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Quaderni del volontariato

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Don Angelo Maria Fanucci

La Comunità di Capodarco dell’Umbria


Cesvol Centro Servizi Volontariato della Provincia di Perugia Via Sandro Penna, 104/106 Sant’Andrea delle Fratte 06132 Perugia tel. 075/5271976 fax: 075/5287998 www.pgcesvol.net cesvol@mclink.it pubblicazioni@pgcesvol.net

Coordinamento editoriale Chiara Gagliano Pubblicazione a cura di

Con il Patrocinio della Regione Umbria

Progetto grafico e videoimpaginazione Studio Fabbri, Perugia Stampa Graphic Masters, Perugia Š 2007 CESVOL 2007 EFFE Fabrizio Fabbri Editore srl ISBN: 978-88-89298-46-6


I quaderni del volontariato: un viaggio attraverso un libro nel mondo del sociale

Il CESVOL, centro servizi volontariato per la Provincia di Perugia, nell’ambito delle proprie attività istituzionali, ha definito un piano specifico nell’area della pubblicistica del volontariato. L’obiettivo è quello di fornire proposte ed idee coerenti rispetto ai temi di interesse e di competenza del settore, di valorizzare il patrimonio di esperienze e di contenuti già esistenti nell’ambito del volontariato organizzato ed inoltre di favorire e promuovere la circolazione e diffusione di argomenti e questioni che possono ritenersi coerenti rispetto a quelli presenti al centro della riflessione regionale o nazionale sulle tematiche sociali. La collana I quaderni del volontariato presenta una serie di produzioni pubblicistiche selezionate attraverso un invito periodico rivolto alle associazioni, al fine di realizzare con il tempo una vera e propria collana editoriale dedicata alle tematiche sociali, ma anche ai contenuti ed alle azioni portate avanti dall’associazionismo provinciale. I Quaderni del volontariato, inoltre, rappresentano un utile supporto per chiunque volesse approfondire i temi inerenti il sociale per motivi di studio ed approfondimento.

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Se lui decide si scendere, se lui decide di spingere...


Indice

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Parte Prima Chi siamo

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Premessa

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Capitolo Secondo La struttura

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Capitolo Primo La storia

Parte Seconda La nostra Cultura Premessa Capitolo Primo “Solidali” cioè

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Capitolo Secondo La cultura del gratuito

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Capitolo Terzo La solidarietà nella visione cristiana della vita

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Parte Terza Noi e la Politica Premessa Capitolo Primo Lo Stato: le principali teorie politiche

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Capitolo Secondo Ispirazione cristiana e politica

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Capitolo Terzo Dietro la crisi dello Stato liberale la crisi della cultura liberale

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Capitolo Quarto L’alternativa, culturale e politica

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Capitolo Quinto Il Welfare State

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Capitolo Sesto Il Welfare State nel settore della disponibilità


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Parte Quarta La nostra Spiritualità

105 107

Premessa

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Capitolo Secondo Il Cristianesimo di liberazione

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Capitolo Terzo I “Sacri testi” del Cristianesimo di liberazione sul quale Capodarco è nata

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Capitolo Quarto Carità e Solidarietà

Capitolo Primo Una comunità “d’ispirazione cristiana”


Parte Prima

C

hi siamo


Dal 1974 al 2000 la Comunità di Capodarco dell’Umbria (che si chiamava Centro Lavoro Cultura) ha avuto la sua sede sul Monte Ansciano, nel Convento di S. Girolamo: e tutti la chiamavano “Comunità di S. Girolamo”... dall’anno 2000 si è trasferita in Corso Garibaldi 111/113, nell’ex-Monastero della Trinità.


Premessa

La Comunità di Capodarco dell’Umbria è un’associazione con un suo spessore culturale, politico e spirituale. La Comunità di Capodarco dell’Umbria non è una cooperativa sociale; in una cooperativa sociale la presenza di uno scopo marcatamente sociale non annulla il dato fondamentale: una cooperativa esiste pel bene dei suoi soci, la nostra comunità mira soprattutto al bene dei soggetti che accoglie, tanto più quanto maggiormente sono emarginati. La Comunità di Capodarco dell’Umbria, grazie al proprio retroterra di riflessione sulla vita, sull’uomo, sulla società, non è una generica aggregazione di praticoni intenti a “fare del bene”. Per questo è di fondamentale importanza che il socio abbia ben presente questo retroterra. A partire dal percorso che la Comunità ha vissuto da 40 anni ad oggi, aprile 2006.

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La vita è un puzzle. Loro, anche loro, vi si cimentano. Loro: i veri protagonisti della vita. Perché la vita tanto più è autentica, quanto più costa fatica conquistarla. Coinvolgersi con loro: un’avventura di alto profilo umano, un’esperienza molto gratificante.


Capitolo Primo

La storia La comunità nazionale di Capodarco La Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS sul finire degli anni ’90 si è separata, sul piano giuridico, dalla Comunità di Capodarco, che per facilitare la comprensione chiameremo da qui in avanti “Comunità Nazionale di Capodarco”; la scelta non è stata condivisa da un gruppo di soci, che hanno dato vita ad un’altra associazione, che alla Comunità Nazionale di Capodarco è rimasta legata come una sua articolazione: la Comunità di Capodarco di Perugia. Natale 1966. Stanchi del pietismo smaccato col quale la gente affronta le problematiche dell’handicap, un gruppo di giovani invalidi, intelligenti ma fisicamente anche molto gravi, decidono di uscire dagli istituti e dalle famiglie, rompendo con un passato che avvertono ormai insostenibile. Sono una quindicina, tutti invalidi fisici, decisi a gettarsi nell’avventura della vita autogestita e condivisa. Rompono. Basta con gli istituti freddi, anonimi, spersonalizzanti. Basta con le case dall’aria calda e viziata. Basta con i benefattori. Basta con le suorine piamente perfide. Basta con i direttori. Basta con la falsa teologia della sofferenza che deputa ad alcuni la “missione” di soffrire per tutti. Basta con i pellegrinaggi odorosi d’incenso, di cloroformio e di caramello. Basta! Lo gridano prima a se stessi, poi agli altri. L’hanno gridato alla Madonna di Lourdes, in giugno. In ottobre si insediano nei pressi di Capodarco di Fermo, paesino al confine fra la provincia di Macerata e quella di Ascoli Piceno, nell’ex Villa Piccolomini, fatiscente e sonnacchiosa sulla collina che guarda l’Adriatico verso Porto San Giorgio. La ribattezzano “Casa Papa Giovanni”. Lì vogliono vivere. Cioè prendere in mano la propria vita. Cioè lavorare discutere amare litigare gridare pregare decidere pagare di persona. E rischiare a testa alta di fare puttanate, come fanno tutti; col proposito di ricominciare tutti i giorni, come pochi sanno fare. Batterci il naso e asciugarsi il sangue da soli. Un misto di rabbia e di coraggio, di fede e di ribellione. Un prete come guida. Li guida un prete umanissimo e poderoso, capace di attenzioni delicate e di programmi stratosferici, di intuizioni geniali e di devastanti cantonate innocue. Non gode affatto della tradizionale autorità del prete, eppure è lui il perno di tutto. Si chiama Franco Monterubbianesi. Ha studiato al collegio Capranica di Roma, sa di filosofia e di teologia, ma nonostante questo quel piccolo esercito d’incoscienti ha deciso di seguirlo. Dai suoi sarà bistrattato come pochi, amato come nessuno. Secondo lui l’alternativa radicale al disagio che quei giovani handicappati avevano vissuto, nelle loro case o negli istituti che li avevano accolti, era La

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Comunità. Il nome comunità in quegli anni era molto diffuso e designava realtà anche molto diverse fra di loro; nell’accezione che a questo nome dava la nascente aggregazione di Capodarco, comunità era una realtà nella quale il vivere con doveva soppiantare il vivere per; questa tensione al protagonismo di tutti avrebbe gradualmente fatto nascere dal bisogno, affrontato e decifrato insieme, una scelta di vita e di liberazione decisiva per tutti coloro che, invalidi o sani, per qualsiasi motivo avessero deciso di viverla. I referenti ideali. Don Franco e i suoi partono da un messaggio religioso forte ed esigente, e sul suo metro si sono dati un nome: Centro Comunitario Gesù Risorto. La Resurrezione, senza cessare d’essere un mistero, deve diventare sempre più storia concreta di ognuno. Il primo referente ideale è dunque di taglio religioso: il Concilio. La Chiesa che, per bocca di Papa Giovanni, un mese prima dell’inizio del Concilio, di se stessa ha detto: Da oggi in avanti sarò la Chiesa di tutti e soprattutto la Chiesa dei poveri. Il secondo referente ideale è di taglio politico: il clima pieno di speranza che hanno creato sul piano internazionale, la Nuova Frontiera di Kennedy e il disgelo voluta da Kruscev, sul piano nazionale il primo centro-sinistra, l’incontro tra i Cattolici della DC e i Marxisti del PSI. L’associazione. Lo spontaneismo segnò gli inizi della vita comunitaria. A Casa Papa Giovanni, a fianco dell’ingresso, campeggiava la scritta QUESTA È LA CASA DI TUTTI, ENTRATE PURE! Ma presto s’impose la necessità di avere un profilo giuridico preciso. L’associazione ecclesiale Centro Comunitario Gesù Risorto nel 1967 viene approvata dal Vescovo di Fermo a norma di Diritto Canonico; si dà come scopo sociale il recupero umano e cristiano dei giovani handicappati, uniti in vincoli di parità; infine, il 21.1.71, viene eretta in Ente Morale dal Presidente della Repubblica. Due le parole magiche che circolano con maggiore frequenza e intensità, parole del tutto ignote negli ambienti dai quali provengono i nostri eroi: autogestione e condivisione. La convenzione. 1969: la Comunità di Capodarco conta ormai circa 100 persone; la sua vita è intensa; il flusso dei giovani volontari che vengono ad approfondire e a dare una mano è continuo; la riscoperta di valori alternativi anima le discussioni e prefigura la fisionomia dei progetti. Si sopravvive con lavori a bassissimo reddito, con la solidarietà degli amici, con qualche sporadico finanziamento da parte di enti pubblici. Si mangiano uova sode giorno e sera. Il loro caratteristico tanfo è accentuato dal puzzo di gomma bruciata: da mane a sera si perforano ciabatte da mare. Dallo scarto fra la grandezza dei progetti e la pochezza dei mezzi a disposizione per realizzarli nasce l’interrogativo sull’opportunità di stipulare una convenzione

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con il Ministero della Sanità. Ma il nome stesso retta di degenza richiama alla mente di molti comunitari il ricordo di oppressioni, frustrazioni, spersonalizzazione vissute negli istituti. Il dibattito, vivacissimo, muove dalla comune decisione di non accettare mai nessun direttore esterno, nessuna stanza dove sia scritto “Staff only”e si conclude con la decisione di accettare le rette da parte dello Stato solo a patto che la gestione della Comunità sia di esclusiva competenza della Comunità stessa: le regole le fissa l’assemblea comunitaria, le esegue il consiglio comunitario, la presidenza garantisce la correttezza del tutto. Ciascun organo secondo le competenze previste dallo statuto. 1971 - Il decentramento. Se ne è parlato per anni, ora diventa realtà, anche perché la struttura della vecchia villa non può più accogliere (oltre i 120 residenti!) i corsi professionali, i laboratori di elettronica, ceramica, maglieria. Nella zona sud di Roma si insedia il più consistente gruppo di Capodarchiani. Oltre la Capodarco di Roma, dove si trasferisce anche don Franco, nascono la Comunità la Buona Novella a Fabriano, la Comunità Progetto Sud in Calabria (Lamezia Terme), la Comunità Piergiorgio in Friuli (Udine). Il progetto iniziale rimane lo stesso, ma le sue traduzioni pratiche si diversificano notevolmente, a seconda della natura del territorio in cui la Comunità s’è insediata e delle particolari sottolineature operate dai vari protagonisti. 1970 - Fabriano. Da diversi anni, molte centinaia di giovani durante tutta l’estate lavorano gratuitamente (a turni di 15 giorni) a Capodarco, per stabilizzare l’edificio di Casa Papa Giovanni, la casa della Comunità, che sta lentamente slittando verso il mare. Qualche decina di quei ragazzi provengono da Gubbio. Appartengono quasi tutti al Movimento Studenti Eugubino, associazione di ispirazione cattolica aperta a tutti, che negli anni ’60 ha praticamente monopolizzato l’intensa vita del mondo scolastico eugubino. Hanno vent’anni e una gran voglia di cambiare il mondo. L’incontro con 100 invalidi vivi, contestatori, arrabbiati, che reclamano anch’essi un mondo nuovo è folgorante. S’instaura un feeling che spiega quello che accadrà negli anni successivi Tra l’altro proprio uno dei principali animatori del Movimento Studenti, Don Angelo M. Fanucci, rimane impigliato nella rete gettata da Don Franco, e nel 1971 entra a far parte della Comunità di Capodarco. 1971. Grazie ancora all’impegno estivo del Movimento Studenti Eugubino, che abbraccia anche quest’anno tutta l’estate e coinvolge anche adulti (muratori del quartiere di S. Martino, Movimento di Rinascita Cristiana, ecc.), in centro città (via Gentile 26), nasce la Comunità La Buona Novella di Fabriano. Fabriano è nelle Marche, Gubbio in Umbria, ma le due cittadine distano poco più di 30 km l’una dall’altra. Scopo specifico è quello di permettere a un gruppetto di giovani

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invalidi il recupero degli anni scolastici perduti e l’accesso all’università.. Memori della risposta che Gesù dette a coloro che, a nome del Battista, gli chiedevano se era lui il Messia (Andate a raccontargli quello che avete constatato: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la buona novella viene annunziata ai poveri, Mt. 11, 4-6), scelgono per la propria convivenza il nome “La buona novella”. Ma da subito prende corpo il progetto di realizzare una Comunità di Capodarco a Gubbio. Lo promuove il Centro Trasfusionale dell’Ospedale Civile, grazie soprattutto a Giulio Scarabotta, infermiere professionale e grande estimatore della comunità.

La comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS 1974 - Si parte anche a Gubbio. I Frati Minori sono stati disponibili ad un comodato 25.ennale gratuito, che in un primo momento era lungo 99 anni, poi s’è accorciato a 50, poi è calato a 25: … tanto, se farete quello che dite di voler fare, nessuno vi caccerà… e invece, puntualmente, alla scadenza dei 25 anni, nel 2000, ci verrà chiesto di andarcene. Così un gruppo di Capodarchiani, forti della loro triennale esperienza di vita autogestita e condivisa, si trasferisce da Fabriano a Gubbio. Incastonato in un avvallamento del Monte Ansciano, nasce il Centro Lavoro Cultura. Una ventina di persone, invalidi gravi per i 2/3. Li guida don Angelo M. Fanucci che ha vissuto con loro i tre anni di Fabriano. Ai leader che già avevano dato prova di se stessi a Fabriano, Silvana Panza (che alla costituzione del Centro Lavoro Cultura verrà eletta Presidente) e Clara Fazzi, si aggiungono il maestoso Aquino Doretto (180 kg sulla carrozzina) e Maurizio Pirani che presto diventerà popolarissimo a Gubbio, soprattutto a S. Martino. Abbiamo accennato al nome che la nuova realtà assume, Centro Lavoro Cultura: scegliendo quel nome, don Franco Monterubbianesi, il Presidente della Comunità Nazionale di Capodarco, voleva dire: al S. Girolamo di Gubbio rifletteremo su tutto quello che le Comunità di Capodarco avranno realizzato dovunque si saranno impiantate, facendolo entrare in circolo nel vivo del dibattito culturale; un contributo alla rigenerazione degli schemi mentali e operativi di tutti. Un inizio esaltante e gasato. L’acquedotto viene realizzato entro l’estate, con una spesa risibile. E cominciare la ristrutturazione del vecchio convento, ridotto ad un mucchio d’ossa. Decine e decine, centinaia di giovani Eugubini prendono ad alternarsi durante l’estate con altrettanti ragazzi che, a cura dei Soci Costruttori di Pontenure o degli Universitari Costruttori di Padova, salgono sull’Ansciano da tutta Italia, e dal Belgio, e dalla Germania, dal Giappone…; fanno i manovali ai cinque muratori che le offerte della gente permettono di pagare; oppure (per guadagnare qualche soldino per la Comunità) partono all’alba per Citerna, a raccogliere pomodori, o per Torgiano, a vendemmiare… A Ferragosto del 1975 qual-

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cuno li conta: sono 113. Tra giornate di lavoro gratuite (non solo di giovani), denaro e materiali, Gubbio contribuisce per non meno di 1 miliardo di lire. Con l’inizio della scuola i campi di lavoro finiscono. Riprenderanno la prossima estate, fino al 1984. La Comunità ha bisogno di tutto. Non ci sono riscaldamenti. Si vive accampati. D’inverno fa un freddo cane. Ma ogni giorno un gruppo di ragazze salgono a piedi a San Girolamo, subito dopo pranzo, a lavare i piatti con l’acqua fredda... La notte di Natale del 1974 la Comunità ha deciso di riservare a se stessa un momento d’intimità e di preghiera. E invece a mezzanotte il futuro refettorio, coi suoi intonaci cadenti e i suoi infissi sconnessi, rigurgita di gente salita alla spicciolata, per gli auguri alla Comunità. La Messa. Il gelo pungente è presto vinto dal calore umano della gente che canta alla luce di quattro pallide lampadine appese a fili volanti. La Comunità cresce a vista d’occhio, man mano che la casa si rende abitabile si aggregano altri soggetti, handicappati e sani. Fino a stabilizzarsi poco sopra le 50 unità. Molti i giovani sani. Ma ad essi l’integralismo dei pionieri sbarra la strada di possibili inserimenti vitali in comunità, che non possono essere garantiti dalle 10.000 (diecimila) lire mensili che ciascuno percepisce. Gli eugubini Tonino Scavizzi, Gianni Cecchini, Leandro Galli. I piemontesi Roberto Chiodini di Domodossola e “Pierone” di Verbania. I lombardi Marini e Zucchini. Il romano Claudio Fior: tutti senza orario di lavoro, generosissimi, si fermano anni, ma non hanno futuro, a quelle condizioni. 1974 - Franchino. Arriva a S. Girolamo Franchino. Dei suoi dieci anni di vita, sei ne ha vissuti nell’Ospedale Pediatrico di Siena, perché qualcuno l’ha depositato lì e non è più passato a ritirarlo. Tetraparetico e oligofrenico, verrà adottato da don Angelo, con procedura normale, dietro consiglio del presidente del Tribunale per i Minori di Perugia, dr. Giorgio Battistacci, che espleterà di persona le pratiche necessarie. Oggi ha 42 anni e risiede con suo padre a S. Marco, utilizza tutti i vari servizi che la comunità gli offre. 1975 - Il lavoro. Tutti a S. Girolamo hanno lavorato fin dall’inizio, invalidi e sani. Chi studia lo fa dopo le ore dedicate al suo impegno lavorativo: o in casa, o coi muratori, o in giro a raccogliere carta e stracci per il riciclaggio. Nasce la Cooperativa S. Girolamo, settore meccanica; essa poi avrà un settore tipografia e un settore cartotecnica (articoli carnevaleschi). Un orgoglio smisurato: Clara Fazi e Aquino Doretto, lavoratori come tutti gli altri. Ma la gestione del lavoro è dissennata: entra un ruscello di soldi, ne esce un fiume; ma oggi i disabili al 100% che lavorarono allora percepiscono la pensione di lavoro. 1976 - I servizi al territorio. 13 maggio 1976, 50 anni dalla prima apparizione della Madonna a Fatima. L’immagine collocata sull’altare della Chiesa di S. Girolamo non solo riproduce la fattezze della Madre di Dio così come l’hanno

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vista i Tre Pastorelli, ma è scolpita in legno proveniente proprio dalla Cova da Irìa, dove avvennero le apparizioni. La Giunta della Regione Umbria non lo sa, ma proprio in quel giorno, con la delibera n. 1674, riconosce alla Comunità di S. Girolamo la qualifica di Centro di recupero medico-sociale (autogestito), a norma della legge 118/1972, e la abilita così a rendere servizi socio/sanitari al territorio. 1984 - La struttura. Il sogno ha finalmente una casa: i lavori di restauro sono finiti. 7.000 quintali di cemento, equamente ripartiti tra Colacem e Cementerie Barbetti, le due massime imprese del territorio. Il sogno ha finalmente una consistenza giuridica: viene costituita dal notaio l’Associazione Centro Lavoro Cultura. Ne è Presidente Silvana Panza. Le succederà nel 1985 Sauro Magara e nel 1986 Francesca Bondì, che resterà in carica fino al 1997 quando, anche per la complessità dei compiti che si profilano davanti, la Presidenza verrà attribuita a don Angelo M. Fanucci. Da notare che i primi tre presidenti erano tre disabili. 1986 - Il decentramento. Nascono i gruppi periferici: a Padule (alloggiato nei locali della parrocchia dove don Angelo sarà parroco fino al 1992), leader la dr. Antonia Botta, paraplegica e direttore medico della Comunità; a Via Gabrielli con Clara Fazi, poliomielitica e segretaria della Cooperativa S. Girolamo; in Via Perugina con Silvana Panza, distrofica e studentessa di pedagogia, gruppo che presto si staccherà dalla Comunità. Il sogno si articola. Nascono centri diurni; le cooperative si moltiplicano. Le 10 persone iniziali sono diventate più di 100, coinvolte a vario titolo e con varia intensità. Qualcuno se ne è andato, anche sbattendo la porta. Molto di più quelli che sono entrati. 1990 - Dal volontariato internazionale al volontariato nazionale. In sinergia con tutte le altre Comunità di Capodarco, anche la nostra Comunità interviene in Ecuador, al nord, nella città di Ibarra, provincia dell’Imbabura. Lo spunto ci viene offerto dai due Centenari Ubaldiani, quello della Canonizzazione (1992) e quello della traslazione del Corpo (1994). Ad Ibarra apre i battenti la Casaccia Angelofranco, che accoglie una ventina di disabili. Sulla scia della suggestione che viene dall’esperienza ecuadoreña, dove, a Penipe, nel Chimborazo, è nata la prima Comunità di Capodarco fuori d’Italia, nasce il CEAS (Centro per l’Educazione alla Socialità). In collegamento strutturale con la Comunità, il CEAS si propone di lottare contro l’emarginazione contribuendo ad elaborare, articolare e diffondere una cultura che parta dal mondo dell’emarginazione e del disagio sociale. 1994 - Con il progetto/SUEOC diventa pienamente operativo il Centro Lavoro Cultura. “Centro Lavoro Cultura” è il nome che si è data fin dal 1984, e che oggi ufficializza davanti al notaio, quella che tutti conoscono come “Comunità di S. Girolamo”. Il nome sta a dire che ci si propone di far sì che

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tutto il nostro lavoro, sempre orientato a battere l’emarginazione, diventi cultura, cioè auto/riflessione e ri/calibratura delle scelte (fini e strumenti) che fanno la vita. Da decenni operano a S. Girolamo diverse iniziative formative, due delle quali sistematiche: le “settimane estive” e gli stages per gli alunni degli Istituti Professionali per i Servizi Sociali di tutta Italia. Nel 1994, grazie soprattutto alla presenza di un nucleo di docenti dell’Università di Perugia (Federici, Cavazzoni, Bucci, Rosati), prende corpo la SUEOC (Scuola Universitaria Europea per Operatori di Condivisione), progetto Horizon, finanziato dalla UE. L’obiettivo è quello di formare “Operatori di condivisione”, cioè operatori sociali non solo professionalmente preparati, ma anche personalmente motivati a “vivere con” l’emarginato, prima che a “vivere per” lui. Una seconda tranche dell’iniziativa viene realizzata nel 1997/98. 1995 - In Ecuador il Centro Social San Ubaldo. A Ibarra - Ecuador, un folto gruppo di Eugubini inaugura il Centro Social San Ubaldo, un parco giochi dalla cui gestione il gruppo di disabili che abbiamo sostenuto restaurando la loro casa in Via Moncayo y Salinas ricaverà il necessario per vivere. 1997 - Si abbandona il progetto/SUEOC. A mano a mano che si precisa la figura dell’Operatore di Condivisione, ci si convince che un’università statale non ha gli strumenti ideali per dargli corpo. Si contatta la LUMSA, prestigiosa università cattolica di Roma che oltretutto ha avuto, negli anni ’20, la sua prima incubazione a Gubbio, con la nascita, ad opera della Ven. Luigia Tincani, delle Missionarie della Scuola (Pia Unione di S. Caterina da Siena). 1998 - Al Centro Lavoro Cultura subentra la Comunità di Capodarco dell’Umbria. Si tagliano così i rapporti con la Comunità Nazionale di Capodarco. Il Centro Lavoro Cultura ha intenzione di chiedere il riconoscimento come ONLUS; in tal caso la legge vieta il mantenimento di rapporti di dipendenza istituzionale. Il Centro Lavoro Cultura ne approfitta per cambiare il proprio nome in quello di Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS. 1999 - Nasce il Corso di Laurea per Educatore professionale. Dalla sinergia fra Comunità di Capodarco dell’Umbria e la LUMSA. Secondo la relativa convenzione, la LUMSA assume la responsabilità scientifica e didattica delle attività e delle iniziative svolte in collaborazione con la Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS, mentre la Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS consente lo svolgimento dell’attività di didattica decentrata nella sede di Gubbio al fine di offrire ai futuri laureati un’esperienza di tirocinio a contatto ed a vantaggio di soggetti disadattati, o in pericolo di disadattamento, e, quindi, bisognosi di vedersi accolti nel vivo della comunità ecclesiale e civile. A tale scopo la Capodarco, che nell’accoglienza dei disabili punta soprattutto all’autogestione e alla condivisione della vita, mette a disposizione le sue strutture di convivenza,

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di lavoro e di servizio. Successivamente è nato un Comitato Tecnico Permanente, che, al fine di articolare e potenziare la gestione del Corso, ha visto affiancarsi alla LUMSA e alla Capodarco dell’Umbria la Diocesi di Gubbio, il Comune di Gubbio e l’Associazione Fondazione Baldassini. 2000 - Via da S. Girolamo. Le Sorelle Clarisse del Monastero della Santissima Trinità, situato al centro di Gubbio, non riescono a vivere il loro notevole rilancio nel vecchio e rugginoso stabile di Corso Garibaldi. A nome loro la Provincia Serafica dei Frati Minori chiede che la Comunità lasci S. Girolamo e si trasferisca a Corso Garibaldi 110. La Comunità accetta, collocando le proprie residenze provvisoriamente a Padule, S. Marco e Via Gabrielli. A titolo di (parziale) risarcimento per gli ingenti lavori realizzato in 10 anni (1974-1984) nel Convento di S. Girolamo, la Comunità avrà in proprietà tutta la parte di Monastero della Trinità che si affaccia su Corso Garibaldi. 2002-2003 - Si laureano (laurea triennale) i primi alunni del Corso per Educatore Professionale. Il primo in assoluto, Stefano Bocciolesi, entra nel Seminario Regionale di Assisi. 2003 Il primo Agriturismo per Disabili. Convocato nella sua sede fiorentina dalla Banca Nazionale del Lavoro, su richiesta dei suoi Dirigenti, don Angelo viene sollecitato ad illustrare un progetto che la Comunità ritiene particolarmente significativo. È il progetto di un agriturismo per disabili: “Perché mai i disabili dovrebbero essere tagliati fuori dalla fruizione di quei beni che oggi fanno la qualità della vita?”. Il Progetto viene fatto proprio dalla BNL. 2005 - Nello stabile del Monastero della Trinità s’insedia il Centro Socio/riabilitativo a ciclo diurno della Comunità. La Conferenza dei Servizi promossa dal Comune di Gubbio per verificare con tutti gli Enti interessati il futuro dell’ex Monastero della Trinità rivela che il restauro e l’adattamento dell’edificio a sede residenziale della Comunità e della sede della LUMSA/ Capodarco/Gubbio, nonostante il forte finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, sia sul piano edilizio che sul piano dell’impegno finanziario s’è rivelato enormemente più impegnativo di quanto preventivato. Per questo è giocoforza decidere di trasferire in quello stabile solo il Centro diurno e non anche la residenza. 2006 - L’“operatore di condivisione” diviene una figura ufficiale. Il relativo titolo verrà conferito dalla Scuola Diocesana di Teologia “S. Ubaldo” a chi da una parte avrà percorso l’apposito curriculum e, dall’altra, avrà conseguito la laurea triennale in Educatore Professionale presso la LUMSA/ Capodarco/ Gubbio.

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Capitolo Secondo

La struttura Le articolazioni della Comunità di Capodarco dell’Umbria Articolazioni in senso stretto (senza propria personalità giuridica) Le convivenze Centro socioriabilitativo ed educativo a ciclo residenziali di Padule Stazione, Via degli Artigiani 18, 06020 Padule, Perugia; 075 929.25.83. Centro socioriabilitativo ed educativo a ciclo residenziale (Gruppo Pierfrancesco) di S. Marco, Via Elba 47, 06024 S. Marco di Gubbio (PG); 075 922 93 12 Centro socioriabilitativo a degenza residenziale di Prepo, Strada Comunale di Prepo 204, 06127 Perugia; 075 505.11.76 Gruppo Famiglia di Via Gabrielli, Via Gabrielli 25, Gubbio (PG); 075 927.63.18 I servizi Centro socioriabilitativo ed educativo a ciclo diurno di Gubbio centro, Corso Garibaldi 111, 06024 Gubbio (PG). Centro socioriabilitativo ed educativo a ciclo diurno “Il Pavone”, Via Settevalli 264, Perugia 204; 075 500.80.30 Centro riabilitativo di Via Perugina 79, 06024 Gubbio. Articolazioni in senso lato (aventi propria personalità giuridica) Il lavoro Cooperativa sociale agricola Colfiorito Colonnata di Gubbio; 075 927.75.16 Cooperativa sociale La Saonda a.r.l., Via Elba 49, S. Marco di Gubbio (PG); 075 922.11.40 Cooperativa sociale Il Pavone, Via Settevalli 264, Prepo, Perugia; 075 505 80 30 Cooperativa sociale S. Girolamo a r.l., Zona industriale Fornacette, Padule, Perugia; 075 929.13.18 Cooperativa sociale Sir.Coop., Zona industriale Padule Fornacette, Perugia; 075 929.14.33. Cooperativa sociale I1 Girasole, Corso Garibaldi 111, Gubbio (PG); 922.06.54. Il volontariato Il CEAS (Cento di Educazione Alla Socialità)… si propone di affiancare, con un suo autonomo contributo, l’impegno di lotta contro l’emarginazione che, nella forma privilegiata della vita comunitaria autogestita e condivisa, caratterizza la Comunità di Capodarco dell’Umbria.

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Lo statuto della Comunità di Capodarco dell’Umbria (ultima revisione: 24 ottobre 1998) Costituzione (art. 1) È giuridicamente costituita l’Associazione denominata “Comunità di Capodarco dell’Umbria”, avente sede in Gubbio (PG), Corso Garibaldi 111. Le Finalità (art. 2) La Comunità di Capodarco dell’Umbria persegue le seguenti finalità: • lo sviluppo della persona, con particolare attenzione agli emarginati; • la rimozione di ogni ostacolo al pieno sviluppo della personalità dell’individuo, nel rispetto della cultura, dei valori e dello spazio creativo di ciascuno; • l’effettiva partecipazione democratica alla vita sociale di ogni persona, attraverso la lotta contro ogni forma di emarginazione. Per la matrice cristiana di parte dei suoi membri e per l’esperienza di servizio all’uomo di tutti i suoi membri, la Comunità di Capodarco dell’Umbria è luogo di incontro e di confronto fra quanti, pur variamente ispirati sul piano ideologico e culturale, ne condividono lo spirito e l’impegno vitale. Modalità operative (art. 3) la Comunità di Capodarco dell’Umbria persegue i suoi fini attraverso le seguenti modalità: a) promuove, attraverso processi di liberazione e di formazione, la crescita umana, sociale e culturale dei suoi membri; b) promuove la partecipazione dei suoi membri ad una sobria, libera e solidale vita familiare, di gruppo, relazionale e di lavoro, avendo particolare attenzione ai bisogni di ciascuno; c) promuove, crea e gestisce, in Italia e all’estero, anche tramite convenzioni, realtà di lavoro, di servizio, di abitazione; d) coordina e verificandone la rispondenza ai fini dell’Associazione, i gruppi territoriali che operano con il nome di Comunità di Capodarco dell’Umbria; e) favorisce l’adesione alla Comunità, nelle forme previste dal Regolamento, di quegli organismi che, per spirito e prassi, gli sono particolarmente vicini; f) favorisce la partecipazione alla Comunità di collaboratori e simpatizzanti, aggregandoli nelle forme previste dal Regolamento; g) collabora con Associazioni, Enti Pubblici e privati, gruppi di base e di volontariato, e con gli stessi utenti dei servizi, al fine di individuare risposte soddisfacenti ai bisogni della persona e della società, nonché modalità capaci di vincere l’emarginazione;

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h) mantiene e approfondisce il rapporto con le realtà ecclesiali, sociali, politiche, culturali e religiose tese al servizio della persona umana, all’affermazione della sua piena dignità, all’approfondimento dei valori di solidarietà; i) promuove, sostiene, finanzia lo svolgimento di attività economiche (organizzate anche in forma di Società cooperative) utili alla realizzazione delle finalità di cui all’art. 2. L’ispirazione Cristiana (art. 3, comma L) Per la particolare natura della proposta sulla quale la realtà associativa, che con il presente Statuto assume forma giuridica, si è formata ed ha aggregato consensi, la Comunità di Capodarco dell’Umbria, pur condividendo lo spirito e la prassi pluralista che caratterizza la Comunità di Capodarco, collabora, in modo tutto particolare, con la Chiesa locale, per incrementare, all’interno di essa, la dimensione di liberazione personale propria del Cristianesimo, nel pieno rispetto e nella costante tensione a promuovere e a valorizzare le storie e il patrimonio ideale e pratico di gruppi territoriali che si siano formati su altre dinamiche; coerentemente, nel pieno rispetto dei valori personali di ciascun Socio, cura al proprio interno che la proposta cristiana venga fatta a tutti i soci. Gli organi (art. 4) La Comunità di Capodarco dell’Umbria si organizza al suo interno in: • Assemblea dei Soci • Consiglio Direttivo • Presidente, Vice Presidente e Tesoriere • Collegio dei Revisori dei Conti. I Soci (art. 5) Possono divenire Soci della Comunità di Capodarco dell’Umbria le persone che ne condividono lo spirito e le prassi, e che si impegnano a perseguire attivamente i fini associativi stabiliti nel presente statuto. La comunione e la condivisione degli ideali e della vita pratica costituiscono caratteristica peculiare dei membri della Comunità di Capodarco dell’Umbria. Può appartenere all’associazione in qualità di socio chi, in maggiore età: • accetta e sottoscrive lo statuto dell’associazione nelle forme previste; • mostra disponibilità concreta e continua ad accollarsi realisticamente situazioni di bisogno; • partecipa alla vita dei gruppi; • collabora ai progetti di vita e di lavoro che i gruppi portano avanti, impegnando, in ogni caso, un qualcosa della propria vita e del proprio quotidiano. Per i singoli e le famiglie saranno i gruppi stessi, da cui tali realtà hanno avuto

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inizio, che verificheranno tale impegno. Il giudizio di ammissione come Socio è compito del Consiglio Direttivo. I Soci che aderiscono come singoli debbono, in ogni caso, far riferimento ad un gruppo territoriale. In nessun caso si può diventare Soci prima di un anno di permanenza nel tipo di impegno sopra descritto. Ogni tre anni il Socio è chiamato a riconfermare la propria adesione alla Comunità. Il socio che, a giudizio dei membri di un gruppo territoriale, non sia più in grado di appartenere al centro perde la sua qualità di Socio della Comunità. Avverso questa decisione, egli può ricorrere al Consiglio Direttivo. Gli organismi associati (art. 6) Possono essere associate alla Comunità di Capodarco dell’Umbria associazioni che operino a favore degli emarginati, con finalità simili a quelle del Centro. Le modalità di adesione e di partecipazione sono stabilite dal Regolamento. Ogni tre anni gli organismi associati sono chiamati a riconfermare la propria adesione. L’Assemblea Generale (art. 7) L’assemblea della Comunità di Capodarco dell’Umbria è costituita da tutti i Soci del medesimo; viene convocata, per iscritto, con almeno quindici giorni di anticipo ed è valida, in prima convocazione, se sono presenti almeno 2/3 (due terzi) dei Soci, in seconda convocazione, qualunque sia il numero dei Soci presenti. L’Assemblea è presieduta dal Presidente della Comunità; in forma ordinaria, essa viene convocata dal Presidente due volte all’anno; in forma straordinaria, essa può essere convocata dal Presidente su richiesta scritta di 1/3 (un terzo) dei Soci o di 1/3 (un terzo) dei membri del consiglio Direttivo; in tale caso il Presidente deve convocare l’Assemblea straordinaria, a meno che esistano indicazioni contrarie, che andranno, in ogni caso, motivate per iscritto; l’Assemblea straordinaria può altresì essere convocata dal Presidente ogni qualvolta lo ritenga necessario. Le votazioni hanno luogo per alzata di mano, o a scrutinio segreto, quando ciò sia richiesto da almeno 1/5 dei votanti. L’Assemblea decide a maggioranza semplice. Per le modifiche al presente Statuto è richiesta la presenza di almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto e la maggioranza qualificata di 2/3 (due terzi) dei presenti. Sono compiti dell’Assemblea Generale: • approvare le relazioni del Presidente, del Tesoriere e del Collegio dei Revisori dei Conti; • deliberare sugli argomenti posti all’Ordine del giorno; • stabilire le quote associative; • eleggere i membri del Consiglio Direttivo, che siano Soci da almeno due anni;

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• approvare le proposte di modifica al presente Statuto; • fissare l’indirizzo generale dell’azione del Centro, ivi compresi i criteri di gestione e la quantificazione dell’amministrazione sia ordinaria che straordinaria; eventuali correzioni della linea scelta dall’Assemblea sono di competenza del Consiglio Direttivo, le inversioni di rotta sono invece di competenza dell’Assemblea medesima. Il Consiglio Direttivo (art. 9) Il Consiglio Direttivo della Comunità di Capodarco dell’Umbria è composto da un minimo di 5 ad un massimo di 9 Soci, scelti con criteri di rappresentanza di tutte e singole le articolazioni territoriali del Centro. Il numero dei membri da eleggere, fatti salvi i suddetti limiti, è fissato dall’Assemblea preliminarmente alla seduta nella quale l’Assemblea stessa decide le modalità dell’elezione e procede ad eleggere il Consiglio. Il Consiglio Direttivo dura in carica un anno ed è rieleggibile. Il Consiglio Direttivo è convocato dal Presidente della Comunità di Capodarco dell’Umbria almeno ogni due mesi, ed ogni qualvolta sia richiesto da almeno 1/3 (un terzo) dei suoi membri. Le sedute sono valide quando siano presenti almeno la metà più uno dei Consiglieri. Le votazioni hanno luogo per alzata di mano, o a scrutinio segreto, quando ciò sia richiesto da almeno 1/5 (un quinto) dei Consiglieri. Le delibere sono prese a maggioranza assoluta; in caso di parità prevale il voto del Presidente. Sono compiti del Consiglio Direttivo: a) eleggere, al proprio interno, nella prima seduta successiva all’Assemblea Generale, il Presidente, il Vice Presidente, il Tesoriere ed il Segretario; b) nominare il Collegio dei Revisori dei Conti; c) approvare i bilanci consuntivo e preventivo disposti dal Tesoriere, rispettivamente entro il 30 Marzo e il 30 Ottobre di ogni anno; d) stabilire l’ordine del giorno dell’Assemblea e proporre i criteri di rappresentanza all’interno della medesima; e) provvedere allo sviluppo e all’indirizzo generale della Comunità secondo le direttive dell’Assemblea, approfondendo lo studio dei problemi connessi, anche istituendo appositi gruppi di lavoro; f) stimolare e promuovere la creazione di gruppi territoriali (Comunità, Gruppi-Famiglia, iniziative di lavoro, insediamenti vari), approvarne la costituzione, regolarne il funzionamento; g) mantenere l’unità della Comunità ed il corretto rapporto tra i gruppi, nonché intervenire e risolvere eventuali difficoltà di questi ultimi; h) disporre il commissariamento o lo svolgimento dei gruppi territoriali ove si registri l’impossibilità di risolverne le difficoltà;

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i) provvedere, in caso di scioglimento o distacco dall’Associazione di uno di essi, alla destinazione dei beni e attrezzature di cui esso disponeva; j) dare ai Soci le indicazioni concernenti la loro appartenenza alla Comunità nonché gli strumenti per assorbirne ed elaborarne il patrimonio di valori. Il Presidente (art. 11) Il Presidente dell’Associazione Comunità di Capodarco dell’Umbria ha la rappresentanza legale della stessa. Convoca l’Assemblea e il Consiglio Direttivo. Presiede le sedute del Consiglio Direttivo. In sua assenza è sostituito dal Vice presidente. Propone la nomina del segretario. In caso di urgenza e di necessità, assume i provvedimenti di competenza del Consiglio Direttivo, sottoponendoli a ratifica nella successiva riunione dello stesso. Firma, insieme al Tesoriere, le autorizzazione di spesa e le erogazioni. Il Vice Presidente (art. 12) Il Vice Presidente sostituisce il Presidente, su delega di quest’ultimo, o in caso di assenza del Presidente. Il Tesoriere (art. 13) Il Tesoriere dispone, entro il 30 Marzo ed il 30 Ottobre di ogni anno, i bilanci consuntivo e preventivo e li sottopone all’approvazione del Consiglio Direttivo e dell’Assemblea Generale. Firma, insieme al Presidente o al Vice Presidente, le autorizzazioni di spesa e le erogazioni; ogni anno l’Assemblea decide il tetto di spesa alla quale il Tesoriere è autonomamente autorizzato. Il Segretario (art. 14) Il Segretario esegue gli atti predisposti dal Consiglio Direttivo, redige i verbali delle sue sedute e di quelle dell’Assemblea. Il Collegio dei Revisori dei Conti (art. 15) Il Collegio dei Revisori dei Conti viene nominato dal Consiglio Direttivo ed è composto da tre membri effettivi e due supplenti. Esso effettua la vigilanza contabile sull’attività generale della Comunità e riferisce all’Assemblea Generale. L’Assistente Ecclesiastico (art. 16) La direzione spirituale dei credenti della Comunità di Capodarco dell’Umbria è curata da un Assistente Ecclesiastico designato dall’Ordinario di Gubbio.

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Parte Seconda

L

a nostra Cultura


Forza, Tatiana! Vedrai che, una volta che avrai riacquistato tutta la residuale agibilitĂ del tuo corpo, potrai ricominciare a produrre vita! A vantaggio di tutti. Tutti debbono poter contare su di te.


Premessa Nell’italiano parlato di oggi “cultura” è una parola dai molti significati. A volte per “cultura” s’intende il “saper molte cose”; usano la parola “cultura” in questa accezione molte persone semplici, ma anche acclamati divi della televisione; Mike Bongiorno, l’immortale Mike Bongiorno: i suoi campioni debbono dimostrare di sapere molte cose; che poi conoscano a fondo la filosofia platonica o l’epistemologia del circolo di Vienna, oppure abbiano mandato a memoria l’orario ferroviario; per lui non conta molto, il monte premi rimane lo stesso. Questa interpretazione minimalista oggi è del tutto perdente. Sul piano della quantità delle nozioni il più semplice dei computers strabatterà sempre il più informato degli “uomini di cultura”.

A volte per “cultura” s’intende l’insieme degli uomini emergenti, scrittori, artisti, cineasti: quelli che tutti riconosciamo immediatamente quando appaiono in TV. Si dice: “Ai funerali di Alberto Sordi era presente tutta la cultura italiana”; Lorsignori magari chiacchieravano del più e del meno, ma erano presenti. La parola “cultura” ha altrove il suo vero e interessante significato. La parola “cultura” assume senso su di un duplice sfondo: sullo sfondo complessivo della condizione umana: l’uomo è l’unico essere chiamato ad autrorealizzarsi in libertà, a còlere seipsum (coltivare se stesso); e dunque la parola “cultura” indica l’insieme delle scelte che un uomo o un gruppo sociale operano per autocoltivarsi: più esattamente, la parola “cultura” indica: 1. l’insieme dei fini che un uomo o un gruppo sociale scelgono come propri, perché li sentono come valori autentici, cioè importanti o addirittura determinanti per la propria crescita; 2. l’insieme dei mezzi che adottano come idonei a conseguire quei fini; sullo sfondo dell’attività della mente umana, che incessantemente organizza pensieri ed esperienze secondo determinati criteri ordinatori, conferendo loro una logica, un prima e un poi, un più importante e un meno importante.

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Il servizio di fisioterapia è indispensabile, sia come recupero, sia come mantenimento di quanto si è recuperato. Il vero recupero della Persona spesso comincia in questa seconda fase, ma gli ottusi culturi della medicalizzazione selvaggia dell’handicap si rifiutano di capirlo...


Capitolo Primo

“Solidali” cioè La nostra è una cultura solidarista: nel nostro “progetto di autocoltivazione” la solidarietà occupa un posto assolutamente centrale: il capitolo che abbiamo appena finito di proporre lo attesta ampiamente, sia sul piano storico che sul piano statutario. Ma oggi la parola “solidarietà” è troppo diffusa, equivoca, mal ridotta dall’uso e dall’abuso. Nel nostro mondo moderno si è creata una specie di “solidarismo d’accatto”, dal quale, pur cogliendone alcuni risvolti positivi, per quanto minimi, ci sentiamo obbligati a prendere le distanze.

La “solidarietà” equivoca Tra le forme equivoche di solidarietà citiamo quelle che ci sembrano le più diffuse. 1. La solidarietà emotiva La solidarietà emotiva consiste in un sussulto di reciproca appartenenza, forte ma momentaneo, che si propaga per una specie di contagio affettivo in presenza di un caso clamoroso. Vi confluiscono il bisogno di comunicazione emotivamente gratificante, una sincera anche se generica disponibilità all’altro, il bisogno di sentirsi a posto e anche un po’ moderni; la solidarietà emotiva si nutre di conformismo (fare come fa il vicino): non si capisce bene dove finisce il consenso verso la buona azione proposta e dove comincia il consenso verso il media che l’ha amplificata. È tipica della massa, come l’intende la sociologia: un esteso raggruppamento sociale riconducibile ad un qualche comune denominatore. Un comune denominatore che può anche non essere continuato, ma attivarsi in determinati tempi stabiliti (Natale, Quaresima, ecc.: tutti d’accordo, “bisogna essere più buoni”), o covare sotto la cenere, in attesa di una ventata che lo ravvivi. Caratteristiche della solidarietà emotiva sono: • durata limitata: due giorni, poi la notizia dalla prima scivola nelle pagine interne; • episodicità: la generosità di un giorno è compatibile con il menefreghismo di tutta la vita; • superficialità: il gregge si muove quasi per un riflesso condizionato dilagante e caduco. La solidarietà emotiva impegna la libertà dell’individuo solo epidermicamente; a volte può anche rappresentare il primo passo di un cammino che, proseguendo in avanti, potrà diventare anche molto serio, ma di per sé la

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sua funzione connaturata alla solidarietà emotiva è quella di gratificare a buon mercato la coscienza. Potremo dire, con buona approssimazione, una funzione conservatrice, con un tocco di modernità. 2. La solidarietà meccanico-vitale È quel senso di reciproca appartenenza che nasce d’istinto, attraverso un riconoscimento quasi... olfattivo, tra soggetti collegati da vincoli vitali totalizzanti, di taglio viscerale (parentale o religioso-sacrale). È tipica della famiglia, del clan, delle sette religiose, dei gruppi nazionalistici più fanatici. Vitale perché legata ai processi psico-biologici di definizione dell’io. Meccanica perché segnata da un automatismo acritico che porta sempre e comunque a far proprie le ragioni del gruppo, anche indipendentemente dalla qualità delle relazioni interpersonali. 3. La solidarietà organico operativa Certe persone che sono state reciprocamente estranee, ad un certo punto, limitatamente a certe cose da fare (una crociera, una casa da costruire in cooperativa, l’accoglienza di alcuni bambini di Chernobyl, ecc.), si scoprono portatrici dello stesso, limitato progetto; e per realizzarlo instaurano un legame organico (prevede dei ruoli) e operativo (è in funzione di una realizzazione). Essa si nutre della correttezza del “do ut des” messo a punto nell’atto di stringere il patto iniziale. È la solidarietà tipica di tutte le cosiddette società dette convenzionali (un gruppo sportivo, un partito politico, una fabbrica, ecc.). È la forma di solidarietà di gran lunga più diffusa, al punto che a volte tende ad identificarsi tout-court con la solidarietà. La libertà dell’individuo è seriamente e sistematicamente impegnata, ma solo in una certa direzione; tu non vieni interpellato come persona, ma come parte d’un tutto che è in funzione di qualcosa.

La “solidarietà” autentica Un’ottima definizione della solidarietà ce l’ha offerta Giovanni Paolo II, nella Sollicitudo rei socialis, al n. l38: la SOLIDARIETÀ è la ferma e perseverante determinazione a impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo responsabili di tutto (perché tutti siamo uguali come immagine di Dio, riscattati dal sangue di Cristo, oggetto dell’azione perenne dello Spirito). La definizione che ci offre il Papa polacco si articola su due livelli: un livello antropologico, proposto a tutti, ed un livello teologico, valido solo per i credenti. Per adesso mettiamo fra parentesi questo livello e limitiamoci al primo.

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Gli elementi caratteristici della solidarietà autenticamente umana sono quattro: 1. profondità di radicamento: la solidarietà abita le fondamenta della persona; 2. totale senso di appartenenza alla grande famiglia umana, che è il solidum che spinge la vita individuale a farsi responsabile verso tutto; 3. perseveranza a tutta prova, cioè attitudine forte ad incarnarsi in una serie di comportamenti omogenei; 4. impegno a 360° sia sul piano politico (“il bene di tutti”) che sul piano interpersonale (“il bene di ciascuno”). 1. La radice della responsabilità autentica: tutti responsabili di tutto A livello antropologico, la solidarietà muove da un senso di radicale appartenenza non solo alla grande famiglia umana, ma anche al proprio tempo e al luogo in cui si è nati e si vive. Siamo tutti parte essenziale d’un tutto vitale che ha il volto di tutti e di ciascuno. Ogni persona è LA persona: centro di dignità totalizzante, non quantificabile, centrale solo per quello che è. Un’appartenenza che non ha nulla di settario, perché il suo livello universale (l’appartenenza al mondo) e il suo livello particolare (l’appartenenza ad un determinato luogo e ad un determinato tempo) sono in rapporto dialettico, si illuminano e si completano reciprocamente. Solo da questo tipo di radicale senso di appartenenza nasce quella ferma e perseverante determinazione a impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno che è motivata dalla convinzione che tutti siamo responsabili di tutti. 2. L’intuizione fondante La solidarietà autentica nasce da un’intuizione fulminante, quella del PRIMATO DELL’ALTRO. È l’intuizione che ha maturato la coscienza umana di Gesù di Nazareth, quando ha detto che “Chi perde la vita la guadagna, chi l’accaparra solo per se stesso la perde”. Come dire: la vita è un bene intrinsecamente paradossale, che per natura sua chiede di essere messa a disposizione degli altri e solo a questo patto si mantiene e cresce.

L’altro è una ricchezza, e diventa Altro con la maiuscola, non benché sia diverso da me, ma proprio perché è diverso da me. In tutti i rapporti autenticamente umani la diversità non solo non fa problema, ma è conditio sine qua non della relazione interpersonale; in sua assenza anche la stessa solidarietà affoga nell’omologazione. È la scoperta dell’altro come Altro quella che produce vita, generando in rapida successione rispetto, fedeltà, cura, gratuità.

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3. Gli strumenti per l’esercizio della solidarietà: libertà e dialogo Libertà. È all’interno di queste dinamiche che la libertà dell’individuo si rivela per quello che è: non fine a se stessa ma strumento principe e necessario per l’Incontro. È l’incontro il fine di tutto. La vera libertà è libertà per. Per l’Incontro, appunto. Dialogo. Nell’uomo il bisogno di comunicare è essenziale. Di comunicazione autentica e di dialogo vero hanno estremo bisogno le società democratiche: solo il dibattito libero, profondo, partecipato, aperto all’altro garantisce la possibilità di individuare e di promuovere il bene comune. Dialogo autentico, non certo la chiacchiera gratuita. Esiste un abuso della parola che umilia e isola l’uomo. Oggi giustamente si dice che spesso “il mezzo è diventato il contenuto”, tutti possiedono un telefonino, ma pochi hanno qualcosa di umano da dire. Il dialogo che fa crescere l’uomo è quello che ha come sfondo i “beni vitali” dell’umanità, i suoi “valori essenziali”: la libertà, il bene, la verità, la giustizia. Di dialogo su questi e simili temi abbiamo tutti enorme bisogno. La “solidarietà” nelle comunità di accoglienza Le forme che l’autentica solidarietà può assumere, rimanendo autentica, sono molte. La solidarietà della coppia degna di questo nome, delle forme forti di amicizia, di un certo tipo di militanza politica, dell’appartenenza non settaria ad una chiesa. La solidarietà praticata nella comunità di accoglienza ha assunto una forma particolare. Comunità terapeutica e comunità di accoglienza Occorre qui richiamare la differenza che esiste fra comunità terapeutiche e comunità di accoglienza. Nelle comunità terapeutiche l’accoglienza (come dice l’aggettivo) è in funzione della “terapia”; nella cura del disagio psichico, della tossicodipendenza, ecc., sentirsi accolto è di fondamentale importanza per chi è “ricoverato”. Il contesto socio/politico/culturale ha una sua importanza, ma solo sullo sfondo. “Conta meno”. Fino a non contare nulla. Per la comunità di accoglienza invece questa parola magica (“accoglienza”, appunto) ha anche una valenza terapeutica, ma prima ancora e soprattutto la sua valenza è socio/culturale, configura una proposta di radicale innovazione della società e della cultura, e di contestazione della società di oggi e della cultura che la genera e ne è generata. Questo spiega l’“empatia” che si crea a S. Patrignano con Letizia Moratti, o i

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10 miliardi di £ che l’Omino consegna a don Pierino Gelmini, come fossero bruscolini (e lo sono davvero, di fronte ai 100mila miliardi di £ che l’Ineffabile ha dichiarato): e don Pierino li accetta senza patemi d’animo. Li avesse offerti a noi...: Signore, non ci indurre in tentazione!

La solidarietà nella Comunità di Capodarco Nelle Comunità di Capodarco la solidarietà prende le mosse da quella… anomala scelta dell’art. 2 dello statuto (lo scopo della Comunità è la promozione della persona CON PARTICOLARE ATTENZIONE AGLI EMARGINATI). “Attenzione”, cioè? Nella protostoria di Capodarco questa “attenzione” si è tradotta nel primato del vivere con sul vivere per. Il primato della condivisione. Abbiamo sempre detto, in tutte le sedi nelle quali abbiamo potuto parlare: i valori che strutturano la nostra esperienza sono la condivisione, l’accoglienza e la progettualità (sia individuale che di gruppo), ma il vero valore fondante è la condivisione. Non però la sola “condivisione del cuore”, bensì la condivisione del quotidiano (“del cesso”), delle condizioni feriali, normali nell’esistenza di ogni giorno. L’esperienza della condivisione del cesso si è realizzata, fino in fondo, solo per una minoranza di soci della nostra Comunità. Tutti gli altri non hanno potuto (come chi ha una sua famiglia) o non hanno voluto. Abbiamo dovuto prendere coscienza di essere minoranza, e di esserlo diventati sempre di più da quando (Capodarco di Fermo, dal 1966; Capodarco dell’Umbria, dal 1974 come Centro Lavoro Cultura e dal 1997 con il nome che ha oggi) muovemmo i primi passi. Ma il sogno rimane sempre lo stesso. Anche perché il fatto di non potere (o di non volere) più vivere tutti insieme, appassionatamente, sotto lo stesso tetto, non vuol dire che l’esperienza di chi ha fatto quest’altra scelta sia stata meno impregnata di gratuità.

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Firenze, anno 2003, nella sede della BNL: “PerchĂŠ la parola vita, quando si parla di disabili, equivale sempre a sopravvivenza? I cosiddetti beni immateriali non sono importanti Anche per loro? Questa è la sala da pranzo del nostro Agriturismo Capodarco Gubbio interamente agibile anche per disabili.


Capitolo Secondo

La cultura del gratuito In ogni sua espressione la Comunità di Capodarco dell’Umbria va inquadrata in quella Cultura del gratuito che, minoritaria e claudicante, tenta di farsi largo in un’età come la nostra, dominata dalla cultura dell’utile e del potere.

Il cuore della Cultura del gratuito Vivere significa soprattutto donare e accettare doni. Senza il dono la vita è insipida. Siamo agli antipodi rispetto alla cultura vincente oggi. La cultura vincente oggi • è individualista: individuo e persona materialmente indicano la stessa realtà: l’uomo come centro di dignità e di valore; ma il personalismo sottolinea che, tra le caratteristiche di questa realtà, c’è una totale apertura all’altro come elemento indispensabile per definire se stesso, nell’individualismo invece l’altro è un nemico, o quanto meno un concorrente; • è consumista: il consumismo * sul piano materiale, consiste nel consumare (cose, oggetti, denaro, ecc) non in base ad un bisogno reale, ma in base ad un bisogno artificialmente indotto, soprattutto dai cosiddetti “persuasori occulti”, quelli che (come la gran parte dei mass media) ti convincono senza farti percepire la loro presenza; * sul piano culturale consiste in un drammatico stravolgimento della vita, grazie al quale uno si misura non su quello che è ma su quello che possiede (“conosci quel signore di Perugia?...” – “Chi? Quello che ci ha quella Mercedes da 150 mila euro?”). La gente s’intruppa nel gregge degli individualisti e dei consumisti. Noi diciamo: questa non è autocoltivazione, ma suicidio. Autocastrazione. E proponiamo a noi stessi e a chi vuole percorrere il nostro stesso cammino la solidarietà autentica. La solidarietà autentica non è mai un piccolo correttivo, lo schizzo sul caffè, ma investe la vita e la ridefinisce, rivisitando a fondo almeno due categorie fondamentali: • la categoria del bisogno; il bisogno non è un qualcosa di cui vergognarsi, perché è un elemento costitutivo della nostra umanità; ed è una delle misure dell’autenticità della vita, poiché una vita è tanto più autentica quanto maggiormente costa fatica conquistarsela; • la categoria del dono; il dono non è una… “bella usanza”, per il compleanno di una persona cara, o sotto Natale, ma quell’atteggiamento di apertura che arricchisce più chi lo fa che chi lo riceve.

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Attivando queste due categorie possono realizzare le loro aspirazioni più profonde coloro che, come noi, non riescono a vivere nella gabbia nella quale gli uomini di oggi si sono rinchiusi, non si rassegnano all’ipotesi che la vita possa ridursi alla gabbia del do ut des (“io ti do affinché tu mi dia”), dell’io tiro solo se raccolgo, dell’io investo e non regalo. Da queste persone sono nate le varie forme strutturate che la cultura del gratuito assume oggi.

Le forme della Cultura del gratuito La cultura del gratuito assume nel nostro mondo forme diverse. Tutte le forme della cultura del gratuito rispondono a tratti fisionomici comuni, sottolineando di volta in volta più questo tratto che quello. Quattro i tratti fisionomici ricorrenti: • Al primo posto il benessere di coloro dei cui problemi ci si fa carico. • Lì, accanto, il benessere del volontario stesso. Il primato del principio di piacere. Alla lunga uno fa sempre e soltanto quello che lo gratifica. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”: l’ha detto Gesù, l’ha riferito S. Paolo. • Il terzo tratto fisionomico che unifica le varie forme della cultura del gratuito è la sua rilevanza socio-politica: quelle forme sperimentano approcci sempre nuovi al disagio. • Il quarto tratto fisionomico è la loro rilevanza culturale: quella che stiamo elaborando in questo capitolo. La Cooperazione sociale Una cooperativa è un’azienda, ma sui generis; la sua peculiarità consiste nel fatto che in essa il datore di lavoro (il “padrone”) e il prestatore d’opera (l’“operaio”) si identificano; in altre parole • sul versante del bisogno, i soci di una cooperativa di lavoro le hanno dato vita e la tengono in vita per procurare a se stessi un reddito decoroso; • sul versante del potere, in una cooperativa di lavoro chi decide è l’assemblea dei soci, mentre il consiglio di amministrazione la governa, seguendo le decisioni dell’assemblea. Grazie a questa sua particolarità la cooperazione ha avuto uno specifico riconoscimento da parte della nostra Costituzione Repubblicana. La cooperativa sociale è una cooperativa che, come scopo sociale, sceglie l’impegno ad operare a vantaggio delle fasce deboli della popolazione. In Italia la cooperativa sociale si è articolata in due forme, che in gran parte oggi tendono ad uniformarsi: • cooperativa per l’inserimento lavorativo, che tende a personalizzare il lavoro a misura della persona che non riesce ad inserirsi in un lavoro normale; • cooperativa di servizi, che in forma cooperativa organizza servizi a vantaggio delle fasce deboli della popolazione.

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Il volontariato Volontariato, fenomeno di grande rilievo, ma dai contorni molto labili: associazioni formali, gruppi informali, associazioni registrate e non registrate, gruppi a tempo, interventi a tema, ecc. Non sono possibili stime quantitative precise. 3, 4, 6 milioni i volontari in Italia? In tempi recenti il numero delle associazioni è cresciuto, ma è diminuito il numero dei membri di ogni singola associazione. Nel suo insieme il “fenomeno volontariato” si è stabilizzato dal punto di vista della quantità complessiva degli aderenti, ma la sua presenza nella società sembra piuttosto impallidita rispetto a quando, qualche anno fa, l’allora Presidente della Repubblica Scalfaro ne tessé l’elogio in TV, per l’ultimo dell’anno, in toni epico/elegiaci che ci gratificarono, ma un po’ci fecero anche sorridere. a) Il volontariato del tempo libero La forma più diffusa di volontariato è il volontariato del tempo libero. Il volontario è un cittadino che (dopo aver assolto i doveri del proprio stato) dedica gratuitamente una significativa parte del proprio tempo, con continuità e competenza, ad iniziative di rilevanza sociale, umanitaria, culturale: così la FIVol (Federazione Italiana del Volontariato): • dopo aver assolto i problemi del proprio stato: sarebbe risibile pretendere di dedicarsi seriamente ad un’opera gratuita se uno non ha prima fatto quello che doveva nella ferialità della vita; • una parte significativa del proprio tempo libero: non gli avanzi; • con continuità: gli interventi a singhiozzo suscitano solo attese destinate ad essere disattese e quindi, in ultima analisi, a generare frustrazioni; • con competenza: non la competenza dello specialista, ma quella di colui che conosce le regole essenziali del come muoversi in quel dato Campo; • gratuitamente: sono ammessi solo rimborsi spese, per esempio per il telefono verde; il candidato al suicidio che telefona da Catania a Milano per chiedere perché mai non dovrebbe farlo in genere ha l’avvertenza di chiedere “Richiamatemi voi”; e allora la bolletta del telefono sale… b) Oltre il volontariato del tempo libero: il volontariato della cittadinanza “Volontariato della cittadinanza” è quel volontariato nel quale s’impegna un soggetto che, nella sua interiorità, ha spostato nettamente in avanti, rispetto alla coscienza media del suo tempo, l’asse complessivo dei diritti di cui si sente titolare e dei doveri ai quali si sente obbligato; in base a questa sua interiore disposizione, il suo senso della cittadinanza lo impegna in attività alle quali nessuna legge lo obbliga, in problemi per la cui soluzione non ha nessuna investitura pubblica: lo fa solo perché la coscienza di un determinato problema ha dilatato in lui la forza e il raggio d’azione della sua morale, cioè di quei suoi “devo” che si radicano nella sua coscienza individuale. Si pensi al WWF e ad Amnesty International, o al Tribunale per i Diritti del Malato, ai “Girotondini”, ai “No global”, ecc.

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c) Oltre il volontariato della cittadinanza: il volontariato della condivisione Oltre il volontariato della cittadinanza, il volontariato della condivisione è quello di colui per il quale il rapporto con i portatori di gravi bisogni non è un otpional di lusso, la bella abitudine della domenica pomeriggio, una parentesi, ma assume la forma della vita condivisa; il bisogno altrui non interessa solo la sua professionalità, ma investe l’intera sua esistenza privata, fa parte degli obiettivi che definiscono la sua vita; da quello che fa il volontario di condivisione ricava ANCHE il necessario per il suo sostentamento, i suoi modesti hobbies, ma non è per lo stipendio che egli lavora. A volte il volontariato di condivisione è una scelta ascetica personale, si capisce come ricerca di una perfezione che solo nella perfetta oblatività si può raggiungere. È il volontariato eroico di S. Massimiliano Kolbe, il frate francescano che, in un campo di concentramento nazista, si offrì di prendere il posto di un compagno di prigionia che era stato condannato a morire di fame. Il volontariato di condivisione del quale parliamo noi non ha nulla di questo mirabile eroismo, ma si gioca interamente nel quotidiano del rapporto feriale con la persona in difficoltà che è stata accolta, per dare una risposta a quella sua difficoltà, e, attraverso quella risposta, dare pienezza di vita anche al servizio dell’operatore. I disabili, ad esempio, a volte non chiedono solo terapia fisica e inserimento lavorativo, ma aspirano a vivere in una famiglia vera, e non si accontentano di un generico “clima familiare”. E non si può dare un sasso a chi chiede un pane, né un serpente a chi chiede un pesce. Non si può dare un servizio a ore a chi chiede una famiglia. Gli spiritualisti, nel loro micidiale stravolgimento della spiritualità vera, dicono che la forma più alta di amore è la “condivisione del cuore”. No. Troppo facile, troppo volgare; il cuore è solo una pompa, la condivisione che si pratica in tutte le famiglie è quella del cesso, degli elementi materiali della vita, in tutta la loro estensione. È IL PRIMATO DEL VIVERE CON sul VIVERE PER. Io non voglio vivere per loro, io voglio vivere con loro. Gli emarginati che il Signore mi ha fatto incontrare non sono entrati solo nella mia professionalità, sono entrati nella mia vita, l’hanno occupata, non hanno nessuna intenzione di andarsene, grazie a Dio. Anche se dalla vita con loro devo pure tirar fuori quel tanto d’argent che permetta a me e alla mia famiglia una vita decorosa. Merce rara, il volontariato di condivisione. Merce rara. Doveva essere la forma più ovvia di volontariato, è stata ed è la forma meno praticata. Non la praticò a suo tempo il Marchese innominato che, subentrato a don Rodrigo morto di peste, a titolo di riparazione offrì a Renzo e a Lucia il pranzo di nozze proprio in quel tetro maniero che era stato l’emblema di tutti i loro terrori. Il Marchese curò di persona l’allestimento del banchetto, sorrise a tutti, si profuse in inchini, volle addirittura servire a tavola, ma al momento di mangiare si ritirò con don Abbondio e altri notabili locali in una saletta a parte: parola di don Lisander: “aveva abbastanza umiltà

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per mettersi al di sotto di Renzo e Lucia, non abbastanza per mettersi alla pari”. Ma non l’hanno praticata, quella forma di volontariato, nemmeno le Suore della Carità di Madre Teresa: “Caro fratello sfortunato, io ti rendo tutti i servizi che la dignità della tua persona esige, ma… sia ben chiaro: questa è la casa che ospita te, quella è la casa di noi suore”. Appena un passo più in là, per carità d’Iddio, ma “senza confusioni”.

Doveva essere la forma di volontariato tipico delle Comunità d’accoglienza, come la Capodarco dell’Umbria. Non lo è stato. Al comunitario è subentrato l’operatore. ”Operatore sociale”, uno dei tanti. Accanto all’operatore ecologico (vulgo: lo scopino), all’operatrice domestica (vulgo: la donna di servizio), all’operatore funerario (vulgo: il beccamorto). Accanto all’operatore delle fosse biologiche, e a quello delle macchine movimento terra. All’operatore che recapita gli avvisi di garanzia (vulgo: lo spiccacaldari). L’operatore di condivisione in gran parte è ancora un sogno. La Comunità di Capodarco è come su di un piano inclinato: scivola sempre più verso la realtà di una cooperativa sociale. Buona cosa, una cooperativa sociale, certo, ma non nel caso nostro: in una comunità di accoglienza tutto si struttura sulle persone che accoglie; in una cooperativa sociale quello che conta non sono tanto i soggetti accolti, bensì i prestatori d’opera che li accolgono. Il privato sociale E tuttavia, se non è stato in grado di generare né volontari di condivisione né operatori di condivisione, il volontariato ha generato, su scala molto vasta, il PRIVATO SOCIALE. La gente conosce solo il “privato speculativo”. Lavoro per guadagnare. “E per che altro, sennò?!”, dice la gente. Tre medici bravi e ingordi si mettono insieme, trasformano la struttura fatiscente del vecchio ospedale diventato inutile in una clinica di lusso, entrano nelle grazie dell’Assessore, forse (Dio non voglia!) gli allungano una bustarella sotto banco e ti buttano su un centro di riabilitazione che attira clienti da tutta Italia. Bravi. Buone vacanze alle Seychelles. Nel socio/sanitario il nostro “privato sociale” è tutt’altra cosa: • come tutte le forme di privato che esistono, non viene promosso dallo Stato, ma dalla società, non nasce dall’alto, ma dal basso; • ma, contrariamente a tutte le forme di privato che esistono, si attiva senza scopo di lucro, ma solo perché il Bene Assoluto che uno ha scoperto, e da questa scoperta si sprigiona la sua morale, è come una medaglia a due facce: da una parte il bene dell’operatore, dall’altra il bene della persona accolta. Concettualmente è questa seconda la specificità del Privato Sociale. Storicamente il privato sociale è nato dal volontariato, per tappe successive. Prima tappa: dimensioni ridotte, funzionamento informale ed estemporaneo, forte l’“adesione culturale” alla causa comune, fortissimo il coinvolgimento di tutti in tutte le

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attività; struttura organizzativa minima; quasi niente procedure, quasi niente regolamenti. Seconda tappa: l’ente cresce, più utenti, più servizi, più personale, le risorse non bastano mai, nelle persone si attenua l’originario spirito “missionario”, sempre più spesso si parla di soldi, magari solo a titolo di “rimborso spese”. Terza tappa: la struttura organizzativa si differenzia su più livelli, spazio crescente viene riservato alla programmazione, alle verifiche e al controllo, si riduce lo spazio dell’improvvisazione, ci si dà un metodo, la suddivisione dei compiti avviene sempre di più in base alle competenze, alle attitudini ed alle esperienze; ai compiti vengono fatte corrispondere precise responsabilità. Spazio crescente alla professionalità. Così gradualmente, l’organizzazione non profit si dà un suo management, diviene anche impresa, nel contesto (naturalmente) delle caratteristiche peculiari dell’ente, che rimane pur sempre un ente dalle finalità non lucrative, nato e strutturato su di una ragione non economica. Il cammino descritto è tutt’altro che lineare. La mortalità in itinere è altissima. Il “principio di sussidiarietà”, entrato nel 2005 anche nello Statuto della Regione Umbria, dopo essersi inserito nel Titolo V della nostra Costituzione e nella legge/quadro 328/1992, dovrebbe garantire lo spazio pubblico vitale a tutte le forme di volontariato. Dovrebbe.

La cultura del gratuito come Cultura antisistema Da quello che abbiamo detto della differenza fra comunità terapeutica e comunità di accoglienza è chiaro che, in chi vive a fondo la comunità di accoglienza, non può mancare una forte istanza antisistema, perché è il sistema socio/culturale che dell’handicappato fa un emarginato, e la scelta di Capodarco è stata a vantaggio degli handicappati in quanto emarginati. Se quest’istanza anti/sistema ci manca, manca in noi qualcosa di vitale. Non ha senso aderire la mattina a una manifestazione razzista e dedicare il pomeriggio ai malati. Non ha senso sfruttare i propri dipendenti tutta la settimana per dedicare il week-end alle pesche di beneficenza.

O l’impegno volontario s’inserisce in una grande prospettiva di ripensamento e ridefinizione globale dei rapporti che vigono tra gli uomini, o è solo un pannicello caldo. Ieri, quando la gente comune faticava dall’alba al tramonto per mettere insieme il pranzo con la cena, il volontariato più diffuso era quello delle signore della buona società, che, soccorrendo i “poverelli” e a volte, disinnescando la loro sete di giustizia, davano una mano al marito (banchiere o uomo di governo) che perpetuava quel certo sistema sociopolitico, procurando altri “poverelli” alla inesausta volontà di bene della sua Signora. Il volontariato come cultura non può limitarsi alla denuncia, ma deve contribuire ad invertire la rotta nel cuore di una cultura ormai insostenibile.

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Quando e come è nato questo sistema: grandi meriti… Questo sistema è nato con l’Illuminismo. Francia/Inghilterra/Germania (sec. XVII-XVIII). La “filosofia dei lumi”. Intorno al lume per eccellenza, la ragione umana. L’Illuminismo ha grandissimi meriti. L’Enciclopedia di Didérot e D’Alambert, riassumendo le sue grandi conquiste, diventa come il sillabario degli intellettuali europei, una base solida e condivisa per le loro indagini sull’uomo e sulla società. Montesquieu teorizza la necessità che in uno stato giusto il potere venga suddiviso in legislativo, governativo e giudiziario. Voltaire svecchia il mondo accademico. Rousseau fonda la scienza politica e la pedagogia moderne...: ma al di là delle singole proposte, l’Illuminismo nel suo insieme 1. contesta lo svuotamento del valore delle realtà terrene operato da un certo (malinteso) Cristianesimo, per il quale quello che conta è solo la vita eterna, che invece nell’autentica visione cristiana è la sua vita terrena che diventa eterna; questa che viviamo – dicono giustamente gli Illuministi – è l’unica vita, non la sua prova generale; la felicità non va attesa, ma va costruita qui e adesso; 2. contesta il principio d’autorità: l’“ipse dixit” (l’ha detto lui: “lui” era prima Aristotele, poi S. Tommaso D’Aquino) non funziona più; il fatto che si sia sempre stati convinti d’una certa tesi non ne è affatto garanzia di verità. Non accetteremo più nulla passivamente. La RAGIONE è il vaglio di tutte le affermazioni. Durante la Grande Rivoluzione del 1789 venne celebrato nella cattedrale di Notre Dame il Culto della Dea Ragione, intronizzata sull’altare sotto forma di donna discinta. Anche noi credenti adulti, ben lungi da pacchianate del genere, accettiamo il primato della ragione. Solo che diciamo: tra i dati della ragione c’è anche la coscienza dei propri limiti di fronte agli interrogativi fondamentali della vita, e quindi l’appello ad un Qualcosa o ad un Qualcuno che ci aiuti là dove la ragione arranca, cioè nella risposta ai grandi e definitivi perché della vita, nel tentativo di sciogliere l’enigma del mondo (Turoldo).

Grandi conquiste del pensiero umano. Da esse non si torna indietro. Magari ce l’avesse avuto l’Islam, nella sua storia, un suo Illuminismo! …e una pesante ipoteca Ma, ad onta di questi grandissimi meriti, che fra l’altro oggi ci tengono al riparo dai micidiali ritorni di fiamma dell’integralismo che altrove (ad esempio nell’Islam) galoppa, con l’Illuminismo nella nostra cultura hanno trionfato due categorie che, assolutizzate, si sono rivelate dirompenti: • la categoria dell’utilità, • la categoria del potere.

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E tutti noi, anche quelli che non hanno idee su nulla di nulla, abbiamo “respirato” questo mondo, imparando a rapportarci con la realtà dall’angolazione dell’utile e del potere. E questo perché gli Illuministi non parlano come filosofi puri, che ragionano nel limbo dei loro cieli intatti. Gli Illuministi sono il megafono della borghesia, parlano come membri attivi e propositivi di una classe, la borghesia appunto, letteralmente scatenata, una classe che vuole in mano tutto il potere, il potere politico e il potere culturale, così come da tempo ha in mano quel potere economico che intende incrementare allo spasimo. Dietro il filosofo illuminista c’è il più nuovo di tutti i protagonisti culturali, l’imprenditore/mercante che spinge il discorso filosofico in una direzione pragmatica. Lui finanzia la ricerca, riempie d’oro le tasche dei Philosophes, ma vuole vedere risultati concreti. Che cosa ce ne facciamo – chiede l’imprenditore/mercante al filosofo – di questa vostra ragione così disinfettata e improduttiva? E la risposta se la dà da solo: “Ve lo dico io cosa ci facciamo, con la ragione! Con la ragione ci dominiamo la vita, plasmiamo la vita come piace e conviene a noi!”. La vita cambia e s’impoverisce Cambia la vita di ogni giorno. Da quel momento le invenzioni si moltiplicano e la nostra vita ne esce, al tempo stesso, arricchita sul piano della funzionalità e impoverita sul piano dell’umanità e della fantasia. Cambia la visione del mondo. Per secoli il termine “scienza” era stato abbinato a “filosofia”: due diversi punti di vista per “conoscere come stanno veramente le cose”. Ora trionfa l’inedito binomio scienza-tecnica: non interessa più a nessuno sapere “come stanno veramente le cose”, quello che interessa è tradurre il prima possibile le scoperte scientifiche in espedienti tecnici che agevolino la vita dell’uomo. Cambia la ragion d’essere dello stare insieme tra uomini. Si sta insieme non per il gusto di stare insieme, ma per realizzare (“produrre”) qualcosa. L’emarginazione dilaga Tutto quello che non rientra in questo schema viene emarginato. Di norma l’emarginazione avviene per la tangente inferiore: emarginazione come spinta verso i margini, della società, della cultura. Ma a volte quello stesso risultato si ottiene per la tangente superiore. È il caso della “eroicizzazione” delle forme della cultura del gratuito che qui sopra abbiamo illustrato. Oscar Luigi Scalfaro, da Presidente della Repubblica, in un famoso discorso di fine anno, esclamò, commosso: “I volontari sono degli eroi!”. I volontari come “esseri superiori”. Come fosse un complimento. “Disgraziata la nazione che ha bisogno di eroi!” (Brecht) “Madre Teresa è stata una donna eroica”. Già. Ma prima ancora Madre Teresa è stata un donna intelligente, che ha “letto dentro” (intus) la vita, mentre la gran parte dei suoi contemporanei si fermavano alla scorza, ne ha gustato il succo sapido, mentre gran parte dei suoi contemporanei si limitavano a distillarne i veleni.

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Siamo seri. La vita è intollerabile solo quando è insensata. La vita più è vuota e più è pesante.

Le istanze contro il sistema Ben presto prende a serpeggiare in Europa la critica all’Illuminismo. Nel 1800 il Positivismo lo esalta sul piano scientifico, ma lo snobba sul piano filosofico. A inizio secolo Donatiene de Sade (niente di meno il… “titolare” del sadismo) accusa i Philosophes di ipocrisia: Avete affidato a Kant la formulazione d’un principio di facciata, il famoso “Rappòrtati agli altri sempre come a dei fini, e mai come a dei mezzi”, mentre in realtà voi usate gli altri sempre e soltanto come mezzi. Più tardi Nietzsche denuncerà la follia di una ragione che presume di monopolizzare la vita, e con questo si autocondanna; vuole misurare le identità, che sono sempre ribelli all’inquadramento; solo nella “disidentità” è possibile il vero sviluppo, aritmico, oscuro, “rizomatico” come nelle radici. Ma è un po’ tutto il pensiero successivo che prende le distanze dall’Illuminismo, e chiede a gran voce una radicale ri/visitazione delle categorie interpretative della vita. La scuola di Francoforte Negli anni 30 del XX secolo, nella Facoltà di Sociologia dell’Università di Francoforte, insegnano Fromm ed Marcuse, ma soprattutto Horkheimer (La teoria critica della società) e Adorno (La dialettica dell’Illuminismo); tramite questi cervelloni, prende forma un’analisi socio/culturale di grandi proporzioni e profondità che continua e s’intensifica anche dopo la seconda guerra mondiale. Cosa sta succedendo in Europa? C’è un qualcosa che collega la Repubblica di Weimar alla nascita della società opulenta, un minimo comune denominatore del totalitarismo nazifascista e di quello stalinista, che di per sé sono tanto diversi? C’entra niente la guerra fredda con lo sviluppo delle scienze umane, l’arte d’avanguardia con l’avanzata impetuosa della tecnologia, la nascita dell’industria culturale con la complessità tipica della modernità, la crisi d’identità dell’individuo con la crisi di crescita della società? L’Illuminismo come culto devastante del dominio, cioè del potere e della produzione Il principale capo d’accusa formulato dalla Scuola di Francoforte contro gli Illuministi: avete divinizzato la sete di dominio, non riuscite a vedere altro che il potere come motore della vita sociale. Quella che da noi ha veramente funzionato è stata la categoria della utilità. Dietro le più nobili coperture ideologiche, due sono i punti programmatici che veramente “tirano” in Occidente: 1. Dominare la natura, attraverso la scienza e la tecnica. 2. Dominare la storia attraverso la politica.

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Una volta che il motore della convivenza civile è diventato l’utilità, entriamo tutti nel duplice ingranaggio di due sottosistemi: • il sottosistema ECONOMICO, incentrato sul primato assoluto della PRODUZIONE; • il sottosistema POLITICO, incentrato sul primato assoluto del POTERE. La produzione illimitata fa nascere il consumismo: se i bisogni non ci sono, bisogna crearli artificialmente, bisogna mettere in circolo l’idea dell’“automobile di prestigio”, come se un genio in Panda diventasse all’improvviso un imbecille, e un buzzurro alla guida di una Ferrari diventasse ipso facto un genio; bisogna mettere in circolo la vergogna di “non essere alla moda”, ecc. Il potere come fine a se stesso uccide la politica, inaridisce l’uomo, perché la politica, quella dal profilo alto, è una delle attività più nobili e maggiormente degne dell’uomo. Gli uomini, i giovani soprattutto, accettano di contare solamente nel momento in cui producono e nel momento in cui consumano; produrre il più possibile, a testa bassa, consumare il più possibile, a testa bassa, ingozzandosi di sesso e di calcio. “Burattini ubbidienti”(don Milani). Devastante. Con l’Illuminismo è nato l’Uomo a una dimensione (Marcuse), integrato in tutto e per tutto nel sistema, bisognoso di riempirsi la bocca di parole come libertà e dignità, esecutore docile di programmi preconfezionati altrove. Si attivano processi che, almeno tendenzialmente, sono tutti mirati a scatenare la guerra di tutti contro tutti. La nostra è ormai una civiltà eminentemente concorrenziale. Concepiamo tutto come se fossimo impegnati 24 ore su 24 in una gara con gli altri. Qui tutta la portata culturale della Festa dei Ceri, che sono ANCHE (non soprattutto) una “gara”, ma una gara talmente particolare che i “concorrenti” non possono sorpassarsi!

Devastante. Con questo tipo di approccio con la vita si vive male, tutti. La nostra umanità viene umiliata quando l’imperativo categorico è quello di comandare su tutti e produrre più di tutti. Da tutto questo, l’uomo ne esce logorato quando va bene, stritolato nei casi più gravi. I nostri grandi problemi di oggi hanno sempre una spiegazione patologica e una spiegazione culturale, che tracimano l’una nell’altra. La droga, l’alcoolismo, la depressione, l’autismo, le nuove dipendenze informatiche affondano sempre le loro radici nell’humus della nostra cultura. La letteratura moderna e il cinema sono pieni di personaggi alienati, sperduti, impauriti in un mondo che non sentono più come loro. Il potere incombe anche, e soprattutto, quando rimane occulto. L’autore che più di ogni altro ha colto la drammaticità di questa nostra situazione è Kafka, sia ne Il castello che ne Il processo.

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Capitolo Terzo

La solidarietà nella visione cristiana della vita Nella visione cristiana della vita la solidarietà occupa un posto di assoluto rilievo. Il Vangelo ha inoculato nel nostro DNA la convinzione che noi uomini siamo un solidum, un tutt’uno. Su questa istanza fondamentale dovrebbe strutturarsi tutta la nostra vita. E invece… Già a livello di linguaggio ci troviamo in una situazione fuorviante.

Un linguaggio fuorviante È noto che i fenomeni linguistici non sono mai di natura esclusivamente tecnica, ma rimandano sempre dei contenuti. Una parola emarginata e recuperata nel linguaggio ecclesiale La parola solidarietà è stata per secoli guardata con sospetto dai cristiani. Inventata dagli Illuministi del 1700, essa voleva porsi come vero amore dell’uomo, alternativa alla carità cristiana, che non sarebbe amore di Dio truccato da amore dell’uomo. A questa analisi, cervellotica e ingiusta, i Cristiani risposero evitando anche solo di pronunciare la parola “solidarietà”. In tutti i documenti pontifici antecedenti il magistero di Giovanni Paolo II “solidarietà” ricorre poche decine di volte. Ma nell’insegnamento di Papa Wojtyla quella parola ricorre circa 20.000 volte. E così la parola tanto a lungo esorcizzata dalla Chiesa è oggi trionfalmente rientrata nel suo linguaggio. Secondo la coscienza autentica della Chiesa cattolica di oggi, così come essa viene autenticamente espressa in La verità vi farà liberi, il “Catechismo degli adulti” pubblicato dalla CEI nel 1995, gli uomini sono intimamente solidali fra loro perché formano un tutt’uno, a tutti i livelli: ontologico, morale, sociale. Una parola troppo spesso equivocata La parola è “condivisione”: nel vocabolario che troneggia nella mia libreria la parola “condivisione” non esiste; esiste il verbo corrispondente, condividere, che significa avere unitamente ad altri (un’opinione, ad esempio), o, meno comunemente, spartire. Nella tradizione solidarista d’impianto laico l’aiuto a chi fa fatica richiama sempre la Professionalità nelle Prestazioni rivolte all’Utenza (una professionalità asettica e rigorosamente a tempo). Nella tradizione cristiana l’aiuto a chi fa fatica richiama sempre il Servizio ai Poveri, il vivere per loro. L’idea di andarci a vivere con è fuori orizzonte.

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Per noi la parola condivisione indica la vita vissuta in comune con chi è nel bisogno. • nei suoi elementi materiali, • accogliendosi reciprocamente, nel quotidiano, “così come si è”, • elaborando e verificando insieme ogni giorno il “come dovremmo essere”, insieme. Se è fattibile, sotto lo stesso tetto. Se non è fattibile (quando, ad esempio, uno ha una sua famiglia alla quale non è possibile ritagliare un suo spazio da famiglia all’interno/a fianco della Comunità, materialmente), spingendola il più avanti che sia possibile. A forza di parlare di condivisione, a volte abbiamo indotto gente che vive vicino a noi ad adottare anch’essi questo termine: oggi non è raro che un Direttore Diocesano Caritas inviti i fedeli che celebrano la Quaresima a “compiere un bel gesto di condivisione” tirando fuori (ma che fatica!!) qualche spicciolo per la raccolta indetta dalla Diocesi.

Una parola recuperata dalla teologia, da diverse angolazioni Il recupero pieno della parola solidarietà consente alla Chiesa di oggi di dare una pienezza di significato, da diverse angolazioni. La Solidarietà ontologica “Ontologico” = che riguarda l’essere. Gli uomini, un corpo solo: Paolo lo chiama “Corpo mistico”. Tra gli uomini esiste innanzitutto una SOLIDARIETÀ NEL BENE, un qualcosa di radicale che unisce tutti gli uomini, come un unico sangue che circola fra tutti e li compatta nel loro essere profondo: quel Dio che momento dopo momento li crea a sua immagine immette nel punto più intimo del loro essere uomini un quid che innesca al tempo stesso tensione all’infinito e “nostalgia” d’infinito, e li… accosta alla comunione trinitaria; e questo, attraverso percorsi che Dio solo conosce, li rende personalmente partecipi del dinamismo che genera l’universo. Ma le solidarietà che ci compattano sono due: oltre quella nel bene, anche quella nel male. La SOLIDARIETÀ NEL MALE: il male c’investe e ci penetra da ogni parte. In mille forme: disgrazie, violenze, malattie, miseria, oppressione, ingiustizia, solitudine, morte. Gli Ebrei ne presero coscienza dopo la deportazione in

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Babilonia (586-538 a.C.) e, con la favola/trattatello teologico nota come “racconto del peccato originale”, la collocarono alle scaturigini stesse della storia umana: il cuore dell’umanità intera è corrotto. Nessun vivente è giusto davanti a Dio. La solidarietà nel male, inducendo l’uomo al peccato personale, • lo chiude nel proprio egoismo, • gli impedisce di condividere gli appelli alla salvezza che gli provengono dagli altri uomini. A sua volta il peccato personale incrementa la solidarietà nel male, indebolisce la possibilità di comunicarsi il bene da persona a persona, alimenta il contagio del male, deforma la coscienza, sia individuale che sociale, dà vita a strutture di peccato, cioè a forme di organizzazioni della vita (le istituzioni, l’economia, ecc.) che funzionano solo in base all’odio di tutti contro tutti, e a loro volta gravano sulle decisioni personali. La Solidarietà morale La morale di un uomo è l’insieme dei devo che nascono imperiosi dalla sua coscienza. Kant li ha chiamati imperativi categorici. “Uomo, sii quello che sei!”. L’uomo è, insieme, realtà e progetto: è quello che è, e al tempo è chiamato a diventare quello che deve essere: e lo diventa secondo le indicazioni che emergono dalla sua coscienza. La morale cristiana, cioè l’insieme dei devo che nascono dalla coscienza illuminata da Cristo, non è un correttivo della morale razionale, ma uno stile di vita radicalmente nuovo. Cambia la pulsione di fondo. Amare diventa Amare come Cristo ha amato. Se è vero che, sul piano della nostra natura umana, nessun uomo è un’isola, per cui (don Milani) essere liberi equivale a scegliere da chi lasciarsi condizionare, sul piano della grazia nessun uomo potrebbe da solo, con le sue forze, uscire dal regno del peccato e della morte. INSIEME è la parola/chiave della morale cristiana. L’individualismo diventa insensatezza. La Solidarietà sociale e politica L’uomo per la sua intima natura è un essere sociale. La Comunione sulla quale si regge l’universo va accolta non solo dalle singole coscienze, ma anche dalle strutture della vita degli uomini. Senza rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti. Per cerchi sempre più ampi, la società è sostegno e perfezione della persona: col procedere della storia si moltiplicano i rapporti, si intensifica lo scambio dei beni, cresce l’interdipendenza su tutta la terra. Si delinea così la vocazione del genere umano: diventare una sola famiglia. Da questa dimensione sociale, “nativa e strutturale”, derivano prima le comunità basate sui rapporti interpersonali diretti, come la famiglia, la parentela, il vicinato, la cultura, la religione.

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In un secondo momento vengono le formazioni sociali più ampie e più propriamente “politiche”, basate sui rapporti mediati da strutture e legami posti in essere, tramite il dibattito democratico, per raggiungere il bene comune: il sindacato, la città, la nazione, il sistema bancario, i trasporti, ecc. Secondo la dottrina sociale della Chiesa ognuno deve guardare al prossimo come a un altro se stesso, non solo nei rapporti interpersonali, ma anche nel creare strutture giuste, cioè promotrici della persona nella comunità. Il comandamento cristiano della carità si rivela anche sul piano politico come legge fondamentale dell’umana perfezione; la “tensione ad amare come Dio ama” impegna a fare il possibile per edificare una convivenza solidale e pluralista, che consenta alle persone e ai popoli di svilupparsi liberamente, con la propria identità e originalità. Ciascuno deve assumersi impegni precisi, secondo le proprie possibilità, modificando, per quanto è necessario, anche il proprio stile di vita. Cooperare allo sviluppo del popolo al quale si appartiene e a quello di tutti i popoli è un imperativo per tutti e per ciascuno. Qui è la radice prima • dell’impegno politico di un cristiano: le varie strutture di vita che abbiamo posto in essere (lo Stato, la scuola, la finanza, il commercio internazionale, ecc.) devono favorire la crescita delle persone e la possibilità di incontrarsi fra di loro; • del primato della sussidiarietà: il principio di sussidiarietà sostiene che, nei problemi che vedono in ballo l’umanità dell’uomo, alla loro soluzione, tra le strutture esistenti, debbono provvedere le strutture che al problema sono più vicine: e questo * vale in senso orizzontale, fra strutture statali (quello che può fare il Comune non deve farlo la Provincia, quello che può fare la Provincia non deve farlo la Regione, quello che può fare la Regione non deve farlo il Governo centrale); * vale in senso verticale, fra strutture messe in piedi dallo Stato e strutture messe in piedi dalla società: quello che può fare la società con le sue invenzioni (un comitato di quartiere, un’associazione di utenti, ecc.) non deve farlo lo Stato che farà un passo indietro, pur riservandosi gelosamente il compito di vagliare l’efficacia dell’intervento. Purtroppo l’individualismo ha contagiato anche soggetti e movimenti sinceramente religiosi, che pregano molto e fanno molta carità interpersonale, ma hanno rimosso la politica dal loro orizzonte di vita, sembrano non avere consapevolezza della interdipendenza degli uomini e delle nazioni e riducono la “potenza del Vangelo” a sostegno e nutrimento del proprio impegno personale.

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Parte Terza

N

oi e la Politica


La vita come banchetto: è stata la Bibbia a incrementare questa immagine. Non l’abbuffata di chi, esclusivamente a proprio vantaggio, ha messo le mani sui beni di tutti, ma l’incontro di età diverse, di diverse condizioni di vita, di “validità” e “invalidità”. “Ecco, busso...: se viene qualcuno, mangeremo insieme...”.


Premessa Le comunità di accoglienza, contrariamente alle comunità terapeutiche, nel loro farsi carico di soggetti emarginati non intendono confinarsi nel socio/riabilitativo, ma si pongono come un fatto culturale e intendono fare politica, perché gli emarginati dei quali si fanno carico non sono la parte malata della società, ma il sintomo più eclatante di una patologia che ha investito tutta la società.

Una prima premessa: politica, cioè La politica è una cosa sporca: frase equivoca e fuorviante. Equivoca: non è vero che tutti i politici sono uccelli rapaci. Fuorviante: equivale a un invito a disinteressarsi di un quid di cui nessuno può disinteressarsi, pena la sua mutilazione come uomo: l’arte di progettare, costruire e gestire il bene comune non è affatto un lusso, ma un diritto/dovere elementare. Nella politica l’individuo trova una delle sue realizzazioni più alte. L’uomo è un animale politico, che realizza il suo bene individuale solo costruendo il bene comune. Concretamente poi la gran parte dei problemi che ci affliggono o hanno risposta politica o rimangono senza risposta; a titolo di esempio, solo un drappello di privilegiati, potrebbe oggi provvedere da solo alla propria salute, all’educazione dei figli, alla garanzia per la propria vecchiaia. La Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS deve sapere che tutto è politica, anche se la politica non è tutto. Non solo le politiche per l’handicap, o le politiche sociali in genere; parlo dei fondamenti stessi della politica. A cominciare dalla definizione dello Stato.

Una seconda Premessa: conoscenza e struttura La storia (individuale e collettiva) avanza sulla base di un rapporto dialettico tra coscienza e struttura, che si illuminano e si definiscono reciprocamente. La coscienza è la facoltà di valutare i fatti della vita sotto l’aspetto del bene o del male. La struttura è un meccanismo oggettivo che l’uomo ha posto in essere per facilitare la sviluppo delle proprie attività, ma che da un certo momento ha preso a funzionare indipendentemente dalla volontà di chi l’ha posta in essere. Le strutture più importanti sono quelle della produzione e del consumo e quelle politiche, che organizzano il consenso popolare in vista della creazione di leggi giuste, di governi efficaci, di magistrature puntuali. L’impegno a cambiare le strutture sociali nella direzione che ognuno ritiene quella giusta è particolarmente gravoso, perché esige • grande vigore morale, • capacità di scegliere le alleanze giuste, • chiarezza di un progetto globale entro il quale realizzare i singoli programmi.

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Fabrizio e Massimiliano: chi ha inventato lo Stato Sociale l’ha fatto pensando a loro. Come personalità (autonoma capacità di individuare e perseguire dei fini, e di scegliere gli strumenti giusti) siamo ognuno diverso dall’altro, ma come persona siamo tutti uguali. Tutti. Assolutamente.


Capitolo Primo

Lo Stato: le principali teorie politiche Nell’800 lo Stato venne quasi divinizzato; oggi il Magnifico Rettore della LUMSA, Prof. Giuseppe Dalla Torre1, lo definisce come la particolare e la più importante forma organizzativa che una certa comunità politica s’è data per realizzare il bene comune. Forma particolare, non l’unica: pur avendo una sua funzione insostituibile, lo Stato non è l’unica forma aggregativa preposta al bene comune. Come forma di aggregazione, lo Stato è la più importante, perché s’incarna in leggi e istituzioni, sancite da una legge fondamentale (la Costituzione), valide per tutti i suoi singoli componenti.

Un po’ di terminologia preliminare. Ogni popolo • è NAZIONE nella misura in cui i singoli componenti hanno tratti fisionomico/culturali comuni: abitano lo stesso territorio, parlano la stessa lingua o magari lo stesso dialetto, hanno una stessa storia alle spalle, hanno tradizioni comuni, praticano preferenzialmente una certa religione, presentano caratteri sia fisici che temperamentali simili, ecc.; • è SOCIETÀ nella misura in cui forma come un corpo unico, dai comportamenti suoi specifici, che non sono affatto la somma dei comportamenti individuali; • è STATO nella misura in cui si è dato delle leggi che nòrmano la vita comune delle persone e la vita delle istituzioni che, con l’apporto di tutti2, ad essa presiedono, tramite • l’attività legislativa (che mette a punto le leggi giuste); • l’attività di governo (che realizza quanto quelle leggi hanno deciso); • l’attività giudiziaria (che sovrintende alla loro corretta applicazione). Un lungo cammino Siamo partiti dallo Stato assoluto, per arrivare allo Stato sociale (o Welfare State), passando attraverso lo Stato democratico e lo Stato liberale. Ripercorriamo questo cammino. 1

Cfr. G. DALLA TORRE, Declino dello stato moderno: autonomie nazionali e sovranazionalità, in Quaderni LUMSA 1, Studium 1996, 21-44. Anche a questo livello si ripropone la necessità di quello che, sul piano dell’ideologia comunitaria, abbiamo chiamato pluralismo in positivo: nella definizione del bene comune dell’Italia 2007 non basta che AN e PRC rispettino le posizioni l’una dell’altra, ma bisogna che questa diversità confluisca a definire un unico progetto politico.

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Lo Stato Assoluto Nello “Stato assoluto” l’autorità viene attribuita a questo o a quel soggetto, ma sempre in maniera svincolata da ogni condizione di esercizio. “Viene attribuita”: da chi? Da un non meglio precisato Essere superiore che meno è precisato più riesce ad essere “superiore”. “Viene attribuita”: a chi? • Ad un singolo uomo. Così nei grandi imperi della Mesopotamia (Ittiti, Assiri, Babilonesi, Medi; Persiani), così nelle civiltà pre/colombiane dell’America centro/meridionale; Carlo Magno governa la Res publica christiana, giovandosi dei “conti”, personaggi emergenti che, per nascita o per meriti personali, collaboravano con lui come unico titolare del bene comune (Comes, comitis: colui che mangia insieme), a titolo quindi puramente consultivo; nell’esercizio della sua autorità l’Imperatore (come d’altra parte Luigi XIV & C.) aveva alle spalle la legge di Dio, che lo trascendeva e lo legittimava, ma unicamente come riferimento morale/religioso, non certo giuridico. Con lo sbriciolarsi della compagine dell’impero, la sovranità assoluta passa ai vari Principi che prendono a reggere i vari stati nazionali (come in Francia e Inghilterra) o regionali (come in Italia). • Oppure a tutto il popolo, come nella Repubblica Romana, anche se il popolo il più delle volge era un “popolino” disponibile alle più spericolate strumentalizzazioni; un popolo che magari (come per Hitler in Germania) torna a delegare in toto la sua autorità ad un singolo, eletto a propria guida (Führer). Lo Stato Democratico Poi la sovranità, con la Rivoluzione Francese, passa al popolo. Democrazia = potere del popolo. Il reggitore politico è legittimato solo dall’investitura popolare. Anche coloro che rimangono convinti che “l‘autorità viene da Dio”, in quanto funzione assolutamente necessaria per l’ordinato svolgersi della vita civile, aggiungono: “Tramite il popolo”. Con la nascita dello Stato Democratico, i sudditi diventano cittadini. Tutti, teoricamente. In realtà è accaduto solo per una minoranza, che oggi poi regredisce come numero: la politica tenta di acquisire consensi con le stesse tecniche con le quali i supermercati acquisiscono clienti. Certo è che, da quel momento, per ridefinire lo Stato l’istanza primaria è quella di calibrare e ri/calibrare senza soste il concetto di cittadinanza3.

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Cfr. A. MONTICONE, Evoluzione del concetto di cittadinanza appartenenza, in Quaderni LUMSA 15, Studium 1999, 33-46.

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Lo Stato Liberale Lo Stato liberale nasce quando alla compagine statale si pone un problema nuovo: come si può e si deve gestire l’economia? Nel contesto della filosofia illuminista nascono il liberalismo in politica e il liberismo in economia. Si è convinti che la libertà dell’individuo garantirà automaticamente sia la corretta gestione dello Stato, sia l’equa ripartizione dei frutti del lavoro. Tesi riesumata ai giorni nostri dalla destra, con terrificante assenza di spirito critico. La dottrina economica del liberismo è frutto del filosofo inglese Adam Smith4. Quasi contemporaneamente, dall’elaborazione di diversi teorici inglesi, francesi, tedeschi, nasce la teorica politica del liberalismo. Alla base di queste dottrine c’è un certo tipo di antropologia: per la mentalità prevalente tra i cultori dei “lumi” l’uomo è fondamentalmente una “monade autocentrata”, che tende a realizzarsi liberamente con le proprie forze vitali, senza doverne rendere conto ad altri, né doversene assumere la responsabilità5. E gli Altri? E i poveri? In questa tensione esasperata, la solidarietà, come impegno specifico assunto responsabilmente rispetto agli altri, diventa un falso problema: è del tutto superflua6. Non c’è in tutta la cultura illuminista uno straccio di motivo che spinga l’uomo a promuovere in campo politico/economico la solidarietà. Poiché chi ricerca liberamente la propria felicità individuale contribuisce anche al raggiungimento della felicità generale; esiste infatti una specie di armonia che, programmata dalla natura, tende a comporre spontaneamente le libere ricerche della propria felicità messe in atto dai singoli individui7. Sulla base di questa antropologia, la società tutta intera si organizza su di un solo obiettivo: che il singolo imprenditorie possa produrre sempre di più, sempre meglio e a costi sempre più bassi. Il 23 gennaio 2004, in occasione del decennale di Forza Italia, Silvio Berlusconi ha presentato la “Carta dei Valori” del suo “partito”, in cui prima si afferma di “far proprie le parole con cui Paolo VI conclude la Populorum Progressio: lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, ma poi, con l’impudente candore del parvenu della politica, si afferma che non la redistribuzione della ricchezza, ma la sua crescita, è da sempre alla base del superamento delle soglie di povertà.

Il bene comune teoricamente è affidato alla libertà dei singoli cittadini, ma in realtà la sua definizione e la sua tutela sono in mano ai potentati industriali e commerciali. Lo stato sostanzialmente si riserva la funzione del carabiniere, che interviene 4

Autore del famosissimo Saggio sulla ricchezza delle nazioni. G. FERRETTI, Solidarietà e senso dell’uomo, in AA.VV., Volontariato addio, Capodarco 1992, 47. 6 Ibid., 48. 7 Ibid. 5

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quando nascono delle liti, ma per il resto lascia che tutto venga regolato dal santissimo mercato. A denunciare i limiti del liberismo/liberalismo sopravvenne un fatto traumatico: tra il 1770 e il 1820 l’aumento di disoccupati si fece vertiginoso e presero a vagare senza una meta quelle torme di vagabondi che l’enorme incremento della produzione, dovuto alla vertiginosa rapidità dell’utilizzo delle macchine, avrebbe dovuto confinare tra i tristi ricordi del passato. E questo perché • lo Stato si faceva carico dei diritti civili (i diritti del civis, del cittadino, quelli che permettono a chi regge il passo di essere protagonista), cioè dei diritti che liberavano la borghesia imprenditoriale da lacci e laccioli (diritto di parola, di voto, di organizzazione del lavoro, ecc.) e non anche dei diritti sociali, quelli del socius, quelli che permettono a tutti, anche a chi fa fatica, di essere realmente parte del corpo sociale nel quale vive: il diritto all’istruzione, alla salute, al lavoro; • si parlava solo di diritti e non anche di esercizio dei diritti: avere dei diritti e non disporre degli strumenti per poterli esercitare alla fine dei conti è come non averli. Di fronte all’abnorme crescita della ricchezza di pochi e alla terribile miseria di molti gradatamente presero corpo le accuse contro lo Stato liberale: • accusa di amoralismo: nella soluzione dei problemi sociali la morale non c’entra nulla; • accusa di individualismo: il motore della storia è l’individuo (non la persona) con i suoi appetiti e l’inventiva per esaudirli; • accusa di enfatizzazione della concorrenza: non la solidarietà tra gli uomini e le classi, ma solo la concorrenza rigorosa assicura il progresso umano; • accusa di assenteismo statale: nelle dispute sociali lo Stato procuri soltanto che i contendenti non vengano alle mani.

La ricerca dell’Alternativa Nella prima metà del sec XIX la cultura recupera8 innanzitutto l’utopia ugualitaria di Moro, Erasmo, Campanella. L’inglese Robert Owen (+1858) ipotizza una collaborazione strutturata tra borghesia9 e operai, realizza una 8 J. C. SISMONDI, Nuovi principi di economia politica o della ricchezza nei suoi rapporti con il popolo, 1819. 9 Nel linguaggio a volte sommario del socialismo, capitalista indica colui che vive di rendita, proletario indica colui che è ricco solo della propria prole, perché il lavoro (la merce-lavoro, dirà Marx) lo vende giorno dopo giorno per sopravvivere, borghese indica la classe media, che vive del proprio lavoro, ma del proprio lavoro e del relativo reddito è ampiamente padrona.

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fabbrica a misura d’uomo, fonda la prima Equa Banca di Scambio e la comunità agricola New Harmony basata sulla comunione dei beni. Il Movimento Cartista avanza nella sua Carta la richiesta del suffragio universale, della durata annuale del parlamento, del voto a scrutinio segreto. Saint-Simon (+1825), in un clima di acritico ottimismo positivista, lega alla redistribuzione della proprietà il miglioramento dell’esistenza morale e fisica dei poveri10. Fourier (+1837) punta tutto sui falanstèri (o libere comunità di lavoro autogestite). Proudhon (+1865), rimasto famoso per l’aforisma “La proprietà è un furto”, propugna il primato dell’economia politica, definisce la democrazia come identità di libertà e solidarietà, eleva a base prima di ogni società degna di questo nome l’amore per i più deboli. La morale è la base anche dell’efficienza politica. Il metro della politica: la dignità umana, in qualunque persona e in qualsivoglia circostanza venga compromessa e a qualunque rischio possa esporci la sua difesa. Il socialismo cristiano (Cabet +1856, Buchez +1865, Leroux +1871, Blanc +1882) aggancia al Vangelo il progetto rivoluzionario di stato socialista. Gli odierni comunisti sono i veri discepoli di Gesù Cristo. La democrazia, che è il sistema sociale e politico più favorevole alla dignità dell’uomo, all’ordine pubblico, al rispetto delle leggi e alla felicità di tutti, si realizzerà attraverso l’uguaglianza, la fraternità, l’educazione popolare, il suffragio universale, ma raggiungerà la sua pienezza solo con la comunione dei beni. Blanqui (+1881) non disdegna la lotta violenta. I cattolici sociali di Francia (Lamennais, Ozanam, Lacordaire, Montalembert) e di Germania (Ketteler, +1877) abbozzano la futura dottrina sociale cristiana. L’alternativa: il Socialismo Ideale Karl Marx (+1883) e Friedrich Engels (+1895) sono stati fino al 1989 (abbattimento del Muro di Berlino) i maestri incontrastati del cammino di una gran parte dell’umanità11 verso una forma di stato radicalmente alternativa: lo Stato socialista. Nel 1700 per la borghesia il nemico da battere era l’assolutismo e la borghesia lo abbatté. Ma poi la borghesia non recepì le richieste dei soggetti emergenti, e il suo potere s’indurì in dominio. Le libertà divennero sempre più formali, il numero degli esclusi crebbe in maniera esponenziale. A questo punto Marx, ex-allievo di Hegel, così come Strauss (+1874), Feuerbach (+1872) e Bauer (+1882), la cosiddetta sinistra

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Contro questa pretesa di scientificità sarà sferzante la critica di Karl Marx, che li definisce socialisti utopisti 11 Escono in Germania, fra il 1834 e il 1843, i quindici volumi dello Staatslexikon (Enciclopedia di scienze politiche).

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hegeliana, propone di verificare lo schema hegeliano di lettura della storia (tesi, antitesi, sintesi) non sul piano ideale, ma nell’evolversi concreto dei rapporti tra gli uomini: nobiltà, borghesia, proletariato i tre protagonisti, in tempi successivi. Premessa: cambiare l’obiettivo di fondo della cultura: I filosofi hanno interpretato il mondo: ciò che ora conta è trasformarlo. Nasce così la cultura militante, basata sulla volontà di cambiare il mondo. Primo passo, abbattere i mostri che opprimono l’umanità: • la religione, • l’individualismo. Secondo passo: unirsi. Il Manifesto del partito comunista 1848, documento programmatico del riscatto dei proletari, si apre con l’appello famoso: Proletari di tutto il mondo, unitevi!! Nel 1863 Lassalle fonda il Partito Operaio Tedesco. 1864: la Prima Internazionale (Associazione Internazionale dei Lavoratori), federazione di tutte le sinistre. La base la fornisce Marx12. Per lui la rivoluzione è oggettivamente iscritta nella evoluzione storica delle cose. Occorre favorirla, non inventarla. Il capitalismo divorerà se stesso. Di più: la rivoluzione del proletariato non rivendicherà un diritto particolare in ordine ad un torto particolare, ma rivendicherà IL diritto, in ordine al torto assoluto che, sotto forma di oppressione, i proletari hanno subito sempre e comunque. E così, in un clima di ottimismo strepitoso che alimenterà lotte generose e conquiste storiche, ma anche fenomeni come le Brigate Rosse e Gulag, Marx detta i capisaldi del socialismo: • Anche nelle sue forme rappresentative più nobili, il potere politico borghese è democratico solo in apparenza, perché solo se e nella misura in cui schiaccia la persona e sfrutta la società. • L’anima della storia è la lotta di classe. Gli assoluti (lo stato immaginato da Hegel, l’assoluto religioso) sono coperture ideologiche, pretesti tesi a giustificare sotto falso nome (pace, concordia, interclassismo, figliolanza di Dio, ecc.) il perpetuarsi dello sfruttamento.

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Imponente la sua produzione teorica: dagli articoli sugli Annali franco-tedeschi e sulla Gazzetta renana alle tante opere monografiche (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Sulla questione ebraica, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Miseria della filosofia, L’ideologia tedesca, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania) fino ad approdare all’opera sistematica: Il Capitale.

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• Lo Stato borghese s’abbatte, non si cambia. Qualunque forma assuma, lo stato capitalista non permette al popolo di intaccarne minimamente le caratteristiche essenziali. • L’unica via per realizzare una società senza più né sfruttati né sfruttatori è la lotta di classe rivoluzionaria, cioè condotta su basi e per obbiettivi che non sono un correttivo dell’esistente, ma un qualcosa di completamente nuovo. Le fasi del cammino verso una società finalmente fraterna ed ugualitaria: 1. Prima fase: il capitalismo maturo. La borghesia monopolizza tutto, l’oppressione cresce, lo stato espropria la comunità del diritto di fare politica; cresce la coscienza di classe e la volontà di ribellarsi. Esplodono le contraddizioni, e si creano le condizioni per un’azione rivoluzionaria; 2. Seconda fase: la dittatura del proletariato; con un’azione rivoluzionaria rapida e incisiva, il popolo occupa in maniera totale e assoluta l’apparato statale. 3. Terza fase: la società comunista. Lo stato cessa di esistere perché si sono esauriti i suoi compiti. Nasce l’uomo nuovo, su scala planetaria, con strategie planetarie. La storia si rigenera. L’uomo raggiunge la sua piena realizzazione. Tutti i bisogni vitali hanno risposta. Due le previsioni di Marx smentite dai fatti: • la destra dei ricchi e dei potenti non si divise; la sinistra invece si divise in molte sinistre; • il capitalismo non solo non si accartocciò su se stesso, ma si rafforzò ovunque. I proletari non andranno mai al potere automaticamente. Allora… come portarceli? Solo con la rivoluzione armata: è l’opzione dei socialisti rivoluzionari e degli anarchici di Bakunin (+1876). Ma la breve, eroica, tormentata, sanguinosa, contraddittoria esperienza della Comune di Parigi (nel 1871 il proletariato conquistò con le armi il potere nel municipio e lo gestì direttamente per tre mesi) dette torto all’ipotesi rivoluzionaria. Il Socialismo reale In Russia, dopo che tutti insieme i tanti piccoli partiti nati nei primi del ’900 non riuscirono a scalfire l’insostenibile potere assoluto dello zar, all’interno del Partito Socialdemocratico l’ala bolscevica prevalse sull’ala menscevica e con Lenin e Trotzky contrappose la sua strategia rivoluzionaria alla strategia riformista. Nel 1917 i Bolscevichi conquistarono il Palazzo d’Inverno (il

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Parlamento); salì al potere il Partito Comunista, partito unico fino al 1989 (caduta del muro di Berlino): fino a quel momento la Russia condizionerà in modo determinante non solo i governi dei paesi dell’Est europeo, ma l’intera politica mondiale. Ma Lenin morì nel 1924, di tumore al cervello, e la lotta per la successione fu vinta da Stalin, che costrinse Trotzky all’esilio e riuscì a farlo assassinare da un sicario solo nel 1940, a Città del Messico. Nelle intenzioni di Lenin: il governo dei Soviet doveva essere senza la partecipazione della borghesia, pura e semplice espressione delle masse oppresse, che finalmente avevano frantumato il vecchio apparato statale. Lenin e Trotzky teorizzarono la rivoluzione mondiale a partire dai paesi agricoli, protagonista il Partito, coordinato da rivoluzionari di professione. In realtà tutte e singole le identità vennero rovinosamente frantumate, e il risultato finale non fu affatto la vittoria del socialismo, ma la dittatura occhiuta e sanguinaria di un partito/stato nel quale tutte le idealità annegarono presto. Il Socialismo nei Paesi Capitalisti Nell’Italia di fine 800 nacquero varie sinistre d’ispirazione anarchica e bakuniana, con Carlo Cafiero, Osvaldo Gnocchi Viani, Andrea Costa in Romagna, Errico Malatesta a Fabriano e Pietro Gori a Gubbio). Marx li definì un ammasso di spostati, diretti da avvocati senza cause e da medici senza ammalati. Ed effettivamente ressero poco: Costa, dopo aver fondato il Partito Rivoluzionario delle Romagne, finì con il farsi eleggere in Parlamento, Viani poco più tardi fondò il POI, Partito Operaio Italiano. Tra i rivoluzionari irriducibili rimasero solo i sindacalisti di George Sorel (+1922). Vinsero i riformisti di Filippo Turati (+1932) che, intorno alla rivista Critica sociale stesero il programma del PSLI, Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Il socialismo italiano continuò a oscillare fra i sogni di rivoluzione del massimalismo e la politica dei piccoli passi del riformismo, dividendosi e riunendosi a ripetizione. In bocca ai giovinetti del Sessantotto chiassoso e folkloristico (ben diverso da quello minore, discreto e propositivo), gli aggettivi riformista e socialista divennero (acriticamente) un insulto; così come oggi, altrettanto acriticamente, l’aggettivo liberale (meglio liberal) profuma di modernità avanzata. Il Partito Comunista Italiano nacque nel 1921, da una costola del Partito Socialista, e fino alla metà degli anni 7013 assunse come modello di riferi13

Quando il Segretario del PCI, Enrico Berlinguer, dichiarò esaurita la spinta propulsiva dell’URSS.

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mento, perfettibile ma fondamentalmente giusto, quello russo nato dalla Rivoluzione d’ottobre. I Totalitarismi Diversi in radice, identici a volte negli esiti, i totalitarismi di destra e di sinistra sono stati sconfitti, quello di destra dalla seconda guerra mondiale (in Italia e in Germania con traumi spaventosi, senza traumi in Spagna e in Portogallo, dove il totalitarismo sopravvisse a lungo, con Franciasco Franco e con Salazar), quello di sinistra dal crollo del muro di Berlino nel 1989. La sconfitta sembra averli condannati ad essere accomunati acriticamente. Il che non è giusto. Lo stalinismo è una paurosa degenerazione del comunismo, che è e rimane un grande sogno di giustizia, probabilmente segnato in radice da una carente conoscenza della natura umana. Del tutto diversa La fisionomia e la vicenda degli altri due totalitarismi, il fascismo e il nazismo. In Italia, nei primi anni ’20, le beghe fra PSI e il neonato PCI e i pregiudizi sia degli uni che degli altri nei confronti dei Cattolici del Partito Popolare spianarono la strada alla dittatura fascista. Sull’onda della demonizzazione del comunismo orchestrata da potenti lobbies (sono gli anni del Ku Klux Klan, che negli USA adotta lo scontro fisico come antidoto contro il male bolscevico), i Fasci Italiani di Combattimento per un paio di anni picchiano e purgano; poi, nel 1922, promuovono la marcia su Roma. Il re Vittorio Emanuele III, di fronte alla conclamata incapacità dei democratici a formare un governo, è “costretto” (?) ad affidare l’incarico di Primo Ministro a Mussolini. Nel fascismo confluirono • gruppi borghesi del ceto medio (lontani dai valori sia del movimento cattolico che di quello socialista), • i molti delusi dell’azione del governo dopo la prima guerra mondiale, • gruppi diversi di libertari e di anticonformisti, ex socialisti ed ex sindacalisti seguaci delle teorie di Sorel, • soprattutto i qualunquisti di quell’enorme palude dove convergono sempre interessi economici inconfessati, modelli di comportamento reazionari, difesa di privilegi acquisiti. Paradossalmente, la vera forza del fascismo fu l’assenza di un vero progetto politico: i più diversi soggetti politici erano autorizzati a pensare di trovare in esso sostegno per i propri obiettivi. Una strategia abile e spregiudicata, favorita dalla debolezza dello stato liberale e dagli errori degli oppositori. Fruttò al Fascismo un largo consenso. Una volta al potere, il Fascismo prima si identificò con lo stato (la normaliz-

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zazione), poi mise al bando le organizzazioni democratiche e ne eliminò i leaders più autorevoli: esiliandoli (Sturzo, Turati, De Gasperi), incarcerandoli (Gramsci, Terracini, Pertini), uccidendoli (Matteotti, Gobetti, Amendola, i fratelli Rosselli). In Germania il nazismo salì al potere democraticamente, grazie all’appoggio dei gruppi nazionalisti, patriottici, razzisti, anticomunisti e libertari, dei delusi dalla I guerra mondiale. Dietro la facciata di un progetto di grandezza nazionale e di neo-capitalismo “sociale” le divisioni della sinistra e la debolezza progettuale dei democratici rafforzarono Hitler, che poté candidarsi a legittimo interprete delle dottrine politiche di Fichte e di Hegel. Ma la fortuna dei movimenti nazionalisti fu soprattutto la borghesia medio/alta, timorosa di perdere i non pochi privilegi che era riuscita a conservare nel caos dell’enorme conflittualità sociale e della spaventosa depressione economica postbelliche, dovute soprattutto alla pesantissima punizione inflitta alla Germania dalla Francia, vincitrice della I guerra mondiale. Ebbero la loro parte nel sostegno a Hitler anche gli interessi di potenti multinazionali e della mafia internazionale.

Il Pensiero Politico del Novecento In tutto il Novecento il marxismo fu la dottrina politica di gran lunga più diffusa, quella che più di ogni altra alimentò le speranze degli oppressi e più di ogni altra terrorizzò le destre di tutto il mondo. Sull’onda della paura del socialismo prima e del comunismo poi, per tutta la prima metà del sec. XX i nazionalismi e gli imperialismi dilagano un po’ dovunque. In genere i loro leaders, spesso con un terrificante corredo di mitologia autoctona, più che analizzare la vita e la storia lanciano pseudoproclami religioso/morali, incentrati sull’irripetibile grandezza della Nostra Nazione, che chiede uomini eccezionali per progetti eccezionali, e via cazzeggiando. In Inghilterra Carlyle: La storia universale è in fondo la storia dei grandi uomini che hanno operato su questa terra; e l’Inghilterra deve ritrovare il modo di richiamare al potere i più virtuosi, …perché a noi, e non ad altri, è stato chiesto di portare la luce e la civiltà nel mondo. Secondo il nazionalismo tedesco, teorizzato dalla destra hegeliana (Pangermanesimo), la Germania ha una missione spirituale esclusiva, perché la sua evidente superiorità razziale dice che essa è stata destinata dalla Provvidenza a... dirigere il mondo intero. Görres (un …cattolico!): il popolo tedesco è predestinato a realizzare il cristianesimo. Treitschke, un politico: Nessun idealismo politico è possibile senza l’idealismo della guerra.

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In Francia, in Italia e in Spagna altri fanatici dissero cose analoghe del proprio paese. Ma mentre in Francia i nazionalismi e gli imperialismi fallirono il potere per un soffio, in Italia (con Mussolini) e in Spagna (con Francisco Franco) lo afferrarono saldamente e se lo tennero stretto a lungo; gli Inglesi liberal-conservatori sollecitarono con successo gruppi nazionalisti assortiti a sostegno della loro politica espansionistica e di aggressione; gli Stati Uniti, pragmaticamente, puntarono all’espansione e all’egemonia economica e politica del mondo, con ottimi risultati. Fuori dell’orbita marxista i teorici della politica furono pochi e stentati, se si eccettua Max Weber (+1920), e in particolare il suo famoso saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo: • valori e idee hanno un’importanza determinante nei processi sociali e politici: Marx ha torto; • tra capitalismo moderno ed etica del protestantesimo, per il quale, in presa diretta col mandato biblico di dominare la terra14, ricchezza e profitto sono più un dovere che non un calcolo utilitaristico, vige un rapporto essenziale. Il capitalismo però tende a svincolarsi dall’etica, a minacciare la libertà e a mortificare i valori, che vanno faticosamente recuperati, giorno dopo giorno. In Italia ebbe un qualche seguito Vilfredo Pareto (+1923), che vide il motore del progresso sociale nel rapporto dialettico fra massa ed élite. L’élite conquista il potere e tende a mantenerlo, ma la pressione della massa mette in crisi le vecchie élites, sostituite da altre, capaci di capire le nuove istanze sociali. La morte delle élites evita le rivoluzioni violente. Ben noto anche Gaetano Mosca (+1941), secondo il quale in ogni società ci saranno sempre governanti e governati, e il potere sarà sempre gestito da una ristretta classe dirigente15, espressione di forze sociali, valori e interessi economici ben determinati. Quando questi cambiano, muta anche la classe dirigente. Il paese più libero è quello in cui i diritti dei governati sono meglio protetti contro il capriccio arbitrario e la tirannide dei governanti.

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Gn. 1, 28. Inventata da Mosca, la dicitura classe dirigente è divenuta parte integrante del linguaggio politico. 15

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Dove finisce la “Callata dei Neriâ€?, dove comincia Corso Garibaldi. Ci hanno messo dei secoli a costruirli, edifici del genere. Generazioni lontane nel tempo, stili diversi. Ma le pietre antichissime trasudano una pietĂ e una saggezza uniche.


Capitolo Secondo

Ispirazione cristiana e politica Per una Comunità d’ispirazione cristiana qual è la Capodarco dell’Umbria questo dell’impatto della concezione cristiana sulla politica è un tema di assoluto rilievo.

Il Movimento Cattolico Fin dalla prima metà dell’800 gli spiriti più aperti, tra i Cattolici, avevano auspicato (come Rosmini) una seria apertura alle istanze del mondo moderno, o addirittura (come Manzoni) l’incontro del Vangelo con la Rivoluzione Francese. Temi che vennero rilanciati e articolati in Francia, intorno al periodico L’Atelier, ad opera soprattutto del Lamennais, ma si infransero contro l’intransigenza ottusa della Gerarchia. Tutto sembrò definitivamente accantonato quando, nel 1864, il Beato Pio IX, con l’enciclica Quanta cura e l’annesso Sillabo (= “raccolta” di tutti gli errori del mondo moderno) condannò senza appello • i principi della neutralità religiosa e della laicità dello stato, • la libertà di opinione e di stampa, • la sovranità popolare, • la supremazia giuridica dello stato sulla chiesa. Una manna per i cattolici integralisti, impegnati a testa bassa contro Rivoluzio-ne Francese e paraggi. Soprattutto quando lo Stato italiano occupò Roma e Pio IX si chiuse nel suo sdegnoso isolamento (“quel di se stesso antico prigionier”: così lo apostroferà Carducci), impedendo ai suoi fedeli ogni partecipazione alla vita del neonato Regno d’Italia. Era la Questione Romana, che sarebbe stata risolta solo da Mussolini con il Concordato del 1929. Ma già in quegli stessi anni ’70 qualcosa aveva preso a muoversi in senso contrario; sparute minoranze di cattolici (l’Opera dei Congressi, i Comitati Cattolici, la Società della Gioventù Cattolica) avevano cominciato a chiedersi: come può diventare oggi città dell’uomo quell’ideale di convivenza fraterna che, ispirandoci al vangelo, noi cattolici abbiamo sempre coltivato? Non era molto, ma già era qualcosa. Il non expedit (“non è conveniente”) del successore di Pio IX, Leone XIII (+1903), sbarrò ancora ai credenti la strada alla vita politica, ma senza fremiti di sdegno, ormai obsoleti; chi lo lascerà cadere del tutto sarà il santo Papa meno colto di tutto il sec. XX, S. Pio X (+1914). A cavallo tra la fine del sec. XX e l’inizio del sec. XXI, il movimento cattolico crebbe e si articolò: Società Operaie cattoliche, Casse Rurali cattoliche, Leghe bianche, Leghe dei contadi-

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ni, un Sindacato d’ispirazione cattolica e i Centri di studi sociali irrobustirono il movimento. Don Romolo Murri, sacerdote della Diocesi di Fermo (+1944), prima… maltrattato e poi emarginato dalla Chiesa, lo battezzò Democrazia Cristiana, dandogli un programma decisamente innovatore: • garanzia per le libertà tradizionali, • riforme sociali incisive, • lotta al profitto capitalistico indiscriminato, • valorizzazione dell’iniziativa popolare (i referendum), • rappresentanza proporzionale in parlamento, • disarmo generale, • suffragio universale, • decentramento amministrativo. A doverosa distanza da Murri, “scomunicato” ed emarginato, il Partito Popolare, fondato da don Luigi Sturzo nel primo dopoguerra, pur non riuscendo a scongiurare il lungo buio del fascismo al potere, puntigliosamente si proclamerà • non cristiano, ma d’ispirazione cristiana, • interclassista, • a-confessionale, • riformista in campo sociale.

La Dottrina Sociale Cristiana Nel frattempo, sotto l’enorme pressione dei grandi movimenti politici dell’epoca, liberalismo e socialismo, sulla scia dell’elaborazione teorica delineata da Toniolo (+1918), nel 1891 Leone XIII aveva deciso di rompere il silenzio e di intervenire sulla questione sociale. La Rerum novarum L’enciclica famosissima si riassume in due no e un sì: • no al capitalismo, perché, gestendo il potere a vantaggio di una sola classe sociale, rende strutturale sia il sopruso sui cittadini che lo sfruttamento dei lavoratori; • no al socialismo, perché, abolendo la proprietà, priva l’uomo del suo legittimo regno. • sì alla proprietà privata, quando essa conserva una funzione intrinsecamente sociale. Il documento ha nella storia del pensiero sociale cristiano un’importanza talmente grande da venire assunto come esplicito punto di riferimento da tutti i successivi interventi del Magistero.

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Il principio di sussidiarietà Nel 1931 l’enciclica Quadragesimo anno (“nel quarantesimo anniversario”: della Rerum novarum) di Pio XI formula un principio che oggi ha un grande spazio politico: il Principio di Sussidiarietà. Questo principio ai nostri giorni, prima (con la riforma del Titolo V) è stato introdotto dal Parlamento nella nostra Costituzione Repubblicana, poi l’art. 5 della legge 328/2002 l’ha reso operativo, poi le Regioni l’hanno inserito nel loro Statuto (l’Umbria nel 2005). Fra Enti pubblici si parla di sussidiarietà orizzontale: quello che può fare il Comune o l’ASL non lo faccia la Provincia; quello che può fare la Provincia non lo faccia la Regione; quello che può fare la Regione non lo faccia lo Stato centrale. Fra ente pubblico e aggregazioni vitali nate dal basso si parla di sussidiarietà verticale: quello che può fare l’ente più vicino al problema (la famiglia, la parrocchia, l’associazione di volontariato, la cooperativa sociale) non devono farlo gli Enti pubblici, che invece devono essere di subsidium, di aiuto a chi il problema lo vive e lo sente da vicino. La sana laicità dello Stato e il pluralismo politico dei Cattolici Paolo VI, con l’Esortazione apostolica Octogesima adveniens (sopraggiungendo l’ottantesimo: sottinteso “anno dalla pubblicazione della Rerum novarum”) operò due scelte di fondamentale importanza: • esiste una sana laicità dello Stato, che l’uomo di fede pone tra i caposaldi della sua moralità; • il Cattolico può e deve rivendicare a se stesso il pluralismo nella prassi politica, purché si ispiri sempre ai principi proclamati dal Magistero. Il peccato sociale Giovanni Paolo II ha pubblicato ben tre encicliche sociali: Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis, Centesimus annus: ovviamente del 1991, quest’ultima, nell’anno centenario della Rerum Novarum. Una botta al cerchio e una botta alla botte: Wojtyla condanna la teologia della liberazione e il primato assoluto del mercato, il socialismo spersonalizzante e il capitalismo consumista: discutibile l’indicazione che individua in queste due dottrine due forme uguali e contrarie di antropologia antipersonalista. Sul piano concettuale la vera novità introdotta da Giovanni Paolo II è stata la categoria del peccato sociale: le scelte perverse dei singoli, quando sono ampiamente condivise, incidono anche sulle strutture della vita sociale, vanno quasi a raggrumarsi su quelle strutture, ne intaccano la positività, oggettivamente, indipendentemente cioè dalle coscienze che le hanno poste in essere, e le rendono peccaminose, cioè antiumane.

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Karl Rahner Il Vaticano II (Giovanni XXIII 1962 - Paolo VI 1965), convocandoli come periti conciliari, ha fatto incontrare gli esponenti di quel pensiero teologico che, intorno alla metà del ’900, avevano preso sul serio i segni dei tempi, cioè le nuove realtà terrestri. Teologi e antropologi che • da una parte avevano elaborato nuove prospettive teologiche sul mondo del lavoro, sul progresso, sulla giustizia, sulle moderne forme di oppressione dei popoli, sulle collaborazioni internazionali, sull’educazione, sulla famiglia, sulla questione sessuale; • dall’altra avevano ripensato, alla radice, percorrendo vie talvolta diverse ma spesso convergenti, i fondamenti della teologia, i rapporti tra fede e filosofia e scienza, quelli tra fede e politica, quelli tra le diverse confessioni cristiane tra cattolici e atei. Tra questi teologi (c’era anche Ratzinger) emerge Karl Rahner che sostiene che ormai di Dio si può parlare solo a partire dall’uomo. La tensione verso l’Assoluto (presente anche nelle azioni della vita quotidiana che apparentemente sembrano più banali)… non è un fatto accidentale, bensì è la condizione che fa essere l’uomo ciò che egli è e ciò che deve essere. OGNI AFFERMAZIONE TEOLOGICA HA UN CONTENUTO ANTROPOLOGICO. L’affermazione teologica, la comunicazione che Dio fa di se stesso nel libero agire storico, riguarda esclusivamente i credenti, ma il contenuto antropologico di quella affermazione può e deve essere proposto a tutti. Karl Barth La grande novità della teologia del ’900 era stata16 L’Epistola ai Romani pubblicata nel 1922 dal pastore protestante Karl Barth (+1968)17, che i Cattolici pre/conciliari avevano tenuto lontano. La teologia liberale tendeva all’accordo tra cristianesimo e cultura, incastrandoli l’uno nell’altra. Barth, rifacendosi a Kierkegaard (esiste un’infinita differenza qualitativa tra Dio e l’uomo) denunciò il tentativo di ingabbiare la Parola di Dio nelle reti della razionalità, che la Rivelazione trascende totalmente e irreversibilmente, come trascende tutto ciò che è umano. Il Dio di Gesù e di Paolo è “il totalmente Altro”. È folle pensare di poterlo raggiungere con la filosofia o con la religione (intesa come insieme di pratiche cultuali): Dio è e rimarrà sempre il Dio sconosciuto; l’alterità assoluta di

16 G. PATTARO, La svolta antropologica, un momento forte della teologia contemporanea (a cura di M. C. Bartolomei e A. Gallas), Edizioni Dehoniane, Bologna, 1991. 17 Sulla sua scia lavorarono a fondo Brunner, Gogarten, Tillich, Bultmann.

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Dio rivelata da Cristo chiede un irragionevole, radicale, irreversibile abbandono esistenziale ad essa; i moderni che si sono ribellati al Dio dei filosofi avevano ragione, perché quella era solo la sua umana caricatura; la loro è una rivolta contro il non-Dio, legittima e doverosa, come lo fu quella di Prometeo contro Zeus. Due le parole che definiscono la fede autentica: • rischio • salto. L’analogia entis, che secondo la teologia cattolica ci abiliterebbe a dire qualcosa di Dio partendo dall’uomo secondo Barth18 è una follia; Dio non potrà mai essere oggetto di studio. Le prove dell’esistenza di Dio elaborate da S. Tommaso approdano ad un Essere supremo Dio che non ha nulla a che fare il Dio di Gesù. La fede cessa di essere fede quando cerca supporti razionali. Solo basandosi su Cristo (stile di vita e parola) è colmabile l’abisso che separa l’uomo da Dio19. E questo rivoluziona20 l’atteggiamento dei cristiani nei confronti del mondo e della storia, perché il più radicale degli impegni che Gesù ha lasciato ai suoi seguaci è quello di aprire il mondo al futuro di Dio. La storia per Barth non è un accumulo insensato di giorni, e nemmeno un processo dialettico di tesi/antitesi/sintesi, ma è il futuro di Dio che si fa presente. E il futuro di Dio non è la vita eterna, ma quello che accade momento per momento e ci porta alla vita eterna. Questo futuro, per ciascuno di noi, è sempre imminente; essere preparati a riceverlo, tenersi pronti perché questo futuro sarà il giudizio di tutti gli uomini che sono attaccati al mondo, che non sono né liberi né aperti al futuro di Dio21. Allora vivere da Cristiani nel mondo vuol dire rendersi aperti e disponibili a quello che accade, alla storia, alla grande storia come alla nostra piccola storia personale, per viverla in pienezza mentre la vita ci proietta verso l’eterno. Dietrich BonhÖffer Nel dopoguerra ha trovato consenso crescente, anche fra i Cattolici non ottusi, la riflessione teologica di questo Pastore Evangelico impiccato nel campo di Flossemburg il venerdì santo del 1944, pare per ordine personale di Hitler22. 18

Il suo pensiero teologico viene sistematizzato nel grande ciclo della Dogmatica Ecclesiale, a partire dal 1932. 19 Famosissima l’affermazione La parola di Dio altri non è che Gesù Cristo stesso. 20 Cfr. G. PATTARO, o. c., 55-67. 21 In Gesù Cristo e mitologia, 1958, cit. in Antiseri Reale, 562. 22 Cfr. G. PATTARO, o. c., 36-41; 51-52; 293-300.

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Il problema23 è quello di sapere che cosa sia veramente per un cristiano la fede, oggi. Oggi che l’uomo moderno, con la secolarizzazione, ha imparato ad affrontare qualsiasi problema (scientifico, estetico, etico e anche religioso) senza far ricorso a Dio: tutto può andare avanti anche senza Dio, e non meno bene di prima. L’ipotesi-Dio è sempre più emarginata. L’uomo, cosciente di sé e delle leggi del mondo, è diventato maggiorenne. Non accetta più nessuna tutela, nemmeno da Dio. Vivere nel mondo etsi deus non daretur (come se Dio non esistesse: basta con il Dio tappabuchi, che si limita a riempire le voragini che la storia lascia dietro di sé: morte, violenza, raggiri. Chi ci spinge a vivere senza Dio è il Dio onnipresente. Con e al cospetto di Dio, noi viviamo senza Dio. Dio si lascia scacciare dal mondo, sulla croce. Dio è impotente e debole nel mondo; così (soltanto così) rimane con noi e ci aiuta. Dall’interno. Cristo24 non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua debolezza. Qui sta il salto di qualità tra fede e religione25. Conclusione: La Chiesa – lascia scritto Bonhöffer in Appunti per un libro, vergati nella baracca del lager – è veramente se stessa unicamente quando esiste per l’umanità […]. La Chiesa dovrebbe prendere parte alla vita sociale degli uomini, non per dominarli, ma per aiutarli e servirli. Jürgen Moltmann e la Teologia della Speranza La teologia della speranza, in rapporto dialettico con la filosofia di Ernst Bloch, tende a recuperare la forza meravigliosa di un futuro ancora aperto della speranza, e su di essa si basa per tentare di delineare una nuova comprensione del mondo. Jürgen Moltmann26, protestante, capofila dei teologi della speranza, ha visto nell’escatologia lo strumento ermeneutico per un’interpretazione nuova della Rivelazione: e questo perché l’elemento escatologico non è una delle componenti del cristianesimo, ma… tutta la predicazione e l’esistenza cristiana …e la Chiesa stessa, nel suo insieme, sono caratterizzate dal loro orientamento escatologico. Il primato dei novissimi. Alienazione? Tutt’altro. Quella prospettiva • dà senso alla storia, illuminando la vita presente come non/rassegnazione alla precarietà; • relativizzandone tutte le scelte storico/culturali, ridimensionandone le pretese assolute.

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Etica, 1945; Lettere dal carcere pubblicate col titolo di Resistenza e resa, 1951. Cfr. Mt. 8,17. 25 D. BONHOEFFER, Resistenza e resa, Milano, 1968, 277. 26 J. MOLTMANN, Teologia della speranza, Queriniana, Brescia, 1965. 24

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Commenta Pattaro27: l’escatologia di Moltmann non parla di un futuro in generale, parla di Gesù Cristo e del suo futuro. Certo, essa prende l’avvio da una determinata realtà storica e ne annuncia la possibilità di avere un futuro, facendo perno non sul futuro dell’uomo, ma sul futuro di Cristo: un futuro che sorge totalmente alla promessa di Dio e oltrepassa ciò che è effettivamente possibile e ciò che è effettivamente impossibile28. L’escatologia teologica legittima l’utopia; le parole della speranza devono essere per forza di cose in conflitto con la presente realtà empirica, perché esse non tendono a gettare luce sulla realtà esistente, ma su quella veniente, non fotografano la realtà esistente, ma la lanciano verso il cambiamento promesso e sperato. Non vogliono reggere lo strascico alla realtà, ma portare la fiaccola davanti ad essa. Il Cristiano non può vagare sulle nuvole ma deve formulare la sua speranza in contraddizione con l’esperienza presente della sofferenza, del male, della morte. CONTRO OGNI RASSEGNAZIONE, il Cristiano non accetterà mai le fatalità ineluttabili di questa terra. CONTRO OGNI SPIRITUALISMO, il Cristiano vive la sua attesa del Regno in vigilanza critica contro tutto ciò che si presenta come assoluto e pretende, sostituendosi a Dio, di identificarsi nel Regno. Ogni volta che la fede si sviluppa in speranza non produce quiete ma inquietudine, non pazienza ma impazienza. …Coloro che sperano in Cristo non possono sopportare la realtà così com’è ma soffrono nel doverle sottostare… Pace con Dio è conflitto col mondo.

Johannes B. Metz e la teologia della politica J. B. Metz29 ha tradotto la teologia della speranza in teologia politica30. Se è vero che, per una corretta interpretazione della rivelazione, oggi non si può far conto sulla metafisica (come fece Tommaso d’Aquino con Aristotele), è anche vero che pure l’esistenzialismo si rivela inadeguato. Questo perché l’uomo moderno si è scoperto come fondamentalmente orientato verso il futuro, e sa di poter vivere solo in un’autentica novità. Invece sia la metafisica che l’esistenzialismo • sanno parlare solo di un futuro già incastonato nel passato; • privatizzano il messaggio cristiano, riducendo la pratica della fede alla decisione privata, dell’individuo, staccato dal mondo; e rendono insignificante la realtà sociopolitica.

27

Cfr. o. c., 35.

28

J. MOLTMANN, Teologia della speranza, o. c., 82. J. B. METZ, Sulla teologia del mondo, Queriniana, Brescia, 1969; Il futuro della speranza,

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Queriniana, Brescia, 1970. 30 G. PATTARO, o. c., 425-598.

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E invece nel Cristianesimo non si dà una salvezza privata, perché le promesse escatologiche della tradizione biblica – libertà, pace, giustizia, riconciliazione – non si lasciano privatizzare. Al contrario, esse ci rimettono necessariamente, incessantemente di fronte alla nostra responsabilità sociale. E Gesù è stato condannato a morte proprio per l’impatto che il suo concetto di salvezza aveva con i poteri pubblici del suo tempo. La sua croce viene innalzata non nel privatissimum dello spazio individuale e nemmeno nel sanctissimum dello spazio unicamente religioso. La sua croce è confitta fuori porta: al di là delle barriere protettrici del privato, oltre il recinto del puro religioso. La sacralità come separatezza è finita, il velo del tempio si è squarciato per sempre. Solo assumendo la speranza al centro della sua prospettiva d’impegno, la Chiesa portatrice della memoria sovversiva della libertà può esercitare al tempo stesso • una funzione critica, - da una parte contestando le concezioni astratte del progresso e gli ideali umanistici autogratificanti, - dall’altra minando alla base i tentativi di considerare l’individuo vivente come semplice materiale di costruzione di un futuro collettivo. • una funzione costruttiva, proclamando incessantemente, con le scelte di vita prima che con le parole, la promessa escatologica di Dio, di fronte ai sistemi politici che tentano di bloccare la storia e di proibire all’uomo l’accesso al futuro di cui ha bisogno. La speranza nel futuro di Dio diventa difesa dell’individuo dai sistemi totalizzanti.

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Capitolo Terzo

Dietro la crisi dello Stato liberale la crisi della cultura liberale Lo Stato, per rimanere all’altezza del proprio compito di promotore del bene comune, deve per forza di cose evolversi, come si evolve la società, come si evolve la cultura. Una certa teoria dello Stato dopo un certo tempo non può non entrare in crisi. È successo allo Stato assoluto, che ha dovuto cedere il passo allo stato democratico. È successo allo Stato democratico, che ha dovuto cedere il passo allo stato sociale. Ma perché lo Stato democratico ha dovuto cedere il passo allo stato sociale? Perché, quando si verificò la Rivoluzione Industriale, e venne in primo piano il problema del rapporto fra produzione della ricchezza e distribuzione della ricchezza, lo Stato democratico, per il suo immedesimarsi con la borghesia, divenne liberale in politica e liberista in economia. Nei suoi documenti più illustri (La Dichiarazione dei Diritti della Virginia, 1776; La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, Parigi 1789) lo Stato democratico intendeva tutelare solo i diritti civili, mentre l’incessante evoluzione della società e della cultura gli chiedevano con forza crescente anche • la tutela dei diritti sociali, con la fornitura degli strumenti culturali e politici idonei a rivendicarli: l’istruzione, soprattutto: Che sia ricco o povero conta meno: basta che parli (don Milani, primo dei temi assegnati agli esami di maturità, nel 1974); • la garanzia della esigibilità sia dei diritti civili che dei diritti sociali. E poi la pretesa dello stato democratico/liberale, di volersi riservare il ruolo del carabiniere che interviene solo quando scoppia una lite, si rivelò fallace, perché quello che operava nella concretezza della vita dello Stato era un carabiniere molto sui generis: picchiava sempre nella stessa direzione. Lo Stato sociale, nella duplice coscienza della non riducibilità dei diritti sociali ai diritti civili e della necessità di garantire il concreto esercizio sia degli uni che degli altri, si rese conto che l’imparzialità era un paravento dell’ingiustizia, e scelse la parzialità. Lo Stato sociale si qualifica per la dichiarata PARZIALITÀ delle sue scelte di fondo. Ragionando in maniera astratta, cioè senza la dovuta attenzione alle reali condizioni dell’esistenza umana, la più ovvia e dovuta di tutte le scelte possibili sembrerebbe la scelta dell’imparzialità. E invece lo Stato sociale, schierandosi dalla parte dei più deboli, facendone proprie le istanze, opta per la PARZIALITÀ.

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È stata questa la scelta forse della Costituzione della Repubblica Italiana, quando ha detto che il compito della Repubblica è quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese (art. 3).

La crisi dello Stato Liberale in Italia Come ci siamo arrivati a questa convinzione? Una convinzione alla quale, anche se da diversa angolatura e con diversa intensità, sono giunte tutt’e tre le correnti di pensiero che, tra il 3 giugno 1946 e il 1 gennaio 1948, nell’Assemblea Costituente hanno presieduto alla redazione della nostra splendida Costituzione: la corrente cattolica, quella social/comunista e quella liberale. Ci siamo arrivati attraverso la crisi dello Stato liberale. Con questa dicitura, “crisi dello Stato liberale”, in genere noi intendiamo l’insieme degli eventi politici che seguirono la fine di quell’immane macello che era Stata la prima guerra mondiale, quando la classe politica italiana non seppe cogliere le provocazioni al cambiamento che gli venivano dalla società e dalla cultura, ambedue in radicale evoluzione. Fu un errore colossale. Lo pagammo con i 20 anni di dittatura fascista. E con la mattanza immane della seconda guerra mondiale. Ma in seguito avremmo capito che quella dicitura, “crisi dello Stato liberale”, aveva uno spettro semantico molto più ampio. Ma andiamo per gradi. La dolorosa scia della prima guerra mondiale Nel 1914, con la cartolina/precetto che li spediva al fronte, una legione di giovani italiani avevano avuto il loro primo contatto con lo Stato, del quale avevano fino a quel momento un’idea molto vaga. Fra quei ragazzi c’era anche il padre dello scrivente, Adamo Fanucci di Campitello (Scheggia Pascelupo); era nato nel 1894, e nel 1914 partì per il fronte, e si fece quattro anni di guerra tutti interi, ed era uno dei fantaccini travolti dagli Austriaci a Caporetto, e tornò a casa con delle varici enormi sulle tibie, frutto dei troppi mesi passati a bagnomaria, nelle trincee del Carso e del Sabotino. E c’era anche il fratello della madre dello scrivente, Lorenzo Nardi, che era in America, e fece il diavolo a quattro per tornare in Italia a tempo per poter prendere parte al “glorioso completamento dell’epopea del nostro Risorgimento”, e alla fine di ottobre del 1918 era al fronte, e i primi di novembre, appena in tempo, riuscì a morire “per la patria”: oggi è uno dei centomila sepolti a Redipuglia.

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Quelli che, tra quei ragazzi, tornarono a casa trovarono una situazione ben diversa da quella che era stata loro prospettata nei lunghi anni di guerra. Adamo Fanucci, all’indomani del suo ritorno a casa, si sposò, ma il suo “viaggio di nozze” (Scheggia - Foligno - Perugia - Scheggia) non poté durare più di un giorno. Questa vicenda, tutt’altro che unica, è l’eco che nella vita di un uomo semplice e schietto ebbe quella traumatica agonia dello Stato liberale del quale la guerra rivelò impietosamente la fragilità degli equilibri sociali e politici. Cosa accade, infatti, a ridosso della grande mattanza? Dal punto di vista sociale si acutizza nel paese la conflittualità: • i proletari, delusi nelle aspettative di agiatezza e di sicurezza che erano state fatte balenare di fronte ai loro occhi durante i lunghi anni di guerra, dettero vita ad un impressionante serie di lotte operaie e contadine, rimaste nella storia con il nome di biennio rosso (1919-20) • i ceti medi, i cui redditi reali sono falcidiati dall’inflazione, fremevano in attesa di una qualche “rivincita”; • i ceti abbienti, quelli i cui rampolli avevano fatto la guerra da dietro le scrivanie, enfatizzano oltre ogni dire il mancato accoglimento delle pretese italiane alla conferenza di pace: è il mito della vittoria mutilata, agitato dai nazionalisti e da quell’incomparabile manager della propria ciarlataneria che fu Gabriele D’Annunzio. Dal punto di vista economico, le cose vanno decisamente peggio di quando la guerra era cominciata, perché • la riconversione dell’industria, “gonfiata” dalle esigenze della guerra, si rivela estremamente difficile; • l’inflazione galoppa, per l’eccessivo indebitamento dello Stato e per il forte passivo della bilancia commerciale. Dal punto di vista politico nascono i partiti di massa (il Partito socialista e il cattolico Partito popolare, fondato nel gennaio 1919), ma essi… non sanno quello che fare. E pensare che i Futuristi, prima della guerra, in polemica con quella saggia politica di Giolitti che la loro mediocre albagia giudicava “vile”, avevano gridato, dovunque avevano potuto: La guerra è la sola igiene del mondo! Alle elezioni del 1919 trionfano i Socialisti e avanzano anche i Popolari, che si rivelano indispensabile per la creazione di una maggioranza parlamentare in grado di governare: ma i Socialisti li rifiutano sdegnosamente, così come rifiutano ogni alleanza con i Liberali. L’incertezza domina sovrana, la classe dirigente uscita dalle urne si rivela totalmente incapace di affrontare i problemi politici ed economici del paese;

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è il brodo di cultura ideale per i disegni dei nazionalisti, rozzi ma ricchi di una ben maggiore presa sulla gente, per le rivendicazioni dei ceti proprietari teorizzati dal biennio rosso, per il nascente movimento fascista, che nel marzo 1919, a Milano, in Piazza San Sepolcro, esce per la prima volta allo scoperto, attaccando a fondo la democrazia parlamentare, i Socialisti e i sindacati. Dopo due anni di incertezza assoluta, è nel 1921 che i giochi vengono fatti: dopo il fallimento delle prospettive rivoluzionarie e l’aggravarsi della crisi economica, i sindacati vengono sbeffeggiati ovunque, e prima ancora (gennaio 1921) i Socialisti perdono ulteriore mordente per la scissione di Livorno, con la quale dal Partito socialista unitario nasce il Partito comunista d’Italia. La priorità imposta dalla borghesia: “Riportare l’ordine!” Tra le tante rivendicazioni, quelle che ebbero la meglio furono le rivendicazioni della borghesia agraria ed industriale. Mentre si affievoliva l’impeto del biennio rosso (1919-1921), dilagò l’offensiva squadristica che dalle campagne del nord si allargò nel centro sud, per risalire, poi, nel 1922, nelle grandi città del nord; a Milano, a Torino, a Genova le squadracce testarono la propria forza d’urto contro l’élite della classe operaia; distrutte le sedi dei giornali socialisti, delle Camere del Lavoro e delle cooperative, invase manu militari le aule dei consigli comunali, violentemente allontanati gli amministratori di sinistra. Migliaia i morti e i feriti. Nel primo semestre del 1921 vennero distrutte 17 tipografie e sedi di giornali, 59 case del popolo, 119 Camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni e circoli socialisti e comunisti, 100 circoli di cultura, 10 biblioteche popolari e teatri, 28 sedi sindacali, 53 circoli operai e ricreativi. Un trattamento particolare veniva riservato a singole persone: la squadraccia giungeva in piena notte in casa di un sindacalista o di un dirigente politico del movimento operaio, lo bastonava brutalmente di fronte ai famigliari, lo costringeva a bere una notevole quantità di olio di ricino; oppure lo prelevava, lo picchiava e lo lasciava legato ad un albero a diversi chilometri di distanza dalla sua abitazione; a volte il disgraziato moriva, magari con un colpo di pistola. I Sindaci, i Carabinieri, la Polizia avevano l’ordine di non intervenire; la speranza era quella che socialisti e fascisti si scornassero fra di loro. Ma uomini e mezzi affluivano copiosi al fascismo, mentre le sinistre continuavano a litigare su tutto. Fra parentesi: l’uso dell’olio di ricino rimase una pratica abituale del fascismo, anche dopo la conquista del potere, contro chiunque si mostrasse in qualche maniera avverso al regime. A Gubbio vennero “invitati” in caserma per un “brindisi” del genere molti comunisti e socialisti, dall’Avv. Rossi al dr. Tabarrini, e anche un prete, don Origene Rogari, che bevve con signorile solennità.

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L’Ex socialista Benito Mussolini capisce che il momento era arrivato e, in quello stesso 1921, a novembre, il movimento fascista si trasforma in Partito nazionale fascista. Vi confluisce, ma ben più numerosa e arrabbiata, la stessa fauna che s’era ritrovata nel 1919 a Piazza S. Sepolcro: ex combattenti, soprattutto ufficiali, giovani e giovanissimi “idealisti” con alle spalle diverse esperienze di piccolo gruppo; tutti accomunati da una viscerale avversione alla classe operaia, al socialismo, al Parlamento, alla democrazia. A distanza di meno di un anno, nell’ottobre del 1922, Mussolini verrà incaricato da Vittorio Emanuele III di formare il nuovo governo. Ai nostalgici che riaffiorano anche oggi, anche tra i giovani (“Aridàtece er puzzone”; “A quei tempi i treni arrivavano in orario!”), occorre ricordare il… segreto di questo folgorante successo: • sul piano ideale, l’autocandidatura di Mussolini a “restauratore dell’ordine”: plaudono, si aggregano e soprattutto mettono mano al portafogli gli agrari latifondisti e gli industriali terrorizzati dal biennio rosso; nei momenti di generale smarrimento il successo di questa prospettiva della “restaurazione dell’ordine”, boutade tipica di tutte le destre, è garantito, e le possibilità di distinguere l’ordine autentico dal disordine costituito diventano minime; • sul piano concreto, l’azione selvaggia delle squadracce armate; addestrate militarmente dai “ras”, capetti locali del fascismo, turgidi di idealità e di voglia di menare le mani, esse organizzano spedizioni punitive, intervenendo sul territorio a macchia di leopardo; picchiano, distruggono, per cancellare dalla faccia della terra i socialisti, i sindacati, le (poche) organizzazioni cattoliche socialmente impegnate. Il governo Facta si sbagliava, sottovalutando il Fascismo e legalizzando le sue manifestazioni, le famose adunate, che si moltiplicavano e si facevano sempre più oceaniche. Quando sfociarono nella marcia su Roma (28 ottobre 1922: Mussolini la fece… per telefono, rimanendo a Milano), e le Camicie nere chiesero al Re di affidare a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, Vittorio Emanuele calò le brache.

La crisi della cultura di base dello Stato Liberale Venti anni di dittatura fascista. 50/60 milioni di morti. Fame, borsa nera, miseria immane. Per prima cosa gli Italiani con il referendum del 2 giugno 1946 dettero il benservito ai Savoia, spedendoli in esilio; contestualmente designarono i Costituenti; ebbe così inizio il periodo più intenso della nostra storia recente: la redazione della Costituzione (2 giugno 1946-1 gennaio 1948).

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Ma i problemi maggiori dovevano ancora venire. Gli Italiani che il 1 gennaio 1948 applaudirono il Presidente De Nicola, minuto ed esangue, fra due Corazzieri imponenti, nell’atto di firmare il testo della nostra Costituzione repubblicana, potevano ragionevolmente pensare che con quell’atto si concludeva la crisi dello Stato liberale che aveva dato il via al Fascismo. E che per sperare in un mondo veramente nuovo fossero sufficienti gli oltre 50 milioni di morti che avevano insanguinato la terra. Oggi una convinzione di questo genere non ha spazio. La prima persona che perse la speranza che un mondo nuovo nascesse da quell’oceano di sofferenze e di sangue fu Simone Weil, l’intellettuale ebrea che giunse alle soglie del cattolicesimo (scrisse cose bellissime sull’Eucaristia), ma non le varcò, perché volle rimanere tra i perseguitati. A poco più di 40 anni aveva scritto moltissimo, aveva lavorato in fabbrica, aveva fatto la guerra in Spagna a fianco dei Repubblicani, aveva avuto intensi rapporti con la Resistenza francese, ai massimi livelli…: alla fine della guerra intuì che lo spaventoso bagno di sangue non sarebbe servito a nulla, e si lasciò morire in un sanatorio inglese, “per disinteresse nei confronti della vita”: così recitava il referto medico del Coroner.

Oggi siamo convinti che la crisi dello Stato liberale era stata ben poca cosa rispetto all’altra, imminente, inevitabile, grandissima crisi della cultura che supportava lo Stato liberale. Il dilagare del disagio socio/culturale Da decenni viviamo tutti, chi più chi meno, in una situazione di grande disagio, che non solo non accenna a diminuire, ma si manifesta in forme sempre più articolate, e spesso si nasconde nella psicologia profonda di persone apparentemente del tutto normali, che all’improvviso esplodono e magari fanno strage della propria, “bella” famiglia. Un disagio a due facce, una patologica e una culturale, una legata all’insorgere di una qualche malattia psichica, una legata all’insoddisfazione che genera il modello di auto/coltivazione che ci viene “suggerito” (o “imposto”, a seconda della maggiore o minore consistenza delle nostre difese) dal bombardamento al quale ci sottopongono i media. Tra le due facce il diaframma che le separa è sempre più sottile. Il contesto: un’inaudita accelerazione del cambiamento Il contesto nel quale viviamo questo disagio, nelle forme più diverse ma sempre più spesso con un peso psicologico ai limiti della tollerabilità, è quello di una forte accelerazione del cambiamento socio/culturale. Il cambiamento della società e della cultura è stato una costante della storia umana, ma la scansione dei suoi ritmi per secoli e secoli nel nostro Occidente è stata molto lenta.

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Poi si è avuta nel cambiamento un’accelerazione improvvisa, quasi selvaggia. E oggi… Si è calcolato (l’ho sentito riferire dal prof. Regni) che, ipotizzando un’unità di cambiamento pari a AZ, la società e la cultura sono cambiati di un AZ tra l’anno 0 e il 1500, di un altro AZ fra il 1500 e il 1800, di un ulteriore AZ tra il 1800 e il 1900, e ancora di una AZ tra il 1900 e il 1950; e forse il ritmo del cambiamento è già sceso da 50 anni a 25… Citiamo solo alcuni tempi, da ripercorrere sotto l’aspetto della velocità del cambiamento. SUL PIANO SOCIALE

• • • • • •

Il villaggio globale, La scomparsa delle classi sociali, La globalizzazione dei rapporti, L’approvvigionamento energetico, Le lobbies e le mafie, La base multinazionale dei grandi interessi economici.

SUL PIANO CULTURALE

• La complessità, • La globalizzazione dei saperi, • La tecnocrazia che ridicolizza la filosofia e umilia ogni visione umanistica della vita, • La settorializzazione eccessiva dei problemi, a scapito d’una visione d’insieme. La bioingegneria sempre tentata di manipolare l’uomo. Lo strapotere dei mass media e il loro pressoché totale asservimento al denaro e al potere. Le nuove forme di alienazione e di anonimato. Ognuno di questi capitoli configura un problema enorme. Naturalmente questo vale anche per i fatti positivi: l’associazionismo sociale, la cooperazione, il volontariato, il privato sociale. Grandi problemi, grandi speranze. Ma la domanda di fondo rimane la stessa: quale funzione compete allo Stato in quanto tale, perché esso possa effettivamente realizzare il bene comune? Il pensiero debole Il disagio socio/culturale da una parte segna a fondo la società, con fenomeni inauditi quali il suicidio degli adolescenti (che è apparso ai nostri giorni per la prima volta nella storia), o il consumo giornaliero di miliardi di pasticche di tranquillanti, da parte dei soggetti più diversi; ma dall’altra anche nella cultura ha una sua specifica proiezione, sotto forma di pensiero debole.

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Anche per quello che riguarda le dottrine politiche oggi siamo in clima di pensiero debole: • data la difficoltà che s’incontra per definirla, la politica tendenzialmente viene declassata a tecnica dell’organizzazione; • più che di pensiero autonomo, le dottrine politiche sanno di copertura ideologica del capitalismo avanzato: il pensiero neo-liberale, riassunto nella formula equivoca Più società e meno stato, riduce tutti i problemi all’asfissiante ingerenza dello stato nella vita della società; basta che lo Stato faccia un passo indietro – dicono – e tutto sarà risolto. Reagan: “Lo Stato non risolve nessun problema, è lui il problema”. L’utopia libertaria e paritaria del Sessantotto indubbiamente è stata feconda, ma la complessità tipica della società moderna rende risibile la sua aspirazione di base, il sogno del ritorno alla democrazia diretta, possibile soltanto nelle società semplici.

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Capitolo Quarto

L’alternativa, culturale e politica Trovare un’alternativa a questo stato di cose, in un contesto qual è quello che abbiamo descritto, è tutt’altro che facile. Ma non se ne può fare a meno. La prima operazione deve essere di taglio culturale. E per portarla avanti adeguatamente bisogna tornare nei sotterranei della cultura liberale.

Nei sotterranei della cultura liberale A questo punto torna indispensabile puntare il dito contro quegli aspetti della cultura dell’Illuminismo che abbiamo abbondantemente illustrato e denunciato nell’apposita sezione che questo libro ha dedicato alla cultura. Certo, l’Illuminismo è stato foriero anche di grandissime acquisizioni positive: • la laicità in positivo: la volontà di andare oltre la tolleranza, instaurando un rapporto nel quale tutti prendono sul serio le tesi di tutti, per l’individuazione del bene comune, • l’esigenza di un nuovo rapporto con la natura, • l’esigenza di un uso nuovo della scienza. Ma ci sembra innegabile che il disagio socio/politico/culturale, così pesante e così diffuso oggi, denunci come suo movente, o per lo meno come ambito privilegiato, la cultura individualista, falsamente egualitaria e consumista che il nostro mondo ha maturato con l’Illuminismo. E tornano pienamente attuali i sospetti di Nietzsche, l’analisi e la denuncia della Scuola di Francoforte Con una sottolineatura doverosa, che ci riguarda da vicino. La vittima più illustre dell’Illuminismo fu la solidarietà, non solo sul piano concettuale (Il benessere del povero sarà il naturale riverbero della ricchezza del ricco: Adam Smith), ma anche sul piano dei concreti provvedimenti adottati: l’Illuminismo spazzò via non solo l’intero, secolare pensiero solidarista che, tra mille contraddizioni, aveva innervato la filosofia fino ad allora, ma anche quella fitta trama di associazioni, comunità, confraternite che secondo W. Ullmann configurava quasi un “privato-sociale” ante litteram ed incarnava un senso del “potere dal basso”, incentrato sui bisogni concreti della persona concreta, radicalmente diverso rispetto a quello che noi tutti, in occidente, abbiamo finito per interiorizzare. Nel settore della cura dell’handicap l’Illuminismo motiva il sorgere dei grandi, lugubri istituti dove vengono concentrati tutti: handicappati, psicolabili, ritardati mentali, schizofrenici. Il motivo che viene dichiarato è quello di assisterli. Il motivo reale è quello di difendersi da loro, rinchiudendoli.

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Bisogna toglierli dalla circolazione senza fare loro del male. Bisogna convincerli che quella è la vita migliore, per loro e per la società. “Un piatto di minestra ce l’hai cosa vuoi di più?”.

Dalla cultura alla politica Con “politiche sociali” intendiamo l’insieme degli interventi ragionati e strutturati che i Pubblici Poteri mettono in atto a favore delle fasce deboli della popolazione. Nel nostro Occidente le politiche sociali hanno visto la luce nei primi anni del sec. XVI, in Inghilterra prima (con la Legge sui poveri di Elisabetta I), in Francia e nei territori dell’Impero poi. La storia delle politiche sociali hanno fatto registrare una costante anche se molto disomogenea crescita globale, sia di umanità che di efficacia. Agli inizi di questo cammino di crescita prevalse l’esigenza di contenere, spesso ricorrendo anche alla forza pubblica, il più drammatico dei problemi sociali del tempo: la mendicità. Per secoli la mendicità fu fenomeno di immane portata, una piaga dolorosissima che interessava masse enormi di uomini e, soprattutto in tempo di carestia, mieteva legioni di morti di fame, anche scuotendo alle radici la tranquillità della convivenza civile. L’esigenza di contenere il fenomeno della mendicità fu ampiamente avallata, anche se solo come “ineluttabile necessità”, dalla logica della cultura illuminista. Per uscire da quella logica (come abbiamo visto nell’apposito capitolo) occorre approdare alla cultura della parzialità come unica cultura in grado di supportare una politica sociale giusta ed efficace. È quello che ha fatto la nostra Carta Costituzionale, impegnandosi a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto l’uguaglianza e la libertà dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3). Un obiettivo realizzabile solo se in politica si adotta l’atteggiamento che adottò Paolo VI quando, presentandosi all’ONU, dichiarò di essere à coté des emarginaux (a fianco degli emarginati); occorre che la politica, come ha fatto la Chiesa, adotti come prioritario il riferimento agli emarginati del nostro mondo e ai diseredati del terzo mondo. In questa chiave occorre realizzare in pienezza il WELFARE STATE.

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Capitolo Quinto

IL Welfare State Il Welfare State, o Stato della sicurezza, rappresenta la più grande conquista della civiltà umana e, per noi Occidentali, l’orizzonte fisso sul quale devono obbligatoriamente muoversi tutte le scelte pensate a sostegno delle fasce deboli della popolazione. Tutto lo sconfinato lavorio che l’attuale situazione socio/culturale ci richiede ha in esso la sua cartina di tornasole.

Cos’è Teorizzato nella Gran Bretagna della prima metà del sec. XX da Lord Beveridge, il Welfare State trova il suo principio/cardine nell’UNIVERSALISMO DELLA SOLIDARIETÀ. Questa istanza di fondo del Welfare si traduce in due esigenze: • i beni e i servizi essenziali alla decorosa vita di tutti, sia sul piano della sanità che sul piano dell’assistenza e della vita di relazione di ciascuno, devono essere garantiti a tutti i cittadini, in quanto cittadini, indistintamente, prioritariamente, sempre: dalla culla alla bara; • i beni e i servizi oggettivamente richiesti da particolari categorie di cittadini o da particolari zone del territorio nazionale vanno erogati, in termini di assistenza economica, previdenza, sanità, edilizia popolare, ecc., con criteri centrati sulla dignità della persona. Una formidabile conquista.

Sintomo eccellente del grado di civiltà di un popolo Il Welfare State è anche uno dei sintomi più puntuali del grado di civiltà che una certa società ha raggiunto in un certo tempo. A questa ultima affermazione si oppongono, più o meno ferocemente, le Destre di ogni tipo e di ogni tempo. Vi si oppongono perché sono convinte che più spendiamo per il sociale e meno resta da spendere per gli investimenti, la ricerca, ecc. Falso. Solo la miopia d’un micragnoso egoismo da quattro soldi può suffragare affermazioni del genere. Infatti è stato ampiamente dimostrato in sede storica che la qualità delle prestazioni erogate dallo Stato sociale è sempre direttamente proporzionale • alla qualità del reggimento politico: non solo la bontà umana, ma anche l’ordinata crescita di una società senza scosse si misura anche e soprattutto sulla frontiera del sociale; • alla qualità dello sviluppo economico: qualità, non necessariamente quantità; gli Stati Uniti, che anche nei momenti di crisi economica hanno man-

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tenuto una crescita economica quantitativamente molto alta, lasciano scoperti dal punto di vista della protezione sociale circa 40 milioni di cittadini: in questo la qualità del loro sviluppo economico lascia molto a desiderare; • alla moralità della cosa pubblica.

Il Welfare italiano, nascita e crisi Il Welfare in Italia arrivò in ritardo, tra gli anni 60 e 70, quando ormai la sua crisi petrolifera del 1973 era alle porte un po’ in tutta Europa, dove il PIL calava e le “urgenze” (vere presunte) della specie socio/sanitaria crescevano. Ma le sue conquiste sono state notevoli; tra le più recenti: • l’istituzione del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali, con la legge 499/1999; • la legge di riforma dell’assistenza, la 328/2000, approvata con tanta fatica a poco meno di 110 anni (!) dalla precedente (la Legge Crispi, del 1892). Alla sfavorevole congiuntura di mercato si sommavano due fatti non/congiunturali: • l’invecchiamento della popolazione, dovuto al crescente benessere, al declino della natalità e all’allungamento della vita media; • la crescita delle aspettative in merito alla qualità dei servizi da parte di una popolazione il cui livello culturale, nel suo insieme, era enormemente cresciuto. Ulteriori elementi aggravanti, tipicamente italiani: • l’evasione fiscale, tra le più alte d’Europa; • la medicalizzazione degli stati di malessere: montagne di analisi diagnostiche inutili, volute dai medici solo per non perdere pazienti; medicine nel secchio della spazzatura; • la burocrazia mangia tutto: giustamente a partire dagli anni ’70 (secondo il Principio di Sussidiarietà) le dovute competenze sono passate dallo Stato centrale alle Regioni, dalle Regioni alle Province, dalle Province ai Comuni: ma l’auspicato calo del numero degli addetti non ha avuto luogo; e i primari di vari reparti, chiusi da anni per calo dell’utenza, per anni hanno continuato a percepire lo stipendio senza avere nulla d fare; • l’assistenzialismo clientelare, soprattutto ma non solo nel Mezzogiorno; nel sociale hanno allignato organizzazioni abilitate a fare formazione che si sono limitate a riscuotere e distribuire soldi, a volte senza portare avanti nessuna attività formativa; • la renitenza alla razionalizzazione: infinite volte si è parlato dell’opportunità di applicare al settore pubblico i criteri di controllo della produttività che l’industria privata ha collaudato e applica da molto tempo (a volte con metodi da schiavisti): non se n’è fatto nulla;

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• l’inadeguatezza dei controlli; • gli sprechi di ogni genere; le colonie marine dell’Amministrazione Provinciale di Perugia ne furono un esempio egregio… La crisi si aggrava Con l’ascesa al potere del Centro/destra, nel 2001, la crisi del Welfare italiano si è ulteriormente aggravata, fino quasi ad intaccarne le basi. La preoccupante situazione economica, finanziaria e occupazionale dell’Italia ha ingiustamente portato sul banco degli imputati il Welfare, come sempre accusato di sottrarre risorse all’innovazione tecnologica e agli investimenti. Il 23 gennaio 2004, in occasione del decennale della nascita di Forza Italia, il suo partito/azienda, Silvio Berlusconi ha presentato la sua “Carta dei Valori” del suo “partito”. Il documento prima afferma (fra l’altro) di volere “far proprie le parole con cui Paolo VI conclude la Populorum Progressio: lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, ma poi l’impudente candore dell’Omino di Ceralacca lo porta ad affermare che non la redistribuzione della ricchezza, ma la sua crescita è da sempre alla base del superamento delle soglie di povertà. Nihil novi sub sole. Abbiamo già ampliamento constatato come l’accoppiata economico/politica tra liberismo e liberalismo, figlia legittima di Papà Illuminismo, abbia emarginato la solidarietà, come impegno specifico da proporre alla responsabile assunzione da parte di ogni cittadino. Nel “progetto/uomo” degli Illuministi la solidarietà è assente. Non per nulla etica ed economia, che fino alla fine del 700 erano state insegnate in coppia in tutte le università, da allora sono state separate: l’economia l’insegna un tecnico, l’etica viene relegata tra le pie esortazioni. Produrre, basta che la produzione cresca. Se ciascuno ricerca liberamente la propria felicità individuale, egli contribuisce anche al raggiungimento della felicità generale. Per produrre poi i beni necessari alla vita dell’individuo e insieme al bene comune della società è necessario e sufficiente affidarsi al mercato. Via i lacci e i laccioli!. Tra i lacci e i laccioli ci sono anche le “pastoie morali”. Parola di Umberto Bossi, l’antropologo di lusso che ha “riscoperto” la Padania ed è tornato a celebrare i riti ancestrali in onore del dio Po. Il bene comune è affidato solo alla libera iniziativa dei singoli cittadini. Lo diceva John Stuart Mill, lo ripete Gianfranco Fini. Non si parli di esercizio dei diritti. Non ne parlava Geremia Bentham, non ne parla l’Omino di Ceralacca, Lo stato/carabiniere si fa carico, ma solo in negativo, dei diritti civili; i diritti sociali (ma è poi giusto chiamarli cosi?) vanno affidati al volontariato, l’“eroico volontariato”. L’attacco allo stato sociale Berlusconi ha riproposto l’antica ideologia. Il Ministro Maroni, leghista, ex batterista di un complessino di provincia niente male, autore ed esecutore di un indegno piagnisteo sul Welfare che, secondo lui, era ormai giunto al capolinea, con il suo famoso Libro Bianco, ha sferrato un vero e proprio attacco allo Stato sociale.

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L’intento fondamentale dell’accolito di Bossi è quello di trasferire nelle politiche sociali quella stessa esigenza di privatizzazione che ha vinto nelle politiche industriali. Come? Innanzitutto un forte disimpegno finanziario dello Stato dalle politiche sociali: bisogna – dicono – che lo Stato spenda di meno nel sociale; bisogna “tagliare” le spese dei meno fortunati, bisogna scaricare i costi della spesa sociale sugli Enti locali. Non è affatto vero che l’Italia destina al sociale una quota troppo alta del suo reddito. No, è poco, anche in relazione agli altri Paesi sviluppati. C’è da qualche parte, non saprei dire bene dove, non saprei dire bene come calcolato, un indice dell’impegno sociale che colloca l’Italia un po’ sotto il 5, mentre la Francia è tra il 7 e l’8, la Gran Bretagna al 9, gli Stati Uniti al 12.

Contestualmente, e se possibile in maniera ancora più forte, promuovendo il totale disimpegno politico dello Stato: non deve essere il Governo, o la Regione, o la Provincia, o il Comune a programmare le politiche sociali, no: limitiamoci a individuare i sevizi sociali necessari (molto pochi, presumibilmente), mettiamoli all’asta, assegniamoli a chi fa il prezzo più basso; una S.p.A., se possibile, perché di associazioni, di volontariato, di cooperative sociali non se ne può proprio più! Una volta esisteva in Italia un Ministero delle Partecipazioni Statali, molto appetito perché gestiva un mucchio di soldi, che curava le iniziative industriali dello Stato, condotte dallo Stato o in prima persona (le cosiddette “industrie statali”) o in sinergia con alcuni privati, ovviamente molto (troppo) privilegiati dalla copertura statale (le cosiddette “industrie parastatali”). Oggi non rimane quasi niente di tutto quell’enorme apparato, che è stato privatizzato quasi per intero.

In terzo luogo, donando alle famiglie dei soldi risparmiati facendo chiudere associazioni e cooperative sociali: loro sì che li spenderanno bene! Infine (“ Meno tasse per tutti”!) favorendo i redditi medio/alti, perché solo l’ulteriore arricchimento dei ricchi, garantendo la produttività del sistema, garantirà il benessere dei poveri. Senza esagerare, per carità! In effetti, con il Governo di Centrodestra • la quantità delle risorse destinate al Fondo Nazionale per le Politiche Sociali, istituito con la legge 499/1999, è crollata: nel 2005, dai 1.734.333.000 (2004) a 1.252.333.000; • è cambiata anche l’allocazione delle risorse, tramite l’attribuzione al Fondo stesso di un cumulo di voci di spesa molto pesanti e molto… improprie; • la difficoltà nella quale versano gli Enti Locali, ai quali sono state attribuite molte prerogative sociali dismesse dal Governo, rischiano di diventare insopportabili; solo il collegato alla finanziaria 2006 l’ha frettolosamente evitata; • ancora una volta, in una finanziaria di forte contenimento della spesa, si è pensato di sacrificare il settore delle politiche dell’assistenza; e la discussione sui livelli essenziali dei servizi da erogare continua a scivolare nel tempo;

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• monetizzandoli selvaggiamente, è stata minata alla base l’esigibilità dei diritti sociali; un diritto è un diritto, nessuna somma di denaro può surrogare la possibilità di esercitarlo; • il “Reddito minimo di inserimento” viene sostituito con un indefinito “Reddito di ultima istanza”; così sfuma la definizione dei livelli essenziali di assistenza sociale. Ma soprattutto s’è verificato un radicale cambiamento culturale: il progressivo depotenziamento della L. 328 è stato l’indice più chiaro della tendenza a mettere in discussione i diritti fondamentali della persona, sostituendo all’universalismo del Welfare una specie di “residualismo di carità” (carità in senso deteriore, ovviamente, come elemosina). I Ministri della CdL si sono rapportati agli ultimi non con lo scopo di promuoverli, rendendo così più equa la società, ma con la pia intenzione di alleviarne le sofferenze contingenti, ben attenti a mantenere sostanzialmente inalterate le disuguaglianze. Infine alle organizzazioni di volontariato il Centrodestra non ha mai riconosciuto alcun ruolo politico per la tutela delle esigenze e dei diritti delle persone incapaci di autodifendersi: da Lorsignori il volontariato è considerato, nei fatti, come un aggregato di opere buone e un supporto, puramente operativo e del tutto episodico, alle istituzioni. Contro il libro bianco Contro il libro bianco di Maroni sono state molte le prese di posizione. Una delle più dure è stata quella della Consulta Ecclesiale degli organismi impegnati nei servizi socio-assistenziali. La Consulta suddetta innanzitutto premette che, a livello politico e di teoria economica, tra noi e loro esiste una differenza essenziale nella concezione stessa del benessere: • per loro il benessere della persona consiste nell’avere più beni di consumo a disposizione; • per noi il benessere della persona ha una configurazione multidimensionale: è il risultato di una serie di fattori economici, culturali o relazionali. Ebbene, il Libro bianco opta per lo sviluppo economico, vuole che ci siano più reddito e più ricchezza a disposizione, cosicché molte più persone e famiglie possano raggiungere alti livelli di consumo: secondo Maroni maggior consumo equivale a maggior benessere. Appena un’occhiata alle famiglie “meno fortunate”, quelle che ad esempio hanno al proprio interno una persona non autosufficiente: esse vanno in qualche modo aiutate, ma solo per alleviare l’onere: non sembra che sia per loro possibile un orizzonte di umanità e di dignità. Parole durissime, che non vengono da Rifondazione Comunista, ma dall’organismo collegiale degli enti assistenziali cattolici. Per questo, quando le risorse diminuiscono, quando si leva il fatidico grido del Ministro delle Finanze di turno, che appare in TV con un barattolo vuoto in mano,

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lo rovescia sottosopra e grida al Popolo Sovrano: “Non ci sono più soldi”, Centrosinistra e Centrodestra (se sono veramente di sinistra, se sono veramente di destra) reagiscono in maniera totalmente diversa. Se prevalesse un minimo di logica umana, la prima reazione dovrebbe essere di questo tipo: mancano risorse? Bene (cioè male!), cominciamo a togliere, educatamente, secondo legge e buon senso, un po’ di soldi a chi ce ne ha tanti! Perché il sotto senso della giustizia, ancorché flebile ed estemporaneo, ci dice che quel poco che siamo riusciti a destinare alle fasce deboli non si tocca. Già, e quando mai dirà qualcosa del genere chi è convinto che il benessere di poveri è l’automatica ricaduta del benessere dei ricchi? Ecco perché, di fronte alla riduzione delle risorse, • il Centrosinistra, privilegiando la prevenzione sulla cura, propone di difendere, sostenere e compattare la rete pubblica dei servizi, inserendovi organicamente e creativamente, ma non certo estemporaneamente, il Privato Sociale; • il Centrodestra, nella sua strutturale tendenza a restringere il più possibile il ruolo del pubblico e a cancellare quei principi/base di politica sociale solidale che sono stati una delle basi principali dello sviluppo non solo sociale ma anche economico del nostro Paese, vuole incrementare il mercato dei servizi, liberalizzandolo completamente. Vendere servizi come si vendono le scatolette di tonno.

Quale Welfare, oggi In passato, solo con l’avvento del Socialismo, alle misure sociali di puro contenimento subentrarono politiche sociali propositive. Sia nella sua forma “pre/scientifica” (Fourier, Saint Simon, Blanc, Blanqui), sia nella forma che Marx ed Engels presunsero di definire “scientifica”, lucida e appassionata fu la pars destruens, l’attacco ai fattori disumanizzanti del liberismo/liberalismo: • l’amoralismo (nella soluzione dei problemi sociali la morale non c’entra nulla), • l’individualismo (il motore della storia è l’appetito del singolo contrapposto agli altri), • la concorrenza selvaggia (solo mettendo gli uomini l’uno contro l’altro il potere politico assicura il progresso), • l’assenteismo dello Stato: nelle dispute sociali. Se la parte propositiva del Socialismo reale ha rivelato tutte le sue carenze con il crollo del muro di Berlino, questa pars destruens mantiene intatta la sua validità. In positivo, urge una innovata e moderna rete di protezione sociale, poggiata su un forte progetto di sviluppo. Il Patto per l’Innovazione e lo Sviluppo può rappresentare il punto di riferimento.

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Il Welfare state, oggi che Città e Welfare per certi versi diventano un binomio inscindibile, • come tutti i progetti seri ha bisogno di una puntuale conoscenza della situazione; • ha bisogno di un forte recupero di socialità; • ha bisogno di favorire l’avvento di nuovi soggetti sociali. Prima urgenza: una puntuale conoscenza della situazione Il contesto odierno vede abbinarsi alla povertà di sempre anche povertà di tipo nuovo. LA POVERTÀ DI SEMPRE Fino a qualche anno si fa si parlava molto e soltanto di nuove povertà, dando per scontato che le vecchie povertà fossero scomparse. No, le antiche forme di povertà non sono scomparse. Alla fine del 2003, la Commissione Parlamentare di Indagine sull’Esclusione Sociale ci ha fatto sapere che • sono circa sette milioni i cittadini che si trovano nella condizione di povertà relativa; • sono circa tre milioni le persone che vivono in condizioni di povertà assoluta. “Povertà relativa”: non si riesce a disporre di quanto la coscienza comune ritiene necessario per una vita mediamente dignitosa. “Povertà assoluta”: si fa fatica a metter insieme l’indispensabile per sopravvivere.

E questo anche nelle zone più sviluppate del paese (il 5% delle famiglie, circa, è in condizioni di questo tipo). Le zone più esposte sono quelle del sud, le famiglie più esposte sono quelle monoreddito e quelle con anziani a carico. Quanto all’Umbria, il quadro sociale è decisamente peggiorato rispetto a quello degli anni ’90: 27.000 famiglie, pari all’8,6% del totale, si trovano in stato di povertà. Un dato inferiore a quello delle regioni del Sud, ma si tratta pur sempre di una fascia consistente. Di passi avanti ne sono stati compiuti molti, la sensibilità della gente è cresciuta, ma la fascia di cittadini in stato di povertà continua ad ampliarsi. Sostanzialmente impreparati sia la società civile che le istituzioni: la povertà degli stranieri, ad esempio, sfugge alle statistiche ufficiali, anche quando hanno avuto il permesso di soggiorno. Il Governo Berlusconi ha cancellato, arbitrariamente, sostituendolo con la promessa fumosa di un futuro Reddito di Ultima Istanza, un qualcosa che non è stato ulteriormente definito, il Reddito Minimo di Inserimento, che prevedeva: • sostegno materiale immediato a famiglie in povertà assoluta; • programmi di inserimento sociale (pre/lavorativo e lavorativo) per le persone bisognose;

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• superamento dell’assistenzialismo tramite l’assunzione strutturale del RMI tra le politiche sociali riconosciute. La questione è stata chiusa delegandone in fretta la definizione ai quattro soldi delle Regioni. E così l’Italia nell’Europa sviluppata è l’unico Paese che non ha una legge che contrasti alla povertà. Come la Grecia. Ma, per la verità, anche il Centrosinistra. Aveva snobbato il RMI. E la Caritas nazionale ancora una volta aveva avvisato il Governo, tentato di cercare delle scuse: alla concezione fatalistica della povertà… si sostituisce oggi una concezione più realistica, che coinvolge nell’attribuzione di responsabilità società civile e istituzioni... LE NUOVE POVERTÁ Ma indubbiamente esistono e pesano moltissimo le nuove forme di povertà. Nuove forme che potremmo catalogare in due gruppi: • le povertà sconosciute al passato, • le povertà di contesto: sono sempre esistite, ma il contesto attuale le rende intollerabili. Povertà sconosciute al passato • La fine delle antiche agenzie formative: una volta il giovane poteva far conto, per la sua crescita armonica, non solo sulla famiglia, ma anche sulla scuola, sul quartiere, sulla parrocchia; oggi non più: il quartiere è diventato spesso un dormitorio, la scuola si è drasticamente declassata (nei contenuti e nei metodi) proprio quando approdava ad essa la gran massa della popolazione; la parrocchia (gli oratori) non di rado è stata occupata dai talebani dello spirito, che non si interessano dei “lontani” se non in chiave di conversione: e non tutti se la sentono di convertirsi. • L’insicurezza dell’istituto familiare: è soprattutto la Chiesa che denuncia questa mina vagante che minaccia l’intera società, cioè l’indebolimento di quella che, anche secondo la nostra Costituzione, doveva essere la sua “cellula fondamentale”, la famiglia. • Le linee di tendenza delle le nuove aggregazioni giovanili: droga, alcool, microcriminalità, indifferenza. • Il problema delle aree industriali dismesse e mai riqualificate. • L’invecchiamento della popolazione: i pensionati, con il loro carico di insicurezze e bisogni irrisolti, stanno diventando assoluta maggioranza nei quartieri (17 anziani ogni 10 giovani) e soprattutto con le malattie tipiche dell’età avanzata (Parkinson, Alzheimer) stanno inserendosi tra le avanguardie della povertà. • I giovani che percepiscono se stessi come gente senza prospettive (e il più delle volte lo sono), come monadi abbandonate a se stesse: 20% al Centro/Nord, 50% al Sud, con punte del 52%. • Gli immigrati, sia quelli integrati nelle fasce basse del mercato di lavoro,

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sia quelli non integrati e che si nascondono nei tuguri delle aree dimesse. I disperati “senza fissa dimora”. I monoreddito delle zone dove la vita costa di più. I portatori di handicap fisico e (soprattutto) psichico. I clochards diventati tali per scelta.

Le povertà di contesto Ma il concetto di povertà non deve far riferimento solamente a dei parametri oggettivi; sullo sfondo della coscienza di oggi, è povertà quello che non lo era ieri: • in un contesto socio/culturale che esige per tutti gli stessi diritti fondamentali, cresce il numero degli emarginati totali e il disagio sociale non accenna ad arrestarsi; • in un contesto socio/culturale che ha acquisito la coscienza del diritto al lavoro come un diritto fondamentale, il lavoro si fa sempre più precario; crescono i lavoratori residui dell’industria, i lavoratori in nero o sottopagati, quelli del commercio in via di espulsione, quelli delle aziende pubbliche insidiati dalle privatizzazioni, gli autonomi, i lavoratori atipici e a tempo determinato; • la frustrazione dei diritti dichiarati e non esigibili; • la casa, che troppo spesso è un onere spesso pesante; • la sanità, che è sempre meno gratuita. Seconda urgenza: il recupero della socialità Nella sua sostanza, l’antidoto di oggi non può essere altro che l’antidoto di ieri. Non necessariamente nella forma dello Stato socialista, ma in forme anche assortite di Stato sociale. Per approfondire ulteriormente le nostre critiche, ripartiamo dai capisaldi della politica sociale: • Non esiste Stato che non sia sociale. Lo Stato nasce per tutelare i deboli,visto che i forti si tutelano da soli. Per questo le politiche sociali sono parte assolutamente fondamentale di ogni progetto politico degno di questo nome. L’importanza vitale di questa istanza è stata recepita dal nostro Stato, quando l’assistenza sociale (con l’art. 38 della Costituzione della repubblica Italiana) è diventata un diritto costituzionale. • La minore disponibilità di risorse deve sempre tenere ben presente il principio suddetto. Se e quando è davvero necessario “tagliare”, lo si faccia a partire dal superfluo, o quanto meno dal non strettamente necessario, e dai più forti, non dai più deboli… • Come tutti i veri diritti, anche il diritto all’assistenza non solo deve essere certo, ma anche esigibile: senza questa esigibilità concreta i discorsi sociali sono una turlupinatura: si ritorna fatalmente all’assistenza caritatevole e discrezionale. • Il soggetto fondamentale della garanzia, dell’erogazione e del controllo di

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gestione dei servizi va individuato nella rete istituzionale strutturalmente collegata con il Privato sociale. I ruoli e le finalità dell’assistenza sociale vanno tenuti distinti dai ruoli e dalle finalità della sanità in senso stretto, come prevenzione e cura di patologie specifiche: in questo la sanità deve garantire a tutti i cittadini il diritto alla salute, a prescindere dalla loro condizione economica; l’assistenza sociale, invece va erogata a quelle fasce di cittadini che non sono in grado di procurarsi da soli un decoroso benessere, anche a causa di patologie invalidanti stabilizzate: in tal caso, oltre che gli erogatori specifici dell’assistenza sociale, va chiamata in causa anche la sanità, se vogliamo rimanere fedeli alla definizione che al termine “salute” ha dato l’Organizzazione Mondiale della Sanità: la salute è il Benessere fisico, psichico, sociale e relazionale di una persona. Occorre superare la prestazione disarticolata per passare al progetto, al percorso attentamente pensato, accuratamente gestito e oculatamente controllato, ma senza modificare nella sostanza, disgregare o restringere la rete di protezione sociale faticosamente costruita con lotte e sacrifici nel 1900, assolutizzando le pur legittime esigenze della competitività economica, del mercato o del bilancio. I bisogni riconosciuti vanno collocati dentro un progetto di inserimento che tenga presenti soprattutto l’identità e l’autonomia del destinatario. L’erogazione monetaria, che il più delle volte fronteggia appena la sola condizione economica, va attivata solo quando il potenziamento e l’intervento diretto dei servizi non fanno alla bisogna. All’assistenza va preferita la prevenzione ogni volta che è possibile, soprattutto per individuare a tempo le fasce delle nuove marginalità e dei nuovi bisogni. Alla centralità del servizio e del professionista che lo eroga va decisamente sostituita la centralità del cittadino/utente con il suo concreto bagaglio di esigenze, bisogni, attese.

Oggi occorre gente come l’attuale Sindaco di Firenze, Domenici, che, all’annuncio del taglio dei trasferimenti dall’Amministrazione centrale ai Comuni, come prima cosa ha detto: “La spesa sociale non si tocca”. Ci vuole gente che, come ha fatto il Ministro Damiano a Ballarò del 30 gennaio 2007, seccamente, ha privilegiato la destinazione sociale per le maggiori entrate fiscali che (pare) sono in arrivo nelle casse esangui del nostro Stato. Terza urgenza: l’attivazione di nuovi protagonismi sociali Ma oggi occorre anche riconoscere cordialmente e potenziare come merita l’azione di nuovi soggetti promotori di giustizia: il volontariato, la cooperazione sociale, il privato sociale. Sono gli attori le cui caratteristiche abbiamo illustrato nella sezione intitolata “La nostra cultura” e che lo Stato italiano (come abbiamo visto) ha giusta-

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mente sentito il bisogno di inquadrare nel nostro sistema sociale; con una legislazione che prende le mosse dalla 266/1991 alla Legge 381/2002. A questo punto occorre premettere che lo Stato non può abdicare al suo ruolo. Allo Stato compete • la guida della programmazione d’insieme dell’impegno sociale: la messa a fuoco dei criteri, l’articolazione degli interventi, la decisione dopo la discussione; • la metodologia e l’operatività del controllo dei processi avviati a realizzazione; di capitale importanza, nel settore della disabilità, la recente istituzione dell’Unità Multidisciplinare Valutativa (UMV); che però non funzioneranno se non riusciranno a coinvolgere a tutti i livelli di teste pensanti del privato sociale; • la determinazione dei parametri sulla base dei quali distinguere il “privato sociale” dal privato speculativo; • il monitoraggio continuo dei suoi comportamenti, la possibilità di chiedergli conto ad ogni passo. Il volontariato, la cooperazione sociale e il privato sociale, quando sono autentici, non solo possono, ma debbono riconoscere allo Stato questo diritto/dovere, e sollecitarlo, e esigere che venga messo in atto. Premesso questo, occorre precisare che si parla di attori nuovi. Nuovi e necessari perché • è cresciuta in anni recenti la richiesta di personalizzazione dell’intervento sociale: le fasce deboli si sono fatte sempre più esigenti, e domani (ce lo auguriamo con tutto il cuore, per il bene di tutti) nessun disabile si accontenterà più di sopravvivere, ma vorrà com’è giusto accedere anche a quei beni immateriali che “fanno” la qualità della vita; ebbene, lo Stato non ha gli strumenti, ideali e operativi, per far fronte a bisogni - che esigono un alto spessore d’umanità, - che presuppongono una decisa volontà di instaurare con chi fa fatica un rapporto da persona a persona, - che presentano pieghe dentro le quali l’elefante/Stato non può penetrare. • è cresciuta in anni recenti nella società civile la richiesta di protagonismo nell’impegno sociale; gli operatori che si sentono portatori di una particolare vision della vita e del rapporto preferenziale con gli ultimi pensano giustamente di aver diritto ad una propria mission in proposito; e chiedono che lo Stato, passando dal regime di convenzione al regime di accreditamento, inglobi il loro impegno nella propria compagine di Stato moderno. Da qui nasce la necessità, o per lo meno l’estrema opportunità, che, senza abdicare alla funzione che gli è propria, lo Stato in alcuni settori faccia un passo indietro.

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Necessità che si pone, • in negativo, come rinuncia dello Stato al delirio di onnipotenza nell’azione sociale; • in positivo, come tensione all’allargamento della base dello Stato stesso. Oggi lo Stato ha preso atto che certi problemi sociali non possono essere affrontati con i provvedimenti di routine, né con logiche che magari altrove hanno la loro piena giustificazione. “Faccio tutto io”, diceva la Regione Umbria nei primi anni ’70. E nel settore della disabilità tentava di realizzare con mezzi propri (cioè con la logica della pura e semplice assunzione lavorativa) addirittura dei gruppi/famiglia. Poi fu il sindaco Zangheri che per primo, alla metà degli anni ’70, dal governo del Comune di Bologna, lanciò lo slogan: “Programmare e controllare di più, gestire di meno”. Sulla tendenza dello Stato a restringere nel sociale l’area del suo intervento diretto l’inopinato recupero del principio di sussidiarietà, condiviso da tutte le forze politiche, è arrivato… come l’olio sul lume.

Oggi lo stato deve associare al proprio impegno sociale le realtà del Privato Sociale alle quali riconosce un “alto valore aggiunto”. Nel contesto della necessità dell’allargamento della base dello Stato già alla fine degli anni ’80, per bocca del presidente prof. Cotturri, ci veniva prospettata, a noi delle Comunità di Capodarco che frequentavamo a Roma, in Via della Vite, il Centro per la Riforma dello Stato (fondato da Pietro Ingrao), l’opportunità di chiamarci non più privato sociale, ma pubblico senza Stato: talmente forte era la valenza politica che, nel campo della disabilità e del disagio sociale, veniva riconosciuta alle Comunità di accoglienza.

Un’operazione importante e delicata, perché essa, per venire portata avanti nel modo giusto, abbisogna di un RICONOSCIMENTO DEL PESO POLITICO DELLE MOTIVAZIONI PERSONALI. Il nostro non è uno “Stato etico”, che presuma di atteggiarsi a fonte di valori. Di conseguenza allo Stato non interessano, in sé e per sé, le motivazioni per le quali un certo operatore fa certe scelte, altamente positive per questa o quella categoria di emarginati. Allo Stato interessa solamente (o… dovrebbe interessare) il risultato di quelle motivazioni, la qualità della prestazione che esse producono, l’impatto che esse hanno sul sociale. Se la cura dei ritardati mentali porta qualcuno a condividere la propria vita con loro, lo Stato, che da parte sua non potrà mai chiedere ad un suo dipendente di fare una scelta del genere, ma dovrà limitarsi ad esigere dai suoi dipendenti, ai quali demanda la cura dei meno fortunati, professionalità, buona educazione, delicatezza, non può non coglierne il peso politico di quella scelta. Lo Stato non solo ignora, ma deve ignorare parole come “atteggiamento oblativo” o “disponibilità a 360°”; sarebbe delittuoso ignorare l’impatto reale che, quando esprimono valori autenticamente vissuti, quelle parole hanno sulla qualità della prestazione che lo Stato finanzia.

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Capitolo Sesto

IL Welfare State nel settore della disponibilità In data 3 gennaio 2007 il Presidente della Comunità di Capodarco dell’Umbria ha inviato alla Presidente della Giunta Regionale dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti, all’Assessore alla Sanità Maurizio Rosi e agli Apicali di quello stesso Assessorato, Romagnoli e Perelli, il contributo che nel novembre del 2006 gli è stato richiesto dall’apposito Gruppo di Lavoro, incaricato di redigere il testo da sottoporre alla Giunta Regionale al fine di abolire i Presidi socio/riabilitativi noti oggi con il nome di Ex art. 26 e di sostituirli con altri presidi, più idonei alla bisogna.

La premessa necessaria Anche se la proposta dell’abolizione degli “Ex art. 26” avviene nel contesto della recente scelta della Regione Umbria, che (dopo che l’aveva fatto il Governo centrale con la riforma del Titolo V della Costituzione e con la Legge 328/2002, sul Sistema integrato dei servizi) ha inserito nello suo Statuto il Principio di sussidiarietà, la legislazione che le varie Regioni sembrano voler varare non darebbe nessuna chance alla nascita di una realtà come la nostra, quella della Comunità di Capodarco dell’Umbria.

Il recupero del buonsenso Le nostre osservazioni più pertinenti e maggiormente legate all’esperienza più che trentennale che abbiamo maturato vogliono collocarsi su questa falsariga. Senza dimenticare alcune altre nostre osservazioni, annose, che avrebbero dovuto essere prese in considerazione da tempo: • che l’organo della Regione o dell’ASL che stabilisce l’ammontare della retta sia lo quello stesso che fissa l’organigramma al quale è tenuto l’ente che percepisce quella retta; • che ci venga finalmente concessa l’autorizzazione che chiediamo dalla notte dei tempi: l’autorizzazione a fatturare l’80% della retta nei giorni nei quali i nostri “ricoverati” si assentano per particolari incombenze o ricorrenze; la Regione Umbria ha sempre fatto orecchie da mercante; e i nostri Amministratori vivono il mese di dicembre come gli eroi di Fort Apache, perché, tra tredicesime e i “buchi” dovuti al fatto che giustamente molti dei nostri “ricoverati” desiderano passare le feste in famiglia, la dèbacle sembra ogni anno imminente...

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Le mine vaganti delle politiche per l’handicap Le politiche per l’handicap debbono oggi fare i conti con delle vere e proprie mine vanganti, che sono tutte di taglio culturale. C’è una cultura dei soggetti forti che, nei confronti dei soggetti deboli e dei disabili in particolare, anche quando non lo dice, giustifica le maggiori aberrazioni: • il custodialismo, la convinzione cioè, espressa o sottintesa, che mentre tutti hanno diritto a vivere, il disabile se sopravvive è grassa che cola; • la monetizzazione dell’handicap: quando ad un disabile ventenne gli hai assicurato un reddito, hai fatto tutto quello che c’era da fare; • la medicalizzazione dell’handicap: nella valutazione e nella cura dell’handicap, le necessità mediche hanno la precedenza assoluta su tutte le altre e spesso monopolizzano l’intero intervento; • l’aziendalizzazione delle USL; le USL (Unità Sanitaria Locale) sono diventate ASL (Azienda Sanitaria Locale); era un passo necessario e non rimandabile. Ma l’ASl è anche un’azienda, non solo, né soprattutto. Se nel suo rapporto con le fasce deboli l’ASL si comporta come se fosse solo un’azienda, li stritola. Come a volte accade.

Le traduzioni concrete del primato della persona Oggi tutti sono d’accordo che, nella cura dell’handicap, come d’altra parte nella cura di tutti i malanni molteplici che affliggono i soggetti deboli, il riferimento essenziale è il primato della persona. Rischia di diventare una moda: “Scusi, lei è per il primato della persona?!”: ti guarda come un alieno: perché esiste qualcuno al mondo che teoricamente non è per il primato della persona? Bene. Ma il principio del primato della persona non è materiale da sottoporre alle elucubrazioni degli studenti della facoltà di Filosofia, bensì un’istanza di fondo che deve avere delle traduzioni concrete, in comportamenti concreti. Quali? Le preferenze da accordare Abbiamo detto che lo Stato aggrega al proprio impegno a beneficio dei più deboli le realtà del Privato sociale che presentano un maggiore “valore aggiunto”. E le realtà del Privato che presentano un maggiore “valore aggiunto” sono quelle che mettono in primo piano la persona, quelle per le quali, nella concretezza del loro impegno, un disabile è prima di tutto una persona, poi un cittadino a tutti gli effetti, poi un lavoratore (potenziale, purtroppo, il più delle volte), poi un elettore, poi ANCHE un disabile. Le orga-

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nizzazioni che, nella concretezza del loro impegno, ispirano a questa gerarchia il loro “farsi prossimo” al disabile vanno tenute in palmo di mano. Abbattere l’assurda barriera che separa il sanitario dal sociale Alla luce del primato della persona e dei servizi ad essa destinati la barriera che separa il sanitario dal sociale appare assurda. Non si capisce perché un’appendice infiammata meriti tutto l’impiego di tutte le risorse che occorrono per operarla, mentre si tenta di economizzare sul superamento di una povertà di vita totalmente sconquassata sul piano relazionale. Rivisitare la vera valenza della riabilitazione Sembrerebbe che la “vera riabilitazione” sia solo quella intensiva. E invece, se vogliamo ragionare del benessere della persona e del contributo che essa può dare alla vita sociale, la riabilitazione estensiva potrebbe essere molto più importante di quella intensiva. L’Italia è piena di gente che si è riabilitata fisicamente e adesso vegeta aspettando la morte. Anche le terapie di mantenimento possono essere sottostimate solo da chi non si mette nella prospettiva della persona disabile, ma ne parla come si parlerebbe di un motore in panne. La riabilitazione dell’arto leso è solo l’inizio. Ricoverato e operatore Lo stacco che esiste (o forse bisogna parlare di contrapposizione diametrale?) fra operatore e ricoverato a volte andrebbe ridimensionato, se non addirittura annullato. Quando, ad esempio, la struttura di accoglienza ospita soggetti ad alto tasso di disabilità fisica, che acquisiscono professionalità acclarate in questo o quel campo dello scibile umano, e si laureano con 110 e lode e bacio accademico e diritto di pubblicazione, in Economia (ad esempio), ma più spesso in psicologia o materie affini, e magari condividono la vita di soggetti psichicamente problematici, perché non potrebbero lavorare dentro la comunità che li ospita? Come operatori sociali, educatori, consulenti, ecc. Quanti altri posti di lavoro concretamente potrebbero aprirsi loro, se sul piano dell’agibilità del proprio corpo hanno bisogno di assistenza continua? E la struttura che li ospita dovrebbe continuare a percepire una retta per garantire l’assistenza in ordine a questa agibilità. L’inserimento lavorativo La sproporzione fra le risorse impiegate per l’inserimento lavorativo dei disabili seri e la modestia dei risultati conseguiti è nota a tutti A suo tempo la vecchia USL Alto Chiascio diffuse in proposito balle grandiose. L’inserimento lavorativo va personalizzato. Il mio amico Filippo, che, grazie anche al fatto di essere congiunto di un Magistrato, ha lavorato 20 anni in un Ministero romano, ne parla come di “Venti anni d’inferno”. La soluzione che il nostro sistema comunità/cooperative, in 30 anni di prove

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e controprove, ha messo a punto merita un’attenzione diversa da quella che finora le è stata riservata.

La vera novità del principio di sussidiarietà Ma la novità dell’assunzione del principio di sussidiarietà per noi ha veramente del grandioso, perché con esso noi del Privato Sociale in qualche modo entriamo a far parte dello Stato. E questo da parte dei competenti organi dello Stato comporta un atteggiamento nuovo nei nostri confronti. “Comporta”? Meglio: dovrebbe comportare. Perché l’handicap con estrema facilità tracima in emarginazione socio/culturale; e l’emarginazione sociale non è la patologia di una singola parte della società, ma uno dei sintomi più eclatanti di un’intera società malata. La valenza concreta delle istanze ideali Esistono delle realtà di accoglienza del disabile che portano avanti nella vita di ogni giorno istanze ideali di prima grandezza. Nel nostro caso queste istanze hanno un duplice nome: autogestione e condivisione della vita. La presenza di queste istanze, che funzionano secondo la logica dell’utopia e hanno quindi dei percorsi particolari, ma fecondissimi, merita di essere attentamente valutata da parte dello Stato, sul piano del benessere della persona che esse possono produrre. Rapporti collaborativi, non puramente ispettivi Le ASL non possono più limitarsi ad “ispezionarci”, prescrivendo e imponendo, ma, pur conservando con tutta la necessaria autorevolezza il compito di programmare con oculatezza e di verificare con puntualità, devono anche farsi carico delle nostre realtà. Un ruolo attivo nell’UMV (Unità Multidisciplinare Valutativa) Ridurci ad uditori quando si tratta di valutare lo stato del disabile che ci chiede accoglienza, o lo stato del disabile del quale ci facciamo carico magari anche da molto tempo, è inaccettabile. Noi disponiamo di competenze professionali pari e a volte superiori a quelle delle quali dispongono gli operatori o i funzionari dell’ASL, mentre sul piano dei rapporti umani interpersonali abbiamo evidentemente da dire cose che solo il diuturno rapporto con gli accolti permette di dire. Nell’UMV la realtà da valutare deve poter disporre di una nostra presenza, corposa e decisionale, anche se minoritaria, ma con possibilità di appello all’istanza di livello superiore. Escluderci dalla strutturazione di questo

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momento decisivo del cammino di riabilitazione della persona svantaggiata non solo è offensivo nei confronti della nostra lunga e ponderata esperienza, ma è in flagrante contraddizione con il conclamato Principio di Sussidiarietà. La certificazione della qualità La certificazione della qualità dei servizi erogati va fatta con serietà e continuità, non però con metodi “estrinseci” (come quando entrano in gioco solo l’agibilità dei locali e l’organigramma), ma adottando, debitamente corretti, i metodi seri in uso per le aziende serie, però con tutta quella serie di accorgimenti che il CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza) ha messo a punto e ha pubblicato per i tipi dell’EGA nell’aureo libretto intitolato La qualità prende servizio.

La Prudenza nell’applicazione dei principi Dal tempo di Aristotele la prudenza fa parte del corredo elementare della moralità umana, come una delle 4 virtù/cardine; la prudenza è l’attitudine a proporzionare al fine che si intende perseguire i mezzi che vengono adottati per conseguirlo. La nuova mappa delle tipologie di sostegno ai disabili prevede spesso la compartecipazione alla spesa sia da parte dei Comuni che da parte della famiglia. Teoricamente impeccabile, o quasi. Ma anche da pensare con molta attenzione. Perché • la quota spettante al Comune va richiesta - solo dopo che ai Comuni saranno state assicurate le relative risorse; - solo dopo che i Comuni saranno stati obbligati a spendere quelle risorse in quella direzione; • la quota richiesta alle famiglie dei soggetti accolti va attentamente pensata: - se hanno l’assegno d’accompagnamento, e se non l’usano per accompagnare il loro congiunto al lavoro o allo studio (questo era inizialmente l’intento del legislatore), quella dovrà essere la giusta quota a carico delle famiglie; - se non hanno l’assegno d’accompagnamento, ogni benché minima richiesta di denaro alla famiglia potrebbe equivalere alla cancellazione di quanto le realtà come la nostra hanno faticosamente costruito con loro in anni di “prossimità”; i loro genitori accumulano “per il loro futuro”, ma per il loro oggi non scuciono un euro. E qui si apre un capitolo potenzialmente molto doloroso.

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Quando un disabile ricoverato “esce dalla retta” i responsabili dell’ASL si fregano le mani. E questo sarebbe più che giusto, se l’uscita dalla retta equivalesse alla giusta conclusione di un percorso portato a termine. Ma a volte può capitare qualcosa di diverso, come nel caso di D.C., il cui papà, un pensionato semplice e cordialissimo, veniva quasi settimanalmente in comunità e gioiva dei grandi progressi che D. stava realizzando; ma alla sua morte la cognata, che nel frattempo aveva perso il suo lavoro extra moenia, ha pensato bene di trovarsi un lavoretto a domicilio e contestualmente di “dedicarsi a D.”. Oggi D. è chiusa in casa, da anni, come Tutankhamon nella sua tomba. Sarà stato davvero, quello, il suo bene?

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Parte Quarta

L

a nostra SpiritualitĂ


Il Refettorio delle Monache. L’armonia assoluta. Il ritmo dei volumi. I punti fermi dei capitelli. La tenera dolcezza delle curve aeree. Lo stavano costruendo quando Cristoforo Colombo veleggiava verso le Indie. Gli scranni sono della scuola dei Fratelli Maffei.


Premessa

Spiritualità (don Nazareno Marconi)

Secondo un saggio pubblicato alla fine degli anni ’90 dalla Caritas Nazionale, bisogna partire dalla certezza che Dio, dopo aver inviato suo figlio nel mondo, continua, con il suo spirito, a comunicarsi ai credenti per vivere il suo mistero lungo il corso di tutte le generazioni umane.” Secondo il Concilio Vaticano II, • il soggetto della spiritualità è tutto il popolo di Dio, tutta la Chiesa, in ogni suo membro; e questo assicura alla spiritualità una dimensione fortemente dinamica: il popolo di Dio cresce perché educato dallo Spirito Santo di Dio nell’evolversi della storia; ogni membro della Chiesa è dunque impegnato a chiedersi cosa lo spirito chiede alla chiesa oggi, nella situazione attuale, perché ognuno possa rispondere a quella voce, nella propria responsabilità, con i propri doni e carismi; • la spiritualità cristiana è eminentemente una spiritualità incarnata; nella storia della salvezza l’azione dello Spirito è stata l’incarnazione del verbo: questa stessa spinta all’incarnazione lo Spirito la esercita anche nei confronti della chiesa, popolo di Dio, chiamata anche corpo mistico di Cristo. Mons. Nazzareno Marconi, Rettore del Seminario Regionale Umbro e docente alla LUMSA/ Capodarco/Gubbio ci mette in guardia dal rischio, sempre latente, di costruire una spiritualità avulsa dalla storia, incapace di permeare la situazione concreta e storica, una spiritualità degenerata in spiritualismo; quel tipo di falsa spiritualità che condusse in passato ad atteggiamenti consolatori e sublimizzanti, di fronte a situazioni di povertà e di oppressione. La spiritualità vera è quella che sa trovare la forza che la inserisca nel destino dell’uomo contemporaneo. Il teologo e cardinale Von Balthasar usa in proposito un’espressione molto forte: Nessuno è cristiano a priori; tali si diventa soltanto dimostrandosi cristiani nell’ambito del mondo, nei confronti del prossimo. Io sono cristiano soltanto quando tramite me il cristianesimo si presenta credibile al mondo. Le varie forme di spiritualità che sono nate nell’alveo cristiano potrebbero anche essere definite come particolari curvature di uno stesso ideale, come sottolineature di una particolare parola, che non annullano le altre parole (a cominciare da quella fondamentale: Gesù Cristo), ma di quella particolare parola fanno il proprio emblema. Quante parole emblematiche! Per i Francescani la povertà. Per i Domenicani la sapienza. Per i Gesuiti la militanza. Per Comunione e Liberazione la pre-

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senza. Per l’Azione Cattolica Italiana la mediazione. Per le Comunità di accoglienza la liberazione dei poveri. Per Capodarco la liberazione attraverso l’autogestione dei processi di liberazione e la condivisione della vita. In un incontro del Gruppo Chiesa del CNCA, un religioso contemplativo, P. Mosconi, ci disse che la spiritualità è sempre la linfa che assicura alla vita cristiana personale e comunitaria il carisma dell’autenticità e le prospettive della continuità; per questo, nelle comunità di accoglienza e di condivisone di vita con gli ultimi, la spiritualità deve incarnarsi nella loro storia e trasformare chi le vive da generici credenti a veri, autentici servitori dell’uomo, a cominciare dal più debole. In altri termini, esiste una spiritualità tradizionale che ha come asse attorno a cui tutto si organizza il desiderio umano di Dio, e una spiritualità conciliare che si sviluppa attorno all’amore di Dio per l’uomo; noi siamo decisamente per questa seconda ipotesi: la spiritualità è essenzialmente obbedienza allo spirito, disponibilità ad inserirsi nel progetto di amore di Dio, ma Dio parla non solo attraverso la Bibbia; parla anche attraverso la vita, la storia, la comunità degli uomini. Questa convinzione era presente già nei Padri della Chiesa, che pure attribuivano il primato assoluto alla Parola di Dio. S. Gregorio Magno ha un’affermazione significativa in proposito: Molte cose che nella sacra scrittura, da solo, non ero riuscito a comprendere spesso le ho capite quando mi sono trovato in mezzo ai miei fratelli1. Assolutamente centrale, per calibrare adeguatamente la nostra spiritualità, questo fare perno sull’amore di Dio per l’uomo.

1

MIGNÉ, Seconda omelia a commento del libro di Ezechiele, PL 76, n. 1.

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Capitolo Primo

Una comunità “d’ispirazione cristiana” In questa sua tensione ad accentrare la propria spiritualità intorno all’amore di Dio per gli uomini, la Comunità di Capodarco si proclama non comunità cristiana, tout court, ma comunità d’ispirazione cristiana, che però in quanto tale (art. 3 dello Statuto, comma L) cura al proprio interno che la proposta cristiana venga fatta a tutti i soci. E questo perché abbiamo riconosciuto che quella cultura del gratuito che caratterizza la nostra collocazione culturale ha la sua radice nella visione cristiana della vita, quella Weltanschauung che, come dicevamo nel capitolo apposito, assegna alla solidarietà un posto di assoluto rilievo. Poiché è stato il Vangelo che ha inoculato nel nostro DNA la convinzione che noi uomini siamo un solidum, un tutt’uno. Prendendo in mano la Bibbia Perché dovremmo essere solidali gli uni con gli altri? Perché è bello che sia così? Perché così tutti vivremo meglio? Perché l’uomo è un essere intrinsecamente sociale? La Bibbia ignora tutti questi possibili motivi. La Bibbia afferma soltanto: dovete essere solidali fra di voi perché prima ancora Dio è stato ed è solidale con tutti voi. Il libro della Genesi, con le sue favole teologiche”, articola questa risposta, basandola sul fatto che tre sono le dimensioni costitutive dell’essere umano: • la relazione con JHWH, cui Adamo deve amore ed obbedienza, • la relazione col mondo che egli deve custodire e far crescere, • la relazione con l’altro, necessaria sia per rapportarsi correttamente con JHWH, sia per prendersi cura del mondo. Dalla Trinità alla storia In principio c’è Dio uno e trino. In principio c’è la relazione. I Cristiani non possono limitarsi ad una fede rigorosamente monoteista. Nel grembo trinitario – dice Bruno Forte – va ripensata per intero la storia, perché è lì che si prepara, attraverso quotidiani gesti d’amore e attraverso la celebrazione attualizzante del mistero, il futuro ultimo, quando la storia degli uomini si congiungerà all’esterna storia di Dio e il Figlio consegnerà tutto al Padre, e Dio sarà tutto in tutti. Il patto iniziale progressivamente evolve È nel grembo trinitario che ha preso forma quel patto che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe decise di instaurare con il popolo che si era scelto come partner privilegiato: nessuno saprà mai dire perché. Rinnovato attraverso Mosè, quel patto garantiva a Israele “i beni di Dio”,

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cioè quello che è essenziale nella vita di un uomo: la pace, la prosperità, la fecondità… Ma già nel X sec. (tempo di composizione dei primi salmi) gli Ebrei non si accontentarono più dei “beni di Dio”, ma puntarono al rapporto personale con Lui, perché La tua grazia vale più della vita (Sal 63, 4) e Il mio vero bene è di stare vicino a Dio (Sal 62, 28). Un sogno, I Profeti dei secoli VIII (Isaia) e VI (Geremia), di fronte alle infedeltà del popolo si convincono che l’uomo in quanto tale non ha forze sufficienti per “stare vicino a JHWH: c’è bisogno di una nuova alleanza, garantita da una nuova effusione dello Spirito di JHWH, paragonabile a quella che all’inizio aveva dato origine al mondo. Su questa linea si colloca Gesù. Gesù, il volto di Dio Gesù non solo rappresenta, ma è la nuova alleanza. Rivelando agli uomini che all’inizio c’è la relazione, ci fa sapere che nel cuore dell’Essere infinito ed eterno del quale hanno balbettato i filosofi vivono tre Persone, tra le quali vige un vincolo talmente forte da farne un quid unico, pur lasciando ogni singola persona nella originalità del suo essere. Questo vincolo è LA CARITÀ. Sarà la carità che un giorno, dopo la morte, superata l’opacità del corpo, introdurrà l’uomo nel vivo della vita trinitaria. I nostri Santi mistici vi sono penetrati a fondo, riportandone una sensazione come sgomenta, di stordimento; ma la loro esperienza esalta la nostra possibilità di accogliere il fiume straripante della gioia assoluta.

Ma fin da oggi, nella nostra condizione, di uomini esiliati che faticosamente stanno tornando a quella “patria della storia” che è la Trinità Santissima, la carità ci addita i punti di riferimento sui quali possiamo contare, per non annaspare nel buio totale e intravedere la realtà di quella vita. È qui la centralità della Pasqua: l’Evento Cristo Risorto rivela il mistero trinitario. Il Padre che lo ha resuscitato rivela il Figlio che risuscitando diviene IL VIVENTE, per antonomasia, il centro reale di ogni vita; e rivela lo Spirito Santo che congiunge sia il Padre che tutti gli uomini al Risorto, rendendoli vivi di vita nuova.

Il primato della carità Intorno a questo primato della carità deve necessariamente strutturare il proprio discorso ogni forma di spiritualità che voglia definirsi cristiana ed esserlo veramente. E dunque innanzitutto bisogna calibrare attentamente la natura della carità, che nel linguaggio corrente è stata il più della volte declassata addirittura ad “elemosina”. La carità è una virtù teologale. Aristotele ha individuato, a fondamento del comportamento morale dell’uomo, quattro virtù, dette cardinali, perché sono

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come il cardine della moralità umana, e devono fermentare all’interno di ogni altra virtù: la giustizia (il dare a ciascuno il suo), la prudenza (il saper commisurare ai fini morali che si perseguono gli strumenti che si scelgono per conseguirli), la fortezza (la capacità di aggredire gli ostacoli, per superarli) e la temperanza (il non lasciarsi ubriacare dai successi). Alle spalle delle virtù cardinali la visione cristiana del mondo colloca le virtù teologali. Tre: 1. LA FEDE, che ci rende disponibili ad accogliere Dio che rivela il suo piano di salvezza in Cristo; 2. LA SPERANZA, che applica le prospettive della fede all’esistenza personale del credente, 3. LA CARITÀ, che ci fa partecipare alla forza e alla bellezza dell’amore con cui Cristo ha amato il Padre e i fratelli nel suo sacrificio pasquale. Secondo la dottrina cristiana, queste tre virtù vengono infuse, deposte “nel cuore dell’uomo” con il battesimo, allo stato di germi. Allo stato di germe, la carità potenzialmente abilita l’uomo a tendere con tutto se stesso ad amare come Dio ama. Siamo di fronte all’utopia di tutte le utopie: amare come Dio ama. Amare come Dio ama non sarà mai e poi mai possibile, letteralmente, nemmeno nella vita eterna. A meno che si riesca entrare nel cuore di Dio, e… usufruire del fatto che “Dio è uno solo, ma in tre persone uguali e distinte”. Quel “ma” tra noi credenti conta troppo poco: se ne lamentava Rahner, grande teologo cattolico del ’900: i Cristiani sono quasi solo “monoteisti” nella pratica della loro vita religiosa.

Ma nella concretezza delle vita di ogni giorno l’uomo vive su tutt’altro registro. L’uomo a volte sa essere un angelo, ma altre volte, o forse più spesso, è una bestia. C’è in lui, innata e irresistibile, la tensione verso il male: S. Tommaso la collega al fatto che l’uomo, creato da Dio, è stato però creato dal nulla, e il nulla, nelle forme più diverse, continua ad attrarlo. E quello che vale per l’uomo nella sua storia singola vale anche per la storia della grande famiglia umana, che alterna nel suo cammino, sempre accidentato, slanci solidali a terrificanti ritorni dell’egoismo istituzionalizzato. Questo vuol dire che nella storia degli individui come nella storia delle comunità umane la tensione quotidiana deve essere sempre orientata a potenziare le energie migliori e contenere quelle deteriori. È tutto qui il primato della liberazione nella morale cristiana, se la morale cristiana non vuol essere la fotocopia della morale naturale.

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Il Coro delle Monache. Qui per cinque secoli le Sorelle Clarisse hanno pregato per tutti. Tra loro c’è stata anche una Beata, Isabella Gherzi, genovese. La Comunità di Capodarco dell’Umbria è nata, ed insiste, sullo stesso alveo.


Capitolo Secondo

Il Cristianesimo di liberazione In quella stessa tensione alla quale abbiamo qui sopra accennato, la tensione ad accentrare la propria spiritualità intorno all’amore di Dio per gli uomini, che la porta a proporsi come “comunità d’ispirazione cristiana”, la Comunità di Capodarco si è collocata d’istinto all’interno di un particolare filone di quel grande solco della spiritualità cristiana che viene connotato come “cristianesimo di liberazione”. L’art. 3 comma L) dello statuto della Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS, quello del quale abbiamo qui sopra citato la parte finale, recita:… la Comunità di Capodarco dell’Umbria, pur condividendo lo spirito e la prassi pluralista che caratterizza la Comunità di Capodarco, collabora, in modo tutto particolare con la Chiesa locale, per incrementare, all’interno di essa, la dimensione di liberazione personale propria del Cristianesimo. Che la dimensione della liberazione totale dell’uomo, spirituale e corporale, individuale e politica, faccia parte integrante del messaggio cristiano l’ha detto a chiarissime note il Concilio. E questo, nell’immediato post Concilio, ha infiammato il dibattito ecclesiale come mai era successo in passato. La dimensione della liberazione infiamma il dibattito ecclesiale La Chiesa di prima del Concilio sembrava un elefante addormentato. Il Concilio la svegliò a la lanciò su strade prima impensabili, prima fra tutte le distinzione fra Chiesa e Regno di Dio. Il Regno di Dio è molto più ampio della Chiesa, e coincide in pratica con tutto ciò che di bello e di buono il genere umano realizza, sul piano delle coscienze e sul piano delle strutture; al servizio del Regno di Dio (non necessariamente per la sua conversione) la Chiesa è chiamata ad operare. Il dibattito su questo punto delicatissimo era inevitabile: cadeva quella visione “ecclesiocentrica” che per tanti anni aveva strutturato quella serie di atteggiamenti operativi che chiamiamo “la pastorale della Chiesa” e aveva alimentato la spiritualità di tanti Santi. Il dibattito ecclesiale sfociò presto nel dissenso ecclesiale. Nella sua fase iniziale, la fase moderata (1966/67), il dissenso prese di mira le contraddizioni più macroscopiche della Chiesa, ad opera di più di 1.000 gruppi spontanei, esplicitamente impegnati nel suo rinnovamento. Nella fase della cosiddetta contestazione globale (1968/1970), la critica si allargò progressivamente al piano socio-politico: • la Chiesa venne messa sotto accusa come complice della disumanità e dell’ingiustizia prodotte dalle strutture del capitalismo; • in contrapposizione con la Chiesa/istituzione deve nascere una Chiesa di popolo.

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Su questa falsariga si verificarono fatti di clamorosa disubbidienza, come il contro-quaresimale di Trento e l’occupazione della Cattedrale di Parma. Tra gli epicentri del dissenso ci furono la Comunità dell’Isolotto di Firenze (don Enzo Mazzi) e la Comunità di Oregina, a Genova (P. Agostino Zerbinati). In aperta contestazione al Sinodo dei Vescovi del 1971 nasce il Movimento 7 novembre. La Chiesa italiana dovette emarginare queste esperienze, e non poteva non farlo. Lo fece con la tecnica del “muro di gomma”, la stessa tecnica che fiaccò, sul piano psicologico, la follia omicida dei terroristi degli anni ’70 e ’80; chi si lancia a testa bassa contro un muro di pietra una speranza, per lo meno, ce l’’ha, quella che uno sbaffo di sangue rimanga sulla pietra bianca; ma un muro di gomma ti ributta indietro, intontito. Fu così che, con l’acqua sporca, spesso venne buttato via anche il bambino. La accuse mosse alla Chiesa/istituzione: • il suo carattere autoritario e non comunitario; • la sistematica emarginazione dei carismi, in nome della stabilità dell’istituzione; • i mille compromessi col capitalismo; • i mille compromessi col potere. L’epicentro della proposta verteva sul recupero della centralità della povertà, • come rinunzia “al denaro del Vaticano, alla diplomazia e alla Curia”; • come rinuncia a quella presunta forma di ricchezza culturale che pretendono d’essere gli “schemi filosofici”, i quali in realtà non fanno altro che mortificare il Messaggio; • come rinuncia al “legame con qualsiasi forma di potere temporale”; • come rinuncia al prestigio, cioè ad ogni manifestazione mondana che vela l’autenticità del popolo di Dio: da un certo malinteso decoro personale, al trionfalismo delle belle Chiese, all’esibizionismo delle parate di autorità religiose/civili/militari, all’accettazione di onori principeschi e regali non confacenti ai seguaci del Cristo morto in croce; • come rinuncia all’organizzazione di una Chiesa/azienda di tipo commerciale e finanziario, in cui, con la scusa di procurarsi i mezzi per evangelizzare, si sottoscrive e si pratica la logica del profitto e della potenza economica2. Tesi spregevoli? Non mi pare.

2

Cfr. AA.VV., L’altra Chiesa in Italia, Mondadori, Milano, 1970.

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Tre distinte forme di militanza cattolica I cattolici militanti uscirono frammentati da quel dibattito. A metà degli anni ’70 si potevano chiaramente individuare: • i cristiani della diaspora: sostenevano che l’unica presenza cristiana accettabile è quella individuale e di lievito: nessuna presenza cristiana organizzata ha senso, in nessun campo: né politico, né sociale, né culturale; non esiste una “cultura cristiana”; • i cristiani della presenza: la fede va compiutamente (“integralmente”) tradotta in forme e luoghi propri, ben identificabili, alternativi, in tutti i campi: nel politico, nel sociale, nel culturale; fede cristiana e cultura cristiana quanto meno tendono a identificarsi; • i cristiani della mediazione: la fede non può rimanere un fatto esclusivamente privato, ma nel suo applicarsi alla società, alla politica e alla cultura esclude qualsiasi automatismo, esige al contrario mediazioni che fino ad un certo punto sono garantite dalla fede o anche soltanto dalla disciplina ecclesiale, e da quel punto in avanti dipendono dalla personale responsabilità del cristiano; fede cristiana e cultura cristiana si richiamano per linee interne, ma il loro reale rapportarsi reciproco è affidato a molteplici mediazioni, tutt’altro che semplici ed elementari. Esse muovono dalla convinzione che il Padre del Signore Gesù è “il Dio di tutti” e la sua presenza va colta in tutte le posizioni ideologiche e operative che si rifanno ad un alto e nobile concetto di uomo. Su questo sfondo il I Convegno di tutte le Chiese di Dio che sono in Italia (Roma, 1976) sviluppò una riflessione di grande intensità. Roma, 1976: “Evangelizzazione e promozione umana” Sul tema “Evangelizzazione e promozione umana” verteva il primo dei quattro convegni ecclesiali voluti dalla Conferenza Episcopale Italiana. Gli altri tre: Loreto 1985, Palermo 1995, Verona 2006. Fu un convegno spumeggiante di aperture inaudite. La relazione finale del Vescovo/pompiere, che ufficiosamente era stato incaricato di spegnere i focolai d’incendio, cercò di ridurre artatamente ad unanimità i termini di quel dibattito, ma il mormorio ostile e crescente dell’Assemblea costrinse Sua Eccellenza a troncare prima della metà il pistolotto di decine e decine di pagine che sperava di poterci ammannire: ricordo senza gioia il suo volto affranto, mentre chiudeva la cartella nella quale giaceva il suo pistolotto. La paura era quella che la Chiesa, nel suo dedicarsi alla promozione umana, perdesse la propria fisionomia. La paura era quella che l’evangelizzazione si riducesse a promozione umana. Il riassunto normalizzante che Sua Eccellenza aveva tentato era solo rimandato. Nella presentazione ufficiale degli Atti del Convegno si legge: Anche dopo il

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convegno il senso autentico della missione della Chiesa dev’essere alla base del nostro rinnovamento e delle nostre iniziative. E questo non può che richiamare il primato dell’evangelizzazione, la quale costituisce la missione fondamentale della Chiesa e ne esprime la grazia, la vocazione e l’identità sua propria. E si ha autentica evangelizzazione solo quando il messaggio di Cristo viene riproposto... in tutta la sua la sua genuina integrità e nella sua autentica dimensione religiosa; la minaccia è quella della riduzione del cristianesimo a umanesimo. L’antidoto contro questo pericolo va colto in un’evangelizzazione che conduca ai sacramenti e, dai sacramenti resa efficace per la salvezza, possa essere testimoniata dalle nostre Chiese locali nella loro sempre maggiore conformità a Cristo, con la concretezza d’una vita di trasparenza evangelica e di servizio ai fratelli. Tutto vero, ma non era quella paventata l’angolazione dalla quale la problematica era stata affrontata, per lo meno nella VI Commissione, della quale lo scrivente fece parte. Il Convegno Evangelizzazione e promozione umana, pur senza uscire dal binario della scelta prioritaria dell’evangelizzazione, suscitò tuttavia una moltitudine di problemi • in ordine al rapporto fede-vita, • in ordine al rapporto fede-politica. E su questi problemi il dissenso non solo era possibile, ma obbligatorio, perché il monolitismo cattolico era morto con il Concilio, era finita per sempre la concezione della Chiesa come un sistema di cerchi concentrici e interdipendenti: nel cerchio centrale la Parola e i Sacramenti, nel cerchio successivo la Gerarchia e il Clero, poi i laici strutturalmente legati alla Gerarchia nel loro impegno apostolico, poi il sindacato d’ispirazione cristiana, infine, sul cerchio più largo, quasi a tenerli insieme tutti, la Democrazia Cristiana. Uno schema accantonato, perché il pericolo di soffocamento era troppo alto. Modesti gli esiti operativi Il grande Convegno alla fine dei conti fu poco più che un auspicio. Perché? Perché • il contesto italiano cui esso si riferiva, e che dava l’impressione che il “diritto di cittadinanza” sarebbe stato a breve scadenza riconosciuto a tutti, anche agli emarginati, si deteriorò rapidamente; - all’esaltazione abbondantemente artefatta dei “momenti partecipativi” e alla proclamazione del tutto retorica d’un fumoso “protagonismo di tutti”, subentrarono rapidamente scelte di politica sociale residuale; - non fece più scandalo la ricchezza accumulata in tempi brevissimi; - i sociologi cominciarono a parlare della “società dei due terzi”, dando per non recuperabile il terzo mancante;

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- i teorici della politica smisero di parlare dell’utopia dell’Uguaglianza, per concentrarsi (?!) sulla “realistica” dimensione della “giusta disuguaglianza”; • lo stesso Convegno, nonostante l’entusiasmo suscitato, non ebbe grande seguito nelle iniziative pastorali dell’episcopato italiano3; non per cattiva volontà, ma per carente preparazione. E così i problemi che allora erano sul tappeto ci sono anche oggi, forse ancora più vivi che in passato, perché • rilanciati sul piano politico/sociale - dal crollo del muro di Berlino, - dal dilagare della cultura neoliberista, - dal pensiero debole, - dalla nuova situazione strutturale della vita politica in Italia: sembra che la scomparsa della Democrazia Cristiana obblighi la Chiesa italiana ad intervenire in prima persona nella politica; • rilanciati sul piano ecclesiale - dal dilagare dei movimenti spiritualisti, come il Rinnovamento dello Spirito e il Movimento Neocatecumenale, che recuperano con forza istanze fondamentali del cristianesimo, ma ne minimizzano l’impatto con la storia; - dal trionfo dell’Opus Dei, che nei poveri vede quella fascia di popolazione che “va amorevolmente aiutata” (a sopravvivere), non certo un’istanza di primaria grandezza sul piano della fede; - dalla linea pastorale di Papa Wojtyla che, per quanto sensibilissimo alle istanze sociali, ha sempre portato in sé i germi (anche patogeni) di un anticomunismo viscerale, acquisito nella lunga esperienza di oppressione da parte del socialismo reale. Viva, anche se in forma di germe, l’istanza culturale Ma la vera portata del Convegno Ecclesiale del 1976 era tutta culturale, grazie al filo conduttore che l’unificò per intero; e questo filo rosso fu l’attenzione riservata alle “nuove povertà”. La tesi che nel contesto italiano non si può più parlare di poveri da assistere, ma di emarginati che chiedono di veder rispettati i propri diritti, aleggia ovunque nel Convegno4. La grande novità culturale di questa affermazione elettrizzò noi convegnisti. E in questo clima i tre spunti che risultarono particolarmente significativi furono: • il recupero dei profeti disarmati, quei “preti scomodi” che anche 3 4

Cfr. A. MASTANTUONO, Volontariato e profezia, EDB, Bologna, 1991, 191. Ibid., 186.

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dopo il Concilio erano stati abbondantemente emarginati dalla Chiesa italiana; se ne incaricò il prof. Bolgiani, e lo fece nei termini chiari e distinti, costituzionalmente allergici a ogni diplomatica sfumatura, che usano nel loro lavoro quotidiano i miti cultori di cose antiche; per tutti noi sentire esaltare don Milani, in un momento così alto della vita ecclesiale e con il card. Florit seduto in prima fila, non era così di tutti i giorni; • il superamento delle analisi d’impianto ideologico-piagnone, a vantaggio di analisi di tipo strutturale; gli interventi che ascoltammo in aula e in commissione facevano riferimento assai frequente e puntuale alle condizioni concrete (“materiali”) della vita e alle strutture emarginanti della medesima, quelle che più tardi Giovanni Paolo II avrebbe chiamato strutture di peccato; e mons. Nervo ci chiedeva di non parlare di promozione umana in modo indifferenziato, come se tutti camminassero sulla stessa linea. Ci sono persone che hanno molte opportunità di promozione umana, altre meno, altre pochissime, altre sono bocciate: sono gli emarginati...5: coloro che, fin dalla più tenera infanzia, erano stati abituati ai lugubri e sterili piagnistei sulla “caduta dei valori”: avevano l’impressione che qualcuno avesse aperto all’improvviso la finestra; • un’inedita riconsiderazione delle esperienze di frontiera: per chi, vivendo in una comunità d’accoglienza che diventava ogni giorno sempre meno “cristiana” e sempre più “d’ispirazione cristiana”, sentiva spesso sul collo il fiato del sospetto condito di miele velenoso e l’accusa di orizzontalismo improntato a gusto dell’avventura; suonavano riparatorie e incoraggianti le parole di De Rita: È il sintomo più sicuro di incultura e di vigliaccheria dire che l’attenzione allo sviluppo della società è compito o patrimonio di persone, strutture, gruppi che stanno, come avanguardie culturali, o avamposti sociali, ai confini fra chiesa e realtà sociale; quasi che la comunità ecclesiale abbia il bisogno e/o la furbizia di mandare avanti altri, a coltivare utopia e impegno, per poi aver tempo e base per riflettere, ruminare, mediare. Chi si arroga un tale compito securizza se stesso e deresponsabilizza tutti noi. Gli applausi scrosciarono a lungo. Su quella linea culturale, una vera e propria fioritura. E Capodarco Che Capodarco sia credibile come riproposta di quel “Cristianesimo di liberazione” che, delineatosi in Concilio, dette respiro ampio al Convegno del 1976 sono gli studiosi a dirlo6. 5 6

Ibid., 189. Ibid., 167-169.

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Scrive uno di loro: Non possiamo qui rendere conto di tutti i gruppi (nati nel post-Concilio) ...alcuni dei quali hanno raggiunto una certa notorietà e diffusione, come la Comunità di S. Egidio, il Gruppo Abele di Torino, il Centro Agape di Reggio Calabria... Fra queste esperienze scegliamo la Comunità di Capodarco, che si pone in sintonia con le istanze più innovative del Vaticano II e che diventa paradigmatica in quanto ad essa fanno riferimento molte altre esperienze7. Fino al 1984 la Comunità di Capodarco, che viveva nella Villa Piccolomini dell’omonimo paesino (AP), ribattezzata “Casa Papa Giovanni”, era un’Associazione di Diritto Ecclesiastico approvata dal Vescovo di Fermo e successivamente riconosciuta dallo Stato; il suo nome era Centro Comunitario Gesù Risorto, e la sua ragione sociale era lo sviluppo umano e cristiano degli handicappati. Quel nome (Centro Comunitario Gesù Risorto: Centro Comunitario Jesus Resuscitado) oggi lo conserva solo la Comunità di Capodarco a Penipe, in Ecuador. Ma, al di là del nome, la laicizzazione della Comunità di Capodarco non intaccò nessuno dei valori che la caratterizzavano e la caratterizzano. Il senso della laicizzazione della Comunità Lo statuto del 1984 ha ridotto di molto, SUL PIANO GIURIDICO, l’aggancio con il cristianesimo. SUL PIANO DEI CONTENUTI è cambiato lo scopo sociale della Comunità di Capodarco, che oggi è (come abbiamo sottolineato nel primo capitolo di questo libro) la promozione della persona, con particolare attenzione agli emarginati; ma ancora oggi il suo statuto, all’art. 2, recita: Per la matrice cristiana di parte dei suoi membri e per l’esperienza di servizio all’uomo di tutti i suoi membri, la Comunità di Capodarco è luogo d’incontro e di confronto fra quanti, pur variamente ispirati sul piano ideologico e culturale, ne condividono lo spirito e l’impegno vitale. All’interno della Comunità Nazionale di Capodarco, la nostra Comunità di Capodarco dell’Umbria, che allora, nel 1984, si chiamava “Centro Lavoro Cultura” e che tutti conoscevano come “Comunità di S. Girolamo”, al 3.o comma dell’art. l del suo statuto scrisse: Per la particolare natura della proposta sulla quale la realtà associativa, che con il presente Statuto assume forma giuridica, si è formata ed ha aggregato consensi, il Centro Lavoro Cultura, pur condividendo lo spirito e la prassi pluralista che caratterizza la Comunità di Capodarco, collabora, in modo tutto particolare, con la Chiesa locale, per incrementare – all’interno di essa – la dimensione di liberazione personale propria del Cristianesimo, nel pieno rispetto e nella costante tensione a promuovere e a 7

La voce degli esclusi, numero unico, Porto San Giorgio, 1965.

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valorizzare le storie e il patrimonio ideale e pratico di gruppi territoriali che si siano formati su altre dinamiche; coerentemente, nel pieno rispetto dei valori personali di ciascun socio, cura al proprio interno che la proposta cristiana venga fatta a tutti. Perché, allora, la laicizzazione? • In prima battuta, per il rispetto dovuto a chi vive in comunità e non si riconosce cristiano; • in seconda battuta, per rendere spendibile da tutti e impegnativo per tutti, sul piano antropologico, quel patrimonio ideale che, in un contesto come il nostro, non potrebbe essere né l’uno né l’altro sul piano della fede. Nella Chiesa di ieri e nella Chiesa di oggi Nella Chiesa di ieri, soprattutto nel clima abbondantemente anticonciliare che ha accompagnato la promulgazione del nuovo Codice di Diritto Canonico (1983), questa laicizzazione non è stata vista di buon occhio, per lo meno da quel poco di Chiesa che s’è interessata a noi. La lunga storia dei tradizionali istituti per handicappati era improntata all’equivoco “primato della sofferenza”; non c’era in giro pudore sufficiente per evitare di dire ad un ventenne in carrozzina: “Tu devi soffrire anche la mia parte”: sottinteso che io vedrò di vivere anche la parte tua. E poi in circolo c’erano storie poco credibili (ma molto credute) che raccontavano di perfide suorine che all’handicappato che riceveva la comunione tutti i giorni riservano un ramaiolo di minestra in più... Certo, erano, quelli, gli anni in cui, accanto a tanti effetti positivi evidenti del nuovo Codice che regola la vita della Chiesa, si verificò anche un rilancio del giuridicismo e una contrazione notevole del coraggio apostolico: di fronte ad un tentativo, magari di un prete isolato, magari anche molto discutibile, di riproporre in termini nuovi e magari rischiosi la “potenza liberatrice del Vangelo”, per un vescovo è molto più facile ricorrere al codice di diritto canonico piuttosto che esercitare quel saggio e faticoso discernimento che il suo servizio alla Chiesa richiederebbe. In questioni del genere lo stile d’intervento della Chiesa sembra oggi volgere a nostro favore. Uno stile che in un certo senso viene come “canonizzato” dalle regole dettate da Benedetto XVI, al n. 31 della Deus caritas est: • la Chiesa considera come sue non solo le comunità d’accoglienza che si dicono esplicitamente cristiane, ma anche le comunità d’ispirazione cristiana, come la nostra; • in nessun caso le comunità di accoglienza devono fare proselitismo: l’operatore che ci crede farà anche, con estremo rispetto e discrezione, la sua proposta di fede, ma in nessun caso forzerà il sì di colui al quale la proposta è rivolta.

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Capitolo Terzo

I “Sacri testi” del Cristianesimo di liberazione sul quale Capodarco è nata I “testi sacri” della spiritualità caratteristica della Comunità di Capodarco sono tre: • il numero unico intitolato La voce degli esclusi, del 1965; • il Contributo al II Convegno Ecclesiale elaborato dalla Comunità di Capodarco di Fermo nel 1985; • la relazione che nel 1996 don Angelo M. Fanucci tenne, a Firenze, al Convegno Caritas/CNCA, su “Annunciare la carità, vivere la speranza”. Il “documento di base”: La voce degli esclusi La Comunità aprì i battenti nel Natale del 1966. Ma già alla fine del 1965 il gruppetto di giovani invalidi che da anni andava elaborando il progetto comunitario insieme con Don Franco Monterubbianesi pubblicò un numero unico, La Voce degli Esclusi, che va tutt’oggi considerato come il manifesto della Comunità di Capodarco. Tutto è già chiaro: il “progetto-Capodarco” nasce nella scia del Concilio, e senza di esso non avrebbe mai preso corpo. Andiamo al particolare. Sulla testata, una riproduzione del deserto: come nella prima inquadratura di Teorema, il film di Pier Paolo Pasolini che in quegli anni aveva fatto tanto discutere; ma, mentre nel film la didascalia riporta il versetto dell’Esodo (“E Dio ordinò al popolo di piegare per il deserto”), sulla testata di La Voce degli Esclusi si legge: Bisogna che il deserto fiorisca, e non c’è che il tuo amore che possa compiere il miracolo, Signore! Ma quello che il Concilio ha esplicitamente detto sul tema specifico, quello degli emarginati a causa di un qualche deficit fisico, a La voce degli esclusi non piace. Il Messaggio ai poveri e agli ammalati, inviato dall’Assemblea Conciliare, in calce ai suoi documenti ufficiali, l’ultimo giorno di assemblea (l’8 dicembre 1965), accanto ad altri sei “messaggi” (ai governanti, agli intellettuali, agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai giovani) viene, sì, riportato integralmente nel “numero unico”, ma come confinato in un angolo, quasi con imbarazzo. Effettivamente la chiave di lettura del breve scritto è tutta di taglio consolatorio, vi aleggia piuttosto pesantemente l’equivoco primato della sofferenza e la valorizzazione delle esperienze negative alla quale esso punta; è un qualcosa che si pone sostanzialmente in chiave escatologica, non ancora in chiave pienamente ed esplicitamente storica. Su questa strada è facile passare dalla valorizzazione della sofferenza alla sua professionalizzazione, dalla tesi splendida e vera che tutto, anche il cancro e la morte, può avere un senso e un valore, alla caricatura di quella tesi: Tu, ventenne in carrozzina, hai un compito nella vita:

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quello di soffrire per la salvezza di tutti. Per la “Voce degli Esclusi”, invece, tutto si gioca sulla capacità di liberare storicamente l’emarginato, per farne a sua volta un liberatore. L’area culturale nel quale questo tipo di “nuovo” cristianesimo si muove viene chiaramente denunciata dalla pubblicazione di un intero brano del Saggio sull’amore umano di Jean Guitton, che permette anche un abbozzo di discorso su sessualità e handicap; è l’area del cattolicesimo francese d’avanguardia, quello della Scuola Teologica di Lione, dei De Lubac, degli Chenu, dei Congar…: erano le letture preferite di don Franco. La didattica dell’abbassamento. L’articolo Alla ricerca del vero volto di Dio lumeggia la vicenda umana di Cristo come didattica dell’abbassamento: un tema paolino (l’Apostolo parla di kènosis) che era stato carissimo alla teologia protestante di Karl Barth e di Dietrich Bonhöffer, ma era pressoché ignorato dai teologi italiani e del tutto sconosciuto alla predicazione. La voce degli esclusi ne dà una lettura particolarmente intensa: • la vicenda umana di Cristo comporta l’abbattimento, in radice, di ogni steccato (perché la vita degli uomini è di una sola stoffa); • la vicenda umana di Cristo chiarisce il senso della filiazione nostra al Figlio di Dio, come associazione ai progetti e alle ambizioni del Padre; • la vicenda umana di Cristo porta a definir il peccato come gesto di isolamento e di rassegnazione a dei limiti. Il primato teologico/culturale dei poveri. L’articolo La Chiesa è soprattutto dei Poveri fa riferimento alla tematica forse più cara, nell’immediato postConcilio, all’immaginario collettivo dei cristiani “impegnati”. La voce degli Esclusi sviscera quell’affermazione per approfondimenti successivi, secondo diversi piani di valore. • Cristo ha fatto proprie le sofferenze dei poveri. • I poveri hanno una connaturale funzione stimolatrice nei confronti della coscienza di tutti. • I poveri insegnano come liberarsi dai miti delle mode culturali. • I poveri possono come nessun altro offrire a tutti l’indicazione sul dove cercare la vera libertà. • Sul piano religioso la povertà può diventare vera e propria liturgia di Cristo. • Il povero possiede la misura dell’autenticità del rapporto con gli altri. In chiusura, tutto viene come riassunto in una splendida tesi: I poveri sono mediatori fra il mondo e la Chiesa, perché la Chiesa possa essere mediatrice fra il mondo e Cristo. Sono solo alcuni spunti, ma dalla loro analisi risulta ben chiaro che cosa voglia dire “cristianesimo di liberazione”.

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È un cristianesimo • che non ignora ma presuppone il discorso dell’ortodossia, e punta tutto sull’ortoprassi; • che muove dalla coscienza d’avere in sé potenzialità enormi per riscattare l’uomo dalle molte ipoteche che, a tutti i livelli, gravano su di lui; e questo non solo per la vita eterna, ma come capacità di produrre vita umana concreta dentro la storia umana concreta (che è poi la materia del Regno eterno di Dio); • che sente di dover tenere viva la parzialità evangelica, quella della pecora smarrita; ma non l’interpreta pietisticamente, bensì in chiave di appello alla dignità e di servizio al riscatto di tutte le persone. In questo contesto di spiritualità della condivisione non sospirosa, né aleatoria o volontaristica, ma radicata nel solco tracciato già dagli Atti degli Apostoli, l’invito è quello di andare oltre, recuperando ciò che è nostro e rimettendo al centro le domande radicali. Il Contributo di Capodarco al II Convegno delle Chiese Italiane (Loreto, 1985) Il secondo “testo sacro” della nostra spiritualità è un piccolo, prezioso documento, tirato col ciclostile, ma chiaramente segnato dalla forte personalità di don Vinicio Albanesi; elaborato a titolo di contributo all’imminente II convegno ecclesiale, s’intitola “Comunità di Capodarco, Contributo al II Convegno Ecclesiale, pro manuscripto, Capodarco di Fermo 1985”. La Comunità di Capodarco – sostiene il documento – è nata da un gesto di ribellione contro chi, in nome d’un Cristo che non è mai esistito, voleva ottundere il desiderio di vita di giovani handicappati per insegnare loro la rassegnazione precoce. A questa assurdità essi risposero proclamando nel loro “Manifesto” che la rassegnazione precoce è il più grande dei peccati8. E questo in piena coerenza col testo evangelico dei “servi inutili”9. Quel messaggio – sostiene Capodarco – è tuttora di estrema attualità, perché la tendenza difficilissima da sradicare è, sempre quella: Si dà per scontato, ineluttabile, quasi naturalmente necessario, lo schema primi/ultimi, oppressori-oppressi, santi/peccatori, convertiti/da convertire; innegabile che le cose siano state e stiano così, ma non può essere questa la prospettiva per l’ideale cristiano, in quanto dare per scontato questo schema significa limitarsi ad offrire la logica della riparazione, invece che la proposta della pari dignità per tutti10.

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Lc. 17,10. Comunità di Capodarco, Contributo al II Convegno Ecclesiale, pro manuscripto, Capodarco di Fermo 1985. 10 Ibid. 9

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Diceva don Milani che è molto consolante interpretare la storia in chiave fatalistica: aiutandola i benpensanti a scaricarsi delle proprie responsabilità, si evitano le grane, a tutti i livelli. E si dorme “tranquilli”.

Certo, non possiamo ignorare che la cultura del nostro popolo cristiano è prevalentemente perbenista. Cioè minimalista, conformista, più che sensibile ai richiami della peggiore “aurea mediocritas”, che non ha nulla di aureo, perché non è indotta da robuste frequentazioni filosofiche, ma solo dalla teledipendenza; il popolo cristiano è indifeso di fronte al fascino dell’ovvio e di Sua Maestà l’Audience. Ci vorrebbe di nuovo la pena di morte!; e poi: Lo saprei io come fare con i drogati!; e ancora, Aridatece er puzzone! Questo autentico florilegio del nostro qualunquismo prevede qualcosa che conviene anche agli handicappati: Mica è colpa mia se sei nato distrofico! Già, ma è colpa anche tua, e della cultura che ci ha ipnotizzato tutti, e dell’organizzazione sociale che ci siamo dati, se colui che era soltanto un distrofico è diventato anche un emarginato. Il top del perbenismo qualunquista, oggettivamente, al di là della sincera buona volontà di singoli Cristiani anche squisiti, l’abbiamo raggiunto quando si è diffuso fra le nostre Chiese quello slogan, oggettivamente molto azzeccato, quasi quanto uno dei tanti formidabili spot pubblicitari della SIP, che esortava a Ripartire dagli ultimi. Ognuno ne diede una lettura calibrata su se stesso: chi cominciò ad andare a Lourdes col “treno bianco”, chi promosse una raccolta di fondi. Chi s’era illuso che l’intenzione fosse stata quella di innescare una specie di revisione integrale del nostro essere Chiesa (Ripartire, perbacco!) fu smentito dai fatti, o meglio dal non-fatto. E allora si parli piuttosto dei primi, e dei secondi, si chieda loro di lavorare ogni giorno ad abolire tutte le classifiche in tema di dignità umana, dentro il proprio spirito non meno che nella materialità dei rapporti tra gli uomini, perché quello degli ultimi non è un problemino che possa risolversi con la generica buona volontà: solo cambiando la logica del potere gli ultimi potranno acquistare dignità e non venire più manipolati11. Centrale, dunque, come sempre, il tema del potere. La Chiesa in quanto tale, in tema di potere, ha davanti a sé, spalancata, la strada evangelica: quella, semplicemente, di cedere potere; così interpretiamo il cantico del Magnificat (Lc.1,46-55)12. C’è stato un momento, nella storia densa, a volte... alluvionale, del Magistero 11 12

Ibid. Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede, Non di solo pane, CEI, Roma, 1979, 273.

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dei Vescovi Italiani, in cui ci è stata insegnata una specie di... allergia della Chiesa all’esercizio del potere. Tra Chiesa e potere non solo può, ma deve instaurarsi una specie di…. reciproca sordità, dovuta al rifiuto intransigente di ogni potere terreno da parte di Gesù13. Era il ribaltamento totale d’una prassi secolare, culminata in quello Stato Pontificio che, nato in chiave di supplenza dei pubblici poteri, s’era poi tranquillamente seduto sulla Poltrona altrui, e ci si era trovato talmente bene da rimanerci per i secoli, senza eccessivi patemi d’animo. Quel ribaltamento è… durato poco: non abbiamo trovato traccia alcuna di “intransigente rifiuto del potere da parte di Gesù Cristo” nel Catechismo della Chiesa Cattolica, nei capitoli dedicati al potere di Cristo e al potere della Chiesa14.

E questo era perfettamente comprensibile, per lo meno fino agli anni ’90 del XX secolo, in un contesto come quello italiano, provinciale, provincialissimo, dove un partito che di per sé era non cattolico, ma di cattolici, veniva in realtà identificato con la Chiesa, e dove una buona parte del clero anziano usa ancora a mo’ d’insulto il nome del “nemico storico” (“comunistaaa!”). Dalla frontiera dell’emarginazione viene l’appello non a disinteressarsi di politica, ma ad interessarsene a fondo. Il potere va comunque gestito, in questo modo o in quell’altro. Ma va gestito. Noi diciamo che, paradossalmente, il potere non va gestito... dall’angolazione del potere, bensì dall’angolazione del diritto del più povero. Merce rara, affermazioni tutt’altro che condivise. È vero che in molte diocesi italiane fioriscono le “Scuole di politica”, ma è anche vero che per molti Cristiani “rinnovamento” vuol dire solo corretta amministrazione, consiste tutto nel riassettarsi l’abito e nel recuperare consenso. Certo, l’aggregazione del consenso è la causa formale della politica. Ma solo subordinatamente ad un’attenta riconsiderazione della politica sullo sfondo della concezione cristiana dell’esistenza. Per un Cristiano, la politica ha anche una causa efficiente (un soggetto primo) e una causa finale (un obbiettivo ultimo). Il soggetto primo della politica è la buona volontà eterna generale, di perseguire tutto il bene comune; il soggetto secondo è la volontà del bene comune così come, concretamente, riesce ad aggregare consensi in un determinato tempo e in un luogo determinato. L’obbiettivo ultimo della politica è la liberazione sociopolitica di tutti gli

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Catechismo Universale della Chiesa Italiana, LEV, Roma, 1992, 141-189 e 239-248. B. MAGGIONI, Radici e figure bibliche della solidarietà, in AA.VV. La solidarietà, Vita e Pensiero 1990, 41.

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oppressi che la storia inesorabilmente ha creato e (intensificando i ritmi, se continua questo trend) continuerà a creare; l’obbiettivo penultimo è quello di battere tutte le povertà che storicamente si riesce a battere. Come Cristiani ci compete il diritto-dovere del culto dell’utopia che si proietta verso l’obbiettivo ultimo in nome dell’energia che le viene dalla presenza del soggetto primo. Non si può fare politica da Cristiani se non abbracciando con lo sguardo e scegliendo come stella polare del proprio impegno Tutto il Bene Comune, e sentendosi frammenti di quella Buona Volontà Generale che lo Spirito di Dio immette nella storia. Solo subordinatamente a questa visione di fondo può e deve essere accettato e potenziato il proprio ruolo come “secondo soggetto”, legato all’“obbiettivo penultimo”. È così che si coltiva il potere... oltre il potere. Fuori di questo quadro non esiste alcuna “politica da Cristiani”. Esiste solo una politica da sagrestani. Il Contributo di Capodarco al II Convegno Caritas/CNCA (Firenze, 1996) Intervenendo il 29 ottobre 1996 al Convegno della Caritas e del CNCA su Annunciare la carità, vivere la speranza, a Firenze, don Angelo M. Fanucci, come presidente di quella che ancora si chiamava Centro Lavoro Cultura e che l’anno dopo avrebbe assunto il nome di Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS, alle centinaia di credenti che erano presenti formulò la proposta di dare vita ad una specifica SPIRITUALITÀ DELLA CONDIVISIONE. Spiritualità in senso cristiano è la particolare angolatura che, nell’ambito della decisione comune a tutti i Cristiani di scegliere Lui come fondamento della vita e la Chiesa come ambito connaturale al cammino fatto con Lui, una persona, o un gruppo di persone, intende dare alla propria sequela. I destinatari della proposta sono dunque innanzitutto coloro che hanno scelto Cristo come modello e la Chiesa come propria casa. Per essi non si tratta d’inventare nulla. Si tratta di esaltare dal grembo della casta meretrix (la Chiesa, “Santa puttana”, così si esprime S. Agostino) che ci ha generato, tra le mille cose nuovissime e decrepite che vi allignano, LA CONDIVISIONE: un’ispirazione di taglio finora rimasto in ombra, o confinato tra gli “eroismi” che in realtà non sono affatto tali. Ma sono anche coloro che per Cristo hanno un grande rispetto e una grande stima delle potenzialità liberatrici del suo messaggio. Anche per chi non riesce a vedere in Cristo nulla più che un maestro eccezionale, una persona eccellente, un cultore coerente della giustizia, uno psicologo finissimo, ecc., questa proposta può avere un senso. Essa viene fatta nella sua interezza, ognuno poi la sintetizza come sa e può nella propria vita. La Bibbia ha un valore normativo determinante per tutti quelli che hanno fede, ha un

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valore culturale enorme (= insegna un eccellente modo di coltivare se stessi) per tutti quelli che hanno cuore e cervello. I contenuti della proposta sono fondamentalmente quattro: IL PRIMATO DELLA GRAZIA. Sulla scia di Gesù di Nazareth (“Senza di me voi non potete far nulla”) la Chiesa insegna che alle sole forze umane è impossibile fare luce fino in fondo sulle dinamiche che davvero “costruiscono l’uomo” e, soprattutto, accoglierle in pienezza nella prassi quotidiana. “Occorre – dice la Chiesa – la Grazia di Dio, la sua iniziativa gratuita; con questa iniziativa si viene a contatto, in via normale, tramite l’Annuncio e il Sacramento”. Tutte le splendide cose che abbiamo detto finora non si realizzano DI NORMA se non accogliendo L’ANNUNCIO CHE Dio si è fatto prossimo a noi da tutti i punti di vista: nella natura, nella storia, nei poveri, ma soprattutto nella PAROLA ETERNA DI DIO FATTO CARNE e NEI SANTI SEGNI DELLA SUA PRESENZA. “DI NORMA” le vie del Signore sono veramente infinite, anche gli asini nella Bibbia parlano; ma la via additata è una sola; e nascere asini non è la migliore delle condizioni idonee a comunicare con gli altri. LO SPAZIO CHE HA AVUTO LA CONDIVISIONE MATERIALE DELL’ESISTENZA NELLA VITA DI GESÙ DI NAZARETH. I trent’anni della “vita condivisa senza commenti” sono il riferimento essenziale della spiritualità della condivisione. A quei trent’anni nella storia del Cristianesimo si è pensato spesso, ma quasi soltanto in chiave di “abnegazione”, di nascondimento del Verbo. Tutto questo rimane di fondamentale importanza. Ma quei trent’anni hanno anche un altro valore, riassumibile in una tesi di questo genere: il Figlio di Dio, pure atteso da secoli, pure nella piena consapevolezza di quanto fossero necessari agli uomini la sua parola e i suoi “segni”, ha scelto di “condividere senza commenti” la vita dei poveri per i dieci undicesimi della sua esistenza terrena, riservando gli ultimi tre anni a spiegare il perché di quella scelta. Per questo la sua prassi di vita è fortemente caratterizzata (dice Maggioni) dall’“incondizionata accoglienza dei poveri, dei peccatori, degli stranieri, degli ammalati, del disprezzato popolo della terra”; e quando gli hanno chiesto di “essere più chiaro” è stato chiarissimo: “Io sono venuto non per farmi servire, ma per servire, e per mettere la mia vita a disposizione delle moltitudini”: Quando avrà preso e spezzato il pane, quando a tutti avrà detto “mangiatene tutti!”, tutti quelli che lo vorranno avranno la possibilità di capire. UNA VERA SPIRITUALITÀ, CHE ABBIA CIOÈ UN’ANIMA E UN CORPO • un’anima, per non ridursi alla (pur necessaria) dimensione politica; • un corpo, per non arenarsi nelle secche dello spiritualismo. Anima e corpo come “sünolon”: non solo indivisibili, ma perfettamente reciproci, e tali da definirsi l’uno in relazione all’altro.

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L’anima è la croce, così come la legge oggi la Chiesa: in chiave di oblatività a 360°. Il corpo è la materialità del vivere insieme con gli emarginati, giorno dopo giorno, non vaghe esperienze di sostegno “spirituale”, ma l’esistenza grezza, il quotidiano in senso materiale: la colazione, Natale, il pianto dei bambini di notte... Gratuità e oblatività in un quotidiano che non ha nulla di speciale. Come quello di Gesù a Nazareth. Una vita che si propone nient’altro che di essere gratuita e oblativa, nel senso più ampio: nell’oblatività è ovviamente compreso l’impegno a dire, quando qualcuno ce le chiederà, le “ragioni della nostra speranza”. UNA CONDIVISIONE DOPPIAMENTE POVERA, perché, pur utilizzando correttamente tutti i mezzi che lo Stato mette a disposizione di tutti (convenzioni, accreditamenti, facilitazioni varie) non fa affidamento né sulla bisaccia ben fornita, né sul paio di scarpe di riserva, ma, pur non escludendo nessuno, privilegia il povero, così come esige la più elementare giustizia. Laicamente. La proposta non ha senso sullo sfondo del micragnoso laicismo, fatto solo di tolleranza, in uso tra gli intellettuali “di sinistra”; il suo senso la proposta l’assume in una laicità vissuta per intero in positivo, nel rispetto rigoroso della coscienza di ciascuno, ma anche con un fortissimo impegno morale a mettere insieme ciò in cui crediamo e speriamo, a cominciare da quelle “ragioni di speranza” che ci hanno indotto a condividere la vita degli emarginati. Don Carlo Molari, quando la commozione ci travolse Come suggello di tutto il nostro discorso sulla spiritualità della condivisione e dell’accoglienza, vogliamo qui ricordare la commozione che ci colse quanto don Carlo Molari concluse la sua relazione al I Convegno del CNCA. Torino, Parco della Pellerina, maggio 1984. Il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza era nato due anni prima, nel 1982, per iniziativa di comunità che accoglievano emarginati assortiti (prevalentemente tossicodipendenti) e che, pur dando all’attività terapeutica il giusto peso, sottolineavano il carattere culturale dei processi emarginanti, secondo un detto programmatico divenuto giustamente famoso tra gli addetti ai lavori: L’emarginazione non è la parte malata della società, ma il sintomo più evidente di una società malata in radice. Tre furono le relazioni memorabili di quel memorabile convegno: quella di Bruno Maggioni (di taglio biblico), quella di Daniele Menozzi (di taglio storico) e quella di taglio teologico tenuta da don Carlo Molari, il brillantissimo docente di Teologia Dogmatica e consulente della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Santo Uffizio) che tanti anni or sono venne emarginato, nessuno saprebbe dire perché. Il destino degli emarginati e dei poveri è quello di essere sempre assenti là dove si decide del loro futuro. Ma la loro missione è quella di vivere in modo tale da

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rivoluzionare le situazioni di male causate dal peccato e da indicare le vie attraverso le quali la Vita si apre faticosamente il cammino nella storia degli uomini. Essi diventano così il luogo privilegiato dove la storia delinea il destino di tutti gli uomini e formula le decisioni da prendere per il futuro dell’umanità. Ma perché ciò avvenga è necessario che gli emarginati, i sofferenti, i dannati dagli uomini non siano lasciati al loro destino. È necessario che altri fratelli si uniscano a loro per accogliere le parole che attraverso di essi il Verbo continua a sussurrare agli uomini e per esprimere l’amore liberatore che Dio ha per loro. Poiché l’amore di Dio non può manifestarsi sulla terra se non attraverso gesti amorosi di uomini, solo se gli emarginati saranno circondati dall’oblatività di fratelli potranno costituire luogo salvifico. La loro condizione diventerà esplosione di forza nuova per l’umanità intera. Quando Gesù moriva sulla croce, fuori della città, ai margini di una festa pasquale, si compiva un delitto, un’ingiustizia si consumava. Ma Gesù seppe vivere in un modo così coerente la sua dannazione, da fare di un delitto degli uomini una riserva di grazia da parte di Dio. Un omicidio divenne un evento salvifico. Non c’era che poca gente a condividere quella tragedia. Ma fu quella condivisione che germinò una nuova umanità. Non è senza significato che tra quella poca gente ci fosse anche sua Madre. Gli aveva insegnato ad amare, avvolgendolo di oblatività, e il figlio “imparò da ciò che soffrì l’obbedienza” (Ebrei 5, 8). Gli aveva insegnato a morire, dato che ogni gesto di amore è apprendimento dell’offerta radicale che un giorno la morte chiede ad ogni uomo. Sotto la croce completò la sua maternità con l’ultimo gesto della sua condivisione oblativa. Gli insegnò a morire fino all’ultimo respiro. E Gesù si consegnò al punto da “essere costituito da Dio Messia e Signore” (cfr. Atti 2, 36). La croce era ai margini della città, e divenne una frontiera per l’umanità intera. La frontiera è sempre marginale. Ma essa è l’unico luogo dove il futuro si introduce nella storia: essa è il centro dell’invenzione della vita. La storia nuova non nasce certo dove si scrivono le leggi, né dove i potenti programmano la spartizione dei beni della terra. La storia nuova nasce dove si sprigionano le forze sotterranee della vita, dove esplodono le invenzioni dello Spirito. Là dove il margine diventa frontiera. Ma perché ciò avvenga è necessario che: • chi si trova in emarginazione viva la sua condizione in modo da sprigionare la forza nascosta della Vita; • chi condivide la loro situazione metta in circolo tale oblatività da cambiare “l’ingiustizia in grazia, la sofferenza in salvezza”.

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“Non c’è dignità senza lavoro”. Non c’è nessuno, nemmeno per i disabili Che ognuno dia quello che può dare, che ognuno riceva quello di cui ha bisogno. Non ti diamo il becchime giusto perché tu possa tornare domani a lavorare. Ti diamo la vita, e la vogliamo da te.


Capitolo Quarto

Carità e Solidarietà Con il Concilio e il Cristianesimo di liberazione abbiamo scoperto che noi Cattolici non siamo i soli a impegnarci per i poveri, né siamo necessariamente i primi della classe. Noi parliamo di “carità” come culmine della vita, che ha senso solo se è oblativa, altri danno lo stesso peso alla parola “solidarietà”, con esiti a volte molto più incisivi dei nostri. Inevitabile, dunque, che solidarietà e carità si confrontino Eppure la parola solidarietà, che esprime tutto questo, è stata per secoli guardata con sospetto dai cristiani. Carità e solidarietà: un lungo conflitto di parole La parola “solidarietà” non esiste nella Bibbia15, ma fino alla prima metà dell’Ottocento non esisteva nemmeno nel vocabolario delle lingue europee. Esisteva la locuzione latina in solidum, che nel diritto romano indicava la responsabilità di soggetti distinti chiamati a rispondere d’un certo atto come se fossero una sola persona. Con la parola solidarietà intendeva presentare se stesso l’ugualitarismo illuminista del Settecento, in forte chiave polemica contro la tradizionale carità cristiana16. Nel linguaggio comune la locuzione carità cristiana ha tre diversi significati: • elemosina: gli spiccioli che scivolano sul piattino del mendicante; ho visto un poveretto e gli ho fatto la carità”; • l’insieme delle iniziative socio/assistenziali della Chiesa; “la carità della Chiesa è presente ovunque nel nostro paese” • virtù teologale, che la fede cristiana vuole sia stata infusa in noi (a livello di germe) dal battesimo insieme con la fede e la speranza; in sinergia con esse, la carità abilita l’uomo ad amare Dio sopra ogni cosa a motivo della sua bontà infinita… e gli altri così come Lui li ama, …ci fa partecipare alla forza e alla bellezza dell’amore con cui Cristo ha amato il Padre e i fratelli17. La polemica illuminista contro la carità come elemosina non può non essere condivisa. Ma gli Illuministi sostengono che la carità come insieme delle attività assistenziali della Chiesa non ha più senso, perché quelle attività non sono quello che

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Ibid., 53. CEI, La verità vi farà liberi, o. c., n. 832. 17 P. LEROUX, De l’humanité, citato in V. Paglia, Storia dei poveri in occidente, Rizzoli, Milano, 1993, 354. 16

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dicono di essere; e questo perché, secondo loro, la carità come virtù non è altro che la versione mitologica della solidarietà umana; una versione in tono decisamente minore, perché impegna ad amare in funzione di quell’unico amore che la religione ritiene veramente degno, fino in fondo, di questo nome: l’amore di Dio18 ed è tutta improntata alla suprema lex del cristianesimo, quella salus animarum (“La salvezza delle anime è la legge suprema della Chiesa”) che impegna il Cristiano a tentare di portare tutti in Paradiso. La virtù che secondo gli Illuministi deve sostituire le carità, messa definitivamente in crisi dall’avvento della ragione, è la filantropia, l’amore dell’uomo in quanto uomo, l’unica forma di amore dalla quale possono nascere iniziative socioassistenziali tese a servire l’uomo amato per se stesso, e non strumentalizzato in funzione del fine soprannaturale che egli si presume sia chiamato a raggiungere. Su queste basi la contrapposizione fra solidarietà e carità ha serpeggiato per due secoli come sottofondo di ogni incontro/confronto fra iniziative a vantaggio dei deboli ispirate al cristianesimo e iniziative analoghe ispirate a una visione laica ed agnostica del mondo. Grazie a questi antefatti il termine “solidarietà” è stato comprensibilmente tenuto a debita distanza dall’area dai credenti: in tutti i documenti pontifici antecedenti il magistero di Giovanni Paolo II il termine “solidarietà” ricorre poche decine di volte. Quando ci si è resi conto che la contrapposizione era tutta strumentale a una polemica storica che aveva fatto il suo tempo, la diga è crollata: nell’insegnamento di Papa Wojtyla l’uso di quel termine si ripropone circa ventimila volte. La diga è crollata perché si è andati alla sostanza; se mettiamo da parte le parole e puntiamo alla sostanza, vediamo che l’istanza solidarista nella Bibbia è onnipresente e si lega a filo doppio a tutti i significati fondanti del messaggio biblico, da berìth19 (alleanza, centrale nel VT) ad agàpe20 (carità, centrale nel N.T.). La diga è crollata quando, messe da parte le parole, si è andati a scandagliare il significato autentico della parola solidarietà, in controluce rispetto ad altri significati meno autentici della stessa parola. Quando, in controtendenza rispetto alla faciloneria dei mass media, si è cominciato a parlare de la solidarietà in controluce su le solidarietà. Carità e solidarietà: una complicità sincera ma provvisoria Solidarietà e carità nell’impegno a favore dei poveri partono insieme. L’amore eterno e infinito di Dio, per inarrestabile forza endogena, cerca le vie dell’uomo, dando origine a una serie di progetti storici che in parte si collegano con la fede in Cristo, ma in parte ne prescindono: si pensi da una parte alla molti18 J. L. MAC KENZIE, Israele, popolo alleato con Dio, in Grande commentario biblico, Queriniana, Brescia, 1977, 1787-1806. 19 J. A. GRASSI, La lettera agli Efesini, in o. c. , 1275-1280. 20 Sollicitudo rei socialis, 38-40.

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tudine degli ordini religiosi nati nel corso della storia cristiana a vantaggio dei più deboli, dall’altra alle portentose invenzioni del volontariato laico di oggi, da Amnesty International a Emergency, da Medicins sans frontières al Tribunale per i Diritti del Malato. Il primo di tutti questi progetti è stata ed è la Chiesa stessa, “luogo della croce, della resurrezione e dei poveri”. Il vertice e il riassunto di tutta l’esperienza ecclesiale è la virtù teologica della Carità. È quindi del tutto naturale che, quando incontra la solidarietà e le sue realizzazioni storiche, la carità ne divenga immediatamente complice. Troppo evidentemente tensione ad amare come Dio ama e assunzione di responsabilità di tutti verso tutti si richiamano l’una l’altra. Gandhi e Francesco camminano a lungo insieme. Ma viene il momento nel quale separarsi. La carità rivendica la propria originalità e denuncia l’insufficienza della solidarietà Quando viene il momento di separarsi? Quando, senza complessi d’inferiorità e senza integralismi, i Cristiani avvertono l’urgenza di richiamarsi a quel “dinamismo integralmente nuovo” al quale Cristo li ha chiamati chiamandoli alla fede. La salvezza è frutto solo della grazia, della libera e gratuita iniziativa di Dio in Cristo e non è raggiungibile con le sole forze dell’intelligenza e della volontà umane. Grazie all’irriducibile distanza fra bisogno e risposta (sia sul piano dell’intelligenza che su quello della volontà), le risposte buone al “perché dovrei essere solidale con i miei simili” possono essere molte, ma, nella visione cristiana della vita, l’unica risposta che decide è sempre oltre. Metà degli anni ’80: una ventina di giovani operatori del CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza), al termine di tre intense giornate di dibattito sulla cultura della condivisione e dell’accoglienza, tenutesi a Gubbio, a S. Girolamo, nella Comunità di Capodarco dell’Umbria, chiedono d’incontrare Sergio Quinzio, il grande e anomalo Cristiano, amico fra l’altro anche dello scrivente, che recitava ogni giorno il rosario intero (150 Ave Maria) e metteva in allarme preti e vescovi per la libertà e l’originalità della sua rivisitazione del Vangelo. Salimmo a Montebello, tra Fossombrone e Fano. Gli raccontano la spremitura delle nostre discussioni, gli chiedono una sua riflessione in proposito. Sergio, i suoi occhi chiari.: “Volete sapere davvero cosa penso di voi?”. Che domanda, Sergio! Siamo venuti quassù proprio per questo! Sergio si liscia più volte la grande barba rossiccia. “Ebbene, sapete quanto vi voglio bene e quanto stimo il vostro lavoro, ma sappiate che voi...: voi non salvate nessuno!”. La solidarietà da sola non basta. Quando si spinge l’acceleratore, ci si accorge che essa “non salva nessuno”.

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La stessa cosa che diceva S. Pier Damiani (+1071) da Fonte Avellana: l’amore tra gli uomini senza l’amore verso Dio è inutilizzabile, rattrappito, senza sapore. Francesco e Ghandi si separano. Ma hanno un grande servizio da rendersi reciprocamente.

La Carità disvela, fonda, abilita e, trascendendola, salva la solidarietà Provocandola ad uscire da se stessa, la carità non abbandona la solidarietà al proprio destino, ma le offre tre indicazioni atte ad “andare fino in fondo”, apre davanti ad essa la possibilità di un triplice, decisivo “balzo in avanti”, in tre direzioni: 1. la carità DISVELA alla solidarietà le sue radici ultime; 2. la carità FONDA la solidarietà sulla più tenace delle rocce; 3. la carità ABILITA la solidarietà a compiere ciò che altrimenti non sarebbe stato nemmeno pensabile. Disvela. La solidarietà non sa da dove viene, né verso dove va, e nemmeno che cosa è. È un piccolo moto dell’anima, occasionale ed episodico? È il risultato d’una tempesta di ormoni impazziti? No. Alla sua base c’è un amore gratuito tendenzialmente senza misura, un amore che cancella il concetto stesso di “nemico”, un amore che, senza escludere nessuno, la sua preferenza la riserva agli ultimi. Dio è Amore, Gesù ne è la prima proiezione nella storia: sulla base di questo amore l’unione fra i discepoli si fa letteralmente in-dicibile. Su questa linea sono nati via via i “miracoli della carità”: quei pochissimi che tutti conoscono, e quei tantissimi che risplenderanno nel Regno di Dio. Fonda. L’“emergenza assoluta del bene” che l’uomo solidale ha sperimentato in sé, come una forza irresistibile, poggia su di un processo di tipo personale, ha come attori delle persone, tende ad un fine di taglio personale, configura un forte cammino relazionale interpersonale. Le persone coinvolte nel processo sono l’uomo e Dio. Il soggetto primo è lui: là dove si pensava che esistesse un’anonima “sorgente”, si scopre un oceano di vita, misteriosa ma anche storica, d’insospettato e insondabile spessore personale: la partecipazione d’amore tra il Padre e il Figlio, nella gioia dello Spirito Santo; e in questa nuova luce quel “cammino della famiglia umana verso l’unità”, che era poco più di un mito di tipo simbolico, assurge ad evento finale che STORICAMENTE si realizzerà alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti; e questo perché il suo protagonista è il Cristo stesso (“Io sono la via...”), come persona STORICA, risorto e operante tra i suoi, vivente in pienezza nella Chiesa, vivo in ogni uomo che abita la faccia del mondo.

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Abilita. Una volta che la carità è penetrata nel cuore dell’uomo, risalendo in tutte le parti del suo organismo, grazie ad una specie di capillarità silenziosa e onnipotente, l’amore umano, in tutte le sue gradazioni (“agàpe” – donazione; “filìa” – nobile amicizia, “eros” – bisogno psicofisico dell’altro), si apre senza più alcuna riserva all’Infinito scoperto come persona, anche se ognuna delle gradazioni alle quali abbiamo accennato conserva una sua originalità e una sua dignità. Ad onta dei “maestri del sospetto” La proposta cristiana è dunque che la solidarietà si apra alla trascendenza. La trascendenza è stata calunniata e ridotta ad alienazione dai “Maestri del sospetto” (Darwin, Marx, Freud), che pure una qualche giustificazione ce l’avevano, nelle distorsioni delle quali soffriva il messaggio cristiano al loro tempo. Darwin ha tentato di convincerci che fra l’animale e l’uomo la differenza è solo quantitativa, non qualitativa: la scimmia è un uomo che non ha avuto…l’ultima mano, o – se preferite – l’uomo è una scimmia accuratamente polita. Marx ha tentato di convincerci che la coscienza non è “una luce”, ma solo la proiezione dei rapporti materiali che un uomo vive nella concretezza di ogni giorno feriale. Freud ci ha messo sull’avviso: attenti!, perché quelle che voi pomposamente chiamate “scelte morali” potrebbero essere in realtà solo capricci del subconscio. Feuerbach ha fatto la sintesi: L’uomo debole si crea un Dio forte. E ancora: Il pensiero dell’al di là è una vigliaccata consolatoria tesa ad evitare surrettiziamente la durezza dell’al di qua. Certo, nella Weltanschauung cristiana la trascendenza è anche un “alto là” alla presunzione dell’homo sapiens e dell’homo faber, ma prima ancora è il punto omega • che struttura l’intero cammino umano, come fa ogni fine nei confronti del cammino che a quel fine porta, • che, rettamente compresa e interiorizzata, riempie di significato l’intera vicenda umana. La trascendenza che salva la storia salva anche la solidarietà.

La Solidarietà storicizza la Carità La Chiesa serve gli uomini trascendendone la condizione e, al tempo stesso, incarnandosi in essa. Nella dialettica fra trascendenza e incarnazione il pendolo oscilla fra posizioni diverse che comportano pericoli diversi; quando sottolinea la propria trascendenza, la Chiesa si stacca e si isola dal mondo, quando invece sottolinea la

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propria full immersion nel mondo, rischia la perdita della propria identità, l’omologazione sull’ultimo umanesimo di successo. All’interno di questa dialettica la solidarietà indica la forma che l’istanza caritativa deve assumere qui e oggi. E questo perché il cuore profondo della solidarietà umana • è la solidarietà interpersonale perché l’uomo, prima di ogni altra cosa, è PERSONA, • è l’appartenenza radicale dell’uomo ad un certo luogo, un certo tempo, una certa cultura. Chi è solidale, prima ancora di impegnarsi a fare qualcosa, scopre là dove vive, nel proprio tempo, nella propria cultura valori e percorsi vitali, ignoti a chi solidale non è. Siamo parte essenziale d’un tutto vitale che ha il volto di tutti: il volto della persona; ogni persona è LA persona, centro di dignità totalizzante, non quantificabile, definitiva: tra tante realtà che hanno valore “in funzione di”, la persona vale quello che vale, rivendica la sua radicale centralità solo per quello che è. La diversità non solo non fa problema, ma è “conditio sine qua non”. La comunione vera è solo comunione fra diversi. È la scoperta dell’altro come Altro, che genera in rapida successione rispetto, fedeltà, cura, gratuità. È stato Giovanni Paolo II21 a definire la SOLIDARIETÀ come ferma e perseverante determinazione a impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo responsabili di tutti, perché tutti siamo uguali come immagine di Dio, riscattati dal sangue di Cristo, oggetto dell’azione perenne dello Spirito”. La definizione si articola in due livelli ben distinti: • a livello antropologico, valido per tutti; parlando un uomo di buona volontà agli uomini di buona volontà, il Papa afferma che la solidarietà in sé e per sé consiste nella ferma e perseverante determinazione a impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo responsabili di tutti; • a livello teologico, valido per chi ha fede; parlando da Papa ai suoi fedeli e ai credenti in genere, il Papa afferma che, in chi ha avuto il dono della fede, la solidarietà può e deve attingere le sue radici ultime. Una definizione che, a livello antropologico, è davvero ben calibrata, perché della solidarietà coglie l’essenza (determinazione a perseguire il bene comune) e al tempo stesso ne delimita i confini:

21

J. L. MAC KENZIE, Israele, popolo alleato con Dio, in Grande commentario biblico, Queriniana,

Brescia, 1977.

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• ferma: non poggia sulle sabbie mobili del ricatto sentimentale, ma abita le fondamenta della persona; • perseverante, cioè incarnata in una serie di comportamenti omogenei; • impegnata sia sul piano politico (“il bene di tutti”) che sul piano interpersonale (“il bene di ciascuno”); • radicata in un vitale senso di appartenenza alla grande famiglia umana, che è il solidum che dà senso e pienezza ad una vita individuale sentita come responsabile verso tutto. Nelle definizioni dell’uomo solidale, un ruolo centrale tocca al bene comune, inteso non come un optional festivo, ma • come un’istanza assolutamente feriale: il bene comune; • non alternativa al bene personale, ma complementare ad esso. Proprio come appartenenza storica, la solidarietà offre un servizio importante alla carità. In negativo, innanzitutto, denunciando le marachelle che possono nascondersi sotto la copertura ideologica offerta dal nome “carità”. Il pericolo delle mezze verità, il perbenismo qualunquista, l’irresistibile fascino dello slogan, l’ossessione verbale del servizio, l’ossessione reale del potere, lo spiritualismo. In positivo la radicale appartenenza al qui e all’oggi addita alla carità una serie di piste: I poveri come luogo teologico, L’autentico rapporto tra carità e fede, L’impraticabilità della rassegnazione, La sottile insidia dell’Age quod agis, Il corretto rapporto fra ortodossia e ortoprassi, La vera riconciliazione, La centralità antropologica dell’Eucaristia, Il taglio cristiano dell’educazione dei giovani. Ognuna di queste piste meriterebbe uno specifico approfondimento.

L’Ultima istanza: Carità e Solidarietà nella cura dell’Handicap Stringiamo. Questo volume condensa l’auto/riflessione della Comunità di Capodarco dell’Umbria ONLUS; questa associazione ha come scopo sociale la promozione della persona, con particolare attenzione agli emarginati, ma questa intenzione di fondo s’incarna soprattutto nell’accoglienza e nella promozione di soggetti disabili. Che “ci azzecca” tutto quello che abbiamo detto finora, in tema di spiritualità, con la concretezza di questo servizio? Le tre parole che sintetizzano l’intervento tecnico sull’handicap La coscienza civile di oggi impegna la società e lo stato a farsi carico del disabile accogliendolo, riabilitandolo, socializzandolo. Tre parole che riassumono con efficacia.

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Accoglienza. L’handicappato non va né isolato né nascosto, ma deve innanzitutto essere e sentirsi accolto come persona; per questo occorre • mettere a fuoco con lui la verità della sua condizione e aiutarlo a rendersi conto che solo l’esercizio di certe sue competenze di persona è stato bloccato dalla malattia, mentre il suo essere persona rimane intatto; • dimostrargli con i fatti che accanto a lui ci sono persone disposte - a scommettere sulla sua persona, - ad instaurare con lui relazioni non funzionali né pietistiche, ma di taglio personale. Chi deve accogliere il disabile come persona? • Colui che si dedica alla sua riabilitazione, e il nostro Corso vorrebbe aiutarlo - a maturare le motivazioni di profilo personalista, il più alto che sia possibile; - a conoscerlo nella sua concretezza, attraverso un tirocinio serio e guidato. • La società nel suo insieme: “recuperare” vuol dire re/imparare a vivere in ambienti sempre meno specifici, destinati solo al disabile, imparare a muoversi senza reti di protezione. Purtroppo questa accoglienza, grazie ad una specie di razzismo strisciante, risulta a volte disturbata da un meccanismo psicologico, che tende a deformare il rapporto con l’handicappato. Il disabile deve giustificare sine die il fatto di essere al mondo. La gente si chiede: • devo accogliere l’handicappato anche se è diverso da me? • oppure devo accoglierlo come se non fosse diverso da me? • oppure devo accoglierlo proprio perché è diverso da me? In realtà l’unica risposta veramente degna dell’uomo è… il rifiuto di rispondere a domande del genere; se vivessimo in una società veramente accogliente, ad alto contenuto di umanità, dovremmo poter dire: NON VEDO PERCHÉ DOVREI MOTIVARMI AD ACCOGLIERE L’HANDICAPPATO. In realtà l’handicappato è quasi sempre un emarginato • o per la tangente inferiore: segregato in casa, a non far nulla per tutta la vita, o relegato in un istituto, a dividere per tutta la vita la camera da letto con cinque estranei, quando nel paese del quale egli è ufficialmente cittadino è ormai rarissimo il caso d’un suo coetaneo che divida la camera da letto col proprio fratello;

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• o per la tangente “superiore”: superprotetto e viziato dall’amore dei genitori, eccessivo e poco rispettoso della sua dignità; coccolato dai giovani del gruppo parrocchiale Caritas, “amici” che se non fosse stato invalido non si sarebbero mai avvicinati a lui; e nel nord Europa lo Stato Buono e Puntuale, che ogni mattina gli fa trovare nuovo di zecca un biglietto di banca da 100 euro sul comodino, con preghiera di metterlo nel portafoglio senza troppe domande sul chi ce l’ha messo, e di restare a letto fino all’ora di pranzo, e di godersi nel pomeriggio la televisione, o, ad libitum, di dedicarsi a infastidire la cassiera del bar. Paradossalmente anche noi Cristiani abbiamo in qualche modo contribuito a fare dell’accoglienza (del disabile e del povero in genere) non la regola ma l’eccezione. È successo quando, innalzando fino al cielo gli eroi della carità cristiana, abbiamo insinuato (press’a poco) un ragionamento di questo tipo: noi Cristiani medi facciamo altre cose, ma ci sentiamo vicini ai tanti preti e frati e suore e laici che, eroicamente, anche a nome nostro accolgono i più deboli. Riabilitazione. La “riabilitazione” è quell’insieme di operazioni che, per quanto possibile, rendono di nuovo “agibili” quelle parti dell’organismo che nel disabile sono state lese dal deficit congenito o dal trauma sopravvenuto. Ovviamente i processi che riabilitano un handicappato fisico sono quasi del tutto diversi da quelli che riabilitano un handicappato mentale. E, all’interno di queste due grandi classi, ogni forma di disabilità ha il suo specifico percorso. Ma tutti i processi riabilitativi degni di questo nome hanno come base la centralità dell’uomo. Si parte dall’uomo per arrivare all’uomo. • Si parte dall’uomo. L’uomo-persona e l’uomo personalità. - Ogni uomo è persona allo stesso, identico modo, con la stessa intensità; lo è per il puro e semplice fatto di esistere come uomo. La persona, centro assolutamente originario e irripetibile di una dignità intangibile, in qualsiasi condizione (materiale o morale) vivano: Caino condivide con Abele il diritto a “non essere toccato”; • Ogni uomo è personalità in un modo totalmente diverso da quello in cui lo sono gli altri uomini. La “personalità” è data dalla capacità di individuare i fini che uno vuol dare alla propria vita e di scegliere i mezzi per raggiungere quei fini. In ordine alla diversità della personalità, ogni intervento va personalizzato, in un delicato gioco di azione/reazione fra proposta del terapeuta e risposta del paziente.

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“Partire dall’uomo” nel rapportarsi con il disabile vuol dire che il terapeuta è animato, al tempo stesso, dal senso vivo dell’altissima dignità intangibile del soggetto del quale si prende cura e dalla realistica percezione delle sue effettive possibilità di recupero. Per arrivare all’uomo. Prima dell’arto va ri/educato e ri/motivato l’uomo. L’insulto alla sua salute fisica è solo l’involucro esterno di un ben più grave insulto: quello fatto a lui come persona; e si traduce sempre in insicurezza forte circa la possibilità e il senso del suo continuare ad essere uomo tra gli uomini. Tecnicizzare l’intero problema è fuorviante: lavorare con un prontuario d’intervento in mano, per applicarlo al “caso” che stai trattando, è assurdo. La componente tecnica dell’intervento ha il suo senso solo all’interno di un rapporto umano face to face, unico, irripetibile. Per un paziente qualsiasi, che abbia avuto una mano bloccata dall’ictus, dargli da sgranocchiare una pannocchia di granturco sarebbe una stranezza; per l’anziano contadino di Burano sarebbe il non plus ultra ai fini del recupero funzionale del suo arto. Il grande sviluppo che, all’interno dello Stato Sociale, hanno assunto ai nostri giorni sia la fisiatria che il recupero psicologico hanno indotto nella cultura di questo settore due autentiche sbornie: • La sbornia meccanicistica nella terapia fisica: nel secondo dopoguerra ha dilagato tra gli addetti ai lavori, a ondate, contagiando a volte anche l’opinione pubblica, una specie di gioiosa enfatizzazione di tutte le tecniche riabilitative. Tornavano da Boston o dall’Austria giovani fisioterapisti pimpanti, sicuri di se stessi e latori di una nuova “buona notizia”: la “soluzione finale” era solo questione di tempo; l’incidenza del contesto umano nel quale l’handicappato vive veniva come rimossa. • La sbornia sociale nella terapia psichiatrica e psicologica: nei primi anni 70 si verificò l’infatuazione specularmente contrapposta: l’uomo è niente di più che il membro d’una data struttura sociale; la vera riabilitazione è tutta nel corretto rapporto con questa struttura. In Italia era il tempo dei CIM, i “Centri di Igiene Mentale” che davano per scontato che la salute mentale fosse una questione di pura e semplice igiene. Era il tempo dei “basagliani acritici”: Franco Basaglia, a Gorizia e a Trieste, ha “abolito i manicomi”, sperimentando la loro non facile sostituzione con proposte splendide ma di difficile realizzazione? Ebbene, i manicomi li aboliremo anche noi. Per decreto. Senza tante “sottigliezze”. “Sbornie”: l’istanza ideologica prevaricava nei confronti delle autentiche ragioni della fisioterapia e della psichiatria, dilagava la strumentalizzazione senza pudore da parte d’un potere politico che aveva un bisogno estremo di gratificazione. Momenti esaltanti e al tempo stesso distruttivi.

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È Inserimento sociale. La socializzazione, o ri/socializzazione, è il traguardo finale di tutto il processo. L’uomo per natura sua è un essere sociale, e senza rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti. La differenza fra individuo e persona è tutta qui: materialmente indicano lo stesso soggetto umano, che però è individuo se rimane compatto in sé, chiuso a difesa del proprio io rispetto a quanto lo circonda; diventa persona quando entra in rapporto dialettico, cordiale, osmotico con la realtà che lo circonda. Per un vero reinserimento del disabile occorre che in lui si affermi la consapevolezza • di essere sempre e comunque titolare di diritti inviolabili, - sia a livello di principio, (un ruolo effettivo, delle amicizie autentiche, una relazionalità vera, una sua sessualità), - sia a livello di esercizio concreto (la scuola, il lavoro, i trasporti, i luoghi destinati all’incontro informale e al culto, al divertimento e al consumo, alla cultura e alla partecipazione, ecc.); • di essere sempre e comunque impegnato ai doveri che l’esercizio di quei diritti rende possibili, a cominciare dal dovere di non lasciare le politiche sociali in mano ad assessori stanchi o a funzionari demotivati. Il diritto del disabile ad un suo ruolo nella società viene oggi universalmente riconosciuto. Un soggetto affetto da spasticità grave (da sempre la spasticità dei movimenti va a braccetto con un’intelligenza non comune) è rettore d’una università. In Italia le elezioni politiche del 1994 hanno inserito nella compagine di governo due soggetti invalidi (spastici anch’essi). I settori nei quali si sono registrati i successi maggiori sono stati quello scolastico e quello dei trasporti: settori strumentali, non di contenuto. Nello sport, i campionati di basket per soggetti in carrozzina o le olimpiadi dei disabili sono ormai routine. Eppure la “socializzazione effettiva” rimane spesso nel libro dei sogni. Tra il dire e il fare. Il problema non è tanto quello di permettere all’invalido di laurearsi in psicologia, quanto quello di dove e come metterlo in grado di esercitare la professione; il problema non è tanto quello di attrezzare treni e bus per il trasporto degli invalidi, quanto quello del dove trasportarli, a fare che, oltre che a riscuotere la pensione. Nel settore del lavoro si sono dovuti registrare spesso tentativi d’inserimento o demagogici nella loro totale impraticabilità, o semplicemente inutili, o addirittura frustranti: non c’era un contesto umano, affettivo, culturale adeguato; per questo noi “addetti ai lavori” abbiamo dovuto a volte rimpiangere forme di rapporto interpersonale e di inserimento sociale più limitate o anche protette, che in passato avevamo magari demonizzato.

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Questo perché il disabile, nonostante tutte le iniziative che a lui vengono dedicate, rimane pur sempre un diverso in una società che i diversi li scansa, con i guanti gialli quando con il pungo di ferro non si può. E se non riesce a scansarli, ne minimizza i problemi: almeno a sentire il taglio di certi discorsi di certi assessori, quei problemi sembrerebbero risolversi tutti con l’abolizione delle barriere architettoniche. Minimalismo. Il minimalismo è un viziaccio che ci portiamo dentro, noi Occidentali; arciconvinti di essere i primi della classe, quando incontriamo un povero ne facciamo d’istinto un uomo di serie B; a titolo di esempio: i bisogni dei nostri bambini viziati sono sempre incredibilmente complessi, ma al bambino degli zingari basta una caramella, deve bastare.

La socializzazione autentica esige il superamento sia del culto acritico dell’efficienza, sia del bisogno endemico di omogeneità: due cancri operanti nei vari modelli di vita standardizzati e precotti: il minimalismo, la “cosificazione” dei rapporti, l’enfatizzazione della cultura fisica. Il disabile, in negativo, non è – semplicemente – il non-normale. In positivo, il disabile è una persona che ha un nome e un cognome, una storia, degli affetti, delle relazioni, delle potenzialità; e anche la sua patologia ha un nome: • l’handicappato, senza cessare d’essere un problema, può essere anche una risorsa; anzi, insieme a tutti gli altri emarginati del mondo, può essere LA risorsa capace di rinnovare la convivenza umana alle radici; Capodarco ha preso le mosse dall’intuizione che la parabola del Buon Samaritano, nella sua parte non ancora scritta, prevede l’inversione delle parti: colui che, colpito dai briganti, venne soccorso dal Buon Samaritano si china a sua volta sul Buon Samaritano e lo soccorre; • il contesto culturale ricco e il contesto affettivo caldo senza pietismi del quale ha bisogno l’handicappato può decisamente contribuire a costruirlo, da protagonista; • non basta “rinnovare la società a misura della persona”, bisogna impegnarsi a “rinnovare la società a misura della persona che non ce la fa”. E tutto questo va organizzato secondo due diverse linee: • inserimento di tipo affettivo/familiare: non di rado l’handicap, per lo meno ad una certa età, ti lascia senza una famiglia; • inserimento di tipo occupazionale (lavorativo vero e proprio, o terapeutico/occupazionale); Occorre che agiscano contestualmente sia l’handicappato (soprattutto incrementando l’autostima), sia la società che lo circonda, facendosi capace, nei

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suoi confronti, di vera accoglienza, quella che valorizza l’uomo che è in ogni handicappato. Siamo di fronte ad una serie di compiti nettamente complessi. Può dire niente la fede in proposito?

Il Triplice salto di qualità dell’impiego terapeutico, alla luce della fede Il terapeuta (medico, educatore, infermiere, fisioterapista…), se vuol vivere il suo servizio al bisognoso alla luce del vangelo, deve innanzitutto prendere umile e responsabile coscienza che, rendendo ad un fratello quel servizio, condivide l’interessamento di Dio stesso per i meno fortunati. “Accolto”, “riabilitato”, “socializzato”: chi vive in tensione ad amare come Dio ama (la carità) non può non accettare senza riserve le tre parole nobilissime. Ma se la cultura di riferimento al cui interno esse vengono pronunciate è angusta, esse rischiano l’asfissia. Se il loro riferimento essenziale è solo tecnico, quelle parole si sgonfiano. Da qui la necessità del triplice salto di qualità cui abbiamo accennato. Primo salto di qualità: dall’accoglienza alla preferenza Esiste una preferenza per i deboli ispirata al senso di responsabilità: uno ha preso coscienza che “fare parti uguali fra gente disuguale non fa altro che perpetuare l’ingiustizia” (don Milani) e quindi dà ragione all’art. 3 della Costituzione che impegna la Repubblica a riservare particolari attenzioni a chi è portatore di qualche seria difficoltà. Esiste una preferenza per i deboli filosoficamente motivata. Nel suo L’Europa e l’altro Armido Rizzi dimostra come la vita sia particolarmente vera là dove fa fatica ad affermarsi. Se volete capire davvero la vita, fino in fondo, preferite quelle esperienze di frontiera dove nulla è ovvio e tutto va conquistato con fatica. L’uomo più che in quello che è va identificato in quello a cui tende. Esiste una preferenza per i deboli radicata nella Bibbia. La “scelta preferenziale dei poveri”, che è oggi una colonna portante della spiritualità cristiana, va ricondotta al fatto che Gesù, che in vita sua ha sempre vissuto povero tra i poveri, esule per qualche tempo, in un paesino dal quale molti pensavano che non possa venire nulla di buono, ha praticato fino a trent’anni un lavoro manuale duro e scarsamente remunerativo; come maestro itinerante è stato talmente sfornito di strumenti di sussistenza da non sapere “dove posare il capo” e ci ha rivelato che Dio • per sua scelta è debole; • è impegnato a lottare a fianco degli oppressi; • indica nel farsi carico delle varie forme di povertà il criterio del successo della vita intera.

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La gente che lo ascoltava poteva constatare con immediatezza come quegli insegnamenti corrispondessero alla sua vita. “Se non vi coalizzate intorno a questo bambino, non entrerete mai nel regno dei cieli”: e il bambino era l’emblema dell’estrema debolezza. Gli hanno fatto eco nei secoli il sicut alii pauperes che fu come la consegna suprema, sul piano delle scelte di vita, di Francesco ai suoi Frati Minori; Charles de Foucauld, i cui Piccoli Fratelli, nati tanto tempo dopo la sua morte, vanno a vivere nei posti più poveri del mondo e rinunciano a predicare; sono però disposti, solo se qualcuno glielo chiede, a spiegare perché hanno fatto quella scelta; il testamento di don Milani ai suoi “mocciosi” (“ho voluto più bene a voi che a Dio”); la promessa di papa Giovanni l’11 settembre 1962, prima che il Concilio iniziasse: La Chiesa si presenta qual’è e quale vuol essere: la Chiesa di tutti e soprattutto la Chiesa dei poveri. Paolo VI all’inizio della II sessione conciliare: La Chiesa appartiene all’umanità che piange e soffre. Paolo VI davanti all’Assemblea plenaria dell’ONU qualificandosi come avvocato dei poveri proclamò che la Chiesa intendeva schierarsi “à coté des emarginaux”. Le intuizioni della Chiesa latino/americana recepita dalla Chiesa cattolica. Medellin, 1968: “Cristo nostro salvatore non solo predilesse i poveri ma, essendo lui ricco, da ricco che era si fece povero, imperniò la sua missione sull’annuncio della liberazione dei poveri e fondò la sua Chiesa come segno di questa povertà tra gli uomini”. Puebla, 1979: Lo scandalo dell’enorme divario fra opulenza di pochi e miseria di molti “è il massimo tra i peccati sociali del nostro tempo” e “non investe solo la morale cristiana, ma lo stesso essere del cristianesimo”. Dopo quel Ripartite dagli ultimi! che la Chiesa italiana ci lanciò nel 1981, l’opzione preferenziale per i poveri è entrata definitivamente nella pastorale ordinaria: “L’amore preferenziale per i poveri costituisce un’esigenza intrinseca del vangelo della carità e un criterio di discernimento pastorale nella prassi della Chiesa” (CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità 1991). Secondo salto di qualità: dalla riabilitazione alla resurrezione Nel messaggio biblico neotestamentario la Risurrezione di Cristo è talmente importante che possiamo fare riferimento ad essa per definire l’uomo: “l’essere che tende a realizzarsi pienamente nella vita tramite la Resurrezione di Cristo”; parliamo di “Vita”: sia temporale che eterna. La Pasqua è una categoria interpretativa di tutta la vita, che si ripropone là dove un uomo passa, dalla paura al coraggio, dall’ignoranza alla sapienza, dall’inerzia al dono di sé, dalla micragnosa e stolida autosufficienza all’obbedienza a Dio. Secondo S. Paolo Cristo è risorto non come individuo isolato, ma come primizia di coloro che sono morti, cioè come capo e rappresentante dell’umanità intera. Il Risorto è realmente, ben al di là di sé e come gli uomini ne

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abbiano coscienza, “nel cuore della storia”, delle persone e del mondo. Il misterioso ma attivissimo cordone ombelicale che ci collega a Cristo fa sì che la sua Resurrezione si cali nel fluire dell’esperienza umana, e venga come… “anticipata” negli interventi che promuovono lo sviluppo della persona umana. Per questo la primissima Comunità di Capodarco, nel 1966, si chiamò Centro Comunitario Gesù Risorto. La Risurrezione, alfa e omega della riabilitazione. Terzo salto di qualità: dalla socializzazione alla comunione Nel messaggio evangelico l’impegno a socializzare il disabile mantiene tutta la sua validità, anzi la incrementa, nella misura in cui lo radica nella COMUNIONE, la categoria che, nella II parte del suo catechismo, la CEI indica come fondamentale per interpretare la natura della Chiesa. Una formidabile forza invisibile unisce gli uomini a Cristo. Una forza che attiene all’essere profondo di ogni uomo: come un cordone ombelicale attraverso il quale passa la vita, poiché l’amore di Dio ha una forza incomparabile e produce un’intimità del tutto singolare: colloca Dio in noi e noi in Dio... Siamo di fronte ad un concetto di portata cosmica, che non riguarda solo i disabili e proprio per questo conferisce fondamento solidissimo all’istanza della loro socializzazione. Chiusa in se stessa, la socializzazione perpetua l’idea di una mortificante divisione tra socializzatori e socializzati; chi è portatore di handicap rischia di rimanere confinato a tempo indefinito tra i beneficiari del processo senza mai diventarne protagonista; evapora la speranza che la parabola del Buon Samaritano possa avere un “secondo tempo”, quello in cui colui che un giorno vide chinarsi su di sé il soccorritore si china a sua volta su di lui.

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giugno 2007

La Comunità di Capodarco dell'Umbria  

La più antica comunità di accoglienza dell'Umbria rivisitata e radiografata in tutti i suoi aspetti: la natura giuridica, la cultura, la pol...

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