Albero della vita n° 4 - 3 2019

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L'albero della vita


L'albero della vita L'albero della vita

1A La forza della natura (fotografia di Dino Santarossa) 4A Elio Trevisan, "paesaggio" a olio

Anno 4 numero 3° Ottobre ­Novembre 2019 COORDINATRICE EDITORIALE Gabriella Madeyski

L'albero della vita Ottobre ­ Novembre

REDATTORE CAPO Giuseppe Ragusa REDAZIONE Cecilia Barbato Albachiara Gasparella Donatella Grespi Dino Santarossa GRAFICA e versione on line Dino Santarossa HANNO COLLABORATO: Rita Ambrosio Paolo Baldan Luisa Bassetto Elsa Caggiani Alba Compagnone Renzo De Zottis Adriana Terzano Marisa Toniolo

3a Editoriale 4a Il ritmo della vita ­ Saluto della Redazione 5a Le nostre copertine 6a Giornate molto particolari 9a Pippo 10a Viaggio in Ungheria 12a Poesia: Sera sul Danubio ­ Qui Gruppo" Uscite culturali" a 13 Incontro con Elena Carraro 14a Le microplastiche 16a Filastrocche 18a Premio Giuseppe Berto 19a Il piacere della lettura 20a Written on Skin di George Benjamin 22a Mutismo elettivo ­ Un arcobaleno di sensazioni 23a L'urlo, di Eduard Munch

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Distribuzione gratuita 2

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"È tacito che, a protezione del diritto d’autore e della proprietà intellettuale, sulla base della legge 633/1941 e successivi aggiornamenti, ogni autrice ed autore è responsabile dell’autenticità degli scritti e delle immagini fotografiche inviati alla redazione dell'Albero della Vita". Ci scusiamo per eventuali, non volute, carenze od omissioni nelle indicazioni di autori di porzioni di testi non virgolettati, degli autori di immagini fotografiche, pittoriche e disegnate, delle eventuali proprietà editoriali o ©, a fronte di una carenza d'indicazioni delle stesse, o presenti su fogli volanti, o poste in siti internet anonimi.


Editoriale Gabriella Madeyski Iniziamo con questo numero un nuovo anno di attività, ma questo significa anche che un altro anno è passato…. Chi di noi non teme il passare degli anni e l’inevitabile rallentamento delle nostre forze, soprattutto di quelle cognitive? Quest’estate, dopo il caldo torrido patito in pianura, mentre rigeneravo le forze in montagna, ho letto un libro molto interessante “Pollice intelligente. Cervello giovane” di cui mi aveva molto incuriosito il titolo. Che relazione c’è fra salute cerebrale e dita delle mani? Apparentemente nessuna perché spesso diamo per scontate le nostre mani e soprattutto le dita: c’è un dito, in particolare, senza il quale non riusciremmo a fare granché ed è il pollice. La Scienza ha ormai acclarato che cervello e pollice sono strettamente collegati, tanto che una stimolazione quotidiana di tale dito permette di avere enormi benefici sulla salute, fra cui il ringiovanimento del cervello stesso. Le dita hanno delle cellule nervose collegate con il cervello. La mano destra è strettamente collegata all’emisfero cerebrale sinistro, che controlla il pensiero logico e razionale, ma anche il linguaggio e il calcolo; la mano sinistra è invece collegata all’emisfero destro, la parte che governa le immagini e l’arte, la parte creativa e l’intuizione. Le dita, sedi di terminazioni nervose, ricevono un gran numero di comandi dal cervello e, allo stesso tempo, gli rimandano stimoli continui. Ecco quindi che possiamo stimolare un’ampia parte del cervello usando le dita, perché, ogni volta che muoviamo le dita, esso si attiva cercando di captare le informazioni. Questo spiega la stretta connessione fra cervello e dita delle mani e perché il dottor Hasegawa1 ha affermato che “le dita sono il nostro secondo cervello”. La conclusione alla quale si giunge è che con i lavori manuali il cervello incontra energia creativa. Tale conclusione deve farci riflettere sui comportamenti che la società moderna, e la sua tecnologia così invasiva, ci impone. Pensiamo ai bambini moderni che già in tenera età vengono abituati all’uso del computer e dello smartphone e sempre meno vengono indotti all’uso corretto della penna e alla produzione di quella che una volta veniva definita “calligrafia”. A questi bambini noi togliamo la possibilità di sviluppare al meglio le potenzialità cognitive e, come già affermato dal prof. Sabatini e dalla neurolinguistica, impediamo loro di imprimere nel cervello i segni alfabetici che servono non solo per scrivere ma anche per leggere. Sapete che oggi la maggior parte dei giovani ha difficoltà a comprendere un testo scritto? E che dire poi della pigrizia mentale a cui l’uso dello smartphone ci ha abituato? Una volta fin da bambini eravamo costretti a memorizzare tutto, adesso possiamo avere qualsiasi informazione, in un attimo, con un semplice click. Purtroppo anche i bambini hanno imparato che è inutile ricordare, “tanto c’è il cellulare!”. Ma sarà proprio un vantaggio? O la memoria dell’uomo, in questo modo, andrà via via spegnendosi? E allora noi, che ormai siamo cresciuti, cerchiamo di aiutare i giovani a rafforzare le proprie abilità cognitive, solo così potranno essere padroni del loro futuro.

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Yoshiya Hasegawa è un medico nato a Nagoya, in Giappone, nel 1966, Riconosciuto come uno dei più importanti specialisti nella ricerca sulla demenza in Giappone, ha studiato la stretta relazione che lega le dita al cervello, esaminando varie migliaia di pazienti affitti da demenza.

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Invecchiare è una forma d’arte. (Goethe)


Il ritmo della vita

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Elsa Caggiani Nei primi decenni dell’Unità d’Italia, la scuola iniziava a metà ottobre, come la nostra Unitre. C’era un motivo: in una nazione ancora prevalentemente agricola, l’anno scolastico seguiva il ritmo delle stagioni. Dopo la vendemmia, i bambini più facilmente potevano frequentare le lezioni. Poi, con il progresso economico, l’inizio è stato anticipato al 1° ottobre (tutti noi ricordiamo di essere stati scolari e studenti “remigini”), ed ora i nostri nipoti iniziano a metà settembre. In effetti, trovo che sia per me, per noi tutti, piacevole e rassicurante seguire il ritmo della natura, ritornare in autunno alla care abitudini della “scuola” quando la stagione estiva è divenuta un ricordo piacevole, ma ormai passato, quando le giornate si accorciano (triste è il pomeriggio sempre più breve) e, se la temperatura è ancora tiepida nelle ore di sole, la sera e la mattina presto cominciamo ad indossare indumenti più caldi. Però, citando Rita Levi Montalcini: “meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita”, questo nostro ritorno al ritmo annuale non è, non deve essere un abbandono passivo e sterile al tran tran quotidiano, ma è e vuole essere carico di “vita”. Vita dell’intelligenza, della nostra creatività, della nostra curiosità, della nostra cultura; vita del nostro cervello. Vita del nostro cuore, della nostra affettività, della nostra socialità. Non ripiegamento sterile su noi stessi, ma apertura sorridente, disponibile, spontanea e gratuita agli altri. Questa è la nostra Unitre: cultura, socializzazione, volontariato. Ben tornati, cari amici. Ben arrivati, nuovi amici.

Saluti della Redazione Eccoci di nuovo a voi con il primo numero di quest’anno accademico. Speriamo possiate apprezzarne i contenuti e trarre buoni spunti di riflessione dalla lettura. Noi della Redazione ci teniamo a far appello alla vostra creatività per offrire un contributo al nostro giornale o semplicemente idee che ci aiutino a migliorarlo. Purtroppo quest’anno ci sentiamo più soli; il 2 settembre, infatti, ci ha lasciato Gabriella Bolzonella Bontà, nostra redattrice sin dalla rifondazione del giornale, ma soprattutto una persona che credeva fortemente nell’utilità di questo giornale e che, anche quando per motivi di salute non partecipava più alle riunioni, sapeva sempre stimolarci cercando elementi di novità. Aveva tanti progetti, tante idee per arricchirlo…adesso tocca a noi e a voi dimostrare che il suo lavoro di tanti anni non è andato perduto.

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Le nostre copertine

La forza della natura

Tra il 26 e il 30 ottobre del 2018 quella che i meteorologi hanno chiamato “tempesta Vaia”, con venti fortissimi che hanno raggiunto velocità fino a 200 km orari, ha provocato ingenti danni su tutto il Triveneto, colpendo in particolare le foreste alpine delle Dolomiti. Si è calcolato che il numero totale degli alberi abbattuti sia 14 milioni. Questo numero enorme di alberi oggi è legname a terra: essi vanno tagliati e trasportati altrove prima che marciscano e nascano parassiti, ma è una cosa tutt’altro che semplice. Gli esperti del settore sono prevalentemente d’accordo sul fatto che il ripopolamento della vegetazione delle zone colpite dovrà avvenire solo in parte artificialmente; nella maggior parte dei casi si dovrà fare affidamento sulla capacità della foresta di ricostituirsi naturalmente, anche se è un processo che richiederà molti anni. Ho visto con i miei occhi la devastazione provocata dalla tempesta, ettari di bosco rasi al suolo, i paesaggi cambiati, e ne sono rimasto sbigottito. Ma con gioia ho anche visto la natura rinascere da tanta distruzione, e crescere spontaneamente nuove piccole piante, i futuri alberi che ripopoleranno nel tempo le aree adesso profondamente ferite. Da queste semplici considerazioni, ho creato la prima pagina di copertina, con gli alberi distrutti e, in primo piano, una mano che sorregge il nostro Albero della vita, nella fiducia della forza della Natura e nella speranza che nulla mai muoia per sempre.

Elvio Trevisan

La Redazione

La quarta di copertina è dedicata ad Elvio Trevisan (1934­2018), pittore, incisore, acquarellista e caricaturista, e tutto da autodidatta. Mestrino di nascita, ma residente a Mogliano da molti anni, aveva cominciato a dipingere da giovane, iniziando l’attività artistica pubblica nel 1959. Ebbe stretti rapporti artistici e umani con Gigi Candiani, esponente di primo piano della scena artistica pittorica mestrina. Numerosissime le sue mostre, personali e collettive, in luoghi prestigiosi; le sue opere si trovano in numerose collezioni pubbliche e private. Nel 1963 fondò il Cenacolo dei Cinque Gigi, con altri 4 maestri. E’ stato tra i massimi esponenti della pittura veneziana en plein air, che consiste nel riuscire a carpire i dettagli e le sfumature date dalla luce agli elementi che compongono il paesaggio all’aria aperta. Nei colori tersi e nostalgici dei suoi paesaggi traspaiono delicatezza, ariosità, armonia e forza, contornati da una luce dorata viva e splendente, quasi una scintilla di vita che il pittore vuole per sempre catturare nelle sue tele.

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UNITRE Mogliano Veneto

Dino Santarossa


Giornate molto particolari

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Donatella Grespi Abbiamo concluso i festeggiamenti del trentennale della nostra Unitre con delle giornate ricche di iniziative, proposte interessanti e valide esperienze. Quella di venerdì 3 maggio è stata una giornata veramente speciale per la nostra Associazione, una giornata ricca di avvenimenti ed emozioni. Alle 10 e 30, presso il Centro Pastorale, è stata inaugurata la mostra dei laboratori frequentati dai nostri iscritti. Dopo un breve saluto della Presidente Elsa Caggiani, abbiamo potuto ammirare le opere realizzate dai partecipanti ai corsi. Attorno alla sala, su dei tabelloni, erano stati affissi i quadri eseguiti con varie tecniche, alla parete, sul fondo, erano esposte le fotografie. Al centro, su un grande tavolo, si potevano ammirare i lavori in maglia, su un altro delle creazioni artigianali di vari tipi (particolari i quadretti eseguiti in legno e sassi appesi su un cartellone). Affollatissimo il tavolo delle Pigotte per l'Unicef, molto apprezzate dai presenti. Ma le celebrazioni per la chiusura dell'anno scolastico non sono finite qui, sono continuate nel pomeriggio presso il teatro Astori. In una sala molto affollata, la nostra Presidente ha fatto un discorso di introduzione elencando tutte le attività svolte nell'arco dell'anno scolastico e le iniziative programmate in occasione della chiusura. È seguito l’intervento del Sindaco Carola Arena che ha definito l'Unitre luogo di cultura, di crescita e di aggregazione e ne ha riconosciuto la grande importanza sul territorio. Subito dopo è iniziata la premiazione dapprima degli allievi con 10 anni di iscrizione, poi di quelli con 20 e infine di quelli con 25. A questo punto Renzo De Zottis, nelle vesti di abile presentatore, ha dato inizio allo spettacolo preparato da alcuni corsisti. Primi ad uscire sul palco sono stati l'insegnante Antonio Scopece e la sua classe di ballo che hanno danzato su una musica ritmata dal titolo "Africa Bum Bum" e sono stati applauditi calorosamente. “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito ... perché la lettura è un’immortalità all’indietro”, con

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questa meravigliosa frase di Umberto Eco sull'importanza della lettura, De Zottis ha presentato i sette allievi della classe di Lettura interpretata, guidati dalla professoressa Gabriella Madeyski, che hanno letto il brano "La campana" tratto da "Il Mondo piccolo " di Guareschi. Dopo una prima comprensibile emozione i lettori si sono esibiti con bravura dimostrando di saper fronteggiare anche dei momentanei inconvenienti tecnici causati dai microfoni. Interessante la proiezione, sullo sfondo, di fotografie tratte dal film “Don Camillo”. Dalle atmosfere anni '50, suggerite dalla lettura di Guareschi, si è passati agli anni '60:e il presen­ tatore, ricordando una frase del coreografo Maurice Bèjart (“La danza è una delle rare attività umane in cui l’uomo si trova totalmente impegnato: corpo, cuore e spirito”) ha introdotto di nuovo la classe di ballo che si è scatenata con il twist. Dalla lettura, al ballo, ... al teatro... De Zottis ­ riportando uno splen­ dido aforisma di Gigi Proietti (“Benvenuti a teatro dove tutto è finto ma niente è falso”) ha annunciato la rappresentazione teatrale preparata da ben due corsi di inglese. Le due insegnanti D'Amato e Gardin hanno spiegato che questa idea e questa collaborazione erano nate durante una vacanza­studio in Inghilterra e poi come questo sodalizio si sia rafforzato nell'attuazione del progetto e durante le prove. Hanno messo in scena un adattamento di "Animal Farm" di Orwell a cui hanno preso parte docenti e allievi mettendosi in gioco, perché non è già facile recitare su un palco davanti a un vasto pubblico, ma ancor di più lo è se lo si fa in una lingua che non è la tua. Ci sono stati momenti di ilarità e applausi calorosi. Bravi davvero! Al maestro Scopece il compito di chiudere lo spettacolo e questa intensa giornata dapprima con un Burlesque e poi, a grande richiesta, con un ballo di musica latino­americana. Il giorno seguente, sabato 4 maggio, presso l'hotel Meridiana, si è tenuto un torneo di Burraco organizzato dalla nostra Associazione in memoria di Silvana Prantil, che per tanti anni ha insegnato questo gioco e che è deceduta a novembre. Il torneo, al quale hanno partecipato circa 150 persone tra iscritti alla nostra Università e quelle di Santa Lucia di Piave e di Cormons, amici e simpatizzanti, ha riscosso un grandissimo successo. Le celebrazioni per la chiusura dell'anno accademico sono poi proseguite il giorno 22 al teatro Astori dove è stata proposta dal Laboratorio di teatro, diretto da Riccardo Mangano, una riduzione della commedia "L'amore malato" di Molière. Gli attori, alcuni con precedenti esperienze sul palcoscenico, ma i più ­ esordienti ­ hanno calcato il palcoscenico con la bravura di attori consumati dimostrando di sapersela cavare con destrezza e humor anche quando le battute faticavano ad essere ricordate! Al pubblico questo spettacolo è molto piaciuto e lo ha dimostrato con applausi scroscianti durante e


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dopo la rappresentazione. E finalmente è giunto l'ultimo giorno di questo intenso Anno Accademico. Il 23 maggio, nella splendida cornice di Villa Braida, i nostri associati si sono dati appuntamento alla mattina per partecipare numerosissimi all'As­ semblea straordinaria nella quale è stato approvato il nuovo Statuto. E’ stato anche presentato il programma per il prossimo anno (conferenze, laboratori, viaggi). Infine docenti, volontari e soci hanno partecipato al pranzo sociale dove si sono salutati con amicizia e si sono augurati buone vacanze, dandosi appuntamento al prossimo anno.

Associati premiati per 25 anni di iscrizione BOBBO CIMAROSTI FILONI PATRON VALVASORI

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GIUSEPPINA WILMA FLORIANA CARLA MARIA LUISA

20 anni di iscrizione 10 anni di iscrizione BARISON GIANNA BELLUNATO MIRCA CAMPELLO MIRANDA CANETTI ANGELA DEL PRETE ROSALBA DOMENEGHETTI SANDRA MENEGAZZI SILVANA PREDONZAN MARIA GRAZIA TERZANO IDA ADRIANA

BENVIN ANTONIO BONAMICO MARGHERITA BUSETTO ERMENEGILDO CATANA FRANCA CONTOLINI DANIELA DAL MOLIN GILBERTA DAVANZO DANIELA GAION TERESINA GATTI FIORINDO GATTI PAOLA GIACOMINI GIOVANNINA MINORE ILEANA PARESCHI MAURIZIO PRIORI CARMELA SPOLAOR WANDA SURIANI MARIA GABRIELLA TRON NICOLO' TRONCHIN CLEMENTINA VAROLA MICHELA VENTURINI LOREDANA VILLANO ANNAMARIA ZANATTA DANIELA


Pippo Tra i molti ricordi indelebili che la seconda guerra mondiale ha lasciato nella popolazione del Nord Italia un posto di rilievo spetta sicuramente a “Pippo”. Naturalmente non stiamo parlando del simpatico personaggio di Walt Disney ma di quel maledetto aereo che puntualmente veniva a turbare le notti dei nostri padri e dei nostri nonni tra la fine del 1943 e il 1945. “Spegni la luce che passa Pippo” si usava dire e nessuno si azzardava più a rompere il protettivo buio della notte anche perché ci pensavano gli addetti dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) a controllare che nessuna luce trapelasse dalle abitazioni. Ma chi era e da dove veniva “Pippo”? Non si trattava naturalmente di un unico aereo ma bensì di cinque coppie di velivoli britannici che operavano partendo dagli aeroporti pugliesi e coprivano un vasto territorio comprendente Liguria, Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Le loro missioni rientravano nell’operazione Night Intruder (intruso notturno) consistente in un disturbo che durava per tutta la notte fino alle cinque del mattino, quando riprendevano le azioni dei cacciabombardieri diurni alleati contro i mezzi in movimento sulle reti stradali e ferroviarie. Per gli appassionati di cose aeronautiche precisiamo che inizialmente venne utilizzato il Bristol Beaufighter, un bimotore dotato di un’autonomia di volo di circa 5­6 ore e di una velocità massima di circa 510 chilometri orari. Nel 1945 venne sostituito dal più moderno De Havilland Mosquito, un bimotore dalla cellula in legno ma dotato di due motori in linea Rolls Royce “Merlin” (gli stessi del leggendario Spitfire) che gli consentivano di superare i 600 chilometri orari. Oltre che dalla velocità, la quasi totale impunità nella quale agivano questi incursori era data dal fatto che difficilmente i pochi caccia notturni tedeschi e italiani si alzavano per contrastare un singolo aereo. Inoltre la contraerea era pressoché inefficace di notte, a meno che non venisse usata contro grandi formazioni di lenti bombardieri. La valenza psicologica dei voli di “Pippo” è comprovata dal vivissimo ricordo rimasto nella memoria collettiva di chi ha avuto la sventura di vivere in quegli anni terribili. La sua area d’azione riguardava soprattutto le zone rurali del Centro­Nord, risparmiate dai massicci bombardamenti che devastavano i grandi centri urbani ma soggette, come in una sorta di tragica compensazione, a questi continui attacchi tanto casuali quanto improvvisi e imprevedibili. Ma perché veniva chiamato “Pippo”? Gli italiani, maestri nel trovare il lato comico nelle tragedie nazionali, ridicolizzarono in qualche modo l’intruso notturno denominandolo in modo buffo, quasi a voler esorcizzare la minaccia che veniva dal cielo. E tra le varie versioni sull’origine del nome ci piace ricordare quella che lo fa derivare dalla celeberrima canzoncina lanciata nel 1940 da Silvana Fioresi con il Trio Lescano il cui ritornello recitava:“Ma Pippo, Pippo non lo sa, / che quando passa ride tutta la città…” Non c’era proprio niente da ridere ma uno sberleffo ad un pericolo contro il quale si era impotenti serviva almeno a risollevare un po’ il morale, sempre più provato da una guerra che sembrava non voler finire mai. “Adda passà ‘a nuttata” recitava il grande Eduardo, una frase applicabile a tutte le angosce umane che sintetizza in modo magistrale anche la piccola tragicomica epopea di “Pippo”, terrore delle notti di tanti anni fa.

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Renzo De Zottis


Viaggio in Ungheria

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Alba Compagnone Il nostro viaggio è iniziato la mattina del 7 Maggio; il cielo era grigio e minacciava pioggia e tra noi cresceva la preoccupazione per le condizioni climatiche che avremmo trovato. Fortunatamente il tempo si è poi mantenuto bello per quasi tutto il periodo. La prima meta è stata Vienna, che abbiamo raggiunto attraversando territori lussureggianti, montagne boscose e fiumi dalle acque turchesi. La città ci è subita apparsa in tutto il suo splendore; non era la prima volta che la visitavo ma il rivederla mi ha dato modo di apprezzare ancor di più la sua maestosità ed eleganza. I palazzi sontuosi, la bellezza del Danubio che le attribuisce un fascino particolare, la vivacità e le mille opportunità culturali, sociali, ricreative che Vienna offre, la rendono una città splendida. Tanti i luoghi visitati, i più rappresentativi di quella che è stata la capitale dell’impero austro­ungarico: il Palazzo imperiale, il Belvedere, la Cattedrale gotica di Santo Stefano, le lussuose stanze del Castello di Schönbrunn, sede estiva della famiglia imperiale, dove hanno vissuto Francesco Giuseppe e la moglie Sissi, e tanto altro. Tutto in questa città rimandava ad un’atmosfera sontuosa e sfarzosa di un tempo passato. Ma Vienna è anche una capitale moderna, ordinata, signorile che sembra esprimere una qualità di vita a misura d’uomo. La guida, preparata e disponibile, ha arricchito le nostre conoscenze e ci ha permesso di calarci nel modo di vivere e di pensare di questa società. Da Vienna, attraverso una navigazione di circa un’ora, siamo giunti a Bratislava. Il tempo era inclemente, pioveva, cosa che ha un po’ compromesso la possibilità di godere a pieno del paesaggio che incontravamo lungo le sponde del grande fiume. Bratislava, capitale della Slovacchia, ci appare come una città caratterizzata da un centro storico medioevale ancora ben conservato. La recente separazione dalla Repubblica Ceca ha consentito a questo piccolo Stato, ed in particolare alla sua capitale, di recuperare una propria identità. Sono evidenti gli sforzi che questo popolo sta mettendo in atto per riscattare la propria pregressa condizione di subordinazione a Praga ed aprirsi alla modernità ed al turismo: anche la guida che ci accompagnava esaltava con orgoglio tale impegno. La visita è stata breve e purtroppo disturbata dalla pioggia, tuttavia abbiamo potuto ammirare il Castello che domina la città e passeggiare per le viuzze del centro. Il viaggio è proseguito per Budapest la cui bellezza ed il cui fascino mi hanno immediatamente colpito.

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E’ facile innamorarsi di questa città, dei suoi magnifici palazzi, delle maestose residenze reali, del superbo Parlamento, simbolo incontrastato di Budapest che si affaccia sul Danubio, il grande fiume che divide in due la città: Buda arroccata sulle colline, e Pest di fronte, in territorio pianeggiante. Nove sono i ponti che collegano Buda con Pest, alcuni dei quali, per la loro bellezza, affascinano il visitatore. I grandi viali, i curati camminamenti in riva al Danubio, la presenza di un turismo internazionale, le mille possibilità culturali che vengono offerte, le numerose terme che attraggono nello svago e nel benessere del corpo molte persone di tutte le età, e le grandi aree verdi fanno di Budapest una vera grande capitale europea. Accompagnati dalla nostra guida Marta, abbiamo visitato il maestoso Palazzo del Parlamento, che funge anche da sede del governo, ricchissimo di stanze (ben 700!) decorate da stucchi dorati, marmi e dipinti in stile barocco. In esso è gelosamente custodita la corona di Santo Stefano, prezioso simbolo della nazione. La particolare curvatura della croce che la sormonta ricorda le drammatiche vicende della monarchia ungherese. Altro simbolo della capitale è la magnifica Chiesa neogotica di Nostra Signora (costruita in onore della Madonna, patrona d’Ungheria) meglio conosciuta come Chiesa di Mattia, dal nome del sovrano Mattia Corvino che nel 1470 la fece ristrutturare. Vicino alla Chiesa, nel quartiere del Castello, sorge l’imponente edificio del Bastione dei Pescatori, la cui forma inconfondibile lo ha reso un simbolo della città: da esso è possibile godere indimenticabili vedute sull’intera capitale. Abbiamo ammirato la suggestiva Piazza degli Eroi, dove si staglia il monumento del Millenario, una colonna ai cui piedi si trovano statue di eroi antichi che hanno fatto la storia dell’Ungheria. Abbiamo anche visitato il Teatro dell’Opera (parzialmente perché in fase di restauro), dove abbiamo gustato un breve spettacolo di canto lirico. Indimenticabile è stata la mini­crociera notturna in battello sul Danubio che ci ha permesso di godere la suggestiva vista della città illuminata. Un’intera giornata è stata dedicata alla visita della Puszta, la grande pianura ungherese, che si spinge sino ai confini dello stato e che occupa gran parte del territorio dell’Ungheria: ci siamo fermati in una caratteristica czarda, dove abbiamo potuto ammirare una spettacolare esibizione con i cavalli, guidati dai caratteristici butteri. Non solo monumenti ma anche gastronomia! Durante questo viaggio abbiamo gustato le pietanze tipiche di questi luoghi evidenziandone le grandi differenze con le nostre abitudini alimentari. Zuppe di gulasch ungherese, paprika, vari tipi di carne, patate e cavoli­verze in abbondanza…. L’ultimo giorno, tornando verso casa, ci siamo fermati al lago di Balaton, luogo di soggiorni estivi di molti ungheresi, e visitato l’Abbazia benedettina che sorge sulle rive. Siamo ritornati a casa stanchi ma con il cuore e gli occhi colmi di gioia per tutte le cose belle che abbiamo visto. Ho apprezzato altresì di questo viaggio l’opportunità di socializzare e condividere con gli altri partecipanti questa esperienza a conferma dell’importanza di tali iniziative nell’ambito delle attività dell’Unitre.


Sera sul Danubio (Budapest) Cecilia Barbato Immersa nel suo fiume sfavilla la città nel buio della sera svelando gemme di corone antiche: il Palazzo Reale che sovrasta, le torri del Bastione il Parlamento che lambisce l’onda…

File di luci uniscono le sponde: sono briglie, perle di passati splendori sui magnifici ponti del Danubio. Ampio abbraccio del fiume alla sua storia sussurro d’acqua, incanto.

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Qui gruppo “Uscite culturali” Rita Ambrosio Nella nostra associazione esiste il gruppo “Uscite culturali” che si occupa, come dice il nome, di organizzare le “gite” di uno o più giorni per i nostri associati. Attualmente noi volontari siamo in quattro: Franco, Silvio, Daniela ed io. Ognuno di noi si è assunto un tipo di attività congeniale alle proprie capacità ed attitudini. Il nostro lavoro inizia già verso la fine del precedente Anno Accademico, per trovare idee su possibili mete interessanti per le nostre uscite, che sono effettuate di solito una volta al mese. Cerchiamo di bilanciare varie esigenze: la distanza, l’interesse del luogo, la possibilità di pranzare o no in un ristorante. Su quest’ultimo punto ci regoliamo in base al tempo che abbiamo a disposizione, e se il gruppo può riuscire a trovare o meno vari locali per uno spuntino veloce. Certo, il ristorante è un motivo in più per stare insieme in allegria. Se possibile scegliamo un locale caratteristico con pietanze della cucina locale. Nostri compiti sono anche chiedere preventivi alle società di pullman e prendere contatto con le guide del luogo per organizzare il programma della giornata. Possiamo insomma tranquillamente dire che “siamo una mini agenzia di viaggi”, perché ci facciamo anche “in casa” le locandine delle uscite che poi postiamo sulle varie bacheche dell’Unitre a Mogliano. Per i viaggi più lunghi, però, ci avvaliamo della collaborazione di una agenzia di nostra fiducia per tutti i particolari tecnici, hotel, spostamenti ecc., ma sempre sotto la supervisione del nostro gruppo che indica anche le date e le mete da raggiungere. Una difficoltà che troviamo riguarda il pagamento dei biglietti per le mostre, che deve essere fatto con larghissimo anticipo; in quel momento per noi non è possibile conoscere il numero dei futuri partecipanti. Per i nostri associati, le motivazioni per partecipare alle nostra iniziative possono essere varie: di solito la voglia di muoversi, di vedere luoghi che non si conoscono o di rivederli insieme, di visitare monumenti o mostre d’arte, di trascorrere una giornata in compagnia interrompendo il tran­tran quotidiano. Perché un viaggio, qualunque sia la meta, una grande città, un borgo caratteristico, un paesaggio naturale di particolare bellezza, o la visione guidata di una mostra d’arte, è sempre un’esperienza che arricchisce la nostra mente e rimane un bel ricordo. Può essere infine un’occasione per rinnovare vecchie conoscenze o iniziare nuovi rapporti di amicizia. In conclusione, veniteci a trovare e, perché no, a proporre nuovi possibili itinerari per le nostre prossime mete!

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Incontro con Elena Carraro. “L’uovo di Mary – Storia di una sopravvivenza (Cleup, Padova 2019). Ha occhi neri, profondi e un sorriso dolcissimo che le illumina il viso quando parla, Elena Carraro, moglianese doc, che incontro, in un piovoso pomeriggio di fine maggio, davanti a una tazza di tè. Autrice di "L'uovo di Mary ­ Storia di una sopravvivenza " mi parla della sua vita e del suo libro, scritto dopo una grave malattia che è riuscita a sconfiggere. La sua non vuole essere soltanto la narrazione di quello che le è accaduto, è molto di più perché dimostra che non è soltanto possibile debellare il male, ma che in questa esperienza tragica si può trovare lo stimolo per guardare dentro se stessi, scoprire la propria essenza e le risorse che ognuno di noi ha, e spiccare il volo verso nuove mete. Chi è Elena? "Sono nata a Mogliano da genitori moglianesi, sono laureata in lingue e letterature straniere. Dopo il matrimonio ho preso il diploma universitario di fisioterapista, professione che svolgo tuttora." Quando hai scoperto di avere questo talento per la scrittura? "Le mie compagne di liceo ricordano una mia particolare predisposizione per la scrittura, ma io non l'ho mai coltivata. Dopo la malattia ho iniziato tutta una serie di attività che mi facevano piacere e tra queste ho frequentato un corso di scrittura con Marco Franzoso il quale, dopo la prima lezione, mi ha assegnato dei compiti per casa. Da questa consegna è nato, di getto e in pochi giorni, il libro che mai avrei pensato, non solo di scrivere, ma anche di illustrare e...pubblicare." Il libro si intitola “L’uovo di Mary”… ma chi è questa Mary? "Mary è una gallina che mi è stata regalata. Un essere speciale. Dopo aver scritto la parte riguardante la mia malattia, rileggendola, ho pensato che fosse troppo cupa, ho sentito il bisogno di alleggerirla inframezzandola con una fiaba. La fiaba della gallina Mary. Mary, e le uova che offre, hanno anche una funzione simbolica. Rappresentano l'amicizia e il sostegno che arrivano non solo da chi ti è vicino, ma anche da te stesso." Che cosa ti ha insegnato la tua esperienza? "Mi ha dato l'opportunità di conoscermi a fondo, di eliminare il superfluo, di scoprire le cose essenziali. Ho imparato a considerare le mie cellule malate non con rabbia ma con accettazione, amore, cura." Quale messaggio vuoi inviare ai tuoi lettori e alle donne in particolare? "È importante imparare ad ascoltarsi, a dare voce alle nostre sensazioni, a lottare per la nostra autenticità anche se si scontra con quello che gli altri pensano sia giusto per noi. Io, ad esempio, ho rifiutato una ricostruzione che mi veniva imposta soltanto per un motivo estetico, ma che non mi sentivo di affrontare. Voglio dire alle donne che più che apparire è importante se stai bene con te stessa. E mi piacerebbe portare questo messaggio anche tra le ragazze che, per adeguarsi a certi canoni estetici, si sottopongono a diete feroci e a trattamenti anche dolorosi. Una donna può essere bellissima nella sua imperfezione. " Quali sono i tuoi progetti futuri? "Dopo questo libro ho continuato a scrivere romanzi brevi che prendono spunto da temi sociali. Il prossimo libro che pubblicherò, ad esempio, parla della vecchiaia e di come la malattia e la morte di un genitore irrompono nella vita dei loro figli". A proposito di figli, i tuoi cosa pensano del tuo successo? "Sono molto orgogliosi, come lo sono le mie sorelle che mi sono state molto vicine." So che hai avuto un gran riscontro da parte dei lettori… "Ho avuto tanti commenti positivi e non solo da persone che hanno affrontato il mio stesso problema. Sono rimasta colpita dal desiderio di molti lettori di condividere, di scambiare esperienze ed emozioni. Sono molto felice". Sorride Elena. La nostra più che un'intervista vera e propria, è stata una lunga chiacchierata in cui ci siamo confrontate, emozionate, a volte commosse. La voglio ringraziare non solo per il tempo che mi ha dedicato, ma anche per avermi dato la possibilità di conoscere meglio una donna davvero eccezionale.

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Donatella Grespi


Le microplastiche, vera urgenza del nostro tempo

L'albero della vita Ottobre ­ Novembre

Giuseppe Ragusa La plastica è una sostanza artificiale presente in maniera indispensabile ed irreversibile nella nostra vita di tutti i giorni, ed il suo uso è in continua ascesa. La plastica non è biodegradabile, ma si può frammentare sino a raggiungere dimensioni inferiori ai 5 millimetri: questi piccolissimi frammenti vengono chiamati microplastiche e possono arrivare nella nostra catena alimentare; le particelle ancor più piccole, chiamate nanoplastiche, sono così minuscole che possono essere assorbite nelle vie respiratorie. Le microplastiche non solo derivano dalla degradazione della plastica abbandonata nell'ambiente, ma sono anche presenti nella vita di tutti i giorni nelle confezioni adibite ad uso alimentare (buste, sacchetti, contenitori di vario tipo, pellicole trasparenti), negli imballaggi in plastica, nelle microfibre artificiali dei tessuti sintetici, o anche come additivi nei saponi, cosmetici, creme, gel, dentifrici, e addirittura anche nelle bottiglie di plastica (per acqua o bevande) ancora piene. Di tutta la plastica prodotta ogni anno nel mondo, solo il 9% viene riciclata, mentre purtroppo un’enorme quantità di essa finisce in natura, inquinandola. Negli oceani ogni anno arrivano quasi 13 milioni di tonnellate di plastica (l’equivalente di un camion di spazzatura ogni minuto), e la quantità è purtroppo destinata ad aumentare. Uno scoraggiante report di Greenpeace stima che ci sono oltre 5.250 miliardi di pezzi di plastica, per un peso superiore a 250.000 tonnellate, che galleggiano negli oceani del mondo. Si sono addirittura formate 5 gigantesche “isole di plastica” oceaniche ­ due nel Pacifico, due nell’Atlantico e una nell’Oceano Indiano – alle quali se ne è aggiunta una sesta nel Mar Mediterraneo (ciclicamente tra l’isola d’Elba e la Corsica). Recentemente sono state ritrovate microplastiche anche nelle nevi dell’Artide! I paesi mediterranei che disperdono più plastica nel Mare Nostrum sono la Turchia (144 tonnellate al giorno), seguita da Spagna (126), Italia (90), Egitto (77) e Francia (66). In Italia il mare con il più alto tasso di densità di immondizia è il Mar Tirreno con 51 rifiuti per chilometro quadrato di mare, al quale seguono l'Adriatico, con 34 rifiuti, e lo Ionio, con 33 rifiuti. Sono enormi i danni per gli organismi marini: sono almeno 135 le specie marine mediterranee che ingeriscono oggetti di plastica o vi finiscono intrappolati. Quasi una tartaruga Caretta Caretta su due, nelle sue acque, muore a causa dei polimeri ingeriti. Un capodoglio su tre fa la stessa fine. Il caso più estremo: 9 metri di fune, 4,5 metri di tubo flessibile, 2 vasi da fiori e diversi teli di plastica sono stati trovati nello stomaco di un capodoglio spiaggiato recentemente nelle coste toscane. Particolarmente colpiti sono le cozze, le vongole e le ostriche, i crostacei come gamberi, mazzancolle, scampi e il granchio comune, ma anche la triglia di fango e la sogliola, che si nutrono sui fondali, possono essere grandi accumulatori di microplastiche.

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Vengono ad essere contaminati anche quei grossi animali marini che si nutrono di pesci avvelenati da questi polimeri: il 18% di tonni e pesci spada nel sud del Mediterraneo presenta rifiuti di plastica nello stomaco. Anche nel sale marino sono state trovate significative tracce di microplastiche. La conseguenza di questo degrado ambientale è l’ingresso della plastica nel ciclo alimentare: i pesci scambiano le particelle di plastica per plancton, lo ingeriscono: una volta che essi sono pescati e destinati al consumo, la plastica arriva alla fine nelle nostre tavole. Dal punto di vista medico, quali sono le conseguenze di questo inquinamento nell’uomo? Non vi sono ancora dati sufficienti, ma l’allarme è già scattato! Alcuni studi ipotizzano che le microplastiche potrebbero ormai essere presenti nel 50% della popolazione mondiale! Le analisi finora condotte sull’uomo hanno evidenziato ben nove tipi diversi di polimeri. I più comuni? Polipropilene e polietilene tereftalato (usato per bottiglie di plastica e buste). La loro potenziale pericolosità per la salute è dimostrata da diversi studi scientifici di tutto il mondo, a dimostrazione della preoccupante diffusione che questo fenomeno sta assumendo. I polimeri sopracitati, una volta entrati nel nostro organismo, possono interferire con importanti processi biologici: venendo a contatto con l'apparato gastro­intestinale, possono potenzialmente provocare gravi anomalie immunitarie del sistema digestivo; le microplastiche più fini possono addirittura arrivare ad entrare nel circolo sanguigno e in quello linfatico, fino a raggiungere il fegato, il cervello e altri organi vitali. Infine possono essere anche veicoli di sostanze tossiche o patogene e quindi essere causa di altre numerose patologie. Si ipotizzano anche azioni di tipo cancerogeno, ma non vi è ancora alcuna certezza scientifica. Siamo ancora in tempo (ma non per molto!) per arginare questa situazione disastrosa. Il primo significativo passo è iniziato fortunata­ mente con la Direttiva europea del 28 Maggio 2018: le nuove regole (che saranno operative in modo graduale) vieteranno ­ all’interno degli Stati membri dal 2021 (in Italia dal 2020) ­ la vendita degli articoli in plastica monouso, come posate, piatti, cannucce, cotton fioc, shopper non biodegradabili. I bicchieri restano ancora permessi, assieme a flaconi e bottigliette. Sarà vietato produrre cosmetici contenenti microplastiche. E’ comunque necessario il contributo di tutti noi. Dobbiamo scegliere materiali alternativi alla plastica, biodegradabili o riciclati, ridurre l’uso dei prodotti di plastica usa e getta, evitare saponi e prodotti cosmetici che contengano plastiche (se tra gli ingredienti leggete polyethylene, polypropylene o polyvinylchloride vuol dire che la plastica è uno degli ingredienti!), non gettare i rifiuti nell’ambiente (inclusi i mozziconi di sigaretta) e infine impegnarci seriamente per la raccolta differenziata. Da quest’anno anche l’Unitre di Mogliano sarà plastic­free: in occasione dei rinfreschi offerti dall’Associazione nelle varie ricorrenze istituzionali, verranno utilizzati piatti, bicchieri e posate biodegradabili e non più di plastica. Un piccolo­grande gesto di coscienza ecologica!


Come giocavamo

L'albero della vita Ottobre ­ Novembre

Albachiara Gasparella E’ naturale che quando ci si trova a far conversazione tra “non più giovani”, una buona parte del discorso verta sul “come eravamo”. Non sappiamo proprio resistere a non fare paragoni con il nostro passato ed ancor di più ognuno di noi, in questo contesto, si rivela fonte feconda di curiosità, aneddoti e informazioni. Il “come eravamo” non nasce dal semplice bisogno polemico di narrare di sé, ma come conseguenza di riflessioni sui sostanziali temi del vivere quotidiano e sugli effetti che i cambiamenti producono in ogni campo. Un esempio. Se osserviamo i bambini di oggi giocare, ci rendiamo conto che i nostri giochi ormai appartengono al Jurassico e che, se qualche volta se ne parla, lo si deve al prezioso lavoro di ricerca di alcuni insegnanti “paleontologi” attraverso le varie interviste degli alunni ai nonni o agli anziani in generale. E’ vero, ci duole vedere i bimbi, anche piccolissimi, armeggiare con destrezza con lo smartphone, incontrare per strada tanti adolescenti da soli e totalmente presi dalla musica sparata attraverso le cuffiette, non vedere più le contrade, le strade, il campetto affollati di ragazzi che giocano assieme. Qualcosa è cambiato, eccome! Innanzitutto lo spazio e la libertà di invaderlo per organizzare i giochi che nascevano spontanei e nei quali l’adulto non interveniva imponendo regolamenti, selezionando i giocatori e alla fine giudicando le prestazioni individuali. Il gioco, qualsiasi gioco, aveva in sé regole unanimemente accettate. La CONTA, ad esempio, veniva effettuata prima di iniziare un gioco per formare le squadre o per attribuire i ruoli ai partecipanti. Il BANDO, a cui il giocatore ricorreva quando voleva interrompere il gioco, era ammesso soltanto in due casi specifici: quando si rilevava qualche scorrettezza (frequenti le discussioni e le baruffe) o quando si intendeva apportare delle modifiche. L’uso improprio del BANDO, poteva comportare l’esclusione dal turno di gioco. Si giocava per strada e intanto si “imparava” la vita, ma ormai è tutta un’altra storia. Sicuramente i bambini e i ragazzi di oggi stanno “imparando” la loro! Il numero e la varietà dei giochi di strada di una volta è infinito e non sarebbero sufficienti tutte le pagine di questo giornale per elencarli e descriverli, perciò mi limiterò a riportare qualche CONTA e qualche FILASTROCCA che accompagnava lo svolgimento del gioco tanto per ricordare i momenti più spensierati della nostra “ VERDE ETA’ “.

LE CONTE Sette quattordici ventuno ventotto questa è la storia di Paperotto Paperotto è in medicina Fuori tu che sei Regina La Regina è andata a Roma A comprare la corona La corona è già venduta La Regina è svenuta È svenuto anche il Re A star fuori tocca a te.

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Cade una stella in mezzo al mare mamma mia mi sento male mi sento male in agonia prendo la barca e scappo via scappo via di là dal mare dove stanno i marinai che lavoran tutto il dì A Bi Ci Dì !

Sotto la cappa del camino C’era un vecchio contadino Che suonava la chitarra Bim bum bam…sbarra! Am Bum Bam Tiche Tam Am Bum Bam!


Bigoli bagoli Vien da Roma Recitando la corona La corona vien dal re Batti fora ‘l ventitrè Un due tre!

Am leche Tamu seche T’aprofita Lusinghè Tuli len blen blun Tuli len blen blun!

Secio seceo Oro più beo Oro più fin Secondo marin Tre naranse, tre limoni Da portare in pescaria Cichete ciachete mandeo via!

Pitta paratapippa Pitta Perugia Pitta paratapitta Pitta perì!

FILASTROCCHE di accompagnamento ai giochi

Rinoceronte Che passa sotto il ponte Che salta Che balla Che gioca alla palla Che sta sull’attenti Che fa i complimenti Che dice buongiorno Girandomi attorno Giro, rigiro La testa mi gira Non ne posso più La palla mi cade giù!

(In CERCHIO con un giocatore al centro)

Nella città di Genova C’è una ragazza bella Il Re che l’ha saputo La vuole maritare. E si vestì da povero Col manticello rosso Quando bussò alla porta Tutti i soldati in piè. Evviva la Regina Evviva la più bella Evviva la Regina Che sposa il nostro RE!

Oh quante belle figlie, madama Dorè, oh quante belle figlie! Il Re ne comanda una, madama Dorè, il Re ne comanda una! Che cosa ne vuol fare, madama Dorè, che cosa ne vuol fare? La vuole maritare, madama Dorè, la vuole maritare! Con chi la mariterete?....... Col Principe di Sicilia……….. E questo non ci piace…….. E questo non ci piace……. Col Cavaliere Bianco……. Col Cavaliere Bianco…. E questo si ci piace…… E questo si ci piace….. ( si continua con le proposte finché il cerchio che si viene a formare al centro non diventa più grande di quello esterno. In quel caso i cerchi si invertono e il gioco continua finché non rimane un ultimo giocatore che pagherà pegno)

Ho perso una cavallina, tintina tintella Ho perso una cavallina, tintina cavalier. Dove l’avete persa? Tintina tintella Dove l’avete persa? Tintina cavalier. L’ho persa in mezzo al bosco, tintina tintella L’ho persa in mezzo al bosco tintina cavalier. Che calze aveva? Tintina tintella Che calze aveva? Tintina cavalier. Aveva le calze rosse, tintina tintella “ “ “ “ cavalier. Che occhi aveva?......... Che capelli aveva?....... Che vestito aveva?.....................

(In COPPIA con le braccia intrecciate) Andemo a la guera Col s­ciopo par tera Col s­ciopo par man Pin pum pam!

https://www.youreporter.it

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(Con la PALLA contro un muro)


Premio Giuseppe Berto 2019

L'albero della vita Ottobre ­ Novembre

Gabriella Madeyski Sabato 29 giugno 2019, a Mogliano Veneto, nella Piazzetta del Teatro, si è svolta la serata conclusiva della XXVII edizione del Premio Letterario Giuseppe Berto. Il Premio, che era stato ideato e fondato dal prof. Cesare De Michelis nel 1988, per la prima volta è andato in scena senza il suo fondatore, che purtroppo è mancato nell’agosto del 2018. La Giuria che ha valutato le opere in concorso è stata presieduta da Ernesto Ferrero, scrittore, critico, consulente editoriale e direttore del Salone del libro di Torino dal 1998 al 2016, ed era composta da Cristina Benussi, Università di Trieste, Giuseppe Lupo, Università Cattolica del Sacro Cuore Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, e Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore. Nel corso della cerimonia è stato proprio Ernesto Ferrero a commemorare la figura di Cesare De Michelis ricordando che egli diceva che fare l’editore è innamorarsi tutti i giorni e che in un’epoca che crede di salvarsi costruendo muri e difese, la letteratura continua a costruire ponti, apre invece di chiudere. Per Cesare De Michelis, infatti, l’editoria era conoscenza degli uomini. Cercava gli uomini attraverso i libri. Per questo viveva di libri. Qualunque cosa pensasse, dicesse o facesse, sempre di libri si trattava. Libri del passato e libri del presente per lui erano importanti se potevano diventare libri del futuro. Passava le sue giornate a leggerli, a scriverne, a parlarne e quando non faceva queste cose, ritagliava dai giornali articoli che parlavano di libri e andava a mettere il ritaglio nel libro cui l'articolo si riferiva. Al Premio di quest’anno sono state una cinquantina le opere prime presentate dalle case editrici italiane. Sono tutte di narrativa, com’è peculiarità del Premio Berto che, in nome dello scrittore “veneto­calabrese”, ha mantenuto invariata la propria formula di premio riservato esclusivamente a scrittori esordienti, conservando quel ruolo di scopritore di talent scout iniziato nel 1988. Questa edizione ha confermato la presenza, tra i partecipanti, di numerosi piccoli editori indipendenti, molti del Sud, che competono con i loro esordienti al fianco di tutte le grandi case editrici nazionali. Torna a crescere la presenza femminile quasi al 50 per cento del totale. La Giuria del Premio 2019 ha selezionato, in una produzione particolarmente folta e ricca di fermenti, cinque romanzi che nella diversità dei loro linguaggi rappresentano altrettante prospettive della nuova narrativa italiana. Cinque autori che ci forniscono una mappa aggiornata delle tensioni, dei drammi e delle aperture che scuotono la società contemporanea, attraverso scritture che cercano di restituire la parola alla sua necessità e integrità. Jonathan Bazzi (Febbre, Fandango Libri) racconta coraggiosamente in stile rap la fatica di un riscatto nella periferia di una grande metropoli, Alice Cappagli (Niente caffè per Spinoza, Einaudi) ci propone una frizzante sit­com all’italiana, con una precaria che diventa badante­lettrice di un anziano professore di filosofia, Alessio Forgione (Napoli mon amour, NN Editore) dà la parola a un tenero “giovane Holden” napoletano, eterno disoccupato che coltiva il mito letterario di Raffaele La Capria; Francesca Maccani (Fiori senza destino, SEM) intreccia storie durissime di minori che ha raccolto in una scuola del quartiere CEP a Palermo; Lorenzo Moretto (Una volta ladro, sempre ladro, Minimum Fax) narra una drammatica vicenda familiare che è anche un episodio di malagiustizia italiana. La Giuria ha decretato Alessio Forgione, con Napoli mon amour, vincitore della XXVII edizione del Premio letterario per esordienti. Alessio Forgione è nato a Napoli nel 1986 e ora vive a Londra e lavora in un pub. Dice di scrivere perché ama leggere e che ama leggere perché crede che una sola vita non sia abbastanza

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Il piacere della lettura Alessio Forgione ­ NAPOLI MON AMOUR ­ NN Editore, Milano 2018 (Premio Berto 2019)

Gabriella Madeyski Stefania Auci – I LEONI DI SICILIA, LA SAGA DEI FLORIO – Nord, Milano 2019 Il romanzo narra le vicende umane e l’ascesa commerciale della famiglia Florio che, alla fine del 1700, dalla Calabria si trasferisce a Palermo allo scopo di migliorare la propria condizione economica e sociale. L’ambizione, la notevole capacità imprenditoriale, il coraggio e la forza di volontà portano i protagonisti, in breve tempo, a raggiungere un elevato status sociale, acquistando ricchezza e potere, riuscendo a contrastare i costanti e velenosi tentativi dei detrattori di impedire il riscatto delle loro umili origini. Le tumultuose vicende familiari si intrecciano con quelle che hanno caratterizzato gli anni più inquieti della storia italiana, dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia. L’autrice, attraverso un appassionato stile narrativo, tratteggia con maestria la psicologia dei vari personaggi, inseriti nel loro contesto culturale, sottolineandone gli elementi di forza e debolezza ed esaltando il valore dei legami familiari.

Alba Compagnone

Marco Balzano – RESTO QUI – Einaudi Torino 2018 Prima di raggiungere la Svizzera attraversando la Val Venosta, non possiamo non rimanere affascinati da una visione, a dir poco fiabesca, che si presenta davanti ai nostri occhi: un campanile emerge improvviso, solitario e fiero dalle acque tranquille del Lago di Resia! Non si tratta purtroppo di una bella favola, ma di una storia vera e amara che l’autore Marco Balzano ci racconta con la voce della sua protagonista, Trina. Assolutamente da leggere per conoscere e comprendere una realtà di confine tra gli anni venti e sessanta del secolo scorso. Con “ RESTO QUI” Marco Balzano, oltre ad altri importanti riconoscimenti, ha vinto il Premio Bagutta 2019 e il Premio Mario Rigoni Stern 2019.

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Amoresano vive a Napoli, ha trent’anni e non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Le sue giornate passano lente, tra la vita con i genitori, le partite del Napoli, le serate con l’amico Russo e la ricerca di un lavoro. Dopo l’ennesimo, grottesco colloquio, decide di dar fondo ai suoi risparmi e di farla finita. Un giorno però incontra una bellissima ragazza e se ne innamora. Questo incontro riaccende le sue speranze: vivere, essere felice, scrivere e incontrare Raffaele La Capria, il suo mito letterario. Ma l’amore disperde ancora più velocemente energie e risorse, facendo scivolare via, un centesimo dopo l’altro, i desideri ritrovati e le speranze di una vita diversa. E’ un romanzo di formazione lucido e a tratti febbrile, che ha il ritmo di una corsa tra le leggi agrodolci della vita e i chiaroscuri dell’innocenza.


Il Dramma musicale Written on Skin di George Benjamin Il 27 settembre 2019, al Teatro Goldoni, il compositore inglese ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera 2019 della Biennale di Venezia

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Luisa Bassetto Il Consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia, su proposta di Ivan Fedele, Direttore del Settore Musica, ha attribuito il Leone d'oro alla carriera per la Musica 2019 a George Benjamin, universalmente riconosciuto come uno dei compositori più importanti del nostro tempo. Nato a Londra nel 1960, George Benjamin ha studiato pianoforte, composizione e direzione d'orchestra al King’s College. In seguito, al Conservatorio di Parigi, è stato tra gli allievi prediletti di Olivier Messiaen. Ha proseguito gli studi all’IRCAM parigino con Pierre Boulez senza perdere tuttavia l’identità di musicista di formazione anglosassone e la sua decisa collocazione nell’ambito della tradizionale tonale. Nel 1980 il suo brano per grande orchestra Ringed by the Flat Horizon, scritto a soli 20 anni per la Cambridge University Musical Society e diretto in prima assoluta da Mark Elder nel marzo del 1980, viene eseguito lo stesso anno nell'ambito dei BBC Proms dalla BBC Symphony Orchestra (Benjamin è stato il compositore più giovane mai eseguito nella storia della prestigiosa rassegna musicale britannica). Il precoce successo internazionale è presto accresciuto dai successivi A Mind of Winter e At first Light, entrambi per piccola orchestra, mentre la consacrazione arriva con Antara (1987), una commissione dell'Ensemble Intercontemporain per il decennale del Centre Pompidou, che è a tutt'oggi la pagina più conosciuta del musicista. Nel 1995 Benjamin compone Three Inventions per orchestra da camera per il 75° Festival di Salisburgo. Nel 2002 la London Symphony Orchestra diretta da Pierre Boulez esegue in prima assoluta Palimpsests, in apertura di “By George”, un ritratto lungo un’intera stagione che includeva la prima esecuzione di Shadowlines interpretata dal pianista Pierre­Laurent Aimard. Tributi più recenti all’opera di Benjamin si sono svolti presso il Southbank Centre nel 2012 e presso il Barbican nel 2016. Durante l’ultimo decennio si sono tenuti ulteriori concerti e retrospettive a lui dedicati a Parigi, Lucerna, San Francisco, Francoforte, Torino, Milano, Toronto e New York. Benjamin ha collaborato con il drammaturgo Martin Crimp per opere di teatro musicale: Into the Little Hill (2006), Written on Skin (2012), Lessons in Love and Violence (2018). Professore di composizione al Royal College of Music di Londra, ha svolto un'intensa attività come direttore d'orchestra e direttore artistico di importanti rassegne europee e nordamericane di musica nuova. Il suo repertorio spazia da Mozart e Schumann a compositori contemporanei come Oliver Knussen, Tristan Murail e Hans Abrahamsen. È membro onorario del King’s College di Cambridge, del Guildhall, del Royal College, della Royal Academy of Music e della Royal Philharmonic Society. Nelle sue opere George Benjamin ama utilizzare riferimenti figurativi e poetici (Eliot, Stevens e Turner ne ispirano alcune), indizi di una disposizione alla pittura di paesaggi interiori, che realizza attraverso una scrittura raffinata e uno stile prezioso e incisivo. La materia sonora viene plasmata con la fantasia visionaria di uno scultore che sente e vede la forma prima ancora che essa cominci a materializzarsi sulla partitura. Il 63° Festival Internazionale di Musica Contemporanea (27 settembre ­ 6 ottobre 2019) sarà inaugurato dall’opera di Benjamin Written on Skin, in versione concertistica, eseguita dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, diretta da Clemens Schuldt, (27 settembre ore 20.00, Teatro Goldoni di Venezia). Messa in scena nel 2012 al festival di Aix­en­Provence, Written on Skin, su libretto di Martin Crimp, è tratta da una leggenda del trovatore catalano Guilhem de Cabestanh, raccontata anche da Giovanni

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Boccaccio nella nona novella della quarta giornata del Decameron. Così il poeta di Certaldo riassume la vicenda nell’incipit: “Messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui ed amato da lei; il che ella sappiendo poi, si gitta da un’alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita”. Siamo nella Provenza del Duecento: un latifondista ricco e autoritario (The Protector) commissiona a un giovane artista (The Boy) un libro miniato. Il manoscritto e il suo autore scatenano la ribellione di Agnès, giovane e succube moglie dell’uomo, che si innamora del ragazzo e lo costringe a raffigurare nel libro la loro travolgente relazione adulterina. Il marito non può evitare di comprendere ciò che vede raffigurato: uccide il miniaturista e costringe Agnès a mangiarne il cuore; la donna, in un ultimo impeto di ribellione, piuttosto che farsi uccidere dal coniuge si getta dal balcone. L’intera storia è osservata e commentata da tre enigmatici angeli, portatori di una modernità incombente e devastatrice. Crimp recupera dalla narrazione medievale tutta la crudezza del racconto e della tradizione del “cuore mangiato”, elabora un antefatto originale, di ambientazione a cavallo tra un medioevo feudale e l’epoca moderna, con un’architettura per quadri collegati da una struttura musicale di particolare efficacia drammatica. Il trattamento di orchestra e voci è decisamente tradizionale: debitore della produzione drammatica musicale tra le due guerre del secolo scorso e ispirato a modelli wagneriani e straussiani. Al di là delle ricerche estetiche, l’opera veicola soprattutto un messaggio etico riferito ai due protagonisti umani: Protector è un prototipo di capitalista, convinto di poter dominare e acquistare tutto, mentre Agnes è la donna sottomessa e insoddisfatta della propria condizione. Boy è al contrario una creatura ineffabile, forse un demone travestito da angelo, o forse un angelo che cede a impulsi diabolici per essere ucciso dall’uomo. Il finale rarefatto, affidato al suono della glassarmonica, rimanda con forza ad altre scene di morte catartica del melodramma ottocentesco: la voce di Boy commenta l’ultima miniatura del libro, in cui si vede una donna che precipita dall’alto d’una torre. Sul motivo della perdizione umana in cui consiste l’esistenza stessa, l’orchestra sigla gli ultimi accordi, assertivi e decisi come una sentenza di condanna.


Mutismo elettivo

L'albero della vita Ottobre ­ Novembre

Adriana Terzano Mutismo elettivo: oggi lo chiamano così. Erano gli anni della L.517 che permetteva di aprire le classi, formare gruppi nuovi non molto numerosi per creare situazioni di apprendimento tali da condurre gradualmente ciascun alunno allo sviluppo delle proprie potenzialità. Insegnavo in un paesino di campagna, dove avvenne "l'apertura" delle classi allo scopo di far circolare stimoli nuovi offerti da più persone, confronti diversi e molteplici relazioni. Ebbi così modo di conoscere l'alunno di una collega, il quale presentava una grossa problematica: all'interno dell'edificio scolastico non comunicava verbalmente né con le insegnanti, né con i compagni. Proveniva da una scuola lontana; lo seguimmo per quattro anni. Fu un periodo difficile e molto travagliato che condusse la collega ad un precoce pensionamento: era infatti caduta in una forte depressione. Oggi a questo disagio comportamentale la psicologia ha dato un nome e delle indicazioni per curarlo. Allora si procedeva per tentativi. Io, che mi occupavo di appassionare i bambini al teatro, in 4 anni di frequenza sono riuscita a fargli faticosamente emettere pochi suoni dietro una maschera, in occasione di qualche "recita” improvvisata. A distanza di molti anni quel periodo lo ricordo così... attraverso alcuni versi liberi: Avevi occhi belli che imploravano carezze ma restia la maestra posava la mano sulla tua testa. Nessun suono da te per comunicare, eppure muto non eri. Stupiti i compagni ti guardavano, qualcuno ti strappava un sorriso mai una parola. Così a poco a poco la biro troppo consumata avvelenò il quotidiano lavoro alla maestra e, per lei, fu facile aprire la porta alla paura, entrare in candide stanze ed inabissarsi nel vuoto delle tue parole.

Un arcobaleno di sensazioni Marisa Toniolo Lo scorso settembre, quando ho rinnovato l’iscrizione all’UNITRE e al corso di Yoga, ho voluto iscrivermi al corso di acquarello, cosa per me del tutto nuova e che, forse per questo, mi stuzzicava e incuriosiva. Già dal primo incontro con l’insegnante e le compagne (dovrei dire “compagni” data la presenza di un corsista maschio!) mi sono sentita a mio agio. Acqua, pennelli, carta, matite, gomma, straccetto, mescolamento di colori…. La nostra insegnante con pazienza e competenza ci spiegava tutto e rispondeva alle nostre domande. D’un tratto ho avuto l’impressione di stare in un mondo di creatività fino ad allora a me sconosciuto. Mi si apriva un orizzonte nuovo. Con questo stato d’animo ho iniziato a dipingere i miei primi acquarelli. Non è stato e non è facile, anzi, sono più gli insuccessi che le pitture riuscite, ma non mi preoccupo. E’ tanto il desiderio di imparare ad esprimermi in modo nuovo che non mi scoraggio, anzi mi cimento in una piacevole sfida. Mi piace, mi diverto e non penso a tanti aspetti meno piacevoli della mia vita. Prima di iniziare, davanti al foglio bianco, mi sento anche un po’ emozionata. Quando sono al corso, mi pare di tornare ai tempi della scuola. Anche questa è una bella sensazione. So che, piano piano, imparerò ad usare i colori, e a tenere la mano leggera per raggiungere la trasparenza propria dell’acquerello. Per ora sto imparando non solo con l’aiuto di Titti ma anche delle corsiste più brave. Mentre dipingiamo c’è nell’aula un’atmosfera serena e sono consapevole che mi è stata offerta un’opportunità da non perdere. Grazie all’UNITRE e a tutti coloro che condividono con me questa avventura, in primis i miei familiari.

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L'urlo, di Edvard Munch Quest’opera è una delle quattro versioni ed è conosciuta anche come “Il Grido”. Munch disse: “Una sera cam­ minavo lungo un sentiero… ero stanco e malato… calava il sole e le nuvole si tingevano di rosso sanguigno. Intuii un grido trascorrere attraverso la natura, mi sembrò di udirlo quel grido. Dipinsi il quadro, i colori gridavano”. Ecco Munch dipinse proprio quel grido, quell’urlo che interpreta in maniera diretta il dramma del mondo moderno. Per capire più compiutamente l’aspetto innovativo e dirompente del quadro vale la pena di soffermarci ad analizzare le varie componenti dell’opera. La persona in primo piano, con la testa racchiusa tra la mani, ha un andamento curvilineo, attorcigliato. La bocca è un buco senza denti. Le occhiaie vuote, prive di pupille, sono come fori aperti sul buio della psiche. Il volto, tanto scarnificato fino a diventare quasi un teschio, può essere quello di un uomo che di una donna ma anche di un giovane o di un vecchio come ad indicare che la disperazione, l’ansia e l’angoscia non conoscono né età né sesso. Il ponte è come sospeso sul vuoto, le sponde non si vedono. Due figure inquietanti, non ben definite, si avvicinano o si allontanano indifferenti verso chi urla, il grido non viene da loro recepito. Le acque ottenute con pennellate contorte e sinuose sembrano provocate dallo scompiglio che l’urlo produce, le onde creano oscuri gorghi senza speranza. Il cielo, dalle ondeggianti striature rosse e gialle che richiamano il moto delle acque, si carica dell’angosciante solitudine che la figura in primo piano trasmette. Tutto il quadro quindi diventa un urlo. E’ l’urlo represso degli inascoltati, di coloro che avvertono, tutto attorno, il deserto della solitudine. Munch è stato uno dei principali anticipatori della corrente espressionista. Con lui la pittura non sarà più lo specchio di una realtà esteriore, una finestra aperta sul mondo, ma diverrà la testimonianza di una realtà interiore, una finestra aperta sulle zone segrete e delicate dell’anima, dei suoi conflitti e insidiosi grovigli: la nuova età dell’ansia, dell’incomunicabilità e della insoddisfazione, a grandi passi, si stava ormai avvicinando.

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UNITRE Mogliano Veneto

Paolo Baldan