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Numero 3 Dicembre 2009

Zombie TV di Joe Tondelli Munu Cafferini 4 Open head a cura di SottoSuono Rec e SottoSuono OpenLab 9 Gigi e Gianni di Andrea Def Medda 11 Come traumatizzarla al primo appuntamento di Joe Tondelli 14 Romeo e Giulietta in breve di Valerio Sara Bartoletti 16 Yo no soy marinero soy capitan di Brochendors+sociocomix 24 Ossario immaginario di Flavia Tommasini 29 L’ombrellone di Tommy Di Lauro 32 Tha perros city di Andrea Def Medda 38 Storia smarrita-l’omicidio di Lupo di Jacopo Frej Nicola Gobbi 43 san giorgio e il drago e i fratelli progettati insieme ai quartieri di Ileana Longo Goffo 49 Divagazioni di Cisco Sardano 50 Burp!web 56

“a bbello di nonna, ma quanto ti lauri?” ecco ciò che per il sesto anno di fila chiese l’anziana nonna al povero studente fuori sede tornato a casa tra le lacrime generali, in occasione del “santo” natale. E se facessimo un numero da leggere sotto il tavolo del cenone? Ci siamo chiesti insomma se fosse il caso di uscire prima delle feste più odiate dai giovani studenti e nonostante la difficoltà che comprenderete comporta una bimestralità “rigida” come la nostra, ECCOCI qui pronti ad allietarvi le feste. Al natale è anche dedicata la nostra copertina ad opera di Def che ritrae Gigi e Gianni in una mefistofelica versione, un numero ricco anche di facce nuove però , anzi meglio di mani nuove: ben due illustratori e un fumettista che entrano a far parte della BURP! Family. Altro regalo, la succulenta intervista al vampiro Alberto Corradi, che ha realizzato un toy mostruoso come solo lui sa fare, ancora una volta ci confrontiamo con un autore che di indipendenza ne sa a pacchi e poi tanta roba ancora articoli, racconti, ricchi premi e cotillones. I lettori affezionati noteranno un buco enorme nella scaletta: non abbiamo Bego che è in pausa per ritornare sul numero 4, Ryan ci sta già lavorando e aspettiamo tutti di leggerlo. Ancora una citazione per yo no soy marinero soy capitan dei brochendors che continuano a raccontare una Bologna reale come non mai e trovano anche il tempo di ripren-

dersi Bartleby (con Burp in prima fila!) che torna a casa in via capo di lucca a Bologna. Giusto due parole prima di lasciarvi alla lettura, sul Lucca comics appena passato che, se da un lato ci ha esaltati come esperienza (rispetto massimo per chi ha fatto dell’indipendenza la propria bandiera vedi i cani, lamette superamici etc...) dall’altro ci ha fatto pensare molto. Quando infatti nel numero 1 parlavo delle tante realtà come la nostra che stanno nascendo forse mi sbagliavo, o per lo meno non avevo fatto i conti con la più grande vetrina del panorama nazionale. Più corretto sarebbe dire che tante sono le “riviste” che stanno nascendo, a Lucca abbiamo avuto la dimostrazione che non tutti si pongono alla nostra stessa maniera. Per fare una distinzione: ciò che ho visto tra le novità della self area, erano più che altro cataloghi atti a proporre esordienti al mercato mainstream, senza una progettualità, ancora una volta ci sono esempi di gente che utilizza gli spazi dell’autoproduzione solo per farsi pubblicità con gli editori. Noi non siamo così. Noi siamo di parte. Non ci interessa la visibilità ma creare immaginario, far si che il nostro mondo venga fuori con tutte le complessità del caso, con forza e senza compromessi. BURP! Resiste Cisco Sardano

Copertina Andrea Def Medda Seconda di copertina Ileana Longo Goffo Terza di copertina Sara Bartoletti Ilustrazione pagina 2 Luca Coma Bruno Hanno realizzato questo numero: Sara Bartoletti, Ileana Longo Goffo, Andrea Def Medda, Anna Pagone, Cisco Sardano, Flavia Tommasini Con la collaborazione di: SottoSuono Rec, SottoSuono OpenLab, Valerio, Brochendors+Sociocomix, Manu Cafferini, Joe Tondelli, Daria Gatti, Tommy Di Lauro, Nicola Gobbi, Jacopo Frej, Luca Coma Bruno La redazione ringrazia: la solita Flavia, Alberto Corradi, il Vecio per l’arguzia, Claudio ed Emiliano che ci supportano, Peppone e Franceschina per la consulenza sui rave, i Self Luca e Luca, tutto il TPO 


Zombie TV di Joe Tondelli e Manu Cafferini
















Open head Nell’immaginario comune gli hacker sono delle figure negative: “Hacker rubano dati personali dal database di Burp!”, “Hacker svaligiano conto segreto svizzero di Burp!”. Questi non sono hacker! Ma vengono definiti “cracker”! I veri hacker invece sono diretti discendenti dell’Homo technologicus meglio conosciuti come Nerd, questi simpatici esseri hanno contribuito alla nascita dei nostri computer, all’affermazione planetaria di internet. Si tratta di risultati straordinari nati da un approccio al lavoro diverso e opposto agli schemi che comunemente scandiscono la nostra esistenza quotidiana.

a cura di SottoSuono Rec e SottoSuono OpenLab Illustrazione di Luca Coma Bruno

modo comune di pensare la propria vita sia professionale, che personale. Linus Torvalds, il creatore di Linux, parlando degli hacker afferma che per loro “il computer è in sé un intrattenimento”, lasciando intendere che un hacker programma innanzitutto perché trova la cosa di per sé interessante, emozionante, piacevole e divertente. Torvalds non è l’unico a definire il lavoro degli hacker (tra cui il proprio lavoro) in questo modo, per esempio Vinton Cerf (il padre di internet) così commenta il fascino esercitato dall’arte della programmazione “C’era qualcosa di veramente affascinante nella programmazione”. Steve Wozniak, colui che ha costruito il primo pc nonché socio in affari di Steve Jobs, afferma a riguardo “Era veramente il più intrigante dei mondi”. Un altro modo per ri-declinare la parola intrattenimento fornita da Linus è la parola passione. In questo senso infatti il lavoro di un hacker è mosso in gran parte da una passione smisurata per il computer e per le sfide che la tecnologia gli pone giorno dopo giorno. Quello che ci stiamo chiedendo con questa serie di articoli sul mondo degli hacker è se il loro modo di lavorare sia semplicemente limitato al mondo delle tecnologie dell’informazione, o se questo modello è estendibile e generalizzabile ad altri ambiti della nostra società. Stiamo, infatti, discutendo di una sfida sociale che sta mettendo in discussione l’etica del lavoro protestante, e tutto ciò che Max Weber teorizza

La legge di Linus Date le seguenti categorie motivazionali (nell’ordine): sopravvivenza, legami sociali, intrattenimento. Il progresso è ottenibile come avanzamento da una fase alla successiva.

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a prima fase non ha bisogno di spiegazioni, la sopravvivenza è stata, spesso è ancora, motore primo delle nostre azioni. Non è raro che si vedano persone pronte a dare la vita per la propria famiglia o una persona particolarmente importante (vedi Romeo e Giulietta), a dimostrazione del fatto che i legami sociali possono essere una motivazione fondamentale. La fase finale è quella apparentemente più strana, l’intrattenimento inteso come qualcosa di intrinsecamente interessante e stimolante, qualcosa di più che guardare la tv seduti sul divano (per quanto il divano possa essere comodo). La ricerca di intrattenimento è senza dubbio una sollecitazione forte. Qualcuno potrebbe pensare al denaro, ma in questo contesto sarà considerato solo come un mezzo per raggiungere una delle fasi principali. L’etica Hacker del lavoro Partendo quindi dalla legge di Linus e osservando attentamente il comportamento e la “produzione” degli hacker ci si accorge che è possibile trovare in loro un 


gono umiliate, ma al contempo ritengono anche che la modalità non gerarchica risulti più efficace. Sia gli scienziati sia gli hacker, in definitiva, hanno imparato dall’esperienza che la mancanza di strutture forti è una delle ragioni per cui il modello aperto funziona così bene. Gli hacker possono soltanto iniziare a realizzare le loro passioni e poi mettersi in rete con altri individui che le condividono.

nel suo saggio “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. Se pensiamo infatti a quanto detto in precedenza è chiaro che l’approccio hacker al lavoro è in netta contraddizione con l’approccio protestante, in cui l’idea peculiare è quella del dovere professionale, cioè di un dovere che l’individuo deve sentire e sente nei confronti del contenuto della sua attività “professionale”, quale che possa essere, e, in particolare, indipendentemente dalla necessità che essa appaia, a una sensibilità ingenua, come pura valorizzazione delle propria forza-lavoro o persino solo del suo possesso materiale (come “capitale”). Il modello aperto L’orientamento attuale del modello capitalista descritto da Max Weber è un modello chiuso, in cui le informazioni devono essere custodite gelosamente dai proprietari e devono essere usate per massimizzare il profitto economico che queste informazioni possono dare. In questo senso la new economy potenzia l’idea di proprietà, che era già centrale nel vecchio spirito capitalistico, estendendola però, in modo senza precedenti, anche all’informazione. Il concetto di monastero, nella sua chiave benedettina, rappresenta un precedente storico e sociale molto importante per descrivere e capire il modello weberiano. L’etica hacker invece cerca di sviluppare un modello aperto nel quale la parola d’ordine è condivisione. La condivisione dell’informazione è una bene di formidabile efficacia, e la condivisione delle competenze, scrivendo e progettando del free software, è per gli hacker un dovere etico. In questo senso una possibile allegoria per il modello opensource è rappresentata dall’Accademia. Anche gli scienziati mettono a disposizione liberamente il loro lavoro affinché gli altri lo usino, lo testino e lo sviluppino ulteriormente. Naturalmente la ricerca scientifica si è data questo modello aperto non solo per ragioni etiche, ma anche perché nel tempo si è dimostrato il modello più efficace per creare un sapere scientifico. La ragione per cui il modello opensource degli hacker funziona così efficacemente va ricercata nel fatto che in larga misura esso si adegua a un modello accademico ideale aperto, che storicamente è il più adatto alla creazione di informazioni. Gli hacker si oppongono a una gestione gerarchica per ragioni etiche, in quanto essa condurrebbe facilmente a una cultura in cui le persone ven-

Lettura consigliata Pekka Himanen, L’etica hacker, e lo spirito dell’informazione, Saggi Universale Economica Feltrinelli.

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Gigi e Gianni e la buona azione di Natale di Andrea Def Medda

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Come traumatizzarla al primo appuntamento di Joe Tondelli Illustrazione di Cisco Sardano

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l Cinema Jolie è un caso curioso. Passato inspiegabilmente indenne alla moria di cinema hard di metà anni novanta, cambiò target con un clamoroso colpo di scena, abbandonando i film porno per approdare al cinema d’essai. Giusto in tempo per passare inspiegabilmente indenne alla moria di cinemini di periferia di inizio secolo. Pur essendo appassionato di cinema, Bobby non si era ancora mai attentato ad andare al Jolie, avendo sentito racconti parecchio sordidi su quella sala, ai tempi d’oro dell’hard. Il pensiero di sedersi su quelle poltroncine, nonostante non fossero più quelle degli anni andati, o perlomeno così sperava, suscitava in Bobby un malinconico disagio. Ma quella sera non aveva scelta: il Cinema Jolie era l’unico di tutta la zona a proiettare INLAND EMPIRE, tre ore di svarioni alla Lynch che non poteva assolutamente perdersi. Audrey aveva conosciuto Bobby qualche sera prima, ad una festa a casa di amici in comune, e dopo un paio di ore passate a parlare di tutto e di niente i due si erano accordati per uscire insieme. Lei lo trovava carino, anche se un tantino supponente, comunque al di sopra della media degli sfigati che la abbordavano di solito. Solo, non aveva trovato il coraggio di dirgli che detestava David Lynch. Ma non era la sola, ad aver taciuto qualche particolare. Bobby aveva infatti una sorta di rituale che compiva ogni volta, prima di guardare un film del suo idolo, come una specie di riscaldamento psicologico. Niente di trascendentale, a dire la verità, un semplice personal, appena prima di entrare nel cinema. Audrey accettò quasi volentieri, pensando che, se non altro, almeno così il film le sarebbe passato più in fretta, e il resto del viaggio era continuato fra piacevoli ciance. Avevano trovato il Cinema Jolie con qualche fatica, e ancora più a fatica avevano trovato un parcheggio per compiere il rituale dove Audrey non si sentisse troppo esposta o a disagio. Bobby aveva appena iniziato la

sua opera di manifattura, ma un aroma attraente aveva già riempito la macchina. - Mmh, che cos’è? - Si chiama skuff. Senti qua… - …sembra buono. - Fai te. - …è molto forte? - Nooo…il giusto. - Beh la mia falla leggera… Purtroppo per Audrey, Bobby era noto fra i suoi amici per avere la mano pesante, e il ritardo accumulato nella ricerca di un parcheggio aveva lasciato loro pochi minuti prima dell’inizio del film. Ma Bobby era anche un integralista cinematografico, e non sarebbe mai entrato in sala a pellicola già iniziata. Per cui, nonostante questo andasse contro ai suoi approssimativi principi di galanteria, si vide costretto a mettere fretta alla ragazza. Lei, arrivata per orgoglio al termine della sua impresa, aveva assunto un colore verdognolo, e messo da parte per un attimo l’amor proprio, aveva ammesso di non stare molto bene. Lui, che aveva già rimesso in moto la macchina per non ritardare oltre, aveva minimizzato passandole una bottiglietta, dicendole che con un sorso d’acqua le sarebbe passato subito. In fila per i biglietti Audrey si era accuratamente occultata alle spalle di Bobby, evitando come la peste gli sguardi degli altri presenti, e entrata nella sala si era lasciata andare sulla prima poltroncina disponibile. Lui, già estasiato ancora prima dell’inizio del film, vincendo la sua repulsione per le poltrone del Jolie si era accomodato senza protestare. Il buio in sala non aveva aiutato Audrey a ritrovare benessere, e la ragazza aveva continuato a soffrire in silenzio. Dopo poco più di mezz’ora le prime persone iniziavano ad andarsene, indispettite da una trama labirintica. Bobby, già nel pieno del suo viaggio personale, li compativa lanciando loro sguardi carichi di 14


sentenze indignate. Audrey invece, ormai all’apice del suo disagio, li guardava colma d’invidia, con lo stesso sguardo con cui un cane abbandonato cerca di muovere a compassione gli occasionali passanti. Infatti dopo pochi minuti Audrey non riuscì più a trattenere il suo malessere, vomitando tutto il suo disappunto addosso a Bobby. Lui impiegò qualche secondo per realizzare cosa fosse successo, poi una serie di considerazioni si infilò rapida nella sua mente. Era coperto di vomito, anche se i vestiti di lei inspiegabilmente non avevano neppure una macchiolina. Cosa peggiore la visione del nuovo capolavoro del suo regista preferito era irrimediabilmente compromessa. Ma l’aspetto che più infastidiva Bobby era il dover entrare a stretto contatto con il bagno del Cinema Jolie, locale in cui la sua immaginazione collocava scene decisamente poco edificanti. Così, nel buio della sala, Bobby si diresse mestamente verso la temuta toilette, lasciando dietro di sé una scia di goccioline di bile come a indicargli la strada del ritorno. Il bagno del Jolie era persino peggio di come se l’era immaginato, più stretto e più sporco di un buco di culo stretto e sporco. Delle mattonelle celesti anni ’80 facevano da cornice a un lavandino striato di chiazze marroni, e a fianco di questo una turca malmessa completava l’arredamento del microscopico cesso. Non uno specchio, neanche una porticina per appartarsi in privato sulla fetida turca. Dopo una buona mezzora in preda al disgusto, passata a proferire imprecazioni a denti stretti, i vestiti di Bobby erano tornati ad un aspetto decente, anche se

completamente fradici, ma non avrebbe in ogni caso passato un minuto in più in quel bagno nauseabondo. Uscito finalmente dall’angusto stanzino, Bobby seguì la scia delle macchioline di vomito fino al suo posto a sedere, giusto per trovare Audrey addormentata con un filino di bava che pendeva incerto dalle sue labbra. A causa del suo integralismo cinematografico e della mezzora passata in bagno, Bobby aveva già deciso di interrompere la visione, e mentre cercava di svegliare la ragazza nel modo più gentile possibile nella sua mente si susseguivano maledizioni colorite e bestemmie fantascientifiche. Uscendo dal cinema i due non proferirono parola, e appena seduta in macchina Audrey ripiombò nel suo sonno poco socievole. Il viaggio silenzioso riportò la calma nell’animo di Bobby, che a questo punto sperava perlomeno in un finale che avrebbe risollevato le sorti di una serata disastrosa. Ma non appena giunti a destinazione la ragazza si congedò, lasciando intuire in maniera non troppo velata che quel primo appuntamento non avrebbe avuto un seguito. A quel punto l’unica cosa che venne in mente a Bobby per concludere la nottata in maniera passabile fu di fermarsi da qualche parte per fumare un good night. Mentre aspirava il fumo a grandi boccate ripensava agli avvenimenti della serata, cercando qualcosa che assomigliasse a una morale in quella triste storia. Non la trovò, ma capì una regola che avrebbe sempre seguito per il resto della sua vita: è molto meno complicato lasciare che sia lei a decidere cosa fare, al primo appuntamento.

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Romeo e Giulietta in breve di Valerio e Sara Bartoletti

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Ossario immaginario Autore di fumetti, scrittore, artista figurativo, designer, illustratore per bambini, docente. Difficile dare una definizione ad Alberto Corradi. Classe 1971, ma già con una lunga carriera alle spalle. Dai tempi di “Snuff” e dell’Happening Internazionale Underground di Milano fino all’esperienza di “XL”. Ecco a voi l’animo dark della scena del fumetto indipendente italiano. di Flavia Tommasini

e Marco Bailone, la già citata “Hard Times” e “Snuff”, nata da un’idea di Omar Martini, Maurizio Ercole e Massimo Perissinotto a cui poi mi sono aggregato, prima come autore, per poi essere coinvolto nell’ambito redazionale. Quali sono stati a tuo parere gli elementi di innovazione che aveva “Snuff”? La novità è stata sicuramente nel formato, il 17x24. Siamo stati tra i primi a proporlo e poi è diventato uno standard editoriale. In precedenza, le riviste erano concepite in grande formato, che però non si sposava più con le esigenze di mercato e fattori economici come il costo della carta, aumentato vertiginosamente proprio in quel periodo. Al di là del formato, “Snuff” è stata il risultato dello sforzo congiunto di molti autori. In quella rivistina che ebbe un solo numero di vita erano poste già le premesse di quella che poi sarebbe diventata dopo soli quattro anni la realtà della Black Velvet Editrice, nata per volontà di Omar Martini e Luca Bernardi. Come queste riviste hanno influenzato il panorama italiano? Sono stati i primi esempi di Small Press italiana del fumetto, ma comunque distanti dall’attuale forma a cui si è giunti ora con il fenomeno dell’autoproduzione. E’ stato un periodo che ha fatto emergere una nuova scena. L’Happening Underground ha permesso di mettere in contatto gli autori indipendenti come mai in precedenza, si faceva fronte comune, e interessanti interazioni con l’estero cominciavano a prendere forma. Della mia generazione siamo rimasti in quattro o cinque a fare i fumetti, altri sono diventati editori, altri grafici, altri fanno cose completamente diverse... però quello è stato il momento in cui per la prima volta qualcosa è tornato a muoversi con forza

Difficile dare una definizione all’ospite di questo terzo numero di Burp!. Tutti lo conoscono per i suoi personaggi Mostro & Morto che animano le pagine della rivista “XL” de “La Repubblica”. Alberto Corradi non solo è un autore di fumetti con una lunga carriera e molte esperienze di lavoro anche all’estero, ma è artista poliedrico: scrittore Splatterpunk, illustratore e scrittore per bambini, romanziere, designer, pittore e anche docente. Le sue storie sono apparse in Italia, Canada, Francia, Macedonia, Portogallo, Serbia e Slovenia, su riviste, antologie, mostre e progetti collettivi. Ha all’attivo decine di pubblicazioni, tra le quali ricordiamo Regno di Silenzio (NPE) e Smilodonte per la Black Velvet Editrice di Bologna. Noi l’abbiamo incontrato e dopo un abbondante pranzetto e qualche bicchiere di vino abbiamo cercato di carpire qualcuno dei suoi segreti. Dai tempi dell’underground milanese di inizio anni Novanta, ai suoi prossimi progetti. E abbiamo scoperto che di mostri se ne intende per davvero. Hai iniziato la tua carriera nei primi anni Novanta, un periodo in cui la scena underground del fumetto italiano è tornata alla ribalta. Ci racconti che clima c’era? E’ stato un periodo fervido di attività. Tutto aveva iniziato a ruotare attorno all’Happening Internazionale Underground di Milano (HIU) creato e organizzato da Marco Teatro, fondatore di “Hard Times”, una rivista che guardava molto alla cultura dell’underground americano e ai parametri che l’avevano costituita, mettendo in connessione i diversi mondi della Urban Art. Lo stesso Marco Teatro è anche un writer, un graffitista. Le riviste del periodo, sorte quasi in contemporanea, erano “Interzona” gestita da Nicolò Gros-Pietro 29


nel panorama italiano. Ci fu anche un grande incoraggiamento da parte di autori come José Muñoz e Giuseppe Palumbo. Forse c’erano anche delle condizioni particolari perché potessero emergere queste esperienze? Il mercato languiva da alcuni anni, testate innovative come “Nova Express” e “Cyborg”, o storiche riviste contenitore come “Comic Art” e “Corto Maltese” avevano chiuso i battenti. Il tempo delle riviste era finito, lo spazio nelle edicole si era oramai contratto e l’unica testata superstite fu “Blue”, che ha resistito nel corso degli anni. L’attenzione di tutti si stava spostando sulle fumetterie, e gli indipendenti italiani dovettero lottare con la distribuzione. Adesso si assiste a una nuova migrazione, le fumetterie sono una frontiera inagibile a causa della sovrappopolazione di manga e fumetto americano, e l’editoria indipendente italiana si sta spostando verso le librerie di varia, sospinta dal fenomeno del romanzo grafico. Quest’anno siamo stati a Lucca per la prima volta in veste di espositori nella Self Area e abbiamo notato che c’era poca autoproduzione dentro quello spazio e tanta estetica. Molte delle esperienze degli ultimi anni hanno chiuso: I cani, Self Comics, Monipodio, per citarne solo alcune. Pensi che ci sia crisi anche nelle autoproduzioni italiane? Nel caso di Self Comics si tratta di un esperimento inedito e innovativo che aveva un suo termine di scadenza di tre anni, fissato dai suoi stessi creatori Genovese e Vanzella, ma in generale è un po’ nel gioco delle cose che le autoproduzioni una volta raggiunto un dato livello di evoluzione e qualità si sciolgano, non avendo di per loro un assetto editoriale vero e proprio: i gruppi di solito hanno molte teste e a un certo punto i singoli elementi hanno l’esigenza di percorrere la propria strada di autori completi. Non vedo necessariamente come un danno che queste esperienze si esauriscano, perché ad ogni modo sono state utili. La progettualità di certe esperienze indipendenti funge da punto di partenza per tantissimi autori in erba che così intraprendono la loro formazione, cosa sempre più difficile oggigiorno: ora come ora un autore che vuole fare fumetti deve confrontarsi subito col mercato, per cui deve avere già le idee ben chiare e il quadro dell’ambiente in cui dovrà muoversi. Come si dovrebbe confrontare oggi un disegnatore con il mercato? Il mercato della creatività in Italia è in crisi e questa non è una novità per nessuno. Solo di fumetti non si riesce a vivere nel Bel Paese, però si può riuscire a essere autori in un contesto complessivo. Seppur con vent’anni di lavoro alle spalle, per avere un buon livel-

lo di retribuzione economica bisogna sempre lottare. Per mia fortuna quando avevo diciotto anni ho deciso di spaziare in ogni campo della comunicazione, sulla scia dell’immagine dell’Uomo Universale: cioè l’uomo in grado di fare qualsiasi cosa. E ho sempre cercato di progredire in quest’ottica. La multimedialità mi ha quasi sempre preservato da tutta una serie di problematiche tipiche di una eccessiva specializzazione in un unico settore. Nel corso degli anni ho fatto della mia firma una sorta di marchio di fabbrica, un brand che mi contrastingua. Questo è anche un modo di affrontare questo periodo di crisi? Per assurdo un autore di fumetti cresciuto negli ultimi quindici, vent’anni è abbastanza preparato ad affrontare la crisi economica, perché siamo nati e ci siamo formati alla flessibilità. Ma adesso sono in difficoltà anche i colleghi delle case editrici mainstream: parte dei disegnatori Disney sono stati messi in stand-by e i tre quarti delle nuove testate Bonelli sono miniserie a progetto. Questa condizione è una traumatica novità per loro, ma come autori indipendenti sappiamo benissimo che appena posi il pennello e chiudi un progetto, devi subito pensare a quello dopo, senza soste. Per il semplice fatto che il dopo è sempre un’incognita. Una volta hai detto: da quando disegniamo su “XL” siamo delle specie di rockstar del fumetto. Cosa significa per te questa esperienza? Premesso che non si tratta di una rivista a fumetti, ma contiene una sezione comics, ovvero il progetto IUK (International Urban Kulture), “XL” copre mensilmente un bacino di 250-300 mila lettori, mettendo in contatto gli autori con una fascia di pubblico che in precedenza non esisteva. Un fenomeno e un successo editoriale che non si riscontrava dagli anni Ottanta. A fruire “XL” sono in prevalenza i giovanissimi e gli autori hanno la possibilità di entrare in contatto con loro sfruttando anche l’elemento pop del colore, che di solito l’edito- ria indipendente mette a disposizione solo in determinati casi. Abbiamo così aperto un canale diretto con le nuove generazioni, senza contare che quest’esperienza è stata l’anticamera di nuove applicazioni della nostra espressione artistica: basti pensare che il curatore di IUK David “Diavù” Vecchiato e la sua compagna Serena Melandri hanno dato vita a Roma alla Galleria Mondopop che raccoglie proprio la produzione neo-pop nostra come di molti altri artisti italiani. 30


L’antologia seminale Un trapano nel cervello del 1996, a cui presi parte con un racconto, affondava le sue radici nel nascente movimento dello splatterpunk, intriso di sociale e con una forte connotazione urbana. Gli autori che presero parte a questa esperienza nel corso degli anni sono cresciuti, alcuni intraprendendo carriere letterarie importanti come Nerozzi, Massaron e Tonani: La Sete trae quindi energie dal nucleo originario del Trapano, a cui poi abbiamo accorpato nuovi autori col trascorrere degli anni. Perché appunto La Sete è un progetto evolutosi nel corso di oltre dieci anni, tra defezioni e nuovi acquisti siamo arrivati alla forma attuale, e sull’onda dell’attuale revival vampirico scattato grazie al successo commerciale di Twilight, ma che nulla ha in comune con il nostro progetto (sanguigno e violento come si conviene all’horror lontano dagli stilemi classici), un editore indipendente e coraggioso come Francesco Coniglio ha scommesso sulla sola antologia di autori italiani presente sul mercato in questo momento. I nostri sforzi sono stati premiati dal crescente successo dell’antologia, sospinto anche da un lunghissimo tour di presentazioni in giro per l’Italia. E adesso siamo tutti in attesa di sapere cosa bolle in pentola... Nel 2010 uscirà Gli occhi del tempo, una graphic novel già annunciata da tempo per Black Velvet: un lavoro di ricostruzione del linguaggio di cinque periodi storici, il medioevo giapponese dei samurai in primis, disegnato con lo stile dell’epoca ma filtrato dal mio segno. L’altra uscita dovrebbe essere il volume Cronache da Apatolandia per Coniglio Editore, che raccoglierà, ampliandole, le storie di un personaggio molto amato in passato: l’Apatico di Apatolandia appunto, una creatura statica. Non fa altro che stare ferma. Tutto funziona sulla battuta o su quello che si muove intorno a lui, su questo pianeta deserto di cui è l’abitante unico. Questo personaggio ha avuto molte vite editoriali e adesso finalmente dovrebbe approdare al volume. Vorrei realizzare un 80-100 pagine, un’unica vicenda però composta da storie brevi autoconclusive. Immaginiamo che non sia finita qui... Usciranno anche un paio di fiabe e un romanzo dalle atmosfere darkeggianti, che si potrebbe avvicinare per gusto a Tim Burton e Neil Gaiman. L’ho scritto alcuni anni fa dietro proposta di una grande casa editrice, ma una settimana prima della firma del contratto si dimise la direttrice editoriale e non se ne fece più niente, fino ad oggi. E poi un saggio sui draghi, perché tra le altre cose sono laureato in Lettere con indirizzo in Archelogia Medioevale: sono un esperto di mostri, ma non solo a fumetti!

Per te questo cosa ha comportato? Ognuno degli autori coinvolti in IUK ha alle spalle un’esperienza decennale nel settore e aveva già un suo pubblico, ma l’essere ogni mese su “XL” ci ha permesso di ampliare visibilmente il parco lettori: nel mio caso ha dato visibilità maggiore sia all’autore di fumetti che allo scrittore, horror e non e così via dicendo, andando a rinsaldare lo zoccolo duro dei miei fans, che si sono ritrovati all’interno di una rivista non specialistica o di settore, ma che parla di media e tendenze. La cosa intrigante è che anche un romanzo grafico complesso dal punto di vista linguistico come Smilodonte è stato preso in mano da lettori che in precedenza non si sarebbero mai avvicinati a un simile prodotto, persone che hanno cominciato a sviluppare una prospettiva diversa sul fumetto proprio sulle pagine di “XL”. La chiave delle storie presentate sulla rivista è la ricerca della semplicità pur nel rispetto della complessità delle tematiche care ad alcuni degli autori. Come nei tuoi Mostro & Morto? Ecco loro sono personaggi molto complessi, cresciuti nel tempo. Affrontano tematiche fra le più disparate. In particolare Morto mi permette di spaziare, si parla dell’Apocalisse, si gioca sull’ambiguità in quanto è sia uomo che donna e parla sia al femminile che al maschile. Ma ci sono anche vari elementi che vengono presentati nelle loro storie, tra cui temi esoterici, illustrando personaggi ed elementi che fanno parte della cultura Pop del Novecento, nel senso di immaginario popolare dell’Europa, come Aleister Crowley. Una possibilità determinata proprio dall’unicità dello spazio offertoci da “XL”. Il tuo pubblico è composto anche di bambini. In cosa ti hanno stupito? I bambini affrontano senza pregiudizi le tematiche più disparate: si rapportano a Morto, ovvero la Grande Consolatrice, in modo estremamente positivo e divertito, sia dal punto di vista estetico che da quello del personaggio. Avevo creato Mostro per compensare la figura ieratica del Tristo Mietitore... ma i più piccoli hanno da subito accordato una maggiore preferenza a Morto, mentre Mostro è il beniamino di molte lettrici. Il primo bambino che nel 2006 a Lucca Comics & Games è venuto allo stand di “XL” mi ha proprio chiesto un disegno di Morto, e i genitori erano altrettanto entusiasti! Tu sei artista poliedrico e oltre a Mostro & Morto quest’anno ti sei cimentato anche con i vampiri, curando, assieme a Massimo Perissinotto, l’antologia di racconti La sete. 15 vampiri italiani per Coniglio Editore. Ma la narrativa non è nuova per te. 31


Sotto l’ombrellone di Tommy Di Lauro

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Tha perros city episodio 2 di 3 di Andrea Def Medda

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Storia smarrita - l’omicidio del Lupo di Jacopo Frej e di Nicola Gobbi

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san giorgio e il drago e i fratelli progettati insieme ai quartieri di Ileana Longo Goffo Illustrazione di Daria Gatti

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i serve del diserbante per i miei pensieri. mi serve del diserbante per le erbacce nel mio cervelo, poi potrei fare un prato inglese

4ever come epitaffi sulle lapidi a forma di animali bidimensionali a dondolo. e invece dei lumi dei ceri, le combustioni di resine psicoattive e il loro fumo che si perde nell’aria intorno nella quiete terrificante come dopo una catastrofe nucleare per commemorare le ginocchia sbucciate per cadere in disuso sull’asfalto e poi farsi disinfettare da un genitore qualsiasi (random), il coprifuoco annunciato dalle girandole per innaffiare l’erba in cattività nei perimetri ritagliati nel cemento, le spedizioni nelle viscere della terra, labirinti e discese per le bici più che per le auto, anche quelle di cemento (siamo spiacenti per la ripetizione ma è colpa dei piani regolatori), e tornare in superficie da tutti i giri scale per trovare le differenze, e varcare le colonne d’ercole del crocifisso, attraversare la campagna e alla fine arrivare al fiume e arrivare a tavola/cena con ferite di guerra e medaglie al valore che non confesserai mai mentre in sottofondo scorrono indifferentemente liti domestiche o quiz televisivi. l’ultima volta che ho visitato san giorgio, al campetto il drago non c’era e i muri, le scale, i citofoni e le discese erano ancora in attesa di una nuova colonizzazione. ho sentito dire che tra i miei coetanei che vengono da lontano sopravvive inspiegabilmente la moda dell’istinto di conservazione della specie. forse loro un giorno fabbricheranno altri bambini da giardino per il mio quartiere, bambini da arredo urbano. (i bambini sono dei bei complementi di arredo urbano)

magari. nel mio cervello c’è un parchetto di quartiere abbandonato. chi ci ha giocato è cresciuto. i quartieri costruiti in blocco dal niente che producono in blocco nuovi esseri umani, dove tutti potrebbero essere figli di tutti e tutti potrebbero essere genitori di tutti affacciati al balcone a chiamare la prole per cena. un grido per guinzaglio. i quartieri colonizzati in blocco in cui nasce una generazione e poi più niente, erbacce e muschio tra le crepe (dove portare i cani a pisciare). le famiglie indigene hanno già dato con la riproduzione. adesso preferiscono la televisione e le puttane la sera. o portare il cane a pisciare. dopo che ai muri è venuta l’osteoporosi, e i reumatismi, alle aiuole è venuto il cancro e i bambini si sono estinti e sono stati sostituiti da esseri con la voglia di scappare. a volte tornano al parchetto a guardare i ricordi inseguiti dai cani, in visita a un cimitero di anni sepolti e di innocenze dimenticate come le macchinine nella sabbiera, in mezzo al deserto senza acqua e senza benzina. scheletri arrugginiti di scivoli e altalene come monumenti funerari, vale ti amerò per sempre e marco+mary

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Divagazioni di Cisco Sardano

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BURP! #3 December 2009  
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