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La passione ai tempi del limbo E’ possibile fare fumetti pop, sperimentali, corti, brossurati, lunghi, curati, tirati via, ispirati, infelici, geniali, paradossali, “sul pezzo”, fuoriluogo, ma sempre indipendenti, in maniera convincente ed efficace? Non lo sappiamo, sicuro, qualunque genere siano: costa fatica. Provate a stringere fra le mani il numero di BURP! che avete appena comprato, stringetelo forte evitando di rovinare la brossura magari. Avete appena appreso il legame tra l’autoproduzione di una rivista a fumetti e la resistenza. E stiamo parlando di resistenza sportiva, quella da marcia olimpionica, 40 km culo basso e passo teso. Ogni volta che lavoriamo su un numero dobbiamo stringere la presa per non mollare e rientrare nel “limbo delle riviste autoprodotte che dopo x numeri hanno chiuso”. Evitare di andarsene sotto con i costi della tipografia ed evitare che cali l’attenzione sul progetto che porti avanti; tutto, solo per passione. In più bisogna salire di livello ad ogni numero e fare autoformazione su come si lavora collettivamente. Senza contare che ci siamo messi in testa che una rivista autoprodotta può essere anche una scommessa, e non necessariamente una rassegna di talenti alla ricerca del Grande Editore. Una scommessa che si fa nel suo divenire e che può avere una sua efficacia di discorso e dei lettori propri. Vi sembra complicato? Sono le nostre vite.

E quindi: Signore/i benvenuti al più sensazionale dei numeri prodotti fino ad ora. Questo BURP! 5 è un nuovo punto di inizio per noi, e lo sentiamo davvero. Iniziamo col nominare i ruttatori debuttanti e giovanissimi Nicolino Picone e Kenji che hanno contribuito a creare dibattito all’interno del collettivo e che ci regalano due belle storie. Proseguiamo con Ryan, che si prende una pausa dallo scrivere Bego, per lavorare con Joe “fuck yea” Tondelli su Zombie tv 2 (sequel di Zombie tv pubblicato su Burp! numero 3). Lo stesso Joe “fuck yea” ci propone al solito un bel raccontino fresco fresco e, a proposito di racconti, un ringraziamento particolare va a Francesco Matteuzzi e Andrea Di Carlo che hanno scritto su questo numero parole di sogno e di bile. Mentre D’aria e Ap vanno a braccio trascinandoci in giro per le loro teste, Brochendors bros. ci portano in Etiopia, con la prima puntata di un’epopea coloniale. E poi ancora Nicola Gobbi, Tommy di Lauro, la Sarina nazionale Bartoletti e il sempre peggiore Def con un G&G disegnato su pezzetti di carta strappati a mano!!! Underground? Oltre. Durante l’ultima riunione qualcuno a vederlo coi fogliettini e la bic stava morendo di crepacuore. Imperdibile l’intervista col maestro Giuseppe Palumbo che ci regala un Fra’Casseur stupendo in versione toy, che stavolta però non trovate in quarta ma come inserto al centro del numero. Insomma, per non dover stampare un altro numero solo per parlare di cosa c’è in questo, lascio a voi la gioia di scoprire com’è ‘sto numero 5! Buona lettura! Burp!

Redazione: ap, Sara Bartoletti, Brochendors Bros., Daria Gatti, Ryan Lovelock, Cisco Sardano, Joe Tondelli. Impaginazione: Anna Pagone Illustrazione di copertina: Cisco Sardano e Sara Bartoletti Illustrazione di seconda e terza e pagina 2: Cisco Sardano Sommario: Daria Gatti Hanno collaborato: Andrea Di Carlo, Tommy Di Lauro, Jacopo Frey, Nicola Gobbi, Ileana Longo Goffo, Michele Martini, Francesco Matteuzzi, Andrea DEF Medda, Kenji Andrea Nakasone, Nicola Picone Stampa: Tipografia Irnerio - Bologna La redazione ringrazia: Fabrizio, Riccardo e la Signora Alba. Flavia. Vale che anche se non c’era ci ha riempito le pance! Nico per la cena. Willy per i 18 pollici. Dedichiamo questo numero alla piccola Marcella! La rivista è sottoposta a Licenza Creative Commons Attribuzione-Non Commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia




La paura di Nicola Picone



















Zombie TV 2 di Joe Tondelli e Rayan Lovelock

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La lunga erezione di Giorgione detto Sumo

di Joe Tondelli Illustrazione di Sara Bartoletti

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entre Aurora scendeva le scale pensava più che altro al lungo viaggio in macchina che la aspettava. Viaggio che non aveva nessuna voglia di compiere, ma che per incontrare Shot era più che disposta ad affrontare. Il motivo di tale sconforto era il suo compagno di viaggio, Giorgione detto Sumo, un suo noiosissimo e alquanto sovrappeso ammiratore che aveva a più riprese tentato di fare colpo su di lei. Senza successo. Quella sera però Aurora non aveva trovato nessuno disposto ad accompagnarla al locale sui colli fuori Bologna. Così, controvoglia, aveva mandato un messaggio a Giorgione. Uno di quei messaggi colmi di velate promesse dai risvolti piccanti. Promesse che ovviamente non sarebbero state mantenute, ma che si erano presentate a Giorgione come un’oasi in mezzo a un deserto di onanismo. Mentre Aurora percorreva gli ultimi gradini provava a figurarsi quale sarebbe stato il look di Sumo, ma dopo pochi secondi di immagini raccapriccianti aveva rivolto la mente

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verso lidi più piacevoli. Nello stesso istante Giorgione ripassava mentalmente i discorsi che aveva iniziato a pianificare nel pomeriggio, ma i suoi pensieri erano stati interrotti dall’arrivo di Aurora. - Oh, ciao bella. - Ciao, Sumo. È tanto che aspetti? - Figurati, sono appena arrivato. In realtà Giorgione era in attesa da venti minuti, e il suo look era molto peggio di quello che Aurora aveva immaginato. Indossava una maglietta nera con impressa la scritta “Un uomo senza panza è come un cielo senza stelle”, e dei pantaloni rossi e gialli che sembravano un tendone da circo adattato in un qualche modo improbabile. - Allora? Sei carico per la serata? - Tantissimo! Sono proprio contento di uscire con te, sai? - Eh, immagino. Quindi ti piacciono i Bloody Beetroots? - Non saprei, immagino di sì. - A me fanno cagare. - Ah. Beh, forse anche a me. Ma allora perché ci stiamo andando? - Ci sarà un sacco di bella gente, vedrai che ti diverti. - Con te di sicuro. Ma che musica fanno questi Bloody…? - Beetroots. Elettronica. Di quella zarra. - Ah. Allora non è proprio il mio genere. - Eh, neanche il mio. A te cosa piace? - Mah, non so…fammi pensare…ah, sì! Mi piace un sacco Baglioni. - Baglioni? - Sì. Sai, queella suua maglietta fiinaaa… - Ho capito, ho capito. - …ah, poi anche gli 883 un sacco. Vuoi che metto un cd? - No, no. Preferisco chiacchierare. Ti secca se intanto faccio su un tarello? - Un che? - Un cannone. - Oh…fai pure…ma scenera fuori dal finestrino. Sai, l’odore mi da un po’ fastidio. - Oh ma che freno a mano che sei! Lasciati un po’ andare. - Eh, va bene. Ma sì dai, facciamo un po’ i matti. - Ecco, bravo…allora, cos’è che fai di bello nella vita? - Lavoro come agente finanziario. È appassionante sai? - Mmh. Immagino. E nel tempo libero? - Mah, colleziono vecchi giocattoli. Hai presente le Micro machine? - No. - Ah…e i Masters of the universe? - Neanche. - Ah. Beh erano bellissimi. C’era anche il cartone animato. - Immagino…toh và, fuma qua, cartone animato. - Non so, dici che mi fa male? - Ma va là! Molla un po’ il freno, Sumo. - Ma sì dai, molliamo un po’ il freno. Nei minuti seguenti la conversazione si era interrotta, mentre Giorgione era concentrato nel guidare e fumare cercando di non tossire ad ogni tiro. - Ma sai che non è male ‘sta roba? Ha proprio un buon sapore. - Ha ha! Sei proprio forte Sumo. Mentre diceva questo Aurora aveva appoggiato la mano sulla spalla di Sumo, azione che aveva prodotto svariate conseguenze. Per prima cosa il pene di Giorgione era scattato sull’attenti. Seconda cosa l’effetto della canna era arrivato tutto in un colpo alla mente vergine di Sumo. Ultima cosa, il poveraccio era andato a sbattere dritto contro il guard rail. Dopo qualche minuto di confusione i due si erano ripresi. Aurora scocciata dall’accaduto, lui solamente stonato e scosso. Si era scusato, lei aveva detto che non importava. Mentre Giorgione stava telefonando a un carro attrezzi, Aurora si era appostata sul ciglio della strada alla ricerca di un passaggio per il locale. Sumo stava ancora parlando al telefono quando due passanti si erano fermati per caricare Aurora, e non era riuscito a salutarla. Ma in fondo poco importava, l’erezione sarebbe durata ancora a lungo.

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Orsacchiotto torna presto lo zoo safari era organizzato sul modello dell’inferno dantesco. negli anelli più esterni, struzzi, bufali, zebre, tigri e altri predatori e altre prede, non si sbranavano grazie a reti metalliche. nel successivo girone c’erano le scimmie. le scimmie sul treno, le scimmie che si mettevano un dito nel buco del culo a vicenda in pubblico, la scimmia che fumava le sigarette e il gorilla che ti guardava negli occhi mentre le noccioline lo colpivano ma scivolavano sulla corazza della sua indifferenza. dentro questo girone c’era una palude artificiale per animali impermeabili. tra essi il mio cervello ha scelto di ricordare solo due ippopotami che sulla didascalia che li spiegava c’era scritto che erano fidanzati tra loro. dentro la palude, in un isola di cemento, si apriva un baratro di cemento. per guardarci dentro bisognava affacciarsi. forse un bambino non preso in braccio da un papà separato non avrebbe mai visto, nascosto nell’anoressico poligono di ombra che il sole estivo delle puglie aveva concesso a quelle euclidee superfici grigie, un orso polare. lo giuro: si stava sciogliendo. come la neve ai bordi delle strade. era del colore della neve che si scioglie ai bordi delle strade e gocciolava. alle sue spalle un iceberg seguiva lentamente e inesorabilmente la sua deriva nell’oceano in un trompe l’oeil. quando ero piccola avevo un libro illustrato bellissimo

Testo e illustrazione di Ileana Longo Goffo

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(oggi la mia memoria me lo restituisce nel seguente modo e nessuno potrà mai conoscere la verità su esso). era un romanzo di formazione e narrava le gesta di un giovane orso bianco come l’antartide di nome Larsen. metre nuotava nelle gelide acque polari, Larsen rimane intrappolato nella rete da pesca di una nave che lo porta lontano dalla sua famiglia e dai suoi ghiacci, iniziandolo al mondo antropizzato, nel quale Larsen diventa un clandestino in viaggio verso l’ignoto. rivolto agli orizzonti a venire con la purezza di un giovane orso e con dentro sempre la voglia di tornare al polo nord, o forse sud, il nostro eroe attraversa la sua odissea, conosce luoghi e amici, in compagnia di gatti randagi marinai esplora i porti delle città e rubando per mangiare, diventando nero di carbone per nascondersi e per il dormirci in mezzo, impara a sopravvivere nella/alla civiltà degli uomini fino riescie a imbarcarsi sulla nave che lo porterà a casa. quando finalmente riconosce le sue rive Larsen si tuffa dalla nave e nuota per raggiungerle ricordo che il libro si chiamava orsacchiotto torna presto, ma oggi ci sono le golia bianca e pensare all’anarchia non ci serve piu’. ho rubato la metafora tra caramelle/utopie agli offlaga disco pax però non l’ho fatto apposta mi sono accorta dopo. sono loro grata.

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Autismo galoppante di ap e Daria Gatti

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Etiopia 41 (parte prima) di Brochendors Bros.

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Diaboliko troglodita E’ laureato in archeologia ma fa i fumetti. Disegna Diabolik ma ha continua a portare avanti percorsi di indipendenza e di autoproduzione con il collettivo Action 30. E’ disegnatore, autore e di recente anche performer. Ma per descrivere Giuseppe Palumbo forse ci vorebbe un intero numero di Burp!, a partire dalle sue esperienze degli anni Ottanta in riviste epocali come “Frigidaire”, “Nuvola Bianca”, “Dolce Vita”, “Fuego”; alla realizzazione negli anni Novanta di “Mondo Mongo” e della capostipite del cyberg a fumetti “Cyborg”. E ancora l’attività più “mainstream” con i lavori per Bonelli e l’approdo a Diabolik nel 2001 e le collaborazioni con BD Edizioni, Comma 22 e Rizzoli, per citarne solo alcune. Abbiamo avuto con lui una dotta conversazione cinefilmata mentre Giuseppe realizzava il preziosissimo Toy che trovate su queste pagine, dove abbiamo parlato di produzione sperimentale e produzione popolare, di cosa voglia dire avere un blog da fumettaro. Di quanto sia ancora importante la carta per i fumetti nonostante sull’Ipad si leggano benissimo. a cura di Burp!

Hai lavorato con numerose riviste: a quale ti senti più legato? Ovviamente il primo amore non si scorda mai, se ti devo dire una rivista, ti devo dire Frigidaire. Su quella ho fatto la gavetta, gli esperimenti, le cose più estreme e se vogliamo le più divertenti. Poi avevo vent’anni, son quelle cose che hanno il loro peso. Negli anni ‘80 Frigidaire è stata una situazione a sé: quello lo vedo come un periodo della vita separato da tutti gli altri. Dopo frigidaire, quando iniziano gli anni 90 la collaborazione si è diradata, anche perché le uscite non erano più regolari. Ma non sono stato con le mani in mano, anzi, addirittura abbiamo iniziato a fondarle, le riviste. Ti potrei dire che Cyborg o Mondo Mongo sono un altro pezzo importante di me, per certi versi potrebbero essere quello più rilevante da un punto di vista professionale. Perchè la differenza è questa: Sparagna e Frigidaire sono stati per me il momento di creatività libera. A quali hai partecipato più attivamente? Con Cyborg e Mondo Mongo avevo un rapporto diretto con l’editore. Quindi, per quanto le storie potessero essere cazzone o puro underground e divertimento, c’era una scadenza mensile, c’erano gli scazzi con gli autori, c’erano gli scazzi con l’editore, etc... Purtroppo Mondo Mongo è durata poco, tre numeri, che però sono stati abbastanza significativi: un po’ di gente se la ricorda, peccato che non sia continuata. Cyborg invece ha avuto tre vite. Mi ricordo quando uscì che ebbe un lancio pubblicitario pazzesco. C’erano pubblicità sull’Uomo Ragno, sulle testate Marvel che Starcomics pubblicava. Il primo numero di Cyborg ha

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venduto 30.000 copie, cioè ha venduto quanto l’Uomo Ragno. Fu un evento straordinario. Poi il pubblico dei supereroi, quando ebbe in mano una rivista che gli era stata presentata come una roba pazzesca, capì che non si parlava proprio di supereroi. C’era molta altra più ciccia di quanto potessero immaginarsi e quindi in un certo senso non dico che la rigettò, ma una buona parte del pubblico - mi verrebbe da dire meno colto, ma non voglio fare lo snob perchè io stesso leggevo i supereroi quindi non posso dire che erano degli sprovveduti- non era pronta evidentemente a quelle tematiche. Il cyber punk all’epoca come movimento letterario poteva dirsi già concluso, ma i fumetti non avevano ancora avuto una versione cyberg e Cyborg è stata la prima rivista che trattava questo aspetto. Dopo ci sono stati Spiderman 2099 e Nathan Never, anche se quest’ultimo non si può definire cyberpunk, ma alcune sue tematiche lo sono. Mi ricordo addirittura che su Cyborg facemmo l’anteprima di Nathan Never. In realtà forse era una rivista troppo proiettata in avanti rispetto prima di tutto a noi stessi. Forse non eravamo in grado di gestire una rivista così complessa. Dando un occhio al panorama che c’è oggi che senso ha secondo te fare una rivista oggi? Ripetere l’esperienza degli anni Ottanta è impossibile, quell’esperienza lì è conclusa. C’è un altro pubblico. Però le forme di organizzazione - penso a Burp!, a Canicola, tutto quello che è autoprodotto, sia su carta che su web - sono assolutamente fondamentali e benemerite. Perché la cosa fondamentale e la cosa più bella del fumetto è la sua povertà, cioè il fatto di


essere assolutamente fattibile anche con pochi mezzi. Poi ultimamente ho partecipato anche a dei dibattiti sul fatto di riniziare a fare anche in edicola riviste sullo stile degli anni Ottanta. Del resto alcune ne sono uscite ultimamente, penso a Animals e Icomix: però sono esperienze che interessano gli addetti ai lavori. Chi le compra si interessa di fumetti. Negli anni Ottanta invece si vendevano x-mila copie perché chi leggeva quel fumetto era la persona qualunque. O meglio una persona di un movimento che si interessava di politica, di cinema, di musica e di fumetto, naturalmente. Adesso è diventato tutto più settoriale. E’ molto più difficile che un appassionato di cinema decida di comprare Icomix, perchè è troppo orientata verso il fumetto tout court - e così ho detto anche la parola francese così si capisce che l’intervista è seriaNegli anni Ottanta l’edicola era il posto dei fumetti. Adesso tutto si è spostato in libreria. Pensi che ci sia ancora spazio per le edicole? Oggi in edicola si trova molto poco. Quando mi capita compro delle ristampe interessanti. Ogni tanto qualche rivista: Linus, che non compravo da anni, ultimamente ha iniziato a pubblicare nuovi autori, ed è stata una bella sorpresa. Invece in libreria compro molto, perché la maggior parte delle cose che un tempo uscivano in rivista adesso escono direttamente in volume. Per esempio il lavoro di Joe Sacco, che un tempo avrei letto in rivista e poi solo in seguito in volume lo si trova direttamente in libreria. Tra l’altro bellissimo libro, lo consiglio. In tutto questo c’è anche il Web. Leggi fumetti on line? Pensi che questa sia la strada? Lo considero veramente la cosa più eccezionale per il fumetto. E’ chiaro che il fumetto deve vivere sulla carta, su questo non ci piove, fate benissimo quindi

a stamparlo, però un primo giro on-line, che tra l’altro non costa niente, penso che sia fantastico. Il web dà La possibilità di mettere il disegno sul tuo blog subito, e magari non viene letto da tante persone, ma dieci, quindici lo vedono e ti dicono “bella cagata che hai fatto”, “ma ne farai di altre?”, “no dimmelo perché nel caso tolgo la connessione”! Questo rapporto diretto con i lettori è impagabile, tanto più che è gratis. Se dovessimo invece dire come farà il web a far diventare professionale la pubblicazione di una storia, non ti so rispondere. Potrei vendere i banner perché vengono cento persone al giorno vengono nel mio sito e qualche ditta di pennarelli è interessata a fare pubblicità. Allora quello mi darebbe degli introiti. Però insomma non è una prospettiva eccezionale. Però il web ha il suo senso e io mi sento di sponsorizzarlo, però non sono amante di quei blog dove ognuno racconta le sue sfighe: penso che dovrebbero essere un’occasione per realizzare i propri progetti. Mi sono deciso a fare un mio blog [ http://www.palumbo-troglodita.blogspot. com ] quando ho capito che potevo farci Troglodita, cioè la mia idea di esperimenti grafici e narrativi che volevo fare da tempo. Mandare in stampa un lavoro a colori non è proprio una passeggiata! Perlomeno uno inizia pubblicarlo sul web e vede che effetto fa. Solo in seguito quello che pubblico sul blog passa alla carta. Una cosa non esclude l’altra. Quindi sì, benedetto Web.

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Ecco la carta, si parla molto della fine del supporto cartaceo in favore di nuovi supporti tecnologici. Cosa ne pensi? Per adesso non vedo questo pericolo. Magari un domani, quando i lettori si saranno totalmente disaffezionati a leggere una qualunque cosa su carta, allora ne riparleremo. Io ho provato a leggere i fumetti sull’ipad e ci riesco benissimo. Ti posso dire che secondo me l’I-pad è veramente un grande passo avanti in questo senso. Non pesa niente, ha il formato giusto, non riscalda. Certo tutto vero, ma se ti casca per terra? Se casca il fumetto non succede niente. Con l’I-pad partono le madonne! Insomma siamo agli inizi, staremo a vedere. E se ti diciamo: autoproduzione, fare quello che ti pare, contro fumetto popolare? Attenzione, non fate questa distinzione: quando io faccio Troglodita non è che sono lì a spremermi le tempie e dico “sono ispirato adesso scrivo una roba che... ah, era tempo che dovevo farlo!”. Anche quando scrivo su Troglodita penso al lettore, è chiaro che non lo faccio nello stesso modo che per una storia di Diabolik: quella è veramente professione, sai che hai di fronte un pubblico di 50 000 persone e non puoi fare tutto quello che ti pare. Non puoi lasciare delle zone criptiche, deve essere tutto chiaro. Mentre quando faccio una storia di Troglodita so che il lettore si aspetta da me dei colpi mancini, perché vuole anche essere sorpreso, vuole quella “palumbità” che non trova da altre parti. Però Troglodita non è che sia completamente avulso dal mondo, anzi, per me è quanto di più vero io posso raccontare in quel momento, quindi ci tengo ancora di più. Su questa cosa si possono creare molti equivoci. Questo dibattito fumetto d’autore contro fumetto popolare è un grande equivoco. Ad esempio c’era una rubrica su Alter Alter in cui scrivevano anche grossi semiologi e si era sviluppato un dibattito tosto, ma a mio avvisto il punto centrale non veniva mai sfiorato seriamente. Ovvero il fatto che ci sono anche dei fumetti popolari che hanno delle valenze narrative e letterarie altissime. Qualche tempo fa ho visto una mostra a Parigi dal nome “Il fumetto è arte”: c’erano fumetti e opere d’arte che dai fumetti avevano tratto ispirazione. Mi ricordo che c’era una tavola di una pagina di Phantom con una tibù africana di omini piccolissimi e a fianco un quadro pop dove c’era Phantom che diceva una frase di Derrida. Questo straniamento tra immagine pop e frase del grande filosofo doveva rappresentare l’opera d’arte. Beh, a me non piaceva molto, mentre la tavola di Phantom era surrealismo puro, Breton avrebbe detto:”questo è uno dei nostri”. L’altra invece era solo un gioco. Noi di Burp diciamo che l’autoproduzione non debba essere solo una vetrina per poi passare all’editore. Cerchiamo anche noi di pensare ai lettori che ti leggeranno, a una linea editoriale, etc. Adesso che lavori individualmente hai ancora del gusto a lavorare in maniera collettiva? Ti ho citato prima le riviste, Frigidaire, Cyborg, Mondo Mongo, io penso che queste cose si fanno sempre collettivamente, la natura di scambio tra autori è fondamentale. Il mestiere del fumettaro è quello di stare seduto al tavolo a disegnare però se manca la na-

tura dello scambio è finito tutto. Altrimenti diventa un esercizio di solipsismo, che è il rischio dei blog, ad esempio. Considera che negli anni Ottanta quando facevamo queste riviste c’era in realtà una rete di contatti vivissima che condivideva idee, che viaggiava via lettera, via telefono, via gettoni: non c’erano neanche i telefonini. Fare una rivista non era solo un gruppo di persone con la della passione che si mettono a fare qualcosa.Alla base c’era l’idea del gioco, del confronto, ma bisogna lavorare ad un prodotto preciso, ad un progetto culturale. Prendiamo ade esempio la differenza tra Cannibale e Frigidaire, ad esempio. Nel fare la prima ci dicevamo: “Alè, mettiamo insieme le nostre storie, io la faccio più bella della tua!”, “No. La faccio più bella io!” E con queste logica del gioco uscivano dei capolavori pazzeschi. Frigidaire invece era un progetto culturale, coordinato da Stefano Tamburini, Filippo Scozzari e Vincenzo Sparagna. Che spirito vi accompagnava nel realizzare queste esperienze collettive? Vi risponderò citando l’esempio di Cyborg di cui parlavo prima, è stata la prima rivista cyberpunk in Italia e Daniele Brolli ne era il direttore. Poi la rivista la facevamo anche noi e tutti quanti sapevamo cos’era il cyberpunk, lo leggevamo, c’era un forte senso di appartenenza a quella scena culturale. Quando iniziamo a parlare di Cyborg io ero quello che ne sapeva meno, avevo letto qualcosa di Dick, che era l’aggancio fondamentale, ma nient’altro. Però il mio punto di riferimento era la cultura antagonista, entrare in quel contesto era una passeggiata per me. Ricordo che entrai subito nello spirito della questione: per fare un progetto, anche minimo, anche autoprodotto, bisogna comunque prevedere il fatto che non stai facendo una pura antologia di belle mani o belle teste che si mettono attorno a un tavolo e che siccome si stanno simpatiche, producono qualcosa. Una rivista deve essere il risultato di un’idea di comunicazione precisa, di un progetto culturale. E questo è difficle.. .complica la vita. Finché stai con la rbirretta a disegnare va bene, poi però quando devi confrontarti su certi temi, vedi che la birretta non è sostanziale, bisogna sempre pensare al progetto che stai creando. Da alcuni anni hai ripreso a partecipare a un’esperienza collettiva, quella di Action 30. Ce ne vuoi parlare? Action 30 è il risultato di un incontro tra persone diversissime, che non dovevano fare una rivista ma che si sono ritrovati a preoccuparsi di una deriva umana. Diciamo che il collettivo si riunisce intorno ad un interrogativo e ad alcune preoccupazioni. Era il 2006, c’erano già stati dieci anni di Berlusconi e poi Berluprodi, Berlu-prodi. E ci siamo posti una serie di interrogativi aperti che attraverso la cultura televisiva non si riuscivano a sciogliere, nè da destra nè da sinistra. Noi abbiamo iniziato a pensare che bisognava agire per non ricadere nel delirio degli anni Trenta quando i fascismi erano al potere in Europa, anche se non volevamo are una sovrapposizione con quegli anni. Faccio un esempio: citando le “ronde” l’associazione con le squadracce fasciste viene naturale. In realtà non è così, perché niente può essere come è già stato, le origini di questa nuova Destra non sono le

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Diabolik e tutto il resto, sei ancora motivato a prendere parte a un’esperienza così particolare? Sì, moltissimo. E’ un modo per dire; “io faccio anche questo, se ho un’idea letteriaria, filosofica, la posso esprimere attraverso i fumetti e lo voglio fare”. Non è che io abbia mai abdicato, perché Berlusconi mi ha detto così. No, semplicemente mi sono reso conto che c’era una sorta di narcosi che mi portava a fare determinate cose e non altre. E ho pensato: “ok, mi costerà fatica sudore e soldi..vabbé!”. Perché tanto, alla fine pagherà anche quello. Non so quando, non so a chi, ma prima o poi succederà. Passiamo al tuo modo di lavorare. Che abitudini hai quando disegni? Hai una colonna sonora standard? Di musica ascolto le cose più diverse quindi non ti saprei dire delle cose precise. Dalla musica greca anni Cinquanta, all’opera lirica, rock’n’roll, poi adesso che c’è youtube e vai. E’ tutto più semplice. Ultimamente sto sviluppando una natura multitasking, quando disegno metto un film o una serie tv. Quindi “vedo” anche cose che altrimenti non avrei il tempo di seguire. Anche perché nelle serie tv stanno facendo le cose migliori degli ultimi anni. Ci sono delle serie che sono veramente straordinarie: “Life on mars” versione BBC è quella che mi è piaciuta di più. La consiglierei a tutti.

stesse di quella degli anni Trenta. Però c’era molta preoccupazione. Poi da anni non facevo più qualcosa di tipo politico. Chiuse le riviste, in un certo senso, mi ero dato a un fumetto, che per quanto elaborato fosse, è Diabolik. Questo lavoro mi piace, mi permette di vivere, è un icona italiana e a me va benissimo. Diabolik mi paga il mutuo e siamo entrambi contenti, ma non è sufficiente per me. Quindi ho pensato che dovevo ricominciare a fare fumetti che mi portassero a interrogarmi su quello che stava succedendo. E poi è arrivato anche il divenire performance del fumetto… Sì, ho cominciato a fare storie anche durante performance che sono diventate un altro modo di fare fumetti. Questo apre una possibilità nuova, penso a un autore che forse è stato fondamentale per il mondo dei fumetti, Winsor McCay. Ecco, lui era un performer. Gli inizi del fumetto sono il modo con cui noi adesso possiamo ricominciare a farli. Quindi l’idea di fare una perfomance, durante la quale realizzo una storia e una cosa che non facevo piu’ da anni e che per me è diventata un modo di dire che sto andando in una direzione diversa a quella che il mercato mi porta a fare. Questo si può ampliare agli altri ambiti, altri spettacoli? Pierangelo di Vittorio, uno dei componenti del collettivo Action 30 è un filosofo, che ha deciso di spendersi in questo progetto perché era stufo di fare i suoi studi in modo accademico e aveva l’ambizione di rompere il format classico della comunicazione filosofica. Così ha pensato di poterlo fare attraverso i fumetti, la musica, il video. Anche quello è un modo per andare in una direzione obliqua rispetto al percorso che ha preso la cultura grazie al sistema televisivo. Ma come si arginano queste derive di Destra e di appiattimento dovute anche alla cultura televisiva? Non credo che con questo nostro lavoro abbiamo arginato la derive. Sarebbe bello poterlo dire. Pero’ intanto noi poniamo dei dubbi, se poi queste domande generano delle risposte, anche in ognuno di noi o nel pubblico è positivo. Magari uno puo’ dire, “per me questi sono dei cazzoni, preferisco il GF”, liberissimo di pensarla così. Però allo stesso tempo un’altra persona può invece pensare: “io vado a scuola oggi e parlo in un altro modo, prendo il programma e lo tratto da un altro punto di vista: magari adesso voglio parlare del ‘77 e porto Penthotal a scuola”. Insomma, questi sono atteggiamenti che poi cambiano le cose. Azioni che generano “mutazioni”. Action 30 infatti sta prendendo le forme più diverse, dalla performance, alla pubblicazione di un libro come “L’uniforme e l’anima”, l’anti libro di filosofia, con dentro fumetti e scritto in un modo diverso da altri libri di filosofia. Con una “scrittura creativa futurista”. Chiaramente poi c’è il nostro blog, che mette in collegamento i vari collaboratori e commentatori delle cose che diciamo, attraverso l’Italia e la Francia. Io spero che l’ambizione sia quella di fare venire dei dubbi, non di dare delle risposte. Dopo tutte le tue esperienze, le riviste,

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Tarama di Kenji Andra Nakasone

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Il mare, ieri di Francesco Matteuzzi Illustrazione di Ryan Lovelock

– Ehi, Achab! Guardi il mare? L’uomo scosse la testa, annoiato. – Non dici niente? – È maleducazione non rispondere, capitano! – Dai, andiamo via. – Ci si vede, Achab. L’uomo sentì il motore che ripartiva e si allontanava, dietro di lui, fino a perdersi nel respiro delle onde. Vide i riflessi che si facevano più brillanti, il sole che era sceso quasi a pelo d’acqua e lo abbagliava. Pensò che non sarebbe riuscito a tenere gli occhi aperti se non avesse trascorso la sua vita in mare. Soprattutto al mattino, sulle rotte del nord, quando quella palla di fuoco sembrava esplodere sopra e sotto la chiglia. In quei momenti si era abituato alla luce, all’incerto brillio del sole sulla superficie. Achab, che nome, poi. Preso di sana pianta da un libro di un Melville qualunque. Ma sì, lo prendessero pure in giro, lui, la sua barba e la gamba di legno. Si prendessero gioco di lui, che importava? Altre generazioni, più giovani... e i giovani non hanno il dovere di capire, solo di accettare e andare avanti. Ma era poi vita, senza il mare? Gli capitava di chiederselo, a volte. In genere succedeva d’inverno, quando gli impedivano di uscire. Come se i temporali fossero mai stati un problema, per lui. Sciocchi. E invece no, al primo accenno di maltempo subito in casa, lui, la sua barba e la gamba di legno. Come un vecchio. Dal suo primo imbarco, avrà avuto quattordici anni, aveva stretto un patto di fratellanza col ponte. Il legno delle assi, il parapetto, i boccaporti per sala macchine e stiva. E su, sulle sartie per lavorare alle vele, col suo corpo elastico e resistente, nel vento, sotto la pioggia. Negli uragani. Dio, quanti uragani aveva visto in vita sua, quanti l’avevano schiaffeggiato con raffiche di pioggia gelida, di quelle che ti strappano i vestiti che hai addosso e ti lasciano la pelle rossa come il tonno crudo. Di quelle che se non stai attento ti scagliano giù dall’albero fino in mare aperto, o addirittura ti schiantano sul ponte e ti ci lasciano a sanguinare finché qualcuno arriva e ti porta in coperta o finché il mare non ti reclama. Sì, lui l’amava, il mare. E anche se da tempo non poteva più governare una nave, cercava sempre di tornare verso riva e si metteva lì, seduto sullo scoglio, la schiena appoggiata alla parete curva del faro. Anche il faro, già. Ci era entrato poco dopo aver perso la gamba in quel maledetto incidente. Scaraventato sul ponte, a sanguinare. Non proprio come Achab, quello vero.

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E poi la vita al faro era facile, non c’erano gli enigmi della navigazione, non c’era il fascino dello spazio aperto, la libertà del niente intorno. Ma c’era il mare. Il mare con il suo canto. Come si fa a dormire senza quella ninnananna, quella voce materna che ti accompagna al sonno. Tra tutte le cose che aveva visto, e ne aveva viste, niente, niente era più sincero del mare. In fondo, non gliel’aveva certo presa a tradimento, la gamba. Non gliel’aveva sottratta senza prima avvertirlo. Lo stava dicendo già da un po’: sono arrabbiato. Sono furioso e mi scaglierò contro tutto ciò che incontro. E aveva incontrato la sua nave, e lui si era arrampicato fin sull’albero di trinchetto per occuparsi delle vele. E il mare, il temporale, l’aveva scagliato giù. Sul ponte, a sanguinare. Diavolo, quanta luce faceva quel faro. Più di quella delle rotte del nord, al mattino. Non era male, stare lì, curare la lampada. Non come navigare, ma non male. Ma poi adesso chi li usa più, i fari? I congegni moderni riescono a far entrare un’imbarcazione nel porto anche nelle notti senza luna, al buio. E infatti sono anni che non c’è più nessuno, al faro. Strano, il destino. Inizi che si naviga solo lungo la costa, a vista, e poi arriva quel Pitea che come niente fosse si spinge oltre l’orizzonte e arriva fino a una terra nuova che poi chiameranno Islanda. E da lì parte tutto, inventano l’astrolabio, il solcometro e addirittura le carte nautiche. Finché qualcuno resta così affascinato dalla navigazione che inizia a scriverci sopra delle storie. Belle, quelle storie. Che poi, lui l’aveva anche conosciuto, Melville, o come diavolo si chiamava, ma era stato molto tempo prima. Forse quando si era imbarcato con Shackleton, o forse prima ancora, nel periodo in cui aveva navigato con Henry Morgan nelle acque dei Caraibi. Quante passerelle, con Morgan. Passerelle e abbordaggi. Se l’avessero saputo, adesso, quei ragazzi. Se avessero sentito delle sue imprese, col pugnale tra i denti e la pistola in pugno. A sotterrare tesori e disegnare mappe con sopra una x. Achab. Chissà quanto avrebbero riso i suoi vecchi capitani a sentirlo chiamare così. Achab. Se lo immaginava, il vecchio Caboto, che riposi in pace, che si piegava in due dando fiato a quella sua tipica risata singhiozzante che presto si propagava e contagiava tutto l’equipaggio. O ancora si immaginava Da Gama, il fiero Vasco, che scuoteva la testa senza nemmeno un commento lasciando che se la vedesse da solo, con quei ragazzi. In fondo, se erano stati loro i primi a navigare fino all’India non era certo perché il Capitano perdeva tempo in chiacchiere. Il mare. Quanti ricordi. Se ci si metteva a pensare, sembrava quasi che fossero troppi per una vita intera. Lui, la sua barba e la gamba di legno. Presto, lo sentiva, sarebbero tornati al mare. E il mare lo sapeva.

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Non salvo di Tommy Di Lauro

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Testo di Andrea Di Carlo Illustrazione di Brochendors Bros.

S

convolto in uno spasmo al mattino, ho immaginato la scena che vede al centro un corpo morto in un sacco color argento metallizzato, come quelli che si vedono nei film, quando trasportano il cadavere di un delitto fuori dalle case. Ho immaginato lo sforzo degli uomini addetti al trasporto. Ho interrotto il canto delle cicale con un urlo partito dalla punta dello stomaco, ho respirato forte con la bocca aperta, gonfiato i polmoni quasi a non riuscire a stare in piedi, ho barcollato fino alla sedia blu. Abbiamo perso una grande occasione, l’incertezza ha vinto sulla volontà, in uno scontro improvvisato, solo un arbitro senza nome eletto giudice suo malgrado, solo lui a formulare la sentenza di questo processo che ci vedeva antagonisti. Non abbiamo seguito le regole, individuati i punti deboli abbiamo colpito senza pensarci, un me che non ero io ha pensato al resto, e i passi appesantiti dal fardello risuonano imponenti nelle scale di questa palazzina anni ‘30. In questa scena, so di essere il protagonista ma non riesco a mettere a fuoco la mia faccia, chiusa dentro il sacco. Ho pensato al legno, alle casse da morto in genere, al cigolio del sistema che fa scivolare le bare nelle auto funebri, il rumore del cemento nei secchielli, quando una mano esperta mescola la sabbia alla calce per murare la tomba, ho sentito il rumore dei passi sui sassi in un piccolo e vecchio cimitero di provincia, ho visto la tomba di mio padre e in mano non avevo neanche un fiore. Di questo me, diviso in due parti: una un corpo inerte senza volto, l’altra agitata dagli impegni che non si riescono a rispettare, dalle cose pratiche, dalla vita in genere. Questa parte di me che segue solo il desiderio e lo appaga, dando spazio ai piaceri concreti e facili da raggiungere. Il suono della città che risveglia la consapevolezza. Qualche grido di bimbo proveniente dalla scuola qui di fronte.

Il funerale non l’ho visto e neanche la sepoltura, ma la cosa strana è che tutto questo non dilania, non distrugge, non annienta. La tragedia non si compie. Altre vite ed altre storie, altri luoghi ed altri nomi a colmare i vuoti d’interesse. Altre cene e banchetti, simposi arcaici dove la curiosità sorpassa il sentimento, le emozioni, le sensazioni, le volontà, l’idea stessa della fine.

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PUM! di Sara Bartoletti

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Mars Mira di Jacopo Frey, Michele Martini e Nicola Gobbi

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Gigi e Gianni e le uova di Andrea DEF Medda

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