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WHY MARCHE MAGAZINE N. 18 NOVEMBRE/DICEMBRE 2013 MENSILE - ANNO III - € 1,00

n. 18

Neri Marcorè

Innamorato delle Marche


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Auguri, Marche! Eh sì, ci vogliono proprio gli auguri in questo fine d’anno. A gran voce! Si sta concludendo, infatti, un 2013 non facile per la nostra regione e all’orizzonte c’è un 2014 che, almeno nella prima parte, non ci riserva grande ottimismo. E il dato negativo più evidente è, quest’anno, quel 100% di aumento delle ore di cassa integrazione rispetto al 2012. Un dato preoccupante, che va di pari passo con il calo di fatturato delle aziende marchigiane, colpite ancora più duramente in questo 2013. E i dati per il prossimo anno anche in questo caso non sono positivi, anzi. E quindi i nostri auguri sono, innanzitutto, per loro, maestranze ed imprenditori, ma anche per artigiani, commercianti, per i giovani alla ricerca della prima occupazione, per tutti coloro che hanno fatto “grande” la nostra regione. Che il 2014 possa essere un momento di riscatto e rilancio dell’economia regionale. La voglia e la determinazione della nostra gente ci sono, così come le istituzioni regionali, che stanno ben supportando questo periodo di crisi. Dimentichiamo qualcuno? Speriamo di no. In più, vorremmo solo mandare un augurio sentito ai marchigiani di cui abbiamo parlato su Why Marche in questo 2013. Il nostro magazine ha voluto raccontare le Marche con un occhio particolare, dando voce, a volte, anche ad eccellenze nascoste al grande pubblico. E poi, luoghi, eventi, folklore, iniziative culturali e testimonial della nostra regione, come Neri Marcorè, che vi presentiamo in questo numero. Forse ci siamo riusciti, e speriamo che anche con il nostro piccolo contributo il 2014 possa essere davvero l’anno della ripresa. Infine, voi, nostri cari lettori. Vi giungano gli auguri di tutta la redazione per un 2014 all’insegna dell’ottimismo. Noi già lo siamo, perché come dice lo psicologo americano Martin Seligman, “l’ottimismo è la convinzione che gli eventi negativi sono temporanei”, e noi siamo certi che le nostre Marche ritorneranno “grandi”. E allora, tanti Auguri Marche!

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SOMMARIO AGORÀ 8 Un nuovo modello marchigiano

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IMPRESA 10 La tradizione del tabacco TURISMO 12 Ciak..Marche, si gira! 14 Alla scoperta di… 16 Lo sapevate che 18 Viste da occhi stranieri ENOGASTRONOMIA 20 La promozione che funziona 22 Tipicità cingolana INTERNAZIONALIZZAZIONE 24 L’agrifood parla americano INNOVAZIONE 26 In moto, per le Marche FORMAZIONE 28 Lab Tec UNIVERSITA’ 30 Conoscere ed intraprendere ARTE E CULTURA 32 Amanuensi del 2013 37 Ancona noir

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41 L’attore che interpreta le Marche

N° 18 - NOVEMBRE DICEMBRE 2013

www.whymarche.com Direttore Responsabile: Gaudenzio Tavoni REDAZIONE Caporedattrice: Eleonora Baldi e.baldi@whymarche.com

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Responsabile di redazione Paola Solvi p.solvi@whymarche.com

SOCIALE 45 L’etica del dare 48 Non tutte le banche sono uguali…

Responsabile Marketing Raffaella Scortichini r.scortichini@whymarche.com

ESTERO 50 Giappone VS Cina

Direttore Artistico Silvio Pandurini s.pandurini@whymarche.com Editor Andrea Cozzoni Valentina Viola Alessandro Morbidelli Fabrizio Donato Silvia Brunori Cinzia Pelagagge

FOLKLORE 52 Marche magiche 54 Immancabile, a Capodanno! 56 I segreti dell’Ascensione

Hanno collaborato Daria Perego Garofoli Loredana Baldi

CONSUMATORI 58 Eliminiamo le interferenze!

Concept: Theta Edizioni

EVENTI 60 Il valore del capitale umano 62 L’anima degli Appennini ISTITUZIONI 66 Il bello ed il buono

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MOTORI 68 Le Marche raddoppiano

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Stampa: Tecnostampa: Via Le Brecce - 60025 Loreto (AN)

VELICA 72 Insieme per lo sport

Abbonamenti: abbonamenti@whymarche.com Chiuso in redazione il 17 Dicembre 2013

STYLE & FASHION 74 Mitologia Natalizia LUDICA 76 Omni: oltre i confini

Errata Corrige: nel n.17 a pagina 34 per un refuso tipografico nel titolo è stato erroneamente riportato Servignano. Ce ne scusiamo con il Sindaco ed i cittadini di Servigliano

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Casa Editrice: Theta Edizioni Srl Registrazione Tribunale di Ancona n° 15/10 del 20 Agosto 2010 Sede Legale: Via Villa Poticcio 22 60022 Castelfidardo - Ancona www.thetaedizioni.it - info@thetaedizioni.it Tel. 0731082244

SALUTE E BENESSERE 70 Un menù celiaco

PERCHE’ 78 La vita nel mondominio

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COPYRIGHT THETA EDIZIONI TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI. NESSUNA PARTE DI QUESTO MENSILE PUO’ ESSERE RIPRODOTTA CON MEZZI GRAFICI, MECCANICI, ELETTRONICI O DIGITALI. OGNI VIOLAZIONE SARA’ PERSEGUITA A NORMA DI LEGGE. per qualsiasi informazione

info@whymarche.com

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w GIANLUCA CARRABS

L’agroalimentare marchigiano è il futuro Non ha dubbi Gianluca Carrabs, giovane ed intraprendente Direttore dell’ASSAM - Agenzia Servizi Settore Agroalimentare delle Marche – sul fatto che il modello marchigiano rappresenti un punto strategico sul quale puntare per costruire qualcosa di davvero importante. l di la dell’acronimo, che cosa fa l’Assam sul territorio e per il territorio? “L’Assam dà veri e propri servizi al comparto agroalimentare marchigiano, offre un servizio diretto alle imprese agricole e ai cittadini. Svolge le sue mansioni attraverso specifici nuclei operativi, che in un anno svolgono migliaia e migliaia di prestazioni: a cominciare dal Servizio Agrometereologico che attraverso il sito web Agrometeo Marche ha registrato oltre 100.000 visite e che ha redatto e inviato 42 notiziari per ogni Centro agrometeo locale provinciale, a loro volta divulgati a 3600 aziende. Il Centro operativo dell’Autorità di Controllo e Tracciabilità ha invece implementato 18 filiere agroalimentari per altrettanti prodotti con il Si.Tra. - Sistema di Tracciabilità, coinvolgendo 1451 soggetti; l’APC - Autorità Pubblica di Controllo - ha eseguito 281 ispezioni per la Certificazione dei Marchi DOP, IGP, QM e altre certificazioni volontarie, seguendo le linee guida di undici disciplinari e coinvolgendo 1754 aziende; il Servizio fitosanitario ha emanato oltre mille provvedimenti d’autorizzazione, iscrizione, revoca, misure fitosanitarie, certificati import export, oltre 1200 diagnosi di laboratorio su 1107 campioni di materiali vegetali e ha compiuto 7000 indagini su elementi vegetali per la lotta al Punteruolo Rosso delle palme, anche in convenzione con sei comuni, e controllato 175 vivai; il Centro operativo “Qualità delle Produzioni” ha fornito oltre 250mila determinazioni su 50mila campioni relativi a 350 parametri analizzabili di 25 matrici; il Centro operativo di monitoraggio, collaudo e trasferimento dell’innovazione ha recuperato e conservato oltre 300 varietà e biotipi di sei specie frutticole autoctone in tre campi di conservazione, ha realizzato liste d’orientamento varietale

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per 180 varietà di cereali appartenenti a sette specie su 19 campi parcellari, monitorato la qualità degli stessi, ha conservato 80 accessioni di germoplasma viticolo autoctono e 15 vitigni in selezione e caratterizzazione, ha presentato 350 oli monovarietali alla Rassegna nazionale. Infine, il Centro operativo di Tutela e Valorizzazione del Territorio ha prodotto e concesso 220.000 piante di cui 16.400 tartufigene”. E un obiettivo, guardando al futuro? “Promuovere e valorizzare un modello agroalimentare unico che lega la specificità del territorio e dei suoi prodotti alla sua immagine, in una sinergia istituzionale che sappia: individuare un nuovo modello di sviluppo che punti su un volano in grado di integrare l’agricoltura e la sua multifunzionalità con il turismo; puntare e salvaguardare la qualità ambientale degli ecosistemi e la tutela della biodiversità affinché vi siano le condizioni ecologiche per sviluppare eccellenze agroalimentari ; legare la valorizzazione e la commercializzazione delle produzioni autoctone alla promozione turistica, per migliorare le performance attrattive della regione. Ovviamente non posso esimermi dal sottolineare l’importanza che diamo e dare alla promozione della ricerca e dell’innovazione”. Ci può fare un esempio concreto di cosa l’Assam fa per le aziende territorio? “L’ultimo progetto, che ha portato con se la valorizzazione e la promozione agroalimentare ad Eataly a Roma, è sicuramente un esempio. Un format questo inventato da Oscar Farinetti, una vetrina del Made in Italy di eccellenza, dove non possono mancare le Marche. Noi, assieme alla Regione Marche, abbiamo lavorato su due aspetti: da un lato promuovere l’agroalimentare marchigiano, facendo anche in un

certo senso promozione turistica, dall’altro commercializzazione vera e propria del prodotto. Abbiamo portato ad Eataly 50 aziende che per 15 giorni hanno potuto vendere il loro prodotto e farsi conoscere. Alla fine del percorso, tre aziende sono state selezionate perché risultate più performanti rispetto alle altre e hanno avuto la possibilità di stipulare un contratto nazionale con Eataly. Ecco le opportunità delle quali le parlavo prima: singolarmente aziende piccole come le nostre non avrebbero potuto accedervi, tramite l’ASSAM invece hanno avuto questa possibilità”. Un lavoro davvero complesso che vi permette di conoscere le pieghe del territorio marchigiano e del settore agroalimentare. Qual è la sua idea del livello di formazione ed informazione delle aziende che operano in questo settore? “Secondo me sono formate ed informate su come si realizza un prodotto, un grande prodotto di qualità. Il problema è che le cose bisogna anche saperle comunicare, aspetto che manca alle Marche. Bisogna far percepire all’esterno che nelle Marche esiste un sistema agroalimentare proprio, un modello Adriatic Food. Siamo conosciuti per il modello economico marchigiano, quello delle piccole e medie imprese, del manifatturiero. Da oggi in poi bisogna ragionare sul modello agroalimentare: abbiamo un export in crescita, un biologico che traina tantissimo e ci stiamo confermando come una delle realtà davvero più importanti. Dobbiamo cominciare ad intervenire sul processo di globalizzazione facendoci sentire nella maniera giusta con il nostro modello sul mercato globale. I francesi occupano il 45% del settore della GDO agroalimentare italiana con marchi come Leclerc o Carrefour. Al contrario la prima ed unica esperienza di GDO all’estero è quella di Oscar Farinetti con Eataly. Dobbiamo invertire la tendenza e puntare sul nostro know how. Abbiamo un grande asset e dobbiamo sfruttarlo anche perché, a voler guardare il lato positivo, non avendo investito prima in questo settore abbiamo ampi margini di crescita. L’Assam vuole lavorare anche su questo: imprimere questo nuovo modello di sviluppo, cercare le opportunità in Europa e portarle nelle Marche per rendere sempre più forte questo settore strategico. Proprio per questo la nostra ambizione per il futuro è diventare il punto di riferimento della Regione Marche per l’assistenza tecnica e la realizzazione dei progetti europei, che possano fornire risorse economiche da utilizzare poi sul territorio. Ovvio che per ottenere i fondi dell’ UE bisogna avere una forte conoscenza di quelle che sono le progettualità in grado di reperirle. Ecco perché abbiamo creato una task force che si occupa esclusivamente di progetti europei. L’ambizione è quella di individuare nuovi modelli di sviluppo riproducibili a livello aziendale. Cerchiamo di creare nuove opportunità al comparto agroalimentare sia dal punto di vista tecnico che economico”. WHY MARCHE

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_IMPRESA_

La Manifattura Tabac l’orgoglio Tra passato e presente, un pezzo importante della storia del nostro territorio

254 Dire che il “problema” delle Marche sono i marchigiani, è di certo impopolare. Ma, se seguirete il nostro ragionamento, non potrete che essere almeno un po’ d’accordo. Noi abbiamo ricchezze davvero immense: abbiamo l’arte, la storia, la cultura, i paesaggi, il buon vino e la tradizione a tavola. Ma abbiamo anche la capacità di intraprendere, il saper fare, il saper creare. Peccato però che abbiamo anche un difetto fondamentale, e da qui il “problema”: siamo poco orgogliosi! Tendiamo quasi a nascondere il nostro bello, a metterlo sotto il tappeto come a volte si fa con la polvere…così quella bellezza non scompare, ma non si fa neanche notare. Di storie così potremmo raccontarne molte. Oggi abbiamo scelto quella della Manifattura Italiana Tabacco Spa e come narratore abbiamo scelto Massimo Tarli, che di questa azienda chiaravallese è il Direttore Generale.

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anni: questa è “l’età” di Manifattura Italiana Tabacco. Ripercorriamo insieme le tappe più importanti di questa lunga storia… “La Manifattura di Chiaravalle rappresenta un patrimonio storico e culturale notevole, essendo la più antica unità produttiva di tabacchi lavorati in Europa. Le sue origini risalgono al 1759, quando i monaci Cistercensi fondarono questo insediamento per lo sviluppo della tabacchicoltura nello Stato Pontificio. Successivamente, la Manifattura seguì le sorti del nostro Paese, rivelandosi come una preziosa risorsa per il territorio marchigiano sia durante il Regno d’Italia che nella gestione dei Monopoli di Stato. Oggi, il nostro impegno è quello di mantenere viva questa realtà produttiva che ha ereditato l’attenzione alla qualità e la cura delle lavorazioni che rappresentano la migliore espressione della storia del tabacco in Italia”. Un’istituzione dunque che ha accompagnato il territorio marchigiano nei secoli. Oggi, quanto vale questa realtà per le nostre Marche? “La Manifattura ha sempre contribuito allo sviluppo del territorio ed è stata motore della trasformazione economica delle Marche da realtà agricola ad industrializzata; ha visto il sorgere del movimento operaio delle sigaraie e del loro ruolo sociale, come esempio di forza femminile e di madri lavoratrici. Oggi più che mai, siamo attivi su più fronti: da un lato la difesa del lavoro attraverso la tutela di professionalità sempre più rare; dall’altro l’attivazione di progetti di recupero della coltura delle varietà locali di tabacco attraverso il rilancio di coltivazioni autoctone come quella di Montelupone in provincia di Macerata”. La coltivazione del tabacco è un sapere antico che ovviamente però ha dovuto innovarsi nel tempo: la tecnologia sarà di certo entrata in supporto all’artigianalità iniziale. In che modo? “Manifattura Italiana Tabacco intende proseguire sul percorso tracciato riaffermando l’importanza che la tabacchicoltura continua ad avere sul territorio nazionale. Il nostro obiettivo è la riaffermazione di una filiera certificata 100% italiana e ci impegniamo a difenderla con tutte le nostre forze da qualunque tentativo di inganno al Consumatore.


acchi di Chiaravalle: delle Marche

Siamo infatti convinti che solo attraverso materie prime eccellenti, come il nostro tabacco italiano, e rilevanti investimenti produttivi si possa mantenere sempre alta la qualità dei nostri prodotti e soprattutto certificarla al Consumatore”. Il fumo fa male. E questo è un assunto di base ovvio che non serve neanche ripetere. Ma, se proprio si deve fumare, fare attenzione alla qualità è fondamentale. E se dietro ad un prodotto c’è il Made in Marche…si può stare tranquilli? “Certamente fumare è una scelta consapevole dei rischi che comporta, ma è altrettanto importante avere la consapevolezza di cosa c’è dentro una sigaretta. Spesso, in questo settore, si tende, per ragioni di opportunità, a non valorizzare adeguatamente la materia prima, ma solo il prodotto finito ed il suo marchio. La nostra filosofia è esattamente opposta. Siamo una piccola realtà se paragonata alle multinazionali che si contendono il mercato, ma diamo valore alla nostra “nicchia” scegliendo i migliori tabacchi italiani, affiancando e formando l’azienda agricola che realizzerà la produzione in tutte le fasi e mettendo a disposizione le nostre conoscenze e competenze. Dopo tutto, ‘fumare è un atto agricolo!’”. WHY MARCHE

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_TURISMO_

Marche, terra di cinema Volete un motivo per venire nelle Marche? Potremmo darvene almeno 100, forse 1000. Una terra tanto in grado di emozionare da poter essere vissuta davvero da tutti e per qualunque motivo. E a cavallo tra il 2013 e il 2014 si delinea sempre più forte un nuovo scenario…

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VALENTINA VIOLA<<<

nogastronomia, arte e cultura, paesaggi. In poche parole, una qualità della vita che non ha eguali in nessun altro luogo. Non è facile trovare una terra tanto votata all’accoglienza ed in grado di regalare a ciascuno la propria oasi di pace e di serenità, oppure l’humus per accrescere la propria cultura. Non è superbia: essere orgogliosi non è certo un peccato. Anzi, potremmo dire che fino a questo momento Marche e marchigiani hanno forse commesso l’errore opposto: quello di nascondersi, di schernirsi, di non considerarsi all’altezza. E si sa, quando non si crede in se stessi, è impossibile che qualcun altro lo faccia per noi. Per fortuna negli ultimi anni si è di molto corretto il tiro, anche grazie ad una politica fortemente propositiva come quella attuata dalla Regione Marche che ha investito in promozione, in formazione ed informazione, in conoscenza da poter dare al resto del mondo. E così sempre più turisti e viaggiatori hanno iniziato a conoscere la nostra terra e a voler passare qui del tempo anche al di fuori del canonico mese estivo nel quale le spiagge marchigiane da sempre sono protagoniste. Hanno imparato ad apprezzare i nostri vini e la nostra tavola, i nostri borghi e la loro storia, i nostri musei e le storie dei personaggi legati al territorio. Hanno iniziato insomma a capire che il Brand Marche è qualcosa di più che un modo per strizzare l’occhiolino all’estero o al mondo del marketing: è una realtà, tipica e irripetibile. Ma…qualcosa in più ci sembra di poter dire a questo punto. Tra le tante cose, oggi le Marche sono anche terra di cinema. Dobbiamo ammetterlo, tranne qualche felice parentesi, il mondo del cinema ci ha sempre un po’ snobbato. Qualche pellicola è stata girata qui nel nostro territorio, ma non ci siamo mai proposti come location davvero attrattiva. Basta

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poco però a volte ad invertire la rotta: basta avere a disposizione una carta davvero forte da giocarsi, in modo da portare l’attenzione su qualcosa che c’è, ma che non si ha ancora avuto modo di far conoscere. E questo asso nella manica per la nostra regione è rappresentato dal film “Il Giovane Favoloso”: pellicola che indaga un Leopardi anche sconosciuto ai più, girata nei luoghi reali della sua vita. Forse non ci si rende bene conto del potenziale esplosivo che questo progetto racchiude in se. Leopardi è un personaggio complesso fatto di tante sfaccettature, molte di più di quel pessimismo cosmico nel quale troppo spesso è stato relegato. La chiave di volta del film sarà proprio questa: porre la luce su altri aspetti del grande scrittore, quelli che incarnano la marchigianità stessa, quella capacità di guardare oltre, quella volontà di scoprire, l’operosità, la capacità di sognare rimanendo però ben saldi a terra. E scoprendo Leopardi, “Il Giovane Favoloso” farà anche di più: svelerà Recanati, Loreto, Osimo, Macerata al grande pubblico. Questi saranno i luoghi protagonisti del film, che racconte-


ranno allo stesso tempo il loro essere e quello del poeta, costruendo un aggancio continuo tra passato e presente che di certo stimolerà un flusso turistico ancora più importante. Un progetto davvero molto interessante e che non vediamo l’ora di poter ammirare sul grande schermo sul quale hanno voluto investire Carlo Degli Esposti per Palomar e Rai Cinema oltre che la Regione Marche e la Fondazione Marche Cinema Multimedia-Marche Film Commission. Leopardi sarà impersonato da Elio Germano, per la regia di Mario Martone. E anche la scelta del nuovo testimonial per le Marche sembra proseguire nel solco cinematografico già tracciato da Dustin Hoffmann. Il volto della nostra regione sarà infatti Neri Marcorè. Ancora un attore dunque, di fama nazionale ed internazionale, con qualcosa in più: essere nato e cresciuto

proprio qui. Marcorè è entrato nel cuore degli italiani ai tempi di Stasera mi butto, come barzellettiere e comico, ma negli anni ha saputo trasformarsi anche in un attore impegnato, in un moderno cantastorie, per di più conoscitore in primis della storia da raccontare, quella della nostra e della sua terra, ed in grado di entrare immediatamente in empatia con il grande pubblico che lo conosce e lo ama. Direzione chiara quella tracciata anche in questo caso dalla Regione Marche: la volontà di aprirsi al grande pubblico, di far comprendere al turista/ viaggiatore come il nostro territorio sia in grado di raccontare tante storie, di regalare emozioni, di costruire un’esperienza fatta di mille sfaccettature. E chi se non un poliedrico talento come Marcorè potrebbe essere in grado di incarnare perfettamente tutto questo? WHY MARCHE

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_TURISMO_

La città della

Befana i lo sappiamo tutti…Babbo Natale non esiste e neppure la Befana. Ma…ne siete davvero sicuri? Se ci liberiamo per un attimo dallo spirito del Grinch e da quello di San Tommaso che non crede a ciò che non vede, possiamo lasciare uno spiraglio aperto alla fantasia, ricordando quando da bambini preparavamo il bicchiere di latte con i biscotti per l’omone in rosso con la barba e le renne e aspettavamo trepidanti di vedere cosa c’era nella calza: la Befana avrebbe capito che eravamo stati buoni e ci avrebbe portato dolcetti o mamma e papà le avevano raccontato tutte le nostre marachelle e quello che ci aspettava erano pezzi di carbone nero o al massimo quello dolce, che significava “così così”? Erano emozioni ingenue certo ma ugualmente forti, ravvivavano le nostre giornate ed erano anche un modo per farci essere un po’più buoni! Anche se siamo cresciuti, non possiamo dimenticarci di quei momenti, soprattutto perché ognuno di noi ha figli o nipoti ai quali far provare quelle stesse sensazioni. E, possiamo fare anche di più: possiamo far vivere loro un’atmosfera assolutamente particolare, portandoli in un luogo qui nelle nostre Marche dove la tradizione dell’epifania assume i tratti di una grande festa. Ad Urbania, in provincia di Pesaro Urbino, si celebra infatti l’unica ed originale Festa Nazionale della Befana,

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con tante chicche e curiosità e divertimento assicurato! Cinque giorni, dal 2 al 6 gennaio, nei quali questo paese già interessante di suo, come gran parte dei borghi marchigiani che tutti, nessuno escluso meritano di essere visitati, diventa la patria di questa strana signora che vola nei cieli con la sua scopa di saggina, rovinata dagli anni di onorato lavoro, ma sempre in grado di raggiungere le case di tutti i bambini. Ma facciamo un piccolo passo indietro: come nasce la figura della Befana? L’origine del mito affonda le sue radici nella notte dei tempi, in tradizioni magiche precristiane. Nel tempo poi alcuni degli elementi iconografici iniziali si sono mischiati con la tradizione cristiana: la Befana infatti porta doni ai bambini così come i Re Magi li portarono a Gesù. L’iconografia che la descrive è conosciuta


Dal 2 al 6 gennaio Urbania cessa di essere quello che è negli altri giorni dell’anno e diventa la patria di questa vecchietta: carbone o dolcetti per voi?

da tutti: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte rovinate dagli anni ed un tocco di colore dato dalel tante toppe disseminate qua e la. Per lei è stata creata anche una filastrocca che tutti da piccoli abbiamo recitato nelle innumerevoli recite scolastiche:“la Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…”. Il suo particolare lavoro, lo svolge nella notte tra il 5 e il 6 gennaio quando con la sua scopa volante, va casa per casa a consegnare giocattoli, cioccolatini, caramelle o il temuto carbone infilandosi dentro i camini – o in mancanza passando per le finestre – e riempiendo le calze lasciate appese dai piccoli trepidanti. E se la figura di Babbo Natale è internazionale, la Befana… ce l’abbiamo solo noi! E’tipicamente italiana ed anche per questo la nostra regione non può che essere orgogliosa di ospitare l’unica festa nazionale dedicata a questa dolce vecchietta! Quella del 2014 sarà la diciassettesima edizione della Festa della Befana, durante la quale la città si trasforma a misura di bambino con percorsi creati appositamente per far gustare loro il cioccolato e che trasformano Piazza S. Cristoforo nella Piazza del Cioccolato; e ancora il Giardino degli Hobby o il

Viale dei Balocchi. Senza dimenticare poi la Casa della Befana, per incontrare questo personaggio e vedere dove vive. Anzi, in questi cinque giorni di festa, la Befana diventa la prima cittadina del comune di Urbania: i festeggiamenti iniziano proprio infatti con la consegna da parte del Sindaco delle chiavi della città alla storica nonnina. Una cerimonia davvero folkloristica che merita di essere goduta, soprattutto per lo spettacolo offerto dalle aiutanti della Befana che al momento della consegna delle chiavi, si affacciano dalle finestre dei balconi del centro storico acclamate dal pubblico raccolto in piazza per assistere a questa scena. Da quel momento, ogni giorno, la Befana accoglierà genitori e bambini nella sua casetta di legno, ascoltando le richieste dei più piccoli, parlando con loro e regalandogli proprio quell’emozione di cui si parlava all’inizio, quella che anche

quando lo spirito del Grinch ti ricorda che i regali te li va a comprare tua madre ed è lei che te li mette nella calza… rimane comunque qualcosa di caldo in gradi scaldarti il cuore! Camminare per le vie di Urbania nella settimana della Befana, significa imbattersi in oltre 1000 calze colorate appese qua e la ai vari angoli della città; senza dimenticare poi la sfilata della grande calza da record che la Befana di Urbania, insieme a tutte le sue assistenti, ha intessuto e cucito per tutto l’anno e che, per l’occasione, diventerà un tappeto magico popolato da giocolieri, mangiafuoco e artisti di strada. Ogni giorno poi, rigorosamente alle 17.30, c’è un appuntamento da non perdere: basterà alzare lo sguardo e rivolgersi verso la Torre Campanaria del Comune, per assistere alle acrobazie di questa Befana che, inizierà pure ad essere attempata, ma è ancora intrepida! Ad accompagnarla nella sua discesa dalla torre, giochi pirotecnici e spettacoli di danza verticale che, se divertiranno i più piccoli ancora incoscienti per lo più, faranno trattenere il respiro a molti genitori! WHY MARCHE

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Il top delle Marche per me: viaggiare per passione

L’uomo è nato per viaggiare, per esplorare e conoscere il mondo. Possiamo anche viaggiare con la mente, guardando le numerose trasmissioni o reportage di viaggi, magari concedendoci in seguito la possibilità di spostarci davvero. E dove andare a quel punto? Quale luogo scoprire? Proviamo,intanto, in tempo di feste a divertirci scoprendo quanto conosciamo la terra che abitiamo, le Marche.

Mare Lo sapevate che 18 sono le bandiere blu che certificano la qualità delle acque e dei servizi, 180 i chilometri di costa, 26 le località che si affacciano sul Mare Adriatico, 9 i porti turistici e 1 quello marittimo?

Cultura Lo sapevate che nelle Marche ci sono capolavori di Piero della Francesca, Lorenzo Lotto, Rubens e Tiziano? Cultura nelle Marche è da Gradara di Paolo e Francesca, protagonisti del V canto dell’Inferno dantesco, al Castello di Pierosara teatro della vicenda di Paolo e Sara, fino al Parco Pubblico Colle Celeste di Maiolati Spontini e al celeberrimo colle dell’Infinito che ispirò Giacomo Leopardi. Immergersi nelle Marche significa anche scoprire storie popolari e miti misteriosi come la leggenda della Sibilla che caratterizza il Parco nazionale dei Monti Sibillini.

Natura Lo sapevate che la regione Marche vanta due parchi nazionali (Monti Sibillini e Gran Sasso e Monti della Laga), quattro parchi regionali (Monte Conero, Sasso Simone e Simoncello, Monte San Bartolo e Gola della Rossa, Frasassi), insieme a sei riserve naturali (Abbadia di Fiastra, Montagna di Torricchio, Ripa Bianca, Sentina, Gola del Furlo e Monte San Vicino e Monte Canfaito)?

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SPA & Benessere Il sistema termale marchigiano è ricco ed articolato: procedendo da nord a sud si segnalano in provincia di Pesaro e Urbino le Terme di Monte Grimano, Pitinum Thermae a Macerata Feltria, le Terme di Raffaello a Petriano e le Terme di Carignano a Fano; in provincia di Ancona le Terme San Vittore a Genga, in provincia di Macerata le Terme Santa Lucia a Tolentino e le Terme di Sarnano; in provincia di Fermo le Terme di Palme a Torre di Palme e in provincia di Ascoli Piceno le Nuove Terme di Acquasanta ad Acquasanta Terme.

Hobby & Sport Lo sapevate che il Monte Conero è uno dei punti di avvistamento migliori per lo studio delle rotte migratorie degli uccelli: più di 5.800 rapaci appartenenti a 17 specie, cicogne, gru ed un Ibis eremita, hanno sorvolato nel 2013 il Parco del Conero.

Tradizioni Sono 19 i borghi marchigiani riconosciuti fra I borghi più belli d’Italia dal Touring Club Italiano come meta ideale per trascorrere le vacanze. Sapete anche quali sono?

Enogastronomia E’il Verdicchio il vino bianco fermo più premiato dalle guide italiane per il 2014 mentre in terza posizione per quanto riguarda le preferenze c’e’la Passerina.

Mani sapienti Una regione che ha fatto dell’artigianalità e dell’alta qualità dei suoi prodotti la sua vera ragion d’essere! Due i principali distretti industriali: quello tessile nell’anconetano e quello calzaturiero – il più grande d’Italia – a cavallo tra le province di Ascoli, Fermo e Macerata.

Che viaggio marchigiano sei? Scoprilo facendo il Quiz EasyWeek su www.whymarche.com e sulla nostra pagina Facebook

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_TURISMO_

Viste da occhi stranieri “Nella mia vita ho svolto tantissimi lavori, non mi è mai piaciuta l’idea di fare una sola cosa. Studiare e conoscere è senz’altro la mia passione: ho tre lauree in settori molto diversi tra loro, chimica, giornalismo e risorse umane. Ho lavorato come professore di fisica, matematica e chimica per otto anni. Può sembrare strano, ma proprio così è nata l’idea dei giochi: volevo trovare un modo di rendere più piacevole la matematica. Col mio team di lavoro abbiamo studiato la pedagogia, la matematica ricreativa, la psicologia. La logica era il fattore comune a tutte queste discipline e i nostri giochi si incastravano perfettamente a questa tematica. In tutto il mio percorso di studi l’utilizzo dei giochi rimaneva sempre costante: prima solo progetti educativi, poi formazione, lavorando con le aziende e strutturando progetti destinati ai manager. Una volta ero in autobus e ho avuto un’idea, ma non avevo un pezzo di carta sulla quale svilupparla. Il tempo di rincasare e…l’avevo dimenticata! Qualche giorno dopo nel cuore della notte, mi sono svegliato col ricordo di quel gioco: così è nato Sparta, il primo di una serie di 14 giochi che mi fa dire di essere un design di giochi logico matematici. Da questo momento è partito il processo vero e proprio di creazione di nuovi giochi ludici per la formazione aziendale e per lo sviluppo di processi. Più o meno nella mia esperienza di formazione ho lavorato utilizzando circa 1.100 giochi, mentre quelli che producevamo con la nostra azienda in Brasile – nata nel 2003 - erano oltre 100, da quelli per bambini molto piccoli fino a quelli per veri e propri appassionati, di altissimo livello, ma sempre con una base concreta. La sfida è far vedere come la matematica abbia sempre una ricaduta pratica. In Italia sono arrivato nel 2011 e il nostro lavoro è iniziato con uno scambio culturale tra due scuole, una di Bahia e una di Fano. A febbraio del 2011 abbiamo avviato un progetto con la scuola Padalino di Fano: 1200 alunni. L’anno successivo, l’Istituto Comprensivo Corridoni coi suoi 800 alunni. Lle scuole hanno iniziato ad autofinanziarsi e siamo arrivati a lavorare con 3mila bambini a Fano. I primi approcci erano basati sulla cultura, si parlava di interculturalità e si utilizzavano i giochi per far conoscere ed apprezzare l’altro. Da quest’anno lavoriamo anche a Jesi con la scuola Collodi. Ovviamente l’applicazione del gioco dipende dal target: con i bambini si fa una cosa, con i ragazzi delle superiori si lavora anche sul team building, sul management oppure sulle competenze linguistiche: per giocare si deve capire le regole di un gioco e farlo nella “sua” lingua. Quello che ho iniziato a fare in Brasile e che continuo ora a fare nelle Marche è progettare un gioco logico/matematico per un processo qualsiasi che sia in grado di illustrare perfettamente il procedimento di cui si vuole parlare o che si vuole insegnare. Forse le Marche per questo mio progetto lavorativo non sono il luogo migliore: a volte penso che dovrei andare all’estero, a Roma o Milano. Ma non ci riesco: io sono appassionato delle Marche!Santa Maria Nuova per me è uno dei posti più belli che abbia mai visto in vita mia: ogni mattina, non importa il freddo, apro la finestra e guardo fuori! Le Marche sono la perfetta cartolina dell’Italia, sono autentiche: guidi e sulla tua strada trovi sempre un trattore! Ma non mi da fastidio, perché penso “questa è l’anima di un territorio dove il rapporto con la terra è molto profondo”. Il paesaggio nelle Marche è completo: abbiamo un mare che mi piace tantissimo, anche se mi mancano le onde dell’oceano; le colline, sono la mia vita oggi; le montagne, i Sibillini sono ad un passo. Con un’ora di macchina io sono in grado di raggiungere tutto. E poi la storia, l’arte: Leopardi, Piero Della Francesca, la Montessori…sono geni che hanno lasciato un’eredità nel nostro territorio. Un pomeriggio non ho niente da fare? Basta fare un giro e vedere le mura di Jesi o di Osimo: sono 3 volte più antiche del mio Paese. Quando entro in una chiesa, gli affreschi mi colpiscono. In una città qualsiasi delle Marche, entri in un centro storico e fai un viaggio meraviglioso. E ce ancora un’altra cosa…come si mangia nelle Marche?! Il mio piatto preferito è di certo il coniglio in porchetta, ma anche la polenta salsiccia e funghi. Io amo il cibo fatto in casa, quello della tradizione: un piatto fatto in 10 minuti, con gli ingredienti più semplici al mondo, ma che quando lo assaggi ti conquista. La cucina che c’è nelle Marche non la si trova da per tutto!”

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Oggi conosciamo Fernando Marcelino, quarantaduenne brasiliano originario di San Paolo. Un uomo eclettico e dalle mille idee, che gioca per lavoro, innamorato delle Marche e di tutte le sue sfumature.

Perché i marchigiani dovrebbero visitare il Brasile Io sono nato a San Paolo ma ho vissuto in tutto il Brasile: per 5 anni, zaino in spalla, ho viaggiato senza mai fermarmi più di 15 giorni. La spiaggia di Arrrail do Cabo, un’acqua come quella non l’ho mai vista: senza occhialini, vedi per 15 metri di profondità. E’ qualcosa di indimenticabile. E poi Chapada dos Guimaraes: una cascata di 470 metri d’altezza, dei paesaggi indescrivibili. E’ una cosa pazzesca! Sempre rimanendo in tema di paesaggi naturali, questo è uno di quei luoghi più bello al mondo: Bonito. Prendi una moneta, la lanci dentro al fiume la cui profondità varia tra i 12 e 15 mt, vedi la moneta che scende e dove cade perché l’acqua è completamente


trasparente, piena di pesci di tutte le misure e colori, pieno di piante. E’ fantastico! Per chi ama gli animali, da visitare il Pantal: una pianura piena d’acqua, più grande della Francia! Se guardi un albero, puoi non riuscire a vedere l’albero per quanti uccelli delle specie più varie ci sono. Ci sono laghi dove non riesci a remare per quanti coccodrilli ci sono. I pappagalli di tutti i colori, rettili, pesci grandissimi: un ecosistema che non ha eguali al mondo! A livello storico e culturale sicuramente consiglierei di vedere una città che si chiama Ouro Preto a Minas Gerais. Ci sono alcune delle chiese più belle di tutto il Brasile e qui è vissuto e ha creato uno degli scultori più importanti della nostra storia O Aleijadinho.

“Às vezes penso que talvez a região Marche não seja o melhor lugar para este tipo de projeto: penso que poderia ser melhor para o meu trabalho ir para Roma ou Milão. Mas não consigo sair daqui: sou apaixonado por este lugar, le Marche!Santa Maria Nuova para mim é um dos lugares mais lindos que eu tenha visto em toda minha vida: todo dia, não importa o frio que faça, abro a janela e olho para a paisagem! Le Marche são o perfeito cartão postal da Itália. Quando estava no Brasil, às vezes imaginava como poderia ser a Itália e quando cheguei aqui encontrei praticamente tudo aquilo com que sonhava em um só lugar. Le Marche é autêntica: quando você dirige encontra sempre um trator no caminho! Mas isto não me incomoda porque sempre penso “esta é a alma de um território onde a relação com a terra é muito profunda”. Para mim a paisagem Marchigiana é completa: temos um belo mar que eu adoro, mesmo se faltam as ondas do oceano com que estou acostumado; as colinas são a minha vida hoje, amo percorrê-las com a Montain Bike; as montanhas, os montes Sibillini estão a um passo, aprendi a gostar do Sky também, que no Brasil não existe. Com uma hora de carro posso chegar a tudo isto! E além disto temos a história, a arte: Leopardi, Piero Della Francesca, Maria Montessori… são gênios que deixaram uma herança em nosso território. Uma tarde não tenho nada pra fazer? Basta dar uma volta e ver os muros de Jesi ou de Osimo: são mais antigos que o meu país. Quando entro em uma igreja, os afrescos me impressionam. Em uma cidade qualquer em Marche, apenas entre no centro histórico e se inicia uma viagem maravilhosa. E tem também uma outra coisa… como se come bem aqui em Marche! O meu prato preferido é, seguramente, o coelho em porchetta, mas sou louco pela polenta com linguiça e cogumelos. Eu amo a comida feita em casa, aquela da tradição: um prato feito em apenas 10 minutos, com ingredientes simples e comuns, mas que quando você o experimenta te conquista. A cozinha que se faz aqui em Marche não se encontra em todo lugar!”

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_ENOGASTRONOMIA_

Diretta di Decanter dal Festival Internazionale del Brodetto di Fano

Un anno di…

n anno importante questo 2013 che sta per chiudersi per l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini e per il mondo del vitivinicolo marchigiano. Dodici mesi nei quali ancora una volta il settore dell’agroalimentare ha dimostrato di essere una freccia fondamentale all’arco della promozione e della valorizzazione non solo dei prodotti e delle realtà che ne fanno parte, ma del territorio marchigiano tutto. Perché oggi per attirare l’attenzione dei turisti e dei viaggiatori, non basta più essere “belli e buoni”: bisogna sapersi raccontare, emozionare, regalare un’esperienza. Come la madeleine di cui parla Marcel Proust: un ricordo talmente forte da tenere la memoria legata ad un luogo, ad una situazione, ad una sensazione, far sì che la mente ritorni a quel momento. Solo così si può sperare di far arrivare visitatori nel nostro territorio e fare in modo che le Marche assumano quella preminenza che, ad una regione così tanto ricca di meraviglie, spetta. E’ compito però di tutti gli attori di un territorio fare in modo che questa immagine possa costruirsi in chi non conosce il nostro territorio ed i nostri prodotti. E di certo, questo è quello che dal momento della sua fondazione fa l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini: lavorare non solo per i soci, non solo per promuovere il vino marchigiano, ma per fare luce a quel Brand Marche sotto la cui egida sono raccolte le eccezionalità ed unicità marchigiane. Essere un consorzio di tutela non ha mai significato per l’Istituto Marchigiano Tutela Vini guardare solo al proprio orticello; al contrario, creare rete, fare squadra, unirsi e confrontarsi con le altre realtà forti sul territorio dal punto di vista dell’arte, della cultura, della musica è sempre stata una missione chiara, come anche rafforza l’immagine all’estero partecipando a fiere e ad eventi che fossero in grado di dare la giusta visibilità ad un mondo che ha voglia di investire, di farsi conoscere, di vincere la sfida della globalizzazione. Il 2013 è stato ricco di importantissimi esempi di questo tipo, di

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L’IMT ospite della trasmissione TG2 Insieme

momenti nei quali la perfetta fusione tra eventi e promozione ha dato vita a quel marketing territoriale senza il quale ormai aziende di piccole e medie dimensioni non potrebbero sfruttare a pieno la loro forza più importante: una qualità seconda a nessuno. Mare, terra, musica e cultura sono state le quattro direttive che hanno orientato l’azione dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini nel 2013, le stesse che anche la Regione Marche – istituzione con quale c’è una totale condivisione degli obiettivi e degli scenari futuri confermata dalla partecipazione ai vari tavoli regionali

per definire la stesura dei bandi per il Piano Nazionale di sviluppo, la Ristrutturazione vigneti ed il nuovo programma di Sviluppo Rurale 2014/2020 – ha dimostrato di voler perseguire. Una presenza capillare sul territorio marchigiano, in tutte le manifestazioni più importanti: dal Vinitaly, vera e propria patria del vino, vetrina imprescindibile per un territorio come il nostro che ha proprio in questo settore uno dei pochi segni in crescita, a Musicultura, altro evento di rilevanza assoluta nel quale la poesia della musica e delle parole si è sposata perfettamente a


Dici Marche e pensi Verdicchio. Ma l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini ha fatto in questo 2013 molto di più: promuovere tutto il settore del vitivinicolo marchigiano ed il Brand Marche

quella del gusto unico ed irripetibile dei nostri migliori vitigni; dalla partecipazione alle Fiere del Tartufo di Pergola ed Acqualagna, dove il prodotto più prezioso della nostra terra è stato esaltato dalla combinazione con i vini marchigiani altrettanto ricchi di gusto e profumo, a quella al Festival del Brodetto, elemento imprescindibile della marinara Fano e piatto che non può fare a meno di abbinarsi agli alfieri del mondo vitivinicolo marchigiano; da Tipicità A Vongolopolis e Fritto Misto, tre manifestazioni che coinvolgono il

vino! Vinitaly 2013

sud delle Marche e che rappresentano sul territorio due degli eventi più conosciuti, fino a Popshopia ed a Verdi ed il Verdicchio, per dimostrare come cultura non sia solo filosofia e musica, ma anche saper bere e conoscere la storia che c’è dietro ad un vino, talvolta davvero unica e particolare come quella che si svela durante Appassimenti Aperti a Serrapetrona. Costante anche ovviamente il rapporto con le più importanti fiere nazionali, basti pensare alla fondamentale partecipazione ad Eataly dove si può trovare solo il ghota del mondo dell’enogastronomia, ed internazionali: essere al Prowein di Dusseldorf significa calcare uno dei più importanti palcoscenici europei. Sì, perché l’estero rappresenta fuori da ogni dubbio l’orizzonte verso il quale rivolgersi: l’export è l’ossigeno che serve alle nostre aziende, i mercati internazionali sono quelli ai quali strizzare l’occhio dalla Germania e la Russia in Europa, al

Registrazione Linea Verde Orizzonti alla Fiera Nazionale del Tartufo di Acqualagna

Canada, Stati Uniti e Cina. Farsi conoscere in un mondo che va veloce e che ha imput da ogni parte, è fondamentale. E per questo anche su questo versante l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini è stato molto attivo. Tanti gli eventi organizzati per favorire l’incoming di buyer e giornalisti stranieri sul territorio offrendolo loro la possibilità di partecipare a degustazioni ed approfondimenti all’Enoteca Regionale di Jesi. Forte anche l’impegno di formazione ed informazione con l’organizzazione di convegni mirati all’aggiornamento degli associati e dei consumatori e la partecipazione a tavole rotonde nazionali e regionali, così come a trasmissioni radio e televisive quali Rai Radio 1-2-3, Decanter, Tg2 Incontri, Tg1 Economia,Tg2 Costume e Società, TGR Marche, Linea Verde Orizzonti, Fuori di Gusto, La Vita in Diretta, Tv Centro Marche e Spazio Eventi – Tvrs. Un modus operandi che spazia a 360° quello dell’Istituto Marchigiano Tutela Vini e che ne fa un punto di riferimento della vitivinicoltura regionale, grazie anche alla collaborazione attiva con i vari enti operanti sul territorio: Camere di Commercio, Istituti di credito, Comuni, ed aziende pubblico/private. Un sistema che ha nel Verdicchio la sua punta di diamante: il principe dei vitigni marchigiani, l’ambasciatore che fa percepire la qualità assoluta dei prodotti delle nostre vigne, il più premiato dalle guide di settore anche in questo anno, protagonista di una campagna radiofonica come “Verdicchio… potevi dirlo prima!!!” in grado di catalizzare come mai prima l’attenzione su questo meraviglioso vino. Un vero orgoglio per il territorio, ma anche la locomotiva in scia alla quale tutti gli altri vitigni autoctoni, con le loro specificità ed unicità, potranno porsi, riuscendo così a proporsi sui mercati e a conquistarli. E per l’anno che verrà? Sono previsti oltre 3milioni di € da investire nell’attività promozionale sia sul mercato interno che internazionale.

Alberto Mazzoni Direttore IMT e il Presidente Gianfranco Garofoli

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_ENOGASTRONOMIA_

Natale Made in Marche P

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arlare di Marche significa in pratica poter scegliere un argomento a caso e potervi rintracciare una nostra particolarità: cosa questa che in poche altre parti del mondo è possibile! Non voglio certo tediarvi con lunghi racconti delle nostre tradizioni culinarie… non serve ribadire ancora una volta quanta varietà abbiamo la fortuna di poter assaggiare: piatti prelibati e succulenti, dolci e salati, che ci accompagnano felicemente nei nostri giorni. D’estate o d’inverno, in occasione delle festività religiose e laiche, noi marchigiani abbiamo sempre una pietanza proveniente dalla trazione che arricchisce, impreziosisce e decora le nostre tavole. Spesso, o forse sempre, ricette tramandate di generazione in generazione, a volta leggermente modificate nella loro composizione e lavorazione di zona in zona. L’avvicinarsi del Natale sembra essere il momento ideale per ricordare a tutti quei dolcetti tipici, provenienti dalla tradizione e dal folklore paesano e contadino che sono i “cavallucci di Cingoli”.

< < < di CINZIA PELAGAGGE < < <


Panettone? Pandoro? Certo, ma provate a portare in

tavola anche i Cavallucci di Cingoli! Questi inimitabili dolcetti, dalla particolare forma a mezza luna, che ricorda appunto la figura di un cavallo, sono tipiche leccornie natalizie del “Balcone delle Marche” che negli anni sono entrate nella consuetudine alimentare del Natale di tutta la regione, insieme a panettoni, pandori e torroni. La tecnica di preparazione viene tramandata di generazione in generazione; oggi sono soprattutto le nonne a custodirne ancora la ricetta, nonostante sia diventato frequente e normale trovarne in forni, pasticcerie e supermercati anche fuori da Cingoli. Non è precisamente nota l’origine dei Cavallucci. Si presuppone però che la loro diffusione si sia è verificata nell’alto Medio Evo e che fossero soprattutto diffusi nelle fasce rurali e meno abbienti della popolazione cingolana, in quanto, per la loro preparazione, vengono utilizzati ingredienti semplici, poveri e di facile reperibilità. Questo dolce della tradizione sicuramente un dolce sostanzioso, decisamente poco dietetico, che può essere inserito nel genere delle paste farcite. Ma nonostante sia una golosissima prelibatezza iper-calorica nel periodo natalizio, i cavallucci vengono serviti e gustati a tutte le ore del giorno: a colazione invece di biscotti e brioche, a merenda, a fine pranzo, per l’aperitivo o dopo cena con dell’ottimo vino cotto. L’ingrediente fondamentale ed essenziale dei cavallucci di Cingoli è la sapa: lo sciroppo dolcissimo che si ottiene dalla bollitura del mosto, rigorosamente in casseruole di rame. Tradizione cingolana vuole che, durante il procedimento di riduzione, vengano inserite nel mosto delle noci dal guscio particolarmente duro per evitare che il liquido dolciastro si attacchi sul fondo, ma per quale principio ciò avvenga la tradizione non lo spiega. E’ invece noto e risaputo che la sapa, oggi diventata preziosa e costosa - ricordiamo che da 4 litri di mosto si ricava appena un litro di sciroppo – era conosciuta ed utilizzata già nell’antica Roma e per molti secoli, considerata lo zucchero dei poveri, in quanto estremamente dolce e di facile e semplice conservazione. Insieme alla sapa, gli altri ingredienti che compongono il ripieno per i cavallucci sono: noci, mandorle e nocciole tritate, pane grattato, marsala, caffè, cacao e frutta candita. Un impasto scuro, granuloso, profumatissimo, ghiotto e che per le nonne di Cingoli si chiama “ntocca”. Anche la pasta – a mezza luna, che ricorda un cavalluccio – è preparata con pochi ingredienti, semplici e genuini: farina, olio, vino bianco e zucchero. La sfoglia così composta, tagliata a piccoli rettangoli, con il ripieno sopra, viene chiusa a portafoglio, lasciando la chiusura nella parte inferiore e dandole una

leggera curvatura. Si sigillano bene i lati, con l’aiuto di una forchetta in modo tale che vengano impressi sulle due codine dei solchi che ricordano appunto le zampe del cavallo. Per finire, prima di cuocerli si fanno dei taglietti sul dorso con le forbici, una sorta di criniera. Ogni nonna ha poi la sua tradizione da seguire anche per le decorazioni di fine cottura: ci son quelle che usano alchermes e zucchero semolato, solo zucchero a velo oppure vengono lasciati bianchi. Comunque, sono sempre prelibati ed hanno l’ineguagliabile pregio di mantenersi croccanti e friabili per diverso tempo, almeno fino all’epifania. Quest’anno, dopo tanti anni in cui ho visto preparare i cavallucci, affiancando la mia nonna o mamma, che preparavano la loro versione, ho scoperto che la loro ricetta è letteralmente “a occhio” e le dosi rispondono rigorosamente ad un simpatico “te regoli”.

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_INTERNAZIONALIZZAZIONE_

Marchet, l’azienda speciale della Camera di Commercio di Ancona promuove l’eccellenza dell’Agrifood marchigiano con importatori americani

L’agroalimentare marchigiano negli l settore agroalimentare tiene. Una buona notizia tra i numeri della crisi economica: nei primi sei mesi le Marche hanno registrato esportazioni per 170 milioni di euro con una crescita del 13% rispetto allo stesso periodo del 2012. Sembra che il mondo abbia voglia di Made in Italy e l’agroalimentare ha un ruolo da traino per tutta l’economia. Tra i prodotti food più esportati troviamo al primo posto il vino, poi la pasta, l’olio e i salumi. Visto il contesto in trasformazione, per cogliere le primissime opportunità di esportare l’agroalimentare locale, Marchet - l’Azienda Speciale della Camera di Commercio di Ancona - in collaborazione con la Coldiretti e la Confartigianato ha organizzato un progetto promozionale destinato proprio al mercato nord americano. Un progetto che fin dall’inizio ha individuato le aziende e i prodotti più interessanti per il mercato USA: sono stati selezionati 3 importatori statunitensi che valorizzassero al meglio le caratteristiche del territorio marchigiano. Delle oltre 30 aziende che hanno aderito con le caratteristiche richieste dal bando, sono state selezionate insieme ai distributori quelle che meglio rispondevano al loro modello di business. Il progetto ha previsto oltre il contatto con buyer e importatori americani, la partecipazione a seminari formativi su economia USA, logistica, etichettatura, tracciabilità del prodotto, di fatto su tutti gli aspetti strategici per poter vendere il prodotto in un mercato complesso come gli Stati Uniti. Un progetto quindi a 360° iniziato a giugno, che si concluderà la prossima primavera e che ha fornito ai partecipanti la struttura base per potersi rivolgere al mercato degli Stati Uniti. Il punto di forza delle produzioni locali in USA è l’immagine evocativa del

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prodotto agroalimentare Made in Italy: un prodotto di qualità, dove c’è ancora un rapporto reale tra chi produce e la terra, la genuinità che si può trovare mangiando o bevendo vino italiano.“Ad oggi – ricorda il Presidente di Marchet Giorgio Cataldi – abbiamo ottenuto riscontri positivi sulla selezione dei produttori, sulla qualità ed artigianalità dei prodotti e sull’organizzazione delle visite aziendali da parte degli importatori. I due incoming organizzati nei mesi scorsi ci hanno fatto ben sperare ed ora siamo in attesa che le imprese ci diano conferma degli ordini ricevuti per il 2014 dagli importatori del comparto “food”I-Gourmet e Newport Specialty Food. Intanto, prossima tappa per la conquista degli USA è l’incoming del vino: a febbraio infatti sarà la volta di un gruppo di importatori della Adonna Imports che verrà nelle Marche per trovare ed acquistare il vino marchigiano adatto a soddisfare i gusti del palato statunitense. Tra le aziende partecipanti: la Bruco Dolciaria, Pastificio Marcozzi, Ralo’/Castellino, Si.Gi., Ipsa, Caffè del Faro, Marini Azzolini, Agriturismo Bartolacci, Dolcevita, Az. Agr. Serra di Mezzo.

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_INNOVAZIONE_

Mettete insieme una passione, quella per la moto, la voglia di scoprire nuovi luoghi viaggiando, l’amore assoluto per la propria terra, una mente imprenditoriale ed una piccola dose di “pazzia”, ed avrete gli ingredienti fondamentali del progetto “Scopri

Promuovere via Perche definire un viaggio in moto innovativo? Perché quello fatto da Andrea Allegrezza la scorsa estate ha qualcosa in più: porta con se la voglia di far conoscere la propria terra!

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artiamo da un dato di fatto, poco lusinghiero, che però è stato il punto di partenza per questo viaggio/progetto… “A me piace molto viaggiare e fermarmi a parlare con le persone che incontro, chiedendo della loro terra e raccontando delle mia. Il problema però è che davvero in pochi conoscono le Marche! Se parli di centro Italia, tutti sanno dove si trovano Umbria e Toscana…ma la nostra regione è sconosciuta ai più: per la mia esperienza, potrei dire che il 95% non ci conosce. Rimini, Perugia, Assisi, Bologna…poi Roma, Milano, Firenze, Venezia e Verona, un po’la Sicilia, magari Napoli, ma si fermano qui. Proprio questo per assurdo mi ha incoraggiato perché se sei sconosciuto, devi farti conoscere, hai la possibilità di crescere. La Toscana per esempio è inflazionata, anche perché costa davvero molto soggiornarvi e quindi non è più la meta preferita. L’Umbria è già un buon compromesso, ma le Marche hanno davvero tutto un percorso da poter fare davanti a se!”. Ed ecco che nasce l’idea del tuo viaggio! Perché e come? “Devo dire la verità, la volontà di promozione nasce dopo quella del viaggio. Era il 2011, ritornavo da un altro viaggio in solitaria in moto lungo tutta la costa croata, da Ancona a Dubrovnik: davvero una bella esperienza che volevo ripetere.

Il pensiero è stato quello di un“coast to coast europeo”che anche cercando sui vari siti di appassionati di moto, nessuno aveva mai fatto. Ho toccato 13 Paesi: Grecia, Turchia, Bulgaria, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria, Germania, Svizzera, Francia, Nord della Spagna, Portogallo, Sud della Spagna, Sud della Francia. 12 mila km in 21 giorni: sicuramente estrema. Ma il viaggio in questo caso è fatto per viaggiare non tanto per fermarsi, anche se essendo un attento osservatore riesci a cogliere tanti particolari, negli incontri, nel modo di mangiare, nelle usanze. L’idea di farlo diventare promozionale e venuta nel corso della preparazione del viaggio. Mi piace andare a vedere cosa fanno gli altri, andando a cercare nei siti dei moto viaggiatori. Ho notato che diversi compivano viaggi come questi essendo sponsorizzati, anche se di solito per un prodotto legato alla moto o all’abbigliamento del motociclista o di riviste di settore. Ho iniziato a mettere insieme i pezzi, riflettendo: la nostra regione è pressoché sconosciuta all’estero, se non per rapporti personali o lavorativi; io lavoro nel territorio marchigiano e conoscono tutta una serie di realtà che come me hanno anche rapporti con l’estero; prodotti da far conoscere al mondo, ne abbiamo quanti vogliamo; a livello naturalistico ciò che possiedono le Marche in molti altri se lo sognano, una varietà spettacolare tra mare montagne e colline, in relativamente pochi km da nord a sud. Perché allora non unire tutte queste cose?”. Una volta avuta “l’illuminazione”, quali sono stati i primi passi? “Per prima cosa si è creato il logo, unendo la moto e la regione. Grazie ad un mio amico e alla sua azienda, la Push&Pull di Chiaravalle, è stato facile trovarlo: una moto, impennata, col il serbatoio a forma di regione Marche. Abbiamo fatto varie prove per cercare il tipo di moto giusta, l’inclinazione giusta…fondo nero, moto bianca, serbatoio verde come le Marche. Secondo passo, scegliere il nome: Scopri la mia terra – Le Marche. E così da semplice viaggio, è diventato un viaggio – progetto promozionale dove ho anche cercato di coinvolgere più aziende possibili. Di questo progetto


la mia terra – Le Marche”. E definirlo progetto è più corretto che chiamarlo semplicemente viaggio, anche se nella pratica di questo si tratta: 21 giorni in moto in solitaria, attraverso l’Europa. Ma questa era solo l’idea di partenza perché poi…

Scopri la mia terra – Le Marche è: facebook Scopri la Mia Terra – Le Marche web www.motoclubbaffocorse.it youtube Scopri la Mia Terra – Le Marche

aggiando nei primi giorni del 2013 ne avevo parlato con un mio amico che mi ha messo in contatto con il presidente del Motoclub Baffo Corse di Ancona, che si è trovato in linea con me e ha voluto appoggiarmi: un aiuto importante per far conoscere il progetto. Ad aprile ho creato la pagina facebook e ho dato degli imput per la sezione turismo della pagina facebook del Motoclub. Poi ho iniziato a cercare contatti a livello di media e tv locali: non è stato semplice inizialmente, però più mi ascoltavano, più si creava l’interesse”. In effetti diverse aziende hanno poi aderito al tuo progetto. In che maniera le hai pubblicizzate? “Intanto nel sito del Motoclub ci sono tutti i link delle aziende che hanno voluto partecipare e dalla pagina facebook dedicata mettevo il “mi piace” in quelle degli sponsor in modo da creare traffico reciproco: dall’impresa di famiglia, fino alla Fiberpasta di Monsano, alla Cantina Terra Cruda, al gommista di fiducia, a Marchigiando. Poi ovviamente ho portato con me magliette, cappellini, altri gadget da regalare nelle varie tappe del mio viaggio, compatibilmente al carico che potevo portare viaggiando appunto in moto e da solo. Per me la cosa importante era che chi decideva di partecipare, dovesse credere nel progetto perché se questa prima esperienza fosse andata bene, avrei ripetuto il viaggio, organizzato in modo ancora più preciso e puntuale”. E? Ci sarà una seconda edizione allora? “Sì! I riscontri che ho avuto mi hanno convinto a ripropor-

re una seconda esperienza di questo tipo, anche se devo essere sincero, forse per incoscienza avevo già pronto in cantiere il percorso del viaggio 2014! Toccherò stavolta i Paesi del Nord dell’Europa, sempre nel periodo estivo, tra luglio ed agosto. Tirando le fila alla fine del viaggio, non posso che essere soddisfatto: basta guardare i numeri della pagina facebook, degli 850 contatti, più di 200 sono esteri e sono tutti venuti dopo il mio passaggio nelle varie nazioni. Possono sembrare numeri piccoli, ma mi danno modo di pensare in maniera ottimistica. Adesso sicuramente ci conoscono tanti più italiani, tante persone del territorio iniziano a seguire la pagina, questo ha fatto prodotto incontri molto interessanti e nuove idee, reti che si stanno creando e che saranno utilissime ai fini della promozione del nostro territorio che poi è l’obiettivo stesso del viaggio fatto e di quello che farò: ambiente, prodotti, storia, artigianato, enogastronomia. Un universo da sviluppare e sviluppabile. Se tutti quelli che nel loro piccolo, come me, stanno cercando di promuovere le Marche si mettono insieme…possiamo davvero fare tanto per il nostro territorio!”. WHY MARCHE

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PRODUTTORE QUALIFICATO PRODUTTORE QUALIFICATO TRASFORMAZIONE DEL LEGNO TRASFORMAZIONE DEL LEGNO CERTIFICATO N. 076/09-CL CERTIFICATO N. 076/09-CL RILASCIATO DAL RILASCIATO DAL MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI

case subissati

PRODUTTORE QUALIFICATO PRODUTTORE QUALIFICATO TRASFORMAZIONE DELL’ACCIAIO TRASFORMAZIONE DELL’ACCIAIO CERTIFICATO N. 1263/11 CERTIFICATO N. 1263/11 RILASCIATO DAL RILASCIATO DAL MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI

ATTESTAZIONE SOA CATEgOrIA OS32 ClaSSe IV OS33 ClaSSe II

SISTEMA QUALITà CErTIfICAZIONE ISO 9001

SISTEMA DI gESTIONE AMBIENTALE CErTIfICAZIONE ISO 14001

SISTEMA DI gESTIONE SICUrEZZA E SALUTE SUI LUOgHI DI LAVOrO CErTIfICAZIONE OHSaS 18001


Lab Tec: il laboratorio diffuso di

_FORMAZIONE_

Unicam e Confindustria Un progetto che vede coinvolte importanti aziende del territorio e che punta sulla rete

stato presentato ufficialmente nei giorni scorsi il progetto di rete “Lab Tec”, il laboratorio diffuso nato dalla sinergia tra l’Università di Camerino e Confindustria Macerata e grazie alla collaborazione di importanti aziende quali Nuova Simonelli, Delta, Faggiolati Pumps e Ica. “Lab Tec” vuole essere una rete di imprese per la creazione di un laboratorio diffuso, attraverso il quale i laboratori, le attrezzature, le strumentazioni tecnico-scientifiche, il personale tecnico e i ricercatori, messi a disposizione da parte dei soggetti partecipanti alla rete, possano essere utilizzati per la realizzazione di un programma di rete ben definito. “L’attuale difficile contesto socio-economico - ha dichiarato il rettore Unicam prof. Flavio Corradini - non agevola e non consente nuovi significativi investimenti o duplicazioni di laboratori di ricerca complessi; nasce pertanto la necessità di mettere a fattor comune risorse umane e materiali appartenenti alle singole imprese o istituzioni. E’ per questo che abbiamo fortemente voluto avviare questo importante progetto, che è aperto a chiunque voglia aderire. Sono convinto che sia sempre più necessaria una maggiore collaborazione tra l’università e le imprese per favorire lo sviluppo e l’innovazione del nostro territorio: è questo che vogliamo fare anche grazie a Lab Tec”. “Il Progetto di rete Lab Tec è importante e significativo – ha sostenuto il Presidente Confindustria Macerata Giovanni Clementoni - in quanto è il prodotto di due elementi essenziali: la collaborazione attiva tra mondo dell’impresa e Università e la capacità di realizzare il concetto di fare rete. In questo momento storico diviene imperativo fare sinergia per raggiungere obiettivi comuni, che rendano concrete iniziative che a livello individuale risulterebbero di difficile attuazione. Abbiamo fatto squadra, tra imprese con l’Università, perseguendo un fine collettivo, motivati da un interesse condiviso per il benessere dell’intero tessuto economico e sociale, in coerenza con i principi in cui da sempre Confindustria crede. Questo Progetto favorisce lo scambio nella reciprocità di competenze, nel rispetto dei ruoli, non solo per affrontare con successo la congiuntura negativa attuale, ma per

E’

IL

Il P R E S IDE NT E C O NF INDU ST R IA M A C E R A T A G IO V A NNI C L EMEN T ON I INS IE M E A L R E T T O R E U NIC A M P R O F . F LA V IO C O R R A DINI

mettere le basi a collaborazioni sempre più ampie e diffuse sul territorio”. L’obiettivo strategico principale di tutti gli appartenenti a Lab Tec è quello di una sempre maggiore innovazione e dell’innalzamento della loro capacità competitiva. In particolare, Lab Tec vuole formare e valorizzare il capitale umano, favorire la creazione di imprese ad alto contenuto innovativo, fornire servizi innovativi e di ricerca, strumentazione e tecnologia alle piccole e medie imprese, promuovere un ambiente di lavoro che favorisca fantasia e creatività, favorire la creazione di prodotti altamente qualificati destinati a mercati internazionali. L’Università di Camerino si impegna a svolgere un ruolo importante per lo sviluppo della rete: oltre a mettere a disposizione di tutti i soggetti aderenti alla rete le proprie risorse, tutta la strumentazione disponibile nei laboratori, in particolare, della Scuola di Scienze e Tecnologie e della Scuola di Scienze del farmaco e dei prodotti della salute, promuoverà le attività previste dalla rete stessa, svolgendo un ruolo di impulso sul territorio sia a livello nazionale, che europeo ed extraeuropeo. Inoltre, svolgerà anche il ruolo di facilitatore per favorire il maggiore utilizzo del laboratorio diffuso, pur verificando il rispetto delle condizioni poste a garanzia di ogni singolo soggetto aderente alla rete.

Tutte le informazioni sono disponibili nel sito web http://labtec.unicam.it/ www.unicam.it comunicazione.relazioniesterne@unicam.it www.unicam.info

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ome si esce dall’empasse? Facendo, costruendo, realizzando. Non ci si può più limitare alla conta dei danni di una crisi che, per quanto si affaccino timidissimi segnali di ripersa, continua ad attanagliare la nostra vita. E chi la guarda con più paura ma anche con più voglia di combatterla, è il popolo dei giovani, quelli che ancora hanno tutta una strada da fare davanti a se. Peccato che, se fino ad una decina di anni fa, dopo la laurea c’era solo da decidere quale sentiero lavorativo imboccare, adesso c’è da rimboccarsi le maniche e costruirne uno, centimetro dopo centimetro. Ma non è la volontà che manca: sono spesso le opportunità, in una lotta continua tra banche che non fanno le banche e quindi non finanziano i progetti, una burocrazia che schiaccia l’iniziativa e un mondo imprenditoriale che non assume più perché non ha più certezze ne capacità di programmare. Una soluzione però sembra esserci.

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ne laboratori di ricerca, sinergie, esperienze. Non è di certo cosa facile ad oggi, quando le risorse destinate alla formazione vengono di continuo tagliate, trovare i fondi necessari ad impegnarsi anche nell’investimento in nuove idee. Siamo sinceri: un ateneo è un po’ come un’azienda, i conti alla fine devono riportare. E se è già difficile mantenersi in linea con lo standard solito riconosciuto da sempre alle università italiane quando c’è da stringere la cin-

ghia, si può comprendere come lo sforzo fatto dai nostri atenei deve essere davvero impegnativo. Quello che è certo è che una risorsa come questa è fondamentale per dare un nuovo impulso ad un’imprenditorialità che nelle Marche è sempre stata motivo di vanto e che tutt’ora dimostra di essere la risposta alla crisi di questo territorio. Oggi allora vogliamo chiedere ai nostri Rettori di raccontarci proprio alcune di queste espe-

Mille e una ricetta per uscire dalla crisi. Ma forse la più utile è anche la più semplice: creare opportunità per chi ha voglia di fare, per chi ha idee, per chi è pronto a scommettere su un futuro migliore

Giovani&Università: connubio vincente?

Girando per convegni, conferenze, incontri sembra che le giovani menti imprenditoriali abbiano trovato spesso un valido aiuto proprio nell’ultima istituzione che li ha cresciuti: l’Università! E ancora una volta allora, nella società della conoscenza, proprio chi è deputato a creare la classe dirigente di domani spesso decide di andare oltre la propria missione formativa e si offre a collaborare davvero con i neo laureati, sposando progetti di start up, mettendo a disposizio-

_UNIVERSITA’_

rienze. Quelle in cui il sodalizio università-studente non finisce nel momento in cui si consegna l’agognata pergamena, ma inizia proprio in quel momento. Storie di aziende nate come start up universitarie, o di progetti che hanno visto la luce anche grazie al loro appoggio e contributo o anche quelle di dottorandi che hanno avuto la possibilità di trasformare la propria visione in qualcosa di concreto. Perché il dialogo tra i centri di formazione, i destinatari della stessa e il tessuto lavorativo di un territorio deve essere continuo per poter guardare oltre e ricominciare a creare quel “valore-lavoro” che rappresenta la base per la rinascita. E di certo per gli studenti universitari spaventati dal cosa sarà dopo, poter vivere esperienze di altri che grazie proprio a questa collaborazione sinergica sono riusciti a trovare la propria strada, rappresenta una forza motrice fondamentale oggi più che mai.

RUOTAMI


Il contributo del rettore STEFANO PIVATO

“La recessione economica ha evidenziato che in Italia occorre un salto di qualità del settore produttivo: servono imprese più grandi, più tecnologiche, più internazionalizzate. Uno slogan ricorrente è che il lavoro non si cerca, ma si crea. E’ dunque tempo che i giovani, specie quelli con qualifiche professionali più elevate, fondino la propria impresa. Una soluzione che potrebbe essere la risposta almeno al problema del basso tasso tecnologico delle imprese italiane. Nel caso delle Marche, i dati OCSE sulle caratteristiche della domanda e dell’offerta di lavoro mostrano un eccesso di lavoro qualificato rispetto alle esigenze delle imprese. Questo gap positivo di capitale umano potrebbe quindi rappresentare una opportunità per favorire la nascita di nuove imprese in un contesto socio-economico come quello marchigiano tradizionalmente orientato all’imprenditorialità. Ma la decisione di diventare imprenditori si scontra in Italia con un contesto poco favorevole. Secondo il recente rapporto della Banca Mondiale, Doing Business 2014, l’Italia è al 65 posto nella graduatoria (in ordine decrescente) dei 189 paesi dove è più facile fare impresa. In questo contesto qual è il ruolo delle università? La riforma cosiddetta “Gelmini” ha previsto il trasferimento della conoscenza al territorio e l’Ateneo di Urbino si è rapidamente adeguato, approvando un nuovo regolamento spin-off e istituendo un ufficio dedicato (il KTO – Knowledge Transfer Office) che si è attivato per promuovere l’imprenditorialità dei docenti, dei ricercatori e dei giovani (laureandi, neolaureati, dottorandi, titolari di borse contratti o assegni di ricerca). E i risultati ci sono: a partire dal 2011 sono stati accreditati tre nuovi spin-off mentre un quarto sta percorrendo in queste settimane l’iter di accreditamento; il KTO ha poi ricevuto negli ultimi mesi richieste di informazioni e di appoggio da parte di una dozzina di gruppi di lavoro che, con diversi livelli di maturità, stanno elaborando nuove idee imprenditoriali in vari campi della ricerca (scienze motorie, psicopedagogia, energie rinnovabili, editoria digitale, turismo accessibile, servizi informatici)”.

“Il passaggio da una civiltà dei consumi ad una civiltà del sapere, induce il mondo imprenditoriale a prestare concreta attenzione alle opportunità che l’università e la ricerca scientifica offrono in termini di conoscenza e di talenti. Per tale motivo l’Università Politecnica delle Marche da anni ha sviluppato un continuo dialogo con il mondo imprenditoriale promuovendo strumenti per favorirne il dialogo. Fra questi, le borse di dottorato cofinanziate, la banca dati della ricerca, il progetto Innovazione con Confindustria Marche e Banca Marche, il progetto Smiling con Legacoop, Cna, Confindustria e Confapi, I cluster Tecnologici. Da diversi anni siamo inoltre attivi a promuovere nei nostri giovani studenti e dottorandi una cultura imprenditoriale che arriva fino ad accompagnarli nella creazione di imprese capaci di valorizzare le loro attività di ricerca, mettendo loro disposizione figure qualificate per il supporto, docenti di riferimento, strutture e spazi universitari: circa 32 imprese attive con oltre 150 giovani. Questa attenzione ci ha premiato nella valutazione della qualità della ricerca fatta dal Ministero: ci siamo classificati al terzo posto in Italia per capacità di avviare imprese innovative. Siamo stati promotori insieme ad un partner industriale e al Comune di Jesi dell’incubatore J3 (jcube) recentemente Certificato. Vista l’attenzione che ho avuto verso questo fenomeno anche da docente, aiutando 3 gruppi di studenti a fondare altrettante società spin-off, da Rettore vorrei dare un maggior impulso alla cultura imprenditoriale dei nostri giovani attraverso specifici progetti. Ad esempio favorendo l’incontro con le imprese. Possiamo mettere in contatto diretto il mondo del lavoro con i nostri laureati, oppure favorire tirocini e stage in realtà particolarmente interessanti. In questo rapporto di conoscenza i nostri ragazzi imparano certo, ma sono anche portatori di conoscenza. I tempi sono ormai maturi per una nuova imprenditorialità: non più solo quella che nasce dall’intuizione dell’artigiano, ma quella che si origina dalla conoscenza, da studenti che sono andati all’estero, son tornati arricchiti e adesso pronti a creare la loro impresa. Noi siamo al loro fianco per aiutarli …”

UNIVERSITA’ DI URBINO

Il contributo del rettore SAURO LONGHI

UNIVERSITA’ DI ANCONA

“E’ uno dei compiti primari di un Ateneo quello di fornire ai propri laureati gli strumenti più idonei per affrontare il mondo del lavoro. L’Università di Macerata si muove su diversi fronti e la risposta è molto positiva. Un grandissimo successo ha riscosso il nuovo Laboratorio Umanistico per la creatività e l’innovazione – Luci, che rappresenta il nostro incubatore di impresa, pensato per avvicinare studenti e dottorandi all’auto-imprenditorialità attraverso il confronto con esperti e professionisti -Iginio Straffi è stato protagonista del primo incontro con imprenditori che hanno fatto dell’innovazione un’arma vincente - e attraverso attività di formazione, volta a fornire gli strumenti di base per “fare impresa”. E’ in dirittura di arrivo anche il nostro primo spin off, che sarà dedicato a servizi e consulenze a supporto dell’internazionalizzazione. Un altro spin off nascerà all’interno del progetto “Play Marche” vincitore del bando regionale sul “Distretto culturale evoluto”: l’obiettivo è quello di sviluppare una filiera produttiva nell’ambito delle nuove tecnologie ICT applicate alla divulgazione e alla valorizzazione dei beni culturali del territorio maceratese, in maniera innovativa attraverso il linguaggio del gioco. Sono, infine, più che raddoppiati i nostri dottorati di ricerca applicata, presentati in collaborazione con le aziende, che hanno ottenuto il finanziato dalla Regione Marche nell’ambito del bando Eureka 2013. Questi risultati dimostrano quello che ritengo un fattore distintivo del nostro Ateneo, e cioè la capacità di portare innovazione anche all’interno del sistema produttivo grazie all’autorevole specializzazione nel campo delle scienze umane e sociali, giuridiche ed economiche”.

Il contributo del rettore Luigi Lacchè

UNIVERSITA’ DI MACERATA

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WHY MARCHE

“Sono molteplici le iniziative e le collaborazioni che l’Università di Camerino ha messo in campo per incentivare i nostri giovani laureati alla creazione d’impresa. Siamo convinti che investire in ricerca e innovazione, attraverso azioni che possano favorire l’auto-imprenditorialità dei nostri laureati, possa rappresentare lo strumento per superare questo momento di crisi e riavviare il processo di sviluppo del nostro territorio. L’Università, oltre a produrre risultati di ricerca, ‘produce’ capitale umano, ossia laureati, dottori di ricerca e giovani ricercatori che possono assumere un ruolo centrale nel trasferimento di conoscenze all’interno delle imprese e assumere un ruolo di volano per l’innovazione imprenditoriale e per lo sviluppo del territorio. Vogliamo dunque individuare intelligenze e talenti, far emergere le potenzialità dei nostri studenti e aiutarli nel settore dell’auto-imprenditorialità insieme alle imprese e agli enti del territorio per la creazione, ad esempio, di start up innovative e di spin off universitari: questo genera occupazione giovanile e creativa. I nostri spin off sono esperienze di successo e vantano già diversi prodotti commercializzati, altri sono in fase di costituzione, grazie ad idee innovative dei nostri ricercatori e laureati. Siamo dunque intenzionati a proseguire nel mettere in campo tutte le iniziative possibili per favorire le start up e le imprese innovative, anche grazie a collaborazioni con soggetti quali The Hive – Incubatore e Coworking e l’Ordine dei dottori Commercialisti e degli esperti contabili di Macerata e Camerino, e con quanti vorranno condividere questo percorso. Cerchiamo in tutti i modi di aiutare i nostri giovani a realizzare i propri sogni. E’ in questo modo che le nuove generazioni potranno trovare una adeguata collocazione nel mondo del lavoro per contribuire a mantenere alta la competitività del nostro Paese”.

Il contributo del rettore FLAVIO CORRADINI

UNIVERSITA’ DI CAMERINO


_ARTE E CULTURA_

Un amanuense. Un castello. Un’ energia poten Appena si arriva al Castello si ha subito la sensazione di trovarsi in un luogo unico, che fonde alla perfezione l’antico ed il moderno, la tradizione e la tecnologia. Quando si entra, si rimane sbigottiti nel vedere l’arco gotico curvo in pietra – l’unico di questa tipologia ci sottolinea il padrone di casa – e nell’ascoltare un silenzio carico di storia: quella che viene creata per ogni pezzo unico, per ogni miniatura, per ogni pergamena. Si potrebbe pensare quasi di trovarsi in un luogo deserto tanto è ovattato questo ambiente…e pensare che in questo Scriptorium gli amanuensi sono solo donne! Ma la sorpresa e la curiosità aumentano quando Malleus inizia a parlare… uando ci si trova di fronte a qualcosa di così particolare, non si può fare in meno di chiedersi come nasce un’idea come questa? “La scrittura è stata un’avventura piacevole che mi ha accompagnato fin da bambino: sono stato uno degli ultimi fortunati a poter scrivere col pennino ad inchiostro. Anche se a livello lavorativo tutto questo è venuto in un secondo momento. Io sono un musicista compositore ed un ingegnere del suono e nel 1978 aprii il primo studio di registrazione delle Marche ad Albacina: prima si andava a Bologna, a Milano, a Roma. Una scelta quella di portare la discografia qui che mi ripagò totalmente, il lavoro era davvero tanto. Nel 1980 poi mi sposai e, quasi per gioco e per divertimento, scrissi io a mano tutte le 160 partecipazioni, sfruttando questa mia abilità: un successo clamoroso! Mi venne allora l’idea di creare una Bottega di Scrittura, ma il mio lavoro di studio non mi permetteva di lanciarmi in altri progetti; quindi questa idea finì nel terzo cassetto della mia scrivania. L’occasione di cambiamento me la offrì, come spesso accade, un momento di profonda crisi, quella che nel 1988 rase praticamente al suolo l’industria discografica italiana con il fallimento di 30 delle più famose case disco-

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<<< di

Eleonora Baldi <<<


nte che origina pace e creatività.

Elementi che fanno pensare ad una storia antica, ad una leggenda. E in un certo senso il Castello Malleus, regno del celebre amanuense marchigiano, leggenda lo è grazie ad un filo conduttore che affonda le sue radici dalla notte dei tempi fino ai giorni nostri.

grafiche del nostro paese. Nel frattempo morì mio fratello e tanto per completare il quadro, la banca mi chiese un rientro immediato di 60 milioni. Ho sempre creduto molto in me stesso, tant’è vero che il motto del Castello recita“Cerca la verità dentro di te”, le risposte possiamo trovarle solo dentro di noi. Mi sono ritirato nell’eremo della Madonna dell’Acquarella dove mi sono rinchiuso per 10 giorni da solo in meditazione. Il messaggio che ho ricevuto è stato netto ed incontrovertibile: un’immagine filmica di me, di spalle, alla mia scrivania che aprivo il terzo cassetto per tirarne fuori una cartella, quella con su scritto“Antica Bottega Amanuense”. Un input non facile da portare avanti, perché proprio alle fine degli anni ’80 la tecnologia iniziava a prendere campo con stampanti, plotter e quant’altro. Ovviamente, tornare da un eremo e dire di voler aprire una bottega amanuense non era proprio comprensibile a tutti…” Ma la forza della sua illuminazione della volontà l’ha convinta a proseguire ad imboccare questa strada. “Ho dovuto lottare davvero molto per imporre questa mia idea, ma io non avevo dubbi. Era il 1988. Sapevo di avere una bella calligrafia, ma questo non significa essere un amanuense. Ho iniziato a fare corsi, stage, approfondimenti da maestri, tutti all’estero. Ognuno di loro ti insegna un carattere, una filosofia, una linea di lavoro. Ho approfondito tutta la parte di paleografia e poi pian piano ho acquisto la destrezza nel saper scrivere tutti i caratteri che vanno dall’a.C ad oggi. Ma fare l’amanuense non significa solo saper scrivere”. Ci dica di più di questa figura così particolare: chi è l’amanuense? “Intanto bisogna aver conoscenza anche della parte alchemica per WHY MARCHE

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_ARTE E CULTURA_

realizzarsi gli inchiostri, i colori, le tempere. Poi si deve essere in grado di saper realizzare le miniature e di utilizzare l’oro zecchino a rilievo. Essere un perito chimico mi ha facilitato, perché intanto mi ha permesso di poter acquistare alcuni componenti per fare gli inchiostri. L’amanuense è quello che partendo da un foglio di carta bianco è in grado di creare un esemplare unico, da farti rimanere sbalordito: ci sono delle miniature all’interno strabilianti, che contengono tutto un mondo in un centimetro quadrato oppure testi decorati a rilievo. Da quel foglio di carta bianco, nasce un’opera d’arte. E’necessaria una conoscenza ampissima che va dal saper temperare le penne d’oca, al saper fare i colori o preparare i pennelli. Ci vuole tantissima concentrazione e la mano deve essere in grado di dare lo stesso risultato alle 9 della mattina come alle 17 del pomeriggio”. Difficile nell’era della tecnologia assoluta pensare che ancora questa tipologia di arte possa rappresentare una professione… “Questa meravigliosa arte tramandata dai monaci ha rischiato davvero di scomparire. Oggi esiste l’Associazione Nazionale dei Calligrafici che raccoglie professionisti ed insegnanti, ma dal 1988 al 1990 io fui l’unico amanuense d’Italia. E’un impegno importante decidere in questa epoca di realizzare qualcosa in un unico esemplare. Viviamo di una nicchia di mercato spessa come un foglio di carta. Per questo il lavoro di calligrafia è svolto di solito in piccolissime botteghe artigiane, dove ci sono solo il maestro ed il suo allievo. Il Castello Malleus è l’unico esemplare di attività amanuense in cui lavorano 13 persone: è un’eccezionalità assoluta!”. Un lavoro davvero particolare, come lo è il luogo in cui esso si svolge: il Castello Malleus! “Dal 1983 eravamo a Villa Colloredo, una meravigliosa villa recanatese, abbandonata prima del nostro arrivo, dove avevamo trasportato gli studi di registrazione e dove nel 1988 costruimmo lo Scriptorium. Nel tempo ci siamo resi conto che però quello non era il“nostro”posto. Abbiamo iniziato a girare per trovare alternative, ma sembrava davvero che non ce ne fossero. E ancora una volta, l’illuminazione è arrivata grazie all’aspetto onirico. Nel 2005 andai con mio cognato – il proprietario della casa vinicola Strologo – al Salone del Gusto di Torino. Si partiva alle 6 di mattina e la sera prima avevo dormito praticamente nulla. A Rimini sud mi addormentai. Feci un sogno vigile spettacolare, nel quale volavo in questo castello già costruito, girando, cogliendo i dettagli, osservando ogni particolare. Un sogno brevissimo: mi svegliai a Rimini Nord. Presi carta e penna e riempii tutto il blocco notes con i ricordi del mio sogno”. Una visione che poi ha saputo trasformare in realtà: come? “Anche in questo caso in un primo momento lasciai questa idea chiusa nel cassetto. Ma proprio come accadde nel 1988 per l’avvio della Bottega Amanuense il momento della meditazione mi diede le riposte. Ancora una volta mi ritirai in monastero. Una sera parlavo con l’abate di discipline olistiche ed energia e raccontai come dal sogno mi fosse arrivata l’idea del Castello. Lui rimase folgorato e mi condusse in una biblioteca dove mi mostrò una pergamena. Una storia che inizia nel 590 d.C. quando una lingua di fuoco precipitata dal cielo – così racconta Paolo Diacono – creò un grandissimo cratere sul quale fu edificata una fortezza protagonista di strani accadimenti: di notte, dai margini dello scavo del Castello, qualsiasi manufatto o pietra appartenente alle fondamenta risultava visibile e dotato di una luce intensa e propria. Presto il luogo divenne meta di pellegrinaggi fino a quando nel 594 la pia Teodalinda, spaventata dall’inspiegabilità del fenomeno decise di far radere al suolo Castello per nascondere ogni traccia. Nel 1403 però questo luogo torna a far parlare di se, quando un monaco accampatosi qui per la notte a causa della testardaggine del suo mulo che non voleva proseguire e di lancinanti dolori alla schiena, racconta di uno strano sogno: era un manovale, intento a costruire lì una fortezza, pervaso da un senso di benessere e pace. Al risveglio, quel mal di schiena che da anni lo tormentava era sparito. Non potè dunque fare a meno di prendere nota di quel sogno ed annotare i punti di riferimento per ritrovarlo, un giorno”. A ritrovarlo però non fu quel monaco, ma lei! “Si, grazie ad una pergamena mostratami dal mio amico abate nella quale erano tracciati i punti di riferimento lasciati dal monaco. Individuai più o meno la zona, ma ovviamente non la posizione precisa: in 600 anni l’orografia del territorio cambia! Lo trovai finalmente una sera d’agosto: ho subito percepito l’energia potentissima che c’era in questo luogo. Come mi sono seduto a terra, una vampata di energia positiva mi ha invaso: il mio cammino era finito, questo era il posto giusto per costruire il Castello che oggi ospita la mia Bottega Amanuense! Ho chiamato degli specialisti per avere conferma se il punto da me trovato corrispondesse al centro dell’energia e in quel punto esatto far edificare il Castello, realizzato secondo l’egida delle geometrie sacre e della sezione aurea, riallineando il progetto di costruzione per far si che l’energia“producesse”pace e creatività”.

Una storia davvero unica, come irripetibili sono le opere d’arte scrittoria che qui nascono. w

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_ARTE E CULTURA_

“Leone che uccide” di Cinzia Pelagagge

Tutt’altro che morbido L’angolo Noir di Alessandro Morbidelli Cinzia Pelagagge è una che di arte se ne intende: la sua è una scrittura dura, come il marmo di certe sculture anconetane che si affacciano dalla Cattedrale di San Ciriaco verso il mare. È lei, cingolana, l’ospite indiscussa di questo nuovo appuntamento con il noir marchigiano.

Vuoi provare con un tuo racconto? Solo tre regole: Marche, noir e 4000 battute, spazi inclusi. Spediscilo a: a.morbidelli@whymarche.com

Buona lettura!

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entre raggiungeva San Ciriaco, a piedi, sentiva la testa vuota e leggera. Il cuore le batteva lento. Aveva percorso la strada a passo spedito, con i suoi piedi belli. Era arrivata la sera, buia e triste. Lei, invece, si sentiva sollevata, tranquilla ed estremamente calma. C’era la nebbia. Una nebbia densa, avvolgente e quasi calda che accarezzava e ammantava tutto. Si trovò il duomo davanti, imponente e carico di storia, sulla sommità del colle. Il marmo rosso di Verona del protiro sembrava spiccare fasciato dalla nebbia. E così i due leoni massicci, pesanti, forti e immobili. Sedette sulle scale fredde e consumate. Davanti a lei la nebbia e in lontananza le luci di una nave che stava lasciando quel porto chissà per quale altro porto: niente è più emozionante di una nave che prende il largo, per il suo viaggio. Aspettò. “Arriva più lontano la rabbia di una persona tradita o quella di una rifiutata?” se lo domandava da giorni, da quando finalmente si era resa conto che quanto aveva sempre amato, ciò che aveva gelosamente protetto e curato, era sinuosamente e viscidamente scivolato via da lei per poi far ritorno. La confusione regnava sovrana nella sua testa, nel suo cuore e in ogni particella del suo corpo. Non sapeva se voleva imporsi di continuare a proteggere qualcosa che voleva, qualche cosa che aveva paura di avere o qualche cosa che non voleva più. La figura della donna si materializzò davanti ai suoi occhi, avvolta nella nebbia. Era lei. Era lei la causa e il motivo di tutto. Era lei che l’aveva fatto a pezzi, piccoli piccoli. Era lei che aveva mollato e era lei che aveva vinto. Clamorosamente vinto. Era lei che, spavalda, l’aveva chiamata. “I figli degli psichiatri sono pazzi”. esordì con la

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Consigli di lettura:

sua voce gaia e tagliente. “E io sono pazza?” le rispose lei alzandosi, senza togliere lo sguardo dai suoi occhioni, di cui non riusciva a distinguere il colore. “Non del tutto, credevo…” ed esplose nella sua risata esuberante. Non immaginava e non si spiegava il motivo di quell’incontro. Perché davanti ai leoni del duomo e non in un bar, in un parcheggio, in piazza, al Passetto o sotto casa? Non aveva fatto domande e non aveva replicato. Aveva assecondato la sua richiesta. Era stata puntuale, ma non capiva. Il silenzio stava diventando pesante ed imbarazzante. “Son tutti giù al Giuliani…” disse avvicinandosi al leone di sinistra. “Io sono quasi pazza… ed esigo che mi spieghi in parole semplici perché me lo hai portato via e poi lo hai rotto, irrimediabilmente...” le uscirono quelle parole che non erano neanche lontanamente simili al discorso che aveva preparato e ripetuto settanta volte. La guardò allibita, ma non sorpresa. Sconcertata, ma fiera. “Meglio rotto che niente” sibilò distratta. Percorse con i suoi occhi grandi tutta la colonna, si soffermò sul capitello e poi appoggiò la mano,

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quella con l’anello al mignolo, sulla criniera dell’animale inerte e tornò a guardarla interrogativa, con quel sorriso da vincente sulle labbra carnose. Un istante dopo furono così vicine che poté sentire i loro due cuori battere forte, nonostante i pesanti cappotti e la nebbia. Pensò di percepire anche il freddo del marmo. Da sempre, il leone è simbolo indiscusso di forza e coraggio. Nel Medio Evo si credeva nascessero morti e che tornassero in vita solo dopo che il padre avesse soffiato su di loro. Chi era il figlio e chi il re leone? Chi aveva soffiato “vita” a chi? Chi aveva veramente e realmente trasgredito e chi s’era guastato? Quando si è irrimediabilmente rotti e danneggiati che destino si può avere? Fu un attimo. Fu più facile di quanto avesse mai immaginato sbatterle la testa due o forse tre volte sulla criniera del leone. Quello di sinistra. L’ aveva scelto lei. Poi era scivolata a terra, lenta, quasi con cura ed eleganza, e una macchia di sangue si era allargata sotto di lei. Era partita per il suo viaggio. Non un gemito, non un grido, non una parola. Sentì freddo.

“L’acqua tace” di Pelagio D’Afro (Italic Pequod). Il cadavere di una ragazza emerge dalle acque di Lago Profondo, alle pendici del Monte Conero, a pochi metri dalle spiagge rocciose di Portonovo. Un gruppo di aristocratici, attori e letterati (tra i quali Gabriele D’Annunzio) chiusi in una torre assieme alla corte dei servitori giocheranno una partita a scacchi con due poliziotti partenopei, Ciro Iaccarino e Francesco Maria Conti. Una storia nera in costume nell’Italia di inizio Novecento; una folla di potenziali colpevoli messi a nudo nelle loro variegate psicologie. Pelagio D’Afro è lo pseudonimo di un autore multiplo, composto da Alessandro Papini, Arturo Fabra, Giuseppe D’Emilio e Roberto Fogliardi. Tutti e quattro, prima o poi, scriveranno un racconto per questa rubrica.


I PROFESSIONISTI DELLA MOBILITÀ AZIENDALE Lo sta ff dell’Agenzia Ta voni di Anc ona a na lizza le esigenze dell’Azienda e pia nific a la soluzione più c onveniente di noleggi e lea sing per a uto e veic oli c ommerc ia li La mobilità a zienda le è orma i diventa ta un a spetto importa nte dell’ a ttività di un’ impresa . Auto e veic oli c ommerc ia li non possono più essere a c quisiti senza un minimo di c onosc enza del settore, a nc he c on pa rtic ola re rigua rdo a lla tipologia di fina nzia mento c on c ui essi entra no nella disponibilità dell’ Azienda . Noleggio, lea sing o a c quisto diretto debbono essere va luta ti a ttenta mente e, per questo, a d Anc ona è presente da oltre 25 a nni una struttura c he svolge questa c onsulenza a fa vore delle Aziende. E’ l’ Agenzia Ta voni, ra ppresenta nte di G e C a pita l Interba nc a , soc ietà di lea sing del Gruppo G enera l Elec tric , e di diverse soc ietà di noleggio a lungo termine, c he oltre a lla predisposizione di semplic i preventivi e a lla stipula di c ontra tti, svolge una c onsulenza mira ta e a 360° gra di. C ONSULENZA FISCALE Unita mente a ll’ ela bora zione di una va nta ggiosa proposta c ommerc ia le, viene fornita a nc he una prec isa c onsulenza in ma teria di deduc ibilità fisc a le.

ANALISI E PIANIFICAZIONE DEL PARC O AZIENDALE Spesso, l’ Azienda utilizza veic oli non a da tti a lle proprie esigenze c on c osti sproporziona ti rispetto a i benefic i. Un’ a ttenta a na lisi del pa rc o a zienda le da pa rte dello sta ff Ta voni può ta glia re i c osti, migliora re l’ effic ienza e sfrutta re gli sc onti di sc a la . C ONSULENZA POST C ONTRATTUALE Per l’ Agenzia Ta voni la firma del c ontra tto ra ppresenta l’ inizio di un ra pporto c on il c liente, a c ui è messo a disposizione un ba c k offic e dedic a to per tutte le possibili evenienze del c ontra tto. RIC OLLOCAMENTO VEIC OLI USATI In c a so di a c quisizione di un nuovo veic olo, l’ Agenzia Ta voni può oc c upa rsi del ric olloc a mento dell’ usa to di proprietà . Spesso la volontà di stipula re un c ontra tto di lea sing o noleggio a lungo termine è immedia ta , ma il problema ma ggiore è la vendita del veic olo usa to. In questo c a so la permuta viene a c quisita da rivenditori c onvenziona ti c he pa ghera nno diretta -

mente a ll’ Azienda il c orrispettivo c onc orda to, a c c edendo, c osì, a va nta ggiose sc ontistic he sull’ a c quisizione del nuovo veic olo. REPERIMENTO VEIC OLI G ra zie a lla c olla bora zione diretta c on tutte le C a se a utomobilistic he, l’ Agenzia Ta voni è in gra do di reperire IN PRONTA C ONSEG NA a uto o veic oli c ommerc ia li nuovi o KM zero, a nc he i più ric hiesti, ga ra ntendo la serietà del fornitore oltre a d un servizio a i ma ssimi livelli. NOLEGGIO O LEASING SU V EIC OLO DA AC QUISTARE PRESSO IL FORNITORE INDIVIDUATO DAL C LIENTE Qua lora l’ Azienda a bbia individua to e sc elto il nuovo veic olo presso un proprio fornitore di fiduc ia , a nc he in questo c a so l’ Agenzia Ta voni può proc edere a lla stipula del c ontra tto di noleggio a lungo termine o lea sing.

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Primo Piano NERI MARCORE’

La marchigianità di Neri Marcorè

Chi se lo ricorda timido ma già dotato di un’energia e di una capacità di “tenere” il palco fuori dal normale già alla prima puntata di Stasera mi butto, sa che su Neri Marcorè si poteva solo scommettere. Un azzardo che ai botteghini avrebbe portato una vincita davvero irrisoria: quasi come puntare sul fatto che il sole sorga ogni mattina. Ci sono persone che riescono a catalizzare su di sé l’ attenzione e l’attore elpidiense è tra queste con la sua semplicità, la sua gentilezza, la sua simpatia, il suo essere un non personaggio. Sembra quasi che, nonostante oggi sia una tra le firme più importanti del cinema italiano, entri sempre in punta di piedi, con la forza però di chi può anche parlare a bassa voce perché la platea si ferma per ascoltarlo. Passato dalle imitazioni a ruoli molto più impegnativi sul piccolo e sul grande schermo, Neri Marcorè è uno dei simboli più belli e positivi della marchigianità, tanto da essere stato scelto proprio in questi ultimi mesi come testimonial dalla Regione Marche, succedendo a Dustin Hoffman.

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ELEONORA BALDI


ù i pi g g oa n so me c ggi i r e p o co t o o t o d i i e o d i, natventaegna : Ner gi n U at d i m p u t a o g amico e ore i osci solo nial m a t t i co n n o n i m o l e u n m a r rè è te s t e d e l f a a r co l o i l o n M n so estim che no a il t Mar m s t re no

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eri Marcorè e le Marche: ci racconta questo binomio? “Marchigiano di Porto Sant’Elpidio, dove sono nato e cresciuto, così come marchigiane sono le origini della mia famiglia: i miei nonni materni erano di Macerata e Recanati, poi si spostarono in Molise, dove nacque mia madre, prima di rientrare qualche anno più tardi; gli altri nonni e mio padre invece erano di Capodarco di Fermo. Figlio unico ma con tanti amici vicino casa, la campagna dietro, il mare a poca distanza, tutti e quattro i nonWHY MARCHE

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w ni a un tiro di voce, gli anni della mia fanciullezza e adolescenza sono stati placidi e stimolanti, protetti eppure liberi, ne ho ricordi meravigliosi”. Per alcuni l’idea di crescere in provincia non è affatto allettante. Lei cosa ne pensa? “Crescere in una piccola realtà di provincia potrà non essere esaltante per qualcuno, ma io penso abbia tantissimi vantaggi. Tutto è a misura d’uomo, c’è un maggiore contatto con la natura, una solidarietà tra le persone, tra la famiglie vicine, che considero più importante degli svantaggi che possono derivare dalla visibilità reciproca costante. Noi ragazzini godevamo di una sorta di rete di protezione sociale, oltre che familiare, e tanti erano gli esempi da seguire (o non seguire), tante le guide (gli adulti, gli anziani) alle quali rivolgersi. I valori che puoi ricevere, negli anni della formazione, da una società di questo tipo, fondata sulla famiglia, sulla solidarietà reciproca, ma anche sull’importanza del gioco e dell’esplorazione di quello che è attorno a te, è fondamentale nel momento in cui ti trovi poi a dover affrontare il mondo più grande che ti aspetta; può essere relativo a seconda dei casi, ma personalmente sono arrivato alla maturità dotato di un corredo ben sviluppato con cui decodificare il mondo esterno, persone e sistemi più complessi. Certo, quelli in cui sono cresciuto io erano anni diversi, ma è vero che le Marche anche oggi restano un’oasi particolare: non abbiamo mai avuto particolari problemi di criminalità e delinquenza, c’è un grado di convivenza civile molto alto e un benessere tutto sommato diffuso. Negli anni 80-90 poi la nostra era davvero una terra ricca di opportunità da un punto di vista occupazionale e sono cresciuto imparando che solo attraverso il lavoro, non rinunciando ai piaceri della vita, si potevano realizzare le proprie aspettative”. Traspare veramente un amore profondo per la sua terra da questi racconti… “Sinceramente io mi sento davvero fortunato ad essere cresciuto qui. E’ un posto magico, dove anche la fantasia trova il terreno giusto per potersi esprimere. Sarà stato forse l’avere il mare sempre davanti agli occhi, ma diventava naturale immaginare altro, orizzonti più

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ampi, spingersi oltre i limiti di quel che si poteva vedere e toccare. Ovviamente per chi aveva l’ambizione di superarli, questi limiti.” Gli anni dell’università e poi Roma, l’avventura nel mondo dello spettacolo…com’è cambiato nel tempo il suo rapporto con le Marche? “Mi sono progressivamente allontanato dal mio paese, prima frequentando il liceo linguistico ad Ancona, poi trasferendomi a Bologna per studiare alla Scuola per Interpreti e Traduttori. Se non avessi iniziato la carriera artistica, anziché spostarmi a Roma sarei sicuramente rimasto a Bologna; in ogni caso i legami prescindono dalla distanza fisica e quello che ho con le Marche non si è mai interrotto, né si interromperà. Intanto, qui vive ancora mia madre e tanti cari amici, quelli con i quali sono cresciuto. Sfrutto qualsiasi opportunità o pretesto per tornare qui, sia a livello personale che professionale. Tra queste, accettare l’incarico di direttore artistico del Teatro delle Api di Pse: contribuire con l’esperienza e le amicizie artistiche di questi 20 anni a rendere più interessanti (e meno onerose) possibile le stagioni teatrali, in stretta collaborazione con l’amministrazione locale e l’amat. Essere il testimonial della Regione Marche, tra l’altro, è anche conseguenza di un percorso e di un rapporto che mi lega da tempo alle istituzioni locali, proprio perché difficilmente mi tiro indietro quando si tratta di promuovere la mia regione, la mia terra”.

Lasciamo per un attimo il Marcorè marchigiano e parliamo dell’artista. Come è iniziata la sua carriera? “Come spesso succede, per caso. Mi divertivo da sempre a fare imitazioni e per gioco ho deciso di partecipare nel 1990 a Stasera mi butto. Il gioco poi però si è trasformato in una cosa seria perché arrivando in finale, ho avuto l’opportunità di entrare nel cast del programma Ricomincio da Due, ogni domenica pomeriggio su Rai2, prima con Raffaella Carrà e poi con Giancarlo Magalli. Da zero, in due anni, mi sono ritrovato ad avere un’esperienza di oltre 100 puntate in diretta: un battesimo di fuoco, visto che ero l’unico dilettante tra i finalisti di Stasera mi butto, e la televisione era (ed è) sicuramente il traguardo più ambito per chi già lavorava come cabarettista e voleva farsi conoscere di più”. E come ha vissuto questa esperienza quasi inaspettata? “Proprio perché quest’occasione mi è arrivata senza perseguirla spasmodicamente, me la sono vissuta con gran leggerezza, senza rinunciare alla grinta e al divertimento dell’impegno: un atteggiamento tranquillo di chi non aveva nulla da perdere ma tutto da guadagnare, cosciente del fatto che se questa strada si fosse interrotta avrei sempre fatto in tempo a tornare a occuparmi di traduzioni. E visto che a 23 anni di distanza ancora non si è interrotta...”. Ma davvero lei non aveva mai pensato, neanche come un sogno, ad una carriera artistica?


“Qualche contatto col mondo dello spettacolo in realtà c’era stato. Avevo partecipato ad un quiz radiofonico a Radio Aut, nel quale avevo cantato. Giancarlo Guardabassi, che conduceva, mi ha chiesto di unirmi al cast del suo show, che girava tra piazze e teatri, e la mia prima volta su un palco quindi è stata a 12 anni. Cantavo le canzoni dei Bee Gees. Qualche anno più tardi avevo imparato anche a destreggiarmi con la chitarra. E poi due anni prima di Stasera mi butto avevo anche partecipato alla Corrida. Quindi diciamo che seppure da dilettante il mondo dello spettacolo non mi era del tutto sconosciuto e magari qualche recondita ambizione di poterne far parte c’era, ma la strada che avevo scelto era diversa e non l’avrei abbandonata senza quelle opportunità di cui ho parlato. Opportunità che però non sono piovute dal cielo ma che mi sono procurato, quindi qualche responsabilità diretta ce l’ho... Mi piacevano i comici come Troisi, i mattatori come Sordi, Gassman, istrioni come Proietti, mi interessava il doppiaggio ma non ne sapevo niente realmente. Mentre studiavo a Bologna avevo comunque iniziato a fare qualche speakeraggio di filmati industriali, mi piaceva in generale lo studio e l’uso della voce. E’ stato solo a Roma poi, mentre facevo già televisione, che ho iniziato a fare doppiaggio a tutti gli effetti grazie alla pazienza di Michele Gammino, che mi faceva assistere al suo lavoro, quindi a imparare mese dopo mese, prima di farmi esordire in quei turni che vengono definiti di ‘brusio’ ”. Torniamo di nuovo alle Marche e al suo ruolo di testimonial. Sicuramente un mes-

saggio positivo la scelta di far raccontare un territorio a chi proprio qui è nato e cresciuto e quindi sa bene di cosa parlare… “La dirigenza della Regione ha fatto una scelta concettualmente opposta a quella di Hoffman testimonial, scegliendo non uno straniero che ha scoperto le Marche e se n’è innamorato, ma un marchigiano naturalmente fiero della sua terra che possa contribuire a farne innamorare chi ancora non la conosce. Le due scelte completano il quadro, secondo me. Che poi tra i tanti marchigiani conosciuti sia stato scelto io, è qualcosa che mi inorgoglisce e al tempo stesso mi responsabilizza ancor più. E’ una regione che ha tanti pregi, un paesaggio unico e vario nel raggio di pochi chilometri (mare, collina e montagna) e tutto sommato ben conservato, una cultura e un’industria enogastronomica in crescita, le abbazie, i luoghi di culto, i tanti teatri, i borghi antichi, le rievocazioni storiche, le manifestazioni sportive, i concerti... Le Marche hanno tantissime declinazioni: non è un caso che siamo l’unica regione d’Italia declinata al plurale”. Da testimonial, se dovesse consigliare un posto da vedere ed un piatto da assaggiare? “Indicare un luogo da vedere piuttosto che un altro o un piatto da mangiare in particolare sarebbe limitativo, oltre che ingiusto: ogni zona ha le sue caratteristiche e cavalli di battaglia e stare qui ad elencarli tutti sarebbe noioso. Posso dire che non abbiamo solo piatti dop ma anche luoghi dop. Un capitolo a sé meritano i vini: un tempo ai vini di qualità si associavano altre zone

d’Italia, come ad esempio Piemonte, Toscana e Trentino. Da qualche anno invece le nostre bottiglie stanno guadagnando posizioni di primissimo piano e premi internazionali. Le Strade del Vino rappresentano un ulteriore motivo di prestigio e attrazione della nostra regione. In buona sostanza, dovessi dare un consiglio al turista, sarebbe quello di lasciarsi andare senza una meta precisa, lasciarsi sorprendere dalla nostra terra, dai suoi scorci, dalla sua magia... quasi chiudendo gli occhi, non fosse poi un peccato tenerli chiusi. Le Marche le puoi girare con qualsiasi mezzo: a piedi, in macchina, in bicicletta, in moto... e vale la pena visitarle tutte, provincia per provincia, paese per paese, e quando si è stanchi fermarsi a rifocillarsi e riposare magari in un caffè di una piazza medievale o rinascimentale”. Per chi volesse vederla non solo in veste di testimonial, ma in quella di attore: quali sono i progetti per il 2014? “Attualmente sto girando ‘Questo nostro amore 70’ che è alla seconda serie e che andrà in onda non prima di un anno. Sono anche pronti alla messa in onda su Rai Uno due film: ‘Una Ferrari per due’ e ‘Una villa per due’ con la regia di Fabrizio Costa, previsti entrambi per febbraio. Per il cinema, una piccola partecipazione in ‘Smetto quando voglio’ di Sydney Sibilia e sarò il protagonista del film ‘Leoni’ di Pietro Parolin. Non so quando usciranno però. In teatro debutterò a marzo con lo spettacolo di Giorgio Gallione ‘Beatles Submarine’ insieme con la Banda Osiris: saremo in tourneè in tutta Italia fino a fine aprile. Nelle Marche, Pesaro il 28, 29 e 30 marzo”.

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Imprenditoria&Solidarietà PolePole significa piano piano. Di questa realtà nata nelle Marche e attiva in Africa, vi avevamo parlato già lo scorso anno proprio in questo periodo. Un’associazione benefica nata dalla voglia di realtà imprenditoriali forti sul territorio, quella della Gatto Cucine e della CBI Europe, di fare qualcosa di concreto e vero per chi ha veramente molto meno di noi, per bambini che un’istruzione se la sognano, per grandi che non hanno mai avuto un tetto vero sopra la testa, per malati che adesso vedono un po’ più da lontano la morte grazie all’aiuto di PolePole e delle due lady di ferro dietro questo progetto: Daniela Gatto ed Amneris Catena. Dopo un anno di conoscenza ci sembrava interessante andare a fare il punto della situazione per così dire, capire quali altri obiettivi erano stati raggiunti in 365 giorni, più o meno. Ma la cosa più bella, è stata sapere che un altro imprenditore del luogo si è aggiunto alla “spedizione”, portando un importante contributo economico. E non è che sia così scontato. Il periodo che si sta attraversando non è certo dei migliori e forse non tutti sarebbero in grado di guardare all’altro; magari, seppure con un’azienda in salute, si potrebbe pensare a mettere da parte, per accrescere la propria assicurazione. Ma, per fortuna, l’avidità non è un tratto distintivo poi così diffuso; almeno non nel nostro territorio, verrebbe da dire! Ad assicurare il proprio contributo a Pole Pole è stato infatti Andrea Lardini, imprenditore filottranese che con la Lardini – impresa assolutamente familiare - è riuscito a guadagnarsi nel tempo una posizione assolutamente di preminenza nel mondo del fashion, sia in Italia che all’estero.

erché decidere di fare beneficenza? “Potrei risponderti con il classico ‘l’imprenditore ha anche un importante ruolo sociale’, che sicuramente è vero ma pure un po’ troppo altisonante. Io non ho deciso di farlo perché mi sento investito di non so quale ruolo, ma semplicemente perché per educazione ho sempre avuto l’atteggiamento di chi preferisce dare piuttosto che ricevere. Ho imparato che se non si da, difficilmente qualcuno da a noi e, attenzione, non parlo di qualcosa di materiale: ricevere a livello spirituale qualcosa in cambio di ciò che si è donato è forse ancora più bello”. La Lardini è un’impresa di famiglia e proprio il concetto di “famiglia” permea molto le sue scelte, anche questa di solidarietà… “Finchè nella famiglia tutto funziona bene, i figli stanno bene, c’è un equilibrio di benessere, è importante credere nel divino o nell’astratto, in qualsiasi entità si voglia. E’ un compito che ogni essere umano dovrebbe sentire come proprio quello di aiutare chi invece questo benessere non ce l’ha. Nel mondo ci sono situazioni davvero gravi, non si può che cercare di capirle e in base ai nostri principi, provare a fare qualcosa. Noi siamo una famiglia cattolica, il rispetto per la dignità umana, per i diritti essenziali nella vita per noi è importante. Io ho fatto anni di collegio da giovane e già da lì, venire a contatto con storie diverse mi ha insegnato a fare attenzione all’altro da me e mi ha educato all’altruismo e al rispetto e mi ha fatto capire che fare qualcosa

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Una ricetta forse non per salvare il mondo, ma sicuramente per fare qualcosa perché, si può! per gli altri, quando non aggrava ovviamente la tua vita personale, è la strada che spesso aiuta a costruire il proprio equilibrio”. Pensa di andare a vedere cosa anche grazie al suo contributo ha realizzato PolePole? “Io vorrei fare tutto! Ma gli impegni lavorativi sono davvero fitti: in azienda dobbiamo preparare i vari campionari per le sfilate, gennaio sarà pieno di eventi di moda. Spero di riuscire in febbraio, perché sicuramente vedere con i miei occhi mi piacerebbe”. Un messaggio positivo la Lardini lo da non solo per il suo impegno in beneficenza ma anche per i suoi risultati in termini aziendali… “L’azienda è in crescita e questo è dovuto alla percezione che nei mercati esteri c’è del Made in Italy, a livello di design e qualità superiore agli altri. Ovviamente è fondamentale la ricerca sul prodotto, l’essere innovativi, il farsi riconoscere dal consumatore finale. In Giappone per esempio siamo davvero molto conosciuti. E questo fa estremamente piacere, se pensate che questa è un’azienda di prima generazione, creata da me, mio fratello e mia sorella nel 1978. E se stiamo attraversando un momento positivo oggi è merito del prodotto che facciamo ma anche delle persone che ci lavorano, perché la risorsa umana è fondamentale. La qualità è data dalle piccole cose, è una ricetta fatta di tanti ingredienti, che ci permette di cavalcare l’onda e di vivere comunque un momento sereno, anche se l’approccio è cambiato: prima magari bastava il nome del prodotto, bastava avere lo show room nelle città giuste, oggi dobbiamo essere noi imprenditori a stare sempre sul mercato, a farci vedere, perché si vuole conoscere chi c’è dietro al brand. Oltre al prodotto sono sempre più importanti le persone. Sono tanti gli ingredienti da legare e tra questi c’è anche la solidarietà, perché per tutta la nostra famiglia l’attenzione alle ‘persone’ e alla risorsa umana è fondamentale ”.

E’ grazie dunque a persone come Andrea Lardini, Amneris Catena, Daniela Gatto e tanti altri imprenditori marchigiani che un’Associazione come Pole Pole può cambiare, piano piano, situazioni davvero difficili. Nel corso del 2013 sono stati completati altri due caseggiati, tutti forniti di acqua corrente e , grazie proprio al contributo dei Lardini, di luce elettrica; dodici sono i bambini adottati e finalmente si è dato avvio alla prima scuola elementare, grazie anche all’aiuto di una fondazione Svizzera. Grazie all’impegno di medici volontari, sono state curate oltre 7 mila persone e sono stati effettuati interventi salvavita. Davvero una bella realtà, che merita di essere sostenuta!

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Le Marche solidali, per l’economia“del noi” Sono tante le ricette per uscire dall’attuale crisi economica, tante le idee, tante le proposte. Quanto portato avanti dall’Associazione REES Marche, però, non è un nuovo modo per“risolvere” la crisi quanto un modello di sviluppo economico, etico e sostenibile, che crea ricchezza attraverso l’ottica della solidarietà. L’Economia“del Noi”, cioè l’economia delle relazioni, è potenzialmente più capace di affrontare gli effetti della crisi grazie a rapporti diretti che permettono il recupero di micro percorsi economici assolutamente virtuosi in quanto locali. Ci spiega tutto questo Katya Mastantuono, Co-Presidente assieme a Valeria Bochi, dell’Associazione REES Marche, Rete di Economia Etica e Solidale con sede a Chiaravalle. he cosa è REES Marche e quali le finalità della sua associazione? “REES Marche è una rete strutturata creata una quindicina di anni fa che raccoglie gli interessi di 70 Gruppi di Acquisto Solidali (GAS) sparsi sull’intero territorio regionale, ognuno dei quali raggruppa un centinaio di famiglie, di circa 300 imprese che privilegiano le produzioni locali e la filiera corta, oltre ad Associazioni di volontariato e di promozione sociale. E’ nata attorno al cibo, ma questo ambito si è allargato ad altri settori. Le aziende aderenti stanno aumentando di numero e si diversificano per attività esercitata, ma tutti forniscono beni e servizi eticamente orientati ai gruppi di consumatori. Si va dalla produzione, distribuzione e trasformazione di prodotti di agricoltura biologica al commercio equo e solidale, dal risparmio energetico ed energie rinnovabili alla bioedilizia e bioarchitettura, dal turismo responsabile al software libero e mobilità sostenibile, dai servizi telefonici e assicurativi a quelli finanziari. Questi ultimi vengono proposti da Banca Etica che finanzia i progetti della rete”. Quindi una vera e propria banca? “Sì, Banca Etica, nostro socio fondatore, è l’istituto di credito che ha sposato questo tipo di economia, finanzia le imprese che adottano questa progettualità. I risparmiatori (37 mila soci), a loro volta, destinano i loro risparmi e le loro risorse verso questo modello di banca, una SCARL con statuto delle Banche Popolari e una struttura dotata di sedi in quasi tutti i capoluoghi di regione, tra cui Ancona. La nostra filiale ha re-

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ASSOCIAZIONE REES MARCHE

Rete di Economia Etica e Solidale delle Marche


Esiste un’altra economia, quella solidale - in Italia copre quasi il 4% del PIL - che si propone di affrontare in maniera sistemica la crisi economica in atto. Nella nostra regione questo concetto viene portato avanti dall’Associazione REES che raccoglie circa 300 imprese e numerosi gruppi di acquisto, associazioni di volontariato e di promozione sociale. gistrato una delle migliori performance a livello nazionale, perché le Marche sono molto sensibili a queste problematiche e, pertanto, molti risparmiatori hanno preferito destinare il proprio denaro a Banca Etica. Effettua credito a tassi di mercato non speculativi: un circuito molto positivo per noi”. Il no profit è un vostro cavallo di battaglia. “Sì, ma non l’unico. L’Altra economia è un mondo variegato, riconducibile ad un fare economia in modo etico e solidale, orientato al ben-vivere e ben-essere delle comunità locali. Tutta la nostra attività e quella dei nostri associati è rivolta al bene comune e non al profitto della singola impresa. Le nostre imprese quando hanno successo piuttosto che ingrandirsi si “gemmano”, cioè si duplicano e si diffondono, generando una crescita diffusa e non dimensionale. Vanno recuperati i valori e l’identità dei territori, altrimenti l’economia si spersonalizza e si perdono i profili che la rendono forte. Questa è la caratteristica del nostro modello organizzativo che consente a tutti i soggetti di avere una parità di intervento e nessuno si pone al di sopra di altri. Sono percorsi faticosi, ma duraturi, in quanto nascono dalla base”. E gli Enti Locali? “La nostra è una delle poche realtà a livello nazionale che intrattiene ottimi rapporti con gli Enti Locali. Il nostro obiettivo è creare i “microdistretti territoriali di economia virtuosa” , basata

sulle economie dei luoghi dove risiedono i nostri associati. Per questo i nostri interlocutori sono gli enti locali, comuni, provincie, Regione: la dimensione piccola dei nostri enti fa sì che la visione territoriale sia strategica. La Regione Marche è un ottimo interlocutore, lavoriamo con tutti i servizi regionali, abbiamo addirittura tenuto un corso di formazione per i funzionari per spiegare loro l’economia solidale, che ha registrato un grande interesse”. Come si inserisce il vostro progetto in un concetto di economia globale? “A noi la parola crescita non piace, preferiamo sviluppo: dà la dimensione del miglioramento, che non è solo quantitativo, ma anche qualitativo. Esistono certamente percorsi globali di assoluto interesse, ma l’economia, ed in particolare la finanza, ha provocato gravi danni alle economie dei singoli territori che, dal canto loro non hanno saputo schermarsi. Per cui quando la grande industria decide di abbandonare un certo territorio, quest’ultimo rimane svuotato e povero. Per questo si rende necessario ricostruire dal basso meccanismi molto semplici che consentano ai mestieri, alle professionalità e alle competenze manageriali di riconquistare quella dimensione locale che consenta loro di fare il passaggio in un momento di crisi come quello attuale. La nostra è un’azione molto operosa in quei territori dove l’economia dei flussi e dei capitali

ha lasciato problemi e disagi: fermano, pesarese e fabrianese. Si tratta di microeconomie che coniugano la produzione con il consumo. I produttori che rimangono sono quelli che appartengono al territorio e sono nella stessa situazione del consumatore, avendo a cuore il benessere e l’evoluzione del luogo. Non abbiamo preclusione per nessuno. Esempio ne è l’incontro tenuto con Confindustria in occasione del quale abbiamo spiegato il nostro modello di economia, ma anche i sindacati si ritrovano in questo tipo di esperienze, che possono diventare un esempio ed un laboratorio modello, certamente non spendibile ovunque ma, in molti casi, la soluzione più adatta”.

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Q uinto appuntamento con Daria P erego G arofoli, alla

Tokyo VS Shanghai

Due città, Tokio e Shanghai che occupano un posto particolare nell’immaginario comune, specie per chi non le hai mai viste ma sente forte la curiosità di conoscere nuovi mondi. Daria Perego Garofoli ci racconta con i suoi occhi queste due capitali volta esto

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Qu o bblig é d’o obiettivi e esser proprio il n co re. osenti da B ai o t r a P am a, or logn nuncio ri non s irway A ish ’ k E r u . T Asia lare a vo o vado in he consic d quan mpagnia rezzo rao c n a u p giare in un tutti: iag a o i per v rt”: poltro gl e l o v o e gion my-comf e reclina o s e s n e o m i n c i “e bus diss o a m d to ne co bo e vini l’aeropor l i a c r se bili, Lo scalo di pe a. A . à i s s g a l c l, enz tanbu de esperi rno e s I i d io n del g a gra é un que ora ollato da n ff qualu notte é a ersop a dell iriade di ze, z a m r le una tutte i modi i d ne ne r noi liate abbig versi e, pe lorii c più d ntali, fol e d i c oc stici.


alla scoperta di un oriente sempre pi ù vicino

La prima tappa è Tokyo dove ho prenotato un albergo non lussuoso, ma proprio nel cuore di Ginza, l’elegantissimo quartiere dello shopping. Per una come me che sostiene da sempre che le vie dello shopping sono uguali in tutte le più famose città del mondo, é una cosa strana. Non faccio normalmente una scelta simile, ma a Tokyo sì, perché in questa stupenda città non ci sono così tanti luoghi da visitare: è l’atmosfera del Giappone che si deve respirare. Vale la pena visitare il “Sensoji Temple”, il tempio buddista più antico, dove centinaia di turisti affollano le strade piene di bancarelle; il Palazzo Imperiale ed i suoi meravigliosi giardini; la Tokyo Tower; Tsukiji il mercato del pesce più grande del mondo dove turisti e visitatori arrivano prima dell’alba per mettersi in fila per la prima colazione a base di sushi freschissimo. Ci sono tanti altri siti e musei da visitare, ma la cosa più interessante è camminare e lasciarsi andare per apprezzare la cultura del rigore, della gentilezza e della pulizia, della civiltà e compostezza che sono gli aspetti straordinari di questo popolo. Un treno superveloce mi porta all’aeroporto di Narita e con un volo Air China raggiungo Shanghai. Sono passati alcuni anni dall’ultima mia visita e sono curiosissima di vedere i rapidi cambiamenti di questa metropoli che si evolve con ritmi inaspettati. Da Pudong decido di prendere il Maglev, famoso treno a lievitazione magnetica e super veloce che dall’aeroporto arriva quasi fino in città. E’ sera e devo prendere un taxi. Sperimento subito l’atmosfera cinese perché devo combattere con tassisti che hanno l’insegna ufficiale “taxi” sulle loro auto, ma sono abusivi e non sai dove ti porteranno visto

che non conoscono una sola parola in inglese! Mi devo subito ricordare che sono in “Cina”. Sul taxi ufficiale posso rilassarmi e ammirare il meraviglioso skyline che appare ai miei occhi, degno dei migliori del mondo. Anche a Shanghai ho scelto un albergo centralissimo, nella via parallela a quella dello shopping più colorato. A differenza del Giappone, in Cina gli alberghi sono sontuosi, ma con un prezzo decisamente inferiore. E’ sabato sera, esco a piedi sperando di trovare un ristorante tipico, ma trovo solo MacDonald’s, Burger King e simili. Decido di girare l’angolo e mi trovo in uno di quei ristoranti cinesi dove devi chiudere gli occhi, mangiare e non pensare. Il riso é buono, l’anatra pure e il conto ridicolo…meno di 10 Euro!! Impressionante é la confusione, il chiasso, la gente che suona, che balla nella centralissima Nanjing Road. Enorme la diversità tra l’ordine e il silenzio e l’eleganza di Ginza! Il giorno dopo é domenica e quindi decido di visitare ciò che rimane di antico e mi dirigo a “Yu Garden”, che prende il nome dagli splendidi giardini, un tempo privati, con tempi, fiumi e laghetti. Numerosissimi i negozi di seta, giada e di tutti gli oggetti tipici cinesi. Il “Gods Temple” é bello ma tutto ricostruito. Decido di affrontare il vero, vecchissimo quartiere cinese indicatomi dal concierge dell’albergo. Devo dire che scesa dal taxi, unica occidentale, ho avuto un po’ di timore. La mia audacia é stata però premiata: ho potuto verificare di persona che Shanghai é una metropoli super moderna solo nelle zone centralissime, ma appena girato l’angolo vedi la gente che vive

ancora nel passato: gente che vive per strada, mangia per strada, fa il bucato per strada. Gente che non può permettersi niente di quello che viene mostrato a noi visitatori. Non tralascio di fare una bella passeggiata nella zona del lungo fiume, il Bund, dove gli edifici vecchi sono stati ristrutturati e ora ospitano banche e hotels. Una visita veloce anche al quartiere francese e non resisto alla tentazione di andare a People’s Square. Come tutti sanno Shanghai é la capitale del “fake”, ovvero falso. Qualche piccolo acquisto e rientro in albergo dove ho il tempo di pensare alle sensazioni contrastanti provate in queste due città. Un consiglio spassionato per chi ha intenzione di programmare un viaggio in Giappone o in Cina: Tokyo e Shanghai non sono l’espressione vera della storia di una nazione. Abbinate almeno la visita a Kyoto e a Pechino, dove ancora potrete ammirare molte cose che raccontano la storia millenaria di questi due popoli, con culture tanto diverse, ma entrambe ricche e affascinanti.

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Il quadrato _FOLKLORE_

Il Sator è un’iscrizione latina composta da cinque parole, ciascuna di cinque lettere, che recita: “sator arepo tenet opera rotas”. La terza parola, tenet, è palindroma, ossia può essere letta in entrambi i sensi, come lo è la frase nella sua interezza. Non solo, se mettiamo le parole una sotto l’altra otteniamo un quadrato 5x5, in cui la frase può essere letta, da sinistra a destra e viceversa, dall’alto in basso e viceversa.

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<<< DI SILVIA BRUNORI

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a storia dell’uomo dal III millennio a.C. è piena di quadrati magici numerici e linguistici, solitamente spiegati come puri giochi aritmetici o lessicali. Diverso è il caso del Sator che è stato sottoposto a varie interpretazioni. La frase, infatti, tradotta letteralmente risulta quasi priva di significato e a lungo gli studiosi si sono interrogati sulla possibile traduzione di arepo. Per molto tempo il Sator è stato interpretato come uno stratagemma dei primi cristiani perseguitati per adorare la croce in forma dissimulata: i due tenet, infatti, disegnano al centro del quadrato una croce perfetta. Felix Grossner rafforzò l’ipotesi, scoprendo che anagrammando la frase si ripete due volte pater noster tra le lettere a e o, corrispondenti all’alfa e l’omega citate nell’Apocalisse di S. Giovanni. Successivamente si è legato il Sator ai templari ritenendo che fosse adottato per contrassegnare luoghi particolari. L’interpretazione in chiave cristiana cadde con la scoperta, nel 1936, di un Sator su una colonna della Grande Palestra di Pompei, certamente inciso prima del 79 d.C. anno in cui non erano ancora attestate comunità cristiane nella città distrutta. Oggi molti studiosi convergono nell’interpretare arepo come la corruzione del greco areopago, la collina di Marte ad Atene, e a leggere la frase, come altre iscrizioni antiche, in maniera bustrofedica, a serpentina: la prima parola da sinistra a destra, la seconda da destra a sinistra, ecc. Così si ottiene: il seminatore le opere tiene, l’Areopago (tiene) le ruote, ovvero l’uomo ha in mano il lavoro, l’Areopago (gli dei o Dio) ha in mano il destino. L’esaltazione del potere divino sull’uomo è coerente sia con il cristianesimo che con le filosofie che lo precedono, ma il Sator rimane a tutt’oggi un mistero, la cui esatta funzione non è provata e di cui perciò è facile trovare molteplici ed eccentriche interpretazioni. Ve ne sono svariati esemplari in Gran Bretagna, Francia, Ungheria e persino in Siria. Ma, non

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del Sator

nelle Marche mancano neanche nelle nostre Marche dove sono attestati almeno quattro quadrati magici. Potrebbero addirittura essercene di più o essere stati cancellati da restauri poiché spesso sono stati considerati trascurabili graffiti e pochi storici patentati se ne sono fin ora interessati. L’unico a essere tutt’oggi accessibile nel suo contesto originario è il Sator inciso a lettere capitali nella sala“del Parlamento” attigua alla Chiesa di San Lorenzo a Paggese di Acquasanta Terme (AP), utilizzata dal‘500 per le adunanze comunali e vicariali, collocato tra un grande affresco quattrocentesco e alcuni graffiti che riportano fatti di cronaca locale (un matrimonio, la grandine, la peste) datati tra il 1600 e il 1907. A differenza degli altri graffiti della sala, il Sator non è datato, ma certamente è antecedente agli anni Trenta, in quanto compare già in una cronaca di quegli anni. Non è possibile fare supposizioni su chi possa essere stato l’incisore e i motivi, ma è ipotizzabile che sia stato copiato da chi ha visto un’incisione simile in un altro sito. Le altre tre testimonianze marchigiane sono incise in campane. Un numero eccezionale dovuto al fatto che nelle Marche del Medioevo era una pratica diffusa incidere sulle campane formule magiche o propiziatorie poiché a esse era attribuito un valore taumaturgico e apotropaico capace di diffondere il potere benefico sul contado ogni volta che venivano suonate. La pieve di S. Maria in Plebis Flexiae di Fabriano (AN) che ha ospitato per secoli una campana bronzea con l’incisione del Sator, oggi di proprietà privata, sorge in un luogo ritenuto sacro già da piceni e romani e nel quale, tra il XII e il XIV secolo, operò una comunità di templari per l’ausilio ai pellegrini. Il quadrato magico è inciso nella linea mediana della campana su una superficie rettangolare anziché quadrata, con la prima e l’ultima s scritte in senso contrario. Insieme a questa incisione compare la scritta: Anno domini MCCCCXII mentem santam spontaneam deo et patriae liberationem, quindi è probabile che anche il Sator sia stato inciso nel 1412. Completamente avvolta nel mistero è l’incisione che compare nella campana appartenuta alla torre detta“Brombolona” (da“bromboli”, stalattiti di ghiaccio), oggi quasi diruta, del castello di Primicilio a Canavaccio (PU). Una leggenda vuole

che la campana, realizzata in bronzo nel 1407, a seguito del crollo della torre del castello di Gaifa che la ospitava, sia stata appesa a un olmo e poi rubata dal conte del vicino castello di Primicillo. Qui sarebbe rimasta fino ai primi del Novecento, quando fu rubata per la seconda volta; ricomparve alcuni decenni dopo per essere nuovamente rubata negli anni Ottanta. Luigi Nardini, che scrisse un poemetto dialettale su di essa, riporta che oltre al Sator, compare, in carattere gotico, una dedica che consentirebbe di attribuire la campana e le incisioni a tale magister Marcus Antonius in Vinegia, autore di una campana con la stessa forma e dedica a Paganico. Ancora più avvolta nel mistero è la quattrocentesca campana con inciso il Sator che secondo le testimonianze era presente nella chiesa di Sant’Agostino di Monterubbiano (FM), oggi probabilmente rifusa o sostituita a seguito dei restauri.

Secondo la leggenda ve ne sarebbero ben quattro. Eccone collocazione, storia e possibili motivi dell’incisione

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Per immagini e contributi si ringraziano Giuseppe Parlamenti e Balilla Beltrame

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_FOLKLORE_

Simboli, riti, scaramanzie e tradizioni di Capodanno Anche le Marche non sono immuni dalle tradizionali usanze per salutare il nuovo anno e augurare tanta felicità e prosperità. Vediamone i significati ormai imminente l’arrivo del nuovo anno e si sta già facendo il conto alla rovescia per gli immancabili festeggiamenti di Capodanno. Questo tradizionale momento di festa è accompagnato da usanze che hanno radici storiche e si tramandano da secoli, spesso diverse da nazione a nazione. In Italia negli ultimi decenni si sono persi alcuni riti, soprattutto quelli legati alla tradizione contadina, ma resistono ancora numerosi “must” per siglare l’abbandono del vecchio e augurare un anno migliore. Ma perché si mangiano le lenticchie e l’uva, si sparano i botti, si buttano le cose vecchie dalla finestra, si indossa intimo di colore rosso? Andiamo a scoprirlo insieme. Innanzitutto la tavola. Non c’è un Capodanno che si rispetti senza un’attenzione particolare al mangiare e al bere. E le Marche sotto questo aspetto hanno tanto da insegnare. Quindi, lenticchie e cotechino a go-go, uno dei riti più conosciuti nella nostra regione, per augurarsi e augurare ad amici e parenti un nuovo anno ricco di gratificazioni economiche ed abbondante. La lenticchia è sinonimo di prosperità e ricchezza e, dunque, a mezzanotte non può proprio mancare. Abbinata, però, ad un buon zampone,

E’

anche questo sinonimo di abbondanza e prosperità, che conferisce al piatto un sapore tutto particolare. Sulle tavole marchigiane, inoltre, non possono mancare all’ora di pranzo del 1° giorno dell’anno i tradizionali cappelletti in brodo di carne, i vincisgrassi e il cappone arrosto tartufato. Per finire, il Bostrengo (la Pizza di Natale), squisito dolce a base di farina di granturco e ricco di uva passa, fichi secchi e noci tritate, il tutto annaffiato da ottimi vini e spumanti delle nostre terre. Oltre alla lenticchia, anche l’uva racchiude elementi propiziatori. Arriveranno soldi in abbondanza per chi a mezzanotte festeggia con chicchi d’uva, in quanto in passato cogliere l’uva nel periodo invernale identificava un raccolto molto ricco. Più specifico, invece, il rito in Spagna, dove a capodanno è tassativo mangiare dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte, così come in alcune zone delle nostre Marche, dove l’uva bianca è sostituita da quella nera. Sulla tavola del capodanno non può mancare, inoltre, il melograno, frutto che rappresenta la fedeltà coniugale e la fertilità. Mangiarlo in compagnia del proprio partner è di buon auspicio, così come baciare sotto al vischio a mezzanotte la persona amata garantisce amore per tutto l’anno. Dalla tavola alla finestra del luogo dove si festeggia

il Capodanno, il passo è breve. Altro rito immancabile, infatti, è quello dei botti, a dir la verità un po’ scemato in Italia negli ultimi anni. Le Marche non hanno una grande tradizione pirotecnica, ma i tradizionali fuochi d’artificio per salutare il nuovo anno non mancano dalle nostre parti. Ora sono simbolo di gioia e di festa, ma in passato il fracasso si riteneva che servisse a scacciare gli spiriti maligni. Così come è beneaugurante il gettare cose vecchie dalla finestra, rito che in passato aveva grandi seguaci, ma che ora è limitato ad alcune zone del sud Italia. Pressoché assente nelle Marche, questa prassi si ritiene possa allontanare il male, fisico e morale, accumulato durante l’anno appena concluso. Buoni auspici per il nuovo anno si possono attrarre anche indossando biancheria intima rossa. Un’usanza che va sempre più prendendo campo perché, si dice, porti fortuna, ma non se ne conosce l’esatta natura. La tradizione romana ci riporta di indumenti rossi che venivano indossati a Capodanno da uomini e donne sotto l’impero di Ottaviano Augusto e da allora questo colore, che rappresenta tutto ciò che è positivo e benaugurante, si è tramandato ai giorni nostri. Anche chi si incontra per primo in strada a Capodanno ha la sua importanza nelle tradizioni che si tramandano. Imbattersi in un gobbo, infatti, garantisce futura fortuna, così come l’incontro con una persona anziana assicura lunga vita. Inoltre, è preludio di grandi ricchezze uscire la mattina di Capodanno con degli spiccioli in tasca, ma la giornata di festa nella credenza marchigiana deve essere dedicata al solo riposo. Se poi non potete uscire, non c’è problema. Dopo mezzanotte fate entrare in casa un prete o un uomo alto dai capelli neri, porteranno fortuna a tutta la vostra casa. Infine, per far uscire gli spiriti maligni ricordate di aprire la finestra di una stanza buia poco prima della mezzanotte, ma non dimenticate di aprirne un’altra in una stanza illuminata. Da qui entreranno gli spiriti del bene.

Tanti auguri a voi per un 2014 ricco di soddisfazioni!

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di GAUDENZIO TAVONI < < <


_FOLKLORE_

Il Monte delle leggende arlare nel periodo natalizio di fantasmi e luoghi oscuri, non ci sembra molto in tema con il clima di festa e di gioia che si respira. Vero è però che avere una storia da raccontare durante una di queste serate in cui ci si raccoglie in famiglia o tra amici, tra un pezzetto di torrone ed uno di panettone, può essere divertente. Il nostro è un territorio ricco di miti e leggende, tramandate dalla tradizione popolare e ora patrimonio di chi ancora sa ed ha voglia di ascoltare. E, badate bene, queste storie non devono esser viste come qualcosa di utile solo a far star fermi i più piccoli che in questo periodo diventano un po’ re e regine delle nostre case, con la loro irrefrenabile voglia di fare, giocare, toccare, scoprire. Anche per noi più grandi può essere interessante per una volta lasciarci trasportare dalla magia contenuta in una storia di folklore, senza star lì a sindacarne la veridicità. Facciamoci un regalo per Natale: proviamo a stupirci ancora come bambini e a rimanere a bocca aperta per una “favola”! La nostra leggenda ci porta a Rotella, un piccolo comune montano in provincia di Ascoli Piceno. Ha un’anima forte questo paesino

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medievale, a dispetto dei suoi soli mille abitanti; abbracciato dal fiume Tesino da un lato e dal torrente Oste, si adagia alle pendici del Monte Ascensione. Come in tutti i paesi ricchi di storia, il centro è tutto da visitare; qui si trovano la Torre Civica dell’Orologio - il monumento principale del paese risalente al XV secolo- e il tempio di Santa Viviana, derivato dalla chiesa di Santa Maria a Pié di Monte la cui facciata vi sorprenderà grazie alle sue due torri gemelle. Ma, non è l’architettura per quanto meravigliosa possa essere ad interessarci in questo momento. Perché il protagonista della storia questa volta, si trova fuori dalla mura cittadine: è il Monte Ascensione. Imponente e ricca di boschi, questa montagna racchiude in se anche scrigni di leggende. A renderlo particolare è già la sua conformazione morfologica che attira lo sguardo e da vita a fantasiosi paragoni.

Come sempre…noi raccontiamo,


Quello dell’Ascensione, nell’ascolano, ne colleziona diverse. Chissà che non troviate spunto per una bella storia da raccontare a Natale di fronte ad un bel fuoco C’è infatti chi nel suo aspetto frastagliato rivede volti, che cambiano a seconda del punto dal quale si osservano i pendii. C’è chi ci vede la bella addormentata, chi il profilo di Dante; e ci sarà anche chi leggendo queste righe scuoterà la testa come a dire “non è possibile”…ma, magari, prenderà spunto proprio da qui per andarlo a visitare e per verificare di persona. Già dunque ci troviamo di fronte ad una “creatura” suggestiva, ma anche a tratti quasi inquietante tanto da essere conosciuta con l’antico nome di Montagna Nera, per via delle macchie scure di querceti e castagneti. Le leggende però che hanno casa qui, prendono spunto da un altro nome col quale il Monte Ascensione è conosciuto: quello di Monte Polesio, ad evocare la presenza della divinità umbra Esu e quella di Santa Polisia. Stando alle storie tramandate dai nostri avi infatti, Polisia era la figlia del prefetto Polimio, convertita al cristianesimo e battezzata dal vescovo Emidio, il Santo Patrono di Ascoli Piceno. Il padre,

sorpreso e profondamente contrario alla conversione della figlia, perse la ragione e la fece inseguire dai soldati. La ragazza riuscì a scappare ed a trovare rifugio sul Monte Ascensione, ma la sua sorte non fu migliore: fu inghiottita da una voragine che si aprì improvvisamente sotto ai suoi piedi. La leggenda vuole che ancora oggi la si veda tessere su un telaio d’oro, nascosta nel ventre della montagna. Proseguendo tra etimologia e mitologia, un’altra teoria sul nome del Monte è quella relativa alla sua derivazione dal latino paulus, cioè piccolo. Questo aggettivo sembra identificare il cippo di legno che i seguaci di riti naturalistici mettevano sulla cima delle montagne, là dove ora ci si sono le croci metalliche; un retaggio dunque di un paganesimo lontano che qui avrebbe lasciato il proprio segno. Facendo un balzo in avanti nel tempo, ma non spostandoci dalle pendici del nostro Monte Ascensione, arriviamo all’800. Protagonisti questa volte due cercatori di fortuna che speravano di trovare tra le macchie di vegetazione e le rocce del monte ascolano un imponente e preziosissimo tesoro del quale avevano sentito parlare. In una notte d’autunno, i due uomini sarebbero arrivati, si narra, vicinissimi alla realizzazione del loro più grande sogno: si dice potessero intravedere il luccichìo dell’oro sul fondo di un contenitore rimasto scoperto in una fessura della montagna. All’improvviso, però proprio quando il tesoro sembrava finalmente nelle loro mani, da quella piccola feritoia nella roccia, uscì un esserino, un piccolo diavolo, che cominciò in un attimo a crescere a dismisura fino ad arrivare ad un’altezza tale da poter appoggiare i piedi sui pendii dei due rilievi dell’Ascensione da un lato e della Montagna dei Fiori dall’altro. I due cercatori di ricchezze tentarono di fuggire in preda al terrore, ma non ci riuscirono: il mostro li catturò li gettò in aria, scaraventandoli a diversi chilometri di distanza, uno nella valle dell’Aso e l’altro in Val Vibrata.

sta a voi decidere se credere o no!


_CONSUMATORI_

Problemi con il

Digitale Terrestre?

forse dipende dalle interferenze LTE

Il digitale terrestre ha ormai da tempo sostituito la televisione analogica, e, dopo una fase iniziale non senza problemi, oggi la situazione sembra stabile. Ma un nuovo fattore intervenuto all’inizio del 2013 potrebbe complicarci le cose. Il 1° gennaio 2013 sono state infatti accese le stazioni radiobase che trasmettono i segnali LTE, che potrebbero interferire con il segnale del digitale terrestre provocando quindi problemi di cattiva ricezione delle trasmissioni televisive. LTE sta per “ Long Term Evolution”, l’ultima frontiera degli standard di trasmissione della telefonia mobile, utilizzato dalle Compagnie telefoniche per nuovi servizi di connessione ad internet, il cosiddetto 4G, la quarta generazione. Si tratta in sostanza di uno standard che permette a cellulari, smartphone e dispositivi mobili di velocizzare la navigazione, agevolare il download di files pesanti, utilizzare le applicazioni più avanzate e servizi come streaming video hd, cloud e condivisione file.

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Le compagnie telefoniche hanno dato il via alla copertura del territorio il 1° gennaio scorso, ma la situazione è in itinere e in Italia è tutt’altro che omogenea. La copertura è maggiore al Nord e nelle grandi città, e secondo l’AGCOM - Autorità Garante per le Comunicazioni -, i comuni raggiunti dall’LTE a fine aprile erano 69 per una copertura totale del 20% con la previsione che entro la fine del 2015 la copertura sarà superiore al 50%.

Tali problematiche, per essere collegate al LTE, debbono essere sorte improvvisamente, e comunque dopo il 1° gennaio 2013. Se da sempre abbiamo problemi di ricezione del digitale terrestre con ogni probabilità il nostro problema non ha nulla a che vedere con le interferenze LTE, come pure se riguardano soltanto i canali RAI. Va inoltre ricordato che la problematica non attiene alla TV satellitare.

Ma per quale motivo tale nuova tecnologia potrebbe provocare problemi di ricezione dei canali televisivi? La risposta sta nel fatto che l’LTE opera su 3 bande, 1800, 2600 e 800 MHz e la banda degli 800 MHz è la stessa utilizzata per la trasmissione televisiva dei canali digitali. Dunque, la sovrapposizione dell’LTE e del digitale terrestre potrebbe provocare un’improvvisa cattiva ricezione di uno o più canali, lo “squadrettamento” dell’immagine, sonoro disturbato o addirittura il completo oscuramento della propria TV. Secondo le stime, a livello nazionale il numero delle antenne del digitale terrestre che potrebbero essere interessate da problemi legati alle interferenze dovrebbero essere circa 700.000. Diventa dunque fondamentale accertare se ci troviamo in una zona interessata dal fenomeno. Per fornire un supporto ai cittadini è stato creato un servizio, Help Interferenze, gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni - un’Istituzione di Alta Cultura e ricerca soggetta alla vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico -, servizio i cui costi sono a carico degli Operatori Telefonici e completamente gratuito per l’utente, che permette di inviare segnalazioni per accertare se la cattiva ricezione deriva dalle interferenze Lte, e in caso positivo porvi rimedio. di LOREDANA BALDI < < <

L’Adiconsum ha sottoscritto un accordo bilaterale con la Fondazione FUB per assistere gli utenti nell’invio delle segnalazioni, per inoltrare reclami e ottenere chiarimenti sulle risposte ricevute dalla Fondazione, e per attivare procedure di risoluzione dei contenziosi in caso di risposta al reclamo non soddisfacente.


Come inviare la segnalazione Chi può inviare la segnalazione attraverso il sito www.helpinterferenze.it; attraverso il numero verde 800 126 126; attraverso le sedi adiconsum.

Utenti IN REGOLA CON IL PAGAMENTO DEL CANONE

Quali dati vengono richiesti Dati anagrafici; Recapito telefonico; Dati dell’impianto di antenna TV Dati del Canone di abbonamento al servizio radiotelevisivo.

Come funziona Si invia la segnalazione e si riceve un codice segnalazione: viene effettuata una verifica per determinare se l’indirizzo rientra nelle zone geografiche interessate dalle interferenze Lte Segnalazione rifiutata: in questo caso il nostro problema non dipende da interferenze Lte; Segnalazione autorizzata: è stato accertato che c’e’ un’interferenza Lte: sarà inviato un antennista che gratuitamente installerà sull’antenna un apposito filtro (anch’esso gratuito) che blocca le interferenze LTE con l’obiettivo di ripristinare la corretta ricezione di tutti i canali televisivi.

ATTENZIONE:

e’ l’antennista che, presentandosi, deve comunicare al consumatore il codice intervento, codice che il consumatore conosce già trattandosi dello stesso codice della segnalazione. Questo per essere certi che si tratti dell’antennista autorizzato ed evitare frodi.

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PROGETTO LTE – INTERFERENZE Accordo FUB - Adiconsum

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_EVENTI_

Tutto un mondo a San Benedetto del Tronto I

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l capitale umano era il tema centrale della giornata, dedicata alle Marche e ai marchigiani all’estero, quelli che hanno dovuto più o meno a cuor leggero, lasciare la loro terra natia, ma che sempre continuano ad avere un forte legame con le loro origini. Forza morale. Energia. Solidità. Tre parole che risuonano potenti all’auditorium del Palariviera. A pronunciarle è il Presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca nel corso del suo intervento, ricco di spunti sui quali riflettere e precursore di momenti ricchi di emozione e a tratti toccanti. E’ senza dubbio positivo il messaggio che il n.1 marchigiano ha voluto lanciare, ricordando come i sei anni di crisi ed i quattro di recessione abbiano piegato certo il nostro territorio senza però mai spezzarlo. Perché cuore, orgoglio, capacità non sono merce in vendita, ma fanno parte del dna di un popolo. E sono caratteristiche marchigiane da sempre, oggi come ieri, quando i nostri antenati hanno intrapreso in alcuni casi la complicata e difficile strada dell’emigrante pur di andare a cercare nuovi orizzonti, per se stessi e per le loro famiglie. Davvero da brividi il momento dedicato alla consegna del Picchio

“L’ambizione del Classico. Le Marche e i Grandi Marchigiani” Il filmato, prodotto dalla Fondazione Marche Cinema Multimedia è stato proiettato in apertura della Giornata delle Marche, un ottimo modo per solleticare immediatamente l’emozionalità del pubblico che affollava l’auditorium del Palariviera. Un prodotto innovativo nato dalla collaborazione tra Giorgio Mangani – autore dei testi -, Anna Olivucci alla regia e realizzato da Andrea Pietrella, Marco Fagioli e Matteo Bonacci, filmaker e videoartist tra i più giovani ed interessanti. Un video che non vuole celebrare in maniera autoreferenziale e sterile il glorioso passato marchigiano confrontandolo con un presente che non regge il confronto, ma vuole dare una forte e reale consapevolezza delle proprie origini storiche, culturali ed etiche. Una motion graphic elegante che restituisce al pubblico le cifre stilistiche di un’ambizione di classicità che, nel modello marchigiano, è da sempre garanzia di misura e capacità di costruire, innovando nel solco della tradizione. Raffaello, Leopardi, Rossini, Padre Matteo Ricci, Gaspare Spontini, Maria Montessori, Beniamino Gigli, Carlo Urbani: il nostro dna!


Anche quest’anno un 10 dicembre carico di significato, per una Giornata delle Marche all’insegna del ricordo e dell’orgoglio L’inno delle Marche Musica: Giovanni Allevi Testo: Giacomo Greganti

Nel cuore avrò i monti azzurri, Il mare e poi le verdi terre… Regione mia, luogo d’arte e poesia, se io domani dovessi andar via, vivrei soltanto per ritornare.. Perché ogni giorno io penso a te Ovunque vai, ritroverai gente serena e libertà Piccoli borghi e operose città L’anima immensa del grande poeta che ha illuminato la nostra vita sempre vivrà per l’eternità se ritorni se ritorni tu ritrovi il sorriso la regione delle Marche: il Paradiso se rimani se rimani da domani vivrai tutto un mondo di felicità Ovunque andrai respirerai un grande senso di dignità I paesaggi del gran Raffaello Puoi rivedere passando di qua Sono le Marche la terra mia Luogo di pace e di umanità d’Oro, quest’anno tributato alla memoria di Carlo Urbani, il medico di Castelplanio che sconfisse la Saars ma pagò questa vittoria con la sua vita. Prima che il Presidente Spacca e la presidente della Commissione Consiliare preposta Rosalba Ortenzi, consegnassero la scultura nelle mani della mamma, Maria Concetta Scaglione Urbani, e della moglie Giuliana Chiorrini, sul maxischermo della sala è stato proiettato un filmato in ricordo della vita di questo uomo coraggioso e sfortunato, in grado di lasciare un segno indelebile nelle pieghe della nostra terra e delle anime dei marchigiani: un minuto forse più di applausi e

una standing ovation hanno dato il peso del valore di Carlo Urbani, indimenticato a 10 anni dalla sua scomparsa. Il premio del presidente della Regione Marche è invece andato a Tommaso Palestini: marittimo sanbenedettese, classe 1932, Palestini simboleggia il coraggio e l’abilità della nostra gente di mare. Nel 1958, insieme al cognato Francesco Palanca, condusse in Sierra Leone due piccoli motopescherecci sanbenedettesi, di 14 metri appena, attraversando Mediterraneo e Oceano Atlantico, senza l’ausilio di strumenti di comunicazioni, avvalendosi solo di una bussola.

Nella parte finale delle celebrazioni, perfettamente condotte da Andrea Carloni, spazio alla musica. Quella dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana che ha eseguito l’Inno alle Marche, con una importante novità: non più solo la musica di Giovanni Allevi, ma anche un testo. Una giuria tecnica, presieduta da Mogol, ha scelto tra quelli presentati, la proposta di Giacomo Greganti. Ad eseguirlo, prima la Corale Bellini insieme appunto all’Orchestra, e poi in versione acustica i due gemelli marchigiani Eraldo e Giuseppe Di Stefano, conosciuti per aver partecipato al Festival di Sanremo 2011 come B-Twin. WHY MARCHE

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Camminare l’Appennino

Nel bel mezzo di un nevoso fine novembre, abbiamo percorso alcuni dei sentieri e dei luoghi del Festival dell’Appennino. A cavallo tra i Sibillini e i Monti della Laga, il 29, il 30 e l’1 dicembre si è svolta, infatti, l’anteprima invernale di un festival che propone l’esperienza della conoscenza diretta delle montagne dell’ascolano e che, nella prossima primavera 2014, tra maggio e luglio, sarà alla sua quarta edizione. L’appuntamento annuale, creato e coordinato dalla Provincia di Ascoli, nelle scorse edizioni ha già svelato a qualche migliaio di persone la bellezza nascosta nelle pieghe di un territorio, quello dell’Appennino ascolano, tanto sconosciuto quanto affascinante. Quella è una terra che si rivela solo a chi vuole guardarla da vicino. Per questo il festival è fatto di mete, da raggiungere a piedi, attraverso boschi, piccoli borghi, chiese improvvise ed eremi. A meta raggiunta, antichi conventi e grotte si trasformano in teatri, dove musicisti, attori, acrobati e poeti continuano la narrazione di quei luoghi e delle loro storie. Raccontare il passato di un territorio ha senso in funzione del suo presente. Anche perché lo spopolamento e la crisi economica rischiano di isolare queste terre invece generose di risorse, ambientali e umane. Farla conoscere è il primo passo per valorizzarla e proteggerla al tempo stesso. L’esplorazione di quell’entroterra, così vicino eppure così lontano persino agli stessi marchigiani, può rivelarsi un incredibile susseguirsi di scoperte. Scoperte di colori diversi, di sapori peculiari, di luci e di silenzi. Scoperte paesaggistiche, storiche, architettoniche, artistiche. Scoperte di altre esistenze, altri ritmi, altre persone. Abbiamo provato a catturare in immagini alcuni momenti e alcune suggestioni di questa esperienza di scoperta.

Diario fotografico dall’anteprima del Festival dell’Appennino, iniziativa itinerante tra i Sibillini e i Monti della Laga

“Il Castello di Luco galleggia nel buio. Di fronte a lui, le case ammucchiate di un borgo lo guardano con riverenza. Ci si arriva salendo una scalinata di pietra, coperta di neve. Anche il cortile riverbera di bianco. Siamo nel milletrecento. Anche se ormai, sotto i decori delle volte, che raccontano storie medioevali, ci sono i tavoli di un ristorante, tenuto dagli eredi dei signori del maniero. Il giorno dopo, in una luminosa mattinata di sole, rivedo il castello dall’alto del bosco e la sua pianta è incredibilmente circolare. La fortezza sembra come spuntare dalla bocca di un cratere”. P H O T O

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GIAMPAOLO PATICCHIO


“Valledacqua è una delle 54 frazioni di Acquasanta Terme, minuscoli nuclei di case sparsi per i monti e abitati da poche decine di persone. La piccola carovana dei camminatori del festival si muove sulla neve morbida, passa per i boschi e tra i muri di pietra del borgo. Case e cose sono illuminate dalla luce doppia del sole e della neve e lungo la discesa ecco apparire, in basso, la meta: l’Abbazia di S. Benedetto in Valledacqua, massiccia costruzione in travertino, marmo di cui questi monti sono ricchi, costruita dai monaci farfensi nel X secolo e oggi abitata in clausura dalle suore benedettine camaldolesi. Luce e silenzio”

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“L’abbazia di Valledacqua accoglie i camminatori trasformandosi in un luogo di musica e di acrobazie. Il PicenoBrassQuintet suona, in un silenzio che amplifica i suoni, la sua musica da fiaba; mentre gli Aerei Appenninici, funamboli formatisi alla scuola dell’ascolana Compagnia dei Folli, scendono giù dalle travi sul soffitto, appesi a corde e tessuti, e popolano di evoluzioni lo spazio sacro dell’abside”.

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“Montegallo, sui Sibillini, è a 863 metri sul livello del mare ed è composta da più di 20 piccole frazioni sparse tra i boschi. Dalla piccola Corbara, lungo una bellissima camminata che sale verso l’alto, si arriva all’eremo dove Quintino Sicuro, un ex finanziere salentino che aveva abbandonato l’Arma, nel secondo dopoguerra, visse francescanamente e in solitudine, tra la venerazione degli abitanti che lo consideravano un santo e l’asprezza della natura. I camminatori bevono un sorso d’acqua gelida alla fonte davanti all’eremo e poi, evitando i sentieri bloccati a causa della neve e degli alberi che hanno ceduto al suo peso, ridiscendono verso la chiesa di S. Maria in Lapide, dove gli Old Ways canteranno la storia del giullare di Dio, Francesco, mentre gli Ogam rievocheranno la leggenda del cavaliere Guerrin Meschino, che fu alla ricerca della sapienza divinatoria proprio tra queste vette, e rendono con i loro suoni i ritmi del Sabba delle streghe sul Monte Sibilla”.

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uello delle feste natalizie è un periodo particolare. Ci si riunisce in famiglia, si condividono momenti carichi di significato, oppure semplicemente ci si vede per ridere e scherzare su, magari per fare una tombolata o per giocare a carte. Si imbandisce la tavola di prodotti tipici e leccornie, si pensa ai pacchetti da donare e ricevere. Insomma, ci si prende una pausa da tutto quello che negli altri giorni dell’anno affolla la nostra vita e le nostre menti: pensieri, lavoro, programmi, conti da pagare, fatture non saldate, affitti che aumentano ed entrate da far arrivare in qualche modo fino alla fine del mese. E’ una pausa sacrosanta e dolce, di cui non si può fare a meno nel tentativo di non impazzire dietro ad una corsa in costante salita come quella che ormai da qualche anno

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e le sconfitte dell’anno vissuto e le si archiviano. E si guarda ai dodici mesi che devono arrivare, carichi di speranze, ma certo anche di paure. La paura è stata un po’ troppo spesso il tratto distintivo di questi ultimi anni: quella di perdere il lavoro, quella di non riuscire a trovare anche il primo, quella di investire, quella di avviare nuove attività. Ma la paura stessa è la nostra più grande nemica, più

della crisi e della mancanza di liquidità. La paura paralizza, impedisce di fare, di sognare, di pensare, di costruire. Blocca tutto e lo cristallizza in una bolla fatta di ansia e di tinte scure. Qualcosa che non appartiene davvero al nostro territorio fatto invece di colori meravigliosi – il verde della colline, il blu del mare, il rosso dei tramonti – e di storie meravigliose, di imprenditori, contadini, pescatori, di gente che si è

Prima di chiudere definitivamente questo 2013 e di abbracciare il 2014 vogliamo fare un’ultima chiacchierata con i nostri Presidenti di Provincia. Per mettere l’accento stavolta su quello che è andato bene e su quello che andrà bene!

Quello che è stato e quello che sarà tutto il mondo “medio” e dunque anche le nostre Marche stanno facendo. Serve per ritemprarsi, per provare a concentrarsi su quello che di positivo c’è, per raccogliere energie da utilizzare poi al momento del rientro nel “mondo vero” l’anno nuovo. Questo periodo è un po’ un rito di passaggio, tra quello che è stato e quello che sarà: si prendono tutte le esperienze acquisite, le difficoltà superate, le vittorie

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rimboccata le maniche e ha fatto, così come di artisti che con la loro capacità di produrre bellezza hanno lasciato segni indelebili. Le Marche sono la terra dell’operosità e siamo certi che anche in questi momenti di scarsa fiducia, ci saranno elementi positivi da poter sottolineare in questo anno che si sta concludendo e soprattutto orizzonti di cambiamento da poter auspicare per il prossimo 2014. Potremmo porre questi quesiti ad ogni marchigiano, ma abbiamo deciso di rivolgerci ancora una volta direttamente ai nostri Presidenti di Provincia, chiedendo loro di raccontarci il “bello ed il buono” di questo 2013 e di fare un augurio, fondato su concrete possibilità che si intravedono per il prossimo anno.

RUOTAMI


INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI PESARO E URBINO, MATTEO RICCI “Anche nel 2013 la crisi si è fatta sentire ovunque. A Pesaro e Urbino stiamo ancora meglio di tanti altri. Ma nel paragone con noi stessi, non siamo mai stati così male. Se non nel Dopoguerra. La disoccupazione prima non esisteva. O meglio: era una cosa fisiologica. Tollerata. Meno del tre per cento. Oggi quel valore è aumentato di più di cinque punti percentuali. Ancora sotto la media di tutte le statistiche nazionali. Ma l’impatto dell’impennata è stato notevole. Anche a livello psicologico. Perché quando non sei abituato ad avere davanti un problema del genere, ritrovartelo all’improvviso mette a rischio la tenuta sociale. Anche nel 2014 la nostra priorità continuerà ad essere il lavoro, insieme al sostegno alle famiglie e alla piccola e media impresa. Va detto però che il nostro è anche un territorio pieno di persone coraggiose, caparbie e di talento. Ci sono tante luci che danno speranza per reagire a questo stato generale. L’obiettivo è in ogni caso continuare a dire la nostra sulla qualità della vita e sulla costruzione di un nuovo paradigma, un nuovo modello di sviluppo per la comunità valido anche e soprattutto al termine della crisi. Su tante voci poi ci siamo contraddistinti in positivo, come sul sociale e nella solidarietà. Ripartiamo proprio da qui e abbiamo scelto di incontrare, proprio alla fine del 2013, tre luoghi simbolo della città di Pesaro per i nostri auguri: Casa Moscati,Casa Ail e Città della Gioia, tre strutture encomiabili, fatte di volontari e persone di buona volontà, che operano a favore di chi soffre. E’ anche questo un messaggio di speranza per il territorio, in vista del 2014. Accompagnato dai nostri migliori auguri per i lettori di Why Marche”.

“Il 2013 è stato un anno particolarmente difficile, vuoi per il persistere della crisi che ha aggravato i problemi della nostra economia, vuoi per l’incertezza politica che ha dominato la scena nazionale. È facile comprendere come tale situazione, saldandosi agli ormai annosi problemi legati al taglio dei fondi e ai vincoli del patto di stabilità, abbia inciso nella capacità di sviluppare l’azione di governo nell’area vasta. Tuttavia, pur in questa precaria condizione, possiamo dire che non tutto il 2013 è da buttare. Sicuramente ricorderemo l’anno che si sta concludendo per l’ingresso della Croazia nell’Unione europea. Un fatto storico e di rilevante importanza per Ancona e le Marche che, non a caso, hanno ospitato diversi eventi celebrativi, rinsaldando così il legame privilegiato con le comunità dell’altra sponda dell’Adriatico. Negli ultimi due decenni, infatti, le istituzioni marchigiane, e la Provincia di Ancona tra queste, hanno lavorato intensamente al raggiungimento di questo obiettivo. Nel 2014, con la nascita della Macroregione Adriatica, raccoglieremo i frutti di questa semina che può rappresentare davvero una svolta, soprattutto per la nostra economia. Un altro aspetto positivo va colto nei risultati incoraggianti conseguiti dal settore turistico, che ha visto consolidare il buon trend degli anni precedenti. Ciò è dovuto in larga parte al continuo miglioramento dell’offerta turistica del nostro territorio, capace ormai di coniugare l’eccellenza delle strutture ricettive con la bellezza dei paesaggi e un ampio programma di manifestazioni culturali che rendono la nostra provincia un luogo molto attrattivo. Cosa aspettarsi dal 2014? Certamente l’auspicio è quello di una rapida inversione di tendenza del quadro economico. Per quanto ci riguarda più da vicino, spero che il 2014 porti a compimento la riforma delle autonomie locali, mettendo fine alle incertezze sul ruolo delle Province. Anche per favorire la ripresa economica, è indispensabile garantire il pieno esercizio di quelle funzioni di programmazione e pianificazione che i nostri enti svolgono e che oggi, de facto, risulta dimezzato”.

PESARO URBINO

INTERVENTO DEL COMMISSARIO STRAORDINARIO DELLA PROVINCIA DI ANCONA PATRIZIA CASAGRANDE ESPOSTO

ANCONA

“Personalmente sono sempre stato ottimista e credo che con l’impegno, la volontà e la collaborazione di tutto il nostro territorio, con la laboriosità della sua gente e le straordinarie risorse che possiede, si può uscire dalla crisi e cogliere nuove opportunità e occasioni di rilancio. L’impegno maggiore è stato profuso nell’ambito della Formazione Professionale e delle Politiche Attive del lavoro e al sostegno alle imprese: è stato speso fino all’ultimo centesimo degli oltre 22 milioni di euro dei fondi europei a disposizione. Vorrei evidenziare i 66 corsi svolti per qualificare il capitale umano del territorio e gli oltre 4 milioni di euro utilizzati per finanziare ben 476 progetti volti all’innovazione tecnologica ed organizzativa delle imprese del territorio. Importante la realizzazione dell’elettrificazione della linea ferroviaria Ascoli - P.to D’Ascoli, inaugurata nel giugno scorso, che ha visto il nostro ente in prima fila non solo partecipando ai finanziamenti, ma anche con compiti di coordinamento. Vorrei inoltre citare lo straordinario successo conseguito con il Festival dell’Appennino. E ancora, in campo culturale e turistico, l’iniziativa “Incanti Piceni”, che, in ben due edizioni, ha aperto un nuovo sentiero turistico-religioso tra il Piceno ed Assisi anche con l’inaugurazione di ostelli. Non ultimo, il Prestito d’Onore Piceno: un intervento che consentirà di concretizzare le idee imprenditoriali e la creatività di giovani, disoccupati o donne over 35 attraverso la concessione di micro-credito con finanziamenti tra 25 mila e 50 mila euro senza la richiesta di garanzie; con risorse in campo per circa 2 milioni potranno nascere fino a 120 nuove iniziative imprenditoriali locali. Non è ancora chiaro quale sarà il percorso istituzionale scelto per le Province: in ogni caso mi auguro che il lavoro fin qui svolto possa proseguire in altre forme e modalità per il bene dei cittadini e della comunità locale. Da parte mia assicuro il massimo impegno per la collettività e auguro ai cittadini di questo nostro territorio un 2014 all’insegna del rilancio e dello sviluppo”. “Mai una sola volta, dal giugno 2009, abbiamo vissuto le nostre responsabilità con paura o titubanza. Al contrario, abbiamo sempre agito con determinazione e con quell’entusiasmo che è derivato dal compito affidatoci dai cittadini, oltre che da una vera passione per la politica. Anche nell’anno che si è appena concluso - complicato sia dai continui tagli alle risorse, sia dall’ennesimo tentativo di soppressione delle Province - ogni nostra progettualità ha seguito un percorso lineare e concreto, con ripercussioni positive in tutto il territorio. Dal lavoro alla formazione, dalla cultura al turismo, dall’urbanistica alla viabilità, ogni settore della Provincia di Fermo ha operato con grande efficacia e professionalità, affiancando cittadini, scuole, associazioni, enti ed imprese. Questo è stato e resta il nostro “buono”. Quanto al “bello”, ritengo che il Fermano tutto sia stato capace di mostrarsi in ogni sua eccellenza, a partire da quella operosità che caratterizza l’intero tessuto economico e sociale. Una bellezza sempre più riconosciuta ed apprezzata, grazie alle sinergie sviluppate tra tutti i protagonisti della nostra piccola ma energica comunità. Compatibilmente con le risorse disponibili e consapevoli dell’importante ruolo che rivestiamo nel sistema istituzionale italiano, quindi, come Provincia continueremo ad investire fino all’ultimo giorno del nostro mandato perché consapevoli che, proprio in una fase di grande difficoltà come quella attuale, sia doveroso da parte di chi amministra garantire continuità e prospettiva, affinché il cambiamento diventi qualcosa di realmente tangibile”.

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INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI ASCOLI PICENO PIERO CELANI

ASCOLI PICENO

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI FERMO FABRIZIO CESETTI

FERMO


2014

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e due tappe marchigiane sono inserite nel calendario varato dall’ACI-CSAI che comprende ben tredici cronoscalate sparse su tutto il territorio nazionale, dal Trentino alla Sicilia. Il primo appuntamento sulle nostre strade sarà il prossimo 1° giugno con la 24° edizione del Trofeo Lodovico Scarfiotti, la “classicissima” Sarnano-Sassotetto, che si corre in provincia di Macerata. La cronoscalata è intitolata al pilota marchigiano Lodovico Scarfiotti, scomparso in Germania nel giugno 1968 in un tragico incidente sul circuito di Rossfeld. La prima edizione della Sarnano-Sassotetto risale al 1969 e dopo qualche anno di interruzione l’Automobile Club di Macerata ha creduto fermamente nell’evento motoristico, rilanciando la gara nel 2008 assieme all’Amministrazione Provinciale di Macerata e al Comune di Sarnano, permettendole di riprendere il giusto posto nell’elite del Campionato Italiano Velocità Montagna. Il percorso si snoda sui 8,877 km che dividono Sarnano, dove è ubicata la partenza a quota 586, e la frazione di Sassotetto, dove è posto l’arrivo a quota 1.277, per un dislivello di 691 metri. Sette sono i tornanti da affrontare, inframezzati da brevi rettilinei, curve a stretto raggio, leggeri dossi e tratti con ampie curve tanto veloci quanto impegnative, il tutto con una pendenza media del 18%. “L’asfalto è perfetto, il percorso è tra i più belli d’Europa, si va forte ma non è facile prendere il ritmo giusto e mantenerlo per quattro minuti”. E’ quanto ha dichiarato nell’ultima edizione disputata lo scorso mese di luglio Rosario Iaquinta, uno dei protagonisti della serie tricolore, che ha dato la migliore definizione della cronoscalata maceratese. Ma

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Nelle Marche il prossimo anno ci saranno ben due prove del Campionato Italiano Velocità Montagna che si disputeranno sui famosi tracciati di Ascoli e Sarnano. La nostra regione si inserirà, così, tra le prime in Italia, assieme alla Sicilia, a sfoggiare ben due appuntamenti tricolori, ripagando gli sforzi degli Automobil Club di Macerata e Ascoli, tra i migliori organizzatori del panorama automobilistico italiano.

il grande protagonista della gara di quest’anno è stato Domenico Scola Jr., che si è aggiudicato la gara al volante della Osella Pa 21/S Honda, completando le due manche con il tempo di 8’06”81, alla media di oltre 131 Km orari. Il giovane pilota calabrese ha fatto ricordare agli appassionati marchigiani suo nonno, che porta il suo stesso nome, vincitore di ben due edizioni della gara, tra cui quella della prima edizione. Il secondo appuntamento tricolore che si correrà sugli asfalti marchigiani sarà la 53^ coppa Paolino Teodori, la classica Ascoli-Colle Sna Marco, in programma il prossimo 29 giugno. Anche questa cronoscalata ha origine negli anni ‘60,

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GAUDENZIO TAVONI <<<


le Marche prime… in salita Un record nazionale per le Marche su 4 ruote: due appuntamenti che richiameranno i più forti piloti italiani

1962 per l’esattezza, e da allora si è sempre regolarmente svolta grazie all’impegno dell’Automobile Club di Ascoli Piceno ed in particolare per la passione dei presidenti succedutisi, Paolino Teodori, Serafino Panichi, Innocenzo Cenciarini ed Emidio Cappelli. E’ nel 1969 che la gara assunse la denominazione di Coppa Paolino Teodori, nel ricordo dello stimatissimo presidente del sodalizio ascolano, e nel corso degli anni variò parte del percorso. La prima edizione partiva da Viale Marconi, nel centro di Ascoli, con un tracciato di quasi 11 km, ma nel corso degli anni la manifestazione ha dovuto subire vari cambiamenti. Così nel 1987 la gara lasciò il centro Ascoli e la partenza fu spostata nella frazione Piagge, così come il nuovo traguardo che fu posizionato in località Colle S.Giacomo. L’ultima e definitiva variante avvenne nel 1997 con lo spostamento della partenza sul pianoro del Colle S.Marco e l’arrivo a Colle S.Giacomo. La cronoscalata è una delle più seguite di tutto il circus del CIVM, con oltre 20 mila spettatori che accorrono ad ogni appuntamento, grazie anche alla titolarità di campionato italiano e europeo, di cui la corsa ha goduto negli ultimi anni, e del grande lavoro dell’Automobil Club di Ascoli e del Gruppo Sportivo Dilettantistico.

Il tracciato misura 5031 metri e parte da quota 705 del Colle San Marco e arriva a quota 1085 a Colle San Giacomo, con un dislivello di 380 metri, una pendenza media del 7,52%, quattro tornanti e due “Esse” veloci. Nell’edizione di quest’anno sono stati ben 170 i piloti iscritti e il successo è andato a Simone Fagioli, al volante della Osella FA 30 Zytek, che ha raggiunto così le otto vittorie sull’asfalto ascolano. Ma il record di successi alla cronoscalata marchigiana appartiene al pluricampione europeo Mauro Nesti, recentemente scomparso, che ha siglato quota dieci, mentre Franco Bernabei fu il trionfatore della prima edizione del 1962, che completò il tracciato con una media di 92 Km orari, nettamente inferiore rispetto ai quasi 130 km orari della gara di quest’anno.

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_SALUTE&BENESSERE_

La celiachia a er prima cosa, rispondiamo ad un’altra domanda: che cos’è la celiachia? Una patologia conosciuta anche con i nomi di sprue celiaca o morbo celiaco, un’intolleranza permanente al glutine. Il glutine è una proteina con una spiccata azione legante, che conferisce viscosità, elasticità e coesione agli impasti; grazie al suo elevato tenore proteico, è spesso usato come sostitutivo della carne in alcune diete vegetariane. E’ anche utilizzato nell’industria farmaceutica come addensante per la produzione di tavolette e pastiglie. E non solo, le industrie lo utilizzano anche come collante per migliorare la consistenza e l’aspetto di carte e tessuti. Nell’industria alimentare la quantità e la qualità del glutine presente in una farina è considerato un importante indice per valutarne la qualità e l’attitudine alla panificazione e differenzia i vari tipi di farine: un glutine tenace ed estensibile caratterizza le farine “di forza” adatte alla panificazione, che si distinguono dalle farine “deboli” o “da biscotto”. In una tipica farina di frumento di tipo “00” la quantità di glutine sul secco ammonta a circa il 7%. Per i soggetti affetti da celiachia, risultano tossici tutti gli alimenti contenenti il glutine, quindi non solo i cereali, ma qualsiasi alimento che lo veda come eccipiente o contaminante. L’intolleranza al glutine genera gravi danni alla mucosa intestinale, perché durante la digestione esso viene frammentato in peptidi più piccoli, i quali provocano, nei soggetti celiaci, reazioni immunitarie molto gravi, verso la stessa mucosa intestinale: vengono prodotti anticorpi che vanno a distruggere le cellule del proprio organismo, causando una progressiva riduzione dell’assorbimento di vari nutrienti tra cui ferro, calcio ecc. Solitamente i villi del nostro intestino sono a forma di cilindro, per permettere l’assorbimento delle sostanze nutritive, mentre in questi casi si appiattiscono, in modo da comportare un malassorbimento. I danni provocati dal glutine possono essere da una semplice diarrea o dolore addominale, fino a sintomi più gravi che possono verificarsi anche durante la digestione di altri cibi, cosa che può succedere con quelli che contengono lattosio. La celiachia è permanente ed in parte imputabile ad una componente ereditaria: il 10% circa dei familiari di primo grado dei celiaci ne è affetto, in modo silente o manifesto. In Italia l’incidenza è stimata in un soggetto ogni 100/150 persone; le diagnosi di celiachia e la gravità dei sintomi sono peraltro particolarmente elevate in Paesi occidentali ove la dieta è basata su molti derivati del grano, mentre risultano inferiori in Paesi quali l’America Centrale, dove la dieta

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VALENTINA VIOLA<<<

Menù di Capodanno celiaco Antipasti tortillas di mais con ostriche muffin di zucca con speck e crema di piselli primi piatti risotto venere ai frutti di mare crema di ceci con gamberi e broccoli secondi piatti orata al limone merluzzo con le olive verdi dessert mousse di pere

Le ricette complete su www.whymarche.com e sul nostro canale facebook


al microscopio Cos’è, cosa bisogna sapere e come convivere con una delle patologie più diffuse negli ultimi anni

è basata prevalentemente sul mais. Per il celiaco la soluzione è quella di seguire una dieta senza glutine, sicuramente non semplice, soprattutto per le eventuali contaminazioni e per tutti quei prodotti che lo contengono in tracce, anch’essi assolutamente da evitare. Una volta appreso l’elenco dei cibi privi di glutine, la fantasia può sfociare in tantissime ricette, per qualsiasi portata: dal primo piatto a una pizza fino a svariati dessert. Carne, formaggi, legumi ed altro possono essere tranquillamente inseriti nell’alimentazione quotidiana del celiaco. Una persona affetta da celiachia, che segue scrupolosamente la dieta aglutinata, può condurre una vita del tutto normale, a maggior ragione perché seguendo la dieta senza glutine si impedisce la comparsa di nuovi sintomi e si verifica la remissione della maggior parte di quelli già presenti. Un controllo periodico del livello di anticorpi specifici nel sangue e della ferritina consente di capire se il soggetto stia seguendo correttamente la dieta. L’assenza di anticorpi non significa però la fine dello stato di intolleranza: la dieta, il più variegata e sana possibile, deve essere osservata per tutta la vita. Vi è molta confusione tra allergia e intolleranza al glutine. La celiachia come detto è un intolleranza permanente mentre l’allergia è una reazione immunitaria vera e propria contro le proteine della farina con la produzione di IgE specifiche (anticorpi delle allergie) come accade nelle allergie ai pollini o alla polvere. Nei pazienti allergici, le manifestazioni cliniche sono simili alle altre allergie alimentari, quindi dermatiti, eczemi, orticarie, riniti, asma ecc.. Dalla primavera dello scorso anno è stata anche riconosciuta un’altra patologia: la sensibilità al glutine o gluten sensitivity. Dà sintomi simili alla celiachia: mal di testa, nausea, irritazione intestinale, stanchezza, dolori muscolari, gonfiore intestinale, foggy mind e molti altri, ma non si conoscono i meccanismi, e si ipotizza sia transitoria.

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Siglato un accordo tecnico di collaborazione spo Militare e la Federazione Italiana Vela Comitato X di promozione ed organizzazione di Vela

Una “firma” storica per il mondo della vela! L

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a Sezione Velica della Marina Militare e la Federazione Italiana Vela delle Marche lo scorso 9 dicembre hanno firmato un importante accordo di collaborazione sportiva per l’organizzazione di corsi e manifestazioni sportive di vela, attività di formazione, perfezionamento ed organizzativa agonistica. La decisione di assumersi tale impegno di reciproca collaborazione, sottoscritto dal Presidente della X^ Zona FIV Carlo Ondedei e dal Presidente della Sezione Velica della Marina Militare Comandante Fabrizio Donato, è frutto di un lungo percorso che lo scorso giugno ha avuto come ciliegina sulla torta la disputa, proprio ad Ancona, del Campionato Mondiale ORC di vela d’altura. Nell’occasione, sia la FIV che la Marina Militare hanno coordinato di comune accordo le attività tecniche in mare, forse poco visibili ma assolutamente FABRIZIO DONATO <<<

indispensabili. Chi poi non ricorda, in quei giorni, la presenza della prestigiosa Nave scuola Palinuro ad Ancona ? L’importanza dell’accordo sul piano della formazione e dell’avvicinamento dei giovani al mare ed alla vela, obiettivi condivisi, è testimoniato dalla presenza dell’assessore allo Sport del Comune di Ancona, Andrea Guidotti, ma soprattutto dalla scelta del luogo per la firma: la suggestiva sede dell’Ammiragliato M.M. sulla collina di Borgo Rodi. Padrone di casa l’Ammiraglio di Squadra Gerald Talarico, Comandante nazionale delle Scuole della Marina Militare, insediatosi ad Ancona a fine giugno, proprio nei giorni del Mondiale ORC…sarà stata una coincidenza ?! L’intesa velica regionale tra FIV e Marina Militare, formalizza nei fatti lo sviluppo progressivo negli anni di


ortiva fra la Sezione Velica della Marina X^ Zona Marche per le attività

Assonautica) che da alcuni anni cooperano in una ottima sinergia che trova sede naturale nella splendida struttura del Porto turistico di Marinadorica. Il livello di efficacia di tale cooperazione è stato messo alla prova con risultati eccellenti proprio nello scorso giugno con l’organizzazione del Campionato Mondiale ORC di vela d’altura, manifestazione di grande successo che ha permesso di far acquisire a tutti gli attori la consapevolezza delle proprie potenzialità quando ben organizzate e coordinate. L’accordo appena firmato prevede la collaborazione per la comune organizzazione di attività mirate a: avvicinamento dei frequentatori al mare; iniziazione marinaresca; istruzione nautica; avviamento allo sport della vela; perfezionamento delle tecniche agonistiche di base ed organizzazione di attività velica agonistica. Per realizzare tutto ciò la Marina Militare metterà a disposizione lo staff direttivo e tecnico della Sezione Velica, le imbarcazioni a deriva ed a chiglia e le relative strutture, secondo accordi di permuta di beni e servizi in linea con le più moderne normative di valorizzazione dei Beni e Servizi dello Stato. La FIV marchigiana renderà disponibile la sua rete di Circoli Velici, le relative imbarcazioni e gli staff tecnici di istruttori e Ufficiali di Regata.

singoli progetti di proficua collaborazione nel campo della vela giovanile, in particolare per favorire l’avvicinamento al mare dei giovani della regione e prepararli sia alla pratica sportiva agonistica (compito della FIV) sia alla conoscenza e consapevolezza della “Cultura del Mare” (compito della Marina Militare). La Marina Militare è presente ad Ancona da oltre cinquant’anni, prima con il Dipartimento Militare Marittimo dell’Alto Adriatico, e recentemente con l’insediamento, da luglio 2013, dell’importante Comando Nazionale delle Scuole, che sovrintende su tutto il territorio nazionale alle attività di selezione e di formazione del Personale (Ufficiali, Sottufficiali e Marinai). Tale evoluzione organizzativa ha permesso di valorizzare anche nella nostra regione ciò che nella sostanza costituisce un elemento di riferimento culturale insostituibile nel processo formativo dei “marinai” di ieri: l’andar per mare a vela. Per fare ciò la Sezione Velica M.M. di Ancona già da un paio di anni ha attivato a titolo sperimentale una Sezione giovanile di scuola vela aperta ai ragazzi; iniziativa molto ben accolta dai Circoli Velici della FIV di Ancona, (SEF Stamura Lega Navale, Ancona Yacht club, WHY MARCHE

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_STYLE & FASHION_

Un tatuaggetto

Uno schianto di Natale Notte prima di Natale, io e il nonno apriamo il divano letto mentre la mamma sforna una teglia di biscotti profumati. Prendo tre biscotti dalla teglia e li metto in un piatto che appoggio sul tavolo di fianco all’albero insieme ad un bicchiere di latte. Prima di andare a dormire scrivo un biglietto che appoggio sul letto appena aperto, “puoi riposare qui”. A notte fonda mi alzo con il mio pigiamino a righe e controllo se è arrivato; è lì che dorme beato, bentornato fratellone! Ok, questa non è la mia storia di Natale e temo nemmeno la vostra, ma una pubblicità della catena di mobili svedesi, i cui addetti marketing, da gelidi nordici dediti al profitto, puntano sul finto calore famigliare middle class provocato da qualche lucetta colorata e cuscini con fantasia di renne. Chi a Natale non si è sentito almeno una volta protagonista di uno spot?

Uno di quelli con nonni grassocci e bonari o con mamme mozzafiato con seni provocanti nei quali affondano visi di bimbi estasiati. Chi sbattendo il pandoro all’interno del sacchetto di plastica per cospargerlo in maniera uniforme di quello zucchero a velo chimico in dotazione nella confezione, non si è sentito un paffuto e sdentato bambino della Bauli? Anni di pubblicità hanno creato una mitologia natalizia di proporzioni tolkieniane. Un vero e proprio magico mondo del Natale fatto di rosso cocacola, renne (chi ne ha mai vista una?) saltellanti, dolci iperglicemici immangiabili durante il resto dell’anno, maglioni soffocanti con fantasie ridicole e dischi di cantanti swing che storpiano canzoni natalizie. Il Natale è diventato un interminabile palinsesto di Real Time. Il periodo natalizio diventa suo malgrado il paradiso del fai da te per signore annoiate e mariti con la sindrome di Peter Pan. Estenuanti sessions

di cucina per brevettare le ottantadue ricette per un Natale di successo, dal tacchino ripieno di anatra in salsa tonnata, al pudding aromatizzato al panettone farcito di gelato e cannella. Gare di pannolenci tra le amiche per fabbricare inutili gingilli da regalare alle altre, per la legge del taglione, una spilla di feltro e perline in cambio di un anello fatto con un bottone e un nastrino di raso. Maratone di colla a caldo per creare decorazioni stile baita per abbellire l’appartamento al sesto piano di una grigia palazzina lungo la provinciale. Minuscoli omini di pandizenzero intagliati nella velina rossa, candele incastonate dentro a pigne bagnate nell’oro, impossibili da accendere senza prima aver digitato il numero dei vigili del fuoco. Infine luminarie, a cascata, a forma di cristallo di neve, di stella cometa. Lampadine rosse, verdi, azzurre, a led, alogene, a

incandescenza. Luminarie attaccate a balconi in arzigogolati arabeschi, gettate alla rinfusa sopra prunus scheletrici o palme perplesse, avvolte intorno a ghirlande sintetiche sulle porte di casa, in iperbolici antagonismi col vicinato. Natale è anche il dramma del donare agli altri. Per la mamma un foulard finto Hermès, voglio che tu sia elegante e sobria e che questa eleganza non incida sul mio portafogli, una bottiglia di superalcolico al babbo, il vecchio beone apprezzerà di sicuro un goccetto, lo aiuterà a sopportare l’orroribile fantasia tarocca del foulard della moglie. Inviti profusi a curare l’igiene per gli anziani: saponette per la nonna e dopobarba per il nonno, entrambi comprati al reparto sanitari del supermercato. Al partner è destinata la fetta più grossa della torta e il regalo varia a seconda del rapporto

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A N D R E A C O Z Z O N I <<<

ANDREA COZZONI


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di coppia. “Abbiamo fissato la data delle nozze” si traduce con un robot da cucina; “stiamo insieme da poco” equivale a una borsa di marca; “non facciamo sesso da tre mesi” una smart box incantevole evasione; “ti ho appena tradito con la tua migliore amica” si merita una fedina d’oro bianco con punto luce. Ai troppi amici di cui ti ricordi solo a Natale le briciole, difficile accontentarli tutti, per cui si svaligiano i mercatini natalizi - una piaga commerciale di proporzioni bibliche - e si portano via profumabiancheria, appendiborse, guanti senza dita, sassi dipinti a mano, cappelli peruviani, presepi in miniatura ricavati da frutta secca. Ma Natale è soprattutto l’occasione per stare insieme. Con i colleghi alla cena aziendale che concluderai avvinazzata, cantando Last Christmas inguainata in un vestitino di lana a collo alto, con il capo che comincerà in quel momento a riconsiderare la tua posizione in azienda; coi consuoceri per la cena della Vigilia e la battaglia all’ultimo cesto natalizio: nel loro c’erano i maron glacè e una bottiglia di liquore allo zafferano, nel nostro cioccolatini dell’Eurospin e le pesche sciroppate che hai fatto a settembre. Finalmente il

pranzo di Natale con i parenti tutti, i nipotini che corrono intorno al tavolo e non abbassano mai il volume dell’ipad; tua cugina Cristina che descrive con dovizia i preparativi del matrimonio e non stacca mai la mano da quella di Fausto, che è finalmente diventato caporeparto; lo zio Ilvo che si addormenta fra una portata e l’altra; la nonna che non smette di criticare la minigonna e gli stivaloni da maitresse della nuora. Poco prima dell’attesissima tombola, un giro di Trivial Pursuit ad personam: ma quando ce la fai conoscere la ragazza? Ma mica ho ancora capito che fai per lavoro? Ma un contratto vero non te lo fanno? E ci arrivi a fine mese? Quando mi farai diventare nonna? Senza nemmeno fingere un’ indigestione, ti catapulti in macchina e corri a casa e il miao del tuo gatto, che ha rotto tre quarti delle palle del tuo albero sbilenco, ti sembra il suono più bello del mondo. Buon Natale.

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_LUDICA_

Si chiama Omni Non stiamo parlando né di un’astronave né di un velivolo sperimentale. Forse possiamo paragonarlo ad un tapis roulant ultratecnologico e moderno oppure possiamo chiamarlo semplicemente Omni! Quanti di voi hanno sempre sognato questo attrezzo? E quanti di voi guardando il film “IL TAGLIAERBE” un Virtual Movie Mix dei primi anni ‘90 hanno esclamato:” Hooooooooooo!!!! Quando potrò entrare in una realtà virtuale completa anch’io?” Nel film si chiama VSI della Virtual Spaces Industries ma allora serviva telepatia e telecinesi per far funzionare il VSI; oggi a distanza di quasi 25 anni si chiama Omni, è largo poco più di un metro, più bello e funzionale di un tapis roulant (e costa anche di meno!). Puo stare nelle nostre case e non serve essere un medium per usarlo: basta salire, legarsi, indossare il casco e si è subito immersi nel Virtual Reality game! Manca proprio nel mondo videoludico la possibilità di impugnare il fucile e iniziare a correre con le proprie gambe all’interno dei giochi; ma come farlo? Dove soprattutto? In casa? E allora perche non inventare Omni! Omni funziona semplicemente cosi: si sale sulla pedana con delle scarpe a cuscinetto ci si lega con una cinta ionizzata alla circonferenza alta e si inizia a correre o a camminare come se fosse su dei cuscinetti d’aria rimanendo sempre sul posto. A differenza di un semplice tapis roulant su Omni possiamo girare andare, a destra, sinistra, in basso, ruotarci e fare tutto quello che normalmente facciamo, camminando o correndo! Immaginate di fare una corsa riscaldamento a Central Park: quanti di voi l’hanno sempre desiderato? Certo non è uguale come stare realmente li! Ma piuttosto che correre sul posto, l’Omni ci immerge in una nuova realtà che sia Gaming Fitness o divertimento sta di fatto che ora possiamo giocare con i nostri giochi, guardare film, fare qualsiasi altra attività di intrattenimento facendo attività fisica allo stesso momento!

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e rappresenta il futuro di oggi Omni è già tra noi!

Perchè non regalarlo a Natale? Sicuramente starete pensando: quanti migliaia di dollari può costare Omni? In realtà circa 500 dollari poco meno di un tapir roulant professionale. Ma l’esperienza che potrete avere sarà unica e nuovissima

Omni in abbinata all’Oculus One in azione durante il gioco Skyrim Elder Scroll

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HOUSE

il mondo in verticale

Seconda puntata dell’indagine sul “mondominio” di Porto Recanati, laboratorio spontaneo di convivenze d i

Gia mp a o lo

Pa tic c h io

Il palazzo di 17 piani, che svetta tra le costruzioni basse della periferia di Porto Recanati, è nato alla fine degli anni 60 come residence per la villeggiatura estiva e, oggi, è invece la casa di almeno 2000 persone provenienti da circa 40 paesi del mondo, compreso un piccolo gruppo di italiani. Descritto dai media locali come un luogo socialmente problematico, isolato come un ghetto da un punto di vista urbanistico, fortemente stigmatizzato dal territorio circostante, l’Hotel House è diventato protagonista, negli ultimi anni, di studi approfonditi da parte di sociologi, antropologi, urbanisti e ricercatori. Che lo considerano invece un modello abbastanza unico di convivenza spontanea delle diversità.

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el momento in cui, nel 2004, Adriano Cancellieri, giovane dottorando dell’Università di Urbino, è sul punto di varcare per la prima volta il cancello dell’Hotel House, è intimidito dall’imponenza della struttura e dalla fama fortemente negativa che la precede. Esita sulla soglia. È là che un buon ricercatore deve abbandonare i suoi pregiudizi e le sue rappresentazioni preconfezionate. E l’intenzione di Adriano è quella di esplorare il “mondominio” in profondità. Fare una vera e propria ricerca sul campo e osservare i fenomeni da vicino. Ovvero vivendo egli stesso nel palazzo ed entrando in relazione con i suoi abitanti. Non sarà facile per lui mettere insieme la distanza che uno studioso deve mantenere rispetto all’oggetto del suo interesse, con il coinvolgimento personale che una convivenza diretta con lo stesso può comportare. Osservazione partecipata, la chiamano gli antropologi. Oggi Adriano è un sociologo urbano che insegna allo IUAV, l’Università di Venezia, e proprio quest’anno ha pubblicato “Hotel House, Etnografia di un condominio multietnico”, che è il frutto della sua prima lunga permanenza nel palazzo, inizialmente ospite di alcune famiglie senegalesi; ma anche dei suoi ritorni periodici nel condominio lungo l’arco di otto anni, dei suoi incontri con gli abitanti, delle sue interviste, delle sue osservazioni e del suo diario di campo. Il sociologo racconta la sua esperienza come un viaggio continuo, da un continente all’altro, semplicemente attraverso uno spostamento in ascensore o un passaggio dalla moschea o un incontro casuale nel piazzale. E non c’è dubbio che per Adriano, dopo la sua esperienza, l’HH non sia più soltanto un campo di ricerca; per lui quel palazzo è anche, ormai, un luogo familiare, umanamente significativo. “Per me, come ricercatore, cinque sono le cose che, messe insieme, rendono particolare ed estremamente interessante l’HH” - dice Adriano dall’altro capo di Skype - “la prima è che in un unico palazzo vivano tutti insieme quasi duemila migranti. La seconda è che gli stessi provengano da circa 40 paesi diversi e che, nel complesso, nessuna nazionalità sia significativamente predominante. La terza è l’isolamento urbanistico dalla città: il palazzo è come un albero nella steppa, senza collegamenti pedonali con il centro di Porto Recanati. Il quarto elemento è proprio il fatto che il tutto avvenga in un paese di diecimila abitanti e non in una metropoli. E, quinta e ultima caratteristica peculiare, quel palazzo era nato come un’utopia architettonica. Sono fenomeni, questi, singolarmente rintracciabili anche altrove in Italia. Ma in nessun caso, come nell’HH, essi si verificano così, tutti insieme”. Nella sua ricerca Cancellieri racconta, con occhio metodologicamente scrupoloso ma anche con quotidiana partecipazione, in che modo le persone del condominio sperimentano le loro diversità, le maniere in cui riescono a farle convivere. Descrive la resistenza dei condomini all’isolamento da parte del resto del

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w territorio, la loro percezione della ghettizzazione, il modo in cui subiscono o reagiscono allo stigma che, al traino della rappresentazione mediatica e istituzionale, definisce l’HH come un contesto dove domina l’illegalità. Tutti giochiamo identità diverse in contesti e situazioni differenti. All’HH, la commistione di infinite differenze rende questo gioco particolarmente complesso ed evidente. Spiega infatti Adriano: “Complici anche la separazione dal paese e la brutta fama che grava sul condominio, paradossalmente gli immigrati che lo abitano hanno creato un’appartenenza al luogo, ricostruendo qui, lontano dai paesi d’origine, una loro nuova casa, con una serie di spazi di scambio e un’identità collettiva nuova, inedita. All’HH si assiste a una negoziazione costante tra gli abitanti su ogni aspetto della vita quotidiana, dai rumori, agli odori, agli usi culturali e religiosi differenti, che pure riescono a coabitare in uno spazio così circoscritto. Sono rare le volte in cui si arriva al conflitto distruttivo, la maggior parte delle volte il conflitto diventa un’occasione di conoscenza reciproca e di mediazione. Nonostante una concentrazione di popolazione di questo tipo, in un luogo pieno di limiti strutturali, a prevalere è quasi sempre il compromesso, la negoziazione quotidiana sostenibile”. E a pensarla così non è solo il sociologo, ma anche la maggior parte degli italiani che vivono nel condominio, le cui testimonianze popolano le pagine della sua ricerca. Come quella di Giuseppe, settantenne residente all’HH, che dichiara: “A dire il vero, io all’HH mi trovo bene. Bene. Appunto su quella base lì: rispetta e sei rispettato. Poi da tutte le parti il mondo è paese. Qui c’è compagnia, non sono uno che va fuori a fare amicizie, però se scendo, mi saluta uno, l’altro mi chiede, l’altro anche. Ti fanno sentire in mezzo alla gente, anziché essere il solito isolato”. E allora come mai all’esterno, dell’HH trapela solo la dimensione problematica? Adriano risponde: “Di per sé già la struttura architettonica e la concentrazione di immigrati favoriscono la paura di chi non ha mai messo piede nel condominio, ma questa è solo una parte della risposta. Il resto è nella rappresentazione dominante dell’immigrato come pericoloso, alimentata negli anni dai media e dalla politica. Siamo, del resto, in un paese che spesso, negli ultimi anni, ha accolto nei suoi governi un partito esplicitamente razzista”. L’esistenza di un simbolo così visibile come l’HH, ha reso forse più efficace la macchina della paura. E tuttavia a guardare oltre la cronaca, con lo sguardo lungimirante dell’antropologia, si può cogliere in questo gigante di cemento e nella sua colorata popolazione, un’avanguardia di futuri scenari sociali, un microcosmo dove si elaborano, in modo spontaneo e nella fatica quotidiana della mediazione, nuove forme di convivenza.

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Adriano Cancellieri

regista Giorgio il Giorgio Cingolani, antropologo e documentarista, nel 2005 ha girato un documentario sull’Hotel House, una specie di viaggio etnografico che, nel raccontare le vicende del palazzo multietnico, fa luce sulla difficile quotidianità degli emigranti. “Nell’HH è possibile osservare l’evolversi sociale in una condizione limite”, dice Giorgio, ma quello che più lo interessa, in realtà, è soprattutto il riscontro sociale del lavoro che fa. Nel tempo, la sua attenzione si è focalizzata soprattutto sugli abitanti più giovani del condominio. Da poche settimane ha iniziato un corso di cinematografia proprio con loro, “perchè” -spiega- “queste persone non hanno bisogno di soluzioni pronte, ma di strumenti per cercarsele, di opportunità”. L’HH non lascia indifferenti e Giorgio, in particolare, è colpito dalla forma straordinaria di convivenza sociale e civile che, data la permanente situazione di emergenza -soprattutto strutturale- del palazzo, gli abitanti del condominio sono riusciti a


i sociali r o t a r e p o andro, gli S e ia n o M Monia Sabbatini e Sandro Clementi lavorano da anni come operatori sociali all’Hotel House. Insieme ad altre associazioni, gestiscono e animano gli spazi polivalenti del comune sotto i portici del palazzo, a vantaggio soprattutto dei bambini e degli adolescenti. Ma una parte delle attività del centro si rivolgono anche agli adulti, soprattutto alle donne, per le quali vengono attivate situazioni di apprendimento della lingua italiana e di formazione in genere. “Per me l`HH è soprattutto le persone che ci vivono”, esordisce Monia, “e il fattore umano quì è altissimo, soprattutto per il potenziale di contatto con le culture altre”. Per Monia il valore aggiunto dell’HH, di fatto, è proprio questo: la possibilità, così concentrata, di scoprire mondi altri, culturalmente lontani ma molto aperti alla socialità. In particolare l’affascinano le reti sociali femminili che nel palazzo si sono spontaneamente create nel tempo, così che resiste ancora un modello di genitorialità diffusa, per cui ognuna si sente responsabile anche dei figli degli altri. “Nel condominio c’è un grande rispetto reciproco tra culture diverse. Nessuno chiede al suo vicino di diventare qualcos’altro. E questo rappresenta il principio di base per un’esperienza di autentica integrazione. Che, in questo caso, paradossalmente, si realizza non tra italiani e stranieri, ma tra stranieri di provenienze diverse che vivono in Italia”.

creare. “La struttura è in condizioni di degrado e non è sostenibile una concentrazione di questo tipo in un edificio così architettato e così separato, fisicamente e simbolicamente, dal resto del territorio” -spiega Cingolani- “ il rischio è che il degrado diventi anche sociale, incalzato dall’immagine mediatica in cui l’HH è intrappolato; più tu radicalizzi un simbolo, più quel simbolo diventa inespugnabile. In questo modo il ghetto finisce per essere alimentato sia dall’esterno che dall’interno dove, in assenza di alternative, la tentazione è quella di ricreare un habitat culturale familiare”. Lo stereotipo e il pregiudizio dall’esterno sono dunque destinati a rimanere forti se, anche urbanisticamente, non vengono aperti canali di interazione tra palazzo e territorio. Pur tuttavia, secondo il documentarista, un elemento di novità e di rottura dell’isolamento, rispetto a qualche anno fa, è proprio la presenza maggiore di adolescenti e giovani che, pur vivendo nel palazzo, entrano quotidianamente in relazione con il resto del territorio, dalla scuola in poi. “Ecco il motivo”, conclude Giorgio, “per cui bisogna puntare sulla loro consapevolezza e sull’acquisizione di competenze spendibili da parte loro”.

Foto di: Giampaolo Paticchio, Luca Vannicola, Fabio Rossi

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