed non negoziabile per comprendere le forme di schiavitù che scon26


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volgono il presente e per trovare strumenti efficaci di contrasto, nel rispetto della dignità di ogni essere umano. Per liberare i “nuovi schiavi” del terzo millennio, occorre continuare a riflettere sulla tratta degli schiavi del passato, prima tra tutte quella basata sulla discriminazione razziale ed etnica. Per molto tempo la tratta degli schiavi è stata rimossa dalla storia. Tre secoli di commercio di schiavi e milioni di persone sradicate dalla loro terra spariscono dalla storia ufficiale dell’umanità. Non se ne parla più come se tutto ciò non fosse accaduto. Per superare il trauma sarebbe però necessario conoscerla e studiarla, tenendo presente che superare non significa rimuovere, anche se finora ha prevalso proprio la rimozione. Il nostro obiettivo, tuttora, è quello di ricordare uno dei momenti più importanti nel processo di abolizione della schiavitù, ovvero la stipula della Convenzione di ginevra del 25 settembre 1926, approvata il 24 agosto nel 1953 dalle Nazioni unite con la risoluzione n. 794 (VIII). La Convenzione del 1926 è il primo Trattato internazionale ad avere come scopi ed obiettivi l’abolizione della tratta dei negri e della schiavitù. L’Africa non richiede un risarcimento dei danni subiti, ma il riconoscimento dell’accaduto come verità del passato e del presente. L’Africa non può pensare al suo futuro senza fare i conti con il suo passato. Per noi africani oggi sarebbe un errore considerarci vittime o discendenti delle vittime della tratta per forgiare un’identità. In questo modo si rimarrebbe “schiavi della schiavitù”. Al contrario l’orgoglio di aver contribuito a costruire le grandi potenze industriali di oggi deve avviarci verso una presa di coscienza, verso una rivoluzione mentale e culturale, chiave per il rinascimento africano. Chiediamo dunque a tutte le persone, alle istituzioni, alle organizzazioni della società civile, di farsi promotori del riconoscimento di questa giornata in tutte le sedi istituzionali nazionali e internazionali. Ci rivolgiamo soprattutto alle Istituzioni Africane, agli africani nel continente e della diaspora, affinché intorno a questa data e a questa tematica possano trovare un punto di unione, perchè 27


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la memoria di quanto è successo sia perdono, ma non oblio, e sia riconciliazione prima di tutto con noi stessi. Questa riconciliazione potrà servire all’Africa per trovare una possibile via di uscita dal buio del sottosviluppo in cui giace attualmente, rendendosi non più oggetto, ma soggetto attivo, di un rinascimento che non investirà solo il continente Nero, ma il mondo intero. “una giornata di memoria e di riflessione contro le schiavitù” che non deve essere una celebrazione sterile, ma deve da un lato testimoniare la fine dell’oblio di una delle pagine più tristi e violente della storia umana che ha colpito, in primis, il Continente nero, e dall’altro rappresentare un luogo di riflessione e confronto sulle possibili risposte sociali e politiche alle nuove forme di schiavitù contemporanee. una giornata che vogliamo riempire di significati e iniziative concrete affinché il tema della tratta sia fatto proprio dalle scuole, dai media e dalla società civile e affinché non si dimentichi che il fattore primo di ogni forma di schiavitù è l’esistenza di un enorme bacino di sofferenza, povertà e vulnerabilità. Solo così farà il suo ingresso nella memoria collettiva, cioè nella legge della libertà.

Casa degli Schiavi Isola di gorèe Senegal 28


L’Evoluzione dell’Africa indipendente e la prospettiva panafricana

Mukuna Samulomba Malaku


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La Tratta Atlantica: responsabilitĂ  e collaborazione di alcune societĂ  africane nel commercio degli schiavi godwin Chukwu


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LA TRATTA ATLANTICA: RESPONSAbILITÀ E COLLAbORAzIONE dI ALCuNE SOCIETÀ AFRICANE NEL COMMERCIO dEgLI SCHIAVI. di godwin Chukwu Storico e membro della Diaspora Africana

Premessa La conferenza organizzata dall’ Associazione umbria-Africa nell’ ambito della Terza Edizione della “giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù” intende celebrare, riflettere,approfondire, rivivere e tener viva la memoria di tutti gli schiavi caduti in lungo e in largo le vie e i mari del mondo. Inoltre la conferenza si tiene il 25 settembre 2009 come risposta alle sollecitazioni dell’Assemblea della Società delle Nazioni del 1926 che ha adottato “la convenzione internazionale sulla schiavitù”(1) nella data sopra riportata. La stessa Società raccomandava alle potenze d’allora di impegnarsi nel prevenire e reprimere la tratta. Seguendo le orme tracciate dalla Società delle Nazioni, e più tardi dall’ONu, e mossi da una profonda convinzione di giustizia verso i nostri caduti in cattività, abbiamo deciso di commemorare l’ evento in quella data. Vorrei ringraziare gli organizzatori della conferenza, esprimere la mia gratitudine per la numerosa presenza e partecipazione degli africani in questa sala e anche per la presenza delle autorità accademiche e istituzionali.

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Introduzione Ritengo che in ogni discorso sull’Africa, deve essere attribuito senza dubbio alla tratta atlantica un ruolo centrale. Questo argomento ha, come è naturale, una valenza morale e una carica emotiva. Ma l’aspetto più importante della tratta atlantica sta nel fatto che questa determinò d’allora in poi lo sviluppo dell’ Africa in tutti i suoi aspetti ( sociali, economico-commerciali, politico-istituzionali...). gli effetti della tratta furono enormi e complessi a seconda della prospettiva in cui vengono inquadrate le società africane. Questo rappresenta un punto delicato ma allo stesso tempo una questione aperta ed obbligatoria per fare piena luce sulle molte ombre che avvolgono le lunghe notti della schiavitù africana.. Su questo punto credo che ci sia poca letteratura e dibattito da parte degli africani in generale e questo silenzio, cosciente o meno, rappresenta effettivamente la zona d’ombra ancora esistente tra gli studiosi africani.(2)

Schiavitù e tratta transahariana nelle società africane La schiavitù era una prassi presente in moltissimi popoli del mondo, compreso il continente africano. Questa prassi è molto antica. La schiavitù si sviluppa in Africa attraverso contatti con altri popoli e civiltà. dal punto di vista storico e sociale troviamo in molti popoli (etnie) e società africane l’istituzione della schiavitù come sistema sociale e naturale.” Lo schiavo è una proprietà come i soldi che hai in tasca.. È permesso da dio mangiare i soldi ottenuti attraverso la schiavitù, questa è qualcosa di sacro”. (3) Questa affermazione rivela una convinzione culturale che fonda le sue radici in un passato remotissimo. Le varie forme di schiavitù che conosciamo in Africa dai tempi antichi fino all’epoca moderna sono: la schiavitù domestica, la più antica e diffusa in gran parte dell’Africa sudanese, pensiamo alla parte occidentale sahelico, la schiavitù transahariana, pratica nota 46


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nell’epoca dei faraoni: la schiavitù transoceanica od orientale e infine la schiavitù atlantica o tratta transatlantica. Le più antiche testimonianze scritte relative alla tratta (schiavitù) transahariana riguardano il Fezzan (4) e datano al VII secolo a. C. La cattura degli schiavi veniva sicuramente praticata sotto le dinastie faraoniche dal 2000 a.C., epoca nella quale le truppe erano formate da nubiani. Tra il 1500 e 1400 a.C., frequenti sono le spedizioni militari nell’ alto Nilo. per procurare delle reclute e dei servitori. uno dei faraoni della XII dinastia scriveva “Il Nubiano...io ho catturato le sue donne,rapito i suoi sudditi” In questo documento antico appare già la pratica del razziare e rapire come modo di procurare degli schiavi e delle schiave. (5) Nel IX secolo dopo C. gli storici arabi scrivono “Ci è stato riferito che i re del Sudan (la terra dei Negri) vendono dei sudan (negri) senza alcuna ragione o motivo di guerra”. Ed altri storici arabi menzionano l’esportazione di schiavi dalla lontana terra del sahel verso l’Egitto o altri paesi del nord Africa. Queste citazioni svelano due dati che saranno costanti nella tratta atlantica: cattura o rapimento (la razzia) e il traffico o vendita di schiavi. Accanto a questi due modi aggiungiamo un terzo elemento ed è quello di prigioniero di guerra che viene tramutato in schiavo. Molti autori o studiosi della schiavitù come “sistema produttivo” individua la causa di ciò nella nascita dell’istituzione del guerriero e del mercante nel tessuto sociale. È la stessa società nella sua organizzazione che fa nascere dal suo ventre il guerriero e il mercante che saranno artefici del sistema schiavista o schiavistico Le varie rappresentazioni dello schiavo nelle varie società africane appaiono come “il non parente” per definizione. Il suo stesso sesso è neutro. Oggetto di cattura o di acquisto, strumento di proprietà individuale senza legame con la sua propria terra o con il gruppo di origine, egli è all’interno della società di accoglienza un non- nato. gli schiavi sono socialmente sterili ed essi non nascono pertanto dalla vita, ma dalla materia. Nella società schiaviste nascere dalla ma47


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teria è l’unico modo di venire al mondo per un’ intera classe della società. Pertanto lo schiavo viene concepito e rappresentato come materiale nero o ebano nero. In questo contesto lo schiavo è dunque un oggetto senza sesso, senza parente ne identità; non può generare figli... . Nella tradizione bamum del Cameroun settentrionale gli schiavi di palazzo sono raffigurati nella forma più subordinata di intimità col potere come “escrementi del re” quasi prodotto autonomo di un parto di solo uomo. (6) Abbiamo visto che in Africa, prima dell’ evento della colonizzazione europea nella prima fase che va dalla fino del quindicesimo secolo fino l’abolizione della schiavitù da parte degli Stati uniti d’America nel 1863, la schiavitù esisteva come sistema attraverso l’istituzione del guerriero e il mercante. Il guerriero aveva il compito di fornire sempre forza lavoro fresco per un impiego duplice, impiego domestico (palazzo del re, l’aristocrazia, capi, sacerdoti, l’agricoltura e le sue derivazioni) e l’impiego per l’ esportazione. Nelle trattative di compra-vendita di schiavi entrano come attori e agenti e mercanti locali. Infine la varie tratte come quella transaharian, (verso il Nord Africa attraversando il deserto con base di smistamento a Fezzan)transoceanica (verso l’Arabia saudita, il golfo Persico, verso la Cina e l’India). Nel panorama storico dell’Africa occidentale meritano un posto particolare gli imperi del ghana, gli imperi del Mali, Songai, l’impero Kanem-bornu...sorti dal IX secolo fino alla metà del quindicesimo secolo. Questi imperi praticarono e fondarono la loro ricchezza sul sistema schiavista. durante questi imperi ci furono grandi spostamenti di popolazioni che crearono grande squilibrio demografico. gli avvenimenti del passato precoloniale aiutano ad inquadrare gli eventi della tratta atlantica da parte degli europei, nella partecipazione mercantile di talune società africane nel commercio degli schiavi. Questo fatto solleva più di un velo su alcuni dei vecchi miti della storiografia degli anni sessanta: così lo spostamento a oriente degli imperi dell’Africa occidentale tra il IX e il XVI è spiegato più per lo spostamento di interi gruppi a causa delle guerre 48


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schiaviste che non per il ritenuto esaurimento dell’oro dell’Africa occidentale ( in modo particolare nel Malì).Il forte commercio di schiavi in tutta la zona è visto in opposizione ai tradizionali scambi di cibo e di merci tra le popolazioni nomadi del deserto e le popolazioni agricole della savana le cui rispettive esigenze di mobilità e di scambio forniscono la rete logistica dei commerci transahariani. Le guerre sante islamiche del XVIII e XIX secolo furono anche e soprattutto guerre di catture e predominio commerciale e militare. La schiavitù generalizzata nelle società sudanesi (zona Africa occidentale) permise l’innesco della tratta atlantica e l’evoluzione di società sempre più basate sull’acquisto, la cattura e l’appropriazione di schiavi. Così le aristocrazie guerriere e i re-mercanti insieme parteciparono all’affermarsi della schiavitù come sistema in tutta l’area saheliana dell’Africa occidentale. (7) Tutto questo smentisce in parte l’immagine dell’Africa felix dei grandi imperi dell’Africa occidentale, del mitico re e condottiere Sunjiata le cui conquiste di terre e nuovi sudditi furono celebrate; tutto questo non sembra rimarcare armonia, fratellanza... . Ma bisogna altrettanto affermare che altri popoli o etnie più o meno organizzati non praticarono, all’ interno della loro struttura sociale la schiavitù e neanche il commercio di schiavi; esempi di questa affermazione trovano riscontro presso i popoli come i baga della guinea Konakri, i Kru della Liberia ed altri tanti popoli limitrofi. Il caso più emblematico di tutto questo fu il caso del re Agaja dei Fon del dahomey (oggi Repubblica del benin). Su questo punto o tema torneremo più tardi. La guerra è una grande produttrice di schiavi così come i conflitti sociali, solo in certe situazioni ed aree le guerre vengono mosse appositamente per procurarsi gli schiavi Il regno schiavista del dahomey dal 1700-1800 muove guerre contro le popolazioni yoruba che vivono tanto a est come quelle nel settentrione intraprendendo razzie con lo scopo di procurare schiavi. Spesso gli schiavi possono essere raccolti sotto forma di tributo come quelli imposti dal gruppo etnico Asante a molte province del nord del ghana; in questi casi sono i 49


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governanti locali che devono occuparsi per trovare gli schiave fra la propria stessa gente o fra i gruppi vicini che verranno portati alla capitale. da qui molti di loro saranno distribuiti a notabili o trattenuti direttamente dal sovrano che verranno reimpiegati in svariate attività: agricoltura, pesca, ricerca del oro, servizi domestici, commercio, attività militare...ma possono anche essere uccisi sacrificati per accompagnare un defunto di rango o possono infine essere portati sulla costa e rivenduti agli europei in cambio di merci dal valore strategico fondamentale come armi, e munizioni per ristabilire le scorte militari. La tratta transatlantica ha danneggiato gravemente lo sviluppo demografico in Africa. Molte zone del continente hanno subito grandi lacune. Queste lacune – in termini di crescita demografica – hanno causate grande impoverimento nelle società africane rendendola- in quella epoca – incapace nella prospettiva di sviluppo demografico capace di produrre e riprodursi. (7a)

Dal colonialismo di Vasco da Gama e Cristoforo Colombo alla schiavitù. Per gran parte del medioevo l’Europa fu un’isola a sé stante, (8) tagliata fuori dal resto del mondo dall’Islam; quest’ultimo era penetrato in lungo e in largo dall’Asia centrale verso il Medio Oriente e il Nord Africa per concludersi in Spagna giungendo sino ai Perinei. Neppure le otto crociate riuscirono a rompere questa barriera. dalla nascita dell’Islam fino all’impero ottomano questa forza religiosa continuò a crescere. Nel 1453 cadde in mano ai musulmani la città simbolo di Costantinopoli (città che rappresentava la sintesi tra la civiltà greca e romana e capitale del cristianesimo orientale) Nel frattempo, però, in Europa cominciava a farsi sentire un’inquietudine crescente che sbocciò nelle scoperte. Vasco da gama, aggirando i musulmani aprì una nuova via marittima, che, circumnavigando” l’Africa, approdò 50


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nell’India Orientale. E Cristoforo Colombo “scoprì” le Americhe. Al termine del quindicesimo secolo questi eventi inaugurarono un periodo del tutto nuovo nella storia del mondo: la colonizzazione europea dei popoli dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe. Tutto questo non avvenne per caso. Questa nuova conquista affonda le sue radici non solo nel principio medievale sulla giusta guerra, ma nel fatto che questa (la colonizzazione) fu la continuazione moderna delle crociate. “Anche se i progetti delle crociate fallirono, dice M.W.baldwin,(9)la mentalità della crociata sopravvisse” La colonizzazione praticata in Europa da parte di nazioni cristiane nel confronto di altri popoli europei precedeva la colonizzazione moderna ed era anche diametralmente differente. Adesso invece i cristiani europei (intendasi Portogallo, Spagna, Inghilterra, Olanda, Francia...) incontrarono popoli che erano non soltanto fisicamente, ma anche culturalmente e linguisticamente, assai diversi da loro. una delle conseguenze più atroci (o le conseguenze delle maledizioni “divine” che caddero sui discendenti di Cam) fu l’imposizione della schiavitù sui popoli non occidentali. Nell’antico impero romano e anche nell’Europa medievale, la schiavitù aveva ben poco a che fare con la razza. dopo le “scoperte” del mondo non occidentale, le cose mutarono profondamente; i popoli “inferiori” erano alla mercè dei popoli “superiori”; i valori etici subirono radicali trasformazioni. A partire da tale momento gli schiavi avrebbero potuto essere soltanto persone di colore. La loro diversità consentiva agli occidentali vittoriosi di considerarle come inferiori. La Spagna e il Portogallo introdussero la schiavitù e furono imitate ben presto da altre potenze coloniali nascenti che reclamavano anch’esse la loro fetta nel lucroso commercio di corpi umani. Qualcuno parlò in modo brutale “del lucroso commercio degli ebani neri”. Nel 1537 il papa Paolo III(10) autorizzò l’apertura del mercato degli schiavi di Lisbona, dove venivano venduti ogni anno, per essere trasportati nelle Indie occidentali, fino a dodicimila africani. A partire dal 1698 – fine della concessione reale dell’esportazione degli schiavi51


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in gran bretagna si giunse a dichiarare che “il commercio degli schiavi è un diritto fondamentale e naturale di tutti gli inglesi”;(11) e ad iniziare da quella data la gran bretagna giocò la parte del leone nel mercato degli schiavi. Nel decennio compreso fra il 1783 e il 1793 salparono da Liverpool 880 navi che trasportarono nelle Americhe più di trecentomila africani. Il numero degli schiavi venduti nelle colonie europee delle Americhe è stato stimato da venti a quaranta milioni. durante questa fase la superiorità degli occidentali su tutti gli altri popoli continuò a radicarsi sempre più profondamente fino ad essere considerata cosa del tutto evidente.(12) Le maledizioni di Vasco da gama e di Cristoforo Colombo, infine, indicano la spessa coltre di dolore, sofferenze e disprezzo che cadde sul continente africano. La presenza portoghese nella prima metà del quindicesimo secolo nel continente portò un chiaro (scombussolamento)disordine sociale nei rapporti fra i gruppi dello stesso lignaggio. Il pregiudizio reciproco invase quasi tutte le coste africane dove vivevano i vari gruppi che commerciavano con i portoghesi.

L’origine della tratta La tratta ebbe inizio nel 1441 quando un giovane marinaio portoghese, Atam gonçalvez rapì un uomo e una donna della costa occidentale del Sahara per compiacere al suo re Enrico il Navigatore. Con questo episodio iniziò ufficialmente la circumnavigazione dell’Africa che si concluse con Vasco da gama. Quattro anni più tardi i portoghesi costruirono un forte sull’isola di Arguin, ubicata di fronte alla Mauritania. Il forte serviva come base per l’acquisto degli schiavi e soprattutto per l’oro che sembrava provenisse dall’antico impero del ghana (l’attuale Mali). I due desideri: la via per raggiungere l’India e la ricerca affannosa di materie prime come oro,avorio, spezie e schiavi spingevano i portoghesi alla ricerca di nuovi approdi. I portoghesi conoscevano il valore elevato degli schiavi dato che nel 52


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sud dell’Europa nel XIV secolo c’era un fiorente mercato di schiavi destinati ai lavori domestici per la corte dei re e delle aristocrazie europee e soprattutto come mano d’opera da impiegare nell’agricoltura, specificatamente nella piantagione ed elaborazione della canna da zucchero. In Europa a quel tempo mancava la mano d’opera che era stata decimata dalla peste nera. In molte parti del sud dell’Europa la piantagione della canna da zucchero era molto estesa: nel sud della Sicilia, nell’isola di Madeira, nelle isole di gran Canarias... . Questo fatto richiese una risposta alle molte domande di manodopera di schiavi. In modo analogo la tratta atlantica dipendeva dalla disponibilità degli africani a vendere schiavi. L’enorme domanda che veniva dai portoghesi prima e dagli inglesi, francesi,olandesi ecc,ecc, suscitò all’interno delle istituzioni delle coste, offerte altrettanto in forte crescita. Questa logica mercantile aprì una profonda ferita in alcune istituzioni statali africane. Quando i portoghesi approdarono nelle coste di Senegambia trovarono gruppi etnici del luogo predisposti a collaborare nella tratta; uno di questi gruppi erano i Wolof. Altri gruppi, invece, come quelli dell’alta guinea come i baga e i Kru si rifiutarono di collaborare come ho citato precedentemente. I baga e i Kru non solo non parteciparono alla tratta per tutta la sua durata, ma si opposero con feroce coraggio e. se catturati, arrivavano a uccidere i loro padroni o sé stessi, tanto che gli europei cessarono di ridurre i Kru in schiavitù. (13) Nella zona dell’Africa equatoriale occidentale esistono popolazioni che ignoravano cosa fosse la schiavitù prima dell’arrivo degli europei. I Fang del gabon sono l’esempio delle affermazioni dette poco anzi. Essi vivono insediati appunto nel gabon, in Congo brazzaville, guinea Equatoriale, Camerun e probabilmente nel nord dell’Angola.

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I Popoli,gruppi,stati e regni della costa che collaborarono alla tratta atlantica Vorrei iniziare questo argomento esaminando il caso “emblematico”o rappresentativo del re Agaja dei Fon.dek dahomey Repubblica del benin); ma prima bisogna fare una premessa generale che dia senso a ciò che seguirà. I re, i capi, i notabili della corte, i capi tribù africani della costa occidentale presero parte a questa nuova rete commerciale senza alcun entusiasmo ma si videro costretti a fare una concessione dopo l’altra. una volta che la riserva di “persone disponibili” era diventata troppo limitata per soddisfare le esigenze commerciali degli europei, questi (re, capi) dovettero affrontare un difficile dilemma o scelta: procurarsi altri prigionieri (schiavi) sul campo di battaglia o mediante l’acquisto sul mercato degli schiavi, oppure rinunciare alla possibilità di ottenere i prodotti d’importazione europei (14) La seconda opzione o scelta appare peggiore della prima perché avrebbe significato chiudere la frontiera o il mercato africano alle nuove iniziative commerciali provenienti dall’Europa; una seconda conseguenza negativa sarebbe stata la diminuzione del potere d’acquisto e anche del prestigio dei capi perchè da loro dipendeva l’arrivo di grandi quantità di beni importati che poi avrebbero distribuito alla popolazione. Le testimonianze di quella epoca dicevano: “Nessun altro ad eccezione dei re e dei grandi personaggi viene a far commercio qui” un capitano francese di quell’epoca diceva: “Il commercio degli schiavi è un’impresa da sovrani, uomini facoltosi e mercantili di prima classe” Se i vari stati della costa avessero stretto alleanza sarebbero riusciti a costringere gli europei a vendere le loro merci solo in cambio di oro, avorio e pepe (senza coinvolgere gli schiavi) Purtroppo questa alleanza non venne fatta a causa degli egoismi, dei contrasti e delle contraddizioni – fra i sovrani e i capi delle coste africane – nella ven54


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dita dei loro conterranei. Il caso emblematico, come avevo accennato sopra, dà la misura giusta per capire l’intreccio stretto tra l’esportazione di schiavi e l’importazione di armi e della polvere da sparo. Ebbene il re Agaja fin dall’inizio rifiutò l’esportazione e la cattura degli schiavi. Ma successivamente il popolo fon iniziò a subire ricorrenti scorrerie da parte dei vicini staterelli della costa. Le costanti scorrerie obbligarono il re Agaja a trovare una soluzione: trattare con gli europei per l’acquisto di armi e di polvere da sparo impegnandosi in cambio – “conditio sine qua non” a fornire incessantemente schiavi da esportare. La morale della favola è che il re accettò le condizioni degli europei e ottenne così le armi per difendersi dai vicini che avevano lo stesso obiettivo. Andò sempre più sviluppandosi una equazione tra la fornitura di schiavi, da un lato e quella delle armi dall’altro. Quindi il contratto fra armi e schiavi rimase lo scambio essenziale. una città come birminghan fece la sua fortuna vendendo armi ai re dell’Africa occidentale. Si racconta che quella città inglese esportasse oltre 100 mila armi all’anno. Le cose dette finora riflettono una piccolissima parte degli eventi accaduti nell’Africa occidentale.(15) I portoghesi lasciando la Costa d’Oro (l’attuale ghana) approdarono nell’estuario del Kongo nel 1482. Arrivati trovarono, come presso i wolof, il commercio degli schiavi; questo mercato era un affare in cui i sovrani e i sudditi avevano interessi nettamente distinti. Per ragioni di interesse economico il re del Kongo si fece battezzare dopo essere stato detronizzato da suo figlio, Alfonso Mbemba Nzinga, il quale accettò in toto usi, religione e costumi dei portoghesi . Nel 1526 il regno del Kongo esportava tra due e tremila schiavi all’anno. Il re Alfonso I del Kongo scrivendo al re di Portogallo, Joao III, si lamentava dicendo che: “Molti dei nostri sudditi bramano ardentemente la mercanzia dei portoghesi, che il tuo popolo porta nei nostri regni. Per soddisfare tali insani appetiti, prendono i nostri sudditi neri liberi e liberati, persino nobili e figli di nobili e addirittura membri della nostra stessa 55


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famiglia. Li vendono alla gente bianca... . Tale corruzione e depravazione è così diffusa che la nostra terra è stata completamente spopolata... . È dunque nostro desiderio che questo regno possa essere un luogo dove né la tratta degli schiavi né il loro transito abbia luogo.”(16) Il Re di Portogallo rispose che il Kongo non aveva altro da vendere. Alfonso I non fermò la tratta ma la limitò e la regolamentò.

Conclusione A partire dal 1650 la domanda commerciale di schiavi all’estero andò crescendo in modo rapido e tumultuoso. Questo ciclo di “sviluppo” colse impreparati i regnanti africani serrandoli in una manovra contraddittoria. Per assicurarsi la fornitura dei manufatti europei, essi dovevano vendere dei prigionieri (in quantità sempre crescenti). Ma per garantirsi la necessaria fonte di prigionieri (schiavi), cosi come la difesa del paese dalle scorrerie dei vicini che a loro volta cercavano di procurarsi dei prigionieri, ciascun regnante doveva comprare armi e polvere da sparo in quantità sempre maggiori. Il risultato inevitabile fu nuova insicurezza e altra violenza.. Tutti coloro che lucrarono con il sistema di schiavitù finirono in un clima di brutalità ancora più pesante. Il prezzo della vita si abbassò. La vecchia schiavitù domestica delle epoche precedenti che era caratterizzata in gran parte da un legame personale abbastanza blando, cedette il passo ad una condizione di vita forzata ed assai peggiore. diverse società lungo la riviera furono trascinate in una disintegrazione morale. Il fenomeno dello spopolamento entro le zone investite dalla tratta degli schiavi che si svolgeva sulla costa, poteva anche essere estremamente grave. Nei casi peggiori, intere comunità civili e demografiche furono spazzate via o crudelmente decimate. L’Africa perse moltissimo in quei terribili secoli di tratta. Alla fine di questi fatti, la tratta degli schiavi dovrebbe essere considerata come uno strumento nella promozione di 56


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una prima forma di scambio coloniale. L’Europa riversò i suoi manufatti in Africa. In cambio l’Africa mandò la più preziosa delle sue materie prime: la capacità produttiva dei suoi giovani, uomini e donne. Esistevano tutti gli elementi per uno scambio disuguale: un commercio assai redditizio per l’Europa, che accumulava grossi capitali per un gran numero di imprenditori, ma che, sul versante africano serviva solo a procurare beni di consumo per una minoranza privilegiata. Infine c’era una differenza fondamentale. Mentre i profitti commerciali dei re del ghana, di dahomey, di bonny erano costituiti dai beni di consumo che giacevano nelle loro magazzini, gli uomini d’affari in Inghilterra trasformavano i loro contanti in capitali produttivi; e con quei capitali contribuirono a mettere in moto una rivoluzione economica. Le prime incursioni marittime dei portoghesi sulle coste africane nell’alta guinea; le prime trattative commerciali di scambio; le prime catture e la collaborazione di alcuni stati africani nell’acquisto dei primi schiavi; le altre e successive esportazioni di esseri umani per le Americhe...da allora le coste di Senegambia, passando per le coste del ghana, del bonny fino alle coste di Congo sono state testimoni e teatro della più drammatica e sanguinaria tragedia che abbia mai afflitto il genere umano.(17)

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NOTE (1) Vedere la Convenzione Internazionale del 1926 della Società delle Nazioni sulla schiavitù”,Atti delle Nazioni unite. Facendo leva su questa Convenzione, l’Italia fascista la utilizzò come uno degli argomenti per occupare l’Ethiopia (2) Per quanto mi riguarda le recenti bibliografie sull’argomento, in lingua italiana, sono poche anzi pochissime. Sono praticamente pochi anche gli scrittori africani che si sono cimentati sull’argomento della tratta atlantica a partire dal 1990 fino ad oggi. Cito J.E.Inikori, professore di storia economica all’università “Ahmad bello”(Nigeria) che è autore dell’articolo “Africa in the world history: the export slave trade from Africa... raccolto nel V volume della Storia generale dell’Africa(gli 8 volumi sono stati pubblicati dall’unesco). Su questo argomento Inikori ha pubblicato numerosi articoli nella rivista Journal of African History. (3) Vedere l’ introduzione di Alessandro Triulzi p, 5 del libro “Antropologia della schiavitù” di C- Meillassoux( Milano,Mursia,1992) Opera originale in francese “Antropologie de l’esclavage. Le ventre de fere t d’argent”( Presses universitaires, Paris,1986). (4) Fezzan, località libica meridionale. Luogo di smistamento e vendita degli schiavi provenienti dalla zona sahelica. (5) Op.cit p 50. (6)Sono debitore in questo paragrafo dell’ottima introduzione di A.Triulzi all’ opera di Claude Meillassoux op. cit p.5-12. (7) Oltre all’opera di C. Meillasoux vorrei citare altre opere di grande utilità: Paul E. Lovejoy, The ideology of slavery in Africa(beverly Hills,Sage, 1986); Transformatios in slavery: A history of slavery in Africa.(Cambridge 1983) iEric R. Wolf nel suo libro: L’Europa e i popoli senza storia (Il Mulino,bologna 1990) dice che prima dell’arrivo degli europei esistevano tre meccanismi che potevano trasformare un uomo libero in uno schiavo: 1) L’istituzione di un sistema di pegni(il pagamento del debito contratto); 2 )La separazione giuridica di una persona dalla protezione del proprio lignaggio e 3) la guerra come momento per far prigionieri (schiavi).Tutti e tre i meccanismi venivano utilizzati per fornire schiavi all’attività commerciale. In questo modo tutte le istituzioni preesistenti vennero poste al servizio dell’espansione mercantile europea. Le società africane si specializzarono nella consegna degli schiavi e in tutte le attività collaterali connesse con il commercio. Per un ulteriore approfondimento di questo argomento consultare l’ottimo libro di John Iliffe, Africans.The history of a continent (Cambridge university Press 1995) capitolo 7 pp.,127-158; trad. it Popoli dell’Africa. Storia di un continente (Milano,bruno Mondatori, 2007) (7a) Calchi Novati g. P. e Vlsecchi P.,”Africa:la storia ritrovata”(Roma, Carocci., 2005) 58


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e Valsecchi P., “I signori di Appolonia.Potere e formazione dello stato nell’Africa occidentale tra XVI e XVIII secolo (Roma,Carocci, 2002). (8)Il Medioevo è stato definito da Flavio biondo come una serie di secoli di mezzo - dalla caduta dell’impero romano fino agli inizi delle scoperte o espansione europea verso altri mondi e la cacciata dei mori dalla Spagna- intercorsi tra l’Antichità classica e il Rinascimento. Quel periodo di 1016 anni può essere diviso in tre parti;a) i primi sei secoli (dalla caduta dell’impero romano fino alla vigilia della prima crociata) possono essere chiamati di isolamento a causa dei problemi interni- invasioni barbariche,la rinascenza carolingia e il feudalesimo, la riforma gregoriana e la lotta per le investiture;b) due secoli di colonialismo latino-europeo in Medio Oriente:le crociate; e infine c)periodo di fame,peste nera e guerre intestine. Isolamento dovuto anche alla mancanza, allora, di tecniche e strumenti di trasporto marittimo .Sul Medioevo c’è una vastissima letteratura a questo riguardo. Consultare i 12 volumi sul Medioevo diretto da umberto Eco; vedere anche g. duby Il Medioevo (bari,Laterza 1993), autore di numerose pubblicazioni ed uno dei maestri sul Medioevo.; J.Le goff e J C., Schmitt (a cura di) dizionario dell’Occidente medievale 2 vol. (Torino, Einaudi 2003). (9)Sul colonialismo medievale vedere Joshua Irawer, Il Colonialismo medievale.Il regno latino di gerusalemme,(Roma,Jouvence,1982) (10)Papa Paolo III, chiamato farnese fu eletto pontefice della chiesa cattolica nel conclave del 1534. Egli fu il papa del concilio di Trento. Morì nel 1549 a Roma. La famiglia farnese era una delle grandi famiglie di Roma del primo cinquecento.. Su questa figura c’è ancora molto da dire. Cito il libro di Anthony Majamlahti “guida completa alle grandi famiglie di Roma”(Milano,Valardi editore 2005) Titolo originale “The families who made Roma. A history a guide”. (11) Vedere Roberto bosi, “I grandi regni dell’Africa nera. Splendori e miserie nella savane e nelle foreste tropicali”(Milano,bompiani 1987) (12)Sul numero approssimativo degli schiavi venduti non solo nelle Americhe ma nel Nord dell’Africa, verso l’Arabia saudita, il golfo Persico, verso l’India ecc,ecc., questo è oggetto di un forte dibattito fra gli specialisti della tratta transatlantica. gran parte del discorso esposto in questo paragrafo è stato ricavato dal libro di david J. bosch, “La trasformazione della missione. Mutamenti e paradigma in missionologia”(brescia,Queriniana,2000),Vedere cap VII pp..302-334. (13)Vedere John Iliffe, “Popoli dell’Africa. Storia di un continente”(Milano,b.,Mondatori,2007) P 173. 14) basil davidson, Storia dell’Africa(Torino, Eri-Rai 1990) Lui rappresenta senza dubbio uno dei più grandi storici sull’Africa. Ha viaggiato in lungo e in largo per l’Africa partecipando ai vari eventi politici e sociali di questo continente.È stato professore in varie università, sia africane sia europee. Ha pubblicato numerosi libri e un’infinità di articoli sempre sull’Africa. Il libro sopra menzionato prende la 59


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forma di un racconto storico che fonda le sue radici nella tradizione orale africana. Merita di essere citato il suo bellissimo libro sulla schiavitù intitolato “Madre nera, gli anni del commercio degli schiavi” (Torio,Einaudi, 1966) (15) davidson b., op.cit.,pp.159-161. (16) Queste frasi sono state prese dal libro di John Iliffe,”I popoli dell’Africa,Storia di un continente” p.176. (17) Su questi ultimi paragrafi ho consultato davidson b., op.,cit., pp. 166-170.. Sulle società africane consultare l’opera di gentili A.M.,”Il leone e il cacciatore.Storia dell’Africa subsahariana (Roma, Nuova Italia Scientifica,1995)Calchi Novati g., Africa la storia ritrovata (Roma, Carocci,,2005) Valsecchi P., I signori di Appolonia.. Poteri e formazione dello stato in Africa occidentale fra XVI e XVIII secolo( Roma,Carocci.,2002);Pietrostefani g., La tratta atlantica.genocidio e sortilegio.(Milano, Jaca book, 2000) bono S., Schiavi musulmani nell’Italia moderna.galeotti,vu comprà, domestici,(Napoli,1999)Vedere o consultare la monumentale bibliografia di Miller J.,C Slavery: A worldwide bibliography 1900-1982(New York,1997) Merita una menzione speciale il libro autobiografico di Equino Olaudah, L’incredibile storia di Olaudah Equino o gustavus Vassa detto l’africano. (Milano.Epoche,2008)

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Le rotte degli schiavi e il dovere della memoria guelly Athanase


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LE ROTTE dEgLI SCHIAVI E IL dOVERE dELLA MEMORIA di guelly Athanase Esperto di comunicazione e Management per le politiche culturali/Giornalista ORTB/EUROPA

Introduzione Cari amici dell’università degli stranieri di Perugia ringrazio in primo luogo le autorità dell’università che hanno avuto il merito di concederci questo spazio per riflettere sul fenomeno della schiavitù e soprattutto sull’importanza capitale della sua celebrazione. Ricordiamo innanzitutto per dovere di memoria; ecco perché l’odierno incontro assume un particolare significato per noi africani ma anche per chi si interessa alla storia. Il mio intervento si basa su una seria di articoli pubblicati sulla storia della schiavitù, articoli che rendono meglio comprensibili i meccanismi che hanno governato per secoli la tratta dei schiavi. un tale approccio metodologico ci consente a colpo sicuro di rimare dentro la storia e viverne gli aspetti più salienti. Col permesso dell’assemblea vi invito a seguire attentamente i testi seguenti che ci aiuteranno a porre le basi di una riflessione autentica sulla schiavitù senza cadere nella classica trappola che pone spesso il problema sul semplice piano di vittime-colpevoli .

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Benin e la storia della schiavitù Il benin è un piccolo tassello nel mosaico dell’Africa Occidentale. un dito di terra. due millimetri di costa sulla carta geografica e un lungo affondo a Nord, verso gli altopiani del Sahel. Le sue vicende da noi non fanno notizia e non è neanche una meta turistica gettonata. Ma ha spiagge orlate di palme, città coloniali, villaggi dalle architetture uniche e una storia importante, che si concentra a Ouidah, una cittadina non distante dalla capitale Porto Novo e dal principale centro commerciale del Paese, Cotonou. da qui, tra il 1600 e il 1700, quando questo tratto del golfo di guinea faceva parte del grande Regno del dahomey, famoso per le leggendarie amazzoni, partirono migliaia di uomini e donne venduti ai mercanti europei per essere spediti nelle colonie d’Oltreoceano. Oggi Ouidah fa parte della “Rotta degli schiavi", l’itinerario culturale istituito dall’unesco nel 1993 per ricordare la tratta, e ha una sua Strada della memoria che va dal centro cittadino, dove si svolgevano la contrattazione e la marchiatura a fuoco, fino alla spiaggia da dove partivano le navi negriere, passando per il “Memoriale della schiavitù” e la “Porta del non ritorno". Si dice che, prima di essere imbarcati, i prigionieri girassero sette volte intorno a un “albero dell’oblio” per dimenticare il passato, e poi tre volte intorno a un “albero del ritorno” perché le anime potessero tornare alla terra d’origine dopo la morte. Se le anime siano tornate, chi può dirlo. È certo invece che chi partiva non dimenticava e che con gli schiavi si diffuse nel Nuovo mondo anche il culto animista di cui il benin è stata la culla: il Vudù, o Voodoo, o Vodon. È così che la storia di questa religione millenaria, denigrata e perseguitata in tutto il mondo, e anche in patria finché nel 1992 è stata riconosciuta tra le religioni ufficiali, si intreccia strettamente con quella della schiavitù. Oggi il benin le celebra lo stesso giorno, proprio sulla spiaggia di Ouidah, dove ogni 10 gennaio si tengono contemporaneamente la 64


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Commemorazione della schiavitù e la Festa internazionale del Vudù, che richiama fedeli e turisti da tutto il mondo “Fin dal mattino un fiume di gente si rovescia per le strade, per poi raggiungere la laguna e infine la spiaggia. donne con abiti variopinti e sgargianti, o sacerdotesse vestite di bianco [...] Ogni gruppo di cerimonia è riconoscibile per lo stesso colore del pagne (tessuto usato come abito); i sacerdoti li guidano intonando canti e nenie, che ogni tanto danno origine a danze sfrenate. [...] Chi ha partecipato a questa celebrazione una volta non la dimentica più, l’aspetto religioso supera di gran lunga il folklore", racconta sul suo blog Flavio Nadiani, italiano originario di Faenza, che insieme alla moglie beninese ha fondato a Ouidah la ‘Maison de la Joie'. Fonte (www.ermes.net). dopo la ribellione malês (1835) di bahia (brasile), molti degli schiavi africani, prevalentemente di estrazione yoruba, diedero vita ad un movimento di ritorno verso la costa occidentale dell’Africa. Nel golfo del bénin, questi schiavi tornati in Africa si stanziarono nelle città di Agoué, Ouidah, Porto Novo e Lagos e qui, unendosi ai mercanti di schiavi portoghesi e brasiliani, formarono una comunità afro-lusobrasiliana, nota come Aguda. Mentre la storia dei discendenti dei commercianti degli schiavi è supportata da una documentazione scritta, quella dei discendenti degli schiavi, essendo legata soprattutto all’oralità, è segnata da lacune documentarie. A partire dagli anni ‘90 progetti dell’uNESCO come La via degli schiavi hanno cercato di porre lo studio della storia della schiavitù e il problema dell’identità della comunità afro-luso-brasiliana al centro del dibattito pubblico. Accanto ad un interesse genuino per la storia della schiavitù maturò la tendenza a fare della discendenza dagli schiavi un modo per guadagnare potere politico. Ad esempio, urbani- Karim Esilio da Silva- candidato presidente del bénin nel 1968, membro illustre della comunità afro-luso-brasiliana in bénin, nonché console onorario del brasile in bénin- ha affermato e consolidato il proprio prestigio politico ed economico enfatizzando 65


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la sua discendenza, da parte di madre, da uno degli schiavi leader della rivolta malês, nonostante esistano dati storici che contrastano con la veridicità di tale informazione. Analizzando le immagini esposte nel Musée da Silva des arts et de la culture, inaugurato da Silva nel 1998, esse mostrano che certamente lo spazio, attraverso l’arte visuale, vuole ricostruire e preservare la storia della schiavitù, ma al contempo esso autocelebra il suo fondatore proponendone un’immagine di discendente di quegli schiavi, non vittime, ma eroi della storia beninese. Trasmettere una memoria autentica della schiavitù è compito arduo: da un lato, alcuni hanno rivendicato una parentela con gli schiavi deportati per acquisire prestigio e dall’altro, soprattutto i discendenti degli schiavi non occupati in ruoli politici, hanno nei confronti della schiavitù la tendenza a dimenticare e occultare quella parte della loro storia. (www.africaemediterraneo.it)

La celebrazione della festa del Vodoun e i suoi stretti legami con la storia della schiavitù La storia ricorda che benin è una lingua di terra rossa che unisce l’Oceano a Ouidah, cittadina nel sud del benin. In altri tempi, quella strada era rossa di sangue: migliaia di esseri umani incatenati l’hanno percorsa per raggiungere le navi negriere. Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, portoghesi, francesi, inglesi e olandesi si stabilirono a Ouidah. La cittadina diventò uno dei luoghi più importanti nel commercio degli schiavi: per il regno del dahomey la tratta schiavista fu una vera “industria nazionale". L’economia del Paese si fondava sulle spedizioni annuali contro le popolazioni limitrofe; migliaia di prigionieri, sotto il monopolio del re, erano venduti ai bianchi. I negrieri trattavano i loro affari con piccoli notabili avidi di prodotti europei: armi, tessuti di cotone, perle, attrezzi di metallo, acquavite. ufficialmente, la schiavitù è stata abolita nella seconda metà del di66


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ciannovesimo secolo. Ancora oggi, le stime relative al numero totale degli schiavi variano enormemente. A basil davidson, storico di fama internazionale sull’argomento, “sembra ragionevole supporre che in un modo o nell’altro, prima e dopo l’imbarco, la tratta sia costata all’Africa almeno cinquanta milioni di anime". dall’antico regno del dahomey partirono circa diecimila esseri schiavi. Il 2 dicembre è stata la giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù indetta dalle Nazioni unite. Proprio il 2 dicembre del 1949 l’Assemblea generale dell’Onu, con sede a New York, adottò la Convenzione per la repressione e l’abolizione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione. Il 2004 è stato l’anno internazionale di commemorazione della lotta contro lo schiavismo e per la sua abolizione, proclamato dall’Assemblea generale dell’Onu. Negli ultimi dodici mesi le istituzioni degli Stati membri delle Nazioni unite e le organizzazioni internazionali si sono impegnate a promuovere iniziative che diffondano la conoscenza del fenomeno dello schiavismo. Queste iniziative spesso godono di una certa visibilità e contribuiscono a far crescere la coscienza dei cittadini di tutto il mondo. Nei luoghi legati alla tratta si svolgono invece eventi meno visibili ma altrettanto significativi. In benin, per esempio, la festa nazionale di commemorazione della schiavitù ricorre il 10 gennaio. Questo appuntamento comporta attività di turismo culturale che spingono gli afro-americani alla scoperta della terra d’origine. un processo di riformulazione dell’identità è in corso: la diaspora, con la sua componente storica e religiosa, sta diventando un elemento centrale dell’identità nazionale e dei popoli dei luoghi d’esilio. dagli anni Novanta, da quando in benin è iniziata la fase di “Renouveau démocratique", i dignitari vudù si mobilitano per riabilitare la loro religione, ingiustamente identificata con pratiche malefiche, oscure e brutali negli stereotipi di chi non la conosce, e per creare contesti d’incontro con i discendenti degli schiavi afro-americani. Fin dal '92 in benin è stata istituita la festa di commemorazione della schiavitù e di tutti i vudù. E il processo di ri-africanizzazione dei culti religiosi afro-ame67


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ricani, attualmente in corso, spinge numerosi adepti d’oltremare a recarsi in benin per iniziarsi e per scoprire i luoghi della tratta. Emile Ologoudou, professore universitario beninese di sociologia, racconta: “Ogni anno partecipano alla festa del 10 gennaio migliaia di persone, soprattutto beninesi e afro-americani. È un tipo di turismo culturale: vengono da Trinidad, dal brasile, da Haiti per scoprire la terra delle loro origini. Anche quest’anno ripercorreremo tutta la via degli schiavi e ci fermeremo nei luoghi più significativi, fino ad arrivare al memoriale alla schiavitù, costruito nel ’92 a zumbodji, dove c’è una vera fossa comune. Arriveremo alla “Porte du non-retour”, inaugurata nel ’95 dall’unesco nell’ambito del progetto La route de l’esclave. La “porta del non ritorno", spiega Ologoudou, “è stata eretta in memoria delle migliaia di schiavi partiti da questa terra. La cerimonia commemorativa parte dalla Place aux enchères: lì aveva luogo la vendita degli schiavi che erano scambiati con oggetti, specchi, alcol, tabacco. “Sulla via degli schiavi c’è la piazza che chiamiamo Maggà: lì c’è un albero attorno al quale gli uomini catturati come schiavi facevano nove giri, mentre le donne ne facevano sette. Lo facevano perché credevano che ciò avesse come effetto l’amnesia: gli schiavi dovevano dimenticare tutto il loro passato. Lo chiamiamo l’albero dell’oblio. Sotto quest’albero essi depositavano tutti i loro oggetti religiosi, come i talismani. da qui erano portati nella piazza zomaï, che vuol dire “là dove il fuoco non penetra”, “là dove non penetra la luce”. Si chiama così a causa della condizione in cui erano gli schiavi: venivano stipati in una grande capanna chiusa ermeticamente, con una piccola apertura". una sola donna aveva il compito di nutrire migliaia di persone. “Erano talmente stretti lì dentro, alcuni stesi, altri seduti, neanche vedevano. Temevano per la loro sorte. Chi non ce la faceva o moriva prima di imbarcarsi era sotterrato lì. Per questo zomaï – conclude Ologoudou – è anche una fossa comune. In quella piazza si marcavano gli schiavi col ferro caldo sulla spalla sinistra, così che i negrieri potessero riconoscerli all’arrivo. Erano uomini ma li segnavano come 68


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animali. Se si ribellavano venivano fucilati. Chi usciva vivo da zomaï andava verso l’arbre du retour. Sia gli uomini che le donne facevano tre volte il giro intorno all’albero, affinché dopo la morte la loro anima potesse tornare nella loro terra". Il fatto che prima di essere imbarcati per affrontare la traversata atlantica gli schiavi fossero spogliati di tutti i loro oggetti sacri non bastò a far loro rinnegare la propria identità religiosa. uomini e donne della diaspora, infatti, hanno continuato a praticare il vudù oltre oceano, come ancora oggi è testimoniato dall’esistenza del candomblè in brasile, del vudù ad Haiti, della santeria a Cuba, dell’obeah in giamaica e, ancora, dai vari culti vudù da Tobago alle grandi metropoli come brooklyn. Tutti culti, questi, che hanno manifestato forme diverse di sincretismo ma che conservano il fulcro africano e hanno formato un’importante trama tra le culture dei popoli neri della diaspora. gli schiavi invocavano le loro divinità durante i batuque, nei giorni di riposo. Ogni divinità africana fu assimilata a un santo della religione cattolica e così, al riparo di questo sincretismo in principio solo apparente, si è potuto perpetuare il culto delle divinità africane. Le cerimonie erano, per gli schiavi, il contesto in cui ritrovare la loro identità africana. I sentimenti di coesione e fratellanza che si generavano in queste occasioni fomentavano spesso la spinta a ribellarsi e a fuggire: le comunità di schiavi fuggitivi sorgevano dovunque e sono conosciute, a seconda dei luoghi, come quilombos, palenques, cumbes, moçambos, ladeiras o mambises. Stretta è quindi la relazione storica tra vudù e schiavitù. Anche per questo, in benin, sono festeggiati nello stesso giorno. daagbo Hounon, Chef Supremo del gran Consiglio della Religione Vudù, è morto lo scorso anno. Così raccontava l’ultimo 10 gennaio da lui presieduto: “Ho fatto benedizioni a tutta la popolazione, vicina e lontana. Ho dato un messaggio di pace. Erano presenti molti adepti che suonavano i tam-tam, c’erano anche tanti stranieri. Vengono dall’America, da Haiti, dal brasile, da bahia. Facciamo cerimonie insieme e commemoriamo tutti gli schiavi che sono stati portati via dalla no69


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stra terra”. “gli africani che sono arrivati laggiù”, raccontava daagbo con il capo coperto da un enorme cappello di paillettes colorate, “hanno fatto dei figli, hanno costruito altre famiglie. Oggi, alcuni di loro tornano nella terra africana per comunicare con i loro antenati. Il 10 gennaio è il giorno di commemorazione di tutti gli schiavi ma anche la festa di tutti i vudù. Lo scorso anno è successa una cosa molto interessante. Al tempo della schiavitù c’era un grande albero dove legavano le corde delle navi negriere mentre le riempivano. Il mare ha battuto per molto tempo la costa e ha riportato alla luce il vecchio tronco. Allora abbiamo organizzato una grande festa intorno a quell’albero. Tutti sono venuti a vederlo: aveva retto le prime navi negriere e si è trasformato in vudù. Abbiamo fatto cerimonie e sacrifici intorno a quell’albero, che è stato un testimone. Quel giorno di festa la gente era venuta in spiaggia per fare il picnic. Ognuno è andato a dare una parte del cibo che aveva portato all’albero. Alcuni hanno pianto, altri si sono uniti a noi per suonare i tam-tam. Fonte: (http://dweb.repubblica.it)

Conclusioni La conferenza Mondiale delle Nazioni unite Contro il Razzismo che ha visto la partecipazione di 2.500 delegati dei governi di tutto il mondo, di 1.000 organizzazioni non governative, e di migliaia di manifestanti a sostegno delle istanze in discussione, si è conclusa stabilendo una verità definitiva. Il documento finale ha dichiarato la schiavitù crimine contro l’umanità. gli afroamericani e alcuni paesi africani esigevano scuse ufficiali e indennizzi in danaro da parte dei paesi del mondo occidentale che avevano praticato la tratta degli schiavi. Il Sud Africa e altri paesi africani chiedevano che il risarcimento avvenisse sotto forma di aiuti allo sviluppo da parte dei paesi ex-schiavisti a favore delle comunità residenti nei paesi della diaspora nera e sullo stesso continente africano. Ecco il punto critico della storia verso il quale deve condurci ogni forma di commemorazione. 70


Schiavit첫 e colonialismo giampiero Forcesi


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SCHIAVITÙ E COLONIALISMO di giampiero Forcesi Giornalista freelance Non credo di avere alcun titolo per intervenire a questa giornata di memoria e di riflessione sulle schiavitù se non quello di aver lavorato per qualche tempo, pochi anni fa, con un gruppo di studenti africani, tra i quali alcuni dei partecipanti a questa iniziativa – mi riferisco a Athanase guelly e Paul Ndigi – alla realizzazione di una serie di incontri e di dibattiti sulla memoria del colonialismo. Lavoravo, allora, all’ufficio Centrale Studenti Esteri in Italia (uCSEI), una bella realtà di accoglienza e di promozione di studenti universitari provenienti da molte nazioni del mondo, e in particolare dall’Africa, che un sacedote italiano, don Remigio Musaragno, ebbe l’intuizione di fondare più di 40 anni fa. don Remigio è morto nel 2007. Sarebbe stato molto contento di vedere una iniziativa come questa. Avrebbe chiesto di scriverne sulla rivista “Amicizia”. Avrebbe pensato che la sua idea di sempre aveva ripreso a camminare e dare frutto: cioè che gli studenti esteri, la diaspora africana in Italia, si organizzano per riflettere insieme su come fare qualcosa per i loro paesi, su come essere soggetti attivi dello sviluppo dei paesi di origine. dicevo di quegli incontri sul colonialismo. Erano all’interno di un progetto della cosiddetta “educazione allo sviluppo” ed ebbero un piccolo finanziamento dal ministero degli Esteri. L’uCSEI è anche riconosciuta come Ong, non per progetti da attuare nei paesi in via di sviluppo ma per progetti – appunto – di educazione allo sviluppo, da attuare nel nostro paese e nei quali far incontrare persone del Nord e del Sud per conoscere meglio la realtà complessa delle relazioni tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo (scusate queste denominazioni, che hanno tanti limiti concettuali...). Conoscere, certo, per cambiare, per ridurre le iniquità. Il progetto consisteva nel riandare alla storia del colonialismo ritenendo che non si trattasse solo 73


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di storia passata, ma di una storia che incide molto nelle vicende presenti. Si tennero una dozzina di incontri, con relazioni di studiosi sia italiani sia africani, latinoamericani e asiatici. E ci fu sempre un dibattito, in ogni incontro, in cui presero la parola numerosi studenti. Tutto il lavoro, completato da parecchie testimonianze di giovani, soprattutto africani, su singoli aspetti della storia coloniale dei loro paesi, fu poi pubblicato in un volume di 550 pagine, con il titolo “Sguardi incrociati sul colonialismo”. Sottotitolo: “Le relazioni dell’Europa con l’Africa, l’Asia e l’America Latina”. Il libro lo mandammo in quasi tutte le principali biblioteche e nelle facoltà di storia e di scienze politiche delle università italiane. Parto di qui, da quel nostro lavoro, e ne riprendo alcune considerazioni. Per poi arrivare a porre una questione in particolare. Le “lezioni” e i dibattiti che hanno dato vita al progetto “Sguardi incrociati sul colonialismo” avevano un intento, diciamo, discutibile, e che in effetti è stato a lungo discusso. Lo riporto così come è descritto nell’introduzione al volume, che curai io stesso. “Il nostro approccio al tema del colonialismo è stato volutamente provocatorio. Ha, cioè, voluto provocare una discussione intorno a quesiti un po’ scomodi, un po’ irrituali, insoliti., talvolta considerati inaccettabili o, comunque, mal posti e, alla fine, per molti versi, urtanti. Quesito centrale è il seguente: il colonialismo europeo ha determinato soltanto effetti negativi per lo sviluppo dei paesi colonizzati oppure ha determinato anche effetti positivi? In sostanza, ci si è proposti di guardare alla tematica storica del colonialismo europeo secondo un’ottica apertamente valutativa, che forse in storia non è una prospettiva adeguata (la storia non è un tribunale), e dunque di cercare di fare un bilancio. Riformulato in maniera un po’ rozza l’interrogativo suona così: senza l’esperienza coloniale, con i suoi drammi, le sue ferite enormi, i diversi paesi avrebbero avuto uno sviluppo migliore? Insomma, quale giudizio si può dare oggi su come ha inciso la vicenda coloniale nella storia dei popoli e dei paesi che sono stati colonizzati? E ha senso darlo? Ci aiuta, ci serve? Ci consente di affrontare il presente – noi 74


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europei e gli africani, gli asiatici, i latinoamericani – con una diversa consapevolezza? una consapevolezza capace di farci procedere più speditamente lungo una strada di maggiore equità e di maggiore progresso?”. Più avanti, notavo: “Lo scandalo di alcuni di questi quesiti – lo scandalo, cioè, della pretesa di interrogarsi su una eventuale positività, certo parziale, della vicenda coloniale – ha prodotto un più forte coinvolgimento sia dei relatori sia degli interlocutori (...)ha favorito una notevole fecondità di riflessioni, di giudizi, di interpretazioni. E di dialogo”. Concludevo l’introduzione al volume dando conto di quale era stato l’esito, secondo me, di quei nostri seminari: “L’acquisizione conclusiva del percorso che abbiamo fatto, e che si ritrova nel libro, la possiamo esprimere con le parole di Alessandro Triulzi (docente di Storia dell’Africa all’università Orientale di Napoli): ‘Non c’è dubbio che il sistema coloniale sia stato un sistema di potere e di prevaricazione che, però, al suo interno ha suscitato anche spinte e ansie di creatività e di modernità, quando non di libertà e di maggiori livelli di consapevolezza dei diritti’. E soprattutto appare vero che, come egli stesso ha detto, il passato coloniale “nel bene e nel male, ci ha unito in modo altrettanto forte di quanto ci abbia diviso’; e, dunque, che esso è stato ‘sì, una pagina dolorosa e traumatica, ma anche una pagina che ha fatto vedere cosa noi, insieme, possiamo dare all’umanità e allo sviluppo della società civile’”. Mi chiedevo allora (e mi chiedo tuttora): ma dunque che cosa possiamo dare all’umanità, come diceva Triulzi? Cioè, che cosa possiamo trarre, insieme, da quella dolorosa, anche terribile, esperienza? Nelle righe finali dell’introduzione dicevo che ne possiamo trarre “una diversa e più ricca consapevolezza della dignità di ciascun uomo e di ciascun popolo, e dei mezzi più idonei per tutelarla e per promuoverla”. E che, dai seminari a cui avevamo partecipato, si potevano ricavare alcune convinzioni condivise, necessarie per costruire, oggi, una storia di dignità per ogni uomo e per ogni popolo.

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La prima è che il colonialismo è, nel suo fondamento, l’espressione di una specie di “malattia mentale”, e questa malattia è “lo spirito di dominio sull’altro”. C’è colonialismo, in ultima analisi, quando siamo ingiusti e autoritari con i nostri simili. Alla base della “situazione coloniale” – ci ha detto Triulzi – c’è un governo dei pochi sui molti. “La situazione coloniale è la situazione in cui c’è una minoranza che legifera, decide, governa in nome e per conto di una maggioranza da cui non riceve e a cui non chiede il consenso”. In questo senso, Triulzi parlava anche di “colonialismo interno”, cioè delle molte situazioni nelle quali condizioni di dominio si sono costruite all’interno stesso dei paesi usciti dalla colonizzazione europea. La seconda convinzione (legata alla prima) è che dalla “situazione coloniale” – quel colonialismo (esterno, in questo caso) che non è finito cinquant’anni fa, ma che ancora resta in molte forme economiche e culturali – se ne può uscire soltanto se si supera, da un lato, il senso di superiorità che è ancora presente in Europa e nel Nord America (se non più, forse, superiorità di razza, però certo superiorità di civiltà e dunque un pensiero etnocentrico), e, dall’altro, da parte dei popoli ex colonizzati, il sentimento di essere vittime, quel vittimismo che procura solo debolezza e impotenza. Ora, vorrei riprendere questa pista di riflessione sulla duplicità di sentimenti – di superiorità e di inferiorità per venire all’altro tema: quello della schiavitù e della tratta. Io, qui, vorrei prendere come riferimento il pensiero espresso da alcuni settori della chiesa cattolica africana negli ultimi anni, e in particolare dall’abbé barthelemy Adoukonou, un prete e teologo del benin, attualmente segretario della Conferenza episcopale regionale dell’Africa occidentale francofona (Cerao). Come sappiamo il silenzio ha regnato a lungo sulla tratta dei neri e sullo schiavismo. Anche nella Chiesa, che ha ritenuto legittima la schiavitù fino ai primi decenni del XIX secolo. Il silenzio, dice il teologo del benin (terra dove la tratta è stata pesantissima), è stato rotto da giovanni Paolo II: prima nel 1985, a Yaoundé; e poi, in modo più forte ed efficace, nel 1992, nella sua visita all’isola di gorée, alla “casa 76


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degli schiavi”, quando ha chiesto perdono a dio per il crimine contro l’umanità che è stata la tratta dei neri. disse il papa nel ’92: “Cari fratelli e sorelle (...) vi partecipo anche la mia viva emozione, l’emozione che si prova in un luogo come questo, profondamente segnato dalle incoerenze del cuore umano, teatro di una eterna lotta fra la luce e le tenebre, fra il bene e il male, fra la grazia e il peccato. gorée, simbolo della venuta del vangelo della libertà, è anche, purtroppo, il simbolo dell’orribile aberrazione di coloro che hanno ridotto in schiavitù i fratelli e le sorelle ai quali era destinato il vangelo della libertà. Il Papa, che sente profondamente le gioie e le speranze come pure le tristezze e le angosce degli uomini, non può rimanere insensibile a tutto ciò che gorée rappresenta.[...] Si può dire che quest’isola rimane nella memoria e nel cuore di tutta la diaspora nera. Quegli uomini, quelle donne e quei bambini sono stati vittime di un vergognoso commercio, a cui hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede. Come dimenticare le enormi sofferenze inflitte, disprezzando i diritti umani più elementari, alle popolazioni deportate dal continente africano? Come dimenticare le vite umane annientate dalla schiavitù? Occorre che si confessi in tutta verità e in umiltà questo peccato dell’uomo contro l’uomo, questo peccato dell’uomo contro dio. Com’è lungo il cammino che la famiglia umana deve percorrere prima che i suoi membri imparino a guardarsi e a rispettarsi come immagini di dio, per amarsi infine come figli e figlie dello stesso Padre celeste! da questo santuario africano del dolore nero, imploriamo il perdono del cielo. Noi preghiamo perché in futuro i discepoli di Cristo si dimostrino pienamente fedeli all’osservanza del comandamento dell’amore fraterno lasciato dal loro Maestro. Noi preghiamo perché essi non siano mai più gli oppressori dei propri fratelli, in nessun modo (...). Questa lunga citazione è per dire che una parte significativa e autorevole del mondo occidentale – un papa europeo, polacco – ha avuto il coraggio di chiedere perdono per quel vergognoso commercio, per quel disprezzo dei diritti umani più elementari, per quelle vite umane annientate... . 77


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Nel suo libro “Varcare la soglia della speranza” egli parla di “olocausto degli schiavi neri dell’Africa”. Questo, certo, non cambia la realtà di situazioni ancora oggi esistenti di schiavitù e di diritti umani annientati, quando la corda del debito estero si stringe su intere popolazioni, quando la volontà di ottenere il petrolio a tutti i costi violenta l’ambiente di vita di intere popolazioni e le lascia nella miseria, quando gli interessi speculativi spingono società multinazionali a pagare tangenti ai signori della guerra e persino a fornirli di armi, lasciando che decine di migliaia di persone vivano come profughi nelle loro stesse terre. del resto, papa Wojtyla ha lui stesso riconosciuto che “è lungo il cammino che la famiglia umana deve percorrere prima che i suoi membri imparino a guardarsi e a rispettarsi come immagini di dio...”. Però, la richiesta di perdono del papa illumina, con la luce della verità, e dell’umiltà, quella che è stata una ferita enorme inflitta dagli europei all’Africa. Fare memoria, riconoscere le proprie colpe, ammettere i propri errori, esprimere pentimento significa aprire la strada a un dialogo sincero, a una riconciliazione possibile, a un cammino nuovo da fare insieme. Quel che l’abbé barthelemy Adoukonou ha detto, recentemente, nel novembre 2007, nella relazione che ha tenuto a Cape Coast, in ghana, al II Seminario dei vescovi africani ed europei organizzato in occasione del 200° anniversario della fine della schiavitù in Africa, è che si sono dovuti attendere 11 anni da quando il papa ha compiuto il suo gesto a goree, nel 1992, perché anche la chiesa africana decidesse di guardare in faccia la tragedia della tratta e di farne memoria con spirito di verità., riconoscendo anche le colpe degli africani. Scrive il teologo: “La coscienza storica si rivela irriducibilmente plurale. Essa consente che l’astrazione ‘tratta dei neri’ si possa scindere in ‘coscienza del venditore di uomini’, ‘coscienza del compratore di uomini’ e ‘coscienza dello schiavo cacciato, venduto, comprato’”. “Troppo a lungo – prosegue – gli africani, soprattutto all’interno della Chiesa, hanno provato sensi di colpa nell’aprire questa lunga e penosa pagina della storia dell’incontro dell’uomo nero con l’Occi78


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dente bianco: temevano di venire additati come degli ingrati nei confronti dei missionari”. Ma era necessario, dice Adoukonou, uscire da una “coscienza vittimista, la quale non può che essere accusatrice”, e cioè “incline ad accusare il solo compratore, e per la quale cacciatore e venditore nero così come nero catturato e venditore sono tutti uniformemente vittime”. Qui è il punto che volevo indicare come tema di riflessione: la necessità di smettere di percepirsi come vittime. Perché questo significa poter recuperare per sé una dignità piena e poter avere fiducia in se stessi e nel cammino futuro. “La tratta dei neri, continuata per diversi secoli con la collaborazione degli stessi neri – aveva scritto padre Adoukonou qualche anno prima - ha causato un clima generale di paura delle razzie e di diffidenza fra gli individui e fra i gruppi sociali. Le animosità e i rancori fra etnie, così accumulati, hanno costituito un terreno di coltura per i conflitti e le guerre che poi la madre patria ha continuato a fomentare e alimentare. I nostri popoli prostrati hanno sviluppato un generale senso di impotenza e quindi di inferiorità, interiorizzato sotto forma di auto-denigrazione. Ciò ha alimentato il complesso di superiorità del bianco”. E aggiungeva: “Così si giunge alla paralisi totale quando troppi governanti e intellettuali africani, invece di procedere a un’analisi coraggiosa e serena della condizione dei popoli neri, in vista di una confessione che libera il senso delle responsabilità, si rifugiano nella cultura di una coscienza che accusa. Essi dimenticano, a loro spese, che accusare il bianco non rende forte il nero” (“Storia della razza nera e della razza africana”, 28.10.2003, in www.sceam-dakar.sn). La relazione tenuta da Adoukonou due anni fa aveva come titolo: “Africa: guarigione delle memorie”. Ma come si guariscono le memorie? E prima ancora: è possibile avere memorie condivise tra soggetti che sono stati in conflitto? Tra vittime e carnefici? Avere una memoria condivisa di fatti così drammatici e violenti, così acutamente conflittuali, come il colonialismo, la schiavitù, la tratta, non è forse possibile. La memoria è inevitabilmente plurale, e questa 79


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pluralità va in qualche modo accolta. giovanni Paolo II, in un suo discorso nell’ottobre 2003, ha detto che “gli eventi storici sono il risultato di intrecci complessi tra libertà umana e condizionamenti personali e strutturali. Tutto ciò va tenuto presente quando s’intende ‘purificare la memoria’”. Certo, pluralità della memoria non può significare che ciascuna parte giustifica le sue azioni facendole dipendere da un determinato contesto. Le responsabilità vanno riconosciute. Le colpe vanno ammesse. La verità va ricercata, con tenacia, con scrupolo. E, ricercandola, la memoria si riempie di ferite, di sofferenze. Ma guarire quelle ferite, purificare la memoria è una necessità vitale. La richiesta di perdono da parte di chi ha una colpa è il punto di partenza per guarire la memoria: sia la memoria di chi porta la colpa sia la memoria di chi è stato vittima. È necessario, dunque, che le colpe dell’Occidente (gravissime, inaudite), siano fino in fondo ammesse, e che se ne chieda autenticamente perdono. Ed è necessario che siano riconosciute anche le colpe degli africani stessi, le colpe dei “venditori”, che hanno poi portato a vergognarsi di sé e ad auto-disprezzarsi. Attraverso questo duplice riconoscimento, è allora possibile liberarsi dal peso delle ferite ricevute, e di quelle provocate, liberarsi dal dolore e anche dalla vergogna, e poter ritrovare la propria dignità e la forza per costruire il futuro, per combattere le nuove battaglie, le nuove schiavitù. In questo senso la richiesta di perdono da parte di giovanni Paolo II nel 1992 è stata estremamente importante. E importante è stata anche quella venuta dalle chiese africane nell’ottobre del 2003, con una cerimonia tenuta anch’essa alla “casa degli schiavi di goree”. Si legga qualche passo del messaggio dei vescovi africani in quell’occasione: “Signore dio, Padre di infinita misericordia, i nostri padri hanno partecipato alla storia ignominiosa della tratta e della schiavitù nera. Hanno venduto i propri fratelli nell’ignobile tratta atlantica e transsahariana. Conoscendo i loro fratelli di razza, non li hanno riconosciuti come appartenenti alla stessa umanità, creati a tua immagine e somiglianza. Li hanno trattati come animali da lavoro, cose di cui po80


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tevano liberamente disporre (...) Questo male è diventato in noi una visione della razza nera, una mentalità di disprezzo di certe etnie, certe culture, coscienza di una pretesa cultura superiore, avidità che ci porta ancor oggi a preferire il nostro arricchimento personale alla vita dell’uomo, nostro fratello. Noi gli facciamo guerra e lo uccidiamo, per poter disporre dei suoi beni, o per poter partecipare alla spartizione del potere politico (...)”. “Padre delle misericordie, come primi responsabili delle Chiese cattoliche locali in Africa, noi veniamo qui a gorée, dopo il papa, vescovo di Roma e fondamento di unità e di comunione della Chiesa universale, a confessare il peccato dei figli di questa Chiesa che, pur vantandosi di credere nel tuo Figlio, hanno intrattenuto il commercio odioso della tratta dei neri e hanno dato la caccia al nero come a un animale da lavoro. Riconosciamo che questo crimine contro l’umanità non sarebbe durato cinque secoli senza il silenzio troppo lungo della nostra Chiesa. Riconosciamo che questa tacita complicità ha aggravato il peso di questa storia dolorosa per la razza nera. Ancor oggi, sotto altre forme, cristiani bianchi e neri continuano il crimine dei nostri padri: nei bambini abbandonati, nei bambini vittime dei negrieri moderni, nelle donne vittime dello sfruttamento della prostituzione, nelle vittime delle guerre provocate e alimentate per poter accedere facilmente ai diamanti, al petrolio, ad altre ricchezze del sottosuolo africano... . Confessiamo queste gravi colpe e c’inginocchiamo per chiedere perdono”.

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Lo schiavo, la societĂ  schiavista ed il lavoro Ndjock Ngana


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

LO SCHIAVO, LA SOCIETÀ SCHIAVISTA Ed IL LAVORO di Ndjock Ngana Scrittore, Poeta, Ass. Kel’Lam/Movimento degli Africani - Roma dire schiavitù, comprendendo anche tutte le tratte, significa parlare della permanenza dello spirito che ha fatto nascere, consolidare, e che fa permanere queste pratiche. L’esiguità del tempo mi impone di proporre la mia comunicazione in modo riassuntivo. Vorrei indirizzare la vostra attenzione su tre tematiche sulle quali ognuno di noi può continuare a meditare a conferenza conclusa: lo schiavo, la società schiavista ed il lavoro, soprattutto su come fare sicché lo spirito delle schiavitù venga combattuto in ogni parte della società di oggi. Lo schiavo ha due caratteristiche fondamentali: • riguardo a se stesso, come dice Frantz Fanon, “lo schiavo è innanzitutto, colui che non sa”. • riguardo allo schiavista e quindi alla società, egli è una cosa, e non più una persona che può vendere la propria capacità di lavorare e produrre, ma uno strumento che il padrone utilizza come vuole. Viene espropriato del suo diritto di volere. Le società che prediligono l’intermediazione ed il commercio, e che non sviluppano un sistema di istruzione scolastica e di informazione formativa adeguati, fanno dei potenziali schiavi e non dei cittadini consapevoli; preparano in questo modo, il terreno alle schiavitù. In maniera più velata rispetto alla storia, lo spirito schiavista persiste. La società schiavista è una società nella quale le schiavitù hanno un ruolo sociale ed economico molto rilevante, nella quale alcuni lavori vengono riservati a determinate categorie di lavoratori, nella quale la promozione sociale in funzione dell’impiego viene resa quasi impossibile, nella quale la quantità di lavoratori sfruttati come schiavi raggiunge proporzioni notevoli. uno sguardo senza compiacenza alle nostre società attuali non ci porta tanto lontani da queste caratteri85


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stiche. Si vede così il radicarsi, in modo insidioso, della mentalità e dello spirito schiavisti. Tutti diciamo che si va a scuola per imparare, e ci si ferma lì. Ma per imparare che cosa? una delle cose che si imparano a scuola è la professione. bisognerebbe sapere innanzitutto che cosa è il lavoro, che esistono due tipi di lavoro: uno nel quale si è autonomi, ed uno per il quale si produce per qualcun altro. Si capirebbe in questo modo che cosa sia la schiavitù ed anche le varie forme di sfruttamento che in sostanza sono legate alla qualità del contratto di lavoro e all’assenza di riconoscimento delle libertà fondamentali al lavoratore. In altre parole, educare al civismo ed al rispetto della dignità umana, studiare la storia ed i meccanismi delle schiavitù sarebbe azione antischiavista. Sostenere azioni di base, ad esempio piccoli interventi volti a rendere famiglie contadine e quelle dei sobborghi autonome combatterebbe lo sviluppo delle schiavitù. Ma quante università, quanti istituti di ricerca al mondo effettuano ricerche sulle schiavitù? Quanti programmi scolastici contemplano la disciplina sulle schiavitù, quanti programmi televisivi, radiofonici ne parlano? Quanti programmi di cooperazione si indirizzano per conoscere, vigilare, e combattere le schiavitù? dice Elie Wiesel: “ il boia uccide sempre due volte, una volta con la spada, e l’altra con l’oblio”. Questa tattica dell’oblio ha fatto nascere e consolidare nuove tecniche dirette ed indirette di schiavitù, e fatto sviluppare nel lavoro, pratiche di diritto differenziale. Il diritto al lavoro viene applicato in modo selettivo, lasciando qua e là molte falle per lo sfruttamento dei lavoratori. Lo spirito delle schiavitù permane cosi oggigiorno, e lo ritroviamo manifesto contro molte categorie sociali indebolite (discendenti degli schiavi, i negri, gli stranieri, le persone impoverite, le donne, i bambini, le persone meno alfabetizzate ecc....). Le nuove forme di schiavitù che usano strumenti subdoli, si trovano 86


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ovunque nella società e ovunque nel mondo: fame, lavoro nero, tratta delle mano d’opera, tratta delle donne, matrimoni forzati, prostituzione coatta, lavori forzati, sfruttamento minorile, sfruttamento dei tossicodipendenti, schiavitù domestica, schiavitù religiosa, usura ecc... In generale, si nota che le opportunità di contrattazione dei lavoratori per un lavoro dignitoso diminuiscono, insieme alla forza dei sindacati, dove questi esistono! In una situazione come quella descritta, pratiche di violenza schiavista come il colonialismo, l’apartheid, e altre ancora, non vengono mai eliminate anche se la loro cattiveria ed immondizia risultano riconosciute da tutti, ma gli viene soltanto permesso di camuffarsi in nuove e più dannose pratiche contro l’umanità. L’Africa ha sviluppato molti momenti di introspezione pacificatrice nei confronti delle schiavitù subite dai sui figli. Vorrei invitarvi, in questo giorno importante, a cantare insieme, questa litania, nella versione rivista, per l’impegno di studiare, vigilare, combattere e “rimemorare” sempre. LA LITANIA PER L’AFRICA dEL Sud di Ndjock Ngana

In quella polveriera dell’odio dove illegale era la giustizia,

Ritornello Minimo un negro al giorno è morto in Africa del Sud

Laddove la lotta per la ricchezza si celava dietro il disprezzo del colore,

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Per l’amore per i soldi e l’amore per il benessere,

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Per l’istinto animalesco ed il piacere sadico di molti di noi,

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Per l’ipocrisia religiosa e la cultura dell’indifferenza,

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Perché la legge, i diritti, la libertà e la prigione siano uguali per tutti,

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Per non vivere in un recinto come una bestia da soma,

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Per la morte della fratellanza e il trionfo della razza inferiore,

.................................................

Perché i diamanti delle nostre mogli costassero di più a noi e di meno alle compagnie,

...................................

Per l’eterna incomprensione tra uguali e diversi, .................................................. Per la lotta alla pari tra armati e disarmati, ................................................. Con la vendita delle nostre armi, la congiura del silenzio e la complicità della paura, ................................... Con le nostre sanzioni fantasma e le nostre condanne orali,

................................................. Minimo un negro al giorno è morto in Africa del Sud E abbiamo contribuito anche noi ad ucciderli! dal libro Ñhíndό / Nero di Ndjock Ngana Ed: Kel’Lam – Roma

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Africa: Speranza e Sviluppo Ada girolamini


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

AFRICA: SPERANzA E SVILuPPO di Ada girolamini Presidente onorario dell’Associazione Umbria-Africa onlus un mondo con meno povertà e disuguaglianze è un mondo più stabile giusto e sicuro. Partendo da questa convinzione, al recente vertice g8 dell’Aquila, sono state lanciate numerose iniziative in materia di sviluppo, soprattutto a beneficio dell’Africa. Le grandi questioni internazionali ruotano intorno alla ricerca di una soluzione ai problemi di povertà e di sottosviluppo, verso cui i Paesi più avanzati e i Paesi in via di sviluppo hanno una responsabilità comune: condividere e affrontare insieme queste sfide. La crisi economica e finanziaria sta colpendo duramente i più poveri e rischia di inficiare i progressi fatti. È necessario perciò un dialogo sempre più approfondito e costruttivo. Come tutti sappiamo, il presidente statunitense barak Obama si sta impegnando in prima persona per dare rilevanza alla questione africana. Egli ha delineato quattro punti fondamentali per il riscatto dell’Africa: democrazia; opportunità; salute e risoluzione pacifica dei conflitti. Lo sviluppo dipende da un buon governo: i Paesi africani hanno bisogno di governi democratici forti e sostenibili, ma ogni nazione deve dar vita alla democrazia a modo proprio, in linea con le proprie tradizioni e rispettando le volontà del proprio popolo. Alcuni leader africani attuano una repressione in questo senso, poiché hanno a cuore soltanto il proprio arricchimento personale e non quello dei propri paesi. In primis, vi è dunque la necessità di istituzioni trasparenti e condivise, piuttosto che monopolizzate dai singoli. La condivisione del potere porterebbe ad una maggiore valorizzazione delle risorse e delle opportunità da esse derivano. La tutela della salute è un altro punto di vitale importanza. Secondo l’uNICEF, in alcuni paesi dell’Africa subsahariana, la mortalità in91


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

fantile è talmente elevata che un quinto dei bambini muoiono prima di compiere cinque anni. La malnutrizione, la piaga della diffusione del virus HIV, la mortalità legata al parto, sono alcuni delle cause che generano ogni anno un triste bilancio di vittime. Vorrei porre l’accento su un’altra grave questione connessa alla salute: mi riferisco alle mutilazioni genitali femminili. Nessuna giustificazione può essere addotta per continuare a infliggere a ragazze e bambine la violenza di una pratica, che da centinaia d’anni consente all’uomo di esercitare la propria potestà sul corpo femminile e di controllarne la sessualità. L’impegno in questo momento deve concentrarsi sul sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi connessi a queste pratiche e incoraggiare le comunità e personaggi prestigiosi a impegnarsi pubblicamente per la loro abolizione. Ho voluto sottolineare quest’aspetto, in quanto si è recentemente svolta la Conferenza Internazionale contro la Violenza sulle donne. La protezione e la promozione dei diritti umani delle donne costituiscono la “lente” attraverso cui guardare alle complesse dinamiche sociali di discriminazione che sono alla radice della violenza. È evidente che la maggior parte dei problemi legati alla salute dipende dal malfunzionamento statale generalizzato. Ogni difficoltà che riguarda il continente africano è anche in qualche modo connessa alla mancanza di una buona governance. È indubbio che nella realizzazione di questi obiettivi la politica internazionale debba giocare un ruolo primario, ma il futuro dell’Africa spetta agli africani. La centralità dell’Africa oggi si rispecchia soprattutto in questa nuova consapevolezza delle enormi potenzialità insite nella società africana stessa. Esiste un’Africa ricca di risorse naturali, culturali ed umane, finora inespresse, che meritano di essere valorizzate nel più breve tempo possibile. Ovviamente, la strada da percorrere sarà lunga e tutt’altro che priva di ostacoli, ma aver riconosciuto la centralità dell’Africa e aver tracciato obiettivi concreti rappresenta di per sé un punto di partenza importante. 92


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

La giornata odierna si inserisce nel quadro di un dialogo che vuole essere di confronto, di approfondimento, ma soprattutto deve essere costruttivo. Anche in umbria, dobbiamo creare le basi per affrontare insieme la sfida dell’Africa. L’Associazione umbria-Africa, a cui va la mia più profonda stima, si impegna quotidianamente per favorire la conoscenza e la reale comprensione dei paesi africani e degli africani, per promuovere iniziative culturali, economiche e sociali volte ad affrontare le problematiche legate alla presenza di immigrati africani nella nostra Regione e per mobilitare la società civile, politica locale e nazionale verso azioni di cooperazione allo sviluppo e di partenariato capaci di rispondere in modo efficace ai reali bisogni ed aspirazioni delle popolazioni africane. Il tema della giornata è quello della memoria e della riflessione contro le schiavitù. Oggi nonostante la schiavitù sia stata ufficialmente bandita, si ripresenta sotto nuove forme, non meno drammatiche di quelle antiche. Assume talvolta le sembianze della repressione psicologica, altre volte assume tratti di violenza fisica, più spesso si presenta sotto le spoglie del razzismo e dello sfruttamento. La nostra presenza qui oggi testimonia la volontà comune di superare tali barriere, di onorare la memoria di tutti coloro che in passato sono stati vittime della schiavitù, e di impegnarci per far sì che in futuro nessuno debba sottostare ad alcuna forma di schiavitù.

Il Presidente Onorario dell’Associazione umbria Africa Ada girolamini e il Rettore dell’università per Stranieri di Perugia Stefania giannini Giornata della memoria - Anno 2009 93


Allegati


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

Il Presidente dell’Associazione umbria - Africa Paul donmeza consegna l’Appello al Presidente della Repubblica giorgio Napolitano Giornata della memoria - Anno 2007

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Memorie e riflessioni contro le schiavitù

Appello dell’Associazione Umbria-Africa Onlus1 per l’istituzione della

“Giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù”

“La vostra libertà e la mia non possono essere separate”. Nelson Mandela Tutti siamo consapevoli che la schiavitù è un fenomeno che da secoli coinvolge e travolge i popoli della terra. L’Africa in particolare, per oltre tre secoli, è stata ferita, sfruttata e lesionata. gli africani sono stati tra le maggiori vittime di questo atroce crimine contro l’umanità. Non si può rimanere inerti. Non si deve restare in silenzio. Si deve condannare la schiavitù come un fenomeno che appartiene non soltanto alla storia, ma anche al presente. Nessuno può stabilire che un uomo sia superiore ad un altro. È dal seme della schiavitù che sono nate, cresciute e si sono generate le più infime forme di razzismo.

1 L’appello è stato consegnato nelle mani del Presidente della Repubblica giorgio Napolitano il 26 Settembre 2007

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Il 25 settembre del 1926 a ginevra fu stipulata la “Convenzione concernente la schiavitù”, approvata il 24 agosto nel 1953 dalle Nazioni unite con la risoluzione n. 794 (VIII). La Convenzione del 25 settembre 1926 aveva come scopi ed obiettivi l’abolizione della tratta dei negri e l’abolizione della schiavitù. Solo alcuni Paesi ricordano questo dramma dell’umanità e lo fanno in varie forme e in varie date. Oggi è arrivato il momento di istituire la “giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù”. una giornata che non deve velarsi di retorica, ma deve essere concreta e penetrare nelle coscienze di chi ha perpetrato e subito la schiavitù. L’iniziativa non intende essere una celebrazione sterile, ma vuole da un lato testimoniare la fine dell’oblio di una delle pagine più tristi e violente della storia umana, e dall’altro rappresentare un luogo di riflessione e confronto sulle possibili risposte sociali e politiche alle nuove forme di schiavitù moderne e contemporanee. La schiavitù – che ha messo in ginocchio il Continente Nero e ha provocato rotture, offese, drammi – interessa ancora oggi tutti i continenti entrando nel cuore dell’Europa e mostrando la faccia più oscura di una globalizzazione squilibrata. Il fenomeno è ampio, multiforme e in preoccupante espansione. Esso si articola in forme sempre nuove di coercizione della libertà e violenza. Continua con metodi vecchi e nuovi e si collega al lavoro nero (anche minorile), allo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, alla tratta delle donne, all’impiego dei “bambini soldato” nei conflitti, al traffico illegale di migranti, ecc... . L’Africa non chiede un risarcimento dei danni subiti, ma il riconoscimento dell’accaduto come verità del passato e del presente non in quanto Africa abitata da africani, ma in quanto terra abitata da esseri umani. Chiediamo pertanto all’Italia di farsi promotrice della “giornata Internazionale di memoria e riflessione contro le schiavitù” in tutte le 98


Memorie e riflessioni contro le schiavitù

sedi istituzionali, accogliendo le sollecitazioni della società civile. Chiediamo inoltre anche all’Africa di riconciliarsi con se stessa e di unirsi all’Italia per sollecitare un impegno internazionale concreto contro le schiavitù. L’Africa non deve infatti rimanere un “Continente Strumento”, ma diventare invece un “Continente Soggetto”, protagonista del Partenariato con l’Europa. Non a caso l’Appello ad istituire questa giornata nasce a Perugia città di Aldo Capitini e della Marcia per la pace Perugia-Assisi - e in umbria, terra di San Francesco e cuore verde di una nazione capace di essere lucida, sensibile e aperta, pronta a creare la strada per un percorso di pace, giustizia e libertà.

Perugia, 17 settembre 2007

Paul dongmeza Presidente dell’Associazione Umbria-Africa

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giornata di memoria e riflessione contro le schiavit첫 - Anno 2007

giornata di memoria e riflessione contro le schiavit첫 - Anno 2007

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Presidente della Repubblica, Autorità locali e decano del Corpo diplomatico Africano Giornata della memoria - Anno 2007

Rettore dell’università per Stranieri di Perugia Stefania giannini Giornata della memoria - Anno 2008

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L’Associazione Umbria-Africa Onlus è una organizzazione di volontariato laica e indipendente nata l’11 Febbraio 2005, che si fonda sui valori di solidarietà e giustizia sociale e promuove la cultura dei diritti dell’uomo. Si ispira ai principi dell’amicizia e della fratellanza tra i popoli nello spirito della Costituzione italiana. Si propone di contribuire alla crescita di una società aperta, valorizzando le specificità etniche, culturali, religiose presenti nel territorio umbro e sensibilizzando la società civile ed istituzionale sulle problematiche relative all’integrazione, all’inclusione dei migranti, alla cooperazione allo sviluppo tra aree di residenza e aree di provenienza. I punti di forza dell’impegno dell’associazione sono l’uguaglianza nei diritti e nei doveri, quale espressione di un “civismo” maturo indispensabile per l’intera comunità, in una regione che può trarre dalla risorsa immigrati una spinta a creare modelli di integrazione e di cooperazione tra i popoli.

Contatti Associazione umbria-Africa Onlus, Via Chiusi, 556 - 06129 Perugia Tel. (+39) 075 5720491 - Fax (+39) 075 5717420 Cell. (+39) 349.3926079 Codice Fiscale: 94104550549 Sito Internet: www.umbriafrica.org E-mail: info@umbriafrica.org; pdongmeza@tiscali.it

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Il Servizio “Cittadinanza Internazionale” del Cesvol Perugia, attivo dal 2005, promuove lo sviluppo del volontariato a livello europeo ed internazionale, e svolge un’ampia gamma di attività a supporto delle associazioni della provincia di Perugia impegnate nel settore della solidarietà internazionale. Il Servizio porta avanti, principalmente, le seguenti azioni: • Consulenza e orientamento per le associazioni impegnate nella solidarietà internazionale; • Promozione/organizzazione di eventi/iniziative di sensibilizzazione e informazione; • Organizzazione di percorsi info/formativi; • Orientamento al volontariato; • Coordinamento di una rete di informazione e collaborazione permanente tra le associazioni di solidarietà internazionale del territorio; • Promozione del Servizio Volontario Europe, azione 2 del Programma comunitario “gioventù in Azione”.

Contatti Cesvol Perugia - Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Perugia Via Sandro Penna n. 104/106 - Loc. Sant’Andrea delle Fratte - 06132 Perugia Tel: 075.5271976 - Fax 075 5287998 Sito internet: www.pgcesvol.net E-mail: volint@pgcesvol.net 111



Memorie e riflessioni contro la schiavitù - Atti del convegno