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BEGO

di Ryan Lovelock

Bego è un verme. E’ Topolino, pero’ più stronzo, è Paperino, pero’ un pelo meno sfigato, oppure Dylan Dog, pero’ senza la figa... e neanche i mostri. Bego è Begbie di Trainspotting, un Wild One ma anche un Rebel Without a Cause. E’ un po’ fumetto popolare e un po’ fumetto underground ma sopratutto fiero di non essere nessuno dei due. Bego è anarchia narrativa pianificata e per adesso, Bego sono solo 5 pagine quindi cosa diventa non lo sa neanche lui. Una cosa è certa, Bego sono io che imparo a fare fumetti, e per adesso cio’ mi basta.



















INCONTRI/_Massimo Semerano

IL FUMETTO MUTANTE

Dai lavori come autore completo alle collaborazioni. Dalle sgretolatezze del Dottor Cifra alla rottura di tutte le regole di Rosa di Strada. Abbiamo incontrato Massimo Semerano, autore di fumetti a tutto tondo. Che ci ha raccontato molto di sé, del suo lavoro e che bisogna fare sempre i conti con il pubblico, perché «non si può far finta che nessuno ti leggerà» di Ileana Longo Goffo

Autore completo, sceneggiatore, disegnatore, insegnante di sceneggiatura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Massimo Semerano, autore di fumetti eclettico e in continua sperimentazione, definisce la sua carriera assurda. Il suo lavoro non potrebbe essere più eterogeneo, dalle sregolatezze del Dottor Cifra, alla rottura delle regole con Rosa di Strada, l’atmosfera steampunk di I figli del tramonto, le collaborazioni per la rivista Cyborg, il premio come migliore sceneggiatura all’apocalittico Europa. L’abbiamo incontrato e ci ha confidato il suo amore per Magnus, l’influenza che hanno avuto nella sua opera Céline, la sua città Bari e la musica punk. Ebbene sì, abbiamo scoperto che Massimo Semerano era bassista del gruppo punk barese Skizo. Vedere e ascoltare per credere: www.myspace.com/theskizo. Oltre a un cumulo di mozziconi di Winston e vuoti a rendere di birra, questo è ciò che rimane di due ore di intenso dialogo con una persona interessantissima che ha tantissimo da raccontare. Partiamo dalle tue storie. C’è qualcosa di autobiografico? «No. Quando lavori vengono fuori istintivamente cose che hanno a che fare con quello che vivi, ma io non ho nessun interesse a fare cose autobiografiche». Qual è il lavoro che ti rappresenta di più, con meno compromessi in assoluto? «“Rosa di strada” che tutto sommato va anche un po’ contro alle cose che insegno in accademia. Non ha delle regole così ferree, non ha una struttura in tre atti, è proprio un romanzo picaresco, ci metto dentro quello che voglio». Quanto manca alla fine? «Fra due numeri lo chiudo. Dovevano essere quattro e saranno dieci, dopodiché la mando per la sua strada, facesse quello che vuole». Che differenza c’è a lavorare con altri autori? «Quando lavoro con gli altri, come in Europa o in Fondazione Babele succedono cose diverse e ogni volta diverse. Nella mia esperienza non ho mai avuto un rapporto molto distac-



cato con i disegnatori. Da poco ho anche iniziato a mettermi alla prova facendo il disegnatore per altri sceneggiatori. Ho fatto delle cose con Otto Gabos. Ultimamente con Paolo Di Orazio, stavolta forse ce la facciamo a farci mettere in galera con la storia per la nuova antologia di Sherwood Comics che uscirà a luglio». Come sono nati i lavori di collaborazione che hai fatto? É nata prima l’idea o la coppia? «Dipende. Con Francesca Ghermandi è nata prima l’intenzione di lavorare insieme. Con Menotti è stato incidentale: dovevo trovare un disegnatore per Cyborg e noi eravamo già amici. Con Marco Nizzoli non ci conoscevamo prima di realizzare Fondazione Babele. Ad esempio quando lui disegna per me cambia un po’ il suo modo di disegnare e viene fuori qualcosa che non è né completamente mio né completamente suo. Queste collaborazioni hanno evoluzioni inaspettate, non sono dei seriali in senso classico, ma in senso degenerativo». Non trovi che i tuoi lavori da autore completo, Rosa di strada, Dottor Cifra, abbiano un’attitudine più anarchica rispetto alle cose che hai fatto con altri? «Dottor Cifra è completamente sregolato. E funziona solo quando è completamente sregolato. Se cerco di dargli una definizione o pensare che è un personaggio di una certa complessità non ce la faccio. Lui non esiste. Ci ho provato ma è impossibile». Molti dei tuoi lavori presentano delle mutazioni in corso d’opera, a livello di personaggi, ambientazioni, trama. Consideri questa caratteristica una tua prerogativa? «In realtà avviene spontaneamente, man mano che conosci i personaggi e la sceneggiatura. Le cose cambiano, a quel punto devi decidere cosa fare. Io ho deciso che i personaggi cambiano perché è nella natura del fare fumetti. Dottor Cifra ad esempio è un mutante integrale, in questo si avvicina al mio modo di fare le cose. Molte storie riguardano la mutazione, di solito in peggio. In generale il cambiamento è proprio


nelle mie corde come autore. Quanto è importante la contaminazione nel tuo lavoro? «Tanto quanto è vero che molte delle cose che facciamo o diciamo sono ripetute da cose che abbiamo sentito prima, volontariamente o involontariamente. Siamo delle spugne, assorbiamo e poi ributtiamo fuori. Questa è una caratteristica che mi appartiene che esce in maniera molto istintiva. Leggo molto e guardo anche un sacco di film stupidi». Parliamo del tuo rapporto con la realtà. Leggendo I figli del tramonto in questo particolare momento sociale, possiamo vedere ancora quanto è attuale. Casualità? «Non è un caso perché alcuni dei discorsi del candidato Kramer sono ripresi esattamente da frasi di Gentilini, il vice sindaco ed ex sindaco di Treviso della Lega Nord. Quindi dentro quella storia c’è l’incazzo perché possa esistere uno come lui». Quindi c’è un messaggio nelle tue storie? «Se dovessi dare un messaggio chiaro e preciso, scriverei un saggio, non farei un fumetto. Io voglio fare una storia, poi ci metto dentro tutto». Anche le tue origini... «Secondo me Bari si presta a essere usata. C’è una certa ironia, qualcosa che ti rimane dentro, un umorismo in cui mi riconosco, che trovo e ritrovo perché è quello di quando ero piccolo e che mi piace rimettere fuori. Un po’ quello di La capa gira, che quando non sono a Bari mi ritorna. Poi però quando arrivo a Bari voglio scappare subito». Come adatti la tua personalità di autore a un’editoria con regole rigide? «Se ci sono delle regole prestabilite, la creatività te la devi trovare negli spazi che ti sono consentiti. Poi, la mia filosofia è quella di spingere sempre un po’ sui limiti, di non autocensurarmi. Poi se vogliono censurami, lo faranno loro. Non mi stupisco della censura, mi è capitato anche in Francia con I figli del tramonto». Di che tipo di censura si trattava? «Era sul contenuto. Nell’edizione italiana però ho ripristinato tutto ciò che era stato tolto». Come vivi la convivenza con gli editori? «Se si lavora con un editore conviene anche all’autore che ci sia la figura esterna dell’editor che dà un’occhiata ai lavori. Poi dipende se l’editor sta cercando di annacquare quello che fai per renderlo più potabile, o se è uno che ti dà un consiglio su qualcosa che a te come autore può sfuggire». Come ti rapporti quando lavori su personaggi non tuoi, ad esempio per seriali con una rigida linea editoriale? «Per me è un’esperienza diversa. Io faccio le mie cose e non potrei farne a meno. Sono parallele. Comunque ogni volta che fai qualcosa, non puoi fare finta che nessuno ti leggerà». Quanto sono lontani oggi il mondo del fumetto popolare e quello d’autore? «Sono molto lontani in Italia. Ci sono autori di libri, che sono cani sciolti perché non ci sono più le riviste a fare da collante, e i fumetti dichiaratamente commerciali. In Francia i confini

sono più sfumati». Secondo te, che significa oggi fare autoproduzione? «É un ottimo modo per far venire fuori le cose in modo vergine da qualunque tipo di compromesso. Anche se la parola non rende bene l’idea. Secondo me l’arte è compromesso, di base, tutta l’arte. Se vuoi uscire dalla tua cameretta e misurarti con gli altri in qualche misura ti devi compromettere. È un gioco che a volte si perde e a volte si vince, però fa parte del mettersi sul piano dell’esistente e non sul piano della metafisica. Fare i conti col fatto che non sei l’unico a fare delle cose, ma ti rivolgi a qualcuno. In generale quando fai la “fanza” sei solo tu il tuo lettore ideale». L’autoproduzione è da intendersi come un passaggio verso altro o può essere considerata come una realtà con una sua autonomia? «Cos’è che non è un passaggio verso altro?» Hai mai fatto qualcosa che ti fa schifo, che ripudieresti? «Che mi fa schifo si, ma non che ripudierei». Il tuo rapporto con il digitale? «Lavoro integralmente al computer. Sono sempre stato affascinato dai computer. Quando suonavo c’erano i sintetizzatori, ma non c’era un corrispettivo grafico, e la cosa mi rodeva. Ero molto invidioso che si potesse fare sta cosa con la musica ma non con i disegni. Poi un po’ alla volta la tecnologia mi è venuta incontro e subito mi ci sono buttato a pesce». A proposito, come è finita la tua carriera da musicista con gli Skizo? «Ho pensato ‘o disegno o suono’ e a un certo punto ho smesso di suonare». Cosa ti influenza oltre ai fumetti? «Dal punto di vista letterario ha una grossa influenza Louis-Ferdinand Céline. Inoltre Jaques Tardi ha illustrato tre suoi romanzi. Sono stato molto contento quando ho scoperto che a uno dei miei autori di fumetti preferiti piaceva uno dei miei scrittori preferiti. É come se si fosse chiuso un cerchio». Musica? «Questa è una di quelle domande per cui dovrei avere una lista pronta. Ehm, Ramones?». Cinema? «Il cinema è un universo. Mi piace l’horror, lo splatter, Tarantino e Sergio Leone per la capacità di raccontare delle storie, delle epiche molto emozionanti». Fumetti? «Magnus mi ha influenzato tantissimo, se non altro per aver dimostrato che si possono fare fumetti in maniera diversa. Lui spingeva sui confini. È stato un grande sceneggiatore, un grande autore. E alcune sue storia mi hanno molto commosso. Mi piace molto Chester Gould, attraverso il filtro della china nera su fondo bianco è riuscito a creare un universo incredibile ed avvincente». Intervista integrale presto on line su: delirigraficointestinali.blogspot. com




CHEROSENE di Anna Pagone e Sara Bartoletti

CHEROSENE [kero’zene] miscela di idrocarburi ottenuta dalla distillazione del petrolio CHEROSENE. Narrazione monocromatica. Come una storia popolare, muove i suoi personaggi all’interno di un teatrino picaresco facendoli scontrare, inasprendoli per poi farli arenare verso un luogo remoto ed immutabile. Cherosene è una storia dal sapore amaro,incolore, si diffonde a macchia d’olio per le viuzze di un paesino. Le presenze che lo abitano sembrano non accorgersi del suo retrogusto, vanno avanti stanche, consapevoli che quel tamburellare è provocato da un’insoddisfazione atona. Diventano ombre,parte di un paesaggio che non li riguarda, ma dove sono costretti. All’interno un uomo corre a perdifiato verso una musica ipnotica che confonde anche lui.

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APRIAMO SPAZI CREATIVI

La diffusione di internet a banda larga e l’accesso alle nuove tecnologie ridisegnano i rapporti tra artisti e fruitori dell’arte. Il copyright perde pezzi, il mercato discografico è in crisi. Ma all’ombra dei mutamenti nascono nuove esperienze e si aprono nuovi spazi. Proviamo a individuarne alcuni partendo dalla nostra esperienza di autoproduzioni dentro e fuori i centri sociali. a cura della SottoSuono Records

Parlare di autoproduzione è complesso, prima di tutto perchè è un concetto ricco di sfumature e che coinvolge differenti ambiti artistici. L’avvento dell’era digitale, del web e della sua velocissima ascesa al grande pubblico ha inserito un blocco negli ingranaggi di questo meccanismo e l’ha mandato in crisi. Tutto cominciò a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta nel laboratorio di intelligenza artificiale del MIT di Boston, quando un ricercatore si domandò perché mai lui si trovasse costretto a lavorare su un sistema operativo del quale non aveva il pieno e completo controllo. Questa è la domanda da cui Richard Stallman è partito per dar vita alla Free Software Foundation e alla messa a punto del sistema operativo GNU/Linux e che successivamente lo portò all’introduzione di un concetto che riassume in toto tutta la sua filosofia su cui si basa una rivoluzione culturale senza precedenti: il “Copyleft”. Con questo termine si vuole individuare un modello alternativo di gestione dei diritti d’autore basato su un sistema di licenze attraverso le quali l’autore (in quanto detentore originario dei diritti sull’opera) indica ai fruitori dell’opera che questa può essere utilizzata, diffusa, e spesso anche modificata liberamente, pur nel rispetto di alcune condizioni essenziali esplicitate dall’autore nella licenza d’uso dell’opera stessa. Questo 16

concetto che fu inizialmente applicato al software per computer, ma negli ultimi anni sta entrando di forza anche nel mondo delle produzioni culturali. L’esempio delle licenze Creative Commons (una di queste viene utilizzata da questa rivista) è il punto di arrivo di un percorso iniziato proprio da Stallman negli anni Ottanta. La rete e la crisi

Il web nasce proprio nel pieno della rivoluzione informatica di quegli anni e quindi la sua struttura ricalca a pieno questa la filosofia. Infatti Tim Barners Lee, quando ideò la rete al CERN di Ginevra ormai venti anni fa, pensava ad un modello complesso che permettesse la condivisione e l’interconnessione, attraverso l’uso dei link, di informazioni in modo rapido, semplice e soprattutto libero. Questo modello ha ormai mandato in crisi il monopolio sulle proprietà intellettuali, perché per le “Collecting Societies” e le grandi case di produzione e di distribuzione diventa impossibile incassare la tradizionale rendita economica di cui hanno bisogno per sopravvivere in un mercato globale sempre più libero e sempre più interconnesso. Inoltre la crisi si innesta proprio nel modus operandi del web e cioè la condivisione di informazioni digitali e quindi anche opere culturali: siano esse testi, musica, filmati o fumetti. In definitiva il modello


SottoSuono è un’esperienza di autoproduzione musicale nata all’interno del centro sociale TPO di Bologna. www.sottosuono.info

del web, proprio per la sua complessità, ha messo in crisi tutti quei meccanismi di controllo che hanno garantito per decenni la rendita economica degli artisti e degli editori tutelati dalle “Collecting Societies” di tutto il mondo. Nuove frontiere dell’arte In questo contesto sociale e tecnologico si delinea oggi un nuovo modo di concepire le autoproduzioni e un nuovo modo per garantire una rendita economica ai soggetti primi coinvolti nella produzione artistica e cioè agli autori. L’autoproduzione nel nuovo mondo digitale e interconnesso permette all’artista di scavalcare tutta la “filiera” del business culturale. In particolare l’artista diventa il vero protagonista della propria arte, in quanto, grazie alla possibilità di produrre un’opera di qualità a basso costo, egli può tranquillamente evitare di entrare in contatto con le strutture tradizionali della produzione e della distribuzione. In ambito musicale, perché di questo noi ci occupiamo, le tradizionali “labels” sono destinate a scomparire, lasciando spazio a un nuovo modo di concepire la produzione artistica. Già oggi si cominciano a vedere i primi segni del futuro. Si scorgono infatti le prime “net labels”, cioè delle etichette che operano esclusivamente in ambito web e che fanno delle Creative Commons e dei vari Social Network i mezzi e i luoghi privilegiati per la distribuzione e la promozione dei propri artisti. Infine si inizia a intuire

che il ruolo delle future “labels” sia quello di semplice mezzo di promozione dell’artista. Una sorta di cooperativa dell’arte in cui l’unione delle forze di più artisti si possa convogliare per ottenere la produzione, la distribuzione e la promozione di un’opera artistica a bassi costi e di sicura qualità. Spazi di libertà creativa Per questo motivo in Italia, e magari anche altrove, gli spazi sociali offrono un humus fiorente di queste nuove realtà, in quanto permettono al loro interno la realizzazione dell’arte e della cultura a basso costo e quindi accessibile a tutti senza distinzione di provenienza sociale e geografica e senza la presenza dei tanti intermediari che spesso soffocano i tradizionali spazi di produzione e fruizione dell’opera artistica. In questo panorama, poi, gli spazi sociali si configurano come veri e propri arcipelaghi extra-territoriali la cui ricchezza sta nel fatto che la parola autoproduzione è diventata il fulcro di tutto il sapere, la cultura e l’arte creata in questi spazi. Per questo autoproduzione per noi che nasciamo, viviamo e creiamo cultura in uno spazio sociale vuol dire sicuramente produrre arte liberi da condizionamenti corporativi e non finalizzata esclusivamente al profitto, sfruttando il Web come nuovo strumento di promozione e di distribuzione. 17


GIGI & GIANNI di Andrea “Def” Medda

Stanco di leggere storie di supereroi e poliziotti, o di cattivi e antieroi vincenti, ho pensato bene di fare qualcosa in cui nessuno avrebbe voglia di identificarsi. Gigi & Gianni sono due delinquenti di ultima categoria, stanno alla costante ricerca di soldi per tappare i loro continui debiti, causati dall’incapacità di gestirsi i propri traffici e dalla cronica tossicodipendenza di Gianni. Vorrebbero fare una vita da delinquenti ma sono troppo imbranati per riuscire nei loro loschi intenti.. G&G vorrebbe essere un fumetto comico, per le assurdita’ che combinano i due, anche se è ambientato in uno scenario grottesco in cui cerco di mostrare le cose peggiori della nostra società.

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SALOTTO CULTURALE di Tommy Di Lauro e Cisco Sardano

Salotto culturale è una scheggia narrativa, un micro racconto che ironizza sul ruolo marginale della cultura nell’epoca della TV spazzatura, portandolo all’estremo. In libreria come da H&m. Comprare un libro non più chiedendo consiglio al vecchio libraio ma percorrendo i corridoi illuminati con luci fredde dei megastore dove la cultura si vende al chilo. Nel frammento di storia presentato il libro è un oggetto puramente materiale e il criterio unico di scelta è dato solamente dalle dimensioni fisiche dello stesso. Nonostante la caratterizzazione umoristica che lo rende grottesco, il protagonista della storia ricalca uno stereotipo non troppo distante da alcuni cliché contemporanei.

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Hanno realizzato questo numero: Sara Bartoletti, Ileana Longo Goffo, Ryan Lovelock, Andrea Medda, Anna Pagone, Cisco Sardano. La redazione ringrazia: Flavia “Radio Kairos” Tommasini per la supervisione e l’impagabile supporto, tutto il TPO. In particolare i ragazzi della SOTTOSUONO per l’articolo e lo spazio, Luigi Russi per la realizzazione del paper toy, Tommy Di Lauro, Valerio, Poocha e la Tiziana che ci hanno seguito da lontano, Massimo Semerano, Otto Gabos, Matteo Casali, Giuseppe Camuncoli, la M153R3180LL crew (tutta), Dave e Federico del Bartleby, Edo Pagliuca, Stefania Potito e i compagni del corso di fumetto, tutti gli amici che ci hanno supportato/sopportato nei vari momenti di sclero collettivo.

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A!

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BURP! #1 June 2009  
BURP! #1 June 2009  

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