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E DITORIALE

IL SILENZIO E I PENSIERI INUTILI Stavolta voglio raccontare un aneddoto. Nella città dove vivo, Fabriano, ho chiesto recentemente ad un americano che stava visitando i nostri luoghi, che cosa, in particolare, lo avesse colpito delle Marche. Mi ha risposto in un italiano ben comprensibile. “Sono in viaggio per seguire il desiderio di allontanarsi dal frastuono dei pensieri inutili”. Era un eremita che stava per entrare dentro la chiesa di San Venanzio dove sono custoditi preziosi tesori d’arte. Con la nostra regione e con “Why” scopriamo ancora i luoghi isolati e dove è facile separare il superfluo dall’essenziale. Luoghi di spiritualità improntati ad uno stile di vita. E tanto altro ancora, ovviamente, tra storia e tradizione, non tralasciando il presente. Ma l’eremita che ho incrociato, forse dimostra che le Marche le capiamo meglio ascoltando chi le vede per la prima volta…

ALESSANDRO MOSCÈ

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S O M M A R I O

A GORÀ 10 NIBALI TESTIMONIAL MARCHE

A NIMA 26 RAFFAELLO E LA SUA MOSTRA 30 GIUBILEO LAURETANO 32 LO SCAMPANARE DEL CENDÌNO 34 IO SONO CAGLIOSTRO 36 IL MISTERO DI UBALDO 38 TU CHE SOPRANNOME HAI? 40 L’ORTO E L’INFINITO 50 VIGILIA DEL VILLAGGIO

P RIMO

PIANO

42 ATMOSFERA NATALIZIA

Direttore Responsabile: Alessandro Moscè REDAZIONE Editor Silvia Brunori Fabrizio Cantori Alessandro Carlorosi Stefania Cecconi Ilaria Cofanelli Stefano Longhi Alessandra Lucaioli Tommaso Lucchetti

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Marketing & P.R. Raffaella Scortichini r.scortichini@whymarche.com

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54 L’INCORAGGIAMENTO DI BOCELLI 56 UN INCONTRO VIRTUOSO

P ERCHÉ 62 LA PEDEMONTANA

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S PIRITO

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64 IL CAVALIERE NEL VENTO 66 IN VIAGGIO CON VALENTINA 68 LA MIGLIORE META 70 BARBANERA 72 EVENTI

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A GORÀ

“LA MIA FUGA SONO LE MARCHE, IL PARADISO DEL BIKE”

VINCENZO NIBALI 10 | WHY MARCHE


di Ilaria Cofanelli

Lo squalo dello stretto è testimonial della Regione Marche per il turismo cluster bike e outdoor Vincitore di due Giri d’Italia, un Tour de France e una Vuelta, di due titoli italiani, della Milano Sanremo e di due Tirreno Adriatico, Vincenzo Nibali, messinese classe 1984, ha già accumulato i più ambiti traguardi sognati da ogni ciclista professionista. E ora, nel pieno della preparazione per il prossimo Giro d’Italia, le Olimpiadi di Tokio di agosto 2020 e i campionati del mondo in Svizzera, ha stretto un sodalizio con la nostra regione, divenendone il testimonial per il turismo cluster bike e outdoor. Per i prossimi due anni, infatti, Nibali promuoverà tale tipo di turismo, sul quale le Marche intendono investire non solo in Italia, ma anche all’estero. La regione sta realizzando nuove e ampie ciclovie e cicloturistiche accoglienti per gli italiani e per gli stranieri che si recano nelle Marche. “Avevo visto le Marche solo correndo in bicicletta e in questi giorni ho avuto modo di apprezzarne le bellezze, sia quelle dell’interno che della costa. Vorrei tornarci in vacanza”, ha dichiarato l’atleta nel corso della conferenza stampa di presentazione degli spot lo scorso settembre. Si tratta di emozionanti spot pubblicitari, appunto, della durata di 15, 30, 60, 120 e 300 secondi trasmessi in televisione, ma non solo, anche in radio e diramati tramite social network e internet. Numana, Loreto, Recanati, Sirolo, Portonovo, Parco del Conero, San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno, Offida, Fiastra sono alcune delle suggestive località solcate dalle ruote di Nibali, in un giro compiuto questa estate proprio per realizzare filmati e fotografie pensati per la campagna promozionale di questo tipo di turismo esperienziale. Nelle pubblicità si possono ammirare le meravigliose terre marchigiane, mentre Nibali percorre i sentieri che le collegano le une alle altre, da quelle marittime a quelle collinari, fino alle zone colpite dal sisma del 2016. “Il mio nome appare spesso legato alle Marche, anche per le gare disputate quando ero molto giovane, nelle categorie juniores e dilettante, per parlare

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A GORÀ

bici. Mio padre mi ha fatto appassionare a questo sport e mi ha inculcato la passione per la bici.

Ci sono stati dei momenti, durante la tua carriera, in cui hai pensato di non farcela, di abbandonare tutto?

Di abbandonare tutto no. Ma momenti difficili sì, soprattutto nei primi anni di esperienza da professionista, dove mi sono rapportato con atleti molto forti che fino a poco tempo prima vedevo solamente in televisione.

Sei conosciuto anche come “lo squalo dello stretto”. Ci racconti com’è nato questo soprannome? poi delle due Tirreno Adriatico che terminano proprio a Porto Sant’Elpidio”, ha continuato. Noi di Why Marche abbiamo raggiunto “lo squalo” mentre si trovava nelle Marche, precisamente a Urbino, la prima settimana di dicembre, appunto per girare gli spot pubblicitari. Durante la sua visita nella città urbinate, Nibali si è recato al Palazzo Ducale, nel quale ha potuto ammirare la mostra di Raffaello, al Teatro Sanzio e alla Fortezza Albornoz. Da Urbino, inoltre, in procinto di celebrare il cinquecentenario dalla morte di Raffaello Sanzio nel 2020, passerà il Giro d’Italia Under 23. Ma lasciamo la parola all’atleta.

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Tutti conosciamo Vincenzo Nibali come uno dei più grandi corridori della storia del ciclismo italiano. Come è nato “lo squalo dello stretto” quando non pedala?

Quando non pedalo e non mi alleno, cerco di dedicare del tempo prezioso alla mia famiglia, mia moglie e mia figlia.

Come nasce la passione per il ciclismo? Quali sono i ricordi delle tue prime uscite?

La passione per il ciclismo mi è stata trasmessa da mio padre, cicloamatore. Con lui ho affrontato le prime uscite e ho mosso i primi passi nel mondo della

Il soprannome nasce dal mio fan club siciliano e dal fatto che tempo fa era stato avvistato uno squalo nello stretto. Inoltre il mio modo di affrontare le salite aggredendo la strada e non perdendo di mira la meta è stato paragonato alla grinta e alla forza di uno squalo.

Descrivici una tua giornata tipo di allenamento: ti alleni da solo o con la tua squadra? Sei seguito da un preparatore? Ogni giornata che vivo è diversa: dipende dal periodo della stagione e dagli obbiettivi che ho intenzione di conseguire. Ho un preparatore, Paolo Slongo, che mi segue da molti anni. Seguo giornalmente le sue indicazioni.


Quanto e come ti alleni in preparazione a una gara?

Anche per quanto riguarda la preparazione atletica, tutto dipende dal tipo di gara. A volte le gare si preparano in altura (mi riferisco a quelle suddivise a tappe come il Giro, il Tour e la Vuelta) e preparazioni assolutamente mirate.

Che tipo di alimentazione segui?

La mia alimentazione è varia: mangio bene, in maniera sana e un po’ di tutto. Non seguo una dieta specifica a differenza di molti atleti. Dipende poi dal periodo. In inverno si sta più attenti al peso mentre in primavera ed in estate, in piena stagione agonistica, si lavora in maniera più intensiva e si mangia di più.

Sei uno dei pochi ciclisti nel mondo ad aver conquistato almeno un’edizione dei tre grandi giri. Che sensazioni ti hanno lasciato queste vittorie e questi traguardi? Raggiungere tali traguardi regala sensazioni uniche e ogni vittoria ha un suo percorso peculiare e particolare, con le sue criticità e soddisfazioni, per arrivare al successo.

Quale è stata la gara più impegnativa, fisicamente e mentalmente?

Sicuramente tutte le grandi corse a tappe sono le più impegnative, sia mentalmente, che fisicamente, perché

durano circa quattro settimane.

Le Marche: che rapporto hai con la regione? Raccontaci dei percorsi che hai seguito lungo le strade marchigiane per girare gli spot. Cosa ti ha colpito di questi territori?

è iniziata la vera preparazione 2020. La stagione è importantissima: in primis per il Giro d’Italia, poi le Olimpiadi a Tokio in agosto ed i campionati del mondo in Svizzera. Questi sono i miei principali obiettivi dell’anno.

Ho iniziato il rapporto con le Marche circa sei mesi fa e ho avuto modo di conoscere il territorio diverse volte per girare gli spot. Ho scoperto posti incantevoli per pedalare: mare, collina e montagna sono tutti molto vicini in un territorio ideale per passeggiate e per effettuare percorsi in bici in mezzo alla natura più straordinaria. Abbiamo effettuato tante riprese, abbiamo visto le colline, i vigneti, le cantine… tutte curate nel dettaglio. Per non parlare dell’ospitalità che ci è stata riservata dai vari paesi.

Un ricordo del campione marchigiano ed ex compagno di squadra Michele Scarponi.

Michele era più di un compagno, era il mio compagno di camera, un uomo eccezionale che teneva allegri tutti ed aveva una marcia in più, soprattutto nei momenti difficili.

Ti stai allenando in vista di qualche gara, in questo momento? Quali sono i progetti futuri che hai intenzione di realizzare? La stagione è appena iniziate: dall’8 dicembre sono in ritiro con il team ed

Ph. Archivio Regione Marche

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A NIMA

I V I T S E G 5 SUG L E D I H G LUO CULTO a Tessadori

Photos Andre

URBANIA SERRA SAN QUIRICO

TOLENTINO

LAPEDONA

ASCOLI PICENO

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

Il territorio delle Marche era storicamente compreso nello Stato Pontificio ed è anche per questo motivo che la regione è costellata di luoghi religiosi di vario tipo: le chiese, le abbazie, i templi ed i monasteri ne sono le rappresentazioni di spicco ed alcuni di essi sono aperti ai visitatori proprio come originariamente lo erano ai pellegrini e ai viandanti. Attorno a questi luoghi hanno trovato la sede ideale per vivere intensamente la fede religiosa i più grandi esponenti della spiritualità delle Marche come i monaci camaldolesi, cistercensi e francescani. Oggi, per far conoscere e apprezzare questi monumenti, spesso poco noti, sono stati studiati dei veri e propri itinerari turistici per appassionati non solo di spiritualità ma anche di arte e cultura, poiché spesso essi si configurano proprio come dei musei storici: luoghi e capolavori architettonici da scoprire nel silenzio e nel rispetto della loro solenne austerità. Tutti monumenti davvero singolari ed unici nel loro genere, che raccontano le vicende storiche che li hanno portati fino ai giorni nostri, attraverso terremoti, ricostruzioni, restauri e rinvenimenti straordinari attorno ai quali spesso ruotano misteri e leggende. Di seguito, dunque, un viaggio poliedrico nell’arte, nell’architettura e nella storia attraverso un itinerario da nord a sud del territorio marchigiano che si compone di cinque tappe, in un percorso indimenticabile per il cuore e per la mente.

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Lapedona

A NIMA

Attraversato dal fiume Aso, Lapedona è un Comune delle Marche ricadente nella Provincia di Fermo, situato su una collina a poca distanza dal mare. 16 | WHY MARCHE


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La chiesa di San Nicolò e San Martino rientra nelle costruzioni in stile barocco custodite nel centro storico di questa cittadina e più precisamente nella piazza centrale. Ha origini trecentesche, ma venne ricostruita nel XVI secolo e con la facciata rifatta nel 1728. Di questa chiesa, molte le particolarità di rilievo ed in particolare si può apprezzare la navata unica rettangolare, riferibile all’arte del pittore fermano Filippo Ricci. Di materiale ligneo damascato, il soffitto raffigura i Santi Nicolò e Domenico e risulta essere il più grande delle Marche. All’interno, inoltre, cinque altari in legno dorato e marmorizzato e sopra l’altare maggiore la tela di Simone De Magistris (1538-1611), uno dei pittori più importanti del manierismo marchigiano, datata 1596 e raffigurante la Madonna con bambino tra l’Arcangelo San Michele e San Francesco d’Assisi e San Quirico: il bambino ucciso all’età di tre anni a divenuto patrono della città. Sopra l’ingresso l’organo restaurato di scuola callidiana e degna di nota anche una “Madonna del Rosario” del 1682, attribuita recentemente a Giuseppe Grezzi.

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Serra San Quirico Serra San Quirico, comune dell’anconetano, è il borgo che racchiude la chiesa di Santa Lucia.

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Questo capolavoro architettonico si trova lungo la scalinata che dalla piazza centrale del paese conduce verso il Cassero. Salendo l’antica scalinata di via Marcellini si potrà scorgere sulla sinistra l’imponente portale della chiesa con caratteristico campanile terminante a bulbo. In stile barocco e rococò, la chiesa di Santa Lucia passò all’ordine silvestrino nel 1289


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divenendo dapprima monastero e successivamente nel 1504 venne elevata a parrocchia. Le vicende del tempo ne vedono la ricostruzione nel 1650 dopo che fu distrutta da un terremoto ed un ulteriore restauro dopo il terremoto del 1741. Si compone di un’unica navata con sei cappelle laterali. Di particolare interesse artistico sono le grandi tele raffiguranti le Storie di S. Lucia di Pasqualino Rossi, artista di origini vicentine e particolarmente attivo nelle Marche. Le lacerazioni delle tele che si osservano lungo le relative cornici ricordano il trafugamento fatto dai monaci per salvaguardarle alla requisizione ordinata da Napoleone. Conserva anche l’organo originale con cassa intagliata e dorata del

1675-76, tuttora funzionante grazie ad un recente restauro. La volta è affrescata da Giuseppe Malatesta di Fabriano: nella navata sono rappresentati la Gloria di San Silvestro e medaglioni recanti le figure dei Beati dell’ordine; nell’abside sono San Silvestro e Santa Lucia accolti in Paradiso. Oggi il complesso dell’ex monastero, adiacente la chiesa, ospita la Cartoteca storica delle Marche: collezione di antiche carte geografiche e mappe sulle Marche a partire dal XVI secolo.

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A NIMA

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

Ascoli Piceno

Ulteriore esempio di monumento di arte religiosa in stile barocco è rappresentato dal suggestivo Tempietto di Sant’Emidio alle Grotte ad Ascoli Piceno. L’appellativo “alle grotte” deriva dal suo particolare posizionamento: si trova, infatti, addossato alle grotte dell’antica necropoli cristiana, in un luogo di silenzio immerso nella vegetazione dove già nell’anno 250, III secolo d.C., era noto vi fossero degli antri naturali, collegati tra loro da dei cunicoli, utilizzati dai cristiani come necropoli. Qui si racconta che Emidio, divenuto poi, dopo la sua decapitazione, santo protettore contro il terremoto, giunse con il proprio capo tra le mani per essere seppellito. Qui rimase sepolto fino a quando, circa settecento anni dopo, le sue spoglie furono accolte nella cattedrale di Ascoli. Il luogo venne rivalutato nel 1721 su commissione del vescovo ascolano Giovanni Gambi nel momento in cui il popolo ascolano volle ringraziare il proprio patrono per la protezione concessa nel terremoto del 1703. Nell’occasione dei lavori venne alla luce la facciata di travertino che si presenta su due piani: il piano inferiore in stile dorico con un cupolino centrale sorretto da sei colonne attraverso le quali si accede alla porta di ingresso, il piano superiore con un frontone con l’arme di Papa Clemente XI e alle estremità, in corrispondenza delle nicchie, due statue di angeli recanti in mano un ramo di palma. All’interno, tre piccole navate sorrette da colonne con al centro l’altare e la statua di Sant’Emidio.

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Tolentino La città di Tolentino si colloca nell’entroterra marchigiano, in Provincia di Macerata a metà strada tra mare e montagna.

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Tra i tesori che questa città custodisce troviamo la splendida basilica di San Nicola, costruita tra XIII e XIV secolo e modificata in varie parti nel corso della storia. In realtà era precedentemente intitolata a San Giorgio, del quale rinveniamo rappresentazione nell’uccisione del drago nel portale dalla facciata rivestita in pietra d’Istria. La basilica fu intitolata a San Nicola solo nel 1476. Una volta entrati, ci si trova immersi nelle decorazioni barocche dell’unica navata che compone la basilica: l’impianto è quello originario risalente al XIII secolo, ma la decorazione venne completamente modificata nell’arco del XVII secolo. Vennero pian piano commissionate le varie cappelle laterali e la basilica si ricoprì di marmi pregiati e infine, tra il 1605 e il 1628 venne realizzato da Filippo da Firenze, maestro intagliatore, il soffitto in legno dipinto con oro zecchino che doveva sostituire l’originaria

copertura a capriate. Il corpo del Santo è conservato nella cripta. Le pareti hanno la particolarità di essere suddivise in tre ordini che contengono, i primi due, episodi della vita della Vergine e di Cristo, mentre quello inferiore, storie della vita di San Nicola. A seguito dei danni provocati dal sisma del 2016 la basilica viene dichiarata inagibile e chiusa fino alla riapertura nel dicembre 2018. In tale data vengono nuovamente aperti al pubblico, ai turisti e al culto la navata principale, la cappella delle Sante Braccia e il cappellone.

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A partire dal 1836 venne denominata La chiesa dei Morti, poichĂŠ conserva al suo interno ben 18 corpi perfettamente mummificati.

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Urbania

Nel centro storico del piccolo borgo di Urbania poco distante da Urbino, si trova cappella Cola fondata nel 1380 e ornata da uno splendido portale gotico.


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Con l’istituzione dei cimiteri extraurbani agli inizi dell’Ottocento furono estratti i corpi dai sepolcri vicini che dal 1833 furono esposti dietro l’altare. Sembra che il processo di mummificazione sia stato favorito da una particolare muffa (Hipha bombicina pers) del terreno che ha permesso l’essiccazione dei corpi impedendo il processo di putrefazione: le mummie, infatti, conservano integra la struttura scheletrica, la pelle, gli organi interni e in alcuni casi anche i capelli e gli organi genitali. Ciascuna di esse racconta una storia singolare: tra le più antiche, quella della donna morta di parto cesareo, il fornaio detto “Lunano” e ancora il giovane accoltellato con lo squarcio da pugnale al cuore ben visibile e il morto impiccato. Tra queste vi è anche quella del priore Vincenzo Piccini, distinguibile dalle vesti, che si offrì come cavia, in accordo con il farmacista del luogo, per sperimentare la sostanza mummificatrice sul suo corpo.

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A NIMA

LA MOSTRA IMPOSSIBILE DI

RAFFAELLO Q

uesto concetto, l’impossibilità apparente di realizzare qualcosa, si lega all’opera di Raffaello nella nuova mostra inaugurata il 23 novembre dalla Regione Marche in collaborazione con ENIT - Agenzia Nazionale Turismo e Aerdorica Aeroporto delle Marche, e con il sostegno del ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, che si protrarrà fino al 20 gennaio. L’esposizione si chiama “Raffaello, Una mostra impossibile”, e dà il via alle celebrazioni per il 500° anniversario dalla morte del maestro urbinate previste per il 2020, che nelle Marche hanno già avuto un ricchissimo anticipo con altri eventi dedicati. La mostra è ideata e curata da Renato Parascandolo, con la direzione scientifica di Ferdinando Bologna, purtroppo recentemente scomparso. Le Mostre Impossibili nascono nel 2003 da un’idea di Parascandolo che dedicò la prima, di incredibile successo, a Caravaggio, per poi proseguire con altre che hanno interessato grandi maestri rinascimentali, fino ad arrivare a questa. La peculiarità di queste mostre, a cui si deve il loro

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nome, è quella di riunire in un’unica esposizione l’opera omnia dell’artista in questione. Nel caso di Raffaello, sarà così possibile ammirare capolavori disseminati in musei, luoghi sacri e collezioni private di varie città del mondo, dagli Stati Uniti alla Russia. Si tratta di un concetto rivoluzionario di fruizione dell’arte, un’istanza di democrazia culturale che ha in Paul Valéry, Walter Benjamin e André Malraux i suoi illustri precursori. All’atto pratico, la mostra raccoglie 45 dipinti – compreso l’affresco della Scuola di Atene – riprodotti rigorosamente in dimensione reale (scala 1:1) e ad altissima definizione su un tessuto trasparente e retroilluminato. Questa soluzione, oltre a conferire una particolare suggestione ai dipinti, consente di cogliere dettagli e sfumature difficilmente apprezzabili nelle tele originali ad occhio nudo o nelle riproduzioni a stampa. Anche il luogo scelto per la mostra rivela la propensione a varcare le soglie dell’usuale con questo evento. I visitatori potranno infatti ammirare lo Sposalizio della Vergine, il Ritratto di Elisabetta Gonzaga o la Madonna del cardellino camminando nel Terminal Arrivi dell’Aeroporto delle Marche Raffaello Sanzio a Falconara Marittima.


di Fabrizio Cantori

Sulla tomba di Raffaello nel Pantheon di Roma, Pietro Bembo, grande umanista coevo, fece incidere questo epitaffio: “Qui giace Raffaello. Da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta; ora che egli è morto, teme di morire.” Un artista che seppe piegare la natura sotto i tocchi delicati del suo pennello, sublimandola in opere immortali. Un pittore che raggiunse l’apice della perfezione formale ed espressiva, divenendo metro di misura per la classicità nei secoli a venire. Un uomo, insomma, capace di creare in un modo che prima di lui era parso impossibile. Ph. Guido Calamosca

Allestimento mostra Raffaello Palazzo Reale Napoli WHY MARCHE | 27


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La scelta dell’aeroporto come museo apre a facili suggestioni simboliche. Luogo per eccellenza del viaggio nell’epoca moderna, sembra la cornice ideale per questa moderna concezione di proporre l’arte classica, finora appannaggio di ambienti più tradizionali. Ma l’arte diventa classica solo dopo essere stata innovativa. Un artista diventa universale solo dopo aver avuto una patria e conosciuto il mondo. Raffaello nacque ad Urbino, qui visse la sua prima giovinezza e iniziò a consacrarsi alla pittura, sotto la guida attenta del padre Giovanni Santi, anche lui artista, e ammirando le opere custodite nel Palazzo Ducale. Divenne definitivamente grande quando il suo talento si aprì e si fece influenzare dalle grandi città d’arte italiane e dai suoi protagonisti, da Firenze a Roma, da Leonardo a Michelangelo. Il viaggio come crescita e scoperta, come fu per Raffaello, anche per chiunque verrà ad ammirarne i capolavori, facendo dell’aeroporto a lui dedicato un vettore con potenzialità ben al di là del traffico aereo per conoscere la regione che al grande artista diede i natali. L’aeroporto anche come simbolo di modernità si è detto, come fuoriuscita dai confini non solo geografici, ma mentali. La Mostra Impossibile rappresenta un modo davvero nuovo e unico di proporre l’arte. Ha finalità dichiaratamente didattiche e si rivolge a tutto quel pubblico, soprattutto giovane, poco affine agli spazi 28 | WHY MARCHE


austeri e tradizionali preposti all’arte da cui sente, ingiustamente ma inevitabilmente, esalare un’aria ferma e cristallizzata che poco ha a che spartire con la contemporaneità veloce e dinamica. In tal senso questo evento offre l’occasione ai déshabitué di approcciarsi in maniera attuale e innovativa all’arte, con il tramite della più sofisticata tecnologia, senza violare l’aura di rispetto dell’originale e anzi, con la possibilità di fungere da trailer per un futuro approfondimento. Non solo il lineare passaggio dal vecchio al nuovo, ma anche la possibilità di una riscoperta del classico partendo dal presente. Un viaggio andata/ritorno che d’altronde già la storia dell’arte ha conosciuto col passaggio dalle avanguardie al ritorno all’ordine. È quindi una mostra dedicata ad un artista immenso del passato che ha ancora tanto da raccontare nel presente, sullo sfondo delle sue splendide Marche. In un modo impossibile che diventa possibile. In fondo, per dirla con Goethe: “Raffaello è sempre riuscito a fare quello che gli altri vagheggiavano di fare”. WHY MARCHE | 29


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IL PELLEGRINAGGIO A LORETO

“Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio”. Si è aperto lo scorso 8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, il Giubileo lauretano, in occasione del centenario della proclamazione della Vergine Lauretana come patrona universale dei viaggiatori in aereo, avvenuta il 24 marzo 1920. Occasione importante per tutti i viaggiatori che volessero visitare la Santa Casa della Vergine Maria.

Loreto accoglie, dunque, quanti si vogliano recare nella città marchigiana per rendere omaggio alla Madonna. “Le parole dell’angelo Gabriele a Maria: «Rallegrati, piena di grazia», risuonano in modo singolare in questo santuario, luogo privilegiato per contemplare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Qui, infatti, sono custodite le mura che, secondo la tradizione, provengono da Nazareth, dove la Vergine Santa pronunciò il suo “sì”, diventando la madre di Gesù. Da quando quella che è denominata la “casa di Maria” è diventata presenza venerata e amata su questo colle, la Madre di Dio non cessa di ottenere benefici spirituali in coloro che, con fede e devozione, vengono qui a sostare in preghiera. Tra questi oggi mi metto anch’io, e ringrazio Dio che me lo ha concesso proprio nella festa dell’Annunciazione”, ha dichiarato papa Francesco. Tale occasione riguarda non solo coloro che appartengono all’aeronautica militare, bensì tutti quanti viaggiano tramite aereo. Sono stati i reduci della Prima Guerra Mondiale a domandare al pontefice del tempo una protezione specifica dalla Madonna. Non a caso “i primi aerei, all’epoca - spiega monsignor Fabio Dal Cin, arcivescovo delegato pontificio di Loreto - venivano chiamati “chiese volanti” e allora il pensiero si soffermò sulla Santa Casa di Loreto che, secondo la tradizione, arrivò qui in volo da Nazareth. Affidare alla Madonna di Loreto quanti salivano su un velivolo fu, dunque, del tutto naturale”.

GIUBILEO LAURETANO La Porta Santa di Loreto aperta ai fedeli 30 | WHY MARCHE


di Ilaria Cofanelli

LA PORTA SANTA

Gli eventi del Giubileo lauretano, dopo l’apertura della Porta Santa l’8 dicembre da parte del cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, sono proseguiti nella giornata successiva presso l’aeroporto di Falconara Marittima, con la partenza di tre statue della Madonna di Loreto in Italia e nel mondo e con la cerimonia di benedizione presso Aero Club, alle ore 21 della stessa giornata con la Festa della Venuta presieduta da monsignor Fabio Dal Cin. Dopo la Santa Messa per la Festa della Beata Vergine di Loreto alle ore 10 del giorno seguente, gli eventi si protrarranno per tutto il 2020, da marzo a dicembre e coinvolgeranno sia le aeronautiche militari, sia tutti gli altri organismi che riguardano i viaggiatori in aereo. Si seguiranno date significative per l’aeronautica e le varie feste dell’anno liturgico, che rappresenta un anno di grazia, di conversione, di fede. “L’intesa con l’aeronautica militare è stata firmata per promuovere una collaborazione tesa alla realizzazione di una serie di iniziative che si svolgeranno a Loreto adeguate a questo momento così forte, così sentito; - continua Dal Cin - una firma sentita, che si estende a tutti i viaggiatori in aereo”. Un’occasione, quella del Giubileo lauretano, per “conoscere a fondo l’originalità del santuario. Che ha al suo fondamento non un’apparizione o un’immagine prodigiosa, ma proprio la casa. La Santa Casa è elemento religioso, perché è il luogo dove è nata e cresciuta Maria, dove ha abitato la Santa Famiglia. Ma è anche un elemento di forte simbolismo antropologico universale: richiama i valori, le radici, che ogni uomo porta con sé. Riscoprire questo santuario come il santuario della casa, a cui ogni persona fa riferimento, è pensarlo come la grande casa del mondo intero, che i mezzi di comunicazione come gli aerei possono oggi agevolare nella costruzione di un mondo più giusto, più fraterno, nella concordia e nella pace come tutti auspichiamo”, spiega monsignor Dal Cin. Il senso di tale evento è tutto contenuto nelle parole del monsignore, che prosegue “nell’immagine del ‘volo’ cogliendo la metafora della vita cristiana: tutti siamo chiamati alla santità, alla gioia vera. Abbiamo bisogno di volare alto per vedere noi stessi, la realtà, il mondo, il creato, la nostra stessa vita nella maniera giusta, dalla prospettiva di Dio, cogliendone il significato autentico”. Ph. Diletta D’Agostini e Ugo Bogotto

L’INDULGENZA

Significativa è anche la decisione presa da papa Francesco lo scorso 31 ottobre, il quale ha annunciato l’iscrizione della memoria facoltativa della Beata Vergine Maria di Loreto nel Calendario romano generale di tutta la Chiesa, in modo che in ogni luogo mondiale la Beata Vergine Maria di Loreto potrà essere festeggiata il 10 dicembre. Per celebrare, inoltre, il centenario dalla proclamazione della Madonna di Loreto come patrona degli aeronauti, papa Francesco ha esteso il “dono dell’indulgenza plenaria in forma di Giubileo anche nelle cappelle degli aeroporti civili e militari, nonché nelle cappelle dei reparti dell’aeronautica militare”.

LORETO E LE MARCHE

La Santa Casa di Loreto è un luogo di pace, di serenità, di raccoglimento, in cui possono trovare ristoro tutti i viaggiatori, un punto di conforto per la salute dell’anima e del corpo. Da oltre sette secoli la città marchigiana è meta di pellegrinaggi da parte dei fedeli di tutto il mondo cristiano. Merita un cenno anche l’iniziativa “Pietre Vive”, la quale consiste nel dedicare mezz’ora o un’ora al mese di giorno o di notte alla preghiera: si tratta di un coro collettivo di preghiera che riguarda ogni individuo, in ogni parte del mondo, per formare questa rete universale collegata, appunto, alla Santa Casa. Il Giubileo lauretano, allora, rappresenta un’ottima occasione per visitare Loreto e le Marche stesse. La regione offre la possibilità di ammirare svariate eccellenze territoriali, non solo dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, ma anche enogastronomico e culturale. Occorre ricordare, infatti, che nel 2020 ricorrerà l’anno delle celebrazioni del V Centenario dalla morte di Raffaello Sanzio e la nostra regione proporrà numerosi eventi e manifestazioni per rendere omaggio all’arte dell’eccellente artista urbinate.

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A NIMA

Le CAMPANE FANTASMA

Visitando la tranquilla cittadina del Montefeltro non ci si aspetta che quasi cinquant’anni fa possa essere stata il set di eventi inspiegabili che avrebbero potuto ispirare uno sceneggiatore per l’inizio di film dell’orrore. 32 | WHY MARCHE


di Silvia Brunori

di CARPEGNA

Immersa nel verde dei faggeti, capoluogo del Parco naturale del Sasso Simone e Simoncello, Carpegna detiene la bandiera trasparente per la salubrità e la purezza della sua aria. Tra questa magnifica natura non mancano cultura, arte e storia essendo questa la culla dei conti di Carpegna, dalla quale derivano i Malatesta e i Montefeltro.

O

ggi pochi ricordano che nel 1970-71 la sua popolazione fu scossa dal ripetersi di inspiegabili e lugubri rintocchi di campana nel complesso di San Nicolò, mentre le sue vie furono prese d’assalto da giornalisti, tecnici del suono e curiosi del paranormale. La chiesa intitolata al santo vescovo di Bari fa parte di un complesso conventuale francescano del Settecento nel centro storico del paese. Il fenomeno iniziò il giorno dei Santi del 1970 quando, terminata da poco la cena, la conversazione tra fra’ Mario e il confratello Giuseppe venne interrotta bruscamente dallo scampanare del Cendìno, la più piccola delle quattro campane, utilizzato solitamente per invitare a messa i parrocchiani. I due religiosi, allarmati da quel suono fuori orario, si precipitarono in refettorio temendo che la campana fosse stata suonata per avvisare la popolazione di un qualche pericolo. Lì trovarono dei frati che si intrattenevano guardando tranquillamente la tv e che, sconcertati, assicurarono di non aver udito proprio nulla. Nemmeno il parroco Doriano e il campanaro Gino avevano colto alcunché. Il gruppo costatò che la cella campanaria era ancora chiusa a chiave

come la avevano lasciata e che corde e campane erano immobili. I frati si recarono nelle altre chiese vicine per capire se quei rintocchi fuori orario provenissero dai campanili vicini, ma ebbero risposta negativa. Quando ormai i due frati si erano rassegnati all’idea di aver avuto un’allucinazione, tutti sentirono il ripetersi di altri rintocchi della stessa campana alle 22, poi ancora a mezzanotte e infine alle 2 circa. Essi constatarono che il suono, ben udibile nel dormitorio, non si percepiva affatto in altri luoghi del convento. Il giorno successivo, il 2 novembre, quando in chiesa si stavano radunando i fedeli per assistere alla messa della commemorazione di tutti i fedeli defunti, il Cendìno suonò di nuovo: questa volta era ben avvertibile nel sagrato della chiesa mentre non era percepibile in convento e in altre zone del paese. Il 13 novembre i carpegnoli vennero sconvolti nuovamente dal suono fuori orario di una campana. Non era però il suono del Cendìno, era chiaramente il timbro della grande campana di mezzogiorno che rimaneva perfettamente immobile. Nel frattempo il paese si era riempito di giornalisti, cameramen e curiosi e le immagini del campanile di Carpegna venivano pubblicate su giornali e trasmesse in programmi televisivi di intrattenimento. L’interesse suscitato dal fenomeno aveva convinto le autorità a chiamare esperti per indagare le possibili cause scientifiche. I tecnici poterono effettivamente costatare che le campane suonavano pur rimanendo immobili e che il suono nitido e ben udibile in un luogo era totalmente assente in luoghi adiacenti in cui si sarebbe dovuto sentire ugualmente bene. Confermarono inoltre che lo spettro acustico delle loro registrazioni era identico a quello delle campane

suonate dal vivo. Prima i frati, poi i tecnici setacciarono il convento palmo a palmo in cerca di possibili indizi che spiegassero i misteriosi rintocchi, ma non fu ritrovato nulla di rilevante. Con un’ordinanza vennero messe a tacere le campane dei paesi vicini per verificare se i venti o la conformazione geologica dell’area potessero far risuonare quest’ultime come se fossero ben più vicine. Ma le campane continuarono a far sentire la loro voce. Venne segretamente tolta la corrente a tutto il paese per mettere i bastoni tra le ruote a un possibile burlone munito di impianto audio. Ma le campane continuarono a suonare. Nel gennaio del 1971 si fece sentire la terza campana del campanile, quella che suona a morto, che come le altre restava immobile. Tra i fedeli si diffuse il panico perché notarono che dopo che questa campana aveva imprevedibilmente suonato avveniva il decesso di un compaesano. Per diversi mesi ora una ora l’altra campana del campanile di San Nicolò continuò a suonare pur rimando ferma, poi verso il finire dell’anno li fenomeno si diradò fino ad esaurirsi. Alcuni carpegnoli assicurano di averle riascoltate nel corso degli anni ma le testimonianze sono rare e il fenomeno, fuori dal territorio comunale, è caduto nell’oblio. L’origine del fenomeno dopo quasi cinquant’anni resta ancora inspiegabile: non si è scoperto chi possa essere stato l’abile burlone che è riuscito a terrorizzare molti abitanti né a dare una spiegazione scientifica all’annullarsi del suono in certi ambienti. I carpegnoli si augurano di non dover mai sentire la quarta campana del campanile, l’unica che non ha mai suonato autonomamente, che secondo la fantasia popolare preannuncerà una gravissima sventura. WHY MARCHE | 33


A NIMA

Un ospite inquietante nelle Marche:

ALESSANDRO BALSAMO CONTE DI CAGLIOSTRO “La verità su di me non sarà mai scritta, perché nessuno la conosce. Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo, al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero [..] Io sono Cagliostro”

I

l Settecento è il secolo dell’Illuminismo, del trionfo della scienza, della critica delle religioni tradizionali alla luce di una mentalità rigorosamente razionale. Ma nello stesso secolo appaiono anche mistici come Swedenborg, Boehme e Saint-Martin che proseguono le ricerche alchemiche, ermetiche, cabalistiche e magiche dei due secoli precedenti. Trionfano le pseudoscienze di Mesmer e di Lavater sul magnetismo mentale, l’ipnotismo e lo spiritismo. Per capire le due anime del secolo XVIII occorre chiarire la differenza tra due termini: “illuministi” e “illuminati”. La filosofia dei Lumi è una filosofia del progresso. Essa sostiene che, basandoci sulla retta ragione, possiamo distruggere le antiche superstizioni e riprendere il cammino del progresso. Il pensiero degli illuminati è invece un pensiero della tradizione. Secondo questo pensiero – presente anche ai nostri giorni – esisteva alle origini del mondo, nelle antiche civiltà, una conoscenza piena e assoluta della verità, che si esprimeva per simboli ormai indecifrabili: ma questa saggezza originaria è stata progressivamente perduta. La conoscenza consiste in una reintegrazione, in una riconquista di queste verità “sapienziali” smarrite, in opposizione alla degradazione della cultura moderna (di cui l’epoca dei Lumi sarebbe l’esito più disastroso). Per ritrovare questa sapienza perduta l’uomo deve tornare alle antiche mitologie, alla sapienza degli Egizi, alla tradizione gnostica, all’alchimia, alla magia teurgica, alla cabala ebraica. L’intrico tra illuministi e illuminati emerge con molta evidenza nella storia delle origini della massoneria, che nasce in forma esplicita e ufficiale proprio nel XVIII secolo. Di questo punto di contatto tra Illuminismo e massoneria ne sappiamo poco. Va detto che parliamo di fenomeni che si pongono su piani diversi: pensiero filosofico-culturale il primo ed associazione segreta l’altro. Quali possono essere allora i loro punti di contatto? Ce ne sono almeno quattro:

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Sigillo del Conte di Cagliosto Fonte: Marco Saba, “Moneta Nostra”

1) lo sviluppo contemporaneo nella stessa area geograficoculturale comune e ristretta di Inghilterra e Francia; 2) riconsegnare all’umanità, in vista del progresso universale, le conoscenze e i poteri che le sono stati sottratti o hanno subito una distorsione soprattutto ad opera della religione cattolica; 3) i principi di uguaglianza, libertà e fraternità; 4) l’esaltazione della ragione quale strumento o metodo di verità, probabilmente il più interessante in quanto elemento fondante per entrambi. Il conte Alessandro di Cagliostro è figlio di questa epoca e data la complessità delle vicende riguardanti la sua vita, affronteremo l’argomento partendo dalla fine che, come vedremo, è anche il tratto di vita che riguarda la nostra regione. Il 1789, anno della Rivoluzione Francese, è un anno importante anche per Alessandro conte di Cagliostro. Lo Stato Pontificio, roccaforte delle forze più retrograde e conservatrici d’Europa, era in piena decadenza, con un’amministrazione disorganizzata e reduce da continui insuccessi diplomatici. Pio VI, atterrito dalle idee della Rivoluzione Francese, cercò di distruggere sul nascere quello che lui definiva “lo spirito ultramondano di libertà” sguinzagliando spie per controllare i francesi e chiunque avesse rapporti con la Francia. Proprio nello stesso anno Cagliostro arrivava a Roma circondato da un alone di grande successo. Come se il contesto non gli fosse già avverso, egli presentò istanza al Papa affinché esaminasse gli Statuti e le Regole del suo rito massonico egiziano pur sapendo che la massoneria era vietata con le Bolle di Clemente XII e di Benedetto XIV. C’è da dire però che queste bolle non erano mai state applicate e che il clero continuava a frequentare logge massoniche, come accade anche ai nostri giorni. Dopo circa tre mesi tenne una seduta del suo Rito a Villa Malta, residenza diplomatica dell’Ordine dei Cavalieri.


di Stefano Longhi

Rocca di San Leo

Un infiltrato del Santo Ufficio riferì, ovviamente solo in un secondo momento, ad avvenimenti già accaduti, che quella sera Cagliostro aveva “profetizzato” la presa di Versailles, la caduta, la fuga e la morte dei regnanti. Per questo motivo il Segretario di Stato Vaticano lo presentò come “commissario segreto e rappresentante di quelle forze del male che volevano sconvolgere le società”. La propaganda massonica era la motivazione più facile per giustificare la carcerazione di Giuseppe Balsamo detto conte di Cagliostro. Il suo nome faceva ancora notizia e quando il caso divenne di dominio pubblico ebbe risonanza internazionale. L’arresto venne giustificato con una cospirazione tendente a rovesciare il Papa. Al processo furono presentati 103 capi d’accusa, suddivisi in tre capitoli: massoneria, idee eretiche in materia di fede e delitti comuni. Quale fosse il vero motivo del suo arresto si deduce dal fatto che nella sentenza finale non si parla delle truffe e dei raggiri usati per incastrare BalsamoCagliostro, ma di formazione e affiliazione a “conventicole massoniche”. La sentenza dopo il lungo processo, comunicata il 7 aprile 1791, si conclude con un gelido atto di morte: finisce così l’avventura di uno dei personaggi più enigmatici e oscuri del secolo dei Lumi. L’uomo che era stato venerato come un santo diventa lo zimbello delle folle. Goethe lo deride in un’opera buffa; tra il fragore degli insulti si levano anche le note di un compositore, come lui massone: Mozart, che lo cita beffardamente nel flauto magico. Finirà i suoi giorni nella rocca di San Leo, l’antica Montefeltro, tra Urbino e San Marino. Uno spuntone di roccia a trenta chilometri dal mare. “Io non morirò”, aveva detto, “io non posso morire”, ripeteva ai carcerieri, murato vivo nella cella del “pozzetto”: una tomba di pietra, priva di porta, collegata con l’esterno da una piccola botola. Come poteva morire Cagliostro l’uomo, alchimista e mago, che aveva distillato l’elisir di eterna giovinezza? Proprio nel timore che, se non i demoni, almeno i suoi adepti lo potessero liberare, Pio VI lo aveva fatto trasferire dalla cella di Castel Sant’Angelo alla fortezza di San Leo, trasformata in quegli anni in prigione dall’Inquisizione. Per quattro anni Cagliostro venne sistematicamente affamato e torturato. E poiché lo

“stregone” non si decideva a morire, fu, si dice, strangolato, poiché Cagliostro, amico degli spiriti maligni ma anche della Rivoluzione, l’impostore, faceva paura alla chiesa romana. Sugli atti del processo la Santa Sede mantenne il segreto e solo quattro anni dopo venne comunicata la morte del conte di Cagliostro, coperta di mistero e di leggende fantastiche: dagli scambi d’identità con un prete, alla fuga in un pallone aerostatico, dallo strangolamento alla fuga con l’aiuto del suo carceriere. Sono ormai passati più di 200 anni dalla morte di Cagliostro e su questo argomento sono state prodotte anche troppe opere con diverse verità storiche, esoteriche, politiche e sociali. Ma chi fu veramente Cagliostro? Un profeta, un mago, un imbroglione? Indubbiamente fu un personaggio scomodo, definito anche il più arcano tra gli iniziati italiani del ‘700, sempre vivo ed attuale. Oggi la prigione è un museo, le segrete risuonano solo dei passi dei visitatori che si concedono un brivido davanti alla sua cella. Il pellegrinaggio si conclude accanto a un tavolaccio stretto come una lapide: “Niente fiori sulla tomba del conte, nessuno sa dove sia, nessuno l’ha mai ritrovata”. “La sepoltura ecclesiastica”, recita l’atto di morte, “gli è stata rifiutata. Il suo corpo è stato seppellito in cima a un monte, dalla parte in cui declina a ponente”. Ucciso dagli stenti o dagli aguzzini? I giornali del tempo parlarono di assassinio, il cappellano del carcere di un colpo apoplettico. La sua fine, come la sua vita, resta avvolta nel mistero. Molti, da quel 26 agosto 1796, giurano di averlo incontrato. Dall’Italia unita il Comune di San Leo è appartenuto alle Marche (Provincia di Pesaro e Urbino) fino al 15 agosto 2009, quando ne è stato distaccato congiuntamente ad altri sei comuni dell’Alta Valmarecchia in attuazione dell’esito di un referendum svolto il 17 e 18 dicembre 2006. Contro la variazione territoriale la Regione Marche ha proposto ricorso alla Corte Costituzionale, ma questa lo ha ritenuto infondato. WHY MARCHE | 35


A NIMA

L’oscura morte di

FEDERICO UBALDO DELLA ROVERE Il mistero che avvolge il tramonto del ducato di Urbino

L

’unica figlia di Federico Ubaldo, Vittoria, alla morte del padre erediterà l’intero patrimonio roveresco ma, in quanto femmina, non potrà succedere al padre. Cessa così di esistere il piccolo e glorioso stato che si estendeva a cavallo dell’Appennino umbro-marchigiano tra Gubbio, Urbino, il Montefeltro e il Mare Adriatico. La fine della dinastia dei Della Rovere porterà inevitabilmente all’incorporazione del ducato allo Stato della Chiesa. Alla morte di Federico Ubaldo, suo padre Francesco Maria Della Rovere è costretto a risalire al trono, a cui aveva abdicato a favore del figlio nel 1621, assistendo impotente alla fine del ducato. La salma di Federico Ubaldo viene seppellita il 2 luglio 1623 nella cripta della Cappella del Crocifisso del Duomo di Urbino, nella tomba che il padre Francesco Maria aveva fatto realizzare per sé. La morte del giovane regnante resta però avvolta nel mistero. Non mancheranno, infatti, insinuazioni, voci e chiacchiere a contraddire la causa ufficiale della morte del giovane. Secondo i referti medici, Federico Ubaldo sarebbe morto 36 | WHY MARCHE

a causa di un attacco epilettico, aggravato da una cisticercosi cerebrale. Fonti meno ufficiali invece sostengono che la morte del regnante sia stata frutto di una cospirazione. Perché tanto mistero? E perché qualcuno avrebbe voluto la morte dell’ultimo erede della famiglia Della Rovere, portando al declino il ducato di Urbino? L’oscura morte del duca di Urbino è stata al centro dell’evento “La fine di un ducato. La misteriosa morte di Federico Ubaldo” organizzato dallo Iat di Fossombrone lo scorso primo novembre che, ripercorrendo i luoghi dove il duca soggiornava durante le sue visite nella città, ha analizzato e messo in luce le possibili cause della sua morte. Per comprendere come siano andati gli eventi che hanno portato alla misteriosa scomparsa del duca, occorre tornare indietro di diciotto anni, quando viene annunciato al ducato la nascita dell’erede. Francesco Maria Della Rovere il 16 maggio 1605 grida, affacciandosi dal Palazzo Ducale di Pesaro: “Dio ci ha dato un maschio”. Il cinquantacinquenne duca di Urbino attendeva un erede maschio da molto tempo: vedovo di


di Stefania Cecconi

Il 28 giugno 1623 muore a Urbino, a soli diciotto anni, Federico Ubaldo, l’ultimo erede maschio della famiglia Della Rovere. Con la sua scomparsa si spegne la speranza per l’intero ducato di Urbino.

Lucrezia d’Este, chiese l’autorizzazione a convolare a nuove nozze a papa Clemente VIII. Il duca si sposò quindi con la quattordicenne Livia Della Rovere il 25 aprile 1599. Dopo cinque anni dal matrimonio nacque Federico Ubaldo della Rovere. Questa nascita tanto attesa consentì al piccolo stato di riprendere a sperare, riacquistando fiducia nella propria autonomia e sopravvivenza. Come ringraziamento per la nascita di Federico Ubaldo l’intera comunità di Fossombrone fece costruire a sue spese la chiesa di San Filippo Neri, splendido esempio di architettura barocca, eretta tra il 1608 e il 1613. Proprio in questa chiesa, ha preso il via l’evento organizzato dallo Iat di Fossombrone, e la narrazione della prima parte della vita di Federico Ubaldo. L’erede della famiglia dei Della Rovere visse tra le dimore ducali di Pesaro, Casteldurante e Urbino e all’età di sei anni venne promesso in sposo a Claudia De’ Medici. Il loro matrimonio fu celebrato il 29 aprile 1621. La vita coniugale dei due giovani non fu però affatto felice e nemmeno la nascita della figlia Vittoria riuscì a riavvicinarli. Federico Ubaldo mostrò fin da subito scarso interesse per la moglie e per la vita matrimoniale. Si dimostrò immaturo sia come marito sia come regnante. Il giovane, che a seguito della nomina di duca di Urbino da parte del padre, ha in mano il potere del ducato, dimostra una completa noncuranza per il governo del suo territorio. Ai doveri preferisce i bagordi e il divertimento, si circonda di cortigiani poco raccomandabili e ostenta in pubblico un comportamento libertino e dissoluto. I cortigiani che lo consigliano lavorano per inasprire Photo sfondo A. Tessadori

ancora di più il rapporto con il padre Francesco, già preoccupato per il comportamento del figlio e le sorti del ducato. Inoltre, Federico Ubaldo, seguirà e si fiderà ciecamente del peggiore tra i cortigiani che lo adulano e mal consigliano. Costui è Luigi Vettori, che in breve tempo riuscirà a concentrare su di sé le più svariate funzioni: maggiordomo, segretario, tesoriere, sovrintendente. Mettendo in cattiva luce tutti gli altri cortigiani, Vettori riuscirà perfino a farsi affidare da Federico Ubaldo la gestione del governo del ducato. Il duca infatti, ben volentieri si libera delle incombenze del governo per dedicarsi a ciò che più lo interessa. Appassionato di teatro e spettacolo trascorre, nel periodo precedente alla sua morte, molto tempo con una compagnia teatrale composta da suoi amici. Si innamora e perde la testa per un’attrice chiamata L’argentina. La sera della sua morte partecipa come attore ad uno spettacolo in cui recita la parte di un “giumento”, portando sulle spalle più volte gli altri attori e trasportando un carico pesantissimo di stoviglie. Dopo lo spettacolo, ubriaco e barcollante, si ritira nella sua stanza all’alba del 26 giugno 1623. Il suo corpo senza vita verrà ritrovato dai domestici la sera dello stesso giorno, riverso sul letto, ormai freddo, con la schiuma alla bocca e gli occhi semiaperti. Una morte naturale e improvvisa secondo i medici. Ma, sebbene furono considerate inattendibili, alcune voci parlarono di omicidio. Alcuni dei cortigiani avrebbero potuto desiderare vendetta per l’accentramento dei poteri che il duca aveva concesso al solo Luigi Vettori? Il comportamento del giovane

duca aveva potuto infastidire qualcuno? Voci e chiacchiere si susseguirono facendo pensare ad un omicidio compiuto per vendetta o ad un intrigo tramato all’interno della corte. Ma chi doveva essere vendicato? Le ipotesi e i dettagli sulla sua oscura morte sono stati oggetto anche di un evento itinerante organizzato dallo Iat di Fossombrone. Dopo essere passati davanti alla Corte Bassa, luogo in cui il duca alloggiava durante le sue visite a Fossombrone, si giunge alla Corte Alta. Qui, davanti ad un rarissimo fondale teatrale risalente al tardo rinascimento, che riporta i visitatori all’ultima notte vissuta da Federico Ubaldo, sono state esposte al pubblico voci e fonti meno ufficiali relative alla morte del giovane duca. Le ultime ore di vita del duca restano avvolte nel mistero sebbene emergano diverse ipotesi circa i colpevoli, i possibili mandanti e la causa della morte. Quel che è certo è che con la morte di Federico Ubaldo e poi del padre Francesco Maria II nel 1631, che era risalito al governo di Urbino, cessa definitivamente la gloriosa storia del ducato. Il vecchio Francesco Maria II si piegò così al destino, concedendo il suo Stato alla Curia Romana, non senza disperati tentativi, come quello di provare ad avere un erede quando aveva ormai superato i settanta anni di età. Nell’estate del 1631, il cardinale legato del Papa Urbano VIII, Antonio Barberini, prese ufficialmente possesso del ducato di Urbino insediandosi solennemente a Palazzo Ducale. Subito dopo l’incorporazione del ducato fu costituita la Legazione di Urbino che, nel Settecento, diede nome all’omonima provincia pontificia. WHY MARCHE | 37


A NIMA

S

IL FENOMENO MARCHIGIANO DEI

BOCCETTO - MA

FASCIÒ - BARTO

P A NO I

Ognuno di noi ne ha uno o, almeno, ne ritrova memoria nelle pieghe dell’infanzia. Persino i luoghi hanno il proprio e così le Marche, che hanno quello di “Italia in una regione”. Stiamo parlando dei soprannomi, appellativi che identificano persone, luoghi, talvolta anche oggetti, in modo immediato e duraturo. Spesso il soprannome ci viene imposto dagli altri esaltando qualche nostro segno distintivo che può essere fisico, intellettuale, caratteriale, attitudinale. Altre volte può invece dipendere dalla nostra famiglia di provenienza e dal luogo di nascita, dal lavoro che svolgiamo, dalle passioni che ci connotano. L’intento è perlopiù scherzoso e ironico.

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CIACCALA


di Alessandra Lucaioli

AURIZI CAMPANÀ DI CASTAGNA CASCIÀ - SOPRANZI

APPE - SERAFINI COCOCCIÒ - PERUGINI

OLINI FRATTÀ - ARCANGELI GAMMETTA - QUATTRINI

D

i certo, il soprannome finisce per caratterizzarci e identificarci più del nome che portiamo sebbene spesso venga bistrattato perché considerato il prodotto residuale di un fenomeno popolare ormai scadente. Il nome, insieme al cognome serve a darci un’identità e a distinguerci dalla massa di io che invece saremmo se non ne avessimo uno. Svolge una funzione sociale ed essendoci attribuito alla nascita, non è frutto di una nostra scelta ma delle riflessioni dei nostri genitori che per nove mesi o più hanno cercato, tra centinaia di opzioni, quella che più rappresentasse l’idea e l’immagine che si erano fatti del futuro nascituro. Ecco allora legittimata la ricerca al nome con l’etimologia più rispondente alle proprie aspettative o che rievocasse il dolce ricordo di una persona cara o che indicasse l’esaudimento di un voto o di una promessa. Il soprannome, appiccicandosi e sormontando il nome, sembra sporcarne la bellezza; invece non fa altro che amplificare la funzione del nome, nella direzione di specificare meglio e di più chi siamo. Qualifica la nostra identità in modo inconfondibile, al punto da risultare normale che in una piccola comunità ci siano cento individui che si chiamano Mario ma impossibile che, tra quei “Mario” ce ne siano due con lo stesso soprannome. Il soprannome è, allora, un simbolo identificativo che crea un senso di appartenenza alla comunità, tanto più che nei piccoli borghi e negli intimi paesi di cui è costellata la nostra regione, ancora il soprannome sorpassa il nome, ovvero la gente continua ad

essere conosciuta esclusivamente attraverso il soprannome. Ma come nascono i soprannomi? Sebbene si tratti di un fenomeno la cui origine non è ancora del tutto chiara anche agli studiosi, è possibile affermare che già in età romana si manifestano i primi segni della necessità di affiancare al nome e al cognome qualcosa in più. Probabilmente, la necessità di aggiungere un appellativo al cognome è da imputarsi alla ristrettezza del patrimonio dei cognomi: nell’antica Roma il popolo era diviso in trecento gentes e, quindi, c’erano solo trecento cognomi. Va da sé che quando la struttura sociale diventò più complessa e le famiglie dovettero dividersi in più rami, fu necessario adottare un terzo cognome o, appunto, un soprannome. Nel Medioevo, con la nascita delle lingue neolatine, che assistiamo al consolidarsi di un sistema antroponimico binominale, costituito da un nome seguito da un’indicazione di luogo o da un patronimico, da un matronimico, da un attributo relativo al mestiere. Questi cognomi, pur non essendo fissi, svolgevano la stessa funzione che, a seguire, avrebbero ricoperto i soprannomi. È però nei primi decenni del Cinquecento che nei registri amministrativi (anagrafe, parrocchia, tasse ecc) si cristallizza la pratica di affiancare al nome del soggetto dell’atto notarile in questione e del rispettivo padre, il termine alias, ad indicare la modalità alternativa con cui l’individuo poteva essere identificato e conosciuto. Molti dei soprannomi del secolo XVI sono scomparsi, diversamente da quanto è accaduto per

i nomi delle contrade o di altri toponimi, altri si sono trasformati in cognomi, altri ancora sopravvivono. Nelle nostre Marche nella gran parte dei comuni molti dei soprannomi che venivano ascritti alle famiglie sono andati perduti sebbene il patrimonio documentato nei registri parrocchiali o anagrafici fosse piuttosto ricco: a Montecosaro, ad esempio, Boccetto era l’antesignano dell’attuale cognome Maurizi, Campanà di Castagna, Cascià si trasformò poi in Sopranzi, Ciaccalappe in Serafini, Cococciò in Perugini, Fasciò in Bartolini, Frattà in Arcangeli, Gammetta in Quattrini. Così anche per i territori di Cupramontana e di Monte Roberto, dove invece alcuni di questi sopravvivono ancora come Archetto per la famiglia Rosetti, Buttagiò per la famiglia Sebastianelli, Biagetti per la famiglia Marchegiani, Cirineo per la famiglia Fazi, attestati nei catasti dell’epoca. In altri casi il soprannome divenne il vero e proprio cognome come Cantarini, da Domenico di Nicolò da Cingoli, detto il Cantarino o Nisi da Angelo de Dionisio. In altri casi ancora era la provenienza a identificare il soprannome, come Porcarella per Baldassarre da Porcarella, così come Ficano, Castelletta, Precicchie. Spulciando i registri amministrativi potremmo fare centinaia di esempi di questo tipo, specchio e testimonianza di uno scorcio di passato ancora vivo e vibrante, di rapporti forse più veri improntati sull’autenticità e sul faccia a faccia anziché sulla formalità odierna che porta spesso a non conoscere nemmeno il cognome dei nostri vicini di casa.

ARCHETTO - ROSETTI BUTTAGIÒ - SEBASTIANELLI

BIAGETTI - MARCHEGIANI CIRINEO - FAZI WHY MARCHE | 39


A NIMA

L’ORTO SUL COLLE DELL’INFINITO Ordinario spazio agreste dove la dimensione umana accentua il contrasto con il vertiginoso senso di infinito, spaziale e temporale, che scaturisce dall’esperienza poetica leopardiana.

I

luoghi speciali sono quelli incredibilmente semplici dove la natura è padrona e dove tutti gli ostacoli alla percezione sono il trampolino per scatenare ampie e profonde riflessioni. L’Orto sul Colle dell’Infinito a Recanati è un luogo semplice di pace e silenzio, punteggiato di fiori, ortaggi e alberi da frutto. Vissuto e curato per secoli dalle monache del Monastero di S. Stefano (XV secolo) è uno spazio storicamente vocato al raccoglimento e alla concentrazione, tipico di un convento. È un luogo che già naturalmente induce alla riflessione e alla contemplazione per via di una posizione soprelevata, isolata, come di un giardino pensile che, al di là del muro perimetrale (che qui coincide con la cinta muraria urbana di XV secolo), si

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di Alessandro Carlorosi Photos Dario Fusaro

affaccia su un panorama a perdita d’occhio che spazia dai Monti Sibillini al mare, sulle dolci colline marchigiane e fino all’orizzonte senza fine, che evoca la sensazione dell’infinito. Giacomo Leopardi, appena ventenne, si recava spesso sul colle, a pochi passi da casa, e proprio qui ha ambientato la celebre poesia L’Infinito. La poesia, scritta a Recanati nel 1819, è la descrizione di un attimo, di un’esperienza più volte vissuta, intensa e significativa, che mette il poeta di fronte al senso dell’esistenza umana: un’esperienza suscitata proprio da quella vista sull’orizzonte senza fine, che evoca l’infinito, e dal pensiero dell’infinito che, non appena quella vista - come recita la poesia - è celata da una siepe (oggi un muro), affiora nell’immaginazione, così intensa e viva da emozionare il poeta. L’Orto è contenuto tra il Monastero di Santo Stefano e le mura da cui fu cinto il borgo, nella metà del 1400, dagli Sforza. La superficie si articola tra vialetti, pergolati in ferro ricoperti di vite e parcelle a orto, di semplice e spontanea struttura. Zone a orto e a frutteto si alternano a radure erbose con macchie arbustive e fiorifere. Il giardino è contenuto nel Parco pubblico del Colle dell’Infinito. Il FAI - Fondo Ambiente Italiano con il Comune di Recanati e il Centro Nazionale di Studi Leopardiani, il 26 settembre ha inaugurato il primo Bene FAI nelle Marche: l’Orto sul Colle dell’Infinito situato sull’altura che dal 1837, intitolato a una delle più grandi poesie della nostra letteratura, L’Infinito di Giacomo Leopardi. Un progetto di valorizzazione culturale unico nel suo genere, la sfida più inconsueta e affascinante che il FAI abbia affrontato dalla sua nascita: una “visita guidata” dentro una poesia, opera d’arte immateriale per definizione. Grazie agli interventi di restauro e rifunzionalizzazione, vengono nuovamente aperti al pubblico il Centro Nazionale di Studi Leopardiani, istituto che nasce nel 1937 col centenario della morte del poeta per promuovere la ricerca sull’opera di Leopardi, e l’orto-giardino in cima al famoso “ermo colle” citato nella poesia: un tempo orto concluso del vicino monastero, in cui Leopardi ha sentito e pensato L’Infinito. L’orto sul Colle dell’Infinito, grazie a Giacomo Leopardi e alla semplicità che esalta la natura e accentua lo spazio, è un luogo che invita a concedersi l’occasione di fermarsi e scoprire l’infinito di Leopardi e l’infinito che c’è dentro di noi.

“Se l’uomo potesse sentire infinitamente, di qualunque genere si fosse tal sensazione, purché non dispiacevole, esso in quel momento sarebbe felice, perché la sensazione è così viva, il vivo è piacevole all’uomo per sé stesso e qualunque ei sia”. Giacomo Leopardi, Zibaldone

Orto sul Colle dell’Infinito Via Monte Tabor 2 – Recanati (MC) Il Bene è visitabile da martedì a domenica dalle ore 9 alle 19 - da aprile a settembre - e dalle ore 9 alle 17 da ottobre a marzo. Biglietti di ingresso: Iscritti FAI*: gratuito; Intero: 7 €; Ridotto (6-18 anni): 3 €; Bambini fino a 5 anni: gratuito; Studenti fino a 25 anni: 5 €; Soci National Trust*, Soci Bienfaiteurs Amis du Louvre, portatori di handicap con un accompagnatore: gratuito; Famiglia: 18 €. * Nei giorni di martedì e mercoledì l’ingresso è gratuito per i residenti recanatesi. In caso di manifestazioni il prezzo può subire variazioni. Per ulteriori informazioni: tel 071/4604521; faiortoinfinito@fondoambiente.it; www.ortoinfinito.it WHY MARCHE | 41


P RIMO

PIANO

NEL MEZZO DELL’ATMOSFERA NATALIZIA MI RITROVAI TRA TANTI EVENTI 42 | WHY MARCHE


di Raffaella Scortichini

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anche quest’anno ci siamo! Tra pochi giorni sarà Natale e l’atmosfera natalizia è già carica. Il periodo dell’anno più scintillante e luminoso tutto permea, dalle vetrine alle strade. Una sorta di magia caratterizza le giornate e lo si percepisce dalle strade che si riempiono di luci, dai negozi che portano in vetrina confezioni luccicanti e da una costante di colori che spaziano essenzialmente tra il rosso, il verde e l’oro. Il Natale da noi ma come nel resto d’Italia è una cosa seria. Dall’addobbo dell’albero che avviene rigorosamente l’8 dicembre insieme all’allestimento del Presepe che ogni papà cura meticolosamente, al menù assolutamente di pesce per il cenone della vigilia, alla maratona delle grandi abbuffate sino all’Epifania, agli incontri conviviali tra parenti ed amici e poi ancora il rito dello scambio dei regali tra grandi e piccini, le tombolate, le partite a carte, i film natalizi da rivedere e con cui emozionarsi per l’ennesima volta. WHY MARCHE | 43


P RIMO

PIANO

Per i più curiosi, sapevate che l’albero di Natale ha origini antichissime che ci riportano indietro sino al 1441? Sembra che proprio in quell’anno nella piazza centrale del Municipio di Tallin, in Estonia, fu eretto un abete gigantesco attorno al quale giovani single ballavano in gruppo alla ricerca dell’anima gemella. Altre tracce ci riportano a Basilea, in Svizzera, nel XIII secolo. La stessa Germania riprese la tradizione nel XVI secolo. Qui gli alberi venivano decorati con mele e frutta secca. Questo simbolo d’eccellenza iniziò poi a diffondersi nel resto d’Europa a partire dal Congresso di Vienna (1815) per arrivare in Italia nella seconda metà dell’Ottocento grazie alla Regina Margherita di Savoia che ne fece addobbare uno nel Palazzo del Quirinale, lanciando una vera e propria moda che si diffuse rapidamente in tutta la penisola.

SASSOFERRATO

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CASTELPLANIO

PINTURA DI BOLOGNOLA Nelle Marche in ogni casa così come nelle piazze o nei contesti naturali l’albero è uno dei simboli per eccellenza delle festività natalizie! A Pintura di Bolognola l’8 di dicembre si è acceso l’albero più alto delle Marche. Ben 4720 luci nel cuore dei Sibillini per accendere la speranza. A Sassoferrato, nella centralissima via Cavour svetta con i suoi 30 metri di altezza l’albero naturale più alto d’Italia. A Castelbellino, “paese dell’albero”, come ogni anno gli abitanti del paese sono coinvolti nell’allestimento dell’albero e nella preparazione della festa che ne accompagna l’accensione, avvenuta quest’anno il 24 novembre. L’albero, con i suoi 500 metri di perimetro di luci colorate che disegnano la sagoma di un abete, si estende sulla collina sotto al borgo e di notte l’effetto prodotto è davvero spettacolare: il piccolo borgo illuminato sembra un presepe e sotto il grande albero emerge dall’oscurità e saluta gli automobilisti che percorrono la sottostante strada statale 76 che da Ancona conduce a Roma.

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P RIMO

PIANO

E in merito al presepe? La nascita del presepe, il cui allestimento oggi accompagna quasi sempre l’albero, ha origini francescane. Fu opera infatti di San Francesco d’Assisi quando nella notte della Vigilia di Natale nel 1223 a Greccio in Umbria, allestì il primo presepe vivente della storia. Lo fece tra le strade del paesino umbro per un semplice motivo: in quel tempo in chiesa era proibito tenere rappresentazioni sacre, e ottenne quindi da Papa Onorio III il benestare a svolgere una messa all’aperto. Il primo presepe con le statuine risale al 1289 e fu opera dello scultore Arnolfo di Cambio che realizzò otto statuette in legno che rappresentavano la Sacra Famiglia, il bue e l’asinello, e i Magi. Da quel momento in poi tantissimi artisti si cimentarono nella realizzazione di statuette in legno o in terracotta. Nel 1800 si diffuse rapidamente in tutto lo stivale e tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento entrò anche nelle case dei borghesi e del popolo.

POTENZA PICENA

GENGA

Nelle Marche tra le usanze più radicate vi è quella del presepio vivente. Primo tra tutti il Presepe Vivente di Genga tra le pareti rocciose e la stretta gola delle Grotte di Frasassi. Il 26 e il 29 dicembre sono le date fissate della rappresentazione vivente più grande al mondo per estensione. Ben 30 mila metri quadrati lungo il costone che roccioso che porta al Santuario di Valadier tra bellezza e fascino dei luoghi. Curato nei minimi dettagli, ospita circa 300 figuranti tra soldati romani, pastori, artigiani, popolo. I costumi sono riprodotti e studiati in modo accurato, i cibi vengono cotti realmente, lungo il sentiero luci e suoni rendono l’ambiente davvero suggestivo creando uno spaccato della vita quotidiana in Palestina ai tempi della Natività. Dopo Genga sicuramente un altro presepe vivente visitato è Il Presepe vivente di Potenza Picena nei pressi della Selva dei Frati Minori. Circa 10 mila metri quadrati pronti ad ospitare le scene del presepe con oltre 330 figuranti la Natività di Gesù, oltre a rappresentare un momento di aggregazione cittadina. Si sottolinea i valori della millenaria storia cristiana di cui la nostra cultura e tradizione è ricca. Il presepe proporrà un percorso di fede rappresentando anche episodi conosciuti. Il Tema della XXIX° edizione è: Betlemme = Casa del pane = Gesù è il Pane della vita. L’evento è anche una buona occasione per visitare Potenza Picena, città dall’impianto medievale a pochi passi dal mare. Il Presepe vivente di Potenza Picena è visitabile il 26 e 29 dicembre 2019 e 6 gennaio 2020

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CAGLI

In località Paravento a Cagli viene organizzato un bellissimo presepe vivente, con più di 130 figuranti fra adulti e bambini. Il 29 dicembre 2019 è possibile passeggiare lungo il percorso del presepe e acquistare i cibi cucinati negli accampamenti grazie ai sesterzi ottenuti cambiando gli euro nell’apposita banca allestita per l’occasione. Ci sarà inoltre la possibilità di interagire con i figuranti nei loro accampamenti e ammirare numerosi animali. Lungo la costa vale davvero la pena visitare (nelle giornate del 26 dicembre e poi 1° e 6 gennaio) il Presepe vivente di Grottamare che anno dopo anno diventa sempre più affascinante e articolato e con più di diecimila visitatori a edizione, è ormai considerato tra le rievocazioni più riuscite della regione Marche e del centro Italia. Con una partecipazione di oltre quattrocento figuranti in costume d’epoca, il presepe si snoda tra le vie del Vecchio Incasato ed è per i visitatori un vero e proprio cammino “a spasso nel tempo”, contemplando silenziosamente scene di vita quotidiana e vecchi mestieri ricostruiti fedelmente nelle caratteristiche grotte del borgo.

GROTTAMMARE Ph. Grottammare Simonetta Capecci

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P RIMO

PIANO Ph. Simonetta Capecci

A Poggio Canoso, un piccolo centro abitato arroccato su di un poggio roccioso, a cavallo di due fossati, ai piedi del Monte Ascensione, a poca distanza dal fiume Tesino, nelle giornate del 27/28/29 dicembre, la laboriosità della comunità dei frati del convento di San Francesco di Rotella e delle parrocchie locali cambiano il volto di questo borgo medioevale. Nell’atmosfera del Natale i visitatori hanno la possibilità di immergersi nel contesto rivivendo in prima persona il mistero della nascita di Gesù. Un viaggio nel tempo tra suoni, profumi, sapori e melodie di strumenti musicali dimenticati della tradizione artigianale. Un mondo incantato fatto di botteghe, animali e personaggi, illuminati dalla luce delle fiaccole che daranno al borgo un fascino straordinario e molto suggestivo. Per gli amanti del camminare l’iniziativa Vivo il Presepe alla sua seconda edizione, coinvolge diversi comuni: Montalto, Cessapalombo, Vestignano, Croce, Pievefavera e Caldarola. Si tratta di una passeggiata di 7,2 chilometri con stazioni viventi, unico nel suo genere.

MONTALTO CESSAPALOMBO VESTIGNANO CROCE PIEVEFAVERA CALDAROLA Per scoprire i tantissimi presepi viventi disseminati in tutto il territorio si consiglia di seguire i link: www.presepevivente.it/Italia/ Marche o www.turismo.marche.it/tradizioniPresepiViventi. A questi è bene ricordare la ricchezza dei presepi artistici e meccanizzati allestiti nei borghi, centri storici, grotte e altri suggestivi scenari naturali.

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POGGIO CANOSO Il Castello di Natale di Gradara: nella rocca che vide dipanarsi la tragedia della storia d’amore di Paolo e Francesca, fino al 6 gennaio si terrà Il Castello di Natale, con mercatini dedicati all’artigianato, mostre e eventi culturali a tema natalizio

Villaggio di Natale a Porto San Giorgio operativo sino al 6 gennaio con luminarie, mercatini, scivolo di ghiaccio, concerto Gospel a Capodanno, arrivo della Befana, visita ai presepi della città (incluso il presepio della Chiesa del Crocifisso)

“Il magico Natale” a Camerino si è acceso il 1° dicembre con la grande pista di pattinaggio, mercatini e l’albero in centro storico. Eventi, spettacoli e tanto divertimento tutti i giorni fino all’Epifania. In evidenza il concerto di Natale del 26 dicembre e la Festa del Torrone 2020 il 6 gennaio.

Il Natale Più di Fano: dal 30 novembre prenderà il via anche Il Natale Più di Fano. Qui vi attenderanno mercatini, laboratori per bambini, visite guidate e la Befana in Piazza il 6 gennaio 2020.


PSE Christmas Village di Porto Sant’Elpidio andrà avanti fino al 6 gennaio con la pista di pattinaggio e il Mercatino delle Eccellenze (quest’ultimo aperto solo sabato, domenica e festivi). Il 22 dicembre, inoltre, in via Cesare Battisti ci sarà di nuovo il mercatino “Aspettando il Natale tra Arte & Sapori”. E poi a palazzo Beniamino Gigli sarà possibile visitare gratuitamente la decima Mostra Concorso di Arte Presepiale (Presepi in… Centro).

Villaggio di Natale a Fabriano sino al 6 gennaio 2020: pista di pattinaggio e giostrina di Natale nella Piazza del Comune, mercatino di Natale nel Loggiato di San Francesco e gonfiabili per i bambini.

Magico Natale a Fossombrone: anche Fossombrone vi regalerà mercatini, l’Ufficio Postale di Babbo Natale, la nevicata artificiale e l’originale arrivo dei Babbi Natale in canoa lungo il fiume Metauro.

Fermo Magica 2019. Il tema di questa edizione sarà “La Fabbrica di Cioccolato”. Tanti gli eventi a tema: pista di pattinaggio sul ghiaccio, trenino Natalexpress, mercatini di Natale, Giardino Incantato, Casa di Babbo Natale, mostra di presepi, Cinema Vision.

Sarnano on ice sino al 6 gennaio. Torna l’amata pista di pattinaggio su ghiaccio allestita nel Parco del Serafino ed i folletti di Babbo Natale per i più piccoli ai quali si potranno consegnare le letterine per la consegna dei regali il 24 di dicembre.

Natale a Travertino sino al 6 gennaio 2020. In Piazza Arringo verrà organizzato un Mercatino Antiquario dove oltre l’oggettistica per il presepe e gli addobbi sarà possibile trovare oggetti da collezionismo.

Le Vie dei Presepi di Urbino: un Natale particolare quello di Urbino, grazie a Le Vie dei Presepi. Dal 7 dicembre potrete ammirare lungo le strade del centro storico e i palazzi decine di natività artistiche.

BiAnconatale 2019 ad Ancona. Ruota panoramica, albero di Natale, mercatini di Natale, spettacoli, musica, Babbo Natale e gli elfi e anche i Presepi Napoletani in via degli Orefici e Piazza del Papa.

Festa Nazionale della Befana di Urbania: il calendario di eventi del Natale che non ti aspetti terminerà con la Festa Nazionale della Befana di Urbania. Dal 4 al 6 gennaio 2020, mille calze cucite a mano decoreranno le vie del borgo. Non mancherà la calza da record lunga più di 50 metri e la tradizionale discesa della Befana, un volo acrobatico planato con la scopa di 36 metri.

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A NIMA

Il 24 dicembre e la “vigilia del Villaggio”: L’incanto leopardiano dell’attesa del Natale

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n questo 2019 del poeta recanatese si ricorda spesso l’anniversario importante de “L’Infinito”, riletto e celebrato in ogni dove. Nel rievocare però, giunti al declinare del mese di dicembre, le atmosfere inconfondibili del Natale, calde e confortevoli nello scrigno dei ricordi di ognuno, può venire alla mente un altro suo celeberrimo canto, croce e delizia degli scolari quando ancora si mandavano a memoria le poesie. Decisamente “Il sabato del villaggio”, nel raccontare come le aspettative liete di un evento festoso siano la vera essenza di quella contentezza diffusa, può riflettere alla perfezione l’eccitazione sollecita ed entusiasticamente operosa che da sempre nel borgo allargato della regione (con le sue micromacro differenze territoriali) ha contraddistinto l’attesa annuale del periodo celebrativo natalizio. Andare a ripercorrere la trama e l’ordito delle memorie storiche e le consuetudini tradizionali natalizie, la gioia di questa sorta di “Vigilia del villaggio” non vuol dire automaticamente ribadire l’amarezza del Natale: pur nel rispetto della filosofia del poeta, non solo la veglia, ma anche la festa, porta una sua luminosità; di certo una qualche oscurità decisamente malinconica assale quando gli apparati montati con cura certosina vengono smontati in un attimo distratto e frettoloso, e relegati al loro effimero destino. Con quanto ingegno e fantasia si montano i presepi, si costruiscono casette con scene di vita affollate, si disegnano paesaggi ed orticelli con muschio raccolto e breccino recuperato, si sistemano le statuine (che per qualcuno erano ritagliate dai giornali con sagome di cartone) quasi come in un palcoscenico o set cinematografico, per poi dover ricollocare tutto misurando i centimetri

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nelle scatole? Stesso destino, forse ancor più miserevole e lugubre, toccava agli alberi di Natale ed ai loro archetipi che si allestivano qualche decennio fa: difatti più che comprare abeti si andava nel bosco a raccogliere un ginepro o altro albero (anche cespugli di rosmarino) si metteva in un vaso con la terra e lo si decorava con dei fiocchetti, confezionati con i nastrini e con delle stoffe colorate che c’erano in casa, o se andava di lusso appendendovi mandarini, noci, pere, ed addirittura caramelle (talvolta persino finte, create riciclando le carte recuperate negli spacci e nei bar). In realtà se si risale anche agli inizi dell’Ottocento, all’Inchiesta Agraria Napoleonica, già i cronisti che descrivevano la vita dei contadini del Piceno scrivevano come per la vigilia si scendesse dai villaggi più sperduti verso i più affollati mercati per fare acquisti episodici, persino di cibarie per la festa, e non di loro produzione, come le arance, frutta pregiata ed esotica, zucchero, torroni e cioccolatini, e soprattutto il pesce per onorare la cena “di magro” della vigilia. Se infatti per la carne rituale del pranzo del 25 era tutto un traffico di polli, capponi e “dindi” portati dai mezzadri ai padroni, per le pietanze del 24 anche i più riottosi a spendere cercavano di acquistare derrate ittiche, fresche o conservate, addirittura per tempo, come lo stoccafisso che qualcuno in campagna ammorbidiva mettendolo a bagno nel fiume, legato con un filo di ferro ad una pietra (e ben sommerso sott’acqua di nascosto dalle bestie), o persino tenendolo quindici giorni in acqua con il recipiente coperto con due coppi, perché i cani non lo mangiassero, cambiando l’acqua tutti i giorni.


di Tommaso Lucchetti

Tra le compere non mancavano anche il tonno e le alici per il condimento della pastasciutta (preparata tradizionalmente con molliche di pane, noci e sardelle). Per i più ligi ad una devozione signorile il “magro” partiva ad hoc già con la prima colazione: una famiglia agiata di Caldarola osservava i precetti di buon mattino con una cioccolata fatta di solo acqua, zucchero e cacao servita con le fette di mosto, mettendo al bando così anche latte e uova. Per il pranzo oltremodo risicato in tanti ricordano solo i ceci, profumati di aglio e rosmarino, perché poi il conforto goloso della celebrazione arrivava appunto con la cena. Lo stoccafisso finalmente veniva cucinato anche lesso o in umido” sia in bianco (sul tegame e fatto andare lentamente con olio, aglio e vino bianco), sia con olive nere o pomodoro, o ancora con patate (la canonica versione di Ancona), oppure in teglia, con olio, aglio, prezzemolo, sale e pepe, talvolta anche con “getti di finocchio”, o con l’alloro. Era questa, nella teglia del camino col fuoco sotto e sopra (o anche “nella stufa WHY MARCHE | 51


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a legno dentro un tegame di coccio) la versione più ricorrente nelle arole dei focolari di campagna. Infine va ricordata la tradizionale ricetta con la salsa di peperoni, preparata con peperoni tenuti sotto mosto, acciughe, aglio, prezzemolo, una scatolina di tonno e una puntina di conserva. Va poi citata una ricetta memore di gusti ed accostamenti di cucina arcaici, ossia trasversali tra il dolce ed il salato: viene menzionato come tradizionale della zona di Sant’Ippolito e Barchi (ma anche di Saltara) lo stoccafisso con l’uva. A Mondavio addirittura è stata rinvenuta la memoria di una versione più arcaica: sbollentato appena per ammorbidirlo, poi fatto a dadini, impanato, messo su un tegame e sopra cosparso di miele sciolto. Si comprava anche il baccalà: a Macerata una ricetta caratteristica prevedeva tredici odori, e diversi ricordano la consuetudine, più radicata nella tradizione francese, di imbandire il cenone con ben tredici alimenti e piatti diversi fra loro, tra cui broccoli fritti, sedano “a cazzimperio”, cavoli o erbe con patate, verza, ma anche finocchi, sedano e olive, e naturalmente si condiva l’insalata, e tra il pesce, oltre al bollito con la

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maionese c’era chi amava l’aringa, qualcuno anche l’anguilla (si ricorda un brodetto con verza e fagioli), le acciughe, i sardoni in salmì, l’insalata russa, e poi anche le arance condite, oltre alle varie qualità di frutta, mele, pere, ma anche frutta secca come noci, mandorle, uvetta (“era quella che si attaccava su”), castagne arrostite, fichi secchi e addirittura datteri. Dolci erano in genere senza uova, per onorare ancora il “magro”; quindi croccante, torrone, lonzino di fichi, marrons glacées. A fine cena si poteva giocare a carte, ma nel frattempo si era compiuto un altro rituale natalizio che nelle case di campagna veniva onorato: già da giorni si era individuato nei campi un bel tronco di legno, il classico “ciocco” o “ceppo” da mettere ad ardere nel camino, e che sarebbe dovuto durare fino all’Epifania (spegnendolo di volta in volta con l’acqua, in modo che non si consumasse tutto in unica volta). Questa attenzione era una premura anche verso la Madonna, perché sarebbe potuta passare per le case e doveva esserci il fuoco per scaldare i panni per il Bambino, che altrimenti “avrebbe avuto tanto freddo”.


C’è ancora chi ricorda un piccolo cerimoniale domestico, ingenuo ma di grande e piccola poesia: le madri o le nonne davanti al camino, appoggiati su una sedia, facevano trovare un catino con l’acqua e l’asciugamano, dicendo che era nato Gesù Bambino. Trascorso anche il 6 gennaio con l’arrivo della Befana si raccoglieva la cenere e quel che restava del ceppo e li si spargeva per i campi e per la vigna, essendo benedetti. Altra usanza rituale nelle tradizioni contadine per la sera del 24 era lo scambio dei doni tra i fidanzati, che portavano alla casa della loro promessa la “smalletta”, così si chiamava nell’entroterra senigalliese il sacchettino con doni natalizi (come liquori, castagne, aranci, torrone, dolci. Il rito era conosciuto nel cingolano con il termine di “amballa”). A quel punto poteva essere anche ora di uscire: in molte zone interne si ricordano già le strade piene di neve per raggiungere a piedi la chiesa per la messa di mezzanotte: sull’altare si scopriva la statua di Gesù Bambino e i fedeli si mettevano in fila per adorarlo e baciarlo. Nel fabrianese tornando a casa si trovava sulla tavola da

assaporare a cucchiaiate una cremina leggera, appena profumata di limone ed arancio grattati: si diceva che era “la cacca dello bambinellu”. In un monastero di Urbania, molti anni fa, le clarisse di ritorno dalla messa di mezzanotte trovavano al caldo in refettorio una zuppiera di brodo bollente con dentro i dadini di pane soffritto (tuttora in molti conventi dopo il rito natalizio della notte si offrono ai fedeli intervenuti vini spumanti e panettoni). Ma riguardo al brodo che è già pronto (e nella notte di Natale va tenuto alla finestra perché il grasso che si raggrumerà sarà un toccasana per tutti i malanni dell’anno) l’ultima grande attesa è per i cappelletti, a cui si è lavorato tutti assieme di giorno per confezionarli. Il ripieno è stato una strage di carni assortite, legate con salumi e formaggi, in un tripudio aromatico senza precedenti: dopo l’estenuante sfoglia all’uovo c’era stato il ritaglio con rotelline dentate e piattini o bicchierini a far da sagoma, ed infine la piegatura ad arte dei pezzetti di pasta attorno alla nocciola di farcitura. L’attesa, anche ormai fatica, stava finalmente per sciogliersi nel Natale al suo “pieno”: non solo dei cappelletti.

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M ENTE

MUSICA, ARTE E BELLEZZA PER LA RINASCITA ANDREA BOCELLI PROTAGONISTA DELLA GIORNATA DELLE MARCHE 2019

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i è tenuta a Pesaro il 10 dicembre scorso la Giornata delle Marche 2019, durante la quale è stato premiato dalla Regione il Maestro Andrea Bocelli, con il riconoscimento Picchio d’oro, come ringraziamento per aver contribuito, con la sua Andrea Bocelli Foundation, alla rinascita dei territori colpiti dal sisma del 2016. “Sono convinto che il significato più genuino e potente di un simile premio sia riposto nell’affetto profondo che lo ha generato. Ringraziando di cuore la Regione Marche e tutti i marchigiani, accolgo quindi con riconoscenza e con gioia il Picchio d’Oro 2019, quale segno d’approvazione e di incoraggiamento per l’attività della fondazione che porta il mio nome”, ha dichiarato il tenore. Dopo aver investito nella realizzazione di due scuole a Sarnano e Muccia, l’ABF è attualmente 54 | WHY MARCHE

impegnata nella costruzione dell’Accademia musicale che sorgerà a Camerino il prossimo 2020. Abbiamo posto alcune domande proprio al Maestro in merito a tali progetti. Ecco le sue risposte. Esiste un legame particolare con la regione Marche? È una terra dalle mille sorprese, dagli Appennini al litorale, alle sue bellissime città d’arte... Amo questa regione, che frequento fin dalla mia gioventù. Dedicata alle Marche e ai suoi grandi interpreti lirici (da Beniamino Gigli all’indimenticato, amatissimo mio Maestro, Franco Corelli) è stata la prima conversazione, le prime parole che ho scambiato con una ragazza di Ancona, nel lontano 2002: era Veronica, oggi mia moglie, marchigiana doc, proprio come tanti miei amici e collaboratori.


di Ilaria Cofanelli

Ufficialmente è stato dato il via al terzo progetto di intervento post-sisma 2016 dell’Andrea Bocelli Foundation per la ricostruzione dell’Accademia musicale di Camerino: quanto è importante investire nell’educazione (mi riferisco anche ai progetti di Muccia e Sarnano) per la rinascita di un territorio? Quando viene espressa nel rispetto del prossimo e nella trasmissione di valori positivi, l’educazione è il principale seme di un cammino di conoscenza, di competenza, di consapevolezza, e può trasformare se stessi e le comunità. L’educazione può realizzare una vera rivoluzione. Non di certo quelle sanguinose, tutte fallite indecorosamente. Mi riferisco invece all’unica possibile ed auspicabile: quella interiore. Un individuo che ha la possibilità di esprimersi al meglio della propria potenzialità diviene il miglior rappresentante, esempio virtuoso e vettore positivo di coinvolgimento per l’intera comunità. La scuola è la prima esperienza di socialità e comunità. La scuola, in sinergia con la famiglia, è la fucina ideale per offrire quell’educazione che è la chiave per garantire le stesse opportunità a tutti. Che ruolo gioca la musica nell’apprendimento e nella formazione? Perché avvicinare i bambini e i giovani a questa arte? Frequentare e praticare la bellezza è sempre importante, ancor più per le nuove generazioni, per i bambini di oggi che saranno i cittadini di domani. Le ricadute sulla comunità e sul territorio sono importanti. L’arte e la bellezza possono restituire fiducia nel futuro e raffigurare una straordinaria opportunità di riscatto, per l’autoaffermazione di persone e comunità di appartenenza. Inoltre, come non mi stanco di ripetere, la vera bellezza – intesa come tutto ciò che ispira, e che non pertiene al male – è intimamente legata alla bontà. Ph. Luca Rossetti

Lo studio della musica rappresenta un elemento duttile e importante a supporto della cosiddetta educazione formale. Non solo offre la concreta possibilità di evidenziare, incrementare e sviluppare il talento specifico del singolo, ma rappresenta una preziosa occasione didattica tout-court. La musica è di per sé una pratica con ricadute interdisciplinari forti. Ed il suo insegnamento può essere cruciale, e rappresentare un agente di grande accelerazione, in merito al raggiungimento del punto 4.7 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite che auspica uno sviluppo e uno stile di vita sostenibili, garantiti anche grazie alla promozione della pace e della valorizzazione delle diversità culturali. Credo quindi nella musica quale strumento di sviluppo dell’animo umano. È una disciplina che porta con sé un forte messaggio di pace e fratellanza. Lo studio della musica è a mio avviso uno strumento fondamentale per rendere feconda ogni anima. La sua è una storia di successo, costellata anche da sacrifici e rinunce. Quale messaggio si sentirebbe di trasmettere ai giovani che sognano di raggiungere un traguardo? Ogni vita è una storia unica ed appassionante. La mia, non scevra da cadute, difficoltà e momenti bui, pur con dei tratti particolari e svolte inattese, non è certo più importante delle altre. Credo però che, essendo un’avventura in un certo senso a lieto fine, possa forse rappresentare una testimonianza di qualche utilità, proprio per il messaggio che esprime. E cioè che non esistono sogni impossibili: l’essenziale è crederci e perseguirli con onestà, serietà e umiltà. Consiglierei di non farsi intimidire dalle difficoltà (perché sono all’ordine del giorno, sempre e comunque), bensì di “fare”. Bisogna agire, senza perdersi in proclami o in vittimismi, far tesoro degli eventuali incidenti di percorso e di tutto ciò che avrebbe potuto essere fatto meglio o diversamente. Consiglierei di non darsi per vinti, per nessun motivo, di non smettere di credere nelle proprie potenzialità, di perseguire un comportamento in linea con i propri principi e, ripeto, di tradurre il più possibile ogni dichiarazione d’intenti nella concretezza delle azioni. Determinazione, franchezza, severità con se stessi, procedendo però sempre con ottimismo, con fiducia nelle proprie passioni.

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L’ECONOMIA CIRCOLARE E IL COSMO MEZZADRILE: UN INCONTRO VIRTUOSO Quel sottile parallelismo tra l’economia circolare e l’antico sistema mezzadrile nelle Marche e nelle regioni limitrofe del centro Italia. Guardare indietro per andare avanti, questo l’intento dell’Associazione MALACULTURA di Ascoli Piceno con Aborigeni Mezzadri

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uando nel 1684 Thomas Savery inventò il motore a vapore cambiò tutto. Questa invenzione diede il via alla rivoluzione industriale, che trasformò la nostra capacità di fare cose. A quel tempo le materie prime e l’energia sembravano apparentemente infinite e il lavoro era disponibile per tutti. Per la prima volta nella storia, i beni furono prodotti in serie. Eravamo alle prese con una vera e propria svolta. Dalla rivoluzione industriale, il rapido ritmo del progresso tecnologico è continuato. Ora siamo in molti ad avere accesso a prodotti provenienti da tutto il mondo a prezzi convenienti ai quali si uniscono livelli di comfort materiale inimmaginabili rispetto alle generazioni precedenti. Il nostro modo di fare le cose però sta raggiungendo i suoi limiti. Il sistema attuale non funziona più per aziende, persone e ambiente. Prendiamo risorse dalla terra per realizzare prodotti che utilizziamo e, quando non li vogliamo o non servono più, li buttiamo via. Le parole chiave di questo modello economico sono “prendi, produci, getta” (take, make, dispose). Questa è la cosiddetta economia lineare. Ma è possibile cambiare? Sì, attraverso l’applicazione del modello dell’economia circolare basato sulle famose tre “R”: ridurre (gli imballi dei prodotti, gli sprechi di materie prime) riusare (allungando il ciclo di vita dei beni) e riciclare (gli scarti non riutilizzabili (reuse, reduce, recycle).

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Ph. Alessio Panichi


di Raffaella Scortichini

L’economia circolare L’economia circolare può creare un modello di sviluppo completamente nuovo che si ispira essenzialmente al mondo degli organismi viventi. Proficuo, in quanto riduce gli sprechi. Riuso, riciclo e recupero sono le parole chiave intorno alle quali si costruisce un nuovo paradigma di sostenibilità, innovazione e competitività, in uno scenario in cui anche i rifiuti si trasformano da problema in risorsa. Uno studio svolto dalla Ellen McArthur Foundation (il centro di ricerca sull’economia circolare) evidenzia come, solo in Europa, l’economia circolare può generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030, può dare una spinta al prodotto interno lordo di circa 7 punti percentuali addizionali, può creare nuovi posti di lavoro e incrementare del 3% la produttività annua delle risorse. Sempre secondo la Ellen Mc Arthur Foundation quattro sono i principi fondamentali dell’economia circolare: • I rifiuti non esistono, lo scarto è risorsa. Si tratta dunque di prendere tutto quello che buttiamo, sia nel privato che nel mondo industriale e reintrodurlo in cicli di produzione. Come in natura,

dove nulla viene sprecato e ogni scarto diventa elemento nutriente di un altro organismo, lo stesso deve accadere nella produzione, dall’agricoltura all’industria attraverso riciclo, riuso, gestione degli output produttivi, rigenerazione. La forza della biodiversità La biodiversità è molto più che “diversità agricola”. Il termine ha una definizione interseca più ampia. La varietà delle specie animali e vegetali che si rinnova continuamente è alla base del principio dell’evoluzione e, dunque, della sopravvivenza degli organismi viventi. Infatti è stato dimostrato che la perdita di biodiversità contribuisce all’insicurezza alimentare ed energetica, aumenta la vulnerabilità ai disastri naturali, come inondazioni o tempeste tropicali, diminuisce il livello della salute all’interno della società, riduce la disponibilità e la qualità delle risorse idriche e impoverisce le tradizioni culturali. Nella biodiversità trovano spazio anche i concetti di solidarietà, collaborazione, comunità. Energia da fonti rinnovabili

Come per tutti gli esseri viventi, l’energia dovrebbe provenire dal flusso generato dalle forze naturali, prima tra tutte l’energia solare. Utilizzare quindi solo quelle energie il cui potenziale può essere ripristinato nell’arco di una vita umana escludendo di fatto l’utilizzo dei fossili. Tra le energie rinnovabili oggi, oltre al sole, noi possiamo contare sull’aria, sull’acqua, sul calore della terra e sulle biomasse, cioè su risorse che si rigenerano naturalmente e che, quindi, non vanno a depauperare in modo definitivo le scorte del pianeta. Pensiero sistemico, il miracolo della vita La capacità di capire come le cose si influenzano reciprocamente, all’interno di un ciclo ben preciso. Ad esempio se produciamo un alimento, lo mangiamo, lo scarto lo diamo all’animale, l’animale genererà il letame. Il letame l’utilizzeremo per lavorare la terra, questa terra diventerà fertile e noi continueremo a produrre. Ciò significa che gli elementi coinvolti sono interconnessi e l’azione che influenza uno di essi si ripercuote inevitabilmente su tutti gli altri.

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M ENTE

Marche terra di mezzadri Un po’ di storia. Il paesaggio marchigiano da sempre è il risultato di un intreccio della cultura dei saperi contadini, di antiche ed ininterrotte frequentazioni di popolazioni che hanno saputo sfruttare le vocazioni naturali dei suoli. Nelle colline di questi territori, per alcuni millenni si è concertata, in tempi e modalità diverse, l’agricoltura, che fino agli anni ’50 è risultata l’unica fonte di sostentamento di intere generazioni. La mezzadria, sino al 1950, ha soppiantato nelle Marche ogni altra forma di rapporto di lavoro nelle campagne. Nel 1939 si contavano 100.000 aziende agricole mezzadrili (il 60% della popolazione marchigiana). La conduzione dei terreni agricoli segnata dalla mezzadria altro non era che un contratto che legava il contadino (mezzadro) al proprietario del terreno. La stessa presupponeva: 1. Un podere inteso come unità colturale. 2. Una casa colonica che deve essere mantenuta decorosamente da parte del contadino e predisposta per il ricovero degli animali, degli attrezzi agricoli e delle scorte. La casa di campagna era priva di acqua corrente, che si prelevava dai pozzi e veniva messa nelle brocche di coccio e di rame. 3. La famiglia mezzadrile deve stabilmente vivere e lavorare su quel podere. Il contratto mezzadrile prevedeva che

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il contadino dovesse lavorare la terra e dare metà del ricavato al proprietario. Spesso non era direttamente il proprietario terriero a controllare il ricavato, ma il fattore, uomo di fiducia del padrone. Le Marche risultano essere la regione più mezzadrile d’Italia con mezzadri doc ancora viventi che non hanno snaturato la propria figura perché sono ancora a contatto con la terra e il proprio bestiame. Una vocazione mezzadrile molto forte che si è contraddistinta nei secoli da un insediamento poderale diffuso con poderi molto piccoli (5/6 ettari al max da 10 ettari) tanto da rendere la regione Marche unica in Italia. Da sempre questa regione, caratterizzata da una base geologica estremamente fragile, a forte rischio di dissesto idrologico, dilavamento, campagne argillose e molte colline, ha visto intere generazioni di contadini di pianura e di montagna custodire e difendere i suoli dall’erosione delle acque, governare i fiumi e i torrenti, bonificare i boschi impervi, fertilizzare le terre argillose ed aumentare la capacità di resilienza del proprio habitat, dando vita così ad un complesso sistema di armonica antropizzazione del cosmo mezzadrile a conduzione familiare. Questa presenza mezzadrile molto polverizzata è possibile avvertirla ancora oggi.


Aborigeni Mezzadri, malacultura.it Nelle regioni dell’Italia centrale vive una popolazione di ultra-ottuagenari, ormai in via di estinzione, composta dagli ultimi testimoni viventi di un mondo magico e rurale, definitivamente scomparso nel XX secolo. Sono gli ultimi contadini delle nostre campagne, che negli anni ‘70 hanno dovuto abbandonare con l’arrivo della modernizzazione e la fine della mezzadria: uomini e donne, silenziosi e invisibili, che oggi vivono tra di noi, nelle città, nei casolari sparsi di periferia, nei borghi rurali dei monti Appennini. Con la loro diaspora finiva un’era di ecologia naturale durata quasi un millennio e ispirata alle leggi circolari del mondo naturale. Il libro, un progetto editoriale dell’associazione culturale Malacultura di Ascoli Piceno - autori Laura Melloni giornalista e Alessio Panichi fotografo -, intende evidenziare le analogie tra l’antico sistema mezzadrile delle Marche e regioni limitrofe (Umbria e Toscana) e gli attuali modelli di economia circolare, suggerendo una rilettura inconsueta della mezzadria ed una sua possibile attualizzazione in progetti economico-culturali con più elevati gradi di condivisione, benessere sociale e consumo consapevole. Perché aborigeni mezzadri? Storicamente furono chiamati aborigeni i primi abitanti dell’Italia centrale, forse provenienti dall’Acaia, regione greca del Peloponneso (secondo Catone), o oriundi della Sabina (secondo Varrone): gli antichissimi popoli dell’Italia detti «aborigini» si dissero αὑτόχϑονες (dal greco indigeni) che tanto suona quanto «figliuoli della terra», ch’a’ greci e latini significano «nobili» (cit. Vico). Essi vivevano solo ed esclusivamente

Ugo Cappelli WHY MARCHE | 59


M ENTE dei prodotti della terra e di allevamento; non c’era mercato, non c’era capitale, non c’era gestione di moneta. Queste persone non vedevano la natura cattiva e matrigna nonostante vivessero in condizioni di vita durissime, né percepivano dura la mezzadria dal punto di vista naturale. Diverso invece era la visione del rapporto con il padrone. La concessione del podere spesso li vedeva vagare come degli apolidi senza patria, senza terra, senza casa. Ma la natura era buona. La natura dava loro sempre da mangiare ed in un certo senso li proteggeva. La campagna non deludeva mai. Il rapporto con gli animali era simbiotico e simile a quello con gli esseri umani. Non si faceva una stretta distinzione. Il volume, rievocazione nostalgica del passato e guida emozionale, ospita storie di economia circolare ai tempi degli aborigeni mezzadri e propone anche una semplice chiave di lettura dei concetti che sono alla base di questa nuova disciplina. È composto da sette sezioni e una breve nota introduttiva. Tra le sezioni, quattro sono dedicate ai principi elaborati dalla Ellen Mc Arthur Foundation, su cui si fonda la moderna economia circolare: Gli scarti come risorse, L’economia della condivisione, Le energie naturali e Il pensiero sistemico. Ciascuna sezione, a sua volta, si compone di tre capitoli che esplorano i concetti chiave attraverso le memorie degli aborigeni mezzadri. Le due sezioni introduttive, cioè Il mondo naturale e Il cosmo mezzadrile, descrivono gli universi da cui prendono il titolo, evidenziandone l’intrinseca similitudine, mentre l’ultima, Il futuro arcaico, riassume la filosofia mezzadrile collocandola tra le prospettive innovative di economia circolare.

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Giuseppe Tassotti Angelarosa De Dominicis


La parola agli Aborigeni Mezzadri Tra poesia e filosofia della vita. GLI ANIMALI “Io facevo nascere gli animali. Mi chiamavano tutti i contadini della zonae anche quelli lontani. Ero un po’ come un guardiano delle bestie: vacche, tori, pecore, cavalli. Una volta mi è capitata una capra giovane, che non riusciva a partorire. Ho provato in tutti i modi ma non c’era niente da fare,stava morendo. Allora ho preso un coltello e le ho aperto la pancia:c’erano due capretti. Sono riuscito a salvarli.” Ugo Cappelli, 79 anni

IL PANE “Mia madre non comprava niente al negozio, facevamo tutto in casa, anche il caffè, con l’orzo tostato. Il pane di granturco si impastava ogni otto o nove giorni e lei lo cuoceva nel forno a legna. Ma era vietato mangiarlo fresco: dovevamo aspettare che seccasse e diventasse duro, così lo avremmo centellinato. Appena sfornato era troppo buono e non sarebbe durato un giorno!”. Giuseppe Tassotti, 88 anni

LA PULA “Prima dell’invenzione della trebbiatrice a motore, le spighe di grano si facevano calpestare dagli zoccoli di buoi e cavalli per separare i chicchi dalle spighe. Poi il grano si lanciava in aria e si lasciava che il vento portasse via la pula, il rivestimento. A terra, cadeva il grano già pulito”. Angelarosa De Dominicis, 79 anni

IL PADRONE “Sono nato e vissuto sempre qui, in questo casolare. Da giovane ero a mezzadria in un podere di sette ettari. Il padrone prendeva il 58% di tutto e in più a Natale dovevamo portargli sei capponi, più altri due in regalo e altri due per il fattore. In tutto, alla fine, erano dieci. All’epifania bastava una gallina ma a Carnevale ce ne volevano sei. A luglio si portavano sei polli, di quelli nati a marzo. Il padrone aveva sei mezzadri e un giorno a testa ognuno di noi doveva portare verdure e frutta casa sua. Così le mangiava sempre fresche. Poi ogni mese, dieci uova! Eravamo sei, dunque fanno sessanta uova. Con i maiali si faceva a metà. Quando raccoglievamo le olive per fare l’olio, il fattore stava a controllare, seduto sotto la pianta.” Giuseppe Tassotti, 88 anni

Per approfondire e sostenere il progetto visita il sito malacultura.it WHY MARCHE | 61


P ERCHÉ

LA PEDEMONTANA:

LUNGO UN VIATICO SENZA SBOCCO

V

erso Collegiglioni, sopra Fabriano, in Provincia di Ancona, appena dopo il cartello che indica un’autorimessa e un capannone dismesso, c’è una traversa non asfaltata. Nessuno potrebbe immaginare che da quel bivio quasi invisibile si snodi una delle più note incompiute infrastrutturali d’Italia. Oggi rientrerebbe nel disegno conosciuto come “Quadrilatero di penetrazione interna Marche-Umbria”, in particolare per quel che riguarda l’asse trasversale di collegamento, tra la SS 76 e la SS 77, denominato Pedemontana. Il tratto di strada Fabriano-Matelica risulta finanziato con risorse regionali, la restante parte del tracciato non lo è e mancherebbero ancora, all’appello, decine di milioni di euro. Percorro più di dieci chilometri in auto tra tracciati e svincoli mai terminati, nonostante dalle nostre parti si siano avvicendati politici di primo piano (ministri, parlamentari, presidenti e assessori regionali). Un’incompiuta dagli anni Settanta che coinvolge in primo luogo Fabriano, quindi Matelica, Muccia, Sassoferrato, Urbino. Un’infrastruttura che taglierebbe l’entroterra facilitando i collegamenti, ma che è ridotta da decenni ad un rettilineo bianco, polveroso. Una strada morta, senza sbocco, interminabile, selvaggia, che potrebbe essere percorsa dai carri e dai birocci come nei primi anni del Novecento. Terreni incolti, buche e bocche di montagna, campi ridotti ad acquitrini durante le piogge invernali, spiazzi dove si appartano le coppie di notte, discariche a cielo aperto, ballatoi di fieno essiccati. Vecchi cantieri e costruzioni di fortuna ai lati, mostri di terra e fango, di pietra e sassi. Osservare questi posti isolati, separati 62 | WHY MARCHE


di Alessandro Moscè dalla città, consente di ritornare indietro nel tempo, agli accampamenti durante il secondo conflitto mondiale, quando partigiani e repubblichini si cercavano e si nascondevano nell’anfiteatro collinare. O a quando i contadini credevano che i cani si trasformassero in demoni e si posassero sulla pancia delle persone per non farle dormire e per procurare loro i peggiori incubi. L’aria pungente e il sole basso, accecante di settembre, lascia l’atmosfera stagnante, percorsa da un’infinita attesa. Un’area della catena pre-appenninica, a ridosso di Fabriano, sembra una terra occasionale di residuati. Cinghiali e caprioli cercano il cibo avvicinandosi alle porte dell’abitato quando, ma non trovano né pollame, né animali domestici. Non mancano, sinistri come fantasmi, i barbagianni. Qua e là spuntano il leccio e la quercia, ma le case non ci sono. Si racconta che nel primo millennio si venerasse Giove Appennino e che la popolazione avesse dedicato dei templi, ormai distrutti, ad un dio pagano. La Pedemontana rimane uno scorcio sterrato, svilito ai piedi della dorsale marchigiana. Proseguo nel tragitto: nessun rustico, nessun casale, solo dirupi sprofondati in un’incuria desolante. Per un breve tratto si rincorrono le viti rampicanti intorno a dei tralicci in legno in un appezzamento di proprietà privata e raggiungibile dal fondovalle. Ogni due, tre chilometri un viadotto sostenuto da piloni in cemento congiunge la campagna retrostante di Cantia e San Donato. Gli avallamenti sono rischiarati come una cartolina di matrice toscana. Se si togliessero le infrastrutture moderne, il paesaggio sarebbe quello di Piero della Francesca, con un fondale policromo al quale mancherebbe solo una volta o un’elaborazione prospettica. La maledizione della Pedemontana continua. Nessuna finanziaria, nessun governo ha

Photo J. Angelini

preso decisioni definitive. Le ultime notizie ci mettono al corrente che sarebbe avvenuto il via libera del Cipe al progetto, ma la popolazione non segue più la tempistica ufficiale nel trionfo dello spreco di denaro pubblico. Negli ipotetici lavori è prevista la realizzazione della bretella di collegamento tra la SS 77 e la SP 209 Valnerina. La sezione tipo di progetto contempla una carreggiata unica larga 7,5 metri, formata da due corsie da 3,75 metri e fiancheggiata da due banchine pavimentate larghe 1,5 metri ciascuna. La piattaforma stradale avrebbe una larghezza complessiva di 10,5 metri. Lungo la direttrice che porta direttamente a Sassoferrato, nessuna novità. Ed è qui che giro ancora, frastornato da una sciatteria irreale. E’ impossibile proseguire ancora perché la confluenza si chiude ad imbuto e la vegetazione interrompe il passaggio. Le fronde degli alberi si intrecciano e le ombre proiettano disegni che assumono le sembianze di scheletri umani. Si sente appena il frastuono dei torrenti del fiume Sentino che prosegue fino a confluire nell’Esino in prossimità di Frasassi. I dintorni sono costellati da un orizzonte puntellato: il monte di Nebbiano ad est, il monte Strega ad ovest, il monte Catria a nord-ovest. Una terra che non muore, direbbe Raul Lunardi, lo scrittore sassoferratese che ha esordito nel 1952 con il romanzo Diario di un soldato semplice pubblicato nella collana “I Gettoni” dell’editore Einaudi diretta da Elio Vittorini. Dal 1955 al 1960 è stato redattore del Bollettino di Informazioni Culturali del Ministero degli Esteri. Nel 1982 fu finalista al Premio Campiello con il romanzo Alessandria. Per la sua lunga attività culturale è stato insignito del premio per la Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Raul Lunardi è morto a cento anni nel 2004 e ha attraversato l’epoca dei fattori e dei poderi, delle numerose famiglie contadine e dei metalmezzadri, di chi camminava ancora con le scarpe di cartone. Tempi e luoghi sono anacronistici, come i riquadri della verde natura che scendono fino a questo tragitto in secca, improduttivo.

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IVAN S PIRITO

GRAZIANI:

il Cavaliere nel vento delle Marche

I

van Graziani nasce il 6 ottobre 1945 a Teramo, e fin da giovanissimo sviluppa una spiccata attitudine per l’arte, attratto in particolare dal disegno e dalla musica, con il primo approccio alla batteria presto sostituita con la chitarra del fratello maggiore Sergio, strumento iconico che diverrà inseparabile dalla sua figura. È questa predisposizione creativa che lo conduce nelle Marche, dove si iscrive all’Istituto d’Arte di Ascoli Piceno, per poi proseguire sulla medesima strada con gli studi all’Istituto di Arti Grafiche di Urbino. Si riveleranno essere anni fondamentali nella vita di Ivan, che tra i saliscendi delle vie urbinate conoscerà 64 | WHY MARCHE

la definitiva consacrazione artistica e incontrerà il grande amore della sua vita. Tutto questo con lo sfondo del paesaggio e della cultura marchigiana, che influenzerà indelebilmente la crescita dell’uomo e dell’artista. Ivan rivela il suo grande talento già da giovanissimo, e proprio mentre studia ad Ascoli si fa notare durante un concorso scolastico da Nino Dale, padre dell’amico pianista Gianni con cui passa i pomeriggi a esercitarsi a suonare. Cantante e sassofonista di un gruppo piuttosto rinomato in tutta la regione, i Modernist, Dale ingaggia l’appena diciottenne Ivan nella formazione con cui il giovane

autodidatta suonerà nei villaggi vacanza e a bordo delle navi da crociera che lo porteranno fino in Tunisia. Tornato sulla terraferma e stabilitosi a Urbino, nel 1966 Ivan forma il suo primo complesso con Velio Gualazzi (padre del celebre Raphael) dal nome Ivan e i Saggi, che diverrà poi L’Anonima Sound con l’aggiunta di Walter Monacchi al basso. Il successo della band cresce velocemente. A Urbino tutti li conoscono e impazziscono per il talentuoso e carismatico Ivan, che è già una star. Se in quegli anni si passava davanti al Teatro Sanzio, concesso occasionalmente dal Comune come sala prove, si poteva


di Fabrizio Cantori

Sulle colline a disegnare/dove il fiume si incontra col mare/sull’Adriatico silenzioso le tue parole/ noi amico mio vedremo un mondo migliore /[…]/Sale la nebbia ad Urbino. Come solo i grandi poeti sanno fare, in pochi versi c’è racchiuso tanto di una vita: il disegno, l’amicizia, le colline, il Mare Adriatico, Urbino. Il poeta in musica è Ivan Graziani, la canzone è “Noi non moriremo mai”, uscita nel 1989 all’interno dell’album “Ivangarage”, e in quelle parole si condensa l’amore lungo e profondo di Ivan per le Marche. Un legame che verrà presto celebrato in un film che prenderà il titolo da un altro verso di quella stessa canzone: “Cavalieri nel vento”. Promosso dall’Agenzia di Sviluppo della Regione Marche SVIM, coprodotto da Anna Bischi, moglie dell’artista, su soggetto di Paolo Logli coadiuvato da Filippo Graziani, figlio di Ivan, il film farà diventare la città di Urbino un grande set dove verranno raccontati gli anni qui trascorsi dal cantautore. sentire l’inconfondibile voce di Ivan e gli accordi della sua chitarra anche attraverso i muri e le porte chiuse. E la gente si fermava ad ascoltare ed applaudire. Sono anni felici e vivaci per gli studenti universitari, che dopo le lunghe ore di lezione passano il tempo a divertirsi negli storici bar in Piazza della Repubblica e ad ascoltare la grande musica che dagli Stati Uniti dilaga in tutta Europa, portando il rock’n’roll con tutta la sua carica rivoluzionaria: prima Elvis e Chuck Berry, poi i Beatles, che tanto influenzeranno la musica di Ivan. Ivan che nel frattempo con la sua band miete successi nei locali e incide i primi 45 giri, entrando addirittura in contatto con la Numero Uno, casa discografica di Mogol, Battisti e Alessandro Colombini. Nel frattempo, nel cinema di Urbino, una giovane Anna, studentessa del corso di grafica, guarda un film accompagnata da un pretendente, che scherzando le racconta di come spesso venga scambiato “per quel chitarrista che conoscono tutti che studia qui”. Quel chitarrista Anna poco dopo lo incontra e capisce subito che è lui, l’originale, che vuole avere al suo fianco. Inizia così una corte serrata resa difficile dall’agguerrita concorrenza delle tante fan e dagli impegni di Ivan, concentratissimo nella sua musica e di carattere schivo, a cui piace spesso stare per i fatti suoi. Ma per Anna non c’è ostacolo che tenga, nemmeno le severissime norme imposte dalla padrona della casa studenti di cui è ospite. Che si tratti di rubare le chiavi del portone di nascosto o fuggire alla chetichella tra i vecchi tetti delle case di Urbino, Anna non rinuncia a rincorrere il suo amore, che infine, nel migliore dei lieti fine, la ricambia.

Nasce così all’ombra del Palazzo Ducale una relazione indissolubile, un legame che proprio per la sua genesi non potrà fare a meno di continuare in terra marchigiana. Nonostante i diversi trasferimenti dovuti agli impegni musicali di Ivan, infatti la famiglia Graziani, che si allargherà con l’arrivo di Tomaso e Filippo, si stabilisce definitivamente a Novafeltria, attualmente in Provincia di Rimini a seguito del referendum del 2006, ma storicamente appartenente al territorio di Pesaro e Urbino da cui la coppia non riuscirà mai a separarsi. Il legame di Ivan Graziani con le Marche, divenuta a tutti gli effetti sua terra d’elezione, non si esaurisce però con Urbino e Ascoli Piceno. Graziani ha saputo infatti lasciare il suo ricordo in molti altri luoghi, che viceversa sono stati fonte di gioia per l’uomo e d’ispirazione per l’artista. Profondo per esempio il rapporto che lega i due sposi a Marotta, località balneare frequentata con la sua famiglia dalla piccola Anna, che crescendo l’ha fatta conoscere al marito, che ne ha subito condiviso il fascino. I due sposi con i loro bambini non hanno mai rinunciato, nonostante tutti gli impegni, a trascorrere ogni anno almeno qualche giorno estivo nelle spiagge di Marotta. Ivan, curioso dei piccoli frammenti di vita quotidiana che sapeva ascoltare e trasformare in musica, amava particolarmente

passare il tempo con i pescatori, con cui usciva perfino a notte fonda per andare a pesca. Gli piaceva parlare con loro, rapito dal loro vernacolo, da parole che lo facevano ridere come “el croc”, che indica un particolare pezzo di rete arrotolata. Per loro Ivan ha anche composto una canzone, che i pescatori hanno subito eletto a loro inno ufficiale. Ma Ivan si divertiva molto anche a frequentare Ancona, passeggiare con Anna lungo il Corso Garibaldi e fermarsi al Bar Torino, di cui apprezzava gli aperitivi di pesce raffinati e il clima sempre gioviale, tanto da riassumere il locale con il motto “bevete e sorridete”. Nel bar, come punto di orgoglio, si conservano ancora le foto delle visite del grande cantautore. L’impronta umana e artistica di Ivan Graziani è rimasta impressa anche altrove, e l’eco della sua musica continua a riecheggiare nelle Marche, come per esempio a Fano che l’ha recentemente celebrato nell’Ivan Graziani Day, una giornata totalmente dedicatagli tra musica e ricordi di chi l’ha conosciuto e ha avuto il piacere di suonare con lui. Una lunga sequela di luoghi fisici in cui Ivan ha indelebilmente lasciato il segno. Ma è soprattutto in un luogo immateriale ed etereo, la sua musica, dove i paesaggi e le amicizie si sono convertiti in note, che la vita di Ivan e il suo legame con le Marche, come Cavalieri nel vento, non moriranno mai. WHY MARCHE | 65


S PIRITO

ALLA SCOPERTA DELLA REGIONE CON UNA MARCHIGIANA IN VIAGGIO L’epoca digitale ci ha fornito strumenti fino a poco tempo prima impensabili per velocità, efficacia e varietà. I social media, in particolare, sono diventati gli assoluti protagonisti di questa generazione. Se troppo spesso ne sentiamo parlare per gli utilizzi impropri e i problemi a essi collegati, per fortuna c’è chi ha saputo capirne il fondamentale spirito di condivisione e diffusione di contenuti. Valentina Pierucci è una di queste persone, che coi social network ha deciso di veicolare la sua più grande passione: viaggiare alla scoperta delle Marche. 66 | WHY MARCHE

V

alentina ha infatti creato circa due anni fa il blog “Una marchigiana in viaggio”, e armandosi di smartphone e macchina fotografica ha iniziato a raccontare e a condividere le meraviglie della nostra regione con tutti i suoi follower, diventando così una travel blogger nostrana amata e seguita. La figura del travel blogger è oggi molto apprezzata perché propone le tappe del suo viaggio in modo personale e soggettivo, uscendo dai percorsi più mainstream e consentendo a chi lo segue di scoprire mete meno famose o aspetti alternativi delle più conosciute. Una Marchigiana in viaggio ha fatto sua questa tecnica, mostrando ai suoi follower delle autentiche chicche del nostro territorio. Il blog è ricco di articoli dettagliati che di volta in volta illustrano i luoghi che più hanno colpito Valentina, che consiglia come organizzare la visita e cosa vedere, spiegando la storia del posto con aneddoti poco conosciuti. Un modo di raccontare giovane, efficace e immersivo, frutto di viaggi fatti innanzitutto per piacere e poi condivisi. Il tipo di viaggio proposto è sempre lento e contemplativo, pensato per godersi col giusto spirito la genuinità che contraddistingue queste mete.

Nelle pagine social collegate al blog, se è vero che la scrittura deve condensarsi, trova invece più spazio l’aspetto fotografico e visivo. Valentina ci dice di non aver mai seguito corsi di fotografia e di usare attrezzature molto semplici, concentrandosi piuttosto sull’autenticità dello sguardo e nella scelta del soggetto. Come lei stessa afferma: “Non mi piace fotografare i luoghi e le cose che sono già famose, o utilizzare le immagini di altri, anche se tecnicamente magari sono migliori. Voglio che la gente scopra le Marche attraverso il filtro dei miei occhi. Quelli che pubblico sono i miei ritratti personali delle Marche.” Ma quali sono di preciso questi luoghi? Scorrendo le immagini salta subito all’occhio che molte si concentrano su zone della Provincia di Pesaro e Urbino. Un primo motivo è che Valentina è nata a Calcinelli, nel Comune di Colli al Metauro, a cui è legatissima. Ma non si tratta solo di questo. “Ovviamente amo tutte le Marche”, ci dice. “Spesso mi focalizzo su Pesaro e Urbino perché ho notato che tra le nostre province è ancora una delle meno conosciute. Forse perché molte delle realtà che racconto sono estremamente piccole e non riescono a valorizzarsi per motivi di risorse disponibili. Attraverso il blog


di Fabrizio Cantori

spero di riuscire a fare anche questo, a dare più visibilità a chi se lo merita. Inoltre, è anche un modo per consigliare delle escursioni poco dispendiose in termini di tempo e chilometri ai miei conterranei, che hanno delle meraviglie a pochi passi da casa e spesso nemmeno lo sanno.” Queste piccole realtà di cui parla Valentina sono per lo più borghi e paesini che contraddistinguono il paesaggio di tutta la nostra regione, e in particolare proprio di Pesaro e Urbino. “I borghi sono i miei soggetti preferiti”, ci conferma, “Qui si respirano ancora i sapori genuini dell’infanzia e si sentono i suoni degli artigiani al lavoro. Il tempo sembra essersi fermato. Quando raggiungo questi luoghi incastonati nei declivi di una collina o arroccati sui monti, mi sento sempre a casa”. Tra i tanti borghi visitati e condivisi da Una marchigiana in viaggio, oltre a quelli che punteggiano i suoi Colli al Metauro come Saltara o la minuscola Bargni, possiamo scoprire anche Mercatello sul Metauro con la frazione di Castello della Pieve, dove fu decretato l’esilio di Dante Alighieri; Fossombrone e il suo iconico Ponte della Concordia, paese teatro della storia d’amore tra Guidobaldo

da Montefeltro ed Elisabetta Gonzaga, oltre che di varie realtà museali e archeologiche; Fiorenzuola di Focara, dove torna la figura del Divin Poeta che nomina questa ventosa frazione nella sua Commedia, e che rappresenta un’incredibile terrazza per godere di una visuale unica a picco sull’Adriatico e sulla vegetazione del San Bartolo. Proprio il Parco regionale del San Bartolo è un perfetto esempio di un altro dei soggetti più ricorrenti nel blog: la natura delle Marche. “Esplorando le Marche e mettendole a confronto con le altre regioni d’Italia” afferma sicura Valentina, “mi sono resa conto che non abbiamo niente da invidiare a nessuno. Tra le località di montagna affascinanti che ho postato ci sono ad esempio la Gola del Furlo o la Gola dell’Infernaccio che sono perfettamente all’altezza delle più rinomate località del Nord. Per non parlare dei nostri litorali e località balneari, autentiche eccellenze italiane, come Sirolo e Numana, o anche Grottammare. Riguardo alle zone marittime, personalmente consiglio di andarci soprattutto in periodi meno scontati, come per esempio a fine inverno. È un’altra delle cose che

WWW.UNAMARCHIGIANAINVIAGGIO.IT

cerco di fare attraverso il mio blog: destagionalizzare il turismo nelle Marche, per godere le sue bellezze anche in momenti e contesti più particolari.” Infine, scorrendo le foto si nota anche la predilezione, figlia forse del passato da ballerina di Valentina, per i teatri marchigiani, che lei definisce “degli autentici musei”. Troviamo infatti molte immagini in cui spiccano il rosso elegante delle poltroncine e le luci che accendono le decorazioni dello splendido Teatro Comunale di Cagli, del Teatro Apollo di Mondavio (che conta soltanto ottanta posti!) e del Teatro della Fortuna di Fano. Oltre alla bellezza intrinseca racchiusa in tutti questi luoghi, il punto di forza del blog rimane l’entusiasmo che traspare in ogni racconto, didascalia e foto pubblicati da Valentina. Un blog che ha deciso di concentrarsi esclusivamente sulle Marche, parlando all’utenza immensa di internet ma con un’attenzione speciale agli italiani in generale e ovviamente ai marchigiani in particolare, che rimangono il pubblico prediletto della Marchigiana in viaggio. WHY MARCHE | 67


S PIRITO

LE MARCHE CONQUISTANO LONELY PLANET

La Lonely Planet nomina le Marche tra le migliori mete turistiche per il prossimo anno facendole salire così sul podio della classifica Best in Travel 2020 con un bel secondo posto della lista delle regioni in tutto il mondo che il prossimo anno meritano una visita.

Una grande soddisfazione e un orgoglio per tutta la comunità marchigiana” dice il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli - . “Un significativo riconoscimento concesso da Lonely Planet che attesta la validità della nostra offerta turistica complessiva: dalla bellezza dei nostri luoghi (dalle città, ai paesi, ai borghi, ai paesaggi, alla natura incontaminata dei parchi), alla ricchezza diffusa della nostra cultura, alla bontà e alla genuinità dei nostri cibi, alla

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varietà dei prodotti delle nostre manifatture, all’ospitalità della nostra gente, all’elevata varietà dei servizi di accoglienza. Chi verrà nelle Marche vivrà un’esperienza indimenticabile e ne siamo certi tornerà perché in questi luoghi la qualità della vita è elevata e diffusa e chi viene da noi è davvero ospite gradito! Essere stati prescelti ci impone tuttavia una immediata, rapida ed efficace revisione di tutti gli strumenti di accoglienza sul territorio, affinché si rafforzi sempre più il concetto, in coloro che vengono a


di Raffaella Scortichini

Che cosa è Best in Travel? È un bestseller annuale che classifica i paesi, le regioni, le città e le destinazioni più importanti e imperdibili. Attingendo dalla conoscenza e dalla passione dello staff degli autori e della comunità online di Lonely Planet, all’interno della pubblicazione viene presentato un anno di ricerca con la quale si ispirazione i viaggiatori ad andare fuori dall’ordinario e dall’indimenticabile.

Unica regione italiana nella classifica “Best in Travel 2020 – Top ten Regions” visitarci, che le Marche sono divenute una destinazione turistica di tendenza a livello nazionale ed internazionale.” Nonostante le Marche sono una regione poco rumorosa, amante degli dei fatti propri, ci sono esistono e hanno una forza innata nascosta, hanno tanto da dare e da mostrare. La scelta della nostra regione la guida infatti la evidenzia così: “Dopo decenni in un ruolo un po’ defilato, le Marche sono finalmente pronte a mettersi sotto i riflettori. Nel 2020, infatti, la regione salirà alla ribalta, quando Urbino, una delle sue città più suggestive, guiderà le celebrazioni per il 500° anniversario della morte del grande pittore rinascimentale Raffaello. Ecco dunque l’occasione perfetta per partire alla scoperta di un territorio stupefacente, per molti versi ancora sconosciuto. E probabilmente una delle ragioni del suo grande fascino è proprio quella di poter esplorare con calma, e in relativa solitudine, maestose rovine romane, svettanti architetture gotiche, massicci castelli medievali e sublimi palazzi rinascimentali che

custodiscono collezioni d’arte tra le più ricche d’Italia. Il tutto racchiuso tra alte montagne boscose e la placida costa dell’Adriatico e condito da golosi festival gastronomici”. L’itinerario proposto dalla pubblicazione Best in Travel 2020 parte dalla Città Creativa UNESCO, Fabriano, con i suoi musei della carta, dei mestieri in bicicletta e del pianoforte per poi percorrere un tratto della Flaminia antica che collega Pontericcoli con la sua “passerella storica” e Gola del Furlo naturale frutto di una erosione di millenni da parte del fiume Candigliano per poi dirigersi verso il mare ed passando per Fano la città romana e poi scendere giù sino a Sirolo e il parco del Conero tra le falesie e una spiaggia di ciottoli o ghiaia sottile, per poi proseguire alla volta di Ascoli Piceno tra le chiese gotiche, i palazzi rinascimentali e le sue gustose olive ascolane. È possibile inoltre sfogliare la guida Lonely Planet - MARCHE di oltre 300 facciate tutta interamente dedicata alle Marche attraverso la quale il turista può arrivare dritto al cuore della regione.

Chi è Lonely Planet? L’editore, per l’appunto Lonely Planet, è leader globale dell’informazione di viaggio e pubblica guide giudicate le più apprezzate e diffuse al mondo. Ha venduto oltre 120 milioni di copie. Ha uffici in Australia, UK, USA, India e Cina ed è partner nei principali paesi europei. La guida turistica Best in Travel è tradotta in 6 lingue (inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo e russo) ed ha un analogo contenuto digitale con una copertura complessiva di 11 lingue. La pubblicazione ogni anno mappa il meglio tra destinazioni sconosciute e mete che vale la pena riscoprire provando a far vivere il viaggio con un genuino spirito da pionieri, lo stesso d’altronde che ha ispirato il fondatore di Lonely Planet Tony Wheeler. Ogni anno, ad ottobre, Lonely Planet comunica l’attesa classifica delle migliori destinazioni - 10 Paesi, 10 Regioni e 10 Città da visitare l’anno successivo, ottenendo un’incredibile eco mediatica in tutto il mondo. “Non ci limitiamo insomma a registrare le tendenze, ma le creiamo, invitando i viaggiatori ad andare nei posti che vale la pena vedere prima che ci arrivino tutti gli altri. In breve, ciò che trovate nelle pagine di Best in Travel è il meglio dei consigli secondo Lonely Planet.”

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S PIRITO

Col tempo una foglia di gelso diventa seta Un giorno accadde

28 gennaio 1958. Quel giorno il danese Ole Kirk Kristiansen, falegname di professione, brevettava i celeberrimi Lego, mattoncini da costruzioni che hanno appassionato e continuano ad appassionare intere generazioni di bambini, ma che contano molti fans anche tra gli adulti. Oggi Lego, acronimo dell’espressione danese “leg godt”, che vuol dire “gioca bene”, produce 20 miliardi di mattoncini all’anno.

Ho sognato…

... un caminetto – 63 – Simbolo tipicamente familiare, nelle sue componenti di fuoco e di recinto che lo contiene allude all’armonia di coppia. Consacrato nell’antichità alla dea greca Estia, che rappresenta il centro della casa, anche ai giorni nostri il caminetto continua ad essere emblema di gioia domestica, fecondità, protezione e tranquillità. Il sogno rimanda dunque alla serenità e all’armonia familiare. È una visione onirica positiva che indica un amore felice, benessere interiore e ottimi rapporti interpersonali.

Barbanera buongustaio Rotolini di Arista all’Arancia Tempo (min.): 70 Difficoltà: Media Calorie per porzione: 495 INGREDIENTI (per 4 persone): 12 fettine di arista – un’arancia biologica - 3 salsicce - 50 g di ricotta - mezzo bicchiere di vino bianco - mezzo bicchiere di brodo - una cipolla - farina prezzemolo - un cucchiaio di parmigiano - 2 fette di pane - latte - 4 cucchiai di olio extravergine di oliva - sale e pepe. Formare un composto con salsicce tritate, ricotta, parmigiano, pane bagnato nel latte, prezzemolo, sale e pepe, quindi spalmarlo sulle fettine, arrotolare e legare. Rosolare in olio gli involtini infarinati e la cipolla tritata, spruzzare con il vino, far evaporare e infine unire succo dell’arancia e il brodo. Cuocere per 20 minuti e unire le scorzette d’arancia. 70 | WHY MARCHE


BUONE ECOPRATICHE

L’oroscopo di Barbanera

DONI SOSTENIBILI

ARIETE Periodo critico per le finanze, specie se ultimamente vi siete dati alle spese pazze. Siete determinati e coraggiosi, ma i contrattempi ingenerano incertezze.

UNA SPESA PIÙ OCULATA

TORO Se pensate di avere una marcia in più per poter alzare il tiro, siete nel giusto: usatela per ottenere ciò che desiderate. Conferme e incoraggiamenti sul lavoro.

PESCANDO QUA E LÀ!

GEMELLI Vi buttate a capofitto nel lavoro, ricevendo elogi e riconoscimenti. Vita affettiva in stallo, ma la vostra capacità di vivere il “qui e ora” ha i suoi vantaggi.

d’Inverno

Tutto ciò che è destinato a deteriorarsi rapidamente comporta un notevole spreco sia di materie prime sia dell’energia che è stata impiegata per produrre quell’oggetto. Quindi in questo periodo, nel fare i regali di Natale, proviamo a scegliere delle cose destinate a durare nel tempo, oppure optiamo per delle idee diverse dal solito, magari per dei buoni del cinema, per un abbonamento per il teatro o la palestra. Il 48% degli italiani almeno una volta alla settimana butta nella spazzatura del cibo acquistato in eccesso. Per evitare questo spreco di prodotti freschi, sarebbe meglio fare la spesa comprando soltanto lo stretto necessario, poi in cucina pesare le porzioni e riutilizzare subito, al pasto seguente, eventuali avanzi, evitando così di doverli buttare. Risparmiare tempo in cucina Per realizzare velocemente dei piatti appetitosi basta preparare, quando si ha tempo, varie salse aromatiche – da conservare sott’olio o in frigorifero – per la pasta, il riso, le verdure e le carni, con cui ravvivare e personalizzare le ricette che si approntano ogni giorno. Avendo in casa pochi alimenti base, ma potendo disporre di molte salse saporite, si possono invitare gli amici anche all’ultimo momento senza temere di fare brutta figura.

CANCRO Umore alle stelle, grazie ad aspetti stabilizzanti che alimentano la sensazione di avere molte carte da giocare. Idee chiare e buone chance di metterle in pratica. LEONE Avete la fortuna di poter contare su dei veri amici. Cercate di passare più tempo con loro, ne ricaverete nuovi stimoli e benessere. Tenete d’occhio le finanze. VERGINE Rilassatevi e non spaccate sempre il capello in quattro. Se qualcosa non è fatto a puntino, non prestateci troppa attenzione, e cercate di sorridere di più.

BILANCIA Tenete d’occhio i vostri conti: molte le probabilità che le uscite prevalgano sulle entrate, dunque non esagerate. Col partner lasciatevi andare alla tenerezza. SCORPIONE Incontri, emozioni ed esperienze movimentano la quotidianità. Estro e immaginazione sfornano iniziative fortunate da coltivare. Cambiamenti positivi su tutti i fronti. SAGITTARIO Avete gli strumenti giusti per valutare con realismo le situazioni che non vanno e per cercare di trasformarle. In amore una decisione impegnativa ma necessaria. CAPRICORNO Convincenti, carismatici ed energici, senza darlo a vedere sarete voi a dettare le regole e a condurre il gioco. Collaborazioni e aiuti per un progetto ambizioso. ACQUARIO Amministrate le energie mentali con accortezza, per non sprecare le ottime potenzialità di questo periodo. Condividete con chi amate interessi che vi appassionano. PESCI Non limitate le vostre possibilità di agire e realizzarvi: avete ottimi contatti sociali e l’appoggio di persone di spicco. Fate spazio a un nuovo amore senza nostalgia.

WHY MARCHE | 71


EVENTI

DICEMBRE - GENNAIO 2019/20

RAFFAELLO UNA MOSTRA IMPOSSIBILE Sino al 19 gennaio Falconara (AN) - Aeroporto delle Marche “Raffaello Sanzio”

ORNAGHI & PRESTINARI. AFFIORARE Sino al 7 gennaio Fermo - Ex Chiesa di Ognissanti

LA FERITA TRA UMANO E DIVINO Sino al 29 febbraio Jesi (AN) - Palazzo Bisaccioni

RINASCIMENTO MARCHIGIANO Sino al 2 febbraio Ascoli Piceno - Forte Malatesta

IN VIAGGIO COL PICCOLO PRINCIPE: NON SI VEDE BENE CHE CON IL CUORE

DÜRER E GLI INCISORI TEDESCHI DEL CINQUECENTO Sino al 16 febbraio Gradara (PU) - Palazzo Rubini Vesin

DISOBBEDIENZE Sino al 23 febbraio Trecastelli (AN) Il Museo Nori De’ Nobili

DARNELL MOORE & THE GOSPEL CHORALE 27 e 28 dicembre Fano (PU) - Teatro della fortuna

Sino al 6 gennaio Ancona - Museo Tattile Statale Omero

V CENTENARIO DELLA MORTE DI RAFFAELLO (1520 -2020) 21 marzo 2020 Urbino (PU) - Palazzo Ducale


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Un nuovo Anno di FelicitĂ


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Atmosfere natalizie

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