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Ruota libera di a. e d-aria Bego di Ryan Lovelock Paesaggio con zombie di Ileana Longo Goffo Yo no soy marinero soy capitan di Brochendors+Sociocomix Hai ricevuto una richiesta di relazione di Joe Tondelli Dispositivi di Vale e Cisco Sardano Tutto regolare di Fuipp a.k.a. Disgrà e Sara Bartoletti Open Future a cura di Sottosuono Rec e Sottosuono OpenLab Ordinaria follia di Nicola Gobbi Tha perros city di Def Andrea Medda m153r3i80ll Tutto è bene di Tommy di Lauro Skizzenburp Gigi&Gianni di Def Andrea Medda Burp!web

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Bentornati a tutti i ruttomani! Innanzitutto due parole sul festival internazionale di fumetto bolognese che ci vede coinvolti con una mostra e una serie di eventi organizzata da BURP! insieme ai fumettisti di Black Velvet al TPO. Signori e Signore, anche se con due righe scritte in minuscolo, siamo nel programma ufficiale di Bilbolbul! Felici di esserci e speriamo che possa essere un’occasione di confronto con tanti, perché credo che una “scena” come quella bolognese abbia forse bisogno di percorsi più vicini agli indipendenti e alle piccole produzioni. Una realtà giovane e vivace come la nostra ha voglia di interrogarsi su quali possono essere le nuove strade da percorrere e su come aprire spazi di riflessione. Questi sono i ragionamenti che stiamo facendo e che continueremo nei prossimi mesi. E ora parliamo di questo numero 4, che vede come ormai vi abbiamo abituato, molti autori coinvolti, tanti micromondi da esplorare a partire dalla riuscita intervista della nostra Svetlana Longovic Goffov al maestro Paolo Bacilieri che ci regala un toy veramente commovente. Poi il nostro numero 10: il Pelè modenese Ryan Lovelock che torna in grande stile con un episodio di Bego che visivamente richiama i poliziotteschi anni Settanta. Ancora, la prima storia a fumetti dell’evocativa Daria Gatti, Davide Abbate che esordisce con due illustrazioni, poi i Brochen che hanno realizzato una suggestiva copertina e tanta, tanta altra carne al fuoco.

Le tematiche trattate sono tante e questo secondo me è un punto di forza di BURP! Lo dico solo perché in questi mesi nelle svariate presentazioni in giro per il Nord Italia, la domanda che puntualmente ci è stata rivolta riguarda la solita questione: la nostra linea editoriale. Sin dall’inizio siamo stati chiari sulla questione, questa non vuol essere la solita rivista, a noi piace pensare che si tratta di un laboratorio quindi BURP! è, e vuole rimanere, uno spazio di sperimentazione liberato da ogni tipo di logica editoriale. Quindi niente paletti per i nostri fumettari, ognuno si muove come crede. La linea comune è data dalle affinità che sentiamo tra di noi, suggellate dai numerosi incontri nella casa/redazione/porto di mare, punto d’incontro per fumettari, psicolabili e chiunque desideri condividere questo viaggio con noi. Per chiudere, una doverosa precisazione ai nostri pochi e per niente affezionati lettori: BURP! si ferma fino ad ottobre prossimo (riprenderemo le uscite con il numero 5), per lavorare insieme agli amici di Sherwood. Un progetto che ci vedrà coinvolti praticamente tutti, a cui siamo molto onorati di partecipare in massa e di cui chiaramente non vi dirò assolutamente nulla!

Cisco Sardano

Copertina Brochendors Seconda di copertina Brochendors Terza di copertina Ileana Longo Goffo Ilustrazione pagina 2 Davide Abbate Hanno realizzato questo numero: Sara Bartoletti, Ileana Longo Goffo, Brochendors+Sociocomix, Daria Gatti, Andrea Def Medda, a., Cisco Sardano, Flavia Tommasini, Vale, SottoSuono Rec, SottoSuono OpenLab, Ryan Lovelock, Joe Tondelli, Tommy Di Lauro, Nicola Gobbi La redazione ringrazia: la solita Flavia, Paolo Bacilieri, il cigno, assalti frontali, sensibili alle foglie, tutto il TPO




Ruota libera di a. e di d-aria













Bego di Ryan Lovelock







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PAESAGGIO CON ZOMBIE Siamo onorati di presentarvi un autore dalla inenarrabile carriera e dalla incommensurabile fama, il sommo fumettista, colui che cantò le gesta di Zeno Porno e l’ironico dramma della condizione umana tratteggiato a china. Se Piranesi avesse mai visto uno zombie avrebbe scritto Magnifica desolazione: madames e monsieurs Johann Sebastian Bacilieri di Ileana Longo Goffo

Paolo Bacilieri,autore di fumetti nasce in quel di Verona nel 1965. Data la precocissima vocazione quando entra nel mondo dei fumetti a diciassette anni e comincia il suo apprendistato presso l’eccellentissimo mastro Milo Manara è già un disilluso veterano. Ha pubblicato in diversi paesi d’Europa. In Italia le sue storie sono apparse su riviste come Corto Maltese, Blue e Comic Art. Tra i suoi lavori ricordiamo: Barokko, Durasagra – Venezia über alles, Magnifica desolazione, Zeno Porno e Canzoni in A4. Per Bonelli Editore realizza Napoleone e Jan Dix. Abbiamo avuto con lui una eterea conversazione, nel senso che era via etere. Egli con una mano teneva il telefono, con l’altra si dedicava alla sua attività vitale, il tracciar linee, e intanto ci parlava... di desolazione e di anticorpi per la desolazione, di come disegnare possa sedare le nevrosi, di cosa hanno in comune Bach e Barks e del perchè la Panda è un macchina del tempo. Nelle tue storie, soprattutto in quelle che hanno una maggiore componente autobiografica quali aspetti dell’esistenza racconti? Hai cominciato dalla domanda più facile! Non scelgo razionalmente episodi dell’esistenza con questa o quella caratteristica, vado abbastanza d’istinto. Forse scelgo quelli che mi sembrano più “fumettosi”, che hanno un certo timbro vivace, un allegria interiore. Non dico che sono allegri, ma hanno una sorta di marcia in più. Non necessariamente riguardano me direttamente, possono riguardare anche persone che conosco. E di solito questi episodi che passando dal ricordo alla carta subiscono una certa trasformazione. Un po’ come passare dall’uva al vino. Non è più la stessa cosa.

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Dato che selezioni gli episodi più allegri, ti stupirebbe sentirti dire che nel leggerli si sente un’ironia triste? No, non mi sorprende tanto. Secondo me è appunto nel passaggio dall’idea di partenza a quello che poi si mette su carta, che prendono un tono più malinconico, che tende al triste, al cupo. E’ una legge matematica che non riguarda solo i miei fumetti, anzi, non riguarda solo i fumetti, credo. Scelgo gli episodi più allegri (o i più scemi, forse), perché so che il risultato finale assumerà comunque un aspetto più serio, mesto. Decadente? Decadente. Mi piace molto come parola, ma prevede che qualcuno sia stato in alto. Non so se è il mio caso. So che c’è una certa desolazione finale. Io cerco di combatterla tenendo presente che comunque il risultato sarà sempre un po’ più desolato rispetto alle mie aspettative iniziali. E questa desolazione, magnifica o non, è più fuori o più dentro di noi? Aiuto! Marzullo!! Gli anni che stiamo vivendo fuori, in Italia, non sono proprio super allegri, però spero che quello che tiro fuori da dentro non sia solo desolazione. Credo di essere una persona tutto sommato abbastanza positiva, anche coriacea nel suo ottimismo. Credo e spe- ro che nella Magnifica desolazione, oltre a desolazione e tristezza a iosa, ci sia anche qualche anticorpo. Non sto parlando di messaggi ma di una certa pervicacità, di una certa virulenza del vivere. Non sono un apocalittico. Per me l’apocalisse è un lusso che noi non avremo, qualcosa di troppo spettacolare per essere vero. Noi dovremo invece la difficoltà di continuare a tirare avanti. L’Italia che racconti, malinconica e allo stesso tempo trash come una cartolina di Venezia, con gli zombie del tuo Weneto, racconta una condizione di disagio che viviamo sempre o è una cosa legata


in particolare al nostro tempo? È difficile rispondere a questa domanda perché sempre è impegnativo, è sul livello filosofico e metafisico degli eterni problemi dell’umanità. Non me le pongo queste domande, è questa la verità. L’unica cosa che posso dire è che io cerco di raccontare quello che vedo. So che se racconto in giro che ci sono gli zombie in Veneto pochi mi credono, ma per me la cosa ha a che fare con un realismo quasi da camera ottica, da settecento veneziano: mettersi davanti a un paesaggio e con la camera ottica ritrarre quello che c’è. I miei presupposti di partenza sono più o meno questi. Non parto con l’idea di rappresentare il tempo presente o il mio paese, parto da cose molto più banali in realtà, che spesso hanno a che fare più con un immagine che con un concetto. Per quanto riguarda la condizione dell’Italia attuale, francamente cerco di dimenticarla quando mi metto a disegnare, di lasciarla fuori dai miei fumetti. Poi è ovvio che ci entri perché sono qua, adesso. Ma non troverai nei miei fumetti la faccia di Berlusconi. È un principio quello di non disegnarlo. Almeno lì non lo voglio vedere! Non perché io non viva questa situazione purtroppo, però penso che sia giusto mantenere in quello che si fa una propria indipendenza: io parlo d’altro, guardo e racconto qualcos’altro. Per quanto riguarda la componente più o meno autobiografica: nelle avventure di Zeno si aprono queste finestre surreali che ricordano dei b-movie. Sono le avventure di Zeno che sono il b-movie della t u a vita o è la tua vita che è il b-movie delle avventure di Zeno? Non lo so. Il personaggio di Zeno è un personaggio di fumetti, una maschera che metto a un personaggio per muoverlo e farlo andare. È una maschera estremamente porosa, quindi si adatta molto a quello che sono. Non faccio fatica a rapportarmi con questo personaggio, però è altro da me. La mia vita è abbastanza diversa, anche se ci sono delle cose che metto nei fumetti ho ben chiaro il concetto che Zeno non sono io. Ma anche se io volessi raccontare me stesso tout court come molti autori fanno e bene, comunque non sarei io, perché il passaggio dalla vita alla carta cambia tutto. Credo fino a un certo punto alla sincerità totale del ‘tutto quello che state leggendo è veramente accaduto’. O meglio, non è che non ci

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credo, non mi interessa. Mi interessa un altro tipo di verità, che è anche quella di chi disegna altro da sé, ma che nel disegnare un termosifone si capisce che ha disegnato quel termosifone e non un altro. Sembrerebbe che più che nella selezione degli elementi esterni e più che nel programmare come ricombinarli nel risultato finale, la tua poetica prenda forma proprio in quello spazio intermedio tra carta e realtà. Nel tempo laborioso del disegno. Il fatto di disegnare fa nascere tutta una serie di cose che non nascono in nessun’altra maniera se non così. è il bello del fumetto. È un processo che ha a che fare proprio con la fisicità. Anche se ho imparato da qualche parte che il medium del fumetto è freddo, in realtà c’è questo calore di partenza che è quasi incandescenza: sei lì seduto con una penna in mano e sei come una sorta di sismografo. I tuoi disegni lasciano immaginare un processo di fattura faticoso e lungo. È uno spazio per pensare? Per pensare o per non pensare. A volte il continuare a tirare righe è proprio un’attività che tiene lontano la nevrosi, che c’è, almeno nel mio caso. Non sono un artigiano felice e pacifico. Sono uno che rifinisce con una certa lentezza, a cui piace veramente il proprio lavoro, ma sono anche abbastanza nevrotico, e disegnare in un certo senso è una cura, una seduta di analisi gratuita. Nelle ripetute conversazioni di Zeno con la sua editrice sembra che su di lui gravi una sorta di condanna all’eterno remake, cosa significa? Significa un bel po’ di cose. Per prima cosa che Zeno non è un tipo particolarmente fantasioso, come me. Ma è anche un omaggio alla bellezza delle storie di Barks. Anche raccontarle in modo così idiota sottintende che erano idee veramente strepitose. Erano prodotto di un genio che a me viene naturale chiamare Johann Sebastian, perché hanno qualcosa in comune quei due. Anche nel fatto che in vita sono stati abbastanza sottovalutati, o dati per scontati, mentre in entrambi i casi c’era una capacità creativa di portata illimitata. Zeno continua a raccontare quelle storie perché tuttora quelle storie a me piacciono molto. Nei tuoi fumetti, a partire dai ritornanti, le cose ritornano e si mescolano. Tornano dal passato, dalla storia e dai ricordi. La condanna all’eterno remake è anche questo? Sono effettivamente un sospetto numero uno di operazioni nostalgia più o meno riuscite, lo ammetto. Sicuramente c’è anche la componente nostalgica di cercare di far rivivere qualcosa che riguarda il passato, ma mi difendo dall’accusa di operatore nostalgico dicendo che le cose che disegno più che appartenere al passato, hanno la capacità di viaggiare nel tempo. Non sono solo oggetti che riportano indietro in maniera proustiana, magari fanno viaggiare noi all’indietro, però loro viaggiano in avanti. E parlo di Barks ma anche della Panda, che era un’auto bellissima e lo è anche adesso. Paragonata a una di adesso, la Panda vince, è più bella, più estrema, più geniale. Lo stesso dicasi per la Torre Velasca, è un edificio degli anni cinquanta ma, cavolo, è bellissima! Basta guardare fuori dalla finestra qui a Milano e c’è. È una presenza. Viag-


gia nel tempo perché ha qualcosa, ha una personalità. La nostalgia è un sentimento bellissimo, umano e non la nego, però direi che non si tratta solo di questo. Come la Torre Velasca, gli edifici e le presenze architettoniche nelle tue storie non sono mai semplici scenografie. L’idea è proprio quella di non fare semplicemente dei fondali ma disegnarli come se fossero dei personaggi, ma di farli vivere di vita propria. I tuoi fumetti sono delle specie di assemblage culturali postmoderni, di che immagini li nutri? Credo di essere una sorta di animale onnivoro che si nutre di un sacco di roba diversa, che va dai film, fumetti, dischi, vecchie riviste, fotografie, chiese e musei, mostre d’arte e mostre di aquiloni (l’ultima che ho visto a Parigi). Niente di particolarmente originale, no? Nonostante il filtro di anni di alimentazione culturale di tipo popolar-trash, nei tuoi disegni e nei tuoi testi c’è la presenza forte di una cultura storica, quasi classica, sia dal punto di vista letterario che visivo. Ho sempre il timore di far cadere queste cose dall’alto, ma in realtà non è così. Non credo di essere una persona particolarmente colta, però indubbiamente un certo apparato iconografico, anche passivamente lo assorbi. E ho studiato con l’Argan al liceo, per fortuna, e ho imparato che Michelangelo non è per forza di destra. Ho sempre cercato di non fare distinzioni o classifiche tra cultura alta e cultura bassa, ma già dire alto e basso è fare una classifica. Piuttosto la mia è una mancanza di selettività, o un selezionare le cose senza il criterio alto/basso. Nella tua attitudine eclettica di riassemblare ciò che onnivoramente assimili, a chi/cosa ti senti vicino? La parola eclettico secondo me è a doppio taglio, anche se l’accezione negativa non è nella parola in sé ma nell’uso che se ne fa: in genere si definisce eclettico qualunque individuo del quale non sia chiaro né da dove viene né dove vuole andare a parare, quindi quest’etichetta è anche un po’ una condanna. Ma io me la sono andata cercare e la accetto di buon grado, nel senso che le autostrade dritte non sono mai state la mia attrazione principale, di solito vado a cercare strade secondarie, e questa è effettivamente la mia attitudine. Non saprei a chi sentirmi accomunabile, so che ci sono altri autori più o meno eclettici, più o meno appartenenti alla mia generazione a cui potrei essere vicino. Non sono e non mi sento, solo. Mantenendosi sul ‘meno appartenenti alla tua generazione’ si potrebbe pensare ai pittori di capricci settecenteschi. Mi è capitato di sentirmi chiedere se sono un architetto, ma in effetti l’atteggiamento che ho verso l’architettura è proprio quello di uno del Settecento che si mette a disegnare un capriccio o un paesaggio, più che un’attitudine da architetto. Il Settecento… c’è il massimo della visionarietà, Tiepolo (che purtroppo viene usato come fondale nelle

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sale stampa governative) e il massimo della razionalità come Canaletto o come Bellotto che forse mi piace ancor più del Canaletto. In tema settecentesco, cosa ti avvicina a Piranesi? Piranesi è una buona sintesi tra queste due componenti. Era un architetto però aveva anche questa attitudine visionaria. Non parlo solo delle carceri che forse non è neanche il Piranesi che preferisco, parlo anche del suo modo che di rappresentare i paesaggi monumentali di Roma che sembrano veramente paesaggi moribondi, affetti da qualche brutto morbo, e che nello stesso tempo sono grandiosi. Lì bisogna proprio parlare di decadenza. Un altro aspetto delle immagini di Piranesi è il brulicare di vita, sono immagini che non stanno mai ferme, e in questo senso mi piacciono molto. In alcune tavole di Zeno per paesaggi romani sono proprio andato a vedere alcune immagini di Piranesi. Cosa ci puoi dire a proposito di John Tennyson, un tuo personaggio di quando avevi quattordici anni? Era quello con la barba! In realtà come vedi quelle sono le storie che continuo a fare, non è cambiato molto, sparatorie, malavitosi… Le mie attitudini sono più o meno quelle dei fumetti di John Tennyson. Lui ricorda un po’ Bud Spencer! Quello è inevitabile, anche perché io purtroppo ancora adesso quando danno un film di Bud Spencer e Terence Hill, mi vergogno a dirlo, mi fermo lì e me lo guardo, anche se conosco a memoria le facce di quelli che prendono i cazzotti. Da Bonelli a Sherwood Comics, hai conosciuto tutte le possibilità dell’editoria, cosa ci puoi dire? In realtà non credo di averle conosciute tutte, non ancora! Sicuramente, senza alcun programma a priori, ho assunto questa attitudine nomade, di muovermi da un editore all’altro, da un mondo all’altro. E devo dire che mi piace. Mi piace proprio il fatto di non essere solo da una parte. Può sembrare prostituzione, d’accordo, ma Il fatto di lavorare per Bonelli per Kappa Edizioni o per Sherwood lascia il tempo che trova. L’importante è quello che uno fa. Per i fumetti che faccio per Bonelli mi capita spesso di ricevere attestati di stima da parte di gente che fa tutt’altro, ma che vede in Jan Dix qualcosa che non è in contraddizione con le altre cose che faccio. E poi Bonelli è veramente un mix originalissimo, intendo, la persona Sergio Bonelli, figlio di un immenso e monolitico narratore al cui confronto John Ford appare eclettico, autore a sua volta di fumetti e capitano d’industria lombardo anni sessanta. Credo che per mettere insieme un altro essere umano del genere bisognerebbe unirne almeno tre. Anche fuori dall’Italia non esiste niente del genere, quindi dobbiamo tenercelo da conto, come la Fiat Panda. Solo che la Panda non impreca. Ultima domanda: cosa stai disegnando? Mah, sto disegnando dei paesaggi architettonici, guarda caso. Delle vedute di Beirut.


Yo no soy marinero soy capitan di Brochendors + Sociocomix

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Hai ricevuto una richiesta di relazione di Joe Tondelli Illustrazione di Sara Bartoletti

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volte il destino, una qualche entità superiore o più semplicemente i fatti della vita cercano di mandarti dei segnali, segnali inequivocabili, e puoi provare finché vuoi a ignorarli ma inevitabilmente ne accadono altri che ti riportano comunque sulla strada che devi percorrere. Così, quando mi ritrovo al bancone del bar per ordinare l’ennesima birra e una bionda stranamente perfetta mi si attacca al fianco, be’, lì per lì non ci faccio neppure tanto caso. Dopotutto sono ubriaco, e non sono mai stato così fortunato con le donne. Poi guardando meglio, per quanto l’alcool mi permetta di essere un attento osservatore, noto che al bancone di spazio libero ce n’è davvero tanto e questa Barbie in carne e ossa deve avere come minimo una buona ragione per starmi così appiccicata. Allora decido di cogliere l’occasione al volo, e cerco di tirare fuori l’abile oratore che è in me, per quanto l’alcool mi permetta di essere un brillante conversatore. Serata fiacca, eh? Ok, non esattamente il massimo come approccio, ma Barbie sembra non farci troppo caso. Mi guarda con un sorriso che all’istante rende il surriscaldamento globale un problema concreto, e dice: be’, almeno ho incontrato un tipo interessante. Istintivamente mi volto, per cercare di individuare di chi sta parlando, poi un pensiero sfiora gli ultimi dei miei neuroni

ancora in moto e torno a guardarla con fare interrogativo. Lei non dice niente, continuando a sfoggiare un sorriso che renderebbe fiero anche il più pretenzioso dei dentisti. Senti, posso offrirti qualcosa?, faccio io già carico come una scimmietta a molla. Oh, non bevo mai alcolici. Troppe calorie. Era da dire, una così come minimo ha la fissa della linea, ma non mi faccio scoraggiare per così poco. Guarda che non sei obbligata a prendere un alcolico eh, puoi prendere quello che vuoi. Mh, okay. Allora prendo uno di questi, dice agguantando un ovino Kinder da un espositore a lato del bancone. La scelta di Barbie mi lascia spiazzato, tanto che mi lascio sfuggire un’espressione decisamente allibita alla sua volta, e il suo sorriso da pubblicità si rabbuia in un istante. Non va bene? No no, è che…boh…forse anche la cioccolata non è il massimo in quanto a calorie, le rispondo pentendomi immediatamente delle mie parole. Ma comunque guarda che tu non hai bisogno di stare attenta alle calorie, eh. Ma no, hai ragione. Allora prendo queste, dice lasciando da parte l’ovino Kinder e prendendo un pacchetto di Big Babol a uno di quei gusti che non hanno corrispondenza con nessun alimento presente in natura. Oh ma guarda che puoi prendere davvero quello che vuoi eh. Naah, tanto non lo mangiavo neanche, è che faccio la collezione delle sorpresine.

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Ah…pensa che io invece faccio la collezione dei sottobirra. Oh, carino. Ne hai tanti? Eh fai te, uno per ogni birra che ho bevuto, rispondo sorridendo. Poi penso: ecco, ho fatto subito la figura dell’ubriacone. Mentre sto cercando un modo per risollevarmi dall’ennesimo scivolone ci raggiungono due amiche di Barbie, interrompendo il mio spumeggiante flusso di coscienza alcolica. Noi stiamo andando via, qui è un mortorio. Perfetto, ci mancavano solo le amiche snob. Oh, ok. Ci vediamo eh? Ci puoi scommettere bionda. Ci puoi scommettere bionda? E questa da dove l’ho tirata fuori? Mentre se ne stanno andando le amiche di Barbie mi gettano un’occhiata leggermente schifata, ma lei si volta e mi lancia l’ultimo sorriso della serata, lasciandomi inebetito con la mia birra i n mano. Quando mi riprendo dal mio stato confusionale mi rendo conto di non averle neanche chiesto il numero di telefono, e a pensarci bene non ho neanche la più pallida idea di come si chiami. Fanculo, penso, tutta colpa di quelle stronze delle sue amiche. Sconsolato finisco la mia birra, e per essere sicuro di non ricordarmi l’occasione mancata ne ordino altre due. Bah, mi dico ormai completamente ubriaco, se il destino lo vorrà io e Barbie ci rincontreremo. Il mio piano di offuscare i miei ricordi funziona alla perfezione, e per qualche giorno Barbie non mi torna in mente neanche in sogno. Questo fino a che, aprendo quella discarica di pensieri inutili che è il mio profilo di facebook, non trovo una richiesta di amicizia da una tale Principessa Kitty. Senza pensarci troppo accetto, nonostante la mielosa foto profilo di un tenero gattino, dopotutto chi sono io per negare l’amicizia a un perfetto sconosciuto? Buttando l’occhio alle fotografie di tale Principessa Kitty scopro che si tratta proprio di Barbie, e i ricordi della serata alcolica tornano in blocco come un’epifania. Con uno stupido sorriso disegnato sul volto cerco di scoprire qualcos’altro su di lei, ma ogni tipo di informazione sul suo conto è scrupolosamente omessa. Poco importa, mi dico, e torno all’attacco con un approccio meno impacciato di quelli che ho estratto dal cilindro in preda all’alcool. Finalmente ritrovo la mia principessa preferita, le scrivo, e ci piazzo pure la faccetta che fa l’occhiolino, che in ogni caso non guasta. Dopodiché torno a farmi i fatti degli altri, ancora

con lo stesso stupido sorriso da scimpanzé nella stagione degli amori. Passano pochi minuti, e nel riquadro degli inviti compare qualcosa che non ho mai visto, un cuoricino con la scritta “Hai ricevuto una richiesta di relazione”. Per qualche secondo rimango disorientato, poi mi decido a controllare. La domanda mi arriva da Barbie, e sotto la richiesta compaiono due pulsanti: “Conferma” e “Ignora”. Istintivamente mi tornano alla memoria le fugaci storie d’amore delle scuole elementari, quelle che iniziavano con un foglietto consegnato da un’amica di lei su cui troneggiava la scritta dalla calligrafia ancora approssimativa: “Vuoi metterti insieme a me?” e sotto le caselle da barrare “Sì”, “No”, “Forse”. A quei tempi si barrava il “Sì” senza pensarci troppo, ma poi si finiva inevitabilmente per ignorarsi come se niente fosse. Allora dall’alto della mia esperienza da scuole elementari clicco su “Ignora”, e le mando un altro messaggio. Vai subito al dunque, eh Principessa? Non avresti voglia di uscire a mangiare qualcosa e conoscerci un pochino meglio prima? Stavolta Barbie non salta decine di passaggi in un colpo solo e risponde al messaggio. Ci accordiamo per trovarci la sera seguente in una pizzeria intima e accogliente che conosciamo entrambi. Perfetto, mi dico, mi sa tanto che domani sera si tromba, e comincio subito a lavarmi, che la sicurezza non è mai troppa.

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Alla pizzeria arrivo con il mio ritardo standard calcolato al millesimo di dieci minuti, giusto per darmi un’aria disinteressata ma non troppo, e aspettandomi comunque di non trovare Barbie già sul posto. Lei invece è già seduta al tavolo, e si guarda intorno con un’apprensione che scompare solo quando mi vede, lasciando il posto al solito sorriso abbagliante. Mi siedo scusandomi per il ritardo, ma lei mi assicura di essere appena arrivata e inizia subito a parlare di altro. Mentre aspettiamo di ordinare snoccioliamo velocemente quello che facciamo e non facciamo nella vita, che a questo punto mi sembra pure il caso. A quanto pare Barbie lavora come commessa in un negozio di vestiti decisamente alla moda, e inizia a citarmi tutta una serie di stilisti che non ho mai sentito nominare, ma visto il bagliore nei suoi occhi mentre me li elenca, e per non fare troppo la figura dell’ignorante, annuisco fingendo profonda ammirazione. Prima di un interrogatorio appro-


fondito sui grandi nomi dell’alta moda vengo salvato dall’arrivo del cameriere, che accolgo come se fosse il messia dei quattro formaggi sceso in terra per salvare noi poveri affamati. Mentre io ordino una pizza sofisticata ma di facile gestione per non sbrodolarmi troppo l’ordinazione di Barbie mi lascia stupito ancora una volta. Con il suo solito visino angelico chiede al cameriere solo una doppia razione di profiterole, ma stavolta mi guardo bene dal fare osservazioni pungenti sulle calorie, anche se perfino il messia dei quattro formaggi annota l’ordinazione con un’esplicita alzata di sopracciglia. Indagando con discrezione scopro che Barbie non sopporta la pizza, e anche se si tratta di un duro colpo al cuore mi limito a sorridere, dopotutto nessuno è perfetto, mi dico. Allora cambio velocemente discorso, e passando alla letteratura le chiedo quale sia il suo scrittore preferito. Mmh…com’è che si chiama? Sai quello de La fabbrica del cioccolato? Ah, sì, Roald Dahl. Bravo, proprio quello! Mah, guarda, in realtà non è che lo conosco granché. Mi sa che non ho mai letto niente di suo, faccio io sentendomi un pochino ignorante. Oh, neanch’io. Però ho visto il film. Ah…quello vecchio o quello nuovo? Oooh, hanno fatto anche il due? Quello mi manca. No no, è un remake. Al che Barbie mi guarda un po’ stranita. Che cos’è un remake? Eh…praticamente è lo stesso film rifatto da un altro regista…più o meno. Oh…ma se c’era già perché l’hanno rifatto? Eh…probabilmente pensavano di poterlo fare meglio. Oh, già. Ok, l’argomento letteratura forse è meglio lasciarlo perdere, tanto di libri ne leggo già abbastanza io, penso cercando di convincermi, anche se inizio a pensare che Barbie non sia esattamente una cima. Provo a passare all’argomento cinema, senza entrare troppo in dettagli tecnici, che potrebbero mandarla in confusione. Quindi ti piace Tim Burton? Oh, non saprei. Che libri ha scritto? Va bene, meglio lasciare perdere anche il cinema, tanto ci sono già io che di film ne ho visti a migliaia, cerco di convincermi un’altra volta, anche se sta diventando sempre più difficile. Il nostro brillante dialogo da Cahiers Du Cinéma viene interrotto dal puntuale ritorno del messia dei quattro formaggi, che disponendo i nostri piatti sul tavolo mi dà una manciata di secondi per pensare a qualche argomento di conversazione alternativo. Mentre fingo concentrazione nel tagliare scrupolosamente la mia pizza vengo irrimediabilmente distratto da Barbie, che si lancia sul suo profiterole con la voracità di un lottatore di sumo. Non ho ancora finito di tagliare la mia pizza sofisticata che lei ha già divorato la sua dose extralarge di dolce, e mi guarda con il

solito sorriso di sempre. Non hai fame? No no… è che sono un po’ lento, le dico sempre meno convinto. Ma dimmi un po’, ti piace la musica? Oooh, mi piace un sacco, risponde lei contenta come un bambino al luna park. Lo vedi, mi dico, non è poi così male, finalmente hai trovato una passione in comune. Dai, che bello, le faccio, e qual è il tuo gruppo preferito? Guarda, per me brave come le Spice non ce sono più state, non trovi? Mmh, già…ma prima mi stavi parlando di quello stilista spagnolo che adoro, raccontami un po’, e la lascio partire con il pilota automatico su discorsi che non ascolto poi granché attentamente ma che perlomeno mi danno il tempo di mangiare la mia pizza, limitandomi ad annuire di tanto in tanto. Mentre lei è presa dal suo soliloquio i miei sistemi immunitari tappano i miei condotti uditivi, e continuo a guardarla preda dei miei pensieri. D’accordo, non è tanto sveglia, però per essere figa è figa. Magari una botta e via, e chi s’è visto s’è visto. Magari anche due o tre, di botte. Finita la pizza vengo salvato per l’ennesima volta dall’arrivo del messia dei quattro formaggi, e solo ora mi accorgo di una somiglianza strabiliante. Quando se ne va di nuovo, sconsolato dalla nostra mancata ordinazione di un dolce, lo faccio notare a Barbie. Cavolo ma hai guardato bene il cameriere? È identico a Freddy Krueger! Chi è Freddy Krueger? Un attore? A questo punto non ce la faccio più, ed esplodo senza cercare più scuse per giustificarla. Ma porca puttana, manco Freddy Krueger conosci?! Senti, io vado, dico alzandomi in piedi quasi lanciando i soldi per il conto sul tavolo. Oh, ok, dice lei leggermente impaurita dal mio scatto improvviso, ci rivediamo? Seh seh, ci rivediamo un cazzo, borbotto io mentre me ne vado senza neanche guardarla. Il giorno dopo, ancora turbato dalla serata disastrosa, cerco consolazione facendomi un po’ i fatti degli altri su facebook. Aprendo il mio profilo vedo un’altra volta il simpatico cuoricino, sempre affiancato dalla scritta “Hai ricevuto una richiesta di relazione”, sempre proveniente da Barbie. Cristo santo, penso, ma questa ha il quoziente intellettivo di uno scarpone. Sconsolato premo un’altra volta il pulsante “Ignora”, e senza pensarci troppo la cancello dalle mie amicizie virtuali per evitare ulteriori richieste imbarazzanti. Eppure il destino di segnali inequivocabili me ne aveva mandato più di uno, se fossi stato più sveglio mi sarei fermato al primo. La prossima ragazza che si fa offrire un ovino Kinder scappo all’istante.

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OPEN FUTURE Abbiamo già elevato il modo di lavorare degli hacker al rango di etica nel precedente articolo, confrontandolo con il modello protestante e osservando che in alcuni ambiti (network society, accademia) l’etica hacker è migliore. Si può estendere tutto questo ad altri ambiti della nostra società? a cura della SottoSuono Rec e Sottosuono OpenLab Illustrazione di Davide Abbate

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ome abbiamo già detto, la passione nella vita degli hacker è un valore fondante: vale a dire un’occupazione intrinsecamente interessante che stimola l’hacker facendolo divertire mentre la mette in pratica anche grazie alla centralità della propria autonomia. Gli hacker infatti organizzano le loro vite non seguendo gli schemi di una giornata lavorativa routinaria e costantemente ottimizzata, ma in termini di flusso dinamico tra il lavoro creativo e le altre passioni della vita, tra cui il gioco. Nel modello protestante non c’è spazio e tempo per il gioco, in quanto tutto è finalizzato/ottimizzato verso il raggiungimento dell’obiettivo, impedendo in questo modo all’individuo di distogliere la propria attenzione dal lavoro, che per l’etica protestante è centrale, poiché, sempre seguendo la similitudine con il monastero, esso è l’unica via per la salvezza/successo. Per gli hacker il lavoro è in se la passione insieme all’autonomia che si ha nel realizzarla, e proprio questa indipendenza gli permette di rendere la propria passione, il proprio lavoro, anche un gioco. Non meno importante è la creatività, l’uso immaginativo delle proprie capacità, il continuo sorprendente superarsi in una continua ricerca di miglioramento personale e collettivo. La centralità del tempo libero è indesiderabile tanto quanto quella del lavoro. Il tempo libero non è automaticamente più

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significativo del tempo lavorativo. La desiderabilità di entrambi dipende dallo stato d’animo con cui vengono realizzati, dalla natura dell’attività in quanto tale, dalla voglia di creare. Allo stesso modo il denaro viene declinato diversamente dai due modelli etici. Il denaro per l’etica hacker non è un valore di per se, bensì un mezzo attraverso il quale poter compiere la propria passione e la propria indipendenza. Anche grazie al valore sociale attribuito (da loro stessi in primis) alla propria attività. Per un hacker non c’è niente di meglio che realizzare la propria passione insieme agli altri, creare qualcosa di utile per la comunità, condividerla con gli altri ed essere riconosciuti all’interno di questa. Abbiamo parlato di etica hacker, ma in fondo questo mondo, che molti di noi immaginano aperto solo a pochi adepti o a pochi nerd tecnologici, è molto più ampio di quanto si possa immaginare. La generalità dei valori dell’etica hacker ci suggerisce che sia in realtà un’etica sociale generica, piuttosto che relegata a pochi ambiti della nostra società. Per portare un altro esempio di come gli hacker si differenziano dall’egemonia sociale vigente, e cioè quella protestante, possiamo parlare della sfida alla lentezza che molti di loro, insieme anche ad artisti come Brian Eno, hanno lanciato costruendo l’Orologio del lungo adesso: un oro-


logio che batte il tempo una volta all’anno. Questo a simboleggiare il fatto che l’eticità richiede una prospettiva temporale più lunga: la responsabilità per le conseguenze future degli sviluppi attuali e la capacità di immaginare un mondo diverso e migliore di com’è ora. La sfida al futuro e al cambiamento attraverso alcuni valori fondanti come la creatività, la passione e il gioco, la condivisione, l’autonomia e l’indipendenza, è un importante fine ultimo che molti, anche al di fuori del mondo hacker, si sono dati. Verso l’open future Forse non vedremo mai un futuro dominato da schiere di hacker giocosi, pronti a sfidare se stessi in ogni momento e a condividere le proprie scoperte con gli altri. Forse la nostra società non sarà in grado di ricevere quella sfida al cambiamento tipica del mondo hacker. Quello che, invece, è interessante è analizzare quanto questi valori stiano influenzando invece l’intera società. Se pensiamo ad esempio al concetto di condivisione delle informazioni è immediato pensare a come l’evoluzione tecnologica indotta dagli hacker negli anni ‘80 stia fortemente mutando il modo di operare di alcuni settori della nostra società come la politica, il business e anche, più semplicemente, il modo di creare le singole relazioni di un singolo individuo. L’indipendenza e l’autonomia finalizzate alla ricerca della propria vocazione/passione, stanno invece mutando il concetto di lavoro, per anni pensato e considerato, indotto anche dalla concezione protestante della società, perno centrale dell’esistenza individuale, e che in questi ultimi anni sta cambiando drasticamente il proprio senso. Ci piace pensare che proprio questo sarà il prossimo nodo fondamentale su cui l’etica hacker indurrà dei cambiamenti nella nostra società. Infatti, come già accennavamo, il lavoro stesso è in profondo mutamento, da lavoro manuale a lavoro cognitivo/creativo, da mezzo primario di sostentamento a mezzo di eterna formazione e precariato, sempre più flessibile, sempre più mobile e veloce, dettato dalle regole tipiche della network society. Quello che l’etica hacker ci insegna in questo senso è che il lavoro, proprio per le sue caratte-

ristiche creative e cognitive, deve essere di per se la propria passione/vocazione e che i tempi in cui questo si svolge non debbano essere scanditi dall’orologio frenetico della network society, ma che invece debbano essere più autonomi, più indipendenti, lasciando spazio al gioco e alla creatività. In questo senso ci piace anche rideclinare ciò che molti chiamano il “reddito minimo garantito” pensando ad una forma di sostentamento individuale utile, proprio, alla ricerca di questa passione vocazione e che possa permettere ad ognuno di noi di poter conciliare il connubio lavoro-passione-gioco tipico del modo di fare degli hacker.

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Ordinaria follia di Nicola Gobbi

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Tha perros city episodio 3 di 3 di Def Andrea Medda

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M153R3I80LL KREW a cura della M153R3I80LL KREW

MISERABILE: dal latino MISERABILEM da tema i MISERI, sentir compassione e questo da MISER, misero e suffisso -BILEM che indica attitudine a fare qualcosa. Propriamente: che desta compassione, ridotto a mal termine quindi poverissimo. Alla francese vale anche tristo. Misereiboll krew, nome un po’ bizzarro e di facile interpretazione, è espressione di tutto ciò che ruota intorno all’arte, la musica e il sociale. Ancora prima di essere una krew attiva e ufficialmente riconosciuta nella scena, l’idea nasce nelle camere più oscure e svogliate di Bologna, tra bong e litri di birra cercando un alternativa al lavoro o un lavoro alternativo, ognuno alla ricerca della propria formazione artistica. Dopo anni passati a vagabondare o chiusi in casa, a disegnare su muri delle strade o pezzetti di carta, a suonare con software incomprensibili drum machine assordanti e fastidiose, abbiamo deciso di portare all’esterno le nostre idee cercando di coinvolgere persone che la pensavano a modo nostro, facendo cultura anche in periodi in cui Bologna non era particolarmente attiva artisticamente.

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Grazie alla fondamentale collaborazione degli spazi sociali, come TPO, XM24, LAZZARETTO OCCUPATO e altri, siamo riusciti a far sentire la nostra voce. Ritmi, linee, colori e suoni sono il nostro modo di comunicare agli altri i nostri pensieri, trasformando in arte tutto ciò che ci piace o ci disgusta. M153R3I80LL KREW è un progetto nato nel 2006 e in continua evoluzione, aperto a chiunque voglia esprimersi con qualsiasi forma d’arte. E’ composta da nove membri attivi più altri collaboratori che orbitano intorno a noi, sostenendoci in ogni avventura. Tra le manifestazioni in cui siamo stati presenti possiamo citare: UP-ARTE, a Bologna. Mostra collettiva indipendente, prossima alla 3°edizione, rivolta a giovani artisti e non. STREET ART DAY, a Lecce, workshop per giovani artisti con live painting, djing, break dance.(Lecce) OLD STAR JAM, a Bologna, 13 ore no stop di musica e arte dal vivo. la collaborazione bolognese con JOHN TYPE e


i writer toscani. IDM, international drum’n’bass meeting, a Bologna. TORTURE CHAMBER, italian meeting d’n’b, a Modena. Chi siamo Marco a.k.a DAFFIN. Nato a Sassari nel 1982, pittore, writer/street-artist e tatuatore. Insieme ad AIME ha fondato MK nel 2006. Durante la sua permanenza a Bologna ha collaborato con diversi artisti della scena, partecipando a mostre collettive e personali. Attualmente vive e lavora a Bologna. www.myspace.com/daffinf AIME. Nato a Cagliari nel 1983, musicista. La sua musica elettronica è un tutt’uno con i suoi pensieri e modi di fare. Inoltre dipinge. Vive e lavora a Londra. www.myspace.com/a1m3mk ANDREA a.k.a DEF. Nato a Cagliari nel 1982, fumettista, mc, musicista . La sua arte spazia dalla street art alla musica rap/dubstep. Al momento canta anche nel gruppo crossover Il suicidio dell’ uomo falena. Prima di prendere parte alla krew e trasferirsi a Bologna, collaborava con artisti della scena torinese e londinese, tra questi ENRESET e RICO’. Attualmente studia fumetto e illustazione presso l’ Accademia delle belle arti di Bologna. www.myspace.com/tunasmelldef FABRIZIO a.k.a BROK3NBRIX Nato ad Alghero nel 1983, Dj. entra a far parte della krew sin dall’inizio, si appassiona subito ai ritmi break beat e drum’n’bass. Durante la permanenza Bolognese ha collaborato con artisti della scena elettronica. Al momento studia Lingue a Bologna. www.myspace.com/brok3nbrix AMBRA nata a Comiso nel 1988, grafica, pittrice e street artist, nonostante sia la più giovane, è un elemento di spicco del gruppo. Attualmente

sta per terminare gli studi presso l’ Accademia delle belle arti di Bologna. www.myspace.com/ambra_mk BOB a.k.a TAEZ ONE nato a Nuoro nel 1980, writer. Sin dall’infanzia è stato a contatto con la cultura hip hop mantenendo sempre il suo stile e la sua impronta. Lavora e vive a Londra EDOARDO a.k.a GNOB nato a Prato nel 1979, street artist. Attualmente vive e lavora a Prato come insegnante di musica e collabora con il comune della sua città ai progetti muri legali e graffiti nelle scuole. Lui dice: “dipingo per dipendenza”. www.myspace.com/gnob_ MATTIA a.k.a DOBOZOS nato ad Alghero nel 1983, artista teatrale. Tra la vita in gelateria e il teatro, tutto ciò che ruota intorno a lui si tramuta in poesia. Detentore del primo premio del “campionato italiano gelatieri” regione Emilia Romagna. Oggi vive e lavora a Bologna CHECCO a.k.a CHRONICLE nato ad Arezzo nel 1983. Dj, dall’inconfondibile modo di mixare con energia ed eccellenza generi come drum’n’bass, rap. Sta per terminare gli studi presso Il DAMS. www.myspace.com/chronicleborderline

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Tutto è bene di Tommy Di Lauro

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SkizzenBurp!

Sara

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Brochendors

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d-aria

Ileana

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Nicola

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Davide

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Def

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Cisco

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Gigi & Gianni di Def Andrea Medda

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Burp!web E’ possibile scaricare il PDF del numero 1, del numero 2 e del numero 3 di BURP! sul nostro blog: deligrigraficointestinali.blogspot.com

Autori

Il nostro ospite Paolo Bacilieri lo trovate su: http://sweetsalgari.blogspot.com/

Sara www.lemieabitudinialimentari.blogspot.com Brochendors www.brochendors.wordpress.com

Potete trovare la rivista Modo Infoshop Via Mascarella 24/b Bologna www.modoinfoshop.com

Tommy www.nequizia.com

Libreria Trame Via Goito 3/c Bologna www.libreriatrame.com

d-aria http://www.flickr.com/photos/68033497@ N00/

Siti che parlano di noi www.globalproject.info www.zic.it www.tpo.bo.it

Ileana www.grigiotopo.blogspot.com Def Andrea www.myspace.com/tunasmelldef

Per info o collaborazioni burpcomix@gmail.com

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Stampato presso la Tipografia Irnerio Bologna

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BURP! #4 march 2010  

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