Azione 07 del 12 febbraio 2024

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Anno LXXXVII 12 febbraio 2024

Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura

edizione

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MONDO MIGROS

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SOCIETÀ

TEMPO LIBERO

ATTUALITÀ

CULTURA

Sinner ha ringraziato i genitori per la libertà concessagli, ma che cosa vuol dire lasciare liberi i figli?

Un visibile narrare: forse, per trovare la propria voce serve dimenticare tutto ciò che si sa

I conti in rosso dell’esercito svizzero e il silenzio della ministra Viola Amherd, adesso nella bufera

Jonathan Zenti, disegnatore e creatore di podcast, racconta un mondo in vivace evoluzione

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Enrico Martino

Le fatiche della gente del Rio Ucayali

Enrico Martino

Basterebbe amare di più il nostro territorio Mattia Keller

Ritorno sul tema a me caro del consumo interno, motore di ogni economia. Non è mia intenzione puntare il dito e nemmeno giudicare, bensì sensibilizzare le cooperatrici e i cooperatori che leggono il nostro settimanale. In qualità di più grande datore di lavoro privato del Canton Ticino, la Cooperativa si sente responsabile per quanto accade nella nostra regione. In questo momento, particolarmente impegnativo per tutta l’economia cantonale, il consumo interno viene indebolito da più fattori: una situazione che potremmo paragonare a un’insufficienza cardiaca. Gli elementi che influiscono sullo stato cardiovascolare sono molteplici e si cumulano in maniera sfavorevole. In medicina si parlerebbe di paziente con un quadro clinico complesso: il cambio euro-franco, l’inflazione (malgrado stia costantemente rallentando e sia tornata sotto al 2%), la popolazione residente ticinese che diminuisce, fenomeno in controtendenza rispetto al resto della Svizzera, i conti dello Stato in difficoltà,

la transizione ambientale e i costi correlati, i prezzi di materie prime e trasporti in aumento, le guerre, la densità record di supermercati nella regione insubrica, il numero di frontalieri che supera le 80’000 unità e la penuria di forza lavoro qualificata. Si potrebbe dire che dopo tanti anni di prosperità, ora lo spazio di manovra per imprese e Stato sembra sciogliersi come neve al sole, oppure che il paziente ha bisogno di cure urgenti. Le decisioni dolorose si impongono: ne è una prova tangibile la fine annunciata di LATI. Una brutta doccia fredda per il settore agricolo e per coloro che, come Migros Ticino, collaborano strettamente con i produttori locali. Le avvisaglie di tagli e ristrutturazioni si moltiplicano e anche Migros non fa difetto, con l’annunciata riorganizzazione interna, di portata storica, che toccherà anche il Ticino (vedi gli articoli a pag. 2). Non sono esclusi licenziamenti. Le ragioni che impongono dei cambiamenti nel Gruppo Migros sono di ampiezza

nazionale, ma il Ticino denota un’evoluzione nettamente più drammatica a causa di quanto descritto sopra. Lo ribadisco: il consumo interno è motore di ogni economia. Le difficoltà di LATI sono molteplici, e la mancanza di consumo interno è una di queste, che dimostra il suo lato peggiore, non permettendo alle aziende di operare efficacemente. Rammento che la grande distribuzione del Nord Italia è il più importante concorrente e attore del commercio al dettaglio ticinese, ma senza pagare stipendi e senza creare indotto locale. Ora il Ticino si sveglia lentamente dal sonno da Bella addormentata e mentre noi discutiamo sull’abbassamento della franchigia doganale da 300 a 150 franchi, su proposta di Berna, scopriamo che l’Italia è molto più virtuosa e rapida: dal 1° febbraio 2024 la soglia per l’esenzione dall’IVA italiana (l’emissione del tax free) è stata abbassata a 70 euro, ampliando ulteriormente i vantaggi concorrenziali dovuti al

quadro normativo. De facto gli acquisti oltre frontiera dei ticinesi sono esenti sia dall’IVA svizzera sia da quella italiana! Ciò costituisce uno svantaggio concorrenziale rilevante per le nostre imprese. Se poi si mette in conto il fatto che, secondo comparis.ch, il 54% dei ticinesi intervistati effettua acquisti oltre frontiera, mentre in Romandia e in Svizzera tedesca la percentuale, con il 23% rispettivamente 22%, è sensibilmente più bassa, si comprende l’incisivo impatto sul quadro economico ticinese. Come se non bastasse, il nostro Governo cantonale si dimentica dell’importanza del consumo interno e segnala a Berna che l’abbassamento della franchigia doganale svizzera in fondo non s’ha da fare. Ancora più sorprendente è il fatto che tale posizione non sia stata nemmeno preventivamente discussa con gli ambienti economici più toccati. Come ha fatto notare un radioascoltatore ticinese la settimana scorsa «basterebbe avere un po’ più di amore per il nostro territorio».


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MONDO MIGROS

Un maggiore focus sul core business

«Più semplici ed efficaci»

Il Gruppo Migros vuole aumentare l’attrattività del suo core business agli occhi della clientela e si concentra in modo specifico sui settori d’attività in cui può continuare ad avere successo anche in futuro. Nei prossimi cinque anni, il commerciante al dettaglio investirà oltre otto miliardi di franchi per la sua clientela, offrendo ad esempio prezzi più bassi e sviluppando nuovi concetti per le filiali. Allo stesso tempo, Migros desidera cedere le aziende che non sono più in linea con la strategia del Gruppo. È quindi alla ricerca di nuovi proprietari adatti per Hotelplan Group e Mibelle Group. Anche per i suoi Mercati specializzati, Migros punta a soluzioni orientate al futuro. Per la clientela e per i partner commerciali i processi di vendita resteranno invariati. Tutte le attività continueranno a funzionare in modo affidabile come di consueto. Con la strategia del Gruppo adottata nel 2021, Migros ha deciso di puntare in prima linea e in modo coerente sui settori di attività del commercio al dettaglio (alimentare e non), dei servizi finanziari (Banca Migros) e della salute (Gruppo Medbase). Concentrandosi sul proprio core business, Migros intende consolidare la propria posizione di numero uno nel commercio al dettaglio svizzero. L’obiettivo è quello di conquistare la clientela del commercio al dettaglio con prezzi interessanti, alta qualità e servizi ottimi, oltre a un’ampia gamma di prodotti per tutte le tasche. Oltre agli investimenti nei supermercati Migros, l’attenzione si concentra sull’introduzione di un nuovo concetto di filiale per Denner, su una logistica più efficace e ampliata per Denner e Digitec Galaxus, sull’espansione dell’attività online e su aziende di produzione redditizie e orientate al cliente a livello di Migros Industrie.

Signor Irminger, Migros giustifica le sue ultime decisioni con una maggiore attenzione al core business. Cosa significa esattamente? Sin dall’adozione della strategia del Gruppo adottata nel 2021, Migros ha deciso di concentrarsi in futuro sui seguenti quattro segmenti di attività: vendita al dettaglio di prodotti alimentari, vendita al dettaglio di prodotti non alimentari, servizi finanziari e salute. Concentrandoci sul nostro core business, vogliamo garantire che, anche in futuro, Migros rimanga il numero uno della vendita al dettaglio. Vogliamo sfruttare maggiormente le sinergie all’interno del Gruppo Migros. Alla fine, se noi diventiamo più semplici ed efficienti, saranno le clienti e i clienti a trarne beneficio.

Info Migros ◆ Migros rafforza il suo core business e cerca nuovi proprietari per Hotelplan, Mibelle, melectronics e SportX

Industria Migros senza Mibelle Da tempo il Gruppo Mibelle non produce solo classici marchi popolari come il detersivo per piatti Handy o la linea di cosmetici «I Am». Oggi l’azienda dell’industria Migros genera il 70% del fatturato totale all’estero. La produttrice di vari prodotti cosmetici e per l’igiene ha sedi in Corea

del Sud, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Mibelle è cresciuta al punto da superare la stessa Migros e oggi con essa ha meno cose in comune. Per questo motivo Migros ritiene che un passaggio di proprietà offrirebbe maggiori possibilità di sviluppo. Gli amati marchi Migros continueranno in ogni caso a essere disponibili presso Migros.

Nuovi proprietari per Hotelplan Gottlieb Duttweiler fondò l’azienda nel 1935 con l’obiettivo di incrementare il turismo nel proprio Paese e rendere le vacanze possibili per tutti. Quasi novant’anni più tardi Hotelplan è il numero uno tra i fornitori di servizi di viaggio in Svizzera e offre di tutto, dai viaggi nelle città europee alle vacanze escursionistiche nelle Alpi, passando per i viaggi in Paesi lontani. Tuttavia, i punti di contatto con il core business di Migros, che consiste nella vendita al dettaglio, nei servizi finanziari e nei servizi sanitari, sono praticamente inesistenti. Hotelplan Group opera in un mercato globale, caratterizzato dalla presenza di grandi aziende specializzate e internazionali: per questi motivi, Migros non si considera più come il miglior proprietario possibile e sta cercando attentamente un acquirente. Il nuovo proprietario può contare su un’azienda in ottima salute che proprio l’anno scorso è stata in grado di raggiungere un risultato record.

Il futuro dei mercati specializzati I mercati specializzati Migros sono sempre più sotto pressione a causa dello sviluppo del commercio online e dell’aumento degli acquisti transfrontalieri. Migros è convinta del fatto che, grazie a nuovi proprietari esperti di settore, i singoli negozi riusciranno ad affermarsi con più facilità in questi mercati competitivi e difficili. Per SportX e melectronics il processo di vendita è già stato avviato. Per le/i clienti e le/i dipendenti al momento non cambia nulla. L’attività continuerà come sempre. Entro la metà dell’anno in corso saranno sottoposti a una revisione approfondita anche gli altri mercati specializzati Migros – il negozio di mobili Micasa, i centri per il bricolage e il giardinaggio Do it & Garden, nonché il negozio di biciclette Bike World. Solo allora si deciderà come procedere.

Impatto personale Migros si impegna a mantenere il maggior numero possibile di posti di lavoro. Tuttavia, una loro riduzione non può essere esclusa. Nella fase attuale è difficile dire quando e in quali settori ciò avverrà: dipenderà dagli acquirenti. Complessivamente, si prevede una riduzione non superiore a 1500 posizioni a tempo pieno – questo processo include anche la riorganizzazione resasi necessaria dalla recente fondazione di Migros Supermercati SA.

Intervista ◆ Il CEO di Migros Mario Irminger spiega il riallineamento strategico

In che misura se ne accorgeranno le clienti e i clienti? Per Migros il profitto non è fine a sé stesso: ciò che resta alla fine della giornata viene reinvestito nei prodotti e nei servizi che offriamo ai nostri clienti. E stiamo pianificando investimenti notevoli: nei prossimi cinque anni Migros prevede di investire circa otto miliardi di franchi. Fra le altre cose, applicando prezzi più favorevoli per le/i clienti. A gennaio abbiamo già iniziato a ridurre i prezzi di circa 450 prodotti. Sono molte le persone in Svizzera che subiscono l’aumento dei costi domestici, e Migros vuole offrire loro una scelta interessante per tutte le tasche. Stiamo investendo anche nei supermercati Migros, in un nuovo concetto di negozio per Denner, in una logistica più efficace e ampliata per Denner e Digitec Galaxus e nell’espansione del nostro business online. Uno dei settori strategici è quello della salute. Sono previsti investimenti anche in questo ambito? Negli ultimi anni Migros ha avuto molto successo in questo settore, che è estremamente importante anche per la società, e vi vediamo grandi opportunità di crescita. Entro la metà dell’anno avremo affinato la nostra strategia e presentato al Consiglio d’Amministrazione raccomandazioni specifiche per l’ulteriore espansione di questo settore di attività.

Il CEO di Migros Mario Irminger. (Marco Zanoni)

L’attenzione al core business va di pari passo con la separazione da aziende al di fuori delle principali aree di attività. Perché sono interessate proprio Hotelplan, Mibelle, Melectronics e SportX? Come può immaginare, non sono state decisioni facili per noi. Anche a me sta a cuore che queste aziende abbiano successo in futuro. Nell’ambito del riallineamento strategico, abbiamo analizzato il portafoglio di Migros. È emerso chiaramente che, in un’ottica di prospettiva futura, Migros non è più il proprietario ideale per tutte le aziende. Cercheremo nuovi proprietari con una solida base per portare avanti con successo queste aziende. La revisione del portafoglio Migros ha inoltre evidenziato la necessità di rettifiche di valore per circa 500 milioni di franchi. Come si è arrivati a questo? Si tratta in particolare di immobili adibiti alla logistica, progetti IT e vari altri beni. A causa delle mutate condizioni di mercato, presentano un minore valore di bilancio. Era una situazione da correggere. Le rettifiche di valore avranno un impatto corrispondente sull’utile netto del 2023, che si ripercuoterà negativamente sul risultato operativo. Tuttavia, il Gruppo Migros sarà in grado di registrare un utile per l’anno appena trascorso. Informazioni in merito saranno fornite in occasione della conferenza stampa sul bilancio che si terrà a fine marzo.

Una chinoise al Bellavista

Concorso ◆ Vincete i due ticket in omaggio per la serata all’insegna della fondue chinoise del 24 febbraio 2023 Nel corso di tutto l’inverno il Buffet Bellavista, situato a 1200 metri lungo la linea che porta in vetta al Monte Generoso, offrirà una serie di serate all’insegna della buona cucina regionale. Il ristorante, da poco ristrutturato, grazie a un’atmosfera intima e curata, incanterà gli ospiti. «Azione» estrarrà a sorte settimanalmente due ticket per scoprire la bellezza del Monte Generoso. Il prossimo 24 febbraio si potrà gustare la fondue chinoise. Il menu di 3 portate comprende insalata mista, fondue chinoise, sorbetto al limone.

Dove e quando Serata fondue chinoise 24 febbraio 2024, Buffet Bellavista. Orari: partenza da Capolago ore 19.00, discesa da Bellavista ore 21.30. Prezzi: Trenino e menù a 3 portate, bevande escluse: adulti CHF 60.–; ragazzi 6-15 anni CHF 40.–; bambini 0-5 anni treno gratuito. Info e prenotazioni www.montegeneroso.ch

Concorso «Azione» mette in palio due ticket per il 24 febbraio 2024 che includono ciascuno un biglietto andata e ritorno a bordo del trenino a cremagliera e la cena di tre portate. Per partecipare al concorso mandare una e-mail a giochi@azione.ch (oggetto «chinoise»), indicando i propri dati, entro domenica sera 18 febbraio 2024 (estrazione 19 febbraio). Buona fortuna!


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Prendersi cura della salute I giovani si recano dal medico più spesso di un tempo: per insicurezza, moda o prevenzione?

I grotti di Giumaglio Il Patriziato e l’associazione Per Giümai immaginano il futuro delle antiche costruzioni sottoroccia

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La fauna ittica del Ceresio Sopravvivenza e sviluppo sono sempre più problematici per gli esseri viventi del lago di Lugano

Una Cascina per tutti Un primo bilancio positivo per la casa di quartiere di Sorengo dopo quasi due anni di attività

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Gli adolescenti hanno bisogno di libertà

Il caffè delle mamme ◆ I ringraziamenti di Jannik Sinner ai propri genitori per la libertà che gli hanno concesso hanno fatto il giro del mondo, ma che cosa vuol dire lasciare liberi i figli? Lo abbiamo chiesto allo psicoterapeuta Albero Rossetti

«Vorrei che tutti avessero dei genitori come quelli che ho avuto io, mi hanno permesso di scegliere quello che volevo, anche da giovane. Non mi hanno mai messo sotto pressione. Auguro a tutti i bambini di avere la libertà che ho avuto io». Il trionfo del tennista Jannik Sinner, 22 anni, agli Australian Open ha fatto il giro del mondo insieme alla dedica ai suoi genitori durante la premiazione. Alla domanda della giornalista del «Corriere della Sera» Gaia Piccardi sul perché abbia sentito il bisogno di ringraziarli, il più giovane vincitore a Melbourne dopo Djokovic e primo italiano campione Slam dal 1976 risponde: «Sono andato via di casa a 13 anni, costretto a crescere velocemente: ho imparato da solo a fare la lavanderia, a cucinare, a fare la spesa. Per un genitore lasciare andare un figlio così presto non è facile». A Il caffè delle mamme del luglio 2023, dal titolo «Quando arriva il momento in cui i figli partono», abbiamo già disquisito su quanto possa essere doloroso il distacco ribadendo allo stesso tempo l’importanza di donare loro le ali. Adesso, però, la frase di Sinner ci spinge a riflettere anche sul valore della libertà su cui lo psicoterapeuta Alberto Rossetti è tranchant: «La diamo spesso per scontata, ma più osservo i ragazzi che siedono di fronte a me, nel mio studio, più ho l’impressione che non siano davvero liberi come ripetiamo loro». Che cos’è, dunque, questa libertà di cui gli Gen Z hanno bisogno, ma che noi genitori spesso rischiamo di negare? Per spiegarcelo invitiamo Rossetti a Il caffè delle mamme, dove ci parla del suo ultimo libro Viva la libertà (ed. San Paolo, settembre 2023), in cui il sottotitolo è già un monito: «Gli adolescenti hanno bisogno di farne esperienza». Lasciare ai figli libertà vuol dire, innanzitutto, non gravarli del peso delle nostre aspettative: nel brano Splash, l’anno scorso a Sanremo, Colapesce e Dimartino cantano (e con loro mio figlio di 10 anni): «Meglio soli su una nave / per non sentire il peso delle aspettative!». Sono le aspettative di successo che spesso i genitori hanno nei confronti dei figli, quelle della scuola che li portano a studiare tante ore al giorno per prendere bei voti, e quelle della società che li vuole sempre performanti e numeri uno, i più bravi, i vincitori. Che fatica! Riflette Rossetti: «Ciò che conta, o che sembra contare, è il risultato. Così i ragazzi sono ingabbiati dall’ansia di deludere i genitori, non riuscendo a capire cosa davvero piace a loro e cosa desiderano fare nel profondo. Hanno paura di sbagliare e di non meritarsi nulla». La loro autostima dovrebbe essere tenuta slegata dai risultati e l’incitamento

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Simona Ravizza

dovrebbe essere quello dell’impegno e non della vittoria. Dobbiamo dare, poi, ai nostri figli la possibilità di essere, almeno a momenti, infelici e non costretti a mostrarci un finto benessere per placare la nostra ansia: «Concediamo loro la possibilità di stare male senza dover sempre primeggiare, stare bene o essere al top – ribadisce Rossetti –. L’importante è non sovrastarli facendo prevalere il nostro bisogno di vivere bene, come purtroppo regolarmente facciamo».

I genitori oggi fanno fatica a imporre dei limiti, così usano il controllo per incidere sulla vita dei figli: i risultati sono fallimentari È importante anche che i nostri figli siano liberi di poter dire e potersi raccontare: il nostro compito è di ascoltare senza giudicarli. E libertà è permettere loro di assumersi le proprie responsabilità, merce rarissima di questi tempi. A Il caffè delle mamme siamo convinte che non dobbiamo cadere nel tranello di dire ai nostri figli «Sii te stesso, ma a modo mio», altro splendido titolo di un sag-

gio (Raffaello Cortina editore, maggio 2023) stavolta di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro di Milano che sottolinea: «Urge riflettere su che cosa significhi essere un adulto oggi e quali conseguenze – e responsabilità – porti l’aver costruito una società competitiva e ideale dove, come se non bastasse, si continua a invadere la mente dei figli e degli studenti e a chiedere tacitamente loro di essere sé stessi nel modo immaginato da madri, padri, insegnanti, disinteressandosi del loro presente e del loro futuro prima ancora delle loro fragilità». Attenzione, però: «Una libertà senza confini, deve essere chiaro, è una non libertà», ammonisce Rossetti: «Libertà non è fare ciò che si vuole». È fondamentale per noi genitori essere in grado di dire dei no e porre dei limiti, fissare delle regole, mettere dei vincoli che servono a delimitare il campo e ad alimentare nei nostri figli il desiderio e i sogni. «Posso andare in vacanza qualche giorno con le mie amiche?», domanda la 15enne di 7infamiglia, l’hastag con cui abbiamo soprannominato la nostra famiglia allargata: «Certamente!». «I miei

amici vogliono affittare una villa in Sardegna». «Mi sembra un po’ esagerato», è il mio commento che di fatto l’ha fatta rinunciare al viaggio. La mia convinzione, però, resta che non tutto può essere concesso, ci deve essere il valore dei soldi (indipendentemente dalle possibilità economiche), le prime vacanze magari devono essere in posti facilmente raggiungibili dai genitori in caso di imprevisti, e anche la libertà deve avere un campo di azione in cui essere delimitata altrimenti la prossima volta saranno le Hawaii! Facile a dirsi ma, come ben sappiamo a Il caffè delle mamme, spesso avviene il contrario: nessuna regola o quasi, in compenso massimo controllo. Errore clamoroso! Rossetti è impietoso: «Siccome facciamo fatica a imporre limiti, l’esercizio del controllo resta l’unica possibilità che si pensa di avere per incidere sulla vita dei figli. Con risultati, dobbiamo avere la forza di osservarlo, fallimentari». E ritorniamo ancora lì, alla nostra autodenuncia sulla difficoltà di lasciare fare le valigie ai figli (in senso pratico ma anche metaforico): mogli innamorate, spesso lavoratrici d’obbligo ma anche appassionate, a vol-

te amiche con il desiderio di condividere shopping e french manicure, ma troppo spesso mamme con l’ansia da controllo. La nostra invadenza la possiamo misurare anche in piccole, ma moleste azioni di controllo come: il figlio, in discoteca, invitato a mandarci messaggi per rassicurarci; l’abitudine di andare a leggere le chat dei ragazzi su WhatsApp; le App di parental control; la videochiamata durante una gita scolastica. «Il rischio maggiore – spiega ancora Rossetti – è che si vada a rinforzare quel legame con la propria famiglia che invece in questo periodo della vita deve venire introiettato dal ragazzo, dunque per alcuni versi tagliato. L’adolescente ha fatto propri gli insegnamenti dei genitori ed è pronto a fare esperienza della sua vita». Smettiamola, insomma, una volta per tutte di voler colonizzare gli spazi dei ragazzi: senza limiti non esiste libertà possibile e allo stesso tempo troppo controllo impedisce di viverla. Ecco allora che lasciarli liberi deve diventare molto più che un motto: «Deve essere – ripete come un mantra Rossetti – un preciso impegno da prendere nei confronti di questa generazione». Ce la faremo?


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MONDO MIGROS

In viaggio sull’arca che scivola tra Happy Valentine’s Day

Attualità ◆ Il 14 febbraio si celebra come da tradizione la festa degli innamorati, ma anche di chi si vuol bene in generale. Accanto a un◆ bel mazzo di fiori, vi proponiamo alcune idee perricolmo sottolineare questadondolanti, importante oltrepassiamo ricorrenza Reportage Alloggiati all’interno del ventre di ferroaltre del Tucàn, di amache città western in salsa Enrico Martino, testo e foto

Impossibile resistere a queste dolci raffinatezze create dalla pasticceria Migros e che faranno sciogliere il cuore di tutti i golosoni. La torta di pan di Spagna con crema e fragole fresche è perfetta per chiudere in dolcezza una cenetta tête-à-tête. E che dire dei raffinati macarons, i dolcetti tipici della pasticceria francese? Queste specialità a base di meringa alle mandorle sono disponibili con un delicato ripieno di lamponi e vaniglia. Chi invece preferisce il cioccolato troverà di che soddisfare le proprie papille grazie ai pasticcini di fine cioccolato fondente. Infine, un’autentica delizia per occhi e palato è costituita dalle tortine di pasta frolla con un ripieno di prelibata crema di mandorle. Torta di fragole 490 g Fr. 15.90 Cuori di macarons 90 g Fr. 5.60 Cioccolato fondente cuore 180 g Fr. 4.95 Tortine alle mandorle cuore 224 g Fr. 5.60 In vendita nelle maggiori filiali Migros

Le specialità a base di cioccolato seducono sempre e sono ideali da regalare in tutte le occasioni, compreso ovviamente San Valentino. Da noi ognuno trova un vasto assortimento di cioccolatini per ogni gusto e budget. A cominciare dalle finissime creazioni della Frey, che per l’occasione propone per esempio le praline assortite in edizione speciale e le croccanti coaties, delle mandorle ricoperte di cioccolato bianco colorato. Le palline Lindor non hanno certo bisogno di troppe presentazioni e, grazie all’assortimento misto latte, bianco, nocciole e 60% cacao, ogni goloso sarà accontentato. L’inconfondibile incarto dorato dei Ferrero Rocher non passa mai inosservato. Lasciatevi tentare da questi dolcetti a base di cialda croccante ricoperta di cioccolato con cuore cremoso e granella di nocciole.

Alba sul Rio Ucayali. Qui si trova il punto in cui confluiscono i fiumi Ucayali e Marañon per formare il Rio delle Amazzoni. Sotto, più di mille barche passano lungo il fiume Ucayaly, unico mezzo per collegare Pucallpa a Iquitos. Di fianco, in senso orario, i piccoli villaggi sparsi lungo il fiume Ucayali attendono Tucàn per ogni genere di merce e per vendere i propri prodotti; a Pucallpa si ferma la strada proveniente da Gli amanti della cucina giapponeLima; Iquitos, se in alcuni negozi Migros selePuerto Belén – villaggio zionati trovano una specialità a di capanne di base di sushi realizzata appositalegno sollevate mente per la festa degli sull’acqua innamo- grazie rati. Preparata con ingredienti di alle palafitte o galleggianti prima scelta, la confezione a for–è ma di cuore è compostasu dazattere diversi chiamato bocconcini chu-maki di salmone e «La Venezia tonno. Quale complemento, la vadella giungla peruviana»; schetta contiene una porzione di sonoi diversi edamame e, naturalmente, tipici i piccoli villaggi accompagnamenti del sushi, sparsi vale lungo il a dire salsa di soia, zenzero marifiume Ucayali.

nato e salsa piccante wasabi. Sushi Love 337 g Fr. 17.95 Solo nei Sushi Corner di S. Antonino, Bellinzona, Locarno e Grancia

Praline assortite Love Edition Frey 503 g Fr. 13.– Lindor assortiti Lindt 200 g Fr. 9.95 Ferrero Rocher Cuore 125 g Fr. 6.95 Il duetto tra ElCoaties Tucan e Frey La Tucanesa va4.50Guarda quella chiatta stracarica, so150 g Fr.

in scena in un’alba scura velata da un no rateros, ladri che trasportano pesce muro di pioggia che trasfigura la selva congelato di contrabbando» puntuaamazzonica in una stampa giappone- lizza con calvinistica integrità Dase. I due battelli si sfiorano in una sor- maso, el capitan. D’altronde anche El ta di danza amorosa a colpi di sirena Tucàn «carica di tutto, merci e pase manovre apparentemente insensate. seggeri» proclama uno sgangherato Poi ognuno riparte perSan la sua Valentino strada altoparlante in cima a una su piazzato Smood.ch scivolando tra le anse lattiginose del pertica nel porto di Pucallpa, dove fiUna selezione di fiori e piante del reparto fiori Migros è disponibile rio Ucayali, un gigantesco anacon- nisce la strada che scavalca le Ande anche su Smood. Gli articoli possono essere fatti consegnare in da d’acqua che dalle Ande si srotola a collegando a Lima questa porta d’inmeno di un’ora direttamente al domicilio della persona desiderata, valle per millecinquecento chilometri gresso all’Amazzonia, come una città un grazioso biglietto d’auguri personalizzato. fino a impastarsi con le accompagnati acque del Ma- dawestern in salsa tropicale. rañon per creare il fiume più lungo del I suoi dubbi commerci si svolgomondo, il Rio delle Amazzoni. no davanti ai placidi sguardi degli ufficiali della capitaneria: da una parCosì mi sono ritrovato te, le pelli di coccodrilli teoricamente protetti da convenzioni internazionanel ventre di ferro del li che seccano sul tetto di un battello Tucàn, affollato di amache mentre da un altro lato provengono i Attualità ◆ Per la ricorrenza la pasticceria artigianale di Migros Ticino dondolanti, insieme disperati lamenti di animali preda del a un’umanità che commercio illegale. Carovane di sca- propone diverse irresistibili specialità di pasticceria fresca aspetta in un’incertezza ricatori arrancano dribblando furgofuori dal tempo ni e ruspe in precario equilibrio su un ripido pendio di fango che, in teoria, Un luogo del mito come nessun altro, sarebbe la banchina; qui sono le piepatria delle famose femmine guerrie- ne a cambiare i connotati di un porre, da cui il nome, e del regno fan- to che si muove, sale e scende da un tastico di El Dorado, ultimo capitolo anno all’altro. Sono loro a decidere le si trattididicontante eventi speciali, compoi però abbraccio sono tornato, attratto capolavoro di una Genesi ancora in progress, un partenze di decine di battelli annun- Che dal bisogno del capitàn. A èfinito, un autentico di fragranquesto hangar ferro arroventato dal chediincanta occhi e paladall’irresistibile giocare con to. minaccioso Paradiso perduto ormai ciate dalla radio del porto, invariabil- pleanni, ogni ora matrimoni, del giorno ebattesimi, della notteanniuna za primaverile, lusso dove di la croccantezsoleChi e impregnato dell’Apreferisce di il umidità pan di spagna, il banco pasticceria fresca za il tempo di un viaggio non si sa troverà ridotto a una terra di nessuno di an- mente imminenti ma con l’ambigua versari… folla rassegnata aspetta di imbarcardell’impasto si sposache a meraviglia mazzonia ci Cuore si ammucchia per neidove soffici alla frutta deiin maggiori supermercati Migros con quando inizia e ancora meno quanse, spiagge, fango e alberi morti fino avvertenza «a partire da…». Per chi si uno scenario da ruvida frontiera la succulenta freschezza delle egiorni uno sull’altro, sopravviveCuore alle fragole per i dolci perfetti è l’indirizzoche giusto a cui irivolgersi do finisce. Così mi sono a Iquitos, capitale dell’Amazzonia pe- se ne intende, significa che salperan- conradiana, sgomenta rari bir- fragole. Una sinfonia di ritrovato colori e nel sa- per re alsoddisfare caldo e agli insetti in unapiù bolgia anche i palati esiper trovaredigolose specialità cheverso sap- pori ventre di ferroregala del Tucàn ruviana. I suoi quattrocentomila abi- no solo quando saranno stracarichi e dwatchers passaggio diretti è quanto inveceinsieme il Cuorea genti. infernale di amache dondolanti sopra Infine, non mancano nemmeogni gusto ed esi- di un’umanità aspetta in un’incertanti sono collegati al resto del mondo la linea di galleggiamento sprofon- piano qualchesoddisfare riserva naturale. frolla alleche bacche miste. Questa no bambini, polli Cuoricini ignari del loro destino i cremosi di mousse genza. Anche per San Valentino gli creazione tezza fuorifarcita dal tempo. Nel prezzo del alle solo da aerei e una flotta di ferrivec- derà nell’acqua fangosa del fiume. con mirtilli, lampoe briciole di consumismo elettronico. fragole: autentiche opere d’arte Ce ne sono di ogni età e dimensio- esperti del laboratorio di pasticceria ni biglietto è compreso anche il cibo e pasticcera chi come El Tucàn, impegnati a cone fragole è sinonimo di naturaliLa prima sera, subito essere arricchite con dopo un delicato Pucallpa di S. Porto Antonino hanno creato golose tà nessuno si può permettere letto in cuore quistarsi merci e passeggeri a base di ne, brillanti di vernice fresca o man- Dal e creatività. Il rosso vivoundei lamsalpati,didue energumeni fragole candite. armati hangiati da decenni di piogge e incrostati proposte selezionando solo i miglio- poni una casa huespedes, ledella povere pencolpi bassi. e ladedelicatezza frolla si Tutti no bloccato i boccaporti e sonoanche scesi i prodotti possono essere È ingredienti. uno strano posto Pucallpa. La pri- uniscono sioni sparse città. Il segreto è ap- prenotati «Fino a Requena è la nostra zo- di fango. Anche il costo del bigliet- ri allain perfezione nel Cuore a controllare i biglietti,presso poi è iliniziadirettamente banmaCuore volta mi ci ero di di sono pastachiesto frolla perché alle fragole pendere punto giusto di co na ma a valle la concorrenza è aperta. to dipende dalla capacità di trattare, e Il pasta l’amaca frolla ainel lamponi. Un vero ta la surreale convivenza una copasticceria della propriadifiliale.

Fatte a mano con passione


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Una mela di rosa vestita

Attualità ◆ La Pink Lady è diventata un frutto molto apprezzato dai consumatori per le sue particolari qualità organolettiche

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SOCIETÀ

Prendersi cura della propria salute

Medicina ◆ Attenti alla prevenzione, adolescenti e giovani adulti si recano con sempre maggior frequenza dal medico

Secondo i nuovi dati della Foederatio Medicorum Helveticorum (FMH), sull’arco di cinque anni (2017 – 2022) i costi sanitari pro capite dei pazienti tra i 15 e i 35 anni sono aumentati di oltre il 10 per cento. Questo, chiosa sempre l’associazione di categoria, «ha fatto segnare la crescita della spesa sanitaria più consistente a confronto di tutte le altre fasce d’età». Dal canto suo, il membro del comitato centrale FMH, Urs Stoffel, ha comunicato di essere persuaso del fatto che questo «trend» si sia rafforzato con la pandemia, «quando si è parlato molto delle possibili conseguenze negative del vaccino o di Long Covid». Il dito è pure puntato sulle responsabilità dei social media: «Si vuole essere sempre più in forma come la folta schiera di influencer che continua a dare consigli su come migliorare la propria condizione fisica tramite programmi di fitness, per non parlare delle raccomandazioni su diete e uso di integratori per il proprio benessere». Una situazione dalla quale Stoffel mette in guardia «per il rischio di un impatto quasi ossessivo su tanti giovani che si preoccupano per la propria salute».

Da una parte i giovani seguono i consigli degli influencer, dall’altra sembrano attenti alle campagne di prevenzione Sempre secondo Stoffel, pure le malattie psichiche, al netto del contesto pandemico, «sono decisamente aumentate, non solo fra gli adolescenti, ma anche tra i giovani adulti». Pur riconoscendo che l’invecchiamento della popolazione mette a dura prova i costi sanitari, Stoffel ha aggiunto ai microfoni della RSI di ritenere molto insicuri i giovani pazienti, motivo per il quale, a suo avviso, essi si rivolgono al medico sempre più spesso «non perché malati, ma per avere conferma di essere in buona salute». Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Valeria Lazzarini che, per prima cosa, invita alla prudenza interpretativa dei dati ed evidenzia che «l’analisi di questo tema deve essere contestualizzata e non può

essere valida indistintamente per tutta l’ampia forchetta dell’età indicata: l’adolescente di 15-16 anni poco ha da spartire con il giovane adulto e i suoi segnali di disagio vanno codificati in modo diverso da quelli del trentenne». La specialista vira a una lettura più positiva, con una premessa: «Le persone, i giovani, potrebbero recarsi maggiormente dal medico per un’accresciuta consapevolezza rispetto alla propria salute, coscienti dell’importanza della sensibilizzazione e della prevenzione, così come dell’intervento precoce». Maggiori consapevolezza e informazione (pensiamo ai programmi di screening, alla sensibilizzazione sul Papilloma virus e all’invito ai giovani maschi di curarsi della propria salute sessuale così come già le ragazze sono abituate a fare) convergono verso quella che, in una sola parola, è la prevenzione: «Curare la propria salute prima ancora di doversi fare carico della malattia». In effetti, se consideriamo attentamente le conseguenze, talvolta infauste, delle nuove tendenze, di alcuni stili di vita e dei comportamenti a rischio soprattutto nei giovani, si possono comprendere la necessità e i relativi benefici «della promozione dei nuovi modelli di vita, sensibilizzazione, informazione e prevenzione, nella prospettiva del futuro della persona che preserva meglio e più a lungo la propria salute». In quest’ottica, Lazzarini cita i social come un utile aiuto cui i giovani, oggi, sanno fare capo: «Ad esempio, attraverso la loro pagina Instagram sempre più medici informano su contraccezione adeguata, alimentazione sana, e via dicendo». Non andrebbero quindi demonizzate queste vie comunicative tanto care alle nuove generazioni che le usano per orientarsi verso quella consapevolezza di cura della salute di cui parla la psicoterapeuta. Da qui, l’espressione «cura della salute» per abbracciare l’insieme di prevenzione, diagnosi e terapia, processi di riabilitazione ed etica professionale di una presa a carico integrata, interdisciplinare e individuale del paziente: «Percorso votato al migliore equilibrio e benessere fisico, psi-

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Maria Grazia Buletti

chico, sociale e mentale della persona». Considerando il nostro periodo storico-sociale, tutto ciò assume una grande valenza: «Oggi tutti noi abbiamo uno stile di vita piuttosto stressante e concitato, quindi non sempre ci alimentiamo adeguatamente, dormiamo male e mettiamo in atto comportamenti scorretti sul piano della nostra salute fisica. I giovani, ad esempio, potrebbero fare maggiormente capo al medico per risolvere problemi legati a sovrappeso e obesità, allo scarso movimento, per fare un paio di esempi, in un’ottica di intervento precoce promosso da una maggiore sensibilizzazione di scuola, media, canali social e via dicendo». Per quanto attiene all’ambito della salute psicologica, la questione diventa «complessa»: «I giovani necessitano di una rassicurazione che, però, affonda radici profonde nella loro vita psichica ed emozionale e nel profondo radicamento di ciò che l’individuo è. Senza mai dimenticare l’opportuna distinzione fra giovane e giovane adulto». La nostra interlocutrice parla di «lettura multifattoriale» nella quale non c’è un’unica variabile responsabi-

le a cui imputare l’aumento della richiesta medica: «Corpo e mente sono profondamente interconnessi e, laddove c’è un disagio mentale (non riconducibile solo a malattia psichica), emozionale o insicurezza, tutto ciò si va ad esprimere nel corpo. Tendenza che non si può attribuire solo al Covid, anche se ha reso fragili le famiglie (e di conseguenza, l’adolescente in formazione), in quanto la pandemia ha solo fatto emergere quanto era già soggiacente». Il disagio emozionale si esprime dunque col corpo e ha a che fare con una profonda insicurezza che dipende, a sua volta, dalle fasi più precoci della vita: «Si esprimono col corpo quei disturbi di disagio psichico-emozionale che non trovano altro modo per rivelarsi, e non si trova riscontro in una diagnosi organica». L’ambiente è in parte responsabile del condizionamento: «Allora, è molto importante il ruolo del medico accanto al paziente (in questo caso un adolescente) e alla famiglia sempre più fragile, vessata, oppressa e spesso bisognosa di quell’aiuto fondamentale, che solo il medico può da-

re a supporto della realizzazione di quell’ideale mosaico educativo indispensabile per i giovani che si apprestano a vivere una delle fasi più delicate e problematiche della loro vita, come il passaggio dall’età infantile a quella adulta». In questa lettura dei dati FMH, i giovani che si recano dal medico più spesso di un tempo ne tracciano un significato positivo che converge nel successo della sensibilizzazione e della conservazione della propria salute. In una sola parola: prevenzione, a fronte della quale (curare la salute prima ancora di affrontare spesso complesse spese sanitarie per curare le malattie) ci si può chiedere se i costi della sanità, in lungimiranza, saranno davvero maggiori. Secondo la psicoterapeuta: «Ben vengano le raccomandazioni regolarmente proposte dal medico all’individuo e alla società, per la prevenzione delle malattie e la relativa promozione della salute». Queste si devono ispirare sempre al bene ontologico della persona e comportare quei valori etici che consentono la convivenza sociale e il progresso della nostra società.

Saper immaginare il progresso

Parole verdi – 11 ◆ Con questo articolo continua le serie dedicata al nostro rapporto con l’ecologia e la crisi climatica

Non ogni cambiamento è un cambiamento verso il meglio, non ogni mutamento significa progresso. Quali processi di trasformazione si possono chiamare progresso? Come distinguere il mutamento progressivo da quello regressivo, ma soprattutto, che cos’è il progresso, la nostra nuova parola verde, abbinata alla sua ombra, il regresso? Ci facciamo accompagnare ancora una volta da un libro, il recente saggio della filosofa politica Rahel Jaeggi, svizzera di Berna, ora docente alla Humboldt Universität di Berlino (Fortschritt und Regression, 2023). Il progresso è un mutamento, un passo avanti (dal latino pro-gredior) verso un miglioramento, che sia tecnico, scientifico, sociale, politico o morale, conseguito grazie a conquiste scientifiche o mediche, invenzio-

ni tecniche, innovazioni sociali. Per esempio l’invenzione della ruota, della bussola e della stampa; la scoperta della penicillina, l’invenzione di Internet; l’introduzione della parità delle donne, della democrazia, della non violenza verso i bambini. È «verde» tutto ciò, è «verde» il progresso, verde nel senso che si svolge in sintonia con la salvaguardia dell’ambiente e con comportamenti e misure ecocompatibili? No, non lo è. Non è sempre «verde» il progresso, anche se fa comodo. E però non è nemmeno inevitabile e irresistibile, come raccontano alcuni cercando di farci assumere comportamenti fatalistici: non può essere che così, così deve essere e così sarà. Se il cambiamento è cambiamento e basta, e non cambiamento verso il meglio, non è

Unsplash

Francesca Rigotti

progresso né tantomeno progresso verde, e va osteggiato. Ma non per sostituirgli il regresso, il ritorno al passato cioè, spesso scomodo e faticoso. Non si tratta infatti di tornare all’aratro a mano, ai carri tirati da cavalli o alle cure fatte con scongiuri e pozioni, ma di tornare, con grandissima forza di immaginazione, al progresso.

In una scena del grande romanzo degli anni Trenta del Novecento, L’uomo senza qualità di Robert Musil, il protagonista, Ulrich, si confronta con altri sulle caratteristiche del progresso, e così conclude: «Ogni progresso è anche un regresso». Ci sono infatti conquiste e perdite in ogni mutamento e ogni cambiamento è soggetto ad ambivalenza, duplicità, ambiguità. L’importante è prevedere gli aspetti negativi, quali l’inquinamento di ogni genere e le sue conseguenze, esserne consapevoli, riuscire a prevenirli. Non si tratta di intervenire a posteriori mettendo le pezze a situazioni tanto disastrose quanto prevedibili, oppure dichiarare che quello è l’andamento inesorabile della storia e che bisogna accettarlo, che lo si voglia o no, perché è il progres-

so e non ce n’è un altro. C’è anche un progresso verde, da immaginare con grandissima fantasia e da promuovere con grande preveggenza, che non si aggrappa al vantaggio momentaneo e alle esigenze di breve respiro, anche se pressanti. E che non è un progresso settoriale, che avvantaggia cioè alcuni settori trascurandone altri. Non è nemmeno il progresso che distrugge, sacrificando la bellezza all’efficienza, scambiando il benessere con lo sfarzo e lo spreco, la schiavitù delle scelte imposte alla libertà delle scelte autonome. Il progresso verde è guidato non dal politico, che ha lo sguardo breve, che pensa al contingente o al più alle prossime elezioni e cerca il consenso breve a tutti i costi; ma dallo statista che ha lo sguardo lungo e pensa anche alle generazioni future.


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I grotti di Giumaglio, un patrimonio da tutelare Territorio ◆ Il Patriziato e l’associazione Per Giümai collaborano per dare un futuro, anche in ottica turistica, alle antiche costruzioni sottoroccia che hanno garantito a molte generazioni la conservazione degli alimenti Stefania Hubmann

Quasi cinquanta grotti, ricavati sfruttando gli anfratti di massi più o meno imponenti, chiusi da minuscole porte in legno, accessibili attraverso passaggi sinuosi, il tutto concentrato su un’area di poco più di dieci chilometri quadrati in mezzo alla natura. Sembra di essere in un paesaggio da fiaba e invece siamo in Valle Maggia, a Giumaglio, da vent’anni frazione del Comune di Maggia. Analogamente ad altre testimonianze della civiltà contadina, queste costruzioni sottoroccia con funzione di cantine deperiscono rischiando di scomparire. È possibile immaginare un futuro che le valorizzi attraverso una nuova finalità? La risposta è affermativa come dimostra l’iniziativa del Patriziato di Giumaglio e dell’associazione Per Giümai per i quali i grotti locali, ma pure il nucleo di Dalògh sull’altra sponda del fiume, rappresentano un patrimonio da tutelare e riportare in luce anche in un’ottica turistica. Un auspicio realizzabile attraverso le ipotesi tracciate dagli studi preliminari condotti su incarico del Patriziato da Elia Frapolli, titolare di una società di consulenza e turismo.

Alcuni sono tinere piuttosto ampie dove si effettuava anche la vinificazione, altri sono piccole cantine Partiamo dai grotti di cui sono appassionati conoscitori due patrizi, Davide Cerini e Aron Piezzi. Il primo è presidente del Patriziato, il secondo dell’associazione Per Giümai che da due anni affianca il Patriziato nel recupero del patrimonio culturale tradizionale. In parte abbandonati, minacciati dal proliferare della vegetazione, senza un intervento, per i grotti il destino è segnato. Lo scorso ottobre è stata organizzata una serata per presentare lo studio ai proprietari e alla popolazione, serata che ha già suscitato le prime reazioni. Spiegano i due patrizi: «Sei-sette grotti svolgono ancora la loro funzione originaria di conservazione degli alimenti, segnatamente il formaggio e il vino prodotto in loco. Diversi sono però trascurati e nascosti da arbusti e sterpaglie. Un primo semplice intervento è quello di effettuare una pulizia che permetta di rendere visibile il grotto e di accedervi con facilità. A seguito dell’incontro alcuni proprietari hanno provveduto personalmente o affidato l’incarico a terzi. Da parte nostra pensiamo di proporre una giornata annuale in cui i privati si ritrovano per questo tipo di lavoro». L’interesse suscitato è quindi incoraggiante, stimolato dalla vivacità dei promotori e di chi come loro è ancora attivo a Giumaglio. Attività in gran parte legata ai vigneti terrazzati, tanto da contare ben otto eti-

I grotti della Valle Maggia testimoniano l’intervento dell’uomo in perfetta armonia con la natura; in basso, Grott di Börgn. (pergiumai.ch)

chette comprensive di vino bianco, rosato e rosso. Molte di queste bottiglie sono custodite nei grotti, in particolare quelli vicino al nucleo, dove anche Aron Piezzi ha la cantina sottoroccia di famiglia. Pure il Patriziato da un paio d’anni dispone in questa zona di un suo grotto, acquisito e restaurato con l’intento di sfruttarlo nell’ambito della valorizzazione turistica. Alcuni, come quello del Patriziato, sono tinere piuttosto ampie dove si effettuava anche la vinificazione; altri sono piccole cantine scavate sotto i massi e raggiungibili scendendo diversi gradini. Sono cavità affascinanti la cui peculiarità è quella di garantire una bassa temperatura costante tutto l’anno. I «frigoriferi» dei valmaggesi dei secoli scorsi riservano non poche sorprese,

come ci illustra sul posto Aron Piezzi. «I grotti, spesso identificati con il nome delle famiglie proprietarie, in alcuni casi hanno inciso iscrizioni o date su travi in legno, come quello più antico risalente al 1647». Le costruzioni sottoroccia di Giumaglio sono raggruppate in due zone – denominate Ai Grott e Preonz – alle estremità delle aree vignate, nella fascia pedemontana. «I massi sfruttati per realizzarli – prosegue il nostro interlocutore – sono stati portati a valle dalla frana dovuta al ritiro dei ghiacciai. Nella zona alle spalle del nucleo sono più piccoli, mentre a Preonz troviamo veri e propri macigni». Le due zone sono collegate da un sentiero che è in fase di ripristino. Precisa al riguardo il presidente del Patriziato Davide Cerini: «Le nostre

iniziative si inseriscono nel progetto “Paesaggio Giumaglio” che stiamo sviluppando da tre anni. Con gli studi di fattibilità sui grotti e sul nucleo di Dalògh desideriamo gettare le basi per permettere di valorizzare le peculiarità del villaggio. Le nostre forze sono limitate, per cui a livello di realizzazione possiamo contribuire solo con interventi mirati. È il caso del già citato acquisto di una tinera e ora del circuito dei grotti, un percorso ad anello che sarà pronto in primavera a conclusione della sistemazione del sentiero che collega la parte alta delle due aree interessate». Il futuro dei grotti può però aprirsi a visioni più ampie realizzabili a tappe. Lo studio di Elia Frapolli contempla tre ipotesi di valorizzazione a fini turistici e ricreativi. I grotti ritroverebbero così anche quella funzione conviviale testimoniata dalla presenza esterna di tavoli e panchine in sasso dove i prodotti tradizionali venivano consumati in compagnia. Come rileva anche lo studio, il connubio fra grotti e cibo è indissolubile e merita di essere rivalutato. «Preservare il patrimonio che i grotti rappresentano, proporre un loro utilizzo contemporaneo ma che rispecchi la funzione originaria e sfruttarli a fini educativi sono gli elementi chiave del progetto», spiega Elia Frapolli. Ecco quindi, quale prima proposta, «un percorso didattico concepito per un ampio gruppo di visitatori e basato su luoghi, strutture, storie e leggende da identificare e rendere fruibili attraverso una mappa e l’adeguata segnaletica. Questa operazione, già sperimentata con successo a Cevio, necessita interventi circoscritti senza precludere ulteriori sviluppi

come ad esempio un’applicazione per una caccia al tesoro destinata ai bambini». La presenza della pista ciclabile Locarno-Cevio, ben frequentata soprattutto dai turisti, spinge a identificare nei grotti di Giumaglio, situati grosso modo a metà percorso, una tappa ristoratrice. Prosegue il consulente turistico: «Predisponendo un’area attrezzata a questo scopo, i tavoli in sasso immersi nel bosco tornerebbero a ospitare persone che pranzano, magari gustando prodotti locali di un apposito cestino-picnic da acquistare nei commerci della regione. Ciò vale anche per i camminatori e più in generale permette a tutti coloro che non possiedono un grotto di vivere questa particolare esperienza». Una visione innovativa suggerisce infine la possibilità di organizzare piccoli eventi privati nell’area dei grotti, in particolare a Preonz dove gli spazi sono più ampi. «Gli organizzatori di cerimonie, cene e workshop sono sempre più alla ricerca di questi luoghi suggestivi e carichi di storia». Lo sguardo e le riflessioni di Elia Frapolli sono focalizzati anche sull’altro lato del fiume, dove sorge il nucleo di Dalògh composto da una decina di cascine e raggiungibile solo a piedi. Una caratteristica, quest’ultima, che lo renderebbe unico a livello ticinese dal punto di vista dell’accoglienza turistica con pernottamento. Lo studio di fattibilità, in fase di ultimazione, individua anche nella sua posizione, ai piedi delle faggete iscritte sulla Lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO, un punto a favore di una piccola destinazione per vacanze nel cuore della natura. «Questo progetto è più ambizioso rispetto a quello dei grotti – ammette il consulente – perché implica la trasformazione di almeno 6-7 edifici e quindi la ricerca dei fondi necessari attraverso il coinvolgimento di altri enti. Anche in questo caso per il Patriziato si tratta di disporre di solide basi per mostrare il potenziale della piccola località. Se per l’eventuale trasformazione di Dalògh i tempi si preannunciano piuttosto lunghi, per la salvaguardia dei grotti i primi passi sono già stati compiuti. Queste piccole cavità rappresentano un patrimonio architettonico, sociale e culturale che dimostra un intervento dell’uomo in perfetta armonia con la natura. I promotori della loro tutela puntano a trovare le sinergie necessarie per farle rivivere secondo il medesimo principio, riaccendendo lo spirito comunitario, sfruttando al meglio la collaborazione di diversi attori e puntando sull’autenticità. Quest’ultima, unita alla mobilità lenta e a una fruizione consapevole, è infatti uno dei punti trainanti del turismo contemporaneo. Informazioni www.pergiumai.ch Annuncio pubblicitario

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Specie indigene in fase calante e più in superficie Ricerca ◆ Divulgati i dati del «Projet Lac 2 Ceresio» sul campionamento della fauna ittica nel lago di Lugano

Un ecosistema e gli organismi viventi che lo occupano possono essere protetti e salvaguardati solo se è noto il loro stato di conservazione. In virtù della loro diversità e longevità, i pesci sono degli ottimi bioindicatori per i monitoraggi ambientali. Nei laghi estesi e profondi, come il Ceresio, il campionamento della fauna ittica prevede l’impiego di reti multimaglia, a tutte le profondità e in tutte le tipologie di habitat, nonché della pesca elettrica nella zona litorale, secondo un protocollo standardizzato ben preciso. A differenza delle statistiche di pesca, le quali sono essenziali per descrivere lo sfruttamento operato dalla pesca sulle varie specie, i monitoraggi standardizzati restituiscono un’immagine più fedele della situazione dei pesci nel lago al momento del rilevamento, senza che questa risulti influenzata dalle preferenze dei pescatori per le specie più pregiate e da altri fattori che ne limitano la rappresentatività nelle indagini più approfondite. Il lago di Lugano era stato analizzato per la prima volta nel 2011, nell’ambito del progetto condotto dall’Ufam (Ufficio federale dell’ambiente) per mano dell’Eawag (Istituto federale svizzero di scienza e tecnologia acquatica). Nel mese di ottobre 2020, tale campionamento è stato ripetuto su mandato del Cantone e con il sostegno dello stesso Ufam. Gli obiettivi del secondo campionamento consistevano, in particolare, nell’illustrare l’abbondanza, la distribuzione e la composizione del popolamento ittico nel Ceresio in autunno nel momento di massima stratificazione, nonché confrontare tali risultati con quelli del 2011 per lo stesso lago e per diversi altri bacini perialpini. I dati del secondo rilevamento sono stati presentati di recente in una serata organizzata dal Cantone, alla quale erano invitati i rappresentanti delle Federazioni di pesca cantonali, delle società locali sottocenerine, la Commissione Verbano-Ceresio e i pescatori con reti attivi in Ticino.

Carico organico e fosforo Il processo di eutrofizzazione (modifica dell’equilibrio ecologico), iniziato negli anni Cinquanta e culminato negli anni Ottanta, ha provocato nelle acque profonde del bacino nord la scomparsa dell’ossigeno e l’aumento della densità salina: lo stato meromittico (acque stratificate) in cui si trova questo bacino ha comportato un sensibile aumento del tempo di permanenza delle acque oltre i cento metri di profondità.

Samuel Ferrara

Raimondo Locatelli

Nel bacino sud e in quello di Ponte Tresa lo stato di ossigenazione risulta precario nella seconda parte dell’anno già a partire dai 25 m di profondità e si riduce gradualmente fino a zero nelle vicinanze del fondale (dati Cipais, Commissione internazionale per la protezione delle acque italo-svizzere). Negli anni, le regolamentazioni limitanti l’apporto di nutrienti nel lago e gli sforzi in materia di depurazione hanno ridotto sensibilmente il carico di fosforo in entrata nel lago, tuttavia gli apporti ancora troppo elevati di nutrienti, soprattutto azoto, combinati agli inverni temperati sempre più frequenti a sud delle Alpi, provocano un’elevata produzione planctonica che si traduce spesso in fioriture di cianobatteri, come quelle riscontrate in alcune aree lacustri negli ultimi anni. Paradossalmente, le condizioni di ossigenazione rilevate da Cipais a ottobre 2020 sono risultate paragonabili (se non peggiori) a quelle misurate nell’autunno degli anni 2011 e 1980, con un limite di ossigeno di 6 mg/l a profondità non superiori a 20 m nel bacino nord e 10 m nel bacino sud. La conseguenza diretta di questa condizione è la concentrazione – in autunno, nel periodo di massima stratificazione lacustre – di tutti i pesci del lago nella sottile fascia superficiale ancora provvista di ossigeno, così come la totale assenza di pesci al di sotto di essa.

Crescono nuove specie ittiche A livello di popolamento piscicolo, i dati storici indicano la presenza di 21 specie indigene di pesci nel lago di Lugano, ma – a partire dalla fine del XIX secolo – si sono aggiunte continuamente nuove specie. Il «Projet Lac»

Schema delle varie operazioni nell’ambito del campionamento standardizzato di un lago. (Immagine tratta dallo Studio della fauna ittica del Lago Ceresio)

del 2011 ne aveva censite 22 (di cui 13 indigene); nel 2020 sono state catturate 20 diverse specie ma solo 11 indigene. Benché ancora segnalati dai pescatori, il campionamento del 2020 non ha censito alcun esemplare di alborella, agone e salmerino, a conferma della loro ridottissima presenza nel Ceresio nell’anno di indagine. Il genere Rutilus – del quale fanno parte gardon (R. rutilus, introdotto), pigo (R. pigus, indigeno) e triotto (R. aula, indigeno) – è stato rilevato solo nella forma introdotta dal nord delle Alpi (gardon, per l’appunto). Per il cavedano e la scardola, per contro, è stata censita unicamente la forma indigena subalpina, senza introgressioni dal nord. Nel confronto tra gli anni 2011 e 2020, spicca l’incremento numerico del gardon e del lucioperca (anch’esso specie introdotta a sud delle Alpi), mentre l’abbondanza del pesce persico è risultata in calo. Si ritiene che tale cambiamento nella composizione specifica sia un fattore preponderante nel cambiamento delle rese di pesca professionale e dilettantistica riscontrate mediante la statistica ufficiale del Cantone, considerato il fatto che il gardon rappresenta una specie meno pregiata rispetto al persico e viene tendenzialmente evitato dai pescatori. Anche la ripartizione dei pesci nelle varie profondità, e rilevata dalle reti bentoniche, è cambiata: mentre nel 2011 sono stati catturati pesci fino a 42 m di profondità, nel 2020 le catture non hanno superato i 24 m, indipendentemente dal bacino. Al di sotto di questa profondità, il lago è risultato totalmente privo di pesce al momento del rilevamento. Nel confronto con altri laghi, il rilevamento del 2020 ha confermato che il lago di Lugano è dominato dai ciprini-

di e dal pesce persico. Minima la differenza di composizione specifica tra 2011 e 2020: oltre alla già citata crescita del gardon, è leggermente aumentata anche la frazione di coregone, come peraltro segnalato anche dalle statistiche di pesca. La produttività ittica del lago Ceresio tra 0 e 20 metri di profondità è risultata tra le più alte di quelle riscontrate in tutti i laghi svizzeri e transfrontalieri in esame. Tuttavia, il fatto che tale produttività sia da ricondurre alla massiccia presenza di gardon e che i pesci nei mesi autunnali siano costretti a rifugiarsi in una colonna d’acqua di pochi metri tra lo strato superficiale e quello senza ossigeno poco più in basso, è fonte di preoccupazione per chi si occupa della salute del lago.

Sopravvivenza e sviluppo Benché l’inquinamento delle acque di origine domestica, di cui il fosfato è un forte indicatore, sia diminuito negli ultimi 50 anni, gli apporti di nutrienti dal bacino idrografico permangono elevati, specie in termini di carica azotata, favorendo le fioriture planctoniche e cianobatteriche, per cui l’ossigenazione della colonna d’acqua alla fine del periodo di stratificazione è problematica. In concreto, i livelli raggiunti nel 2020 sono addirittura peggiori rispetto alla situazione di elevata eutrofia degli anni Ottanta. Pertanto, le possibilità di sopravvivenza e di sviluppo dei pesci – sia nel bacino nord sia in quello sud – è nulla al di sotto dei 50 m di profondità; tra i 20 m e i 50 m di profondità la presenza di pesci è ipotizzabile solo per una parte dell’anno, mentre in autunno la loro sopravvivenza è possibile unicamente nello strato superficiale.

Levata di una rete pelagica verticale, in zona ponte-diga. (Foto tratta dallo Studio della fauna ittica del Lago Ceresio)

A causa dello stato trofico in cui versa il lago a partire dagli anni Sessanta, le ultime specie indigene ancora presenti con una popolazione stabile sono il pesce persico, il luccio, il cavedano, la scardola, la carpa e la tinca, mentre le altre specie risultano estinte o sono diventate estremamente rare, essendo state sostituite da numerose specie esotiche non appartenenti alla fauna tipica del sud delle Alpi, in primis lucioperca e gardon. In termini di biodiversità, pertanto il Ceresio non può essere considerato in un buono stato di conservazione.

Gli sforzi per il risanamento proseguono Oltre ai problemi legati alla qualità dell’acqua, lo studio sulla fauna ittica non manca di evidenziare che l’habitat ripariale denota uno stato di conservazione altamente compromesso rispetto ad altre realtà svizzere (il 62% del litorale è artificializzato). Se non si interviene per ridurre ulteriormente i fattori di disturbo tuttora presenti nel Ceresio, non si può escludere che – avendo già perso gran parte del suo patrimonio ecologico di specie indigene – questo bacino lacustre finisca per perdere anche il suo interesse alieutico. Dallo studio della fauna ittica – denominato «Projet Lac 2 Ceresio», curato da un gruppo di lavoro con Guy Périat quale coordinatore, per incarico dell’Ufficio caccia e pesca del Dipartimento del territorio, con la partecipazione di Oikos Sagl di Bellinzona e la supervisione di Danilo Foresti (Ucp) e Diego Dagani (Ufam); rapporto originale consultabile su www.ti.ch/ pesca – emergono una serie di raccomandazioni, le quali vanno a corroborare gli sforzi cantonali, federali e internazionali già in atto per il risanamento di questo lago: proseguire nella lotta agli inquinamenti e intensificare la politica di ripristino della morfologia degli affluenti del sistema idrografico. Nel contempo, preservare nel modo più naturale possibile il litorale con progetti di riqualifica su larga scala, senza trascurare una riflessione sulla gestione del livello idrometrico durante gli eventi di piena di piccola e media entità. È necessario inoltre dare priorità assoluta alle specie autoctone ancora presenti e alla protezione degli habitat, contrastare l’arrivo di nuove specie invasive (pesci ma non solo), valutare approfonditamente l’efficacia dei ripopolamenti in atto, nonché ripetere il rilevamento della fauna ittica a intervalli regolari di 5-10 anni per monitorare la situazione anche in futuro.


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SOCIETÀ

La Cascina, luogo di vita e di benessere

Sorengo ◆ Bilancio positivo per la casa di quartiere attiva da quasi due anni, che offre spazi aperti a tutti per riunirsi, incontrarsi, cucinare, condividere esperienze e promuovere lo sviluppo locale Fabio Dozio

Qui e sotto, alcuni momenti alla Cascina di Sorengo durante l’attività Domeniche in Famiglia. (Ricardo Torres / REC)

Ricardo Torres / REC

Il suo nome è Santo, Santo Sgrò. Un appellativo forse ingombrante, con tutta la sacralità che comporta. Santo è l’ideatore, promotore, fondatore e, oggi, animatore della Cascina di Sorengo. Un bel rustico riattato finemente e trasformato in una casa di quartiere, che offre spazi agli abitanti per riunirsi, organizzarsi, incontrarsi, per attività diverse o, più semplicemente, per pranzi domenicali conviviali. La Cascina è aperta da circa due anni, anche se è stata inaugurata solo nell’agosto del 2022. Il bilancio è sostanzialmente positivo, ci dice Santo Sgrò, seduti al tavolone della bella cucina moderna della casa, sorseggiando un caffè. «Nel primo anno sono passate di qui duemila persone, ma l’anno scorso sono già aumentate a 2500. Sono persone che riescono a soddisfare i loro bisogni. Dagli incontri di famiglia o fra amici, la cucina e la grande sala possono essere affittate per pranzi o eventi, ai vari momenti associativi. La lista è lunga: yoga, gruppi di lettura, pilates, serate ricreative, gruppo genitori, teatro, cinema. Alla Cascina si può fare di tutto ed è aperta a tutti, mi piace definirla la casa di tutti: sei a casa tua, ma in un ambito pubblico, che permette di vivere assieme e di condividere esperienze». Il luogo, che promuove lo sviluppo locale e le cui attività godono anche del sostegno di Impegno Migros nell’ambito dell’iniziativa Ici.insiemequi., come si legge nel sito www. cascina.ch, è aperto ad associazioni, gruppi e cittadini, che possono accedere agli spazi e far capo alle competenze dell’équipe d’animazione per realizzare idee e progetti. Si sviluppa su tre piani che offrono una bella cucina, una grande sala con tavoli, uno spazio multiuso, un atelier dove proporre vari tipi di arte e bricolage, un locale per gli adolescenti, una biblioteca e un ufficio. Sgrò ci tiene a sottolineare che si organizzano serate con adolescenti dai dodici ai quindici anni. «È stato il Municipio di Sorengo a chiederci di offrire qualcosa per i giovani. Così un gruppo di adolescenti frequenta regolarmente la casa e in quelle occasioni discute dei suoi problemi o affronta temi scolastici. I ragazzi sono seguiti e assistiti da due adulti, attivi professionalmente in campo sociale». Altro tema che sta a cuore ai gestori della Cascina è la promozione di incontri interculturali, per esempio con la partecipazione dell’associazione Il Tragitto, che accoglie donne migranti. Si organizzano pranzi in comune, creando opportunità di incontro e di condivisione, partendo dal cibo. «La Cascina è un luogo di vita – ci dice Sgrò – che crea benessere e facilita le relazioni e le conoscenze fra le persone. Si promuovono anche forme di autoaiuto, per esempio fra le mamme che partecipano al nostro preasilo. Dall’incontro nascono collaborazioni e sostegno nella cura dei bambini, in caso di malattia o di impedimento dei genitori». Fin dall’inizio è nata una collaborazione con Pro Senectute. Si creano occasioni di reinserimento professionale per persone disoccupate o in assistenza. C’è chi fa le pulizie, chi si occupa di animazione: si tratta di disoccupati che ritrovano la possibilità di esercitare un’attività e si preparano per un eventuale reinserimento nel mondo del lavoro.

Da Ginevra al Ticino Come è nata questa esperienza che in Ticino è un fiore all’occhiello? Nel nostro cantone non si può certo affermare che vi siano molte esperienze di questo tipo, di spazi per i giovani o per gli anziani, di centri sociali e intergenerazionali o interculturali. «Ho portato in Ticino l’esperienza che ho fatto per una decina di anni a Ginevra – spiega l’animatore – dove ho lavorato nelle case di quartiere e nei “centres de loisirs”. A Ginevra l’animazione socioculturale esiste da una cinquantina d’anni. È una città molto attiva in questo ambito, nello stimolare il lavoro sul territorio, nei quartieri e sul diritto di cittadinanza. A Ginevra ho svolto la mia seconda formazione di animatore socioculturale ed è stata un’esperienza molto formativa: mi ha fatto capire l’importanza dell’ascolto dei bisogni delle persone. Sono rientrato in Ticino con questo chiodo fisso, pensare che anche qui si potesse realizzare una casa di quartiere. Ho preparato, nel 2001, un progetto in questo senso che ho mandato al cantone, ma la cosa non ha funzionato. Il progetto era piaciuto, ma i tempi forse non erano ancora maturi. Però a qualcosa è servito. Da quel progetto è nato Spazio

ADO di Lugano, dedicato agli adolescenti, gestito dalla Fondazione Amilcare, dove ho lavorato negli ultimi anni in qualità di responsabile. Il sogno di aprire una casa di quartiere è rimasto vivo. Sono abbastanza cocciuto e quindi non ho mai mollato quell’idea».

Un benefattore illuminato e la fondazione Weak Ends La Cascina è nata da un incontro che Sgrò ha avuto con una persona particolare, proprietaria di questa casa – un rustico in origine – che ha deciso di investire i mezzi necessari per realizzare una struttura in grado di diventare un punto di riferimento per il comune e per i dintorni. In un primo momento il proprietario pensava di creare una biblioteca ma, discutendo con Sgrò, ha condiviso l’idea di far nascere la casa di quartiere. «Grazie alla generosità di questa persona, che desidera restare anonima, è partito il progetto della Cascina – racconta Santo Sgrò – In precedenza avevo preso contatto con la città di Lugano, proponendo di realizzare una struttura simile, ma non se ne è fatto niente. È stato indispensabile l’intervento e il sostegno di un cittadino a titolo individuale. Così ho co-

minciato preparando una mappatura del territorio. Questo vuol dire andare a incontrare le associazioni, le persone attive nel comune, i politici, il Municipio, i vari rappresentanti dei partiti, i docenti, la direttrice delle scuole, incontri individuali o di gruppo che mi hanno permesso di delineare il progetto. È piaciuto e alla fine, anche con l’accordo del Municipio, siamo riusciti ad aprire questo spazio pubblico. Mentre ancora lavoravamo alla preparazione del concetto, si è proceduto con la riattazione del rustico. L’architetto Attilio Panzeri ha progettato la ristrutturazione dell’esterno e l’architetta Cristiana Lanfranconi ha curato la realizzazione degli spazi interni». Parallelamente alla Cascina è nata la Fondazione Weak Ends, una fondazione di utilità pubblica che ora sovrintende alla gestione della casa. La Fondazione, presieduta dalla psicologa Clelia Zardi, ha lo scopo di sostenere iniziative in ambito educativo, sociale, culturale, nonché di promuovere ricerche e studi. «Ora stiamo anche lavorando per ottenere il sostegno di enti pubblici – precisa l’animatore – Con il comune di Sorengo siamo in buoni rapporti e riceviamo un sussidio ogni anno. Anche con il Cantone stiamo lavorando per ottenere delle sovvenzioni. Far capire agli enti pubblici l’importanza di questo progetto non è cosa scontata. In Ticino non c’è molta esperienza in questo campo, che si trova al confine tra impegno sociale e culturale. Il comune di Sorengo ha preso atto che siamo una realtà interessante, anche perché l’80% delle oltre duemila persone che sono passate l’anno scorso sono cittadini del comune».

Un progetto unico che guarda al futuro Marco Galli è il capo dell’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani (UfaG) ed è l’interlocutore della Fondazione che gestisce la Cascina. «Stimiamo i promotori, – ci dice – abbiamo visitato il posto e lo

troviamo molto interessante, in particolare come luogo aperto e informale, ma professionale, di socializzazione e di animazione. Un luogo anche bello esteticamente, polivalente e a misura di comunità. Da quello che conosco si modella anche molto a dipendenza dei bisogni, dei desideri e anche delle risorse della comunità locale. Insomma, un progetto di cittadinanza attiva moderno». Il Cantone può avere un ruolo propositivo per esperienze di questo genere? «Non necessariamente ogni iniziativa deve appoggiarsi sul supporto del Cantone. A volte, una certa indipendenza permette di sperimentare nuove vie di azione sociale e culturale, fuori dai canali istituzionali, con supporti privati o locali. Chiaramente, il sostegno del Cantone si fonda su precise basi legali e quindi si tratta di vedere se questo tipo di progetti offre o può offrire anche delle attività che potrebbero rientrarvi; e questo anche a dipendenza dei progetti e dei target a cui sono destinati. Per esempio, la base legale per le famiglie è diversa da quella per le persone con bisogni particolari o da quella per l’inclusione dei bambini alloglotti. A ogni modo seguiamo con grande interesse questa iniziativa innovativa. La porta del nostro Ufficio poi è davvero sempre aperta». Quali sono gli obiettivi futuri della Fondazione? «Avremmo la necessità di assumere personale, – sottolinea Santo Sgrò – ma le finanze per ora non ce lo permettono. Abbiamo due persone impiegate al 20%, una signora che si occupa soprattutto di animazione con i bambini e un’altra che si impegna nella ricerca di fondi e nella gestione finanziaria. Un altro obiettivo significativo è riuscire a sensibilizzare le persone che vivono nelle vicinanze, nel quartiere, in modo che diventino protagoniste nella gestione della casa. Un gruppo di sostegno, costituito da volontari, che diventino attori responsabili e protagonisti della Cascina».


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TEMPO LIBERO ●

Navigando lenti tra le anse del rio Ucayali Il gigantesco anaconda d’acqua, dalle Ande, si srotola a valle fino a impastarsi con le acque del Marañon per creare il fiume più lungo del mondo, il Rio delle Amazzoni

Crea con noi Agli appassionati di uncinetto proponiamo un semplice tutorial per realizzare dei coprivasi colorati che renderanno molto originale l’angolo verde di casa

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Pagina 14 ◆

L’immagine parla solo se ha voce

Un visibile narrare ◆ Meglio sarebbe andare oltre la tentazione di scrivere o produrre fotografie come quelle che un lettore o un fruitore di scatti vorrebbe leggere o guardare Manuela Mazzi

Mentre la redazione attendeva uno dei suoi primissimi articoli da reporter di guerra, Ettore Mo, inviato speciale del «Corriere della Sera» (ma anche nostro collaboratore per tanti anni), aveva telefonato al caporedattore spiegando sconsolato di non aver niente da scrivere, dato che là, in mezzo al conflitto, dove era stato mandato, in verità, non era ancora capitato niente dal suo arrivo. Tutto quello che aveva visto, gli disse, era lo sguardo di un bambino che aveva lo spavento in volto e stava aggrappato al collo di sua madre fasciata da stoffe scure, un pupo che non pareva nemmeno cercare rifugio, giacché c’erano solo macerie (diciamo che è questa l’immagine del suo racconto da noi ricordata). Era giovane, Ettore Mo che, nato nel 1932, ci ha lasciati l’anno scorso, a ottobre. Cercava una notizia forte, di quelle drammatiche, di quelle che tutti ci aspettiamo di riceve da un inviato di guerra: fucili fumanti ed esplosioni, oltre al sempre grigioverde bollettino dei morti. Incredibilmente, a quel punto, il caporedattore gli disse, «ok, e dunque scrivi di questo! Aspetto il pezzo fra un’ora». Dal racconto di Ettore Mo si comprende che fu quello il momento in cui imparò a fermarsi a osservare il proprio sguardo permettendogli di parlare senza pregiudizi, dando voce a quel che era, non a quel che cercava o che credeva dovesse essere. Vale anche per le immagini. Tornando alla guerra, proprio di recente, abbiamo avuto modo di vederne anche di quelle più cruente. Ne abbiamo descritta una, altrove, che qui riportiamo. Si tratta di un’immagine che a noi costa ancora fatica descrivere senza farci contorcere le viscere, senza sentire male nell’anima, senza intuire un dolore interno, al cervello, mentre osserviamo le fiamme che stanno sullo sfondo a lambire un immobile già in macerie. Niente di nuovo, ci siamo abituati, ormai (perché la retorica della guerra non si discosta dal nostro immaginario). Alle carcasse delle auto ridotte in scheletri neri di ferro carbonizzato, pure. Il militare in grigioverde, chi ci fa più caso? Sorprende già di più il soldato a torso nudo che sta in secondo piano, ed è ciò che attira, creando la trappola, dato che a quel punto, si entra nel raggio di percezione dello sguardo periferico. E là, a terra, il corpo di un uomo. Un cadavere. E siam qui a far fatica a dirlo. Perché dicendolo, ci costringiamo nostro malgrado a entrare a far parte della spettacolarizzazione del male (sul quale torneremo anche in un prossimo articolo di «Un visibile narrare»). Una lotta a un «malandazzo» retorico, combattuta con la stessa iperbole drammatica. E pertan-

Un bambino in Kenya: dai viaggi in Africa, ad esempio, si è normalmente tentati di catturare lo sguardo di un bambino dolce e sorridente… (Manuela Mazzi)

to ci scusiamo, certi che violentare la mente di un lettore, non salverà tanti uomini e donne e bambini che vengono trivellati (altra spettacolarizzazione: ci scusiamo di nuovo).

Si dice che la voce autoriale sia un misto tra sguardo sul mondo e scelta stilistica, più il primo che la seconda Immagini che parlano però senza ormai più indignare nessuno, data l’assuefazione alle stesse: immagini che hanno perso voce, pur avendo in verità molto da dire. È questa forse una delle ragioni per cui è importante cercare di non scrivere quel che si pensa che gli altri, cioè i lettori, vorrebbero leggere o si aspetterebbero di vedere in un’immagine di guerra, perché farlo significherebbe perdere l’occasione di scrivere, o di dire, o più semplicemente di lasciar libera la propria voce autoriale, i propri pen-

sieri. Un conto è scrivere (o fotografare) «per un lettore», un altro è scrivere (o fotografare) «quello che vorrebbe il lettore». Si dice che la voce autoriale sia un misto tra sguardo sul mondo e scelta stilistica, più il primo che il secondo. «Si dice» nel senso che abbiamo provato ad ascoltare quel che ne dicono editor e autori e fotografi, e pare che ognuno abbia la propria opinione, non sempre concordante con quella degli altri. La parola «voce» rimanda a un suono. E, sì, se letto o descritto ad «alta voce», un suono ce l’ha qualsiasi testo o immagine, ma è evidente che di questo non si tratta quando si parla di voce autoriale. Intendiamoci, non che una voce non possa essere anche «musicale», ma qui si intende in modo diverso. Una voce, o uno sguardo d’autore, ce l’hanno anche i bravi fotografi. E pure possono averla persino gli oggetti, le cose inanimate, soprattutto le cose d’arte; non poche volte si dice che un’opera deve parlare per

arrivare a chi la osserva, non di meno può farlo per l’appunto un’immagine, o una fotografia… Voci che parlano, dunque, senza suono. È in fondo questo il modo in cui un’opera dialoga (o mette in dialogo l’autore) con il lettore, lo spettatore, il visitatore, l’«ascoltatore». E lo fanno, cioè «parlano», attraverso lo «sguardo» di chi le realizza (e forse anche attraverso quello di che ne fruisce, ma si tratta di altro tema). Due, normalmente, i modi di posare lo sguardo sul mondo (sì, taglio a fette grossolane): un modo concettuale (che cosa pensa l’autore, il fotografo, o meglio il narratore, di un tema, un fatto, una terra, un sentimento…) e un modo materico (quale inquadratura, quale punto di vista, quale angolazione, quale luce, quale prospettiva, si sceglie per mostrare, descrivere, far parlare una scena, un’immagine, una narrazione). C’è, ovviamente, anche un terzo modo, quello casuale, che non ha però voce pur mostrando qualcosa, o che persino non mostra

nulla come nel caso della scrittura che si soffermi più sulle emozioni che non su cose concrete. Una scena in effetti può essere vista e mostrata in (tantissimi) modi diversi, rispondendo a una sensibilità più comunitaria, condivisibile, o a una «singolare», individuale, suggerita da chi «parla». Un altro modo, insomma, che non può essere insegnato davvero. Non lo sguardo, al massimo crediamo si possa suggerire una posa per riuscire a trovare il proprio modo di dire le cose, di osservarle. Forse, un modo per riuscire a trovare una propria voce sta nel dimenticare tutto ciò che si è imparato (e nel frattempo interiorizzato, altrimenti non ci si può permettere di «non pensarci più»). Ma potremmo anche spingerci oltre. Forse una buona cosa sarebbe «dimenticare» anche noi stessi, cioè «scomparire» per metterci al servizio dell’opera, dell’immagine, della storia, dell’articolo di giornale. Nel prossimo approfondimento proveremo a spiegare in che senso.


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In viaggio sull’arca che scivola tra

Reportage ◆ Alloggiati all’interno del ventre di ferro del Tucàn, ricolmo di amache dondolanti, oltrepassiamo città western in salsa tr Enrico Martino, testo e foto

Alba sul Rio Ucayali. Qui si trova il punto in cui confluiscono i fiumi Ucayali e Marañon per formare il Rio delle Amazzoni. Sotto, più di mille barche passano lungo il fiume Ucayaly, unico mezzo per collegare Pucallpa a Iquitos. Di fianco, in senso orario, i piccoli villaggi sparsi lungo il fiume Ucayali attendono Tucàn per ogni genere di merce e per vendere i propri prodotti; a Pucallpa si ferma la strada proveniente da Lima; Iquitos, Puerto Belén – villaggio di capanne di legno sollevate sull’acqua grazie alle palafitte o galleggianti su zattere – è chiamato «La Venezia della giungla peruviana»; sono diversi i piccoli villaggi sparsi lungo il fiume Ucayali.

Il duetto tra El Tucan e La Tucanesa va in scena in un’alba scura velata da un muro di pioggia che trasfigura la selva amazzonica in una stampa giapponese. I due battelli si sfiorano in una sorta di danza amorosa a colpi di sirena e manovre apparentemente insensate. Poi ognuno riparte per la sua strada scivolando tra le anse lattiginose del rio Ucayali, un gigantesco anaconda d’acqua che dalle Ande si srotola a valle per millecinquecento chilometri fino a impastarsi con le acque del Marañon per creare il fiume più lungo del mondo, il Rio delle Amazzoni.

Così mi sono ritrovato nel ventre di ferro del Tucàn, affollato di amache dondolanti, insieme a un’umanità che aspetta in un’incertezza fuori dal tempo Un luogo del mito come nessun altro, patria delle famose femmine guerriere, da cui il nome, e del regno fantastico di El Dorado, ultimo capitolo di una Genesi ancora in progress, un minaccioso Paradiso perduto ormai ridotto a una terra di nessuno di anse, spiagge, fango e alberi morti fino a Iquitos, capitale dell’Amazzonia peruviana. I suoi quattrocentomila abitanti sono collegati al resto del mondo solo da aerei e una flotta di ferrivecchi come El Tucàn, impegnati a conquistarsi merci e passeggeri a base di colpi bassi. «Fino a Requena è la nostra zona ma a valle la concorrenza è aperta.

Guarda quella chiatta stracarica, sono rateros, ladri che trasportano pesce congelato di contrabbando» puntualizza con calvinistica integrità Damaso, el capitan. D’altronde anche El Tucàn «carica di tutto, merci e passeggeri» proclama uno sgangherato altoparlante piazzato in cima a una pertica nel porto di Pucallpa, dove finisce la strada che scavalca le Ande collegando a Lima questa porta d’ingresso all’Amazzonia, come una città western in salsa tropicale. I suoi dubbi commerci si svolgono davanti ai placidi sguardi degli ufficiali della capitaneria: da una parte, le pelli di coccodrilli teoricamente protetti da convenzioni internazionali che seccano sul tetto di un battello mentre da un altro lato provengono i disperati lamenti di animali preda del commercio illegale. Carovane di scaricatori arrancano dribblando furgoni e ruspe in precario equilibrio su un ripido pendio di fango che, in teoria, sarebbe la banchina; qui sono le piene a cambiare i connotati di un porto che si muove, sale e scende da un anno all’altro. Sono loro a decidere le partenze di decine di battelli annunciate dalla radio del porto, invariabilmente imminenti ma con l’ambigua avvertenza «a partire da…». Per chi se ne intende, significa che salperanno solo quando saranno stracarichi e la linea di galleggiamento sprofonderà nell’acqua fangosa del fiume. Ce ne sono di ogni età e dimensione, brillanti di vernice fresca o mangiati da decenni di piogge e incrostati di fango. Anche il costo del biglietto dipende dalla capacità di trattare, e

dal bisogno di contante del capitàn. A ogni ora del giorno e della notte una folla rassegnata aspetta di imbarcarsi in uno scenario da ruvida frontiera conradiana, che sgomenta i rari birdwatchers di passaggio diretti verso qualche riserva naturale.

Dal Porto Pucallpa È uno strano posto Pucallpa. La prima volta mi sono chiesto perché ci ero

finito, poi però sono tornato, attratto dall’irresistibile lusso di giocare con il tempo di un viaggio che non si sa quando inizia e ancora meno quando finisce. Così mi sono ritrovato nel ventre di ferro del Tucàn insieme a un’umanità che aspetta in un’incertezza fuori dal tempo. Nel prezzo del biglietto è compreso anche il cibo e nessuno si può permettere un letto in una casa de huespedes, le povere pensioni sparse in città. Il segreto è appendere l’amaca nel punto giusto di

questo hangar di ferro arroventato dal sole e impregnato di umidità dell’Amazzonia dove ci si ammucchia per giorni uno sull’altro, per sopravvivere al caldo e agli insetti in una bolgia infernale di amache dondolanti sopra bambini, polli ignari del loro destino e briciole di consumismo elettronico. La prima sera, subito dopo essere salpati, due energumeni armati hanno bloccato i boccaporti e sono scesi a controllare i biglietti, poi è iniziata la surreale convivenza di una co-


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TEMPO LIBERO

le anse lattiginose del rio Ucayali

ropicale all’ombra di folte fronde della selva amazzonica immerse in mitologiche storie

munità di estranei in un’Arca di Noè dove si mangia, si commercia, nascono e muoiono improbabili amori, aspettando Iquitos, che sarà raggiunto quando nessuno lo sa, neanche l’equipaggio perché «si arriva quando si arriva» e il tempo è l’unica merce che abbonda. Nel frattempo, ognuno racconta le proprie storie nello spagnolo cantilenato della selva. C’è chi va a salutare un parente che vive a centinaia di chilometri di distanza, e chi affronta settimane di viaggio sperando di raccattare qualche soldo come Lucio, un indigeno shipivo, «se non li trovo in fretta non posso iscrivermi a scuola, non abbiamo niente e dobbiamo mendicare anche il cibo; noi siamo una famiglia di agricoltori poveri e negli anni di siccità non abbiamo neanche da mangiare. Mi vergogno di doverle chiedere questi soldi».

Saccheggiatori di mogano «Ci hanno rovinato le leggi per la protezione del mogano» ringhia invece José guardando le rive del fiume ridotte a una steppa da cui emergono solo alberi solitari. «Ormai per trovare il mogano bisogna risalire in lancia per giorni i piccoli affluenti del Rio Ucayali. Prima lavoravo per un ministero ma adesso mi occupo di commercio», aggiunge sorvolando pudicamente sul fatto che in realtà è un contrabbandiere di legname pregiato. «Esportavamo molto negli Stati Uniti ma adesso siamo costretti a utilizzare legni meno pregiati che hanno bisogno di essiccatori molto costosi perché patiscono umidità e funghi parassiti» così quelli come lui per denaro o per disperazione continuano a saccheggiare quello che resta della foresta pluviale. Fuori è buio pesto e il Tucàn avanza al rallentatore in una nebbia di ovatta nera mentre il precario faro del capitàn cerca gli invisibili banchi di sabbia che possono farci affondare da un momento all’altro e il ron-ron del diesel è interrotto solo dal tonfo sordo di un tronco sommerso o di qualche caimano disturbato dal passaggio del battello. A ogni ansa o barca insolita la gente guarda fuori inquieta, per non parlare dei momenti in cui il Tucàn sembra tirare le cuoia con gemiti da moribondo. Allora accosta a riva e il meccanico si immerge in un mare di fango con un’enorme chiave inglese per riemergere come un Nettuno dopo aver dato mazzate tremende a un pezzo dell’elica.

Dalle casse di banane ai pirati La più preoccupata è doña Dolly, l’armatrice, perché se il battello va veloce lei può risparmiare sul cibo, per non parlare della concorrenza che potrebbe approfittarne, «ma ci vuole altro per fermarci. Con mio marito abbiamo cominciato trasportando a spalle per anni banane, riso, mais, sacchi e sacchi di mercanzia. Spesso siamo stati anche assaltati dai pirati del fiume però siamo andati avanti». Su che cosa potessero contenere quei sacchi forse è meglio sorvolare, lungo questa via d’acqua che collega le coltivazioni di droga peruviane lungo il rio Huallaga a Leticia, per anni una famigerata Tangeri colombiana sul Rio del-

le Amazzoni. Un luogo di commerci apparentemente irresistibili anche per il señor Manuel che mi confida di affrontare un viaggio di tre settimane sul fiume per andare laggiù a vendere un carico di cipolle che «in Colombia pagano un po’ di più». «Niente delitti, niente morti, nada de nada. I villaggi lungo il fiume sembrano oasi felici» sorride sarcastico un giornalista locale che tutti chiamano El Chino per i suoi occhi a mandorla. «In uno dei rari casi in cui è trapelata la notizia di un omicidio nel paese di Contamana sai come è finita?

Due membri della commissione d’inchiesta sono desaparecidos, volatilizzati nulla. In realtà girano tutti armati fino ai denti e un paio di volte hanno trovato persone tagliate a pezzi perché questa è una zona di produzione della pasta di coca. I narcos controllano il corso dell’Ucayali tra Contamana e Requeña, basta che ti allontani un centinaio di metri dal fiume e le coltivazioni di mais e fagioli sono sostituite da altre molto più redditizie, però neanche i giornali locali si azzardano a parlarne. Così va il mondo qui, caro mio, e se vuoi vivere

tranquillo è meglio lasciar perdere». Forse proprio per esorcizzare questo mondo inafferrabile, gommoso come la selva impregnata di neblina, il Tucàn di giorno si trasforma in una surreale discoteca dove cumbias e technosalsas hanno sostituito la gracchiante voce di Caruso che il Fitzcarraldo-Klaus Kinskji di un film cult di Herzog riversava su piroghe cariche di indios attoniti. Oggi invece il Tucàn è il sogno tropicale delle ragazzine dei pueblos perduti lungo il fiume disposte ad aspettare per ore a bocca aperta il suo passaggio sotto muri di

Protagonisti di un immaginario dell’altrove Invalicabili muraglie di alberi, un caos primordiale irriducibile a qualsiasi logica umana. Non c’è da stupirsi se il Rio delle Amazzoni è diventato «il luogo» dell’immaginario occidentale dell’altrove che, nei secoli, ha avuto numerosi protagonisti. Il conquistador Francisco de Orellana fu il primo europeo a scendere il Rio delle Amazzoni raggiungendo la foce il 24 agosto 1542, mentre un altro conquistador, Lope de Aguirre soprannominato El Loco (il pazzo), anche se lui preferiva «La collera di Dio, il Principe della libertà», durante una spedizione in cerca del mitico El Dorado, nel 1561, dichiarò guerra a Filippo II per rovesciare il governo spagnolo in Perù. Finì con la sua morte, ma si guadagnò un ruolo di antieroe maledetto nella letteratura e nel cinema. Al cronista Gaspar de Carvajal si deve invece il nome Rio delle Amaz-

zoni perché raccontò di una battaglia tra spagnoli e una tribù in cui le donne combattevano insieme agli uomini. Tra gli scienziati, il francese Charles de la Condamine, tra il 1743 e il 1744, realizzò la prima vera esplorazione dell’Amazzonia riportando in Europa esemplari di caucciù, chinino e curaro. L’esploratore, naturalista e geografo Alexander von Humboldt, nel 1880, percorse 2775 chilometri di territori inesplorati dimostrando l’esistenza del canale naturale Casiquiare che collegava i due bacini del fiume Orinoco e del Rio Negro. L’antropologo francese Claude Lévi-Strauss nel 1938 entrò in contatto con tribù ancora isolate. Jules Verne trasformò il romanzo poliziesco La Jangada, ottocento leghe sul Rio delle Amazzoni in una scoperta dell’esotico, e Arthur Conan Doyle scrisse Il Mondo Perduto, uno dei più famosi

romanzi avventurosi del diciannovesimo secolo popolato di dinosauri sopravvissuti all’estinzione. Indimenticabile per l’immaginario collettivo Carlos Fermín Fitzcarrald López, protagonista dell’omonimo film del regista tedesco Herzog, che aveva già realizzato Aguirre, furore di Dio, l’epopea di un barone della gomma che obbligò i nativi a trasportare un battello fluviale attraverso le montagne per raggiungere il fiume Madre de Dios, e morire a 35 anni nel naufragio del suo battello Contamana. Persino l’ex-presidente americano Theodore Roosevelt si cimentò in una spedizione amazzonica lasciando il suo nome a un fiume. Un altro personaggio leggendario, il geografo ed esploratore inglese Percy Harrison Fawcett, scomparve con i suoi compagni senza lasciare tracce nel 1925 mentre cercava una città perduta, un mistero mai definitivamente risolto.

pioggia, sognando di andare almeno una volta nella vita a Iquitos.

Tra galli, chanchos e maiali Un concerto infernale annuncia l’ultimo giorno tra chicchirichì di galli, urla disperate dei chanchos, i maiali impilati nella stiva, trilli di sveglie cinesi e languide canzoni cubane mentre le prime luci del sole sfondano la nebbia e l’Ucayali si unisce al Marañon sciogliendosi nell’immensità del Rio delle Amazzoni. Dopo quasi una settimana, quando cominci a chiederti se Iquitos esiste sul serio, la piccola Manaus peruviana si materializza alla fine di un’ultima interminabile ansa con lo sterminato quartiere di palafitte dall’improbabile nome di Belèm (Betlemme), una sgangherata Venezia amazzonica per cercatori di esotico e un allucinante esempio di degrado per gli urbanisti. Per il premio Nobel Mario Vargas Llosa invece era lo scenario perfetto per Pantaleon e le visitatrici, irresistibile satira in stile militar-burocratico sulle vicissitudini di un irreprensibile capitano dell’esercito che ha ricevuto l’ordine di realizzare bordelli naviganti per alleviare le solitudini delle guarnigioni isolate nella selva. Probabilmente Iquitos è tutto questo con il suo inestricabile groviglio di contraddizioni, perfetto punto di gravità permanente di una geografia perennemente in progress che il fiume disfa e ricostruisce senza sosta. Indifferente agli uomini e al loro agitarsi convulso. Informazioni: Su www.azione.ch, si trova una più ampia galleria fotografica.


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TEMPO LIBERO

Colorati coprivasi all’uncinetto

Crea con noi ◆ Un’idea per trasformare i vasi delle vostre piante di casa e creare un angolo verde del tutto originale Giovanna Grimaldi Leoni

Materiale

Un nuovo progetto fai-da-te pensato per ravvivare l’aspetto dell’angolo verde di casa. Utilizzando i bei filati Cotton Jersey di Schachenmayr e seguendo questo facile tutorial di uncinetto, avrete l’opportunità di creare coprivasi elasticizzati che trasformeranno completamente l’aspetto di questi fondamentali elementi decorativi. Con questo semplice passo, potrete conferire una nuova personalità ai vasi già presenti in casa, aggiungendo un tocco di originalità e creando un angolo verde che ben si integri con gli altri elementi d’arredo.

Provate il coprivaso sul vaso desiderato, e se non è ancora sufficiente, procedete nello stesso modo fino all’altezza desiderata. 13° giro: lavorate tutto a punto gambero per rifinire il lavoro. Tagliate il filo, portatelo verso l’interno, annodate e tagliate.

Procedimento Avviate il lavoro creando un anello magico con il filo e lavorate al suo interno 8 maglie basse. 2° giro: lavorate 2 maglie basse in ogni maglia (8 aumenti). 3° giro: effettuate un aumento a maglie alterne. Nella 1a maglia, lavorate solo una maglia bassa; nella 2a procedete con l’aumento, nella 3a una maglia bassa, e così via fino alla fine (8 aumenti). 4° giro: aumentate 1 maglia ogni 2 maglie (8 aumenti). 5°-12° giro: lavorate a maglia bassa senza effettuare aumenti.

Idea in più: Prendete un rettangolo di stoffa e, utilizzando timbri e inchiostro, imprimete la parola desiderata. Ritagliate la stoffa lasciando almeno 2 cm di margine tutt’intorno alla parola. Stirate la stoffa proteggendo la scritta con un po’ di carta da forno. Piegate verso il retro i 4 lati, facendo attenzione che la scritta risulti ben centrata. Stirate per fissare la piega. Con ago e filo, fissate l’etichetta così creata al vaso facendo molta attenzione che risulti dritta. A

Giochi e passatempi Cruciverba Forse non tutti sanno quanto può pesare all’incirca una nuvola di medie dimensioni. Se vuoi scoprirlo risolvi il cruciverba e leggi le lettere evidenziate. (Frase: 15, 5)

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32. Le iniziali dell’attore Ford 33. Sigla di un’unità specializzata dei Carabinieri 34. Sono di famiglia 35. Nel volume e nel fascicolo 36. Fa le veci del superiore VERTICALI 1. La fanno i bambini per giocare 2. Le iniziali di Paganini 3. Lo adoravano i cinesi 4. Generatore di fuoco 6. Dentro all’astuccio... 7. Si contano a scopa

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Sudoku Scoprite i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

questo scopo, seguite la linea creata dalle maglie. I vostri coprivasi sono pronti per essere «indossati» e dare nuova veste all’angolo verde di casa. Buon divertimento! Tutorial completo azione.ch/tempo-libero/passatempi

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ORIZZONTALI 1. Percorre tutta la vita 5. Porzioni di somme da pagare 10. La desiderano tutti 12. Accessorio per auto 13. Le iniziali della ballerina Titova 15. Un anagramma di arco 17. Desinenza di diminutivo 18. Quantità imprecisata 20. Pronome personale 22. Fu l’ultimo dei giganti 23. La capitale della Giordania 24. Raganella arborea 26. Le iniziali di un attore interprete di James Bond 28. Un inganno mimetizzato 30. Lo è il pelo arruffato

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(I materiali li potete trovare presso la vostra filiale Migros con reparto Bricolage o Migros do-it)

Vinci una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una carta regalo da 50 franchi con il sudoku 5

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Per rivestire 1 vaso da 17 cm: • 1 gomitolo di Cotton jersey, colore a scelta • Uncinetto n. 10 • Forbici • Idea in più: • Piccolo scampolo di tessuto bianco • Timbri con lettere e inchiostro

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8. Alloggia in cantina 9. Esami diagnostici 11. Unità di misura del lavoro 14. Il Jones di Fielding 16. Le avevano Mercurio e Pegaso 19. Le iniziali dell’attrice Mannino 21. Parte dell’intestino tenue 25. Le iniziali del comico Siani 27. Circolo ricreativo per lavoratori 29. Elegante, raffinato 31. Le iniziali dell’attore Sperandeo 34. Nel cuore della funzione

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Soluzione della settimana precedente Il coccodrillo ha circa una settantina di denti e nel corso della vita… Resto della frase: …LI CAMBIA CIRCA CINQUANTA VOLTE

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch I premi, tre carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. Partecipazione online: inserire la soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la soluzione, corredata da nome, cognome, indirizzo del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 1055, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


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TEMPO LIBERO / RUBRICHE

Viaggiatori d’Occidente

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di Claudio Visentin

Turismo intelligente?

Anche nel turismo è cominciato il tempo dell’intelligenza artificiale. Secondo una ricerca di «Statista» (The statistics portal for market data, market research and market studies), i relativi ricavi sarebbero passati dal 9% nel 2018 al 21% nel 2021 e quest’anno potrebbero salire al 32%; quasi un terzo del fatturato annuale in questo settore dipenderebbe allora dall’intelligenza artificiale. Come ha raccontato il «New York Times», già lo scorso anno sono comparse decine di guide turistiche compilate e promosse con l’aiuto dell’intelligenza artificiale generativa. Il testo viene assemblato attingendo alle risorse disponibili in rete, mentre le immagini sono prese dagli archivi digitali o create appositamente. Segue l’autopubblicazione on demand e purtroppo, in qualche caso, anche l’acquisto di recensioni ingannevoli. Spesso il nome (falso) in copertina

riecheggia quello di autori ben noti (per esempio Mike Steves invece del più conosciuto Rick Steves). Ovviamente il prodotto finale è un’accozzaglia di materiali disparati con descrizioni vaghe e testi ripetitivi, ma alcune di queste guide hanno comunque scalato le classifiche di vendita perché costano meno delle loro rivali ed è difficile accorgersi dei limiti prima di ordinarle. Non è un gioco innocente; per alcune destinazioni una pessima guida può essere pericolosa prima ancora che deludente. Per esempio un manuale su Leopoli, Ucraina, incoraggia i lettori a «fare le valigie e prepararsi per un’avventura indimenticabile in una delle destinazioni più affascinanti dell’Europa orientale», ma dimentica di menzionare la guerra in corso (sempre che non sia questa l’avventura indimenticabile). Per il momento i prodotti dell’intelligenza artificiale

Passeggiate svizzere

sono ancora abbastanza riconoscibili ma le macchine migliorano continuamente la loro prestazione attingendo alla fatica di chi ha consumato tempo e suole delle scarpe per comprendere e raccontare una destinazione. Nel frattempo si stanno riducendo di molto i confini tra ambiti tradizionalmente ben distinti. Sino a poco tempo fa quando si cominciava a pensare alla prossima vacanza la raccolta delle informazioni poteva prendere settimane o mesi, esplorando geografie diverse. Poi altrettanto gradualmente, tra incertezze e ripensamenti, si arrivava alla vera e propria prenotazione. Ora questi intervalli sembrano contrarsi e fondersi nell’instant economy. All’intelligenza artificiale si chiede soprattutto di personalizzare l’esperienza dei consumatori, fornendo loro prodotti su misura. Ogni nostra navigazione in rete la-

scia dietro di sé una scia di dati preziosi per le aziende. Inconsapevolmente scivoliamo nello spazio del marketing e riceviamo delle informazioni accuratamente selezionate sulla base dei nostri interessi – distanze, tempi di percorrenza, attrazioni, costi – che si traducono infine in una proposta d’acquisto. La finta ingenuità degli assistenti virtuali ci conduce per mano verso esiti prevedibili, sino a far convergere tutto nel click! finale dell’acquisto d’impulso. Così sarà, pare di capire, per la maggior parte dei turisti, specie quelli con poco tempo a disposizione e dunque in cerca di soluzioni semplici e chiare. Altri invece, in numero minore ma non irrisorio, potrebbero muoversi in direzione marcatamente contraria. Secondo un’analisi di Gartner, una società di ricerca americana, metà degli utenti mostra segni di disaffezione nei confronti dei

social e medita di limitarne l’uso in maniera significativa nel prossimo anno. Ed ecco allora che questi viaggiatori (forse vorranno essere chiamati così) potrebbero volgersi invece a fonti più tradizionali per ispirazione e informazione – libri di viaggio, guide turistiche cartacee, il passaparola di amici esperti – lasciando spazio a scoperte ispirate dal caso piuttosto che dalle logiche interessate dell’algoritmo. Per esempio Nicolas Bouvier, il grande viaggiatore ginevrino, vedeva nel viaggio la realizzazione dei sogni infantili: «È la contemplazione silenziosa degli atlanti, su un tappeto, a pancia in giù, tra i dieci e i tredici anni, che dà la voglia di piantar tutto. Ci si ritrova a pensare a regioni come il Banato, il Kashmir, o il Caspio; alle musiche che vi risuonano, agli sguardi che si incontrano, alle idee che vi aspettano…».

di Oliver Scharpf

Il castello di Tarasp

Come caduta nel bel mezzo del laghetto ammantato di neve, ai piedi del castello lassù, c’è una luna d’acciaio inossidabile. Sullo sfondo peccete come macchie d’inchiostro, montagne acuminate, un ponylift. I crateri lunari sono visibili anche da lontano, sulla superficie lucidata a specchio di questa luna di tre metri e venti di diametro made in China. Nell’atelier pechinese di Not Vital: artista nato a Sent nel 1948 e dal 2016 proprietario del castello di Tarasp. Illuminato, la sera, sovrastante fiabesche peccete innevate a perdita d’occhio, è rimasto un ricordo d’infanzia nitido di quando andavamo a sciare a Vulpera. Rivisto poi diverse volte in questi ultimi anni, dal treno, non ha perso niente della sua magia che mi è sempre parsa esulare molto dalla barbosità classica di molti castelli. Risalente al 1040, viene salvato dallo sfacelo nel 1900 da Karl August

Lingner (1861-1916): imprenditore di Dresda conosciuto come l’inventore dell’Odol, collutorio antibatterico pubblicizzato persino da Giacomo Puccini. Un’altra opera d’arte, se passate dalle parti del castello abbarbicato su uno sperone, la trovate al restaurant Chasté. In un piatto a forma di pesce, quenelle di luccio affogate in una salsa di astice: specialità della casa da più di mezzo secolo. Alle due e mezza c’è l’appuntamento con la visita guidata. È uscito il sole che ravviva i colori di una cappelletta dove sono affrescati Santa Margherita e il drago tenuto al guinzaglio-catena. Cammino a rilento, ondeggiando nella salita al castello color crema stanco, criminale sarebbe stato rinunciare al dessert bomba. Con gli occhi, laggiù, agguanto un frammento dell’House to watch the sunset (2018): ispirata dalle ziggurat sumere, questa casa per guarda-

Sport in Azione

re il tramonto in Bassa Engadina, è in beton ricoperto in parte di neve. Una sorella fatta di limo è in Niger, ad Agadez, dove Not Vital ha anche fatto costruire una scuola coranica e una torre per le tempeste di sabbia. La terza, di legno, si trova in Amazzonia. Del resto l’artista nomade che ha vissuto molti anni a New York, ha anche un atelier in Brasile. In cima al castello, a lungo enclave austriaca, sventola infatti la bandiera brasiliana. Dentro le mura, nella neve, svetta una lingua di manzo sovradimensionata. In acciaio inox, della stessa altezza del David di Michelangelo, l’idea di questa scultura cruda, erotica, totemica, è nata, secondo Alma Zevi – massima esperta di questo artista (la prima volta che l’ho sentito nominare credevo fosse un nome d’artista autoironico giocato sul non essere di vitale importanza) – facendo un calco, a Lucca, a metà

anni Ottanta, appena uscito da una macelleria. Se vi voltate, appesi, sulle mura d’entrata nella corte del castello di Tarasp (1502 m), ci sono, in gesso, copia di quelli del David michelangiolesco, ingigantiti, due testicoli. Scettico in partenza, come lo sono per artisti a effetto tipo Cattelan e Hirst, per Not Vital mi devo ricredere: talmente strafottente ed elegante che alla fine lo trovo valido. La conferma è dentro il castello, ristrutturato senza enfasi grazie al fratello architetto Duri Vital, dove gran parte degli arredi provenienti da case patrizie alpine, collezionate dall’inventore dell’Odol, sono stati mantenuti. Le sue opere ci sono, però in giusta misura, dosate qua là. Nella sala da pranzo in cembro, tra una litografia con le prime lettere dell’alfabeto di Piero Manzoni, collezioni di antica ceramica cinese e giapponese, una fotografia di Joseph

Beuys, spuntano una serie di lingue versione soprammobile. Dalle finestre la vista lascia, non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, a bocca aperta. Anche due trofei di caccia in bronzo, con una lettera decorativa per corna, non leggibilissima subito apposta, a un primo rapido sguardo, stupiscono. «Al di là del loro aggraziato danzare tra le corna, quelle lettere – ricomposte – sono l’imprecazione detta in faccia a chi ha fatto dell’animale un trofeo da parete domestica» rivela Simone Soldini in occasione della mostra di Not Vital al Museo d’arte di Mendrisio qualche anno fa. Il titolo dell’opera è FUCK YOU (1991-1992). La nostra guida che sembra un addetto fuggito dal ponylift, seduto al famoso organo Jehmlich, gloria maggiore del castello dell’epoca Odol, a metà pomeriggio ai primi di febbraio, suona A Whiter Shade of Pale (1967) dei Procol Harum.

di Giancarlo Dionisio

King Roger: modello inimitabile, almeno in Svizzera? ◆

L’Italia si gode il trionfo di Jannik Sinner agli Australian Open. Da giorni stracoccola il suo nuovo idolo. In Ticino accogliamo con soddisfazione la convocazione nella Nazionale rossocrociata di Coppa Davis del luganese Rémy Bertola. Dieci anni or sono, la preziosa insalatiera, la si vinceva grazie alle magie di Roger Federer e Stan Wawrinka. Nel 2008, i due avevano già conquistato l’oro nel doppio ai Giochi Olimpici di Pechino. Insieme, avevano riportato a casa 23 tornei del Grande Slam, 20 per Roger, 3 per Stan. Un Paese di sciatori stava dominando il tennis. Si poteva immaginare che i due fenomeni riuscissero a fungere da modello e che facessero scuola. Missione fallita. Dopo di loro si sono affacciati alcuni buoni giocatori da top 100 con qualche sporadica impennata. Tutto qui. La palla cade ora nel campo dell’Italia dove la Sinnermania, a distanza di

un paio di settimane dal trionfo del giovane tennista altoatesino, sta lievemente scemando. Se ne percepisce tuttavia il gusto lungo. Tutti lo osannano. Tutti lo vogliono, come il Figaro rossiniano. Il suo percorso straordinario sta avendo un effetto deflagrante. La «Gazzetta dello Sport», tra sabato 27 gennaio (vigilia della finale contro Novak Djokovic) e mercoledì 31 gennaio, gli ha dedicato 56 pagine. Prime comprese, ovviamente. Inimmaginabile per Calciolandia. Probabilmente neppure ai tempi di Tomba la Bomba, del Doctor Valentino Rossi o del Pirata Marco Pantani. È comprensibile. I media rincorrono le eccezioni, e Jannik lo è. L’Italia, dopo Pietrangeli e Panatta, ha prodotto dei buoni tennisti, come Matteo Berrettini, finalista a Wimbledon nel 2021, o come Francesca Schiavone e Flavia Pennetta, rispettivamente vincitrici del Roland Garros e degli US

Open. Ma una sbronza di emozioni come quella provocata da Sinner, forse gli italiani non se l’erano mai neppure sognata, tanto più che fino allo scorso anno, l’erede designato al trono di Federer-Nadal-Djokovic pareva essere l’iberico Carlos Alcaraz. Dopo molti tentativi di scardinare la leadership della Triade, forse, a Melbourne, il colpaccio è riuscito. Ora, per questa Generazione Z, il percorso si complica. Si tratta di dare continuità alla loro rivoluzione. Roger, Rafa e Nole hanno governato per vent’anni, e l’ultimo dei tre non pare neppure così convinto di dover abdicare. Nel Belpaese, si godono l’attimo. Jannik, per una settimana ha posto in secondo piano il derby d’Italia tra Inter e Juventus. Sinner al Quirinale dal presidente Mattarella. Sinner dalla premier Giorgia Meloni. Sinner che rifiuta l’invito al Festival di Sanremo. Sinner con mamma e papà, cuoco e

cameriera in un rifugio. Sinner col fratello adottivo. Sinner con la fidanzata, ma lontano dai riflettori. Sinner che stima Rafa e Nole, ma riconosce che il suo modello è Roger. Sinner che, udite udite, presta il fianco anche a qualche critica, poiché domiciliato nel paradiso fiscale di Montecarlo. Sui social media spuntano come bucaneve migliaia di esperti di dritto, rovescio, passante e volée. La capacità di reinventarsi e di proporsi al mondo con apparente autorevolezza è nel DNA di questo popolo di navigatori, artisti e inventori. Chissà se la Sinnermania metterà radici. Chissà se fra cinque, dieci, venti anni sarà il tennis oppure sarà ancora il football a dettare le leggi del mercato. Nutro dubbi e perplessità sulla prima ipotesi. Manzoni insegna che il biglietto dall’altare alla polvere costa molto poco. In Francia, in Germania, nel Regno Unito, il rapporto tra media-impre-

sa-campione è meno inquinato. Mi chiedo se da noi, che siamo improntati su un tradizionale temperamento riservato e sobrio, i media non abbiano contribuito al fallimento della missione dei nostri due eroi. Abbiamo dedicato loro troppo poco spazio? Non abbiamo enfatizzato le loro imprese? Non li abbiamo osannati a sufficienza? Non abbiamo acceso nei cuori e nelle menti di migliaia di giovanissimi praticanti il sogno di potercela fare? Un sogno all’americana, alla Yes we can, che in Italia sanno sdoganare non appena sentono il profumo di qualcuno o qualcosa di fenomenale? Perdonaci, Roger, se non ti abbiamo adorato con la necessaria devozione. Ripromettiamoci di non ripetere l’errore con Marco Odermatt. Sebbene forse nello sci – neve permettendo – non sarà difficile continuare a fare scuola, come in Svizzera si fa bene da decenni.


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ATTUALITÀ ●

«Le notizie non sono croissant» Intervista all’esperto Vinzenz Wyss sul futuro dei media e sulle sfide poste dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale

Un’alleanza che traballa L’America prova a «sganciarsi» da Israele. Se ci riuscisse sarebbe una novità gigantesca e al tempo stesso un ritorno alle origini.

Focus sui BRICS Gli Stati emergenti guidati dalla Cina si contrappongono all’Occidente. Li unisce il grande sogno di «dedollarizzare» il mondo

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Sui conti in rosso dell’esercito

Svizzera ◆ I problemi di liquidità legati alla crisi ucraina e il silenzio di Viola Amherd ora nella bufera. Quali prospettive si aprono?

Indossare i panni di presidente della Confederazione e trovarsi subito catapultato nell’occhio di un ciclone politico. È successo l’anno scorso e sta capitando anche ora, in questo inizio 2024. Avanti di questo passo non vorremmo che quella che al momento è solo una semplice casualità possa trasformarsi in un’infelice consuetudine, pronta a manifestarsi anche nel prossimo futuro. Ma andiamo con ordine. Non appena diventato presidente, dodici mesi fa, Alain Berset si è dovuto confrontare con il cosiddetto «scandalo dei Coronaleaks», la fuga di notizie che durante la pandemia ha visto l’ufficio stampa del suo Dipartimento al centro delle polemiche. Una vicenda non ancora del tutto chiarita, che un anno fa aveva obbligato lo stesso Berset a lasciare per una trentina di minuti una riunione del Consiglio federale per permettere ai suoi sei colleghi di discutere di questo caso, senza la presenza ingombrante del loro presidente. Nel Paese della collegialità governativa cose del genere non si erano mai viste, sintomo di una fiducia che in quel momento si era ridotta ai minimi termini nei confronti del ministro friburghese, che nel successivo mese di giugno aveva poi annunciato le sue dimissioni. Sotto la cupola di Palazzo federale non manca chi ritiene che i Coronaleaks abbiano in qualche modo accelerato questa uscita di scena, anche se va detto che Berset era in Governo già da dodici anni, i tempi per le dimissioni erano di certo in ogni caso maturi. Ma veniamo al presente, ora nella bufera c’è finita Viola Amherd, dal primo gennaio è lei a vestire la casacca di presidente della Confederazione. Come nel caso di Berset non è questa carica a pesare ma il suo ruolo di ministra, visto che al centro delle diatribe ci sono i conti in rosso dell’esercito e la linea comunicativa scelta dalla stessa Amherd, responsabile del Dipartimento federale della difesa. Per mettere a fuoco quello che sta capitando occorre fare un paio di passi indietro e tornare perlomeno allo scorso 26 gennaio. Quel giorno, a sorpresa, l’esercito svizzero comunica di dover rinunciare «a una parte sostanziale degli eventi pubblici pianificati nel 2024 e nel 2025 a causa della difficile situazione finanziaria». Fine della citazione e inizio dello sconcerto: ma come, anche l’esercito non riesce a saldare le fatture? Nel concreto i tagli riguardano diverse grandi manifestazioni militar-popolari, come per esempio l’Air Spirit 24 previsto a Emmen per il prossimo mese di agosto. Un evento che avrebbe messo le forze aeree elvetiche in bella mostra e per il quale erano attesi fino a 80mila spettatori. L’esercito ha rinunciato a malincuore a questi eventi, considerati una sorta di vetrina per presentarsi al

Keystone

Roberto Porta

pubblico e per cercare di rafforzare la propria legittimità nel Paese. La notizia suscita subito i primi commenti irritati di diversi parlamentari, in particolare quelli da sempre schierati in difesa del grigio-verde.

La Confederazione è chiamata a varare al più presto delle manovre di risparmio per far fronte al disavanzo I risparmi previsti vengono quantificati a tre milioni e mezzo di franchi. Qualche giorno dopo, era il 31 gennaio, un servizio mandato in onda dalla radio pubblica svizzero-tedesca mette in evidenza, documenti alla mano, che i guai finanziari dell’esercito sono in verità ben più ampi, con un ammanco che supera il miliardo di franchi. Il giorno dopo il caso approda con clamore tra i banchi della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio degli Stati, presenti anche Viola Amherd e il capo delle nostre forze armate Thomas Süssli. A porte chiuse, tra lo stupore e il malumore dei senatori, tocca a loro cercare

di chiarire la situazione. Una disanima del tutto inedita in un Paese come il nostro in cui l’espressione «conti in rosso» non era mai stata abbinata alle finanze delle forze armate. Nella successiva conferenza stampa lo stesso Süssli fa sapere che l’ammanco si aggira attorno al miliardo e 400 milioni, scoprendo definitivamente le carte davanti al Paese intero. E così la Svizzera si trova a doversi confrontare con questa realtà: l’esercito, persino l’esercito fa fatica a far quadrare i conti. Senza entrare nei dettagli contabili, va detto che una delle principali cause di questi problemi di liquidità è da ricondurre all’invasione russa dell’Ucraina, iniziata ormai due anni fa. Nella primavera del 2022 una maggioranza del Parlamento svizzero ha voluto imprimere un’accelerazione agli investimenti militari, visto il ritorno della guerra in Europa e per ovviare alle diverse cure dimagranti a cui l’esercito era stato sottoposto dalla caduta del Muro di Berlino in poi. L’obiettivo è presto detto: riportare il bilancio dell’esercito all’1% del Prodotto interno lordo entro il 2030, nel concreto i fondi assegnati alle forze armate sarebbero passati a 9 miliar-

di e mezzo di franchi all’anno, ben 4 miliardi in più rispetto a quanto previsto prima dello scoppio della guerra in Ucraina. Questo via libera parlamentare ha portato i vertici dell’esercito a mettere mano al portafoglio, senza però fare i conti con l’oste, o meglio con la ministra delle finanze Karin Keller Sutter e con il Governo nel suo insieme. Un anno fa dal Consiglio federale è infatti arrivata una brusca frenata, l’obiettivo dell’1% del Pil rimane ma cambia la data di riferimento, non più entro il 2030 ma entro il 2035. Confermati in dicembre anche dal Parlamento, questi 5 anni in più rallentano il flusso di fondi in arrivo nelle casse grigio-verdi. Per Thomas Süssli «non è un dramma» anche se a suo dire si dovrà aspettare fino al 2028 prima di poter uscire da queste apnee finanziarie. Fin qui gli aspetti contabili, poi ci sono quelli politici. E qui a far molto rumore è il silenzio di Viola Amherd. Su questa vicenda la ministra della difesa si è espressa finora solo con poche parole per ripetere lo stesso ritornello: non c’è un buco nelle finanze dell’esercito. Lo ha ripetuto anche la settimana scorsa nel suo viaggio in

Estonia. Decisamente troppo poco per chi porta la responsabilità politica delle nostre forze armate, non per nulla da più parti sono piovute critiche nei suoi confronti, in particolare da chi chiede ora una totale trasparenza sui conti militari. Del tema si parlerà comunque presto in Parlamento, anche perché la Confederazione è chiamata a varare al più presto delle manovre di risparmio, per far fronte ad un disavanzo che già a partire dal 2025 raggiungerà i 2 miliardi e mezzo di franchi. Con tagli già annunciati in diversi settori: nell’asilo, nell’assicurazione contro la disoccupazione o ancora nelle infrastrutture ferroviarie. Sacrifici che aumenteranno di certo la pressione anche sui fondi a disposizione dell’esercito, destinati comunque ad aumentare, anche se meno velocemente del previsto. Il tiro alla fune sul bilancio è già iniziato, con in conclusione un ultimo appunto: chi sarà la presidente della Confederazione nel 2025? Karin Keller Sutter, la ministra delle finanze. Come dire: vista la precaria salute dei conti pubblici prepariamoci a un terzo inverno di polemiche presidenziali.


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ATTUALITÀ

Le notizie non sono croissant

Svizzera ◆ In un’epoca segnata da profonde trasformazioni nel settore dei media, il professore di giornalismo Vinzenz Wyss evidenzia le responsabilità degli editori, le sfide poste dalla digitalizzazione e le opportunità dell’intelligenza artificiale Luca Beti

Non passa quasi giorno senza che si sentano notizie di tagli di posti di lavoro nel giornalismo. Le cause sono il cambiamento nel consumo d’informazione da parte dei lettori e delle lettrici, la loro disaffezione nei confronti dei media tradizionali e, soprattutto, il calo delle entrate pubblicitarie della carta stampata. «Fino agli anni Novanta un giornale era così redditizio che si diceva che per gli editori fosse come stampare denaro. Per l’industria pubblicitaria il giornale locale, regionale e le radio private erano quasi gli unici canali per raggiungere il proprio pubblico», ricorda Vinzenz Wyss, professore di giornalismo presso l’Alta scuola di arti applicate di Zurigo. «Negli ultimi vent’anni il settore pubblicitario ha abbandonato gradualmente i media tradizionali, spostandosi sulle piattaforme sociali dove può raggiungere i gruppi target in maniera più mirata. Un’evoluzione che ha comportato un calo fino al 70% delle entrate per alcuni giornali». La conseguenza più diretta è la riduzione dei posti di lavoro. Dalla fine di settembre 2023 all’inizio di gennaio 2024 le misure di risparmio adottate dai vari gruppi mediatici svizzeri hanno portato alla perdita di oltre 340 impieghi nel settore. Professor Wyss, oltre al calo delle entrate pubblicitarie ci sono altre ragioni all’origine della crisi nel settore dei media in Svizzera? All’inizio degli anni 2000 gli editori hanno iniziato a pubblicare gratuitamente online gli articoli dei loro quotidiani a pagamento. Con questa decisione hanno promosso la cultura del gratuito e così le lettrici e i lettori non erano più disposti a pagare per il giornalismo, poiché trovavano le notizie su internet senza la necessità di sottoscrivere un abbonamento. Inoltre aziende, autorità e associazioni hanno rafforzato la loro presenza nel web. Di conseguenza la popolazione non dipendeva più dai quotidiani per ottenere informazioni sulla vita locale ma le bastava accedere a internet. La vera incognita ora è capire se e come le testate riusciranno a sopravvivere in futuro.

Sono una persona ottimista per natura. Ma dobbiamo renderci conto che l’attuale modello economico basato sulle entrate pubblicitarie non funziona più. Inoltre gli editori sono ancora convinti che le persone siano disposte a sottoscrivere un abbonamento per un prodotto di qualità. Tuttavia nel settore dei media siamo confrontati con un fallimento del mercato nella nostra piccola Svizzera multilingue. Che cosa intende esattamente con fallimento del mercato? Le faccio un esempio. Se in una panetteria ci sono cinque croissant in vendita e io ne acquisto tre, i due rimanenti diventano merce rara e, di conseguenza, il loro valore aumenta. I croissant sono un prodotto che si esaurisce, a differenza dell’informazione. Infatti i media classici non hanno più l’esclusiva su una notizia, ad esempio la morte del Papa. Questa notizia può essere condivisa e non si esaurisce come i croissant. Dopo l’avvento di internet e dei social media abbiamo praticamente accesso a tutte le informazioni ovunque, in qualsiasi momento e gratuitamente. È un’evoluzione che gli editori hanno ignorato per troppo tempo. Tuttavia, se il panettiere produce squisiti croissant continuerò ad acquistarli da lui anziché dalla concorrenza. La qualità non garantisce forse il successo nel settore del giornalismo? Purtroppo non di per sé. A differenza dei croissant, il consumatore ha difficoltà a valutare la qualità dell’informazione, specialmente prima di aver letto il giornale. Inoltre, vi è un altro fattore che contribuisce al fallimento del mercato nel settore del giornalismo. I media sono considerati un bene meritorio, che non dovrebbe sottostare alle leggi del mercato, poiché sono importanti per la società ma, come l’istruzione e la cultura, non sono richiesti dal mercato nella misura auspicata. La retorica dei media, ovvero la critica dei processi e delle forme di produzione dell’informazione da parte dei moderni mezzi di comunicazione di

Lavoro redazionale in pericolo. (Keystone)

massa, non viene apprezzata tanto quanto la società vorrebbe. In una democrazia è fondamentale che la popolazione abbia accesso e consumi il maggior numero possibile di informazioni rilevanti. In quanto cittadino o cittadina è importante che anche il mio vicino sia ben informato. Ha delle soluzioni per salvare il mondo del giornalismo? Sono convinto che, se gli editori collaborassero di più, condividendo conoscenze ed esperienze e anche discutendo insieme quali strategie si sono rivelate sbagliate, saprebbero trovare e sviluppare soluzioni comuni. Una cooperazione potrebbe davvero ridare slancio a un settore in grave difficoltà anche in vista della diffusione dell’intelligenza artificiale. Gli editori dovrebbero però essere disposti a esplorare nuove forme di finanziamento diretto dei media, come quelle che conosciamo per le radio e le televisioni private tramite il canone, o a investire in start-up che potrebbero trasformarsi in offerte giornalistiche di successo. Ci sono quindi molte possibilità ancora inesplorate. Questo, però, presuppone che gli editori siano disposti a collaborare. Gli editori sono preoccupati anche dalle conseguenze che l’intelligen-

za artificiale potrebbe avere sui media. Vede anche dell’opportunità? Sì, ne vedo principalmente due. Da un lato, se pensiamo al lavoro giornalistico, l’intelligenza artificiale può aiutarci nel brainstorming, nella ricerca giornalistica e nei processi editoriali. Ci sono molti modi in cui questa tecnologia può essere utilizzata per facilitare il lavoro delle giornaliste e dei giornalisti, sgravandoli di alcune mansioni ripetitive, così da permettere loro di concentrarsi di più sul loro compito principale: osservare la realtà e, sulla base di una ricerca approfondita, promuovere un discorso su ciò che ci irrita. D’altro canto, vi è un altro aspetto importante. Credo che l’utilizzo crescente dell’intelligenza artificiale porterà inevitabilmente alla diffusione di disinformazione, notizie false o con fonti non trasparenti o difficilmente verificabili. A mio avviso, questo potrebbe rafforzare il ruolo del giornalismo, se il pubblico si rende conto che questa tecnologia presenta delle lacune in termini di affidabilità. Questo è esattamente ciò che il giornalismo può offrire: selezione comprensibile, affidabilità delle fonti e trasparenza. Pertanto ci sono molte opportunità. Non bisogna demonizzare l’intelligenza artificiale o considerarla solo come una minaccia.

Ma l’intelligenza artificiale potrebbe portare a ulteriori tagli nel settore? Se qualcuno ritiene che l’intelligenza artificiale sia ora la causa diretta della riduzione delle risorse nel giornalismo, lo considero un mero pretesto, o meglio, un’ipocrisia. È vero, l’intelligenza artificiale può semplificare alcune attività di routine, ma le giornaliste e i giornalisti saranno più che mai necessari per selezionare i contenuti rilevanti, verificarli e creare trasparenza. Questo è il vero valore del giornalismo. Ritengo anche che, se questa tecnologia viene usata in modo sensato, non porterà alla riduzione di posti di lavoro, ma piuttosto alla creazione di nuove figure professionali specializzate nell’interazione con l’intelligenza artificiale e nel suo impiego in modo efficace. Non è quindi colpa dell’intelligenza artificiale se ci sono dei licenziamenti, ma piuttosto del fatto che sono stati trascurati i nuovi sviluppi tecnologici e che c’è poca volontà a investire nell’innovazione giornalistica. Abbiamo bisogno di editori disposti a investire in tecnologie che rafforzano il giornalismo e non si limitino a rendere più efficiente il marketing o la distribuzione. Gli editori scelgono però una soluzione più semplice: ridurre i posti di lavoro per contenere i costi. In realtà sappiamo da almeno dieci anni che abbiamo a che fare con una trasformazione digitale. Tuttavia gli editori, e questa è una critica, se la sono presa comoda e non affrontato di petto la situazione. Ora il tempo stringe e giustificano i tagli di personale, soprattutto nelle redazioni, con la necessità di investire nell’innovazione. Le ondate di licenziamenti sono diventate ormai socialmente accettabili. Allo stesso tempo, però, alcuni gruppi mediatici continuano a guadagnare molto e a distribuire dividendi cospicui. È ciò che fa, ad esempio, il TX Group, che da un lato riconosce il proprio importante ruolo nel dibattito democratico in Svizzera, ma dall’altro non è disposto a finanziare trasversalmente la produzione giornalistica con una parte delle proprie divisioni redditizie.

«Quanto bisogna mettere da parte privatamente per la pensione?»

La consulenza della Banca Migros ◆ Meno spese per spostamenti, pranzo e imposte a fronte di costi nuovi per le attività nel tempo libero

La mia partner e io (entrambi abbiamo 55 anni) abbiamo insieme un reddito lordo annuo di 150’000 franchi. Ogni anno mettiamo da parte quasi il 10%. È un importo sufficiente per mantenere il nostro tenore di vita in età avanzata? Dipende dall’ammontare delle spese da sostenere. Anche se con il pensionamento possono sparire o diminuire quelle legate al lavoro, ad esempio per gli spostamenti, il pranzo o le imposte, è pur vero che ci si può dedicare di più alle costose attività del tempo libero;

inoltre occorre preventivare l’aumento delle spese sanitarie. In linea di massima, il fabbisogno di reddito in età avanzata ammonta all’80% del reddito lordo annuo. Al netto della quota di risparmio, nel vostro caso il fabbisogno ammonta a 108’000 franchi all’anno, con tendenza al rialzo. In molti casi i redditi dell’AVS e della cassa pensioni coprono circa il 60% del reddito lordo attuale. Per lei e la sua partner questo si traduce in una somma di 90’000 franchi provenienti dal primo e dal secondo pilastro, a condizione che

Isabelle von der Weid, consulente alla clientela della Banca Migros ed esperta in previdenza.

l’attività lavorativa prosegua fino all’età ordinaria di pensionamento pari a 65 anni, altrimenti la rendita sarà inferiore. Anche altri fattori, come il lavoro part-time, la maternità o la disoccupazione, possono contribuire a ridurre la rendita. Tra il vostro fabbisogno e le prestazioni previste dai pilastri obbligatori esiste una lacuna stimata a 18’000 franchi l’anno. Per mantenere il tenore di vita, lei e la sua partner dovreste colmare questa lacuna con il patrimonio privato.

Fino al compimento degli 85 anni è necessario un avere di vecchiaia supplementare di 360’000 franchi. Tuttavia, poiché l’aspettativa di vita continua a crescere e l’inflazione consuma una parte del capitale, è meglio mettere da parte un po’ di più. Consiglio: per una previdenza ottimale nella terza età occorre considerare altri fattori. La Banca Migros vi aiuta a creare un piano finanziario individuale.


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ATTUALITÀ

Il segretario di Stato americano Antony Blinken. (Keystone)

Ritorno forzato all’inferno

Pakistan ◆ La terribile sorte dei rifugiati afghani rispediti nel Paese d’origine Francesca Marino

Un’alleanza che traballa

L’analisi ◆ L’America prova a «sganciarsi» da Israele, e non è la prima volta Federico Rampini

Benjamin Netanyahu ha respinto l’ultima proposta di un cessate-il-fuoco avanzata da Hamas, dichiarando che «non esiste una soluzione se non la vittoria totale». Il suo rifiuto è suonato anche come una bocciatura della mediazione di Antony Blinken, il segretario di Stato americano impegnato in una complessa «shuttle-diplomacy» di kissingeriana memoria, per tessere le fila di un negoziato che ha coinvolto anche Arabia Saudita, Qatar, Egitto. La frustrazione americana è ai massimi, in particolare per «Antony of Arabia». Sulle orme del più celebre «Lawrence of Arabia», l’ufficiale inglese che nella prima guerra mondiale aiutò gli arabi a ribellarsi contro l’impero ottomano, il segretario di Stato Usa sta segnalando un crescente allineamento della politica estera americana sulle strategie saudite. Il quinto viaggio di Blinken in Medio Oriente – da quando è iniziata questa guerra il 7 ottobre – ha avuto come prima tappa Riad. Sembrano lontani i tempi in cui Joe Biden annunciava di voler trattare l’Arabia come uno Stato-paria, per castigare i suoi abusi contro i diritti umani (in particolare l’assassinio del giornalista d’opposizione Jamal Khashoggi). Oggi nella tragedia di Gaza la posizione della Casa Bianca è più vicina al principe saudita Mohammed bin Salman che a Netanyahu. Per esempio sulla necessità di uno Stato palestinese. L’America ci riprova, a «sganciarsi» da Israele. L’evidente divergenza può preludere a un cambiamento nella politica estera americana: l’allentamento di un rapporto unico nella storia, un’alleanza così stretta da superare perfino il rapporto con gli alleati atlantici della Nato. L’asse fra Stati Uniti e Israele oggi viene contestato più che mai, da diverse constituency americane: nei campus universitari, nella comunità black, tra gli immigrati arabi e da parte di tanti funzionari federali di ogni livello che hanno aderito alle recenti petizioni su Gaza. Un parziale «decoupling» fra l’America e Israele non significa una rottura totale (impensabile), per molti aspetti l’alleanza resterebbe in piedi, diventerebbe però un rapporto più normale, più simile a quello che Washington ha con altre Nazioni amiche e alleate. Sarebbe una novità gigantesca e al tempo stesso un ritorno alle origini. I primi presidenti a governare gli Stati Uniti dopo la nascita del-

lo Stato d’Israele, il democratico Harry Truman e il repubblicano Dwight Eisenhower, mantennero una certa equidistanza fra la difesa della nuova Nazione e gli interessi del mondo arabo (vedi l’intervento «a gamba tesa» di Eisenhower nel 1956 per stoppare l’offensiva anglo-franco-israeliana contro l’Egitto di Nasser). Le cose cominciarono a cambiare sotto John Kennedy, ma fu con Lyndon Johnson che l’allineamento divenne la regola, durante e dopo la «Guerra dei sei giorni» (1967). Dei tentativi di rendere la politica estera americana più autonoma da Israele ci furono sotto Jimmy Carter e Bill Clinton; ma l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 e la «Guerra al terrore» dichiarata da George W. Bush portarono nuovamente a rinsaldare quell’alleanza.

Dei tentativi di rendere la politica estera Usa più autonoma da Israele ci furono sotto Jimmy Carter e Bill Clinton Il tentativo più sistematico di contestare l’asse America-Israele risale a un grande esponente della scuola realista in geopolitica, John Mearsheimer. Mearsheimer non è una «colomba», non contesta il legame con Israele su basi pacifiste. È favorevole a una politica estera che corrisponda ai veri interessi vitali degli Stati Uniti. Le sue analisi possono portare a ridimensionare drasticamente gli impegni internazionali degli Stati Uniti. È dagli anni Ottanta che lui sviluppa il suo pensiero e oggi sta tornando di moda con il vento isolazionista che soffia sull’America. La critica di Mearsheimer è molto articolata, ne ricordo un solo aspetto. È l’aggettivo «incondizionale» che ricorre nel caratterizzare l’appoggio americano a Israele. Nessun altro Paese al mondo riceve da Washington una quantità di aiuti lontanamente paragonabile. E si tratta di aiuti che gli Stati Uniti non sottopongono a condizioni nel vero senso di questa parola. Dagli anni Settanta in poi, non c’è mai stata un’Amministrazione Usa che abbia saputo o voluto utilizzare quegli aiuti come una leva, per piegare i Governi israeliani alla propria volontà. Anche quando dei Governi israeliani hanno fatto il contrario di quel che voleva Washington (per esempio su-

gli insediamenti illegali di coloni), gli aiuti hanno continuato ad arrivare. In questo senso l’appoggio a Israele non obbedisce a una regola fondamentale del realismo politico: una Nazione deve condurre la politica estera in modo tale da difendere e promuovere i propri interessi. L’America secondo Mearsheimer ha sacrificato molti dei suoi interessi in Medio Oriente, si è alienata molte simpatie nel mondo arabo e anche in altre parti del sud globale, senza ottenere in cambio dei benefici adeguati. Un’occhiata allo Stato del Michigan spiega perché la strada verso la rielezione alla Casa Bianca può passare anche da Gaza. Un pericolo concreto riguarda l’elettorato arabo-americano. Ecco dove il Michigan è cruciale. Questo Stato industriale del MidWest ospita la più grossa comunità di immigrati provenienti da Paesi arabi. Molti sono di seconda o terza generazione, o comunque hanno da tempo la cittadinanza Usa e votano. Un sondaggio recente rivela che gli arabi-americani intenzionati a votare per Biden sono crollati: erano il 59% prima della guerra, ora sono il 17%. Quaranta punti percentuali è un tracollo inaudito. Il Michigan è uno di quegli Stati in bilico, dove può giocarsi la sfida di novembre per la Casa Bianca: nel 2020 Biden lo conquistò per soli 154’000 voti su un totale di 5,5 milioni. Una massiccia defezione di arabi-americani potrebbe essergli fatale questa volta. Esiste da tempo una corrente di pensiero critica, revisionista, alla ricerca di un profondo riesame nei rapporti tra America e Israele. Con Netanyahu abbiamo avuto più volte la sensazione che la corda sia stata tirata troppo, fino a rischiare di spezzarsi. Quando Netanyahu venne negli Stati Uniti a fomentare il Congresso a maggioranza repubblicana contro Barack Obama, i rapporti con la Casa Bianca precipitarono molto in basso. Con Donald Trump alla Casa Bianca, Netanyahu ritrovò un alleato di ferro. Adesso siamo in una congiuntura nuova. Il livello di insoddisfazione verso l’asse America-Israele è ai massimi; le grandi manovre del suo segretario di Stato Antony Blinken in Medio Oriente, l’emergere di un asse Washington-Riad, stanno a significare che l’aggettivo «incondizionato» potrebbe cessare di applicarsi alla relazione speciale con Israele.

«Migliaia di rifugiati afghani vengono usati come pedine politiche per essere rispediti nell’Afghanistan controllato dai talebani, dove la loro vita e la loro integrità potrebbero essere a rischio, nel mezzo di un’intensificata repressione dei diritti umani e di una catastrofe umanitaria. Nessuno dovrebbe essere sottoposto a deportazioni forzate di massa e il Pakistan farebbe bene a ricordare i suoi obblighi legali internazionali, compreso il principio di non respingimento». Così Amnesty International commentava la tragedia, poco considerata da questa parte del mondo, che da mesi si svolge al confine tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad ha difatti deciso di espellere dal Paese tutti i rifugiati afghani. Che, contro ogni convenzione internazionale, adopera di fatto come pedine nella complessa partita giocata con il Governo afghano. Il Pakistan, che gestisce la cosiddetta «fazione Haqqani» all’interno del Governo di Kabul, cerca di costringere la fazione opposta, più vicina all’Iran, a venire a patti. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in Pakistan si trovano circa 3,7 milioni di afghani. Molti sono fuggiti dall’invasione sovietica del loro Paese nel 1979, stabilendosi appunto in Pakistan. I loro figli e nipoti sono di fatto cittadini pakistani perché in Pakistan vige lo «ius soli», ma la legge non importa a nessuno. «Quarant’anni fa ho vissuto in una tenda e ora mi ritrovo ancora una volta in una tenda: è la storia della mia vita», ha dichiarato uno di loro. La seconda ondata di immigrati si è verificata nel 2021, all’indomani della presa di Kabul da parte dei talebani. Lo scorso ottobre Islamabad ha dichiarato illegali circa 1,7 milioni di rifugiati privi di documenti e ha ordinato loro di lasciare il Paese entro il 1. novembre per non rischiare di essere sgomberati con la forza. Alla scadenza del termine la polizia è passata dalla registrazione dei casi ai sensi della legge sugli stranieri del 1946, che tra le altre cose criminalizza l’ingresso illegale in Pakistan, alla detenzione diretta dei rifugiati ritenuti «illegali» nei centri di espulsione. In tutto il Pakistan sono stati istituiti una cinquantina di centri di detenzione o di «transito». Questi funzionano di fatto al di fuori del sistema legale ordinario. È stata inoltre formata una task force per «sequestrare le persone con carte d’identità false e le proprietà illegali costruite sui loro documenti falsi», mentre all’ente nazionale di registrazione del Paese è stato ordinato di cancellare tutte

le «carte d’identità false» e di confermare tutti i casi con il test del DNA. L’Onu stima che oltre 330’000 rifugiati sono stati espulsi o «volontariamente» rimpatriati, mentre altre migliaia si trovano nei campi «transitori» di detenzione in condizioni miserevoli. Senza acqua o cibo, esposti alle intemperie o ai maltrattamenti. Ma non è tutto. Le Nazioni Unite hanno ricevuto anche segnalazioni di raid notturni, confisca di denaro, gioielli e bestiame, arresti arbitrari e detenzioni di rifugiati afghani da parte della polizia locale pakistana. E però, secondo Abbas Khan, commissario capo per i rifugiati afghani, non c’è nulla di strano. La politica del Governo nei confronti degli immigrati clandestini è molto chiara: le persone prive di documenti che hanno investito in proprietà o attività commerciali in Pakistan non hanno una copertura legale per i loro beni perché la loro presenza nel Paese è illegale, e di conseguenza sono illegali anche le loro proprietà e attività commerciali. Viene loro consentito di varcare il confine solo con gli abiti che hanno indosso e poco denaro. In Afghanistan li aspetta un vero e proprio inferno. Una volta arrivati, si trasformano infatti in rifugiati all’interno del loro stesso Paese, un Paese impoverito da decenni di guerre e conflitti e ora alle prese con una grave crisi alimentare e occupazionale, un Paese in cui 15 dei suoi 40 milioni di abitanti non sanno da dove arriverà il prossimo pasto. L’amministrazione talebana ha allestito due campi profughi lungo il confine per facilitare in teoria il trasferimento dei rifugiati verso le rispettive città e villaggi di origine. In pratica la gente rimane per settimane nei campi senza sapere cosa fare. La Commissione per i diritti umani dell’Onu ha invitato inoltre le autorità pakistane a garantire protezione alle persone che «potrebbero subire persecuzioni, torture, maltrattamenti o altri danni irreparabili» in Afghanistan: ci sono centinaia e centinaia di giornalisti che rischiano la vita, oltre a migliaia di musicisti, attori, omosessuali, dissidenti e, naturalmente, donne. Alle migliaia di bambine e ragazze a cui sarà negato il diritto all’istruzione, alle migliaia di donne a cui sarà negato il diritto di passeggiare in un parco pubblico, di viaggiare da sole, di lavorare, di avere un conto in banca. Migliaia di persone a cui sarà negato il diritto a vivere una vita libera e dignitosa, a cui, nei casi più estremi sarà negato il diritto alla vita tout court. Mentre gran parte del mondo guarda altrove. Rifugiati afghani in un campo, Afghanistan. (Keystone)


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ATTUALITÀ

Putin, il teppista che si annoiava

L’intervista ◆ Lo scrittore russo Viktor Erofeev: con la guerra lo zar vuole punire il tradimento di Kiev che si è voltata verso ovest

Una domanda sta ossessionando, da ormai due anni, il mondo: perché Vladimir Putin (nella foto) ha scatenato una guerra selvaggia contro l’Ucraina? Ed è questa la prima questione che, in un bar di Berlino, abbiamo posto allo scrittore russo Viktor Erofeev. Che nella capitale tedesca si è rifugiato da quando è scoppiata la guerra, e dove ha pubblicato – per le edizioni Matthes & Seitz – il suo ultimo romanzo, dedicato alla personalità del «sultano del Cremlino», come lo chiama lui. «Putin ha scatenato la guerra perché si annoiava», ci risponde il 76enne, «è sempre stato un uomo di guerra, sin dalla sua adolescenza passata come un piccolo criminale nei sobborghi di Leningrado». E dopo una pausa di riflessione Erofeev – autore di best seller come Il buon Stalin, ispirato alla figura di suo padre, ex interprete dal francese di Stalin nonché ambasciatore sovietico a Parigi – aggiunge: «Per questo il mio ultimo romanzo s’intitola Der Große Gopnik. In russo Gopnik è il teppista, pieno di sé e di voglia di vendetta. Tutta la vita di Putin è all’insegna di una parola d’ordine: “Alla fine vincerò io!”. Prima della guerra tutti in Russia si inchinavano ai suoi piedi, lì tutti sono suoi schiavi, per questo il nostro Gopnik si annoiava». Putin – sottolinea Erofeev – ha scatenato una guerra (che cerca di giustificare con un’immensa propaganda) senza alcuna ideologia, né strategia. Se provi a chiedere il perché di questa tragedia, lui e i suoi portavoce s’inventano sempre qualcosa di nuovo. «Quel che è sicuro è solo che il sultano del Cremlino vive in un mondo arcaico seguendo valori primitivi». Per Putin, in effetti, la rivolta di Maidan per l’indipendenza è stata un profondo «tradimento» dell’Ucraina, una presa di posizione di Kiev per i va-

lori democratici dell’Occidente. «Da bravo Gopnik russo – commenta il nostro interlocutore – Putin diffida di un’Europa piena di idee e tecnologie. Per questo, quando gli ucraini hanno reclamato l’indipendenza, lui ha avvertito quanto la loro “deriva occidentale” sia pericolosa, perché mostra tutta la debolezza della Russia. Dal suo punto di vista l’Ucraina è una moglie infedele che prima si è rivolta all’Europa e poi si è trovata un amante americano. Ed ora vuole punirla del tradimento obbligandola con le bombe a ridiventare sua». Le sparate della propaganda, le raffiche di fake news con cui il Cremlino sta combattendo la sua guerra digitale, cercano solo di travestire il rude risentimento dello zar del Cremlino, la sua reale debolezza e il suo vuoto ideologico. «La prima ondata di fake news raccontava che l’Ucraina è russa da sempre», ricorda Erofeev. «Poi Mosca ha trasformato la guerra in una crociata religiosa. Noi russi siamo i buoni, voi ucraini e occidentali i cattivi. Noi russi siamo i santi, voi i nazisti del 21. secolo; anzi siete, Israele compreso, i figli di Satana sulla Terra». Dopo due anni di bombardamenti però la cosiddetta “operazione speciale” contro l’Ucraina è costata la vita ad oltre 370 mila soldati russi. Eppure a Mosca e dintorni molta gente continua a seguire il suo Gopnik. Su cosa si basa il consenso di Putin? «Lui non conta certo i caduti, a lui interessa solo la vittoria delle sue armate. Da questo punto di vista Putin è totalmente disumano. Attenzione però, ho scritto il mio romanzo perché la storia di Putin e della dittatura russa ci riguardano da vicino, ognuno di noi infatti porta dentro di sé un piccolo Gopnik». È un’idea (molto triste) della natura umana e dell’uomo forte a cui si rivolgono di-

Keystone

Stefano Vastano

sperati i suoi fedeli, che troviamo già nelle pagine de I fratelli Karamazov, in quella «Leggenda del Santo Inquisitore» in cui Dostoevskij definisce gli uomini dei «ribelli spaventati». «Sì, il mio è un romanzo sull’imperfezione umana», dice Erofeev. «E l’idea maniacale di Putin è che, punendo la traditrice ucraina, la Russia ritorni più potente e perfetta. La nostra imperfezione invece sta nel fatto che, con tutte le tecnologie digitali, ci conosciamo meno che nell’antica Grecia. Non viviamo solo un’epoca di guerre, dittature e Covid, ma afflitti da un’epidemia di stupidità. E la dittatura di Putin che altro è se non il trionfo della stupidità e della radicale imperfezione umana?». Anche l’idea che lo scrittore si è fatto della storia russa è molto indicativa dei suoi giudizi su Putin e sulla guerra. «In Rus-

sia, argomenta, non abbiamo avuto una vera storia. Ma una giostra che gira come al luna park, solo con attori diversi. Più che storia quella russa è una favola crudele, dopo lo zarismo e Stalin, ecco che sul carosello ci sale Putin, ma la giostra russa è ferma allo stesso punto». Non è un caso d’altronde se da anni Putin sta facendo di tutto per riprendere il culto di Stalin. Come si vede dal fatto che di recente ha vietato anche l’Associazione Memorial, che studia tutti i crimini della storia sovietica e in particolare dei Gulag. Viktor Erofeev ne sa qualcosa del fascino che sino ad oggi molti russi avvertono per l’era sovietica, e per i sultani di turno al Cremlino. Non per niente nei suoi romanzi parla della società sovietica come di «totalitarismo magico». «Mi è venuto in mente di ri-

battezzare il nostro totalitarismo come “magico” quando scrivevo Il buon Stalin. Da bambino percepivo questa sorta di “magia” nel mio ambiente a Mosca. Sono cresciuto fra persone che credevano nel sistema sovietico, nel comunismo come di una cosa magica. Putin sta continuando il mito di Stalin, ma lui non è un credente né credibile. Non può certo spacciare il suo imperialismo come una “magia”, ma solo sentirsi costretto a conquistarlo con le bombe». È questa la netta differenza tra il sistema sovietico che fu, l’Occidente e la Russia attuale in mano a un atroce Gopnik. «Putin non ha alcuna idea del futuro», conclude Erofeev. «L’Occidente sarà oggi molto debole, ma chi ci vive ha un futuro personale. Nella Russia di Putin invece alla gente manca ogni orizzonte del futuro».

Quel sogno di «dedollarizzare» il mondo

Prospettive ◆ Focus sui BRICS, gli Stati emergenti guidati dalla Cina che si contrappongono all’Occidente euro-americano Alfredo Venturi

Dice Vladimir Putin che con il vertice di ottobre a Kazan, in Russia, i BRICS si allargheranno in misura massiccia: sono infatti una trentina, rivela il leader del Cremlino al quale tocca quest’anno la presidenza a rotazione del raggruppamento, gli Stati che hanno manifestato disponibilità all’adesione. Sarà il terzo allargamento nella storia di questo nuovo protagonista della scena internazionale: il primo si verificò nel 2010 quando i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) divennero BRICS con la cooptazione del Sudafrica, il secondo con l’avvio del 2024 e l’adesione di altri cinque Stati: Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. I dieci Paesi, che ancora vengono chiamati BRICS anche se l’acronimo non corrisponde più alla reale consistenza del gruppo, ospitano il 40 per cento della popolazione mondiale e realizzano il 30 per cento del prodotto lordo. Queste cifre nascondono una realtà tutt’altro che omogenea. Tanto per cominciare la diversità delle dimensioni demografiche non può non riflettersi sui dati relativi alla ricchezza complessiva: altro discorso ovviamente è quello del Pil pro capite. Fatto sta che la Cina da sola produce quasi il doppio

degli altri nove Paesi, il Pil del gigante asiatico è quattordici volte quello della Russia. È anche sei volte superiore al prodotto dell’India, ma il Paese più popoloso del mondo intende risalire la china che la separa dall’ingombrante vicino. Pechino a sua volta è alle prese con un calo demografico che potrebbe frenare gli indici di sviluppo. Del resto non si tratta soltanto di masse umane e di parametri produttivi: i BRICS sono un gruppo eterogeneo anche per le diversità ideologiche, mentre alcuni Paesi sono divisi da cronici contrasti. Soltanto India, Brasile e Sudafrica, a ben vedere, possono chiamarsi democratici nel senso ovvio del termine, tutti gli altri funzionano con altre modalità. Si pensi inoltre alla rivalità fra Cina e India sulla duplice linea di contatto della frontiera terrestre e dell’area oceanica dell’Indo-Pacifico. O al bellicoso antagonismo mediorientale fra due potenze, Iran e Arabia Saudita, in lotta da sempre per una supremazia regionale nutrita di rivalità religiosa. La stessa squadra dei dieci BRICS attuali risente delle disparate visioni politiche. Questa situazione è simboleggiata dall’assenza di due Stati, Algeria e Argentina, che a suo tem-

Rappresentanti dei membri dei BRICS, organismo di cui la Russia ha quest’anno la presidenza. (Keystone)

po avevano chiesto di essere cooptati. L’adesione dell’Algeria è stata bloccata dall’India a quanto si dice su pressione francese; in Argentina è stato invece il corpo elettorale, affidando la presidenza al conservatore ultrà Javier Milei, a far naufragare il disegno del precedente Governo, che guardava con interesse ai BRICS. Al contrario Milei arriva addirittura a prospettare il ricorso al dollaro americano come valuta nazionale al posto del peso. Il motto scelto dalla presidenza

russa esalta il multilateralismo. Il fatto è che le dimensioni della Cina le attribuiscono inevitabilmente un ruolo guida. Dunque la prospettiva non è tanto quella di un mondo multipolare come vorrebbe la retorica anti-globalista, ma piuttosto di due blocchi contrapposti: da una parte l’Occidente a guida euro-americana, dall’altra gli emergenti a guida cinese, sia pure in un contesto non altrettanto formale. Li unisce il grande sogno di «dedollarizzare» il mondo sostituendo al-

la valuta dominante un’altra moneta. Resta il dubbio: si parla di una nuova valuta o dello yuan cinese? L’assalto al dollaro è voluto soprattutto dalla Russia, ma anche qui si registra una contraddizione di fondo: Mosca agisce mossa da considerazioni politiche, mentre Pechino pensa soprattutto a fare buoni affari. Intanto si affaccia sullo scenario mondiale una creatura per molti versi simile ai BRICS. L’ha fatta propria, dopo che l’agenzia Fidelity l’aveva lanciata, quello stesso Jim O’Neill che nel 2001, quando era economista della Goldman Sachs, varò il gruppo degli emergenti. O’Neill sostiene che quattro Paesi presentano al momento le maggiori potenzialità di sviluppo. Sono i MINT: Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia. Ancora una volta si tratta di situazioni assai diverse. Per esempio mentre la Turchia naviga verso la modernità nonostante il rigorismo religioso di Erdogan e le sue nostalgie imperiali, la Nigeria fatica a scrollarsi di dosso l’etichetta del sottosviluppo. Ma le cospicue risorse energetiche e minerarie e una popolazione in impetuoso sviluppo la destinano a un ruolo di primo piano nel contesto africano.


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MONDO MIGROS

Utilizzare il conservante per i fiori recisi

Rose provenienti da coltivazioni equosolidali

Si tratta della polverina che solitamente viene acclusa al mazzo di fiori e fa sì che nell’acqua non si formino o prolifichino batteri. Gli appassionati di fiori più scaltri ricorrono anche alla candeggina, aggiungendone una pipetta nel vaso con acqua fresca.

Rimuovere le foglie

Rimuovi le foglie inferiori dei fiori recisi, perché se stanno nell’acqua, ciò favorirebbe la marcescenza. Le foglie di rose, crisantemi, lillà, ortensie e girasoli vanno tolte in abbondanza.

Tagliare gli steli con un coltello affilato

Foto: Getty Images

A casa puoi tagliare in obliquo gli steli, poiché la superficie di taglio si secca velocemente durante il trasporto senz’acqua. Non si è concordi su quanto sia davvero utile, ma una cosa è certa: quando tagli i fiori, dovresti farlo con un coltello (per fioristi) affilato. Le forbici non sono adatte a tale scopo.

Così i tuoi fiori daranno gioia più a lungo Per San Valentino, un compleanno o qualsiasi altra occasione: i fiori freschi sono fonte di gioia. Cinque trucchi per lasciarti incantare a lungo dal tuo bouquet

Due terzi di tutte le rose Migros provengono da aziende agricole certificate con il marchio Fairtrade Max Havelaar. I dipendenti in Ecuador e Kenya beneficiano di migliori salari e condizioni di lavoro grazie a prezzi minimi stabili per i fiori e a bonus aggiuntivi. Viene inoltre affrontato anche il problema dell’elevata disoccupazione tra i giovani adulti. Nell’ambito di un progetto in collaborazione con Fair Trade Africa, si stanno creando condizioni quadro migliori per i giovani in due fattorie del Kenya.

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Testo: Edita Dizdar

Evitare l’acqua fredda

I fiori non amano l’acqua ghiacciata o fredda. Dovresti metterli piuttosto in acqua tiepida perché viene assimilata meglio. La cosa migliore sarebbe l’acqua (piovana) pulita e stantia.

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Cambiare l’acqua

Cambia l’acqua regolarmente, preferibilmente ogni giorno. Infatti nell’acqua dei fiori si formano rapidamente germi che ostruiscono i canalicoli per il passaggio dell’acqua. Prima di rimettere i fiori nell’acqua, ricordati di lavare via lo strato viscido dai gambi e idealmente di tagliarli nuovamente.

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ATTUALITÀ / RUBRICHE

Il Mercato e la Piazza

di Angelo Rossi

Come aumentare la natalità? ◆

Delle iniziative parlamentari presentate dal Centro qualche settimana fa si potrà dire molto, in negativo o in positivo, ma una cosa non si potrà negare, ossia che le stesse hanno il merito di mettere finalmente le difficoltà demografiche sul tavolo della politica del Cantone. La situazione è conosciuta. Il Ticino è uno dei Cantoni con la maggior quota di popolazione con più di 65 anni. Detiene anche il record, in Svizzera, delle persone con oltre 100 anni. Sono diversi i fattori che contribuiscono al super-invecchiamento della popolazione ticinese, ma forse il più importante è il secolare declino del tasso di natalità. Nel 2022 il Ticino figurava all’ultimo posto della classifica dei Cantoni per il tasso di natalità (6,9 per mille). Non solo, ma il citato tasso era nettamente inferiore non solo a quello del Cantone più prolifico, Friburgo, ma anche dal penultimo Cantone della classifica, i Grigioni (8,1 per

mille). Invecchiamento della popolazione e bassa natalità sono dunque caratteristiche demografiche tipiche del Cantone Ticino. Date queste premesse, il bilancio del movimento naturale (ossia la differenza tra nati e morti) è negativo e in continuo aumento in Ticino. Tra il 2010 e il 2014 era annualmente, in media, pari a – 71 persone. Tra il 2014 e il 2019 è salito a – 463 e tra il 2020 e il 2022, anche a causa del Covid, si è ancora più che raddoppiato: – 1075 persone. Di conseguenza la popolazione residente non aumenta o aumenta molto lentamente. Questa evoluzione sta mettendo in pericolo lo «stato del benessere» nel quale viviamo da più di 70 anni. Questo perché lo stesso è stato costruito sull’ipotesi che il rapporto tra le classi di popolazione giovane e le classi anziane non sarebbe mai mutato. Solo l’equilibrio tra le classi di età avrebbe assicurato un finanziamento sicu-

ro per la politica sociale. Aggiungiamo poi che l’invecchiamento agisce in modo negativo sull’evoluzione delle finanze del Cantone. Non esistono analisi approfondite, chi scrive è però convinto che l’invecchiamento della popolazione sia un acceleratore per l’insieme della spesa e un freno sempre più importante per le entrate fiscali provenienti dalle persone fisiche. È quindi più che probabile che una parte delle difficoltà finanziarie attuali del Cantone sia in realtà determinata dalla tendenza all’invecchiamento della popolazione. Ora, una ripresa della natalità potrebbe aiutare a contenere questi effetti negativi anche se non subito. Il partito del Centro vuole favorirla con 4 iniziative. Con la prima vuole creare, in seno al Governo cantonale, un Dipartimento per lo sviluppo demografico; con la seconda chiede di aumentare l’assegno famigliare per i residenti in Ticino; con la terza

propone misure per favorire l’attività lavorativa delle madri e infine con la quarta auspica una politica della casa che faciliti ai giovani l’accesso alla proprietà. A parte quella di rendere più visibile la politica per le nascite creando un Dipartimento per incrementarle, le proposte del Centro non sono per niente rivoluzionarie: fanno parte dell’arsenale delle misure già vigenti o, per lo meno, già discusse anche nel nostro Cantone. Nessuno può dire che siano sbagliate. È però lecito dubitare della loro efficacia. Facciamo qualche calcolo. Per trovare un posto nella prima metà della classifica secondo il tasso di natalità, il Ticino dovrebbe, anno per anno, poter contare su almeno 600 nati vivi in più di quelli che registra attualmente (3100 nascite invece delle attuali 2500). Per raggiungere questo obiettivo il Centro propone un pacchetto di iniziative e di misure che

potrebbe costare al Cantone almeno 60 milioni all’anno (la stima è di chi scrive). Confrontati con il totale della spesa del Cantone 60 milioni possono apparire un’inezia. Se però lo paragoniamo con l’obbiettivo di aumentare le nascite questa somma può apparire fuori proposito perché la spesa per ogni nascita supplementare si aggirerebbe infatti sui 100’000 franchi, dei quali un po’ più della metà sarebbero sussidi e il resto spese amministrative. Se i costi della politica della natalità dovessero aggirarsi su queste cifre è difficile che, date le attuali difficoltà finanziarie del Cantone, le iniziative parlamentari del Centro abbiano qualche possibilità di successo in Gran Consiglio. Diverso potrebbe essere il caso se la politica in questione dovesse essere portata avanti dal Centro con una o più iniziative popolari. Per lanciare le stesse occorrerà però trovare il momento giusto.

Affari Esteri

di Paola Peduzzi

Dentro le proteste dei contadini ◆

La protesta degli agricoltori è una delle più efficaci che si ricordi: in tutta Europa i dipendenti del settore agricolo stanno ottenendo concessioni ed esenzioni, sia a livello locale sia a livello comunitario (manifestazioni, più limitate, si sono registrate anche in Svizzera). Questa conquista va di pari passo con una sempre più evidente freddezza nei confronti del Green deal europeo, che è uno dei progetti-simbolo di questa legislatura che si chiude con le elezioni Ue che si terranno tra il 6 e il 9 giugno. Di recente la Commissione europea ha presentato gli obiettivi sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica entro il 2040 che sono necessari per mantenere la promessa della «neutralità carbonio» entro il 2050, una delle misure-pilastro del Green deal: il settore agricolo è stato nuovamente escluso dagli sforzi ambientalisti necessari per il prossimo decennio. Di fronte alle proteste, a quattro mesi dal voto e con

una campagna elettorale da costruire, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, vuole correre meno rischi possibili e così è scomparsa dalle indicazioni la riduzione del 30% delle emissioni di metano, azoto e altri gas legati all’agricoltura. Pazienza se così si compromette la promessa di azzerare le emissioni entro il 2050, dal momento che l’agricoltura rappresenta il 14% circa delle emissioni prodotte nell’Ue. Von der Leyen ha anche annunciato di voler ritirare uno dei provvedimenti più contestati dagli agricoltori, il Sur, che prevede la riduzione del 50% dell’utilizzo dei pesticidi entro il 2030. In realtà, dal punto di vista pratico, la rinuncia a questo obiettivo non rappresenta un cambiamento: il Parlamento europeo aveva già bocciato il Sur. Ma dal punto di vista dei simboli e della comunicazione è efficace: la Commissione ha la possibilità di dire ai contadini che non sarà più punitiva sui pesticidi, i

Il presente come storia

contadini potranno dire di aver vinto la battaglia dei pesticidi, una battaglia immaginaria. Le concessioni non sono finite qui. È stato rinviato un altro obbligo, che era quello di mettere a riposo il 4% dei terreni coltivabili ogni anno (la rotazione che i contadini con imprese piccole dicono di non potersi permettere), e sono state introdotte salvaguardie per limitare le importazioni di prodotti agricoli dall’Ucraina. Lo spettro ucraino è uno dei più dibattuti e molti esperti non escludono che, tra le pieghe di queste insistenti rivendicazioni, si sia infilata anche la propaganda russa: nei Paesi confinanti con l’Ucraina l’impatto dell’arrivo dei prodotti agricoli ucraini c’è stato ma non è misurabile perché esiste un embargo nazionale dallo scorso anno contrario alle regole comunitarie. Sul resto dell’Europa c’è stato un aumento delle importazioni soprattutto di polli, zucchero e uova, ma proprio il

«pollo ucraino», che viene sbandierato dai contadini come il flagello che ha stravolto la concorrenza e il mercato interno, è un buon esempio per mettere in prospettiva la questione ucraina nella battaglia dei contadini. Il pollo ucraino costa circa la metà dei polli prodotti in Europa in quanto l’Ucraina ha costi di produzione più bassi e meno regolamentazioni da rispettare, ma proprio questa sua caratteristica ha salvato l’Ue dall’inflazione lo scorso anno, perché parte degli allevamenti europei è stata decimata dall’aviaria e, se non ci fossero stati i polli ucraini, i prezzi sarebbero saliti di molto. La Commissione europea ha anche fatto sue le concessioni volute da altri Paesi, in particolare dalla Francia, sospendendo la conclusione dell’accordo di libero scambio con il Mercosur (il mercato comune di parte dell’America del Sud) e ha promesso entro la fine di febbraio di presentare una proposta per ridurre il carico amministra-

tivo degli agricoltori. Il paradosso è ben visibile sin dall’inizio delle proteste: la categoria più sussidiata d’Europa, con un terzo del bilancio europeo allocato, contribuisce per l’1,4% del Pil e per il 4% dei posti di lavoro del mercato europeo. Ma allo stesso tempo è evidente la sofferenza economica: in Europa vivere facendo i contadini è diventato quasi impossibile. Il vero tema, che non è stato affrontato nelle decisioni prese nelle settimane di proteste, è distributivo dentro allo stesso settore agricolo: l’industria agroalimentare è molto florida, i piccoli agricoltori non arrivano alla fine del mese. Il Green deal c’entra poco rispetto al problema di evitare di sussidiare le rendite dell’industria agroalimentare a discapito delle realtà più piccole. Per questo la protesta dei trattori risulta molto efficace: bisognerà vedere poi se lo è davvero per i contadini con le loro mucche che fanno i blocchi per le strade.

di Orazio Martinetti

Antonio Galli e la crisi del Ticino ◆

Un Cantone che superava appena i 150mila abitanti, stretto e boccheggiante come un luccio morente tra le barriere doganali italiane e il massiccio alpino, dedito perlopiù ad attività agricole; rari e poco produttivi gli stabilimenti industriali e un turismo limitato alle località lacustri. Questo il quadro che il direttore di «Gazzetta Ticinese», Antonio Galli, presentava ai suoi lettori cent’anni or sono, raccogliendo in un volumetto, intitolato La crisi ticinese, una serie di articoli apparsi nell’inverno 1923-24 sul suo giornale. Un referto amaro, che evidenziava secolari tare storiche ma anche una crescente indifferenza da parte della Berna federale: «Alla periferia della Confederazione, e in ispecie al Canton Ticino, non arriva più sangue a sufficienza… C’è odor di chiuso, nel Ticino: un odor di chiuso che minaccia di recare grave danno… Sia oltre Gottardo che in

Lombardia si sta meglio che nel Ticino. […] Nel Cantone Ticino si prova l’umiliazione, ormai, della sonnolenza e dello sbadiglio. […] Noi siamo come certi vecchi di campagna che, appoggiati ad un muro, ascoltano il sole». Le cause del disagio andavano ricercate, proseguiva Galli, nello stato di reclusione di fatto in cui il Paese era caduto fin dalla metà dell’Ottocento, vittima di una politica centralizzatrice condotta dalle autorità federali senza tener conto dei bisogni delle minoranze, etniche e regionali. Il provvedimento che più bruciava erano le soprattasse che le Ferrovie federali applicavano sulle tratte di montagna. Una maggiorazione delle tariffe che fatalmente ricadeva sul prezzo dei prodotti ticinesi inviati sui mercati d’oltralpe: «La muraglia alpina è stata vinta, col traforo del Gottardo: ora deve cadere l’odiosa e per noi umilian-

te muraglia delle soprattasse ferroviarie». La ferrovia era stata accolta come una benedizione dalla popolazione ticinese. Finalmente prendeva forma un collegamento stabile tra il Nord e il Sud del Paese, una aorta vitale per gli scambi commerciali, fondamentale per consolidare lo spirito patriottico, l’attaccamento del Ticino (il figlio) al resto della Confederazione (la madre). E tuttavia l’impresa, retta da mani private fino al 1909 (la Compagnia del Gottardo con sede a Lucerna), non soddisfece mai completamente le attese del Ticino. Anzi, fin dall’avvio dell’esercizio suscitò malumori per le scelte che adottava, sia nell’allestimento del tariffario, sia nell’assunzione del personale (i dirigenti erano sempre svizzero-tedeschi). Le proteste furono frequenti e puntuali fin dal principio, ma solo dopo la Prima guerra mondiale trovarono una sistemazione

organica in un memoriale redatto dal Consiglio di Stato e inviato nel marzo del 1924 al Consiglio federale. In queste prime «rivendicazioni», il Governo ticinese non esigeva soltanto la soppressione delle soprattasse, ma anche una maggiore considerazione delle sue condizioni economiche e cultural-linguistiche, con un occhio di riguardo per la sua italianità. A queste rivendicazioni ufficiali Galli aggiungeva una sua personale indignazione per come Berna e talune testate giornalistiche guardavano a questa piccola appendice meridionale, come se fosse una colonia popolata di contadini neghittosi e di risparmiatori attratti unicamente dalla rendita: «La colpa va cercata non in mala volontà, non nella imperizia degli abitanti, ma nelle condizioni generali di isolamento nelle quali viene lasciato il Cantone… non è vero che il capitale ticine-

se sia pigro e amante solo del piccolo saggio d’interesse che di solito è dato dalle cartelle di rendita; non è vero che il capitale ticinese rifugga dal collocamento in imprese industriali». Questo osservava il liberale Antonio Galli cent’anni fa, argomenti che poi riprese più tardi, appoggiandosi alla lezione fransciniana, nei tre volumi dati alle stampe nel 1937 sotto il titolo Notizie sul Cantone Ticino. Liberale-radicale, Galli fu consigliere di Stato e consigliere nazionale, esponente di spicco degli scissionisti antifascisti che nel 1934 dettero vita al Partito liberale radicale democratico. Morì nel 1942. Il figlio Brenno fu a sua volta fautore della riunificazione del partito all’indomani della guerra e tra i protagonisti della nascita nel 1947 di un Esecutivo d’indirizzo liberal-socialista (Intesa di sinistra) che sarebbe rimasto in sella per i successivi vent’anni.


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CULTURA ●

Inedito Günter Grass Il testo pensato dallo scrittore per la sua autobiografia Sbucciando la cipolla è uscito per La nave di Teseo

Echi da Sanremo Buona la quinta edizione per Amadeus ma è stato un festival con poche idee e canzoni originali

Witold Lutoslawski Ode al compositore polacco dalla scrittura raffinata e complessa ma anche diretta che amava l’orchestra

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Cosa c’è dietro Il postino di Massimo Troisi Anniversario ◆ La vera storia del soggiorno di Neruda a Capri a trent’anni dalla morte dell’attore napoletano Roberto Festorazzi

Quest’anno ricorrono i trent’anni dalla morte di Massimo Troisi, e dall’uscita del suo ultimo film, Il postino, del regista Michael Radford, che rappresenta il testamento artistico del grande interprete del registro universale dell’umorismo napoletano, reinventato in una chiave contemporanea, oltre la maschera di Pulcinella, il teatro di Eduardo De Filippo, e Totò, coniando un grammelot italo-partenopeo che, nella frantumazione dei tempi comici, ha consentito di colorare la narrazione dell’anti-eroicità degli ultimi e degli umili con giochi semantici e tinte di sublime surrealismo. Non è un caso che Troisi, assurto a ruoli non più comici, ma sentimentali e drammatici, si sia spento, stremato dalla sua fragilità cardiaca, praticamente sul set cinematografico del Postino, girato tra Salina e Procida, dal marzo al maggio del 1994. Di quella pellicola, che ha ricevuto cinque candidature agli Oscar, ricordiamo proprio la tragica consumazione del corpo attoriale di Massimo, sempre più scavato, inerme e sofferente, tanto da morire, pochi giorni dopo la conclusione delle riprese del film, il 4 giugno 1994. L’opera per il grande schermo narra, in chiave di fiction, la vicenda del soggiorno, sull’isola di Capri, del poeta cileno Pablo Neruda, giunto esule in Italia per motivi politici, a causa della sua militanza nelle primissime file del Partito comunista: egli è in fuga dal suo Paese, dal suo matrimonio e, forse, un poco, anche da sé stesso. Protagonisti del film, Philippe Noiret, nei panni di Neruda, e, in quelli del postino isolano, il comunista idealista Mario Ruoppolo, per l’appunto, Troisi. Il portalettere, animo predisposto alla poesia, ma incapace per timidezza di rivelare i suoi sentimenti a una ragazza del posto che ama perdutamente (Beatrice, interpretata da Maria Grazia Cucinotta), stringe così un’amicizia con Neruda, il quale riesce a cavar fuori da lui l’espressione lirica della sua passione. Mario conquista così il cuore della donna, che sposa. La narrazione raggiunge l’incanto poetico verso la fine, quando Ruoppolo-Troisi decide di registrare, su magnetofono, i suoni naturali dell’isola, per poter inviare il nastro al vate ormai tornato nella sua patria: il rumore del mare, delle onde piccole e di quelle grandi e spumeggianti che si rovesciano infrangendosi sulle rocce, il mormorio del vento tra i cespugli, fino alle campane assordanti della chiesa. Ma Mario non riuscirà a portare a termine la sua impresa, perché morirà, durante scontri tra la polizia e militanti comunisti. Soltanto in occasione di una sua successiva visita a Capri, Neruda riceverà dall’ormai vedova del postino il prezioso dono la-

Troisi nell’ultimo film da lui interpretato e diretto da Michael Radford, Il Postino. La vicenda narrata nel film si ispira alla straordinaria personalità di Edwin Cerio che accolse sull’isola il poeta cileno Neruda. (Keystone)

sciatole dal marito. E conoscerà il figlio della coppia isolana: Pablo, così chiamato in onore del celebre amico venuto da lontano. La vera storia del soggiorno a Capri del poeta cileno comincia, nel gennaio del 1952, quando questi sbarca sull’isola, con la sua nuova compagna, la cantante Matilde Urrutia. Durante questo periodo, scoppia l’idillio dei sensi, consacrato in celebri versi, raccolti poi nel volume Las uvas y el viento, dedicato interamente alla sua donna, e nel libro Los versos del Capitán. La coppia arriva a giurarsi amore eterno. Pochi conoscono i retroscena dell’esilio caprese di Neruda, ospite – in una sua villa, la Casa di Arturo, affacciata sulla baia di Marina Piccola –, di Edwin Cerio. Il profilo di questo anfitrione, esponente del jet set internazionale, merita di essere ritratto, a sbalzo, per la sua eccezionale e magnetica personalità. Un carisma che lo rese il genius loci, ossia l’attore fondamentale della conservazione dell’armonia naturale del paesaggio, fusa con gli elementi antropici del patrimonio tradizionale locale. Quel giorno d’inverno del 1952, il padrone di casa introduce gli ospiti con la sua consueta amabilità. Abbraccia Pablo, bacia la mano a Matilde. Dice loro: «Sono felice di avervi qui». I due innamorati varcano la soglia nell’ambiente domestico ed è Cerio a introdurveli: «Qui c’è una came-

ra da letto. Dall’altra parte ce ne sono altre due. Ecco, la cucina. Là in fondo c’è uno studio per il maestro. E questo invece è il salotto sull’infinito». La villa caprese custodisce anche un camino, una terrazza, tre balconi. Ma il suo punto debole è l’energia elettrica: «Funziona a capricci», borbotta Cerio prima di congedarsi dalla coppia. Proviamo a raccontare il co-protagonista nascosto di questa straordinaria vicenda. Nato a Capri nel 1875, dal medico isolano Ignazio Cerio e dall’inglese Elisabeth Grimmer, il vulcanico Edwin è stato un intellettuale raffinato ed eclettico: poliglotta, ingegnere navale e businessman, ma anche autore di romanzi, botanico, collezionista d’antichità, studioso di architettura. Le sue denunce contro l’incipiente speculazione edilizia, che lo portarono a organizzare nel 1922 un convegno internazionale sul paesaggio di Capri, divennero la causa della sua vita. Strenuo difensore delle tecniche costruttive locali, fu, tra il 1920 e il 1923, ultimo sindaco dell’isola, prima dell’avvento dell’era dei podestà. La poetessa Ada Negri lo definì «sindaco della bellezza». Cerio, a un certo punto, divenne il punto di equilibrio tra la vocazione universalistica di Capri, con le sue ambizioni ad accogliere anche i dépravé, purché di ottimo censo, e l’incedere del «nuovo corso» in camicia nera. Se, pubblicamente, Cerio lanciò la sua crociata per

ripulire l’isola «di tutti i detriti dell’umanità» che avevano fatto di Capri la capitale mondiale dell’omosessualità, in realtà si ha l’impressione che poi chiudesse un occhio, suggerendo ai suoi concittadini di fare altrettanto. E del resto non potrebbe essere diversamente, visto che Cerio era stato collaboratore dell’industriale Fritz Krupp, protagonista ai primi del Novecento di uno scandalo al sole al centro del quale vi erano tresche con i giovani femminielli isolani di cui era protettore. Al fianco del magnate dell’acciaio, e fabbricante di cannoni, Edwin diede il meglio di sé, quale progettista e costruttore di navi da guerra e sommergibili, lavorando, tra il 1900 e il 1913, in Germania, Spagna, Inghilterra, Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Cile. Nel 1920, dopo aver divorziato dalla moglie Elena, Cerio si ritirò definitivamente nell’amata isola, dove ingaggiò battaglie contro gli scempi architettonici e lo snaturamento delle linee costruttive autoctone. Si dedicò poi a lanciare strali contro gli «indesiderabili», protagonisti della rinascita della Sodoma contemporanea. L’opera di «pulizia morale» conobbe il suo acme, tra il 1927 e il 1928, quando un ex funzionario di Pubblica sicurezza passato alla Polizia Politica diretta da Arturo Bocchini, Giuseppe Dosi, pescò con le mani nella marmellata un sacerdote irlandese, venuto a Capri a molestare una

bambina. L’incessante pellegrinaggio di coloro che venivano additati come «pederasti», non fu arrestato neppure dal fascismo e la comunità gay seguitò a lambire i faraglioni. Lo scrittore Curzio Malaparte, venuto ad abitare a Capri, scoccò dardi avvelenati contro la «banda di pervertiti, di cocainomani, di scrocconi, di parassiti, di fannulloni sciocchi, presuntuosi volgari» che s’era installata nell’isola. L’Arcitaliano, fautore della «tolleranza zero» contro i pubblici sodomiti, non lesinò bordate: «S’incontrano e si sfiorano coppie di omosessuali dalle labbra e dagli occhi dipinti, teneramente abbracciati, o cocainomani dall’occhio morto, dai linguaggi e dai modi equivoci». Edwin Cerio, in quel periodo, era già entrato in confidenza con Roberto Farinacci, ingombrante ex segretario del Partito nazionale fascista, che a Capri era di casa. Questo spiega la ragione della visita, nella sua domus aurea, della figlia del gerarca di Cremona, Adriana Farinacci, accompagnata dal marito, nell’estate del 1938. Cerio regalò a Neruda un libro sulla lucertola azzurra, che colpì il poeta per la bellezza della carta e dei caratteri a stampa: tanto è vero che si informò sui costi dei materiali per un’edizione simile. Così videro la luce Los versos del Capitán. Il «re di Capri» si spense nel sonno, il 24 gennaio 1960.


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CULTURA

Impareggiabile e inedito Günter Grass

Pubblicazioni – 1 ◆ Per La nave di Teseo è uscito un racconto scoperto un paio d’anni fa dello scrittore tedesco Luigi Forte

Ci voleva tutta l’esuberante fantasia del vecchio Günter Grass per invitare a pranzo i dodici fondatori e benefattori della cattedrale di Naumburg, che singolarmente o a coppie fanno bella mostra di sé sotto baldacchini di pietra fin dalla metà del tredicesimo secolo. Del resto lo scrittore già da ragazzo amava fuggire, appena possibile, dal presente. E ora, ecco, quel banchetto postumo i cui dettagli possiamo seguire con non poca curiosità nel racconto inedito Statue viventi con disegni originali dell’autore proposto da La nave di Teseo nella versione di Nicoletta Giacon. Scoperto un paio di anni fa negli archivi di Grass il testo, iniziato nel 2003, era stato concepito come un capitolo della sua autobiografia, Sbucciando la cipolla. Ma un tocco surreale lo proietta in un altrove, nel gioco di un’immaginazione in cui passato e presente si scambiano e confondono tra personaggi inafferrabili e pur così vivi. Tutto nasce da un invito, ai tempi del Muro, nella DDR per un ciclo di letture nelle chiese e nei centri parrocchiali di alcune città, da Magdeburgo a Jena ed Erfurt, tra memorie tardo gotiche, con la possibilità di una breve visita a Quedlinburg e Naumburg. Niente di meglio per un instancabile viaggiatore col taccuino in mano e la matita pronta a catturare scampoli di mondo, anomale silhouettes in fantasiosi e ispidi schizzi e disegni. Accompagnato dalla moglie, fuggita a suo tempo dalla DDR, che approfitta del soggiorno per gustare le amate salsicce dell’Est, Grass respira aria di epoche lontane e il suo entusiasmo va alle stelle nel coro del duomo di Naumburg di fronte alle due statue del margravio Ekkehard II e di sua moglie Uta, che Umberto Eco definì la più bella donna del Medioevo. Affascinato dai tratti malinconici del suo volto che in parte copre con

Uno dei disegni di Günter Grass contenuti nel volume. (© Steidl Verlag, Göttingen 2022. Published by arrangement with Berla & Griffini Rights Agency. © 2024 La nave di Teseo editore, Milano)

la veste, quasi a ripararsi dal consorte, lo scrittore inizia a fantasticare su quei tempi lontani che le statue sembrano evocare coi loro sguardi. Ci sono fra gli altri il sorridente Reglindis, il cupo Thimo, il collerico Syzzo e il bellicoso Ekkehard, terrore dei sudditi, e Wilhelm von Camburg, sposo della fedele Gerburg e forse amante della stessa Uta. Personaggi che il Maestro di Naumburg deve aver scolpito utilizzando gente del posto, di casa nei vicoli e nelle locande della cittadina poco prima che l’impero degli Hohenstaufen si sgretolasse. Perché i fondatori veri fornirono solo i nomi. E dunque Grass decide di invitare al suo pranzo domenicale all’aperto proprio quei modelli e, in anticipo sui tempi, serve patate con il quark, bastoncini di pesce e salsicce alla brace e infine una zuppa fredda di ciliegie con

gnocchi di semolino. Un gran successo perché la fantasia dell’anfitrione si aggira nel passato con un entusiasmo e una naturalezza sorprendenti, così come la figlia di un orafo, modella per la famosa Uta, non ha difficoltà a proiettarsi nel presente chiedendo una coca-cola per poi correr via a fare la statua vivente. Impareggiabile Grass, che anni dopo scopre di fronte al portale del Duomo di Colonia una statua vivente, in quegli anni molto di moda, nelle vesti di Uta, tutta grigia, su un piccolo piedestallo, con uno sguardo pietrificato e una ciotola, a una certa distanza, per le offerte. Riconosce la ragazza d’un tempo e in preda a una forte emozione le si avvicina per ricordarle che era stata sua ospite mentre un uomo lo allontana sgarbatamente. Quel suo sguardo fermo e vuoto di-

schiudono all’osservatore in bilico fra passato e presente, una sorta di abisso che vorrebbe interpretare e riempire. «Cosa vede – si chiede più avanti scorgendola di fronte al Duomo di Milano – cosa riconosce, cosa la spaventa?». In quel luogo c’erano altre figure: monaci mendicanti, una santa Veronica col sudario, una divinità egizia tutta dorata e poi ancora quell’uomo, forse il suo protettore, con cui lei si allontana. Uno che magari la sfruttava così come, in secoli lontani, il margravio aveva approfittato con brutalità della bellezza di Uta. La dinamica del racconto lascia intuire che Grass elabora una sorta di resoconto poetico della propria creatività. Come i personaggi scaturiscono dalla sua fantasia, che mescola in questo caso passato e presente in costante connessione, insufflando in essi

sempre più vita e realtà. E tutto mentre riemerge anche il disegnatore che dà forma a statue viventi di terracotta, mentre la sua epica immaginazione fa svolare via tempo e secoli con tocco magico e leggero. Dolore e nostalgia per quella statua vivente non lo abbandonano mai, anche se il tempo passa e nulla è più come prima. Vano resta il tentativo di invitare ancora una volta a tavola i suoi vecchi ospiti, scrivendo i loro nomi su un foglio di carta. Sono ormai lontani, prigionieri del loro tempo e ben felici di sottrarsi alle perverse dinamiche e alle preoccupazioni del presente. Ma poi durante la Fiera di Francoforte la incontra casualmente ferma di fronte alla sede della Deutsche Bank. Immobile su un piedistallo, nelle vesti di Santa Elisabetta, moglie dello spietato langravio di Turingia: a lui pareva in realtà proprio la sua Uta, che stavolta teneva in mano un cesto pieno di rose rosse. Riuscirà finalmente a parlarle invitandola al ristorante della stazione centrale. Ma al suo arrivo vede di fronte a sé, in panni borghesi, non Uta né Elisabetta, ma «una donna non proprio giovane, sulla trentina», che parla incessantemente. Solo le sue labbra e la lunghezza smisurata del mignolo gli ricordano la lontana nobildonna di Naumburg e la sua ossessione, che al termine del racconto lo metterà in serio pericolo. Un evento drammatico fa deflagrare la tensione narrativa e l’incantesimo di quegli sguardi capaci di evocare storie di ogni tempo e di scorgere, come ricorda da ultimo lo scrittore, «la minaccia del presente, le atrocità del passato e gli orrori del futuro». Bibliografia Günter Grass, Statue viventi, traduzione di Nicoletta Giacon, con i disegni dell’autore, La nave di Teseo, Milano, 2024.

Penne femminili ad alto tasso di umorismo

Pubblicazioni – 2 ◆ Non solo gli scrittori, anche le scrittrici sanno essere ironiche e far divertire. E non da oggi

Humoursex. Pratiche di umorismo nelle scrittrici di fine Ottocento a cura di Maria Vittoria Vittori edito da 8tto Edizioni si inserisce nella congerie di ripubblicazioni di autrici dimenticate o estromesse dal canone che sta fiorendo in questo periodo. A rendere unico questo testo, però, concorre un elemento davvero originale: la raccolta comprende solo racconti ironici se non addirittura comici. Uno dei pregiudizi sulla scrittura delle donne, del resto, è proprio che non ci siano, soprattutto tra le autrici del passato, esempi di testi divertenti. Ecco, questa raccolta di racconti smentisce tale preconcetto: le scrittrici ripubblicate qui sono tutte nate nel XIX secolo. Sono Regina di Luanto, la Marchesa Colombi, Térésah, Annie Vivanti, la Contessa Lara, infine Amalia Guglielminetti e Matilde Serao, forse le uniche più conosciute e ancora ricordate. Il tono è comico e il tema scelto per la selezione dei racconti è quello della relazione, del matrimonio e più in generale della condizione delle donne, per lo più costrette in casa occupandosi delle faccende in attesa di sposarsi oppure che rientri il marito.

Questa famigerata situazione di cattività domestica molte volte raccontata nei romanzi e analizzata nei saggi femministi, ritrova qui una narrazione nuova, eccentrica: nel breve testo che apre la raccolta Botta e risposta Regina di Luanto racconta un semplice dialogo fra un uomo e una donna, in cui lui difende l’amore romantico e lei, al contrario, ne nega l’esistenza. Anche nel finale, che strappa una vera e propria risata, questo ribaltamento dei ruoli continua con grande efficacia. La Marchesa Colombi, una delle scrittrici più importanti e originali della narrativa italiana della fine dell’800 compare in questa raccolta con il suo racconto Il velo bianco in cui descrive il colpo di fulmine che il protagonista ha per una ragazza che vede per la prima volta nel famoso bar torinese, tuttora esistente, Baratti & Milano: «Alla vista di quella fanciulla le mie idee coniugali si ridestarono. Era lo stomaco delle mie aspirazioni. L’apparecchio digestivo di uno struzzo nel petto gentile di una bella signorina di vent’anni». A scatenare l’amore invincibile raccontato poi in un intreccio da commedia degli equi-

voci è il buon appetito della ragazza, le sue potenzialità gastriche, per così dire, che tanto impressionano il protagonista, afflitto ormai da una certa debolezza di stomaco. Di taglio più ironico, con un senso dell’umorismo sottile ma anche più amaro sono i racconti La vigilia di Contessa Lara e Perfetta di Annie Vivanti. Nel primo vengono messe a confronto le due opposte prospettive di un futuro sposo e di una futura sposa alla vigilia, appunto, delle nozze. Per lui la scelta del matrimonio è stata dettata dalle ambizioni politiche: nessuno che voglia entrare in Parlamento può farlo da scapolo, mentre per lei è il coronamento di una vita vissuta nell’attesa di quel momento. La contrapposizione mette in luce il cinismo di lui e l’ingenuità di lei che suscita un sorriso di compassione. Nel racconto di Vivanti, particolarmente godibile, un giovane artista tedesco si innamora della protagonista Francesca, anche lei pittrice: «Mi ami perché ho un marito che mi adora […] perché non ho bisogno di te, non mi preoccupo di te, e non ti voglio. Mi ami perché sono felice». Nel momento in cui Karl, invece, la vedrà alle prese con la vi-

Pixabay

Laura Marzi

ta domestica, con il marito e la figlia, quel sentimento che provava, che nel testo viene accostato all’amore dei due amanti resi immortali da Dante – Paolo Malatesta e Francesca da Rimini – svanirà. Decisamente interessante è il lungo racconto di Matilde Serao, autrice e giornalista di chiara fama, La virtù di Checchina, in cui la scrittrice che

fondò la testata «Il mattino», scrive una sorta di parodia di Madame Bovary. Checchina come la protagonista del romanzo di Flaubert è sposata con un medico poco attraente, solo che mentre Emma riesce, suo malgrado, nell’impresa del tradimento, Checchina pur volendolo e provandoci con una certa testardaggine, rimane sempre incastrata in questioni domestiche: il conto della lavandaia, le lamentele della serva… Anche in Le due signore Derossi, il racconto geniale di Térésah, si riscontra il famigerato bovarismo, una sorta di distorsione dell’anima femminile causata dai romanzi, ma qui il ribaltamento prevede che alla fine a condividere tale passione pericolosa siano due donne, prima rivali in amore e poi finalmente alleate: «Il romanzo è un ospite tenace: lasciate che v’entri in casa e poi fatevi a scacciarlo! È come il cattivo carattere che messo fuori dalla porta, rientra dalla finestra». Bibliografia Humoursex. Pratiche di umorismo nelle scrittrici di fine Ottocento, a cura di Maria Vittoria Vittori, 8tto Edizioni, Milano, 2023.


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Sanremo come un buffet all you can eat

Musica ◆ Si è conclusa sabato la settantaquattresima edizione del Festival canoro che non ha deluso ma neppure sorpreso

dere aiuto come hanno fatto vedere Il Tre, Big Mama e i La Sad (non chiamateli punk, per favore). Quasi tutti gli altri hanno parlato, ovviamente, di amori: intensi, sofferti, indimenticabili come solo quelli delle canzoni sanno essere. «Sembriamo due panda, amore mio» dice la canzone dell’artista indie romano Gazzelle che è sempre difficile distinguere nel look da Liam Gallagher degli Oasis. «Cadi dal cielo come un capolavoro» recita il brano del trio Il Volo. «Bastasse solo una stupida canzone per riuscire a riportarti da me» auspica Irama. «Ma abbracciami che è normale. Stringerti forte è spettacolare. Come l’amore il primo giorno d’estate» replica il giovane debuttante Mannini che non vuole rimanere a corto di similitudini. Cantano l’amore anche Francesco Renga e Nek, trovando anche un risvolto contabile: «Lo trovi in tasca, ma non lo puoi spendere». Fortunatamente non sono mancate le eccezioni a questo eccesso di sentimento. Fiorella Mannoia con Mariposa ha celebrato la forza femminile in un inno che sa di Sudamerica. Dargen D’Amico ha dedicato la sua Onda alta ai migranti. In entrambe le canzoni c’è lo zampino di Alfredo Rapetti det-

Keystone

«Squadra vincente non si cambia» diceva Pippo Baudo che dal 1968 al 2008 condusse Il Festival di Sanremo con successo per 13 volte. Amadeus, invece, quest’anno ha segnato la cinquina con il grande merito di aver riconquistato il pubblico giovane e di aver mantenuto l’audience a livelli eccezionali. Lo share della prima serata di questa edizione, il 65,1%, è stato il suo risultato migliore e il dato più alto dal 1995. Un successo previsto. La RAI ha messo nelle casse pubblicità per circa 60 milioni di euro, che rappresentano più del 10% degli introiti pubblicitari annuali dell’azienda. Ma i 10,6 milioni di spettatori che erano davanti alla televisione saranno poi moltiplicati dal pubblico del web e dei social che ha già colto le sfumature più curiose e maliziose della kermesse. Nel momento in cui scriviamo non sono ancora noti i vincitori ma in generale la ricetta di Amadeus (nella foto qui a lato con Fiorella Mannoia) nei panni del buon padre di famiglia della TV pubblica ha funzionato: unire le generazioni con artisti navigati (Ricchi e Poveri, Loredana Berté), attesi ritorni e debutti (Alessandra Amoroso, Negramaro, Annalisa, Fiorella Mannoia), passati vincitori (Mahmood, Il Volo, Renga, Diodato, Emma), giovani di successo pescati dalle classifiche o emersi dai talent (Geolier, Ghali, Sangiovanni, Santi Francesi, Irama) e qualche nuovo volto (Rose Villain, Clara, Big Mama, La Sad, Bnkr44). Oltre al disturbatore Fiorello, è stata sapiente pure la scelta di ospiti e super-ospiti. Il più gradito di questa edizione? Giovanni Allevi, tornato al pianoforte dopo la malattia e accolto da un lunghissimo e affettuoso applauso. Nel corso della prima serata Marco Mengoni ha rubato la scena alla gara con il suo medley, ma i suoi siparietti comici sono apparsi un po’ forzati. Giorgia, mattatrice nella seconda serata (nella foto in basso), non solo si è trovata a suo agio a ripresentare i suoi pezzi storici, ma ha dimostrato di avere un futuro come possibile conduttrice della kermesse: debuttò a Sanremo 30 anni fa, ma per lei gli anni non sembrano passati. Malamente sprecata invece la comparsata di John Travolta, a quanto pare strapagato grazie ai soldi di uno sponsor, ma costretto a un siparietto imbarazzante non tanto per lui, ma per chi l’ha ideato. Il suo Ballo del Qua Qua con Amadeus e Fiorello è stato, come dicono i giovani d’oggi, uno dei momenti «cringe» del Festival. Per il resto, come da programma, le provocazioni ci sono state ma erano addomesticate, i look ci sono sembrati esagerati ma non sfacciati, le trasgressioni non hanno superato la linea rossa del politically correct, la musica è stata servita come un buffet all you can eat che non ha scontentato nessuno. Gli anziani si sono dimostrati grintosi, «pazzi» e pimpanti come i Ricchi e Poveri e la vulcanica Loredana Berté, i giovani invece fragili, capaci di chie-

Keystone

Guido Mariani

to «Cheope», il figlio di Mogol. Ghali dialoga con un immaginario alieno in Casa mia. Mahmood con Tuta Gold è sempre più abile a utilizzare nei suoi brani un linguaggio di una nuova generazione di ragazzi italiani e torna su temi a lui cari come l’identità, il rapporto sofferto con il padre e il suo sentirsi diverso. Ma le canzoni sanremesi ormai guardano solo in parte alla competizione, l’orizzonte è diventato un altro. La melodia non è scomparsa, ma i ritornelli ballabili (The Kolors, Alfa, Fred Di Palma, Angelina Mango, Annalisa, Ghali,…) puntano già a diventare tormentoni, dominare le playlist dell’estate e impazzare sui social. I veri vincitori si scopriranno fra qualche mese, non sul palco tutto effetti luminosi del Teatro Ariston, ma sulle spiagge. L’estate italiana inizia a febbraio. Anche questo è il cambiamento climatico.

Ma una volta com’era? Quando inizia il Festival di Sanremo, l’Italia si divide in due: quelli che lo amano ma non hanno il coraggio di dirlo e chi lo odia ma non ha la forza di disinteressarsene. Chi lo ama e lo segue per passione troverà sempre qualcosa che lo delude, chi lo odia e non riesce a ignorarlo scopre sempre qualcosa che lo incuriosisce. Il primo Festival della Canzone Italiana si svolse nel Teatro del Casinò di Sanremo nel gennaio 1951. Inutile cercarne traccia sulla stampa dell’epoca. L’evento venne ignorato e ritenuto una manifestazione locale, anche se fu trasmesso via radio a tarda sera. I giornalisti iniziarono a comparire alla seconda edizione e l’evento diventò popolare grazie al successo ottenuto dalle canzoni vincenti. La prima edizione a essere trasmessa sulla televisione nazionale fu quella del 1955, vinta dal duo Claudio Villa e Tullio Pane. Da allora la storia della manifestazione è stata avventurosa e imprevedibile. La musica è stata non di ra-

do solo un contorno a uno spettacolo che aveva implicazioni anche sociali e politiche. Un evento cardine fu il suicidio del cantautore Luigi Tenco che si tolse la vita all’Hotel Savoy nel 1967 dopo l’eliminazione del suo brano dalla gara del Festival. Un gesto estremo, ma che a tutt’oggi appare come un tragico, anche se incomprensibile, atto di protesta, di rottura generazionale e di ribellione contro un mondo che non voleva aprirsi al nuovo. Le altre provocazioni furono per fortuna assai meno drammatiche. Nel 1980 Roberto Benigni inaugurò un nuovo decennio chiamando Papa Giovanni Paolo II «woitilaccio» e baciando appassionatamente sulla bocca la co-conduttrice Olimpia Carlisi. Gesti che anche oggi farebbero scalpore. Nel 1995 nella galleria del Teatro Ariston un uomo minacciò di lanciarsi nel vuoto dalla balconata. Il conduttore Pippo Baudo interruppe lo spettacolo ma non la diretta, intervenne di persona per risolvere la situazione. Un gesto eroico e così ben documentato che a tutt’oggi per molti fu studiato a tavolino. Nel 2020 il duo Bugo-Morgan litigò sul palco. Morgan cambiò il testo del brano per criticare il suo compagno, che lasciò la scena. Non vinsero premi, ma divennero eroi involontari della satira sui social. Spesso il palco sanremese è stato il lasciapassare per un successo internazionale. È accaduto per Ramazzotti, Pausini, Bocelli, Måneskin, ma anche per Luis Miguel, ragazzo prodigio italo-spagnolo che si presentò al Festival nel 1985 diventando poi la più grande star della musica latino-americana. Se alcune canzoni vittoriose sono state dimenticate, a volte il successo ha arriso a brani che la kermesse aveva ignorato come Vita Spericolata di Vasco Rossi, Donne di Zucchero o Mentre tutto scorre dei Negramaro. L’elenco degli illustri non-vincitori è portentoso: Battisti, Mina, Dalla, Renato Zero, Rino Gaetano, Max Pezzali… Un ricordo speciale meri-

tano gli ospiti stranieri che non sono mai mancati. Nel 1966 la storica rockband inglese degli Yardbirs, con Jeff Beck alla chitarra, venne presentata da Mike Buongiorno come i «Gallinacci». Nel 1968 il grande Louis Armstrong, un mito vivente, venne introdotto al pubblico come «Amstrong» e cantò il brano Mi va di cantare, l’italiano era stentato, ma la sua verve era inimitabile. L’anno dopo toccò alla nuova promessa della black music, il diciottenne Stevie Wonder. Ai tempi si usava affiancare un artista italiano a un interprete straniero. L’accoppiamento venne ripetuto poi in diverse occasioni. Nel 1990 Ray Charles venne abbinato a Toto Cotugno. La vittoria sfuggì per un soffio, ma non fu difficile notare come la stessa canzone, Gli amori, nell’interpretazione del grande Ray era ben diversa rispetto alla versione italiana. Nel 1983 Peter Gabriel presentò la hit Shock the Monkey. Era la stagione delle esibizioni in playback. Gabriel compensò il mancato sforzo vocale saltando sul palco come il primate del titolo della sua canzone. Si fece calare anche una corda con cui penzolò, come Tarzan su una liana, sulle prime file dell’Ariston sopra gli spettatori che sembravano pronti a scappare. Poi ripiombò pesantemente sul palco abbattendo una cassa audio e rischiando di travolgere gli arredi floreali. Le attrezzature però avranno la peggio nel 2001 quando il leader dei Placebo Brian Molko sfasciò la sua chitarra contro la testata di un amplificatore. Il pubblico non apprezzò la citazione degli Who e piovvero fischi. I fiori non sono sopravvissuti, l’anno scorso, all’ira di Blanco che, dopo aver avuto problemi tecnici, si è sfogato contro gli innocui bouquet decorativi. Nel 1984 ecco i Queen, al loro debutto in Italia. Introdotti da Beppe Grillo, cantarono Radio Ga Ga, ma anche in questa occasione fu obbligatorio il playback. Audio registrato anche per l’esibizione dei due Led Zeppelin Jimmy Page e Robert Plant del ’98, che infatti Plant concluse con un plateale sbadiglio. Altri grandi artisti saliti sul palco dell’Ariston sono stati Whitney Houston che, senza playback, stregò il pubblico nel 1987 con la sua indimenticabile voce. Bruce Springsteen si presentò in versione acustica nel ’96 e, visto il tono dimesso e impegnato della canzone (The Ghost of Tom Joad) impose alla regia inquadrature sobrie e una luce fissa sul palco. L’ospite meno gradito fu forse il cantante della ska-band inglese Bad Manners nel 1981: si calò i pantaloni, ballando in mutande e salutando il pubblico con un gesto esibizionista che gli inglesi chiamano «mooning». Esibizionismo involontario quello della cantante londinese Patsy Kensit a cui si ruppe una spallina dell’abito, lasciando intravedere un seno. Per giorni in Italia non si parlò di altro. Era il 1987, i tempi sono cambiati, ma Sanremo è forse rimasto uguale.

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Rivoluzione podcast: piace a tutti

Feuilleton ◆ Incontro con Jonathan Zenti, autore indipendente di audio e di podcast, che apre una serie di riflessioni e approfondimenti le Natascha Fioretti

Partiamo da una domanda facile: Jonathan Zenti che podcast ascolta? Ho due momenti di ascolto nelle mie giornate. Uno è quello per lavoro, l'altro per diletto. Nel primo caso ascolto quello che viene consigliato su alcuni articoli, alcune riviste che parlano di podcast, presto attenzione alle segnalazioni sui social media e ai consigli di altri quando mi dicono: «Ascoltalo perché ne vale la pena». Cerco quindi sempre di trovare quello che sta uscendo di nuovo e soprattutto ascolto podcast in lingua inglese per anticipare le uscite in italiano. Ascolto con un orecchio attento se c'è qualcosa che segna uno scenario nuovo. Da un lato il mio è un ascolto molto ossessivo. Poi invece ci so-

Illustrazione di Valentina Merzi

In Svizzera sempre di più si ascolta la radio. Lineare, musica in streaming e soprattutto podcast. Dati alla mano, a dircelo è il rilevamento IGEM Digiminonitor 2023: tre milioni di persone in Svizzera ascoltano occasionalmente i podcast, di questi quattrocentomila quotidianamente o quasi. Per Nico Leuenberger di casa a Winterthur, produttore di podcast e fondatore di Podcastschmiede (lo intervisteremo presto sulle nostre pagine), si tratta di «un fenomeno culturale per cui sempre più persone nel loro quotidiano ascoltano podcast» (intervista a SRF info). Interessante notare come l'aumento di ascolto di podcast interessi tutte le fasce della popolazione e tutte le età. E di podcast ce ne sono per tutti i gusti: da quelli che parlano di crime, musica, letteratura, giornalismo e inchieste, c'è l'imbarazzo della scelta. Non a caso lo scorso anno, grazie a Suisse-Podcast Awards, per la prima volta in Svizzera si sono premiati i migliori lavori in questo ambito. Per fare un tuffo nel mondo dei podcast a partire da quello linguisticamente e culturalmente a noi più affine, iniziamo il nostro approfondimento e la nostra riflessione sul tema con Jonathan Zenti, autore indipendente di audio e podcast che per molti anni ha collaborato con Radio3 e con le più importanti radio internazionali come BBC, CBC e ABC Australia. Nel 2016 è arrivato secondo a Podquest, il primo talent per podcast negli Stati Uniti e si è aggiudicato due tra i più prestigiosi premi internazionali per l'audio: l'Hearsay Award in Irlanda nel 2015 e il Third Coast Award a Chicago nel 2018.

no dei momenti – che non sono tanti – in cui ascolto i podcast per piacere. Quando non lavoro, per esempio, quando vado e torno in dal mio studio di registrazione a Milano. Degli esempi concreti? In italiano ascolto da molti anni il podcast di Alessandro Barbero anche perché ha la durata per un'andata e un ritorno dal lavoro. Poi ascolto alcuni podcast de «il Post» come Indagini (racconta cosa è successo dopo alcuni dei più noti casi di cronaca

nera italiana. Una storia ogni mese, il primo del mese, a cura di Stefano Nazzi) o alcune delle serie che fanno sempre sul Post. Ascolto alcuni contenuti di Raiplay sound, e alcune serie che vengono magari suggerite, consigliate e poi ascolto il podcast di autori che mi piacciono, che conosco e seguo di persona, un po' più piccoli e indipendenti ma secondo me molto innovativi. Penso ad esempio a un podcast che si chiama Camposanto dedicato a chi ama i cimiteri oppure un altro dal titolo C'è vita nel Grande

Nulla Agricolo?, una fiction ambientata in una pianura padana distopica che ci parla di cani scomparsi, misteriose luci nel cielo, auto fantasma e molti altri eventi inspiegabili. Perché – cosi recita la serie – proprio dove non accade mai nulla può accadere di tutto. In inglese invece ascolto un podcast che si chiama The Allusionist che parla di storie che hanno a che fare con le parole. Ascolto molto un podcast che si chiama Maintenance Phase in cui Michael Hobbes e Aubrey Gordon discutono di stereotipi

sui corpi grassi, un tema che mi interessa molto. Per dare anche un'indicazione ai lettori che vogliono scoprire nuovi ascolti: cosa segue per non perdere le uscite delle ultime novità? Per le cose di lingua inglese c'è una bellissima rassegna del «Guardian», Podcast of the week, dove sono le persone a congliare i podcast in base ai loro ascolti. Anche per gli Stati Uniti ci si regola sulle persone che hanno ascoltato un podcast senza fare da

La lingua e i suoi rapporti con le società Recensione ◆ Come funziona L'invasione, il podcast di Luca Misculin e Riccardo Ginevra su «il Post» Stefano Vassere

Tra i prodotti del tipo che si potrebbe definire narrativo-morbido, nei toni della voce di chi racconta e nella musica c'è L'invasione. Da dove veniamo noi e le lingue che parliamo, un podcast de «il Post» (nell’immagine la locandina). Cinque puntate diffuse tutte insieme alla maniera delle serie tv nel formato monografico alla fine dello scorso anno. La narrazione è di Luca Misculin, giornalista, e Riccardo Ginevra, che insegna Linguistica all’Università Cattolica di Milano.

«Metà della popolazione mondiale, circa 3 miliardi di persone, parla una lingua che discende da un’unica lingua originaria. Questa lingua arrivò in Europa cinquemila anni fa e diede origine a molte lingue che parliamo oggi: l’italiano, l’inglese, il francese, lo spagnolo, ma anche l’islandese, il lituano, il russo, e molte altre ancora». Aggiungiamoci pure anche l’indi, il persiano e il tocario, la lingua anticamente parlata nella regione di insediamento degli Uiguri,

nella propaggine orientale della serie. In questo podcast si parla dell’ampio gruppo di lingue chiamate indoeuropee e soprattutto dell’ipotesi di origine da una lingua che le ha generate tutte, il protoindoeuropeo, oggetto immaginifico della linguistica da un paio di secoli a questa parte. L’idea che tanto seduce è quella che sia esistita una lingua generatrice, una lingua che si è tentati di supporre vicina alla lingua perfetta e primigenia, non lontana forse dalla lingua

del Paradiso. Avviandosi per questa strada, gli spunti e gli scarti tematici non si contano e sono uno più affascinante dell’altro. Dove stavano originariamente le popolazioni che l’hanno portata in giro, come sono arrivate, dove sono arrivate, che altro hanno trasferito, come erano i suoni di quel loro codice, si può cercare di parlarlo un po’ con i mezzi di cui disponiamo a millenni di distanza dal loro tempo. La ricerca avanza per acquisizioni

in parte casuali: dai ritrovamenti di anfore strane nelle tombe, ai raffronti con flussi linguistici particolari, alla moderna genetica condotta sui cadaveri di quegli stessi scavi. In una puntata, gli autori ci dicono che una persona su sei vissute in Svezia a un certo punto della storia presentava un trauma alla parte sinistra del cranio, segno di probabili mazzate che si distribuivano a quei tempi. Le scienze moderne funzionano così: prima si fanno ipotesi e specu-


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e a tutte le età

egati al mondo dell’audio on demand che oggi è in grande fermento ovunque

La cultura nell'audio Riflessione ◆ Produzioni che crescono tra sperimentazioni e genere di formato

amplificatore dei comunicati stampa. Inoltre c'è questo autore esperto di podcast che è uno dei più seguiti e si chiama Nicholas Quah e adesso scrive per «Vulture», dove pubblica le sue segnalazioni. C'è sempre un motivo per cui le fa e a volte consiglia delle cose piccole, sconosciute, che non appartengono a grandi gruppi editoriali. Io parto sempre da li. In Italia c'è una newsletter dedicata esclusivamente a consigli di ascolto che si chiama Orecchiabile (esce una volta ogni due settimane, il giovedì), poi c'è un'altra newsletter che è un po' più industriale e si chiama Questioni di orecchio, utile per restare aggiornarti sul mercato in generale. Lei scrive recensioni di podcast in inglese e in italiano per «Internazionale» che ha una sua sezione podcast. Quali elementi deve contenere una recensione? In entrambi i casi per me vale il criterio di scelta e selezione, ho sempre questa frase guida di un designer che seguo e dice: «Le persone reagiscono sempre a delle cose che hanno un significato». Cerco di tenere a mente quell'idea e di dare risalto (la recensione è anche il vettore di grande scopribilità di un podcast) a dei lavori che hanno un po' di significato. Chi li ha fatti li ha fatti con forza espositiva e creativa. È importante individuare il criterio di scelta in modo che anche i lettori nel corso del tempo abbiano il loro punto di riferimento. Detto questo, per le recensioni parto sempre un po' dalla trama, delineo gli elementi cruciali della storia – per lo meno l'incipit, la partenza la descrivo sempre. Ad esempio, qualche settimana fa ho recensito un podcast australiano che si chiama Expanse e ci occupa di storie di avventura, resilienza, amicizia e sopravvivenza. Quel tipo di storie che si raccontano ad un amico al pub davanti a una birra. Cerco sempre di inserire un elemento di critica, di dire se qualcosa poteva essere fatta meglio. Adesso il ruolo di recensore è sempre più una cassa di risonanza dei comunicati stampa. Io però tutte quelle cose le ascolto prima di scrivere e cerco sempre anche di dire se ad esempio c'è troppa musica; commento gli elementi che si potevano curare meglio ma spiegando perché vale comunque la pena di ascoltarlo. Il mercato dei podcast è molto vivace. Ci sono podcast documentalazioni con gli indizi che si hanno, e poi improvvisamente salta fuori un elemento, una scienza che prima nemmeno esisteva e le ipotesi ricevono solidità da dati precisi e inconfutabili. Linguistica, paleontologia, archeologia, e infine genetica ci permettono di ipotizzare l’arrivo del cavallo e delle potenzialità che ne derivano, la ruota, le armi; quale tra quelle popolazioni migranti era una pacifica comunità di coltivatori e raccoglitori e quale invece amava razziare donne giovani e animali da allevamento; chi finisce per imporsi e chi soccombe, con la lingua dell’impero a marcare il potere perso o acquisito. La ricerca nel campo è malferma: basta il rinvenimento di una necropoli a mettere in crisi certezze decennali, per cui prima si pensa che una

ri, giornalistici, d'inchiesta, letterari e penso in particolare a quello della SRF Zwei mit Buch che parla di libri. Nell'ambito podcast c'è un genere che funziona, si presta meglio di altri? Facendo la consulenza per gli altri o sviluppando dei podcast per gli altri, quando si parte uno dei primi lavori è decidere che cosa intendiamo con il fatto che una cosa debba funzionare, perché ci sono tanti aspetti che non sono assoluti ma relativi. Per esempio, rispetto al budget a volte ci possiamo dire che ci interessa essere i più ascoltati, ma per farlo dobbiamo assoldare magari una persona famosa che ci costa di più di quello che ci possiamo permettere e quindi alla fine non funziona. Nel mio caso ci tengo a fare delle cose che stiano in piedi, siano ripetibili e siano sostenibili. E che magari però non arrivano al grande successo. Una cosa che funziona molto bene, ad esempio, sono i podcast legati al crimine, al true crime, cosa che vale in generale per tutti i contenuti digitali. Anche nei trend di YouTube sono sempre in cima. I podcast si prestano molto anche a contenuti comici e leggeri. Poi ci sono le mode, come ad esempio i podcast intervista. Negli Stati Uniti due o tre anni fa andava forte Armchair, ora vediamo un certo entusiasmo anche sul mercato italofono anche perché sono semplici da trasformare in video – pezzi di video si possono diffondere sui social – allegria del mercato dell'algoritmo. Un esempio di podcast fatto bene che funziona nel tempo? Sicuramente Morgana, che è stato uno dei primi a nascere dal punto di vista editoriale e che fino alla morte di Michela Murgia è stato sempre molto ascoltato e adesso ha anche un modo di reinventarsi con altri autori e altre autrici, altre voci. Ha dei suoi sponsor e una sua economia: quello per me è un podcast che funziona perché presenta storie molto legate a un mondo femminile connotato da una forte identità che negli anni ha saputo raggiungere dei livelli di performance in alcune fasi eccellente in altre normale ma c'è sempre stato.

hanno introdotto i podcast. Primo tra tutti il «Guardian» vent'anni fa, che ha il podcast sul calcio più seguito al mondo e lo scorso anno ha festeggiato i cinque anni di Today in focus, podcast che racconta il meglio della testata con 250 milioni di ascoltatori. In più, i giovani leggono sempre meno ma ascoltano contenuti audio on demand. Cosa ne pensa? Quando pensiamo a cosa succederà tra cinque anni parliamo di ipotesi. La stessa fine del cartaceo l'abbiamo prevista quando è arrivato sul mercato l'iPad e invece non è stato cosi. Certo, se penso alle nostre vite, quelle urbane in particolare, sono pochi i tempi e gli spazi in cui si trovano trenta minuti per sfogliare il giornale. Abbiamo più degli angoli, dei momenti di tempo e di spazio in cui consumare velocemente degli aggiornamenti. Personalmente consiglio di non pensare ai podcast come a un tentativo per salvarsi da altre criticità o momenti di crisi. Perché una strategia funzioni vanno fatti una buona analisi e un buon investimento. In italia abbiamo l'esempio virtuoso de «Il Post». Nel suo caso i podcast funzionano molto bene perché i loro vettori stavano già lì dentro. In generale, per chi non ci ha ancora pensato, è difficile farlo in questo momento storico per come sono messe le strutture editoriali. Certo, il podcast rispetto alla carta costa molto meno, ma per riuscire ci vuole un progetto editoriale forte pensato nel lungo termine. Come si vive da podcaster ? A questa domanda rispondo sempre che a me piace andare alla piscina pubblica. Se volessi la piscina privata farei altro. Dopo l'esperienza in radio, per fare podcast per molti anni ho fatto anche il barista di sera. Ora sono arrivato al punto che posso concentrarmi sul mio lavoro e sulla realizzazione dei miei contenuti. In ogni caso, se si vuole stare nel mondo dei podcast la parola d'ordine è diversificare. Poi ci vuole anche grande passione.

L'editore del «Mirror»qualche giorno fa diceva che tra cinque anni il giornale cartaceo non sarà più sostenibile mentre il digitale entro allora avrà trovato il suo equilibrio. Tanti giornali da diverso tempo

Il progetto bello al quale sta lavorando? Un nuovo podcast settimanale che uscirà il 17 febbraio, si chiamerà Totale e vuole approfondire i temi legati a come il capitalismo contemporaneo impatta sulle nostre vite di tutti i giorni.

cultura sia giunta dalle steppe euroasiatiche e poi, no, sono saliti dall’Anatolia. Per le aree geografiche non si bada troppo per il sottile, in un dominio che parte dal Portogallo e lambisce l’estremo oriente. Che tutto questo sia ideale materia da podcast è certamente fuo-

ri di dubbio. La lingua e i suoi rapporti con le società e le loro vicende permettono agli autori di parlare di storia del potere e del modo di affermarlo, con profondità e ampio respiro geografico, e addirittura di pratiche di sussistenza delle popolazioni, di rapporti sociali, di diffusione antica del patriarcato. È dunque benvenuto l’ampio materiale di approfondimento fornito per esempio sulla pagina Spotify di questo prodotto: testi e rinvii, dove il lettore-ascoltatore ha occasione di andare a leggere, ascoltare, navigare. La via laterale, lo scarto felice verso questa abbondanza è attitudine diffusa nel mondo del podcast, ormai una sorta di cittadino a pieno titolo del moderno mondo multimediale. Su tutto, musica epica e rumore di armi che si incrociano.

Pixabay

Stefano Vassere

Podcast e cultura danno sostanza a un sodalizio ideale. L'ascolto differito quando ce ne siano opportunità, luoghi favorevoli, occasioni e disposizione d'animo è abito tipico del prodotto culturale, da quando esiste. E infatti i contenuti culturali hanno trovato nel genere del podcast una sorta di loro casa, dove proliferano in gran quantità. Da anni questo canale si definisce in contrasto alla sua casa matrigna che è la radio, in virtù di parecchie caratteristiche che ne disegnano un prodotto ormai indipendente, con sue espressioni e soprattutto un suo pubblico esclusivo. Serialità; sviluppo di registri e generi, tra i quali alcuni sembrano affermarsi come tipici (recensioni di libri e crimini su tutti); trasportabilità nel tempo e nello spazio; accreditarsi di case di produzione e garanzie d'autore; importanza della musica, che con la sua collocazione punteggia e scandisce ideali virgolette, citazioni, salti di paragrafo, note e piè di pagina. Certo fa ancora strano parlarne in rassegna, recensire le produzioni e i filoni. Perché se da un lato il medium si presta molto a passioni collettive e condivise, al passaparola e sempre più a classifiche di gradimento, esso sembra ancora non approdato a formati condivisi: si alternano produzioni di taglio radiofonico tradizionale, documentari in senso stretto, dibattiti chiacchierati e quasi domestici, sermoni imperativi e senza respiro nei quali i contenuti sono imposti senza via di scampo, narrazioni con attenzione alla forma. Rappresentativi in questo senso sono due filoni italiani di diversa natura: a esemplificare la prima categoria Amare parole condotto da Vera Gheno; sull'altro fronte gran parte delle produzioni Chora Media. Gli episodi di Amare parole, prodotto de «il Post», hanno cadenza settimanale; lo spunto di esordio è variamente legato ad avvenimenti di cronaca che abbiano a che fare con la comunicazione: un'uscita sessista di un politico, la violenza contro le donne, il linguaggio rispettoso molto caro alla curatrice. Esposto il caso, Vera Gheno dichiara i suoi punti di vista con il riconosciuto tono assertivo, sostenendosi tra l'altro sulla nota attenzione all'uso rigoroso delle parole, che è un po' la bandiera di una benvenuta neoortodossia ossequiosa nei confronti dei diritti delle minoranze. Infine, è tratta una sorta di morale, che chiude come in un ci-

clo la crisi aperta dal fatto di attualità dell'esordio. Certo a questo argomentare improntato alla correzione e a una tacita sanzione bisogna farci un po' l'abitudine, perché il contraddittorio è del tutto assente, prendere o lasciare. Ma il risultato complessivo è l'impressione di un quarto d'ora di gratificante responsabilità nei confronti dei difetti del mondo. E dovendo scegliere tra le numerose e belle prove della produzione Chora Media, tra quelle che meglio rappresentano quell'impostazione, la tentazione è di promuovere il non recentissimo ma ottimo Prima di Sara Poma, dedicato alla vicenda triste e insieme così moderna e coraggiosa di Maria Silvia Spolato. Oppure, nella serie delle cronache italiane, La città dei vivi, esercizio luminoso di Nicola Lagioia alle prese con una delle prime trasposizioni in podcast di un (suo) libro di successo. O infine la bella, bella e ancora bella Storia del mio nome della giovane afrodiscendente di Castel Volturno Sabrina Efionayi. Sono produzioni che hanno appuntamenti meno fitti e regolari (ma che importa, slegati come siamo dall'incedere regolare) con un procedere meno marziale e decisamente narrativo-morbido, nei toni della voce di chi racconta e, ancora, nella musica. Una «stagione» del podcast va sciroppata tutta intera, perché anche se la serialità concede respiro e fedeltà, essa è soprattutto un vincolo per gli autori: il tutto deve essere legato, tutti i cerchi devono chiudersi e i fili devono essere ripresi, pena lo scadere del prodotto. Nella sua casa privilegiata attuale, quella del telefono multifunzionale, le applicazioni che lo veicolano permettono di ascoltare i trailer, la serie partendo dall'inizio o dalla fine, e soprattutto il prodotto a diverse velocità di riproduzione, come già capita con i messaggi vocali, i promemoria e altro sulla piattaforma. Ora, qualcuno avrà deciso di prevedere anche qui questa opzione forse non rendendosi conto della solo parziale sua compatibilità con i contenuti culturali; e inducendo però nell'osservatore l'impressione che là in fondo, anche nella passione culturale che più indurrebbe alla lentezza, al ragionamento, alla pace, infuria ancora il cuore di tenebra della fretta e forse della pigrizia. Al pari degli spensierati e ossessivi balletti di «TikTok».


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Settimanale di informazione e cultura

Anno LXXXVII 12 febbraio 2024

31

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CULTURA

Witold Lutoslawski e il suo amore per l’orchestra Musica ◆ Ritratto del compositore polacco dalla scrittura raffinata e complessa ma anche diretta Carlo Piccardi

Se c’è compositore contemporaneo che può essere tranquillamente ospitato in festival dai percorsi precostituiti, e che, disposto alle aperture, non intenda correre il rischio di tradire oltre misura le aspettative del proprio pubblico, questi è Witold Lutoslawski.

La sua orchestra è il normale grande complesso, vanto delle società filarmoniche, tutt’ora insuperato come estesa tavolozza di colori che sono alla base del suo linguaggio Il compositore polacco (-), pur appartenendo a una generazione precedente quella dei protagonisti della rinascita musicale del dopoguerra, negli anni Cinquanta ne è diventato il compagno di strada, accostandosi a Boulez, a Nono, a Penderecki, ecc. nello sviluppo del linguaggio seriale e postseriale. Tutte le tecniche di scrittura più avanzate (fino all’estrema possibilità dei procedimenti aleatori) sono state da lui via via adottate e integrate. L’ascolto di un’opera sua qualsiasi non ci lascia però mai l’impressione di trovarci di fronte a un compositore di avanguardia, nel senso di un artista che affida il senso delle sue scelte alla radicalità del confronto con le

attese del pubblico. La sua musica al contrario raggiunge direttamente l’ascoltatore, sollecitandolo a livello di quella che è la sua disposizione consuetudinaria all’ascolto. Per quanto raffinata e complessa, la sua scrittura esclude la possibilità di una lettura tra le righe, alla ricerca di motivazioni nascoste o di una dimensione dialetticamente aperta alla messa in discussione della configurazione del prodotto artistico. Egli è cioè musicista esplicito, un compositore che ha sì accettato di sposare la causa della «nuova musica» intesa come espressione impegnata a incarnare la più rigorosa fenomenologia sonora, ma che ne utilizza il risultato a scopo illusionistico, incantatorio. L’orchestra è diventata quindi il suo campo d’azione privilegiato, il laboratorio della sua ricerca, non per essere rivoluzionata e stravolta nelle sue gerarchie, ma appunto per essere confermata nell’ordine tramandato dalla tradizione. Lutoslawski ad esempio non ha mai tentato di omologare quelle combinazioni alternative di ensemble strumentale senza violini, che cerca il suo punto di forza nella percussione e via di seguito. La sua orchestra è il normale grande complesso, vanto delle società filarmoniche, tutt’ora insuperato come estesa tavolozza di colori che sono alla base del suo linguaggio, linguaggio apparentemente sfigurato in

Un primo piano di Witold Lutoslawski, uno dei maggiori compositori europei del XX secolo. (Wikipedia)

termini di scrittura pentagrammatica (di lettura attraverso l’occhio) ma perfettamente equilibrato nei rapporti d’ascolto in cui si palesa mimando gli stessi gesti ai quali ci ha abituato la grande tradizione sinfonica. Il fatto che egli possa intitolare «sinfonia» una sua composizione è quin-

di normale e coerente con un assunto che gli ha consentito di inanellarne quattro, a rivelare un artigiano dai mezzi raffinatissimi, capace di trattare l’orchestra come un corpo vivente dove gli archi, i legni, gli ottoni, ecc. sono considerati come membri di un tutto (braccia, gambe, ecc.), ar-

ticolati in modo da arricchire con i loro gesti la personalità espressiva. Le occasioni d’ascolto che la sua musica orchestrale offre sono sempre una dimostrazione di alto virtuosismo di tecnica strumentale, degna del più nobile filone che riporta a Ravel o a Rimsky Korsakov. Annuncio pubblicitario

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