Tradizione Famiglia Proprietà, dicembre 2021

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Anno 27, n. 92 - Dicembre 2021 Sped. in Abb. Post. Art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 Filiale di Padova

Santo Natale 2021


I

Lux in tenebris lucet!

n ogni epoca, il Natale ha sempre portato un ambiente di pace, di gioia e di speranza. Si notino, per esempio, gli innumerevoli episodi di fraternizzazione fra eserciti in guerra la notte di Natale. Impossibilitato a sopprimerne la festa, il laicismo moderno ha cercato di snaturarlo, sostituendo i simboli cristiani con altri mondani. Invano! L’atmosfera natalizia si fa sentire sempre. E in ogni angolo del pianeta risuonano senza posa le musiche angeliche esultanti: Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis!

Se tutto non fosse che tenebre ma dalla cattedra di Pietro – costituita per essere Lumen gentium – venisse una luce purificatrice… Anche in questo caso, però, il 2020 è stato segnato da eventi negativi, come il motu proprio Traditionis custodes, che praticamente vieta il rito millenario della Chiesa, mentre mette la Tradizione quasi a bando.

gane, come vedrete nello Speciale che abbiamo preparato per questo numero della rivista, non restano indifferenti al soave richiamo del Bambino Gesù.

Il Natale è, dunque, la festa della speranza. Cristo ha vinto il peccato quando è venuto sulla terra, e continua a vincerlo ogni volta che torna a nascere la notte di Natale.

Il Natale apre un varco di speranza in mezzo alle tribolazioni della vita quotidiana. Nulla si sottrae al suo calore, recita il Salmo. Nulla si sottrae alla sua Luce potremmo dire noi. Perfino le popolazioni pa-

Guardando indietro a quest’anno che sta per finire, quante tenebre vediamo!

Dalla pandemia che non accenna ad allentare, alle perniciose polemiche tra pro-vax e no-vax, che rischiano di riproporre in modo sbagliato le divisioni dottrinali tra destra e sinistra, all’avanzata insolente della rivoluzione LGBT, al ritorno del comunismo in diversi paesi dell’America Latina. Quante tenebre!

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Anche quest’anno, però, Lux in tenebris lucet! La festa del Natale coincide col solstizio d’inverno, cioè la notte più lunga e più fredda dell’anno, dopo la quale il sole comincia a risorgere. Gli antichi la chiamavano festa del Sol Invictus. Per i cristiani è la nascita del Sole di Giustizia. Ed ecco tutto il suo simbolismo: dopo la notte buia del peccato e della decadenza, risorge sempre la luce della Fede!

Anche quest’anno, carissimi lettori, prendiamo spunto dal trionfo di Cristo nel Natale per rincuorarci, per ricomporre la nostra speranza, nel caso essa fosse diminuita, soverchiata dalle tribolazioni della vita quotidiana. Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat! Ieri, oggi e sempre! Ecco i nostri auguri per questo Santo Natale. 


Sommario Anno 27, n° 92, dicembre 2021

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Editoriale Affossato il ddl Zan “Fit for 55”: l’ultima stoltezza ambientalista Il verde è il nuovo rosso Cattolici liberali Le forme di governo Lepanto: 450 anni dopo Lepanto e lo spirito di crociata La breccia di Porta Pia Il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nella creazione della destra Speciale Natale Il mondo delle TFP Un’idea diversa per il Natale! Cartolina di Natale

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Copertina: Bernardino Luini, Natività, 1520-25 ca.

Tradizione Famiglia Proprietà Anno 27, n. 92 dicembre 2021 Dir. Resp. Julio Loredo

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Direzione, redazione e amministrazione: Tradizione Famiglia Proprietà - TFP, Via Nizza, 110 — 00198 ROMA Tel. 06/8417603 Aut. Trib. Roma n. 90 del 22-02-95 Sped. in abb. post. art. 2, Comma 20/C, Legge 662/96 — Padova Stampa New Everprint srl. Via Guido Rossa, 3 - 20061 Carugate MI TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 3


Attualità

Affossato il ddl Zan

I

l ddl Zan, cosiddetto contro l’“omotransfobia”, è stato bocciato. Lo scorso 27 ottobre il Senato ha approvato (154 favorevoli, 131 contrari e 2 astenuti) la mozione di non passaggio al voto degli articoli del disegno di legge presentata dalla Lega e da Fratelli d’Italia. In questo modo, il progetto torna in Commissione Giustizia e, di fatto, si paralizzano i lavori sine die.

Da notare che il voto è stato a scrutinio segreto. Questo significa che le persone di buon senso, quando sono libere dal ricatto dei media e dalle pressioni di certe lobby, sanno riconoscere che un uomo è e resterà sempre un uomo, che una donna è e resterà sempre una donna e che la famiglia è solo e soltanto una: quella composta da un padre maschio, una madre femmina e dei figli. Le persone ragionevoli, inoltre, sanno che non si può insegnare ai bambini che l’essere uomo o donna è questione di scelta; e sanno pure che sarebbe davvero criminale e totalitario multare qualcuno o sbatterlo in galera solo perché sostiene che i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà o che due uomini

di Federico Catani

o due donne, da soli/e non riescono a mettere al mondo dei figli.

Attraverso la sua campagna SOS Ragazzi, la TFP italiana ha avuto la sua parte, discreta ma significativa, in questa brillante vittoria.

Che lezione trarre dal voto? La consapevolezza che dobbiamo gridare con coraggio queste verità elementari a voce ancora più alta, se vogliamo incoraggiare la maggioranza silenziosa a liberarsi dalla paura dell’accusa di omofobia o di essere “medievale” (come se poi fosse una vergogna essere medievali!).

Soprattutto dobbiamo evitare di commettere gli errori del centrodestra. Adesso non si può, come ha dichiarato Salvini, invitare a trovare un’altra mediazione per combattere le presunte discriminazioni. No, no e poi no! L’Italia non ha affatto bisogno di una legge contro l’omofobia: questo deve essere chiaro e noi lo ripeteremo finché avremo fiato in gola. Questo è il momento di giocare all’attacco e non di fare mezzo passo indietro dopo la vittoria.

Torneremo sul tema. Intanto ringraziamo insieme il Cielo per la vittoria, che è stata ottenuta anche grazie agli sforzi di tanti nostri amici e sostenitori. Senza il vostro aiuto non sarebbe stato possibile questo risultato. Consapevoli quindi, come Santa Giovanna d’Arco, che “bisogna combattere perché Dio doni la vittoria”, continuiamo a stare in guardia e vigilare, perché la lotta... non finisce qui!  A sin., il deputato PD Alessandro Zan, promotore del disegno di legge

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“Fit for 55” L’ultima stoltezza ambientalista

A

gli inizi di novembre, l’attenzione del mondo si è concentrata sulla riunione di capi di Stato e di personaggi rilevanti a Glasgow, Scozia, nota come COP26. Lasciamo stare la tremenda ipocrisia di questi boss che, a pretesto di discutere sul clima, utilizzano una flotta di 400 jet privati, che hanno generato oltre 15.000 tonnellate di emissioni di CO2, l’equivalente della quantità prodotta da più di 1.600 cittadini inglesi in un anno. Andiamo invece al nocciolo della questione: di cosa hanno discuso?

Per affrontare il fenomeno del “riscaldamento globale”, cioè il graduale aumento delle temperature del pianeta in questi ultimi anni, e ritenendo che i principali colpevoli siano i cosiddetti “gas serra”, a cominciare dalla CO2, i leader propongono di attuare una serie di misure che favoriscano la transizione a una economia “green”, abbassando notevolmente le emissioni di questi gas. Si vuole fissare un tetto al riscaldamento globale: non più di +1,5°C fino al 2050.

di Julio Loredo

Fit for 55: una “Rivoluzione francese”

Il 14 luglio 2021, la Commissione Europea ha emesso una serie di nuove proposte ambientaliste note come Fit for 55 o Green Package. La data non è casuale: il 14 luglio è l’inizio della Rivoluzione francese. In effetti, i promotori chiamano questa nuova agenda la “Rivoluzione francese dell’ambientalismo”. Il regolamento intende accelerare l’attuazione del cosiddetto Green Deal, approvato nel dicembre 2019. In particolare, intende ridurre del

Parlando di casa nostra, le istituzioni europee (Parlamento, Commissione, Consiglio) hanno già messo mano all’opera, sfornando una lunga serie di misure all’interno di un European Climate Action che intende rendere il continente climaticamente “neutro” entro il 2050.

Non poteva mancare alla kermesse ambientalista di Glasgow la ragazzina attivista svedese, Greta Thunberg TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 5


Attualità “L’Europa lancia la Rivoluzione Verde. L’obiettivo è trasformare il volto del Vecchio Continente. (…) Ciò avrà dei costi enormi, sia per i bilanci pubblici che per i cittadini. Ma è un percorso senza alternative”

55% (ecco il perché del nome) le emissioni dei cosiddetti gas serra entro il 2030, al fine di raggiungere una situazione di “climate neutrality” entro il 2050. “Climate neutrality” è un neologismo coniato per descrivere una situazione in cui l’Europa, e poi il mondo, avrebbero un impatto zero sull’ambiente e sul clima. In altre parole, zero inquinamento.

Gli esperti rimarcano che una riduzione del 55% dei gas serra entro il 2030 è un obiettivo molto ambizioso che richiederà misure ambientaliste molto stringenti che peseranno ancor di più sulla già sovraccaricata economia europea. Per dare un’idea: dal 1990 al 2020 le emissioni sono state ridotte solo del 20%. Il salto a una riduzione del 55% richiederà interventi massicci. Non c’è da stupirsi che la Commissione si riferisca a Fit for 55 come a un “programma colossale”. “Con il programma Fit for 55, la politica climatica dell’UE peserà direttamente su tutti i cittadini europei, condizionando la loro vita in modo significativo. Questa politica di cambiamento climatico sarà molto costosa”, afferma un documento del Centre for European Policy Studies (CEPS) di Bruxelles. Continua: “I contribuenti dell’UE dovranno finanziare con le proprie tasche l’acciaio ‘verde’, il cemento ‘verde’, gli appalti pubblici ‘verdi’, le infrastrutture ‘verdi’ e le misure di compensazione per l’industria. I contribuenti europei pagheranno addirittura i costi extra delle importazioni, a causa del meccanismo di adeguamento dei dazi” (1). Nonostante la promessa della Commissione Europea “di non lasciare indietro nessuno”, la nuova agenda verde interesserà soprattutto i cittadini sotto la soglia di povertà. “Le leggi proposte potrebbero

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rendere più povere le persone a basso reddito, al di là delle difficoltà finanziarie dovute alla pandemia. Molte vite umane sono in gioco”, scrive Martha Myers, coordinatrice della Right to Energy Coalition (2). Si stima che, entro il 2026, la famiglia media europea dovrà pagare 429 euro all’anno per finanziare questa follia ambientalista, un fardello troppo grande per molte famiglie.

Fit for 55 penalizzerà soprattutto l’economia europea. Nel corso degli anni la nostra economia ha perso competitività nei confronti degli Stati Uniti e, in particolare, della Cina comunista (che non applica quasi nessuna normativa ambientale). Con tutti questi vincoli ambientali sta diventando sempre più difficile fare affari nell’UE. Fit for 55 peggiora solo le cose. “L’attuazione delle misure Fit for 55 potrebbe aumentare in modo significativo il costo di produzione per le aziende europee, in particolare per le industrie ad alta intensità energetica. Questo, a sua volta, potrebbe mettere le aziende europee in una posizione di svantaggio quando competono con omologhi di paesi non UE”, afferma EUWID, organo dell’industria europea della cellulosa e della carta (3). Gli analisti rilevano anche che Fit for 55 è un’intrusione inutile, poiché l’Unione Europea era già sulla buona strada, avendo raggiunto nel 2020 gli obiettivi previsti nel 2008, e avendo già approvato nel 2019 il piano decennale noto come Green Deal. Sembra, però, che i talebani ambientalisti vogliano correre. Così hanno imposto un cambio di ritmo, senza consultare ulteriormente gli Stati membri. Infatti, Fit for 55 è stato votato in modo del tutto casuale nel corso di una “riunione informale” dei


ministri dell’UE. Ora, però, la Commissione Europea pretende che tutti gli Stati membri lo rispettino.

Verso un’economia “green”

Quali sono i punti principali proposti dall’agenda Fit for 55?

Un primo punto riguarda l’efficienza energetica. Il progetto prevede un miglioramento dell’efficienza del 39% rispetto al 1990. Ciò richiederà non solo lo sviluppo di nuove tecnologie, ma un radicale rinnovamento delle strutture esistenti. I vecchi impianti dovranno essere completamente ristrutturati. Parte del denaro per questa rimodulazione verrà dal Recovery Fund votato per aiutare le economie europee nell’era post-COVID. Invece di aiutare le industrie in difficoltà e i cittadini in difficoltà, la Commissione Europea sta usando i soldi del COVID per imporre ulteriormente l’agenda verde... Va ricordato che il Recovery Fund è un mero prestito, che i Paesi membri dovranno prima o poi ripagare.

vato dovrebbe essere rivisto per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni delle auto entro il 2035. Questa Rivoluzione si basa sulla sostituzione dei veicoli a diesel e a benzina con quelli elettrici. Ciò solleva molteplici questioni.

Innanzitutto, la Cina controlla il 51% del totale globale del litio chimico, il 62% del cobalto chimico e il 100% della grafite sferica, i principali componenti delle batterie agli ioni di litio. Un eventuale passaggio massiccio alle auto elettriche consegnerebbe de facto l’economia mondiale nelle mani della Cina comunista. In secondo luogo, dobbiamo ancora produrre in qualche modo l’elettricità per alimentare questi veicoli. E questo può venire solo da centrali nucleari o a carbone, poiché le energie solare ed eolica non sono ancora in grado di coprire la domanda.

Un secondo punto riguarda le energie rinnovabili. L’obiettivo originale del 32% è stato portato al 40% entro il 2030. Ciò significa più energia solare ed eolica e meno carbone, petrolio ed energia nucleare. Per raggiungere l’obiettivo Fit for 55 entro il 2030, il 65% dell’elettricità dovrà provenire da fonti rinnovabili, richiedendo l’installazione di oltre 500 GW di capacità rinnovabile in tutta l’UE, circa il doppio dell’attuale capacità installata.

Un terzo elemento riguarda il Nel campo dei transporti, Fit for 55 comporterà una “rivoluzione fordiana”, ancora tutta da valutare. cosiddetto “Emission Trading SyLe macchine elettriche, infatti, si sono stem”, cioè la quantità di emissioni dimostrate altamente inquinanti prodotte dalle strutture realizzate dall’uomo. Il progetto fissa un tetto alle emissioni com- In terzo luogo, le batterie sono una delle cose più inplessive e chiede che siano abbassate di una certa quinanti sulla terra, una volta scartate. A differenza percentuale ogni anno, secondo un sistema di quote. delle auto normali, le auto elettriche non possono esSe una struttura non raggiunge gli obiettivi per un sere riciclate. Devono essere smaltite in “cimiteri” certo periodo, dovrà essere rottamata. Nel frattempo, altamente inquinanti. In quarto luogo, un aspetto non deve pagare tasse extra. È la cosiddetta mentalità secondario è il prezzo. I veicoli elettrici sono molto “chi inquina paga”. Ciò crea un onere economico ec- più costosi e molto meno efficienti. Non c’è da stucessivo per le imprese vulnerabili. pirsi che l’industria automobilistica europea abbia Nel campo dei trasporti tutto ciò comporterebbe dato una risposta piuttosto fredda a questa proposta. quella che gli esperti chiamano una “rivoluzione for- Naturalmente, i burocrati di Bruxelles ne sanno più diana”. L’intero sistema di trasporto pubblico e pri- dei costruttori di automobili… TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 7


Attualità

Un cambio di mentalità

Ci sono, però, questioni più profonde che lasciano presagire prospettive ancora più preoccupanti.

Il Green Deal proposto dalla Commissione Europea, e rafforzato dall’agenda Fit for 55, non riguarda solo il clima e l’economia. Per raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, la Commissione è determinata a cambiare la società europea, modificando la stessa mentalità dei cittadini. Leggiamo nel sito del Consiglio Europeo: “L’UE si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Raggiungere questo obiettivo richiederà una trasformazione della società oltre che dell’economia europea, che dovrà essere giusta e socialmente equilibrata”. Allo stesso modo si legge nella «Nuova agenda strategica» approvata dalla Commissione nel 2019: “L’UE può e deve aprire la strada, impegnandosi in una profonda trasformazione della propria economia e della società per raggiungere la neutralità climatica”. Cos’è questa “profonda trasformazione” della società europea?

L’attuazione dell’agenda verde non è realizzabile senza profondi cambiamenti nella nostra mentalità, nelle nostre abitudini di consumo, nel nostro stile di vita, in una parola nella nostra civiltà. Alla base di Fit for 55 c’è l’idea che abbiamo raggiunto l’attuale livello di sviluppo abusando o utilizzando in modo errato le risorse della Terra. Dobbiamo cambiare drasticamente.

Q

“L’Europa lancia la Rivoluzione Verde!”, si legge nella Newsletter for the European Union, “L’obiettivo è trasformare il volto del Vecchio Continente. (…) Ciò avrà dei costi enormi, sia per i bilanci pubblici che per i cittadini. Ma è un percorso senza alternative” (4).

“Rivoluzione” sembra essere la parola chiave. “Le proposte di Fit for 55 sono niente più e niente meno che una rivoluzione”, scrive il quotidiano tedesco Volksstimme, “Le proposte della Commissione Europea per raggiungere gli obiettivi climatici sono un enorme programma di ristrutturazione non solo dell’economia europea, ma di quasi tutti gli ambiti della vita” (5).

Questa Rivoluzione Verde è stata attentamente pianificata dalle fazioni più radicali dell’Internazionale Socialista sin dagli anni ‘60, come un naturale sviluppo del socialismo marxista. E ora stanno per metterla in pratica. E per questo si avvalgono, a Glasgow, di 400 jet privati altamente inquinanti. Certo, il Green Deal è solo per il volgo...  Note 1 Fit for 55 – is the European Green Deal really leaving noone behind?, CEPS, 12 July 2021. 2. Fit for 55 will penalise poor Europeans, Euroactiv, 19 July 2021. 3. Paper associations criticise European Commission’s Fit for 55 package, EUWID, 18 August 2021. 4. Fit for 55: it’s time for a European Green revolution, Newsletter for the European Union, Editorial, 26 July 2021 5. Fit for 55 package “nothing less than a revolution;” “saturated with scepticism towards market-based approaches” – media reactions, Clean Energy Wire, 15 July 2021.

Il verde è il nuovo rosso

Come la Lobby Green sta abusando dell’ambiente per fare una rivoluzione totale

uesto libro, pubblicato dalla TFP olandese, contiene la traduzione di Psicose ambientalista, del principe Bertrand d’Orléans e Bragança, una confutazione esauriente delle fake news della lobby climatica. La seconda parte tratta di come gli attivisti dell’ambiente promuovono l’agenda verde nei Paesi Bassi e in Europa. Le prime vittime di tale agenda sono gli agricoltori. Queste lobby, infatti, non nascondono l’intenzione di limitare il diritto di proprietà privata, una spina nel fianco per gli attivisti di sinistra.

A meno che non li fermiamo, i lobbisti del clima continueranno a diffondere la loro “agenda verde” come un rullo compressore nei Paesi Bassi e in Europa, a scapito del cittadino comune.

«Verde è il nuovo colore del rosso» è il primo libro olandese che denuncia la Lobby Green, e fornisce agli agricoltori e ai cittadini interessati i fatti e gli argomenti per difendersi dalla crescente pressione ambientalista.  8 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021


Chiesa

Cattolici liberali: l’unica regola di salvezza è stare con il Papa vivente (purché sia uno di loro...)

di José Antonio Ureta

I

La “papolatria”, intesa come cieca sottomissione al Pontefice vivente, anche in materie fuori dalla sua giurisdizione spirituale, è cominciata con Papa Leone XIII e la sua politica di ralliement (allineamento) alla repubblica massonica francese. Ed è stata iniziata dai cattolici liberali, non dai tradizionalisti.

n un precedente articolo (1) abbiamo fugato il malinteso che ha portato alcuni tradizionalisti ad accusare gli ultramontani e un cosiddetto “spirito del Vaticano I” di essere responsabili della deriva ‘papolatrica’ di certi cattolici che pensano che bisogna obbedire al Papa anche quando agisce contro l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Nelle righe che seguono dimostreremo che non furono gli ultramontani, bensì i cattolici liberali ad estendere i limiti dell’infallibilità del Papa ben oltre quelli fissati dalla costituzione dogmatica Pastor Aeternus. Questa deriva iniziò durante la politica di ralliement (allineamento) con la Repubblica imposta da papa Leone XIII ai cattolici francesi, una linea di condotta accolta con entusiasmo dai cattolici liberali i quali volevano conciliare la Chiesa con la modernità rivoluzionaria, mentre gli ultramontani si opposero a questa indebita ingerenza del Papa negli affari temporali della Francia sottolineando i limiti del suo potere magisteriale.

L’episodio è stato analizzato magistralmente dal prof. Roberto de Mattei, nel suo libro Il Ralliement di Leone XIII - Il fallimento di un progetto pastorale (2). Per evitare la separazione tra Chiesa e Stato francese, papa Pecci esortò i cattolici a unirsi alla Repubblica e a combattere le leggi anticlericali all’interno del sistema repubblicano. In questo modo, la diplomazia vaticana voleva ottenere la benevolenza del governo francese per recuperare i territori che il Regno d’Italia aveva sottratto alla Santa Sede.

La nuova politica di Leone XIII si scontrava con due grosse difficoltà: da una parte, le elezioni avevano portato al potere in Francia governi massonici e laicisti, che avevano introdotto il divorzio, espulso i gesuiti, proibito a sacerdoti e religiosi di insegnare nelle scuole pubbliche, abolito l’educazione religiosa nelle scuole e imposto ai chierici il servizio militare; dall’altro, essa vanificava le convinzioni monarchiche della maggioranza del clero e dei laici francesi. Papa Leone XIII era un intellettuale dai principi solidi ma dal cuore liberale. Ingenuamente credeva che, per disinnescare l’anticlericalismo dei repubbli-

Papa Leone XIII TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 9


Chiesa Nel 1879 la Repubblica francese avviò una politica anticlericale, ispirata al lemma di Léon Gambetta (a sin.) “le cléricalisme, voilà l’ennemi!”. Per bocca del cardinale Charles Lavigerie (sotto), Papa Leone XIII ordinò ai cattolici francesi di allinearsi alla Repubblica massonica e anticlericale, cessando quindi ogni attività monarchica. Era la politica del Ralliement, della quale Papa Pecci poi si pentì amaramente

blica è una forma di governo legittima come qualsiasi altra”. Tre giorni dopo uscì la sua enciclica Au Milieu des sollicitudes, seguita poco dopo dalla lettera apostolica Notre consolation a été grande, in cui il Papa insisteva sulla sua idea di “accettare senza seconde intenzioni, con quella perfetta lealtà che si addice a un cristiano, il potere civile nella forma in cui esiste di fatto”.

cani, fosse stato ufficiente convincerli che la Chiesa non si opponeva alla Repubblica, ma solo al loro secolarismo. Al contrario del Papa, i fedeli francesi vedevano chiaramente che il programma di scristianizzazione della Francia non era un elemento accessorio, ma la stessa ragion d’essere del regime repubblicano. Per loro, accettare la Repubblica significava accettare lo “spirito repubblicano”, cioè l’impronta egualitaria e antireligiosa dell’ideologia rivoluzionaria del 1789 su tutta la società. Il cardinale Lavigerie, arcivescovo di Algeri, fu scelto da Leone XIII come “intermediario autorizzato” tra Parigi e il Vaticano per la realizzazione del ralliement. Ad un ricevimento per gli ufficiali della flotta da guerra francese del Mediterraneo, propose un brindisi per esortarli ad accettare la forma repubblicana di governo, sostenendo che l’unione di tutti i buoni cittadini fosse il bisogno supremo della Francia e “il primo desiderio della Chiesa e dei suoi Pastori”.

Pochi mesi dopo, Leone XIII stesso entrò nella mischia concedendo un’intervista (la prima mai rilasciata da un Sovrano Pontefice) a un quotidiano parigino filogovernativo, Le Petit Journal, in cui dichiarava: “Ognuno può mantenere le sue preferenze intime, ma nel campo dell’azione, non c’è altro che il governo che la Francia si è dato. La repub10 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021

Il problema di coscienza che questa svolta poneva ai cattolici abituati a combattere la Repubblica massonica era simile, in termini attuali, a quello sollevato dal cardinale Joseph Zen e dai cattolici della Chiesa clandestina di fronte al nefasto accordo firmato tra la Santa Sede e il regime comunista cinese. La maggioranza dell’episcopato francese dell’epoca accolse freddamente questa politica di rallie-


Rispondendo a mons. Freppel, un leader della corrente ultramontana (a dx.), che osservava come un Papa non sia infallibile in materia di opinioni politiche, il cardinale Lavigerie affermò: «La sola regola di salvezza e di vita nella Chiesa è quella di essere dalla parte del Papa, del Papa vivente. Chiunque esso sia» Era l’inizio della cosiddetta “papolatria”

ment, e alcune note figure della corrente ultramontana, come Mons. Charles-Émile Freppel, vescovo di Angers, vi si opposero apertamente. Il cardinale Lavigerie aprì allora il ballo del “magisterialismo”, cioè, l’errore di conferire più importanza agli insegnamenti e ai gesti del pontefice del momento che a quelli della Tradizione. Accusando gli “intransigenti” che si appellavano a Pio IX per opporsi a Leone XIII, dichiarò: «La sola regola di salvezza e di vita nella Chiesa è quella di essere dalla parte del Papa, del Papa vivente. Chiunque esso sia» (3).

La stessa istruzione arrivò ben presto dal Papa stesso in relazione a una lettera del cardinale Giovanni Battista Pitra, uno dei principali rappresentanti del “partito piano” (partito di Pio IX). Un corrispondente olandese pubblicò il testo che aveva ricevuto dal cardinale, il quale nella sua parte più importante difendeva i giornalisti ultramontani e lodava l’espansione cattolica avvenuta sotto Pio IX, senza dire una parola sul suo successore. Una campagna di stampa si scatenò contro il vecchio cardinale, accusandolo di voler opporre una politica personale a quella di Leone XIII. Un giornale belga arrivò ad accusarlo di essere “il capo scismatico di una piccola chiesa che vuole dare lezioni al papa, atteggiandosi a più papista di lui”. La stampa laica si unì ai giornali cattolici liberali nel chiederne la punizione.

Su istigazione del cardinale Lavigerie, il Papa fece pubblicare sull’Osservatore Romano una lettera che aveva scritto al cardinale arcivescovo di Parigi, in cui esigeva l’obbedienza dei fedeli in una questione esclusivamente politica che non aveva nulla a che fare con la fede, la morale o la disciplina ecclesiastica. Sarebbe come se Papa Francesco imponesse le sue convinzioni sull’immigrazione o sul cambiamento climatico come obbligatorie. L’abuso di potere magisteriale manifestato nella lettera di Leone XIII meriterebbe di essere trascritto per intero, ma ciò supererebbe le dimensioni di un articolo. Ecco alcuni degli estratti più significativi (i commenti tra parentesi quadre sono nostri):

“Non è difficile vedere che tra i cattolici ci sono alcuni, forse a causa dei tempi sventurati, che, non contenti del ruolo di sottomissione assegnato loro nella Chiesa, pensano di poterne assumere uno nel suo governo. Per dire il meno, immaginano di poter esaminare e giudicare gli atti dell’autorità secondo il loro modo di vedere le cose. Questo sarebbe un grave disordine se dovesse prevalere nella Chiesa di Dio, dove, per espressa volontà del suo divino Fondatore, sono stati stabiliti due ordini chiaramente distinti: la Chiesa docente e la Chiesa discente (ndt, la Chiesa che insegna e quella che viene istruita), i Pastori e il gregge, e tra i Pastori, uno di loro che è per tutti il Capo e il Supremo Pastore. Ai soli pastori è stato dato il pieno potere di insegnare, di giudicare, di dirigere; ai fedeli è stato imposto il dovere di seguire questi insegnamenti, di sottomettersi con docilità a questi giudizi, di lasciarsi governare, correggere e condurre alla salvezza”. [Certamente è così in materia di fede, morale e disciplina ecclesiastica, ma non in tutto il resto, in cui i fedeli sono liberi di avere un’opinione personale].

“Così, è assolutamente necessario che i semplici fedeli si sottomettano nella mente e nel cuore ai propri pastori, e questi con loro al Capo e Pastore Supremo. Da questa subordinazione, da questa obbedienza, dipendono l’ordine e la vita della Chiesa. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 11


Chiesa Già nel 1982, denunciandone l’uso strumentale in favore della Teologia della liberazione, Plinio Corrêa de Oliveira criticava “l’intellezione deformata del triplice ‘sentire’: ‘cum Romano Pontifice’, ‘cum Episcopo’, e ‘cum Parocho’, che qualcuno vuole addirittura estendere a ‘cum sacristano’”

strano obbedienza all’autorità, la quale ha il diritto e il dovere di dirigerli, e assomigliano per certi aspetti a coloro che, dopo una condanna, vorrebbero appellarsi a un futuro Concilio o a un Papa più informato”. [Un altro attacco agli ultramontani accusati di essere diventati conciliaristi]. E in una manifestazione fino ad allora sconosciuta di centralismo e persino di autoritarismo, Leone XIII aggiunse:

È la condizione indispensabile per fare del bene e per arrivare felicemente in porto. Se invece i semplici fedeli si attribuiscono un’autorità, se pretendono di erigersi a giudici e dottori; se gli inferiori preferiscono o cercano di far prevalere, nel governo della Chiesa universale, una direzione diversa da quella dell’autorità suprema, si tratta, da parte loro, di capovolgere l’ordine, di arrecare confusione in un gran numero di menti e di abbandonare la retta via”. [Il ralliement non riguardava il governo della Chiesa, ma l’atteggiamento politico dei cattolici francesi verso il loro governo; i fedeli non erano dunque obbligati a seguire i loro pastori in questa materia]. “E non è necessario, per venir meno a un così sacro dovere, fare un atto di aperta opposizione sia ai vescovi che al Capo della Chiesa: basta che questa opposizione venga fatta in modo indiretto, tanto più pericoloso perché si cerca maggiormente di velarla con apparenze contrarie”. [Questo era un riferimento agli ultramontani campioni dell’infallibilità papale]. “È anche un segno di sottomissione insincera stabilire un’opposizione tra Sommo Pontefice e Sommo Pontefice [questo suona familiare…]. Coloro che, tra due diverse direzioni, rifiutano quella del presente attenendosi a quella del passato, non mo-

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“Ciò da ritenere su questo punto è che, quindi, nel governo generale della Chiesa, a parte i doveri essenziali del ministero apostolico imposti a tutti i Pontefici, è nella libertà di ciascuno di essi seguire la regola di condotta che, secondo i tempi e le altre circostanze, giudica migliore. In questo egli è l’unico giudice, avendo in questa materia non solo intuizioni speciali, ma anche una conoscenza della situazione generale e dei bisogni della cattolicità, secondo la quale la sua sollecitudine apostolica deve essere regolata. [Ma il Papa è infallibile in tutto ciò che intraprende? Si può avere un giudizio contrario?] Egli è colui che deve procurare il bene della Chiesa universale, al quale è ordinato il bene delle sue varie parti, e tutti coloro che sono soggetti a questo ordinamento devono assecondare l’azione del Direttore Supremo e servire i suoi scopi. [No, se credono in coscienza che sbaglia] Così come la Chiesa è una, il suo Capo è uno solo, e così anche il suo governo, al quale tutti devono conformarsi” (4). [L’attuale diritto canonico riconosce il diritto dei fedeli di esprimere il loro disaccordo con il rispetto dovuto ai pastori].

Sei giorni dopo, uno dei principali parroci di Parigi descriveva così il nuovo clima nella Chiesa: «I vescovi devono riconoscere e proclamare che il Papa ha sempre ragione. I parroci devono proclamare e riconoscere che il loro vescovo ha sempre ragione. I fedeli devono riconoscere e proclamare che il loro parroco, in unione con il suo vescovo e unito al


La politica di Ralliement promossa da Leone XIII tolse ogni legittimità ai cattolici monarchici, aprendo quindi le porte a due tendenze opposte e ambedue nocive: un cattolicesimo democratico (Le Sillon), e un tradizionalismo positivista (Action Française)

Papa, ha sempre ragione. È come la gendarmeria» (5).

Il cardinale Lavigerie, invece, si congratulava con Leone XIII per aver resistito ai venti di malcontento provenienti dai fedeli e dai giornali ultramontani: «Con questo vigoroso atto pontificale, Sua Santità ha condannato un nuovo genere di tirannia, che tentava di imporsi sulla gerarchia cattolica» (6). Dopo la pubblicazione dell’enciclica Au milieu des sollicitudes, il Papa rafforzò la sua posizione, pur riconoscendo che si trattava di una questione temporale. Così scriveva al vescovo di Grenoble:

“Ci sono alcuni, dispiace dirlo, che mentre protestano del loro cattolicesimo, si credono in diritto di essere refrattari all’indirizzo dato dal Capo della Chiesa, con il pretesto che sarebbe un indirizzo politico. E beh! Di fronte alle loro pretese erronee noi

manteniamo in tutta l’integrità ogni nostro atto precedentemente emanato e diciamo ancora: No, senza dubbio, noi non cerchiamo di fare politica, ma quando la politica è strettamente connessa con gli interessi religiosi, come sta accadendo attualmente in Francia, se qualcuno ha la missione di determinare la condotta che può effettivamente salvaguardare gli interessi religiosi, nei quali consiste il fine supremo delle cose, è il Romano Pontefice” (7).

Al momento della pubblicazione dell’enciclica, il sig. Émile Ollivier - tutt’altro che ultramontano giacché era stato ministro dell’imperatore Napoleone III - scrisse quanto segue in una colonna del Figaro:

“In attesa che il futuro si pronunci tra Pio IX e Leone XIII, la scelta tra le due opinioni è libera; in quanto si può dire, come gli antichi, non de fide, non si tratta di fede. Quanto a coloro che considerano la TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 13


Chiesa

Le forme di governo alla luce della dottrina della Chiesa

L

a lettura del presente articolo sulla politica di Ralliement di papa Leone XIII con la Repubblica francese potrebbe sollevare una domanda: la Chiesa respinge come illegittima la forma repubblicana di governo, accettando soltanto quella monarchica?

In realtà, la Chiesa non si oppone a nessuna forma di governo, purché sia giusta e miri al bene comune. “La sovranità per se stessa non è legata a nessuna forma di governo; essa può assumere questa o quella forma, purché cerchi realmente l’utilità e il bene comune. Nessuna delle varie forme di governo è per se stessa riprensibile, poiché non hanno nulla che ripugni alla dottrina cattolica”, insegna Leone XIII nell’enciclica Immortale Dei. In egual modo, nell’enciclica Diuturnum illud, egli scrive: “Fatta salva la giustizia, non è vietato ai popoli di adottare un sistema di governo che più adeguatamente convenga al proprio genio o alle istituzioni e costumi dei suoi maggiori”.

Fermo restando che, in tesi, “la monarchia è la miglior forma di governo” (Pio VI), seguendo san Tommaso d’Aquino la Chiesa accetta come legittime le tre forme classiche: monarchia, aristocrazia e democrazia. Insegna Pio XI: “La Chiesa cattolica, non essendo in modo alcuno legata a una forma di governo più di un’altra, fatti salvi i diritti di Dio e la coscienza cristiana, non trova difficoltà nell’accordarsi con le diverse istituzioni politiche, siano monarchiche o repubblicane, aristocratiche o democratiche”. Se sono tre le forme legittime di governo, il regime ottimale sarebbe quello che le incorpora

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tutte e tre, ossia una monarchia rafforzata, moderata e circondata da istituzioni di tipo aristocratico e di tipo democratico. È ciò che si chiama regime misto, monarchia mitigata o semplicemente organica. Questo è il pensiero di san Tommaso d’Aquino, per esempio, in De regimini Principum, assunto poi nel Magistero sociale della Chiesa.

Non può essere rimproverato il cattolico che, avendo in vista le condizioni concrete del suo Paese, preferisca la forma di governo repubblicana e democratica. Ma, secondo il retto ordine delle preferenze, il cattolico impegnato nel rendersi perfettamente fedele alla dottrina della Chiesa deve ammirare e desiderare ciò che è eccellente più di quello che è semplicemente buono, e deve essere specialmente grato alla Provvidenza quando le condizioni concrete del suo Paese comportano o perfino reclamano l’instaurazione della migliore forma di governo, la monarchia.

Tutto ciò, però, è in tesi, cioè nel campo della pura dottrina. Il problema concreto del Ralliement di Leone XIII era che esso intendeva avvicinarsi, e quindi riconoscere, un governo ufficialmente anticlericale e anticattolico. La République Française era il modello emblematico di repubblica rivoluzionaria.

D’altronde, i migliori cattolici, vale a dire i più autentici, più fervorosi e più impegnati – la sanior pars del cattolicesimo francese – erano proprio quelli che si opponevano a tale governo. Quelli che, invece, lo accettavano erano i cattolici liberali, tendenzialmente più molli, più possibilisti, insomma meno fervorosi.

La politica di Leone XIII significava scoraggiare, e quindi far declinare falangi di cattolici fervorosi. In compenso, il Papa pensava di guadagnare così il plauso non soltanto dei cattolici indifferenti ma anche di quelli accomodanti. Tale approccio si dimostrò un fallimento monumentale. 


“Giunti al tramonto della vita, proviamo un dolore ed un’amarezza troppo grandi nel vedere svanire, senza dare i loro frutti, tutte le Nostre intenzioni benevole riguardanti la nazione francese e il suo governo”

Leone XIII, lettera al presidente francese Emile Loubet, giugno 1900

lettera pontificia una definizione ex cathedra, stare a discutere con loro è come perdere tempo. Bisogna rimandarli a scuola” (8).

L’ex ministro bonapartista non stava per nulla esagerando. Due professori di teologia morale avevano concluso che le direttive papali obbligavano sotto pena di peccato mortale; due giornali cattolici liberali avevano dichiarato che chi continuava a sostenere pubblicamente la monarchia commetteva un peccato grave, e alcuni fedeli erano stati privati dell’assoluzione per aver commesso il “peccato di monarchia”. Il cardinale Ferrata, ex nunzio a Parigi, commentò nelle sue memorie che la lettera apostolica Notre consolation “escludeva ormai qualsiasi equivoco: la si doveva accettare o dichiararsi ribelli alle parole del Papa” (9).

Gli ultramontani evitarono entrambe le insidie. Non si schierarono né con la Repubblica massonica, come voleva Leone XIII, né si ribellarono alla sua autorità: semplicemente resistettero, come San Paolo aveva “resistito in faccia” a San Pietro (Gal 2,16).

Tra l’ottobre 1891 e il febbraio 1894, un piccolo gruppo di religiosi e laici si riunì mensilmente in un’associazione ad hoc che chiamarono NotreDame-de-Nazareth per “agire sul prossimo conclave e fare in modo che all’attuale Papa non venga dato un successore che continui i suoi errori liberali e politici, così dannosi per la Chiesa”. Il principale leader del gruppo, padre Charles Maignen, lesse nel luglio 1892 un suo scritto “le cui conclusioni sono tali da calmare le inquietudini dei cattolici francesi che rifiutano, per ragioni di coscienza, di aderire a un governo che perseguita la Chiesa”. Infatti, asseriva, “Leone XIII non ha agito in virtù del potere spirituale che il Sommo Pontefice può esercitare indirettamente nell’ordine temporale [ratione peccati]; di conseguenza, i suoi insegnamenti, i suoi consigli o anche i suoi ordini non vincolano i catto-

lici francesi in coscienza”. In un altro studio mai pubblicato, intitolato Un pape légitime, peut-il cesser d’être pape? (ndt, Può un papa legittimo cessare di essere papa?), padre Maignen affrontò addirittura il delicato problema del papa eretico (10).

Si può quindi concludere senza esitazione che l’esagerata devozione e sottomissione al Papa, fino al punto di credersi obbligati ad obbedirgli in questioni non legate alla fede o quando insegna o comanda l’errore, non viene da un ultramontanismo esagerato o da un presunto “spirito del Vaticano I” ma, al contrario, dalla corrente cattolico-liberale.

Del resto, quale fu il risultato di questa politica di ralliement verso la Repubblica? Un fallimento totale, riconosciuto dallo stesso Leone XIII. Poco prima della sua morte, concesse un’udienza a Jules Méline, ex presidente del Consiglio francese, al quale disse: “Mi sono sinceramente legato alla Repubblica e ciò non ha impedito al governo attuale di riconoscere i miei sentimenti e di non tenerne alcun conto. Ha scatenato una guerra religiosa che deploro, e che fa ancora più male alla Francia che alla religione” (11). Presto Papa Francesco potrà dire la stessa cosa - se sarà sincero come il suo predecessore - del suo accordo con Xi Jinping. E ammettere che era il cardinale Zen ad avere ragione. 

Note 1. https://www.atfp.it/notizie/306-analisi/2042-considerazioniamichevoli-per-dissipare-un-malinteso-sull-ultramontanismo-esullo-spirito-del-vaticano-i 2. Editrice Le Lettere, Firenze 2014, 365 p. 3. Roberto de Mattei, op. cit. p. 115 4. https://archidiacre.wordpress.com/2020/05/26/leon-xiii-lettreepistola-tua-17-juin-1885/ 5. Roberto de Mattei, op. cit. p. 132. 6. Ibidem, p. 132. 7. bidem, p. 332. 8. Ibidem, p.186. 9. Ibidem, p. 191. 10. Ibidem, p. 276-277-278 11. Ibidem, p. 250. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 15


Lepanto: 450 anni dopo

Convegno a Milano

Lepanto: 450 anni dopo O

rganizzato dalla Fondazione Cajetanus e da Tradizione Famiglia Proprietà, si è tenuto a Milano il convegno “Lepanto: 450 anni dopo”, nella Sala Radeztky di Palazzo Cusani, che onora la figura del feldmaresciallo Josef Radezky, che proprio in questo luogo stabilì il Quartiere Generale dell’Imperiale e Reale Esercito.

Sopra, Sala Radezky a Palazzo Cusani Sotto, i relatori

L’incontro intendeva ricordare e celebrare la magnifica vittoria che la flotta cristiana, radunata nella Lega Santa, riportò su quella musulmana, il 7 ottobre 1571. Ne fu artefice papa San Pio V, che per commemorarla stabilì il culto a Maria Ausilio dei Cristiani, aggiungendo questa invocazione alle Litanie Lauretane. Introdotti da Diego Zoia, presidente della Fondazione Cajetanus, hanno parlato Julio Loredo (“Lepanto e lo spirito di crociata”); Federico Catani (“Lepanto e la Santa Casa di Loreto”); Ivo Musajo Somma (“Don Giovanni d’Austria e il suo tempo”), e Massimo de Leonardis (“Lepanto, gloria militare del Papato”).

L’incontro si è concluso con un appello affinché lo spirito di crociata che animò i cristiani in quel frangente storico – salvando la Cristianità da una sicura rovina – possa splendere di nuovo nei nostri giorni. È seguita una cena conviviale nel Circolo Militare.

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I video degli interventi sono disponibili su internet, nel canale Tradizione Famiglia Proprietà. 


Lepanto e lo spirito di crociata

di Julio Loredo Nella battaglia di Lepanto, il 7 ottobre 1571, soffiò un vento di crociata, una vera grazia che fece prospettare una restaurazione dello spirito della Cavalleria medievale. Relazione tenuta al convegno “Lepanto: 450 anni dopo”.

I

n Spagna esiste l’espressione “espíritu de Lepanto” come sinonimo di spirito di crociata. Per esempio, si dice che lo spirito di Lepanto soffiò nella guerra del 36-39 che, appunto, fu chiamata Cruzada Nacional. Quel 7 ottobre 1571 qualcosa rifulse a Lepanto con tale splendore da segnare i secoli futuri in un modo che altre battaglie, perfino più importanti dal punto di vista strategico, come la battaglia di Vienna del 1683, non fecero. Credo non sia azzardato definire questo spirito come una grazia provvidenziale, una riverberazione di quella “grazia nova” di cui parla San Bernardo nell’incipit a De laude novae militiae ad milites Templi, e che diede origine alla Cavalleria.

Crisi della Cristianità medievale

Nel 1571 la Cristianità medievale non c’era più. Corrosa dallo spirito umanista e rinascimentale, spaccata prima dallo scisma d’Oriente e poi dall’eresia luterana, indebolita dalle politiche machiavelliche, in balìa dei godimenti sensuali che la nascente modernità offriva, l’Europa sembrava un frutto marcio pronto a cadere nelle mani dell’Impero Ottomano.

Anche nella Chiesa era penetrato questo marciume, dando luogo a una serie di Pontefici dediti più alla cura dell’arte e alle scienze umanistiche che non alla difesa della Fede e della Cristianità. Mi vengono in mente le parole dell’Apocalisse: “Conosco le tue opere; ti si crede viva e invece sei morta. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire”.

Nessuno parlava più di crociata. La stessa Cavalleria, in altri tempi una delle più alte espressioni dell’austerità cristiana, era diventata prima amorosa e sentimentale, e poi meramente mondana. È indicativo che nella battaglia di Alcacer Quibir, combattuta nel 1578 dal Re Dom Sebastião contro i musulmani del Marocco, il reggimento di élite, che radunava il fior fiore della nobiltà portoghese, si chiamava Os Namorados, Gli Innamorati. Lo scontro finì con la totale sconfitta dei cristiani. Os Namorados furono sterminati. Gli eroi dell’epoca non erano più San Luigi né San Ferdinando, bensì Giovanni delle Bande Nere, Bayard, Gaston de Foix, o lo stesso Muzio Attendolo, a cui Milano deve tanto. Guerrieri magnifici, TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 17


Lepanto: 450 anni dopoi Filippo II temporeggiò a lungo. Il Re di Spagna era un uomo molto indeciso e titubante. Papa san Pio V dovette mandare un’ambasciata dopo l’altra per vincere la sua tremenda indecisione

Spagna era un uomo molto indeciso e titubante. Dovendo risolvere una situazione, egli faceva avanti e indietro. Papa san Pio V dovette mandare un’ambasciata dopo l’altra per vincere la tremenda indecisione di Filippo. Secondo alcuni storici, fu proprio questa indecisione a provocare il disastro dell’Armata Invincibile nel 1587. Gli si rinfaccia, per esempio, l’aver scelto uomini molli, come Luis de Requesens, aiutante di campo di Don Giovanni d’Austria, ma in realtà inviato dal Re per controllare gli “eccessi” di zelo del giovane condottiero. Infatti, nel consiglio di guerra tenutosi la vigilia della battaglia sulla nave ammiraglia La Real, Andrea Doria e Luis de Requesens opinarono per una ritirata strategica. Seccato, Don Giovanni d’Austria li rimproverò: “¡Ya no es tiempo de debate sino de combate!”.

Un soffio rigeneratore

ma in cui l’ideale specificamente cattolico era ormai pressoché assente.

Le stesse guerre di contenimento del nemico islamico, per esempio nell’Adriatico, erano dettate più da motivi politici e commerciali che religiosi. Lo spirito mercantilista aveva soppiantato l’idealismo crociato. Rimproverati per il loro scarso entusiasmo verso la crociata, i veneziani una volta risposero: “Siamo veneziani, poi cristiani”. Ma lo stesso si poteva dire di quasi tutti i popoli europei. La Francia, figlia primogenita della Chiesa e anima delle crociate – al punto che, fino ad oggi, i musulmani chiamano i cristiani “franchi” – era alleata del Turco, in chiave anti-imperiale. E anche se così non fosse stato, era talmente dilaniata dalle guerre di religione, che difficilmente avrebbe potuto partecipare a uno sforzo congiunto.

Lo stesso Filippo II – che poi sarà l’asse dell’alleanza cristiana – temporeggiò a lungo. Tutti gli storici lo ammettono, perfino quelli che lo ammirano: il Re di

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Potremmo andare avanti per ore, elencando i molteplici segni di debolezza e di decadenza di cui l’Europa dava allora mostra. Eppure, quando Papa Ghislieri lanciò l’appello che culminò nella formazione della Lega Santa, qualcosa di profondamente medievale soffiò in tutto il continente, non tanto nelle classi dirigenti quanto nella popolazione. Le memorie dell’epoca raccontano il giubilo che accolse la notizia della convocazione, e lo slancio con cui si arruolarono i volontari. È frequente, almeno in Spagna, parlare di Lepanto come “un gran acontecimiento sentimental”, un grande evento sentimentale, vale a dire un evento che andò oltre gli aspetti politici e sociali, toccando il più profondo dell’anima europea. Lo stesso Miguel de Cervantes Saavedra, di spirito piuttosto liberale come più tardi vedremo, si arruolò e partecipò brillantemente alla battaglia, perdendo perfino una mano. Per questo motivo è sopranominato il Monco di Lepanto.

Questo soffio rigeneratore, che prescindeva dalla titubanza interessata dei capi – che perdevano tempo a litigare tra loro – si propagò per mezza Europa, e in particolare nei Paesi latini cattolici. Gli autori ispanici – quelli che ho maggiormente letto a questo riguardo – sono concordi nel dire che l’appello di Papa san Pio V fece risorgere nell’anima di molti uno spirito di crociata. Questo entusiasmo si


Don Giovanni d’Austria dovette imporsi su alcuni subalterni, timorosi di presentare battaglia: “¡Ya no es tiempo de debate, sino de combate!”

propagò agli Ordini di cavalleria, quasi fosse un’opportunità per risuscitare vecchie glorie. Nella sua celebre Histoire des Croisades, lo storico Joseph François Michaud afferma: “La battaglia fra cristiani e turchi [a Lepanto] ricordava in certo modo lo spirito e l’entusiasmo delle crociate” (Libro XIX, p. 553).

È degno di nota ricordare l’acceso fervore religioso con cui la flotta si preparò a Messina. Le cronache raccontano che quasi tutti gli ottantamila marinai e soldati si accostarono alla Confessione e alla Comunione. Abbondarono i casi di conversione e di cambio di vita. Un piccolo esercito di figli di Sant’Ignazio di Loyola, alloggiati nel Collegio dei gesuiti presso la chiesa di San Giovanni Battista, diede manforte ai cappellani militari delle galee. I sacerdoti lavoravano a turni 24 ore su 24. San Pio V aveva chiesto esplicitamente a Don Giovanni d’Austria di licenziare i soldati che mostrassero cattive abitudini, promettendogli in questo modo la vittoria.

In aperto contrasto con lo spirito umanista dell’epoca, l’epopea di Lepanto fu intrisa d’ideale religioso. San Pio V affidò l’impresa alla Madonna, ordinò preghiere speciali e consegnò a Don Giovanni d’Austria il Gonfalone di San Pietro, issato sulla nave ammiraglia, il cui mastro centrale portava l’enorme Cristo di Lepanto, che possiamo ancora venerare nella cattedrale di Barcellona. Don Giovanni d’Austria portava sul suo petto una reliquia della Santa Croce. Una cronaca dell’epoca descrive le due flotte mentre si approssimavano: mentre da quella turca provenivano urla e gemiti animaleschi, da quella cristiana si innalzava un soave mormorio di preghiera. Lepanto non fu una battaglia moderna. Fu una battaglia medievale.

La figura centrale dell’epopea di Lepanto, direi il parafulmine di questa grazia di crociata, fu senz’altro Papa san Pio V. Se non fosse stato per il suo impegno non ci sarebbe stata la Lega Santa. San Pio V si comportò da vero eroe, combattendo fino all’ultimo momento. Si può supporre che la famosa visione che egli ebbe sull’esito della battaglia sia stata una ricompensa della Provvidenza per i suoi sforzi. Il Papa si trovava in riunione con alcuni dignitari della Curia. A un certo punto si alzò e iniziò a pregare, sollecitando i prelati a unirsi a lui. Poi, guar-

dando dalla finestra, ebbe la visione della Madonna Ausiliatrice, che gli rivelò che la battaglia di Lepanto era stata vinta. Rivolgendosi ai prelati esclamò: “Signori, abbiamo riportato una grande vittoria!”. Fu chiaramente una rivelazione soprannaturale, poi confermata giorni dopo con l’arrivo della notizia. Ora perché proprio a lui? Prima di tutto perché era il capo della Cristianità. Ma anche perché era stato un vero eroe che aveva fatto uno sforzo uguale o maggiore di quello dei combattenti di Lepanto.

Protagonista di questa grazia di crociata fu anche la Spagna. Essa veniva da otto secoli di lotta contro i musulmani, l’ormai leggendaria Reconquista, e passò senza soluzione di continuità alla conquista del Nuovo Mondo, portandovi lo stesso spirito di crociata. Usando un’espressione coniata da Guilbert de Tournai nel 1260, e poi ripresa dal beato Raimondo Lullo a proposito della Spagna, si passò dalla crux cismarina alla crux ultramarina. La Reconquista fu definita una crociata dai Papi dell’epoca. Anzi, la Spagna fu la prima a ottenere il privilegio di crociata, vale a dire le indulgenze legate alla guerra contro gli infedeli, da Papa Alessandro II, nel 1063, ben trent’anni prima che il beato Urbano II predicasse la prima crociata a Clermont. Nel 1102, Papa Pasquale II equiparò la Reconquista alle crociate in Terra Santa, proibendo agli ispanici di recarsi in Medio Oriente per non disperdere le forze. Quando san Luigi IX di Francia chiese a suo cugino san Ferdinando III di Castiglia aiuto per TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 19


Lepanto: 450 anni dopoi

la sua crociata nell’Africa settentrionale, costui rispose: “Hartos moros tengo yo en España – Ne ho abbastanza di mori qui in Spagna”.

È riconosciuto dagli storici che il passare dalla Reconquista alla Conquista senza soluzione di continuità, preservò largamente la Spagna dalla decadenza in cui era precipitata buona parte dell’Europa. Sicché essa poté portare a Lepanto lo spirito di crociata che ancora animava le sue armate.

Una parola a margine. Si parla tanto della “flotta spagnola”, brillantemente comandata da Don Álvaro de Bazán, marchese di Santa Cruz. In realtà, essa era composta anche da navi siciliane, pugliesi e napoletane, senza dimenticare la flotta calabrese agli ordini del principe Gaspare Toraldo di Tropea. E non possiamo non menzionare la galea Lomellina, al comando di Agostino Canevari. E anche le truppe imbarcate erano in buona parte italiane. Dal Tercio di Napoli, agli ordini di Don Pedro de Padilla, imbarcato sulle navi napoletane e messinesi, al Tercio di Sicilia, agli ordini di Don Diego Enríquez, imbarcato sulle galee siciliane.

La controffensiva

La Rivoluzione non poteva rimanere inerte di fronte a un tale risveglio dello spirito di crociata. E partì dunque la controffensiva. Parlando della Spagna, proprio a quell’epoca inizia una sorta di rivoluzione culturale che, attraverso soprattutto la letteratura e la musica, attua profondi cambiamenti nella mentalità delle persone. Nasce, per esempio, la commedia picaresca, che introduce uno spirito frivolo, gaio e spensierato che spazza via l’austera serietà dei tempi antichi, fondamento dello spirito di crociata. Alcuni autori sollevano l’ipotesi che il celebre romanzo Don Quijote de la Mancha, di Miguel de Cervantes, sia stato scritto con questa finalità. Esso racconta, infatti, la storia di un idalgo che, a forza di

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leggere romanzi di cavalleria, “usciva di senno”. Il Chisciotte è la perfetta caricatura del cavaliere. Allo stesso tempo lo glorifica e ne celebra il funerale. Dopo il Chisciotte, lo spirito di cavalleria non sarà mai più lo stesso. Qualsiasi sfoggio d’idealismo sarà ipso facto deriso come una “chisciottata”. Qualsiasi desiderio di lottare contro la Rivoluzione sarà schernito come un “caricare mulini a vento”.

È possibile questo soffio rigeneratore oggi?

Mi avvio alla conclusione sollevando una domanda: è possibile un tale soffio rigeneratore nei giorni nostri? È possibile che lo spirito di Lepanto si manifesti ancora? Tutto sembrerebbe indicare una risposta negativa. Tanto per cominciare, non abbiamo un beato Urbano II, né un san Pio V, né un beato Innocenzo XI. Non abbiamo nemmeno un Giovanni d’Austria, un Eugenio di Savoia o un Jan Sobieski.

Tuttavia, se analizziamo questa grazia, che ho chiamato “spirito di Lepanto”, dal punto di vista della teologia della storia, vediamo che essa ha come caratteristica principale l’essere concessa proprio in momenti di grande decadenza. Nel 1571 la Cristianità medievale non c’era più. Eppure, questa grazia fu concessa e ci fu la vittoria. Nel 1936, la Chiesa in Spagna era decadente. Eppure, come scrisse il cardinale Isidro Gomá y Tomás, Primate di Spagna, “la guerra ebbe il merito di trasformare una Chiesa decadente in una Chiesa martire”. E anche in questo caso ci fu la vittoria.

Chiediamo alla Divina Provvidenza che, in questo auge delle tenebre, ci conceda la grazia che mosse i guerrieri a Lepanto, affinché anche questa volta ci sia la vittoria. Una vittoria in realtà scontata, poiché a Fatima la Madonna promise il trionfo del suo Cuore Immacolato.  Il “Chisciotte” è la caricatura del cavaliere. Allo stesso tempo lo glorifica e ne celebra il funerale


Porta Pia: 150 anni dopo

La breccia di Porta Pia:

spartiacque della Cristianità in Italia

di Lorenzo Vitali

Il 20 settembre 1871, senza una dichiarazione formale di guerra, le truppe piemontesi invadono Roma, ponendo così fine al potere temporale dei Papi. Lo scorso sabato 30 ottobre, con un anno di ritardo dovuto alle note restrizioni sanitarie, il Comitato Summorum Pontificum di Bergamo, insieme ad altre realtà cattoliche, tra cui la TFP, ha voluto ricordare questo vero spartiacque nella storia della Cristianità in Italia. Sono intervenuti Simone Bravi, Federico Catani, Massimo de Leonardis ed Ettore Gotti Tedeschi. Ha moderato l’incontro l’avvocato Lorenzo Vitali, il cui intervento riportiamo nelle pagine seguenti.

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 21


C

Porta Pia: 150 anni dopoi

arissimi amici in Cristo, con l’emozione e la gioia di chi porta a compimento il lavoro di due travagliatissimi anni, a nome mio e del Comitato Summorum Pontificum di Bergamo vi do il benvenuto e vi ringrazio per aver accolto il nostro invito a questa conferenza per il centocinquantesimo anniversario (più uno) della sciagurata occupazione militare della Città Santa e del più antico Stato sovrano del mondo. Ringrazio la delegazione di Bergamo dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, l’associazione Tradizione, Famiglia, Proprietà e la Comunità Opzione Benedetto per aver collaborato nell’organizzazione, in una Città – non dimentichiamolo – che da sessantun anni porta il marchio poco edificante di «Città dei Mille».

Programmaticamente ho già espresso che questo pomeriggio non asseconderemo la «favola risorgimentale» (come la definì Giovanni Cantoni), quella che – dai primi anni di studio e fino alla tomba – viene imposta agli italiani quasi come una religione, o meglio un acritico atto di fede nei confronti dell’ideologia rivoluzionaria-liberale, la quale aveva e tuttora ha un unico – fin troppo chiaro – scopo finale: «è quello di Voltaire e della Rivoluzione Francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana, la quale, se rimanesse in piedi sopra le ruine di Roma, ne sarebbe più tardi la perpetuazione» (cito dall’Istruzione segreta permanente data ai membri dell’Alta Vendita).

Questa drammatica favola risorgimentale, che da due secoli viene mnemonicamente ripetuta e inculcata nelle aule scolastiche e nelle piazze – cito ancora Cantoni – da «settari, cantastorie prezzolati, traditori, ingannati, pigri e ignoranti», ai quali noi Cattolici – tutti noi Cattolici – abbiamo il dovere di opporci con cognizione, opporci secondo quanto ci è richiesto: centocinquant’anni fa la miglior gioventù europea, il fior fiore della nobiltà europea accorse in armi a Roma per difendere il Papa, il Vicario di Cristo (il Vicario di Cristo allora come oggi… non può essere considerato un mero «titolo storico»), pronta alla morte; oggi – per ora – con un apostolato culturale, ma pur sempre di azione. E allora è importante ricordare l’eroismo di chi si batté in difesa del Papa, in difesa della Chiesa Cattolica aggredita e offesa, un eroismo disinteressato, nobile, generoso, degno di altri tempi, certamente non paragonabile a quella banda – tra i quali qualcuno fu pur animato da buone intenzioni… su mille… – che dieci anni prima sbarcò a Marsala al seguito di un brigante finanziato da Stati stranieri.

Il 20 settembre 1870, a difesa del Papa e della Chiesa Cattolica, vi era un esercito di nuovi crociati che avevano lasciato tutto per venire a Roma a combattere, a soffrire e a morire per la difesa del soglio di Pietro, di ogni successore di Pietro: una nuova Vandea che si concludeva con un evento storico fino a poco tempo prima assolutamente impensabile: la fine del potere temporale della Chiesa con il Papa fatto prigioniero di uno Stato, il compimento di una

L’ultimo Papa Re: il beato Pio IX attorniato da dignitari della Corte Pontificia

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Pio IX benedice le truppe pontificie a Campo Annibale, nel 1868 (a dx.), e a piazza San Pietro, nel 1869 (sotto)

luzione, non sono i tempi di Dio, della Chiesa e della Contro-Rivoluzione.

lotta e di una persecuzione che sarebbero state sempre più astiose ed accanite, anche utilizzando l’arma della menzogna storica.

Ciò che quel giorno era accaduto era frutto dell’odio ideologico scatenato contro la Croce di Cristo ed è nostro dovere non disperderne la memoria, soprattutto in un’epoca – quale la nostra – in cui l’autorità della Chiesa Cattolica, delle sue gerarchie, la difesa del suo diritto naturale di insegnare la Verità – l’unica Verità – sono costantemente sotto attacco, da parte di nemici esterni ed interni. Dunque per vivere quei giorni, quei momenti drammatici e gloriosi, con i suoi episodi di autentico eroismo cattolico, lascio la parola al dott. Federico Catani. (…)

Ciò che ci è stato raccontato, con impeto quasi epico, dal dott. Federico Catani – l’ho già ricordato prima – non è che il culmine di una guerra alla Chiesa ed al Papato – e più in generale contro ordinamenti naturali e sani costumi – che travalica i confini dello Stato italiano e che da almeno un secolo e mezzo si stava preparando. Occorre quindi avere una visione ampia del contesto in cui il nemico della Chiesa ha preparato questa guerra, da quest’ultimo apparentemente vinta, per essere noi – ora – a sapere come difendere, ben sapendo che i tempi dell’uomo, i tempi della Rivo-

Su questi temi, sul rilievo storico, epocale e categoriale dell’occupazione di Roma, sul compimento della nascita dello Stato risorgimentale, sulla mutazione dalla Roma capitale della Cristianità alla Roma capitale della modernità, sulla questione della stessa natura della Chiesa (ed i suoi rapporti con la politica), sulle ore drammatiche del 20 settembre 1870 in cui si sono scontrate in armi dottrine antagoniste, il prof. Massimo de Leonardis, ordinario di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore, presidente della International Commission of Military History, assieme ad altre firme di primissimo piano, ha curato il recentissimo libro Le “due Rome” (Questioni e avvenimenti a centocinquanta anni dalla “breccia di Porta Pia”) che trovate disponibile all’acquisto all’uscita della conferenza. Noi abbiamo la necessità di capire e la responsabilità di valutare tutto ciò, e per questo cedo la parola al prof. Massimo de Leonardis. (…)

Se la Rivoluzione illuministica-liberale ha la sua data fondamentale nel 1789 e – cito nuovamente Giovanni Cantoni – se questa data «segna la fine della società sacrale e l’inizio della società secolarizzata e può essere assunta come categoria storica […] se questa data inizia un tempo e una fase di un processo plurisecolare, questo tempo e questa fase toccano con il 1870, con la breccia di Porta Pia, il loro apice e un certo quale simbolico compimento, dopo cui altri fatti si rovesceranno sulle nazioni tutte, a completarne la laicizzazione. Il 1870 dunque […] è l’Ottantanove d’Italia, il momento del passaggio TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 23


Porta Pia: 150 anni dopo

istituzionale della nostra nazione dall’Antico Regime all’ordine nuovo rivoluzionario e l’inizio di un tempo storicamente ancora aperto; sicché il triste [centocinquantenario] del gesto che ha rinnovato barbarici oltraggi può e deve essere causa di meditazione e di ripensamenti per ogni italiano che abbia a cuore il destino della terra in cui la Provvidenza ha voluto avesse i natali».

Questo pomeriggio abbiamo chiesto al prof. Ettore Gotti Tedeschi – esimio studioso che ha messo le sue competenze a servizio diretto della Chiesa e del Papa, con il quale, per tanti anni, ha condiviso un importante rapporto non solo professionale – di analizzare le conseguenze di questo tragico evento, le conseguenze più evidenti, ma anche quelle più sottili, che solo un attento osservatore «dall’interno» spesso può cogliere: in questi centocinquant’anni la tempesta rivoluzionaria ha preso vieppiù forza e la nostra patria rischia oggi di essere travolta in un terribile gorgo. Scrisse Giovanni Cantoni: «Cresce quindi la disperazione, e con la disperazione il desiderio di una spiaggia su cui finalmente riposare e amorevolmente curare secolari ferite». (…) Abbiamo iniziato questo nostro pomeriggio con il canto dell’inno Christus vincit! e da questo vorrei concludere con una riflessione personale. Ascoltandolo e cantandolo, penso che a molti dei presenti sia tornata alla mente una delle scene più iconiche di un gran film e soprattutto di un capolavoro letterario. In esso si narra la vita del sottotenente Giovanni Drogo dal momento in cui, divenuto ufficiale, viene asse-

gnato alla Fortezza Bastiani, molto distante dalla città ed ultimo avamposto ai confini del Regno, oltre i quali vi è il deserto dei Tartari.

Trascorrono i mesi e poi gli anni, la vita della guarnigione nella fortezza si consuma nell’attesa della “grande occasione”, dello scontro, della battaglia. La delusione, la disillusione sconfortano il maggiore Drogo, fino al momento appena prima della morte: mentre lui morente viene allontanato dalla sua Fortezza, la battaglia sta per avere inizio senza di lui, ma negli ultimi istanti della sua vita coglie il senso della sua missione: estote parati! Si è preparato tutta la vita per il momento di gloria, ed è giunto il nemico più grande: non i Tartari e neppure la morte, ma la paura di morire, ed egli muore da vero soldato, perché ha sconfitto questo nemico.

Nell’ultimo anno e mezzo, questo insegnamento è venuto meno, lo spirito cristiano di stare pronti è stato dimenticato, la forza dell’attesa crociata, che animò i Cristiani a Poitiers, Gerusalemme, Vienna, Lepanto e sotto le Mura Leonine. Oggi pomeriggio abbiamo ricordato vite che si sono offerte per un ideale, per la difesa dell’ideale più grande, che non hanno avuto paura della morte, perché l’hanno attesa ed affrontata in grazia, consapevoli di aver fatto il proprio dovere davanti a Dio ed alla Chiesa… e poi, tornati alle loro case, servi inutili. Un grande insegnamento che la Chiesa ci offre da duemila anni e che dobbiamo tenere vivo. Viva Cristo Re e viva il Papa Re! 

I relatori al convegno

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Plinio Corrêa de Oliveira

Il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nella creazione della destra religiosa internazionale di Julio Loredo

N

Un professore americano analizza il ruolo centrale di Plinio Corrêa de Oliveira nella reazione tradizionalista nel Concilio Vaticano II e nella successiva creazione di una destra religiosa internazionale

ella mitologia rivoluzionaria il processo storico va costantemente “avanti”, cioè verso forme di pensare, di sentire e di vivere sempre più liberali, più ugualitarie, più tolleranti, più laiche, più inclusive, insomma più “moderne”. In altre parole, va sempre verso sinistra. Inesorabilmente.

Dal “malaise” al “Revival”

A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, questa sembrava una verità inoppugnabile. Mentre in campo culturale le tossine del Sessantotto scioglievano le fondamenta morali e psicologiche dell’Occidente, in campo socio-politico il comunismo avanzava imperterrito. Gli Stati Uniti, leader de facto del mondo non comunista, arretravano, specialmente dopo il disastro del Vietnam. Il popolo americano sprofondò psicologicamente in ciò che gli analisti chiamarono un “malaise”, interpretato come avvisaglia di una morte non molto lontana. Questo “malaise” si propagò, poi, per tutto il mondo occidentale.

In campo ecclesiastico, i fautori della cosiddetta ermeneutica della rottura e della discontinuità, che interpretano il Concilio Vaticano II come la nascita di una Nuova Chiesa, cantavano vittoria. Soffiava forte nella Chiesa la cosiddetta “euforia del dissenso”. La linea progressista trionfava ovunque. Il tradizionalismo era ridotto, quasi letteralmente, a quattro gatti. Nel 1979, però, tutto cominciò a cambiare.

A maggio, Margaret Thatcher vinse le elezioni in Gran Bretagna, avviando quindi una riscossa conservatrice che, in pochi anni, smantellò l’apparato socialista che aveva dominato il Paese per più di mezzo secolo. Poi, nel novembre 1980, vinse le elezioni americane Ronald Reagan, conducendo al potere il Conservative Movement. E, anche qui, il Paese fu investito da una svolta copernicana. “The Sixties are Over! – Gli anni Sessanta sono finiti!”, era uno degli slogan più ripetuti. Era l’inizio del Conservative Revival, la Rinascita Conservatrice, che si estese poi per il mondo, portando al governo in molti Paesi una nuova destra di chiara ispirazione religiosa. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 25


Plinio Corrêa de Oliveira “La TFP è il comitato direzionale del Coetus”

mons. Marcel Lefebvre

Il Conservative Revival, sia nei suoi aspetti temporali sia in quelli religiosi, è stato studiato con dovizia di particolari e profondità da molti intellettuali. Abbonda la letteratura accademica in merito. Eppure c’è un punto ancora non sufficientemente esplorato: il ruolo del Brasile e, in concreto, del professor Plinio Corrêa de Oliveira nella gestazione e nello sviluppo di questa reazione.

In campo ecclesiastico, il pontificato di Giovanni Paolo II, seppur con luci e ombre, segnò in ugual modo una svolta, della quale fu esempio il motu proprio Ecclesia Dei (1988), che aprì di nuovo le porte alla Messa tridentina. Il tradizionalismo cominciò a crescere ovunque, specialmente tra i giovani. Nacquero diversi istituti religiosi ed ecclesiastici di orientamento conservatore/tradizionalista. Gli eccessi della teologia progressista furono condannati. Questa svolta si rafforzò ulteriormente nel pontificato di Benedetto XVI, per esempio col motu proprio Summ o r u m Pontificum, arrivando a situazioni come quella francese, dove quasi la metà dei sacerdoti ordinati è di rito tradizionale.

Per iniziare a colmare questo vuoto, Benjamin A. Cowan ha recentemente pubblicato il libro Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious Right (University of North Carolina Press, 2021, 294 pp.). Laureato a Harvard, il professor Cowan è docente di storia all’Università della California a San Diego.

Il lavoro di ricerca è corposo. Non meno di 824 note a piè di pagina attestano la dovizia di riferimenti con cui l’autore ha voluto arricchire la sua opera. Buona parte delle fonti è inedita: l’archivio personale di mons. Geraldo di Proença Sigaud; rapporti dei Servizi d’intelligence brasiliani; i Paul Weyrich Papers della sezione manoscritti della Library of Congress; gli archivi diocesani di San Paolo e Diamantina; l’archivio del ministero degli Esteri brasiliano e via dicendo. Come in ogni lavoro di analisi storica, ci sarebbero da fare alcuni distinguo, specialmente da parte di persone, come il sottoscritto, che hanno partecipato ad alcuni dei fatti raccontati, oppure hanno avuto contatto intimo con chi vi ha preso parte. Ciò nonostante, si tratta di un’opera sostanziosa, destinata a condizionare la ricerca accademica sull’argomento. Giova ricordare che il professor Cowan è un liberal, e si colloca pertanto in una posizione ideologica opposta a quella delle realtà studiate. Lungi dall’essere un’apologia, la sua è una critica, a volte perfino caustica.

“La TFP comprese in anticipo l’orientamento del Concilio, e iniziò a organizzarsi prima che esso cominciasse”

Benjamin Cowan

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Il Concilio Vaticano II

Il primo capitolo del libro è dedicato al Concilio Vaticano II.

Nonostante l’ingente bibliografia ormai disponibile sul Concilio, Cowan sostiene che gli studiosi non hanno ancora dato il dovuto rilievo all’“azione decisiva di un gruppo coeso di brasiliani che ha lavorato durante e dopo il Concilio per arginare l’onda riformista. (…) La centralità dei brasiliani [nella reazione tradizionalista] è solitamente avvolta nell’ombra” [1]. Si sono trascurati, per esempio, gli interventi di monsignor José Maurício da Rocha, vescovo di Bragança Paulista, “monarchico, ferocemente antimodernista, anticomunista e antiliberale”. Più nota, ma ancora non ben studiata, è l’azione di monsignor Geraldo de Proença Sigaud, arcivescovo di Diamantina, e di monsignor Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos.

Questo “gruppo coeso di brasiliani” era formato da questi ultimi due Padri conciliari, animati e sostenuti dai membri della TFP, che per l’occasione avevano aperto ben due sedi nella Città Eterna. L’ispiratore e forza motrice del gruppo era, senza dubbio, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira.

Nonostante questo gruppo “abbia giocato un ruolo principale, e in certo senso pioneristico, nella politica del cattolicesimo tradizionalista, in ambito nazionale e transnazionale, durante e dopo il Concilio, Mayer, Sigaud e la sensazionale TFP sono spesso lasciati fuori dalla storiografia sulla genesi della reazione cattolica arciconservatrice nel mondo. (…) I ricercatori hanno largamente ignorato questo contributo brasiliano. (…) In questo primo capitolo vorrei tratteggiare questo attivismo dei brasiliani conservatori durante il Concilio Vaticano II come un elemento nella costruzione e lo sviluppo del tradizionalismo cattolico transnazionale. (…) I brasiliani furono, in alcun modo, la principale – e finora trascurata – forza dietro la resistenza conservatrice nel Vaticano II” [2]. Ovviamente, Cowan non afferma che questa sia stata l’unica componente della reazione tradizionalista durante il Concilio. Sostiene appena che finora non le si è data la dovuta attenzione.

L’azione antiprogressista di Plinio Corrêa de Oliveira, secondo Cowan, comincia negli anni Trenta con la costituzione del Gruppo del Legionario, e continua con la sua opposizione al neomodernismo in seno all’Azione Cattolica negli anni Quaranta, e con

A Roma durante il Concilio. Da sin.: Paulo Corrêa de Brito (TFP); Plinio Corrêa de Oliveira; mons. Geraldo de Proença Sigaud; mons. Romolo Carboni, Nunzio Apostolico in Italia; mons. Antonio de Castro Mayer; Luiz Nazareno Asumpção (TFP)

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Plinio Corrêa de Oliveira

la fondazione del movimento Catolicismo negli anni Cinquanta. Allo scoccare dei Sessanta, l’opera antimodernista di Plinio “si era riverberata in Brasile [e anche] avuto significative ripercussioni internazionali che aiutarono a plasmare e a sostentare la reazione cattolica globale alla modernizzazione e la secolarizzazione” [3]. Quando il dottor Plinio giunse a Roma nel 1962, dunque, egli aveva già le idee molto chiare e un piano di battaglia perfettamente tracciato, a differenza di tanti altri conservatori che “furono colti di sorpresa dalla svolta progressista del Concilio” [4]. Infatti, spiega Cowan, “la TFP comprese in anticipo l’orientamento del Concilio, e iniziò a organizzarsi prima che esso cominciasse” [5]. L’archivio privato di mons. Sigaud contiene il resoconto delle riunioni con Plinio Corrêa de Oliveira per preparare il piano di opposizione all’assalto progressista nel Concilio, prima di recarsi nella Città Eterna. Questo piano è contenuto nel votum presentato al Concilio da mons. Sigaud ma ispirato, e forse in parte scritto, da Plinio Corrêa de Oliveira: “La Chiesa deve organizzare, su scala mondiale, la lotta contro la Rivoluzione” [6]. La visione realisticamente preoccupata del dottor Plinio contrastava notevolmente col “giubilo” che non pochi conservatori nutrivano per l’indizione del Concilio, vedendovi un’opportunità di “rinnovamento conservatore”, mentre il leader brasiliano temeva che si trasformasse in una debacle [7].

brasiliani” [8]. Conclude Cowan: “L’attivismo della TFP assunse un’importanza centrale nella mobilitazione del blocco conservatore”.

Lo stesso mons. Marcel Lefebvre definiva la TFP il “comitato direzionale” del Coetus [9]. Opinione condivisa dallo storico francese Henri Fesquet. In conclusione, Cowan afferma: “Come abbiamo visto, Marcel Lefebvre e i suoi seguaci erano tra coloro che ritenevano i brasiliani gli attori principali, perfino degli eroi, in questo campo” [10].

Trascuriamo un lungo capitolo intitolato La bellezza delle gerarchie, in cui Cowan spiega le dottrine che animano la TFP. È interessante, comunque, rilevare come, secondo Cowan, la TFP deduce dalla sua visione cattolica non solo una visione antiprogressista in campo religioso ma anche una concezione tradizionalista della società temporale, intimamente collegata alla prima. Donde le sue battaglie “L’attivismo della TFP in campo politico, sociale, culturale, morale e religioso. È interesassunse un’imporsante rilevare anche l’insistenza di tanza centrale nella Cowan sulla “dimensione estetica” della Contro-Rivoluzione mobilitazione del voluta dalla TFP. blocco conservatore

durante il Concilio. Erano loro gli attori principali, perfino degli eroi, in questo campo”

Durante il Concilio, i tradizionalisti si riunirono nel Coetus Internationalis Patrum. Dall’archivio di mons. Sigaud emerge la centralità di costui nella formazione del Coetus, sempre incoraggiato da Plinio Corrêa de Oliveira. Sono suoi, per esempio, i manoscritti con “gli schemi per la struttura, riunioni, pubblicazioni, attività e finanziamento” del Coetus. In una lettera al ministro degli Esteri brasiliano, per chiedere sostegno economico, mons. Sigaud scrive: “Non trovo [a Roma] collaboratori disinteressati e affidabili. Gli attivisti brasiliani, al contrario, lavorano appena per un senso di dedizione alla nostra causa, con grande efficacia e discrezione.(…) Essi sono specialisti, ognuno in un aspetto del Concilio. (…) La spina dorsale del Coetus è sempre stata, e deve continuare a essere affidata a questi attivisti

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Conclude il professor Cowan: “Anche se il tradizionalismo cattolico è il campo in cui questi attivisti [della TFP] hanno avuto l’effetto più diretto e riconosciuto, il loro impatto si estende pure al più ampio campo del moderno conservatorismo religioso. È ciò che tratterò nei prossimi capitoli. (…) L’attivismo [della TFP] fece del Brasile un locus importante per lo sviluppo di questo particolare brand di conservatorismo religioso, che poi troverà eco dentro e fuori dal Brasile” [11].

Creazione della “Nuova Destra transnazionale”

Nel quarto capitolo, Cowan intende “tracciare il ruolo del Brasile come un nucleo principale nella rete che diede origine alla Nuova Destra transnazionale” [12]. Bisogna subito chiarire che la “Nuova Destra” alla quale egli si riferisce non ha niente a che fare con la Nouvelle Droite europea, di matrice neopagana. I fondamenti di questa Nuova Destra, secondo Cowan, erano l’anticomunismo, la difesa dei valori morali e della cultura occidentale. Proprio la


comune avversione al comunismo – allora il peggiore nemico della civiltà cristiana occidentale – portò molti gruppi e movimenti a cercare di accomunare gli sforzi. Cowan mostra che la TFP ebbe in questo un ruolo principale: “Il Brasile divenne un cardine per la gestazione e l’accreditamento [empowerment] di personaggi e di movimenti di destra, la cui importanza varcherà i confini nazionali” [13]. Con base a documenti perlopiù inediti, l’autore analizza specialmente i rapporti tra le TFP e la New Right americana. Per capirli bisogna fare un passo indietro nel tempo.

Sulla fine degli anni Quaranta, con la pubblicazione di Burke’s Politics [14], comincia a prendere corpo negli Stati Uniti ciò che più tardi si chiamerà il Conservative Movement [15]. Dopo un periodo di elaborazione dottrinale, e un prematuro, e quindi fallito, tentativo elettorale con Barry Goldwater nel 1964, sulla fine degli anni Sessanta questo movimento sbarcò a Washington, dove fondò think tanks come l’Heritage Foundation, e strutture per l’azione politica come la Free Congress Foundation. Ne era l’anima Paul Weyrich, un cattolico tradizionalista di origini austriache [16]. Nel 1980 questa New Right contribuì a portare alla presidenza Ronald Reagan, il primo presidente “conservatore”. Inizia quindi un pro-

fondo e vigoroso Conservative Revival, che incide non solo sulla politica ma anche sulla cultura [17].

Oltre all’azione politica e culturale, i cattolici della New Right (difatti la voce predominante) iniziarono una campagna di opposizione al progressismo dentro la Chiesa. A questo fine fondarono il Catholic Center, per “combattere il movimento progressista di sinistra nella Chiesa” [18]. È da questa fucina, per esempio, che uscì nel 1986 la prima denuncia delle lobby omosessuali [19]. Come pure uscirono diversi studi contro la cosiddetta Teologia della liberazione [20]. Non è un caso che oggi ci siano non meno di quindici Messe in rito romano antico nell’area metropolitana di Washington D.C. È l’onda lunga del Conservative Revival.

Attento agli sviluppi che avrebbero potuto indicare una reazione potenzialmente contro-rivoluzionaria, il professor Plinio Corrêa de Oliveira diede molta importanza all’ascesa di questa New Right, sia per la sua azione concreta, sia soprattutto per ciò che rappresentava come cambiamento nel panorama ideologico nord-americano. Al fine di stringere i rapporti con essa, la TFP americana incrementò la sua presenza nella capitale col TFP Washington Bureau, al quale Cowan dedica non poco spazio. Nel giugno 1981, Plinio Corrêa de Oliveira ricevette a San Paolo la visita di James Lucier, consi-

San Paolo del Brasile, alcuni leader della New Right visitano la TFP. Da sin.: Henry Walthers, Paul Weyrich, Plinio Corrêa de Oliveira, Morton Blackwell, William Kling

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 29


Plinio Corrêa de Oliveira “Le conversazioni che ho avuto con Plinio Corrêa de Oliveira sono state le più straordinarie di tutta la mia carriera politica”

Paul Weyrich

gliere della Commissione esteri del Senato americano, e Francis Bouchey, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Interamericano, entrambi esponente di spicco della New Right. Poi, nel 1988, egli ricevette la visita dei dirigenti della New Right, tra cui Paul Weyrich e Morton Blackwell. Nel discorso ai soci e cooperatori della TFP brasiliana, Weyrich confidò: “Le conversazioni che ho avuto col vostro leader [Plinio Corrêa de Oliveira] sono state le più straordinarie di tutta la mia carriera politica” [21].

A Cowan interessa, soprattutto, l’internazionalizzazione di questa Nuova Destra. Egli dedica quindi diverse pagine a raccontare la storia dell’International Policy Forum, un’alleanza di associazioni conservatrici concepita da Paul Weyrich e presieduta da Morton Blackwell. “La costruzione di una Nuova Destra transnazionale – spiega Cowan – fu fatta attraverso organizzazioni specificamente create a questo scopo. (…) L’International Policy Forum (IPF) fu una di queste organizzazioni, forse l’esempio paradigmatico. (…) L’IPF ha ricevuto relativamente poca attenzione accademica” [22]. La prima riunione si tenne a Washington nel 1985.

“Da più di due secoli gli intellettuali e gli attivisti della sinistra avevano costruito le loro reti internazionali [mentre] i conservatori erano totalmente ignari dei loro consimili in altri Paesi”, leggiamo in un documento dell’IPF [23]. Il riferimento a “più di due secoli” è interessante, e mostra come i membri dell’IPF non fossero esclusivamente anticomunisti, ma avessero una visione più ampia del processo rivoluzionario. 30 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021

L’idea di una “transnazionale conservatrice” non era nuova. Infatti, le Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà – TFP, ormai presenti in venti Paesi, formavano già una sorta di “Internazionale della Contro-Rivoluzione”. Fu proprio su suggerimento di Plinio Corrêa de Oliveira, e ispirato all’esempio delle TFP, che Paul Weyrich concepì l’IPF, invitando quindi il leader brasiliano a fare parte del Board of Governors: “Weyrich stabilì uno stretto e fruttifero rapporto con la Società brasiliana di difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà (TFP), o meglio, con la rete transnazionale di associazioni TFP” [24]. Infatti, in molti dei suoi viaggi internazionali, per prendere contatto con realtà conservatrici/tradizionaliste, il leader della New Right era accompagnato da membri delle TFP che “introducevano Weyrich nella rete degli amici locali”.

Tutti questi sforzi, spiega Cowan, “costruivano coalizioni internazionali in difesa del cristianesimo tradizionale” [25]. Cowan torna spesso sull’idea della “centralità della TFP”: “La TFP proliferò geograficamente, stabilendo branche in tutto il mondo atlantico. Più importante ancora, la TFP manteneva rapporti con la maggior parte dei movimenti della Nuova Destra ed estremisti [sic], collocandosi nel centro degli sforzi per creare vincoli internazionali di collaborazione” [26].

In questo modo, prese corpo ciò che Cowan chiama una “Nuova Destra transnazionale”. Afferma il docente californiano: “Questi rappresentanti della destra brasiliana furono i pionieri nel creare reti di collaborazione con simili realtà del Nord, una collaborazione che mise le basi per la costituzione di una Nuova Destra transnazionale” [27]. L’autore passa quindi ad enumerare le idee-base di questa Nuova Destra: “Nostalgia per il passato, meglio se medievale; visione soprannaturale; anticomunismo; antimodernismo; moralismo; antiecumenismo; difesa delle gerarchie; difesa della proprietà privata e della libera iniziativa” [28]. Secondo l’autore, “la TFP era l’attore principale nello sviluppo di questa crociata neoconservatrice nel continente e nel mondo”.


È importante notare che lo stesso Cowan ammette che, nel corso di queste trattative, la TFP mantenne sempre la sua identità di “cattolici militanti”, senza mai cedere a compromessi e senza mai nascondere che il suo scopo era la Contro-Rivoluzione, cioè la restaurazione della Civiltà cristiana nella sua integrità.

Oltre a questi sforzi per mettere in comunicazione la galassia New Right, Cowan descrive seppur brevemente gli sforzi per entrare in contatto con realtà tradizionaliste europee, come Alleanza Cattolica in Italia e Lecture et Tradition in Francia.

Cowan conclude auspicando che il ruolo della TFP e del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nella formazione della reazione antiprogressista nel mondo possa essere meglio studiato dagli specialisti. 

[1] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious Right, University of North Carolina Press, 2021, pp. 16-17. [2] Ibid., pp. 17-19. [3] Ibid., p. 18. [4] Ibid., p. 25. [5] Ibid., p. 25 [6] Ibid., p. 230. [7] Ibid., p. 234. [8] Ibid., p. 23. [9] Ibid., p. 24. [10] Ibid., p. 59. [11] Ibid., p. 59. [12] Ibid., p. 137. [13] Ibid., p. 137. [14] Hoffman, Ross J. S., and Paul Levak (Eds.). Burke’s Politics: Selected Writings and Speeches of Edmund Burke on Reform, Revolution, and War. Pp. xxxvii, 536. New York: Alfred A. Knopf, 1949. [15] La letteratura sul Conservative Movement è vastissima. Un riassunto si trova in Modern Age, vol. 26, n° 3-4, 1982. [16] Cfr. Patriottismo, combattività e appetenza del soprannaturale. Intervista a Paul Weyrich, Tradizione Famiglia Proprietà, marzo 2002. https://www.atfp.it/rivista-tfp/2002/103-marzo2002/733-intervista-a-paul-weyrich [17] In realtà, la New Right si collocava assai più a destra di Reagan, a cui rinfacciava di fare troppo poco. [18] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 146. [19] Enrique T. Rueda, The Homosexual Network. Private Lives and Public Policy, Devin Adair, 1986. [20] Enrique T. Rueda, The Marxist Character of Liberation Theology, The Catholic Center, 1986. [21] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 151. [22] Ibid., p. 144. [23] Ibid., p. 146. [24] Ibid., p. 151. [25] Ibid., p. 152. [26] Ibid., p. 153. [27] Ibid., p. 60. [28] Ibid., pp. 154-155. (Pubblicato un Duc in Altum – Blog di Aldo Maria Valli, 30 settembre 2021)

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 31


Natale: appello al mondo perché si converta

A

ncora una volta l’umanità vivrà la dolce esperienza del Natale. Ancora una volta, in questo deserto arido e monotono, in questa terra desolata in cui viviamo, splenderà il puro e fresco fiore del Natale. L’umanità vi passerà di fianco, ne odorerà il soave profumo, si fermerà un attimo all’idea di un lontano ricordo che non prenderà mai forma; e, ancora una volta, passerà avanti, con gli occhi pieni del miraggio illusorio che fluttua sul deserto ardente e implacabile. Tuttavia, in questo breve momento, il figliol prodigo sentirà ancora una volta la nostalgia della casa paterna zampillare nella sua anima. Infelice, però, non saprà riconoscere il volto di chi lo chiama. Sentirà solo un inaspettato rinfresco nel

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di Plinio Corrêa de Oliveira

suo cuore stanco, una strana dolcezza nel suo petto esausto.

Cosa arà mai questo? Il figliol prodigo, già sospettoso di questa dolce voce che lo circonda, si mette in guardia contro l’appello paterno che lo seduce. Nessuna illusione! È già stato così raggirato, si è già tanto ingannato! No, egli ha già troppa esperienza per credere a questi miraggi... Qual è dunque questa sorgente che vuole sbocciare nel suo cuore? Può l’acqua sgorgare dalla roccia? No! Le sue labbra non gusteranno quest’acqua, né le sue orecchie sentiranno questa musica interiore che è cominciata a risuonare nel suo spirito. Nessun miraggio! La realtà, solo la realtà! E la realtà è lì: sono i maiali e le ghiande che disputa con essi.

Eppure l’acqua viva scorre, la soave musica vibra... Sì, sembra che, in un tempo lontano, ci


fosse una pace così piena, un sapore così leggero, una vita così bella, un calore così tenero, una sicurezza così tranquilla, una chiarezza così serena, c’era un blu così profondo, un’acqua così limpida, una brezza così leggera, e c’erano parole amichevoli, c’era amore, c’era gioia, c’era una casa paterna...

No! Risponde, non c’era niente! Il figliol prodigo, coperto di stracci e di fango, vince ancora una volta. Invano la figura paterna cerca di presentarsi davanti ai suoi occhi; egli l’ha già cacciata via con rabbia. No, quel luminoso mistero non sol-

leverà mai con il suo splendore la miseria del figliol prodigo. Questa miseria è il suo segno distintivo, è il suo trionfo, è la sua gloria. Egli la difenderà con rabbia, contro tutto e contro tutti.

E il figliol prodigo se ne va così avanti, con i piedi ammaccati, il cuore contuso, assetato e affamato, gli occhi ardenti, barcollante sotto il sole cocente, sempre oltre, sempre oltre, fino al giorno in cui finalmente dirà: «Benedetto colui che viene in nome del Signore!». Sarà il giorno della sua conversione!  (“Natal”, Legionário, 24 dicembre 1944, N° 646)

Plinio Corrêa de Oliveira venera il Bambino Gesù, Natale del 1988

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 33


Natale napoletano e Natale tedesco: due modi di contemplare il mistero della nascita di Cristo

I

mmaginate un tipico presepe napoletano. Le figure assumono atteggiamenti molto enfatici. Sdraiato sulla mangiatoia, Gesù Bambino tende le braccia alla Madonna in modo deciso; la Madonna vi si china in un atteggiamento di profonda tenerezza, ma è una tenerezza spumeggiante, che tende a manifestarsi in gesti. Gli artisti napoletani riescono a dare alle figure una tale vivacità che manca loro solo la parola. Infatti, per la mentalità napoletana, l’apice della realizzazione di questa scena sarebbero figure parlanti, anzi canterine. Anche san Giuseppe, lì vicino, si inserisce naturalmente nel dialogo tra la Madonna e il Bambino Gesù, in un ruolo più modesto essendo solo il padre putativo del Bambino. Comunque, anche lui ha un atteggiamento quasi parlante, e parimenti piangente o sorridente, a seconda dell’interpretazione. In ogni caso, egli esprime tutta la sua personalità.

di Plinio Corrêa de Oliveira

È esattamente l’opposto della concezione tedesca del Natale. Per i tedeschi, il Natale dev’essere molto sacrale, deve produrre nelle anime una profonda impressione che, a differenza del meridione italiano, può non manifestarsi esternamente. Per la mentalità tedesca, proprio perché l’impressione deve essere sacrale e profonda, non può espandersi troppo, bensì esprimersi piuttosto nel silenzio, nel raccoglimento e nella calma.

Mentre per gli uni la parola e il gesto sono il culmine dell’espressione, per gli altri, al contrario, il culmine dell’espressione è una forma di silenzio e di serenità, che rivela profondità insospettate dell’anima umana. Proprio con il silenzio si indica l’impotenza dell’anima ad esprimere tutto ciò che pensa. Il silenzio indica una posizione d’anima meno esclamativa che meditativa, direi quasi filo-

Vedete che l’idea soggiacente al presepe napoletano è che l’emozione religiosa deve essere espressa con grande vivacità, e che questa vivacità, come si addice a ogni vivacità, deve a sua volta esprimersi in pensieri, in parole, e che questi pensieri devono essere vivi e la parola deve essere enfatica, deve essere calda.

L’idea soggiacente al presepe napoletano è che l’emozione religiosa deve essere espressa con grande vivacità

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Stille Nacht

Heilige Nacht

Per i tedeschi, il culmine dell’espressione è una forma di silenzio e di serenità, che rivela profondità insospettate dell’anima umana

sofica o teologica. Attenzione, però, questa calma non è fredda, scientifica, anzi, è una calma profondamente tenera. È una tenerezza che indica un affetto così grande che preferisce tacere piuttosto che parlare.

Mentre gli uni hanno l’eloquenza della parola e del gesto; gli altri hanno l’eloquenza del silenzio e del raccoglimento. Sono due posizioni diverse ma armoniche e complementari fra loro. Per un tedesco, le grandi cose iniziano con serenità, e vanno man mano crescendo fino a esplodere nel fracasso wagneriano. Il temperamento latino è diverso, almeno quello meridionale. Il latino parte subito in grande stile.

Quale delle due posizioni è quella giusta? Ovviamente i latini penderanno verso l’una e i nordici verso l’altra. Come ho detto, sono due posizioni diverse ma armoniche e complementari fra loro. Non è un problema di scegliere una piuttosto che l’altra. Qui si tratta di contemplare bellezze differenti ma convergenti in una sintesi che è Dio.

Vedete, per esempio, la differenza fra il Tu scendi dalle stelle e lo Stille Nacht. Mentre il primo esalta i sentimenti dei vari attori sulla scena, il secondo pone invece l’enfasi sulla calma e il silenzio: Stille Nacht! Heilige Nacht! Alles schläft, einsam wacht. Nur das traute hochheilige Paar. Holder Knabe im lockigen Haar, Schlafe in himmlischer Ruh! — Notte silenziosa! Notte Santa!

Tutto sta dormendo; solo la Santa Coppia è sveglia. E il Bambino con i capelli ricci dorme nella pace celeste!

Anche la melodia dà l’impressione di calma. Lo Stille Nacht non si canta forte, ha paura di fare rumore, e vuole esprimersi piuttosto nei toni soavi e nel silenzio, quasi avesse paura di svegliare il Bambino.

Sto parlando a un auditorio di brasiliani, cioè di arci-meridionali. Finisco sollevando una domanda: la spumeggiante vivacità dei brasiliani ha qualcosa da guadagnare da questo spirito tedesco? Secondo me, molto! Le persone molto intuitive sono troppo estroverse, e quindi si agitano facilmente. Questa calma invita invece al raccoglimento, all’interiorizzazione, a percepire la voce della grazia nell’anima, a non prestare sempre attenzione nell’altro, ma in Dio.

Lo Stille Nacht è una magistrale lezione di vita interiore. E un’ottima interpretazione delle grazie del Natale. Perché il Natale deve agire così sulle anime, quando queste non sono condannate. Agli schiamazzi carnevaleschi della liturgia progressista, alla pseudo felicità del neon e delle giungle di cemento armato, noi dobbiamo contrapporre l’ambiente paradisiaco dello Stille Nacht.  (Brani di una riunione per soci e cooperatori della TFP brasiliana, 21 dicembre 1973. Tratto dalla registrazione magnetofonica, senza revisione dell’autore).

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Tradizione e vocazione cattolica delle Filippine di Marc Vargas

Le Filippine, così chiamate in onore di Filippo II di Spagna, costituiscono l’avanguardia del cattolicesimo in Estremo Oriente. Paese massicciamente cattolico, vive di tradizioni locali, spagnole e anglosassoni.

Nella foto, i tipici Parol (lanterne) natalizi, fatti di bambù e carta di riso

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O

rnamenti, luci e musica caratterizzano le celebrazioni del Santo Natale nelle Filippine. Già da settembre si possono vedere gruppi di bambini e adulti che vanno per strada di casa in casa cantando musiche natalizie filippine, spagnole e anglosassone. La tradizione vuole che le persone ricompensino poi i cantanti con qualche regalo: soldi, cibo, giocattoli, dolci. Alla fine, quest’ultimi offrono consigli salutari del tipo “Obbedisci e onora i tuoi genitori”; “Vivi lo spirito del Natale tutti i 365 giorni dell’anno!”, e via discorrendo. Le luci natalizie che splendono nelle case non sono meramente decorative. Esse servono anche per illuminare le strade nelle notti oscure e a volte fredde delle Filippine. Le luci guidano i fedeli verso la Simbang Gabi (Messa notturna, in tagalog), chiamata anche Misa de Aguinaldo, in spagnolo.

Si parla di “Messa”, al singolare. In realtà è una sequenza di nove Messe celebrate in nove giorni consecutivi, sempre all’alba. I fedeli si svegliano nel cuore della notte e procedono verso la chiesa per offrire sacrifici e preghiere a Nostro Signore. La Messa prima dell’alba è una tradizione tipicamente spagnola. Si intende onorare l’attesa del Messia della Beata Vergine Maria. Alla fine di ogni Messa si offre cibo ai bisognosi. Da qui la parola aguinaldo, che significa dono o regalo. Tutto ciò culmina nella festa del 25 dicembre: una lunga processione che inonda le strade di colori sgargianti, e ricorda ai presenti la venuta del Salvatore sulla terra.

Una tradizione tutta filippina

Forse la tradizione natalizia più tipica delle Filippine è il Parol, che è il modo in cui i filippini pronunciano la parola spagnola Farol, cioè lanterna. Ha una ricca storia che abbraccia secoli di sviluppo e perfezione.

Prima che ci fosse l’albero di Natale, importato dalle tradizioni nordiche, nelle Filippine c’era il Parol ad annunciare l’arrivo della Natività di Nostro Signore. Si tratta di una luce messa all’ingresso delle case, che annuncia a tutte le genti di ogni ceto sociale che Cristo sta per nascere. Le sue radici derivano dalla tradizione messicana della piñata, e arrivò nelle Filippine quando gli spagnoli vi portarono la fede cattolica, nel XVI secolo. TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 37


Il Parol ha un duplice scopo. Uno pratico: serve a fare luce in modo che i fedeli possano raggiungere la Simbang Gabi. Ancora più importante, esso è un’offerta devozionale al Bambino Gesù, Luce del mondo. Solitamente viene esposto alla fine della novena preparatoria al Natale.

Nel tempo, i Parol hanno subito un’evoluzione. Le prime lanterne erano piuttosto umili, realizzate con bastoncini di bambù e “papel de Japón”, cioè carta di riso giapponese. Erano illuminate con semplici candele o lampade a olio di cocco. Poi, con l’incentivo dei sacerdoti spagnoli, i Parol iniziarono a raffinarsi. Le conchiglie trasparenti sostituirono lentamente la carta di riso. Questo portò molti vantaggi. Ad esempio, le conchiglie potevano essere dipinte con una varietà di colori. La stessa forma poteva essere adattata per assomigliare alla Stella d’Oriente. Le famiglie facevano a gara nella realizzazione del Parol più bello e più grande. Tutto per onorare il Bambino Divino.

Il Parol è diventato così anche un’espressione dell’artigianato filippino, con diversi stili a seconda della località. Sono famosi, per esempio, quelli di Pampanga, dove ogni anno si tiene il Festival di Lubenas. Il festival è nato spontaneamente. Originalmente era per ostentare i vari Parol che arrivavano in chiesa portati processionalmente dai diversi barrio (quartieri) la Vigilia del Natale. Ogni proces-

sione era guidata dal Patrón del Barrio (capo quartiere). Nacquero così anche i Parol dei barrio. Ogni barrio aveva il suo, quasi fosse uno stemma. Erano, ovviamente, molto grandi ed elaborati.

Una tradizione vivente

Una tradizione cristiana ha un valore incomparabile. Non solo affonda le radici nel passato ma, soprattutto, ci aiuta a navigare nel presente e ci indica il futuro. Come scrive Plinio Corrêa de Oliveira, il vero progresso non è la negazione del passato ma piuttosto la sua armoniosa continuazione.

Il Parol non è un artefatto arcaico, irrilevante, cavato dai fondali del passato e ricordato per semplice nostalgia o folclore. Al contrario, è un costume vivo che sprona i filippini a preservare efficacemente lo spirito del primo Natale. È un dono perfetto al Signore dei signori e un riflesso innocente e tenero della Sapienza del Verbo Incarnato in mezzo alla corrosiva decadenza morale del mondo moderno. Come ogni tradizione autentica, il Parol collega ogni nuova generazione all’eredità cattolica delle Filippine.

La vocazione delle Filippine

La festa del Santo Natale non è solo una bella celebrazione, ma riflette il ruolo molto importante

La Misa de Aguinaldo, celebrata all’alba

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“Le Filippine sono l’Araldo del Vangelo tra due oceani” che le Filippine hanno come nazione cristiana. Le Filippine sono come la Stella d’Oriente che guidò i Magi al Re dei re. Il paese brilla come guida per portare la Buona Novella ai popoli pagani dell’Estremo Oriente. Ecco perché, nel radiomessaggio al Congresso Mariano filippino del 1954, papa Pio XII elogiò la nostra isola come “l’araldo del Vangelo tra due oceani”.

Questa lode non è senza merito, anche ai nostri giorni. I filippini continuano a opporsi all’aborto, alle unioni omosessuali e all’eutanasia, e difendono i diritti della Chiesa cattolica nella società civile. In particolare, le Filippine rimangono fino ad oggi l’unico paese in cui il divorzio non è stato ancora legalizzato. Con 400 anni di tradizione cattolica romana alle spalle, le Filippine sono la terza nazione cattolica più grande al mondo e la più grande nazione cattolica in Asia, fungendo quindi da paladino di luce per questa regione del pianeta.

Tuttavia, non dobbiamo abbassare la guardia.

Come i profeti dell’Antichità, anche la Stella d’Oriente è oggi trascurata. Gli uomini empi rifiutano senza scrupoli questo segno divino come se non fosse mai esistito. Sono i “dotti” dei nostri tempi, il cui obiettivo è screditare l’esistenza di Dio. Non che alla luce della Stella d’Oriente manchi fulgore. Piuttosto, gli occhi ostinati degli uomini si rifiutano di riconoscerne l’importanza. Tale era la condizione dell’umanità al tempo di Nostro Signore, e così è anche l’uomo contemporaneo.

Mi rivolgo ora ai miei concittadini. Siamo consapevoli dell’influenza che abbiamo e dei doveri a essa connessi? Siamo fedeli alla nostra vocazione di guidare i gentili alla Luce? Se è difficile guidare verso la Luce chi non ha mai conosciuto Cristo, quanto più difficile è guidare chi lo ha rifiutato, esplicitamente o implicitamente, o chi vive come se Lui non esistesse. Non dobbiamo certo disperare, né nascondere la nostra luce sotto il moggio (Mt 5, 15) per vergogna. Allo stesso tempo, dobbiamo correggere la nostra condotta se vogliamo condurre gli altri al porto giusto. Come il resto del mondo, anche noi siamo circondati da tutte le parti da furiose tempe-

Pio XII

ste e da incertezze. Queste intralciano il nostro cammino verso Nostro Signore Gesù Cristo. In mezzo a queste tempeste, c’è il serio pericolo di perdere di vista la Luce.

È in circostanze così difficili che dobbiamo rivolgerci alla Stella del Mare: la Beata Vergine Maria. “Come lo splendore del sole supera quello di tutte le stelle unite, così la Madre di Dio eclissa tutte le stelle del cielo, cioè tutti i beati e gli angeli uniti”, scrisse san Basilio Selecuia. Dobbiamo pregare nostra Madre di intercedere per noi. Dobbiamo avere fiducia nella sua sollecitudine materna. Soprattutto, dobbiamo onorarla imitando la sua vita e le sue virtù. In questo modo, rimuoveremo la benda accecante dai nostri occhi e saremo in grado di vedere e comunicare la Luce salutare a coloro che ci circondano. Allora, guidati dalla Stella del Mare, continueremo a risplendere come la Stella d’Oriente. Come diceva Pio XII, la nostra luce risplenderà tra i due oceani, portando gli uomini all’ovile dell’insondabile mistero della Maestà del Divino Bambino. Possa la gloria del suo trionfo sui nemici della Santa Madre Chiesa affrettare l’arrivo del suo regno sulla terra. 

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Cina: il Natale germina sotto le macerie del comunismo di Luis Dufaur

L

a Cina lotta con un dramma che può portarla all’implosione. Per imporre il marxismo al mondo intero ha dovuto rivolgersi ai macrocapitalisti del mondo libero, che l’hanno aiutata a sviluppare una grande industria. Sfruttando i suoi cittadini come schiavi e avendo la complicità economica, politica e religiosa dell’Occidente, il regime di Pechino ha invaso i mercati mondiali e sta distruggendo le economie dei paesi che intende poi schiavizzare.

Tuttavia, la modernizzazione introdotta in ampi settori della Cina ha favorito un allentamento del regime pauperista e della repressione omicida dei tempi di Mao Tse-Tung.

Molto attivo, creativo, poetico e religioso, sfidando la persecuzione della polizia, il popolo cinese approfitta delle ristrette e pericolose lacune apertesi nel sistema per crearsi spazi che le permettano di fuggire dalla dittatura governativa che rende la sua vita un inferno.

Un esempio è la celebrazione del Santo Natale. Ogni anno, affrontando i divieti, le strade della Cina si ritrovano coperte con striscioni di “Buon Natale!” e con addobbi natalizi. Le autorità sono costrette a chiudere l’occhio. Va notato che il cristianesimo, seppur in forte crescita, è decisamente 40 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021

minoritario nel Paese. È l’anima cinese che, sotto le rovine del comunismo, cerca di esprimersi.

“È una sfida seria”, ammette l’Accademia cinese delle scienze sociali, “Il crescente interesse per il Natale è un nuovo progresso nella cristianizzazione”. Ovviamente, si tratta di un pericolo per l’ateismo di Stato. L’Accademia, che funge da custode dell’“ortodossia” marxista, è preoccupata soprattutto per le celebrazioni nelle scuole: “La cosa peggiore è che negli asili nido e nelle scuole primarie e secondarie, gli insegnanti condividono con i bambini la ‘Festa del Santo Natale’, costruiscono ‘alberi della nascita di Gesù’, distribuiscono ‘doni per la nascita di Gesù’, fanno ‘cartoline della nascita di Gesù’ e così, impercettibilmente, seminano nelle anime dei bambini una cultura importata e una religione straniera”.

Nonostante la crescente repressione, ogni anno i colori e le musiche del Natale portano un po’ di sollievo e di gioia nel grigiore della vita cinese. Un portavoce del Governo ha parlato addirittura di “febbre natalizia”. Secondo l’Accademia cinese delle scienze sociali, il Natale è una sfida al Governo perché “porta l’egemonia culturale occidentale”. In particolare, la diffusione delle celebrazioni del Santo Natale potrebbe portare alla


“perdita del primato dell’anima culturale cinese” e al crollo della “soggettività culturale cinese”, cioè alla crisi del comunismo e del paganesimo.

Gli analisti del Partito comunista cinese sono preoccupati: “La totale perdita di riferimento etico, la morale decadente, la mancanza di sincerità e un livello di cultura insufficiente portano i cinesi a cercare un rifugio sicuro per il loro corpo e la loro anima; il turbamento mentale causato dal ‘disincanto’ della modernità, insieme alla totale assenza di valori, incoraggia le persone a riscoprire il senso della vita religiosa”.

È chiaro che la parte più recondita dell’anima cinese è divisa tra l’utopia egualitaria social-comunista e il dolce ideale del cristianesimo. Il governo cinese e le sue istituzioni reagiscono con violenza e arbitrarietà per soffocare il secondo. Ma non possono. Al contrario, perdono solo simpatia e sostegno nell’anima popolare. Il glorioso simbolo della Croce riempie gli orizzonti visivi di questo immenso Paese, nonostante le sacrileghe distruzioni poliziesche. 

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Natale a Goa di Augustus Monteiro

I

l Natale, festa cristiana che ricorda la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, è celebrato in tutta l’India, ma soprattutto a Goa, Stato d’ascendenza portoghese. Le tradizioni sono ormai quelle occidentali: alberi di Natale, calze appese davanti al camino, piatti tipici e così via. A ciò ogni regione aggiunge poi qualcosa di proprio. Il Natale è arrivato in India con il cristianesimo, e si è sviluppato specialmente dopo l’arrivo dei portoghesi nel secolo XVI, e degli inglesi in quello successivo.

Il cristianesimo a Goa è frutto dell’apostolato di san Francesco Saverio, seguito dai missionari portoghesi, che lasciarono un’impronta indelebile. I portoghesi dominarono Goa per ben 450 ani, fino al 1961. Tutto qui porta il loro marchio. Dalle chiese, al cibo, alle case con balcão (balcone), Goa mostra una spiccata influenza portoghese. Circa un terzo della popolazione si dichiara cattolico.

In India il Natale ha un grande significato culturale perché è celebrato in modo peculiare in ogni Stato, e ciò incide non soltanto sulla cultura dei cristiani, ma anche sulle popolazioni non cristiane. L’India è un Paese multireligioso, dove ogni mese c’è qualche festa nazionale corrispondente a una credenza. I cristiani hanno il Natale, il Venerdì Santo e la Pasqua. Il Natale è una importante festa della comunità cristiana, ed è stato dichiarato giorno festivo dal Governo. 42 - TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021

A Goa, i preparativi natalizi iniziano già a novembre, quando le persone cominciano a selezionare e acquistare i regali. Un po’ ovunque sorgono mercatini. I negozi allestiscono le vetrine con temi appropriati. La radio comincia a trasmettere musiche natalizie. Le cartoline di Natale, con le quali le persone inviano auguri, sono parte inseparabile della festa. La settimana prima, le persone puliscono a fondo la propria casa e iniziano a decorarla con addobbi comprati nei negozi o fatti a mano. Un must sono le luci appese fuori, a proclamare ai passanti che lì abita una famiglia cristiana. Alcune case sono meravigliosamente decorate con fiori e candele. Una delle principali attrazioni è l’albero di Natale, riccamente ornato con nastri e lanterne, orpelli, festoni, stelle, palline e altre decorazioni. Le chiese – a Goa ce ne sono quattrocento! – sono decorate e illuminate. Quasi tutte hanno un bellissimo presepio davanti. La vigilia del 24 dicembre si celebra la Messa della mezzanotte, col rintocco festivo delle campane e l’accensione delle candele. Si cantano inni portoghesi, anglosassoni e l’immancabile Silent Night. Il giorno venticinque è costellato da celebrazioni religiose e di preghiere. Dopo le cerimonie vengono organizzati programmi culturali, per esempio concerti di voci bianche, o visite dei bambini alle case del quartiere per diffondere il messaggio del Natale e portare l’allegria natalizia.


Il venticinque è anche un giorno per uscire, per incontrare e salutare tutti i parenti e amici. Le persone si scambiano auguri e tanto amore. Gli anziani danno benedizioni e doni ai giovani della famiglia. Insieme ai saluti, le persone si scambiano regali per mostrare il loro amore.

Poi c’è il capitolo culinario… Le prelibatezze di Goa sono assolutamente da provare. I piatti di Natale includono sorpotel di maiale, tacchino arrosto e un assortimento di frutti di mare alla griglia. E non dimentichiamo la tradizionale torta di frutta a base di vino e frutta secca, tenuta in ammollo per quasi un mese, senza la quale il Natale a Goa è davvero incompleto. Poi ci sono i dolci come il dodol (budino di gelatina a base di sagù e latte di cocco), il neureos (frutta secca ripiena), il kulkul (riccioli dorati glassati con zucchero), la perada (formaggio di guava), e il baath (torta a base di latte di cocco e semola). Ma forse il dolce più popolare è la bebinca (torta a strati, con latte di cocco, burro, uova e farina). I dolci sono rigorosamente fatti in casa.

Una delle tradizioni natalizie più importanti di Goa sono i presepi, ai quali si dedica ingenti sforzi. Il presepe non solo ha un significato religioso, ma presenta anche ai bambini in modo bello l’evento centrale che si commemora in questa

grande festa. Assume così il carattere di santuario religioso nelle case durante il periodo natalizio. Persone provenienti da tutto lo Stato si riuniscono in questo frangente dell’anno per realizzare i presepi nelle chiese. Ci sono anche concorsi che mettono in mostra la creatività della gente. Inoltre, molte zone rurali hanno i presepi viventi che fanno il giro dei villaggi accompagnati da cori che intonano canti natalizi. È degno di nota che la celebrazione del Natale porta immensa gioia a tutti i goani, e non solo ai cristiani. Ed è così in tutta l’India. Il che dimostra che la comunità cristiana è una parte essenziale del Paese, e svolge un ruolo importante nel plasmarne il futuro. A Goa le celebrazioni natalizie terminano ufficialmente con la festa dei Tre Re Magi il 6 gennaio. Da allora, i fedeli iniziano ad attendere con devozione, amore, aspettativa e speranza il prossimo periodo natalizio. 

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Il mondo della TFP

17.000 Rosari pubblici

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n occasione del 13 ottobre, ricorrenza dell’ultima apparizione della Madonna a Fatima, le TFP e associazioni consorelle hanno organizzato una serie di Rosari pubblici nelle piazze di diverse città. Solo negli Stati Uniti, la TFP americana ne ha realizzati 17.000, compreso uno sulla 5th Avenue a New York (foto sopra).

Oltre al loro intrinseco valore come preghiera, questi Rosari intendono essere una testimonianza pubblica di Fede di fronte a un mondo sempre più secolarizzato. Intendono, inoltre, ricordare che la religione non è affatto una questione privata, bensì deve avere un’incidenza sulla vita pubblica delle nazioni.

I Rosari pubblici promossi dalle TFP riescono a mobilitare i cattolici desiderosi di adempiere quanto detto dalla Madonna a Fatima: Pregate il Rosario ogni giorno! Preghiera per la conversione del mondo e per la restaurazione della Civiltà cristiana.

Foto, in senso antiorario: Sudafrica; New York; Dublino; Guayaquil, Ecuador; Locarno, Svizzera; Varsavia. 

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L’Assemblea Legislativa di San Paolo onora Plinio Corrêa de Oliveira

I

n occasione dell’anniversario del trapasso del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, lo scorso 3 ottobre, l’Assemblea Legislativa dello Stato di San Paolo ha realizzato una sessione solenne in onore dell’illustre figlio di questa città. La sessione, tenutasi nel Plenario dell’Assemblea, è stata presieduta dal deputato Gil Diniz. Sono intervenuti S.A.I.R. Dom Bertrand d’Orleans e Bragança, Principe Imperiale del Brasile; il dott. Adolpho Lindenbergh, presidente d’onore dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira; S.A.S. Duca Paul von Oldenburg, direttore della TFP tedesca; avv. Caio Xavier da Silveira, presidente della TFP francese; avv. Miguel Vidigal, direttore dell’Unione dei Giuristi Cattolici di San Paolo; e Mr. John Horvat, vicepresidente della TFP americana.

“È un dovere per questa Assemblea riconoscere il valore benemerito di quest’uomo, vero eroe nazionale cattolico – ha esordito il deputato Diniz – Io stesso ho un debito nei suoi confronti. Egli, infatti, mi ha fatto amare la Madonna, la Santa Chiesa e il Santo Rosario”.

Dopo la sessione solenne, il deputato Diniz ha offerto un cocktail ai partecipanti, nella stessa Assemblea Legislativa. Di pomeriggio, i soci e volontari dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira, insieme a fratelli d’ideale di altre TFP, si sono recati al cimitero della Consolazione per rendere un omaggio al leader cattolico (foto sotto). 

TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ / DICEMBRE 2021 - 45


Il mondo delle TFP

La TFP tedesca alla Frankfurter Buchmesse

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ome è ormai tradizione, la TFP tedesca ha partecipato alla Frankfurter Buchmesse, la più grande fiera del libro al mondo. In particolare, ha esposto le sue opere relative a due campagne: Kinder in Gefahr (Bambini in pericolo) e Aktion SOS Leben (Azione SOS vita). L’interesse del pubblico è stato molto grande, specialmente nel vedere un espositore apertamente cattolico. 

La TFP peruviana alle Ferias del Libro di Miraflores e San Miguel

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on quasi un centinaio di titoli pubblicati, Tradición y Acción por un Perú Mayor (la TFP peruviana) è un’importante casa editrice. Come tale, partecipa alle principali Ferias del Libro in quel Paese andino, esibendo in modo speciale le sue opere relative alla campagna El Perú necesita de Fátima (Il Perù ha bisogno di Fatima). Nelle foto: a sin., la Feria de Miraflores; sopra, la Feria de San Miguel. 

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Un’idea diversa per il Natale! Questo Natale faccia un regalo originale, offra un’opera del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, il cui pensiero è stato qualificato dalla Sacra Congregazione per i Seminari e le Università “un’eco fedelissima del Supremo Magistero della Chiesa”.

Innocenza primordiale e contemplazione sacrale dell’universo (Cantagalli, 2013, 366 pp, € 15)

Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (Sugarco, 2008, 494 pp, € 15)

Il capolavoro di Plinio Corrêa de Oliveira sulla genesi della crisi attuale, edizione del cinquantenario arricchita da testi integrativi. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (Luci sull’Est, 1998, 196 pp, € 10)

Edizione del 1998, con Prefazione sulla vita dell’autore. Nobiltà ed élite tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana (Marzoratti, 1993, 260 pp, € 15)

La nobiltà e le élite hanno ancora un ruolo nella società odierna? Un uomo, un ideale, un’epopea. Vita e opera di Plinio Corrêa de Oliveira DVD, 35 min. Contiene anche biografia e cronologia. € 5.

chritudinis.

La conoscenza di Dio attraverso la contemplazione dell’universo, la via pulL’angelica milizia (Cantagalli, 2021, 378 pp, € 20)

L’angelologia di Plinio Corrêa de Oliveira. Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo (Il Giglio, 2004, 130 pp, € 15)

Denuncia della guerra psicologica rivoluzionaria attraverso la manipolazione delle “parole-talismano”. Breve biografia illustrata del prof. Plinio Corrêa de Oliveira (TFP, 2005, 112 pp, € 5)

Per richieste e informazioni:

— inviare una mail a info@atfp.it — chiamare al telefono 06/8417603 — sul sito www.atfp.it, Menu “Richiedi il materiale” Materiale fuori commercio, le cifre sono indicate a titolo di suggerimento, come libera offerta all’Associazione, compresa di abbonamento annuo alla rivista “Tradizione Famiglia Proprietà”.


N

ella notte di Natale, calma e sublime, nella notte di Capodanno, carica di timori e di speranze, posiamo tutti i nostri desideri ai piedi di Gesù Bambino, che sorride misericordioso sotto lo sguardo rapito di Maria e di Giuseppe. Chiediamo Loro che, per la grazia di Dio, i giorni a venire possano conoscere una profonda rigenerazione della moralità pubblica, oggi in catastrofica decadenza, e che di nuovo si possa levare il soave profumo della Fede vittoriosa. Che la Santa Chiesa possa finalmente liberarsi dalla drammatica crisi che la attanaglia in questi giorni di confusione e di angoscia, affinché sia riconosciuta da tutti i popoli come l’unica vera Chiesa dell’unico vero Dio, come ispiratrice e Madre di ogni bene spirituale e temporale. Chiediamo a Gesù Bambino che, aprendo gli uomini il cuore alla Chiesa, Essa possa illuminare con la sua luce sfolgorante ogni persona, ogni famiglia, ogni istituzione, ogni nazione. Con i migliori auguri di un Santo Natale e felice Anno Nuovo, per tutti i nostri amici e collaboratori.

Santo Natale 2021