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E DITORIALE

TERRA DI TURISMO: IL WEB CI AIUTA Questa volta ci soffermiamo su alcuni dati emersi di recente e che fanno riflettere sulla crescita delle Marche supportate dal web, oggi uno strumento prezioso e irrinunciabile. Numana risulta il Comune con la migliore attività digitale. Seguono San Benedetto del Tronto e Sirolo. Più in generale il 40% dei comuni marchigiani ha un sito dedicato al turismo. E’ quanto viene comunicato dall’Osservatorio Digitale regionale dedicato al sistema del turismo. L’iniziativa è stata voluta dalla Regione Marche per conoscere lo stato di salute dell’alfabetizzazione del settore e l’intento è volto a creare una sorta di community che posizioni un solo brand, ma più località. Ha riferito il Governatore della Regione Marche Luca Ceriscioli: “Questo mezzo permette di orientare i cittadini quando devono intraprendere un viaggio oppure organizzare le ferie. Sempre più turisti optano per una vacanza digitale. Essere presenti nella rete significa essere più attraenti”. Questi stimoli sono utili perché “istituzionalizzati” e perché coinvolgono residence, alberghi, campeggi, villaggi, agriturismi, country house. La nostra rivista, tra storia e presente, scova le bellezze e le curiosità delle Marche offrendo inediti percorsi e personaggi di spicco, in una terra non solo a misura d’uomo, dunque residenziale, ma che si conferma, finalmente, anche a misura di turista.

ALESSANDRO MOSCÈ

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S O M M A R I O

A GORÀ 10 LA CHEFFA

A NIMA

Direttore Responsabile: Alessandro Moscè

26 RICORDI DI VENDEMMIA 30 LEOPARDI FILOSOFO 34 DANZA POPOLARE 38 ANICE VERDE 42 UN GRANDE AMORE

P RIMO

PIANO

44 RISVEGLIO D’AUTUNNO

REDAZIONE Editor Silvia Brunori Fabrizio Cantori Alessandro Carlorosi Stefania Cecconi Ilaria Cofanelli Stefano Longhi Alessandra Lucaioli Tommaso Lucchetti

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Marketing & P.R. Raffaella Scortichini r.scortichini@whymarche.com

M ENTE 52 HERALD 54 L’UNICITÀ DELLA NATURA 56 ADICONSUM

Concept: Theta Edizioni info@whymarche.com

P ERCHÉ 58 DECLINAZIONE DIGITALE www.thetaedizioni.it

S PIRITO

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

edizioni info@thetaedizioni.it

Casa Editrice: Theta Edizioni Srl Registrazione Tribunale di Ancona n° 15/10 del 20 Agosto 2010

62 LA GLORIA SOLARE 64 #SEIMARCHIGIANOSE 66 LA SIGNORA DEI MARI 70 BARBANERA 72 EVENTI

Sede Legale: Via Monti 24 60030 Santa Maria Nuova - Ancona www.thetaedizioni.it - info@thetaedizioni.it Stampa: Tecnostampa: Via Le Brecce - 60025 Loreto (AN) Abbonamenti: abbonamenti@whymarche.com Chiuso in redazione il 21 Ottobre 2019 Photo copertina - Paolo Bolognini

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COPYRIGHT THETA EDIZIONI TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI. NESSUNA PARTE DI QUESTO MENSILE PUO’ ESSERE RIPRODOTTA CON MEZZI GRAFICI, MECCANICI, ELETTRONICI O DIGITALI. OGNI VIOLAZIONE SARA’ PERSEGUITA A NORMA DI LEGGE. per qualsiasi informazione

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A GORÀ

Photo Francesco Cesaroni 10 | WHY MARCHE


di Ilaria Cofanelli

LA CHEFFA IN TOUR A tu per tu con Maria Vittoria Griffoni, chef personale di Jovanotti Creativa, energica, grintosa, ma allo stesso tempo riservata e discreta. Questa è Maria Vittoria Griffoni, la “cheffa”, come è conosciuta negli ambienti in cui affina le sue arti culinarie. Tra i piani di bambina di Maria Vittoria, però, non rientrava affatto quello di trascorrere le giornate a preparare sani e gustosi manicaretti e di creare nuove ricette di notte, con la musica a tutto volume fino alle 3 del mattino. “Non ero una di quelle bambine che cucinavano con la nonna - racconta - non ho mai avuto interesse per l’arte culinaria”. COME SEI DIVENTATA, ALLORA, LA CHEFFA?

Il mio sogno nel cassetto era di viaggiare, così ho iniziato a frequentare, a quattordici anni, il liceo linguistico. Dopo aver capito che la strada per arrivare dove avrei voluto sarebbe stata troppo lunga, ho deciso di iscrivermi all’Istituto alberghiero di Senigallia. Prima di quel momento non avevo mai toccato niente in cucina, non mi interessava proprio, non sapevo che mondo fosse. Ho intrapreso la mia prima stagione lavorativa a 15 anni, ma da allora non mi sono più allontanata dalla cucina: ora sono sedici anni che cucino.

prime. Confrontandomi con loro e approcciandomi a questo modo di fare cucina, ho indirizzato le mie ricerche verso quella direzione. Io stessa, ogni mattina, vado a raccogliere le verdure di cui ho bisogno nell’orto e le cucino. Nel ristorante Pepenero di Jesi che gestisco non mi affido a un fornitore: sono io che vado dal pescatore e scelgo il pesce, o dal contadino. Adoro andarci, scambiare due chiacchiere, anche se non acquisto nulla. Mi piace il rapporto umano.

TI ASPETTAVI DI RAGGIUNGERE CERTI RISULTATI?

Assolutamente no. Sono una persona molto riservata; se c’è da mettersi in mostra, cerco sempre di evitare. Purtroppo e per fortuna sono fatta così. Dico per fortuna perché in certi ambienti è un atteggiamento apprezzato. Me ne sono accorta lavorando a stretto contatto con Jovanotti.

A PROPOSITO, COME SEI ARRIVATA A ESSERE LA CHEF UFFICIALE DI LORENZO CHERUBINI, ALIAS JOVANOTTI?

L’app mobile I-foodies era alla ricerca di uno chef che seguisse Jovanotti nei suoi concerti, così sono stata contattata e ho iniziato a cucinare per Lorenzo, durante il tour “Lorenzo negli stadi 2015”. Dall’anno successivo sono stata riconfermata e così fino ad oggi.

COME È EVOLUTO IL TUO MODO DI CUCINARE DURANTE QUESTI QUATTRO ANNI?

Il mio metodo di lavoro è cambiato perché mi sono maggiormente indirizzata verso ricette più salutari, evitando i soffritti e i grassi, prediligendo, ad esempio, la cottura a vapore. Lorenzo e la moglie sono molto ferrati sull’argomento alimentazione, sulla ricerca dei prodotti sani, delle materie

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A GORÀ

CHE TIPO DI DIETA SEGUE JOVANOTTI?

Pesce, formaggi, uova, verdure. La sua è una dieta varia: ha eliminato solo la carne. In tour, poi, ha un’alimentazione più attenta: deve sostenere ritmi pesanti e deve farlo al massimo delle energie. In una giornata può restare sul palco fino a otto ore! Jovanotti, tra l’altro, è molto attento al tema dell’alimentazione: è lui che mi ha descritto i benefici dell’olio di cocco, del burro chiarificato. Legge e si informa tantissimo su questo tema con la moglie Francesca.

COME DEFINIRESTI LA TUA CUCINA?

La mia cucina è abbastanza naturale, semplice, un po’ più rivisitata. Preparo piatti semplici, classici. Mi viene in mente la ricetta tradizionale delle seppie con piselli: tutti sappiamo che le varie fasi consistono nel far soffriggere della cipolla con dell’olio, mettere a cuocere le seppie, sfumare con il vino, aggiungere il pomodoro e far bollire

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per un paio d’ore. Ecco, la mia seppia la cucino sottovuoto, senza aggiunta di altro. Preparo una crema di piselli, inserisco delle gocce di pomodoro. Gli ingredienti sono gli stessi, ma in una versione nuova, più fresca e così altri piatti. Non mi invento nulla di troppo particolare.

COM’È LA TUA VITA QUANDO NON SEGUI JOVANOTTI IN TOUR?

Gestisco il mio ristorante di Jesi, e, inoltre, una serie di altre iniziative e strade che si sono aperte grazie al tour. Attualmente, ad esempio, sto collaborando con la Scrambler Ducati, che organizza, presso l’autodromo di Pavia, i cosiddetti “Days of Joy”, delle giornate in cui degli istruttori seguono passo passo chiunque voglia provare l’esperienza di guidare una moto sullo sterrato, come motocross… io, nel frattempo, tengo dei corsi di cucina per gli accompagnatori.

CUCINA MARCHIGIANA E JOVANOTTI: GLI HAI MAI PROPOSTO LE RICETTE TIPICHE DELLA TRADIZIONE?

Non gliele ho mai proposte perché seguo espressamente le sue indicazioni in fatto di alimentazione. Quest’anno, per esempio, già sapevo cosa proporgli senza chiedergli nulla. Come novità gli ho fatto assaggiare le “uova alla Jova” per le quali è impazzito. Tutte le mattine vado a fare spesa, scelgo degli ingredienti e glieli propongo, lui decide cosa vuole mangiare a pranzo e a cena.

COSA SONO LE “UOVA ALLA JOVA”?

Jovanotti mangia molte uova, l’albume è una grande fonte di proteine per lui che ha eliminato la carne dalla sua alimentazione. Gliele ho sempre preparate sode, ma è una preparazione che non mi dà molta soddisfazione: è sufficiente immergerle nell’acqua e sono pronte. Una sera, allora, ho provato a fare così: albume montato a neve


e cotto al forno. A lui sono piaciute tantissimo. È impazzito per questa ricetta, tanto che per sei mesi non facevo altro che cucinare “uova alla Jova”, abbiamo anche girato un video su Youtube su come prepararle. Da lì il web è nato l’hastag #uovallajova: tutti vogliono provarle e tutt’oggi mi arrivano su Instagram le foto di chi prova a realizzarle.

A TE COME È VENUTA L’IDEA DI REALIZZARE LE UOVA COSÌ?

Una volta avevo, in occasione della Pasqua, preparato le uova in questo modo, abbinandole ad asparagi e pancetta.

IL TUO SOPRANNOME ORMAI È “CHEFFA”. QUAL È L’ORIGINE DI QUESTO NOMINATIVO? È stata una ragazza del gruppo che lavorava nel tour con noi a chiamarmi così: siamo tantissimi a lavorare durante i concerti e non ci ricordiamo i nomi di tutti. Tutti mi chiamano così, anche mamma a casa e lo stesso Jovanotti.

SECONDO TE IL MONDO DELLA CUCINA È PIÙ DEGLI UOMINI? La cucina è in mano agli uomini perché così vogliono, ma una figura femminile è necessaria in ogni cucina: infonde calma, ordine… l’occhio femminile sul piatto e sulla cucina, poi, secondo me è fondamentale. Ci sono anche donne forti, con la stessa creatività di un uomo, che valgono, anzi, come tre uomini!

È VERO CHE CREI LE TUE RICETTE DI NOTTE, CON LA MUSICA A TUTTO VOLUME?

Sì. Di giorno non ce la faccio. La mattina esco di casa, compro il pane, preparo la colazione. Alle 9.30 apro il locale e inizia ad arrivare la gente. In un attimo è l’ora di pranzo, mi occupo del servizio e termino spesso a pomeriggio inoltrato, tra il servizio in sala, quello in cucina e la sistemazione. Il momento più bello per creare è la mattina presto o la notte. Accendo la musica e rimango in cucina anche fino alle 3 inoltrate del mattino. Provo decine di volte il piatto finché non mi viene bene.

DA COSA TRAI ISPIRAZIONE PER LE TUE RICETTE?

Quando vado in moto e vedo un’erbaccia in un campo o lungo la strada mi viene in mente di crearci una ricetta. L’aglio selvatico, ad esempio, ha un fiorellino rosa bellissimo che, se spezzato, sa proprio di aglio. Ecco pronta, allora, la ricetta del sardoncino, accompagnato da cubotto di pane cotto alla brace, limone candito e fiorellino d’aglio. Qualsiasi elemento della realtà che mi circonda può essermi d’ispirazione. A volte sembro assente, in realtà sto riflettendo, rimugiando: creo su tutto ciò che ascolto e osservo intorno a me.

QUANTO SEI LEGATA ALLE MARCHE?

Tantissimo: torno sempre nella mia regione, che è meravigliosa. Dopo un po’ che sto fuori sento proprio il bisogno di tornare.

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A NIMA

A R T O I G VIAG I N A I D R A I GU E R A M L DE a Tessadori

Photos Andre

PESARO

ANCONA

CIVITANOVA MARCHE PEDASO

SAN BENEDETTO DEL TRONTO

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I PERCORSI DI WHY MARCHE Sentinelle silenziose di un mare alle volte nemico, i fari raccontano storie misteriose di uomini e marinai e testimoniano ancora oggi le prodezze di personaggi coraggiosi. La storia dei fari trae le sue origini nell’antichità: nascono, infatti, in epoche lontanissime, e la loro evoluzione va di pari passo con l’evolversi della navigazione. All’inizio sono solo dei semplici falò alimentati con fascine di legna che vengono tenuti accesi durante tutta la notte per orientare i naviganti, poi si evolvono attraverso i secoli fino a diventare quelli che oggi conosciamo. La costruzione di torri per indicare alle navi l’accesso ai porti o per segnalare pericoli fu ideata dai greci: la torre più antica sembra sia stata quella di capo Sigeo, costruita verso il 1000 a.C. all’entrata dell’Ellesponto. Definiti dai più i “guardiani del mare” dal fascino antico e inspiegabile, sono stati protagonisti anche di svariate poesie e romanzi in cui spesso predominava la vita leggendaria del guardiano del faro. Il territorio delle Marche è disseminato di fari storici e oggi, seppur alcuni di essi abbiano un valore secondario nel campo della navigazione, hanno acquistato grande fascino agli occhi di turisti e viaggiatori.

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A NIMA

IL IL FARO FARO DI DI SAN SAN BENEDETTO BENEDETTO DEL DEL TRONTO TRONTO (AP) (AP)

Si

presenta come una torre cilindrica di colore bianco dell’altezza di 31mt. con accanto la casa a due piani dove alloggia il suo guardiano. Ad oggi, si tratta della struttura più importante del medio Adriatico, una fascia costiera che va da Ancona ad Ortona in Abruzzo. Diversamente dalla maggior parte degli altri, questo faro si trova nei pressi del centro città, in piazza Giorgini, all’inizio dell’isola pedonale, ben integrato tra palme ed oleandri. Venne costruito tra il 1948 e il 1950 ed entrò in funzione ufficialmente nel 1957. Prima di allora, il solo punto di riferimento dei naviganti era il suono delle campane del duomo. Il suo raggio rotante riesce ad illuminare una distanza di circa 32 miglia nautiche. Peraltro, in condizioni di nebbia, si aziona anche il nautofono, un segnale acustico che invia il suono ogni 30 secondi. Teoricamente, attraverso una scala a chiocciola di ben 150 scalini, è possibile raggiungere la sua sommità dove è posizionata una terrazza da dove è possibile godere di un panorama di rara bellezza: lo sguardo può spaziare dal mare, al porto fino al centro città, in pratica però la zona non è accessibile in quanto area militare completamente recintata.

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

Il s u o rag g io rotante rie s ce ad il l u m in are u n a d is tan z a d i c irca 3 2 m ig l ia n au t ic h e .

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A NIMA

IL FARO Il FARO DI DI PEDASO PEDASO (FM) (FM)

C

ostruito nel 1877 sui resti di una torre di avvistamento, venne danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale dai tedeschi e successivamente rimesso a nuovo nell’immediato dopoguerra. Si trova sulla costa del Monte Serrone e si erge a 51 m. s.l. m. tra ginestre e vegetazione naturale. È alto 22 mt. e la struttura è dotata di una scala a chiocciola interna che conduce alla terrazza dove si gode di un panorama, nei giorni limpidi, che spazia dai Monti Sibillini fino alla Croazia. Il faro di Pedaso rappresenta certamente il simbolo dell’anima marittima del paese e punto di riferimento dei naviganti da secoli. Non sempre è accessibile al pubblico, ma periodicamente sono organizzate delle aperture straordinarie, specie d’estate, con visite guidate su prenotazione. Dal faro si diramano, inoltre, dei percorsi storico-naturalistici fino al belvedere dal quale è possibile perdere la vista tra il blu del mare fino al confondersi con l’orizzonte: di qui la curiosità è che si possono osservare degli scogli soprannominati dai pescatori in maniera del tutto bizzarra.

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

È a l to 22 mt. e l a str u t tu ra è d otata d i u na s ca l a a c hi o cc i o l a i ntern a

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A NIMA

IL IL FARO FARO DI DI CIVITANOVA CIVITANOVA MARCHE MARCHE (MC) (MC)

La s u a to r re alta b e n 33 m etr i ter m i na co n un a c u s p i d e a fo r m a d i co no

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I PERCORSI DI WHY MARCHE

È

un altro faro nelle Marche molto noto, con la sua torre alta ben 33 metri progettata dall’architetto romano Dante Tassotti che termina con una cuspide a forma di cono. In realtà si tratta del campanile della chiesa di Cristo Re, realizzata nel 1933 su progetto dell’ingegner Gustavo Stainer e la cui ultimazione negli anni Ottanta è stata possibile soprattutto grazie alla generosità dei pescatori e degli armatori del luogo. Il faro comunica con segnali Morse le lettere “C” e “M”, che sono proprio le iniziali della città. Per ammirarlo da vicino si può usufruire di un comodo ascensore oppure scegliere di salire i 258 scalini. La torre a navata unica, si caratterizza per le vetrate di vetro policromo, si inserisce in un contesto dalle mille sfaccettature: lungo il percorso, infatti si incontra la Vecchia Pescheria in stile liberty e il quartiere Shangai che si connota per l’aspetto pittoresco di vecchio borgo marinaro. Una piacevole passeggiata lungo il molo, condurrà, inoltre, ad un altro piccolo faro di colore verde che sorveglia la bocca del porto.

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A NIMA

IL IL FARO FARO DI DI ANCONA ANCONA (AN) (AN)

Si

trova all’interno del Parco del Cardeto, sul colle dei Cappuccini, da cui prende il nome. Ha un’altezza di 15 mt. e si trova a 104 m s.l.m. Ha la forma di torre quadrata con i vertici diretti verso i quattro punti cardinali. A poca distanza da esso si trova il vecchio faro, voluto da Papa Pio IX, di forma cilindrica in mattoncini che è stato in funzione dal 1860 fino al 1965, anno in cui è stato sostituito dall’attuale a causa dei numerosi danneggiamenti subiti durante le due guerre mondiali, ma anche di sfaldamenti del terreno e dei vari terremoti che si sono susseguiti nel tempo. In prossimità dell’ingresso del vecchio faro, è apposta una targa in marmo che probabilmente rende omaggio all’utilizzo delle lenti di Fresnel, cioè degli elementi ottici innovativi poiché particolarmente sottili, che permettono di costruire apparati di illuminazione decisamente meno ingombranti. Anche sul nuovo faro viene utilizzato questo tipo di lente, anche se il segnale di illuminazione è stato mutato: in un ciclo di trenta secondi esso emette quattro lampi seguiti da un periodo di buio di quattordici secondi, mentre per il vecchio faro il segnale era formato da un lampo bianco ogni 45 secondi ed ogni lampo era preceduto da quattro secondi di luce più tenue.

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Ha u n’al te z z a d i 15 mt . e s i t rova a 104 m s . l . m . Ha l a fo rm a d i to rre q u ad rata co n i ve rt ic i d iret t i ve rs o i q u at t ro p u nt i card in al i.

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A NIMA

IL IL FARO FARO DI DI PESARO PESARO (PS) (PU)

S

orge a 175 m.s.l. nella Riserva del Monte San Bartolo. Entrò in funzione per la prima volta nel 1945 e appare come una torre cilindrica con i suoi 25 mt. di altezza con attiguo edificio a due piani, a ponente del porto di Pesaro. Il faro ha sostituito quello di Casteldimezzo caduto in disuso a seguito dei danneggiamenti provocati dalla guerra. Oggi è gestito dalla Marina Militare da remoto, ma è altresì oggetto di una quotidiana manutenzione garantita dal guardiano, un impiegato della Marina che vive accanto al faro e tra le numerose altre cose si occupa della pulizia delle lenti e dei vetri. Ancora operativo, dunque, emette due segnali luminosi ogni 15 secondi. Generalmente non è aperto al pubblico se non in particolari occasioni, come le Giornate Fai, duranti le quali si può salire sulla sua sommità arrampicandosi in un intrico di scale e scalette fino a godere di una spettacolare vista su Pesaro e sulle verdi colline circostanti. È doveroso, inoltre, apprezzare la sua maestosità dall’esterno, seguendo il sentiero panoramico che parte dal faro e arriva fino al Monte Castellaro dominato dalla Croce del San Bartolo, posta a protezione di marinai e contadini.

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Ent rò in f u n z io n e p e r l a p rim a vo l ta n e l 19 45 e ap p are co m e u n a to rre c il in d rica co n i s u o i 2 5 mt .


I PERCORSI DI WHY MARCHE

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LA VENDEMMIA: echi e memorie di dolci ebbrezze

T

ra il declinare dell’estate e l’avvio dell’autunno, in bilico tra giornate ancora benevolmente scottanti ed improvvise e subdole ariette pungenti, il calendario agrario imponeva secondo il suo scadenzario terrestre e celeste la pratica millenaria, e come altre profondamente ritualizzata, della vendemmia. Nelle colline, tra il limitare dei filari di vigneti e le vie del borgo con le cantine più capienti, si spargeva inconfondibile (e giocoforza inebriante) l’odore del mosto. Come per le altri grandi “opere”, come la trebbiatura, c’era il reciproco e solidale aiutarsi tra famiglie nella raccolta dell’uva e nella sua lavorazione, collaborando così da vigna a vigna, e maturando memorie ed esperienze e quindi confronti tra le annate, risalendo anche a vendemmie di molti anni addietro. Il percorso di una grande fatica e dedizione nel curare le viti avviava il suo apice conclusivo già qualche giorno prima, con i lavori di revisione e riassetto delle botti, dei recipienti vari e di tutti gli utensili per la vendemmia. Così ricorda il folklorista maceratese Giovanni Ginobili:

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“Giorni di indescrivibile gioia, un tempo, erano quelli della nostra vendemmia.


di Tommaso Lucchetti

I campi, il contado, i paeselli erano in un fervore d’opera inusitata: nei cortili, per le vie, nelle piazze un rumoroso rotolorar di tini e di botti per la loro pulizia, un isocrono picchiar il cerchio e la doga per la messa a punto dei recipienti. Era questo il preludio alla vendemmia”.

Per l’appunto non era solo una celebrazione del raccolto, ma una vera e propria festa dagli echi pagani ancora vivi e scivolosamente inafferrabili: i parroci tolleravano facendo buon viso a cattivo gioco e sorridendo benevoli davanti ai tini, ma sotto sotto immaginando tante insidie licenziose. Le stesse pubbliche autorità, a partire dalle forze dell’ordine, erano allertate per paura di disordini dovuti alle incontrollabili ebbrezze con imprevedibili reazioni. Del resto si perdeva nella notte dei tempi l’inizio di questo rito inventato da Dioniso, nume protettore della pianta il cui frutto dona la bevanda fermentata in grado di avvicinare gli uomini agli dei. Narra il mito nelle Dionisiache che questa divinità, poi chiamata Bacco dagli antichi Romani, avviò la raccolta dei frutti della vite per poi ammassarli in una buca in terra e pigiarli con i piedi, in una ritmica danza binaria che schiacciava gli acini e faceva quindi colare quel rosso dolce succo, così vitale da ricordare il sangue, come tanti simbolismi anche cristiani avrebbero poi suggellato. Non solo i bambini si divertivano a ballare dentro le vasche, anche gli adulti calpestavano allegramente i grappoli, cantando anche canzoni tradizionali, persino al suono dell’organetto. Il mosto dava alla testa, l’atmosfera di gioia sfrenata era indotta, ed ufficialmente partiva già dal momento ugualmente ritualizzato della raccolta dei grappoli. Come ricorda la folklorista Caterina Pigorini Beri nelle sue memorie sull’“Appennino camerte”, questa pratica agreste rappresentava uno dei momenti più attesi per far socializzare i giovani alle galanterie amorose: la scrittrice indugia sugli sguardi languidi o appassionati che giovani uomini e donne si scambiavano d’intesa nel passarsi l’uva recisa dalla vite ai canestri. Non era solo la memoria ormai dissolta di certi culti pagani, ma un clima di festa che riguardava questo specifico raccolto. Se il grano, con le spighe da “battere” ed i chicchi da macinare era la tesaurizzazione del cibo necessario e quotidiano. Gli acini d’uva da pigiare rappresentavano invece la

dispensa felice del voluttuario e dell’occasionale festivo. Non era infatti tanto il vino quanto tante altre delizie possibili a rappresentare e ad evocare la prelibatezza agognata e garantita dalla vendemmia. Innanzitutto qualche grappolo scampava alla maciullazione nelle cosiddette “canale”: si ricorda come alcune donne prendessero qualche tralcio di vite con alcuni frutti lussureggianti per decorare l’ingresso delle case, la cappa del camino e le mense, dove si spiluccavano golosamente alcuni chicchi in quelle giornate. Qualcuno faceva anche la marmellata d’uva (passandola per uno “staccio” di rame, e senza mettere zucchero), mentre in tanti appendevano qualche grappolo ad invecchiare in cantina: sarebbe stato ottimo per preparare con un apposito torchietto il passito, e lo zibibbo ottenuto sarebbe anche stato gustato, sbocconcellato contandolo come auspicio a Capodanno, o variamente impiegato in alcune ricette di dolci, o anche solo per ingentilire il semplice pane.

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A NIMA Naturalmente la stragrande maggioranza del raccolto finiva invece in mosto, quasi tutto destinato alla vinificazione, ma una piccola parte era invece messo da parte, destinato ad un’altra episodica ed apprezzatissima destinazione dolciaria. La vendemmia era infatti il momento di svariate leccornie, dai “sughetti”, budini di mosto con farina gialla o bianca guarniti con frutta secca, ai morbidi maritozzi impastati con il lievito madre, fino ai biscotti secchi come le ciambelline profumate d’anice (o anche di semi di finocchio) come anche le “fette”, che in tanti ricordano durare poi settimane per la prima colazione, custodite tra la carta paglia del cassetto della credenza o della madia. Raul Ballarini, storico ristoratore di Serra San Quirico (ma originario di Moie) definisce le ciambelle di mosto “il biscotto dei poveri dei bambini poveri”, ricordandolo come “un dolce atteso che veniva in autunno ai tempi della vendemmia, quando iniziavano le scuole, per la piccola pausa della merendina”, ideale “da infilare nella cartella di cartone insieme ai quaderni e i pennini a campanile”. Una parte del mosto era destinato ad una bollitura speciale, finalizzata ancora una volta alla più squisita arte dolciaria: tra le conserve immancabili c’era infatti la sapa, ottenuta bollendo il succo d’uva fino a ridursi e concentrarsi, al punto di essere pronta “quando resta attaccata ad un’unghia”, come riportava la sociologa rurale Graziella Picchi. Quasi due millenni fa Columella nel suo L’arte dell’agricoltura spiega “come conservare il mosto dolce, perché non muti sapore”, mantenendolo appunto “sempre dolce come quando è fresco”. Lo stesso agronomo consiglia il modo migliore per fare la sapa, riducendo ossia per bollitura il mosto della metà rispetto alla quantità di inizio cottura, anziché di un terzo o di un quarto. Invece un secolo e tre decenni fa, passando dall’Impero romano all’appena costituito Regno d’Italia, Pellegrino Artusi nel suo celebre e diffusissimo ricettario, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, consiglia invece semplicemente di far bollire il mosto per ore, indicando

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come parametro di fine cottura “fino a consistenza di un sciroppo”. Lo scrittore di Forlimpopoli ricorda poi un capriccio goloso dei bambini durante l’inverno, quando con la sapa mescolata “colla neve di fresco caduta possono improvvisar dei sorbetti”. Tanti nelle Marche rammentano delle loro infanzie in campagna la polenta condita con la sapa, versata in un pozzetto scavato da parte in un angolo della colata gialla sulla spianatora. Ma la sapa veniva poi, molto più che il miele o il prezioso zucchero (che andava per forza comprato), adoperata per i dolci di questa stagione, arricchiti con la più svariata frutta fresca raccolta in autunno, e non a caso chiamati “settembrino” (dal profumo di cannella e buccia di limone) o “novembrino”, oppure “turcata” a ricordo della ruvida farina gialla adoperata (mentre il grasso adoperato per ammorbidire l’impasto era comunemente l’olio di oliva). Un’autentica ghiottoneria della Vallesina era la sapa con l’uva e con il miele, che consisteva in pratica in


una vera e propria marmellata, dolcissima, da impiegare nelle crostate. Ma tra le eccellenze più raffinate vanno ricordati i tradizionali “Cavallucci”, che ricorrono tra Ancona e Macerata nei borghi di Staffolo, San Paolo di Jesi, Apiro e Cingoli (dove si ricorda l’antica ricetta custodita dalle benedettine di Santa Sperandia) il cui dolce ripieno nobilitato anche da cioccolato e caffè è racchiuso da una sfoglia fatta anche con il vino, e spennellata di alchermes. Ma la capacità di donarsi dell’uva non terminava con il mosto ed il vino: anche i grappoli spremuti e torchiati fino allo spasimo, ormai esangui ed apparentemente inservibili, continuavano un ciclo produttivo e sapevano stupire ed essere reinventati in dispensa: le “vinacce” non solo erano recuperate per una bevanda umile ma gradita come l’acquaticcio (o anche più laboriosa come il mistrà, ottenuto con l’alambicco), ma servivano anche per insaporire le forme di cacio (a quel punto chiamato “ubriaco”). Si ricordano anche i peperoni sotto le “vinacce”, mentre molti ortaggi venivano anche messi sotto aceto, altra provvista preziosa concessa dalla prodigiosa filiera dell’uva: si ricorda non solo l’insalata, ma anche l’ “acetello” allungato con l’acqua, agognato dissetante nei lavori dei campi più faticosi. Non stupisce pertanto come i tralci di vite gravide di grappoli fossero emblema immediato ed universale di abbondanza assortita, evocati come tali non solo nelle più ricche logge dipinte, ma anche nelle piccoli cornici che illustravano ed inquadravano le pagine di messali e quaderni, chiamandosi in origine “vignette”.

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A NIMA

GIACOMO LEOPARDI

FILOSOFO E POETA

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di Stefano Longhi

Ph: A. Tessadori

Che Leopardi fosse un genio e che la sua opera avesse una rilevanza, oltre che poetica, soprattutto filosofica, apparì subito chiaro a Nietzsche, a Schopenhauer, a Wagner, e per quanto riguarda la cultura italiana, a De Sanctis. Nonostante negli ultimi tempi il pensiero filosofico di Leopardi sia andato incontro ad una consistente rivalutazione, rimaniamo tuttavia ancora ben lontani dal comprendere la sua eccezionale potenza e radicalità. Le sue opere hanno un ruolo fondamentale per chiunque volesse capire lo sviluppo del pensiero occidentale fino ai nostri giorni: esse si collocano proprio tra le conclusioni di Schopenhauer e quelle successive, non poco destabilizzanti, di Nietzsche.

I

l filosofo Emanuele Severino ha dedicato buona parte della sua riflessione al meritevole scopo di riconoscere a Leopardi una grandezza filosofica negata dalla cultura ufficiale, evidenziando il contributo che il poeta di Recanati ha dato, assieme a Kierkegaard, a Nietzsche, a Heidegger e Jaspers, nonché allo stesso Severino, alla distruzione di quelle verità immutabili ed eterne che hanno costituito le basi dell’occidente. Leopardi intuì che quel mondo di valori apparentemente assoluti, nel quale l’individuo occidentale, fin da Aristotele, aveva trovato il fondamento, la ragione, le sicurezze e le risposte a tutte le domande, era giunto al termine. Di lì a

poco un “ospite inquietante” sarebbe entrato “in punta di piedi” nella vita dell’uomo distruggendo tutti quei rimedi illusori portati alla luce in 2.500 anni di filosofia e in 2000 anni di teologia cristiana e di scienza. Quell’ospite, che era presente fin dall’inizio della nascita della filosofia, si rivelerà solo nel XIX secolo con il nome di nichilismo. A soli 14 anni Leopardi traduce Orazio e scrive versi. Non ha più bisogno degli istitutori e continua a studiare da solo utilizzando i libri della biblioteca del padre, composta da 16.000 volumi. Impara le lingue antiche (il greco, il latino, l’ebraico) e moderne (il francese, l’inglese, lo spagnolo), fa traduzioni e scrive saggi eruditi. WHY MARCHE | 31


A NIMA Sono anni di “studio matto e disperatissimo”, dirà nello Zibaldone, che compromettono la sua salute psico-fisica. Acquista una cultura straordinaria, ma si accorge che quella conoscenza, anche se così consolidata nei secoli, non può salvare l’uomo da un destino che quella stessa conoscenza ha rimandato nascondendolo per due millenni: e cioè che tutto è nulla, “solido nulla”. Il rimedio, dirà Nietzsche più tardi, si era rivelato peggiore della malattia. Se Eschilo, il poeta tragico greco, è il primo a pensare che la conoscenza della verità che non si fa smentire, assoluta e incontrovertibile, sia il rimedio contro il dolore del divenire, Leopardi è invece la negazione di questo pesante giogo millenario della tradizione metafisica. Per Leopardi, dunque, secondo Severino, il divenire è l’unica verità possibile. Questo è quanto mostra l’evidenza, quindi, “distrutte le forme platoniche preesistenti alle cose, è distrutto anche Iddio..” (Zibaldone). È ciò che Nietzsche riassumerà più tardi con la frase “Dio è morto”. Eschilo aveva detto che la felicità sorge dalla “salute della mente”. Leopardi, all’opposto, denuncia che la “salute della mente”, cioè la ragione,

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rende l’uomo infelice. Essa infatti conduce alla verità, che consiste nella constatazione che tutte le cose sono nulla. Dunque, non solo non è in grado “di farci felici, ma almeno infelici”, ma è anche “fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia”. Infatti, aggiunge Leopardi: “Chi si fissa nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera che la successione e la varietà degli oggetti e dei casi non avesse la forza di distoglierlo da questo pensiero, sarebbe pazzo assolutamente”. Per rendere allora sopportabile il dolore e l’angoscia del divenire, e quindi per sopravvivere, Leopardi vede necessario distogliere il più possibile lo sguardo dalla verità, e proprio lui che ha studiato e pensato così tanto ritiene necessaria una “distrazione”, una “dimenticanza”, “la quale è contraria direttamente alla ragione”, e che è dunque “illusione”. Ma è anche l’unico rimedio possibile alla nullità delle cose, perché le fa apparire illusoriamente consistenti, eterne e infinite. Leopardi mostra che la forma più alta e radicale dell’illusione è proprio la poesia e dunque sarà poeta per necessità, poiché la poesia è un possibile rimedio alla nullità dell’esistenza. Finché tiene


“Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca lingua, nulla al ver traendo confessa il mal che ci fu dato in sorte…” (da La ginestra)

separate poesia e filosofia, l’infinito e l’eterno sono il contenuto illusorio dei suoi versi. Ma quando sul termine della sua vita le riunisce, come fa ne La ginestra, l’infinito e l’eterno non riescono più ad essere il contenuto della poesia, proprio perché la filosofia ne ha svelato ormai il carattere illusorio. Tuttavia tali idee non svaniscono nel nulla: Leopardi le ripresenta come forme della poesia. Diventano il modo con cui il contenuto è cantato. L’infinito e l’eterno diventano cioè la “forza” con cui la poesia del “genio” canta la nullità delle cose. Riesce dunque a conservare la “grandezza della sua anima” e “lo stesso spettacolo della nullità è una cosa in queste opere che pare ingrandisca l’anima”. In tal modo “l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose e sua propria”.

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A NIMA

Dalla Regina Sibilla all’eros popolare:

il SALTARELLO MARCHIGIANO

Il Saltarello - Manoscritto Add. 29987

Photo Edoardo Balestra

Che cosa ci identifica come marchigiani? Molte potrebbero essere le risposte. Una è quella che identifica l’essere marchigiani con l’impegno a tener fede e a nobilitare il folclore, quel sapere che viene dalla cultura popolare e che ha reso la nostra regione grande e plurale. E fra tutte le tradizioni popolari che il nostro territorio potrebbe annoverare, ce n’è una che, più di altre, rappresenta l’appartenenza ai nostri luoghi: il saltarello. 34 | WHY MARCHE


di Alessandra Lucaioli

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rroneamente bistrattato come sottocultura, il folclore è quel sostrato che ci restituisce il nostro passato, ci definisce nel presente e ci getta nel futuro con una precisa carta d’identità. Di questa cultura che va valorizzata e onorata, il saltarello, danza popolare tradizionale, costituisce un tassello importante di cui il mito e la storia ci raccontano due diverse versioni. La narrazione mitica riferisce che il saltarello fosse il ballo delle fate della regina Sibilla. Con indosso zoccoli di legno di fico, le fate danzavano nel loro antro sulla cima della montagna, ovvero sul Monte Sibilla, e ne insegnavano agli uomini la danza e l’arte di costruire lo strumento che quel ballo accompagnava, ovvero il tamburello. Passando dal racconto ancestrale alla scientificità della storia, troviamo nell’epoca romana le prime tracce di questa danza. L’etimologia ci riporta al latino saltatio indicando una forma di ballo molto popolare tra i latini e diffusa ancor prima della conquista da parte degli antichi romani

sopravvivendo anche al passaggio dalla religione pagana a quella cristiana. Pare infatti che la danza, in origine, fosse praticata dai sacerdoti Salii, che la eseguivano durante feste ed occasioni rilevanti per la comunità indossando dei costumi cerimoniali che ricordavano gli abiti degli antichi guerrieri centro italici dell’VIII sec. a. C. Sopravvissuta nel corso dell’Alto Medioevo, col sopraggiungere del Rinascimento iniziò a diffondersi come danza aristocratica affermandosi, a seguire, anche negli ambienti popolari. Le fonti storiche ne mettono in luce la componente erotica che queste danze dovevano avere tanto più che la chiesa tentava di inibirne la diffusione. Originariamente il saltarello si configurava come ballo di corteggiamento in cui le donne animavano la scena con la loro carica sensuale sebbene altri documenti raccontino di come fosse legato al microcosmo quotidiano: nei momenti di riposo dal lavoro o come scandisse il calendario delle stagioni con la raccolta del grano, la trebbiatura, la vendemmia, la spannocchiatura. WHY MARCHE | 35


A NIMA

La prima fonte diretta che ricuce i primordi di questa antica danza è un manoscritto medievale, meglio noto per gli addetti ai lavori come Manoscritto Add. 29987, oggi conservato alla British Library di Londra. Il manoscritto, concernente la musica italiana del Trecento, contiene opere polifoniche e danze strumentali dapprima riportati in singoli fascicoli appartenenti a differenti località dell’Italia centrale dell’ultimo decennio del XIV secolo e solo poi riorganizzati in un unico volume nella Firenze del 1400, quando poi venne acquisito dalla famiglia dei Medici. Tale codice rappresenta la fonte più autorevole del repertorio musicale italico trecentesco, contenendo i brani dei compositori dell’ars nova italiana tra cui spiccano Francesco Landini, Jacopo da Bologna, Gherardello da Firenze, Niccolò da Perugia ecc. Nei 123 pezzi riportati, al fianco di madrigali, ballate e motetti, spiccano quattro saltarelli privi di titolo ma certamente destinati al ballo. Il saltarello è un ballo di coppia, di norma uomo-donna, la cui caratteristica principale è, come ricorda il nome stesso, il salto. Si tratta di una danza vivace, ritmata, energica e faticosa che prende 36 | WHY MARCHE

l’avvio quando i ballerini sono posti l’uno davanti l’altro: l’uomo con le braccia dietro la schiena, la donna con le mani sui fianchi. Da qui inizia una coreografia cadenzata da movenze di fughe e riprese, con la mimica che enfatizza espressioni di dispetto o corteggiamento. Il “giro” e lo “sponda piè”, ovvero lo spunta-piede – un passo calciato in avanti che si inserisce a seguito di una precisa variazione musicale – sono un esempio di passi tipici del saltarello, che però non manca di lasciare campo libero anche all’improvvisazione e all’ispirazione del momento. Il ballo termina quando i due ballerini raggiungono l’intesa che scenicamente avviene tenendosi per le braccia, saltando su entrambe le gambe ed effettuando, con passi laterali, l’uscita di scena. Gli strumenti privilegiati per accompagnare i ritmi della danza sono il tamburello e l’organetto: quest’ultimo, in particolare, è divenuto il simbolo della città di Castelfidardo, dove già nella seconda metà dell’Ottocento prese avvio la fiorente industria italiana della fisarmonica. Tuttavia anche il violino e il violone possono far parte dello strumentario musicale del saltarello, sebbene siano più

presenti nella zona del fabrianese. Che si tratti del “Ballo delle fate” o che si riconduca alle saltationes antiche, poco importa. Il saltarello è custode di un patrimonio culturale senza tempo e una delle poche tangibili testimonianze che ci restano dell’antica civiltà Picena. È anche per questo che sono state intraprese azioni per proteggere e valorizzare il saltarello marchigiano inserendolo nella lista dei beni immateriali che l’Unesco dichiara come patrimonio dell’umanità. E


Photos: Edoardo Balestra

per questo che si tenta, nelle tante scuole di danza del territorio, di avvicinare ancora oggi i giovani a questa danza arcaica non con l’obiettivo che tutti debbano necessariamente praticare questa danza o suonarne gli strumenti caratteristici ma con l’intento di far sì che possano acquistare maggiore sensibilità e rispetto nei confronti di un passato in cui possono recuperare le loro trame e di un futuro in cui possono tessere le fila di un nuovo ordito. WHY MARCHE | 37


A NIMA

IL PROFUMO DEL

PICENO L’anice verde coltivato a Castignano è un’eccellenza delle Marche per le sue proprietà uniche nate dalle particolari condizioni di questo millenario luogo nella provincia di Ascoli Piceno.

Gli occhi l’anice avvalora e lo stomaco ristora. Fra le sue specie quella apprezza, in cui trovi più dolcezza”. Regimen Sanitatis Salerni XII-XIII secolo

La pianta dell’anice non supera i 50 centimetri di altezza e si caratterizza per i piccoli fiori bianchi riuniti in ombrelle che appaiono a fine giugno.”

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Photo S. Corradetti


Photos A. Carlorosi

di Alessandro Carlorosi

Q Pitagora considerava il pane cotto con i frutti di anice, ingrediente favorito nella cucina romana

Ippocrate consigliava l’anice per sciogliere il muco nelle affezioni respiratorie

Carlo Magno era convinto che non si potesse vivere senza anice e lo fece piantare negli orti imperiali di Acquisgrana autorizzando la commercializzazione con l’oriente dell’olio essenziale estratto dalla pianta conosciuta come Quintaessenza.”

uando arrivi nello storico centro abitato di Castignano, sulle alte colline del Piceno, la prima sensazione che ti raggiunge è il profumo dell’anice verde che riempie l’aria del luogo come per rivendicare la sua “terra di origine” in questo borgo alle pendici del Monte Ascensione, in Provincia di Ascoli Piceno. Muovendosi tra le formazioni geologiche argillose calanchive che circondano il nucleo storico di Castignano, si viaggia in un suggestivo paesaggio tra campi prevalentemente coltivati a filari di uva e di anice verde. Queste coltivazioni sono accomunate da un rigoroso senso di ordine e di cura a dimostrare la secolare e intramontabile abilità agricola di questa comunità. L’anice è una pianta erbacea originaria dell’Oriente poi diffusa lungo il Mediterraneo che quasi sicuramente arriva nelle Marche con i popoli Piceni. La storia dei Piceni si lega a Castignano con la stele di arenaria rinvenuta nel 1890 e datata VI-VII secolo avanti Cristo. Al borgo di Castignano, oltre all’irripetibile anice verde, spetta anche il primato di custodire questa antica stele con il più remoto alfabeto italico fino a questo momento ritrovato. Il prezioso reperto originale è esposto al Museo archeologico di Ascoli Piceno. I medici Ippocrate e Galeno, passando per i filosofi Plinio e Celso, fino a Pitagora e Carlo Magno, sono alcuni dei grandi personaggi che hanno sostenuto le eccellenti qualità dell’anice. L’anice verde di Castignano può considerarsi senza alcun indugio un’eccellenza per le proprietà uniche che lo differenziano da tutte le altre varietà. WHY MARCHE | 39


A NIMA La pianta di anice ha trovato a Castignano il terreno ideale e il giusto clima che hanno selezionato nel tempo un seme più profumato e dolce, con una resa in essenza del 4,6% e con una concentrazione di principi attivi di anetolo pari al 94%. Un seme così eccellente nasce dal suolo ben soleggiato, composto da uno strato superficiale fertile e un substrato di argilla drenata anche dai calanchi e dall’esposizione alle fresche correnti del Monte Ascensione. L’opera dell’uomo con la sua millenaria esperienza agricola ha contribuito a tramandare e rendere questa produzione una vera e propria eccellenza della Regione Marche. Ancora oggi il diserbo dei campi è realizzato a mano con la “martellina” per incidere con precisione chirurgica solo le piante spontanee che nascono intorno al quella di anice. Non tutte le piante “estranee” vengono tolte dal campo così da sottrarre la pianta dell’anice dall’attacco di insetti. L’anice verde per Castigano e i suoi abitanti ha accompagnato crescita e sviluppo. Le coltivazioni intensive partirono nella seconda metà del 1800 quando la distillazione casalinga dei liquori come anisetta, anisina, sambuca e mistrà lasciò spazio a quella

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industriale. Nel 1948 la produzione accertata di anice verde è di ben 80 quintali dovuti soprattutto al grande successo dei prodotti della storica Distilleria Meletti. L’ascesa straordinaria dell’anice, dopo gli anni Sessanta, venne pregiudicata dalla crisi dell’agricoltura e da alcune scelte commerciali che portarono ad abbandonare questa coltivazione. Nel 2009 da Castignano è ripartito un progetto di rilancio economico e territoriale con il riavvio delle coltivazioni coinvolgendo i giovani, l’avvio di nuove filiere come quella della birra, degli infusi e dei preparati per ricette che animano primi, secondi e dolci. A tutto questo è accompagnato un lavoro di divulgazione anche in contesti nuovi promosso dall’associazione “Anice Verde” di Castignano che rende sinergico il lavoro di 15 produttori sotto lo slogan “Il profumo del Piceno”. Questo intero percorso ha portato nel 2017 a far diventare l’anice verde di Castignano Presidio Slow Food e depositare il seme nel registro biodiversità reginale delle Marche. Digestivo per l’uomo e per il complesso apparto dei preziosi buoi che trainavano gli aratri, ottimo energizzante utilizzato dai gladiatori romani, dissetante

che pulisce stomaco, bocca, fegato e favorisce la produzione di latte nelle donne, sono alcune delle tante proprietà certificate dell’anice verde di Castignano. Numerose sono le ricette in cucina che provengono dalla tradizione marchigiana ma altrettante sono le nuove proposte che ogni giorno nascono dai chef che riscoprono l’anice e lo utilizzano per arricchire piatti di profumi, sapori e qualità nutritive. Quel gradevole profumo di anice verde tra le vie di Castignano, lo comprendi fino in fondo quando ti accorgi che questa pianta e i suoi semi hanno costituito da sempre per questa comunità la cosa più importante. Ancora una storia che si è sviluppata grazie alle tradizioni maturate dalle infine virtù del popolo marchigiano.


Photo S. Corradetti Associazione Anice Verde di Castignano L’Anice Verde di Castignano rappresenta una risorsa economica, turistica, culturale e per le caratteristiche uniche, anche in difesa delle tradizioni e dell’ambiente mediterraneonazionale; e per tutelarlo e valorizzarlo è stata costituita l’Associazione produttori Anice verde di Castignano. L’Associazione si pone come obiettivi, oltre a quelli della tutela e della promozione, anche quelli per l’incentivazione della produzione, della ricerca, della divulgazione della sua immagine a livello nazionale ed internazionale. Ciò con l’intento di promuovere ogni iniziativa intesa a salvaguardare la tipicità della produzione dei propri soci. L’Associazione ha provveduto a dotarsi di un marchio collettivo di riconoscimento dello “Anice Verde di Castignano”; ha predisposto il Disciplinare di produzione, con il relativo Regolamento d’uso ed il Logo, da apporre sul prodotto confezionato; ha realizzato attività di promozione ed attivato strumenti di divulgazione. Fanno parte dell’Associazione: i produttori, imprese, associazioni e Società anche cooperative che operano e/o intendono operare nel settore della trasformazione e della commercializzazione di anice verde di Castignano. E’ prevista anche l’adesione dell’Amministrazione comunale, la quale al momento in cui condividerà gli scopi e gli obiettivi ed aderirà come socio all’associazione, potrà utilizzare il logo dell’Associazione e fregiarsi della dizione di “Città dell’Anice Verde”, potendola utilizzare in ogni forma di divulgazione, evento e/o promozione.

Photo A. Carlorosi WHY MARCHE | 41


A NIMA

L’INDISSOLUBILE AMORE DI

F

ossombrone, città ricca di storia, insediamento romano che rivive nel magnifico parco archeologico di Forum Sempronii, corte medievale e città rinascimentale, è una delle località dell’Itinerario romantico perché è stata testimone e dimora del grande amore tra Guidobaldo da Montefeltro e Elisabetta Gonzaga. Nella città che sorge sulle rive del fiume Metauro hanno vissuto il loro amore queste due eccezionali personalità che elessero Fossombrone a loro dimora prediletta. Il Palazzo Ducale della città dove hanno vissuto, noto come Corte Alta, fu fatto edificare da Federico da Montefeltro, padre di Guidobaldo. Con Elisabetta e Guidobaldo l’edificio venne poi ingrandito e arricchito di giardini su diversi livelli. La storia del loro amore comincia nel 1488 (alcune fonti posticipano questo evento al 1489), quando Elisabetta, della nobile stirpe dei Gonzaga di Mantova va in sposa a Guidobaldo, giovane Duca del Montefeltro. Questo matrimonio, programmato da due anni, è un contratto tra due delle più importanti corti italiane dell’epoca, che ha come obiettivo primario quello di rinsaldare lo stretto legame tra le due famiglie. Per raggiungere Guidobaldo, Elisabetta intraprende un viaggio lungo nove giorni, e con animo nostalgico e malinconico vede per la prima volta il suo promesso sposo a Urbino. Per Elisabetta il distacco dalla sua città e dai suoi affetti fu dolorosissimo: “Prego Dio me presti bona pacientia che ‘l dolore è grande” scriveva già il giorno dopo la sua partenza per suo conto Benedetto Capilupi, il cortigiano che le era a fianco e che, giorno per giorno, informerà il padre, il marchese Federico I Gonzaga, sui progressi del viaggio e sui primi avvenimenti a Urbino. Sabato 9 febbraio 1488 Elisabetta fa il suo ingresso in città. Il duca e un gran numero di gentiluomini e castellani la attendono. Passando per strade festosamente addobbate, la sposa arriva a Palazzo Ducale dove la aspettavano Isabella, Costanza e Agnesina, le tre sorelle del duca. Lunedì 11 febbraio, nella chiesa di S. Francesco, vengono celebrate le nozze solenni. I festeggiamenti durano molti giorni, in un susseguirsi di rappresentazioni teatrali, danze ed esibizioni gastronomiche. Sebbene il loro matrimonio fosse stato stabilito dalle rispettive famiglie per interessi strategici, tra i quali dare un erede al Ducato di Urbino, si narra che la scintilla tra di loro si accese appena si videro. Un vero e proprio colpo di fulmine per entrambi. L’amore reciproco rendeva quindi più piacevole soddisfare l’urgente necessità di assicurare un erede al ducato. Guidobaldo, infatti, essendo l’ultimo del suo casato, e l’unico figlio maschio, in mancanza di eredi avrebbe inevitabilmente consegnato i suoi territori alla Chiesa. L’unione tra i due sposi doveva quindi essere consumata sotto i migliori auspici. Venne così chiesto il parere di un astrologo che doveva individuare la data più propizia per consumare il matrimonio. Ottaviano degli Ubaldini, studioso di astrologia e di scienze occulte aveva stabilito che la data propizia per l’unione sarebbe stata il 2 di maggio.

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Guidobaldo da Montefeltro


di Stefania Cecconi

Fossombrone. Custode, testimone e dimora di un profondo legame

ed Elisabetta Gonzaga

Ma, a causa delle insistenze delle corte mantovana che doveva confermare la regolarità dell’unione, e per evitare imbarazzi dovuti alla lunga attesa, la data venne anticipata al 19 aprile. Il giorno successivo partì per Mantova il seguente messaggio: “Sabato a li 19 di questo lo ill.mo Duca se acompagnò con la ill.ma M.a vostra sorella: circha questo non scrivarò altra particularità per honestà”. Ma come si direbbe ai giorni nostri la comunicazione inviata alla corte dei Gonzaga era una fake news. La notte del 19 aprile nulla accadde tra Guidobaldo e Elisabetta e mai nulla accadde nelle notti a seguire. Il giovane, bello e innamorato Guidobaldo non riuscirà mai a congiungersi con Elisabetta. L’ultimo e l’unico maschio dei Montefeltro è impotente. Il Duca e la sua sposa, in accordo, manterranno il segreto per quindici anni. Elisabetta Gonzaga, innamorata e devota a suo marito non farà mai cenno con nessuno della sua impotenza, nemmeno con i suoi più stretti familiari. La sua solidarietà verso il marito non verrà mai meno. Il loro legame indissolubile sarà ammirato da tutti. La notizia del matrimonio mai consumato inizia però a trapelare e l’assenza di un erede fa avanzare l’idea a Papa Alessandro VI di annullare il matrimonio permettendo così a Elisabetta di risposarsi e invitando Guidobaldo a prendere i voti. La duchessa si oppose fortemente a questa richiesta e non volle sentire ragioni: non avrebbe mai e poi mai lasciato suo marito. Nel frattempo, il Duca Valentino stava occupando la Romagna, le città cadevano una dietro l’altra e Guidobaldo per salvarsi la fu costretto ad abbandonare in tutta fretta il ducato invaso da nord: non tornerà ad Urbino fino all’insediamento sul soglio pontificio di Papa Giulio II che reintegrò pienamente Guidobaldo dei suoi possessi. Elisabetta anche in quella circostanza seguì il marito nella fuga verso Venezia senza mai abbandonarlo. Una volta rientrati nel Ducato, nel 1505, i due sposi adottarono un figlio, Francesco Maria della Rovere, destinato a sposare Eleonora Gonzaga. Nell’aprile del 1508 Guidobaldo si ammalò e l’11 maggio di quell’anno morì a Fossombrone, lasciando Elisabetta sola. Si narra che a seguito della perdita del marito, la duchessa rimase chiusa in una stanza buia, illuminata dalla sola luce di una candela, senza mangiare per otto giorni. Non si risposò mai. Nel celebre ritratto di Elisabetta Gonzaga realizzato da Raffaello tra il 1504 e il 1505, il pallido e serioso viso di Elisabetta viene ritratto in un astratto staticismo e sulla fronte della duchessa risalta un gioiello da lenza in forma di scorpione. Secondo alcune fonti, questo monile sarebbe stato un monito destinato ad eventuali ammiratori, per scoraggiarli da qualunque proposito di corteggiamento. Per Elisabetta nessuno avrebbe mai potuto prendere il posto del suo Guidobaldo.

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P RIMO

PIANO

AUTUNNO CHE RISVEGLIA I SENSI

Ph: A. Tessadori

Un itinerario tra le meraviglie delle Marche in autunno

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di Fabrizio Cantori

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l ritmo circadiano dell’anno fa il suo corso, puntuale e inevitabile. L’estate cede il passo all’autunno. I costumi da bagno nell’armadio sono sostituiti dai maglioni e dalle giacche; i bicchieri di bibite gelate lasciano il posto alle tisane calde; il verde della natura muta in tutte le tonalità del rosso e dell’oro. C’è chi accoglie questi cambiamenti con gioia, chi rimpiange le giornate in spiaggia, ma quello che è certo è che nelle Marche l’inizio dell’autunno apre le porte a un’infinità di esperienze uniche e suggestive che faranno amare a chiunque questo periodo dell’anno. Tutti i sensi vengono coinvolti: i colori si accendono, i rumori si affievoliscono, l’aria si fa più fresca e i sapori più decisi. È quindi un vero e proprio itinerario sensoriale quello che si può organizzare nella nostra regione, godendo di tutte le manifestazioni dell’autunno. WHY MARCHE | 45


P RIMO

PIANO

IL ROSSO CHE ACCENDE LA NATURA

L’autunno è prima di tutto rosso. Il colore che colpisce più di ogni altro lo sguardo, è quello assunto nelle sue infinite sfumature dalle foglie degli alberi che iniziano ora a spogliarsi pudicamente della loro chioma. Le foglie cadono cullate dai primi venti fino a ricoprire il suolo con arabeschi degni di lussuosi arazzi antichi. È il momento ideale per godersi lunghe passeggiate immersi nella natura, scegliendo tra i tanti boschi che tappezzano le Marche. La grande faggeta di Canfaito, per esempio, è fotografata e visitata da turisti provenienti da tutta Italia, ammaliati dagli imponenti tronchi e dai rami nerboruti che pian piano si liberano del loro rivestimento cremisi. Non ci si rende nemmeno conto del tempo che passa, guidati dalla brezza che non è ancora vento gelido ma dolce campagna, in una camminata dove il silenzio è interrotto solo dal crepitio delle foglie sotto i piedi o dal chioccolare di un merlo. Il rosso è colore forte e passionale, capace di accendere gli animi ed inebriare. Così sono i prodotti dell’uva appena raccolta: dai freschi grappoli al robusto vino rosso, passando per il mosto usato per biscotti, ciambelle e sciroppi dolcissimi. Si tratta di specialità tipiche e rinomate delle Marche, esportate ovunque e che conservano ancora quel legame con la tradizione e le origini che è uno degli ingredienti della loro bontà. Alcuni dei paesi più caratteristici della regione ci fanno rivivere le atmosfere ataviche della nostra terra ospitando feste e sagre dedicate ai prodotti della vite, dando la possibilità di assaporare vini pregiati e cibi squisiti in un contesto fieramente popolare e tradizionale. Tra le innumerevoli altre citiamo la “Festa del Vi’ de Visciola” tra le stradine di San Paolo di Jesi, dove si viene letteralmente innaffiati col vino fragrante ricavato dalle piccole ciliege amaranto della visciola; o la “Festa della Sapa” a Rosora, borgo medievale nell’anconetano, che celebra questo dolcissimo sciroppo d’uva che si ottiene dal mosto appena pronto. L’odor de i vini richiama alla mente anche la festa di San Martino, quando “ogni mosto diventa vino”, resa immortale dai versi di Giosuè Carducci. C’è qualcosa di più caldo e rinfrancante dell’idea di gustare un vino novello di fronte al fuoco che scoppietta su cui cuociono le caldarroste appena raccolte, mentre fuori la nebbia a gl’irti colli piovigginando sale?

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Photos A. Tessadori

Le castagne sono anch’esse protagoniste dell’autunno marchigiano. In tutta la regione si susseguono molte feste a loro dedicate, come a Lunano, Montemonaco, Montefiore dell’Aso, Pievebovigliana e tanti altri. Raccogliere direttamente le castagne che si vogliono mangiare è una motivazione per immergersi nella natura tinta d’autunno, alla ricerca dei ricci lanuginosi che si schiudono rivelando il loro prezioso frutto. Un’attività perfetta anche da fare anche in compagnia dei bambini.

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P RIMO

PIANO

Photo P. Bolognini

MISTERI E TRADIZIONI D’AUTUNNO

Il rosso ardente sfuma con delicatezza nelle striature rosate di un altro prodotto della stagione autunnale esclusivamente marchigiano. Si tratta della mela dei Monti Sibillini, conosciuta fin dai tempi antichissimi (è citata persino dal grande poeta latino Orazio!) ma riscoperta e valorizzata in epoca recente per la sua unicità, oltre che per una coltivazione che non necessitando di particolari cure si presenta come naturalmente biologica. Ci sono tutti gli ingredienti per un’altra tappa del nostro itinerario: il Parco nazionale dei Monti Sibillini che ospita questi frutteti, dipinto dagli splendidi effetti del fall foliage tra il giallo-marroncino dei 48 | WHY MARCHE


castagni e il cremisi dell’acero, è il luogo ideale per fare trekking in un’atmosfera letteralmente magica. Tra queste rupi infatti sono nate leggende tramandate per secoli, di spiriti e divinità, con i responsi della Sibilla che dalla sua grotta sapeva piegare il tempo alla sua volontà. Anche i meno suggestionabili non possono fare a meno di cedere al fascino di queste antiche storie, soprattutto quando il sole si addormenta presto tra lembi di fuoco sotto la coltre dei monti e i grandi occhi dei gufi e degli allocchi che abitano i Sibillini spiano la notte. Un clima piacevolmente misterioso, perfetto per la ricorrenza di Halloween che movimenta l’autunno marchigiano in numerosissime feste di paese. Tra le più famose ricordiamo “La Festa delle Streghe” a Corinaldo, dove un esercito di fattucchiere, vampiri, zombie e altre creature dell’orrore passeggiano in splendidi costumi tra le ripide scale del paese e le sue vie, illuminate dal ghigno perfido delle zucche – altro squisito prodotto di stagione - sapientemente intagliate. Anche a Ostra si fa festa, senza staccarsi mai dalle arcaiche tradizioni.

Il piccolo borgo fortificato si anima nella “Notte degli Sprevengoli”, piccoli folletti che secondo la leggenda locale di notte saltavano perfidamente sull’addome delle povere vittime e le facevano svegliare di soprassalto. Nella piazza e lungo il corso i visitatori potranno ammirare, mentre gustano piatti tipici e ottimo vino rosso, sofisticati giochi di luci e tante altre elaborazioni creative a tema.

Photo A. Tessadori WHY MARCHE | 49


P RIMO

PIANO

LE GEMME DELLA TERRA

La tradizione, il riconoscersi nelle storie e nei modi di fare delle generazioni passate, sono aspetti della cultura marchigiana che si manifestano in autunno come in nessun altro periodo. In molti paesi la vendemmia è ancora fatta da gruppi di amici e parenti che si riuniscono con spirito di collaborazione. Si lavora la terra bruna e umida per prepararla al nuovo anno e si fa merenda con la crescia calda farcita con salumi e verdure. Una visione semplice e naturale della vita, non la povertà intesa come privazione, ma la valorizzazione delle cose genuine. Lo vediamo nei modi di essere delle persone, ma anche nei prodotti che si servono a tavola. Tra i tanti frutti che l’autunno sa regalare, spiccano i legumi che da sempre nutrono le famiglie anche nelle situazioni più difficili. Da cibo di emergenza, negli anni ceci, fagioli e lenticchie sono diventati piatti ricercati e apprezzati per le loro

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proprietà nutritive. “Leguminaria” ad Appignano è un evento di caratura nazionale che celebra questi piatti, accostando l’enogastronomia a rassegne culturali e artistiche, da godersi mentre si cammina come si fosse al Gran Bazar, rapiti tra le esposizioni di queste piccole gemme dai più disparati colori, inebriati dagli odori decisi e dal brusio della folla. Serra de’ Conti ospita invece la “Festa della Cicerchia”, un legume di antichissima origine, fondamentale per l’alimentazione di tante popolazioni povere grazie alla sua capacità di resistere alla siccità e alla carestia. Un’occasione, oltre che per gustare piatti ormai poco diffusi, anche per riflettere e salvaguardare dall’estinzione realtà produttive minori. Ma la terra in autunno, a fianco di questi prodotti “poveri”, nasconde anche sorprese nobili. È la stagione in cui ricoperti dal velluto morbido del terreno crescono i tartufi, fiore all’occhiello di ogni pranzo e cena tipicamente marchigiani. A chi non abbia la fortuna di avere un cane dall’olfatto sviluppatissimo ma voglia comunque godersi queste prelibatezze, basterà andare in uno dei tanti paesi visitati ogni anno da migliaia di persone da tutta la penisola. Pergola, Sant’Angelo in Vado e Acqualagna ospitano fiere ed eventi tematici con protagonista questa pepita d’oro bianco, il cui colore sembra voler indicare la sua aristocraticità, dall’odore penetrante e inconfondibile, che pizzica voluttuoso le narici.


LE ALTRE FACCE DELL’AUTUNNO

L’autunno nelle Marche è quindi, contro ogni stereotipo, una stagione da vivere all’aria aperta, a contatto con la natura più fitta e selvaggia dei boschi lungo i declivi delle montagne, godendosi l’atmosfera limpida e tersa, oppure passeggiando lungo le strade dei vecchi borghi, la cui architettura pare concepita per risaltare nell’atmosfera brumosa. Ma chi non può fare a meno del mare e delle spiagge avrà modo di scoprire che l’autunno sa regalare un modo diverso ma altrettanto coinvolgente per viverli. Finita la confusione delle vacanze estive, il litorale torna solitario e austero, la grancassa ideale per far risuonare la risacca del mare che si ingrossa. Enrico Ruggeri, soggiornando come ogni anno a Marotta per concedersi un po’ di riposo, scrisse proprio in questo periodo la canzone Mare d’inverno (il titolo non inganni, la composizione è settembrina), che esprime perfettamente la dolce malinconia del paesaggio marittimo in autunno.

Mare che d’altronde nelle Marche si abbraccia come in nessun altro luogo all’entroterra, lievitando leggermente nei tipici poggi o impennandosi in ripide scogliere. Per chi quindi non sapesse decidere, luoghi come il Parco del Monte Conero e quello del San Bartolo rappresentano un compromesso eccezionale che in pochi chilometri permette di passare da sentieri costellati dai colori del fall foliage, alla sabbia bagnata dalla risacca del mare. Ma l’autunno nelle Marche non è solo natura che incanta. Dopo la pausa estiva insieme alla routine riprendono anche i grandi appuntamenti culturali. Le stagioni teatrali iniziano proprio ora, e come ogni anno non c’è paese più o meno grande delle Marche che non proponga spettacoli che variano dalla grande tradizione lirica alle opere più sperimentali. Camminare con calma lungo un viale alberato che dal vermiglio sfuma all’ocra e al giallo ruggine fino ad arrivare per le vie di paese fino all’ingresso imponente di una sala teatrale, è un rito che vale già da solo il prezzo del biglietto. Come per i teatri, anche i musei sono una meta ideale per l’autunno, offrendo riparo per il corpo e per lo spirito col tepore e la lucentezza delle loro opere. Quest’anno in particolare le Marche da nord a sud ospitano mostre di rilevanza nazionale e internazionale, tra le quali spiccano quelle dedicate alle celebrazioni dei cinquecento anni dalla morte di Leonardo e Raffaello nella provincia di Pesaro e Urbino.

Insomma, questo autunno si prospetta tutt’altro che grigio, ma anzi colorato e vivo, pronto a regalare sorprese e gioie a chiunque decida di spenderlo passeggiando per le mille meraviglie che le Marche sanno offrire.

Photos A. Tessadori

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A NIMA

HERALD:

il gioco di carte jesino che ha conquistato tutti La figura dell’Araldo nel corso delle varie epoche storiche ha assunto ruoli e funzioni diverse. Nel Medioevo il suo compito era quello di funzionario del sovrano e dei grandi ordini cavallereschi. Oggi l’Araldo è anche un divertentissimo e appassionante gioco di carte. Herald infatti, traslitterazione in inglese del termine, è un gioco pensato e creato da Roberto Francia, proprietario della tabaccheria jesina “Nonsolofumo”, e Paola Carà, sociologa e collaboratrice presso la tabaccheria, entrambi grandi appassionati di giochi da tavolo e di carte.

H

erald è nato nel 2018 dalla voglia dei due ideatori di esprimere la loro creatività e le loro passioni, veicolandole attraverso quello che a loro parere è il modo più genuino e spensierato: il gioco. Cosa c’è infatti di più bello di riunirsi con amici o fare nuovi incontri attraverso gli stimoli e il divertimento che un gioco sa offrire? Un confronto diretto con gli altri, faccia a faccia, per evitare un appiattimento delle relazioni umane che è uno dei grandi rischi dell’attuale epoca digitale. Che il modo di pensare dei creatori di Herald non sia tradizionale ce lo conferma non solo la loro grande

passione, per nulla convenzionale per la filosofia quantistica, ma proprio il fatto di essersi messi in gioco in modo così deciso con questa loro idea. Creatività e intraprendenza, che come ci racconta Roberto sono state loro riconosciute dai tanti giocatori. “Quando il gioco ha iniziato a riscuotere successo – ci dice – a chi ci chiedeva chi fossero i creatori, rispondevamo che eravamo noi, ed è capitato di essere stati definiti dei folli, in senso buono ovviamente. D’altronde abbiamo sempre sentito come nostro il celebre motto di Steve Jobs ‘stay hungry, stay foolish’, e l’abbiamo messo in pratica!”. Roberto Francia, Chiara Paolucci Tipografia TJ e Paola Carà

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di Fabrizio Cantori Nel dettaglio, Herald è un gioco per due o più partecipanti basato su sessanta carte recanti varie figure che attingono all’immaginario medievale, ognuna con un suo valore e un simbolo tra oro, argento e bronzo. La partita è divisa in turni in cui ogni giocatore cala una carta sulla base della propria strategia e il vincitore prende tutte le carte messe a tavola. Il giro ricomincia fino all’esaurimento del mazzo e alla fine vince il giocatore che ha totalizzato più punti. Tra le varie figure rappresentate nelle carte ci sono per esempio il Pedone, la Catapulta, il Cavallo, il Re, la Regina e molti altri: ovviamente l’Araldo che dà il nome al gioco, carta importante che ubbidisce a regole proprie, ma che non è necessariamente la più forte. “Ci piaceva l’idea di creare un gioco in cui non ci fosse necessariamente una carta che prevalesse sulle altre – ci dice Paola – in modo da non inserire una gerarchia. Abbiamo scelto il Medioevo perché è un periodo che va al di là del tempo, è un immaginario pieno di fascino e magia. Inoltre siamo appassionati di scacchi, come si capisce dalle figure di molte carte. Ma volevamo scardinare il modo tradizionale di concepire alcune figure e regole delle carte: ecco quindi per esempio che la Regina vince sul Re, o che l’Araldo che si presupporrebbe carta più forte è sconfitto da un Mago che ha il valore

numerico più basso, cioè zero. Abbiamo attinto al vecchio, ma reinterpretandolo in chiave nuova.” Scelte che si sono rivelate sicuramente azzeccate visto il grandissimo successo che Herald sta riscuotendo, con persone di tutte le età che si riuniscono per giocare e la creazione di tornei dedicati. Ancora dalla voce di Paola: “Una delle soddisfazioni più grandi che ci sta dando questo gioco è che si sta creando una vera e propria comunità di appassionati che ormai si definiscono ‘heraldiani’ e ovviamente questo ci riempie di orgoglio. Così come è stato fantastico quando un signore di circa cinquant’anni ci ha confessato che in tutta la sua vita aveva sempre detestato giocare a carte, ma ora Herald ha conquistato anche lui!” “Un altro punto di forza del gioco è – conclude Roberto - che potremmo definirlo a km 0”. Herald è stato infatti concepito e realizzato a Jesi, con la collaborazione di un’artista locale che ha prestato il proprio talento nel disegno delle carte e stampato dalla tipografia New TJ di Jesi. Non solo, ma per la presentazione del gioco e come protagonista di un utile tutorial su internet è stata scelta una madrina d’eccezione, ovviamente jesina. Si tratta di Alice Bellagamba, famosa ballerina e attrice, che ha messo a disposizione il suo splendido

volto e la sua professionalità per la promozione del gioco di cui si è molto appassionata. I suoi ideatori, infine, hanno posto un’attenzione particolare all’ambiente con la scelta di una scatola realizzata in cartone riciclato. Una lunga serie di scelte vincenti basate sulla voglia di riunire e far sorridere le persone, stimolandole a mettere in campo le loro abilità strategiche e un sano senso di competizione. Non per nulla il motto scelto per il gioco è “Ti piace la sfida? Gioca con Herald”. Il guanto della sfida per ora è stato raccolto da tantissime persone, che continuano ad aumentare. Paola e Roberto preannunciano già di avere altre idee per la testa, la loro dose di sana follia non si è di certo esaurita e quindi in futuro ci stupiranno con nuove creazioni. Ma per ora si godono il successo del loro Herald.

Il gioco è disponibile presso la tabaccheria “Nonsolofumo” in Via Fausto Coppi, 39 - Jesi (AN) Contatti E-mail: Karacaiman@libero.it Facebook: Herald Instagram: kara.caiman Telefono: 3714946878 Tra i punti vendita che hanno accolto l’iniziativa: Carlo Lancioni di Emporio Pacenti, Corso 2 giugno, 101 – Senigallia (AN) Andrea Valla di Dadi e Mattoncini, Corso Stamira, 55 – Ancona (An) Laura Loccioni di KIRIKÙ, Piazza della Repubblica, 2 - Jesi (An) WHY MARCHE | 53


M ENTE

LA QUADRILATERO E LA NATURA LUNGO UN ASSE VIARIO INCOMPIUTO La Gola della Rossa

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P

ercorro ancora una volta, in questi giorni di ottobre, il tratto Fabriano-Senigallia, mentre stando ai giornali imperversa la crisi delle ditte appaltatrici e subappaltatrici mettendo a rischio il Fondo Salva Imprese promosso per il rilancio dell’edilizia pubblica (anche marchigiana). Appena imboccata la superstrada i pendii delle alture rendono l’aria ombrosa e fresca fino all’imbocco della prima galleria preceduta dalle superfici catarifrangenti. Tra l’Umbria boschiva di San Francesco e le Marche collinari dei monaci silvestrini, domenicani e camaldolesi, fino alla distesa del mare Adriatico che divide il Paese dall’Europa dell’est, il taglio obliquo della statale collega questa Italia di mezzo immersa in un’infinita pastoia burocratica. Il raddoppio della SS76 quasi concluso nella Provincia di Perugia, procede a fatica costeggiando il fianco di Fossato di Vico, un paese antichissimo con resti monumentali


di Alessandro Moscè di stile romanico lungo la via Flaminia di una volta, e la terrazza a forma di galea di Serra San Quirico, che fu un presidio etrusco e piceno fortificato dallo Stato Pontificio. La moderna rete viaria non è stata completata a partire dal confine esatto delle regioni. Entrati nelle Marche si viaggia ancora a due corsie: carreggiate strette, svincoli e curve a gomito, nessuna corsia di emergenza, poche piazzole di sosta (solo a destra provenendo da Ancona), gallerie in serie e limiti di velocità non rispettati. E’ incredibile il mutamento della natura nel raggio di così pochi chilometri. Qui la terra è scavata ed emerge dal pietrisco spezzato, dagli ossidi di ferro, da un composto rossiccio, argilloso, rilasciato in superficie dalle cavità. Solo raramente si vedono pale meccaniche, escavatrici, ruspe. Il lavoro non procede a tempo pieno. In alto, parallelamente a Borgo Tufico, le piante e gli alberi (aceri di monte, carpini, roverelle) fioriscono dalla profondità del suolo, mentre di lato le paratie e il guardrail provvisorio di un tratto di strada, nonché i capanni prefabbricati, più che dispositivi di sicurezza sembrano un segno di invadenza nella zona archeologica che respira di passato (III secolo d.C.). In centinaia di anni, nell’alveo dei fiumi e nei dintorni, sono stati trovati, sorprendentemente, ritratti bronzei, reperti epigrafici, parti di strutture edificate, una stele cuspidata, basi di capitelli. Il torrente Giano confluisce nell’Esino a valle, in un silenzio inattaccabile quanto invisibile, mentre proseguendo si arriva a Genga, nel territorio chiuso ed elevato, dall’aspetto preistorico, nello scenario della Gola della Rossa: un nudo paesaggio arcaico in cui la bellezza e il mistero del sotto piano hanno originato le grotte ipogee di Frasassi, le più belle d’Europa. Il progresso del Duemila abbatte le vecchie costruzioni e i piloni. E’ rimasto un ammasso scomposto di ponti e viadotti ormai inutilizzati, armature, cavi e tubazioni che spuntano ovunque e metalli lasciati sull’asfalto raggrinzito. Il profilo delle gallerie da innestare è l’involucro del nuovo corso che dovrebbe incidere un rettilineo

L’eremo di S. Maria di Grottafucile

togliendo spazio all’altopiano. Se lo sguardo si proietta nella dimensione carsica, la materia di cemento e catrame fa un certo effetto. La linea aerea di speroni naturalistici contrasta con la sostanza creata dalla mano dell’uomo per facilitare i commerci, per accorciare i tempi di percorrenza da un luogo all’altro. Non so se da queste parti si avvistano ancora l’aquila reale e il gheppio con le ali a ventaglio. La roccia è la genga (un’arenaria porosa, friabile, giallastra), la stessa nominata dal grande urbinate Paolo Volponi nel romanzo La strada per Roma (Einaudi 1991) che vinse il Premio Strega. Dall’uscita Apiro-Mergo fino a Maiolati, Cupramontana e Jesi, le sommità si abbassano e il dissodamento delle selve ha favorito la coltura dei vitigni per la produzione del Verdicchio. L’ambiente offre un’infinità di varianti geologiche e vegetali, superiori a quelle presenti nelle carte planimetriche dei tecnici che hanno approntato il progetto esecutivo della ormai tristemente nota Quadrilatero, “società pubblica di progetto volta alla realizzazione dell’infrastruttura viaria integrata alla realtà economica ed industriale del territorio umbro-marchigiano”, leggo testualmente. Dopo un ritardo decennale, questa terra parla, si fa sentire, è una voce sibillina sparsa nei cantieri deserti per gran parte del giorno. Lo fa attraverso il cemento, il marmo, la calce, i minerali, la ghiaia, la sabbia, la torba, il bitume. Uno strato dopo l’altro di materia è scorporata dalla sua millenaria disposizione, da morfologie sommitali rimaste intatte nonostante le piogge, le alluvioni, i terremoti, le fenditure nella roccia. Si continuerà a scavare tra poggi e pendenze, tra terreni erosi e coperture arboree. “Solleva la natura, Dio è sotto”, diceva Victor Hugo. Il patrimonio ambientale lascerà il posto alla necessità di snellire il traffico degli autoarticolati e dei tir, ma nessuno potrà intaccare l’unicità del subappennino anconetano, specie le meravigliose concrezioni e stratificazioni delle grotte e il parco incastonato in un’area protetta, dove l’eremo di Grottafucile sembra già un presagio spirituale ordito dagli ordini religiosi. Senza tempo e senza transazioni. WHY MARCHE | 55


M ENTE

FIR:

FONDO INDENNIZZO RISPARMIATORI

La legge di bilancio (legge n.145 del 30 dicembre 2018) ha istituito presso il ministero dell’Economia e delle Finanze il Fondo Indennizzo Risparmiatori (FIR). Il fondo, con una dotazione di 525 milioni l’anno dal 2019 al 2021, è stato istituito allo scopo di erogare indennizzi a favore dei risparmiatori che hanno subito un danno ingiusto da parte delle banche cadute in default per la violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza. La legge di bilancio aveva previsto tempi molto stretti per l’emanazione dei decreti attuativi, ma in realtà l’ultimo decreto, che ha dato definitiva attuazione al fondo, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale soltanto in data 21 agosto 2019 (G.U. 195). L’intervento interessa le banche poste in liquidazione coatta amministrativa dopo il 16 novembre 2015 e prima del 1° gennaio 2018, ossia: Banca Etruria, Banca delle Marche, Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti, Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca Popolare di Vicenza , Veneto Banca nonchè le loro controllate. In particolare, per la nostra regione, gli istituti bancari maggiormente coinvolti sono in primis Banca delle Marche, seguita da Veneto Banca e da Banca Etruria. Sono state stanziate risorse per 525 milioni di euro l’anno fino al 2021. I titoli indennizzabili sono azioni ed obbligazioni subordinate emesse dalle banche sopra indicate; la percentuale che verrà liquidata è diversa a seconda che si parli di azioni o di obbligazioni subordinate: 30% del prezzo di acquisto per le azioni - 95% del prezzo di acquisto per le obbligazioni subordinate, in entrambi i casi nel limite massimo di € 100.000. Possono accedere al fondo i seguenti soggetti, purché in possesso degli strumenti finanziari alla data della messa in liquidazione della banca: • Persone fisiche; • Imprenditori individuali anche agricoli o coltivatori diretti; • Organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale; • Microimprese (con meno di 10 dipendenti e fatturato annuo o bilancio non superiore a 2 milioni di euro). Possono inoltre accedere i successori mortis causa dei soggetti di cui sopra o i familiari che abbiano acquisito le azioni o le obbligazioni con atto di trasferimento tra vivi dopo la data di provvedimento di messa in liquidazione e che successivamente hanno continuato a detenere gli stessi strumenti finanziari. La legge definisce compiutamente

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il significato della parola “familiari”, con cui si intendono: coniuge, soggetto legato da unione civile, convivente more uxorio o di fatto, parenti entro il 2° grado. Saranno soddisfatti secondo una procedura semplificata e prioritaria gli aventi diritto in possesso di uno dei seguenti requisiti: • Reddito complessivo 2018 ai fini IRPEF non superiore a 35.000 euro (escluse eventuali prestazioni di previdenza complementare); • Patrimonio mobiliare al 31/12/2018 non superiore a 100.000 euro, escludendo eventuali polizze assicurative. Inoltre verrà data comunque precedenza ai pagamenti di indennizzi di importo non superiore ad € 50.000. La domanda potrà essere presentata anche da chi non è in possesso dei requisiti sopra indicati, ma, oltre ad essere soddisfatti in via secondaria, avranno un onere aggiuntivo, ossia dovranno allegare documentazione che attesti la violazione, da parte della banca, degli obblighi di trasparenza e correttezza previsti dal TUF a tutela degli investitori. La domanda potrà essere presentata entro il termine di 180 giorni a partire dal 22 agosto 2019, esclusivamente in via telematica, accedendo al sito internet fondoindennizzorisparmiatori.consap.it. Per quanto concerne le tempistiche dei rimborsi, la normativa non prevede un termine specifico, limitandosi ad enunciare che i pagamenti verranno effettuati “con la massima celerità”, attraverso bonifico bancario o postale e secondo i piani di riparto approvati dalla Commissione tecnica nominata dal MEF, ma comunque entro i limiti della dotazione finanziaria del Fondo e fino all’esaurimento delle risorse disponibili. E’ fondamentale ricordare che al FIR non possono accedere i possessori di obbligazioni subordinate emesse dalle banche sopra indicate che abbiano già ricevuto il rimborso forfettario dell’80% tra il 2016 ed il 2017. Per tali soggetti è invece possibile presentare richiesta di integrazione del restante 15% al Fondo Interbancario di Tutela dei depositi. Per i risparmiatori interessati, l’invito è quello di verificare in via prioritaria il possesso di uno dei due requisiti che permettono di accedere alla procedura semplificata, ossia reddito complessivo 2018 non superiore ad € 35.000 o patrimonio mobiliare non superiore ad € 100.000, ricordando che questo secondo requisito dovrà essere documentato con la DSU ( sarà dunque necessario presentare l’ISEE). Al momento dell’inserimento della domanda non è necessario allegare la documentazione attestante la presenza di tali requisiti, ma è previsto dalla normativa che l’Agenzia delle Entrate o altri soggetti deputati possano effettuare verifiche, pertanto è necessario che coloro che presentano la domanda di indennizzo conservino tutta la documentazione in originale ai fini di eventuali controlli. Loredana Baldi Adiconsum Marche

www.adiconsummarche.it marche@adiconsum.it

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P ERCHÉ

LA VIA DIGITALE PER IL FUTURO DEL TURISMO

Il digitale sta rapidamente trasformando anche il turismo, come tutti gli altri settori. Se infatti ogni anno sono sempre più numerosi i vacanzieri che effettuano prenotazioni online: ci sono anche numerose persone che decidono la destinazione cercando informazioni in rete, a prescindere dal metodo di prenotazione. Il viaggiatore cerca esperienza. È un esploratore alla ricerca della migliore esperienza da vivere durante il viaggio. Le nuove tecnologie in tutto questo svolgono un ruolo importante. È come se infatti in qualche modo facessero anticipare il viaggio, anche se in maniera digitale, per poi passare alla condivisione diretta grazie ai dispositivi mobili e ai social, uno tra tutti Instagram. Il viaggio diventa così sempre più esperienza immersiva da ricordare e condividere. In questo processo di innovazione tutte le aziende della filiera turistica sono chiamate a soddisfare i desideri dei loro clienti, sempre più particolari, anticipando le loro esigenze per rimanere competitivi e al passo con la tecnologia.

O

sservatorio Digitale del Turismo delle Marche, per ora l’unico in Italia, voluto dalla Regione Marche e realizzato dal Social Media Team della Fondazione Marche Cultura nasce con l’obiettivo di conoscere lo stato di salute dell’alfabetizzazione del settore turistico della regione. L’oggetto dell’analisi sono stati in particolare i siti Internet con numero di visitatori, traduzione lingue, link a social e protocollo di sicurezza; le attività di social media marketing: per Facebook, Instagram, Twitter, sono stati valutati numero di follower, engagement e contenuti pubblicati. Per YouTube, invece, prevale il numero di visualizzazioni e numero di iscritti al canale. In totale l’indagine ha riguardato oltre 20.000 dati che sono stati raccolti, analizzati, aggregati e confrontati con relative percentuali. I dati per i siti fanno riferimento all’arco temporale tra agosto 2018 e luglio 2019, mentre quelli per i social agli ultimi 90 giorni (24 aprile – 22 luglio 2019).

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di Raffaella Scortichini

40% dei comuni marchigiani ha un sito dedicato al turismo 80% degli alberghi ha un sito internet 75% il 75% una pagina Facebook

Photos A. Tessaori

Numana

È Numana il Comune con la migliore attività digitale per il turismo delle Marche. Seguono San Benedetto del Tronto e Sirolo. Più in generale il 40% dei comuni marchigiani ha un sito dedicato al turismo, l’80% degli alberghi ha un sito internet e il 75% una pagina Facebook. Sono solo alcuni dei dati del neonato Osservatorio Digitale dedicato al sistema del turismo. L’intento è valorizzare tutti i soggetti del sistema turistico regionale e creare le condizioni affinché tutti concorrano alla creazione di una community che insieme posizioni un solo brand e valori comuni. Allo stesso tempo, con questo sistema, saranno messi a disposizione del settore e condivisi strumenti, numeri, dati, analisi e confronti che possano aiutare tutti a rendere migliore la loro comunicazione e la loro presenza sul web, sapendo quanto questa sia determinante oggi e sempre di più lo sarà per il settore. Attraverso le classifiche e le premiazioni programmate, si creerà inoltre una sana concorrenza tra le attività, per stimolare il raggiungimento di risultati sempre più importanti ed utili al sistema e per gratificare l’enorme sacrificio di chi gestisce a regola d’arte le attività digitali.

San Benedetto del Tronto

“L’obiettivo – ha spiegato il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli - è utilizzare sempre di più quegli strumenti che poi orientano i cittadini nella scelta quando devono fare un viaggio o organizzare le proprie ferie. Sempre più turisti optano per una vacanza tutta “digitale” ed essere presenti nella rete significa essere più attraenti. Attraverso l’osservatorio si vuole quindi dare uno stimolo ad una tendenza che è già in atto: massima attenzione alla rete da parte degli operatori, ma anche da parte di tutti quei soggetti che possono in diverse forme promuovere il territorio”. “Un momento importante - ha detto l’assessore regionale al Turismo Moreno Pieroni - sia perché siamo i primi in Italia ad aver creato un osservatorio di questo tipo, sia perché è un piacere dare un riconoscimento agli sforzi di tanti enti e imprenditori. La Regione Marche da parte sua è sempre al lavoro ed entro febbraio approveremo in Consiglio regionale il nuovo Testo Unico per il turismo marchigiano che è fermo a 15 anni fa. Questo provvedimento contribuisce a creare quel connubio essenziale tra la parte pubblica turistica e la ricettività privata”.

Sirolo WHY MARCHE | 59


P E R C H ÉÈ

“L’Osservatorio Digitale – ha concluso il presidente della Fondazione Marche Cultura Francesca Petrini - evidenzia un primato social della nostra regione in fatto di turismo e offre anche numerosi elementi di riflessione per migliorare l’attuale livello di alfabetizzazione digitale del sistema turistico regionale, oggi indispensabile leva di sviluppo. È un utile strumento anche per tutti i soggetti del sistema turistico perché possano trarre vantaggio dalla creazione di una ampia community capace di riconoscere nel brand Marche un valore fortemente identitario, espressione di un territorio straordinariamente variegato.” L’osservatorio ha analizzato: 228 comuni delle Marche, 74 operatori turistici iscritti nella Banca dati regionale come Otim e Catim, GAL, parchi, terme e consorzi, 400 attività

Le nuove abitudini del turista digitale Ecco le cifre più importanti sul comportamento del turista digitale:

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l’86% usa almeno un’app durante il viaggio creando nuove opportunità di engagement; l’86% utilizza la rete per prenotare; l’83% per cercare informazioni; il 36% per scrivere una recensione; il 33% condivide l’esperienza online alla fine del viaggio.

Tutti gli operatori della ricettività sono chiamati ad aver una presenza online a 360° in modo che la struttura aumenti le probabilità di visibilità al turista in cerca di informazioni sulla sua prossima destinazione. Quindi non è importante avere solo il sito web, ma essere sui social network, vedi Instagram soprattutto. Infine, si dovrà garantire al cliente un’esperienza digitale sicura e affidabile sia per i pagamenti digitali sia per la tutela online dei dati personali. Può sembrare tutto scontato, perché buona parte degli operatori turistici pensa di essere al passo con Internet e con i cambiamenti dei comportamenti del turista digitale. Invece spesso il sito web delle strutture ricettive non è navigabile da mobile (responsive), i profili sui social network sono stati aperti e poi abbandonati, non si risponde alle recensioni sui portali, a volte nemmeno le informazioni sulla struttura nella scheda Google My Business sono accurate.

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web e social delle Pro-Loco, Eventi nelle Marche, 1930 attività ricettive presenti nell’anagrafica della Regione Marche aggiornata al 26 luglio 2019 e specificatamente residence turistici, alberghi, campeggi, villaggi turistici, agriturismi, country house. Chiamati in causa anche 50 comuni più grandi per numero di abitanti d’Italia, della Regione Emilia Romagna, Abruzzo ed Umbria per un giusto confronto con le Marche. Oggetto di analisi sono stati in particolare i siti internet con numero visitatori, tradizione lingue, link ai social e protocollo sicurezza; le attività di social media marketing: per Facebook, Instagram e Twitter numero follower, engagement e contenuti pubblicati, per Youtube numero visualizzazioni e numero iscritti al canale.

Risultati più significativi dell’analisi dell’Osservatorio Digitale del Turismo: Enti Pubblici

È del 40% la percentuale di comuni che hanno un sito internet dedicato al turismo. Il 62% se prendiamo in considerazione i primi 50 comuni per numero di abitanti. Percentuale superiore alla media nazionale del 60%, del 52% della Regione Umbria, del 44% dell’Emilia Romagna e del 32% dell’Abruzzo. Dei 91 comuni con un sito internet dedicato al turismo, sono 35 (38,5%) quelli che lo hanno tradotto in lingua straniera. La lingua inglese in tutti i casi ma solo 5 in tedesco, 2 in spagnolo e russo ed uno in olandese e francese. Complessivamente i siti dei comuni vengono visitati da 2.493 utenti al mese (sono 46 mila quelli del sito ufficiale del turismo della Regione Marche e 35 mila quelli del blog). Tra le attività di Social Media Marketing, Facebook è l’attività più diffusa per il 26% dei comuni, il 16% utilizza Instagram, il 9% ha un account Twitter e solo il 5% un canale Youtube. Anche per i social il confronto con la media nazionale e le altre regioni, considerando i primi 50 comuni per numero di abitanti, vede le Marche in una posizione di eccellenza. Specificatamente Facebook nelle Marche è presente per il 56% dei comuni, 42% in Emilia Romagna, 32% in Abruzzo, 30% in Umbria. Su Instagram abbiamo il 40% dei comuni delle Marche stessa percentuali dell’Emilia Romagna contro il 22% dell’Abruzzo ed il 20% dell’Umbria. Gli account


Twitter sono attivi per il 26% dei comuni marchigiani, 28% in Emilia Romagna, 16% in Umbria, 4% in Abruzzo. Infine hanno un canale Youtube il 18% dei comuni delle Marche, meno del 26% dell’Emilia Romagna, ma dato migliore del 14% dell’Umbria e del 6% dell’Abruzzo. Particolarmente importante il dato delle Pro-loco, soprattutto presenti nelle attività social (ben 183 hanno una fan page Facebook) che svolgono, soprattutto per i piccoli comuni, un lavoro “in sostituzione” delle P.A. seppure con valori e qualità non sempre significative sia in termini quantitativi che qualitativi.

Strutture Ricettive

Per le attività ricettive il dato differisce notevolmente secondo la tipologia e le stelle che ne differiscono il livello dei servizi offerti. Complessivamente l’80% hanno un sito internet ma sono il 100% se prendiamo in considerazione i 5 e 4 stelle. Ben il 75% hanno una pagina Facebook, con i villaggi turistici che eccellono con il 94%, mentre in coda ci sono gli agriturismi con il 64%. Il 40% delle strutture hanno un account Instagram, il 18% Twitter ed il 15% Youtube. Se prendiamo in considerazione i siti tradotti in lingua straniera dobbiamo segnalare che il 51,6% sono tradotti in inglese, il 21,5% in tedesco, il 12,4% in francese, il 4,1% in olandese, il 3,5% in russo e con percentuali minori le altre lingue tra cui lo spagnolo ed il cinese. Il metodo adottato per individuare e selezionare le attività oggetto delle analisi dell’Osservatorio Digitale del Turismo parte dall’individuazione, attraverso il motore di ricerca Google, del sito istituzionale e di quello dedicato al turismo. Per le attività di Social Media Marketing, se nel sito sono presenti link si prende in considerazione questa fonte. Se non sono presenti, si verifica per ogni social, se ne esistano e si selezionano solo quelli che hanno riportato la dicitura “ufficiale” o se palesemente riconducibili al soggetto da analizzare. Vengono escluse eventuali attività riferibili ufficialmente al comune ma che non sono esclusivamente dedicate al turismo, come ad esempio account, pagine e canali istituzionali che pubblicano informazioni di servizio per il cittadino. Presi in considerazione, in alcuni rari casi, account

dedicati congiuntamente a turismo e cultura. I dati rilevati per ogni attività sono tratti, oltre che direttamente dalle attività analizzate, da SemRush, strumento di analytics riconosciuto dalla comunità digitale come il più importante ed attendibile nel settore.

Trend digitali da non sottovalutare • • •

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Tecnologie digitali: mobile payment, realtà aumentata, domotica. Sostenibilità: attenzione per la responsabilità ambientale, privilegiando pratiche green, pacchetti di viaggio responsabile. Turismo slow: a braccetto con la sostenibilità e il rispetto del territorio, si privilegiano viaggi lenti ai viaggi i mordi e fuggi in località remote lontane dal turismo di massa, vedi i cammini. Food tourism: l’elevata riconoscibilità di determinate eccellenze enogastronomiche generano forte attrazione nei luoghi. Pratiche di Sharing: la sharing economy, ovvero l’economia della condivisione, innalza la qualità del servizio abbassandone il costo. Un esempio il bikenbike, il marketplace dedicato al cicloturismo che mette in contatto chi cerca un’esperienza in bici con chi l’organizza. Millennials e EasyJet Generation: parliamo dei giovani dai 18 ai 35 figli della BabyBoomers, una generazione caratterizzata da atteggiamenti narcisisti e abituata ad ottenere ciò che vuole con buona disponibilità economica. Acquista con facilità pacchetti low cost, risparmia sul costo del volo per poi investire di più sull’esperienza. Legge recensioni, compara velocemente prezzi/offerte, cura blog di viaggi, condivide velocemente foto e commenti. Incoming asiatico: è il turista cinese/russo, cliente top amante della cultura artistica e culinaria, pretendono un soggiorno ad altissimo livello.

Photos A. Tessaori

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A NIMA

Lo SPETTRO di BROCKEN sui Sibillini O Non stiamo per raccontarvi una leggenda, un’apparizione sovrannaturale ed eventi inspiegabili legati ai monti della Sibilla, ma un fenomeno ottico particolare e raro che la fotografa naturalista amatoriale Monica Capretti, con un po’ di fortuna e un’ottima conoscenza della montagna, è riuscita a fotografare e che ora sta facendo il giro del web.

Monica Capretti - Ph. Carradorini

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sservando la foto si può credere davvero che la fotografa abbia colto il passaggio di una strana presenza o che sia riuscita a ricrearla con effetti o filtri particolari. Non è così. Lo spettro di Brocken, o Gloria solare, è un fenomeno del tutto naturale che si presenta come una grande sagoma indefinita e nera, che altro non è che l’ombra dell’osservatore, o in questo caso, del fotografo, circondata da un’aureola simile all’arcobaleno. Il fenomeno è raro e difficilmente osservabile perché si verifica solo in determinate condizioni: il sole deve essere piuttosto basso e alle spalle dell’osservatore che deve trovarsi al limite superiore delle nebbie o nubi con il sovrastante cielo terso. Solo così il sole può proiettare l’ombra ingrandita dell’osservatore contro la “tela” di nubi. L’ingrandimento dell’ombra che l’osservatore percepisce è un’illusione causata dal fatto che la superficie delle nuvole


di Silvia Brunori

Photo Monica Capretti

relativamente vicine viene giudicata alla stessa distanza degli oggetti al suolo visibili negli squarci tra le nubi, in realtà molto più lontani. La Gloria o arco di Brocken ha una formazione affine a quella di un qualsiasi arcobaleno e deriva dalla diffrazione della luce solare ad opera delle gocce d’acqua. La differenza risiede nella diversa dimensione delle gocce d’acqua: piuttosto notevole quelle della pioggia che genera un arcobaleno, molto piccole nel caso della Gloria. La dimensione angolare è molto inferiore a quella di un normale arcobaleno, compresa tra 5° e 20° a seconda della dimensione delle goccioline. I colori risultano più saturi quanto più grandi sono le gocce d’acqua mentre con le gocce piccole i colori tendono a svanire e si avvicinano al bianco. Il nome di questo particolare effetto ottico deriva dal monte Brocken (1141 m), la più alta vetta della catena dell’Harz, nella Germania settentrionale, dove il fenomeno è

stato osservato più volte in quanto la zona è particolarmente nebbiosa. Lo spettro è osservabile solo in quota, in alta montagna o, più spesso, in volo, quando un aereo si muove al di sopra delle nuvole proiettando su di esse la propria ombra, circondata anche in questo caso dall’arcobaleno circolare. Mai nessuno fino allo scorso mese era però riuscito a catturare l’immagine di questo fenomeno nei Sibillini. Monica Capretti, giovane civitanovese appassionata di fotografia naturalistica e frequentatrice abituale delle nostre montagne, da qualche anno cerca di immortalare con la sua macchina le meraviglie che solo la natura può donarci. Il 5 settembre scorso durante un’escursione in compagnia di Gianluca Carradorini, uno dei massimi esperti dei Sibillini, ha avuto l’occasione di catturare la sua ombra all’interno della Gloria. Quel giorno, dopo aver raggiunto la vetta del Monte Acuto, i due escursionisti si sono diretti verso il sentiero che da Pizzo Tre Vescovi

porta a Forcella Angagnola notando che, verso la zona di nebbia, vi era un accenno dello spettro di Brocken con un arco dai toni molto deboli. Arrivati sulla cima del Pizzo Tre Vescovi, il sole era coperto dalle nuvole, condizione che impedisce il ripresentarsi dello spettro. Per il ritorno, invece di prendere per il versante nord, più rapido, hanno preferito seguire il sentiero a sud, più lungo, ma ancora coperto da nebbia pensando che se il sole fosse uscito, avrebbero forse rivisto più chiaramente lo spettro. Così è andata. Verso le 17.20, con il sole al tramonto, Monica Capretti è riuscita a scattare l’immagine perfetta con uno spettro ben definito e una Gloria dai colori sgargianti. I pochi che hanno potuto assistere dal vivo al fenomeno raccontano di aver vissuto un’esperienza straordinaria, quasi mistica. Noi non possiamo che ringraziare Monica per averci fatto conoscere questo fenomeno naturale che ancora una volta stupisce di quanto sconosciuta, misteriosa e grande sia la natura da cui siamo circondati. WHY MARCHE | 63


A NIMA

OVVERO LA PAGINA FACEBOOK CHE “BRUGIA L’ARIA” Ci sono tanti modi per raccontare uno stesso soggetto: serioso o scherzoso, dettagliato o superficiale, tecnico o popolare. Quando il soggetto è la nostra terra, le Marche, unica tra le venti regioni italiane al plurale, sembra d’obbligo mescolare tutti questi metodi, per creare un mix che rifletta anche le tante sfaccettature del nostro territorio e di chi lo abita. Ma c’è anche un altro modo molto particolare di raccontare qualcosa: raccontare chi lo racconta. Metatestualità allo stato puro, che è quello che abbiamo deciso di fare noi di “Why Marche” con SeiMarchigianoSe, la notissima pagina di Facebook ideata da Igor Cruciani, professionista nel settore dei prototipi e noto organizzatore di eventi marchigiani da quindici anni.

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A

bbiamo parlato proprio col suo fondatore, chiedendogli come è nata questa idea. “La pagina è stata creata ufficialmente il 28 agosto del 2013. L’idea è nata da una semplice associazione di pensieri: io sono di Camerano, e quando parlo si sente! Mia moglie invece è maceratese doc, e tutte le “u” che mette nelle parole non lasciano dubbi. Mi ha sempre colpito molto come a poche decine di chilometri di distanza due modi di parlare possano cambiare. E se giri per le Marche questo succede di continuo. In base a questo ho pensato di creare un luogo virtuale in cui poter raggruppare tutti questi dialetti e usarli per parlare della nostra splendida regione, di cui ovviamente sono innamorato.” E infatti scorrendo tra i vari post della pagina la prima cosa che salta all’occhio è proprio il lessico e la sintassi usati da Igor nei suoi post: rigorosamente ed esclusivamente dialettali. Prendendo ad esempio uno dei più recenti, abbiamo un semplice balloon fumettistico che recita “So carico a pallettoni”, accompagnato dalla didascalia “Oppure... brugio l’aria”. Un modo assolutamente marchigiano di esprimere energia! Dialetto e ironia sono le basi su cui si poggia da sempre la pagina. “Il mio obiettivo – continua Igor – è quello di regalare cinque minuti di serenità a


di Fabrizio Cantori

chi nel tempo libero scrolla lo schermo del cellulare guardando questa pagina. L’unica regola che mi sono sempre posto e imposto a chi ne fruisce, è di lasciare fuori argomenti troppo seriosi e soprattutto di non ‘buttarla in cagiara’ parlando di politica sfogando la propria rabbia. Questa pagina deve essere una piccola oasi per i marchigiani per farli sorridere e star bene, concentrandoci su quanto di bello la nostra terra ci regala ogni giorno”. I post di SeiMarchigianoSe infatti, oltre alla peculiare cifra stilistica vernacolare, sanno anche essere utili per ricordare o scoprire tanti aspetti noti e meno noti delle Marche. Foto di paesaggi, promozione di eventi, foto e ricette di piatti tradizionali, sono solo alcuni tra i tanti temi che quasi quotidianamente possono comparire su Facebook a chiunque segua la pagina. La formula di Igor, tanto patriottica quanto originale e spiritosa, ha reso la pagina incredibilmente popolare. Nel momento in cui scriviamo i follower sono più di 98.300. Un altro dei motivi di questo successo

è da ricercarsi non solo tra i tanti marchigiani residenti nella regione a cui piace tenersi aggiornati e divertirsi con elementi tipici della propria terra, ma anche in tutti quelli che per scelta o necessità si sono dovuti trasferire e sentono la mancanza delle proprie radici. “Una delle soddisfazioni più grandi che mi dà questa pagina – ci confessa Igor – è proprio quella di essere contattato spessissimo da chi risiede in altre regioni o addirittura in altri stati, ringraziandomi per farli sentire molto meno lontani da casa”. A conferma di ciò, un post recente condivide una foto di un fan fuori sede che immortala una tavola imbandita con ciauscoli, olive ascolane, vini marchigiani e l’immancabile Varnelli. Come si sa da cosa nasce cosa, e infatti al successo della pagina Facebook è seguita anche una speculare pagina su Instagram e il sito internet seimarchigianose.it, creato da circa sei mesi e che ha un taglio più serioso: qui Igor propone idee per itinerari nelle più belle località marchigiane, scrive articoli sul territorio e segnala ricette

tradizionali. Afferma: “Con il crescere della pagina mi sono trovato a essere contattato spesso dai turisti per sapere dove andare e cosa fare una volta nelle Marche. Mi sono sempre messo in gioco in prima persona per aiutare le persone a scegliere i luoghi che reputavo migliori e sono molto felice del riscontro positivo che ho avuto. Finito il loro tour i visitatori mi hanno sempre ringraziato, anche pubblicamente, per i miei consigli. Inoltre posso dire che anche per me, che pure lavoro e conosco il territorio da una vita, questo impegno mi ha portato a scoprirlo ancora più in profondità e quindi ad amarlo sempre di più.” C’è un ultimo aneddoto che Igor ci tiene a raccontare: “Sai qual è la cosa più divertente? Io che lavoro così tanto col territorio marchigiano, in realtà sono nato a Cosenza! Ma mi sono trasferito a Camerano da piccolo, quando avevo appena due anni. Quindi non voglio sentire storie, sono e mi sento marchigiano al cento per cento!” E a giudicare dalla passione che dedica nel raccontare le Marche, nessuno avrà da ridire. WHY MARCHE | 65


S PIRITO

AMERIGO VESPUCCI

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di Raffaella Scortichini

SIGNORA DEI MARI, UN REGALO ALLA CITTÀ DI ANCONA E ALLE MARCHE A distanza di soli tre anni di nuovo il suo approdo nella città dorica a sottolineare una ricorrenza di indiscusso valore storico religioso per tutto il territorio marchigiano.

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S PIRITO “Non chi comincia ma quel che persevera”: è il motto della nave scuola Amerigo Vespucci attraccata ad inizio ottobre per la celebrazione gli ottocento anni dalla partenza di San Francesco dal porto di Ancona alla volta della Terra Santa (1219-2019). Fu infatti in occasione della Quinta Crociata, da cui San Francesco ritornò nel 1220 dopo aver incontrato il Sultano d’Egitto Malik al Kamil con il quale instaurò rapporti di dialogo, dimostrando ancora una volta che il mare unisce i popoli e mai li divide. Da qui l’idea che Ancona nel nome di Francesco possa candidarsi come Porta d’Oriente e Porta verso la Pace ed esempio di fratellanza universale. Le Marche sono state il luogo dove Francesco, insieme al suo compagno frate Egidio, fece il suo primo viaggio missionario, come araldo e giullare di Dio per comunicare con uno stile assolutamente nuovo ed originale: la gioia del Vangelo. L’Amerigo Vespucci si lega così fortemente all’evento francescano portando un messaggio di pace e a favore della tutela del mare.

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CURIOSITÀ • A bordo sono presenti molti tipi di legno, in base alle caratteristiche richieste: douglas, teak, mogano, legno santo, frassino, rovere e noce; • tutte le navi militari hanno un motto, l’Amerigo Vespucci nella sua vita lo ha cambiato tre volte: “Per la Patria e per il Re” (1931-1946), “Saldi nella furia dei venti e degli eventi” (1946-1978) e infine l’attuale e più noto “Non chi comincia ma quel che persevera”; • il primo comandante del Vespucci, il capitano di Vascello Augusto Radicati di Marmorito, è stato l’ultimo comandante del precedente Amerigo Vespucci; • il capitano di Vascello Agostino Straulino, atleta olimpionico di vela, viene ricordato per essere stato l’unico comandante del Vespucci a uscire a vele spiegate dal porto di Taranto attraverso il canale navigabile. E’ inoltre il detentore del record di velocità di 14,6 nodi; • il capitano di Vascello Ugo Foschini passò alla storia per aver risalito il Tamigi a vela, rifiutando qualunque aiuto nell’ormeggio da parte delle autorità locali; • il comando dell’Amerigo Vespucci dura mediamente un anno. CENNI STORICI L’Amerigo Vespucci è oggi l’orgoglio della nostra Marina Militare in Italia e nel mondo. Nella seconda metà degli anni Venti, la Marina affrontò la questione del rinnovamento delle unità per l’addestramento degli allievi dell’accademia, allorché le unità in servizio sarebbero state prossime alla radiazione. Nonostante lo sviluppo fosse orientato verso una tecnologia sempre più avanzata, la Marina riteneva che il miglior impatto con l’ambiente marino e la sua conoscenza avvenisse stando a bordo di una nave a vela. Nella seconda metà degli anni Venti la Marina Militare Italiana affrontò il problema di rinnovare le unità destinate all’addestramento degli Allievi dell’Accademia Navale. Lo Stato Maggiore ritenne che, nonostante lo sviluppo della nuova flotta fosse orientato verso una tecnologia sempre più avanzata, e che il “miglior” impatto con l’ambiente marino fosse quello che si poteva apprezzare stando a bordo di una nave a vela, che del mare e del vento subisce

maggiormente i condizionamenti e che degli elementi naturali richiede quindi la più vasta conoscenza. Su iniziativa del Ministro della Marina, Ammiraglio Giuseppe Sirianni, nel 1925 fu decisa la costruzione di due unità. Il progetto fu affidato al tenente colonnello del Genio Navale Francesco Rotundi, il quale si ispirò alle forme di un vascello di fine Settecento/inizio Ottocento. La prima delle due unità, il Cristoforo Colombo, entrò in servizio nel 1928 e ricoprì la funzione di nave scuola fino al 1943; nel 1949 venne ceduto all’Unione Sovietica in conto risarcimento danni di guerra, che col nome di Dunay (Danubio) lo utilizzò a sua volta come nave scuola militare; nel 1961 doveva essere sottoposto a estesi lavori di manutenzione, ma a causa di un devastante incendio, le autorità sovietiche preferirono radiarlo nel 1963. L’Amerigo Vespucci venne impostata il 12 maggio 1930, varata il 22 febbraio 1931. La nave porta il nome del celebre navigatore, in onore del quale il “Nuovo Mondo” fu chiamato America.

DATI TECNICI Dislocamento: 4300 t Lunghezza (al galleggiamento): 82 m Lunghezza fuoritutto: 101 m Larghezza scafo: 15,56 m Immersione: 7,3 m Altezza massima (dal piano di galleggiamento): 54 m Velatura: 2635 mq Velocità: 10 nodi Apparato motore: 2 Diesel generatori 12 cilindri MTU 12VM33F 2x1320 kW (1770 Hp) 2 Diesel generatori 8 cilindri MTU 8VM23F 2x760 kW (1019 Hp) Apparato elettrico: 1 Motore Elettrico Principale (MEP) ex Ansaldo Sistemi Industriali (NIDEC ASI) CR1000Y8, costituito da due indotti da 750 kW ciascuno Potenza: 2840 KW (3808,5 HP) Propulsione: elica quadripala a passo fisso Equipaggio: 264 militari (massimo 400 unità)

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S PIRITO

Se non sai da dove vieni, non sai mai dove stai andando Un giorno accadde

20 novembre 1989. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, che sarebbe entrata in vigore il 2 settembre dell’anno successivo. La convenzione esprime un consenso su quali sono gli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell’infanzia.

Ho sognato…

... di correre – 39 – Questa visione onirica indica il forte desiderio di libertà e d’indipendenza, con il mondo come immensa prateria dove poter sfogare, senza limiti, istinti e passioni. Correre più forte di qualcun altro esprime senso della competizione. Correre molto velocemente è sinonimo di allegria, serenità, equilibrio. Infine, correre incontro a qualcuno indica che siamo predisposti al dialogo, al confronto, alla convivenza con gli altri.

Barbanera buongustaio Castagne al caramello Tempo (min.): 120 Difficoltà: Facile Calorie per porzione: 605 INGREDIENTI (per 4 persone): 500 g di castagne - 200 g di zucchero - 1 l di latte - 2 cucchiai di olio di mandorle. Incidere le castagne nella buccia con un coltellino affilato, scottarle in abbondante acqua bollente per 10 minuti. Scolarle, sbucciarle, disporle in una casseruola e coprirle con latte. Lasciarle cuocere fino a quando saranno morbide, scolarle di nuovo e privarle della pellicina scura che le riveste. Sciogliere al fuoco lo zucchero con un po’ d’acqua, immergervi, ad una ad una, le castagne e disporle su un piatto unto con olio di mandorle. Lasciare raffreddare e servire.

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BUONE ECOPRATICHE

L’oroscopo di Barbanera ARIETE Il vostro ottimismo e anche la buona sorte garantiscono la riuscita di ogni iniziativa. Espresse con convinzione, le vostre idee giungeranno felicemente in porto.

BILANCIA L’ago della bilancia non può sempre pendere dalla vostra parte, dovete trovare un equilibrio, in amore come in famiglia. Qualche modifica nei rapporti interpersonali.

TORO Via libera alle situazioni che spezzano la routine, ma senza esagerare: modifiche radicali possono disorientarvi. La vostra concretezza darà i risultati sperati.

SCORPIONE Il forte ascendente che avete sugli altri, insieme alla vostra tenacia, vi consentiranno di aprire porte che sembravano ormai chiuse. La strada è tutta in discesa!

DETERSIVI SOSTENIBILI

GEMELLI Puntate al sodo nella gestione della quotidianità. Se avete poco tempo a disposizione, dovete sforzarvi di migliorare l’organizzazione. Dubbi in merito a un affare.

SAGITTARIO Dovrete fronteggiare qualche imprevisto o adattarvi a nuove esigenze, e questo sarà uno sprone per essere più flessibili e creativi. Preparatevi a scelte accorte.

PESCANDO QUA E LÀ!

CANCRO Utile individuare le priorità, al lavoro, vista la mole di impegni che vi aspetta! Se avete una questione personale da risolvere, muovetevi con tempestività..

CAPRICORNO Le cose stanno cambiando intorno a voi, ma non siete i tipi che si lasciano cogliere impreparati. Al lavoro urge una strategia per ridurre il dispendio di risorse.

LEONE L’impegno che mettete nel lavoro è encomiabile, ma non pretendete che tutto sia fatto secondo i vostri metodi. Le emozioni vanno tenute a bada dalla prudenza.

ACQUARIO La vostra verve tiene banco e la considerazione altrui è un vero tonico per la vostra autostima. Staff complice e collaborativo, e anche il guadagno vi soddisfa.

d’Autunno

PIÙ RISPARMIO, MENO SPESA

L’energia consumata da lavatrici e lavastoviglie viene utilizzata soprattutto per riscaldare l’acqua. Un primo sistema per risparmiare è allora quello di scegliere programmi freddi o a basse temperature. Se invece dovete acquistare una lavatrice o una lavastoviglie, preferite i modelli di ultima generazione e con doppio ingresso: uno per l’acqua calda e uno per quella fredda. Importante usare gli apparecchi solo a pieno carico ed evitare il più possibile l’attivazione del programma di asciugatura per la lavastoviglie. Lasciare lo sportello aperto a fine lavaggio permette di risparmiare il 45% di elettricità! L’acqua di cottura dei legumi può trasformarsi in un detersivo pratico, ecologico ed economico. Quella degli spinaci è invece particolarmente efficace per lavare i capi di lana nera. E ricordate anche di non buttare l’acqua di cottura della pasta, che è efficacissima per il lavaggio dei tessuti delicati di lana e seta. Il bucato risulterà più pulito che mai, garantendo al tempo stesso il rispetto dell’ambiente. Aceto di miele, alleato di bellezza Forse non tutti sono al corrente dell’esistenza dell’aceto di miele, versatile condimento in cucina ma anche prezioso alleato per il benessere. Chi ha difficoltà a digerire aglio e cipolla crudi può ad esempio sminuzzarne la quantità desiderata e lasciarla macerare per un’ora in agro di miele per non avvertire più questo fastidio. Denti bianchi e un sorriso smagliante si ottengono invece mescolando un cucchiaio di aceto di miele e uno di sale fino integrale in un bicchiere. Spazzolare i denti una volta alla settimana con questa miscela aiuta ad avere un sorriso smagliante.

VERGINE La ragione vi sostiene nelle scelte professionali, mentre dolci emozioni confortano il cuore. Tutto ciò che iniziate, con volontà e impegno andrà a buon fine.

PESCI Cambiano i sogni, le prospettive e gli ideali. La creatività e l’intuito restano i vostri punti di forza. Nelle nuove conquiste sfoderate tutto il vostro fascino.

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EVENTI

OTTOBRE - NOVEMBRE 2019

LA NOTTE DEGLI SPREVENGOLI 25/27 ottobre Ostra (AN)

43° CARTOCETO DOP FESTIVAL

3/10 novembre Cartoceto (PU)

FESTA DELLA CICERCHIA

22/24 novembre Serra de’ Conti (AN)

42° SAGRA MERCATO DELLA CASTAGNA

26 e 27 ottobre Montemonaco (AP)

BICENTENARIO DE “L’INFINITO” DI GIACOMO LEOPARDI

sino al 3 novembre Recanati (MC)

“IL TEMPO DELLO SGUARDO”

sino al 6 di gennaio 2020 Ubrino (PU)

HALLOWEEN LA FESTA DELLE STREGHE 26/31 ottobre Corinaldo (AN)

“SUONI DAL PASSATO”

Rassegna organistica della Vallesina fino al 14 dicembre Staffolo (AN)

V CENTENARIO DELLA MORTE DI RAFFAELLO (1520 -2020)

21 marzo 2020 Urbino - Palazzo Ducale (PU)


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Un nuovo Anno di FelicitĂ


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Sfumature d'autunno

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