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E DITORIALE

MAGNIFICENZE MARCHIGIANE In questo numero abbiamo focalizzato l’attenzione sulle magnificenze delle Marche, sulle prelibatezze gastronomiche, sul valore delle persone. Ancora una volta, come sempre. Non poteva mancare il focus sulla presenza al Salone del Libro di Torino, straordinario veicolo, nel 2019, della nostra terra, in quanto regione ospitata all’interno della fiera. La rivista rimane il baluardo attraverso il quale veicolare il meglio delle Marche: l’esclusività del periodico che vi offriamo ci sembra indispensabile. C’è qualcosa da scoprire tra città e borghi, lungo la costa e nell’entroterra, in una meridiana ideale. Diceva il grande scrittore Antonio Tabucchi: “Un luogo non è mai solo quel luogo. Quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati”. Ed è bello esserci…

ALESSANDRO MOSCÈ

WHY MARCHE | 7


P.10

S O M M A R I O

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A GORÀ 10 IN UN CLICK

A NIMA 26 MEMORIE DI FORMAGGIO 30 IL VIARIO ROMANO 34 IL CORAGGIO DI NON ANDARE VIA 38 LAME ROSSE PER MEDITARE 42 L’ALTRA FACCIA DELLO ZOO

P RIMO

PIANO

44 VOGLIA DI CAMPER

Direttore Responsabile: Alessandro Moscè REDAZIONE Editor Silvia Brunori Fabrizio Cantori Alessandro Carlorosi Stefania Cecconi Ilaria Cofanelli Nike Giurlani Stefano Longhi Alessandra Lucaioli Tommaso Lucchetti

M ENTE 50“CASA GP” 52 MARCHE SMART CITIES 54 ADICONSUM

Marketing & P.R. Raffaella Scortichini r.scortichini@whymarche.com Concept: Theta Edizioni info@whymarche.com

P ERCHÉ 56 HOMO FABER

S PIRITO

P.48

I PERCORSI DI WHY MARCHE

www.thetaedizioni.it

60 LA CONQUISTA DI GEMMA 62 VOGLIA DI CROSS COUNTRY? 64 ÈDI.MARCA 66 L’EREDITÀ DI GIGLI 68 LETTERATURA E LIBRI A TORINO 70 BARBANERA 72 EVENTI

P.14

edizioni info@thetaedizioni.it

Casa Editrice: Theta Edizioni Srl Registrazione Tribunale di Ancona n° 15/10 del 20 Agosto 2010 Sede Legale: Via Monti 24 60030 Santa Maria Nuova - Ancona www.thetaedizioni.it - info@thetaedizioni.it Stampa: Tecnostampa: Via Le Brecce - 60025 Loreto (AN) Abbonamenti: abbonamenti@whymarche.com Chiuso in redazione il 14 Maggio 2019 Photo copertina - StockAdobe

COPYRIGHT THETA EDIZIONI TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI. NESSUNA PARTE DI QUESTO MENSILE PUO’ ESSERE RIPRODOTTA CON MEZZI GRAFICI, MECCANICI, ELETTRONICI O DIGITALI. OGNI VIOLAZIONE SARA’ PERSEGUITA A NORMA DI LEGGE. per qualsiasi informazione

info@whymarche.com


A GORÀ

Photo Marta Maracchini 10 | WHY MARCHE


di Alessandro Carlorosi

“CERCO LA BELLEZZA E LA BELLEZZA SI TROVA OVUNQUE.“ Lorenzo Cicconi Massi, fotografo e regista nato a Senigallia, racconta le Marche in Italia e nel mondo attraverso le sue immagini alla ricerca della bellezza dei luoghi delle persone e dei prodotti che rendono magica questa terra. L’INCONTRO CON LA FOTOGRAFIA È STATO AMORE A PRIMA VISTA?

Fin da bambino ho avuto attrazione per le grandi storie raccontate dal cinema. Il cinema era la prima idea (che in parte ho realizzato), la fotografia è stato un naturale e più intimo proseguimento.

LE MARCHE HANNO CONTRIBUITO AL TUO FELICE RAPPORTO CON LA FOTOGRAFIA?

Le Marche sono un’idea felice che porto dentro di me. Sono il soggetto privilegiato e non solo lo sfondo di molte mie fotografie che non necessariamente rappresentano paesaggi.

nelle mie fotografie o in quella volta che tornando dal primo lungo viaggio negli Stati Uniti, mi commossi alla vista della mia campagna.

IL LUOGO PIÙ SUGGESTIVO DELLE MARCHE?

Sono molti i luoghi che amo. Ma forse per vicinanza geografica e per i numerosi incontri con il mio sguardo, ho fotografato spesso le guglie che si stagliano su Ostra Vetere, in mezzo ad un paesaggio ondulato e largo, quieto e accogliente.

COSA RICERCHI PARTICOLARMENTE NEL PAESAGGIO MARCHIGIANO? COSA RICORDI E COSA PORTI CON TE DEL GRANDE MARIO GIACOMELLI?

Sono andato in cerca di Giacomelli e del suo pensiero, con l’umiltà di chi sa di scendere nel campo di un maestro assoluto. Il bianconero di Mario Giacomelli mi ha guidato, perché uno di Senigallia cresce vedendo le sue foto ovunque, nei bar, nelle case di amici, nel cassetto dei ricordi della propria casa. Giacomelli, molto più di altri, ci ha fatto capire che una buona foto nasce prima dentro la tua anima, poi la si può fermare nello scatto.

PERCHÉ HAI DECISO DI RESTARE NELLE MARCHE?

Me lo chiedo quasi tutti i giorni. Forse la risposta sta proprio

Le colline senza ombra di dubbio. Il dedalo di strade e stradine che le percorrono, i casolari abbandonati. Tutto è composto con equilibrio, senza essere mai troppo perfetto. La nostra bellezza non è urlata, spinge alla riflessione ed a un approccio più intimo.

QUALI SONO GLI STIMOLI PIÙ IMPORTANTI NEL TUO LAVORO ARTISTICO E DI RICERCA?

Cerco la bellezza e la bellezza si trova ovunque. È l’incredibile equilibrio degli elementi che compongono il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi. Noi siamo abituati a riconoscerla nei volti delle persone o

Gli arzigogoli

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Photo Roger Conti

A GORÀ

IMPORTANTI REPORTAGE PER ALCUNE TRA I TANTI PREMI RICEVUTI IL WORD PRESS PHOTO. PERCHÉ COSÌ TANTA RICERCA VERSO LA FIGURA UMANA?

nella maestosità di un paesaggio. Mi interessa scovare la bellezza meno stereotipata, quella che sfugge agli occhi dei più, che gioca a svelarsi a pochi, che ti sfida a cercarla. La trovi sotto casa e ti attraversa come lo stesso raggio di luce che la illumina.

CHE MESSAGGIO VUOI PORTARE CON LE TUE IMMAGINI DELLE MARCHE NEL MONDO?

Molta gente viene per il mare d’estate, ma il mare d’estate è una nostra invenzione e forse esistono spiagge migliori delle nostre. Vorrei convincere tutti a venire qui per perdersi nel grano di Giugno e poi ritornare per passeggiare sulla battigia a gennaio.

CHE SENSAZIONI SUSCITANO LE TUE IMMAGINI DELLE MARCHE ALL’ESTERO?

La risposta è banale ma non ne trovo altre: che questo posto è emozionante se siamo pronti noi a vederlo con gli occhi di Piero della Francesca, Leopardi e Giacomelli.

COME SEI ARRIVATO DA SENIGALLIA A MILANO COME FOTOGRAFO DELL’AGENZIA CONTRASTO?

Mi hanno contattato dopo la vittoria al premio Canon del 1999. Muovevo i primi passi e mi hanno contattato. Una bella scoperta per me, quelle cose che ti cambiano la vita, e se ancora non mi hanno sbattuto fuori vuol dire che sto facendo discretamente.

Paesaggi delle Marche

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L’uomo è mutevole e sorprendente, creatore e distruttore. Delle persone mi interessa tutto: le espressioni del volto, il carattere, l’intelligenza e l’ironia, la forma estetica. Per quanto la fiducia nell’umanità ogni tanto vacilli, penso che questo mondo senza la presenza dell’uomo sarebbe spaventosamente vuoto.

COPERTINE DI MAGAZINE COME IMAGES, NEWSWEEK, IO DONNA, SPORTWEEK, LA STAMPA, VENTIQUATTRO, MERIDIANI. QUALE ESPERIENZA È STATA PIÙ SIGNIFICATIVA PER TE? Non tutte sono importanti alla stessa misura: il lavoro in Cina nel 2006 ha significato molto, ma i lavori più belli sono quelli che non esistono nella realtà, che nascono da un’intuizione che poi si trasforma in invenzione.

COLLABORAZIONI CON IMPORTANTI BRAND DEL MADE IN ITALY. COME TI PIACEREBBE RACCONTARE IL MADE IN MARCHE?

Mi piacerebbe raccontarlo come in genere nessuno fa mai. Pensare ad una storia, anche piccola, che ha protagonista l’uomo, insieme al mondo e all’azienda che si vogliono raccontare. Mostrare i prodotti avulsi dal contesto in cui sono creati, slegati dalle storie umane che ci sono dietro, è un modo di raccontare poco interessante.


Donne Volanti

DALLA FOTOGRAFIA ALLA REGIA E AL MONDO DEI VIDEO DOVE APPONI SEMPRE UN TRATTO DI ORIGINALITÀ. COSA CAMBIA PER TE TRA QUESTE DUE ARTI VISIVE?

Non sono solo due modi di lavorare, sono due parti di me che mi portano a ragionare e avviare un processo crea-tivo in modo molto differente; il cinema è una macchina elefantiaca, enorme, piena di gente che si muove avanti e indietro. Il tutto per organizzare un’inquadratura. Allora preferisco pensarmi in una collina, che inquadro, ragiono nel silenzio, o con la musica che arriva dalla mia macchina, lasciata con gli sportelli aperti. Ma è altrettanto vero che la varietà di emozioni che una buona storia cinematografica concentrata in un paio di ore ci regala, la rende una delle invenzioni più longeve e forti della storia dell’uomo.

SU COSA STAI LAVORANDO ORA?

Sto realizzando dei video che raccontano del nostro saper fare con un’attenzione particolare alle aziende

che in questi decenni si sono distinte per la qualità del loro lavoro, un mix sapiente di tradizione e modernità. Il progetto si chiama Visit Industry Marche.

SEI INNAMORATO DELLE MARCHE E LO DIMOSTRI QUOTIDIANAMENTE SPENDENDOTI COME AMBASCIATORE. DI COSA HANNO PIÙ BISOGNO SECONDO TE LE MARCHE? Le Marche devono proporsi in modo diverso al pubblico internazionale. Non si possono fare spot generici dove si vede tutto ma rimane poco. Noi dobbiamo comunicare un modo di vivere, una relazione profonda fra storia e vita contemporanea. Questa regione è ancora da scoprire nella sua interezza, e le persone che viaggiano vogliono scoprire per emozionarsi.

PROGETTI E SOGNI PER IL TUO FUTURO?

Girare un altro film per il cinema in questa terra con maggiore autonomia creativa e sguardo più maturo.

Lorenzo Cicconi Massi nasce a Senigallia nel 1966 dove conosce il grande fotografo Mario Giacomelli. Si laurea in Sociologia con una tesi proprio su Giacomelli e il Gruppo Misa poi entra a far parte dell’agenzia Con-trasto che lo porta a pubblicare le sue immagini per riviste italiane e internazionali come Images, Newsweek, Io Donna, Sportweek, La Stampa, Ventiquattro, Meridiani. Riceve il World Press Photo ad Amsterdam nella categoria “sports feature singles” per gli scatti raffiguranti dei gio-vani calciatori cinesi in allenamento per le olimpiadi di Pechino del 2008. Ottiene dai più importanti fotografi italiani il premio G.R.I.N. (Amilcare Ponchielli) come miglior lavoro fotografico dell’anno con gli scatti “Fedele alla tribù”. Fotografo ufficiale nel tour “L’anima vola” della cantante Elisa. Espone alla Triennale di Milano con il progetto di Altagamma “Italian Contemporary Essence” per importanti aziende del design italiano. Si presenta da regista nel film “Prova a volare” con un esordiente Riccardo Scamarcio e Alessandra Mastronardi e con la partecipazione di Ennio Fantastichini ed Antonio Catania. La pellicola è distribuita dall’Istituto Luce e inserita in programmazione su SKY cinema e LA7. Innamorato delle sue Marche mantiene un contatto costante vivendo e lavorando in questa regione che adora raccontare con le sue immagini e i suoi lavori di ricerca caratterizzati da uno stile tutto suo e fortemente legato al grande Maestro Giacomelli.

Paesaggi delle Marche

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A NIMA

A R T O I VIAGG I L I N A P M I CA a Tessadori

Photos Andre

FRONTINO MERCATALE DI SASSOCORVARO

SALTARA

PERGOLA

ANCONA JESI

LORETO FABRIANO ESANATOLIA MATELICA MACERATA CORRIDONIA TOLENTINO LORO PICENO MONTEFALCONE AMANDOLA MONTALTO FERMO DELLE MARCHE CUPRA MARITTIMA ASCOLI PICENO

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

Nelle Marche, sparsi in tutto il territorio regionale, troviamo numerosi campanili: ciascuno con proprie particolarità e diversi per stili e dimensioni, ma ciascuno di essi rappresenta certamente un vero e proprio capolavoro architettonico. Il campanile è sicuro punto di orientamento, spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Non vi è alcun borgo o paese che non abbia la sua chiesa con la propria torre campanaria che ne racconta la storia, le vicende e le glorie del tempo. Ma il campanile non è solo punto di osservazione, ma ha altresì una funzione profondamente simbolica, che via via col tempo è andata scemando: la sua caratteristica di accentrare valore topografico, religioso e civico. Un ruolo altamente sociale nella vita di tutti i giorni, punto di richiamo alla preghiera, di scansione dei tempi liturgici e di misurazione del tempo, di diffusione delle notizie alla comunità (avvisi, chiamata a raccolta, segno di pericolo). L’uso delle campane come strumento di culto è antichissimo, precristiano regolato dal Codice di Diritto Canonico, che lasciò però ai responsabili delle singole chiese una certa discrezione in base alle consuetudini locali. Ovviamente con il tempo e con l’avvento delle moderne tecnologie l’interpretazione di questi suoni che, un tempo, tutti sapevano intendere e decodificare, è ormai sconosciuta. Ad oggi è difficoltoso fare una stima di quanti campanili siano presenti in regione, certo è che in particolare alcuni di essi sono diventati dei veri e propri simboli delle località che li ospitano. Diversi di essi hanno subito purtroppo degli importanti danneggiamenti in seguito agli eventi sismici che hanno interessato la Regione Marche nel 2016. Restano comunque il riflesso di una ricchezza immensa e secolare del territorio ed un vero e proprio patrimonio che richiama alla visita numerosi turisti.

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A NIMA

Lo stile romanico - gotico e barocco in provincia

Loreto, il campanile della Basilica della Santa Casa

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

2. foto 1. Fabriano, il campanile della Chiesa di San Domenico

foto 2. Ancona, il campanile del Duomo di San Ciriaco 1.

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foto 3. Offagna, il campanile della Chiesa di San Tommaso

foto 4. Jesi, il campanile della Cattedrale di San Settimio

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A NIMA

Molte le torri riadattate a campanili Ascoli Piceno, il campanile di Santa Maria Intervineas

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

2. foto 1. Offida, il campanile della Chiesa di Santa Maria della Rocca

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foto 2. Montalto delle Marche, il Campanile della Cattedrale di Santa Maria Assunta

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foto 3. Crupra Marittima, il campanile della Chiesa dell’Annunziata

foto 4. Ascoli Piceno, il campanile di Santa Maria Intervineas

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A NIMA Motefalcone Appennino, il campanile della Chiesa di San Michele Arcangelo

Qui i campanili sembrano guardarsi l’uno con l’altro 20 | WHY MARCHE


I PERCORSI DI WHY MARCHE

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foto 1. Fermo, il campanile della Chiesa di San Domenico

foto 3. Fermo, il campanile del Duomo

foto 2. Montefalcone Appennino, il campanile della Chiesa San Pietro in Penne

foto 4. Amandola, il campanile della Chiesa Santa Maria a Piè d’Angelo

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A NIMA

Matelica, il campanile della Cattedrale di Santa Maria Assunta

Vegliati dai campanili

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

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foto 1. Esanatolia, il campanile della Chiesa dei Santi Anatolia e Martino

foto 3. Tolentino, il campanile della Basilica di San Nicola

foto 2. Corridonia, il campanile della Chiesa di Sant’Agostino

foto 4. Loro Piceno, il campanile della Chiesa Santa Maria di Piazza

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A NIMA

Frontino, la Torre Civica

Campanili tra castelli, borghi e storia 24 | WHY MARCHE


I PERCORSI DI WHY MARCHE

foto 1. Saltara, il campanile della Chiesa di San Pietro Celestino

foto 2. Mercatale di Sassocarvaro, il campanile di San Michele Arcangelo

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foto 3. Frontino, il campanile tra le mura del castello

foto 4. Pergola, il campanile della chiesa di San Francesco

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A NIMA

Maggio: antiche memorie di formaggio “Légna e furmag, s’fa la pruvista de magg’, Legna e formaggio, si fa la provvista di maggio”, secondo un detto pesarese: la saggezza popolare dei proverbi così ammoniva, ed ancora una volta l’enciclopedia dei poveri era infallibile come promemoria ottimale per la dispensa, ricordando il periodo ottimale per lavorare e mettere da parte questa provvista così importante e così diffusa. Capillarmente in tutta la regione il territorio delle campagne era punteggiato, come riportano le fonti d’archivio catastali e le antiche mappe, da capanni e locali ad hoc come le “casciare”, con i loro corredi di utensili per la caseificazione. Anche le memorie orali riferiscono di come non solo i pastori fossero grandi produttori di cacio, ma anche nelle famiglie contadine tanti si cimentassero nella preparazione del formaggio.

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di Tommaso Lucchetti

Questa sapienza sopraffina, che moltissimi cronisti e relatori del passato attribuivano in particolare alle donne, partiva già dall’identificazione e classificazione selettiva delle erbe adatte per favorire la cagliatura, e notoriamente la conoscenza della flora selvatica era dominio culturalmente in gran parte femminile. Angelo Antonio Rastelli, autore nel 1808 del manuale di agronomia Il Dottore in villa riferisce in merito alla tecnica casearia: “Sogliono spesso le vostre Donne caciaruole lamentarsi, che in qualche anno lor vien male il cacio, che o si gonfia, o si crepola, o s’inverninisce, o non si coagula bene. Ne danno subito la colpa a qualche occhio malevolo ecc. Son tutte vane osservanze”. In effetti in una pratica apparentemente magica ed oscura della coagulazione del latte, può sembrare entrarci qualcosa di arcano, di misterioso, di alchemico, per cui ci si lega alle credenze ed alle superstizioni. Era inevitabile che attorno alla composizione dei formaggi talvolta fiorissero dicerie, leggende, autentici rituali dagli echi pagani che saldavano indissolubilmente profano e sacro. È significativa in proposito una documentazione di inizio Ottocento, ossia la relazione redatta da uno dei compilatori dell’Inchiesta Agraria Napoleonica, l’avvocato Simonetti di Falerone, nella quale è riportata la convinzione popolare che lega il formaggio, ed anche il caglio, il “priso”, alla ricorrenza sacra dell’Ascensione (quaranta giorni dopo Pasqua, quindi variabilmente tra maggio e giugno): “Il cacio che si fa in questo giorno non si divide col padrone, né si mangia, ma essi lo conservano gelosamente per unirlo alla mistura che fanno e che chiamano priso alla formazione della pasta del cacio nell’anno futuro. Dicono che senza di questa unione, fatta in devozione di quella festa, la pasta non può venir bene”. Tra tutti i segreti che la cultura contadina e pastorale perpetuava gelosamente, tramandandoli di generazione in generazione, le formule di confezione del caglio erano le più recondite ed imperscrutabili, nonché decisamente laboriose: vi entravano ingredienti complessi, a

volte anche oscuri se non ripugnanti, e si richiedevano procedure e raccomandazioni persino rituali, tramandati nelle case con la gelosia di precetti alchemici, all’apparenza quasi come fossero filtri magici o intrugli stregoneschi. Ancora pochissimi decenni fa una studiosa di Fossombrone, Adele Rondini, riusciva a raccogliere da una testimonianza orale la ricetta antica di un caglio: “Si prendeva dello stomaco dei primi agnellini, quella parte in cui il latte resta ristretto, cioè l’abomaso, (due o tre per la dose annuale in argomento); si teneva poi per un anno sotto il camino, sino a che, ritirato e secco, si poteva grattugiare, si aggiungeva un chilo di olio di oliva vergine, mezzo chilo di pecorino grattugiato, un pizzico di “occhi” freschi di noce (quei germogli-aborto che si vedono vicino alla foglia), peli di carciofo selvatico secco e noce moscata grattugiata finemente, un bicchiere di vino bianco e un’inezia di sale. Secondo la tradizione, il martedì di Carnevale, si procedeva a fare l’operazione: si impastava il tutto in una pignatta dove poi, questa specie di pasta, untuosa e brozzolosa, si conservava; durava un anno intero; la dose, facciamo conto per una cagliata di sei o sette litri, era tanta quanto una fava; se poi si pigliava lo stomaco di capretto allora il formaggio riusciva piccante e dai più anziani veniva benedetto come un santo per i miracoli. Più piccante del solito riusciva se si usava latte di capra. Più buono e saporito, se la pastura era di macchia o di pura lupinella”. Appena un po’ meno sinistra una ricetta di caglio non popolare e pastorale, ma al contrario signorile, presente nel ricettario manoscritto di Tommaso Zaccagnini, notabile di Staffolo, dove si legge del “Guaglio per fare la Giungata”: “Si prende la pelle che sta dentro il grigino di piccione e polito // con uno straccio si fa seccare, si pesta e mette dentro il latte e così questo si congela.

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A NIMA

Ogni pelle serve per una foglietta di latte. Può farsi uso egualmente della pelle del grigino delle pollastre. Il cascio fiore si fa in vece del guaglio, con i fiori di carciofi apposta preparati. Si mettono questi insieme con de’ fiori di zafferano nel latte e si mette al fuoco lento, levandolo quasi appena caldo, perché il cagio non venga molto coagulato ma leggiero. La ricotta che se ne ricava è delicatissima e si chiama ricotta gentile”. Una volta fabbricate ed allineate le forme di cacio altri stratagemmi tradizionali andavano osservati per la conservazione: sempre nel suo testo del 1818 Rastelli osserva: “Sogliono i Fattori industriosi metterne qualche forma mezz’asciutta in un vaso sotto olio involta con dette foglie di noci, e serbarlo per i Padroni a mangiarsi colle frutta, che è un cacio veramente prezioso”. Nel 1811 un almanacco anconetano Un poco di vecchio ed un poco di nuovo nell’elenco mese per mese delle pratiche agrarie da seguire scrupolosamente, raccomanda per maggio di controllare, rivoltare e stagionare il formaggio “acciò si conservi bene, perché non tenendolo ben custodito, facilmente si guasta”. Ancora in memorie orali raccolte nel primo decennio del ventunesimo secolo, e quindi riferibili fino agli inizi del ‘900, si ricordavano le pratiche di mantenere il formaggio ottenuto “unto di olio, si gira due volte al giorno, su una tavola posticcia su mensole a muro, ben tenute all’ombra e con la finestra aperta”. Altri riferiscono come, nel mese di agosto, il formaggio vada custodito “strapunto d’olio e ricoperto di cenere, si adagia nella olla di terracotta, fatta appositamente

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con dei fori per l’aria”. È documentata anche la pratica di custodire le forme nel grano, come anche le uova, ed alcuni riportano poi l’uso di stagionare il formaggio in apposite terrine di terracotta. Tra le specialità casearie delle Marche più tradizionali ed anticamente radicate si ricorda la pregiata produzione di Visso, citata nell’Inchiesta Agraria Jacini del 1884 come esportata ed apprezzata fino a Roma. Alla capitale, già dal Cinquecento, giungeva anche un’altra produzione d’eccellenza legata invece al Montefeltro: è difatti nobile il corredo di riferimenti storici legati alla “casciotta d’Urbino”, amata da Michelangelo Buonarroti, come documenta l’epistolario del grande artista rinascimentale, e nel Settecento apprezzata dal pontefice papa Clemente XIV. Va ricordata anche la qualità di caciotte fermane, che ebbe un particolare impulso a fine Ottocento anche con la creazione di latterie sociali. In decenni più recenti altri formaggi sono assurti a tipicità del territorio marchigiano, grazie ad un recupero dalla memoria difficilmente appoggiata su fonti scritte, ma resa possibile dalla sopravvivenza nel tempo di pratiche gestuali e testimonianze orali acciuffate in extremis, come ad esempio quelle forme lasciate a stagionare nelle vinacce o nel mosto, quale l’“imbriagott” pesarese. Il territorio regionale è costellato


da queste specialità antiche raccolte con un lavoro di ricerca paziente e rispettoso di memorie anche individuali, quali ad esempio il pecorino di Montecarotto con un particolare caglio vegetale, con erbe inusuali e mai riscontrate, oppure il cosiddetto Pecorino millebuchi, rievocato e restituito all’arte casearia moderna dai ricordi indiretti di una donna che lo produceva fino agli anni Quaranta del secolo scorso, con le forme anticamente protette dal caldo adagiandole nelle nicchie di creta del castello. Va poi segnalato come queste ricette siano state recuperate da un produttore di origine sarda, che come molti suoi colleghi conterranei, è giunto nelle Marche portando in dote la propria cultura, mettendola al servizio della tradizione casearia regionale e spesso addirittura del suo stesso salvataggio da un possibile oblio. A Talamello il formaggio di fossa è stato ribattezzato poeticamente “Ambra” dallo sceneggiatore e poeta Tonino Guerra: “Mi è sembrato che, per analogia, il nome giusto fosse quello dell’Ambra, perché anche questo formaggio ci arriva da sotto terra. Va giù che è bianco e torna fuori quasi dorato…come l’ambra, che quando riemerge dalle viscere profonde ha un colore giallo luminoso, come se avesse una sua luce interna”. Questa antica tradizione del cacio messo a riposare in grotte sotterranee, quasi in una sorta di letargo (se non addirittura di inumazione), è attestata da alcuni documenti settecenteschi conventuali, che registrano puntualmente gli infossamenti delle forme di pecorino. Gli antichi ricettari marchigiani riportano naturalmente un impiego massiccio di formaggio. Nella raccolta manoscritta seicentesca di appunti di cucina e mensa del maceratese cardinal Bonaccorsi, oltre all’uso canonico nelle ricette di pastasciutte, minestre, zuppe, si riporta di servizi imbanditi “con formaggi di diverse sorti” e di come si recassero a tavola su scaldavivande d’argento tartufi con olio dove “ci si mette cascio fresco che si liquefa in quell’olio et è esquisito”. Da menzionare anche la preparazione del “cascio fresco cotto in piattino con sugo di merangolo sopra o limone”. Notevole anche la presenza di questo ingrediente nel primo ricettario a stampa marchigiano, pubblicato a Macerata nell’ultimo ventennio del Settecento, Il Cuoco maceratese di Antonio Nebbia, dove tra le tante preparazioni si ricordano i “crostini di formaggio fresco”. Circa un secolo dopo ne Il cuoco delle Marche, pubblicato a Loreto nel 1864 (senza dichiarare l’autore, il frate cappuccino Francesco Moriconi) si ritrovano alcuni piatti oggi codificabili come tradizionali della regione, caratterizzati dalla presenza di specialità casearie, tra cui i “crostini con caciotta”, o il “fritto composto con formaggio fresco” (si raccomanda “ben butirroso” ossia burroso), o ancora i “passatelli” impastati con “formaggio comune” o parmigiano). In alcune delle preparazioni di cucina illustrate viene raccomandato espressamente l’impiego di “formaggio nostrale”, soprattutto

nel caso di un prodotto da forno autenticamente identitario e rituale per i marchigiani, quella “focaccia, pizza o crescia” che si prepara ogni anno per Pasqua, con l’aggiunta di “mezza libbra di formaggio fresco tagliato a scacchetti dell’ertezza e larghezza di un’oncia”. Tra le ricette popolari recuperate con la raccolta di testimonianze orali le comunità di pastori preparavano ricorrentemente la pastasciutta con la ricotta. Tra i contadini l’impiego più elaborato e festivo della ricotta era per il ripieno della sfoglia all’uovo (ad esempio nelle “saccocce” che una volta si facevano a San Lorenzo in Campo). Ancora qualche anno fa qualcuno aveva memoria della “scotta”, che si preparava con il fondo della ricotta appena fatta dal caldaio, buttandovi dentro del pane. Nelle dimore dei contadini agiati e dei piccoli borghesi si ricordano tante merende dolci con la ricotta (mischiata variamente allo zucchero, al caffè, ai liquori all’anice), che era anche consumata spesso più frugalmente con sale e pepe nelle famiglie più umili. Nelle feste popolari spesso la merenda canonica era semplicemente pane e formaggio, e riguardo agli svaghi e divertimenti popolari con il formaggio non va dimenticato l’antico gioco della ruzzola, per il quale in origine ad essere scagliate il più lontano possibile con la fune erano appunto delle forme di cacio stagionate, e si può citare in proposito un’antica documentazione: “In San Severino e in molti altri luoghi invece delle trottole di legno si usano alcuna volta delle forme di cacio ben duro”. Così si legge nel libro delle Riformanze consigliari di San Severino dal 1471 al 1475. Questo antico gioco sopravvive ancora, e risulta come in alcuni luoghi, ad esempio a Montemaggiore al Metauro, fino ad una decina d’anni fa, si producessero ad hoc venti quintali di caci da un chilo a pasta molto compatta. La memoria del formaggio è tenace nelle Marche. WHY MARCHE | 29


A NIMA

Flaminia

Strada Flaminia

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Strada Salaria

“Tutte le strade portano a Roma” recita un popolare proverbio italiano, e aggiungiamo, da Roma portano ovunque... Il detto trae origine dall’efficiente sistema stradale costruito dai romani e su cui ancora oggi si basa il sistema viario italiano. I romani per scopi politici, militari e commerciali costruirono lunghe strade per collegare le più lontane province alla capitale dell’Impero. Le arterie fondamentali del sistema viario romano nelle Marche sono le strade Flaminia e Salaria: una vera e propria spina dorsale per la comunicazione nella regione.


di Stefania Cecconi

e Salaria. Le strade consolari romane nelle Marche

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a Via Flaminia è la strada consolare romana che collega Roma a Rimini e che oggi nel tratto Roma-Fano è denominata strada statale 3 Via Flaminia. Questa strada venne costruita nel 220 a.C. dal censore Gaio Flaminio Nepote, da cui prende il nome, e fu terminata nel 219 a.C. È stata la prima e per molti secoli l’unica via di collegamento tra Roma e il nord Italia. Partendo dalle Mura serviane in Roma, la Flamina attraversava Lazio e Umbria e giungeva nelle Marche passando per il passo della Scheggia (oggi comune della Provincia di Perugia), attraversando gli Appennini. Proseguiva lungo la valle del Burano, raggiungendo Cantiano e Cagli (nella provincia di Pesaro Urbino) fino alla Gola del Furlo. I romani qui costruirono nel 76 d.C., per volontà dell’imperatore Vespasiano, una galleria che permetteva un più agevole passaggio nella Gola, ed è la stessa dove oggi transita la SS3. La galleria è uno dei rari esempi di tunnel scavato nel calcare compatto mediante scalpello. I romani non si fermarono però a scavare una galleria pur di realizzare la loro impresa, ma, affinché la Via Flaminia potesse essere facilmente percorribile, tagliarono un costone di roccia sul fianco del molte Pietralata per allargare la sede stradale e rendere il percorso più agevole. L’attuale Via Flaminia in questa zona ricalca pressoché l’antico percorso: la Flaminia moderna, infatti, corre accanto a quella antica alla sinistra del fiume Candigliano. Attraversata la Gola del Furlo, la Via Flaminia proseguiva in direzione di

Fossombrone, di Fano, raggiungendo e terminando a Rimini. In entrambe queste due città è presente l’Arco di Augusto che segna a Fano il punto di accesso alla città dalla Via Flaminia e il suo termine a Rimini. La Via Flaminia giungeva all’Adriatico anche attraverso una variante che partiva da Nocera Umbra, solcava il confine tra Umbria e Picenum e, passando per San Severino Marche, giungeva ad Ancona. Dalla città portuale si ricongiungeva poi al ramo principale. Arco di Augusto - Fano

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A NIMA

Ponte Mallio - Cagli (Ph. A. Tessadori)

Le tracce dell’antica Via Flaminia e il passaggio dei romani sono visibili lungo il suo tratto marchigiano in diversi punti. A Pontericcioli, località di Cantiano, ai piedi del Monte Catria, è visibile il ponte a tre archi costruito dai romani, mentre a Cagli, il ponte Mallio, sovrastava il torrente Bosso. Nella Gola del Furlo i resti della Via Flaminia emergono a pochi metri dalla sponda del fiume: grandi blocchi di calcare bianco fungevano da sostegno all’antica infrastruttura. A Fossombrone gli scavi archeologici hanno riportato alla luce parte della consolare Flaminia, oltre a numerosi edifici, resti di una cinta muraria, terme e molti altri reperti che insieme costituiscono oggi il Parco archeologico Forum Sempronii. L’altra via consolare romana che attraversa le Marche è la Salaria. Quest’antica strada collegava Roma a

Porto d’Ascoli. Fondata dai Sabini nel III secolo a.C., fu acquisita e migliorata dai romani. È oggi nota come strada statale 4. Il miglioramento e la ricostruzione parziale della Via Salaria è avvenuta nel 290 a.C. ad opera del console Manio Curio Dentato, per adeguarla agli standard di costruzione dei romani. Il suo nome, diversamente dalle altre strade consolari romane, prendeva origine dall’uso che se ne faceva. La Via Salaria veniva infatti utilizzata per il trasporto del sale dal mare verso l’interno. La Via Salaria abbandonava le mura Aureliane e dopo aver toccato Rieti, raggiungeva le Marche scendendo nell’ampio altipiano della conca amatriciana, proseguendo il suo percorso nella Valle del Tronto, incontrando le località di Accumoli, Pescara del Tronto, Arquata del Tronto, Acquasanta Terme, Ascoli e terminava il suo tragitto a Porto d’Ascoli.

Scavi Parco archeologico Forum Sempronii - Fossombrone (Ph. A. Tessadori) 32 | WHY MARCHE


La Via Salaria e la Via Flaminia erano collegate attraverso due principali itinerari secondari denominati Salaria Gallica e Salaria Picena. Alcuni studi, relativamente a queste direttrici secondarie, si basano su ipotesi e ricerche in attesa di una conferma archeologica. Secondo alcune fonti la Salaria Gallica collegava la Via Flaminia all’altezza di Jesi con la Via Salaria probabilmente nel punto in cui oggi si trova la chiesa di San Salvatore ad Arquata del Tronto. Dopo aver attraversato i Sibillini, procedeva in direzione Urbisaglia e proseguiva verso nord-est. Altri studi sostengono invece che la Salaria Gallica si agganciasse alla Flaminia a Fossombrone e incrociasse la Salaria all’altezza dell’odierna Ascoli Piceno. La Salaria Picena invece, collegava l’odierna Martinsicuro con Ancona, riallacciandosi in quest’ultima città alla variante della Via Flaminia e raggiungeva quindi Fano. Il percorso della Salaria Picena coincide parzialmente con l’attuale strada statale 16 Adriatica. Le due diramazioni della Salaria sembra fossero collegate da una via di raccordo realizzata, secondo recenti fonti, da Marco Ottavio Asiatico. Ad attestarlo sarebbe Lapis

Aesinensis, un cippo iscritto rinvenuto nel 1969 in località La Chiusa di Agugliano, tra Jesi e Ancona, e datato tra il 31 e l’1 a.C. Si ipotizza che la Via Octavia collegasse la Salaria Gallica con la Salaria Picena nel tratto che va dalla città di Jesi ad Ancona in località Santa Maria di Posatora o Torrette. Al momento la ricostruzione dell’itinerario della Via Octavia risulta alquanto problematica per l’apparente assenza di tracce topografiche ed è quindi ancora oggetto di studio. Nonostante alcune informazioni in nostro possesso siano ancora da verificare, possiamo affermare che le opere realizzate dai romani hanno permesso una viabilità estremamente funzionale nella regione e hanno rappresentato la base per quella odierna. Quello romano rimane il più efficiente e duraturo sistema viario, tanto che ancora oggi ne percorriamo i suoi tracciati. Nessuno seppe eguagliarli prima e dopo, nemmeno oggi, sebbene i mezzi tecnici a nostra disposizione siano di certo più avanzati, come la capacità di scelta dei percorsi e le tecniche di costruzione. Forse sarebbe bene, voltarsi indietro, per prendere esempio dallo loro maestria, cura e celerità. Ponte di Cecco - Ascoli Piceno

PIAGGE

Piagge è una località che insieme a Barchi, Orciano e San Giorgio di Pesaro, fa parte del comune sparso di Terre Roveresche. Situato una quindicina di chilometri all’interno della costa adriatica, e posto sulla riva destra del fiume Metauro, Piagge, si erge ripidamente lungo le prime pendici collinari dell’Appennino umbro-marchigiano. Dal centro abitato svettano, e rendono riconoscibile Piagge anche in lontananza, i campanili della chiesa di Santa Lucia e la torre civica.

Piagge è una località che insieme a Barchi, Orciano e San Giorgio di Pesaro, fa parte del comune sparso di Terre Roveresche. Situato una quindicina di chilometri all’interno della costa adriatica, e posto sulla riva destra del fiume Metauro, Piagge, si erge ripidamente lungo le prime pendici collinari dell’Appennino umbro-marchigiano. Dal centro abitato svettano, e rendono riconoscibile Piagge anche in lontananza, i campanili della chiesa di Santa Lucia e la torre civica.

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A NIMA

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ARNANO RISORGE

Photos Andrea Tessadori 34 | WHY MARCHE

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a scossa delle 7:40 di domenica 30 ottobre 2016 ha ferito profondamente Sarnano che già aveva subito danni per lo sciame sismico iniziato nell’agosto. Le frazioni sono cumuli di macerie, il centro è lesionato, molti uffici, edifici scolastici, palazzi storici e chiese sono inagibili. I sarnanesi sfollati sono circa 700 e hanno perso non solo la possibilità di rientrare nelle loro case ma anche le loro attività, la loro occupazione, i luoghi di ritrovo e per un po’ anche la loro normalità. “Nell’immediatezza del sisma di ottobre, nonostante il grande numero di sfollati, tutti sono rimasti a Sarnano: nei primi giorni dopo la grande scossa circa 400 persone hanno alloggiato all’interno del palasport comunale, poi si è trovata loro sistemazione o in seconde case agibili o in strutture ricettive. Il fatto che nessuno sia andato via da Sarnano è stato decisivo per la ripresa dopo il sisma”, ha dichiarato il sindaco Franco Ceregioli. In effetti i sarnanesi hanno dimostrato che l’amore per il proprio paese e il desiderio di costruire un futuro qui sono più forti dello scoraggiamento e delle difficoltà. E in questo sono stati sostenuti dai tanti che, pur vivendo altrove, hanno lasciato il cuore tra i vicoli di Sarnano e hanno donato parole di conforto, di sostegno, d’affetto, ma anche aiuti concreti. Per fare un rapido censimento risultavano danneggiate oltre 1100 unità abitative tra prime e seconde case, tre edifici scolastici che ospitavano


di Silvia Brunori

Il terremoto ha distrutto Sarnano ma non le meraviglie del territorio che la circonda, la sua storia, i prodotti tipici, e grazie ai tanti aiuti e al coraggio dei sarnanesi torna al suo splendore

asilo nido, scuola materna, primaria e media; sono state danneggiate irreparabilmente anche le terme di San Giacomo, il piccolo teatro della Vittoria, la pinacoteca e i musei civici, la cattedrale romanica di Santa Maria di Piazza Alta, l’abbazia di Piobbico, altri edifici pubblici e chiese. Gli edifici scolastici sono già stati quasi tutti ricostruiti: l’asilo nido è stato realizzato in parte con fondi pubblici, in parte con la sponsorizzazione dell’impresa abruzzese Top Costruzioni. La scuola materna è stata donata dalla Regione Friuli Venezia Giulia, mentre la scuola media è stata donata dalla Andrea Bocelli Foundation e dalla Only the brave Foundation. Resta da realizzare la nuova scuola elementare, ma i lavori partiranno proprio in questi giorni. Le terme di San Giacomo sono state riedificate in tempi record, delocalizzate in una nuova e moderna struttura dove sono state convogliate

le fonti di acqua curative. Ora, oltre ai servizi sanitari e ai percorsi terapeutici offerti nel vecchio stabilimento, la struttura ospita una SPA con percorso hydrolife di acqua termale, bagno turco e romano, docce emozionali e piscina esterna di acqua termale affacciata sui Monti Sibillini. La pinacoteca comunale è stata parzialmente riaperta; in estate riapriranno altre ali del palazzo che la ospita e sarà possibile tornare ad ammirare opere del Crivelli, De Magistris e tutti gli altri capolavori che custodisce, la collezione di armi antiche e moderne, il Museo del Martello e quello dell’avifauna dell’Appennino. Ben diversa è invece la situazione dell’edilizia privata che resta sostanzialmente immutata: sono state presentate circa 180 pratiche, ma come ha dichiarato il sindaco

Ceragioli “purtroppo le procedure di approvazione da parte dell’ufficio ricostruzione sono piuttosto lunghe a causa di una normativa eccessivamente complessa e burocratizzata”. Tuttavia l’impegno delle associazioni, della cittadinanza e dell’amministrazione hanno consentito di non cancellare nessuno degli eventi e delle iniziative che caratterizzano il calendario sarnanese che anzi quest’anno si arricchisce con la prima edizione del Festival del fumetto Sarnano Comix. La stazione sciistica di Sassotetto è rimasta operativa e non è venuta a mancare, nel periodo natalizio, la pista di pattinaggio su ghiaccio nel Parco del Serafino. Il terremoto del centro Italia non ha sospeso nemmeno la cronoscalata Sarnano-Sassotetto, il weekend con la tappa del Campionato

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A NIMA Italiano Montagna e quella del Campionato Italiano Auto Storiche. Non sono state annullate le due rievocazioni storiche di agosto: il Palio del Serafino e il Castrum Sarnani. Nel Palio, che quest’anno giunge alla XXX edizione, le quattro contrade Abbadia, Brunforte, Castelvecchio e Poggio si sfidano in giochi popolari. Per la manifestazione Castrum Sarnani l’intero paese ritorna nel medioevo con cartomanti, fabbri, falconieri, cavalieri, saltimbanchi e piatti antichi. Non si è cancellata nemmeno la Notte dei Folli perché di follia c’è sempre bisogno. Non a caso Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio della follia scriveva: “La pazzia costruisce città, imperi, istituzioni ecclesiastiche… l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della follia”. Insomma potranno esserci molte macerie, ma Sarnano non è mai crollata. E la speranza di tutti i sarnanesi è che chi ha camminato per le montagne e i boschi che la circondano, chi ha gustato i suoi prodotti tipici, chi ha ammirato il centro storico possa tornare e raccontare le sue bellezze a chi ancora non la conosce. Questo è il più grande aiuto che si possa offrire. E non serve aspettare che la ricostruzione termini.

SAR

NA NO 36 | WHY MARCHE

ECCO 7 MOTIVI PER VISITARE SARNANO OGGI: 1. Il centro storico. Anche se

alcuni edifici sono inaccessibili il castrum medievale offre ancora l’emozione di un vero e proprio tuffo nel passato.

2. Sciare con il mare in faccia.

Si può sciare ammirando un panorama mozzafiato delle vallate verso l’Adriatico che nelle mattinate più limpide arriva fino al mare.

3. 100 km di sentieri da

percorrere a piedi o in bici tra radure, ruscelli e boschi.

4. Volare! Grazie a correnti d’aria favorevoli sia in inverno che in estate e al panorama mozzafiato, Sarnano è uno dei siti di volo

preferiti dagli appassionati di volo in parapendio e deltaplano (anche in tandem con un istruttore).

5. Scoprire i Monti Sibillini da

cui Sarnano è la perfetta base di partenza.

6. Godersi un momento di

benessere. Le Terme di San Giacomo continuano a offrire relax e rigenerazione fisica e psicologica nella nuova sede in via De Gasperi 28.

7. Gustare i prodotti tipici dei Monti Sibillini in particolare gli affettati locali e la specialità sarnanese, la crostata al torroncino.


A NIMA

I CAMMINI DELLE FATE

Una meditazione tra le Lame Rosse Photos Andrea Tessadori

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La verità è che a parlarci oggi sono gli dei dell’età della tecnica: il denaro, il consumo, il PIL, il merito…… gli Dei del passato se ne sono andati e non ascoltiamo più il Dio che ci parla dentro. Abbiamo perduto l’entusiasmo (dal greco: [en] dentro [thèos] dio. Il dio dentro). Ma ci sono luoghi incantati che stimolano ancora la nostra fantasia evocando altri luoghi, storie, presenze e leggende. È il caso delle Lame Rosse di Fiastra, uno dei posti più affascinanti del parco dei Monti Sibillini, che tutti, almeno una volta della vita, dovrebbero visitare.


di Stefano Longhi

Dette anche i camini delle fate, sono spesso paragonate ai canyon americani o a quel meraviglioso altopiano situato nella regione turca della Cappadocia, nell’Anatolia centrale. L’erosione naturale ha creato nei secoli un meraviglioso paesaggio lunare carico di una bellezza e di un magnetismo unico e particolare. Ci si arriva attraversando la diga di Fiastra che si apre sulla valle del Fiastrone, si prosegue all’interno di un bosco di lecci e dopo circa un’ora e mezza

di camminata si giunge ad una piccola valle, al di sopra della quale si trova la formazione delle Lame Rosse: una vera e proprio Monument Valley nel cuore delle Marche. Si tratta di formazioni geologiche a forma di pinnacoli e torri costituite da ghiaia tenuta insieme da argilla e limi, formatesi grazie all’erosione millenaria degli agenti atmosferici, che conferiscono alle rocce la forma caratteristica di fungo. L’acqua piovana contiene infatti anidride carbonica, capace di rendere solubile la roccia. La reazione chimica che ne consegue dà come prodotto finale una degradazione del carbonato di calcio in bicarbonato acido di colore rossiccio, più acceso all’alba e al tramonto. Queste “sculture” sono in perenne modifica: uno spettacolo sorprendente, bello ma tristemente effimero: ogni anno infatti è possibile notare forti differenze nella forma ma tra qualche decina di anni ben poco resterà di queste sculture naturali. I pinnacoli sembrano inoltre essere a protezione di un angusto passaggio che sfocia nel fosso della Regina dove, nei giorni di pioggia, si viene a formare una cascata d’acqua alta oltre 100 metri chiamata “Salto della Regina”. È un paesaggio difficile da descrivere che poco ha in comune con ciò che le circonda ma l’armonia delle sue forme si fonde perfettamente col contesto in cui sono inserite.

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A NIMA

Photos Andrea Tessadori

Non appena si scava un po’ più a fondo nella tradizione popolare emergono reminiscenze di un mondo antico, subito riconosciuto dal nostro inconscio perché costituisce il nostro vero substrato culturale delle origini, prima dell’avvento della cultura giudaico-cristiana che ha soppresso il mondo come luogo magico. Queste composizioni rocciose a forma di pinnacoli vengono denominate fatate in quanto secondo la leggenda del luogo i massi sulla sommità furono posati da divinità celesti. Camminare in primavera tra queste montagne è un’emozione unica, un’autentica meditazione ad occhi aperti, guidata dall’energia che si sprigiona dal luogo stesso. Permette di sentirsi ancora per una volta totalmente immersi in boschi incantati, nei miti, nelle storie e nelle leggende. Il vento tra i capelli, lo scrosciare delle cascate, il risalto dei fiori nel sole, la roccia brillante di cristalli, la terra soffice e polverosa che dona alle pareti rocciose riflessi rossastri. Il profumo dell’aria e il silenzio del cielo azzurro guidano il visitatore in una regressione che lo spinge a sentirsi di nuovo bambino, piccolo dinanzi a questi giganti di pietra. Viene allora spontaneo lasciarsi trasportare in questo mondo ancestrale e pagano, riconosciuto dal nostro inconscio e fatto di esseri fatati. Ci si sente posseduti dagli spiriti dionisiaci del luogo e dall’ebbrezza del vino, presi in una danza estatica per un attimo ritroviamo il Dio che ci abita, la nostra vera natura interiore, sempre sospesa nella quotidianità. Nelle notti di luna piena il luogo si trasforma in un autentico paesaggio lunare dove le fate dei racconti filano segretamente, intrecciando filamenti di candido lino ai raggi di luna e disegnando sulla loro tela il destino degli uomini.

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A NIMA

PARCO ZOO FALCONARA:

UNA STORIA DI PASSIONE E QUALITÀ

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ono passati cinquantuno anni da quando, nel 1968, Italo Palanca inaugurò il Paese dei Bimbi a Falconara Marittima. In cinquantuno anni cambiano tante cose. Cambiano i paesaggi, come la collina di Barcaglione, che a quel tempo aveva un aspetto brullo che Italo contribuì a modificare profondamente innestando oltre 15mila piante, rendendola oggi un’oasi verde. Cambiano le strutture, e così da Paese dei Bimbi si passa nel 2003 a Parco Zoo Falconara. Cambia il mondo intorno a noi, soprattutto la natura, vittima di scelte scellerate da parte dell’uomo che la privano della sua ricchezza, costringendo le infinite specie animali ad una lotta impari per la sopravvivenza. Cambia così anche il concetto di zoo, divenuto protagonista nel combattere questa battaglia per la preservazione delle specie e della biodiversità, lontanissimo dallo stereotipo negativo che ancora aleggia in parte dell’opinione pubblica di “luogo con gli animali in gabbia”. A ben vedere, l’unica cosa rimasta invariata è la passione di chi nel Parco Zoo Falconara ci lavora e si impegna. O meglio, anche questa è cambiata: crescendo. È quello che traspare parlando con Renato Piccinini, general curator dello zoo dal 1996. Una passione diventata quasi una malattia, di quelle sane che motivano a darsi da fare ogni giorno in prima persona per migliorare la propria attività. Per parlare con Renato infatti non occorre bussare alla porta di un ufficio, basta passeggiare per il parco ed è facile incrociarlo in abiti da lavoro, attrezzi in spalla, a fare il giro della struttura per sistemare qualche cosa e pronto a parlare coi visitatori. “La dedizione al lavoro è fondamentale. Ogni giorno, controllo che sia tutto ok e do da mangiare agli animali. Per gli animali Natale o Capodanno non esistono, questo lavoro richiede un impegno costante” ci dice. “Lo zoo non riceve nessun tipo di finanziamento pubblico. Ogni spesa, ogni stipendio delle persone che lavorano nella struttura, ogni investimento deriva dai ricavi dei biglietti dei circa 50mila visitatori che ogni anno vengono a trovarci da tutta Italia. È dura, ma significa che tutto quello che otteniamo è frutto solo della qualità del servizio che

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Photos Andrea Tessadori


di Fabrizio Cantori

offriamo”. In pochi minuti di chiacchierata, la parola qualità esce tante volte, e gli occhi di Renato si illuminano ogni volta che la pronuncia. “La gente è felice di vedere la grande varietà di animali che ci sono nel parco, che ad oggi conta 50 specie animali per un totale di più di 200 esemplari tra mammiferi, uccelli, rettili e anfibi. Eppure ti svelo una cosa: negli anni ho voluto diminuire il loro numero, per il semplice motivo che quantità non significa qualità. Ci teniamo a fare delle scelte oculate nella selezione del numero e del tipo di animali che teniamo, con l’ottica di garantire loro la massima cura e di impegnarci nella battaglia per la conservazione delle specie a rischio la cui scomparsa sarebbe un dramma per l’ecosistema. E vogliamo che questo messaggio passi ai nostri visitatori. Lo zoo non è soltanto stupore e divertimento nell’ammirare animali esotici: deve essere anche e soprattutto consapevolezza di chi sono questi animali e perché sono qui”.

Quello della divulgazione è un altro concetto forte su cui Renato insiste, perché troppo spesso ignorato quando si parla dell’importanza e della funzione degli zoo. “Molte strutture simili alla nostra cambiano nome scegliendosi appellativi fantasiosi pur di non inserire la parola zoo”, ci dice con un sorriso ironico. “Io sono orgoglioso di lavorare in un Parco Zoo, perché oltre a un luogo in grado di regalare grandi emozioni ai nostri visitatori, noi siamo anche e soprattutto un centro di educazione ambientale e un sito fondamentale di ricerca scientifica”. Un’attività di divulgazione che trova riscontro ovunque nel parco: nel personale sempre pronto a guidare i visitatori e rispondere alle loro domande, nella cartellonistica, nelle iniziative e negli eventi che regolarmente vengono organizzati. Da aprile a settembre per esempio si svolgono le domeniche a tema: attività a cui possono partecipare i bambini ma che interessano anche i più grandi, dove tra caccia al tesoro, giochi e indovinelli si impara divertendosi, sensibilizzando l’attenzione di tutti su tematiche importanti come il bracconaggio, la deforestazione, le specie aliene invasive e tante altre.

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P RIMO

PIANO

Esplorare il territorio palmo a palmo grazie alle vacanze in camper

LE MARCHE IN CAMPER E CARAVAN 44 | WHY MARCHE

Il modo migliore per scoprire i lati nascosti di un territorio, gli itinerari più desueti, le peculiarità intrinseche di una regione, è tramite il cosiddetto “turismo attivo”, che vede nella vacanza in camper una delle espressioni più tradizionali e convincenti. Questo mezzo di trasporto simboleggia l’essenza della libertà, per un turista a cui vanno stretti i vincoli entro cui si muovono i viaggi organizzati, che prediligono mete e sentieri più tradizionali e conosciuti. Chi si muove con il camper è in grado di assaporare tutte le sfaccettature e le sfumature che caratterizzano un territorio: è l’esperienza all’aria aperta a vincere. Si tratta di un format dinamico, attivo appunto, che permette una vera e propria “full immersion” nei luoghi, favorendo la sperimentazione, il “toccare con mano” ogni peculiarità. Un turismo esperienziale, dunque, che si colloca accanto a quello più consolidato, ovvero la ricettività tradizionale. Il viaggio non è solo svago, ma diventa anche scoperta unica e ogni volta diversa delle tradizioni, delle culture e della ricerca del benessere fisico che formano una regione.


di Raffaella Scortichini

ALLA SCOPERTA DELLA “PROVINCIA BELLA”: ARTE, CULTURA ED ENOGASTRONOMIA DI PESARO-URBINO

Dalla costa all’entroterra le meraviglie che regala questa provincia si possono godere attraverso diversi itinerari. Uno parte da Gabicce Mare e si conclude a Montecalvo in Foglia, procede attraverso la Strada Panoramica che si insinua attraverso il verde acceso della rigogliosa vegetazione del Parco San Bartolo e il blu del mare, superando via via piccoli e deliziosi borghi medievali come Casteldimezzo e Fiorenzuola di Focara. Tappa d’obbligo, dopo una breve deviazione, è al Castello di Gradara. La Provincia di Pesaro Urbino è la patria del Rinascimento, grazie al maestoso Palazzo Ducale urbinate e alla sua Galleria Nazionale delle Marche, ma anche per la Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro, cui è legata la commovente storia delle diecimila opere italiane che qui trovarono rifugio dalle retate naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. Da non dimenticare Pergola, con i suoi bronzi dorati, Mondavio e l’imponente Rocca Roveresca, il mare di Marotta e Mondolfo e tanto altro ancora. Non solo arte e storia, ma anche enogastronomia: per gli appassionati del tartufo, Acqualagna e Sant’Angelo in Vado rappresentano due buoni motivi per assaggiare il rinomato tubero.

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P RIMO

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DAL MARE ALL’ENTROTERRA, LE BELLEZZE PAESAGGISTICHE DELLA PROVINCIA DI ANCONA

Un itinerario che permette la scoperta della regione parte da Senigallia e dalla sua spiaggia di velluto per attraversare il piccolo centro medievale di Corinaldo, con una delle più spettacolari cinte murarie della regione. Dopo aver superato Castelleone di Suasa, Barbara e Serra de’ Conti, si raggiungono Maiolati Spontini e Cupramontana, rinomato centro di produzione del Verdicchio, cui è dedicata una famosa sagra di grande richiamo. Una città che merita di essere visitata è anche Jesi, con la caratteristica Riserva Naturale di Ripa Bianca e il suo IME experience, un progetto dedicato alla conoscenza, alla formazione, alla divulgazione e alla degustazione dei prodotti enogastronomici marchigiani di qualità. Spostandosi lungo la costa, appare Ancona, realtà strettamente collegata al porto dominato dalla cattedrale di San Ciriaco. La parte antica della città, concentrata nel centro storico, si unisce al Passetto e a Portonovo, la perla del litorale. Poi Sirolo e Numana, le cui spiagge hanno valso loro il vessillo della Bandiera Blu, insieme a Portonovo. Meta spirituale è la Santa Casa di Loreto, mentre la capitale della fisarmonica è Castelfidardo. Ulteriori tappe alla scoperta delle bellezze paesaggistiche della provincia sono le Grotte di Frasassi, ambiente carsico di rara bellezza. Poco distante fa bella mostra di sé la Rocca di Albornoz, che domina la città di Sassoferrato. Meta d’obbligo è anche Fabriano con il suo Museo della Carta e della Filigrana e, nei dintorni, le terme sulfuree di San Vittore e l’abbazia di San Vittore alle Chiuse.

Photos A. Tessadori

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Un interessante itinerario sulla scia della poesia parte da Porto Recanati, borgo di pescatori, e attraversa Recanati, borgo natio dell’immenso Giacomo Leopardi. Percorrendo la Provinciale 361 si fa tappa a Villa Potenza prima di giungere a Macerata, città densa di musica e cultura, ove si odono le liriche delle opere inscenate presso lo Sferisterio in occasione del Macerata Opera Festival. Spostandosi a sud, mentre si ammira la suggestiva Chiesa di San Claudio al Chienti con la sua particolare struttura ad ambienti sovrapposti, si raggiunge Corridonia. Tappa obbligata per gli appassionati di shopping calzaturiero è Civitanova Marche, mentre Porto Potenza Picena può rappresentare un ottimo motivo per rilassarsi e godere delle iniziative che qui spopolano durante la vita notturna. Un altro itinerario può essere quello che collega Tolentino, col suo famoso Castello della Rancia, a Pollenza, importante centro di antiquariato. Si può deviare per Pioraco, centro medievale posto in una suggestiva gola rocciosa, Matelica e San Severino Marche. Non si può non fare una passeggiata anche a Cingoli, il balcone delle Marche, con i suoi panorami e paesaggi incredibili. La natura è padrona nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e nella Riserva Naturale Abbadia di Fiastra, dove il verde della vegetazione riempie e accoglie lo sguardo.

ARTE, NATURA E POESIA A MACERATA: UN CONNUBIO VINCENTE

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P RIMO

PIANO

Un percorso alla scoperta della provincia di Fermo collega Porto Sant’Elpidio, bandiera blu e noto centro calzaturiero, a Porto San Giorgio, con le sue caratteristiche e suggestive ville in stile liberty. Durante il tragitto si può fare una sosta a Montegiorgio, nota per l’insolita pianta triangolare e le strette vie di richiamo medievale. Una tappa la merita anche Massa Fermana, luogo in cui è possibile ammirare un polittico di Carlo Crivelli e una tavola di Vittore Crivelli. Proseguendo lungo il percorso si trovano Falerone e il Parco Archeologico Regionale, che conserva i resti dell’antica città romana Falerio Picenus, Servigliano e la sua piazza quadrata, fino al salotto monumentale delle Marche della città di Fermo, dove si potrà gustare un caffè seduti in un bar nella meravigliosa Piazza del Popolo. Un secondo itinerario unisce Altidona a Pedaso. Lungo la strada sorgono Moresco, uno dei borghi più belli d’Italia, Monterubbiano, bandiera arancione, e Montefalcone Appennino, caratterizzato da un balcone panoramico con una vista stupenda sui Monti Sibillini e i Monti della Laga. Da segnalare l’antico borgo di Amandola, rinomato centro di lavorazione del legno, e San Ruffino, luogo in cui si potranno sperimentare diverse attività sportive, come canoa e vela. Tappa finale è Pedaso, meta perfetta per chi ama la pesca subacquea e le immersioni, grazie alla limpidezza delle sue acque, che le hanno valso il titolo di bandiera blu.

SPIAGGE, MARE E MONTI NEGLI ITINERARI DELLA PROVINCIA DI FERMO

Photo A. Tessadori

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TRA COLLINE SINUOSE E L’ESOTICA RIVIERA DELLE PALME: ESPLORANDO LA PROVINCIA DI ASCOLI PICENO

Un percorso che si snoda tra i fianchi delle morbide colline e il mare azzurro della costa parte da Montefiore dell’Aso, per attraversare Montalto delle Marche, godendo della meravigliosa e possente cattedrale con l’alto portico e il campanile poligonale. Adagiato su un colle è invece Castignano, dall’inconfondibile forma piramidale. Il fascino di questo paese, con i suoi colori e le atmosfere medievali, è dato anche dal Festival Templaria, che ogni anno si celebra proprio qui. Città unica nel suo genere, un piccolo scrigno di tesori e meraviglie, è invece Ascoli Piceno. La sua immensa e incantevole Piazza del Popolo è una fra le più belle d’Italia; e poi il Palazzo dei Capitani, la Chiesa di San Francesco sono altri buoni motivi per visitare la città, patria delle olive ascolane, uno dei piatti tipici della gastronomia regionale. Delizioso è anche il borgo di Offida, rinomato per l’antica tradizione dei merletti al tombolo. Proseguendo verso la costa ci si imbatte nella famosa Riviera delle Palme, dove si susseguono San Benedetto del Tronto, Grottammare, Cupra Marittima, tutte bandiere blu, caratterizzate da spiagge curate e acque limpide. In provincia di Ascoli Piceno si trova anche il vicolo più stretto d’Italia (largo 43 cm): per la precisione a Ripatransone, il “belvedere del Piceno” per la sua posizione panoramica.

VADEMECUM PER I CAMPERISTI Le Marche rappresentano un’ottima meta per il turista che sceglie di viaggiare in autocaravan e in caravan. Le aree di sosta predisposte sono numerosissime e di queste 24 sono d’eccellenza, in quanto dotate di maggiori servizi per gli utenti come allaccio elettrico, illuminazione, vigilanza, segnaletica stradale. LINK UTILI Aree di sosta di eccellenza https://www.turismo.marche.it/Turismi/Borghi-Marcheincantevoli/Plein-air-Aree-di-sosta/C1/6/C2/142/T/61/ST/1 Altre aree di sosta www.turismo.marche.it/Turismi/Borghi-Marche-incantevoli/ Plein-air-Aree-di-sosta/C1/6/C2/142/T/61/ST/2 Brochure e mappe Brochure Marche Plein Air: https://issuu.com/turismomarche/docs/10_plein_air Cartina Marche Plein Air: https://issuu.com/turismomarche/docs/plein_air_nelle_ marche___cartina-lr Cartoguida: https://issuu.com/turismomarche/docs/edizioneitaliana Cartina Marche di Qualità: https://issuu.com/turismomarche/ docs/cartina_marche_di_qualita_ WHY MARCHE | 49


M ENTE

IL PROGETTO DI RECUPERO “CASA GP” DELL’ARCHITETTO MATTEO AVALTRONI SI AGGIUDICA L’ “ICONIC AWARDS 2018: INNOVATIVE ARCHITECTURE” “Non c’è conservazione senza trasformazione, un recupero che dia nuova vita deve rispettare la storia e porre le basi per l’abitare contemporaneo”.

Di questo è convinto Matteo Avaltroni, architetto marchigiano, recentemente premiato dalla giuria del German Design Council al concorso “Iconic Awards 2018: Innovative architecture” per il suo progetto “Casa GP”, grazie all’importante connubio fra recupero storico e design contemporaneo. Commissionato dalle più alte autorità, che rappresentano i nuovi sviluppi nell’industria del design tedesca, il German Design Award è uno dei riconoscimenti più prestigiosi per i designer di tutto il mondo. “Casa GP è stato l’unico progetto italiano sul recupero insignito di questo premio nel 2018 - spiega l’architetto - e non sarebbe stato possibile senza l’intervento di una committenza privata che ha fortemente creduto nella ristrutturazione, in chiave contemporanea, di un intero fabbricato risalente al quattordicesimo secolo”.

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asa Gp è collocata nella porta della Croce, già porta di Santo Stefano, l’accesso ad ovest della cinta muraria di Serra de’ Conti (An), uno dei più famosi borghi medievali marchigiani, situato nelle alture della Valle del fiume Misa, immerso in un paesaggio suggestivo e affascinante, circondato dalle morbide e sinuose colline, tipiche di questo territorio. Arrivati di fronte alla porta d’ingresso, l’attenzione viene subito catturata dalle due grandi arcate, al cui interno si sviluppano una serie di spazi. Nella parte alta, inoltre, usata un tempo come torre di guardia, sono ancora riconoscibili i merli, chiusi il secolo scorso con una copertura per adattare gli spazi ad abitazione. “La parte interna - racconta l’architetto - presentava delle peculiarità estranee allo stato originale, con delle superfetazioni a tutti i livelli ed una coltre di fuliggine nera all’ultimo piano, segno di un pregresso incendio, che ha dettato una fondamentale scelta progettuale”. Per questo motivo, quindi, sono state necessarie delle opere di consolidamento importanti poiché l’edificio presentava diverse criticità. “Il solaio del primo piano e la vecchia scala - sottolinea Avaltroni - sono stati interamente demoliti e sostituiti da un

solaio in acciaio e vetro per dare luce al piano terra”. La muratura e la struttura del tetto, inoltre, hanno richiesto un particolare intervento sbiancante con antifumo poiché la sabbiatura non riusciva ad eliminare la coltre di fuliggine che impregnava i paramenti. “Questa scelta ci ha permesso di connotare fortemente la struttura storica che, definita cromaticamente, trova una sua identità per contrasto rispetto ai nuovi interventi, un’operazione aggiunge - che la blocca sullo sfondo della scena e la colloca nel suo tempo. Il progetto svela la struttura del fabbricato in tutta la sua complessità, fatta di archi rampanti, volte e contrafforti, eliminando gran parte dei divisori interni ed utilizzando pochi segni per l’organizzazione dello spazio”, sottolinea l’architetto. “L’intento era quello di non aggiungere complessità ad un luogo già di per sé fortemente destrutturato, ma marcare una differenza attraverso l’inserimento di elementi puri che definissero lo spazio per contrasto”, sottolinea l’architetto Avaltroni, che prosegue: “Evidente è il richiamo al lavoro dell’artista americano Richard Serra, le cui ‘sculture’ dialogano e condizionano lo spazio che le circonda”.


di Nike Giurlani controllo della luce e la diffusione del suono con un sistema a completa scomparsa, guardano con forza alle case del futuro”. Unica ristrutturazione su 52 progetti premiati a livello internazionale, il German Design Award ha voluto rimarcare con questo riconoscimento l’importanza del recupero e della valorizzazione dei centri storici, un valore particolarmente apprezzato all’estero. Da sempre, infatti, l’unicità di questi luoghi esercita un potente fascino in tutto il mondo. “Si tratta di una filosofia che non solo condivido, ma che - sostiene l’architetto dovrebbe essere di primaria importanza anche per l’economia ed il turismo del nostro territorio, soprattutto in questo preciso momento storico di ricostruzione post sisma. Se abbiamo dei valori importanti nei quali credere, questi sono sicuramente il nostro territorio e la sua storia - conclude l’architetto - che dovremmo valorizzare in un progetto di più ampio respiro”.

“Il progetto - continua - si sviluppa su tre piani, ed è stato pensato e articolato in maniera semplice, ponendo al pian terreno la zona living, mentre al piano soppalcato, più luminoso, è stata inserita una cucina ad isola in acciaio e ferro brunito”. Le superfici del soggiorno e della cucina sono interamente rivestite in microcemento e calce, tono su tono, per evidenziare la texture chiara della muratura. “Al terzo piano si sviluppa, invece, la zona notte che si caratterizza per la presenza di due camere, di cui una matrimoniale, un bagno con doccia/ bagno turco ed una cabina armadio per un totale di 130 mq”, racconta l’architetto. Qui è stato poi inserito un parallelepipedo rivestito in ottone brunito che divide il disimpegno dalla

camera matrimoniale e dal bagno, mentre uno specchio scorrevole fa da porta alla cabina armadio. La zona notte è, inoltre, caratterizzata da un parquet artigianale in rovere a spina ungherese appena sbottato per ricreare le atmosfere tipiche delle antiche dimore. La matericità delle superfici e l’attenzione all’uso della luce richiamano il fascino della tradizione, pur essendo uno spazio connotato fortemente da un design contemporaneo. “Se da una parte l’uso della luce artificiale, con lampade e luci spot, rafforza il legame con la tradizione, creando una dimensione più intima e rurale precisa Avaltroni - l’utilizzo di sistemi di climatizzazione e domotica per la termoregolazione, gli oscuranti, il

Matteo Avaltroni, classe ‘76, si laurea nel 2003 in Architettura presso l’Università di Camerino. Dopo aver collaborato con diversi studi in Italia e all’estero, fonda nel 2008 lo Studio Avaltroni. Si specializza in progetti multidisciplinari che vanno dalle ristrutturazioni alla realizzazione di nuovi edifici, introducendo innovativi sistemi costruttivi come l’utilizzo del legno e dell’acciaio. A questa attività affianca progetti di interior design e design industriale. “L’obiettivo del nostro lavoro - sostiene - è la continua ricerca di un’architettura e di un design capaci di esprimere i valori dell’uomo di oggi”. Prosegue: “La nostra ricerca mira alla qualità del vivere per realizzare un connubio fra le discipline umanistiche e le tecnologiche, ma soprattutto per creare una sensibilità che metta in relazione l’uomo e il mondo che lo circonda”. WHY MARCHE | 51


M ENTE

Quale SMART CITY per il territorio marchigiano?

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arcata innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale, mobilità intelligente, valorizzazione del capitale umano e sociale: sono questi gli ingredienti per rendere una città, una città smart o smart city. Come si collocano le Marche all’interno del dibattito che riguarda questo nuovo modello di configurazione urbana? Può una regione come la nostra abbracciare le tecnologie dell’informazione e della telecomunicazione come strategia efficace di sviluppo senza tuttavia perdere il suo fascino di territorio d’altri tempi, severamente ancorato alle proprie tradizioni? L’esperienza quotidiana ci insegna come abitare oggi sia un mestiere difficile, in quanto pratica sempre meno legata ad una tradizione in grado di indicare percorsi certi e sempre più assegnata a prospettive urbane futuristiche che spesso tendono ad interpretare lo spazio come spazio di flussi e non più di luoghi. Su questa scia, si colloca il concetto di smart city: un’idea che pare supportare una visione volta a demandare all’uso delle nuove tecnologie la risoluzione dei problemi economici, sociali e ambientali della città. Ricorrendo agli studi dei ricercatori sul tema, una città può essere definita smart quando persegue il miglioramento delle proprie performance in modo duraturo lungo sei assi strategici – l’economia, la governance, l’ambiente, la qualità della vita, la mobilità, le persone – grazie alla sinergia tra condizioni specifiche del luogo, iniziativa politica, attività economiche e dinamismo degli abitanti. Così, smart economy include fattori legati 52 | WHY MARCHE

Photo Andrea Tessadori


di Alessandra Lucaioli alla competitività economica come l’innovazione, l’imprenditorialità, la produttività, la flessibilità del mercato del lavoro e l’integrazione nel mercato internazionale. Che cosa si intende con smart people non viene descritto solo dal livello di qualifica o di istruzione dei cittadini, ma anche dalla qualità delle interazioni sociali in merito all’integrazione e la vita pubblica e all’apertura verso il mondo esterno. Smart governance comprende gli aspetti della partecipazione politica, i servizi ai cittadini, nonché il funzionamento dell’amministrazione. Accessibilità locale e internazionale sono aspetti importanti della smart mobility oltre alla disponibilità di infrastrutture ICT e a sistemi di trasporto sicuri e sostenibili. Smart environment è descritto da condizioni naturali allettanti (clima, spazio verde ecc.), dalla gestione delle risorse e dagli sforzi per la tutela dell’ambiente. Infine, smart living comprende vari aspetti della qualità della vita come la cultura, la salute, la sicurezza, l’alloggio, il turismo ecc.

Alla luce di queste considerazioni, viene da chiedersi se il paradigma di città intelligente possa applicarsi o meno alla nostra regione: ed è un quesito che vale la pena porsi nella misura in cui si moltiplicano le iniziative delle amministrazioni locali volte ad etichettare i loro comuni come smart. Le Marche si caratterizzano per essere una delle regioni italiane più fortemente policentriche, per avere poche città e comuni di dimensioni medio-piccole, talvolta colpiti da spopolamento, scarsa accessibilità alle principali infrastrutture materiali e immateriali e difficoltà ad identificare le proprie traiettorie di sviluppo: da un’economia fortemente connotata dalla presenza del manifatturiero tipico del Made in Italy, di norma orientato all’export, a bassa intensità tecnologica e bassa propensione all’innovazione. Uno studio, condotto dall’Università Politecnica delle Marche, in collaborazione con l’Osservatorio dell’ANCI Marche, ha messo inoltre in luce come la nostra regione, rispetto agli assi secondo cui si articolano

le politiche intelligenti, ottenga dei buoni risultati in “Persone”, “Qualità della vita” e “Ambiente”, ma criticità maggiori rispetto alla “Governance”, all’ “Economia”, alla “Mobilità” e allo “Sviluppo Tecnologico”. Ad una prima analisi sembrerebbe che il paradigma della città intelligente rappresenti più un limite che un’opportunità per le nostre terre. È di certo un limite se si confida sul solo utilizzo delle nuove tecnologie, come se, da sole, fossero sufficienti a garantire una maggiore floridezza urbana, banalizzando così anche il concetto stesso di innovazione, che non è solo quella tecnologica ma anche quella culturale e sociale. Diviene opportunità quando fa del territorio il protagonista centrale nei processi di produzione della ricchezza e nella creazione di vantaggi competitivi. Il territorio marchigiano, del resto, ha una specificità e unicità da preservare, legata sia alla sedimentazione storica dell’attività plasmatrice dell’uomo e visibile nei nostri borghi antichi e nelle città d’arte sia alla repentina capacità di risollevarsi dalle calamità che l’hanno colpita, naturali – come il terremoto che ha ferito le nostre terre senza pietà – e non, come i vari tsunami industriali che si sono abbattuti negli ultimi dieci anni portando molte delle più importanti aziende del territorio a piegarsi dinanzi alla crisi economica. Nel caso della nostra regione, viene da chiedersi allora se non le si addica maggiormente parlare di smart territory, vale a dire di un concetto in cui la dimensione territoriale non è più concepita come mero prolungamento del contesto urbano perché portatrice di significati il cui riconoscimento è fondamentale per l’essere umano. Ciò implica da una parte, il riconoscimento dell’autonomia del locale e del ruolo rivestito dalle specificità dei singoli luoghi come substrato locale dei processi di sviluppo; dall’altra la necessità di esaminare le possibilità che i singoli sistemi locali hanno di rispondere in maniera appropriata agli stimoli globali, sottolineando il carattere attivo e dinamico del territorio e fornendo una nuova interpretazione del ruolo del locale nella ridefinizione dei rapporti locale/globale che il paradigma della città intelligente pone al centro. Riuscirà la nostra regione ad abbracciare e a vincere anche questa sfida smart? WHY MARCHE | 53


M ENTE

ENERGIA: ADDIO AL MERCATO DI MAGGIOR TUTELA COME COMPORTARSI?

Il decreto Milleproroghe n. 91/2018 ha rinviato al primo luglio 2020 la fine del mercato di maggior tutela per l’energia elettrica e il gas, originariamente prevista per il primo luglio 2019. La data era stata posticipata già più volte, e la motivazione dell’ultimo rinvio risiede nel fatto che, nonostante l’avvio di molteplici attività ed iniziative da parte dell’autorità, il mercato non appare ancora “maturo” per un tale cambiamento. La chiarezza sulle offerte non è ancora sufficiente, non vi è ancora garanzia di una corretta competizione tra le imprese e soprattutto è indispensabile che i consumatori possano scegliere il nuovo fornitore con la massima sicurezza e tranquillità, potendo contare su informazioni trasparenti e chiare. Entro il 1° luglio 2020 dunque i consumatori che si trovano ancora nel mercato di maggior tutela dovranno scegliere un nuovo fornitore nel marcato libero. Cerchiamo intanto di chiarire quali sono le differenze tra i due mercati: • Mercato di Tutela: le condizioni economiche e contrattuali sono regolate dall’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente). I prezzi sono variabili e vengono aggiornati dall’Autorità ogni tre mesi. • Mercato Libero: non esistono condizioni economiche, né contrattuali prefissate. Tali condizioni sono stabilite dal venditore sulla base delle proprie offerte commerciali. L’abolizione del mercato tutelato è il naturale sviluppo della liberalizzazione del mercato già avviata a partire dal decreto Bersani e già dal luglio 2007 il mercato dell’energia in Italia è liberalizzato: ogni fornitore, cioè, può decidere di entrare sul mercato in qualsiasi momento e gli utenti possono liberamente decidere a quale fornitore rivolgersi. Con la definitiva cessazione del mercato tutelato il passaggio al libero mercato sarà definitivamente completato, con l’obiettivo di creare un mercato in cui sussista un buon livello di concorrenza tra le imprese venditrici e prezzi che dovrebbero formarsi liberamente dall’incontro tra la domanda e l’offerta. L’addio al mercato tutelato impatterà su circa 17 milioni di famiglie e 3 milioni di piccole e medie imprese che sono ancora nel mercato di maggior tutela, ed è un passaggio che deve essere realizzato con tutte le cautele, le garanzie ed il tempo necessario. Ma è fondamentale sapere che chi non avrà scelto una società operante nel mercato libero alla data del 1° luglio 2019 resterà tecnicamente senza fornitore passando automaticamente al servizio di

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salvaguardia temporaneo, che prevede, però, tariffe più elevate. Il consiglio è dunque quello di utilizzare il tempo rimanente, oltre un anno, per cercare la società di vendita che più si adatta alle proprie esigenze, senza fretta e approfondendo le singole offerte. Dunque procedere per ordine e con la massima calma, senza alcuna necessità di affrettarsi e soprattutto senza cedere alla pressione promozionale delle società di vendita che, con l’obiettivo di conquistare nuovi clienti, cercano di forzare la decisione del consumatore verso il cambio del fornitore, spesso con pratiche commerciali scorrette volte a far credere al consumatore che la fine del mercato tutelato sia imminente e che dunque è necessario affrettarsi a lasciare il mercato di maggior tutela. Moltissime le testimonianze di consumatori vittima di pratiche scorrette ed ingannevoli: in alcuni casi viene detto che il passaggio al mercato libero è obbligatorio e imminente, cosa, come abbiamo visto, è assolutamente falsa. In altri casi le proposte vengono fatte attraverso telefonate insistenti, visite a domicilio e spot televisivi e radiofonici con offerte di risparmi spesso non realistici e limitati nel tempo. Assistiamo al proliferare di pratiche commerciali scorrette da parte delle società di vendita, con strategie di marketing incontrollate che sfruttano il momento transitorio. Nella giungla della concorrenza spuntano società che propongono contratti con clausole ai limiti della vessatorietà, o che hanno come pilastro della strategia commerciale la proposta di servizi aggiuntivi (assicurazioni sulla casa, sulla caldaia, lampadine a risparmio energetico…) che nulla hanno a che fare con la fornitura di energia, ma che possono catturare l’interesse dell’utente. Per concludere, quindi, non c’è fretta: confrontare i prezzi e prepararsi al cambio fornitore in tempo per il 2020 è il consiglio giusto da seguire per non ritrovarsi con un fornitore che non si è scelto con consapevolezza o a dover scegliere all’ultimo momento senza aver verificato le condizioni. Informarsi e confrontare in modo critico le offerte senza coercizioni, al fine di compiere scelte consapevoli in linea con i propri bisogni e le proprie abitudini di consumo. La raccomandazione fondamentale resta quella di non sottoscrivere proposte contrattuali senza aver prima verificato la reale convenienza e “serietà” delle condizioni, e soprattutto non soffermandosi soltanto sul prezzo. Loredana Baldi Adiconsum Marche

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Realizzato con il contributo regionale per la realizzazione di specifici e rilevanti progetti – Anno di riferimento 2019 WHY MARCHE | 55


P ERCHÉ

HOMO FABER Itinerari turistici alla scoperta delle eccellenze artigiane della Regione

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LE MARCHE DEL SAPER FARE

È

nato Homo Faber, il progetto che unisce il turismo con le eccellenze artigianali ed enogastronomiche della regione per creare, di bottega in bottega, una sinergia che rafforzi a vicenda le differenti realtà. Promosso e sostenuto dalla CNA Marche e dalla Regione Marche, questo nuovo cluster “nasce dall’esigenza di valorizzare l’impatto turistico interpretando una nuova frontiera del turismo, quella esperienziale. In tal modo si compie anche un’altra grande operazione che va ad incidere direttamente sul tessuto economico e sociale. Un connubio vincente, una sintesi perfetta che – è il caso di dirlo – unisce l’utile al dilettevole”. Queste le parole di Francesca Petrini, coordinatrice del progetto e presidente di CNA Marche – Agroalimentare. “Noi e la regione ci siamo incontrati e riconosciuti in un comune sentire delle opportunità che il nostro splendido territorio offre, e questo è sfociato in una collaborazione che punta alla valorizzazione delle realtà artigianali che rappresentano un tratto caratteristico fondamentale delle Marche e dello stile di vita dei suoi cittadini. Un progetto dal respiro molto ampio, a livello di aspirazioni ma anche economico”. Le Marche sono conosciute in tutta Italia per la loro attitudine al lavoro manuale, paziente e industrioso, fatto di processi di lavorazione tramandati di generazione in generazione, autentiche ricette di artigianato che generano prodotti di altissima qualità. “L’esperienza diventa un prodotto di per sé”, ci dice ancora Francesca Petrini, “e come tale va considerato e proposto per offrire un turismo all’avanguardia. I turisti non sono più interessati soltanto al vedere. Al giorno d’oggi acquista sempre più un’importanza capitale il fare. Con Homo Faber chi viene in un uliveto, non ammira soltanto il paesaggio e chi ci lavora, ma si cala in prima persona in questa realtà, dove tra le altre cose può imparare a cucinare le nostre tipiche olive all’ascolana, oppure può provare le tecniche di degustazione dell’olio.”


di Fabrizio Cantori

Gli itinerari Sono 12 gli itinerari turistici di eccellenza presentati finora, che si potranno vivere tra marzo e ottobre di quest’anno:

1. Morro d’Alba: la patria del famoso vino Lacrima di Morro d’Alba

2. Monte San Vito: dove viene prodotto il celebre olio della Fattoria Petrini

3. Jesi: la tappa obbligatoria dedicata al Verdicchio 4. Vini e olii marchigiani di alta qualità 5. Arcevia: “La Terra e il Cielo” che propone le sue produzioni biologiche di qualità

6. Urbino e dintorni: i prodotti biologici della cooperativa Girolomoni

7. Offida e colli ascolani: si possono trovare piatti tipici come le olive all’ascolana, oltre a tantissimi musei dove apprezzare la storia e l’arte delle Marche

8. Ancona: gli arazzi e i prodotti tessili della Congrega dell’artigiana Valeria David

9. Ascoli: qui si possono ammirare le ceramiche di Barbara Tomassini

10. Castelfidardo: nota per le sue fisarmoniche, la città propone anche una visita al laboratorio di Marco Tiranti e al Museo della Fisarmonica

11. Fermo, Macerata e dintorni: il distretto dove si producono le calzature d’autore delle Marche

12. Montappone: famosissima per i capolavori dei maestri cappellai

Un’offerta eterogenea che mette al centro l’arte del saper fare, con l’opportunità di vivere esperienze uniche all’interno dei laboratori artigiani. Ogni itinerario comprende così un felice connubio tra enogastronomia, artigianato, arte e territorio. Un’esperienza turistica a 360° che fa di questa sua differenziazione un grande punto di forza, possibile in questa maniera in pochi altri luoghi che non siano le Marche. “Le tradizioni”, ci dice con convinzione la Petrini, “sono parte integrante del nostro patrimonio culturale, e come tale costituiscono una risorsa fondamentale da promuovere e sfruttare”. Una visione che concorre al conseguimento di un altro obiettivo importante: “Con questo tipo di offerta abbiamo la possibilità di destagionalizzare, creando alternative al più tradizionale turismo estivo di tipo balneare, attivando così dei flussi interessanti anche nelle zone dell’entroterra”.

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P E R C H ÉÈ

Le fasi Questi 12 itinerari sono ben lungi dall’esaurire la proposta di Homo Faber. Potremmo definirla piuttosto una “fase zero”, o una fase embrionale, per usare le parole di Francesca Petrini, che ci dice che “questi itinerari sono i piloti che hanno dimostrato la validità del progetto. Ora inizia il bello”. La prima fase consiste nel presentare e far conoscere il progetto agli operatori sparsi nel territorio. Un’opera di informazione che coinvolgerà gli associati e i non della CNA, con lo scopo di confrontarsi con le realtà che possono inserirsi in questo percorso, conoscersi e valutare come collaborare. E non è un caso che questa prima fase sia iniziata, il 12 aprile, con una presentazione a Muccia, uno dei tanti paesi colpiti duramente dal terremoto del 2016. Proprio il rilancio dei territori del sisma è infatti uno degli obiettivi principali di Homo Faber, per valorizzare zone che in realtà anche prima del tragico evento soffrivano di un basso afflusso turistico e hanno ora l’opportunità di rilanciare la propria economia per rinascere. La seconda fase del progetto consisterà nella valutazione

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da parte della CNA dei soggetti interessati. Operazione che verrà coadiuvata da Globe Inside, un’impresa di servizi nel settore turistico che farà da tour operator. Si terranno conto della qualità e dell’originalità che legano le realtà selezionate al territorio, passando per un’attenta analisi delle strutture fisiche e dell’esperienza offerta. Verrà usato un disciplinare ufficiale e certificato col compito di validare le scelte sulla base di un decalogo ben preciso che faccia rispettare alti standard di qualità. Una volta scelti gli operatori si passerà alla creazione dell’itinerario che nella terza fase viene proposto e venduto con strumenti innovativi messi a disposizione dal tour operator. L’itinerario verrà integrato con la possibilità di essere costantemente aggiornati in tempo reale sulle offerte che il territorio presenta nelle vicinanze del percorso scelto, garantendo così un’esperienza completa che non tralasci nulla. Sistemi all’avanguardia che ovviamente sono stati pensati per attirare e coinvolgere fortemente anche i turisti stranieri.


Uno sguardo ai giovani e al futuro Combinare la tradizione artigiana della nostra regione con le opportunità del turismo risponde all’esigenza di aggiornare il comparto manufatturiero, aprirlo a nuovi orizzonti e fare in modo che diventi un settore di interesse e di traino per l’occupazione giovanile. Proprio l’indagine sul lavoro dei giovani è al centro costante di analisi e ricerche su tutto il territorio nazionale, a partire dagli sconvolgimenti della grande crisi economica iniziata più di dieci anni fa. Anche le Marche ovviamente monitorano la situazione, e i risultati che emergono meritano di essere approfonditi. Partiamo dalla situazione generale: secondo dati ISTAT, nel 2016 il tasso di disoccupazione per la classe 25-34 anni nelle Marche (16,7%) è più basso di quello nazionale (17,7%) ma più elevato della media del centro Italia (15,3%). Soprattutto si osserva un incremento del tasso di disoccupazione tra 2011 e 2016, più consistente sia rispetto la media nazionale che a quella del centro Italia (da 9% a 16,7%). Passando al settore artigianale, il Centro studi CNA Marche su dati Infocamere ci presenta questo quadro: nelle Marche le imprese individuali costituiscono ancora oltre il 60% delle imprese attive, e ciò indica quanto ancora sia diffusa l’impresa a connotazione famigliare. Le iscrizioni di nuove imprese, però, sono in forte diminuzione, secondo un trend che, se considerato a partire dal 2010, mostra come le Marche siano divenute la regione dove più è calato il numero delle iscrizioni di nuove imprese. Rispetto al 2010, la perdita di iscrizioni nelle Marche è stata del -26,0%, nettamente più elevata del -15,2% per l’Italia. La percentuale delle imprese giovanili sul totale, al 31 dicembre 2018, è dell’8,3%, tra le più basse del territorio nazionale. Circa il 22% degli imprenditori marchigiani delle ditte individuali, le più interessate da connotazioni famigliari nella conduzione dell’impresa, è nella fascia di età 65 anni e oltre. Oltre il 60% è in età più che matura, con 50 anni e oltre, probabilmente con figli grandi e quindi potenzialmente coinvolti da processi di successione generazionale. Una successione da auspicarsi, da incentivare e da favorire. Non si tratta solo di numeri, spesso preoccupanti, da correggere. Si tratta di preservare l’identità culturale stessa delle Marche, la sua propensione al rischio d’impresa e all’artigianato di qualità. Aiutati dai sistemi più moderni di promozione, come appunto quello turistico, ci si augura che i giovani abbiano la loro chance di inserirsi nel mondo del lavoro e preservare un retaggio che ci appartiene e ci distingue: plasmare con il lavoro certosino delle mani e il sudore della fronte il proprio futuro.

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S PIRITO

CENTO ANNI di OTTO ORE A Jesi il ricordo della conquista di GEMMA PERCHI

Il primo maggio 1919 divennero effettive le otto ore lavorative

L

e immagini fotocopiate di fotografie antiche in bianco e nero ci restituiscono la figura di una donna alta, massiccia, dall’aspetto imponente, il volto segnato dalla stanchezza, ma anche dalla tenacia, dalla resilienza, dalla caratteristica “tigna” jesina. E due occhi chiarissimi. Questo il ritratto di Gemma Perchi, jesina classe 1873, che ha dedicato una vita intera a battersi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Jesi ha voluto ricordare la conquista della sindacalista con una rassegna di eventi 60 | WHY MARCHE

Gemma Perchi ci insegna che è possibile raggiungere obiettivi inimmaginabili pochi anni prima e, soprattutto, Gemma Perchi ci insegna il valore della solidarietà concretizzata da diverse associazioni della Vallesina, in collaborazione con le amministrazioni comunali di Jesi, Staffolo e Morro d’Alba. “Tutto è nato nel 2016, nell’ambito del progetto ‘Storie del Prado’ - spiega Michael Bonelli, dell’associazione culturale Willer & Carson, tra gli organizzatori della rassegna. - Abbiamo trovato storie, poesie, giochi e le “sedarole” che ci hanno portato a Gemma Perchi. Studiando questa figura abbiamo trovato una semplice riga che ci ha folgorato, perché dietro c’era un percorso di oltre venti anni di

lotte, addirittura quasi trent’anni che portavano la giornata lavorativa dalle quattordici alle otto ore giornaliere. Un risultato notevole per l’Italia e per tutto il mondo, una grande conquista sociale di civiltà”. La frase “galeotta” citata da Bonelli, quella che diede il là per l’organizzazione degli eventi, fu “... e il primo maggio 1919 divennero effettive le otto ore lavorative”. Il cuore del progetto è racchiuso in quelle semplici parole, da cui è scaturita una serie di iniziative che ha coinvolto in maniera attiva la cittadinanza. “Abbiamo indetto una conferenza stampa aperta lo


di Ilaria Cofanelli scorso 16 febbraio - continua Bonelli aprendoci alla città e a quanti avessero voluto prendere parte all’idea. I comuni di Morro d’Alba e Staffolo hanno aderito immediatamente, così come numerose altre associazioni e artisti del territorio”. Un programma condiviso da tutti i partecipanti, che ha coinvolto la cittadinanza intera, dai bambini ai ragazzi. La rassegna si è aperta il 17 aprile con il convegno “Dalla conquista delle otto ore ad un dignitoso salario” organizzato dalle associazioni sindacali Cgil-Cisl-Uil presso la Fondazione Colocci di Jesi, per poi proseguire con la rassegna vera e propria di eventi, programmata dal 26 aprile all’1 maggio. Si è partiti con la mostra fotografica “Appunti grafici e plastici sulle Sedarole” curata dagli studenti del Liceo Artistico Mannucci allestita alla Camera del Lavoro di Jesi, per proseguire con diverse tavole rotonde sul tema “Cento anni di otto ore”, o spettacoli come “La Filanda è ‘na galera” del gruppo di canto popolare Gastone Pietrucci e La Macina con la partecipazione di Mugia Bellagamba. Degna di nota la partecipazione dei bambini della scuola primaria intitolata a Gemma Perchi allo spettacolo “Le Filandare”, a cura di Carmen Dui che ha scritto il testo e di Isabella Badiali. Particolarmente commovente la commemorazione presso la tomba di Gemma Perchi al Campo VI del cimitero jesino. Altri appuntamenti della rassegna sono stati la proiezione dei film “We want sex”, “7 minuti”, “Due giorni, una notte”, l’esplorazione urbana “Le Vie della Seta” sui luoghi delle filande a cura di Dante Ricci,

la mostra fotografica “I luoghi delle filande, i ricordi di ieri le immagini di oggi”. A Staffolo è stato presentato il libro “#leviedelledonnemarchigiane” e Morro d’Alba ha ospitato un convegno dal titolo “Il filo di seta tra economia e diritti”. Presso la Biblioteca Planettiana di Jesi, fino al 25 maggio, è possibile visionare un percorso documentario e multimediale dal titolo “Jesi città della seta”. “Proprio grazie alla solerzia e alla passione di coloro che curano la Biblioteca Planettiana è stato possibile rintracciare un incunabolo del 1490 che dimostra come l’industria serica a Jesi e dintorni esistesse da secoli - prosegue Bonelli - non solo. E’ stata rinvenuta anche una fotografia originale in bianco e nero di Gemma Perchi, dove si notano gli occhi chiarissimi. Si è sempre pensato alla sindacalista come a una presenza carismatica, magnetica, con occhi scuri, mentre dalla foto emerge il contrario, tanto che la professoressa Toppan del Liceo Mannucci ha provveduto in poche ore a modificarne il ritratto realizzato appositamente per l’occasione, sostituendolo con il giusto colore delle iridi, pensando all’azzurro”. Un evento, quello dei cento anni di otto ore, che non si rivolge solo al passato, ma guarda anche al futuro. “Non è stata realizzata un’operazione di nostalgia, quanto piuttosto uno stimolo per ragionare su come possa evolvere il futuro del lavoro. Abbiamo guardato a quello che c’era cento anni fa, ma l’idea è volgersi a ciò che verrà”, chiarisce l’Assessore alla Cultura di Jesi, Luca Butini, che aggiunge: “Alcuni di coloro che hanno partecipato agli eventi in programma, non provenienti dal nostro

territorio, non conoscevano questo ruolo di Jesi “piccola Milano”, quindi abbiamo portato avanti anche una promozione dei luoghi, valutando se proporre questo formato di intervento che guarda dal passato al futuro anche in altre zone europee che abbiano visto il prosperare e poi lo svanire delle industrie della seta”. A Jesi sorgevano 8 stabilimenti di bachi da seta e 14 filande che procuravano lavoro a mille persone, delle quali il 90% erano donne. Gemma Perchi, leader delle insurrezioni operaie che consentirono alla città jesina di ottenere le otto ore di lavoro giornaliere, oggi ci ha lasciato molto: “Tenacia, volontà e costanza. Gemma Perchi non ottiene con un colpo di bacchetta magica le otto ore, ma dopo oltre venti anni di lotte, in un periodo in cui fare sciopero significava non mangiare. Gemma Perchi ci insegna che è possibile raggiungere obiettivi inimmaginabili pochi anni prima e, soprattutto, Gemma Perchi ci insegna il valore della solidarietà. Questa donna agiva, scioperava insieme alle operaie di altre fabbriche che stavano subendo vessazioni”, commenta Michael Bonelli. Cento anni di otto ore è un evento quanto mai attuale, che invita a riflettere sulle attuali condizioni di lavoro degli operai, in un periodo in cui ancora si contano tanti “morti bianche” (circa 3,1 decessi al giorno in Italia, secondo dati forniti dall’INAIL).

Photos Massimiliano Fabrizi WHY MARCHE | 61


S PIRITO

LA POTENZA DEL LIMITE

Adrenalina pura, contatto con la natura, superamento dei limiti. Questa è l’anima e l’essenza del Cross Country, una disciplina sportiva che coinvolge vari settori, da quello ciclistico, a quello podistico, passando per il motociclismo, l’ippica e l’automobilismo. Si tratta di percorrere degli itinerari su diverse tipologie di terreno, accompagnati, nel caso dell’automobile, da un navigatore che indica la strada, cercando di giungere a destinazione nel minor tempo possibile. Simone Grossi, jesino titolare dell’azienda Clinic Car che si occupa di assistenza tecnica e manutenzione Jaguar e Land Rover insieme a sua moglie Bernadetta, ci racconta la passione e l’adrenalina che caratterizzano questa disciplina, che pratica da oltre vent’anni e che lo ha portato ad affrontare svariate gare a livello agonistico, l’ultima delle quali è il Campionato Italiano Cross Country. 62 | WHY MARCHE

AVVENTURA A CONTATTO CON LA NATURA Chi è Simone Grossi, di cosa ti occupi? Sono uno sportivo, ho sempre praticato attività sportive tra calcio, moto... E da sempre ho nutrito una forte passione per motori e macchine. Oggi sono un imprenditore e ho un’azienda che si occupa principalmente di automobili. Da anni offriamo assistenza ai clienti, ci occupiamo di preparazioni, allestimenti per macchine che vanno a fare rally raid, viaggi avventurosi…Nel tempo abbiamo coltivato questa passione e ci siamo lanciati anche noi nel settore dei fuoristrada.

Cos’è il Cross Country? Si tratta di una disciplina che coinvolge vari settori, non solo quello automobilistico. Per quanto riguarda questo, posso dire che è uno sport molto complicato, ma allo stesso tempo avventuroso. Sempre più persone si avvicinano alla disciplina, vengono organizzate gare a livello mondiale. Con il mio team e altri club marchigiani stiamo lavorando a un progetto che andrà concretizzandosi presumibilmente entro la fine del

2019, o al massimo entro i primi mesi del 2020: stiamo infatti lavorando per creare un’unica squadra marchigiana a livello agonistico, con lo scopo di rappresentare la nostra regione sia in Italia, sia all’estero. Vorremmo coinvolgere altri marchigiani che possano seguire le gare, fare il tifo, condividere le bellezze dei nostri territori. L’idea è coinvolgere anche personaggi illustri degli altri sport per cui le Marche sono conosciute. A settembre riusciremo a tirare le somme di questo progetto.

Come ci si avvicina a questa disciplina? Chi vorrebbe iniziare a praticarla e a chi dovrebbe rivolgersi? Nelle Marche esistono vari club di fuoristrada dove si condivide questa passione. Il nostro è il Monte San Vicino 4x4 off road Club, con sede a Frontale di Apiro. Ci alleniamo in queste zone e trascorriamo molto tempo con tutti gli appassionati di questa disciplina, condividendo giornate e allenamenti. Inoltre con la nostra ASD Motor Club Jesi che ci assiste nelle nostre


di Ilaria Cofanelli

Cross Country?

Race 2EMME

Adrenalina, sicuramente. Voglia di mettersi in gioco. Più siamo in difficoltà, più si ha la voglia di crescere, di affrontare il limite e superarlo. Si arriva al punto che ci si sente un tutto uno con l‘auto e a volte la sensazione di volare su dossi ci fa andare ancora più forte. Il mondo del Cross Country è coinvolgente, è una disciplina che appaga e rilassa allo stesso tempo, in special modo durante le gare, quando si deve mantenere un livello di concentrazione molto alto. Ho provato tanti sport in questi anni, ma l’adrenalina e l’energia pura che ho provato con il Cross Country non le ho mai raggiunte con nessun altro sport.

Il limite, lo sfidare la natura, la velocità, il mezzo stesso e la sua resistenza. Non trovi che questa disciplina sia una metafora del marchigiano che non molla, del suo atteggiamento resiliente? Sicuramente. Il Cross Country è mettersi alla prova e noi marchigiani lo facciamo tutti i giorni. Ci sappiamo rimboccare le maniche, ma lo facciamo con semplicità.

competizioni impartiamo corsi specifici per piloti e navigatori che vogliono perfezionare la disciplina. Viviamo il territorio nei vari momenti dell’anno. D’inverno con i nostri mezzi liberiamo anche le strade dalla neve. In primavera e in estate siamo presenti.

Quanto questa disciplina è legata al territorio e alle peculiarità paesaggistiche? Chi pratica Cross Country impara a conoscere i luoghi, a rispettarli. Sappiamo leggere e interpretare il terreno. Con la pratica e il tempo siamo in grado di capire dove mettere le ruote. Ci sono dei segreti che negli anni abbiamo imparato a scoprire.

Come vi allenate e come decidete quali itinerari percorrere? Spesso ci muoviamo a piedi, in bicicletta o a cavallo, percorrendo itinerari fuoristradistici. Solo alla fine con l’automobile e preferibilmente non le stesse vie come la disciplina

richiede, cioè con navigazione a vista. In questo modo riusciamo a capire, a riconoscere gli aspetti del territorio e le sue specificità, ad ascoltare la natura. Ci alleniamo di notte: con il buio il silenzio ci aiuta e siamo sotto stress; non conosciamo la strada, dobbiamo seguire le indicazioni del navigatore e muoverci in una situazione in cui i riflessi diminuiscono. Di solito gli allenamenti durano poco meno di quattro ore. Con me il mio compagno navigatore da sempre Daniele Manoni, jesino imprenditore locale che mi ha spinto e sollecitato fin da subito ad avventurarmi in questa disciplina.

Che velocità raggiungete? Durante gli allenamenti manteniamo una velocità di circa 70/80 km/h. In gara arriviamo anche a 160 km/h sugli sterrati, con una media oraria a secondo dei percorsi

Adrenalina, energia e quali altre sensazioni prova chi pratica

Durante gli allenamenti hai la possibilità di entrare in contatto con la natura dei nostri territori. Ci sono dei luoghi a cui sei particolarmente affezionato? Tutti i luoghi delle Marche sono bellissimi. Il Monte San Vicino e le sue distese sono quelle che mi emozionano di più. I miei pensieri vanno anche al Monte Catria, al Monte Carpegna, all’entroterra del pesarese. I paesaggi invernali, cosparsi di neve, i boschi d’autunno... ogni posto è diverso e ognuno, con le sue peculiarità, è affascinante.

A quali gare ti stai preparando ora? Mi sto preparando per una Baja Cross Country in Grecia, in programma la prima settimana di giugno. Si tratta di 750 km da percorrere in tre giorni, su strade quasi tutte sterrate. Sono messi a dura prova i mezzi, i piloti, il team che ci segue. Contemporaneamente continuo a seguire il progetto di creare un team marchigiano di Cross Country che coinvolga tutti gli sportivi di tale disciplina a livello agonistico.

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S PIRITO

NASCE ÈDI.MARCA:

l’associazione degli editori marchigiani

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ÈDIMARCA ASSOCIAZIONE EDITORI MARCHIGIANI

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l 24 gennaio 2019 si è costituita Èdi.Marca, la prima associazione di categoria del settore editoriale regionale, per far fronte comune nell’impegno per la promozione della cultura nella nostra regione. L’associazione è strutturata con un insieme di editori che collaborano per sviluppare le proprie imprese, consapevoli che dall’unione di intenti nascono opportunità altrimenti difficili, se non impossibili, da cogliere. Fin da subito Èdi.Marca ha visto la partecipazione di numerose case editrici, il 25% di quelle attive nella regione. Sono stati nominati presidente Mauro Garbuglia (Edizioni Nisroch), vice-presidente Anna Rita Angelelli (Le Mezzelane Editore) e tesoriere Simone Giaconi (Giaconi Editore). Tra i soci fondatori, oltre ad Arcipelago Itaca Edizioni, Ephemeria Edizioni, Seri Editore, Ventura Edizioni e Vydia Editore, anche noi della Theta Edizioni di Jesi. Numerose altre sembrano poi le case editrici pronte ad entrare in questa rete di collaborazione.

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ÈDIMARCA ASSOCIAZIONE EDITORI MARCHIGIANI


di Fabrizio Cantori Le Marche sono una regione in cui la vocazione editoriale è storicamente molto forte. Basti pensare che a livello nazionale il rapporto tra case editrici e popolazione è di uno ogni 40.000 abitanti, mentre nel nostro territorio è di uno ogni 8.000. Realtà spesso molto piccole, che devono confrontarsi con le ovvie difficoltà del caso. Non stupisce quindi che delle

193 case editrici marchigiane iscritte alla Camera di Commercio oltre il 75% risultino inattive. Èdi.Marca nasce proprio con questo fine: dare voce e dignità a queste realtà che cercano di ritagliarsi il loro spazio nel mondo editoriale che, a livello nazionale, è diventato di fatto un oligopolio dove le grandi case editrici esautorano la possibilità delle più piccole. Convinta che la difesa della cultura di un territorio e di una popolazione passi anche se non soprattutto dall’attività dei piccoli e medi editori, Èdi.Marca ha deciso di combattere lo stereotipo che vede il marchigiano poco incline alla collaborazione creando questa associazione con intenzioni molto pratiche ed operative. Èdi.Marca infatti intende operare fin da subito con la costituzione di commissioni di lavoro interne per la promozione, per i rapporti Istituzionali e per le opportunità di vendita. Campi d’azione in cui la singola casa editrice quasi sempre si trova isolata e con un potere d’azione molto limitato. Cooperando si aprono invece le porte per opportunità più ampie. Per quanto riguarda la promozione si intende, tra l’altro, anche la creazione

e la partecipazione ad eventi e fiere, a partire dal Salone Internazionale del Libro di Torino, in programma dal 9 al 13 maggio. Quest’anno per la prima volta le Marche saranno regione ospite, ottenendo quindi uno spazio di assoluto rilievo che l’associazione intende sfruttare presentandosi e portando un “libro bianco” dell’editoria marchigiana, che segni una presa di coscienza dello stato attuale del settore e soprattutto un punto di partenza per crescere. Importante anche il lavoro che l’associazione intende fare nel rapporto con le istituzioni, con la forte volontà di creare un legame saldo con tutto il territorio. Obiettivo verso cui le istituzioni hanno subito prestato attenzione, come già

dimostrato durante la tavola rotonda di presentazione svoltasi il 1° marzo presso la Camera di Commercio Unica delle Marche alla presenza di importanti cariche della compagine culturale regionale. Fondamentale anche la possibilità di fare rete nel rapporto con i canali distributivi e di vendita, interfaccia spesso critica per i piccoli editori che si trovano a veder prosciugati i propri margini di guadagno nel corso della filiera. Si tratta di un programma ambizioso e di certo non privo delle difficoltà storiche e ambientali che caratterizzano questo settore. Ma le motivazioni e gli intenti giustificano senza dubbio lo sforzo. Era fondamentale avere nella nostra regione un organo di rappresentanza delle case editrici che potesse relazionarsi con tutte le realtà di questo mondo che ha il compito di fare impresa, ma di farla attraverso la cultura e la qualità dei suoi prodotti. Non va dimenticato che le Marche sono il terzo polo nazionale di poesia e che hanno sempre espresso eccellenze in ogni campo librario, dalla narrativa alla saggistica. I dati nazionali inoltre, zittiscono tutti quelli che fino a pochi anni fa davano per morto il libro tradizionalmente inteso, o vedevano nella lettura uno svago ormai demodé. Secondo l’ISTAT il numero dei lettori sale leggermente: il 41% delle persone di 6 anni e più hanno letto almeno un libro per motivi non professionali nel 2017. L’AIE (Associazione Italiana Editori) conferma, sempre per il 2017, un aumento del mercato librario del 4,5%, con una flessione degli e-books a vantaggio del cartaceo. Numeri non straordinari, soprattutto in confronto con altri paesi europei, ma che comunque attestano la resistenza dell’amore per i libri e la cultura. In questo contesto Èdi.Marca vuole inserirsi con forza, tramite quell’affascinante attività culturale ed economica, industriale ed artigianale, che è l’editoria. Perché, citando Valentino Bompiani, dietro ogni libro c’è una somma di azioni, pensieri, inquietudini, angustie, decisioni e speranze condivise giorno per giorno, ora per ora. Ritrovare tutto questo tra le proprie mani in un oggetto di pochi centimetri, ogni volta illude e consola.

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S PIRITO

L’EREDITÀ DI

BENIAMINO GIGLI Il nipote ricorda il grande tenore recanatese e ne prosegue la memoria con una splendida iniziativa

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apita spesso di sentire che figli e discendenti d’arte si sentano schiacciati dalle ingombranti figure genitoriali, oscurati dalla loro ombra. Ma per fortuna ci sono anche molti casi in cui gli eredi di grandi personaggi sanno continuarne la memoria e curarne l’eredità artistica e spirituale, con rispetto e senza prevaricare la propria individualità. È sicuramente questo il caso di Beniamino Gigli Jr, nipote diretto del grande tenore recanatese da cui ha ereditato il nome, l’amore per la musica, la genuinità e la voglia di fare del bene. Beniamino Gigli Jr, medico pediatra, parla del nonno con grande trasporto ed emozione, e dalle sue parole ne esce un ritratto che illumina, oltre alle immense doti canore, un uomo generoso e buono. “Gli volevano bene tutti” ci dice, “e come poteva essere altrimenti? Mio nonno era una persona solare e gentile, ha sempre dato una mano a tutti, senza mai tirarsi indietro”. Nell’arco della sua vita Beniamino collezionò oltre agli innumerevoli successi professionali una rete infinita di affetto e stima. Particolarmente noto ed indicativo fu il suo rapporto con Padre Pio, con il quale si instaurò una

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profonda amicizia. Anche se Beniamino Jr ci racconta che “il primo incontro non fu facilissimo. Mio nonno aveva avuto una relazione extraconiugale, con una donna da cui ebbe tre figli. Padre Pio lo catechizzò subito a riguardo, inducendolo a rigare dritto secondo i dettami della religione. Mio nonno era molto fedele e devoto, e seguì le sue indicazioni. Padre Pio era una persona molto severa, io l’ho conosciuto: era capace di convincerti con un solo, acutissimo sguardo. Eppure custodisco gelosamente una delle rare foto in cui lo si vede sorridere di gusto, proprio insieme a mio nonno. Padre Pio adorava quando gli cantava uno dei suoi grandi successi: Mamma”. Anche in questo caso, un rapporto che Gigli non mancò di consolidare con gesti concreti, promuovendo e aiutando, insieme alla figlia, raccolte di fondi per la costruzione del primo ospedale a Pietrelcina. Prove tangibili e riconosciute dell’umanità Beniamino Gigli, che durante la sua vita organizzò più di seicento concerti di beneficenza. Proprio per questo Beniamino Jr è inorridito di sentire il suo nome accostato al regime fascista e nazista: “Per anni è girata la voce che mio nonno fosse stato in qualche

Nato a Recanati nel 1890, Beniamino Gigli mostrò sin da giovanissimo le sue eccezionali qualità vocali che lo portarono a calcare i grandi palchi nazionali e internazionali, oltre che a recitare in numerosi film, rendendolo una vera star in tutto il mondo. Additato da subito come erede del grande Enrico Caruso, tanto da farlo definire “Caruso secondo”, soleva rispondere, con rispetto ma rivendicando la propria originalità, di preferire l’appellativo “Gigli primo”.


di Fabrizio Cantori modo un collaborazionista, ma non è assolutamente così. Fu chiamato a cantare al Teatro dell’Opera proprio di fronte alle alte cariche del regime, ma rifiutò. Per due volte si fece fare certificati di malattia pur di non presentarsi, ma poi fu lo stesso direttore del teatro a contattarlo, dicendogli che se non cantava il danno economico per tutti quelli che lavoravano lì - più di un centinaio - sarebbe stato enorme. Mio nonno accettò solo per questo, ricevendone tra l’altro molte lettere di ringraziamento dagli operai, e si recò a firmare un regolare contratto alla presenza di alcuni nazisti. Fu fotografato e per questo alcuni maligni iniziarono ad accusarlo. Per fortuna con il tempo e con le prove di quanto ho detto queste accuse sono cadute. Pensi davvero che Padre Pio avrebbe preso sotto la sua ala un collaborazionista? Ti dirò di più, mio nonno ha aiutato molte famiglie ebree a fuggire in Svizzera, oltre ad ospitarne alcuni nella sua stessa casa, sapendo che difficilmente sarebbe stata controllata”. Uno Shindler italiano, come lo definisce Beniamino Jr. Un uomo che agli occhi del nipote conserva ancora, anche dopo tanti anni, i tratti dell’eroe, come ogni nonno che si rispetti. “Mi sono sempre sentito il nipotino preferito, forse anche a causa del nome che porto. Quando nacqui Beniamino si trovava in Argentina e furono addirittura i giornalisti a mandargli una mia foto per informarlo. Ho splendidi ricordi della mia infanzia passata con lui. Mi ha sempre coccolato, e ogni anno, nella nostra villa a Recanati, organizzava per il mio compleanno una gara di fuochi artificiali con premi molto ricchi: come ho detto, mio nonno non si faceva problemi a spendere per le persone a cui voleva bene. Venivano in tanti a far esplodere quelle enormi corolle luminose nel cielo, e io ero lì estasiato col naso all’insù a guardarle. Era bellissimo perché la casa riecheggiava sempre della sua voce, potente e armoniosa. Anche

quando aveva ormai smesso di cantare, continuava ad allenarsi, imperterrito. Si esercitava con la “i”, la lettera più difficile per un tenore, e si arrabbiava molto se non riusciva più ad ottenere i risultati abituali. Ricordo anche di un giorno, nella nostra casa a Roma, pochi mesi prima della sua scomparsa, quando passarono in radio una sua vecchia esibizione. Nel momento del DO di petto si alzò dal divano e si mise a cantare anche lui, doppiando la registrazione in modo perfetto”. Vissuto per tanti anni e morto a Roma, Beniamino Gigli rimase comunque sempre legato alle sue Marche e alla sua Recanati. Tornava regolarmente, soprattutto d’estate, nella sua villa a Montarice, tra Recanati e Porto Recanati: un paesaggio che amava, con le colline e le montagne alle spalle e il mare davanti. Del marchigiano Beniamino ha sempre conservato la semplicità, l’attaccamento alla terra e a chi la abita e la lavora. “Adorava giocare a carte all’aperto”, ci ricorda il nipote, “e lo faceva coi contadini, coi custodi. Gianangelo, Franco, Testasecca… ricordo ancora i loro nomi a memoria perché a mio nonno piaceva passere il tempo con loro, tra una briscola e un tresette. E quanto amava la cucina marchigiana! Andavamo spesso a pranzare al Passetto di Ancona, con vincisgrassi e “crocette”, come chiamavano i tipici molluschi della zona. Nonno apriva i loro gusci e ne assaporava l’interno con un gusto indescrivibile, ne mangiava un’enormità, nonostante la dieta che in teoria avrebbe dovuto seguire!” Ogni aneddoto, ogni ricordo, Beniamino Jr ce lo racconta con emozione. Sa che il nonno è stato un mostro sacro della musica, di quei talenti difficili da replicare. Ma sa anche che la sua generosità e il suo amore per la lirica non possono finire con lui, gli devono sopravvivere. Per questo fonda nel 2007, in onore del cinquantesimo anniversario della scomparsa del nonno,

L’associazione Lirico Musicale Culturale Beniamino Gigli Jr. Un’associazione no profit con lo scopo di aiutare e di promuovere giovani cantanti lirici offrendo loro La grande occasione, attraverso l’organizzazione di concorsi e di concerti lirici. In palio ci sono, oltre alla visibilità, borse di studio sostanziose, per aiutare i ragazzi che vogliono intraprendere questa carriera e inseguire un sogno. “Mio nonno iniziò a cantare e ad avere successo molto giovane”, ci spiega Beniamino Jr, “ma si allenò per tutta la vita, e si può dire che la piena maturità canora la raggiunse intorno ai 30 anni. I cantanti, per quanto dotati, hanno bisogno di studiare tanto e a livello economico non è facile affrontare un simile percorso. Per questo nasce l’associazione, che coinvolge ragazzi di tutto il mondo. Io amo la musica, non solo lirica, e purtroppo vedo che attraversa un momento poco positivo. Bisogna acculturare cantanti e pubblico, ritrovare la qualità. E per farlo servono dedizione e impegno costanti, e tanta, tanta passione. Ho parlato recentemente con un giovane tenore che aiutiamo con la nostra associazione e mi ha detto di non voler essere solo eccellente nella tecnica: il suo primo obiettivo è far commuovere il pubblico. Ecco, questo spirito sarebbe davvero piaciuto a mio nonno”. Un’eredità pesante che Beniamino Jr ha raccolto nel migliore dei modi possibili, continuando e rinnovando lo spirito del nonno, per non ancorarsi al passato e guardare sempre avanti. “Sono tranquillo per quanto riguarda il futuro” ci dice per concludere. “Mia figlia Asia Beniamina, oltre al nome, ha ereditato la passione per la musica ed è al decimo anno di conservatorio. L’altra mia figlia, Francesca, si occupa in modo eccellente dell’organizzazione e della comunicazione per la nostra associazione”. Ancora per molto, il nome di Beniamino Gigli è in buone mani.

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S PIRITO

BO O

SALONE DEL LIBRO DI TORINO: SPAZIO ALLE MARCHE

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di Alessandro Moscè

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e Marche sono una regione che rappresenta un caso unico nell’universo della letteratura italiana del secondo Novecento (fino ad oggi), sia per la qualità dei suoi autori (poeti, narratori e critici), sia per il prestigio di alcune case editrici. E a proposito di letteratura e di libri, dal 9 al 13 maggio, nei Padiglioni 1, 2, 3 e Oval del Lingotto Fiere del Salone Internazionale del Libro di Torino 2019, proprio le Marche sono state la regione ospite, espressione di una ricchezza culturale di indubbia rilevanza. Ma non solo. Il salone è stato animato anche con l’intreccio di dialoghi e incontri variegati: dalla fotografia al digitale, dalla narrativa alla poesia, dalle presentazioni ai festival letterari e ai premi che animano la vita del nostro territorio. Tra gli altri intellettuali presenti nel padiglione delle Marche, Alberto Folin, padre Alberto Maggi, Luca Mercalli, Mohamed Razane, Filippo La Porta, Franco D’Intino, Stefano Petrocchi, Paolo Di Paolo, Giorgio Zanchini, Loredana Lipperini e Vittorio Sgarbi. Non poteva non essere messo in luce il poeta per eccellenza del modernismo europeo, il recanatese Giacomo Leopardi, a duecento anni dalla scrittura della poesia L’Infinito. L’evento dedicato a questa ricorrenza ha aperto il programma dello spazio, con la partecipazione del presidente del Consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo e dell’assessore alla Cultura della Regione Marche Moreno Pieroni, mentre domenica 12 maggio la lirica più famosa di Leopardi è stata al centro di uno degli eventi clou del salone, intitolato Io nel pensier mi fingo. E’ stato dato uno spazio alle Marche della fotografia da Crocenzi a Dondero, da Cavalli a Giacomelli; al ricordo del critico Carlo Bo, del poeta Luigi Di Ruscio, dello scrittore Paolo Volponi; al teatro, alla scenografia e alla filosofia

di Allì Caracciolo e Francesco Solitario; alla storia della carta di Fabriano con Bruno Sebastianelli e Sandro Tiberi; allo scrittore siciliano Leonardo Sciascia e agli incisori marchigiani del Novecento. Quindi due libri dell’editore Ernesto Paleani sul genio di cui ricorrono i 500 anni dalla morte: Leonardo Da Vinci e la scuola neoplatonica. La Gioconda e Leonardo Da Vinci ingegnere ed architetto generale di Cesare Borgia (1500-1503). Tra gli scrittori della regione, Angelo Ferracuti, Silvia Ballestra, Umberto Piersanti, Alessio Torino, Alessandro Moscè, Massimo Gezzi. Per ciò che concerne l’organizzazione generale, all’interno di 63.000 quadrati di libri, al Salone del Libro di Torino hanno trovato posto ben 40 sale. Ospiti di questa edizione Danny Goldberg, ex manager dei Nirvana, per i 25 anni dalla morte di Kurt Cobain. E in ambito musicale Achille Lauro e Frankie hi-nrg Mc. Tra i 1.200 incontri, spazio anche per lo sport, durante l’ultima giornata, con Massimiliano Allegri, Arrigo Sacchi e Gianluca Vialli. E ancora Michela Murgia, Teresa Ciabatti, Giancarlo De Cataldo, Gianrico Carofiglio, Antonio Manzini, nonché Pippo Baudo intervistato da Valeria Parrella, mentre Saverio Costanzo, regista del film L’amica geniale, ha discusso dell’opera di Elena Ferrante con Alba Rohrwacher e Goffredo Fofi. Non sono mancati i ricordi dei 50 anni dell’allunaggio (con Samantha Cristoforetti e Linda Raimondo) e i 30 anni dei Simpson. Il salone ha ospitato anche un incontro tra il Ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli e gli editori.

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Tutto viene a chi sa aspettare Un giorno accadde 20 maggio 1873. Levi Strauss e Jacob Davis ottenevano il brevetto per i blue jeans con i rivetti di rame. Nati come indumenti da lavoro e chiamati waist overalls, avevano la funzione di coprire e proteggere l’abituale vestiario durante il lavoro. In Europa arrivarono alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con i militari statunitensi che li indossavano nel tempo libero. Poco dopo, con il cinema Usa degli anni Cinquanta, i jeans conquistarono i giovani diventando l’indumento casual per eccellenza.

Ho sognato… ... il mare – 45 – Può essere calmo e protettivo come una madre, ma anche in tempesta, inquieto come possiamo esserlo noi. Due facce di un’unica medaglia: quell’azzurra distesa in sogno rappresenta la vita stessa, è nel contempo dispensatrice di gioie e patemi, di serenità e inquietudini. Il mare simboleggia anche l’inconscio, luogo di passioni contrastanti, in continua mutazione. Se nel sogno è calmo, significa che abbiamo raggiunto la tranquillità interiore. Mosso indica invece inquietudine ma anche dinamismo, grande energia.

Barbanera buongustaio Crema di Albicocche Tempo (min.): 60 Difficoltà: Facile Calorie per porzione: 225 INGREDIENTI (per 4 persone): 350 g di albicocche - 2 bicchieri di vino moscato - 100 g di zucchero - un pizzico di cannella in polvere - mezzo limone - mezzo cucchiaio di fecola - 2 tuorli. Lavare e tagliare a metà le albicocche, privarle dei noccioli e unirle, in una casseruola, a metà del vino, mezzo litro d’acqua, cannella e scorza di limone grattugiata. Cuocere per circa mezz’ora, poi passare le albicocche al frullatore insieme a un mestolo dello sciroppo di cottura e aggiungere alla purea ottenuta la fecola diluita nel vino rimasto. Fare addensare al fuoco per 10 minuti, incorporarvi i tuorli e servire la crema fredda.

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L’oroscopo di Barbanera BUONE ECOPRATICHE

di Primavera ed Estate

LAVARE L’AUTO

Quando si lava l’automobile, tenendo aperto il tubo dell’acqua per 10 minuti si consumano 36 litri d’acqua, mentre un normale impianto di lavaggio ne richiede la metà. Alcuni impianti, poi, sono dotati di un sistema di riciclaggio. Per evitare sprechi l’ideale è lavare l’auto sopra un prato, perché l’acqua bagnerà anche l’erba. Per la carrozzeria va usato pochissimo detergente biodegradabile sciolto nell’acqua, passato con una spugna e risciacquato subito.

SOSTENIBILI IN CUCINA

Non buttare via l’acqua di cottura della pasta può essere molto utile, oltre che un comportamento ecologicamente corretto: l’amido che vi si è disciolto costituisce infatti un ottimo sgrassante, perciò si può usare efficacemente quell’acqua per lavare le pentole.

PESCANDO QUA E LÀ!

Un picnic a regola d’arte Per un perfetto picnic estivo, il bon ton consiglia di stendere in terra tovaglie coloratissime, dato che il tavolino con le relative seggioline è considerato davvero poco elegante, anche se più pratico. Per quanto riguarda il menu, meglio scegliere piatti freddi, da mangiare facilmente con le mani, come torte salate, uova sode, tartine, panini alla frittata. Ma soprattutto mai dimenticare di portare con sé un capiente sacco per la spazzatura, dove raccogliere tutti i rifiuti e lasciare l’ambiente intatto, esattamente come l’abbiamo trovato.

ARIETE Se siete in pista per un nuovo affare meglio procedere con cautela, non è tutto oro quello che luccica! Interlocutore impegnativo, da trattare con i guanti.

BILANCIA Piccole noie e banali imprevisti non vi demotivano, tanto più che avete accanto una presenza affettuosa e allegra. Tempo di fare i conti con proposte e intenzioni.

TORO Il vostro spirito positivo lascia emergere idee brillanti in campo professionale e finanziario. Situazione in evoluzione, da gestire con metodo e organizzazione.

SCORPIONE Protagonista il lavoro, con le ambizioni personali che divergono da quelle di chi vi sta vicino. Appare arduo conciliare la vita professionale e quella familiare.

GEMELLI L’amicizia per voi viene prima di tutto. Notando le difficoltà di un amico, siete i primi ad offrirgli un aiuto. Felici e contenti in viaggio ma anche al lavoro.

SAGITTARIO Contate su impegno e senso di responsabilità per dimostrare a chi vi “scruta” la vostra affidabilità. Un incontro importante vi darà preziosi insegnamenti.

CANCRO Grazie alla serenità e al vostro equilibrio, le cose di tutti i giorni si tingono di sfumature gradevoli e la quotidianità acquista un andamento molto più vivace.

CAPRICORNO Chiudete con gli schemi del passato inventando qualcosa di innovativo, magari una start up in grado di rimpinguare le finanze. Rapporti sereni con amici e colleghi.

LEONE Siete intraprendenti e costruttivi. Le stelle riscaldano l’atmosfera e vi danno una mano a risolvere ogni questione. Offerte lusinghiere e ottime opportunità. VERGINE Niente sospetti o mezze verità, in coppia vincono la sincerità e il sentimento, più profondo di qualsiasi contrarietà. Bene gli affari, soprattutto all’estero.

ACQUARIO La curiosità stimolata da Giove vi spingerà ad esplorare ambienti diversi che amplieranno i vostri orizzonti. Riabbraccerete una persona cara che vive lontano. PESCI Partner pragmatico, voi romantici: magari vi completate a vicenda, ma trovare la nota giusta per sintonizzare le vostre frequenze non è così facile come sembra. WHY MARCHE | 71


EVENTI

MAGGIO - GIUGNO 2019

INFINITO LEOPARDI TIPICITÀ IN BLU dal 16 al 19 maggio Ancona

“ROBERT CAPA. Retrospective” sino al 2 giugno alla Mole di Ancona (AN)

CELEBRAZIONI FRANCESCANE

sino al 04 ottobre Ancona

Dal 21 dicembre 2018 al 20 maggio 2019 Recanati (MC)

DA RAFFELLO. A RAFFAELLINO DEL COLLE dal 17 maggio al 13 ottobre Urbino (PU)

“SPAZIO K - IL TEMPO DELLO SGUARDO”

“TINA MODOTTI FOTOGRAFA E RIVOLUZIONARIA”

#ROSSINI150

V CENTENARIO DELLA MORTE DI RAFFAELLO (1520 -2020)

sino al 09 giugno Urbino (PU)

sino a tutto il 2019 www.gioachinorossini.it

sino al 01 settembre Jesi (AN)

21 marzo 2020 Urbino - Palazzo Ducale (PU)


Un nuovo Anno di FelicitĂ


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