Albero della vita n°2 2018

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L'albero della vita


L'albero della vita In copertina

L'albero della vita

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Foto di Salvatore Centaro ­ corso di fotografia

Anno 3 numero 2

4a

San Giorgio di Pietro Slongo

Aprile ­ Maggio 2018

Sommario

COORDINATRICE EDITORIALE Gabriella Madeyski

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

REDATTORE CAPO Giuseppe Ragusa REDAZIONE Cecilia Barbato, Gabriella Bontà, Albachiara Gasparella, Donatella Grespi, Dino Santarossa GRAFICA e versione on line Dino Santarossa

HANNO COLLABORATO:

3 Editoriale: L'importanza della lettura 4 ­ 5 Maggio: mese di ricordi e presagi 5 4A di Copertina: L'isola di San Giorgio di P. Slongo 6 Per non dimenticare: storia di una famiglia ebrea 8 Mostra di Van Gogh a Vicenza 9 Cartoline da Palermo ­ ricetta 10 La prima volta in Grecia ­ ricetta 13 Norvegia un mondo da scoprire ­ ricetta 14 ­ 15 Incontri ravvicinati marini... indesiderati 16 I lettori raccontano: L'isola dei Morti 17 Il ritorno 18 Laboratorio di conversazione francese 19 Concerto "Il cardellino" di A. Vivaldi 20 Apprendimento di scene in giovani­anziani 21 Il piacere della lettura 22 Sardegna in poesia 23 Giorgio De Chirico: Le Muse Inquietanti

Elsa Caggiani, Mauro Cicero, Licia Flego, Edo Guarneri, Laura Toniolo, Paolo Baldan.

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Editoriale: L'importanza della lettura La televisione ed internet, prodotti della civiltà dell'immagine, tendono a sostituire sempre più largamente l'esperienza diretta della vita e della cultura con immagini e rappresentazioni del mondo. Oggi, nel nostro quotidiano, le tecnologie finalizzate alla comunicazione sono sempre più pervasive e sviluppate, sia a livello di lavoro che di svago. Più in generale, la società dell'immagine, sta trasformando il modo di diffondere la “conoscenza”. Nonostante questo, è impossibile non riconoscere gli effetti positivi e vantaggiosi della lettura di un libro. Sia che si tratti di un libro di testo che di una lettura meno impegnativa, il leggere impegna a fondo l'immaginazione e può consentire una revisione dell'individualità e della coscienza. Il libro, inoltre, si può presentare anche come un mezzo per comunicare. Effettivamente è possibile interagire con il testo, ponendoci non passivamente di fronte ad esso, come sempre più spesso mezzi di comunicazione di massa e prodotti della civiltà dell'immagine, come la televisione ed internet, ci impongono di fare. Saper leggere, però, non è facile; infatti la lettura è una funzione cognitiva inventata solo

5.500 anni fa e gli uomini hanno dovuto “imparare a leggere”, creando nel nostro cervello nuovi collegamenti tra le strutture che presiedono alla visione, all’ascolto, alla cognizione e al linguaggio. L’ideale per realizzare una buona lettura è leggere a voce alta. Ma come si legge a voce alta? Innanzitutto bisogna conoscere il testo e, per conoscerlo, bisogna leggerlo più volte; solo così

infatti si riuscirà a coglierne il vero e completo significato e lo si potrà trasmettere agli altri. E’ importante, poi, avere la consapevolezza che la nostra voce deve giungere in modo chiaro agli ascoltatori, le parole quindi devono essere pronunciate chiaramente, senza mangiarsi le lettere, e il volume deve essere adeguato alla distanza dell’ascoltatore. Leggere ad alta voce ha una duplice funzione: dare concretezza al pensiero dell’autore (utile al lettore), ma anche veicolarlo all’ascoltatore; per questo è necessario comunicare con chi ascolta mediante quello che viene definito “linguaggio non verbale” e cioè lo sguardo e la gestualità ma anche con un corretto uso della voce che deve mediante il tono, il ritmo e il tempo coinvolgere sia chi legge sia chi ascolta. Da tutto ciò capiamo che la lettura, figlia del linguaggio, è un grande strumento di comunicazione, ma probabilmente questa non è una novità. Ciò che deve far riflettere è che la lettura ad alta voce è utile a tutte le età per mantenere vitale ed efficiente il cervello. Nei bambini procura stimoli fonetici, linguistici, emotivi, motori e perfino neuro­vegetativi: chi non conosce l’effetto calmante e rassicurante che una favola letta ad alta voce produce su un bambino? Negli adulti e negli anziani, grazie alle molte funzioni che essa attua, migliora l’attività mentale, stimola la neuroplasticità ossia la capacità del cervello di formare nuove connessioni e riparazioni cellulari contrastando il decadimento cognitivo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il cervello ha la possibilità di attuare dei cambiamenti alla sua struttura con il fine di far fronte alle esigenze del mondo che ci circonda. Una delle prove sulla adattabilità del cervello è il fatto che le persone che diventano non vedenti o non udenti sviluppano maggiormente altre aree del cervello dedicate alla percezione mediante altri sensi e riorganizzano le funzioni cerebrali.

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Gabriella Madeyski


Maggio: mese di ricordi e presagi Elsa Caggiani

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Maggio è il mese che aspetto con maggior desiderio. Maggio ha la dolcezza dei profumi e dei colori dolci della primavera, l’attesa dell’estate, della sua rigogliosa bellezza. L’aria è tiepida, piacevolmente ventosa; le azalee, le rose, i gelsomini, i gerani fioriscono nel mio giardino, dove mi piace sedere e contemplare la bellezza della natura. Maggio è per me il mese delle fragole: quando ero piccola, l’8 maggio ­ compleanno di mia madre ­ venivano acquistate e portate in tavola le fragole per la prima volta nell’anno e portate in tavola festosamente. Nel giardino della mia scuola a Roma fiorivano due grandi cespugli di biancospino: erano per me il segnale che si avvicinava la fine delle lezioni. Quando insegnavo, era un mese che non vivevo: come dicevo, “entravo sott’acqua in apnea il 25 aprile” e “riemergevo solo a metà giugno”, alla fine della scuola. Ero sommersa dall’ansia di spiegare in classe per completare i programmi di studio con i miei studenti, interrogarli, correggere i compiti in classe e poi di nuovo spiegare, interrogare e correggere…una corsa finale estremamente faticosa. Mi svegliavo di notte con l’incubo di non riuscire ad aiutare i miei studenti a dare il meglio di sé nella corsa finale, e non mi era sufficiente che mi ripetessi che questa paura si presentava ogni anno! Ora invece posso vivere con gioia giorno per giorno questo mese che mi si presenta come un dono. E’ un mese di ricordi: anche oggi ripenso con soddisfazione all’anno accademico che si sta concludendo, con la Festa di Chiusura, le Mostre dei laboratori e il viaggio finale (quest’anno in Provenza). Posso essere giustamente serena: l’Unitre ha presentato un paniere ricco di proposte, che sono state apprezzate dagli studenti. Infatti, gli iscritti sono sempre numerosi (più di 750), i docenti “vecchi” e “nuovi” hanno lavorato con serietà e intensità, i corsi si sono rinsaldati nel numero e nella partecipazione. Il corso di linguaggio cinematografico, partito l’anno scorso, quest’anno ha avuto sei incontri. Il corso di fotografia ha partecipato a due esposizioni esterne. Il corso di Pigotte ha venduto in favore dell’Unicef anche durante la Fiera del Rosario. Il Coro si è esibito anche in parrocchie e case di riposo. Le nostre feste sociali hanno riscosso un gradimento lusinghiero: la cerimonia d’inaugurazione con il concerto di Ginka, la festa di Natale con il nostro coro e la proiezione di un filmato sulle nostre attività, la festa di Carnevale con la rappresentazione del musical “Don Chisciotte della Mancia”. Abbiamo collaborato con una conferenza alle manifestazioni in ricordo di Don Milani, abbiamo proseguito nei nostri percorsi culturali speciali: La Grande Guerra, La Memoria della Shoah, Il Ricordo dell’esilio istriano e giuliano­dalmata, Le donne moglianesi. Il giornale, che state leggendo, è divenuto una realtà sempre più piacevole, interessante e approfondita, con una cadenza regolare. Le nostre uscite culturali hanno avuto un buon successo e ora si concludono con 40 di noi in partenza per la Provenza. Il clima di amicizia, simpatia e altruismo che pervade l’Unitre ci ha permesso di sostituire velocemente, con altri docenti che si sono offerti generosamente, tre insegnanti che, per motivi di salute e nuovo lavoro, non hanno potuto continuare il loro impegno. E’ aumentato il numero degli iscritti che volontariamente contribuiscono quotidianamente all’attività dell’Unitre, che giustamente sentono come cosa propria. Piccolo episodio significativo: sia per richiesta del docente, che per quella degli studenti, abbiamo organizzato un incontro straordinario per ricuperare la conferenza su Dante annullata per la neve! Se pensate invece alla gioia di noi scolari per un’ora di vacanza in più! E ora una notizia speciale: una nostra vecchia iscritta, Nadia Pizzol, è stata eletta senatrice della Repubblica. Congratulazioni a lei! Maggio è un mese di presagi.

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E’ il mese in cui noi del Direttivo tracciamo il nuovo anno accademico. Vi do qualche primizia: abbiamo già preso contatti con quasi tutti i docenti per i corsi liberi e a numero chiuso. Ma siamo sempre alla ricerca di nuove idee e nuovi docenti, soprattutto di lingue: aiutateci e contribuite a rendere sempre più interessante e ricco il nostro programma. Ci saranno alcune novità…. Stiamo collaborando con l’Amministrazione Comunale e il Liceo Berto per celebrare i 40 anni dalla morte di Giuseppe Berto. A novembre si svolgeranno le elezioni per il nuovo Consiglio Direttivo: chiediamo a tutti gli iscritti la loro disponibilità per assicurare un armonioso ricambio e un ingresso di forze fresche e originali. Il 30 gennaio 2019 ci sarà la cerimonia per il 30° anniversario dell’Unitre: abbiamo già in mente una pubblicazione che ricordi il nostro percorso, un dono speciale per gli iscritti fin dall’inizio e poi….

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Un affettuoso saluto: buon maggio!

La 4a di Copertina: L’Isola di San Giorgio, di Piero Slongo

La Redazione Per questo numero conclusivo dell’anno accademico, abbiamo dedicato la 4a di copertina a un quadro di Piero Slongo, pittore moglianese assai conosciuto nella nostra città, che è stata il luogo principale del suo agire artistico. Piero Slongo fu un autodidatta, partiva da Mogliano in bicicletta per andare a Venezia e vedere la Biennale d’Arte, e lì scopriva ed imparava dai capolavori esposti. Le frequentazioni alla Biennale, nonché alle varie mostre d’arte presenti nel territorio, diedero all’Artista la possibilità di esprimersi in maniera variegata, più che in un’identificazione unica. La sua linea artistica fu semplice, priva di profondità e prospettiva, in piano unico, ma con un uso “maturo” del colore, con tinte accese e vibranti. Una pittura di forte impatto visivo: tra i soggetti preferiti di Slongo la campagna trevigiana, Asolo, le colline della Pedemontana, e poi i fiori, le nature morte, i ritratti. Vittorio Sgarbi, presentando una sua mostra nel 2009, lo definì «un artista pieno di vitalità e intensità espressiva, dotato di una sensibilità pittorica rara, capace di dipingere la poesia del Veneto senza godere del pittoresco». In tarda età, Piero Slongo (il “giovane ottantenne”, come lo chiamava affettuosamente Vittorio Sgarbi, suo grande estimatore) conobbe la gioia di poter esporre le sue opere alla 55a Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia.

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L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Per non dimenticare: storia di una famiglia ebrea Giuseppe Ragusa Quest’anno, in occasione del Giorno della Memoria, l’Unitre di Mogliano Veneto ha organizzato una conferenza dedicata a Ester Frezza Jacchia ­ una delle nostre “storiche” fondatrici ­ e alle dolorose traversie subite dalla sua famiglia in seguito alle Leggi razziali, promulgate dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia nel 1938. Conosco Ester da molti anni, e sono stato lieto di aver potuto raccogliere direttamente da lei questa lucida testimonianza della follia del regime fascista, e di aver raccolto ed organizzato anche il materiale fotografico che abbiamo potuto condividere tutti in occasione della conferenza. Il padre di Ester, Ermes Jacchia, ebreo di antica famiglia, era un uomo intelligente e un vivace intellettuale; esercitava a Vicenza l’attività di commercialista e aveva anche fondato una piccola Casa Editrice. A causa delle Leggi razziali fu radiato dall’albo professionale, dovette chiudere il suo studio e la Casa Editrice, e fuggire in esilio con la famiglia nella Francia del sud, a Tolosa. Così Ester racconta quel triste momento: “Era il 1939. Mio padre fu costretto a lasciare tutte le sue cose. Mia madre Rosetta ed io lo seguimmo, e fummo costretti a vivere in esilio in Francia in un paesino ai piedi dei Pirenei. I nostri bagagli? Due bauli: uno pieno di libri del mio papà ed uno con i nostri vestiti. La nostra vita subì un radicale cambiamento, naturalmente in peggio. Avevo allora solo sei anni, ma non ho più dimenticato i momenti tragici e le paure di quei tempi, il terrore di essere catturati dai nazisti e di finire in un campo di concentramento in Germania. E quanta nostalgia mi assaliva nel ricordo dei miei nonni e di tutti i miei cari che eravamo stati costretti a lasciare!” (Nella foto: Ester ­ la prima seduta, da sinistra ­ nella Scuola elementare nel paese di Saint­ Hilaire, in Francia). Con l’occupazione tedesca della Francia, nell’aprile 1943 la famiglia Jacchia dovette precipitosamente rientrare in Italia. Ermes, raggiunto il paese di Alfonsine, in Romagna, si unì prima ai partigiani, e poi dopo l’8 settembre, a piedi, con l’aiuto di staffette, riuscì ad arrivare a Tirana e a riparare in Svizzera. Fu internato in un campo di lavoro a Möhlin vicino a Basilea fino alla fine del conflitto, selezionato ­ insieme a tanti altri ­ come presenza “pericolosa” perché ebreo e socialista. In Svizzera conobbe l’isolamento, il freddo, la fame, la malattia, dormì su duri pagliericci, fu costretto ai lavori più umilianti. La moglie andò a vivere con la bambina a Marsan di Marostica in una povera casetta di campagna: fu la signora Rosetta – poiché il marito non poteva mandare denaro ­ a rimboccarsi le maniche e a provvedere al sostentamento della famiglia facendo dei lavori a maglia per i contadini, allevando polli, conigli, oche, e coltivando un piccolo orto.

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Documento del Ministero della Cultura popolare: i punti basilari delle Leggi razziali 1. 2. 3. 4.

Le razze umane esistono Esistono grandi razze e piccole razze Il concetto di razza è concetto puramente biologico La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è ariana 5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici 6. Esiste ormai una pura “razza italiana” 7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti 8. È necessario fare una netta distinzione fra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra 9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana 10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo.

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Anche la nonna paterna, in quei tristi anni, dovette vivere nascosta in un convento di suore a Bassano del Grappa sotto falso nome. Racconta Ester: “Le notizie di papà erano scarse, talvolta arrivavano delle lettere che però non dovevano far capire che lui era mio padre, perché la polizia ci avrebbe individuato e magari mandato anche noi in un campo di concentramento.” Ermes usava vari sotterfugi per non fare apparire delle frasi che potevano identificarlo o mettere nei guai la sua famiglia. La censura era implacabile in quegli anni terribili! Ester aveva allora undici anni, e per sfuggire alle persecuzioni razziali venne battezzata con l’accordo di entrambi i genitori, e, con il cognome della madre, ebbe la possibilità di frequentare le scuole elementari. Nel 1945 la guerra finì, Ermes Jacchia ritornò e si ricongiunse alla famiglia, presentandosi improvvisamente a Marsan nell’agosto di quell’anno. Ester si commuove ancora, dopo tanti anni, al ricordo di quell’incontro con il padre: “Non dimenticherò mai l’emozione del nostro incontro dopo tutti quegli anni lontani l’uno dall’altra.” A Vicenza Ermes Jacchia non trovò più la sua casa, i suoi libri, tanti dei suoi amici; dovette ricominciare tutto da capo, ma non ebbe una vita lunga. Morì improvvisamente di infarto a 57 anni il 1° dicembre 1956. Fu l’ultimo ebreo vicentino ad essere sepolto nel cimitero acattolico; a celebrare il rito funebre vennero il Rabbino di Verona e, da Venezia e da Padova, dieci altri ebrei per formare il rituale “Minian” di dieci maschi adulti, per intonare il “Kaddish” e per gettare per primi la terra sulla bara. Ester mi ha raccontato questa parte della sua vita con molta commozione, ma la sua anima, il suo coraggio sono sempre indomiti, così come le sue parole al momento di congedarmi: “Mi coglie sempre una grande emozione quando narro questi ricordi della mia infanzia, che pure ho raccontato a molte persone, anche nelle scuole, ed in tante altre occasioni. Spero che questi tragici eventi non si ripetano mai più, e mi auguro che anche la mia storia serva a tutti per non dimenticare quanto è successo”.


Mostra di Van Gogh a Vicenza

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Gabriella Bonta' Ci troviamo a Vicenza, un gruppo numeroso dell’Unitre, davanti alla Basilica Palladiana, nell’edificio medioevale Palazzo della Ragione che dal 1944 è stato dichiarato dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”. Dal 7 ottobre questa sede ospita l’interessante mostra di Van Gogh che sta riscuotendo molto successo. Il nostro gruppo è formato da persone di varie età che hanno lo stesso interesse e curiosità per l’arte e sono entusiaste di “sfogliare” le pagine dei disegni e dei dipinti del Pittore. Ci è stata assegnata una guida molto brava e competente che, da subito, ha iniziato a descriverci la storia, la tecnica e l’evoluzione pittorica del grande Artista. Entriamo nella prima sala dove sono esposti 86 disegni che rappresentano essenzialmente la natura, i lavori della campagna, della semina e della tessitura. Questi schizzi dai tratti essenziali evidenziano nei volti dei personaggi i segni della sofferenza, sfinimento e fatica per il duro lavoro. La guida ci spiega che, osservando questi disegni, il fratello Théo, mercante d’arte, si rende conto dell’enorme potenziale artistico di Vincent, quindi decide di essere sempre presente al suo fianco dando l’aiuto materiale, affettivo e psicologico necessario, perché ne conosce la fragilità e la forte emotività. Passiamo alle “pagine” dei dipinti dove la pennellata, l’intuito artistico e l’intelligenza nella scelta dell’uso del colore si materializzano e ci attraggono. Rimaniamo senza parole di fronte ai dipinti dove la natura e i paesaggi sono l’elemento dominante magnificamente interpretati con la predominanza dei suoi colori preferiti: il giallo, il verde e il marrone. Continuiamo il percorso prestando molta attenzione nell’osservare le varie opere che ci vengono descritte: I mangiatori di patate (uno dei quadri più importanti conosciuti) rappresenta una famiglia contadina nella capanna, i componenti seduti attorno ad un tavolo, i volti illuminati da una lanterna esprimono nei loro tratti rugosi la fatica mentre gli sguardi spiritati sembrano perdersi nel vuoto. Covone di fieno sotto un cielo nuvoloso. Campo di grano con volo di corvi, dove nel cielo azzurro si leva uno stormo di corvi come cattivo presagio. Un paio di scarponi chiodati, con i quali il pittore ha percorso tanta strada alla ricerca di nuove ispirazioni. Autoritratti, paesaggi, nature morte, la sua stanza, i girasoli che sono stati i suoi fiori preferiti. L’opera intitolata “Il giardino di Saint­ Rémy” è il dipinto che personalmente mi ha emozionato e intristito di più, lasciandomi un senso di inquietudine: i colori della terra e del cielo sono cupi, gli alberi dominano il quadro con le possenti chiome mosse dal vento, sembra che respirino in continuo movimento creando vortici di energia pura; alcuni rami sono storpiati, mutilati perché la linfa non li ha più nutriti. La terra nuda accoglie i loro tronchi segnati dalle ferite del tempo con profonde rughe. Nel cielo lampi di giallo alleggeriscono l’immagine tutta. Più in basso, tra l’erba incolta, si notano pochi e spontanei fiori bianchi: un messaggio di speranza. Nella vita di Van Gogh si verificano diversi periodi di crisi nervose e psicologiche sino a rendersi necessario il suo ricovero (da lui stesso richiesto) presso la casa di cura di Saint­Rémy. Questo periodo diventerà uno dei momenti più produttivi del pittore. Il medico che lo dimette gli suggerisce, come supporto alla cura, di dipingere almeno un quadro al giorno. Come ci ha detto la guida, quest’uomo, tormentato, con crisi di equilibrio mentale, che ha viaggiato molto, sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, che ha respirato il profumo della natura, del grano e dei girasoli, che si sente vicino alla fine del suo percorso, non ha cercato altro che la luce e i colori per lenire il tormento dell’anima.

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Appunti di viaggi Cartoline da Palermo Sotto di noi nuvole, nuvole, nuvole. Poi l'aereo le squarcia e appaiono il mare, blu inchiostro, la sagoma bruna dell'Isola delle Femmine, la montagna, Punta Raisi, l'aeroporto. Benvenuti a Palermo! Barocca, opulenta, stranamente pulita e ordinata rispetto a quel che ricordavo, rutilante di luminarie, addobbata con centinaia di Stelle di Natale rosso fuoco. Come una bambina mi incanto davanti agli alberi ricchi di arance che nessuno prende, mi viene quasi voglia di allungare la mano e... farlo io. Chiese ricche di splendidi mosaici, palazzi, viali alberati, giardini con fiori (nonostante sia inverno) e piante secolari, mercati variopinti e caotici dove si vendono cianfrusaglie accatastate, pesce, ortaggi. In vita mia non ho mai visto cavolfiori così grossi come qui! Perché una cosa straordinaria qui è il cibo, al quale è difficile sottrarsi. Caponate con ogni tipo di verdura, arancine di riso dai ripieni più vari, la pasta con le melanzane o con le https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cattedrale_di_Palermo.jpg sarde, il pesce, i cannoli, le cassate, le granite, lo street food più antico della storia!! In una bancarella sporchissima, totalmente priva delle più elementari norme igieniche e di sicurezza ho assaggiato ‘u pani ca meusa (panino con la milza), unto all'inverosimile, ma ­ secondo me ­ di una bontà unica, un vero e proprio attentato alla linea e alla salute. Ma Palermo è anche questo. Porto con me il Duomo di Monreale e il suo Cristo tutto d'oro, la tomba di Santa Rosalia, i carretti siciliani, i pupi, il sole che d'inverno scotta come da noi a luglio, le feste di piazza, la solarità della gente, la Chiesa della Martorana che sembra uno scrigno ricco di tesori, il Palazzo dei Normanni, il teatro Massimo... Palermo sei nel mio cuore!

Ricetta: caponata siciliana Ingredienti: 2­3 melanzane lunghe, 1 gambo di sedano, 1 cipolla rossa, 2­3 pomodori rossi, 3 cucchiai di olive verdi, una manciata di uvetta, una manciata di pinoli, 1 cucchiaio di capperi, 1 cucchiaio di aceto, 1 cucchiaio di zucchero, olio oliva, pepe, sale q.b. Procedimento: Mettere a bagno l'uvetta. Tagliare le melanzane a dadini, cospargerle di sale e lasciarle riposare in uno scolapasta finché perdono il liquido amaro. Poi friggerle in olio bollente e metterle su carta assorbente. Intanto su un tegame viene posto il sedano tagliato a pezzetti e fatto cuocere con olio a fuoco vivace. Abbassata la fiamma, aggiungere via via gli altri ingredienti e cioè i pomodori a pezzetti, la cipolla a striscioline, le olive, l'uvetta asciugata, i pinoli, i capperi, l'aceto, lo zucchero, il pepe e ­ se occorre ­ altro sale. A cottura ultimata completare con le melanzane. Mescolare bene tutto.

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La prima volta in Grecia

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Albachiara Gasparella Feci il mio primo viaggio in Grecia con mio marito più di trent’ anni fa. Ci sono tornata ancora in quella “terra” che si sgrana nello Ionio e nell’Egeo, seguendo nuovi itinerari e raccogliendo ogni volta esperienze interessanti e diverse. La prima volta però, è quella che scatena sensazioni infantili come la meraviglia e la gioia per l’avverarsi di un sogno a lungo custodito nell’immaginario. La Grecia, la cui civiltà conoscevo fin da piccola attraverso le leggende, i miti e i numerosi films sulle gesta degli eroi greci che il Cinema parrocchiale del mio paese proiettava la domenica pomeriggio, era appunto il mio sogno. L’approfondimento è arrivato poi con la scuola e con l’interesse personale. Racconterò di questo primo viaggio perché ha avuto un forte valore emozionale non solo per quanto riguarda il sogno e lo stupore di cui parlavo, ma anche per le persone che ho incontrato e che sono state preziosissime per l’arricchimento di questa mia indimenticabile esperienza. Ricostruire le tappe, nonostante siano trascorsi molti anni, è stato facile. Oltre al ricordo ancora bene impresso nella memoria, mi hanno aiutato le poche foto che ­ connotate di date, luoghi e particolari ­ avevo incollato su di un album rigorosamente in ordine cronologico. Riguardandole, mi accorgo di aver fatto un lavoro preciso ed esauriente, considerando che all’epoca la pellicola consentiva un numero limitato di scatti. Arrivammo dunque a Patrasso nel primo pomeriggio dopo la traversata da Brindisi. Compiute le operazioni di sbarco, ci mettemmo alla ricerca di un campeggio che per alcuni giorni sarebbe stato il primo campo base per la successiva esplorazione del Peloponneso. Trovammo quello che faceva per noi dopo circa un’ora e, mentre ci affannavamo per sistemare la roulotte nel posto assegnatoci, fummo raggiunti da una coppia di italiani accorsi in nostro aiuto, giusto nel rispetto delle regole del “buon campeggiatore”. Veneti anche loro!!! Naturalmente li invitammo a bere qualcosa con noi, e la signora che, con marito e figlio si trovava in Grecia già da quaranta giorni, espresse il desiderio di bere un caffè di moka poiché le sue scorte si erano esaurite da un pezzo. Una patita del caffè come me, non poteva non possedere una moka e nemmeno avere razioni limitate di questo meraviglioso e irrinunciabile prodotto! Pertanto, oltre al caffè che bevemmo volentieri insieme, gliene potei regalare anche un pacchetto. In cambio, si fa per dire, ebbi da lei e da suo marito, entrambi professori di lettere e studiosi della Grecia classica, tanti preziosi consigli e suggerimenti sui luoghi da visitare assolutamente. Che inizio provvidenziale! Il primo incontro con l’antica civiltà greca lo avemmo con Olimpia. Poi fu la volta di Epidauro, di Micene, di Tirinto e di Corinto. Ogni volta una grande emozione e soprattutto una magnifica sensazione. Davanti a me non vedevo rovine. Quei resti prendevano corpo e si animavano: potevo scorgere la gente comune intenta alle attività quotidiane, gli atleti gareggiare negli stadi, gli attori recitare nei teatri, gli oratori parlare nell’agorà… Un particolare curioso e non program­ mato nel nostro andare attraverso il Peloponneso avvenne quando ci imbattemmo in un cartello stradale indicante una località il cui toponimo richiamava il cognome siciliano di mio

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marito. A quel punto, una divagazione sulla tabella di marcia si rendeva necessaria: raggiungemmo il piccolo villaggio che conservava nel suo centro una notevole chiesa bizantina all’interno della quale si stava celebrando un matrimonio con rito ortodosso al quale potemmo assistere tranquillamente senza che nessuno dei presenti mostrasse fastidio per la nostra clandestina presenza. Un’altra gradita sorpresa ce la riservò quello stesso giorno il gestore di una taverna un po’ isolata dove ci eravamo fermati per pranzare. L’uomo parlava solo greco, ma di fronte alla difficoltà di comunicare, subito ci invitò a seguirlo in cucina. Una volta lì, ci fece comodamente scegliere ciò che desideravamo direttamente dalle teglie che, con evidente compiacimento, andava via via scoperchiando per la delizia dei nostri occhi, del nostro naso e del nostro palato (peperoni ripieni, involtini di carne in foglie di vite, moussakà...). Rimanemmo seduti a lungo a quel tavolo sotto gli ulivi anche perché a poco a poco tutta la famiglia ci raggiunse per condividere quel momento di perfetta beatitudine post­prandiale. Anche i bambini, incuriositi dal fatto che in quel luogo fuori dalle tradizionali rotte turistiche, fossero capitati due giovani italiani, fecero di tutto per comunicare con noi, attraverso segni e disegni, e noi stemmo volentieri al loro gioco. “Italiani e Greci: una faccia e una razza”: questo il ritornello che ogni volta si stabiliva una certa familiarità con una persona greca, ci sentivamo ripetere. Le nostre escursioni continuavano e sempre sotto un cielo azzurro ed un sole cocente. Trovare un po’ d’ombra era un’impresa; nemmeno quella volta che, allettati dall’altitudine della collina su cui si ergeva il borgo bizantino di Mistrà, decidemmo di affrontare la salita che portava ai palazzi e ai monasteri. Lasciato il Peloponneso superando il suggestivo canale di Corinto, visitammo finalmente Atene, Capo Seenion e da ultimo le rovine di Delfi. L’incanto continuava. Anche gli incontri con la varia umanità non erano finiti. Una notte, al campeggio di Atene, non riuscivo a dormire disturbata dal gran caldo e da uno strano ronzio simile al russare. Mi accertai non provenisse da mio marito che fino a quel momento non aveva mai sofferto di questa patologia, mi alzai e allungai la testa fuori dal finestrino. Due stivaloni neri da motociclista sporgevano da sotto la nostra roulotte!!! Che fare? Svegliai mio marito e, visto che l’individuo continuava imperterrito la sua perfor­ mance, decidemmo di aspettare in silenzio che facesse giorno. Quando, la mattina, aprimmo la porta della roulotte, un curioso spettacolo ci attendeva. Una trentina di ragazzi, giunti nella notte con le moto dall’Inghilterra, si erano coricati silenziosi sul prato avvolti nei loro variopinti sacchi a pelo come fiori sbocciati per incanto di prima mattina. Il nostro ospite si fece avanti e confessò l’intrusione. Noi ammettemmo di averlo scoperto e tutto finì con una risata. Facemmo subito amicizia e ci congedammo dal gruppo con il passaggio del testimone che noi avevamo ricevuto a Patrasso dai due insegnanti di lettere e che ci aveva guidati lungo questo gustoso ed indimenticabile primo viaggio.


Ricetta greca: I Dolmades I Dolmades, tipici della cucina greca, sono degli involtini di riso e carne trita avvolti nelle foglie di vite.

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Ingredienti per 12 involtini: circa 20 foglie di vite, 70 grammi di riso, 100 grammi di carne macinata, 1/2 cipolla, 1 spicchio di aglio, olio di oliva extravergine, 400 ml di brodo vegetale, 10 grammi di burro, 1/2 limone, prezzemolo, menta e timo, sale e pepe. Procedimento. Sbollentare le foglie di vite in acqua bollente per qualche secondo, passarle poi in una ciotola con l'acqua fredda, ed infine asciugarle delicatamente con della carta assorbente. In una padella rosolare l'aglio con l'olio, aggiungere la carne macinata, il riso, la cipolla tritata e le erbe aromatiche. Far tostare il tutto per qualche minuto, aggiungere un po' di brodo mescolando ancora per 5 minuti in modo che il riso non attacchi, quindi completare con sale e pepe. Stendere le foglie di vite col picciolo (che eliminerete) verso il basso e posizionare un cucchiaio di impasto al centro della foglia. Arrotolare l'involtino procedendo dal basso verso l'alto fino a ricoprire il ripieno, sollevare poi i bordi laterali e ripiegarli in modo che alla fine risulti un cilindretto ben stretto. Foderare una pentola antiaderente con le foglie di vite rimaste, quindi disporvi gli involtini ben stretti tra loro e versarvi sopra il burro fuso. Coprire il tutto con il brodo caldo, chiudere col coperchio e far cuocere per circa 40 minuti fino ad assorbimento. Servire gli involtini raffreddati con alcuni spicchi di limone.

Norvegia: un mondo da scoprire Gabriella Madeyski Vacanza: una dimensione dello spirito. Ci si libera dalle abitudini per lasciarsi avvolgere dalla bellezza. Non solo ore senza orologi, non solo mare, sole e paesaggi incontaminati; il carattere di chi vive nei posti da noi prescelti è quasi più importante dei panorami. E così la Norvegia è diventata lo spazio di una scoperta che mi ha rasserenato e rallegrato contemporaneamente. Per questi motivi voglio condividere con voi questa mia esperienza. A fine maggio del 2017 mi sono recata in questa nazione conosciuta da tutti per i suoi fiordi, per i suoi boschi sconfinati, le renne, i ghiacciai, le aurore boreali e il sole di mezzanotte. Contrariamente a quanto potreste pensare non vi parlerò di ciò, anche se sarebbe impossibile dire che i fiordi non sono bellissimi o che avere la luce tutta la notte non lasci interdetti. Ciò che mi ha maggiormente colpito è lo stile di vita dei Norvegesi, la loro pacatezza, il ritmo con cui trascorrono le loro giornate. Non vi parlerò quindi né di Oslo né di Bergen che essendo ad alta concentrazione turistica hanno un po’ perso lo “smalto” norvegese, ma vi racconterò l’esperienza vissuta a Tromso che è considerata la capitale della Lapponia, essendo la città più grande oltre il Circolo Polare Artico. Sono arrivata in albergo circa alle 22.30 dopo un viaggio caratterizzato dalla puntualità ed efficienza. Terminate le pratiche di rito si erano fatte quasi le 23, ma poiché il sole ancora illuminava i tetti delle case era decisamente impossibile, nonostante l’ora e la stanchezza, non fare un giro esplorativo della città! Confesso che poi, tornata in albergo, sono stata con gli occhi puntati al panorama per cercare di catturare l’attimo in cui il tramonto si trasforma in alba; impresa fallita perché sicuramente gli occhi si sono chiusi da soli. La via principale, piena di vetrine, ristoranti e bar merita sicuramente una tranquilla passeggiata,

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Visitare il Nord della Norvegia, in conclusione, è un’esperienza che consiglio per conoscere ambienti naturali di rara bellezza, ma soprattutto per ritrovare un ritmo di vita che oramai abbiamo dimenticato.

Ricetta: Salmone alla Norvegese Ingredienti: • 4 tranci di salmone (senza spina né pelle) • 1 bergamotto maturo (va benissimo anche il limone) • sale q.b. • olio extravergine di oliva q.b. Procedimento. Lavate il bergamotto (o il limone) poi grattugiatene la scorza e spremetene il succo. Mettete in una ciotolina la scorza del bergamotto, un pizzico di sale, un cucchiaio di olio e un pizzico di pepe. Mescolate bene, poi unite anche il succo del bergamotto. Trasferite i tranci di salmone in una pirofila, irrorate con l’emulsione di succo di bergamotto e olio, poi coprite con la pellicola e lasciate riposare almeno per un paio d’ore. Trascorso il tempo della marinata, sgocciolate i filetti e trasferiteli su di una teglia foderata con carta forno. Infornate in forno già caldo a 180 °C per 15 minuti e ogni tanto bagnateli con qualche cucchiaio di marinata. Tra i condimenti adatti a rendere il salmone ancora più allettante c'è la Salsa norvegese, una salsina perfetta per completarne il sapore in maniera del tutto naturale e capace, allo stesso tempo, di esaltarlo. Preparare la salsa norvegese per salmone in casa è molto semplice e non richiede chissà quali accorgimenti. Ingredienti: 1 noce di burro, 2 cucchiai di farina, 400 ml di brodo,3 cucchiai di panna fresca, aneto tritato, succo di mezzo limone, sale e pepe. Preparazione. Versare la noce di burro in un tegame e farlo sciogliere su fuoco basso, quindi unire la farina, poco alla volta, e successivamente il brodo continuando a mescolare fino a quando il liquido sarà stato assorbito completamente. Fare cuocere per circa 3 minuti. Adesso unire sia la panna che il succo del limone. Regolare di sale e pepe ed aggiungere, per ultimo, l'aneto. Spegnere la fiamma, fare intiepidire e servire con il salmone.

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ma bisogna prestare molta attenzione agli orari perché sono molto diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati noi: alcuni locali tengono aperto solo la mattina, altri solo la sera, difficile trovare qualcosa di aperto prima delle 10, e alle 16, o al massimo alle 17, è già orario di chiusura anche se, come quando c’ero io, il sole non tramonta mai. Il traffico privato è molto limitato, in compenso la cittadina è percorsa da numerosissimi autobus sui quali non si può stare in piedi, quando si deve scendere si suona il campanello stando seduti, con la cintura allacciata, ci si alza solo quando l’autobus si è fermato. Sia le auto private che i mezzi pubblici si fermano appena intuiscono che un pedone ha intenzione di attraversare la strada, il limite all’interno della città è di 30 km. e, credetemi, tutti lo rispettano anche quando le strade sono deserte Pur essendo una città universitaria noto che ci sono pochissimi giovani per le strade, sapete dove erano? In una meravigliosa biblioteca, il cui parcheggio era stracolmo di biciclette! Abituata al nostro stile di vita, mi aveva colpito il fatto che tutti, compresi i giovani, non vivessero con il cellulare nelle mani; la risposta mi è stata data sul battello che mi ha portato all’interno dei fiordi quando ho visto un cartello su cui era scritto: “è severamente vietato usare il cellulare in presenza di altre persone” e sapete allora cosa facevano? Le donne lavoravano a maglia e gli uomini leggevano, sembrava di essere tornati indietro negli anni. Questo clima di tranquillità e di sana lentezza contagia anche i bambini, che sono buonissimi. Già dall’asilo nido vengono abituati ad uscire per la città (3 bambini per 1 maestra!), ad entrare nei musei, a prendere l’autobus, non li ho mai sentiti fare un capriccio. Forse anche per questo sono tantissime le coppie che, giovanissime, hanno già tre figli Per noi, abituati alla vita frenetica, non è facile adeguarsi a questo ritmo di vita, così una sera, con i miei compagni di viaggio, abbiamo deciso di andare a cenare nel locale­discoteca che la guida Touring aveva definito come il punto d’incontro dei giovani. La discoteca era in realtà un pub con sottofondo musicale e chiudeva alle 23 perché era venerdì, altrimenti avrebbe chiuso alle 20. Incredibile! C’è inoltre da sottolineare che qualsiasi bevanda alcolica può essere venduta solo nei bar….


Incontri ravvicinati marini… indesiderati

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Giuseppe Ragusa Quando pensiamo di poter trascorrere una tranquilla vacanza al mare può succedere di avere incontri poco piacevoli con animali marini, i quali attivano i loro sistemi di difesa nel momento in cui si imbattono in un bagnante che considerano un potenziale aggressore. L’incontro più frequente è quello con le Meduse, animali marini invertebrati con il corpo a forma di ombrello, forniti di tentacoli dove sono presenti delle vescicole (nematocisti) urticanti. Queste vengono espulse con violenza quando la medusa caccia le piccole prede di cui si nutre, oppure a scopo difensivo per allontanare animali più grandi potenzialmente pericolosi. Fortunatamente le meduse presenti nei nostri mari non uccidono, a differenza di alcune specie tropicali del Pacifico che posseggono un veleno molto tossico. Quando si è colpiti dalle vescicole delle meduse, si percepisce subito un forte bruciore e dolore, la pelle si arrossa, compaiono piccoli pomfi tipo orticaria, e si inizia ad avvertire un intenso prurito. Cosa fare in questi casi? Se state nuotando al largo occorre cercare di raggiungere subito, ma con calma, la riva. Evitate di grattarvi o di strofinare la sabbia sulla pelle, anche se è la prima reazione istintiva: quest’atto può rompere eventuali vescicole residue, liberando ulteriore veleno. Lavate delicatamente con acqua di mare (NON acqua dolce!) la parte colpita e applicate quindi un gel specifico al cloruro d’alluminio, che possiede un’immediata azione antiprurito e blocca la diffusione delle tossine. Se, immediatamente dopo il contatto, la reazione cutanea diventa diffusa e compaiono difficoltà respiratorie, pallore, sudorazione o disorientamento, chiamate subito aiuto e fate allertare il 118: vi è il pericolo di una reazione anafilattica grave! Cosa non fare. Evitare i cosiddetti rimedi della nonna: le medicazioni estemporanee con ammoniaca, aceto, alcool o succo di limone peggiorano la situazione, perché irritano ancora di più la parte colpita. Anche il contatto con le pietre calde è inutile: il veleno delle meduse è termolabile solo oltre i 50°C. Un altro spiacevole incontro è quello con i Pesci ragno o Tracine, che sono diffusi in tutto il Mediterraneo. Questi pesci, lunghi tra 14 e 50 cm, vivono sepolti nel sedimento nei fondali sabbiosi o fangosi in genere fino a 30 metri di profondità. Gli occhi sono laterali, alti, e consentono la visione all'animale quando è nascosto sotto la sabbia. Ai meno esperti accade spesso di confondere gli occhi sporgenti delle tracine per i sifoni dei cannolicchi e quindi, quando si infila la mano per raccoglierli si corre il rischio di essere punti dall'animale. I pesci ragno sono contraddistinti da una pinna di color nero, situata sulla prima parte del dorso, formata da 5­6 spine cave, collegate a una ghiandola velenifera: in condizioni di riposo sono abbassate, ma vengono erette appena ci si avvicina al loro nascondiglio o quando cacciano una preda. Dopo la prima pinna dorsale segue una seconda dorsale molto lunga, non velenifera.

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Anche gli opercoli possiedono delle robuste spine opercolari collegate a delle ghiandole velenifere. Quando viene schiacciato, il pesce si difende, pungendo il malcapitato con gli aculei sulla sua pinna che iniettano nella pelle un veleno, che provoca subito una importante sintomatologia dolorosa ma che fortunatamente non è pericoloso per la vita dell’uomo. In seguito ad una puntura il dolore è violento ed immediato; risulta urente, progressivo e si estende rapidamente dalla sede della puntura lungo tutto l’arto. Il dolore può perdurare anche 24 ore. La parte colpita appare rossa e tumefatta e talvolta possono verificarsi sintomi sistemici quali tachicardia, difficoltà di respirazione, nausea, difficoltà di movimento dell’arto colpito. Quali misure adottare? Se si viene punti in acqua è importante farsi aiutare. Sono noti casi di sincope post trauma (crisi sincopali) e casi di delirio; spesso il forte dolore non permette neanche il nuoto. Se possibile, immergere immediatamente la parte colpita in acqua molto calda (37 ­ max 40°C): la tossina del veleno è termolabile e il forte calore la inattiva in pochi minuti. Cercare anche di estrarre con cautela, con l’uso di una pinzetta, eventuali aculei conficcati. Applicate infine localmente pomate a base di cloruro di alluminio. Il gonfiore della puntura si risolve in pochi giorni. Qualora nei giorni successivi compaiano febbre o sintomi generali, o la ferita rimanga rossa e dolente, è opportuno contattare il medico. Un terzo indesiderato incontro è quello con gli aculei del Riccio di mare. Il riccio presenta uno scheletro calcareo, detto guscio, munito di lunghi aculei mobili di natura calcarea e, sulla superficie ventrale, di tante piccole estroflessioni con estremità a ventosa, dette pedicelli, che gli consentono di spostarsi. I ricci di mare sono velenosi e rilasciano il veleno attraverso le loro spine e i pedicelli. Se lo si calpesta con il piede, o lo si maneggia in maniera maldestra, gli aculei dell’animale possono pungere e restare conficcati nella pelle, e, poiché sono molto piccoli e fragili, frammenti spinosi possono rimanere nella area lesionata. L’area colpita si presenta arrossata e gonfia, si accusa dolore, all’inizio lieve, ma progressivamente sempre più acuto e che può durare diverse ore. Qualora non si sia proceduto ad una rimozione completa degli aculei, una complicanza può essere la formazione di un granuloma da corpo estraneo, cioè una reazione infiammatoria del tessuto, che può comparire anche dopo due tre mesi dalla puntura e non guarisce spontaneamente. Per eliminarla, è necessario un piccolo intervento chirurgico ambulatoriale. Cosa fare? Laviamo la zona colpita con acqua calda (riduce il dolore) e rimuoviamo gli aculei, se presenti; una volta avvenuta la puntura, infatti, bisogna asportarli in tempi molto rapidi, in modo che venga assorbita la minor quantità di veleno possibile. Usate delle pinzette per estrarre le estremità sporgenti degli aculei più grandi, cercate di muoverle lentamente e delicatamente in modo da non romperle. Se gli aculei non vengono tolti correttamente, o se non si è sicuri di aver estratto adeguatamente tutti i frammenti, occorre recarsi al Pronto Soccorso. Altri animali ancora possono essere pericolosi per la salute dell’uomo (ad esempio, gli scorfani, alcune specie di stelle marine, i cetrioli di mare ed altri ancora). Ciò non giustifica, comunque, la loro uccisione o rimozione, come avviene soprattutto per ciò che concerne le meduse che sono spesso vittima di cattura con retini e secchielli e vengono, poi, seppellite sotto la sabbia o lasciate al sole a sciogliersi. Si tratta di una crudeltà inutile e, oltretutto, è vietato dalla Legge. Le stelle marine non vanno assolutamente toccate: esse, infatti, vivono grazie al loro scheletro esterno e al madreporite, un filtro che permette loro di muoversi e di vivere. Toccare una stella marina può significare danneggiare l’esoscheletro e il madreporite, condannandole a una morte certa.


I nostri lettori raccontano ... L’Isola dei Morti

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Mauro Cicero Ogni volta che mi reco da Mogliano a Susegana e arrivo nei pressi del Ponte della Priula, il mio sguardo si posa sulla segnaletica turistica che indica i luoghi della Grande Guerra. Il mio pensiero, allora, va a ritroso di un secolo, quando quei luoghi che ora appaiono ameni, soprattutto durante la bella stagione, erano devastati dal fuoco incrociato che i combattenti si scambiavano da una riva all’altra del fiume Piave. Di quella zona, graziosamente incorniciata dalle Prealpi Trevigiane, mi piace citare, in particolare, l’Isola dei Morti, nel Comune di Moriago della Battaglia, che oggi è strutturata come “Parco delle Rimembranze”. Specialmente d’estate, quel parco è rallegrato dalla presenza di famigliole con bimbi che vi consumano il picnic; è situato sul greto del Piave di fronte al Montello e i sentieri che dall’ingresso portano al fiume raccontano ciò che accadde nell’ottobre 1918. Il giorno 28 di quel mese, due brigate del XVIII Corpo d’Armata italiano sfondavano il fronte austro­ungarico e avanzavano fino a Susegana, in corrispondenza dei ponti della Priula: la manovra laterale voluta dal generale Caviglia apriva la via oltre il fiume all’VIII Corpo d’Armata verso le Prealpi. Questo successo poté essere conseguito dopo sanguinosi scontri avvenuti nei giorni immediatamente precedenti. Nella notte tra il 26 e il 27 ottobre, il 22° Reparto I Divisione d’Assalto (Arditi) e la Brigata http://davetto.altervista.org/foto/treviso/ moriago_della_battaglia/isola_dei_morti/index.html Cuneo della 27a Armata dal Montello, attraverso il ponte di barche sul Piave, erano sbarcati sull’Isola Verde di Moriago e avevano conquistato il paese, installandovi il quartier generale a Mulino Manente: da lì il generale Vaccari poté puntare su Vittorio Veneto. A causa dei numerosi caduti, l’Isola Verde venne ribattezzata “Isola dei Morti”. Un fatto storico che, nonostante i cento anni trascorsi, merita non solo un angolo nella nostra memoria ma anche una visita in loco.

IL Ritorno Sento, sentiamo insieme, la voce del nostro mare vent'anni dopo: tanto tempo ha richiesto il cuore per affrontare il ritorno. Non è la voce dolce, sognata con la carezza della malinconia di un bene perduto, è il suono cupo, greve dell'onda che incalza l'onda nella bufera, avanza impetuosa contro un'altra onda e un'altra ancora. Rumore sordo, ossessivo; schianti. Non preoccuparti, mi dici avvertendo la mia inquietudine, è solo la bora, domani avremo uno spettacolo stupendo. Ci eravamo fermati a Ica per pernottare nella locanda al centro della baia, al limite del molo. Ci eravamo abbandonati all'abbraccio della scogliera, assaporato sul viso e nel cuore la carezza

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Il ritorno Nella nebbia del cuore un passo sul selciato, l’eco di un canto, dalla chiesa. Entro nella penombra mesta del passato tra figure nere che non conosco, salmodiar di preghiere che non capisco, non ascolto. Smarrita, tra tremuli ceri ricerco brandelli di vita nel pianto di oggi, di ieri.

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dell'aria salmastra. Erano riemersi ricordi, volti amici, episodi di gioventù. Nei frammenti di sonno ossessionante, la linea del molo, nera, che divide in due la baia: metafora psicologica del dramma che ha spezzato in due la mia vita. La luce del giorno riporta il presente nella dimensione della realtà, posso incontrare il mio passato, riprendere ciò che mi appartiene. Posso vedere specchi di luce galleggiare all'orizzonte con i miei occhi non solo nel ricordo, cercare l'infinito oltre l'isola di Cherso, ascoltare lo sciacquio dell'onda ai miei piedi; raccogliere l'argento dell'elicrisio sugli scogli, ritrovare il profumo della mia terra stropicciando tra le dita una foglia di alloro. Posso entrare nella mia chiesa a Laurana. Vorrei annullare il tempo nel silenzio mistico, nella penombra; con la luce fioca che piove dall'alto, vorrei illuminare le tracce della mia vita, incontrare la mia vita, i miei affetti in quel sacrario che custodisce per me momenti del quotidiano ed eventi di rilievo. Cerco il banco in cui sedevano mamma e papà alla domenica; rivivo l'emozione delle loro nozze d'argento, l'ultima festa di famiglia. Il cuore si ferma sui particolari più semplici, che sono parte del mio passato: nella navata esterna la cappella del Purgatorio (mai vista altrove) che mi turbava da bambina, nella parte centrale della chiesa, in alto, il pulpito dal quale nessuno ha predicato e, ancora in alto, l'organo e la cantoria della mia adolescenza con Nini, Santina, Renata. Ma sono venuta là, nella chiesa di Laurana, nella nostra terra, soprattutto per sentire più vicino papà, per pregare come sulla tomba che gli è stata negata, per dire nel pianto al mio Dio che è duro accettare. http://www.qrlovran.org/index­it.html E' un pianto disperato, ininterrotto in cui convogliano le lacrime di vent'anni. Addio papà.


Laboratorio di conversazione francese

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

I Partecipanti al laboratorio Sono 11 anni che Marie France De Bei tiene un corso di lingua francese per l’UNITRE. E’ arrivata dalla Francia dove è nata ed ha insegnato la sua lingua madre; una volta in pensione, ha scelto di venire a vivere nel nostro territorio. Allora parlava poco l’italiano, ma questo è stato per noi un maggiore stimolo per superare l’impaccio iniziale per cercare di esprimerci in questa bella lingua. E’ scattato subito un sentimento di simpatia oltre che di ammirazione per questa insegnante che trasmette le sue grandi competenze, anche oltre la cultura francese, con una tecnica magistrale veramente fuori del comune. Vengono proposti giornali, libri, poesie, brani di letteratura francesi e ­ leggendo gli stessi ­ la conversazione si sviluppa spontanea sui vari temi, tutti vengono coinvolti secondo le loro capacità. Quando occorre va alla lavagna per fissare parole, sinonimi, modi di dire, regole, corrette coniugazioni dei verbi: insomma un po’ di grammatica soft. Le lezioni scorrono piacevolmente e velocemente: non ci si accorge del tempo che passa. Negli anni il gruppo ha perso alcuni componenti e ne ha acquisito di nuovi, ma lo “zoccolo duro” è rimasto. I nuovi non hanno avuto difficoltà ad integrarsi ed hanno arricchito il gruppo portando le loro esperienze e originalità. Con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, da qualche anno, un nostro collega, esperto in materia, ha creato un gruppo in “WhatsApp” mediante il quale, almeno coloro che riescono a destreggiarsi nell’informatica, si scambiano messaggi e informazioni. I momenti più belli e coinvolgenti del nostro percorso sono stati quelli in occasione dei saggi di fine anno dei vari laboratori, dove anche noi ci siamo messi alla prova con piccole esibizioni in lingua. Molto piacevoli gli incontri primaverili nel bel giardino di Marie France dove, favoriti dal clima, in compagnia e a proprio agio, ci siamo espressi al meglio nello stare assieme. Si è creato un legame tra i partecipanti alle lezioni che seguono con entusiasmo, spirito di amicizia e collaborazione: credo che sia il migliore obiettivo a cui la nostra Associazione possa tendere. Grazie Marie.

“Grazie, Marie” Il gruppo di “Francese con Gloria” “Grazie Marie” lo diciamo anche noi del gruppo “Francese con Gloria” per aver offerto la sua generosa disponibilità a portare avanti il nostro corso che rischiava di venire sospeso. La nostra cara professoressa Gloria Bettini, infatti, a causa di un suo serio infortunio, non ha potuto, ovviamente, riprendere le lezioni dopo la pausa natalizia. “Bonne année 2018 qui sera pleine de surprises...” questo è il messaggio via WhatsApp che Gloria ci ha inviato! Pieno di sorprese, già. Chi se l’aspettava una sorpresa del genere! Purtroppo è andata così, ma nonostante la separazione forzata, non ci siamo mai lasciate sole perché, attraverso le mille chat che ancora ci scambiamo per informarci, consolarci ed incoraggiarci a vicenda, il nostro già bel rapporto di amicizia, stima e tanto altro, instauratosi fin dal primo anno di corso, continua a rafforzarsi. Appartenere all’Unitre è anche questo. A te Gloria, un grande abbraccio, senza farti male, e a te Marie, di nuovo il nostro grazie!

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Invito alla musica: Concerto “Il cardellino” di Antonio Vivaldi.

Antonio Vivaldi nacque a Venezia nel 1678. Era un sacerdote, ma, a causa della salute malferma, ottenne presto la dispensa dall’esercizio sacerdotale e poté così dedicarsi interamente alla musica. Vivaldi, soprannominato "il Prete Rosso" per il colore dei capelli (pur nascosta dalla parrucca di moda in quel periodo), oltre ad essere un virtuoso del violino, fu tra i più fertili e originali compositori del 1700 soprattutto nel campo della musica strumentale: in questo campo riuscì ad esprimere il suo temperamento appassionato, ardente e irrequieto attraverso quegli Allegri vivaci e solari e quegli Adagi intimamente suggestivi che suscitarono l'entusiasmo anche di Bach. Vivaldi conobbe fama e riconoscimenti in tutta Europa per la sua attività nel campo della musica strumentale e operistica, oltre che come direttore musicale e impresario: scrisse musica per molti nobili e principi italiani e stranieri ed effettuò numerosi viaggi anche all’estero, dove vennero pubblicate alcune sue raccolte. La sua notorietà tuttavia sfumò negli ultimi anni di vita e quando morì, a Vienna nel 1741, era poverissimo, e, come Mozart, fu seppellito in una fossa comune. La sua ricchissima produzione, che comprende numerosi concerti, sonate e brani di musica sacra, fu riscoperta solo duecento anni dopo, nel XX secolo, e rivela inesauribili doti di fantasia, inventiva, brillantezza e cantabilità: nel mare magnum vivaldiano ho scelto “Il cardellino” (o meglio «Il Gardellino» come scritto dallo stesso Vivaldi), che fa parte dei 6 Concerti per flauto traverso op.10. Si respira un'atmosfera di idilliaca pace campestre in questo concerto per flauto, archi e cembalo, dove il flauto ha un ruolo predominante sin dalle prime battute: Vivaldi sottolinea le capacità virtuosistiche del flauto per imitare il cardellino, consegnandoci la spensierata canzone dell’uccellino trillante in un gioco di invenzione melodica di straordinaria poesia della natura. L’adagio lirico, che segue, trasmette una sensazione di tranquillità profonda, mentre il movimento finale del brano è veloce e animato fino alla conclusione ricca di gioia e colori musicali. Tra le varie incisioni presenti nel mercato discografico vi consiglio l’incisione del gruppo l'Arte dell'Arco, diretta da Federico Guglielmo e con Mario Folena flauto solista; è edita dalla casa discografica Brilliant, a cura dall'autorevole Fondazione Cini di Venezia. Mario Folena, allievo del grande flautista Jean­Pierre Rampal e di René Clemencic, è primo flauto dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ed è anche un veterano dell’esecuzione su strumenti storici. La sua interpretazione è uno splendido esempio di come va concepito il mondo musicale vivaldiano: il virtuosismo e la profondità sono presenti, ma entrambi sono espressi con equilibrio, senza eccessi né svenevoli ammorbidimenti. Edizione consigliatissima, dunque, per la bravura degli interpreti e la qualità dell'incisione!

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Edo Guarneri


Apprendimento di scene in giovani, giovani–anziani e anziani

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Laura Toniolo Prima di tutto mi presento: sono Laura e l’autunno scorso ho conseguito la laurea magistrale in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica all’Università di Padova. Durante il percorso di tesi ho avuto il piacere di collaborare con alcuni iscritti all’Università delle Tre età di Mogliano Veneto e ora vi propongo un riassunto del lavoro svolto. Ho iniziato la mia tesi studiando cosa sia la cognizione spaziale. Questa è l’abilità dell’uomo di raffigurare e memorizzare la posizione, la forma e le distanze degli elementi presenti nell’ambiente che osserviamo. Poi mi sono concentrata su una delle tante abilità studiate in questo ambito di ricerca, ovvero la capacità di apprendere scene. Quest’ultima consiste nell’assimilare tutti gli elementi di una scena osservata, di tenerli a mente e saperli ricordare in modo preciso dopo un po' di tempo. Studiando le ricerche al momento esistenti in questo campo, ho capito che il cambiamento in una scena, viene percepito perché si confronta l’immagine della scena che si sta osservando, con l’immagine mentale già immagazzinata nell’osservazione fatta precedentemente e che è più facile individuare il cambiamento in scene che hanno prospettive uguali o simili tra loro. Ho capito essere centrale anche il fenomeno del binding (ancoraggio) oggetto­posizione, per il quale le persone associano all’identità dell’oggetto la sua posizione e immagazzinano queste due informazioni come se fosse una sola. Tutti questi aspetti dell’abilità di apprendere scene, dipendono dalla memoria di lavoro visuo­spaziale1 e dalle abilità visuo­spaziali2 e il loro declino con l’avanzare dell’età porta a difficoltà nell’immaginare le scene e oggetti da punti di vista diversi da quello di partenza, e nel notare il cambiamento. Lo scopo della mia tesi era quello di studiare appunto come cambia l’abilità di riconoscimento di scene nell’invecchiamento e la relazione di tale abilità con la memoria di lavoro visuo­spaziale e le abilità visuo­spaziali. Alla ricerca hanno partecipato 116 volontari (58 donne e 58 uomini) divisi in 3 gruppi a seconda dell’età: giovani dai 20 ai 29 anni, giovani­anziani dai 60 ai 69 e anziani dai 70 ai 79. L’esperimento era costituito da 2 sessioni della durata totale di un’ora e mezza circa. Nella prima parte abbiamo svolto delle prove di abilità visuo­spaziale; nella seconda parte invece, il partecipante eseguiva un altro Test di scambio­sostituzione delle immagini al computer. Considerando le premesse della mia tesi, si può concludere che potrebbe essere utile allenare la memoria di lavoro visuo­spaziale e la capacità di ruotare il proprio punto di vista per migliorare l’apprendimento di scene e di conseguenza anche le capacità di orientamento e navigazione nello spazio nell’anziano, temi questi, che verranno approfonditi da ricerche future. Ringrazio ancora tutte le persone che hanno deciso di aiutarmi, sono stata molto contenta di trovare interesse e curiosità da parte loro e che mi sia stata data l’occasione di parlare di ciò che il mio percorso di studi mi ha permesso di apprendere. Ricordo che per chi volesse approfondire alcuni passaggi di questa ricerca, è presente una copia della tesi in sede. ­­­ (1) Specifico tipo di memoria che consente di tenere a mente le caratteristiche osservate dell’ambiente che ci circonda per un breve periodo di tempo, quello necessario per eseguire un compito attivamente. (2) Insieme di capacità che consentono l’interazione della persona con il mondo che la circonda: consistono nell’abilità di percepire, agire ed operare utilizzando coordinate spaziali dello spazio in cui tutte le cose sono immerse

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Il Piacere della lettura

Anna Gavalda ­ IL REGALO DI UN GIORNO (Ed. Frassinelli, Milano 2010) Un fratello, due sorelle un po' squinternate, una cognata perfettina si stanno recando ad un matrimonio, attraversando la campagna francese. Arrivati a destinazione, i tre fratelli, dopo aver lasciato l'ignara cognata sulla soglia della chiesa, si danno alla fuga e, assieme ad un altro fratello che rintracciano, trascorrono assieme un week­end allegro, pieno di risate, di complicità, di ricordi, d'amore, prima di tornare (forse più maturi?) alla vita di tutti i giorni. È un libro leggero e divertente che ti fa apprezzare la vita e ti invita a tornare, almeno qualche volta, un po' bambino.

Donatella Grespi

“Il ballo” è un romanzo breve, scritto dalla stessa autrice del più famoso “Suite francese”. Ambientato nell’alta società parigina degli anni trenta, vede come protagonista Antoinette, una ragazzina di quattordici anni che, proprio nel suo sbocciare alla vita e all’amore, viene quotidianamente repressa e umiliata da una madre ignorante e insensibile il cui unico, prepotente desiderio è quello di inserirsi nel “bel mondo” che finalmente ha raggiunto, grazie ad alcune speculazioni in borsa. A tale scopo, questa donna, ex segretaria, decide di organizzare un gran ballo al quale Antoinette non potrà partecipare. Sarà proprio in questa occasione che la ragazzina metterà in atto la sua tremenda vendetta. Un piccolo libro che farà riflettere molto per i suoi contenuti sempre attuali.

Albachiara Gasparella

Salvatore Striano ­ LA TEMPESTA DI SASÀ (Ed. Chiarelettere – Milano, 2016) Questo racconto autobiografico cattura subito l’attenzione del lettore per la crudezza delle descrizioni delle attività di bande minorili nella realtà dei bassifondi napoletani. Salvatore Striano è, già a 14 anni, un capobanda e, con lo svolgere degli avvenimenti viene condannato per vari reati, alcuni molto gravi, ad una pena detentiva che inizia a scontare in un carcere in Spagna dove è fuggito e successivamente in Italia dove viene estradato. Dopo aver toccato il fondo, grazie ad un provvidenziale incontro con il maestro e regista Fabio Cavalli, inizia a scoprire quello che già possedeva nel suo DNA: la voglia di avvicinarsi ai libri, allo studio e scopre così la sua naturale predisposizione per la recitazione. La scoperta delle opere di Shakespeare, ed in particolare della tragedia la “Tempesta”, che interpreterà nel ruolo di Ariel mentre era ancora detenuto nel carcere di Rebibbia, lo porterà agli onori della cronaca. Oggi è un uomo libero e un attore molto apprezzato. E’ utile e consigliabile, per una maggiore comprensione ed approfondimento del racconto, la lettura parallela della “Tempesta” di Shakespeare.

Giancarlo Bontà

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UNITRE Mogliano Veneto

Irene Nemirovsky ­ IL BALLO (Newton Compton Editore ­ Roma, 2013)


Sardegna in poesia Cecilia Barbato Un recente viaggio in Sardegna lungo un itinerario che ha svelato ambienti e paesaggi straordinari, sia lungo la costa che nella parte interna, oltre a una storia ­ o meglio preistoria ­ di datazione antichissima, ha destato in me sensazioni ed emozioni che ho cercato di esprimere con alcune pennellate di poesia. NURAGHI Muri innalzati nei solchi della storia muri di gloria, a cerchio, pietra viva. Orme di stirpi andate identità scolpite dall’ingegno nel segno dei solstizi. E noi, ammirati, vigili all’ascolto: il suono del passato è bronzo vivo vibra.

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

I GIGANTI DI MONTE PRAMA (Museo di Cagliari) Statue scolpite nella pietra bianca in posa fiera, audace solenni nei frammenti ricomposti. Statue rituali. Grandi occhi di arcieri le trecce dei guerrieri il pugno sullo scudo il piede forte, nudo. Simboliche presenze vite in vigore d’uomini e d’eroi a inorgoglire l’isola.

PAN DI ZUCCHERO E COSTA (Masua) Rocce a strapiombo bianche, luminose squarci inattesi, grotte obliquità di stratificazioni ombre profonde. Bellezza pura emersa come Venere dall’onda. ­ Preziosità d’arazzo ­ il cielo si sprofonda nel cristallo. DUNE DI PISCINAS (Arbus) Alte, silenziose dune: ciuffi secchi, a ghermirle, di ginepro. Affondo nella sabbia sigillo di millenni in grani d’ocra. Appare immenso il mare, gonfio di reti d’oro s’avvicina

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Giorgio De Chirico (1888 ­ 1978). “Le Muse Inquietanti”

Le “Muse inquietanti” furono dipinte nel 1917 a Ferrara, durante la degenza di De Chirico all’ospedale militare, ed è una delle opere più conosciute del periodo metafisico. Sopra una pedana inclinata, come un palcoscenico, che nasconde parzialmente quello che sta dietro, si trovano tre statue classiche con il volto da manichino. Una di esse è seduta su un cassettone di altra epoca, in primo piano c’è un parallelepipedo multicolore; un uovo, forse pasquale, si trova ai piedi sulla sinistra della statua seduta; un cilindro, tenuto arrotolato da uno spago, è alla destra della medesima statua. Ombre che non rispecchiano la propria figura, ignote, smisuratamente lunghe o senza fine vengono proiettate sull’assito; gli oggetti sembrano illuminati da più fonti di luce, l’ora è incerta potrebbe essere l’alba ma anche il tramonto. Più che oggetti reali sembrano cose chiamate sulla scena della memoria, raffigurazioni di incontri misteriosi fatti sulla piazza ­ palcoscenico della vita. Lo scenario che fa da contorno è altrettanto improbabile, eterogeneo ed anacronistico, il Castello degli Estensi è affiancato da una tozza torre bianca, da un paio di ciminiere e da un’altra costruzione in piena ombra. Tutto il quadro diventa così un grande spaesamento. Le figure ritratte perdono la loro identità e diventano qualcos’altro. E’ chiara l’allusione al teatro dell’incertezza, della incomunicabilità, della mancanza e perdita di identità di Pirandello. Tutta l’opera è pertanto un palcoscenico nel quale si sta rappresentando l’enigma e l’assurdità della vita. Lo smarrimento e la crisi d’identità dell’uomo di fronte al fluire della vita. La metamorfosi delle idee, il cambiamento dei canoni estetici con lo scorrere del tempo trasformano l’esistenza in qualcosa di irrazionale che, per De Chirico, merita di essere dipinta proprio perché inspiegabile. Un’arte sospesa tra logico ed illogico, tra reale e visionario tra fantastico e razionale, sempre al di fuori di qualsiasi certezza. A De Chirico non interessava tanto l’aspetto esteriore delle cose quanto invece la loro immagine segreta rivelata da anacronistici accostamenti e dai giochi continui ed intrecciati con il resto della composizione; le cose diventano così simboli di mondi lontani, fanno emergere antiche rimembranze, creano un sottile gioco di situazioni reali e irrazionali immerse in un’atmosfera senza https://it.pinterest.com/ tempo.

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Paolo Baldan