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Anno 25, n. 82 - Giugno 2019 Sped. in Abb. Post. Art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 Filiale di Padova

Notre Dame: una parabola che fa riflettere


Notre Dame: una parabola che fa riflettere

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lcuni avvenimenti si stagliano nella storia come parabole. Hanno una valenza simbolica. Scuotono in profondità l’anima di un popolo, di una civiltà, di un’epoca. Si direbbe che toccano l’eternità, riverberando negli splendori del Padre Eterno. A volte hanno il carattere di un ammonimento divino, richiamando alla riflessione e alla conversione. La teologia li definisce “segni dei tempi”.

L’incendio della cattedrale di Notre Dame, a Parigi, appartiene chiaramente a questa categoria.

A Parigi è bruciata molto più di una chiesa. Notre Dame è il monumento più visitato d’Europa. È il simbolo della Francia, dell’Europa, della Cristianità, il fior fiore di quella “dolce primavera della Fede” che fu il Medioevo cristiano, e che proprio sul suolo francese ebbe connotati archetipici. “È bruciata una parte di noi”, dicono i francesi sconsolati. Un incendio è sempre distruttivo. Suscita sdegno e insofferenza. Ci rammenta i grandi castighi di Dio, che cancellano dalla terra ciò che non dovrebbe esistere. Le fiamme che hanno divorato la cattedrale parigina ci fanno pensare all’incendio spirituale che divampa, ormai da secoli, nella Figlia primogenita della Chiesa. “Dura cosa è per te il ricalcitrare contro il pungolo, perché colla tua ostinazione rovini te stessa!”, si lamentava nel 1911 San Pio X, rimproverando la politica anticlericale della III Repubblica.

Piangendo la distruzione di Gerusalemme, il profeta Geremia ammoniva: “Gerusalemme ha peccato gravemente, per questo è divenuta un panno im-

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mondo”. L’apostasia del popolo eletto aveva comportato la distruzione della Città Santa.

Il rogo di Notre Dame ci deve far riflettere sullo stato di derelizione della nostra società che, di peccato in peccato, avanza verso la sua rovina, attirando su di sé l’ira divina. Non è una coincidenza che sia accaduto all’inizio della Settimana Santa, quando i cattolici si apprestavano a meditare sulla passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo.

Ma ci deve far riflettere anche sull’estensione della misericordia di Dio, che ha lasciato intatta la struttura della basilica. Ricorda quella “città mezza in rovina” descritta nel terzo segreto di Fatima. “Mezza in rovina”, quindi non totalmente distrutta. Un messaggio di tragedia ma anche di speranza.

L’incendio di Notre Dame ha scosso i francesi, che si sono riversati sulle piazze pregando il Santo Rosario e cantando inni religiosi. Possiamo scorgere in ciò il seme di un movimento di conversione? Un fatto ha colpito senz’altro: a parte qualche anziano, la quasi totalità dei manifestanti era composta da giovani. La generazione di mezzo mancava quasi totalmente. Che cosa vuol dire?

Gli anziani pregavano perché sono stati così educati. La generazione di mezzo, ebbra di modernità, ha abbandonato quasi completamente la Fede. Invece, in tanti giovani la modernità sembra aver perso molto del suo fascino. Essi rappresentano un ponte fra il passato glorioso della Cristianità e il futuro, non meno glorioso, della sua restaurazione. 


Sommario Anno 25, n° 82, giugno 2019

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Notre Dame: una parabola che fa riflettere Attualità Ceneri che piangono Cortigiano della sventura Sinodo pan-amazzonico: verso una Chiesa tribalista Il sinodo amazzonico e l’ambientalismo radicale del Vaticano Dalla evangelizzazione al “esodo interculturale” Amazzonia: scienza vs. miti Verona: Congresso Mondiale delle Famiglie Le due Italie Questa volta possiamo fare la differenza Notre Dame: comunicato stampa della TFP francese Preghiera di San Pio X per la conversione della Francia Cattedrale di una bellezza perfetta

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Copertina: avvolta dalle fiamme, la guglia della cattedrale di Notre Dame di Parigi crolla. Un’immane tragedia per la Francia e per la Cristianità. Un ammonimento per i cristiani. Un fatto epocale pieno di significati che fanno riflettere.

Tradizione Famiglia Proprietà Anno 25, n. 82 giugno 2019 Dir. Resp. Julio Loredo

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Direzione, redazione e amministrazione: Tradizione Famiglia Proprietà - TFP, Viale Liegi, 44 — 00198 ROMA Tel. 06/8417603 Fax: 06/85345731 Email: info@atfp.it Sito: www.atfp.it CCP: 57184004 Aut. Trib. Roma n. 90 del 22-02-95 Sped. in abb. post. art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 — Padova Stampa Everprint s.r.l., Via Guido Rossa, 3 — 20061 Carugate (MI) TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 3


Attualità

Comunismo e femminismo: parla una ex-leader Femen

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n un’intervista a Radio Maria Argentina, Sara Winter, ex leader Femen in Brasile e oggi invece nota attivista pro-vita, rivela alcuni dettagli inquietanti di questo movimento. Ecco la traduzione italiana di alcuni brani dell’intervista: D. Che cosa è Femen?

R. Il movimento Femen è un collettivo femminista molto famoso per le ragazze che si spogliano per strada e sfoggiano striscioni. Protestano in favore dell’aborto, contro la Chiesa. Io, però, non ero soltanto una leader delle Femen. Ero una delle maggiori leader del movimento femminista in Brasile. D. Tu sei stata addestrata all’estero per poter entrare a fare parte di questo movimento? R. Sì.

D. Come è questo addestramento per entrare nelle Femen? È internazionale?

R. Sì. Per entrare nelle Femen devi completare un arduo addestramento. È molto difficile. Io sono stata addestrata in Ucraina durante trenta giorni. Devo dire la verità: noi siamo femministe, ma le persone che ci addestrano sono uomini. Questa è la verità. Sono uomini già maturi, militanti dell’ex Unione Sovietica. Ci sono video su Youtube che mostrano ciò. Ci addestrano fisicamente, come in un esercito. Devi correre, saltare. Dobbiamo essere fisicamente allenate per invadere palazzi, scalare muri, per inscenare la protesta. Ci addestrano anche intellettualmente, facendoci studiare autori come Antonio Gramsci, Saul Alinsky, e anche Herbert Marcuse. Questi autori parlano del marxismo culturale. Ci insegnano come introdurre il marxismo non soltanto attraverso la guerriglia armata, ma anche per via mediatica, culturale, accademica. Sarebbe un tipo di femminismo popolare, nuovo. D. Quali sono le linee dottrinali di questo addestramento? R. L’ideologia femminista va insieme all’ideologia del gender e a quella comunista.

Ci instillano anche un odio viscerale verso gli uomini. La prima cosa che ti insegnano è che tutti gli uomini sono stupratori potenziali. La maggior parte delle militanti Femen ha subito, infatti, una violenza di questo tipo. Sono persone psicologicamente segnate e, quindi, bersaglio facile del proselitismo femminista. Sono piene di odio e di rancore. D. Chi paga tutto ciò?

R. C’è un mucchio di soldi in giro. Ci sono fondazioni internazionali che finanziano non solo le Femen, ma anche altri movimenti femministi. A noi ci pagavano per fare questo. C’era poi una differenza: noi leader eravamo pagate meglio.  A sin., Sara Winter, ex-leader Femen convertitasi in attivista pro-vita:

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“L’ideologia femminista va insieme all’ideologia del gender e a quella comunista. Il femminismo è marxismo culturale”


El Helicoide: parabola della decadenza del Venezuela

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u progettato nel 1956 da un pool di architetti di fama internazionale come uno shopping center di alto lusso, il primo in America Latina. Il suo design si ispirava alla Torre di Babele. Il poeta comunista cileno Pablo Neruda lo elogiò come “una delle creazioni più sofisticate mai prodotte dalla mente di un architetto”. L’artista Salvador Dalí si offrì di decorarlo. Si chiamava El Helicoide. Il centro commerciale avrebbe dovuto accogliere quasi trecento boutique, otto cinema, un eliporto, un albergo cinque stelle, tre palestre, un bowling, un parco e perfino una clinica. Vi si accedeva attraverso una rampa lunga quattro chilometri, che avrebbe dovuto condurre a un mega-parcheggio interno. Una radio appositamente creata, Radio Helicoide, avrebbe dovuto informare sulle attività e le offerte.

Il progetto non fu mai portato a termine. Nel 1975, El Helicoide fu acquistato dal Governo, che vi installò alcuni uffici pubblici, tra cui il Direttorio di Intelligenza (DISIP).

Più recentemente, mentre cresceva la reazione popolare contro la dittatura di Nicolás Maduro, e il numero di prigionieri politici aumentava di conseguenza, il regime cominciò a utilizzare la mega struttura per rinchiudere gli oppositori. All’inizio furono utilizzati solo alcuni spazi, finché il numero dei detenuti divenne così grande che Maduro fu costretto a trasformare l’intero edificio in un centro di detenzione e di tortura.

“Ogni giorno arrivano persone coperte di sangue – denuncia un ex-prigioniero – alcune sono incoscienti, altre sono legate. Tutti i muri sono macchiati di sangue e di escrementi”.

“Io sono stato detenuto nella cella chiamata ‘piccolo inferno’ – rivela Rosmit Montilla, un altro ex-prigioniero – era uno spazio di cinque metri per tre che conteneva ventidue prigionieri. Vivevamo, dormivamo e andavamo in bagno lì stesso. Eravamo torturati ogni giorno”. Ecco, in un’immagine, la parabola del Venezuela: da shopping center di lusso a centro di tortura sanguinario.  Nicolás Maduro ha trasformato un ex shopping center di lusso in centro di detenzione e di tortura

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Attualità

Scrivere a mano fa bene al cervello

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i moltiplicano gli studi scientifici che lanciano l’allarme contro l’uso indiscriminato dei mezzi digitali per scrivere. Se l’attuale trend continua, dicono gli scienziati, le nuove generazioni potranno soffrire danni neurologici irreparabili.

Studi di risonanza magnetica ad alta risoluzione hanno dimostrato che scrivere a mano stimola certi settori del cervello, innescando reazioni neurologiche non dissimili a quelle che avvengono durante una meditazione. Ciò, dicono gli esperti, stimola la creatività e la produttività.

Altri studi mostrano che i movimenti sequenziali della mano mentre scrive attivano i settori del cervello responsabili per il pensiero, il linguaggio, la

guarigione e la memoria. Cosa che non succede con la scrittura digitale. Un terzo beneficio rilevato dagli scienziati è che scrivere a mano costringe la persona a rallentare, concentrandosi in ciò che sta facendo e godendosi il momento. Anche questo stimola la creatività e rilassa la mente.

Altri studi, in campo educazionale, dimostrano che la scrittura a mano è uno strumento importante per lo sviluppo cognitivo del cervello, allenandolo a imparare la “specializzazione funzionale”, cioè la capacità di ottimizzare le sue risorse. Scrivere a mano, soprattutto in fase educazionale, sviluppa la specializzazione funzionale, che integra sensazioni, movimenti, auto-controllo e pensiero. Le risonanze magnetiche mostrano un’interazione fra diversi settori del cervello, cosa che non succede quando si scrive con la tastiera. Questo senza parlare degli aspetti sociali. Gli scienziati rilevano che i rapporti interpersonali fondati sui messaggi scritti a mano – per esempio lettere di amore – hanno maggiore consistenza rispetto a quelli fondati sugl sms o i messaggi WhatsApp.

Non è una coincidenza che noti romanzieri moderni, come Stephen King e J. K. Rowling, scrivano a mano. Tutta la saga di Harry Potter è stata scritta a mano con una penna a inchiostro.  Noti romanzieri moderni, come J. K. Rowling (a sin.) scrivono a mano

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Chiesa

Notre Dame: ceneri che piangono L

o scorso 15 aprile, lunedì, primo giorno della Settimana Santa, un vorace incendio ha distrutto la cattedrale di Notre Dame di Parigi, simbolo della Francia, dell’Europa, dell’intera Cristianità. Come rimanere in silenzio di fronte a una tale catastrofe dalle dimensioni storiche? Parafrasando il profeta Geremia, che si riferiva a Gerusalemme (Lam 2:15), Plinio Corrêa de Oliveira la chiamava “cattedrale dalla bellezza perfetta, gioia e onore di tutta la terra”. Se oggi egli fosse vivo, avrebbe pianto la sua distruzione, come allora Geremia pianse la distruzione della Città Santa: “Ah! come sta solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova, la grande fra le nazioni; un tempo signora tra le province è sottoposta a tributo” (Lam 1:1). Per il profeta, il motivo della distruzione della Città Santa era evidente: “Gerusalemme ha peccato gravemente, per questo è divenuta un panno immondo” (Lam 1:8). Possiamo dire oggi qualcosa di simile?

Al di là degli aspetti tecnici – dove è divampato l’incendio, perché i pompieri hanno tardato tanto, si potevano usare gli aerei canadair, ecc. – il rogo di Notre Dame ha un’innegabile valenza simbolica, che si pone alla nostra meditazione. La cattedrale, una chiesa in pietra e legno, è bruciata. Che cosa dire della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, Corpo Mistico di Cristo? Forse non è una semplice coincidenza che questa immane tragedia sia accaduta nel primo giorno della Settimana Santa, quando la Cristianità si apprestava ad accompagnare Nostro Signore Gesù Cristo nella sua dolorosissima Passione e Morte. Milioni di persone si preparavano a seguire i sacri riti, a partecipare alla Via Crucis, a visitare i “sepolcri” eucaristici. Chi, invece, meditava sulla Passione della Santa Chiesa?

Citando di nuovo Plinio Corrêa de Oliveira ci possiamo domandare: “Quanti sono quelli che vivono in unione con la Chiesa in questo momento che è tragico come è stata tragica la Passione, questo momento cruciale della storia, in cui tutta l’umanità sta optando per Cristo o contro Cristo?”. Dobbiamo piangere la distruzione di Notre Dame, augurandoci che essa venga quanto prima riedificata in tutto il suo splendore. Ma dobbiamo piangere ancor di più la distruzione – anzi, l’autodistruzione, come diceva Paolo VI – della Santa Chiesa Cattolica, augurandoci che la Provvidenza la risollevi quanto prima dallo stato di prostrazione in cui versa.

Segue un testo di Plinio Corrêa de Oliveira, in cui egli commenta le Lamentazioni del profeta Geremia, alla luce dell’attuale crisi nella Chiesa.

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Chiesa

Cortigiano della sventura Il dovere del cattolico in tempi di crisi

di Plinio Corrêa de Oliveira

P

rima che il nostro coro intoni le Lamentazioni di Geremia, permettetemi di tessere qualche commento.

Come sapete, il profeta Geremia pianse la caduta di Gerusalemme e, allo stesso tempo, la passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo. In questo senso, egli è forse il profeta più addolorato, più carico di tormenti e di lamenti. A tal punto che, perfino oggi, di qualcuno che piange troppo si dice che è un “Geremia”, e di un lamento terribile si dice che è una “geremiade”. Geremia fu il profeta delle lacrime, colui che profetizzò meglio il pianto e il dolore di Nostro Signore e della Madonna. Ecco i brani che saranno cantati fra poco: “Ah! Come mai siede solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova, la Grande fra le nazioni, la Signora delle province, è ridotta a servire e a pagare tributo!”.

Gerusalemme era sovrana e governava province, adesso è costretta a servire e a pagare tributo. Ha perso la sovranità che la adornava ed è soggetta al potere straniero. Ha perso il meglio della sua gloria ed è ridotta in uno stato di somma prostrazione. Continua Geremia: “In amaro pianto trascorre le notti, le sue lacrime scendono sulle guance; non vi è chi la consoli fra tutti i suoi amanti; tutti i suoi amici l’hanno tradita, le sono divenuti nemici”.

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La Principessa è completamente prostrata. Quelli che la amavano l’hanno abbandonata, gli amici adesso la disprezzano. Ed ella piange durante la notte, nell’oscurità e nell’isolamento. Gerusalemme è abbandonata, gli avversari l’hanno espugnata ed hanno ridotto il popolo in schiavitù, nessuno la cerca più, non c’è più culto divino, non c’è più legge, non c’è più commercio, non c’è più vita. La città è un ammasso di rovine…

Questo pianto profetico sopra la città di Gerusalemme si applica anche alle sofferenze della Santa Chiesa Cattolica nel corso dei secoli e, soprattutto, alla più angosciante di tutte le sofferenze della Chiesa dalla Pentecoste ai giorni nostri: il dolore per la terribile crisi che oggi la attanaglia e che diventa sempre più accentuata. Possiamo applicare alla Chiesa di oggi le parole di Geremia: “Ah! Come mai siede solitaria la città un tempo ricca di popolo!”. La Chiesa cattolica una volta era piena di gente. Tutti la frequentavano, la adoravano, la riverivano, la onoravano. Oggi le chiese sono ancora piene ma la Chiesa è vuota. Si vedono molte persone a Messa, il numero delle comunioni è in aumento. Quando arriva l’ora della comunione, in alcune chiese quasi tutti si accostano alla mensa eucaristica. Si direbbe che sia in atto una rifioritura della Fede. Quanto è vana tale fioritura! Quanto sono pochi coloro che, all’interno della Chiesa, si possono considerare veri figli!

Cos’è un vero figlio della Chiesa cattolica? È colui che crede in tutto ciò che la Chiesa crede, ama tutto ciò che la Chiesa ama e, quindi, non dubita di nulla di ciò che la Chiesa insegna. Allo stesso tempo, detesta tutto quanto sia contrario alla Chiesa. È, quindi, un individuo completamente ultramontano,


che non dà il suo cuore a nulla che non sia il cuore della Chiesa. Questo è il vero cattolico.

Io mi chiedo: di tutte queste persone che affollano le chiese oggi, quante sono veramente cattoliche? Quante la pensano in tutto come la Chiesa e sono piene del suo spirito?

Una volta le chiese erano strapiene di veri cattolici, di fedeli, ciascuno dei quali era un vero tempio dello Spirito Santo. La Chiesa viveva nelle anime dei fedeli che la frequentavano. Oggi la Chiesa ha perso quel dominio, è stata abbandonata dai popoli. Oggi i pastori guidano il gregge in una direzione opposta alla Chiesa.

La Chiesa è completamente sola. Lei che era la Signora delle nazioni, perché governava su tutti. Lei che era la Principessa delle province, perché ogni grande nazione della terra era come una provincia amorevolmente soggetta al suo dominio. Ebbene, questa Principessa giace sola e abbandonata...

Ricordo un quadro medievale che raffigurava una Messa pontificia. Il Papa era accolitato dall’Imperatore del Sacro Impero e dal Re di Francia, mentre il Re di Spagna e quello dell’Inghilterra erano lì a fianco. Questa era la Santa Chiesa, Signora delle province! Il Sacro Impero, la Francia, la Spagna, l’Inghilterra, tutti la adoravano e la servivano!

Come è tutto diverso oggi! Ecco perché la Chiesa piange, piange di notte, piange sola. È la notte dell’incomprensione, nessuno più la capisce, nessuno più la segue. E lei piange. È il pianto della Madonna a Siracusa, il pianto della Madonna a Rocca Corneta. A La Salette e in altri luoghi, la Madonna è apparsa piangendo o mostrando tristezza. È lo stesso pianto della Chiesa, sola e di notte. Spetta a noi accompagnarla in questo pianto solitario, oggi, stasera. Dobbiamo cercare il dolore della Principessa delle nazioni per consolarla!

Mi viene in mente una bella espressione di Chateaubriand. Parlando della sua fedeltà ai legittimi eredi al Trono di Francia, che lo avevano molto deluso, egli scrisse: “Sono un cortigiano della sventura!”. Noi dobbiamo essere cortigiani della sventura. In questa terribile notte, in cui la Chiesa giace prostrata per terra, abbandonata da tutti, noi dobbiamo avvicinarla con venerazione e con tenerezza. Con i nostri cuori straripanti di amore, dobbiamo dire alla Chiesa ciò che ella deve sentire.

Prima di tutto, dobbiamo dire che crediamo nella Chiesa dal fondo delle nostre anime, totalmente, completamente. Vogliamo pensare come ella pensa, sentire come ella sente, volere come ella vuole. Dobbiamo – letteralmente – ubriacarci di amore per la Chiesa, con la casta ebbrezza dello Spirito Santo. Quando gli Apostoli ricevettero lo Spirito Santo, a Pentecoste, la gente diceva che erano ubriachi. Era l’entusiasmo del divino Spirito Santo. Riempiamoci dello spirito della Chiesa e proclamiamo che, nonostante tutto, noi rimaniamo fedeli: conserviamo l’antica dottrina, manteniamo un Magistero che non cambia, serbiamo gli usi perenni in cui si riflette l’autentico spirito della Chiesa. Noi conserviamo la certezza che la Chiesa è viva, che un giorno ella vincerà. Teniamo i nostri occhi rivolti verso la Chiesa, verso i suoi trionfi futuri, verso il Regno di Maria. La nostra adorazione per la Chiesa arriva così lontano che, proprio quando sta sola e prostrata per terra, offriamo a lei questo atto di suprema obbedienza.

Nel momento in cui tutti sembrano abbandonarla, noi ci inchiniamo davanti a lei. Nella misura del ragionevole, del necessario, e secondo la sua costituzione divina, diciamo che obbediamo alla sua gerarchia e ai suoi legittimi pastori. Questo è il nostro atteggiamento.

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Chiesa “Gerusalemme ha peccato gravemente, per questo è divenuta un panno immondo”

Geremia (Lam 1:8)

A sin., statua del profeta Geremia, Congonhas do Campo, Brasile

stre anime piangono e, piene di amore, bramano per consolarla con un amore riparatore che copra tutto il male e tutto l’odio che le viene lanciato contro in questo momento.

Se uno di noi morisse in questo momento, svegliandosi alla vita eterna contemplerà Dio faccia a faccia e sarà accolto dalla Madonna con una tenerezza ineffabile. Udirà da Nostro Signore, con una voce intrisa di amore, queste parole riguardanti il Giudizio Finale: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”.

La Santa Chiesa Cattolica, che è il Corpo mistico di Cristo, è in un certo senso nuda. Noi dobbiamo coprirla con il nostro amore, sacrificando per lei tutto il nostro prestigio e tutti i nostri beni terreni, unicamente per esaltarla con gloria agli occhi degli uomini.

Vogliamo poter dire: la Chiesa aveva fame e noi le abbiamo dato da mangiare, portando nel suo gregge figli di una fedeltà perfetta. Era incarcerata, la sua voce non si sentiva più, e noi abbiamo rotto il silenzio proclamando la sua vera dottrina eterna. Se, nel Giudizio Finale, Dio ripagherà in modo magnifico ogni piccola elemosina data al minimo dei mendicanti, come Egli non ripagherà le elemosine fatte a questa sublime, questa regale, questa meravigliosa mendicante! La Santa Chiesa Cattolica è nostra Signora, piena di dolore, coperta di lividi ma Regina come sempre e più bella che mai!

Quando, fra qualche minuto, sentiremo il coro cantare le Lamentazioni di Geremia, dobbiamo far sì che le melodie esprimano i sentimenti della nostra anima, presentati alla Santa Chiesa Cattolica per mezzo della Madonna e di Nostro Signore Gesù Cristo. Dobbiamo dire alla Chiesa che noi condividiamo il suo dolore, condividiamo il suo pianto, che le no10 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

Dobbiamo tener presente che, proprio quando la Chiesa è più perseguitata, se qualcuno le si avvicina per consolarla nella sua sublime solitudine, per lavare la sua vergogna con le proprie lacrime, le grazie e i miracoli zampillano da ogni parte. Dopo l’auge dell’agonia e morte di Nostro Signore Gesù Cristo, è cominciata l’era dei grandi miracoli. È la conversione di Disma, che da ladrone sentenziato e giustiziato è passato a essere un santo: “Tu oggi sarai con me in Paradiso”. Il primo santo della storia fu canonizzato dall’alto della Croce. È la guarigione del centurione Longino, che trapassò il fianco di Nostro Signore con la sua lancia. Egli, che era quasi cieco, fu guarito dal liquido che ne scaturì. Poco prima c’era stato il miracolo della Veronica. Fermatasi per ripulire Nostro Signore, coperto di polvere, sangue, sputi e ogni sorta di sporcizia, vide il Sacro Volto stampato sul velo.

Chiediamo a Nostro Signore Gesù Cristo che, per la nostra fedeltà alla Chiesa in questo momento supremo, ci conceda il miracolo della nostra conversione. Chiediamo che ognuno di noi diventi un apostolo degli ultimi tempi, secondo quanto scrisse san Luigi Maria Grignion de Montfort nella sua “Preghiera infuocata”. Chiediamo che ognuno di noi sia pienamente ciò per cui è stato creato, che diventi quel santo che dovrebbe essere. Chiediamo che su questo velo morale col quale ripuliamo la Santa Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, si stampi il Suo Sacro Volto. Noi vogliamo, stampato sulle nostre anime, il Sacro Volto del Signore nostro Gesù Cristo, cioè lo spirito di Cristo, perché il volto è il simbolo dello spirito.

E invocando, con queste disposizioni di animo, il patrocinio del profeta Geremia, che adesso ascolteremo le Lamentazioni. 

(*) Da una riunione per soci e cooperatori della TFP brasiliana, 11 agosto 1967. Tratto dalla registrazione magnetofonica, senza revisione dell’autore.


Speciale Sinodo pan-amazzonico

Sinodo Pan-amazzonico: verso una Chiesa tribalista?

Convocata da Papa Francesco, si realizzerà a Roma, ad ottobre, l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Pan-amazzonia, che coinvolgerà rappresentanti dei paesi che comprendono territori amazzonici. Noto per questo anche come Sinodo pan-amazzonico. Avrà per base il Documento preparatorio “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una Ecologia integrale”.

Poco commentato in Europa, il Sinodo pan-amazzonico si profila invece come uno storico spartiacque, vista l’ampiezza dei temi trattati: dalla riforma della liturgia alla riforma della disciplina ecclesiastica alla difesa di un ecologismo radicale di tipo immanentista all’accettazione delle religioni indigene con contestuale rigetto dell’opera evangelizzatrice della Chiesa. Il Sinodo rischia di trasformarsi in una vera bomba atomica per la Sposa di Cristo.

Consapevoli della trascendentale importanza di quest’assise, abbiamo deciso di dedicarle un Dossier Speciale. Il lettore potrà trovare più informazioni sul sito appositamente aperto dalle TFP: https://panamazonsynodwatch.com/. E anche sul sito della TFP italiana: https://www.atfp.it/biblioteca/sinodo-pan-amazzonico

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Speciale Sinodo pan-amazzonico

Sinodo pan-amazzonico: aumenta la preoccupazione

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an mano che si avvicina il Sinodo pan-amazzonico convocato da Papa Francesco per il prossimo ottobre, aumenta anche la preoccupazione dei fedeli.

Il governo del presidente Jair Bolsonaro, per esempio, ha mostrato apprensione per ciò che ha considerato un’ingerenza abusiva della Chiesa negli affari nazionali. “Siamo preoccupati e cercheremo di chiarire le cose”, ha dichiarato Augusto Heleno, capo di gabinetto per la sicurezza istituzionale. Si teme che il Sinodo venga utilizzato dall’estrema sinistra per promuovere l’agenda indigenista, contraria a ogni sviluppo nella regione amazzonica. Si teme anche che sia tolta al Brasile la sovranità sull’Amazzonia.

Da anni, infatti, opera una corrente che col pretesto di ridurre l’Amazzonia a riserva naturale patrimonio dell’umanità, tenta di strapare la sovranità ai singoli paesi, trasferendola nominalmente all’ONU, ma nella realtà alle ONG, solitamente identificate con l’estrema sinistra. “È in gioco la sovranità nazionale – ha affermato Heleno – non possiamo permettere che le ONG straniere decidano la nostra politica in Amazzonia. Il Brasile non interferisce

di Julio Loredo nella gestione delle Ardenne, né del Sahara o dei ghiacciai dell’Alaska. Ogni Paese è sovrano nel gestire il proprio territorio”. L’idea di dichiarare l’Amazzonia “territorio sovranazionale” sembra aver ricevuto il sostegno del Vaticano, o almeno un suo sguardo benevolo.

Il cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, mons. Marcelo Sánchez Sorondo, ha infatti ricevuto in Vaticano il leader ecologista radicale Martin von Hildebrand, ideatore del progetto “Corridoio Anaconda” o “Corridoio AAA”. Si tratterebbe di creare un immenso corridoio lungo il bacino del fiume del Rio delle Amazzoni, dall’Atlantico fino alle Ande, mettendolo sotto il controllo dell’ONU, e sottraendolo quindi alla sovranità dei paesi interessati. In questo immenso territorio, il potere politico e amministrativo sarebbe consegnato, a livello locale, alle comunità indigene, a loro volta controllate dalla Coordinadora de las Organizaciones Indígenas de la Cuenca Amazónica, un organismo della sinistra indigenista. Più preoccupanti sono ancora, però, le possibili implicazioni teologiche ed ecclesiologiche del Sinodo pan-amazzonico.

Difatti, si fa sempre più dominante la corrente detta indigenista, che vuole rovesciare il lavoro di evangelizzazione realizzato dalla Chiesa lungo i secoli. “Prima pensavamo di portare un messaggio agli indios perché diventassero come noi – spiega il cardinale peruviano Pedro Barreto – adesso ci siamo Il cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, mons. Marcelo Sánchez Sorondo, riceve in Vaticano il leader ecologista radicale Martin von Hildebrand, ideatore del progetto “Corridoio Anaconda”

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“Prima pensavamo di portare un messaggio agli indios perché diventassero come noi. Adesso ci siamo resi conto che siamo noi a dover imparare da loro. Non sono loro che si devono convertire, ma noi” Cardinale Pedro Barreto (Perù), vicepresidente della Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica

resi conto che siamo noi a dover imparare da loro. Non sono loro che si devono convertire, ma noi. Dobbiamo imparare dalle comunità indigene a vivere in armonia con tutti, dobbiamo imparare da loro a vivere in armonia col trascendentale”. Il cardinale Barreto è vicepresidente della REPAM (Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica).

Non sorprende, dunque, che in favore del Sinodo pan-amazzonico si sia schierato en masse il movimento della Teologia della liberazione, sempre alla ricerca di occasioni potenzialmente rivoluzionarie. Tanto è così che si sono moltiplicati i testi di una certa “Teologia indigenista della liberazione”, che vede negli indios dell’Amazzonia i nuovi proletari da scagliare contro l’ordine stabilito. Sono preoccupati anche gli ecologi (quelli veri, non gli ecologisti, che trasformano l’ecologia in ideologia).

Evaristo Miranda, probabilmente il maggiore esperto di Amazzonia, capo dell’Embrapa (Empresa Brasileira de Pesquisa Agropecuária), è molto chiaro: “l’ambientalismo non ha capito il concetto di sviluppo sostenibile. Ha una pericolosa tendenza a trattare il problema in toni apocalittici. Prevede solo catastrofi ambientali, senza tener conto dei dati provenienti dalla ricerca scientifica”. Miranda si mostra particolarmente preoccupato per il Corridoio Anaconda che, se realizzato, praticamente paralizzerebbe lo sviluppo del Brasile.

Il Sinodo pan-amazzonico rischia di sconvolgere anche la disciplina ecclesiastica. Con il pretesto della mancanza di preti, si sta accennando alla possibilità di ordinare uomini sposati, vanificando nella pratica il requisito del celibato. Dopo un timido “no” a tale idea, papa Francesco adesso dice “forse”. Il cardinale Claudio Hummes, già prefetto del Clero e oggi responsabile dell’Amazzonia per il Brasile ammette che il Sinodo si orienterà nel senso di cancellare l’obbligo del celibato per il clero amazzonico. All’orizzonte, e sempre con il pretesto di supplire la cronica mancanza di clero, il cardinale Hummes ha aperto anche al diaconato femminile, anche se “si tratta ancora di una possibilità remota”. Tutto ciò configura, all’orizzonte, i contorni di una vera e propria rivoluzione che toccherà aspetti ecclesiali, teologici, culturali, sociali e politici. 

“È in gioco la sovranità nazionale. Non possiamo permettere che le ONG straniere decidano la nostra politica in Amazzonia” Augusto Heleno, Capo di gabinetto per la sicurezza istituzionale del Brasile

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Speciale Sinodo pan-amazzonico

Il sinodo amazzonico e l’ambientalismo radicale del Vaticano di James Bascom

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i sbaglia chi pensa che il Sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica sull’Amazzonia, che si terrà a Roma nell’ottobre 2019, sia un affare interno riguardante questioni pastorali. Sarà, anzi, un laboratorio di attivismo ecologico che promette, nelle stesse parole del Vaticano, di presentare un nuovo “paradigma” sociale, economico e politico da imitare per la civiltà occidentale.

L’enciclica di papa Francesco Laudato Si’ del 24 maggio 2015 ha fatto sì che, per la prima volta nella storia, un Papa si sia schierato in un dibattito puramente scientifico. Senza riferimenti a studi di supporto, l’enciclica ha difeso la teoria del riscaldamento globale provocato dall’uomo: “Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico” causato dalla “grande concentrazione di gas serra emessi soprattutto a causa dell’attività umana” (1). Il riscaldamento globale provocato dall’uomo non è qualcosa di semplicemente fastidioso – conti-

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nua – ma una catastrofe ambientale che minaccia la sopravvivenza stessa della Terra e della razza umana. La sua causa di fondo è nelle strutture sociali ed economiche della società moderna, industrializzata. Il costo dell’inazione è l’autodistruzione: “Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni” (2).

Una minaccia così terribile richiede misure di vasta portata. Secondo Laudato Si’, la società umana non ha bisogno di politiche che riducano l’uno o l’altro tipo di inquinamento, ma di un nuovo paradigma ecologico. Dobbiamo mettere da parte le nostre vecchie nozioni di economia, denaro, società, governo, ricchezza e relazione dell’uomo con la Terra. Secondo l’enciclica, abbiamo bisogno di una “nuova sintesi” (3), un “cambiamento radicale” (4) e una “coraggiosa rivoluzione culturale” (5): “L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano” (6).

Questo nuovo paradigma ecologico – afferma papa Francesco – “dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico” (7).

In breve, dobbiamo eliminare la civiltà occidentale e sostituirla con una nuova “civiltà” verde ed una “fede” ecologica.


Innumerevoli scienziati di tutto il mondo hanno sollevato seri dubbi sulle teorie ambientaliste come il riscaldamento globale provocato dall’uomo. Sebbene le università e l’establishment scientifico rimangano sotto il controllo degli ambientalisti radicali, molti scienziati hanno dimostrato la presenza di errori nelle teorie verdi come il riscaldamento globale antropico, il legame tra ricchezza e inquinamento, o persino il ruolo del biossido di carbonio nell’effetto serra. Semplicemente non c’è consenso scientifico sulla natura del cambiamento climatico e sul ruolo che ne ha l’uomo.

Il Vaticano, tuttavia, ha messo tutte le sue risorse al servizio di questa ideologia verde. Nell’aprile 2015, papa Francesco ha ospitato un summit ambientale intitolato “Proteggi la Terra, Dignifica l’umanità: le dimensioni morali del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile” in cui hanno partecipato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon e il professore della Columbia University Jeffrey Sachs. Nel luglio dello stesso anno, Papa Francesco organizzò un’altra conferenza, “Le persone e il Pianeta al primo posto: l’imperativo di cambiare rotta”, a cui invitò la femminista canadese e attivista di estrema sinistra Naomi Klein.

Per il terzo anniversario di Laudato Si’, nel luglio 2018, Papa Francesco ha ospitato un altro summit sull’ambiente, “Salviamo la nostra casa comune e il futuro della vita sulla terra”, ed ha invitato il veterano attivista ambientalista americano Bill McKibben.

La più grande spinta per questa rivoluzione ecologica, tuttavia, è probabile che si verifichi nel prossimo Sinodo per l’Amazzonia, a Roma.

Ambientalismo radicale nel Sinodo per l’Amazzonia

Il 15 ottobre 2017, papa Francesco ha annunciato un’assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi, in programma a ottobre 2019 a Roma. Coinvolgerà i prelati della regione amazzonica dell’America Latina, che comprende Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana francese, Guyana, Perù, Venezuela e Suriname. Il tema è “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”.

L’8 giugno 2018, il Vaticano ha pubblicato un “Documento preparatorio” di 16 pagine, definendo gli obiettivi e il quadro del Sinodo per l’Amazzonia (8). Il testo, scritto da un comitato di diciotto ecclesiastici e laici presieduto dal Papa, è un Manifesto Verde che promette di presentare soluzioni sociali, economiche e politiche attingendo alla “saggezza” degli indios dell’Amazzonia.

Attacchi incessanti all’economia moderna

Come Laudato Si’, il Documento preparatorio dichiara che l’Amazzonia è in una profonda crisi ambientale “scatenata da una prolungata ingerenza umana”. La soluzione andrebbe ricercata in “cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa”, dove l’umanità

L’enciclica Laudato Si’ e il Documento Preparatorio del Sinodo amazzonico mostrano un chiaro pregiudizio contro il modello di sviluppo agricolo fondato sulla proprietà privata e la libertà d’impresa

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Speciale Sinodo pan-amazzonico

Secondo il Documento Preparatorio del Sinodo, gli indios amazzonici sarebbero portatori di un “buon vivere” che dovrebbe servire da “modello” per l’uomo contemporaneo, interpellandolo a una “conversione ecologica totale” che lo porti a rigettare le attuali strutture

“rompa con le strutture che uccidono la vita e con le mentalità di colonizzazione”.

In cima alla lista delle cause vi è l’economia occidentale, basata sulla proprietà privata, il profitto e la libera impresa. Senza fornire note a piè di pagina o studi, il documento dichiara che la foresta pluviale amazzonica e i fiumi soffrono principalmente a causa dei “grandi interessi economici” con una “mentalità estrattivista”. In tal modo, si commettono crimini contro l’ambiente come ad esempio “devastazione indiscriminata della foresta... contaminazione di fiumi, laghi e affluenti... spargimento di petrolio, attività mineraria legale e illegale”. Il documento non fa distinzioni tra attività economiche legittime e abusive, né fornisce esempi specifici. Piuttosto, in un sol colpo, dipinge come illegittime tutte le moderne attività agricole, minerarie e di disboscamento, anche se non causano danni all’ambiente. Le condanne all’economia moderna nel testo sono ovunque. L’enciclica attacca il “neoestrattivismo” e i “grandi interessi economici che sfruttano il petrolio, il gas, il legno, l’oro [nell’Amazzonia]”. Uno dei peggiori problemi sarebbe l’agricoltura, un pilastro dell’economia sudamericana e primaria fonte di reddito per molte persone nella regione amazzonica. Anche le infrastrutture come ad esempio “megaprogetti idroelettrici” e “reti stradali” sono abusi contro l’Amazzonia. Le città hanno danneggiato non 16 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

solo l’ambiente, ma gli indigeni dell’Amazzonia e la loro cultura. Incoraggiando l’integrazione degli indigeni, le città li hanno “sospinti verso le periferie” e li hanno costretti a subire “disuguaglianze sociali” e presunti “rapporti di sottomissione”. La conclusione logica è che un’economia povera, di sussistenza, come quella degli indigeni dell’Amazzonia, è l’unica a essere etica.

Elevare lo stile di vita indigeno primitivo a ideale

Come può l’umanità vivere uno stile di vita più ecologico? Imitando gli indigeni dell’Amazzonia. Dobbiamo respingere il “mito del progresso” e la “cultura imperante del consumo e dello scarto” che “trasforma il pianeta in una grande discarica”. Piuttosto, dobbiamo riappropriarci dell’eredità indigena amazzonica permeata di “saggezza ancestrale”.

Cos’è questa saggezza? È “vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte”. Grazie alla loro primitiva religione pagana, gli indigeni “hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo”. Il problema dell’uomo occidentale è la sua tecnologia, cultura, scienza, educazione e arte, ostacoli per ottenere il presunto stato di perfezione raggiunto dagli indios dell’Amazzonia.


Questa lode per il primitivo stile di vita indigeno trascura la triste realtà. Gli europei e i nordamericani sono spesso inconsapevoli delle malattie diffuse, della povertà, della violenza tribale, della mancanza di igiene di base e della bassa aspettativa di vita che è universale nelle società indigene. Lungi dall’avere “a cuore l’armonia” con la Terra, la caccia indigena e le pratiche agricole causano gravi danni all’acqua e al suolo. È semplicemente un’illusione che queste tribù vivano in una sorta di paradiso.

Peccato ambientale, pentimento e conversione

Il sinodo amazzonico affronterà le minacce e le soluzioni ambientali in termini di “peccato” e “conversione”. Le persone e le società che si rifiutano di adottare uno stile di vita più ecologico sono colpevoli di un “peccato” ecologico.

Citando Laudato Si’, lo stesso Documento Preparatorio definisce questo nuovo “peccato” ecologico. Non si tratta più di un’offesa contro Dio o la trasgressione di uno dei Dieci Comandamenti, ma è qualsiasi atto contro la Terra. Già nelle storie bibliche della creazione emerge l’idea che l’esistenza umana si caratterizza per “tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra […] queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato”. Senza giri di parole, il Documento Preparatorio afferma che questo peccato ecologico contro la terra è “un’offesa al Creatore, un attentato contro la biodiversità e, in definitiva, contro la vita”.

Anche se il documento non specifica gli atti peccaminosi, la sua precedente condanna dell’estrazione petrolifera, dell’estrazione mineraria e dell’agricoltura meccanizzata porta naturalmente a credere che tali attività siano un’offesa a Dio. Il vero pentimento dei propri peccati ecologici va ben oltre la pulizia dell’aria o del riciclaggio. “L’ecologia integrale – afferma papa Francesco – ci invita a una conversione integrale... Soltanto quando saremo coscienti di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, commerciare, consumare e scartare influenzano la vita del nostro ambiente e delle nostre società, allora potremo avviare un cambiamento di rotta integrale”. Che cosa è esattamente questo “cambiamento di rotta” necessario per una vera “conversione” ecologica? Il Documento Preparatorio ne dà una definizione: “La conversione [ecologica] domanda di

liberarci dall’ossessione del consumo”. Come minimo, quindi, combattere “modelli culturali ed economici” che hanno creato “situazioni di ingiustizia nella regione, come il neocolonialismo delle industrie estrattive [e] progetti infrastrutturali che danneggiano la biodiversità”. Anche se non nominati, questi “modelli” sembrano riferirsi al sistema economico imprenditoriale dell’Occidente basato sulla proprietà privata e sulla libera iniziativa.

Il nostro dovere, dice l’enciclica, è di sostituire questi modelli con un “nuovo paradigma” in cui la “visione consumistica” venga abolita: “Un rapporto armonioso con la natura che ci consente di vivere una felice sobrietà, la pace interiore con sé stessi in relazione con il bene comune, e una serena armonia che domanda di accontentarsi di quel che è veramente necessario”. In altre parole, l’uomo dovrebbe accontentarsi della povertà, di un’economia di sussistenza e dello stretto necessario di beni materiali per sopravvivere, proprio come gli indios dell’Amazzonia. Un tale sistema economico ha una grande somiglianza con il socialismo.

L’obiettivo del Sinodo non è quello di affrontare solo la crisi ambientale della regione amazzonica. Questo nuovo paradigma ecologico “esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa”. “Bisogna superare la miopia, la frettolosità e le soluzioni di corto raggio. È necessario mantenere una prospettiva globale e andare oltre gli interessi propri o particolari, per poter condividere ed essere responsabili di un progetto comune e globale”.

Per chiunque sia interessato alla minaccia dell’ambientalismo radicale, sarebbe un errore ignorare il Sinodo per l’Amazzonia dell’ottobre 2019. Lungi dal trattare meramente questioni pastorali riguardanti un oscuro angolo del mondo, tale assise promette di dare energia ed aprire un sentiero al movimento ambientalista globale che fino a poco tempo fa faticava ad avanzare in Occidente.  Note_________________________________________________ 1. Papa Francesco, Enciclica Laudato Si’, 24 maggio 2015, n. 23, http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/pap a-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html 2. n. 161 3. n. 112 4. n. 171 5. n. 114 6. n. 23 7. n. 111 8. http://press.vatican.va/content/salastampa/en/bollettino/pubblico/2018/06/08/180608a.html TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 17


Speciale Sinodo pan-amazzonico

Dalla evangelizzazione all’“esodo interculturale” di José Antonio Ureta

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iwxí è il titolo di una pellicola (1) edita dalla Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica (REPAM) in omaggio al fratello Vicente Cañas, S.J., missionario spagnolo assassinato nel 1987 a causa del suo intervento nelle dispute territoriali fra indigeni e proprietari terrieri da poco arrivati nel NordEst dello Stato del Mato Grosso.

Anni prima, agli inizi degli anni Settanta, il fratello Cañas (“Kiwxí”, per gli indios) e il confratello gesuita padre Thomaz Aquino Lisboa, S.J. (“Yauca”), avevano avuto i primi contatti con due tribù indigene isolate in quella regione: i Mÿky e gli Enawene Nawe. Imbevuti del nuovo paradigma missionario post conciliare della “inculturazione”, i due gesuiti non soltanto appresero il dialetto tribale ma si adeguarono poco a poco a tutti gli usi e i costumi degli indigeni.

Il documentario inizia con una scena che riproduce una danza rituale dei Mÿky, in cui si vede in primo piano la figura danzante di padre Lisboa, “vestito” con gli indumenti richiesti dalla cerimonia. Nella scena successiva, seduto nei pressi di una capanna, egli spiega: “Tutto ciò è pieno di spiritualità, di una profonda conoscenza della natura, di rispetto per la natura. Qui noi mangiamo ciò che loro mangiano, dormiamo nella stessa casa dove loro dormono, nell’amaca che loro stessi fabbricano, perché la fede, la fede che io ho in Cristo, non mi impedisce di vivere questa stessa vita che i Mÿki qui vivono. Perché indossare o no questo oggetto [una penna che attraversa le narici], perforarsi o meno le narici, perforarsi o meno le orecchie, pitturarsi o meno, questo è cultura. Questo non è fede”. 18 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

Un’evangelizzazione senza Vangelo? Ecco quanto pretende la nuova missiologia col pretesto della “inculturazione” Fede e cultura, inculturazione. Si direbbe che, con la sua penna tra le narici e altri indumenti rituali, padre Lisboa abbia anticipato di oltre 30 anni il “volto amazzonico” che la prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi cerca di dare alla Chiesa Cattolica in questa regione “multietnica, pluri-culturale e pluri-religiosa”.

Di fatto, il Documento Preparatorio dichiara che è necessario ascoltare i popoli indigeni per costruire reti di “interculturalità”, scoprire nuove strade per la pastorale in Amazzonia che possano approfondire il “processo di inculturazione” e facilitare “l’inculturazione dei riti” generati dalla saggezza ancestrale dei popoli amazzonici nelle loro celebrazioni. Inoltre, prosegue il Documento, “siamo chiamati come Chiesa a rafforzare il protagonismo dei popoli: abbiamo bisogno di una spiritualità interculturale che ci aiuti a interagire con le diversità dei popoli e con le loro tradizioni”.

Se il Documento Preparatorio insiste sul tema della “inculturazione” è perché si tratta di una parolatalismano che, dagli anni Sessanta, è servita come strumento per un trasbordo ideologico/pastorale inavvertito: il passaggio dall’antico modello di evangelizzazione – che mirava apertamente alla conversione dei popoli nativi e alla nascita fra di loro di una cultura cristiana – a uno stile di missione che pretende soltanto di stabilire un dialogo interreligioso privo di qualsiasi intenzione proselitista e che, al contrario, possa contribuire a rafforzare l’identità culturale pagana degli “evangelizzati”. Cercheremo di descrivere detto trasbordo/teologico pastorale.


Fede e cultura

Il problema dei rapporti fra cristianesimo e cultura è, in realtà, tanto vecchio quanto l’evangelizzazione. Nello spogliarsi degli obblighi legali dell’ebraismo e nel predicare la Buona Novella alle genti, gli Apostoli affermarono categoricamente l’universalità della salvezza: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gl 3, 28). Mentre le altre religioni sono legate a una cultura, il cristianesimo, data la sua origine e il suo carattere soprannaturale, si rivolge a tutti gli uomini e trascende radicalmente qualsiasi contenuto puramente umano. In questo senso, è totalmente esterno alla cultura. Inoltre, il cristianesimo non è una religione del culto o della legge, bensì una religione della fede, per cui l’uomo riconosce la parola di Dio, vi si sottomette ed entra in comunione interiore con il suo Creatore. Ma, nel senso opposto, il cristianesimo non è pura interiorità, per la fondamentale ragione di essere una religione dell’Incarnazione. Dio ci parla per mezzo di Gesù Cristo, che è vero Dio e vero uomo e, in quanto tale, si situa storicamente. Nel fondare la religione della Nuova Alleanza, Egli si appoggiò sull’Antica: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt 5, 17). Allo stesso modo, per continuare l’opera di Cristo, la Chiesa, lungo la storia, ha dovuto esprimersi con forme e formule che non ha creato dal nulla, ma elaborate sulla base della cultura circostante, dapprima ebraica e poi greco-romana, i cui diversi elementi ha fatto propri, non solo

nel suo culto, ma anche nella sua organizzazione e nel suo pensiero (2). E ha continuato a fare lo stesso quando, più tardi, si è innestata su altre culture. Tuttavia, nonostante si sia legata strettamente a queste, l’aspetto “trascendente” del cristianesimo è rimasto sempre prioritario, perché il senso profondo degli elementi culturali assunti dalla Chiesa è stato radicalmente modificato. Nonostante questa trascendenza del cristianesimo in relazione a tutte le culture, si può affermare che quella occidentale ha, nei suoi rapporti con la Chiesa, uno statuto particolare, poiché i legami di connaturalità tra la Chiesa e l’Occidente sono doppi e molto stretti.

Chiesa e Occidente

Da una parte, perché a partire dalla conversione dei barbari e durante il Medioevo, la Chiesa è stata il principale elemento ispiratore della cultura occidentale, compenetrandola e stabilendo con essa una simbiosi tanto profonda da forgiare ciò che ha preso il nome di Cristianità. Dall’altra, perché esiste un legame stretto tra fede e ragione (“fides quaerens intellectum”) e nessun’altra civiltà ha sviluppato tanto la razionalità quanto la cultura classica occidentale, ragion per cui la Chiesa ha assunto e preservato tutto quanto la filosofia greca e il diritto romano comportavano quanto a valori razionali positivi, qualcosa che da quel momento in poi ha cominciato a far parte del suo DNA.

Nel suo famoso discorso all’Università di Ratisbona, papa Benedetto XVI mise in risalto come il “vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto

“Il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, ha infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa”

Benedetto XVI

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Speciale Sinodo pan-amazzonico Toro Seduto, Orso Veloce, Coda Macchiata e Nuvola Rossa, capi Sioux convertitesi al cattolicesimo (qui insieme all’interprete Julius Meyer, in alto a sin.)

Seguendo l’Istruzione della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, del 1659, i missionari hanno sempre cercato di attuare una sana “inculturazione”

tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva”, pertanto “considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell’Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa” (3).

Pur mantenendo questa impronta occidentale, che originariamente era latina, i primi missionari inviati a convertire i barbari sassoni seppero adattarsi alle differenze culturali delle popolazioni che volevano evangelizzare, seguendo l’archetipo di argomentazione ad hominem costituito dal discorso di San Paolo all’Areopago di Atene. Per esempio, per favorire la conversione degli anglosassoni, San Gregorio Magno fece sapere al suo inviato in Inghilterra, Sant’Agostino di Canterbury, che doveva permetter loro le feste gastronomiche celebrate in onore dei loro idoli, ma purificandole dall’idolatria e conferendo ad esse un contenuto cristiano.

La Chiesa dimostrò il medesimo rispetto per i valori culturali autentici, o almeno purificabili, dei popoli evangelizzati andando a catechizzare i popoli asiatici. Una dimostrazione eloquente è l’Istruzione che, nel 1659, la Sacra Congregazione di Propaganda Fide inviò ai Vicari Apostolici della Società delle Missioni Estere che operavano nell’Estremo Oriente, la quale raccomandava quanto segue: “Non abbiate affanno alcuno né persuadete quei popoli affinché cambino i loro riti e costumi, purché non siano apertamente contrari alla religione 20 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

[cattolica] e alla moralità. Giacché non ci sarebbe nulla di più assurdo che introdurre in Cina [il modo di vita] di Francia, Spagna o Italia o di qualsiasi altra nazione d’Europa. Non dovete introdurre in quelle nazioni le vostre civiltà, bensì la vostra fede, che non solo non disprezza né calpesta i riti e i costumi dei popoli, purché non siano riprovevoli, ma al contrario vuole conservarli e portarli alla perfezione. (...) Non dovete, dunque, paragonare gli usi di quelle nazioni con i vostri dell’Europa, bensì adattare i vostri a quelli. Dovete lodare in essi tutto quanto sia degno di ammirazione. E per quanto riguarda quelle cose che non meritano lode, sebbene sia vero che in ciò non dobbiamo imitare gli adulatori, siate almeno prudenti a non criticarle eccessivamente. Per quanto riguarda i costumi veramente cattivi, cercate di rifiutarli più col vostro silenzio che con le vostre parole, usando quelle occasioni perché quanti sono decisi ad abbracciare la nostra fede siano i primi a eliminarli a poco a poco e di loro spontanea volontà” (4).

Inculturazione

Questa Istruzione è un esempio di equilibrio, perché porta il missionario a elaborare un giudizio sulla cultura locale che vuole evangelizzare per poter incorporare tutto quanto è sano o recuperabile e rigettare, in maniera graduale, tutto quanto è inaccettabile per la fede e la morale.

Nell’Istruzione sottostanno, in realtà, due livelli di valori culturali. In un livello superficiale esistono le maniere di vestirsi, di nutrirsi e di alloggiare, gli stili artistici, le forme di trattamento, etc. A un livello più profondo si collocano la maniera di seppellire e incenerire i morti, di concepire la vita familiare e di organizzare i rapporti sociali, i quali necessariamente incarnano o veicolano le concezioni religiose e morali di ogni popolo. Si voglia o meno, tali opzioni ancestrali o sono in armonia o si scontrano con il contenuto della Rivelazione cristiana e in questo ultimo caso, necessitano d’essere purificate o eventualmente, del tutto eliminate.


La pieve di San Pedro, in Andahuaylillas, Perù, costruita nel secolo XVI, chiamata la “Cappella Sistina delle Ande”. Incorpora elementi barocchi, mudéjar e indigeni

L’evangelizzazione dell’America Latina fu un esempio magnifico di vera inculturazione

Pertanto un vero sforzo missionario deve introdurre necessariamente un conflitto nel seno stesso delle culture pagane, da cui non è possibile fuggire con il pretesto dell’adattamento: la Rivelazione illumina le mancanze fondamentali delle visioni pagane e le loro conseguenze pratiche e chiama alla conversione.

Perciò, sarebbe sleale sostenere che in passato i missionari non hanno avuto intenzione di modificare nella loro sostanza le culture non cristiane. La dottrina del Vangelo, la Tradizione e, in qualche misura, la visione del mondo sottostante ai dogmi cattolici entravano in contatto in modo consapevole e volontario, tramite il missionario, con i valori profondi delle culture non cristiane. Non si trattava di cambiare quelle culture nel primo livello superficiale, i cui elementi potevano accettarsi ampiamente, ma di convertirle nel secondo livello più profondo: la missione ad gentes cercava esplicitamente una vera metanóia dei popoli evangelizzati, ossia, una ricostruzione dall’interno dei loro valori basilari. In questo compito, alcuni valori culturali – quelli positivi o neutri – sarebbero stati rivitalizzati in un senso cristiano, ma tutti quelli incompatibili con i valori

cattolici, avrebbero dovuto essere rigettati, secondo la famosa frase di San Remigio a Clodoveo, primo re franco convertitosi: “Adora ciò che bruciavi, e brucia ciò che adoravi”.

Questa ricostruzione interiore finisce per raggiungere in misura più o meno grande tutta la cultura di un popolo che si converte al cristianesimo. E ciò perché ogni cultura è una realtà integrata in cui tutte le sue componenti, sia superficiali che profonde, formano una unità organica. E poiché il fattore supremo di integrazione di ogni cultura è la religione (o la irreligione, come nella cultura moderna), risulta che non è possibile cambiare di religione senza modificare, in qualche misura, tutti i restanti elementi della cultura di un popolo che abbraccia una nuova fede.

In realtà, tale incarnazione della fede nelle forme culturali dei convertiti al cristianesimo non viene realizzata dai missionari, né prende forma da un’imposizione degli aspetti superficiali della cultura originaria degli stessi. Si tratta di un processo graduale e profondo di cristianizzazione dei propri usi e costumi, compiuto dagli stessi convertiti nella vita di TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 21


Speciale Sinodo pan-amazzonico

I peruviani San Martín di Porres e Santa Rosa di Lima (ritratti autentici, sec. XVII)

L’evangelizzazione in America Latina produsse, sin dai primi tempi, notevoli frutti di santità

ogni giorno. Sono le nuove comunità cattoliche – e soprattutto i santi che vi fioriscono – quelle che possono fondere i valori del Vangelo nel nucleo della propria cultura, creando una realtà viva che aspira a trasformarsi in una cultura allo stesso tempo profondamente cattolica e interamente locale (5).

Il Medioevo: paradigma di evangelizzazione e inculturazione

Il Medioevo è stato un vero paradigma di evangelizzazione e inculturazione di successo. Gli altri sforzi missionari hanno avuto un successo maggiore o minore nella misura in cui si sono avvicinati a questo ideale. In America Latina l’evangelizzazione intrapresa originariamente dai Re Cattolici e dalla corona del Portogallo, ebbe un’ampia riuscita, sebbene i colonizzatori e, in qualche misura, persino i missionari, fossero imbevuti dei germi malefici dell’umanesimo rinascimentale e della sua concezione materialista e neopagana della vita. Ciò nonostante, e grazie alle innumerevoli apparizioni della Madonna, soprattutto quelle di Nostra Signora di Guadalupe, l’immensa maggioranza dei popoli autoctoni si convertirono al cattolicesimo e gradualmente abbandonarono le loro superstizioni cristianizzando i loro costumi. Ne è nata una cultura creola, ben distinta dall’europea, che è un insieme del cattolicesimo barocco della Spagna e del Portogallo con la mentalità, il genio e le doti artistiche proprie dei popoli nativi. Questa cultura latinoamericana ha avuto le sue espressioni migliori nei santi del Continente, alcuni bianchi creoli come Santa Rosa di Lima o 22 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

Santa Mariana di Quito, e altri meticci e mulatti, come il popolare frate domenicano San Martín di Porres o l’indigeno San Juan Diego.

Un altro esempio notevole di evangelizzazione e di inculturazione di successo e rispettosa dei valori locali è stato quello delle Filippine. In tutti questi casi, si è prodotta una reale incarnazione del cristianesimo nella cultura locale, preservando da un lato la pluralità delle culture (la cui diversità è voluta da Dio) ed evitando qualsiasi forma di colonialismo culturale, ma dall’altra parte mantenendo nella purezza integrale il contenuto della fede e della morale evangelica. Vale la pena aggiungere, anche se di passaggio, che come conseguenza dell’azione dei missionari e dei coloni europei si registrò un grande miglioramento delle condizioni di vita dei popoli evangelizzati.

Le considerazioni precedenti esprimono, con tutte le sfumature del caso, il vero senso dello sforzo di “inculturazione” compiuto dalla Chiesa Cattolica in duemila anni di missione, durante i quali ha adempiuto al mandato divino consegnato agli Apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19).

Dalla vera alla falsa inculturazione

Esempi paradigmatici di una falsa inculturazione, invece, sono stati i missionari gesuiti Vicente Cañas e Thomaz Aquino Lisboa, Kiwxí e Yauca per gli indios Mÿky, dei quali adottarono costumi e indumenti.


Come è stato possibile passare dall’uno all’altro modello? Per un processo di trasbordo teologico/pastorale inavvertito che ha utilizzato l’ideale di “inculturazione” come parola-talismano e il binomio paura-simpatia come fattore psicologico.

Da una parte, i missionari hanno cominciato ad avere paura di essere definiti compagni di strada del colonialismo e dell’imperialismo europei. In effetti, sotto l’influenza dei movimenti di “decolonizzazione” politica, economica e culturale successivi alla Seconda Guerra Mondiale (caratterizzati da un carattere antioccidentale e, non di rado, da una interpretazione “terzomondista”, a sfondo marxista, dei rapporti fra paesi sviluppati e sottosviluppati), iniziò a infiltrarsi nella Chiesa Cattolica un complesso di colpa riguardante l’evangelizzazione compiuta nelle antiche colonie.

Parallelamente, il sorgere dell’antropologia come scienza sociale indipendente e il crescente interesse del pubblico per le sue scoperte, suscitò un enorme movimento di simpatia verso i popoli indigeni, i cui folclori, stili di vita, dialetti cominciavano a vedersi minacciati dalla penetrazione della tecnica e della vita moderna nei loro antichi territori. I missionari non rimasero indenni da questa simpatia non solo verso le popolazioni aborigene ma anche verso tutti gli aspetti delle loro culture, persino i più riprovevoli. Operando con la paura di venire accusati d’essere “colonialisti” e nella simpatia verso la cultura dei popoli primitivi, il termine “inculturazione” iniziò a subire uno spostamento semantico nel vocabolario ecclesiale.

inculturazione come mero adattamento alla mentalità locale, si passò a quello di un certo mimetismo, per finire con l’idea di una “conversione” dei missionari e della stessa Chiesa ai valori profondi (pagani) della cultura ancestrale dei popoli in via di evangelizzazione. Da evangelizzatrice, la Chiesa doveva diventare evangelizzata.

Tutte le congregazioni missionarie e tutte le regioni dove la Chiesa svolge la sua missione ad gentes (Estremo Oriente, Oceania, subcontinente Indiano, Africa e le tre Americhe) sono state vittime di tale processo di trasbordo ideologico-pastorale. In questo articolo, ci concentreremo specialmente sul caso dell’America Latina, dove si trova l’Amazzonia, oggetto del prossimo Sinodo.

Sarebbe troppo lungo ripercorrere tutto il cammino di spostamento semantico del concetto di “inculturazione”, dal decreto conciliare Ad Gentes del Vaticano II, passando per la esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI sino alle riunioni dell’Episcopato Latinoamericano a Medellín (1968), Puebla (1979), Santo Domingo (1992) e Aparecida (2007). Per questo motivo, studieremo solo la concezione più “avanzata” del concetto di “inculturazione” negli scritti del più grande intellettuale della muova “missiologia”, padre Paul Suess, sacerdote tedesco trapiantato in Brasile e uno dei consultori del

Il concetto emergente di evangelizzazione insisteva sempre meno sulla vocazione missionaria di trasmettere la fede e sempre più sulla convenienza, e persino sull’obbligo, di preservare integra la cultura dei popoli evangelizzati. Dal concetto originario di

Tutte le congregazioni missionarie sono state vittime di un processo di trasbordo ideologico-pastorale, verso un nuovo tipo di “inculturazione” nel quale la Chiesa, da evangelizzatrice, diventa evangelizzata Foto: missionari salesiani nell’Amazzonia brasiliana

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Speciale Sinodo pan-amazzonico

Col pretesto della “inculturazione” si introducono riti pagani nella liturgia Nelle foto, due “Messe” indigene: l’una in Messico e l’altra in Brasile

comitato che prepara il Sinodo Pan-Amazzonico (e probabilmente il principale redattore del suo Documento Preparatorio).

La kénosi del cristianesimo

Nel capitolo “La Disputa per la Inculturazione” del suo libro Evangelizzare a partire dai progetti storici degli altri: Dieci saggi di missiologia (6), padre Suess offre i presupposti filosofici di matrice esistenzialista, soggettivista e relativista del nuovo “paradigma della inculturazione”, basato sul “riconoscimento dell’alterità irriducibile degli Altri” (7):

-“Tutti i popoli e gruppi sociali hanno un progetto storico di vita”, codificato nella rispettiva cultura, la quale definisce la sua identità e crea “un secondo ambiente”.

- “Per gli esseri umani la percezione della realtà passa sempre da un ‘filtro’ culturale” per cui “difficilmente la visione che un gruppo ha di un altro coincide con la visione che il gruppo ha di sé stesso”.

- “La soggettività e la identità culturale cancellano qualsiasi mediazione oggettiva, unica e universale della realtà”; la “visione oggettiva”, non allineata con la prospettiva specifica di ogni cultura, è un mero “orizzonte utopico che muove la storia”.

- “La cultura di nessun gruppo sociale”, né tantomeno “la cultura che veicola occasionalmente il Vangelo” possono essere “normative per un altro gruppo”.

- Per cui, “il soggetto pieno dell’evangelizzazione inculturata è il singolo popolo che recepisce il

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Vangelo. I poveri, gli Altri, le genti sono i protagonisti della storia della salvezza e del processo della loro evangelizzazione”.

Parafrasando la formula latina del IV Concilio Lateranense secondo cui solo nella Chiesa si trova ordinariamente la salvezza, padre Suess asserisce che “extra culturam non c’è rivelazione né salvezza” (8).

In questo nuovo paradigma, la predicazione del missionario diviene trascurabile, poiché la Chiesa “deve sperimentare la sua irrilevanza metalinguistica e la sua carenza di vocabolario, e deve farsi capace nuovamente di parlare un linguaggio contestuale che sia specifico della cultura con cui ha a che fare” (9), il che suppone “un processo di spogliamento, metanóia e kénosis” (10). L’evangelizzazione passa, dunque, a essere meramente “una presenza catalizzatrice che provoca cambiamenti culturali senza interferenze esplicite” (11) del missionario, perché “un Vangelo ontologicamente perfetto, ma socio-culturalmente e storicamente lontano dai popoli, diventerebbe un Vangelo irrilevante e lettera morta” (12).

Pertanto, ciascun popolo accede alla Rivelazione da sé stesso e non per la predicazione di un


missionario: “Il soggetto pieno della evangelizzazione inculturata è il singolo popolo che riceve il Vangelo. I poveri, gli Altri, le genti, sono i protagonisti della storia della salvezza e del processo della loro evangelizzazione. (...) L’interpretazione o rivelazione di Gesù Cristo come logos, per esempio, è una ‘scoperta’ assolutamente contestuale, e quindi, culturale e storica” (13).

Contrariamente alla missione tradizionale, “il Vangelo e gli evangelizzatori rispettano l’alterità e preservano l’identità dei messaggi e delle culture. L’inculturazione cerca una prossimità rispettosa in tono di alterità” (14). Di più, “evangelizzare un popolo significa collaborare con il rafforzamento della sua identità e creare un suo futuro specifico” (15), altrimenti il cristianesimo si trasformerebbe in “una forza secolarizzatrice, poiché – come nel caso di un popolo indigeno che vive la sua religione intimamente unita alla sua cultura – scollega religione e cultura” (16).

Quanto detto implica, per la Chiesa, l’obbligo di preservare nella sua integrità la religione pagana degli aborigeni: “Essere guaranì’ significa appartenere alla cosmovisione dei guaranì, giacché in una società indigena che è una società monoculturale, la religione è sempre e anche un’espressione di quella monocultura. (...) Appartenere al popolo guaranì significa non soltanto avere una parentela con il popolo guaranì, ma anche appartenere alla religione, alla cosmovisione e all’ordine sociale dei guaranì” (17).

di Gesù, nucleo della Rivelazione divina? Quella di una mera fonte di ispirazione: “È chiaro che la storia, paradigmatica come ‘storia della salvezza’, non può volersi sostituire alla storia di nessun popolo, né la cultura storica di Gesù può essere imposta come cultura-modello facendola prevalere sulle altre culture. Qualsiasi progetto salvifico che sia strutturalmente incapace di formularsi a partire dalle radici storico-culturali di un popolo, sarebbe in anticipo un progetto alienante e coloniale, e non un progetto salvifico e liberatore” (19).

Sorge spontanea la domanda: allora, che ruolo svolge il missionario in mezzo alla popolazione “evangelizzata” se neppure può parlare di Cristo? Si tratta soltanto di una “presenza solidale e di testimonianza” e di un “accompagnare nella lotta” (20) contro l’egemonia culturale “colonialista” della civiltà occidentale, e di far vedere agli indigeni che “l’unica rottura che il Vangelo propone è la rottura con l’infedeltà ai propri progetti di vita” (21) giacché “il progetto del Regno è al cuore dei loro progetti” (22): “L’evangelizzazione, di per sé, è sempre recuperare la coerenza del progetto di vita degli Altri poveri, progetto che nelle condizioni storiche nelle quali si realizza è sempre minacciato dalle strutture di morte” (23).

In tale compito, come dimostra “Yauca” (padre Thomaz Aquino Lisboa, S.J, menzionato all’inizio),

Evangelizzare senza Vangelo

L’inculturazione passa ad essere, dunque, una “evangelizzazione” senza Vangelo – perché ciò sarebbe “introdurre una nuova memoria concorrente o parallela” – e che, inoltre, si rallegra nel riconoscere gli dèi pagani: “Qualsiasi pretesa di sostituire la memoria religiosa indigena con la memoria di Israele configurerebbe un nuovo tentativo di colonizzazione. Colonizzare significa non soltanto ‘smascherare’ i ‘falsi dèi’ degli Altri come ‘veri demoni’; colonizzare significa anche imporre ‘il meglio’ che qualcuno possiede come se fosse il meglio anche per gli Altri” (18).

Che importanza hanno (per gli Altri), allora, ai fini dell’evangelizzazione, la storia di Israele e la vita Nel nuovo paradigma di “inculturazione” le credenze e i riti indigeni vanno valorizzati e assunti come portatori di antica spiritualità A dx., un pajé (stregone) amazzonico

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 25


Speciale Sinodo pan-amazzonico

Nel nuovo paradigma, il sacerdote diventa un mero “accompagnatore”, un “pellegrino” insieme al popolo indigeno, non un evangelizzatore né, tantomeno, un civilizzatore

l’“evangelizzatore è evangelizzato e l’evangelizzato diviene evangelizzatore”, perché il processo di evangelizzazione consiste “in una relazione dialettica”, in cui “non ci sono ‘attivi’ di fronte a ‘passivi’ o ‘maestri’ di fronte a ‘allievi’” (24).

Ciò suppone, da parte del Popolo di Dio in cammino un “esodo culturale” che esige “ripensare antiche formule della nostra fede che sono divenute incomprensibili” e “ricontestualizzare pratiche rituali e simboli di fede” (25). In parole povere, l’inculturazione sfocia in una rinuncia alla fede e al culto cristiano da parte dei missionari, per adottare le superstizioni e i rituali idolatrici ancestrali dei loro compagni di dialogo.

“Esodo culturale”

Tale “esodo culturale” è precisamente quanto preconizza Raúl Fornet-Betancourt, filosofo cubano residente in Germania, dove ha lavorato come direttore del Dipartimento dell’America Latina presso l’Istituto Cattolico Missio, nella città di Aquisgrana. Nel suo intervento al IV Parlamento delle Religioni del Mondo, intitolato “Verso una teologia interreligiosa e interculturale della liberazione” (26), Fornet considera insufficiente il paradigma della inculturazione, il cui linguaggio “rivela che si continua a mantenere ancora una coscienza della superiorità e, con ciò, della supposta evidenza del diritto della chiesa cattolica (sic) di incarnare il vangelo nelle diverse culture”. Un atteggiamento aggressivo che “presume portare le culture – e con esse anche le loro tradizioni religiose - davanti al tribunale delle esigenze di universalizzazione del cristianesimo... per imporre il corso che deve seguire il loro sviluppo”. La visione di fondo della inculturazione, prosegue, “non la porta a ‘relativizzare’ la singola tradizione, nel senso di relazionarla con le altre su un piano di uguaglianza”. 26 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

Si tratterebbe, quindi, di passare “a un cristianesimo universale culturalmente policentrico” (27), ossia a una configurazione della fede “che non è più centrica ma pellegrina” e che si esprime meglio nel termine “interculturalità”. Secondo il filosofo cubano di Aquisgrana, la interculturalità “non è missione ma dimissione”, un atteggiamento esistenziale di “permanente dimissione dei diritti culturali che riteniamo appartenerci” perché “possano emergere in noi stessi contesti di accoglienza, spazi liberi non occupati”. Si tratta di “una paziente azione di rinuncia”: “rinuncia a sacralizzare le origini delle tradizioni culturali o religiose”; “rinuncia a convertire le tradizioni che chiamiamo proprie in un itinerario scrupolosamente stabilito”; “rinuncia a decantare le identità ponendo un confine fra ciò che è nostro e l’altro”; “rinuncia a sincretizzare le differenze sulla base di un supposto fondo comune stabile”.

Queste rinunce fondamentali “possono ispirare e orientare una nuova trasformazione del cristianesimo”, che “muterebbe le sue inculturazioni in interculturizzazioni”, rimodellando l’identità cristiana in un processo che “si riconfigura continuamente” e che “la abilita all’esercizio plurale della propria memoria”. In questa maniera, “i membri delle diverse comunità religiose riapprendono a confessare la loro identità religiosa a partire dall’esperienza trasformante del pellegrinaggio, dell’esodo, dove si creano spazi ‘transreligiosi’”.

Questa chiamata all’esodo pluriculturale lanciata da Fornet-Betancourt sembra essere stata pienamente accolta dal Messaggio Finale del Seminario Latinoamericano dei Vescovi e dei Segretari delle Commissioni Episcopali sulla Pastorale dei Popoli Originari, celebrato nel novembre 2018 a Bogotá, secondo il quale “il fatto di riconoscere e valorizzare le culture autoctone con le loro spiritualità e sapienze radicate nella terra e nel cosmo, ci sfidano a


rivedere e aggiornare il nostro modo di evangelizzare. Vogliamo dare un passo oltre l’inculturazione verso l’interculturalità”.

Il suggerimento è stato pienamente accolto anche dai redattori del bollettino Diálogo Indigenista Misionero, organo del Coordinamento Nazionale della Pastorale Indigena della Conferenza Episcopale Paraguayana. Sulla quarta di copertina dell’edizione di dicembre del 2013, vi è un poema intitolato “Missionari dal volto interculturale”, espressione che si ripete come un ritornello lungo il testo: “Siamo protagonisti in questo conglomerato di culture di incontri e scontri, di alleanze e di fratture.

“Configuriamo il futuro di questo mosaico di identità, a partire dalla interculturalità, la sfida principale in tutte le latitudini. (...)

“Viviamo il nostro essere “interculturale”: dando impulso alle culture, anziché riscattarle e salvarle, rispettandole ed apprezzandole, invece di giudicarle e condannarle; (...) “Imparando e ascoltando, invece di ammaestrare e sopraffare.

“Passiamo sul suolo sacro degli altri/altre con i piedi scalzi, con il cappello in mano e i nostri doni pronti per l’offerta.

“Sentiamo l’aroma e raccogliamo i fiori dei campi di altri mondi.

“E impariamo a bere dall’acqua di vita di altri pozzi profondi. “Andiamo a trovare altri volti, riflessi della nostra umanità. “Apriamoci verso l’altro in una relazione di uguaglianza” (28).

Coerente con queste premesse, non stupisce che lo stesso bollettino riproduca il seguente brano della relazione del sacerdote Bartomeu Meliá, primo responsabile della pastorale indigenista della Conferenza Episcopale paraguaiana, durante la Settimana Missionaria 2013: “Ci siamo posti la domanda: fin dove possiamo praticare le religioni indigene? Quasi tutte le religioni hanno due elementi essenziali: ascoltare la ‘parola rivelata’ e relazionarsi con la comunità (per gli indigeni si tratta della danza e della chicha [bevanda alcolica]) (...). Le religioni indigene ci sembrano strane, ciò non elimina però la sfida di partecipare degli spazi religiosi; sí, si può praticare la religione indigena senza negare la propria, questo allarga anche il nostro cuore” (29).

Per tutto quanto detto, c’è da temere che questo incentivare le comunità cattoliche a riprendere le pratiche delle religioni indigene idolatriche e pagane si realizzi durante la prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Pan-Amazzonica, il cui obiettivo dichiarato è precisamente costruire una Chiesa dal volto amazzonico.  Note______________________________________

[1] https://www.youtube.com/watch?v=RbTnBO5s_vQ [2] Secondo Pio XII, “la chiesa cattolica non disprezzò o rigettò completamente il pensiero pagano, ma piuttosto, dopo averlo purificato da ogni scoria di errore, lo completò e lo perfezionò con la sapienza cristiana. Così pure accolse benevolmente il progresso nel campo delle scienze e delle arti, che in alcuni luoghi raggiunse altezze veramente sublimi, e lo perfezionò diligentemente innalzandolo a fastigi di bellezza forse prima mai raggiunti. E neppure soppresse del tutto i costumi e le antiche istituzioni dei popoli, ma in qualche maniera li consacrò; le stesse feste pagane, trasformate nel significato e nel rito, piegò a celebrare le memorie dei martiri e i divini misteri” (Evangelii praecones, n°12, http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/encyclicals/documents/hf_pxii_enc_02061951_evangelii-praecones.html ). [3] http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_universityregensburg.html [4] JOLICOEUR, Luis, “El Cristianismo aymara: inculturación o culturización?”, in Cultural Heritage and Contemporary Change, serie V, Latin America, vol. 3, p. 295 [5] Le considerazioni anteriori sui rapporti tra cristianesimo e cultura sono il riassunto di alcuni interventi tenuti nel corso della 29ª Settimana di Missiologia, celebrata a Lovanio (Belgio) nel 1959, riprodotte nel volume Mission et cultures non-chrétienne edito da Desclée de Brouwer. I principali autori, il cui pensiero è stato qui riassunto, sono J. Ladrière (“La culture et les cultures”, pp. 11-44), padre J. Bruls SAM (“L’Attitude de l’Église devant les cultures non-chrétiennnes”, pp. 45-57), padre Segura PB (“L’Initiation, valeur permanente en vue de l’inculturation”, pp. 219-223) e padre Boritius SCJ (“Le Groupe familiale et ses formes”, pp.. 236-253). [6] Ediciones Aya-Yala, Quito (Ecuador),1995. [7] Ibid. p.150. [8] p. 189. [9] p. 99. [10] p. 112. [11] p. 125. [12]p. 159. [13] p. 189. [14] p. 163. [15] p. 168. [16] p. 174. [17] pp. 179-180. [18] p. 183. [19] Ibid. [20] p.173. [21] p. 200. [22] p. 204. [23] p. 203. [24] p. 176. [25] p. 206. [26] INTERCULTURALIDAD Y RELIGIÓN: Para una lectura intercultural de la crisis actual del cristianismo, Ediciones Aya-Yala, 2007. [27] La frase è di Juan José Tamayo, seguendo la proposta di Johann Baptist Metz. [28] DIM, n° 70, año XXVI, retro di copertina. [29] Ibid. p. 32. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 27


Speciale Sinodo pan-amazzonico

Amazzonia: scienza vs. miti

di Evaristo Eduardo de Miranda

Amazzonia, “polmone verde del mondo”? Devastata dalla deforestazione? Sempre più spopolata di indigeni? Ecco alcuni miti della sinistra ecologista, sfatati dal prof. Evaristo Miranda, direttore della Embrapa Monitoramento por Satélite, forse il maggior esperto sull’Amazzonia.

È

superfluo ricordare l’importanza e l’interesse che l’Amazzonia riveste per la nazione brasiliana e per il mondo. Il controllo sulla regione da parte del Brasile si manifesta in vari modi e la sovranità politica su di essa dovrebbe essere fuori discussione. Questo implica anche la sovranità scientifica - sempre più legata a aspetti geopolitici e strategici - che il paese cerca di esercitare contro la disinformazione e le mistificazioni.

Oltre a una rete di università e istituti di ricerca in Amazzonia, da circa 20 anni i ricercatori della Embrapa Monitoramento por Satélite mantengono diversi siti di monitoraggio territoriale che forniscono le dinamiche spazio-temporali di uso e occupazione del territorio e il conseguente impatto ambientale. Oggi Embrapa dispone di una delle più vaste collezioni di immagini satellitari, database geo-codificati, strumenti e indicatori per la comprensione e il monitoraggio dei processi di cambiamento, nonché i mezzi e la logistica specifica per il pronto impiego in loco (www.cnpm.embrapa.br).

Cinque miti sull’Amazzonia

L’accumulo di conoscenze scientifiche e di indicatori ambientali rende possibile smascherare cinque miti sull’Amazzonia e sui suoi sistemi ecologici presentati come verità assolute:

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1. L’Amazzonia è ricoperta da una grande foresta tropicale primitiva e omogenea con ecosistemi stabili, intatti e in equilibrio naturale (polmone del mondo).

2. L’Amazzonia è ancora un enorme vuoto demografico e umano, da occupare o no, minacciato dalla deforestazione e dagli incendi boschivi. 3. I terreni amazzonici non sono adatti all’agricoltura e quando vengono deforestati diventano deserti o dei pascoli improduttivi.

4. L’Amazzonia non è sufficientemente protetta dalle unità di conservazione (parchi, riserve, ecc.) e dalla legislazione ambientale.

5. La preoccupazione per la conservazione ambientale è recente e dovuta alla crescente presenza di entità non governative straniere e internazionali che operano in Brasile.


Nell’Amazzonia, la produzione di ossigeno è equivalente al consumo per la respirazione della vegetazione. Il suo contributo dinamico è equivalente a zero

1. Una foresta tropicale omogenea, antica e stabile?

La realtà è molto più complessa. In questo immenso territorio si trovano i punti più alti del paese, strutture geologiche completamente differenti tra quelle situate all’altezza degli affluenti settentrionali e quelle situate all’altezza degli affluenti meridionali del fiume Rio delle Amazzoni e fattori ambientali che danno vita a una grande diversità di ecosistemi. Per la prima volta, la Embrapa Monitoramento por Satélite ha completato un mosaico di immagini satellitari recenti, con 15 metri di risoluzione, che copre l’intera Amazzonia. Ciò ha richiesto lo sviluppo di specifici programmi per computer, consumato migliaia di ore di calcolo e generato più di 250 immagini orbitali, il che ha prodotto un mosaico di 6,8 gigabyte. Una versione esemplificata del mosaico di ogni Stato è stata poi riprodotta e diffusa per un uso più ampio.

Foresta omogenea? Il mosaico di immagini rivela ciò che era già noto in parte: una complessità di situazioni che proibisce qualsiasi semplificazione generalizzata. Ci sono diversi tipi di foreste di terra o pluviali, foreste semidecidue, foreste decidue, foreste igapó, foreste di bambù, foreste di palme, foreste di cipó, foreste montane o nebulose, foreste di mangrovie, di campinaranas, ecc., che si alternano a formazioni aperte - non forestali - come le savane, le praterie, le catanduvas, i campi arati, le pianure alluvionali, i campi rupestri o litofili, le vegetazioni psammofile, idrofile e idrofitiche.

Foresta vecchia e stabile? Questo mare di foreste con enormi arcipelaghi di vegetazione aperta non è sempre stato così. La paleogeografia e la palinologia dimostrano che, a causa delle fluttuazioni climatiche, negli ultimi 12.000 anni abbiamo avuto situazioni esattamente opposte a quella attuale. C’erano mari di savane e campi naturali, con isole di

foreste, concentrate lungo il canale dei fiumi e nei dintorni dei rilievi. Le popolazioni indigene sono state testimoni delle diverse regressioni o espansioni delle foreste in Amazzonia. Oggi abbiamo una mappatura ragionevole di questi momenti. Polmone del mondo? Il monitoraggio satellitare della fisica e della dinamica atmosferica in Amazzonia e in tutto il mondo mostra che i polmoni del mondo (aree di grande produzione di ossigeno) sono gli oceani, in particolare vicino all’Artico e all’Antartide. Nell’Amazzonia, la produzione di ossigeno è equivalente al consumo per la respirazione della vegetazione. Il suo contributo dinamico è equivalente a zero.

Foresta in equilibrio naturale? Studi antropologici e paleobotanici hanno mostrato come le popolazioni indigene abbiano alterato il paesaggio amazzonico. Usando il fuoco, hanno ampliato e continuano ad espandere il cerrado (grande savana tropicale) a scapito delle foreste (come si vede nelle immagini satellitari di confine tra Brasile e Suriname). Rispetto all’attuale, l’area naturale del cerrado sarebbe stata inferiore del 40%. Il resto è dovuto all’influenza umana. Un altro vettore è l’agricoltura estensiva indigena, presente in parte nelle “terre nere” dell’Amazzonia e formatasi principalmente negli anni precedenti la colonizzazione, quando le popolazioni native erano molto più grandi. La sua estensione, grazie allo studio dei siti archeologici nella regione di Manaus, nel canale di Guaporé ecc., incomincia oggi ad essere meglio conosciuta. Forse raggiunge il 10%, totale che cumula le aree modificate dalla coltivazione estensiva, le piantagioni di specie di interesse lungo i sentieri (pabirú), gli effetti della caccia ecc., prima dell’arrivo dei portoghesi! È grazie ai 15.000 anni di presenza umana in Amazzonia che abbiamo conoscenza e disponibilità di così tante piante medicinali, prodotti alimentari, fibre, legni, oli, profumi, resine, ecc. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 29


Speciale Sinodo pan-amazzonico

2. Un vuoto demografico minacciato dalla deforestazione e dal fuoco?

La popolazione amazzonica ha superato i 20 milioni di abitanti, di questi il 65% vive in città. Ha il più alto tasso di urbanizzazione del Paese e il PIL regionale in più rapida crescita.

Vuoto demografico? Partendo da centinaia di immagini notturne scattate da un sistema di difesa orbitale degli Stati Uniti, il programma DMSP (Defense Meteorological Satellite Program), in grado di rilevare luci con grande sensibilità, la Embrapa Monitoramento por Satélite ha rivelato e mappato l’esistenza in Amazzonia di circa 1.500 aree già urbanizzate, o in processo di urbanizzazione, con energia elettrica. Il sistema è stato utilizzato dalla CIA per confrontare le “spese” di illuminazione e i PIL dei Paesi, generando indicatori di efficienza economica ed energetica.

Vuoto economico? L’espansione e il consolidamento delle città e dei servizi in Amazzonia è il grande fatto economico e sociale di questo inizio secolo. Dopo Rio-92, il futuro dell’Amazzonia non è più nelle mani di attori come i piccoli o i grandi agricoltori, i cercatori d’oro e di diamanti, gli indigeni, gli estrattori di caucciù, ecc. Chi comanda sono le città e gli interessi urbani. Il monitoraggio satellitare annuale della deforestazione mostra che oltre il 65% della nuova deforestazione si verifica nelle vicinanze delle città, ad un tasso regionale totale di circa 15.000 km2 all’anno. È il risultato degli investimenti urbani - in particolare della classe media locale – nell’agricoltura. Incremento dei servizi. Gli scambi con il resto del Paese e l’incremento dei servizi sono così intensi e sostenibili che il problema non è più demografico

ma di circuiti, di reti e di sistemi economici. Un’indagine della Embrapa Monitoramento por Satélite rivela l’immensa e crescente capillarità delle reti di acquisto e distribuzione agroindustriale nella regione (Nestlé, Parmalat, Danone, Perdigão, Sadia, Ceasas, ecc.). L’area di influenza diretta e indiretta di ogni città amazzonica è sempre più grande e abbraccia praticamente l’intera Amazzonia. Solo nella zona settentrionale rimangono aree significative al di fuori di questa influenza. Gli investimenti pianificati e in corso nell’ambito del PPA (Piano governativo pluriennale) traducono, consolidano ed estendono questo processo.

Zona minacciata dagli incendi? Non si può confondere l’incendio con il fuoco controllato. L’incendio è un fuoco indesiderabile, fuori posto, non calcolato e incontrollabile, senza nessuno che ne risponda. Il fuoco controllato è una tecnica agricola in cui il produttore decide tempi e luogo, in modo sorvegliato e desiderato. Molti media in Brasile continuano a mostrare immagini mitiche di incendi in Florida, California e nell’Europa mediterranea. In Brasile, un sistema di monitoraggio orbitale dei fuochi controllati è operativo da oltre 10 anni. Tutti i risultati sono disponibili su Internet, caso unico a livello mondiale. L’IBAMA (PrevFogo) ha anche implementato altri sistemi di allarme antincendio e di monitoraggio, così come l’Istituto Nazionale di Meteorologia.

Qual è la soluzione per il problema degli incendi provocati? Multare gli agricoltori o implementare la tecnologia? La ripetizione annuale di schemi spazio-temporali di fuochi controllati ne indica il loro carattere agricolo, che è volontario e non accidentale. Per la prima volta, il Ministero dell’Agricoltura ha avviato un’agenda positiva sull’argomento facendo arrivare, attraverso Embrapa, tecnologie alternative all’uso del fuoco agli agricoltori dell’Ammazzonia. Nei comuni più critici, rilevati via satellite, sono stati distribuiti opuscoli, organizzati seminari con i produttori e campagne promozionali per sostituire il fuoco con nuove tecniche agricole. Tra il 1999 e il 2000, i fuochi controllati nella zona critica sono diminuiti del 25%, migliorando la qualità della produzione agricola. La popolazione amazzonica in Brasile ha superato i 20 milioni di abitanti, di questi il 65% vive in città. Ha il più alto tasso di urbanizzazione del Paese e il Pil regionale in più rapida crescita A sin., il Teatro Municipale di Manaus, capitale dell’Amazzonia

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L’agricoltura nell’Amazzonia utilizza le tecnologie più avanzate Nella foto, macchine di raccolta nello Stato di Mato Grosso

3. I terreni amazzonici sono inadatti all’agricoltura?

La regione amazzonica ha quasi duecento tipologie di terreno, mappati abbastanza bene. Qualunque generalizzazione riguardo alla sua capacità produttiva, in un senso o nell'altro, è un errore. Inoltre, la capacità produttiva dei suoli dipende dalla tecnologia agricola impiegata.

Fertilità o tecnologia? I terreni del cerrado erano considerati improduttivi fino alla metà del secolo scorso, data la tecnologia agricola disponibile. Oggi sono un granaio. La regione di Bragantina, nello Stato del Pará, è coltivata da più di un secolo senza che questa abbia perso la sua capacità produttiva. Il disastro annunciato dagli allarmisti per la piccola agricoltura in Rondônia e per i progetti di colonizzazione privata di medie dimensioni nel Mato Grosso non è mai avvenuto. Le proprietà si sono consolidate, senza la temuta concentrazione latifondiaria annunciata dai medesimi allarmisti. Le persone continuano la loro presenza nella Regione, senza alcun reflusso migratorio, capitalizzando lentamente, costruendo e diversificando la propria agricoltura, come già accaduto in altre aree dell’Amazzonia (TO e PA) e del Paese. Evidentemente esistono aree inadatte all’agricoltura. Se deforestate non risultano sostenibili. Pertanto, la zonizzazione economicoecologica dovrebbe orientare l’adattamento e la diversificazione spaziale delle attività economiche.

Terreno sterile? Solo quest’anno, il Mato Grosso ha prodotto 8 milioni di tonnellate di soia (più del Paraná) senza aumentare la superficie coltivata, guadagnando produttività ogni anno grazie alla tecnica della coltivazione conosciuta come plantio direto e alla conservazione del suolo. Ha anche prodotto 700mila tonnellate di cotone, portando il Brasile, dopo oltre dieci anni di importazione, a diventare un esportatore di fibre. Industrie tessili si insediano e attirano altri investimenti come ad esempio le catene di produzione di pollo e carne suina. Oggi,

la Rondônia produce più cacao del Messico. E l’agricoltura amazzonica soddisfa le crescenti richieste della propria popolazione attraverso lo sviluppo dell’agrobusiness. Un esempio sono la produzione di frutta, formaggi, yogurt e prodotti lattiero-caseari nei dintorni delle città di grandi e medie dimensioni.

4. La Regione non è protetta dalla legislazione ambientale?

Probabilmente, rispetto all’Amazzonia, nessuna parte nel mondo ha una legislazione così restrittiva sull’uso del suolo. Secondo la Misura Provvisoria (un ordine esecutivo) che ha modificato il Codice Forestale, un produttore rurale può deforestare solo il 20% della sua proprietà. Se a ciò si aggiunge il fatto che i territori indigeni e le unità di conservazione federali e statali (parchi, foreste nazionali, aree di conservazione permanenti, stazioni ecologiche, riserve biologiche, ecc.) rappresentano circa il 35% del territorio amazzonico, si ha un’idea del quadro giuridico, ovvero della fitta giungla legislativa che copre e protegge l’Amazzonia.

Legiferare per degradare? Il problema non è l’insufficienza di leggi ma piuttosto la loro mancanza di qualità, gerarchia, sussidiarietà e integrazione multisettoriale, che compromettono il loro adempimento. La legislazione attuale tende a premiare le attività clandestine, predatorie, a breve termine, scoraggiando gli investimenti a lungo termine. Un esempio sono le piantagioni di eucalipto e di altre specie per ottenere a minor prezzo legna d’ardere e carbone e ridurre così la pressione sulla rimozione di questo materiale dalle foreste native per le acciaierie installate in Açailândia (MA) e nella regione della ferrovia di Carajás. Per piantare 2mila ettari, un produttore deve acquistarne 10mila e preservare l’80% di essi. Ciò ha compromesso gli investimenti in corso (collocandoli nell’illegalità) e quelli futuri (produzione di cellulosa, poli mobilieri, ecc.). Manca una visione strategica ed un minimo di consenso politico per superare questo impasse. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 31


Speciale Sinodo pan-amazzonico

“Il Brasile esercita la sua sovranità scientifica sull’Amazzonia e ha i mezzi per monitorare, con scienza e coscienza, il territorio amazzonico, contribuendo alla sua integrità, al suo sviluppo sostenibile e alla difesa degli interessi nazionali. Il resto ... sono miti che non servono al Paese” Evaristo de Miranda, direttore della Embrapa Monitoramento por Satélite

due secoli prima di Greenpeace! Nel 1808 il Principe Reggente Dom João crea il Reale Orto Botanico, con 2.160 ettari, oggi “democraticamente” ridotti a 137.

5. Le preoccupazioni ambientali sono recenti in Brasile?

Molti sostengono giustamente che il problema dell’Amazzonia non sia regionale ma nazionale. Tuttavia, sbaglierebbe chi immaginasse che la preoccupazione per la conservazione dell’ambiente sia recente e che sia iniziata in Brasile grazie, e soprattutto, alle pressioni delle organizzazioni non governative. Tratti da un ampio elenco storico, ecco alcuni esempi di questa preoccupazione nazionale.

Preoccupazione recente? Pochi anni dopo la scoperta, le istruzioni Manueline della monarchia portoghese su “alberi reali e legname legale” elencavano dozzine di alberi il cui taglio era proibito per legge, da qui l’espressione “legno di legge”. Nel 1587, Gabriel de Souza, su ordine del re João III, presentò un impressionante inventario delle risorse naturali del Brasile. Del 1658 abbiamo “notizie di manifestazioni popolari contro intrusi e occupanti di terra che agiscono in modo predatorio sull’ambiente, degradando il suolo con pratiche dannose, contaminando e riducendo la fornitura di acqua alle famiglie carioche”. Nel 1760, un decreto del re Dom José “ordina la protezione degli alberi di mangrovia del Brasile”. Nel 1790, José Bonifácio denunzia “disordini promossi da sovrintendenti stupidi e ignoranti nell’arte della pesca delle balene” e pubblica la “Prima memoria in difesa delle balene”, più di 200 pagine, 32 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

Dall’indipendenza, l’Orto Botanico è aperto alle visite pubbliche. Nel 1850, il visconte di Bom Retiro proibisce al ministro degli Affari dell’Impero di procedere a nuovi abbattimenti nelle foreste e reimpianta le sorgenti dei fiumi Carioca e Maracanã. Nel 1861, l’erosione e la mancanza di acqua potabile, a causa della deforestazione per fare spazio alle piantagioni di caffè, portano a un decreto dell’imperatore Dom Pedro II che impartisce istruzioni per la piantumazione e la conservazione delle foreste di Tijuca e Paineiras attraverso “una piantagione regolare del boschetto di campagna”. Nel 1862, il maggiore Archer propose di “creare stabilimenti identici in altre parti del comune della Corte e nelle Province”. Ciò ha dato origine alla Floresta da Tijuca, il più grande parco naturale del pianeta in un’area urbana, e l’unica foresta piantata in Brasile fino ad oggi. E ci sono altri esempi pionieristici e poco conosciuti.

6. Conclusione

La sfida di riconciliare conservazione e sviluppo in Amazzonia incontra una prima risposta nel processo di pianificazione dell’uso del territorio. Il primo passo dovrebbe essere la zonizzazione economico-ecologica che mostri il potenziale e le restrizioni nell’uso e nelle occupazioni delle terre, all’interno di scenari a lungo termine. La nazione dispone di strumenti, metodi e risorse umane per portare avanti questa zonizzazione, già prevista oltre un decennio fa. Perché non lo fa? Il Brasile esercita la sua sovranità scientifica sull’Amazzonia e ha i mezzi per monitorare, con scienza e coscienza, il territorio amazzonico, contribuendo alla sua integrità, al suo sviluppo sostenibile e alla difesa degli interessi nazionali. Il resto sono miti che non servono al Paese. 


Congresso Mondiale delle Famiglie

Verona: XIII Congresso Mondiale delle Famiglie Dal 29 al 31 marzo si è realizzato a Verona il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie, con la partecipazione di migliaia di rapresentanti del mondo pro-vita e pro-famiglia. La TFP italiana ha partecipato con un relatore e uno stand.

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Congresso Mondiale delle Famiglie

Verona: questo è solo l’inizio!

di Federico Catani

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Per tre giorni, dal 29 al 31 marzo, gli occhi dell’Italia sono stati puntati su Verona, dove si è svolto il XIII Congresso mondiale delle famiglie.

ra il 29 e il 31 marzo scorsi Verona è diventata la città più importante d’Italia. In quei giorni non v’è stato programma televisivo o radiofonico, pagina di giornale o sito internet che non abbia posto la sua attenzione sulla città scaligera.

Nel capoluogo veneto infatti si è svolto il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie, che ha suscitato un vespaio di polemiche. Il livore e l’odio della sinistra politica, unita all’associazionismo femminista e LGBT, si sono riversati con violenza sugli organizzatori e i partecipanti all’evento. L’accusa dominante è stata quella di voler tornare al Medioevo (come se questo potesse essere un aspetto negativo…). Il clima che si è respirato, però, più che altro è stato quello degli anni Settanta.

Tant’è che il Palazzo della Gran Guardia, dove si è tenuto l’evento pro-famiglia, è stato letteralmente circondato dalle forze dell’ordine per proteggere i partecipanti da eventuali attacchi e violenze. Da una parte fumogeni rosa, cartelli contro il “patriarcato” e per l’emancipazione sessuale e cori contro un presunto redivivo fascismo. Dall’altra un confronto con le istituzioni per trovare politiche favorevoli alla nascita di nuovi bambini e di sostegno alle famiglie.

In effetti, l’Ufficio Stampa del Congresso aveva chiarito che «le tematiche principali che saranno affrontate durante la kermesse saranno la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l’ecologia umana integrale, la donna nella storia e la sua salute e dignità, la crescita e crisi demografica, la tutela giuridica della Vita e della Famiglia, le politiche aziendali familiari e la natalità, con il solo obiettivo di unire e far collaborare leader, organizzazioni e istituzioni per affermare, celebrare e difendere la famiglia».

L’evento, che ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Famiglia, ha ospitato, tra gli altri, importanti esponenti politici. Presenti Elisabetta Gardini, eurodeputata di Forza Italia (che recentemente ha lasciato), Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, i ministri italiani Marco Bussetti, dell’Istruzione, Lorenzo Fontana, della Famiglia, e Matteo Salvini, vicepremier e capo del Viminale. Giorgia Meloni ha risposto agli attacchi provenienti dalla sinistra e dal Movimento 5 Stelle: “Ci hanno detto retrogradi, sfigati, oscurantisti. Ci hanno detto di tutto. Rispedisco al mit-

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A dx., piazza Bra, sede del Congresso, letteralmente blindata per proteggere i partecipanti dalla ferocia femminista e LGBT

Sotto, il presidente della TFP rilascia un’intervista durante la Marcia per la famiglia

tente queste accuse. Credo che il retrogrado sia chi vuole attuare la censura in Italia”. E ancora: “Impresentabile è chi sostiene pratiche come utero in affitto, aborto al nono mese e somministrare un farmaco ai bambini per cambiare sesso a undici anni”.

Matteo Salvini, invece, ha ribadito che “i bambini non possono essere vittime dell’egoismo degli adulti” e per questo “occorre modificare il diritto di famiglia, perché […] nei litigi degli adulti non devono essere messi in mezzo i bambini”, i quali “hanno diritto ad avere una mamma e un papà e dei nonni, non un ‘genitore 1’ e un ‘genitore 2’”. Di qui il suo attacco al gender: “Ho il terrore del pensiero unico, della ‘marmellata unica globale’ senza identità: il bimbo è bimbo e la bimba è bimba”. Il vicepremier ha quindi invitato le femministe del corteo contro il Congresso ad occuparsi di chi davvero discrimina le donne: i fondamentalisti islamici che sostengono che “la donna vale meno dell’uomo”.

Massimo Gandolfini, presidente del Family Day e tra gli artefici del Congresso, pur cercando di stemperare le polemiche ha dovuto precisare: “Siamo qui anche per dire dei no: all’utero in affitto, che è una pratica che sfrutta le donne e priva il bambino del rapporto con sua madre, alle adozioni omosessuali, perché priva i figli di avere una madre e un padre, e al tentativo di proibire la libertà di parola”. L’altro promotore dell’evento, il presidente di ProVita onlus Toni Brandi, ha aperto il Congresso esortando i politici “a pensare a ciò che è giusto, non ciò che conviene”. Secondo Brandi è necessario, per lo sviluppo della società, che “la protezione della famiglia naturale diventi la prio-

rità” dei governanti. La necessità per un figlio di avere una madre e un padre è stato ribadito, anche da mons. Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, che ha portato i suoi saluti all’inizio della kermesse.

Il Congresso di Verona si è concluso con la grande Marcia per la Famiglia di domenica 31 marzo, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone, soprattutto giovani, fieri di “essere medievali” e di rivendicare lo slogan, un tempo appannaggio della sola estrema destra, di “Dio, Patria e Famiglia”. La TFP italiana, dopo aver partecipato al Congresso con uno stand, ha portato i propri volontari alla Marcia, richiamando l’attenzione del pubblico con i suoi simboli caratteristici. Non tutto è perduto, anzi. La resistenza alle politiche anti-vita e famiglia è appena cominciata e sta già terrorizzando le forze della sovversione. Con l’aiuto della divina Provvidenza, vinceremo. 

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Congresso Mondiale delle Famiglie

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Le due Italie

a spagnolo, mi è familiare la categoria sociologica delle “due Spagne”. Coniata durante la Guerra d’Indipendenza (1808-1814), l’espressione descrive la crescente divisione avvenuta in seno alla società spagnola lungo il secolo XIX che sfociò poi nella sanguinosa Guerra Civile del 1936-1939. Si trattò, all’inizio, della divisione fra cattolici e liberali, poi di quella fra cattolici e comunisti. Oggi, in Spagna, questa divisione sta ritornando alla ribalta dovuto al sorgere di una sinistra anarchica e pro LGBT molto agguerrita, a cui si oppongono i difensori della vita, della famiglia, della morale e della Fede, insomma della Civiltà.

Non si tratta dell’opposizione fra due minoranze, estreme e opposte, ma di una profonda e incolmabile spaccatura che percorre da cima a fondo l’opinione pubblica nazionale e che coinvolge man mano settori sempre più importanti dell’una e dell’altra parte. Questo succede quando la sinistra vuole andare troppo veloce, scandalizzando perfino i moderati, che quindi le si ritorcono contro spostandosi a destra.

Questo tipo di divisione è estranea alla realtà italiana. O almeno lo era fino a poche settimane fa quando, in occasione del Congresso Mondiale delle Famiglie tenutosi a Verona dal 29 al 31 marzo, la sinistra comunista, anarchica e LGBT si è scatenata

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di Julio Loredo

con una ferocia mai vista nella storia recente del nostro paese.

Dal cartello della senatrice Monica Cirinnà (“Dio, Patria, Famiglia: che vita di .…”), alle orribili bestemmie contro Dio e la Madonna ostentate durante la marcia di protesta delle femministe, agli insulti del vice premier Di Maio (“fanatici”, “medievalisti”, “sfigati”, “impresentabili”), ai servizi al vetriolo di tanti giornali e telegiornali, la sinistra italiana ha superato ogni ritegno.

Contro il Congresso Mondiale delle Famiglie si è sollevata una vera e propria Inquisizione che fa impallidire quella della leggenda nera medievale. Si è andato dalle minacce telefoniche agli albergatori che ospitavano i partecipanti, alle intimidazioni agli sponsor, fino alle martellanti campagne di diffamazione contro chiunque si azzardasse a uscire dal coro. Come ha ben dimostrato il diluvio mediatico abbattutosi su un noto leader omosessuale siciliano, “reo” di aver dichiarato: “In un contesto democratico auspico il confronto costruttivo e rispettoso tra punti di vista differenti, e non gli insulti”. È proibito ragionare! Bisogna zittire l’avversario! Occorre impedirgli di agire! Aveva ragione Giorgia Meloni quando, nel suo intervento a Verona,


dichiarava: “Oscurantisti sono coloro che vogliono riportare la censura in Italia”.

Nei giorni del Congresso, Verona è parsa una cittadella assediata. Piazza Bra, sede dell’evento, è stata letteralmente recintata da un imponente schieramento di Forze dell’Ordine. Vi si poteva accedere solo col pass del Congresso. Brutta situazione quella di un Paese in cui servono i fucili per difendere la libertà!

A mio parere, e in questo concordo con autorevoli analisti, la sinistra ha commesso un errore strategico madornale. Suscitando un putiferio inverosimile, ha trasformato il Congresso in un evento mitico. Quello che doveva essere un evento privato si è trasformato in uno spartiacque nazionale. La domanda sorge dunque spontanea: cosa ha fatto perdere il senno alla sinistra?

È evidente che la sinistra italiana è preoccupata. E non poco. In caso contrario avrebbe lasciato cadere questo Congresso nell’indifferenza generale: “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. Se la sinistra fosse stata davvero convinta che il vento della storia stesse soffiando dalla sua parte, non avrebbe speso tante energie per contrastare un raduno che snobbava come antiquato. Proprio nella reazione scostumata della sinistra vediamo un segno che il vento della storia sta cambiando. La forza di un esercito si può infatti misurare anche dall’importanza delle forze messe in campo dall’avversario per affrontarlo. Il fatto che la sinistra italiana abbia scatenato un tale diluvio di fuoco sui difensori della famiglia mostra che li teme. La stessa imponenza della sua reazione testimonia la forza crescente del movimento pro famiglia.

Per esempio, ha trasformato lo slogan “Dio Patria Famiglia”, finora identificato con una certa destra, in uno dei lemmi del movimento pro famiglia. Allo stesso modo, insultando i partecipanti come “medievali”, ha suscitato un movimento di simpatia per il Medioevo. Durante la Marcia era frequente vedere cartelli, spesso portati da ragazzi giovanissimi, col lemma “Fiero di essere medievale!”, oppure “Medioevo, che bellezza!”. In questo modo, la difesa del Medioevo, cioè della Civiltà Cristiana medievale, si è trasformata in un cavallo di battaglia di tanti italiani.

Non tutti i discorsi al Congresso sono piaciuti. Troppe, per esempio, le difese della legge 194 sull’aborto. Troppe, anche, le dichiarazioni conciliatorie del tipo “non siamo contro nessuno”. Forse pensavano che, così facendo, avrebbero placato la ferocia della sinistra. Errore! Lo diceva già Churchill: una persona conciliante è come uno che dà da mangiare a un coccodrillo perché spera che questo lo mangi per ultimo.

No, cari amici. Se qualche lezione dobbiamo trarre dalla campagna mediatica scatenata contro i difensori della vita e della famiglia è proprio che la sinistra non si placherà mai. È un errore pensare che, abbassando i toni, la sinistra cambierà la sua smorfia in un sorriso.

I principi non negoziabili vanno difesi, sì, con cortesia ed elevatezza, ma anche con molta fermezza.

Ci auguriamo che le forze politiche sappiano cogliere il cambiamento nel vento della storia. 

Il feroce assalto della sinistra si è tradotto in un rinnovato vigore del movimento pro vita e pro famiglia. ¡Ladran, Sancho, señal que cabalgamos!, diceva Don Chisciotte a Sancio Panza: “Abbaiano, Sancho, segno che stiamo cavalcando!” Era questa la convinzione dei partecipanti alla Marcia per la Famiglia a conclusione del Congresso: “Diamo fastidio, quindi andiamo avanti!”

La sinistra, dicevo, ha commesso un errore madornale. Non solo ha dato una gran bella visibilità al Congresso Mondiale delle Famiglie, ma ha anche sdoganato concetti che sarebbe stato meglio per essa tenere confinati. Alcuni dei volontari della TFP nella Marcia per la Famiglia, a conclusione del Congresso di Verona TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 37


Campagna elezioni europee

Campagna per un’ in occasione delle el

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’Europa Cristiana lezioni europee 2019

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Campagna elezioni europee

In contatto diretto col pubblico della strada

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ilano, mezzogiorno, Piazza Duomo gremita di passanti e turisti.

“Per l’Italia: Tradizione, Famiglia Proprietà!”

Sfoggiando i caratteristici simboli, una trentina di volontari dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà – TFP ha realizzato una tournée di manifestazioni di piazza in diverse città del Nord.

Iniziando a Milano, le manifestazioni hanno poi toccato Verona, Brescia e Bergamo. I volontari della TFP distribuivano un dépliant con un messaggio indirizzato ai candidati alle elezioni europee, sollecitandoli a difendere le radici cristiane del nostro Continente, la vita innocente, la famiglia e la nostra sovranità. “Questa volta possiamo fare la differenza!”, questo il titolo del messaggio, riprodotto nelle pagine seguenti.

Ideate dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira agli inizi degli anni Sessanta per prendere contatto diretto col “pubblico della strada”, queste manifestazioni costituiscono un tratto caratteristico delle TFP. Al di là del messaggio concretamente trasmesso, hanno una forte valenza simbolica. Abituati a vedere la piazza in mano alla sinistra, sia politica che culturale, i passanti restano gradevolmente sorpresi nel vedere giovani cattolici che proclamano la propria Fede con fierezza e convinzione. Nella loro mente qualcosa cambia, in profondità: forse il vento della storia non sempre va dalla parte sbagliata. Si mostra ai loro occhi ciò che possiamo definire la “fisionomia” della TFP, così descritto dallo stesso Plinio Corrêa de Oliveira: Nell’idealismo, ardore. Nel tratto, cortesia. Nell’azione, dedizione senza limiti. In presenza dell’avversario, prudenza. Nella lotta, fierezza e coraggio. E col coraggio, la vittoria!

L’interesse del pubblico si può misurare anche dalla grande quantità di persone che scattavano fotografie dei nostri simboli, alcune posando a fianco. Reazioni del tipo “Sembrate cavalieri medievali!” erano frequenti. Molti ci hanno incoraggiato: “Finalmente i cattolici prendono la piazza!”.

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Per i partecipanti è stata un’esperienza indimenticabile di militanza cattolica in mezzo al caos odierno. L’entusiasmo era notevole. Tanto l’interesse suscitato, che ci siamo promessi di ripetere l’esperienza quanto prima. 


Questa volta possiamo fare la differenza!

D

i solito le elezioni per il Parlamento europeo non suscitano grande entusiasmo, anzi… L’astensionismo supera in media il 65%, raggiungendo l’87% nei paesi dell’Europa centrale. Il motivo è molto semplice: la sensazione è che il nostro voto sia inutile.

La democrazia si fonda sulla capacità dei cittadini di incidere sul Governo, sia al momento del voto sia nel processo di discussione, approvazione e implementazione delle leggi. Il Governo dev’essere, in ogni momento, responsabile nei confronti dei cittadini.

Nell’Unione Europea questo elemento fondamentale di responsabilità democratica manca notevolmente. In molti suoi aspetti, può essere paragonata piuttosto a un regime de facto, cioè a un potere che impone la propria volontà senza rispondere ai cittadini. Siamo governati da burocrati non eletti, come il Presidente della Commissione europea, il Presidente della Banca centrale europea e il Presidente del Consiglio dell’Unione Europea. Le cose non vanno meglio nel Parlamento. Una volta eletti, gli eurodeputati operano in modo largamente autonomo. Chi segue veramente cosa succede a Strasburgo o a Bruxelles? Quale potere reale ha un cittadino europeo di partecipare al processo decisionale? La stessa Commissione giuridica europea parla eufemisticamente di “deficit democratico”.

Tale deficit democratico è aggravato dal linguaggio, spesso astruso e ambiguo, dei testi emanati dagli organi europei, che ne rende difficile la lettura. Senza dimenticare che devono poi essere tradotti in ben ventiquattro lingue. Una vera Torre di Babele! Se tutto ciò apportasse un chiaro beneficio per il nostro Continente, forse potremmo chiudere mezz’occhio. La realtà, però, va nel senso contrario. Coperti da un velo di quasi segretezza, gli eurocrati si sono dedicati a smontare pezzo dopo pezzo l’Europa tradizionale, sostituendola con un mostro che non dubitiamo nel qualificare come anti Europa: • Negando l’evidenza della storia, hanno cancellato le radici cristiane del nostro Continente, travisandone l’essenza;

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Campagna elezioni europee

• Hanno costretto i Paesi membri a rinunciare a parcelle sempre più rilevanti della propria sovranità politica e monetaria, trasferita alle Istituzioni europee;

• Hanno compromesso la capacità militare dei Paesi membri, assorbendo il processo decisionale dentro una politica di sicurezza comune dimostratasi fallimentare; • Hanno sottratto ai Governi nazionali la gestione dell’economia, trasferendola nelle mani di una nomenclatura di tecnocrati controllati da un istituto privato;

• Hanno cercato di distruggere la famiglia, promuovendo nei Paesi membri la pratica dell’aborto, il matrimonio omosessuale e l’ideologia gender; • Hanno sistematicamente bloccato ogni iniziativa in difesa della vita umana innocente e della famiglia, col pretesto che si trattasse di una forma di “violenza sulla donna”;

• Hanno aperto i confini a un’immigrazione incontrollata che rischia di scardinare l’economia, la cultura e i valori religiosi del Continente europeo;

• Hanno oberato i Paesi membri con milioni di pagine di normative, spesso insensate, che incidono su ogni aspetto della vita dei cittadini;

• Hanno cercato di sopprimere ciò che possiamo chiamare la “sovranità culturale” dei Paesi membri, aggredendo le loro tradizioni per omologarle a schemi ideologici mondialisti;

• Più grave ancora, hanno dimostrato un vero odio nei confronti della religione e, in particolare, della Chiesa cattolica, arrivando perfino a condannare pubblicamente papa Giovanni Paolo II, per “discriminazione contro le donne” nella Chiesa.

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Questa volta, però, possiamo fare la differenza!

Il prossimo 26 maggio si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Alcuni analisti le stanno già chiamando “le prime vere consultazioni europee”. Infatti, per la prima volta si presentano al vaglio dei cittadini partiti e movimenti che vogliono portare in Europa una visione diversa. Per la prima volta noi potremo decidere se siamo o no d’accordo con questa Unione europea.

Al fine di promuovere il dibattito dottrinale, e senza alcun riferimento partitico, l’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà – TFP, di Italia, insieme a simili realtà in altri Paesi, ha lanciato una sottoscrizione per portare all’attenzione dei candidati una serie di domande inerenti alla loro posizione su alcuni punti fondamentali. Il messaggio, corredato dalle firme, sarà poi inviato a tutti i candidati. Le chiediamo di:

• Leggere il messaggio ai candidati;

• Firmarlo nella forma cartacea qui acclusa, oppure online sul link www.atfpitalia.it/petizione-parlamento-europeo/; • Diffondere questo messaggio fra i suoi amici;

• Fare un’offerta, anche online, per aiutarci a proseguire questa campagna.

Per qualsiasi comunicazione o chiarimento, non esiti a contattarci.

Mettiamo questa iniziativa sotto la protezione di San Benedetto, Patrono d’Europa. E ricordiamo anche Carlo Magno, il primo a essere chiamato Rex Europae, figura ideale di quella che fu la prima unificazione dell’Europa cristiana. 

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Il mondo delle TFP

Notre Dame: comunicato stampa della TFP francese

È

con orrore e tristezza indescrivibile che il mondo intero ha visto la cattedrale di Notre Dame, gioiello della cristianità, divorata dalle fiamme, sulla scia di un’ondata di profanazioni che ha distrutto parecchie chiese in questi ultimi mesi. Proprio mentre iniziava la Settimana Santa, Notre Dame è diventata Notre Dame des douleurs. Il coraggio dei pompieri ha salvato le mura e le torri. Ma la freccia, slanciata verso il cielo, è crollata. Come non vedere in questa tragedia il simbolo del male che corrode la Francia, una volta il fior all’occhiello delle Cristianità? Un fuoco empio divora il nostro paese, alimentato dall’ossessione egualitaria che distrugge tutto ciò che ricorda, per la sua verticalità, la direzione verso il Cielo. Questo fuoco, dav-

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vero infernale, talvolta si alza, ahimè, dall’interno della stessa Chiesa, dando l’illusione che si stia sgretolando.

Fluctuat nec mergitur, battuta dalle onde, ma non affonda. Il motto di Parigi si applica alla Roma eterna. Ecco perché le rovine di Notre Dame non dovrebbero portare i cattolici alla disperazione. Al contrario, come per i fedeli ammassati in preghiera sulle rive della Senna, queste rovine devono essere motivo per rivolgersi alla Beata Vergine, chiedendoLe la forza per estinguere il male che consuma la Francia. In questa condizione il nostro Paese costituirà ancora una volta, per tutte le nazioni, un dito puntato verso la Città Celeste. Nostra Signora, Patrona di Francia, combatti con noi! 


Preghiera di San Pio X per la conversione della Francia

“Verrà un giorno, e speriamo non molto lontano, in cui la Francia, come Saulo sulla via di Damasco, sarà circonfusa da una luce dall’alto, e udrà una voce, che le ripeterà: ‘O figlia, perché mi perseguiti?’ E rispondendo essa: Chi sei tu, o Signore?, la voce soggiungerà: Io sono Gesù, che tu perseguiti; dura cosa è per te il ricalcitrare contro il pungolo, perché colla tua ostinazione rovini te stessa. Ed essa tremante ed attonita dirà: Signore, che vuoi ch'io faccia? Ed Egli: Levati su, lavati dalle brutture che ti hanno deturpata, risveglia nel seno gli assopiti sentimenti e i patti della nostra alleanza e va, figlia primogenita della Chiesa, nazione predestinata, vaso di elezione, a portare, come per il passato, il mio nome dinanzi a tutti i popoli e ai re della terra”. (Allocuzione Consistoriale Vi Ringrazio, del 29 novembre 1911, in Acta Apostolicae Sedis, Typis Poliglottis Vaticanis, Roma, 1911, p. 657.) TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 45


Il mondo delle TFP

Ro m a : c on f e r e n z a s t a m p a

Presieduta dal veterano vaticanista Giuseppe Rusconi, nella sede della Stampa estera di Roma, si è tenuta una conferenza stampa internazionale, per presentare le preoccupazioni delle realtà cattoliche pro-famiglia, in vista del prossimo Sinodo pan-amazzonico. Tra i partecipanti, il presidente dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà. Trascriviamo il suo intervento.

Domanda: Al centro dell’attenzione per il Sinodo pan-amazzonico che si svolgerà a Roma nel prossimo mese di ottobre, e forse del prossimo vertice di febbraio, c’è anche il tema del celibato ecclesiastico. C’è chi ritiene che l’abolizione del celibato sia il rimedio più efficace contro gli abusi sessuali. Che ne pensa?

Risposta: Il Papa Pio XII ha definito l’evangelizzazione delle Americhe “la più grande epopea missionaria dopo la fondazione della Chiesa”. Infatti, in meno di cento anni, l’intero continente fu indirizzato amorevolmente verso la fede cattolica, per mano di valorosi missionari spagnoli e portoghesi, molti dei quali canonizzati. Tal epopea fu possibile perché avevano ben chiaro lo scopo della loro missione: annunciare a questi popoli la Buona Novella di Gesù Cristo, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, conducendoli così nel grembo di Santa Romana Chiesa, all’interno di quell’immensa famiglia spirituale che configura la Civiltà cristiana.

Questi missionari non operavano al ribasso, cioè non transigevano con i costumi pagani allora correnti tra gli indios, tra cui l’infanticidio, il cannibalismo, il genocidio, lo stupro rituale, la poligamia e l’omosessualità. Qualsiasi cedimento avrebbe implicato l’impoverimento del messaggio cristiano e, quindi, il fallimento della loro missione. Contro gli abusi sessuali, i missionari presentarono l’ideale cattolico nella sua integrità, sicuri che la grazia divina avrebbe fatto il resto. 46 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019

Al di là delle considerazioni di ordine teologico, morale o canonico che si possano elaborare, questo approccio si rivelò storicamente vincente. Direi, pastoralmente vincente.

Questo approccio fu riproposto, più recentemente, da papa Giovanni Paolo II quando, in occasione dei cinquecento anni dalla scoperta dell’America, convocò la XXV Congregazione generale dell’Assemblea speciale per l’America del Sinodo dei vescovi. Nell’esortazione post-sinodale Ecclesia in America, Papa Wojtyla fu molto chiaro: “I formatori abbiano cura di accompagnare e guidare i seminaristi verso una maturità affettiva che li renda atti ad abbracciare il celibato sacerdotale e capaci di vivere in comunione con i confratelli nella vocazione sacerdotale” [Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in America, 22 gennaio 1999, n° 40]. Io non credo affatto che l’abolizione del celibato sacerdotale sia il rimedio più efficace contro gli abusi sessuali. Il rimedio più efficace è la preghiera e la buona formazione sacerdotale, invertendo quindi l’ambiente di lassismo morale, liturgico e dottrinale introdottosi nei seminari dagli anni Sessanta. Il resto lo fa la grazia divina, nella quale dobbiamo confidare. Come figlio riconoscente dell’epopea evangelizzatrice nel Nuovo Continente, questa è la mia ferma convinzione, suffragata dalla testimonianza della storia. 


La Madonna di Fatima visita il Brasile

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urante la Settimana Santa, la statua della Madonna di Fatima pellegrina internazionale ha visitato San Paolo del Brasile, ospite dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira. Si tratta della Madonna pellegrina originale, che dal 1947 gira il mondo portando ovunque il suo messaggio di tragedia e di speranza. Nel luglio 1972 la statua, in pellegrinaggio a New Orleans, Stati Uniti, versò lacrime per ben tredici volte davanti a numerosi testimoni, tra cui molti sacerdoti. Il miracolo fu attestato dall’indagine diocesana. La Madonna pellegrina ha sostato anche quest’anno presso la sede centrale dell’Istituto, che fu inaugurata il 13 maggio 1973 proprio in occasione della sua prima visita a San Paolo e intitolata Sede del Regno di Maria, in onore alla Vergine di Fatima. Da allora, la celeste visitatrice è tornata in Brasile ripetutamente. La sacra immagine ha presieduto alle cerimonie della Settimana Santa, culminate nella solenne messa della Domenica di Pasqua celebrata nella chiesa della Consolazione in rito romano antico, ed alla visita al tumulo di Plinio Corrêa de Oliveira nel cimitero della Consolazione. 

Nelle foto, la Santa Messa della Domenica di Pasqua; il tumulo di Plinio Corrêa de Oliveria nel cimitero della Consolazione; una foto del 1986 che mostra il leader cattolico brasiliano mentre pone la corona sul capo della Madonna.

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / GIUGNO 2019 - 47


Cattedrale di una bellezza perfetta

N

on posso dimenticare una sera di estate, mentre contemplavo la cattedrale di Notre Dame. Ho pensato: “Non so quanti abbiano fatto alla Madonna un elogio perfetto. Vorrei io, pellegrino che arriva da lontano, essere fra coloro che l’hanno lodata in modo perfetto. Vorrei poter dire che ho amato fino in fondo ciò che deve essere amato”. Ho contemplato la cattedrale a lungo, prima l’insieme e poi i dettagli. E sono rientrato in albergo con l’anima piena. Echeggiavano nel mio spirito le parole del profeta Geremia: “Ecco la cattedrale dalla bellezza perfetta, la gioia di tutto il mondo!”

Mentre meditavo su ciò che avevo appena visto, dal profondo del mio spirito sorgeva l’immagine, fatta di luci risplendenti e di penombre sacrali, di una sorta di cattedrale assoluta, sintesi di tutte le cattedrali gotiche che sono state costruite, più quelle che potrebbero essere costruite. Quest’immagine mi proiettava verso Dio, infinitamente superiore. Era come vivere in paradiso piuttosto che sulla terra.

Contemplando Notre Dame si accendeva il mio desiderio di un’altra vita, di conoscere Qualcuno con la “Q” maiuscola, che sta nella mia anima ma, allo stesso tempo, è così superiore, che io non sono nemmeno un granello di polvere in confronto a Lui. Vedendo Notre Dame, qualcosa del mio desiderio del

di Plinio Corrêa de Oliveira Paradiso si appagava. Pensavo: “Il Cielo deve essere così!” Contemplando Notre Dame, ero portato ad amare profondamente Colui, puro spirito, eterno e infinitamente bello, che ha creato tutto. Era come se Egli mi dicesse:

“Figlio mio, Io esisto, amami e capisci che questa cattedrale è appena una mia immagine. Per quanto bella possa essere, Io sono infinitamente superiore. Io sono di una bellezza talmente elevata, che solo vedendomi nella visione beatifica te ne renderai conto, e realizzerai pienamente il tuo desidero di contemplare. Vieni, figlio mio, Io ti aspetto. Ma per raggiungermi devi lottare. Lotta ancora per un po’, Io ti sto già preparando un posto in Paradiso, dove ti mostrerò grandi bellezze, proporzionate alla lotta che hai portato avanti. Quando sarai pronto a contemplare le cose per le quali Io ti ho creato, ti chiamerò. Mio figlio, sono Io la tua Cattedrale, sono Io la Cattedrale troppo grande, la Cattedrale troppo bella, la Cattedrale che faceva affiorare sulle labbra della Vergine un sorriso come nessun gioiello ha fatto mai affiorare”. Quando incontreremo Nostro Signore Gesù Cristo, il Sacro Cuore di Gesù che scintillava di armonie col Cuore Immacolato di Maria, Egli ci dirà: “Sono Io la tua grande infinita ricompensa!”.

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Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà" Giugno 2019  

Rivista "Tradizione Famiglia Proprietà" Giugno 2019. Per contatti scrivere una mail a info@atfp.it

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