Page 1

L'albero della vita


L'albero della vita In copertina

L'albero della vita

 1a

Foto di Salvatore Centaro ­ corso di fotografia

Anno 3 numero 2

 4a

San Giorgio di Pietro Slongo

Aprile ­ Maggio 2018

Sommario

COORDINATRICE EDITORIALE Gabriella  Madeyski

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

REDATTORE CAPO Giuseppe  Ragusa REDAZIONE Cecilia Barbato, Gabriella Bontà, Albachiara Gasparella, Donatella Grespi, Dino Santarossa GRAFICA e versione on line Dino Santarossa

HANNO COLLABORATO:

 3  Editoriale: L'importanza della lettura   4 ­ 5 Maggio: mese di ricordi e presagi   5 4A di Copertina:  L'isola di San Giorgio di P. Slongo   6 Per non dimenticare: storia di una famiglia ebrea   8 Mostra di Van Gogh a Vicenza   9 Cartoline da Palermo ­ ricetta 10 La prima volta in Grecia ­ ricetta 13 Norvegia un mondo da scoprire ­ ricetta 14 ­ 15 Incontri ravvicinati marini... indesiderati 16 I lettori raccontano: L'isola dei Morti 17 Il ritorno 18 Laboratorio di conversazione francese 19 Concerto "Il cardellino" di A. Vivaldi 20 Apprendimento di scene in giovani­anziani 21 Il piacere della lettura 22 Sardegna in poesia 23 Giorgio De Chirico:  Le Muse Inquietanti

Elsa Caggiani, Mauro Cicero, Licia Flego, Edo Guarneri, Laura Toniolo, Paolo Baldan.

Indirizzo per inviare i vostri articoli

uni­tre@unitremoglianotv.it

Indirizzo del sito UNITRE

Fondi L.266/91 ­ Co. Ge. Veneto

www.unitremoglianotv.it Con il contributo del Comune di Mogliano V.to Il  nostro  periodico  è  aperto  a  tutti  coloro  che  desiderino  collaborare  nel  rispetto  dell’  art.  21  della  Costituzione  che  così  recita: “Tutti hanno diritto di manifestare  il  proprio  pensiedinogooglero  con  la  parola, lo scritto  e  ogni  altro  mezzo  di    diffusione  ”,  non  costituendo  pertanto,  tale  collaborazione  gratuita  alcun  rapporto  di  lavoro  dipendente  o  di  collaborazione autonoma.

Distribuzione Gratuita 2

"È tacito che, a protezione del diritto d’autore e della proprietà intellettuale, sulla base  della legge 633/1941 e successivi aggiornamenti, ogni autrice ed autore è responsabile  dell’autenticità  degli  scritti  e  delle  immagini  fotografiche  inviati  alla  redazione  dell'Albero della Vita".  Ci scusiamo per eventuali, non volute, carenze od omissioni nelle indicazioni di autori  di porzioni di testi non virgolettati, degli autori di immagini fotografiche, pittoriche e  disegnate, delle eventuali proprietà editoriali o ©, a fronte di una carenza d'indicazioni  delle stesse, o presenti su fogli volanti, o poste in siti internet anonimi.


Editoriale: L'importanza della lettura La  televisione  ed  internet,  prodotti  della  civiltà  dell'immagine,  tendono  a  sostituire  sempre  più  largamente l'esperienza diretta della vita e della  cultura  con  immagini  e  rappresentazioni  del  mondo.  Oggi,  nel  nostro  quotidiano,  le  tecnologie  finalizzate  alla  comunicazione  sono  sempre  più  pervasive  e  sviluppate,  sia  a  livello  di lavoro che di svago. Più in generale, la società  dell'immagine,  sta  trasformando  il  modo  di  diffondere  la  “conoscenza”.  Nonostante  questo,  è  impossibile  non  riconoscere  gli  effetti  positivi  e vantaggiosi della lettura di un libro. Sia che si  tratti di un libro di testo che di una lettura meno  impegnativa,  il  leggere  impegna  a  fondo  l'immaginazione  e  può  consentire  una  revisione  dell'individualità  e  della  coscienza.  Il  libro,  inoltre, si può presentare anche come un mezzo  per  comunicare.  Effettivamente  è  possibile  interagire  con  il  testo,  ponendoci  non  passivamente  di  fronte  ad  esso,  come  sempre  più  spesso  mezzi  di  comunicazione  di  massa  e  prodotti  della  civiltà  dell'immagine,  come  la  televisione ed internet, ci impongono di fare.  Saper  leggere,  però,  non  è  facile;  infatti  la  lettura  è  una  funzione  cognitiva  inventata  solo 

5.500 anni  fa  e  gli  uomini  hanno  dovuto  “imparare  a  leggere”,  creando  nel  nostro  cervello  nuovi  collegamenti  tra  le  strutture  che  presiedono  alla  visione,  all’ascolto,  alla  cognizione e al linguaggio.  L’ideale  per  realizzare  una  buona  lettura  è  leggere a voce alta. Ma come si legge a voce alta?  Innanzitutto  bisogna  conoscere  il  testo  e,  per  conoscerlo,  bisogna  leggerlo  più  volte;  solo  così 

infatti si  riuscirà  a  coglierne  il  vero  e  completo  significato  e  lo  si  potrà  trasmettere  agli  altri.  E’  importante,  poi,  avere  la  consapevolezza  che  la  nostra  voce  deve  giungere  in  modo  chiaro  agli  ascoltatori,  le  parole  quindi  devono  essere  pronunciate  chiaramente,  senza  mangiarsi  le  lettere,  e  il  volume  deve  essere  adeguato  alla  distanza dell’ascoltatore. Leggere ad alta voce ha  una  duplice  funzione:  dare  concretezza  al  pensiero  dell’autore  (utile  al  lettore),  ma  anche  veicolarlo  all’ascoltatore;  per  questo  è  necessario comunicare con chi ascolta mediante  quello  che  viene  definito  “linguaggio  non  verbale”  e  cioè  lo  sguardo  e  la  gestualità  ma  anche  con  un  corretto  uso  della  voce  che  deve  mediante il tono, il ritmo e il tempo coinvolgere  sia chi legge sia chi ascolta. Da  tutto  ciò  capiamo  che  la  lettura,  figlia  del  linguaggio,  è  un  grande  strumento  di  comunicazione, ma probabilmente questa non è  una novità.  Ciò che deve far riflettere è che la lettura ad alta  voce è utile a tutte le età per mantenere vitale ed  efficiente  il  cervello.  Nei  bambini  procura  stimoli  fonetici,  linguistici,  emotivi,  motori  e  perfino  neuro­vegetativi:  chi  non  conosce  l’effetto  calmante  e  rassicurante  che  una  favola  letta ad alta voce produce su un bambino? Negli  adulti  e  negli  anziani,  grazie  alle  molte  funzioni  che  essa  attua,  migliora  l’attività  mentale,  stimola  la  neuroplasticità  ossia  la  capacità  del  cervello  di  formare  nuove  connessioni  e  riparazioni  cellulari  contrastando  il decadimento cognitivo. Non  dobbiamo  dimenticare,  infatti,  che  il  cervello  ha  la  possibilità  di  attuare  dei  cambiamenti alla sua struttura con il fine di far  fronte  alle  esigenze  del  mondo  che  ci  circonda.  Una delle prove sulla adattabilità del cervello è il  fatto che le persone che diventano non vedenti o  non udenti sviluppano maggiormente altre aree  del  cervello  dedicate  alla  percezione  mediante  altri sensi e riorganizzano le funzioni cerebrali.

3

UNITRE  Mogliano Veneto

Gabriella Madeyski


Maggio: mese di ricordi e presagi  Elsa Caggiani

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Maggio è il mese che aspetto con maggior desiderio. Maggio  ha  la  dolcezza  dei  profumi  e  dei  colori  dolci  della  primavera,  l’attesa  dell’estate,  della  sua  rigogliosa  bellezza.  L’aria  è  tiepida,  piacevolmente  ventosa;  le  azalee,  le  rose,  i  gelsomini,  i  gerani  fioriscono nel mio giardino, dove mi piace sedere e contemplare la bellezza della natura. Maggio è per me il mese delle fragole: quando ero piccola, l’8 maggio ­ compleanno di mia madre ­  venivano  acquistate  e  portate  in  tavola  le  fragole  per    la  prima  volta  nell’anno  e  portate  in  tavola  festosamente.  Nel  giardino  della  mia  scuola  a  Roma  fiorivano  due  grandi  cespugli  di  biancospino:  erano per me il segnale che si avvicinava la fine delle lezioni. Quando  insegnavo,  era  un  mese  che  non  vivevo:  come  dicevo,  “entravo  sott’acqua  in  apnea  il  25  aprile” e “riemergevo solo a metà giugno”, alla fine della scuola. Ero sommersa dall’ansia di spiegare  in classe per completare i programmi di studio con i miei studenti, interrogarli, correggere i compiti  in classe e poi di nuovo spiegare, interrogare e correggere…una corsa finale estremamente faticosa.  Mi svegliavo di notte con l’incubo di non riuscire ad aiutare i miei studenti a dare il meglio di sé nella  corsa finale, e non mi era sufficiente che mi ripetessi che questa paura si presentava ogni anno! Ora invece posso vivere con gioia giorno per giorno questo mese che mi si presenta come un dono. E’  un  mese  di  ricordi:  anche  oggi  ripenso  con  soddisfazione  all’anno  accademico  che  si  sta  concludendo,  con  la  Festa  di  Chiusura,  le  Mostre  dei  laboratori  e  il  viaggio  finale  (quest’anno  in  Provenza).  Posso essere giustamente serena: l’Unitre ha presentato un paniere ricco di proposte, che sono state  apprezzate dagli studenti. Infatti, gli iscritti sono sempre numerosi (più di 750), i docenti “vecchi” e  “nuovi”  hanno  lavorato  con  serietà  e  intensità,  i  corsi  si  sono  rinsaldati  nel  numero  e  nella  partecipazione.  Il  corso  di  linguaggio  cinematografico,  partito  l’anno  scorso,  quest’anno  ha  avuto  sei  incontri.  Il  corso di fotografia ha partecipato a due esposizioni esterne. Il corso di Pigotte ha venduto in favore  dell’Unicef  anche  durante  la  Fiera  del  Rosario.  Il  Coro  si  è  esibito  anche  in  parrocchie  e  case  di  riposo. Le nostre feste sociali hanno riscosso un gradimento lusinghiero: la cerimonia d’inaugurazione con il  concerto  di  Ginka,  la  festa  di  Natale  con  il  nostro  coro  e  la  proiezione  di  un  filmato  sulle  nostre  attività, la festa di Carnevale con la rappresentazione del musical “Don Chisciotte della Mancia”. Abbiamo  collaborato  con  una  conferenza  alle  manifestazioni  in  ricordo  di  Don  Milani,  abbiamo  proseguito  nei  nostri  percorsi  culturali  speciali:  La  Grande  Guerra,  La  Memoria  della  Shoah,  Il  Ricordo dell’esilio istriano e giuliano­dalmata, Le donne moglianesi. Il  giornale,  che  state  leggendo,  è  divenuto  una  realtà  sempre  più  piacevole,  interessante  e  approfondita, con una cadenza regolare. Le nostre uscite culturali hanno avuto un buon successo e  ora si concludono con 40 di noi in partenza per la Provenza. Il  clima  di  amicizia,  simpatia  e  altruismo  che  pervade  l’Unitre  ci  ha  permesso  di  sostituire  velocemente,  con  altri  docenti  che  si  sono  offerti  generosamente,  tre  insegnanti  che,  per  motivi  di  salute e nuovo lavoro, non hanno potuto continuare il loro impegno.  E’  aumentato  il  numero  degli  iscritti  che  volontariamente  contribuiscono  quotidianamente  all’attività dell’Unitre, che giustamente sentono come cosa propria. Piccolo  episodio  significativo:  sia  per  richiesta  del  docente,  che  per  quella  degli  studenti,  abbiamo  organizzato un incontro straordinario per ricuperare la conferenza su Dante annullata per la neve! Se  pensate invece alla gioia di noi scolari per un’ora di vacanza in più! E  ora  una  notizia  speciale:  una  nostra  vecchia  iscritta,  Nadia  Pizzol,  è  stata  eletta  senatrice  della  Repubblica. Congratulazioni a lei! Maggio è un mese di presagi. 

4


E’ il  mese  in  cui  noi  del  Direttivo  tracciamo  il  nuovo  anno  accademico.  Vi  do  qualche  primizia:  abbiamo  già  preso  contatti  con  quasi  tutti  i  docenti  per  i  corsi  liberi  e  a  numero  chiuso.  Ma  siamo  sempre  alla  ricerca  di  nuove  idee  e  nuovi  docenti,  soprattutto  di  lingue:  aiutateci  e  contribuite  a  rendere sempre più interessante e ricco il nostro programma. Ci saranno alcune novità….  Stiamo collaborando con l’Amministrazione Comunale e il Liceo Berto  per celebrare i 40 anni dalla morte di Giuseppe Berto.  A novembre si svolgeranno le elezioni per il nuovo Consiglio Direttivo: chiediamo a tutti gli iscritti la  loro disponibilità per assicurare un armonioso ricambio e un ingresso di forze fresche e originali. Il 30 gennaio 2019 ci sarà la cerimonia per il 30° anniversario dell’Unitre: abbiamo già in mente una  pubblicazione che ricordi il nostro percorso, un dono speciale per gli iscritti fin dall’inizio e poi….

UNITRE  Mogliano Veneto

Un affettuoso saluto: buon maggio!

La 4a di Copertina: L’Isola di San Giorgio, di Piero Slongo

La Redazione Per questo  numero  conclusivo  dell’anno  accademico,  abbiamo  dedicato  la  4a  di  copertina  a  un  quadro  di  Piero  Slongo,  pittore  moglianese  assai  conosciuto  nella  nostra  città,  che  è  stata  il  luogo  principale del suo agire artistico. Piero  Slongo  fu  un  autodidatta,  partiva  da  Mogliano  in  bicicletta  per  andare  a  Venezia  e  vedere  la  Biennale  d’Arte,  e  lì  scopriva  ed  imparava  dai  capolavori  esposti.  Le  frequentazioni  alla  Biennale,  nonché alle varie mostre d’arte presenti nel territorio, diedero all’Artista la possibilità di esprimersi  in maniera variegata, più che in un’identificazione unica. La sua linea artistica fu semplice, priva di profondità e prospettiva, in piano unico, ma con un uso  “maturo”  del  colore,  con  tinte  accese  e  vibranti.  Una  pittura  di  forte  impatto  visivo:  tra  i  soggetti  preferiti di Slongo la campagna trevigiana, Asolo, le colline della Pedemontana, e poi i fiori, le nature  morte, i ritratti. Vittorio  Sgarbi,  presentando  una  sua  mostra  nel  2009,  lo  definì  «un  artista  pieno  di  vitalità  e  intensità espressiva, dotato di una sensibilità pittorica rara, capace di dipingere la poesia del Veneto  senza godere del pittoresco». In  tarda  età,  Piero  Slongo  (il  “giovane  ottantenne”,  come  lo  chiamava  affettuosamente  Vittorio  Sgarbi,  suo  grande  estimatore)  conobbe  la  gioia  di  poter  esporre  le  sue  opere  alla  55a  Esposizione  Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia.

5


L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Per non dimenticare: storia di una famiglia ebrea Giuseppe Ragusa Quest’anno, in occasione del Giorno della Memoria, l’Unitre di Mogliano Veneto ha organizzato una  conferenza  dedicata  a  Ester  Frezza  Jacchia  ­  una  delle  nostre  “storiche”  fondatrici  ­  e  alle  dolorose  traversie subite dalla sua famiglia in seguito alle Leggi razziali, promulgate dal Re Vittorio Emanuele  III di Savoia nel 1938. Conosco Ester da molti anni, e sono stato lieto di aver potuto raccogliere  direttamente  da  lei  questa  lucida  testimonianza  della  follia  del  regime  fascista,  e  di  aver  raccolto  ed  organizzato  anche  il  materiale  fotografico  che abbiamo potuto condividere tutti in occasione della conferenza. Il  padre  di  Ester,  Ermes  Jacchia,  ebreo  di  antica  famiglia,  era    un  uomo  intelligente  e  un  vivace  intellettuale;    esercitava  a  Vicenza  l’attività  di  commercialista e aveva anche fondato una piccola Casa Editrice. A  causa  delle  Leggi  razziali  fu  radiato  dall’albo  professionale,  dovette  chiudere il suo studio e la Casa Editrice, e fuggire in esilio con la famiglia  nella Francia del sud, a Tolosa. Così  Ester  racconta  quel  triste  momento:  “Era  il  1939.  Mio  padre  fu  costretto  a  lasciare  tutte  le  sue  cose.  Mia  madre  Rosetta  ed  io  lo  seguimmo,  e  fummo  costretti  a  vivere in esilio in Francia in un paesino ai piedi dei Pirenei. I nostri bagagli? Due bauli: uno pieno  di  libri  del  mio  papà  ed  uno  con  i  nostri  vestiti.  La  nostra  vita  subì  un  radicale  cambiamento,  naturalmente in peggio. Avevo allora solo sei anni, ma non ho più dimenticato i momenti tragici e  le  paure  di  quei  tempi,  il  terrore  di  essere  catturati  dai  nazisti  e  di  finire  in  un  campo  di  concentramento in Germania. E quanta nostalgia mi assaliva nel ricordo dei miei nonni e di tutti i  miei cari che eravamo stati costretti a lasciare!” (Nella  foto:  Ester  ­  la  prima  seduta,  da  sinistra  ­    nella  Scuola  elementare  nel  paese  di  Saint­ Hilaire, in Francia). Con  l’occupazione  tedesca  della  Francia, nell’aprile 1943 la famiglia  Jacchia  dovette  precipitosamente  rientrare in Italia.  Ermes,  raggiunto  il  paese  di  Alfonsine,  in  Romagna,  si  unì  prima  ai  partigiani,  e  poi  dopo  l’8  settembre,  a  piedi,  con  l’aiuto  di  staffette, riuscì ad arrivare a Tirana  e a riparare in Svizzera. Fu internato in un campo di lavoro a Möhlin vicino a Basilea fino alla fine  del conflitto, selezionato ­ insieme a tanti altri ­ come presenza “pericolosa” perché ebreo e socialista.  In  Svizzera  conobbe  l’isolamento,  il  freddo,  la  fame,  la  malattia,  dormì  su  duri  pagliericci,  fu  costretto ai lavori più umilianti.  La moglie andò a vivere con la bambina a Marsan di Marostica in una povera casetta di campagna: fu  la  signora  Rosetta  –  poiché  il  marito  non  poteva  mandare  denaro  ­    a  rimboccarsi  le  maniche  e  a  provvedere  al  sostentamento  della  famiglia  facendo  dei  lavori  a  maglia  per  i  contadini,  allevando  polli, conigli, oche, e coltivando un piccolo orto. 

6


Documento del Ministero della Cultura popolare: i punti basilari delle Leggi razziali      1.      2.      3.      4.

Le razze umane esistono Esistono grandi razze e piccole razze  Il concetto di razza è concetto puramente biologico La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è              ariana       5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici       6. Esiste ormai una pura “razza italiana”       7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti       8. È necessario fare una netta distinzione fra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte  e gli orientali e gli africani dall’altra       9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana        10. I  caratteri  fisici  e  psicologici  puramente  europei  degli  italiani  non  devono  essere  alterati  in  nessun modo. 

7

UNITRE  Mogliano Veneto

Anche la nonna paterna, in quei tristi anni, dovette vivere nascosta  in un convento di suore a Bassano del Grappa sotto falso nome. Racconta  Ester:  “Le  notizie  di  papà  erano  scarse,  talvolta  arrivavano delle lettere che però non dovevano far capire che lui  era mio padre, perché la polizia ci avrebbe individuato e magari  mandato anche noi in un campo di concentramento.” Ermes  usava  vari  sotterfugi  per  non  fare  apparire  delle  frasi  che  potevano  identificarlo  o  mettere  nei  guai  la  sua  famiglia.  La  censura era implacabile in quegli anni terribili! Ester  aveva  allora  undici  anni,  e  per  sfuggire  alle  persecuzioni  razziali  venne  battezzata  con  l’accordo  di  entrambi  i  genitori,  e,  con  il  cognome  della  madre,  ebbe  la  possibilità  di  frequentare  le  scuole elementari. Nel 1945 la guerra finì, Ermes Jacchia ritornò e si ricongiunse alla  famiglia,  presentandosi  improvvisamente  a  Marsan  nell’agosto  di  quell’anno.  Ester  si  commuove  ancora, dopo tanti anni, al ricordo di quell’incontro con il padre: “Non dimenticherò mai l’emozione  del nostro incontro dopo tutti quegli anni lontani l’uno dall’altra.” A  Vicenza  Ermes  Jacchia  non  trovò  più  la  sua  casa,  i  suoi  libri,  tanti  dei  suoi  amici;  dovette  ricominciare tutto da capo, ma non ebbe una vita lunga.  Morì improvvisamente di infarto a 57 anni il 1° dicembre 1956. Fu  l’ultimo  ebreo  vicentino  ad  essere  sepolto  nel  cimitero  acattolico;  a  celebrare  il  rito  funebre  vennero  il  Rabbino  di  Verona  e,  da  Venezia  e  da  Padova,  dieci  altri  ebrei  per  formare  il  rituale  “Minian” di dieci maschi adulti, per intonare il “Kaddish” e per gettare per primi la terra sulla bara. Ester  mi  ha  raccontato  questa  parte  della  sua  vita  con  molta  commozione,  ma  la  sua  anima,  il  suo  coraggio  sono  sempre  indomiti,  così  come  le  sue  parole  al  momento  di  congedarmi:  “Mi    coglie  sempre  una  grande  emozione  quando  narro  questi  ricordi  della  mia  infanzia,  che  pure  ho  raccontato a molte persone, anche nelle scuole, ed in tante altre occasioni. Spero che questi tragici  eventi  non  si  ripetano  mai  più,  e  mi  auguro  che  anche  la  mia  storia  serva  a  tutti  per  non  dimenticare quanto è successo”.


Mostra di Van Gogh a Vicenza

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Gabriella Bonta' Ci troviamo a Vicenza, un gruppo numeroso dell’Unitre, davanti alla Basilica Palladiana, nell’edificio  medioevale  Palazzo  della  Ragione  che  dal  1944  è  stato  dichiarato  dall’UNESCO  “Patrimonio  dell’Umanità”.  Dal  7  ottobre  questa  sede  ospita  l’interessante  mostra  di  Van  Gogh  che  sta  riscuotendo molto successo. Il nostro gruppo è formato da persone di varie età che hanno lo stesso interesse e curiosità per l’arte  e sono entusiaste di “sfogliare” le pagine dei disegni e dei dipinti del Pittore. Ci è stata assegnata una guida molto brava e competente che, da subito, ha iniziato a descriverci la  storia, la tecnica e l’evoluzione pittorica del grande Artista. Entriamo nella prima sala dove sono esposti 86 disegni che rappresentano essenzialmente la natura,  i lavori della campagna, della semina e della tessitura. Questi schizzi dai tratti essenziali evidenziano  nei volti dei personaggi i segni della sofferenza, sfinimento e fatica per il duro lavoro. La  guida  ci  spiega  che,  osservando  questi  disegni,  il  fratello  Théo,  mercante  d’arte,  si  rende  conto  dell’enorme  potenziale  artistico  di  Vincent,  quindi  decide  di  essere  sempre  presente  al  suo  fianco  dando  l’aiuto  materiale,  affettivo  e  psicologico  necessario,  perché  ne  conosce  la  fragilità  e  la  forte  emotività.  Passiamo  alle  “pagine”  dei  dipinti  dove  la  pennellata,  l’intuito  artistico  e  l’intelligenza  nella  scelta    dell’uso  del  colore  si  materializzano  e  ci  attraggono.  Rimaniamo  senza  parole  di  fronte  ai  dipinti  dove    la  natura  e  i  paesaggi  sono  l’elemento  dominante  magnificamente  interpretati  con  la  predominanza dei suoi colori preferiti: il giallo, il verde e il marrone. Continuiamo  il  percorso  prestando  molta  attenzione  nell’osservare  le  varie  opere  che  ci  vengono  descritte: I  mangiatori  di  patate  (uno  dei  quadri  più  importanti  conosciuti)  rappresenta  una  famiglia  contadina nella capanna, i componenti seduti attorno ad un tavolo, i volti illuminati da una lanterna  esprimono  nei  loro  tratti  rugosi  la  fatica  mentre  gli  sguardi  spiritati  sembrano  perdersi nel vuoto.  Covone di fieno sotto un cielo nuvoloso.  Campo  di  grano  con  volo  di  corvi,  dove  nel  cielo  azzurro  si  leva  uno  stormo  di  corvi  come cattivo presagio. Un  paio  di  scarponi  chiodati,  con  i  quali  il  pittore  ha  percorso  tanta  strada  alla  ricerca  di nuove ispirazioni. Autoritratti,  paesaggi,  nature  morte,  la  sua  stanza,  i  girasoli  che  sono  stati  i  suoi  fiori  preferiti. L’opera  intitolata  “Il  giardino  di  Saint­ Rémy”  è il dipinto che personalmente mi ha  emozionato  e  intristito  di  più,  lasciandomi  un senso di inquietudine: i colori della terra e del cielo sono cupi, gli alberi dominano il quadro con  le possenti chiome mosse dal vento, sembra che respirino in continuo movimento creando vortici di  energia pura; alcuni rami sono storpiati, mutilati perché la linfa non li ha più nutriti. La terra nuda  accoglie  i  loro  tronchi  segnati  dalle  ferite  del  tempo  con  profonde  rughe.  Nel  cielo  lampi  di  giallo  alleggeriscono  l’immagine  tutta.  Più  in  basso,  tra  l’erba  incolta,  si  notano  pochi  e  spontanei  fiori  bianchi: un messaggio di speranza. Nella  vita  di  Van  Gogh  si  verificano  diversi  periodi  di  crisi  nervose  e  psicologiche  sino  a  rendersi  necessario  il  suo  ricovero  (da  lui  stesso  richiesto)  presso  la  casa  di  cura  di  Saint­Rémy.  Questo  periodo diventerà uno dei momenti più produttivi del pittore. Il medico che lo dimette gli suggerisce,  come supporto alla cura, di dipingere almeno un quadro al giorno. Come ci ha detto la guida, quest’uomo, tormentato, con crisi di equilibrio mentale, che ha viaggiato  molto, sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, che ha respirato il profumo della natura, del grano e  dei girasoli, che si sente vicino alla fine del suo percorso, non ha cercato altro che la luce e i colori per  lenire il tormento dell’anima. 

8


Appunti di viaggi Cartoline da Palermo Sotto  di  noi  nuvole,  nuvole,  nuvole.  Poi  l'aereo  le  squarcia  e  appaiono  il  mare,  blu  inchiostro,  la  sagoma bruna dell'Isola delle Femmine, la montagna, Punta Raisi, l'aeroporto. Benvenuti a Palermo! Barocca,  opulenta,  stranamente  pulita  e  ordinata  rispetto  a  quel  che  ricordavo,  rutilante  di  luminarie, addobbata con centinaia di Stelle di Natale rosso fuoco.  Come  una  bambina  mi  incanto  davanti  agli  alberi  ricchi  di  arance  che  nessuno  prende,  mi  viene  quasi voglia di allungare la mano e... farlo io.  Chiese  ricche  di  splendidi  mosaici,  palazzi,  viali  alberati,  giardini  con  fiori  (nonostante  sia  inverno)  e  piante  secolari,  mercati  variopinti  e  caotici  dove  si  vendono  cianfrusaglie  accatastate,  pesce,  ortaggi.  In    vita  mia  non  ho  mai  visto  cavolfiori  così  grossi come qui!  Perché  una  cosa  straordinaria  qui è  il cibo, al quale è  difficile  sottrarsi.  Caponate  con  ogni  tipo di verdura, arancine di riso  dai  ripieni  più    vari,  la  pasta    con  le  melanzane  o  con  le  https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Cattedrale_di_Palermo.jpg sarde,    il  pesce,  i  cannoli,  le  cassate, le granite, lo street food più  antico della storia!! In una bancarella sporchissima, totalmente priva delle più elementari norme igieniche e di sicurezza  ho assaggiato ‘u pani ca meusa (panino con la milza), unto  all'inverosimile, ma ­ secondo me ­ di una bontà  unica, un  vero e proprio attentato alla linea e alla salute. Ma Palermo  è anche questo. Porto  con  me  il  Duomo  di  Monreale  e  il  suo  Cristo  tutto  d'oro, la tomba di Santa Rosalia, i carretti siciliani, i pupi, il  sole  che    d'inverno  scotta  come  da  noi  a  luglio,  le  feste  di  piazza,  la  solarità    della  gente,  la  Chiesa  della  Martorana  che  sembra  uno  scrigno  ricco  di  tesori,  il  Palazzo  dei  Normanni, il teatro Massimo... Palermo sei nel mio cuore!

Ricetta: caponata siciliana  Ingredienti:  2­3  melanzane  lunghe,  1  gambo  di  sedano,  1  cipolla  rossa,  2­3  pomodori  rossi,  3  cucchiai  di  olive  verdi,  una  manciata  di  uvetta,  una  manciata  di  pinoli,  1  cucchiaio  di  capperi,  1  cucchiaio di aceto, 1 cucchiaio di zucchero, olio oliva, pepe, sale q.b. Procedimento:  Mettere  a  bagno  l'uvetta.  Tagliare  le  melanzane  a  dadini,  cospargerle  di  sale  e  lasciarle  riposare  in  uno  scolapasta  finché  perdono  il  liquido  amaro.  Poi  friggerle  in  olio  bollente  e  metterle  su  carta  assorbente.  Intanto  su  un  tegame  viene  posto  il  sedano  tagliato  a  pezzetti  e  fatto  cuocere con olio a fuoco vivace. Abbassata la fiamma,  aggiungere via via gli altri ingredienti e cioè  i  pomodori a pezzetti, la cipolla a striscioline, le olive, l'uvetta asciugata, i pinoli, i capperi, l'aceto, lo  zucchero,  il  pepe  e  ­  se  occorre  ­  altro  sale.  A  cottura  ultimata  completare  con  le  melanzane.  Mescolare bene tutto. 

9

UNITRE  Mogliano Veneto

Donatella Grespi


La prima volta in Grecia

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Albachiara Gasparella Feci il  mio  primo  viaggio  in  Grecia  con  mio  marito  più  di  trent’  anni  fa.  Ci  sono  tornata  ancora  in  quella “terra” che si sgrana nello Ionio e nell’Egeo, seguendo nuovi itinerari e raccogliendo ogni volta  esperienze interessanti e diverse. La  prima  volta  però,  è  quella  che  scatena  sensazioni  infantili  come  la  meraviglia  e  la  gioia  per  l’avverarsi di un sogno a lungo custodito nell’immaginario.  La Grecia, la cui civiltà conoscevo fin da piccola attraverso le leggende, i miti e i numerosi films sulle  gesta  degli  eroi  greci  che  il  Cinema  parrocchiale  del  mio  paese  proiettava  la  domenica  pomeriggio,  era appunto il mio sogno. L’approfondimento è arrivato poi con la scuola e con l’interesse personale. Racconterò di questo primo viaggio perché ha avuto un forte valore emozionale non solo per quanto  riguarda il sogno e lo stupore di cui parlavo, ma anche per le persone che ho incontrato e che sono  state preziosissime per l’arricchimento di questa mia indimenticabile esperienza. Ricostruire le tappe, nonostante siano trascorsi molti anni, è stato facile. Oltre al ricordo ancora bene  impresso nella memoria, mi hanno aiutato le poche foto che  ­ connotate di date, luoghi e particolari  ­ avevo incollato su di un album rigorosamente in ordine cronologico. Riguardandole, mi accorgo di  aver  fatto  un  lavoro  preciso  ed  esauriente,  considerando  che  all’epoca  la  pellicola  consentiva  un  numero limitato di scatti.  Arrivammo  dunque  a  Patrasso  nel  primo  pomeriggio  dopo  la  traversata  da  Brindisi.  Compiute  le  operazioni di sbarco, ci mettemmo alla ricerca di un campeggio che per alcuni giorni sarebbe stato il  primo campo base per la successiva esplorazione del Peloponneso. Trovammo  quello  che  faceva  per  noi  dopo  circa  un’ora  e,  mentre  ci  affannavamo  per  sistemare  la  roulotte  nel  posto  assegnatoci,  fummo  raggiunti  da  una  coppia  di  italiani  accorsi  in  nostro  aiuto,  giusto nel rispetto delle regole del “buon campeggiatore”. Veneti anche loro!!! Naturalmente li invitammo a bere qualcosa con noi, e la signora che, con marito e figlio si trovava in  Grecia già da quaranta giorni, espresse il desiderio di bere un caffè di moka poiché le sue scorte si  erano esaurite da un pezzo. Una patita del caffè come me, non poteva non possedere una moka e nemmeno avere razioni limitate  di questo meraviglioso e irrinunciabile prodotto! Pertanto, oltre al caffè che bevemmo volentieri insieme, gliene potei regalare anche un pacchetto. In  cambio,  si  fa  per  dire,  ebbi  da  lei  e  da  suo  marito,  entrambi  professori  di  lettere  e  studiosi  della  Grecia classica, tanti preziosi consigli e suggerimenti sui luoghi da visitare assolutamente. Che inizio  provvidenziale! Il  primo  incontro  con  l’antica  civiltà  greca  lo  avemmo  con  Olimpia.  Poi  fu  la  volta  di  Epidauro,  di  Micene, di Tirinto e di Corinto. Ogni  volta  una  grande  emozione  e  soprattutto  una  magnifica  sensazione.  Davanti  a  me  non  vedevo  rovine.  Quei  resti  prendevano  corpo  e  si  animavano:  potevo scorgere la gente comune intenta  alle  attività  quotidiane,  gli  atleti  gareggiare  negli  stadi,  gli  attori  recitare  nei teatri, gli oratori parlare nell’agorà… Un  particolare  curioso  e  non  program­ mato  nel  nostro  andare  attraverso  il  Peloponneso  avvenne  quando  ci  imbattemmo  in  un  cartello  stradale  indicante  una  località  il  cui  toponimo  richiamava  il  cognome  siciliano  di  mio 

10


11

UNITRE  Mogliano Veneto

marito. A quel punto, una divagazione sulla tabella di marcia si rendeva necessaria: raggiungemmo il  piccolo villaggio che conservava nel suo centro una notevole chiesa bizantina all’interno della quale  si  stava  celebrando  un  matrimonio  con  rito  ortodosso  al  quale  potemmo  assistere  tranquillamente  senza che nessuno dei presenti mostrasse fastidio per la nostra clandestina presenza. Un’altra  gradita  sorpresa  ce  la  riservò  quello  stesso  giorno  il  gestore  di  una  taverna  un  po’  isolata  dove ci eravamo fermati per pranzare. L’uomo  parlava  solo  greco,  ma  di  fronte  alla  difficoltà  di  comunicare,  subito  ci  invitò  a  seguirlo  in  cucina.  Una  volta  lì,  ci  fece  comodamente  scegliere  ciò  che  desideravamo  direttamente  dalle  teglie  che,  con  evidente  compiacimento,  andava  via  via  scoperchiando  per  la  delizia  dei  nostri  occhi,  del  nostro naso e del nostro palato (peperoni ripieni, involtini di carne in foglie di vite, moussakà...). Rimanemmo seduti a lungo a quel tavolo sotto gli ulivi anche perché a poco a poco tutta la famiglia ci  raggiunse per condividere   quel momento di perfetta beatitudine post­prandiale. Anche i bambini,  incuriositi  dal  fatto  che  in  quel  luogo  fuori  dalle  tradizionali  rotte  turistiche,  fossero  capitati  due  giovani  italiani,  fecero  di  tutto  per  comunicare  con  noi,  attraverso  segni  e  disegni,  e  noi  stemmo  volentieri al loro gioco. “Italiani  e  Greci:  una  faccia  e  una  razza”:  questo  il  ritornello  che  ogni  volta  si  stabiliva  una  certa  familiarità con una persona greca, ci sentivamo ripetere. Le nostre escursioni continuavano e sempre sotto un cielo azzurro ed un sole cocente. Trovare  un  po’  d’ombra  era  un’impresa;  nemmeno  quella  volta  che,  allettati  dall’altitudine  della  collina su cui si ergeva il borgo bizantino di Mistrà, decidemmo di affrontare la salita che portava ai  palazzi e ai monasteri. Lasciato  il  Peloponneso  superando  il  suggestivo  canale  di  Corinto,  visitammo  finalmente  Atene,  Capo Seenion e da ultimo le rovine di Delfi. L’incanto continuava. Anche gli incontri con la varia umanità non erano finiti. Una notte, al campeggio di Atene, non riuscivo a dormire disturbata dal gran caldo e da uno strano  ronzio  simile  al  russare.    Mi  accertai  non  provenisse  da  mio  marito che fino a quel momento  non  aveva  mai  sofferto  di  questa  patologia,  mi  alzai  e  allungai  la  testa  fuori  dal  finestrino. Due  stivaloni  neri  da  motociclista  sporgevano  da  sotto  la  nostra  roulotte!!!  Che  fare?  Svegliai  mio  marito  e,  visto che l’individuo continuava  imperterrito  la  sua  perfor­ mance, decidemmo di aspettare  in silenzio che facesse giorno. Quando, la mattina, aprimmo la  porta  della  roulotte,  un  curioso  spettacolo ci attendeva. Una trentina di ragazzi, giunti nella notte con le moto dall’Inghilterra, si erano coricati silenziosi sul  prato avvolti nei loro variopinti sacchi a pelo come fiori sbocciati per incanto di prima mattina. Il nostro ospite si fece avanti e confessò l’intrusione. Noi ammettemmo di averlo scoperto e tutto finì  con una risata. Facemmo  subito  amicizia  e  ci  congedammo  dal  gruppo  con  il  passaggio  del  testimone  che  noi  avevamo ricevuto a Patrasso dai due insegnanti di lettere e che ci aveva guidati lungo questo gustoso  ed indimenticabile primo viaggio.                                                                                 


Ricetta greca: I Dolmades I  Dolmades,  tipici  della  cucina  greca,  sono  degli  involtini  di  riso  e  carne  trita  avvolti  nelle  foglie  di  vite. 

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Ingredienti per 12 involtini: circa 20 foglie di vite, 70 grammi di riso, 100 grammi di carne macinata,  1/2  cipolla,  1  spicchio  di  aglio,  olio  di  oliva  extravergine,  400  ml  di  brodo  vegetale,  10  grammi  di  burro, 1/2 limone, prezzemolo, menta e timo, sale e pepe.  Procedimento. Sbollentare le foglie di vite in acqua bollente per qualche secondo, passarle poi in una  ciotola con l'acqua fredda, ed infine asciugarle delicatamente con della carta assorbente. In  una  padella  rosolare  l'aglio  con  l'olio,  aggiungere  la  carne  macinata,  il  riso,  la  cipolla  tritata  e  le  erbe  aromatiche.  Far  tostare  il  tutto  per  qualche  minuto,  aggiungere  un  po'  di  brodo  mescolando  ancora per 5 minuti in modo che il riso non attacchi, quindi completare con sale e pepe.  Stendere  le  foglie  di  vite  col  picciolo  (che  eliminerete)  verso  il  basso  e  posizionare  un  cucchiaio  di  impasto al centro della foglia. Arrotolare l'involtino procedendo dal basso verso l'alto fino a ricoprire  il  ripieno,  sollevare  poi  i  bordi  laterali  e  ripiegarli  in  modo  che  alla  fine  risulti  un  cilindretto  ben  stretto.  Foderare  una  pentola  antiaderente  con  le  foglie  di  vite  rimaste,  quindi  disporvi  gli  involtini  ben  stretti  tra  loro  e  versarvi  sopra  il  burro  fuso.  Coprire  il  tutto  con  il  brodo  caldo,  chiudere  col  coperchio e far cuocere per circa 40 minuti fino ad assorbimento.  Servire gli involtini raffreddati con alcuni spicchi di limone. 

Norvegia: un mondo da scoprire Gabriella Madeyski Vacanza:  una  dimensione  dello  spirito.  Ci  si  libera  dalle  abitudini  per  lasciarsi  avvolgere  dalla  bellezza. Non solo ore senza orologi, non solo mare, sole e paesaggi incontaminati; il carattere di chi  vive nei posti da noi prescelti è quasi più importante dei panorami. E così la Norvegia è diventata lo  spazio di una scoperta che mi ha rasserenato e rallegrato contemporaneamente.   Per questi motivi voglio condividere con voi questa mia esperienza.  A  fine  maggio  del  2017  mi  sono  recata  in  questa  nazione  conosciuta  da  tutti  per  i  suoi  fiordi,  per  i  suoi boschi sconfinati, le renne, i ghiacciai, le aurore boreali e il sole di mezzanotte. Contrariamente  a  quanto  potreste  pensare  non  vi  parlerò  di  ciò,  anche  se  sarebbe  impossibile  dire  che  i  fiordi  non  sono  bellissimi  o  che  avere  la  luce  tutta  la  notte  non  lasci  interdetti.  Ciò  che  mi  ha  maggiormente  colpito è lo stile di vita dei Norvegesi, la loro pacatezza, il ritmo con cui trascorrono le loro giornate.  Non vi parlerò quindi né di Oslo né di Bergen che essendo ad alta concentrazione turistica  hanno un  po’ perso lo “smalto” norvegese, ma vi racconterò l’esperienza vissuta a Tromso che è considerata la  capitale della Lapponia, essendo la città più grande oltre il Circolo Polare Artico.  Sono arrivata in albergo circa alle 22.30 dopo un viaggio caratterizzato dalla puntualità ed efficienza.  Terminate le pratiche di rito si erano fatte quasi le  23, ma poiché il sole ancora illuminava i tetti delle  case era decisamente impossibile, nonostante l’ora  e la stanchezza, non fare un giro esplorativo della  città!  Confesso  che  poi,  tornata  in  albergo,  sono  stata con gli occhi puntati al panorama per cercare  di catturare l’attimo in cui il tramonto si trasforma  in  alba;  impresa  fallita  perché  sicuramente  gli  occhi si sono chiusi da soli. La via principale, piena di vetrine, ristoranti e bar  merita  sicuramente  una  tranquilla  passeggiata, 

12


Visitare il Nord della Norvegia, in conclusione, è un’esperienza che consiglio  per conoscere ambienti  naturali  di  rara  bellezza,  ma  soprattutto  per  ritrovare  un  ritmo  di  vita  che  oramai  abbiamo  dimenticato.

Ricetta: Salmone alla Norvegese Ingredienti:        • 4 tranci di salmone (senza spina né pelle)       • 1 bergamotto maturo (va benissimo anche il limone)       • sale q.b.       • olio extravergine di oliva q.b. Procedimento. Lavate il bergamotto (o il limone) poi grattugiatene la scorza e spremetene il succo.  Mettete in una ciotolina la scorza del bergamotto, un pizzico di sale, un cucchiaio di olio e un pizzico  di pepe. Mescolate bene, poi unite anche il succo del bergamotto.  Trasferite i tranci di salmone in una pirofila, irrorate con l’emulsione di succo di bergamotto e olio,  poi  coprite  con  la  pellicola  e  lasciate  riposare  almeno  per  un  paio  d’ore.  Trascorso  il  tempo  della  marinata, sgocciolate i filetti e trasferiteli su di una teglia foderata con carta forno. Infornate in forno  già caldo a 180 °C per 15 minuti e ogni tanto bagnateli con qualche cucchiaio di marinata. Tra i condimenti adatti a rendere il salmone ancora più allettante c'è la Salsa norvegese, una salsina  perfetta  per  completarne  il  sapore  in  maniera  del  tutto  naturale  e  capace,  allo  stesso  tempo,  di  esaltarlo.  Preparare  la  salsa  norvegese  per  salmone  in  casa  è  molto  semplice  e  non  richiede  chissà  quali accorgimenti. Ingredienti: 1 noce di burro, 2 cucchiai di farina, 400 ml di brodo,3 cucchiai di panna fresca, aneto  tritato, succo di mezzo limone, sale e pepe. Preparazione. Versare la noce di burro in un tegame e farlo sciogliere su fuoco basso, quindi unire la  farina, poco alla volta, e successivamente il brodo continuando a mescolare fino a quando il liquido  sarà stato assorbito completamente. Fare cuocere per circa 3 minuti. Adesso unire sia la panna che il  succo del limone. Regolare di sale e pepe ed aggiungere, per ultimo, l'aneto. Spegnere la fiamma, fare  intiepidire e servire con il salmone.

13

UNITRE  Mogliano Veneto

ma bisogna  prestare  molta  attenzione  agli  orari  perché  sono  molto  diversi  rispetto  a  quelli  a  cui  siamo  abituati  noi:  alcuni  locali  tengono  aperto  solo  la  mattina,  altri  solo  la  sera,  difficile  trovare  qualcosa di aperto prima delle 10, e alle 16, o al massimo alle 17, è già orario di chiusura anche se,  come quando c’ero io, il sole non tramonta mai. Il traffico privato è molto limitato, in compenso la  cittadina  è  percorsa  da  numerosissimi  autobus  sui  quali  non  si  può  stare  in  piedi,  quando  si  deve  scendere  si  suona  il  campanello  stando  seduti,  con  la  cintura  allacciata,  ci  si  alza  solo  quando  l’autobus si è fermato. Sia le auto private che i mezzi pubblici si fermano appena intuiscono che un  pedone  ha  intenzione  di  attraversare  la  strada,  il  limite  all’interno  della  città  è  di  30  km.  e,  credetemi, tutti lo rispettano anche quando le strade sono deserte Pur  essendo  una  città  universitaria  noto  che  ci  sono  pochissimi  giovani  per  le  strade,  sapete  dove  erano? In una meravigliosa biblioteca, il cui parcheggio era stracolmo di biciclette!  Abituata al nostro stile di vita, mi aveva colpito il fatto che tutti, compresi i giovani, non vivessero  con  il  cellulare  nelle  mani;  la  risposta  mi  è  stata  data  sul  battello  che  mi  ha  portato  all’interno  dei  fiordi  quando  ho  visto  un  cartello  su  cui  era  scritto:  “è  severamente  vietato  usare  il  cellulare  in  presenza di altre persone” e sapete allora cosa facevano? Le donne lavoravano a maglia e gli uomini  leggevano,  sembrava  di  essere  tornati  indietro  negli  anni.  Questo  clima  di  tranquillità  e  di  sana  lentezza  contagia  anche  i  bambini,  che  sono  buonissimi.  Già  dall’asilo  nido  vengono  abituati  ad  uscire per la città (3 bambini per 1 maestra!), ad entrare nei musei, a prendere l’autobus, non li ho  mai  sentiti  fare  un  capriccio.  Forse  anche  per  questo  sono  tantissime  le  coppie  che,  giovanissime,  hanno già tre figli Per noi, abituati alla vita frenetica, non è facile adeguarsi a questo ritmo di vita, così una sera, con i  miei  compagni  di  viaggio,  abbiamo  deciso  di  andare  a  cenare  nel  locale­discoteca  che  la  guida  Touring  aveva  definito  come  il  punto  d’incontro  dei  giovani.  La  discoteca  era  in  realtà  un  pub  con  sottofondo  musicale  e  chiudeva  alle  23  perché  era  venerdì,  altrimenti  avrebbe  chiuso  alle  20.  Incredibile!  C’è  inoltre  da  sottolineare  che  qualsiasi  bevanda  alcolica  può  essere  venduta  solo  nei  bar….


Incontri ravvicinati marini… indesiderati

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Giuseppe Ragusa Quando pensiamo  di  poter  trascorrere  una  tranquilla  vacanza  al  mare  può  succedere  di  avere  incontri  poco  piacevoli  con  animali  marini,  i  quali  attivano  i  loro  sistemi  di  difesa  nel  momento  in  cui si imbattono in un bagnante che considerano un potenziale aggressore. L’incontro più frequente è quello con le Meduse, animali marini invertebrati con il corpo a forma di  ombrello,  forniti  di  tentacoli  dove  sono  presenti  delle  vescicole  (nematocisti)  urticanti.  Queste  vengono  espulse  con  violenza  quando  la  medusa  caccia  le  piccole  prede  di  cui  si  nutre,  oppure  a  scopo  difensivo  per  allontanare  animali  più  grandi  potenzialmente  pericolosi.  Fortunatamente  le  meduse  presenti  nei  nostri  mari  non  uccidono,  a  differenza di alcune specie tropicali del Pacifico che  posseggono un veleno molto tossico. Quando  si  è  colpiti  dalle  vescicole  delle  meduse,  si  percepisce subito un forte bruciore e dolore, la pelle  si arrossa, compaiono piccoli pomfi tipo orticaria, e  si inizia ad avvertire un intenso prurito. Cosa  fare  in  questi  casi?  Se  state  nuotando  al  largo occorre cercare di raggiungere subito, ma con calma, la riva.  Evitate di grattarvi o di strofinare  la  sabbia  sulla  pelle,  anche  se  è  la  prima  reazione  istintiva:  quest’atto  può  rompere  eventuali  vescicole residue, liberando ulteriore veleno.  Lavate delicatamente con acqua di mare (NON acqua  dolce!)  la  parte  colpita  e  applicate  quindi  un  gel  specifico  al  cloruro  d’alluminio,  che  possiede  un’immediata  azione  antiprurito  e  blocca  la  diffusione  delle  tossine.  Se,  immediatamente  dopo  il  contatto, la reazione cutanea diventa diffusa e compaiono difficoltà respiratorie, pallore, sudorazione  o  disorientamento,  chiamate  subito  aiuto  e  fate  allertare  il  118:  vi  è  il  pericolo  di  una  reazione  anafilattica grave!  Cosa  non  fare.  Evitare  i  cosiddetti  rimedi  della  nonna:  le  medicazioni  estemporanee  con  ammoniaca, aceto, alcool o succo di limone peggiorano la situazione, perché irritano ancora di più la  parte colpita. Anche il contatto con le pietre calde è inutile: il veleno delle meduse è termolabile solo  oltre i 50°C.  Un  altro  spiacevole  incontro  è  quello  con  i  Pesci  ragno  o  Tracine,  che  sono  diffusi  in  tutto  il  Mediterraneo.  Questi  pesci,  lunghi  tra  14  e  50  cm,  vivono  sepolti  nel  sedimento  nei  fondali  sabbiosi  o  fangosi  in  genere  fino  a  30  metri  di  profondità.    Gli  occhi  sono  laterali,  alti,  e  consentono  la  visione  all'animale  quando  è  nascosto  sotto  la  sabbia.  Ai  meno  esperti  accade  spesso  di  confondere  gli  occhi  sporgenti  delle  tracine  per i sifoni dei cannolicchi e quindi, quando  si  infila  la  mano  per  raccoglierli  si  corre  il  rischio di essere punti dall'animale.  I  pesci  ragno  sono  contraddistinti  da  una  pinna  di  color  nero,  situata  sulla  prima  parte  del  dorso,  formata  da  5­6  spine  cave,  collegate  a  una  ghiandola  velenifera:  in  condizioni  di  riposo  sono  abbassate,  ma  vengono  erette  appena  ci  si  avvicina  al  loro  nascondiglio  o  quando  cacciano  una  preda.  Dopo  la  prima  pinna  dorsale  segue  una  seconda  dorsale  molto  lunga,  non  velenifera.

14


15

UNITRE  Mogliano Veneto

Anche gli opercoli possiedono delle robuste spine opercolari collegate a delle ghiandole velenifere. Quando viene schiacciato, il pesce si difende, pungendo il malcapitato con gli aculei sulla sua pinna  che iniettano nella pelle un veleno, che provoca subito una importante sintomatologia dolorosa ma  che fortunatamente non è pericoloso per la vita dell’uomo.  In seguito ad una puntura il dolore è violento ed immediato; risulta urente, progressivo e si estende  rapidamente dalla sede della puntura lungo tutto l’arto. Il dolore può perdurare anche 24 ore.   La  parte  colpita  appare  rossa  e  tumefatta  e  talvolta  possono  verificarsi  sintomi  sistemici  quali  tachicardia, difficoltà di respirazione, nausea, difficoltà di movimento dell’arto colpito. Quali  misure  adottare?  Se  si  viene  punti  in  acqua  è  importante  farsi  aiutare.  Sono  noti  casi  di  sincope post trauma (crisi sincopali) e casi di delirio; spesso il forte dolore non permette neanche il  nuoto.  Se  possibile,  immergere  immediatamente  la  parte  colpita  in  acqua  molto  calda  (37  ­  max  40°C): la tossina del veleno è termolabile e il forte calore la inattiva in pochi minuti. Cercare anche di  estrarre con cautela, con l’uso di una pinzetta, eventuali aculei conficcati. Applicate infine localmente  pomate a base di cloruro di alluminio. Il gonfiore della puntura si risolve in pochi giorni. Qualora nei giorni successivi compaiano febbre o  sintomi generali, o la ferita rimanga rossa e dolente, è opportuno contattare il medico. Un terzo indesiderato incontro è quello con gli aculei del Riccio di mare.  Il  riccio  presenta  uno  scheletro  calcareo,  detto  guscio,  munito  di  lunghi  aculei  mobili  di  natura  calcarea  e,  sulla  superficie  ventrale,  di  tante  piccole  estroflessioni  con  estremità  a  ventosa,  dette pedicelli, che gli consentono di spostarsi.  I  ricci  di  mare  sono  velenosi  e  rilasciano  il  veleno attraverso le loro spine e i pedicelli. Se lo si calpesta con il piede,  o lo si maneggia  in  maniera  maldestra,  gli  aculei  dell’animale  possono  pungere  e  restare  conficcati  nella  pelle,  e,  poiché  sono  molto  piccoli  e  fragili,  frammenti  spinosi  possono  rimanere  nella  area lesionata. L’area colpita si presenta arrossata e gonfia, si  accusa  dolore,  all’inizio  lieve,  ma  progressivamente sempre più acuto e che può  durare  diverse  ore.  Qualora  non  si  sia  proceduto  ad  una  rimozione  completa  degli  aculei,  una  complicanza  può  essere  la  formazione  di  un  granuloma  da  corpo  estraneo,  cioè  una  reazione  infiammatoria del tessuto, che può comparire anche dopo due tre mesi dalla puntura e non guarisce  spontaneamente. Per eliminarla, è necessario un piccolo intervento chirurgico ambulatoriale. Cosa fare? Laviamo la zona colpita con acqua calda (riduce il  dolore) e rimuoviamo gli aculei, se  presenti;  una  volta  avvenuta  la  puntura,  infatti,  bisogna  asportarli  in  tempi  molto  rapidi,  in  modo  che  venga  assorbita  la  minor  quantità  di  veleno  possibile.  Usate  delle  pinzette  per  estrarre  le  estremità sporgenti degli aculei più grandi, cercate di muoverle lentamente e delicatamente in modo  da non romperle. Se gli aculei non vengono tolti correttamente, o se non si è sicuri di aver estratto  adeguatamente tutti i frammenti, occorre recarsi al Pronto Soccorso.  Altri  animali  ancora  possono  essere  pericolosi  per  la  salute  dell’uomo  (ad  esempio,  gli  scorfani,  alcune specie di stelle marine, i cetrioli di mare ed altri ancora). Ciò non giustifica, comunque, la loro  uccisione  o  rimozione,  come  avviene  soprattutto  per  ciò  che  concerne  le  meduse  che  sono  spesso  vittima di cattura con retini e secchielli e vengono, poi, seppellite sotto la sabbia o lasciate al sole a  sciogliersi. Si tratta di una crudeltà inutile e, oltretutto, è vietato dalla Legge. Le  stelle  marine  non  vanno  assolutamente  toccate:  esse,  infatti,  vivono  grazie  al  loro  scheletro  esterno  e  al  madreporite,  un  filtro  che  permette  loro  di  muoversi  e  di  vivere.  Toccare  una  stella  marina  può  significare  danneggiare  l’esoscheletro  e  il  madreporite,  condannandole  a  una  morte  certa.


I nostri lettori raccontano ... L’Isola dei Morti 

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Mauro Cicero Ogni volta  che  mi  reco  da  Mogliano  a  Susegana  e  arrivo  nei  pressi  del  Ponte  della  Priula,  il  mio  sguardo si posa sulla segnaletica turistica che indica i luoghi della Grande Guerra.  Il  mio  pensiero,  allora,  va  a  ritroso  di  un  secolo,  quando  quei  luoghi  che  ora  appaiono  ameni,  soprattutto  durante  la  bella  stagione,  erano  devastati  dal  fuoco  incrociato  che  i  combattenti  si  scambiavano  da  una  riva  all’altra  del  fiume  Piave.  Di  quella  zona,  graziosamente  incorniciata  dalle  Prealpi  Trevigiane,  mi  piace  citare,  in  particolare,  l’Isola  dei  Morti,  nel  Comune  di  Moriago  della  Battaglia, che oggi è strutturata come “Parco delle Rimembranze”. Specialmente d’estate, quel parco  è rallegrato dalla presenza di famigliole con bimbi che vi consumano il picnic; è situato sul greto del  Piave di fronte al Montello e i sentieri che dall’ingresso portano al fiume raccontano ciò che accadde  nell’ottobre 1918.  Il  giorno  28  di  quel  mese,  due  brigate  del  XVIII Corpo d’Armata italiano sfondavano il  fronte  austro­ungarico  e  avanzavano  fino  a  Susegana,  in  corrispondenza  dei  ponti  della  Priula:  la  manovra  laterale  voluta  dal  generale  Caviglia  apriva  la  via  oltre  il  fiume  all’VIII  Corpo  d’Armata  verso  le  Prealpi.  Questo successo poté essere conseguito dopo  sanguinosi  scontri  avvenuti  nei  giorni  immediatamente  precedenti.  Nella  notte  tra  il  26  e  il  27  ottobre,  il  22°  Reparto  I  Divisione  d’Assalto  (Arditi)  e  la  Brigata  http://davetto.altervista.org/foto/treviso/ moriago_della_battaglia/isola_dei_morti/index.html Cuneo  della  27a  Armata  dal  Montello,  attraverso  il  ponte  di  barche  sul  Piave,  erano  sbarcati  sull’Isola  Verde  di  Moriago  e  avevano  conquistato  il  paese,  installandovi  il  quartier  generale  a  Mulino  Manente:  da  lì  il  generale  Vaccari  poté puntare su Vittorio Veneto.  A causa dei numerosi caduti, l’Isola Verde venne ribattezzata “Isola dei Morti”.  Un  fatto  storico  che,  nonostante  i  cento  anni  trascorsi,  merita  non  solo  un  angolo  nella  nostra  memoria ma anche una visita in loco.

IL Ritorno Sento, sentiamo insieme, la voce del nostro mare vent'anni dopo: tanto tempo ha richiesto il cuore  per affrontare il ritorno.  Non  è  la  voce  dolce,  sognata  con  la  carezza  della  malinconia  di  un  bene  perduto,  è  il  suono  cupo,  greve  dell'onda  che  incalza  l'onda  nella  bufera,  avanza  impetuosa  contro  un'altra  onda  e  un'altra  ancora. Rumore sordo, ossessivo; schianti.  Non  preoccuparti,  mi  dici  avvertendo  la  mia  inquietudine,  è  solo  la  bora,  domani  avremo  uno  spettacolo stupendo.  Ci eravamo fermati a Ica per pernottare nella locanda al centro della baia, al limite del molo.  Ci  eravamo  abbandonati  all'abbraccio  della  scogliera,  assaporato  sul  viso  e  nel  cuore  la  carezza 

16


Il ritorno Nella nebbia del cuore un passo sul selciato, l’eco di un canto, dalla chiesa. Entro nella penombra mesta del passato tra figure nere che non conosco, salmodiar di preghiere che non capisco, non ascolto. Smarrita, tra tremuli ceri ricerco brandelli di vita nel pianto di oggi, di ieri.

Licia Flego 17

UNITRE  Mogliano Veneto

dell'aria salmastra. Erano riemersi ricordi, volti amici, episodi di gioventù.  Nei  frammenti  di  sonno  ossessionante,  la  linea  del  molo,  nera,  che  divide  in  due  la  baia:  metafora  psicologica del dramma che ha spezzato in due la mia vita.  La luce del giorno riporta il presente nella dimensione della realtà, posso incontrare il mio passato,  riprendere ciò che mi appartiene.  Posso  vedere  specchi  di  luce  galleggiare  all'orizzonte  con  i  miei  occhi  non  solo  nel  ricordo,  cercare  l'infinito  oltre  l'isola  di  Cherso,  ascoltare  lo  sciacquio  dell'onda  ai  miei  piedi;  raccogliere  l'argento  dell'elicrisio  sugli  scogli,  ritrovare  il  profumo  della  mia  terra  stropicciando  tra  le  dita  una  foglia  di  alloro.  Posso entrare nella mia chiesa a Laurana.  Vorrei  annullare  il  tempo  nel  silenzio  mistico,  nella  penombra;  con  la  luce  fioca  che  piove  dall'alto,  vorrei  illuminare  le  tracce  della  mia  vita,  incontrare  la  mia  vita,  i  miei affetti in quel sacrario che custodisce per me momenti  del quotidiano ed eventi di rilievo.  Cerco  il  banco  in  cui  sedevano  mamma  e  papà  alla  domenica;  rivivo  l'emozione  delle  loro  nozze  d'argento,  l'ultima festa di famiglia.  Il cuore si ferma sui particolari più semplici, che sono parte  del  mio  passato:  nella  navata  esterna  la  cappella  del  Purgatorio  (mai  vista  altrove)  che  mi  turbava  da  bambina,  nella parte centrale della chiesa, in alto, il pulpito dal quale  nessuno  ha  predicato  e,  ancora  in  alto,  l'organo  e  la  cantoria della mia adolescenza con Nini, Santina, Renata.  Ma  sono  venuta  là,  nella  chiesa  di  Laurana,  nella  nostra  terra,  soprattutto  per  sentire  più  vicino  papà,  per  pregare  come sulla tomba che gli è stata negata, per dire nel pianto  al mio Dio che è duro accettare.  http://www.qrlovran.org/index­it.html E'  un  pianto  disperato,  ininterrotto  in  cui  convogliano  le  lacrime di vent'anni.  Addio papà.


Laboratorio di conversazione francese

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

I Partecipanti al laboratorio Sono 11 anni che Marie France De Bei tiene un corso di lingua francese per l’UNITRE. E’ arrivata dalla Francia dove è nata ed ha insegnato la sua lingua madre; una volta in pensione, ha  scelto di venire a vivere nel nostro territorio. Allora parlava poco l’italiano, ma questo è stato per noi un maggiore stimolo per superare l’impaccio  iniziale per cercare di esprimerci in questa bella lingua. E’  scattato  subito  un  sentimento  di  simpatia  oltre  che  di  ammirazione  per  questa  insegnante  che  trasmette  le  sue  grandi  competenze,  anche  oltre  la  cultura  francese,  con  una  tecnica  magistrale  veramente fuori del comune. Vengono  proposti  giornali,  libri,  poesie,  brani  di  letteratura  francesi  e  ­  leggendo  gli  stessi  ­  la  conversazione  si  sviluppa  spontanea  sui  vari  temi,  tutti  vengono  coinvolti  secondo  le  loro  capacità.  Quando  occorre  va  alla  lavagna  per  fissare  parole,  sinonimi,  modi  di  dire,  regole,  corrette  coniugazioni dei verbi: insomma un po’ di grammatica soft. Le lezioni scorrono piacevolmente e velocemente: non ci si accorge del tempo che passa. Negli anni il gruppo ha perso alcuni componenti e ne ha acquisito di nuovi, ma lo “zoccolo duro” è  rimasto. I nuovi non hanno avuto difficoltà ad integrarsi ed hanno arricchito il gruppo portando le  loro esperienze e originalità. Con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, da qualche anno, un nostro collega, esperto in materia,  ha  creato  un  gruppo  in  “WhatsApp”  mediante  il  quale,  almeno  coloro  che  riescono  a  destreggiarsi  nell’informatica, si scambiano messaggi e informazioni. I momenti più belli e coinvolgenti del nostro percorso sono stati quelli in occasione dei saggi di fine  anno dei vari laboratori, dove anche noi ci siamo messi alla prova con piccole esibizioni in lingua. Molto piacevoli gli incontri primaverili nel bel giardino di Marie France dove, favoriti dal clima, in  compagnia e a proprio agio, ci siamo espressi al meglio nello stare assieme. Si è creato un legame tra i partecipanti alle lezioni che seguono con entusiasmo, spirito di amicizia e  collaborazione: credo che sia il migliore obiettivo a cui la nostra Associazione possa tendere. Grazie Marie.

“Grazie, Marie” Il gruppo di “Francese con Gloria” “Grazie  Marie”  lo  diciamo  anche  noi  del  gruppo  “Francese  con  Gloria”  per  aver  offerto  la  sua  generosa disponibilità a portare avanti il nostro corso che rischiava di venire sospeso. La nostra cara  professoressa Gloria Bettini, infatti, a causa di un suo serio infortunio, non ha potuto, ovviamente,  riprendere le lezioni dopo la pausa natalizia. “Bonne année 2018 qui sera pleine de surprises...” questo è il messaggio via WhatsApp che Gloria ci  ha inviato! Pieno di sorprese, già. Chi se l’aspettava una sorpresa del genere! Purtroppo  è  andata  così,  ma  nonostante  la  separazione  forzata,  non  ci  siamo  mai  lasciate  sole  perché, attraverso le mille chat che ancora ci scambiamo per informarci, consolarci ed incoraggiarci  a vicenda, il nostro già bel rapporto di amicizia, stima e tanto altro, instauratosi fin dal primo anno  di corso, continua a rafforzarsi. Appartenere all’Unitre è anche questo. A te Gloria, un grande abbraccio, senza farti male, e a te Marie, di nuovo il nostro grazie!

18


Invito alla musica: Concerto “Il cardellino” di Antonio Vivaldi.

Antonio Vivaldi nacque a Venezia nel 1678.  Era  un  sacerdote,  ma,  a  causa  della  salute  malferma,  ottenne  presto  la  dispensa  dall’esercizio  sacerdotale  e  poté  così  dedicarsi interamente alla musica. Vivaldi, soprannominato "il Prete Rosso" per il colore dei capelli  (pur nascosta dalla parrucca di moda in quel periodo), oltre ad  essere  un  virtuoso  del  violino,  fu  tra  i  più  fertili  e  originali  compositori  del  1700  soprattutto  nel  campo  della  musica  strumentale:  in  questo  campo  riuscì  ad  esprimere  il  suo  temperamento  appassionato,  ardente  e  irrequieto  attraverso  quegli  Allegri  vivaci  e  solari  e  quegli  Adagi  intimamente  suggestivi che suscitarono l'entusiasmo anche di Bach. Vivaldi  conobbe  fama  e  riconoscimenti  in  tutta  Europa  per  la  sua  attività  nel  campo  della  musica  strumentale  e  operistica,  oltre  che  come  direttore  musicale  e  impresario:  scrisse  musica  per  molti  nobili  e  principi  italiani  e  stranieri  ed  effettuò  numerosi  viaggi  anche  all’estero,  dove  vennero  pubblicate  alcune  sue  raccolte.  La  sua  notorietà  tuttavia  sfumò  negli  ultimi  anni  di  vita  e  quando morì, a Vienna nel 1741, era poverissimo, e, come Mozart, fu seppellito in una fossa comune.  La sua ricchissima produzione, che comprende numerosi concerti, sonate e brani di musica sacra, fu  riscoperta  solo  duecento  anni  dopo,  nel  XX  secolo,  e  rivela  inesauribili  doti  di  fantasia,  inventiva,  brillantezza  e  cantabilità:  nel  mare  magnum  vivaldiano  ho  scelto  “Il  cardellino”  (o  meglio  «Il  Gardellino» come scritto dallo stesso Vivaldi), che fa parte dei 6 Concerti per flauto traverso op.10. Si  respira  un'atmosfera  di  idilliaca  pace  campestre  in  questo  concerto  per  flauto,  archi  e  cembalo,  dove  il  flauto  ha  un  ruolo  predominante  sin  dalle  prime  battute:  Vivaldi  sottolinea  le  capacità  virtuosistiche del flauto per imitare il cardellino, consegnandoci la spensierata canzone dell’uccellino  trillante in un gioco di invenzione melodica di straordinaria poesia della natura. L’adagio lirico, che  segue,  trasmette  una  sensazione  di  tranquillità  profonda,  mentre  il  movimento  finale  del  brano  è  veloce e animato fino alla conclusione ricca di gioia e colori musicali. Tra  le  varie  incisioni  presenti  nel  mercato  discografico  vi  consiglio  l’incisione  del  gruppo  l'Arte  dell'Arco,  diretta  da  Federico  Guglielmo  e  con  Mario  Folena  flauto  solista;  è  edita  dalla  casa  discografica Brilliant, a cura dall'autorevole Fondazione Cini di Venezia. Mario Folena, allievo del grande flautista Jean­Pierre Rampal e di René Clemencic,  è primo flauto  dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ed è anche un veterano dell’esecuzione su strumenti storici. La  sua interpretazione è uno splendido esempio di come va concepito il mondo  musicale vivaldiano: il  virtuosismo e la profondità sono presenti, ma entrambi sono espressi con equilibrio, senza eccessi né  svenevoli ammorbidimenti.  Edizione consigliatissima, dunque, per la bravura degli interpreti e la qualità dell'incisione!

19

UNITRE  Mogliano Veneto

Edo Guarneri


Apprendimento di scene in giovani, giovani–anziani e anziani

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

Laura Toniolo Prima di tutto mi presento: sono Laura e l’autunno scorso ho conseguito  la  laurea  magistrale  in  Neuroscienze  e  Riabilitazione  Neuropsicologica  all’Università di Padova. Durante il percorso di tesi ho avuto il piacere di  collaborare  con  alcuni  iscritti  all’Università  delle  Tre  età  di  Mogliano  Veneto e ora vi propongo un riassunto del lavoro svolto. Ho iniziato la mia tesi studiando cosa sia la cognizione spaziale. Questa è  l’abilità dell’uomo di raffigurare e memorizzare la posizione, la forma e le  distanze  degli  elementi  presenti  nell’ambiente  che  osserviamo.  Poi  mi  sono  concentrata  su  una  delle  tante  abilità  studiate  in  questo  ambito  di  ricerca,  ovvero  la  capacità  di  apprendere  scene.  Quest’ultima  consiste  nell’assimilare  tutti  gli  elementi  di  una  scena  osservata,  di  tenerli  a  mente e saperli ricordare in modo preciso dopo un po' di tempo. Studiando  le  ricerche  al  momento  esistenti  in  questo  campo,  ho  capito  che il cambiamento in una scena, viene percepito perché si confronta l’immagine della scena che si  sta osservando, con l’immagine mentale già immagazzinata nell’osservazione fatta precedentemente  e che è più facile individuare il cambiamento in scene che hanno prospettive uguali o simili tra loro.  Ho capito essere centrale anche il fenomeno del binding (ancoraggio) oggetto­posizione, per il quale  le  persone  associano  all’identità  dell’oggetto  la  sua  posizione  e  immagazzinano  queste  due  informazioni come se fosse una sola. Tutti questi aspetti dell’abilità di apprendere scene, dipendono  dalla memoria di lavoro visuo­spaziale1 e dalle abilità visuo­spaziali2 e il loro declino con l’avanzare  dell’età  porta  a  difficoltà  nell’immaginare  le  scene  e  oggetti  da  punti  di  vista  diversi  da  quello  di  partenza, e nel notare il cambiamento. Lo scopo della mia tesi era quello di studiare appunto come  cambia  l’abilità  di  riconoscimento  di  scene  nell’invecchiamento  e  la  relazione  di  tale  abilità  con  la  memoria di lavoro visuo­spaziale e le abilità visuo­spaziali. Alla  ricerca  hanno  partecipato  116  volontari  (58  donne  e  58  uomini)  divisi  in  3  gruppi  a  seconda  dell’età: giovani dai 20 ai 29 anni, giovani­anziani dai 60 ai 69 e anziani dai 70 ai 79. L’esperimento  era costituito da 2 sessioni della durata totale di un’ora e mezza circa.  Nella prima parte abbiamo svolto delle prove di abilità visuo­spaziale; nella seconda parte invece, il  partecipante eseguiva un altro Test di scambio­sostituzione delle immagini al computer.  Considerando  le  premesse  della  mia  tesi,  si  può  concludere  che  potrebbe  essere  utile  allenare  la  memoria  di  lavoro  visuo­spaziale  e  la  capacità  di  ruotare  il  proprio  punto  di  vista  per  migliorare  l’apprendimento  di  scene  e  di  conseguenza  anche  le  capacità  di  orientamento  e  navigazione  nello  spazio nell’anziano, temi questi, che verranno approfonditi da ricerche future. Ringrazio ancora tutte le persone che hanno deciso di aiutarmi, sono stata molto contenta di trovare  interesse  e  curiosità  da  parte  loro  e  che  mi  sia  stata  data  l’occasione  di  parlare  di  ciò  che  il  mio  percorso  di  studi  mi  ha  permesso  di  apprendere.  Ricordo  che  per  chi  volesse  approfondire  alcuni  passaggi di questa ricerca, è presente una copia della tesi in sede.  ­­­ (1)  Specifico  tipo  di  memoria  che  consente  di  tenere  a  mente  le  caratteristiche  osservate  dell’ambiente  che  ci  circonda  per  un  breve  periodo  di  tempo,  quello  necessario  per  eseguire  un  compito attivamente. (2)  Insieme  di  capacità  che  consentono  l’interazione  della  persona  con  il  mondo  che  la  circonda:  consistono nell’abilità di percepire, agire ed operare utilizzando coordinate spaziali dello spazio in  cui tutte le cose sono immerse

20


Il Piacere della lettura

Anna Gavalda ­ IL REGALO DI UN GIORNO (Ed. Frassinelli, Milano 2010) Un  fratello,  due  sorelle  un  po'  squinternate,  una  cognata  perfettina  si  stanno  recando  ad  un  matrimonio,  attraversando  la  campagna  francese.  Arrivati  a  destinazione,  i  tre  fratelli,  dopo  aver  lasciato  l'ignara  cognata  sulla  soglia  della  chiesa,  si  danno  alla  fuga  e,  assieme  ad  un  altro  fratello  che  rintracciano,  trascorrono assieme un week­end allegro, pieno di risate, di complicità, di ricordi,  d'amore, prima di tornare (forse più  maturi?) alla vita di tutti i giorni.  È    un  libro  leggero  e  divertente  che  ti  fa  apprezzare  la  vita  e  ti  invita  a  tornare,  almeno qualche volta, un po' bambino.

Donatella Grespi

“Il ballo”  è  un  romanzo  breve,  scritto  dalla  stessa  autrice  del  più  famoso  “Suite  francese”. Ambientato  nell’alta  società  parigina  degli  anni  trenta,  vede  come  protagonista  Antoinette,  una  ragazzina  di  quattordici  anni  che,  proprio  nel  suo  sbocciare  alla  vita  e  all’amore,  viene  quotidianamente  repressa  e  umiliata  da  una  madre  ignorante  e  insensibile  il  cui  unico,  prepotente  desiderio  è  quello  di  inserirsi  nel  “bel mondo” che finalmente ha raggiunto, grazie ad alcune speculazioni in borsa. A  tale  scopo,  questa  donna,  ex  segretaria,  decide  di  organizzare  un  gran  ballo  al  quale  Antoinette  non  potrà  partecipare.  Sarà  proprio  in  questa  occasione  che  la  ragazzina metterà in atto la sua tremenda vendetta.   Un piccolo libro che farà riflettere molto per i suoi contenuti sempre attuali.

Albachiara Gasparella

Salvatore Striano ­ LA TEMPESTA DI SASÀ (Ed. Chiarelettere – Milano, 2016) Questo  racconto  autobiografico  cattura  subito  l’attenzione  del  lettore  per  la  crudezza  delle  descrizioni delle attività di bande minorili nella realtà dei bassifondi napoletani. Salvatore  Striano  è,  già  a  14  anni,  un  capobanda  e,  con  lo  svolgere  degli  avvenimenti  viene  condannato  per  vari  reati,  alcuni  molto  gravi,  ad  una  pena  detentiva  che  inizia  a  scontare  in  un  carcere  in  Spagna  dove  è  fuggito  e  successivamente in Italia dove viene estradato. Dopo aver toccato il fondo, grazie ad un provvidenziale incontro con il maestro  e regista Fabio Cavalli, inizia a scoprire quello che già possedeva nel suo DNA:  la  voglia  di  avvicinarsi  ai  libri,  allo  studio  e  scopre  così  la  sua  naturale  predisposizione per la recitazione. La  scoperta  delle  opere  di  Shakespeare,  ed  in  particolare  della  tragedia  la  “Tempesta”, che interpreterà nel ruolo di Ariel mentre era ancora detenuto nel  carcere di Rebibbia, lo porterà agli onori della cronaca. Oggi è un uomo libero e un attore molto apprezzato. E’ utile e consigliabile, per una maggiore comprensione ed approfondimento del racconto, la lettura  parallela della “Tempesta” di Shakespeare.

Giancarlo Bontà

21

UNITRE  Mogliano Veneto

Irene Nemirovsky ­ IL BALLO    (Newton Compton Editore ­  Roma, 2013)


Sardegna in poesia Cecilia Barbato Un recente viaggio in Sardegna lungo un itinerario che ha svelato ambienti e paesaggi straordinari,  sia  lungo  la  costa  che  nella  parte  interna,  oltre  a  una  storia  ­  o  meglio  preistoria  ­    di  datazione  antichissima,  ha  destato  in  me  sensazioni  ed  emozioni  che  ho  cercato  di  esprimere  con  alcune  pennellate di poesia. NURAGHI Muri innalzati nei solchi della storia muri di gloria, a cerchio, pietra viva. Orme di stirpi andate identità scolpite dall’ingegno nel segno dei solstizi. E noi, ammirati, vigili all’ascolto: il suono del passato è bronzo vivo vibra.

L'albero della vita ­ Aprile ­ Maggio 2018

I GIGANTI DI MONTE PRAMA (Museo di Cagliari) Statue scolpite nella pietra bianca in posa fiera, audace solenni nei frammenti ricomposti. Statue rituali. Grandi occhi di arcieri le trecce dei guerrieri il pugno sullo scudo il piede forte, nudo. Simboliche presenze vite in vigore d’uomini e d’eroi a inorgoglire l’isola. 

PAN DI ZUCCHERO E COSTA (Masua)  Rocce a strapiombo bianche, luminose squarci inattesi, grotte obliquità di stratificazioni ombre profonde. Bellezza pura emersa come Venere dall’onda. ­ Preziosità d’arazzo ­ il cielo si sprofonda nel cristallo. DUNE DI PISCINAS (Arbus) Alte, silenziose dune: ciuffi secchi, a ghermirle, di ginepro. Affondo nella sabbia sigillo di millenni in grani d’ocra. Appare immenso il mare, gonfio di reti d’oro s’avvicina

22


Giorgio De Chirico (1888 ­ 1978). “Le Muse Inquietanti” 

Le “Muse  inquietanti”  furono  dipinte  nel  1917  a  Ferrara,  durante  la  degenza  di  De  Chirico  all’ospedale militare, ed è una delle opere più conosciute del periodo metafisico. Sopra una pedana inclinata, come un palcoscenico, che nasconde parzialmente quello che sta dietro,  si  trovano  tre  statue  classiche  con  il  volto  da  manichino.  Una  di  esse  è  seduta  su  un  cassettone  di  altra  epoca,  in  primo  piano  c’è  un  parallelepipedo  multicolore;  un  uovo,  forse  pasquale,  si  trova  ai  piedi sulla sinistra della statua seduta; un cilindro, tenuto arrotolato da uno spago, è alla destra della  medesima  statua.  Ombre  che  non  rispecchiano  la  propria  figura,  ignote,  smisuratamente  lunghe  o  senza fine vengono proiettate sull’assito; gli oggetti sembrano illuminati da più fonti di luce, l’ora è  incerta  potrebbe  essere  l’alba  ma  anche  il  tramonto.  Più  che  oggetti  reali  sembrano  cose  chiamate  sulla scena della memoria, raffigurazioni di incontri misteriosi fatti sulla piazza ­ palcoscenico della  vita.  Lo  scenario  che  fa  da  contorno  è  altrettanto  improbabile,  eterogeneo  ed  anacronistico,  il  Castello  degli  Estensi  è  affiancato  da  una  tozza  torre  bianca,  da  un  paio  di  ciminiere  e  da  un’altra  costruzione in piena ombra. Tutto  il  quadro  diventa  così  un  grande  spaesamento.  Le  figure  ritratte  perdono  la  loro  identità  e  diventano  qualcos’altro.  E’  chiara  l’allusione  al  teatro  dell’incertezza,  della  incomunicabilità,  della  mancanza  e  perdita  di  identità  di  Pirandello.  Tutta  l’opera  è  pertanto  un  palcoscenico  nel  quale  si  sta  rappresentando l’enigma e l’assurdità  della vita.  Lo  smarrimento  e  la  crisi  d’identità  dell’uomo di fronte al fluire della vita.  La  metamorfosi  delle  idee,  il  cambiamento  dei  canoni  estetici  con  lo  scorrere  del  tempo  trasformano  l’esistenza  in  qualcosa  di  irrazionale  che,  per  De  Chirico,  merita  di  essere  dipinta  proprio  perché  inspiegabile.  Un’arte sospesa tra logico ed illogico,  tra  reale  e  visionario  tra  fantastico  e  razionale,  sempre  al  di  fuori  di  qualsiasi certezza.  A  De  Chirico  non  interessava  tanto  l’aspetto  esteriore  delle  cose  quanto  invece  la  loro  immagine  segreta  rivelata da anacronistici accostamenti  e  dai  giochi  continui  ed  intrecciati  con  il  resto  della  composizione;  le  cose diventano così simboli di mondi  lontani,  fanno  emergere  antiche  rimembranze, creano un sottile gioco  di  situazioni  reali  e  irrazionali  immerse  in  un’atmosfera  senza  https://it.pinterest.com/ tempo.

23

UNITRE  Mogliano Veneto

Paolo Baldan


Albero della vita n°2 2018  

UNITRE MOGLIANO Vto Giornale del'Università della Terza Età

Albero della vita n°2 2018  

UNITRE MOGLIANO Vto Giornale del'Università della Terza Età

Advertisement