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Olindo ISERNIA

OTTORINO RINALDI (1890-1916)

Una vita per la Patria Pare che a danza e non a morte vada

Caserta 2010


In memoria di mia nonna Ada Rinaldi, sorella di Ottorino.

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La fanciullezza Ottorino Rinaldi nacque a Roma il 14 gennaio 1890. Per i coniugi Rinaldi, Pietro e Clelia Grillotti, si trattava ormai del terzo figlio, ma anche del primo maschietto, venuto al mondo dopo due sorelline. «Bambino vivace, birichino, intelligente», lo descriveva il padre (1) a distanza di un anno dalla sua morte, gioia sua e della mamma e despota del nonno, «che gli fomentava tutti i capriccetti». A meno di sei anni, dopo che la famiglia, per motivi di lavoro, si era trasferita a Caserta, Ottorino cominciò a frequentare le scuole elementari municipali. Così lo ricordava il suo maestro, Ciro Pagliuca: «Fanciulletto, Ottorino Rinaldi, fu mio allievo. Della bella creatura tre cose mi produssero viva, incisiva impressione: la chioma fulva, disordinata, abbondante, di piccolo poeta, giubba da leoncello; gli occhi vivaci, ardenti; l’intelligenza viva, portentosa, potentissima» (2). In quei primi studi si distinse ben presto, manifestando fin da piccolo una naturale predisposizione allo studio ed alla conoscenza. Contemporaneamente fornì anche prova di essere dotato di un intuito artistico non comune, che gli consentì, a poco più di cinque anni, sebbene fosse a digiuno di nozioni musicali, di

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suonare ad orecchio sul pianoforte pezzi anche di una certa difficoltà. Questa naturale predisposizione egli, poi, crescendo negli anni, sviluppò al massimo grado, al punto che gli era sufficiente ascoltare una sola volta un’operetta, un valzer, un’aria, eseguiti, in piazza Margherita, dalla banda militare o municipale, per essere in grado di riprodurli fedelmente al piano, una volta ritornato a casa, senza saltare una nota. Suonava spesso in casa, la sera, rendendo più dolce il riposo in poltrona del padre, di ritorno dal lavoro (era impiegato alle Poste di Napoli) oppure, con un certo successo, in occasioni di feste di amici e di liete ricorrenze in famiglia. All’età di sette anni, quale attore in erba, si cimentò, spesso in parti di protagonista, suscitando la convinta simpatia del pubblico, nelle rappresentazioni, che Pietro Rinaldi, appassionato di teatro e scrittore lui stesso di commedie, dava al “Cimarosa” di Caserta, per raccogliere fondi a favore dei bambini poveri. «Al suo apparire sulla scena, ricorda il genitore, era uno scroscio di applausi – i primi ad applaudire erano i suoi insegnanti – una pioggia di fiori, di confetti, di caramelle, di chicche, ch’egli, dignitosamente, non disdegnava di raccogliere ed intascare, per darne poi parte ai suoi minuscoli compagni d’arte». Dei suoi giochi preferiti, «fino a quando era studente di ginnasio – ed anche di ginnasio superiore –», il posto principale era occupato da quello dei soldatini. Possedeva migliaia di soldatini di carta, che aveva diligentemente distinti per corpi di armata, divisioni, brigate e reggimenti. Con essi combatteva guerre accanite, inscenando, sui tavolini o sui terrazzini di casa, vere e proprie battaglie, condotte secondo precisi piani di combattimento da lui puntigliosamente preparati e annotati per iscritto. A scontrarsi erano, ogni volta, l’esercito italiano e quello austriaco e, puntualmente, era sempre quest’ultimo ad avere la peggio. Dietro a quel gioco di ragazzi vibrava, però, già un intenso sentimento di amor di patria. Ne fa fede la testimonianza (3) del suo compagno di giochi, Mario De Simone, che era a lui accomunato dallo stesso sentire e che, rievocando l’amico scomparso, ad un certo punto ricordava nei particolari una delle tante battaglie, che facevano ingaggiare ai soldatini italiani ed austriaci. «Fin d’allora, quando lontano sembrava agli Italiani il giorno di combattere il secolare nemico, e di guerra non si pensava, già i nostri piccoli eserciti di carta erano divisi in

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Italiani ed Austriaci: e come eravamo lieti di poter portare i nostri bei soldatini sul terreno nemico […] Un giorno, dopo tante ore di fatica, avevamo ammucchiato su di un tavolo della sabbia e le nostre mani ne avevano fatto una costa, un golfo e vicino una bella città (4) – tre o quattro casette di cartone dominate da un forte pieno di cannoni […] E già i nostri reggimenti si avanzavano, mentre gli odiati soldatini austriaci cadevano a sei, a sette, travolti dalla nostra mitraglia, dai nostri sassolini lanciati con tanta forza e con tanta gioia […] Ma quando il tavolo fu ricoperto di austriaci caduti, quando il forte […] fu smantellato ed abbattuto, quando potemmo piantare la nostra bella bandierina dai colori nazionali sui ruderi del forte potente, i nostri sguardi si incontrarono e leggemmo in essi la stessa frase “Oh, fosse vero!”». Occorre, a questo proposito, dire che Ottorino, fin dalle scuole elementari, allorché ebbe modo di studiare le guerre di indipendenza, aveva maturato, nel suo animo di fanciullo, un istintivo sentimento di avversione per l’Austria, il nemico per antonomasia dell’Italia, contro il quale era destino che un giorno avrebbe dovuto combattere fino ad immolare la propria vita.

L’adolescenza Quella inclinazione allo studio ed alla conoscenza, cui si è accennato, che lo aveva caratterizzato fin da piccolo (studioso «fin troppo!», ha scritto di lui il padre), accompagnò Ottorino anche in seguito, quando si iscrisse al Regio Ginnasio Liceo “Pietro Giannone”, per compiere gli studi secondari. Durante la sua carriera scolastica ebbe sempre modo di primeggiare, ottenendo ogni volta «i passaggi di classe e le licenze senza esame e con l’esonero delle tasse scolastiche». Non era raro trovarlo nella sua stanza immerso nello studio, cui si dedicava «con passione e con fede», fino a notte tarda, come pure era lesto a svegliarsi di primo mattino per il completamento o il ripasso delle lezioni di quel giorno. Per la scuola e gli insegnanti egli nutriva, poi, una vera e propria venerazione. «Per lui la scuola – ci ha lasciato scritto il genitore – era un Tempio, i professori i suoi Dei: guai se qualcuno si fosse permesso di muover loro il più lieve appunto! Non era permesso di discutere … la divinità dei professori». Fu in questi anni, e poi in quelli universitari, che quel sentimento fanciullesco di avversione all’Austria, anche per l’influenza che su di lui ebbero gli insegnamenti di alcuni suoi

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professori, venne acquistando consapevolezza ed il pensiero di una guerra di redenzione contro l’Impero asburgico, al fine di riscattare le ultime terre italiane ancora soggette al suo dominio, divenne sempre più dominante nella sua mente. Ogni volta che la situazione internazionale si complicava e le Nazioni europee si riunivano in congresso per dirimere le gravi questioni insorte, che, se non risolte, avrebbero potuto aprire la strada ad una generale conflagrazione, il giovane Ottorino, che proprio questo desiderava, scorreva, in quei giorni, febbrilmente i vari resoconti dei giornali nella speranza di rinvenire la notizia tanto attesa. Anche per questo le vicende estere ed, in particolare, quanto accadeva nell’inquieta penisola balcanica erano al centro della sua attenzione. Scriveva nel suo diario, il 9 ottobre 1908: «Nei Balcani c’è rumore. La Bulgaria s’è proclamata indipendente e per ottenere l’assenso dall’Austria ha permesso che questa si annettesse la Bosnia e l’Erzegovina. In Italia si sperava in qualche compenso, ma ora non più …Ci fosse almeno una guerra, ci saremmo preso ciò che è nostro. Ma purtroppo anche questo pericolo è scomparso almeno per ora …». E, sotto la data del 25 dello stesso mese ed anno, dopo aver raccontato un sogno, rivelatore, in quel periodo, della sua condizione di spirito («Stanotte ho sognato che con Mario stavamo dando fuoco ad una mina che doveva far saltare in aria una fortificazione austriaca. E proprio quando Mario diceva: «Fuggiamo … la miccia si è accesa …» ho sentito uno scoppio violento che mi ha fatto sussultare: […] erano tuoni»), annotava, ritornando sull’argomento, che più gli stava a cuore e mettendo in chiaro tutta la sua risolutezza di offrire il proprio contributo alla causa: «In questi giorni si acuisce pare il conflitto tra le varie nazioni … Scoppiasse una guerra come e con chi dico io. Non esiterei … No» (5). Se negli studi profondeva, come si è potuto vedere, un impegno serrato, non è da pensare che Ottorino trascurasse e non tenesse in adeguata considerazione anche l’attività fisicosportiva. Giovane pieno di vitalità e di entusiasmo, amante della natura e della vita all’aria aperta, durante il periodo in cui fu studente al Liceo ed anche dopo, si mostrò un accanito appassionato di sport. Praticò il podismo, impegnandosi in gare impegnative insieme con il suo indivisibile amico Mario De Simone, che, col grado di capitano, combatté come Ottorino sul fronte italo-austriaco, scampando, però, a differenza di lui, dalla morte; partecipò alle gare ciclistiche e prese parte alle partite di

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calcio, che si giocavano la domenica sulla piazza d’armi di Caserta oppure sul campo di Antignano (Napoli). Fu, inoltre, uno degli animatori del Robur footing ball club e dell’Associazione giovanile Campana e socio del Touring Club, mostrando di saper bene coniugare, secondo il noto aforisma di Giovenale, mens sana in corpore sano, l’impegno intellettuale con la pratica sportiva. Sempre in compagnia dell’amico fraterno Mario, compiva, poi, anche gite salutari, «che dovevano allenare il corpo alle fatiche e ai disagi», su per i colli, circostanti la città di Caserta, «pieni di ricordi delle battaglie combattute per la liberazione del Napoletano», che esaltavano la loro fantasia giovanile, come quella volta, quando i due presero ad inerpicarsi, agili come camosci, sull’erto colle di Castelmorrone al grido di Savoia!, sognando un assalto, per poi sostare ansanti e sfiniti presso il monumento di Pilade Bronzetti (6). Dell’appassionata rievocazione che della figura del figlio fa Pietro Rinaldi, all’indomani della sua morte, un ultimo significativo aspetto va sottolineato, che riguarda la sua sensibilità d’animo e la sua disinteressata generosità. «Amava i fiori, i bambini, tutto ciò che è bello, buono, nobile. Amava i deboli perché sentiva di doverli difendere. Odiava i tiranni ed i prepotenti perché doveva in essi combattere la prevalenza della forza brutale sulla ragione e sul diritto». Quanto ai poveri, avrebbe desiderato di vederli tutti felici. Con larghezza, «talvolta privandosi di quanto era a lui indispensabile», donava loro «senza posa, senza ostentazione, seguendo il precetto di Cristo: non sappia la tua destra quello che fa la sinistra». Perfino quando si trovò al fronte non dimenticò i suoi beneficiati e, in prossimità della Pasqua, scrisse, per esempio, alla madre, alla quale era legato in modo particolare, «di non dimenticare don G….. Che non gli fosse mancato in quel giorno di festa la bottiglia e … il resto».

Gli Studi universitari Completati brillantemente gli studi liceali, Ottorino si iscrisse all’Università “Federico II” di Napoli, dove ebbe come maestri i professori Torraca, Olivieri e De Lorenzo. Durante tutto il periodo universitario, si assoggettò a duri sacrifici. Usciva di casa alle prime ore del mattino, anche quando, nella stagione invernale, era ancora buio, per farvi ritorno soltanto la sera. Il padre Pietro così ricorda quegli anni: «La vita di Ottorino

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all’Università fu quella di uno studioso instancabile, il più assiduo alle lezioni dei professori, per i quali aveva venerazione ed ammirazione. I professori, a loro volta, ne lo ricambiavano con stima e con sincero affetto». In effetti, la sua fu una carriera di studente universitario a dir poco brillante. La versatilità del suo ingegno è dimostrato dalla varietà dei titoli di studio, che conseguì o fu in procinto di conseguire. Il giovane universitario ottenne, nel 1911, il diploma di Paleografia e dottrina archivistica, risultando primo nelle prove scritte e secondo in quelle orali. Due anni dopo portò a termine il corso triennale di sanscrito e, nel 1914, si laureò in Lettere, discutendo una tesi, che aveva per argomento la ricostruzione, sulla base di alcuni frammenti, di una tragedia greca (7) e superò, altresì, gli esami di laurea del Magistero (sezione filologica). Si apprestava a sostenere gli esami per conseguire la laurea anche in Giurisprudenza ed il diploma nelle lingue francese e tedesco, «allorché partì, con entusiasmo e fede, per la guerra che […] [doveva] rivendicare i naturali confini della nostra Italia».

Gli anni di insegnamento Nel corso degli anni universitari Ottorino conferì solidità alla sua formazione culturale classico-umanistica, che, negli anni successivi, per l’innato desiderio di allargare i confini delle sue conoscenze, curò sempre di ampliare ed approfondire con continui aggiornamenti e studi mirati. Non a caso prese a spendere in acquisto di libri somme rilevanti. Secondo la testimonianza del genitore, egli «si privava non solo dei divertimenti, ma talvolta anche del necessario, per acquistar[li]» e, regolarmente, «il denaro che avrebbe potuto impiegare per la sua persona, per divertirsi, per distrarsi, per quattro quinti andavano a finire nel cassetto dei librai». Al momento del suo arruolamento, la sua ricca biblioteca contava ormai circa tremila volumi, costituiti, in prevalenza, da opere della letteratura greca, latina, italiana, francese, inglese, tedesca, di storia dell’arte, ma non mancavano anche testi di giurisprudenza e di letteratura amena. Mosse, dunque, i primi passi nel campo della docenza, potendo contare su un bagaglio culturale di notevoli dimensioni, che, unito alle squisite doti umane, che ne caratterizzavano il carattere, gli consentirono di conquistare rapidamente la stima e la simpatia dei suoi allievi, dai quali a malapena si differenziava nell’aspetto, data la sua giovanissima età. Cominciò ad

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insegnare prima ancora di conseguire la laurea, per essere stato chiamato ad occupare la cattedra di lettere italiane nella Regia Scuola maschile di Caserta. Poi, una volta conseguito il titolo di studio, nei pochi anni che gli fu consentito di esercitare la professione, svolse la sua opera dapprima nella Scuola tecnica di Gaeta e poi in quella di Teano, prima di ritornare ad insegnare nella Scuola Normale maschile di Caserta (8). E’ inutile dire che Ottorino aveva intrapreso con entusiasmo la difficile carriera di docente. All’insegnamento, in effetti, si era dato per pura vocazione. Scrisse di lui il professore Antonio Santi, che ben lo conosceva: «Nella scuola, che egli considerò un vero apostolato nel senso più stretto e sublime della parola, egli portò tutto il suo entusiasmo e la sua fede; seppe farsi amare dai colleghi, e conobbe il segreto di accattivarsi la stima e l’affetto dei discepoli» (9). E fu nella scuola che «l’ingegno suo versatile e l’animo suo passionale ed ardente trovarono il modo di espandersi a beneficio dei giovanetti» (10). I suoi alunni lo idolatravano ed egli seppe giovarsi mirabilmente del forte ascendente, che aveva su di loro, per farne un formidabile strumento educativo. Sapeva, infatti, entusiasmarli con la vastità della sua cultura, la varietà delle sue conoscenze ed il fascino della sua parola. Con la sua carica di simpatia, con la sua vivacità, con la generosità dei suoi slanci riusciva, poi, a coinvolgere anche i giovanetti più riottosi, suscitando in loro l’amore per la scuola e «la brama del sapere» (11). Particolarmente intensi furono gli anni durante i quali insegnò a Teano, dove fu chiamato a ricoprire la cattedra di italiano, nella appena istituita Scuola tecnica comunale. Egli, infatti, in tutto quel periodo, non si limitò solamente ad insegnare, ma si propose anche come vero e proprio animatore della vita culturale della cittadina sidicina. Questo aspetto, tutt’altro che secondario della sua attività, fu messo bene in luce nel discorso di commemorazione ufficiale che di Ottorino Rinaldi tenne, a Teano, l’avvocato Gaetano, Marseglia, nel marzo 1917. «Tempra fortissima di organizzatore – disse ad un certo punto del suo intervento – e convinto della necessità di unire l’energie giovanili per indirizzarle al miglioramento della gioventù stessa, ed alla diffusione, coi mezzi più idonei, della cultura nel popolo, ed anche per sollevarla dalla rilasciatezza in che la gioventù spesso si perde per la lontananza dai grandi centri di cultura e per la mancanza di manifestazioni atte sfruttare l’erudizione e l’ingegno, riunì intorno a sé i giovani teanesi e

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fondò l’Associazione giovanile “Luigi Tansillo”, di cui fu l’anima, il pensiero, la vita» (12). Poiché l’Associazione nasceva con lo scopo dichiarato di fare cultura, si impose ben presto la necessità di dotarla di una biblioteca. Anche a questo provvide il giovane ed entusiasta professore, che, con la collaborazione del medesimo avvocato Marseglia, superando le immaginabili difficoltà e rimettendoci anche del suo, riuscì ad allestirne una abbastanza cospicua per dotazione libraria. Provvide, inoltre, a promuovere, proprio per favorire quell’opera di propagazione del sapere e della cultura tra la popolazione, un ciclo di conferenze, che trattassero di argomenti vari, da lui stesso inaugurato con una magistrale lezione. Sempre, poi, col medesimo fine, fondò anche una Università Popolare, che, però, per l’indifferenza di quanti avrebbero dovuto e potuto incoraggiare e sostenere tale iniziativa, non sopravvisse a lungo. Per dare, inoltre, impulso al teatro, della cui importante funzione educativa era ben consapevole, diede vita, in seno all’Associazione “Luigi Tansillo”, anche ad una sezione di filodrammatica, mentre con la creazione di una sezione sportiva, volle incoraggiare la pratica sportiva, organizzando periodicamente gare agonistiche (13).

La guerra Ottorino Rinaldi non era, però, destinato ad insegnare a lungo. Il precipitare della situazione internazionale, in seguito all’uccisione dell’erede al trono d’Austria, aprì la strada alla prima grande conflagrazione mondiale della storia. Anche l’Italia di lì a poco entrò nel conflitto. Era l’inizio di quella guerra di redenzione tanto sognata da Ottorino. Di quel periodo, da lui vissuto in una condizione di febbrile entusiasmo, ci ragguaglia, ancora una volta, nel suo discorso commemorativo, l’avvocato Marseglia: «La vigilia di guerra del maggio 1915 ricondusse Ottorino fra noi. Si andava compiendo uno dei suoi sogni più accarezzati, ed egli, il giovane, il patriota fervente, l’educatore, l’ardito che in mille occasioni, nell’Università o sulla cattedra, tra gli amici o in piazza, avea sempre ritenuto che l’Italia non potesse, senza una rinunzia definitiva al suo domani radioso, essere ancora solamente la terra dei carmi e dei suoni, egli che cento volte e cento, rievocando i martiri nostri, con le lagrime agli occhi e col cuore pieno di santo sdegno e di fieri propositi, egli vedea finalmente giunto il giorno auspicato e mai

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emozione più grande turbò il suo cuore generoso!» (14). In quei giorni, ci informa sempre il Marseglia, Ottorino fu a Roma, assistette alle manifestazioni di commossa esaltazione per la guerra e «riportò negli occhi sognanti la magnifica visione, e nel cuore anelante l’eco possente di quell’entusiasmo indicibile» (15). Fu allora che «uomo di azione si diede a far propaganda, a render popolari i fini della nostra guerra santa: incitò e confortò i volenti, punse i riottosi e tanti e tanti e tanti trascinò nell’entusiasmo della sua parola calda, affascinante, piena di convinzione e di fede» (16). Il suo più immediato desiderio sarebbe stato quello di partire volontario, ma ne fu trattenuto dalla famiglia. Quale fosse il suo stato d’animo in quei giorni convulsi, lo descrisse il suo compagno di giochi e di armi, Mario De Simone: «Tu venisti a salutarmi alla stazione, e, mentre il treno partiva portandomi là, dove si combattevano le prime battaglie tu mi rivolgesti un ultimo augurio e sui tuoi occhi brillò una lagrima. Tu piangevi, non per il nostro distacco, no, perché eri lieto ed orgoglioso che il tuo amico più caro andasse sui campi della gloria per adempiere al suo dovere di soldato e di Italiano, ma perché sentivi il dolore di non poterlo, in quel momento, seguire anche tu: di non poter realizzare il sogno cullato per tanti anni, con tanta fede, con tanta speranza. Che ansie, che giorni tristi e dolorosi saranno stati per te, Ottorino quelli che precedettero la tua chiamata alle armi!» (17). In attesa, dunque, di ricevere anche lui la chiamata alle armi, Ottorino continuò, ancora per poco ad insegnare e dalla cattedra non mancò di rafforzare di giorno in giorno nei suoi allievi, «prossimi soldati, l’amor patrio, ricordando i martiri della indipendenza, le sentenze dei nostri grandi, il valore mostrato dai nostri soldati» (18).

Il corso alla Scuola Militare di Modena Ottorino dovette attendere ancora prima di ricevere la sospirata cartolina (19) e di partire per la Scuola militare di Modena (20), pieno di entusiasmo e con il morale assai alto (21), malgrado non poca sofferenza, tenuta, però, ben celata, dovesse provocargli il distacco dalla famiglia. Le sue giornate in caserma a Modena scorrevano tra le lunghe e faticose marce, le ore di lezione e di studio e i momenti di libera uscita e di svago. Intorno a lui si era radunato un gruppetto di amici molto affiatati, autonominatisi

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scherzosamente in blocco con l’appellativo di Stato Maggiore. Ne facevano parte, con Ottorino, Gaetano Poma, Vittorio Quaranta, Raffaele Crivelli, Vittorio Scazzocchio e Giannetto Rossi. Per loro iniziativa aveva visto la luce anche un giornaletto dal titolo allusivo La Fame, di cui Ottorino era gran parte, che ebbe subito un gran successo presso la truppa. Il 23 dicembre, quando scriveva al padre, era appena uscito il secondo numero e stava facendo ancora il giro della camerata. L’approssimarsi, intanto, delle vacanze natalizie, per quel clima di intimità familiare che le accompagna, fece avvertire ad Ottorino con un’intensità più acuta e dolorosa la lontananza dai propri cari. Quel Natale del 1915 era il primo che trascorreva lontano da casa ed egli, significativamente, così scriveva ai suoi: «L’esser lontano da voi a me fa dolore – molto molto – tanto che delle volte mi sembra di essere un altro o di vivere in sogno o di essere istupidito; ma maggiore sarebbe il mio dolore e la tristezza mia se sapessi voialtri avviliti. Quindi allegri e cagnara su tutta la linea» (22). Il giorno della Vigilia, tutti gli amici dello Stato Maggiore si recarono a banchetto, pagato, per la giornata eccezionale, a caro prezzo («ci spelarono» (23), scrisse letteralmente ai suoi Ottorino). Alle nove di sera, come al solito ci fu la ritirata, ma, a mezzanotte, al grande scampanio, la camerata, come per incanto, si risvegliò, rianimandosi. Così raccontò Ottorino, nella sua lettera, la baldoria, che ne seguì, durante la quale, in quelle gioiose manifestazioni di sfrenatezza giovanile, non mancò di insinuarsi anche una vena di mesta malinconia. «Ci svegliammo e ci furono quelli che saltarono sulle brande e brindarono al Bambino col Lambrusco, che avevamo nascosto sotto le coperte, e ci fu qualcuno invece che non si mosse – col pensiero lontano ricordando altre ricorrenze uguali dolorose o liete. Due fecero in camicia un giro di tango. Qualcuno pianse» (24). La giornata di Natale, raccontata nei particolari da Ottorino, non fu particolarmente felice («E’ stato certo un brutto Natale»). Dopo aver compiuto una buona azione, per aver ceduto l’intera giornata di permesso ad un collega, che doveva ricevere la visita della madre, giunta da Livorno, trascorse la mattinata, dalle 11 alle 13 in giro per la città e, in compagnia dei soliti amici, mangiò, in una pasticceria del centro, «due paste e un po’ di crema montata e cialde». La sera, invece, per aver perduto di vista Crivelli ed il resto della banda, restò solo e, per non incontrare altri allievi, prese a gironzolare, per due

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ore, per le strade più solitarie di una Modena, avvolta da una nebbia fittissima, inseguendo i pensieri che gli suggerivano gli incontri occasionali fatti lungo il cammino: «E incontravo gruppi di signorine e di bimbi che andavano certo a giocare alla tombola o a spogliare un albero di Natale: e intuivo, dietro le finestre illuminate, famigliole riunite attorno alla tavola pel pranzo o per i giuochi» (25). Quando, poi, calò la sera, poiché disponeva del permesso teatrale, si recò ad assistere ad un’operetta nuova dal titolo Sangue polacco, che giudicò «molto carina». A mezzanotte, poi, fece ritornò in caserma, dove trovò la branda già rifatta dal fido Rossi. La notte dell’ultimo giorno dell’anno si ripeté in camerata la baldoria della Vigila di Natale. «Alle 23,30 – raccontò ancora una volta, per lettera ai suoi familiari – stavamo quasi tutti in piedi e la camerata risuonava di canti, musica e … ballo. Hanno fatto una processione di gente in mutande o in camicia lunga o mantellina, con in fine, suonatori di chitarra e mandolino. A mezzanotte hanno suonato la marcia reale, noi abbiamo presentato le armi e poi a mangiare e bere. Poi la baldoria è cresciuta» (26). Si ballò il tango «e tutti i balli possibili» e ci fu anche chi, salito su una pila di cassette, prese a fare la canzonettista. Ottorino, che non aveva intenzione di uscire di branda, fu afferrato, «portato in carrozza per tutta la camerata» e coinvolto nell’entusiasmo generale. Infatti, a quel punto, egli volle dare un saggio della sua agilità e prese a correre su per le brande tra gli strilli di quelli cui saltava addosso. Ad un certo punto, il tenente di turno, udendo tutto quel baccano, per evitare di prendere provvedimenti nei confronti di qualcuno, mandò due volte il sergente di ispezione, finché, visto che non c’era verso di far cessare tutta quella baldoria, ordinò di staccare la corrente elettrica, ma «noi – scriveva Ottorino – accendemmo le candele». Il giorno di Capodanno vi fu per Ottorino una lieta sorpresa. Di mattina arrivò da casa uno dei tanti pacchi, speditigli dai familiari durante tutto il periodo del suo soggiorno a Modena, che egli ebbe cura di riporre nella cassetta, al riparo da qualsiasi rischio di svaligiamento. Quindi, alle undici, dopo essersi sbarbato non da sé, per non averne avuto il tempo, ma dal barbiere, comprò delle viole e si recò dalla signora Perino, presso la quale si fermò a pranzo. Trascorse, quindi, la sera in compagnia dello Stato Maggiore («bevemmo allegramente, e facemmo del chiasso») per recarsi poi, alle 21, disponendo di un

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nuovo permesso, a teatro, dove si rappresentava Eva, «un’operetta graziosissima». A mezzanotte, dopo aver rischiato, all’uscita, di perdere la strada per la solita fitta nebbia, fece ritorno in caserma, trovando anche questa volta la branda rifatta. L’indomani la sveglia suonò alle sei. Convinto da alcuni colleghi di rivolgere, contro ogni regolamento, alcune parole di augurio al capitano, «con faccia cornea ma con una paura indiavolata di andar dentro», dopo l’attenti ed il riposo, prima che il capitano cominciasse a parlare, Ottorino fece «una chiacchierata». Tutto andò bene, perché, dopo un primo momento di smarrimento, il capitano Ricco, che era napoletano, un tipo «buonissimo», che puniva «sempre giustamente» e non voleva raccomandazioni, si avvicinò e gli strinse la mano. Alla fine, dopo aver ricevuto le congratulazioni dei colleghi, fu preso e portato in trionfo (27). Con l’inizio dell’anno nuovo, cominciarono a circolare molte voci circa il giorno in cui si sarebbe partiti per il fronte. Si indicava con ogni probabilità il mese di aprile, come pure che il campo si sarebbe fatto a Caserta oppure si sarebbe andati direttamente al fronte, in terza linea, per fare il mese di prova. Ottorino, senza troppo curarsi di tali voci, preferiva, piuttosto, nei momenti liberi, dedicarsi alla lettura della corrispondenza, non di rado accompagnata da qualcuno di quei fiori che egli tanto amava (28). Uno dei momenti più piacevoli della giornata, era, infatti, per lui, quando riceveva posta. «Immaginate il piacere mio quando ricevo molta posta – scriveva alla famiglia – specialmente poi da voialtri che più di tutti, naturalmente, mi date prova dell’affetto che avete per me» (29). Trascorso ormai il periodo natalizio, l’attività in caserma ricominciò a pieno ritmo. L’8 gennaio ci fu la cerimonia del giuramento («ci hanno portato in uno spiazzale pieno di belle ragazze e ci hanno schierati lì. E poi musiche, attenti e “presen’arm”, conversioni e sfilate, discorsi, ecc. Poi un “lo giuro” tonante ed un “viva” più tonante ancora»). Ripresero anche le lezioni di regolamenti, di tattica, di fortificazioni, di armi e tiro ecc. e le ore pomeridiane di studio, che, di regola Ottorino, soprattutto quando la sorveglianza era affidata a qualche tenente più comprensivo e tollerante, trascorreva a scrivere lettere a casa, ad amici e a conoscenti. Ebbe, poi, inizio la serie ravvicinata delle marce alternate alle esercitazioni militari e di guerra. Proprio il giorno che precedette quello della

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festa del suo compleanno, gli aspiranti furono impegnati in una marcia per battaglione, durata dalle undici di mattina alle cinque di pomeriggio. Nei giorni successivi, ne seguirono altre due, la prima «faticosissima con tempo umido» e «terreno fangoso», fino alla Secchia (Ottorino con una pattuglia di punta dovette «passare il fiume, trovare il guado, misurare la velocità della corrente e andare un Km al di là»); la seconda, notturna e con tattica, domenica 30 gennaio, con partenza alle tre antimeridiane e ritorno al pomeriggio, alle quattro e trenta, con la partecipazione di tutti gli allievi. «Vi assicuro – scrisse il giorno dopo Ottorino alla famiglia – che ci fu un momento in cui ci sentimmo tutti stanchissimi e si andava avanti per forza d’inerzia. Eravamo ancora a 6 km da Modena. Fortunatamente trovammo la musica che ci era venuta a prendere ed allora ci risvegliammo tutti e a Modena entrammo noi della 21ª compagnia in testa a tutte le 24 compagnie e sfilammo davanti al generale diritti, freschi e ordinati che fu una bellezza. Nessuno rimase indietro della 21ª» (30). Diverse furono anche le esercitazioni di guerra e di tiro, con l’obiettivo, una prima volta, di andare ad occupare una posizione strategica; una seconda volta di compiere una manovra aggirante, strisciando sul terreno, nel fango, per 500 metri a due o tre alla volta (Ottorino, nell’occasione, era stato scelto come capo della squadra), finché «baionette in canna, siamo saltati nel fosso e … abbiamo vinto perché non ci avevano visto avanzare»; ed una terza volta, allorché gli allievi furono trasportati in treno a Sassuolo, di scavare trincee (in proposito Ottorino annunziava ai suoi cari, tra il serio ed il faceto, «da professore son ridotto zappatore»). A Sassuolo si svolse anche la gara di tiro e Ottorino si piazzò terzo del suo battaglione, composto da cinquecento uomini, con 30/36, senza mandare nessun tiro fuori bersaglio . A fine gennaio, fu simulata un’altra battaglia, «con una neve e un gelo terribile», che Ottorino, che, per l’occasione, faceva la parte del nemico, non mancò di raccontare ai suoi cari: «Ci hanno messo dentro un fosso con in fondo acqua gelata senza metter fuori altro che il fucile: Il calore dei fiati ha cominciato a far sciogliere il ghiaccio che era sugli alberi lungo il fosso ed ha cominciato a piovere. Il nostro calore ha mezzo liquefatto il ghiaccio nel fosso sicché ci siamo trovati in mezzo all’acqua». Contro il nemico, che avanzava, «strisciando come noi l’altro ieri», il maggiore ordinò di attaccare. Allora «abbiamo caricato con tale forza che i nemici hanno avuto

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paura ed alcuni che si volevano alzare da terra (dove c’era fango … era un campo concimato) sono andati a gambe all’aria. E così il terzo plotone ha vinto. I primi siamo stati io e Zini, un colosso alto quasi due metri e un bambinone che è una bellezza, ma forte come un toro. Siamo tornati a casa. Io ho chiesto aiuto al cognac e mi sono battuto due uova» (31). Ottorino, che, proprio in questo periodo di fatiche piuttosto intense, era alle prese con un fastidioso malessere passeggero (aveva una tosse ostinata e la gola irritata per l’umido, ma in via di guarigione), non mancò di rassicurare i genitori sulla sua condizione fisica e psicologica: «Il morale è alto, la voce è bassa»; ed ancora: «Io sto benone – sono bene stimato dai superiori e dagli amici». In effetti, con il trascorrere dei giorni, Ottorino aveva visto accrescersi la sua notorietà tra gli aspiranti ed oltre alla cerchia degli amici inseparabili, con molti altri era entrato in rapporto di grande cordialità o, addirittura, di amicizia. Scriveva, infatti, alla «cara mamma mia»: «Quanti di questi miei nuovi amici o conoscenti a dir meglio, avrete poi da conoscere! Dal papà della compagnia Spinelli di Foggia a Di Fanti Cadorino di 19 anni, dal torinese Bettoni che sta di fronte a me in camerata all’abruzzese Pompilio […] tutti scrivono di me alle famiglie lontane che a loro volta mi mandano a salutare» (32). Si può dire che, in caserma, lo conoscevano un po’ tutti i componenti delle tre compagnie ed il suo nome era noto tra gli stessi ufficiali. Quelli, poi, del suo battaglione avevano per lui una affettuosa e sincera ammirazione, che, in più occasioni ebbero modo di manifestargli in puro stile cameratesco, come quella volta, per esempio, che si lasciò scappare che l’indomani sarebbe stata la sua festa di compleanno. La sera stessa, mentre era intento a rifarsi la branda, si trovò circondato da una cinquantina di colleghi con in testa i vari Crivelli, Scazzocchio e Giannetto Rossi, che gli porsero un mazzo di quei fiori, che sapevano che ad Ottorino piacevano tanto, e «strillando come oche», gli fecero gli auguri. Un momento dopo si trovò improvvisamente sollevato sulle spalle da Zini e Zepponi, che erano i più robusti della camerata, che, tenendolo ben in alto, lo portarono, «in mezzo agli evviva», in giro per tutte le camerate. A quel punto Ottorino, preso l’equilibrio e adattatosi prontamente alla situazione, «con il mazzo di fiori in una mano», cominciò scherzosamente a lanciare «baci con l’altra». Alla fine fecero in suo onore dieci hurrà «così spaventosamente robusti», che accorse il sergente di

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ispezione. Dopo un poco suonò anche il silenzio ed Ottorino dovette correre ad infilarsi sotto le coperte completamente vestito. L’indomani mattina fu tutto un lancio di auguri («Professore, auguri – Auguri Ottorino – Auguri Rinaldi – Auguri, auguri»), che lo lasciarono contento di fronte a tanta manifestazione d’affetto e addolcirono un poco la tristezza provocata, in quel giorno per lui di festa, dal fatto di trovarsi lontano dalla famiglia (33). Di Ottorino colpivano soprattutto la semplicità dei modi, quell’essere alla mano con tutti, quella carica di simpatia e di allegria, che egli sapeva simulare anche in certi momenti di malinconia e di solitudine, che inevitabilmente si provano, allorquando si è lontani dagli affetti dei propri cari ed il futuro appare, com’era nel suo caso, incerto e nebuloso. A queste sue qualità si univano, inoltre, il non comune spirito di iniziativa, la naturale inclinazione a riuscire bene un po’ in tutto e, soprattutto, quella sua cultura non comune, che gli consentiva, per esempio, di provocare l’entusiasmo di un centinaio di colleghi, ai quali, in seguito a loro richiesta, aveva recitato a memoria, «a gran voce», Piemonte di Carducci, All’Italia di Leopardi e I Sepolcri di Foscolo (34). Di tutto ciò non mancò di scrivere nelle sue lettere inviate a casa, soprattutto allo scopo di tranquillizzare la troppo apprensiva madre. «Voglio che voialtri stiate allegri, pure tu mamma buona, senza preoccupazione, tanto meno per ora al fronte non si va … Ormai io qui sono diventato quasi … famoso. In ginnastica sono il primo della compagnia. Interrogato qualche volta ho risposto bene – ho comandato anche bene. Fui unico a fare lo schizzo del mio plotone dopo la tattica di battaglione – Al tiro sono riuscito terzo. E ciò riguardo allo studio che faccio di rado e le esercitazioni». E continuava: «Ma poi i colleghi di tutte e tre le compagnie della mia caserma mi conoscono per la «Fame» che uscirà poligrafata sabato e ve ne invierò una copia – mi conoscono pel bollettino che faccio la mattina appena suonata la sveglia di cui poi vi farò vedere i saggi» (35). Una buona fetta di notorietà gliela aveva, difatti, procurata, anche tra gli ufficiali, il giornaletto da lui ideato e diretto, La Fame, che egli, con i suoi collaboratori (c’era persino un grafico) continuava puntualmente a pubblicare, non più soltanto scritto a penna, ma direttamente a stampa. Ogni volta, che usciva il nuovo numero, immancabilmente faceva il giro di tutte le camerate e, da quando ne avevano conosciuta l’esistenza,

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anche gli ufficiali, soprattutto i tenenti più vicini alla truppa, ne facevano espressa richiesta. Gran successo riscossero, anche al di fuori della sua camerata gli spiritosissimi ordini del giorno, comprensivi dei giorni, ore, minuti ecc. che mancavano alla fine del corso, che, ogni mattina leggeva, in camerata, ai suoi colleghi. E quando uno degli ufficiali, il tenente Grillo, con il quale Ottorino entrò, poi, in rapporti di grande cordialità (36), sentitone parlare, entrò un mattino in camerata, per assistere alla lettura di quello previsto per quella giornata, si fece «un sacco di risate alle bojere dette » (37). Ogni tanto, da quel giorno, il tenente Grillo, accompagnato dall’altro tenente Prata, dopo le ore di studio, si recava appositamente da Ottorino a farsi leggere l’ordine di quel giorno, per ridere insieme e stare un po’ allegri (38). Avviandosi alla conclusione, il corso entrò nel vivo con l’inizio delle prove scritte di esame (39). Scriveva agli inizi di febbraio (40): «Ti scrivo poco perché il tempo manca e si deve studiare un po’ ed io le brutte figure non le voglio fare. Ieri ci fu l’esame di armi e tiro scritto, ogni giorno poi si fanno interrogazioni sui regolamenti e alternativamente si comanda. Ieri comandai io ed ebbi 16, un punto altissimo. Per il 12 debbono essere dati i punti». Le prove di esame procedevano, dunque, per il giovane professore, a gonfie vele. Dopo alcuni giorni di incertezza aveva preso anche la decisione di restare in fanteria, rinunciando a diventare bersagliere. Era questa una scelta, che aveva fatto per compiacere la madre, contraddicendo alla sua inclinazione naturale. Comunicando la decisione alla madre, nella medesime lettera, scriveva: «Cara mamma, Ieri c’è stato consiglio dello S. M. per decidere coi miei amici se dovevo o no andare ai bersaglieri perché il sette c’è la visita e il 12 la gara di marcia e il 13 la gara di corsa. Io ero stato messo nella lista degli aspiranti e non ti nego che mi sorrideva l’idea di poter riuscire – cosa per me facilissima data la precisione del tiro e la mia velocità e resistenza: lo Stato Maggiore decise che io fossi andato ai bersaglieri, ma stamattina dopo la tua lettera che ho fatto leggere in parte a Giannetto, ho deciso di restare in fanteria […]. Spero che sarai lieta mammina, se ho sacrificato questa mia velleità della piuma ad un tuo desiderio. Che, del resto, il destino è destino, ed anche e soprattutto i fantaccini sono i provati» (41). Proprio il destino, però, volle che le cose andassero diversamente. Ottorino, dopo essere stato incluso nella lista dei bersaglieri aspiranti, presentò effettivamente

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regolare domanda di rinunzia, così come aveva promesso alla madre, facendo nel contempo felice Giannetto Rossi, che, da parte sua, già aveva rinunziato. Senonché, il giorno 8, quando si passò la rivista agli aspiranti, gli fu comunicato che aveva rinunziato troppo tardi e doveva «per forza andare a passare la visita» (42). «[…] io – scrisse Ottorino alla madre – andai malcontento, fui visitato, accettato e classificato. Però ci mancavano le gare – una di marcia e una di corsa. Per quell’emulazione che ci sta in compagnia tra i faticosi e i bravi, io il giorno 11, andato al luogo della partenza, non volli, come fecero altri tre, ritirarmi, un po’ di amor proprio mi fece fare la gara di marcia». Si trattava di coprire un percorso di 11 chilometri nel tempo massimo di 3 ore e 40 minuti, mantenendo una media di circa 7 chilometri all’ora. Ottorino giunse al traguardo terzo del suo scaglione, compiendo il percorso in due ore e 23 minuti, arrivando, col fucile, zaino affardellato, tascapane ecc., «freschissimo e staccando a 5 chilometri da Modena tutti i compagni (6 o 7) ai quali avevo battuto il passo da Nonantola che è il paese al quale arrivammo» (43). Restava, però, ancora la gara di corsa da cui ritirarsi, ma, anche in quell’occasione, Ottorino si lasciò vincere dal suo istinto, facendo, alla fine, suo il parere che aveva richiesto ed ottenuto dal tenente Grillo: «Vuole fare una cosa? – gli aveva risposto l’ufficiale – faccia anche la corsa. Segua il destino» (44). Intanto, qualche caso di meningite cerebro spinale, verificatosi in caserma, provocò, almeno inizialmente, un po’ di allarme e di preoccupazione. Ottorino, conoscendo l’indole particolarmente apprensiva della madre, nella previsione che avrebbe potuto conoscere la notizia dalle famiglie di altri allievi, si affrettò, con lettera del 6 febbraio, a tranquillizzarla. «La cosa è dolorosissima – le scrisse – e sarebbe preoccupante davvero se non si fosse dato addosso alla terribile malattia in tutti i modi – disinfezioni accuratissime – igiene massima – la sveglia ritardata di un’ora – l’istruzione diminuita di mezz’ora e fatta senza zaino. Passato un primo momento d’impressione, siamo tornati allegri e godiamo delle concessioni con gioia. Naturalmente ogni capitano ci ha fatto una lezioncina sull’igiene da tenere e ci hanno consigliato pastiglie di clorato e non so che altra cosa per la gola, nasalina, mentolo per vaporizzazioni in modo da tenere la gola libera perché il bacillo prende alla gola» (45).

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Malgrado gli impegni serrati, scanditi dalle marce (l’ultima, «faticosissima», si tenne proprio agli inizi di febbraio), dalle applicazioni sul terreno, dalle ore di studio e dai primi esami («domani – scriveva il 3 febbraio al papà – c’è esame di fortificazioni») e qualche disavventura terminata a lieto fine (46), gli aspiranti, non di rado, per iniziativa proprio di Ottorino nel ruolo di eccellente organizzatore, riuscivano ugualmente a procurarsi ritagli di svago e di sia pur momentanea allegria. Scriveva il 27 gennaio al genitore: «Una sera di queste nessuno uscirà delle tre compagnie di questa caserma e daremo spettacolo: una commedia scritta da me in un’ora e mezzo di studio – una conferenza fatta a due (io e Giannetto sull’immortalità dell’anima – un a solo di un collega che farà il prologo dei Pagliacci – più una troupe di touy e di ginnasti giapponesi. Quaranta si è procurato un vestito da donna. Ci sarà l’orchestra: 1 mandolino, 1 chitarra, 1 ocarina, 1 organetto che si suona con la bocca, 2 tamburi. Ci sarà un ballo finale di dodici allievi coi fucili. Sarà una cosa spettacolosa. Il finale è – Tutti in cella – ci sarà un brindisi di Scazzocchio che poi vi manderò. Aspettiamo che sia di picchetto Grillo che è più sciampagnone e già lo sa e ha detto che verrà ad assistere anche lui. Tutto ciò ideato dal direttore della Fame» (47). L’ottima riuscita della festa, conclusasi con l’ultima nota comica dell’allievo Quaranta, che « – consegnato – scese dal tenente così come si trovava vestito da donna, quando furono chiamati i consegnati», fu di stimolo ad organizzare, a distanza di qualche giorno, «un altro spettacolo nell’ora di libera uscita» da trascorrere nuovamente in caserma (48). Ottorino, inoltre, continuò a giovarsi dei permessi teatrali, che riusciva a guadagnarsi. Utilizzò quello ottenuto in seguito al brillante risultato alla gara di tiro per assistere alla Principessa dei dollari, operetta che aveva già visto altre volte, per cui, anche perché stanchissimo per la faticosa marcia sostenuta nella stessa giornata, al termine del secondo atto preferì ritirarsi in caserma a dormire, dopo aver bevuto un bel latte caldo in un caffè (49). Anche la settimana seguente, disponendo di un ulteriore permesso, poté recarsi nuovamente a teatro, dove, questa volta, era in programma l’opera lirica Mefistofele, che terminò all’una di notte e lo lasciò entusiasta: «Ieri sera mi divertii molto a teatro – lo fecero molto bene il Mefistofele e specialmente il finale fu qualcosa di grandioso» (50). Al rientro in caserma, però, nel rifare la branda ebbe la sgradita sorpresa di trovare il

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salame. Aiutato da Giannetto, i due dovettero faticare non poco per scioglierlo, ma, poi, si vendicarono «in modo terribile». «Abbiamo fatto il solletico – scrisse alla mamma – sotto i piedi ad una quindicina di persone, abbiamo cambiato scarpe o le abbiamo messe a dormire con i proprietari; ad un collega abbiamo messo la cassetta sui piedi. Quando si è rigirato nella branda, la cassetta è caduta per terra facendo un tonfo d’inferno, e tutti si sono svegliati con una paura in corpo terribile» (51). In tutti questi giorni di corso, comunque, come confidava al padre, Ottorino sentiva crescere dentro di sé una certa insofferenza e non vedeva l’ora che il corso si concludesse, per far ritorno a casa: «Voglio casa mia, voglio voialtri, ché mi pare di star lontano da mille anni. Ci penso e tremo – ecco perché sto nervoso questi giorni – non ci debbo pensare e far cagnara» (52). Nuovamente, a distanza di alcuni giorni, scriveva alla madre: «Tu mamma, quando andrai A Roma? Non vedo l’ora di stare a casa e ci sarò fra una diecina di giorni e se mi assegnano al 15° ci resterò un altro mesetto e tornerò nella mia cameretta … tra i miei libri … tra i fiori. Ti assicuro che si sta assai male senza i libri. Sicché tra quindici sedici giorni ci si vedrà» (53). E, a distanza di una settimana, tornava ad esprimere quello che, ormai, era il suo desiderio dominante: «Ed io […] presto ritornerò, allora mi racconterete tutto e vi accompagnerò a fare delle passeggiatine ed uscirò poco poco solo, e mi riposerò e vedremo di nuovo i miei cari libri, i miei scolari» (54). Quando, però, Ottorino, la domenica del 13 febbraio, scriveva questa lettera ai familiari, il corso era, ormai, giunto in dirittura di arrivo, mancando alla fine non più di una settimana («Questa è forse l’ultima domenica che siamo a Modena»). Non a caso proprio da quella sera aveva inizio quella che egli chiamò scherzosamente «la settimana rossa o del terrore, con serraglio dopo il silenzio, e salami, sacchi ecc.» e, per l’indomani, era prevista la consegna delle armi. Combinazione, tuttavia, volle che, a corso concluso, quasi alla vigilia della partenza degli allievi da Modena, Ottorino si trovasse ricoverato in infermeria, assistito dai fedeli amici Giannetto Rossi e Crivelli, perché febbricitante, probabilmente a seguito dell’innesto del vaiolo, con la prospettiva, come venne a comunicagli di persona il maggiore, che difficilmente, per via della febbre, sarebbe partito insieme con tutti gli altri. Senonché quello che apparentemente poteva sembrare un contrattempo, si rivelò per il giovane professore «un vantaggio grandissimo». Scriveva, infatti,

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Ottorino, venerdì 18 febbraio, ai suoi in quella che probabilmente fu una delle ultime, se non l’ultima lettera da lui scritta da Modena: «Ciò per me sarà un vantaggio grandissimo. I compagni partono domenica alle 15,53 e arrivano a Roma lunedì alle 17. Io invece col direttissimo in 12 ore starò a Roma, e in 4 a Caserta». E concludeva: «Non vedo l’ora di rivedervi».

I sei mesi al fronte Ottorino Rinaldi partì per il fronte la sera del 22 marzo 1916. Così rievocava la madre con grande accorata sensibilità quei momenti, che precedettero la partenza, alla stazione: «Ottorino mio partiva per il fronte. Io lo guardavo quasi in estasi, dolente, ammirata. Egli, lieto, forte, bello stringeva cordialmente la mano ai numerosi amici che erano venuti a salutarlo. Sotto il cappello piumato di bersagliere, il suo occhio scintillava di gioia perché si compiva il suo sogno, carezzato fin dall’infanzia, ma nell’intimo di quell’anima che per me non aveva segreti, io leggevo lo strazio infinito di lasciar la famiglia, le sorelle buone, il babbo, la mamma sua; uno strazio che egli sapeva nascondere perfettamente sotto il più spensierato dei sorrisi. Salutò tutti, baciò il babbo, le sorelle, i fratellini cari e poi mi strinse forte forte al suo cuore, mentre lasciava cadere sul mio viso una pioggia di baci, che erano l’espressione di un tumulto di affetti che il labbro, in quel supremo momento dell’addio, non sapeva rivelare … E salì sul treno. Egli ci guardava con l’anima negli occhi lucenti, ci stringeva la mano, ora all’uno ora all’altro di noi … ma quando il treno gittò all’aria il suo fischio prolungato e si mise lentamente in moto, egli d’un balzo fu a terra, mi strinse ancora follemente al suo petto, mi diede un bacio … l’ultimo … un bacio lungo, forte come il suo affetto e di nuovo fu sul treno agitando il cappello piumato. Io rimasi a guardarlo senza sguardo, immota, inebetita dal dolore, finché il treno disparve e me lo portò via. Da quel giorno non l’ho visto mai più!» (55). Ottorino si trovò ben presto proiettato in piena zona di guerra. Trovava «bellissima», in quei luoghi, la campagna e splendidi i tramonti dalle iniziali «tinte rossastre meravigliose che si spengono poi d’un tratto in toni sempre meno caldi e quasi bigi». E, poi, i fiori, che, ogni tanto, spuntavano tra le rocce («due giorni fa trovammo due belle piante di rose fiorite») e l’atteggiamento delle donne del posto, che lo incuriosivano per la loro ostinazione a non abbandonare le loro case, attaccate alle

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loro povere cose e agli animali al punto da non curarsi «né di granate né di altre caramelle simili» (56). Poco prima di Pasqua il suo reggimento partì dal paesino dove si trovava (alloggiava in una «camera baraccatoria» insieme con il collega Colafranceschi e i due attendenti), dopo essere stato fatto segno di «belle manifestazioni» (57). La mattina ci fu messa al campo, con precetto pasquale, celebrata da un «prevetariello» su un altare «fatto con due cassette», in uno spiazzale immenso, dinanzi a tremila bersaglieri, «curvi dinanzi alla loro fede da cui sperano la salvezza e il ritorno». La giornata era meravigliosa. Il cielo, lacerato, di tanto in tanto, dagli aeroplani, che «si inseguivano mitragliandosi», era di un colore azzurro intenso e alla sua estremità, a nord, sullo sfondo, s’innestava il candore delle Alpi Carniche innevate. Dopo la messa, evaporato quel sentimento di smarrimento e di tristezza, che aveva preso gli animi, ci fu «naturalmente baldoria. Champagne a non dire – poi quei galantuomini di colleghi aspiranti che tutti mi avevano conosciuto a Modena, mi cominciarono a sfruculiare – Parli Rinaldi! – Parli Rinaldi!» Io mi cominciai ad arrabbiare perché c’erano tutti i superiori. Allora uno di quei galantuomini andò dal mio maggiore e mi fece pregare da lui. Io subordinato, dovetti ubbidire; poi mi rispose il maggiore – hurrà! strilli ecc.». Poi giunse il momento della partenza, senza fanfara, che aveva suonato la sera precedente, con i bersaglieri carichi di tutto il loro fardello: «[…] noi – scrisse Ottorino ai suoi – avevamo fatta la cassetta e riempito il sacco di roba. Avevamo moschetto, baionetta, un’altra divisa e tante altre comodità fra cui […] un catino porcellanato» (58). Concludeva la lettera, raccomandando agli «scugnizzi», i fratellini Renato e Riccardo, di gridare “Viva il 15° Bersaglieri!”, che «ha dei precedenti gloriosi e penosi. Perciò non sarà molto impegnato ora» (59). La nuova sistemazione di Ottorino in zona di guerra, stando a quanto scriveva (60), fu migliore di quella che aveva lasciata: «Sono domiciliato in una cameretta di una casa mezzo scarrupata presso una chiesa e un campanile sbocconcellati e spertusati che è una bellezza. Possiedo un letto!! Morbido, a molle, con un materasso di lana, un paglione ecc. Dopo un mese dormo in un letto e mi spoglio. Ieri sera però dormii per terra con la sola mantellina addosso, con tutto ciò sto benone. E il mio attendente pure. Inoltre ho un canterano, un tavolo di noce, un comodino e tanti altri oggetti come per esempio un paio di

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babbucce di lana comodissime di cui mi sono impadronito […] un manicotto di lusso, splendido che mi serve da cuscino da piedi». Ottorino, intanto, cominciò ad essere impegnato nelle prime operazioni di guerra. Gli accenni che ne fa ai familiari nella citata lettera del 19 aprile sono avvolti in un’aria ricercatamente scanzonata e scherzosa: «Ieri poi facemmo una bella marcetta notturna che ci divertì grazie ai fuochi artificiali che fecero gli austriaci – pareva la girandola». In realtà, come scrisse alla zia materna, Cesira Emanuelli, che risiedeva a Roma, era partito con il reggimento «per un’ardita avanzata» (61), dalla quale ritornò poi «incolume» (62). In effetti, la situazione era tutt’altro che idilliaca e pacifica, come si sforzava di far credere ai suoi. Al ragioniere della Regia Prefettura di Caserta, Ciro Lamberti, confidava che si era, lì al fronte dove si trovava, «in settimana … di passione». «A casa però – aggiungeva – mi sanno al sicuro ed ignorano le avanzate che i bersaglieri nostri vanno facendo in questi giorni; sarà opportuno non far sapere nulla loro per ora» (63). Sua preoccupazione dominante sarebbe stata, infatti, per tutto il tempo, quella di tranquillizzare continuamente i genitori, che da Caserta dovevano scrivergli missive piene di timori e apprensioni. Da qui anche le ripetute assicurazioni, rinvenibili nella medesima lettera del 19, di sopra citata, quali «Noi stiamo sempre allegri», «Non crediate che qui stia male», «Qui non ho bisogno di nulla», «anzi pericolo vero e proprio non ce n’è – è presso a poco come in una città qualunque col pericolo che cada qualche tegola addosso». E, poi, lasciava intendere, egli si trovava pur sempre tra i suoi bersaglieri: «E mai, poi mai si potrà costaggiù immaginare quello che fa e quanto valga il soldato italiano. E’ meraviglioso semplicemente […] Già i nostri bersaglieri sanno far tutto – ti costruiscono baracche – ti accomodano orologi e scarpe, vestiti, fanno tavolini, sedie a dondolo … e … quando capita, fanno filar via gli austriaci che è una bellezza» (64). Il momento del vero e proprio battesimo del fuoco avvenne, comunque, per Ottorino un paio di giorni dopo, quando tutto sembrava che stesse per divenire concreta la possibilità di trascorrere la Santa Pasqua, che, quell’anno, cadeva il 23 aprile, nelle retrovie. Fu Colafranceschi, dopo il pranzo, a dargli la notizia che la sua compagnia, ma non lui, sarebbe partita con quattro sottotenenti ed un aspirante. Il capitano Peirani, «di Torino, persona distintissima», aveva, infatti, scelto l’aspirante

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De Marco. Ottorino, però, incontrando il De Marco, per guadagnare un turno, gli propose di prendere lui il suo posto, trovandolo d’accordo. Senonché il capitano sulle prime non fu consenziente, poi pensò di ricorrere al sorteggio e solo, alla fine, accondiscese a che i due si accordassero tra loro. Così a partire fu Ottorino, che, soltanto ad operazioni concluse, si decise di scriverne a casa, in data 1° maggio. «Ma torniamo a noi, io debbo ancora raccontarvi tante cose, e soprattutto quello che ho fatto dal 21 al 27 stando in prima linea. Eccovi in breve il riepilogo. 22 si va su – 22 notte attacco del trinceramento austriaco e sua occupazione. 23 – giorno – Sgombero di una piccola parte di esso troppo battuta. Dal 23 al 27 contrattacchi continui austriaci per ripigliarsi ciò che era loro … prima che lo prendessimo noi. Il 27 all’alba si scende giù a riposo ed allora cessano i contrattacchi» (65). La partenza fu alle quattro. Si procedette «attraverso i campi per fossi scavati nella terra, ma i cannoni tacevano». All’imbrunire si giunse ad un paesello «tutto distrutto» e, dopo un po’ di sosta per la mensa (erano le sette), si riprese la marcia «attraverso cunicoli scavati, di corsa per tratti di via battuti dal tiro, dietro i muri di case crollate». Fu a quel punto, nel buio più assoluto, che cominciò da ogni parte «la musica infernale» delle artiglierie. Ottorino, che si trovava in coda al quarto plotone, dopo averlo affidato al suo sergente, si mise a sorpassare molti dei bersaglieri, che lo precedevano. Si cominciava ad andare su, dove già c’era un battaglione di bersaglieri ciclisti, mentre assai vicine cadevano e scoppiavano le granate, provocando «rimbombi cupi, formidabili, continui». Una granata da 305 scoppiò vicinissima ad Ottorino, che si ritrovò coperto di terra, mentre quattro soldati restarono feriti e ad un sottotenente un sasso «di peso non indifferente» gli rimbalzò sul capo. Portati via i feriti, si continuò ad avanzare, ora salendo, ora discendendo per rocce e dirupi. Di tanto in tanto, il buio fitto della notte veniva rotto dalle scie luminose multicolori dei razzi illuminanti, che mettevano a nudo gli assalitori e davano il via al concerto di cannoni di tutti i calibri, che facevano «un chiasso dieci volte superiore alla finale dei fuochi di S. Anna». Ottorino, che aveva chiesto di andare lui in missione non solo per guadagnare un turno, ma perché, come scrisse, voleva mettere alla prova i suoi nervi e se stesso «in questa nuova guerra terribile e spaventosa, ma bella sempre e ricca di eroismi e di ardire», così racconta il suo stato d’animo

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in quei momenti: «Quando cominciarono a fioccare granate e shrapnell io mi studiai e mi dissi: Ottorino, ci siamo – Pensai a voialtri. Mi sentii calmo – forte – sicuro. Se mamma, se papà mi vedessero, sarebbero contenti di me – E andai avanti ai bersaglieri – Specie i veterani mi guardavano – mi studiavano: Vediamo un po’ questo novellino come si comporta … Il novellino quando fu convinto di essere padrone di sé sentì scoppiare il 305 – peggio di quella non ci poteva essere! - ; quindi credette opportuno indirizzare il suo interessamento ad altre cose – E lo disse forte: Dio che fame! Povera pasta asciutta di stasera! – Dei colleghi si misero a ridere». A quel punto, «un bersagliere mi offrì del pane, che io accettai – Ed allora continuammo la nostra corsa verso il nemico, e qualcuno verso la morte, io mangiando, gli altri sorridenti, i bersaglieri fatti più arditi e sicuri». Dopo aver bevuto anche un sorso d’acqua, offertogli dal tenente Francinetti, che era di Torino, Ottorino avanzò il passo, sorpassò tutti e si ritrovò accanto al maggiore. Mancando, poi, l’aiutante maggiore, non esitò, per due volte, di offrirsi lui a portare gli ordini, «passando per una strada illuminata dai razzi e battuta anche dai fucili». A cinquanta metri dall’ultima trincea italiana, il maggiore continuò ad avanzare, lasciando sul posto, in attesa di ordini, Ottorino con una settantina di bersaglieri e nessun ufficiale (il capitano era andato pure lui innanzi). Passò all’incirca un’ora, «buttati a terra contro una roccia altissima», prima che giungesse l’ordine di avanzare; allora «ci avviammo per un camminamento scavato nella roccia e coperto, era come una grotta, si camminava quasi carponi». Il caso volle che, non essendo presente alcun ufficiale, quando il maggiore fece passare la voce che desiderava uno dei quattro sottotenenti, l’aspirante Rinaldi non esitò, ancora una volta, a farsi lui innanzi, portandosi in presenza dell’alto ufficiale, che, dopo essersi informato del suo nome, gli mostrò un piccolo tratto di una ventina di metri da salire allo scoperto, per raggiungere il punto in cui si trovavano cinquanta bersaglieri, di cui gli affidava il comando. «Mi strinse la mano, – continuò a raccontare ai suoi Ottorino – io feci il dietro front e via su per quei venti metri – mi trovai sull’ultimo baluardo nostro – era quello per me l’Italia – mucchi di sacchetti – delle buche e dei petti di bersaglieri». L’avanzata, fatta di sorpresa, era «costata pochissime perdite». Il peggio venne dopo e durò fino al 27 mattina. La reazione degli austriaci fu rabbiosa: «Hanno preso una rabbia

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gli austriaci che ci avranno rimesso qualche migliaio di uomini per cercare di riprendere il trincerone. Una piccola parte sola fu sgombrata perché era presa d’infilata, il resto più di 300 metri tenuto saldamente dai bersaglieri. Dei contrattacchi non avete idea. Si sta quieti, buttati per terra – io, ufficiale – sebbene ci fossero le buche dove si dormiva (!??) più sicuri – sono voluto restare fuori sdraiato accanto ai bersaglieri e a Quadrello. Fucilate si udivano in continuazione – ma rade, una alla volta – ogni tanto qualche cannonata – poi dei razzi. D’un tratto qualche vedetta vedeva saltar fuori dalla trincea nemica qualche omino. Era un attimo: cominciavano le mitragliatrici, i fucili e poi un razzo d’avviso – E i bersaglieri già erano saltati su – là non si dorme – e già a mirare e a sparare – poi bombe a mano – altre caramelle. Si udivano le grida austriache: hurrah!… c’era un crescendo – poi i signori se la scappavano lasciando qua e là morti e man mano il chiasso veniva decrescendo finché tornava la quiete (per modo di dire)». Infatti, dopo un po’ si ricominciava. Dei numerosi contrattacchi (ben cinque nella sola notte, la più terribile, tra il 26 ed il 27) ve ne furono alcuni particolarmente furiosi, che consentirono agli austriaci di portarsi fin sotto la trincea. Ne seguirono, allora, «mischie terribili», che si conclusero, ogni volta, con la disfatta degli assalitori, «perché l’artiglieria faceva tiri di interdizione – non potevano tornare indietro e non ne restava vivo uno». Dopo ogni contrattacco si faceva la conta. Gli austriaci «facevano sempre poco danno. Il rumore però era assai. L’artiglieria nostra meravigliosa. Figuratevi, i proiettili passavano ad un metro dalle nostre teste e tutti andavano a segno». Fino all’ultimo furono, comunque, momenti difficili. La mattina del 27, poco prima della partenza, una granata austriaca andò a scoppiare sull’angolo del riparo, facendo saltare una ventina di sacchetti e cogliendo in pieno nello scoppio un bersagliere, che si trovava lì vicino. «E’ stato un momento immobile, poi è rotolato giù per cinque o sei metri ed è rimasto fermo. Rattrappito mentre pioveva sangue. Ciò è stato a dieci metri e meno da me». Tra i morti, con suo grande dispiacere, Ottorino aveva dovuto contare anche Zinni, l’aspirante che, si ricorderà, aveva fatto con lui, a Modena, il corso della 2ª compagnia. Quanto ad Ottorino, lasciava il trincerone, portandosi dietro sei buchi nella mantellina piccola, una bruciatura alla guancia («cosa da nulla»), che gli era stata

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provocata da una palla, passatagli troppo vicino e gli elogi dei suoi superiori (66). Il periodo di riposo, che seguì i vittoriosi combattimenti di Selz svoltisi nel tempo di Pasqua (67), era destinato a durare ben poco. Ottorino trascorse quelle giornate, scrivendo lunghe lettere a casa, suonando al piano, quelle volte che, sedendosi accanto a lui, glielo chiedeva il maggiore («“Professore ci faccia sentire qualche cosa”. E poi si suona, si balla ecc.» (68), attendendo ai lavori, allorché era il suo turno, e andando col pensiero, quando si ritrovava da solo nella sua cameretta, ai componenti della sua famiglia lontana. Ed era proprio in quei momenti di intima solitudine che un sentimento di profondo struggimento lo pervadeva: «Sono solo – scriveva il 4 maggio alla mamma – […] ed io sento nella frescura della mia camera come spirare un’aura di raccoglimento e di pace […] e penso a voialtri – a papà che lavora in mezzo a quelle cartacce in quelle stanze buie, senza riposo; a Maria e Ada che sono coi loro monellucci; a Bice che si dà da fare per casa e grida magari i piccoli, ma è sempre lei, la Bice buona di sempre; agli scugnizzi della cui cagnara sento la mancanza; ma a Te penso soprattutto. Io ho dovuto fare l’esperienza di quel che tutti gli amici mi dicevano: in zona di guerra l’affetto che più si sente, l’affetto che ci sublima e ci fa buoni e coraggiosi a un tempo, è l’affetto per la madre. […] Tu sei di nuovo per noi – adulti – quello che eri per noi piccini; l’angelo buono protettore dalle ali bianche, dalla voce celestiale, che ci carezzi e ci baci e ci dai col sonno l’estasi ed il sogno […] io sento inumidirmi gli occhi quando penso a Te, agli scugnizzi, a papà, e vorrei che questo sentimento, questo struggimento che è in me fosse anche in voi tutti […] ». A metà maggio, per fermare l’offensiva degli austriaci a Monfalcone, il 15° Reggimento Bersaglieri fu nuovamente mobilitato ed Ottorino e la sua compagnia, al comando sempre del capitano Rossi, dovettero fare ritorno in trincea (69). Prima, però, di partire gli capitò un incidente, che, per fortuna, non ebbe gravi conseguenze. Mentre era intento ai lavori «al cospetto del nemico», precipitò da circa quattro metri di altezza per colpa della «oscurità cane», soltanto illuminata di tanto in tanto dai razzi austriaci. Col braccio Ottorino fece scudo alla testa, riducendo, in questo modo, al minimo i danni, ma spaventando non poco i suoi bersaglieri, che, vedendolo cadere, pensarono fosse stato colpito dal nemico (70). Prontamente

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ristabilitosi dalle ammaccature, il 14 era, infatti, regolarmente in trincea sotto il fuoco austriaco (71). In questa sua seconda esperienza di guerra Ottorino non tardò molto a mettersi in luce, portando a termine una brillante operazione bellica (72). Di essa avrebbe fatto particolareggiato racconto al padre soltanto il 26 maggio, a distanza di undici giorni (73). Era successo che la sera del 15, in seguito ad un falso allarme, un tenente «poco coraggioso» aveva abbandonato «una posizione nostra avanzatissima che, come un tentacolo a 4 punte si allungava verso le posizioni austriache». Il caso volle che si imbattesse nel colonnello, al quale, tutto timoroso, riferì che stavano venendo gli austriaci. Nel dubbio che questi avessero occupato la posizione avanzata, che i soldati chiamavano la lunetta, l’alto ufficiale fece chiamare una sezione mitragliatrici ed il plotone di Rinaldi. Di corsa, per un camminamento scavato nella roccia, Ottorino e i suoi bersaglieri si portarono sul posto. Degli austriaci non vi era neppure l’ombra. Fu, pertanto, ripreso il possesso della lunetta dai fuggiaschi e dal plotone comandato da Ottorino, che, però, restò di riserva in un camminamento coperto. «Questo camminamento – spiegò Ottorino al padre – comunicava con un tratto della prima linea e poi con 5 parallele o trincee congiunte da due camminamenti che gli italiani avevano fatto e la cavalleria aveva mollato agli austriaci». Ottorino si era andato a sistemare con i suoi uomini nel punto del camminamento in cui si arrestava l’occupazione italiana e stava intrattenendosi a parlare con i bersaglieri, quando giunse il capitano Barreca del 17° fanteria Zappatori con un sergente maggiore ed il capitano dei bersaglieri Rossi, comandante della lunetta, e fu presa la decisione di andare ad occupare, anche combattendo, la prima parallela, in modo da stabilire un’altra comunicazione con la prima linea. Dopo che furono avvisati gli italiani, che stavano dall’altra parte, perché non sparassero, si procedette ad esplorare e ad occupare la prima parallela. Ritornati, però, indietro «nel punto dove la trincea era sbarrata di sacchetti e c’erano le nostre vedette», il capitano Barreca espresse l’opinione che anche le altre parallele 2-3-4-5 dovevano essere, molto probabilmente sgombre di austriaci come la 1, dopo il bombardamento dell’artiglieria italiana, che c’era stato quel giorno, e, rivolto al sergente maggiore, gli chiese se si volesse andare. Questi subito si disse d’accordo e fu a quel punto che Ottorino si fece avanti chiedendo di venire anche lui (74). I tre

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allora si avviarono, penetrando in territorio austriaco, il capitano, senza impugnare armi, Ottorino ed il sergente maggiore con il fucile carico e la baionetta montata. Sicuri di non correre il rischio di smarrirsi, dal momento che quel «dedalo di approcci, trincee, camminamenti» era stato costruito proprio dal capitano Barreca e dai suoi zappatori, «s’andava come una passeggiata – un po’ curvi perché non ci vedessero coi razzi e il bel chiaro di luna che c’era». Dalle feritoie del camminamento si vedeva lontano, bellissimo il mare e si provava la sensazione di muovere «verso una meta lontana che sembrava irraggiungibile». Si camminava sui sassi, cercando di fare il meno rumore possibile e, a turno, una volta per uno, si andava in testa. L’esplorazione e la successiva presa di possesso procedevano tranquillamente, quando, ad un certo punto, la cavalleria, che si trovava in prima linea a sinistra, non essendo stata avvertita, scorgendo delle ombre, fece partire più di 400 colpi, costringendo i tre coraggiosi ad appiattirsi contro la roccia, per poi allontanarsi silenziosamente, una volta passata la tempesta. Per sua scelta Ottorino volle, però, tornare indietro per avvisare la cavalleria e, di corsa, «come un disperato», ripercorse a rovescio la strada, facendosi dare anche dieci uomini ed un caporale, «per rafforzare l’occupazione fatta da tre uomini di tre parallele !!!». Intanto, alcune pattuglie di austriaci avevano battuto in ritirata, ma, di tanto in tanto, venendo fuori dalla trincea, sparavano alcune raffiche di fuoco, «senza avere il coraggio di rientrare». Dal canto suo, Ottorino con gli undici cavalleggeri rimase due ore, nel buio, con l’ordine di non sparare, nella parallela 4, in attesa che facesse ritorno il capitano Barreca, che era tornato indietro a telefonare all’artiglieria di non sparare, come di tanto in tanto faceva, su quelle postazioni. Furono ore «terribili», durante le quali scoppiarono, vicinissime, tre granate, coprendo, Ottorino e gli uomini che stavano con lui, di terra e di sassi, e una pattuglia tedesca si fece avanti, guardandosi, però, bene dallo scendere giù nella parallela. Di tanto in tanto, però, «qualcuno di loro si affacciava cautamente a guardare e sparava – e noi zitti – fermi nel buio». Ottorino, nel frattempo, si era posizionato in piedi, nell’oscurità, nel punto da cui si poteva tornare indietro, avvisando i cavalleggeri impauriti che avrebbe infilato sulla baionetta il primo che avesse accennato a battere in ritirata. Purtroppo uno di essi, ad un certo punto, si buscò una pallottola di fucile («fece

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quattro passi rotolando – e poi cadde») e fu portato da due cavalleggeri in ospedale, dove morì, lasciando in Ottorino qualche senso di colpa («colpa quasi mia»). Finalmente il capitano fece ritorno e si proseguì l’esplorazione, giungendo fino alla parallela 5, che era, però, occupata dagli austriaci e si dovette tornare indietro, proprio nel mentre giungevano un plotone di bersaglieri e due squadroni di cavalleria. Fu solo allora, erano le cinque del mattino, che il capitano Barreca chiese ad Ottorino il nome, il reggimento di appartenenza e lo mise in libertà. «Tornai al mio plotone – scrisse al padre – stanco ma incolume e lieto». Il giorno seguente lo stesso capitano andò a trovarlo e gli fece leggere un rapporto splendido sul suo conto, che, poi, gli consegnò perché lui stesso lo facesse recapitare al comando del settore (75). Nei giorni che seguirono Ottorino continuò ad essere impegnato, in prima linea, nelle operazioni belliche, per arginare e respingere in quel punto l’offensiva austriaca, che, il 21 maggio, potevano dirsi in buona parte condotte a termine con successo (76). Ancora una volta, sia lui, sia il plotone che comandava, si erano portati splendidamente, al punto da ricevere ben quattro encomi, rispettivamente dal Comando superiore, dal comandante del settore, dal comandante del reggimento e dal comandante di compagnia (77). Ritornato, poi, dalla prima linea, aveva ripreso a vivere, come faceva sapere alla mamma (78), «la vita tranquilla quotidiana fatta di poco lavoro, molto ozio, e sogni e rimembranze». Erano proprio quelli i momenti, come si è già avuto modo altre volte di sottolineare, in cui Ottorino sentiva una più viva ed intensa la nostalgia della famiglia lontana: «E’ l’ora della tenerezza questa, quando la guerra si dimentica completamente e s’invoca un viso caro, una spalla su cui posare la testa; e poi i piccoli con cui far chiasso, Renato avvocato e chiacchierone, Riccardino impertinente, ma pur buono, dedito ai gatti, allo studio, al disegno; e poi quella impertinentina di Dindina […] Di Bice, Maria ed Ada non si parla, quelle sono le persone … serie di casa, lavorano in silenzio, con amore talvolta con impazienza, ma meriterebbero (ed ecco l’augurio mio) più di quello che la sorte ha loro dato» (79). Come pure, in altri momenti simili, si faceva sentire più acuta la voglia di vita normale: «Ripensiamo ai caffè, alle strade affollate di gente, ai divertimenti, alle canzoni ecc., e si resta stupiti, stupiti … Come sono lontane queste cose quaggiù … ma come si desiderano» (80), e diveniva

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urgente quel bisogno dell’innamoramento, di una presenza femminile, tipico dell’età giovanile: «Qui ci sono dei posti splendidi per fare l’amore e le passeggiate al chiaro di luna. Peccato che non ci siano ragazze!» (81). Ma di lì a poco sarebbe stata ancora la guerra a riprendere il sopravvento. Per gli inizi di giugno era fissato il ritorno lassù, in trincea, dove «è la Patria che più si sente in noi e ci dà impeti di brutalità e di ardimento» (82). Ne dava comunicazione al padre il primo di quel mese, illustrandogli il programma operativo per l’intera sua durata: «[…] il tre a notte ritorno in trincea ma potete stare tranquilli. Le altre volte noi siamo andati in trincea per fare azioni (Selz) o respingere attacchi e rassodare posizioni (Monfalcone); ma ora invece no; facciamo un turno di un mese (quindi S. Pietro lo passerò qui, è ormai certo) di custodia alle trincee, si intende è custodia attiva, ma senza pericolo. E poi dieci giorni saremo in prima linea; dieci a riposo e dieci di rincalzo. Andiamo a Busi, una bella posizione con belle trincee scavate nella roccia, con parecchi comodi, per quanto con un po’ di puzza» (83). L’intendimento, come al solito, di tranquillizzare, questa volta attraverso il padre, l’intera famiglia e, soprattutto, la madre, che viveva in perenne ansia per quel suo figlio, gli faceva minimizzare perfino i disagi della vita di trincea: «Dunque potete stare tranquilli, stare in trincea è niente, è questione di sporcarmi un po’, dormire per terra, ma poi si sta allegri e dopo il mese staremo un bel mesetto a riposo». E concludeva lo scritto riferendo intenzionalmente un siparietto di goliardia cameratesca: una battaglia, a base di bucce di arancia e «cartoccetti» di acqua, scoppiata tra i quattro sottotenenti sostenuti dai rispettivi attendenti («io arrampicato su una trave che traversava la stanza, dominavo la posizione, e ne ho date molte di bagnate e prese quasi niente»), e conclusasi con la scena comica del sottotenente Colafranceshi, che, innaffiato da tutte le parti, per lanciare meglio il suo cartoccetto d’acqua, lasciò andare le brache, che sorreggeva con una delle due mani, restando coperto solo dalla camicia. Salito su, il 7 giugno inviava una cartolina alla madre con questo messaggio: «In trincea a 25 metri e 3 cm. dagli austriaci, ma benone, allegro, tranquillo. Bacio sorelle scugnizzi. Benedici il Tuo Ottorino» (84). Qualche giorno dopo fu impegnato, insieme con il suo attendente Quarello, in esecuzione dell’ordine, impartitogli dal comandante del battaglione, capitano Baldacconi, nella rischiosa operazione, di

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piazzare, uscendo allo scoperto, un certo numero di sacchetti al di là della trincea, in un punto in cui si sarebbe poi dovuto avanzare. Ottorino riuscì a collocarne ventitré, «ad angolo uno accanto all’altro, e poi sopra» e, a sua volta, Quarello altri sette, prima che gli austriaci li scoprissero e tirassero due razzi che caddero vicinissimi ad entrambi (85). Il 10 fu impegnato in un’azione di avanzamento «per noi vittoriosa» (86). Il 12 faceva sapere alla madre che tra due giorni avrebbe lasciato la prima linea «per andare in riserva – la quale non è riposo», confessava di averla «scampata bella più volte» e ringraziava «in ogni modo te, tutti e Gina che mi avete protetto». Una volta in riserva aveva potuto fare lunghe dormite, recuperando il sonno perduto per le lunghe veglie in trincea («è ormai parecchi giorni che dormo non so come e non so dove») (87), mangiava molto, ma beveva meno per il caldo, leggiucchiava qualche giornale e «poi vado, ogni ventiquattro ore, dodici ore a sorvegliare un lavoro che si sta facendo un po’ avanti. Faccio quindi alternativamente un giorno e una notte» (88). Della vita in trincea lo affascinava lo spettacolo notturno. «Uno spettacolo splendido è la notte in prima linea. Si sparano fucilate su fucilate, tutte o quasi tutte innocue; e si tirano per aria centinaia di razzi che illuminano come se fosse giorno – razzi candidi i nostri, verdastri i loro. Salgono maestosamente nell’aria le scie luminose, poi il razzo scoppia ed allora una bella stella luminosissima scende lenta illuminando tutto. Si vedono i reticolati e i cavallucci di frisia avanti le trincee, poi i muretti di sassi e di sacchetti, il breve tratto intercedente tra le due trincee. E dietro le feritoie invece vegliano attentissime le vedette che scrutano e poi giù fucilate appena vedono un sacchetto muoversi o qualche altra cosa di sospetto». Non dava, invece, troppo peso ai disagi e alle privazioni dei bisogni anche più elementari che lo stare in prima linea comportava, pure in termini di pulizia personale, mostrando un grande spirito di adattabilità: «Tranne le maglie pel resto mi trovo maluccio. Dormire per terra, non spogliarsi mai (neanche adesso perché da un momento all’altro può suonare adunata e possiamo andare in linea) lavarsi quando è possibile, capirete che la roba si rovina. Ho solo due camicie mezzo sbrindellate e tre o quattro paia di calze» (89). Il 21 giugno fu, invece, impegnato nei lavori per l’intera notte e gran parte del giorno, per cui si lamentò di non aver potuto scrivere neppure una cartolina (90). Ottorino era, infatti, abituato generalmente a scrivere secondo una frenetica

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sequenza, persino giornaliera, quando gli era consentito, non solo ai familiari, ai cui componenti inviava spesso lettere individuali, e ai parenti, ma anche ad un gran numero di persone con le quali vantava rapporti di amicizia o di conoscenza. Inviare lettere e riceverne era, ormai, diventato per lui un’esigenza insopprimibile, costituendo l’unico mezzo, da un lato, per continuare ad essere parte attiva all’interno della vita familiare e partecipe continuativamente delle sue vicende, e, dall’altro, per continuare a intrattenere un rapporto sempre vivo con quanti, fuori dalla cerchia parentale, gli volevano bene e lo stimavano. Attendeva, perciò, con una certa impazienza il momento della distribuzione della posta ed appariva particolarmente soddisfatto ogni volta che gli veniva consegnato un consistente fascio di corrispondenza, specialmente, poi, se tra le tante lettere e cartoline, oltre a quelle familiari, ve ne erano alcune spedite dai suoi vecchi insegnanti dell’Università, in primo luogo Francesco Torraca (91). E’, pertanto, comprensibile la preoccupazione da cui fu preso, allorché il servizio postale prese a funzionare male e le prime lettere cominciarono ad arrivargli con preoccupante ritardo. Scriveva su questo punto alla famiglia: «Oggi ho ricevuto due lettere insieme, una del 16 e una del 17. La posta che funziona!…. Io ora ho fatto un reclamo scritto al comandante di compagnia perché lo trasmetta al Comando di reggimento e un altro lo farò domani e così via»; e in altra sua lettera del 22: «Ieri fui molto occupato pei lavori […] Ho però trovato il tempo di fare al Comando un reclamo per il modo piuttosto indecente con cui funziona la posta» (92). Il 24 giugno era fissato che sarebbe partito nuovamente, di rincalzo, con la prospettiva che «tra dodici giorni andrò a riposo per quindici giorni». Nell’attesa, al primo imbrunire, all’uscita dalla mensa, era solito andare con i colleghi a passeggiare «sulla spianata del monte da cui si abbraccia tutta la pianura redenta con lo sfondo del mare su cui va calando lentamente il sole» (93). Una di quelle sere si spinsero fino ai due cimiteri, che si trovavano in quella località, dove erano stati sepolti alcuni loro bersaglieri morti proprio in quei giorni («abbiamo visto la tomba dov’è sepolto il sottotenente Mancinelli della mia compagnia») (94). In quegli stessi giorni poteva anche annunziare con soddisfazione ai genitori che gli era pervenuta la nomina a sottotenente, con anzianità a decorrere dal 1° aprile, e

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che di lì a poco avrebbe prestato anche il giuramento («dovrò giurare uno di questi giorni e ci vorrà champagne)» (95). Il 26 si affrettava a scrivere al padre, di cui era prossimo l’onomastico, nella speranza che la lettera potesse arrivargli in tempo per la festività di S. Pietro. Quel giorno Ottorino appariva particolarmente di buon umore per le notizie favorevoli che giungevano dal Trentino («Oggi il Bollettino ci ha recato la grandissima nuova che gli austriaci nel Trentino vanno abbandonando le posizioni e le terre italiane conquistate dall’inizio della loro terribile e così fallita offensiva, e che i nostri soldati li vanno incalzando nella loro triste ritirata»). Sulla scorta di tali notizie, era naturale che Ottorino cominciasse a cullare la speranza di una rapida fine della guerra: «Speriamo l’ottobre di questo anno mi trovi di nuovo in cattedra, fortunato se solo un anno scolastico sarà stato sottratto ai miei studi ed ai miei giovani». L’incontro casuale con commilitoni casertani gli diede, invece, per il momento, soltanto l’occasione di discorrere un poco della comune città («Ho visto l’altro ieri – caporale nel mio reggimento – Andrea Possevini; ieri Toti, che giocava a foot-ball nella mia squadra ed ora è sergente di artiglieria. Così abbiamo parlato di Caserta») (96). Il caldo, intanto, cominciava a farsi sentire («Fa un caldo gatto (per non dire cane) », ma i cannoni continuavano a tuonare incessanti. Quella, però, «era musica dolcissima per noi, piuttosto ingrata per gli austriaci, che rispondono meno e male» (97). Intanto, anche dalla linea del fronte, in cui si trovava Ottorino, cominciava a muovere l’offensiva italiana («Oramai andiamo avanti anche di qui […] i risultati della nostra offensiva quassù sono importantissimi») (98). In altra lettera dell’11 luglio accennava alle posizioni «quota 121, quota 75, quota 76 che sono state prese tutte dalla nostra divisione col nostro aiuto i giorni scorsi. Quota 121 è stata però perduta e ripresa, ora è abbandonata» (99). Anche per questo, il 6 luglio, contrariamente alle scadenze preventivate, Ottorino continuava a restare in trincea. Dal 3 di quel mese si trovava nelle trincee di Sei Busi e Selz, «cambiando ogni dieci giorni di posizione» (100), per cui, a ragione, poteva affermare di conoscere «a memoria trincea per trincea tutto il Carso da S. Michele e Castelnuovo a Sei Busi e Selz e Rocca e Monfalcone» (101). Aveva al suo attivo, in tutto questo periodo, tre uscite di pattuglia, un lavoro di approccio continuato allo scoperto ed un

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assalto, oltre a tutti gli attacchi austriaci respinti. Il logorio fisico cominciava inevitabilmente a farsi sentire («siamo veramente un po’ stanchi») e alla stanchezza si aggiungeva lo stress, accresciuto dalla necessità di stare sempre all’erta, dopo che gli austriaci avevano lanciato «degli attacchi gravissimi coi gas asfissianti», malgrado i soldati italiani avessero ricevuto in dotazione un primo tipo di maschera, sostituito, poi, dopo il primo attacco, da una nuova maschera e nuovi occhiali (102). A gravare su Ottorino era, poi, anche il peso delle responsabilità. Ne avrebbe scritto, qualche settimana dopo, anche al padre, tradendo, come di rado accadeva, quella linea all’insegna del “tutto va bene”, che si era imposto di trasmettere alla famiglia. «Infatti non bisogna credere – scriveva – che qui si stia sempre di un umore. Delle volte la responsabilità grave che si ha stando in linea col plotone e per il plotone, la preoccupazione per esempio di non poter per un’improvvisa debolezza dei propri soldati (mai verificata, ma temuta irragionevolmente qualche volta) mantenere la posizione che si ha il sacrosanto dovere di conservare a qualunque prezzo; il dolore della morte di un amico, danno dei momenti non di avvilimento – mai! – ma talvolta di pensoso raccoglimento e di grave serietà» (103). Sembrava, però, che fosse ormai imminente un periodo di riposo, per andare poi «a San Michele a fare un altro mese di trincea, oppure […] di riserva al 7° Corpo o al 10° che è tornato da queste parti». Ma, in quel momento, ciò che ad Ottorino premeva più di ogni altra cosa era la concessione di un periodo di licenza, che gli consentisse di recarsi a casa. Per ottenerla, si era offerto anche di andare come volontario a piazzare un tubo di gelatina (104) («un pericolo molto limitato – ci vuole solo un po’ di furberia e molta calma») (105), per poi rinunziare, non avendo ricevuto alcuna assicurazione in tal senso. Purtroppo, per la concessione di licenze, soprattutto agli ufficiali, non era effettivamente quello il momento più propizio (106). A partire dal 15 luglio Ottorino con la sua compagnia si trovava, comunque, finalmente a riposo, anche se, come ebbe a specificare, «il nuovo colonnello venuto, Orso, ci fa lavorare (stando a riposo) come se stessimo in guarnigione, ragion per cui io sono libero solo il pomeriggio». Alloggiava in una «capannuccia di vimini» insieme con il sottotenente Cucco «che è della mia compagnia ed alleva uccelli». Ad arredarla alla

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meglio avevano provveduto i loro due attendenti, che avevano fabbricato «un tavolino – due panche di legno, le brande» (107). Era, però, ormai, imminente l’ora in cui l’impegno bellico sarebbe divenuto ancora più serrato ed impegnativo di quanto lo era stato fino a quel momento. Sul fronte italo-austriaco, sulla guerra di stazionamento nelle trincee, intramezzata da periodici assalti e, non di rado, da successive ritirate, stava per prendere il sopravvento la guerra combattuta in campo aperto, la guerra manovrata, più adatta alle caratteristiche del corpo dei bersaglieri, che in essa sapevano profondere tutto il loro ardimento e spiegare tutta la loro aggressività. Andava, infatti, ad iniziare il mese di agosto, che fu caratterizzato interamente dalla lotta e dalla sicura avanzata italiana sul Carso, cui Ottorino con il suo glorioso reggimento partecipò (108), e che ebbe nella presa di Gorizia uno dei suoi momenti culminanti. Pur nell’incalzare degli assalti e dei combattimenti, Ottorino trovò, comunque, sempre il tempo di far giungere sue notizie non solo a casa, con particolare frequenza, ma anche alla zia di Roma, all’amico suo Mario De Simone e ad alcune signorine di sua conoscenza. Nelle ore che precedettero uno dei primi importanti assalti, in cui trovò morte eroica il comandante del suo battaglione, tenente colonnello Piaggio (109), scrisse al padre, rivelando tutta intera quale fosse la sua disposizione d’ animo in quel particolare momento: «Nell’imminenza di un assalto, con la sicurezza della vittoria e la speranza di riuscire incolume, invio a te e a tutti i miei baci affettuosi. Benedici con mamma il tuo Ottorino. W i bersaglieri» (110). E alcuni giorni dopo: «Fulminea avanzata, vittoria meravigliosa – bersaglieri eroici. Io bene, allegrissimo. Benedici il tuo Ottorino» (111). Successivamente, per la presa di Gorizia, telegrafava a tutta la famiglia: «Incolume sempre. Baci affettuosi. Augurii. Ottorino Rinaldi». L’avanzata incessante, coronata da tutta una serie di vittorie, lo riempiva di entusiasmo e di allegria. Il 14 agosto scriveva due brevi distinte lettere ai genitori: «Carissimo papà mio, Si vince … si vince – e si va avanti, sempre. Abbiamo sorpassato linee che da un anno quasi ci stavano davanti. E siamo lieti.»; «Carissima mamma mia, Sto bene: si avanza, si vince – ora si riposa da diciotto ore – ero stanchissimo ieri – dopo una notte di sonno per terra, sui sassi sia pure – sto benissimo. L’allegria mai mancata, anzi immagina con le nostre vittorie!».

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Neppure alcune ferite, sia pure superficiali, riportate agli arti, sembrava ne avessero intaccato il morale. «Io sto benone, allegro, ho ancora due dita (indice e mignolo della destra) fasciati – ma non ho più nulla. Una granata scoppiatami vicinissima mi lanciò addosso sassi, scheggette – 4 ferite leggerissime – al medio della mano sinistra – una al ginocchio ecc.» (112). La stanchezza, quella, invece, sì che si faceva sentire (fino a quel momento erano stati concessi solo riposi temporanei nelle seconde linee), ma anch’essa era come alleggerita dalle vittorie. In effetti, per i soldati italiani era stata veramente dura, anche perché, all’inizio delle operazioni, l’organizzazione logistica non era stata all’altezza della situazione (era migliorata, poi, relativamente, soltanto in seguito), e si erano dovuti fare i conti con la fame e la sete. Scriveva, infatti, in proposito Ottorino: «[…] le ore della lotta e dell’avanzata – le prime ore della conquista – abbiam sofferto fame e sete, sonno … ma soprattutto la sete. Di agosto correre avanti con un caldo infame su questo terreno, dove per km interi all’ingiro non si trova acqua, è bello … ma noioso. S’è trovata qualche volta acqua … austriaca – ma quella non si tocca – gli austriaci sono capaci di tutto anche di avvelenare l’acqua (difatti lo hanno fatto)» (113). A fine agosto troviamo ancora Ottorino in piena attività: «E si è … ancora occupati – scriveva dal fronte, il 28, a Margherita De Marco – e non ancora si è potuto andare a riposarsi in uno dei paesetti vicini per potere fare un bagno, dormire, e dormire sopra una branda almeno, stare qualche ora senza preoccupazione, senza responsabilità» (114) (Ottorino, dopo i vuoti, createsi tra le fila degli ufficiali, aveva avuto assegnato il comando della 6ª compagnia) (115). Il buon’umore, teneva a precisare era, però, sempre lo stesso: «Si ride – si canta – si sta allegri – si sta spesso col naso all’insù a berteggiare uno dei tanti aeroplani austriaci, che qualche volta, col permesso dei nostri, ci vengono a fare qualche visita e a tirare qualche bomba. Ogni giorno c’è poi una varietà sinfonica – qualche ora di bombardamento. Tirano gli austriaci ma è raro che l’imbrocchino giusta e noi stiamo a vedere i fumi degli shrapnell che si sfioccano a destra e a sinistra e le pietre e la terra che fa volare qualche granata - «Troppo avanti!….. Troppo indietro”…..» si dice e si ride – ma si sente e si vede la morte che qualche volta si avvicina un po’ troppo» (116).

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Finalmente, il 1° di settembre, Ottorino era nuovamente a riposo. «[…] ora che son fermo – scriveva alla De Marco – posso rispondere alla Sua cortesissima e graditissima ricevuta ieri l’altro». Come di solito gli capitava, in momenti come questi, diventava meditativo e, a volte, il che accadeva assai di rado, sentiva anche il bisogno di aprire agli altri il suo intimo e più profondo essere. Stavolta, nel rispondere alla lettera di Margherita, gli successe, di mettere a nudo, con accenti quanto mai sinceri, la sua anima, prendendo lo spunto da una banale annotazione atmosferica: «Qui – continuava infatti – fa un po’ caldo e un po’ freddo, ma l’allegria alberga sotto ogni clima. Bisogna intendersi su questa allegria, nevvero? Il mio carattere è un po’ strano, talvolta unico. In me è come uno sdoppiamento. C’è un Ottorino che è sempre stato gaio, spensierato, sorridente: è quello che tutti conoscono; c’è un Ottorino, poi, un altro, che conosco io solo ed è quello che sente e pensa fortemente, e talvolta vive di solitudine e di melanconia. Chiarito ciò è semplicissimo capire che spesso la mia allegria è molto superficiale – più per gli altri che per me; qualche volta il secondo Ottorino è così forte in me che son taciturno – ma è il massimo questo. E’ talvolta il mio riso un riso che non passa dentro all’animo. Eppure mi fiorisce spesso nel labbro quando il pericolo è più incombente e quando la morte è vicina. Perché? Non so. E invece quando si è tranquilli, a riposo, lontano dai pericoli – allora forse la mia allegria scompare. Tutte queste chiacchiere le faccio per dirLe che le ragioni della mia gaiezza spensierata sono (oltre la grande, bellissima, agognata avanzata) soltanto nei miei venticinque anni e nel desiderio che gli altri non siano tristi, non soffrano – Forse a trenta anni (se arrivo) sarò taciturno; ma ora son giovane. – Scusi la chiacchierata inutile» (117). A Delia Molinari sviluppava, invece, in altra lettera, scritta nella stessa giornata, il perché del suo atteggiamento, nella missiva precedente soltanto enunciato, che diveniva inevitabilmente pensieroso, ogni volta che tornava dalla trincea a riposare nelle retrovie: «Finché ero in trincea ero lieto. Qui non sono triste, ma pensoso. Da poche ore sono in questo paesello semiabitato e semidistrutto – Ho dormito la prima volta dopo quaranta giorni, senza preoccupazioni e responsabilità; ma ho dormito poco – Quaggiù si pensa – lassù in trincea no, si sente si vive solo per la Patria – Qui invece il pensiero solo alla mamma adorata lontana, al babbo, ai fratellini. Qui si rivivono, in sintesi meravigliosa, tutti gli anni

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della nostra fanciullezza, gli anni dello studio, delle lotte e delle vittorie scolastiche; qui si riprovano tutte le emozioni recenti e …. ci si sente soli e si cerca il bacio materno che purifica, conforta, eleva – e si cerca un braccio fido cui appoggiarsi, su cui chinare la testa stanca e desiosa di una carezza buona» (118). Nel frattempo, a distanza di alcuni giorni, ad Ottorino fu trasmesso avviso di presentarsi, la mattina del cinque, al comando del reggimento per assumere il comando della sezione pistole mitragliatrici del 50° battaglione. Ne dava immediatamente notizia alla madre, alla quale, tra l’altro, scriveva: «Non voglio sapere se c’è o no minor pericolo, ma sarò più indipendente. Mi dispiace molto lasciare la mia compagnia e meglio il mio plotoncino, il I che era il più in gamba di tutti – ed anche i bersaglieri sono arrabbiati – Il sergente, un giovanotto bravissimo, mi diceva: «Rinunzi, signor tenente». Ma io ho detto: voglio seguire la sorte» (119). La scelta del Comando di affidare ad Ottorino il nuovo incarico non era causale. In parecchie occasioni, come si è visto, egli aveva avuto modo di mostrare tutto il suo coraggio e tutta la sua fermezza di fronte al pericolo ed il regolamento Pistole e Mitragliatrici prevedeva espressamente che per esse dovevano scegliersi «gli uomini più arditi ed accorti» (120). Assumendo la nuova mansione, Ottorino dovette trasferirsi dal paesetto in cui si trovava ad un altro vicino, «dove abito un pezzo di trincea a pochi metri dal fiume». Per l’abbondante pioggia il corso d’acqua si era in quei giorni sensibilmente ingrossato e l’acqua era arrivata «fino alla porta della casa dove abitiamo in tre ufficiali con tre attendenti» (121). Il posto era splendido con «colline e monti che si rincorrono e sfumano lontani, poi un bel piano verdeggiante con qualche paesello ridente e di nuovo abitato, poi il fiume che ci canta ogni notte la canzone che ci addormenta e ci culla nel sonno». Il lavoro al nuovo posto generalmente era poco, ma Ottorino in tutti quei giorni aveva «avuto parecchio da fare […] sia per il trasporto, sia per conoscere le armi e farne la relativa istruzione», non avendo frequentato, come il suo predecessore, un apposito corso. «A riposo – scriveva pertanto – veramente ci stiamo e non ci stiamo, io non vi posso dire che questo: sperate che passino presto questi giorni di settembre allora potrò riposare davvero ed essere al sicuro e magari, se aprono le licenze, venire in licenza – ma fino allora ci sarà da fare molto specie

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per noi bersaglieri» (122). Questo concetto del mese di settembre che doveva passare, Ottorino l’avrebbe ripetuto anche in altre lettere da lui scritte, in questo stesso periodo, alla zia Cesira («Se passa questo mese [...] ma questo mese deve passare. Speriamo», come pure all’amico Mario («Io bene, ma se non passa questo mese non posso dirmi sicuro») (123). Sembra quasi che un brutto presentimento l’angustiasse e gli offuscasse l’animo, di fronte alla consapevolezza della difficoltà dell’azione militare prossima da intraprendere, che, tuttavia, non riusciva a fiaccarne l’ardore («A lei buona, affettuosa, lontana […] a Lei un saluto che forse può essere un addio. Presto presto andremo all’assalto. Una forte posizione deve essere presa da noi – e la prenderemo. L’anima vive l’ansia di queste ore supreme e solenni! – ma è lieta. – Viva i bersaglieri e avanti!») (124). E’assai probabile che questa fu l’ultima lettera scritta da Ottorino, alla quale seguì quel prolungato silenzio, che gettò prima nell’apprensione e poi nel pieno sconforto i poveri genitori. Le lettere da loro inviate non ricevevano riscontro e nulla era possibile conoscere con sicurezza, per quante ricerche essi facessero e chiedessero notizie sulla sorte del loro figliuolo a tutti quelli che essi sapevano di trovarsi al fronte nella stessa zona operativa in cui si trovava Ottorino. Le ultime lettere, che indirizzarono ad Ottorino, rivelano quanto grande dovette essere, in quelle ore di sospesa e dolorosa attesa, lo strazio delle loro anime. Scriveva la madre: «Adorato Ottorino mio, dillo a mamma tua dove sei; dove ti ha trascinato il tuo entusiasmo? Io non vivo più senza tue notizie. Che è successo di te fra gli orrori della guerra? Eppure ogni giorno avevamo il tuo saluto! Che ti giungano, figlio mio, tutti i baci, le tenerezze, le benedizioni del cuore angosciato di Mamma tua». Ed il padre: «Ottorino mio. Possibile che si possa vivere senza tue notizie? Dove sei? Io non so più cosa pensare. Tutti tacciono. E dire che non abbiamo più a chi rivolgerci per sapere di te. Finisca presto questa agonia. Ti abbraccio con l’addolorata povera mamma tua. Papà» (125).

La lunga angosciosa incertezza sulla sorte di Ottorino Per lunghi mesi la sorte toccata ad Ottorino Rinaldi fu destinata a restare avvolta nella nebbia più fitta, anche se, dopo

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un certo lasso di tempo, poiché di lui non si aveva più notizia, il giovane ufficiale fu dichiarato, dapprima, disperso e, successivamente, dopo che il 5 ottobre fu rinvenuto un cadavere, non riconosciuto, che molti ritennero fosse quello di Ottorino, perché portava le maniche della giubba fregiate in oro del distintivo della pistola mitragliatrice e non in nero, come solitamente si portava, fu dichiarato deceduto e fu redatto, secondo la prassi burocratica, il certificato di morte (126). Le ricerche ovviamente proseguirono, anche se con il trascorrere dei mesi si facevano sempre più flebili le speranze dei familiari di ritrovarlo vivo. Dalle informazioni raccolte da quanti potevano essere in grado di fornire notizie in proposito (reduci, compagni d’armi, lo stesso Comando, la Croce Rossa ecc.), per iniziativa dei genitori, che, a questo scopo, rivolsero appelli anche attraverso i giornali, e degli amici più intimi di Ottorino, quali Mario De Simone e Giannetto Rossi, non fu, comunque, possibile ricavare alcuna oggettiva certezza. Le varie versioni fornite, messe a confronto, risultavano per lo più contraddittorie e in contrasto fra loro e, tuttavia, potevano ugualmente, a volte, gettare nello scoramento i familiari o far rinascere in loro vane speranze, come capitò allorché un soldato ferito e ricoverato in un ospedale a Firenze, equivocando probabilmente sulla persona, scrisse alla madre di Ottorino di aver visto che era stato fatto prigioniero dagli austriaci (127). Ci fu chi riferì che Ottorino era partito all’assalto con la prima ondata e non fu poi più visto, chi, invece, che si era mosso con la seconda ondata; qualcun altro, come il sergente Casati, che non era della sezione di Ottorino di averlo visto, mentre ritornava a prendere lo scaglione Munizioni, in una buca, dove si trovavano anche due austriaci «che si avrebbe dovuto tradurli prigionieri». Esprimendo, poi, in proposito, la sua opinione, scriveva: «A nostro giudizio pare che il tenente Rinaldi, in seguito alla nostra ritirata, si sia preso l’incarico di ricondurre i due prigionieri e questi si siano ribellati e ridottolo all’impotenza» (128). Anche il soldato Gaetano Afeltra del 15° bersaglieri 50° battaglione riferì, nel suo italiano sgrammaticato, dei prigionieri, indicandone, però, tre e non due: «[…] stavamo insieme – scrisse al padre di Ottorino il 2 ottobre 1916 – io, suo figlio e altri sette bersaglieri e tre prigionieri austriaci al di qua della trincea dentro ad una dolina ed allora abbiamo avuto un forte contrattacco, che ci a toccato a rilasciare la trincea e a scappare via ed abbiamo scappato tutti alla

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vecchia trincea chiamando signor tenente signor tenente e non è più ritornato e poi siamo andato di nuovo laltro giorno appresso e non labbiamo trovato di nessuna maniera» (129). Il tenente Gino Botti, che aveva frattanto preso il posto, già di Ottorino, di comandante di sezione, faceva sapere a Giannetto Rossi che Ottorino era uscito «con i porta arma per raggiungere d’assalto la trincea nemica» e che, «giunti a metà distanza, Egli fece fermare i suoi uomini dicendo che sarebbe andato avanti solo fino alla trincea che poi loro lo avrebbero seguito». Successe, però, che gli austriaci contrattaccarono, costringendo i soldati italiani ad un disordinato ripiegamento, ragion per cui non fu possibile che «i bersaglieri lo raggiungessero subito». Quando poi, cessata la ritirata, si avanzò nuovamente, Ottorino «non fu trovato né vivo né morto» (130). Secondo quanto, poi, asserì il sergente Armando Cantarini, del 15° Bersaglieri, 5ª compagnia, 50° battaglione, Ottorino era «stato visto cadere ben tre volte e tre volte rialzarsi, ma dato il momento terribile niente più si è[ra] visto» (131). Come spesso accade, la triste notizia, non ancora ufficiale, della morte di Ottorino arrivò ai genitori e agli altri componenti della sua famiglia in maniera inopinata e cruda. «Un giorno – un triste giorno – dello scorso gennaio», ha lasciato scritto il padre suo Pietro, ricordando quei momenti dolorosi, «mentre ancora si viveva, pur trepidanti e pensosi, lusingati da un’illusione, da un barlume di speranza, una giovanetta insipiente e vana, per quanto sottilmente raffinata nelle sue perfidie, si affrettava a darci la crudele notizia della gloriosa morte del nostro Ottorino sotto la forma d’ipocrite condoglianze … come se la sciagura ci fosse e da tempo nota. Lo scompiglio, le ansie, la disperazione che la notizia terribile, inaspettata, vaga, inconcepibile produsse nella famiglia … chi può ridire? Furono trasmessi telegrammi su telegrammi … Venne la conferma. Ottorino era caduto combattendo da eroe sul Carso, per la conquista di quota 208, la notte del 14 settembre 1916 e fino al 5 ottobre successivo, e cioè per ben VENTI GIORNI era rimasto abbandonato, insepolto!!! presso il reticolato di una trincea austriaca»(132). La conferma definitiva della morte di Ottorino, al quale soltanto poco tempo prima era stata finalmente conferita la medaglia di bronzo al valor militare, che sarebbe stata in seguito commutata in quella d’argento (133), giunse, con tutta probabilità, con la missiva del 10 febbraio, inviata dal

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sottotenente della 42° Fanteria, Giovanni Ghizzoni, al sottotenente Giannetto Rossi, in riscontro della lettera che quest’ultimo gli aveva indirizzata il 7 p. p. Era stato, infatti, proprio il suo reggimento, com’egli scriveva, a recuperare «i Resti mortali del sottotenente Ottorino Rinaldi del 15° bersaglieri ciclisti 6ª compagnia […] alla fine di settembre p. p. e ricuperato con gravi rischi dei nostri soldati fra la trincea nostra e quella austriaca». Aggiungeva, anche al fine di rendere più agevole il recupero della salma al termine della guerra, che era stato «sepolto nel Cimitero reggimentale a Case Boneti (lago Doberdò)» e che la sua tomba «è[ra] contrassegnata col N. 208». Il riconoscimento era avvenuto «per mezzo della corrispondenza trovatagli indosso in una borsa di pelle contenente pure n. 6 fotografie. Aveva pure un portamonete con L. 6,80» (134). Circa, poi, la questione di quale trincea austriaca si trattasse, nelle cui vicinanze fu trovato cadavere Ottorino, il colonnello Eugenio Orso, già comandante del 15° bersaglieri, prese le dovute informazioni, escludeva che si trattasse del «reticolato […] da noi oltrepassato, non essendosi lasciato nessuno lì presso insepolto, ma bensì quello di una trincea ancor più avanzata, che fu espugnata in una successiva azione dal 42° Fanteria, che aveva dato il cambio al 15° Bersaglieri il giorno 24 settembre. Ciò che sta a dimostrare che il S. Tenente Rinaldi, nell’impeto del suo giovanile entusiasmo, durante l’irruzione del 14, noncurante del pericolo, si spinse audacemente oltre la trincea da noi effettivamente presa e tenuta, trovando morte gloriosa sul reticolato della successiva trincea austriaca, ove fu infatti rinvenuto dal 42° Fanteria» (135).

L’unanime cordoglio Vasto ed unanime fu il cordoglio in tutta la città di Caserta e in gran parte della provincia, una volta che si diffuse la notizia dell’avvenuto decesso di Ottorino Rinaldi. Attestazioni di solidarietà e di partecipazione al loro dolore giunsero numerose ai genitori ed alle sorelle di Ottorino anche da molte altre località d’Italia, per l’ampia rete di relazioni e di conoscenze, che vantava all’epoca la famiglia Rinaldi. Veramente imponente fu il numero di coloro che con telegrammi, biglietti, lettere, personalmente espressero le loro condoglianze: colleghi nell’insegnamento e nell’esercito di Ottorino; i suoi insegnanti delle elementari, del liceo e dell’università; autorità religiose (il vescovo di Caserta, mons.

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Palladino e il suo vicario generale, mons. Raffaele Michitto); professionisti; magistrati; ispettori scolastici, provveditori, presidi e direttori didattici; uomini politici, sindaci e consiglieri provinciali e comunali; importanti famiglie della città di Caserta (Leonetti, duca di Quadri, Ruggiero). La stessa regina d’Italia fece giungere alla madre «sentite condoglianze unitamente a sincera ammirazione per il valoroso caduto» (136). Anche la stampa, che già nei mesi precedenti, aveva seguito con attenzione ed apprensione le notizie che di volta in volta filtravano e davano Ottorino ora prigioniero, ora disperso, ora morto, non mancò di dare ampio risalto all’evento doloroso, esaltando il sacrificio del giovane ufficiale, mettendone in luce, ad un tempo, «il suo forte ingegno» e «l’entusiasmo di poeta» e «la fede di apostolo» con cui era partito per la guerra (137). Il Roma di Napoli scriveva, invece: «Il dott. Rinaldi lascia vivo ricordo di sé in quanti lo conoscevano ed ammiravano le sue non comuni doti di bontà, modestia, dottrina. Ed il generale compianto è pari solo all’ammirazione che il valore ed il patriottismo dell’estinto, culminati nell’eroica fine, suscitano in tutti» (138). Dal canto suo, L’Unione di Caserta, che, quando Ottorino si trovava al fronte, aveva di tanto in tanto, pubblicato sue corrispondenze sulla vita in trincea, nel numero del 10-11 settembre, in coincidenza con la ricorrenza del primo anniversario della sua morte, non mancò di ricordarne ancora una volta la nobile figura. «Egli – scriveva l’autore ad un certo punto del suo articolo – accolse il grido della santa e necessaria guerra del nostro novello risorgimento col sacro fuoco dei suoi poetici vent’anni e col sorriso dolcemente infantile! Con quel fuoco e con quel sorriso andò incontro alla Morte, la sfidò e la vinse […] Te beato, Ottorino, Tu fosti Eroe sui banchi della scuola, ove fosti sempre adorato dai tuoi maestri; così fosti Eroe sul campo dei trionfi, ove brilla di luce vivida la sacra visione dell’amore patrio». Anche gli istituti scolastici in cui Ottorino aveva prestato la sua opera di insegnante non mancarono di commemorarne la figura con sentite e commosse rievocazioni. Il 6 febbraio nel salone della Regia Scuola Tecnica di Gaeta, alla presenza di tutti gli alunni, «fu degnamente commemorata la morte del prode ufficiale prof. Ottorino Rinaldi». Parlò il prof. Romanelli, che ricordò al pubblico «la figura nobile del Giovine che seppe spargere il proprio sangue per la grandezza della Patria». Altra commemorazione fu tenuta a Teano il 4 marzo. La

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manifestazione, oltre a commemorare Ottorino, aveva anche lo scopo di promuovere la disciplina dei consumi e la sottoscrizione del quarto prestito nazionale. Introdusse il sindaco, avv, Ferdinando Severo, e, a seguire, parlarono il direttore di quella Scuola Tecnica, dott. Brini, e l’avv. Gaetano Marseglia, il quale di Ottorino ricordò tanto il suo fervido sentimento di amor patrio, quanto la sua opera di insegnante in quel di Teano e l’impulso che egli seppe dare alla vita culturale di quella cittadina. Nel corso della solenne riunione, su proposta dell’on. Leonardo, «perché quella commemorazione lasciasse traccia più duratura, si deliberò d’intitolare dal nome dell’eroe la biblioteca fondata da lui, quale tenue tributo di venerazione e di riconoscenza». Né mancarono rievocazioni che di Ottorino fecero singoli insegnanti ai propri alunni, esaltandone l’eroismo e lo spirito di sacrificio(139). Anche il Consiglio Comunale di Caserta, dopo che, da parte sua, la Giunta municipale già aveva già provveduto a farlo, appena venuta a conoscenza dell’avvenuto decesso, fu appositamente convocato, il 27 marzo 1917, per «rendere onore all’estinto», il cui voto fu, poi, per lettera, dal sindaco Cappiello fatto conoscere, al padre di Ottorino. Si esprimeva, in particolare, con approvazione unanime, alla famiglia tutta «il sentimento di gratitudine di questo consesso e l’ammirazione per la morte eroica del giovane ufficiale Ottorino Rinaldi, che lascia il suo nome consacrato a lettere d’oro nell’albo della Patria». Successivamente l’Amministrazione Comunale, concedeva, a titolo gratuito, quattro metri quadrati di terreno nel civico cimitero allo scopo di erigervi il monumento che ricordasse l’eroe caduto (14 0). Ed è nel cimitero di Caserta che ancor oggi riposano, da che furono traslate dalla tomba provvisoria sul Carso, in un apposito settore, le spoglie mortali di Ottorino Rinaldi, insieme con quelle di altri, che, come lui, caddero, combattendo eroicamente in difesa della Patria. Alcuni anni dopo la sua scomparsa, in riconoscimento dei suoi atti di coraggio e della sua morte eroica, fu decorato con una seconda medaglia d’argento al valor militare, che si aggiunse a quella di bronzo, commutata anch’essa, come si è in precedenza già accennato, in medaglia d’argento (141).

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Note (1) Cfr. Mio figlio, in Per un eroe, Caserta, Stabilimento grafico Maffei e C., pp. 5-14. Da qui sono state riprese tutte quelle informazioni riportate nella prima parte del libro, senza richiamo in nota. (2) Per un eroe, cit., p. 96. (3) Ivi, pp.106-107. (4) Vale a dire Trieste. (5) I due stralci di diario, qui riportati, sono stati ripresi dalla rievocazione che il capitano Mario De Simone fece del suo amico fraterno Ottorino. Cfr. Per un eroe, cit. p. 107. E’ lui il Mario del sogno. (6) Ivi, p. 107. (7) Ivi, p. 101, nota, a piè di pagina, di Pietro Rinaldi. Per l’occasione compilò anche una tesina sul personaggio mitologico di Caronte. (8) Ivi, p. 96. (9) Ivi, pp. 95-96. (10) Ivi, p. 138. (11) Così si espresse il direttore della Scuola tecnica comunale di Teano, dott. Brini, il giorno della commemorazione ufficiale di Ottorino Rinaldi, ivi, p. 137. (12) Ivi, p. 139. Nell’opera di rivitalizzazione dell’Associazione “Luigi Tansillo”, il prof. Michele Mazzoccolo, nella sua testimonianza, associava ad Ottorino anche il canonico Raffaele Boragine: «Coll’esimio reverendo canonico Don Raffaele Boragine ridette vita e prosperità ad un’Associazione giovanile locale, che prende il nome dal poeta Tansillo, e che andava spegnendosi per mancanza di ossigeno, ivi, p. 94. Che Ottorino fosse legato al Boragine da sentimento di amicizia e di stima emerge dal biglietto di condoglianza che il canonico inviò alla famiglia, ivi, p.116». (13) Ivi, p. 139. (14) Ivi, p. 139. (14) Ivi, pp. 139-140. (15) Ibidem. (16) Ibidem. (17) Ivi, pp. 107-108. (18) Ibidem. (19) Scriveva, in data 16 agosto 1916, alla sua madrina di guerra, la signorina Anita Martini in Arezzo: «Un anno fa di questi tempi ero ancora borghese – mi riposavo delle fatiche annuali (sono professore d’italiano, latino e greco); mi riposai per poco: a settembre ero sotto le armi», in Per un eroe, cit., pp. 81-82. (20) Per la ricostruzione del periodo trascorso da Ottorino alla Scuola militare di Modena e dei sei mesi passati al fronte, sono state utilizzate prevalentemente le lettere che con grande frequenza, egli inviava alla famiglia, agli amici, ai conoscenti ed ai suoi professori di un tempo, con i quali aveva continuato ad intrattenere cordiali rapporti. In particolare, alla famiglia ne inviò 107 da Modena e 402 dal fronte. Delle prime i genitori, in seguito alla sua morte, ne pubblicarono 18, di cui più di una piuttosto lunghe e significative e, delle seconde, 57, nel volume finora più volte citato, Per un eroe. (21) Scriveva nella sua prima lettera alla famiglia, di tono schiettamente scherzoso, che compilò, a poche ore dal distacco, durante il viaggio: «In treno – 25-11-1915, ore 14 Carissimi si fila. Abbiamo fatto il rancio con dessert, dolci ecc. si sta allegrissimi. State altrettanto voialtri. Si fa baldoria, si canta, si sventola la bandiera ecc. Tante cose affettuose. Baci. Bollettino Ufficiale, ore 11 Occupate Sparanise, Teano, Riardo. Il nemico fugge dinanzi a noi. Fatta razzia di un cesto di mele». Questa tendenza a trasmettere alla famiglia un’immagine rassicurante di sé e del suo stato d’animo e l’invito rivolto ai genitori e fratelli di stare allegri e di fare baldoria sarebbero stati due motivi ricorrenti nelle lettere da lui spedite alla famiglia.

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(22) Lettera del 23 dicembre 1915, in Per un eroe, cit. p. 16, in cui si parla anche del giornaletto La Fame. (23) Ivi, lettera del 26 dicembre, pp. 17-18. (24) Ibidem. (26) Ivi, lettera del 1° gennaio 1916, pp. 18-19. (27) Ivi, lettera del 2 gennaio, pp. 19-20. (28) Ibidem. (29) Ivi , lettera del 9 gennaio, pp. 20-22. (30) Ivi. (31) Cfr. per tutto quanto di sopra riportato a proposito di marce e battaglie simulate, ivi, le lettere del 9, cit., 13 (p. 22), 15 (p.23), 21 (pp. 26-27), 23 (pp. 24-26), 27 (p. 27) e 28 gennaio (p. 28). (32) Lettera del 23 gennaio, cit. (33) Lettera del 13 gennaio, cit. (34) Lettera del 9 gennaio, cit. A fine recitazione, oltre ai battimani e alle manifestazioni di congratulazione e di entusiasmo (Ottorino fu portato militarmente in trionfo), si verificò anche un involontario siparietto comico, perché alcuni dei militari presenti andarono a congratularsi con Ottorino, credendo che i versi fossero i suoi. (35) Lettera del 21 gennaio, cit. (36) Cfr. la lettera del 28 gennaio, cit., con il resoconto dell’interrogazione fatta «per ridere» ad Ottorino dal tenente Grillo, durante la quale, ad un certo punto, alla domanda del tenente: «Presenti quest’arma alla compagnia», Ottorino, «con una faccia toma toma», rispose: «Vi presento il fucile 1891 – Mod. per la fanteria»; e l’altra lettera del 31 gennaio (ivi), in cui Ottorino racconta di essere stato, per scherzo, consegnato e sconsegnato dal tenente Grillo, per aver dato il «seduti» subito dopo l’«attenti». (37) Ivi, lettera del 21 gennaio, cit. (38) Ibidem. (39) Scriveva alla mamma il 23 gennaio, cit.: «E’ accertato che i campi non si faranno e che verso il 10, o il 15 o il 20 [febbraio] cominceremo a partire a scaglioni per casa con sette giorni di licenza». Il 1° marzo doveva, infatti, iniziare il nuovo corso. (40) Lettera del 3 febbraio, sempre in Per un eroe, cit. E aggiungeva: «Se dovessimo studiare tutto ci vorrebbero, per me, due mesi almeno, ma io leggo appena, mi impadronisco della materia, e solo per ciò non bastano le poche ore libere che abbiamo». (41) E’ presumibile che nella sua lettera la madre di Ottorino chiedesse al figlio, conoscendone il temperamento ardito e temerario, di non entrare a far parte dei bersaglieri, tradizionalmente ritenuti più ardimentosi e sempre primi negli assalti e, per questo motivo, maggiormente esposti ai pericoli. (42) Lettera del 13 febbraio, in Per un eroe, cit. (43) Ibidem. Quando poi ritornò in caserma per cambiarsi, trovò «tre amici che, a rischio di andare in cella, s’erano nascosti … nel gabinetto per non andare a studio, aspettarmi e farmi i massaggi con lo spirito canforato che avevano comprato loro». (44) Ibidem. (45) Ivi. E più innanzi, nella stessa lettera, tornando sull’argomento, aggiungeva: «Io sto benone; naturalmente sono pieno di scatole di pastiglie di clorato, menta, nasalina, mentolo ecc. – per ridere pure, perché a studio le caccio una alla volta e le metto in fila sul banco!…». (46) Uno degli ultimi numeri del giornaletto La Fame cadde, per un equivoco, nelle maglie della censura del capitano, del maggiore e del generale, che vollero conoscere gli autori. Aveva fatto impressione su loro il titolo e la testata. «Hanno creduto – scriveva a casa Ottorino nella lettera del 6 febbraio, cit., - in una protesta verso il rancio. Cosa che non era». (47) Lettera del 27 gennaio, cit. (48) Lettera del 3 febbraio, cit. (49) Lettera del 31 gennaio, cit. (50) Lettera del 6 febbraio, ivi. (51) Ibidem. (52) Lettera del 3 febbraio, cit.

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(53) Lettera del 6 febbraio, cit. (54) Lettera del 13 febbraio, cit. (55) L’addio estremo nel cuore della mamma, in Per un eroe, cit. (56) Lettera alla sorella Bice, 2 aprile, ivi. Va sottolineato che, fin dalle prime lettere spedite da Ottorino dal fronte affiora evidente la sua perenne preoccupazione di inviare in ogni caso un messaggio rassicurante sulla sua condizione e di minimizzare i rischi e i pericoli cui era esposto. (57) Ad Ottorino offrirono molti fiori «certe piccine a cui portavo sempre cioccolata (che ci distribuivano gratis)» ed «una signora anziana di un paesello vicino Trieste che è qui profuga». (58) Ibidem. (59) Ibidem. «Il 2 novembre – continuava – ebbe … fuori combattimento, sono cose antiche e note oramai, ma le trincee che si dovevano prendere furono prese». (60) Lettera del 19 aprile, ivi. (61) Lettera del 17 aprile, ivi. Ed aggiungeva: «A te scrivo, a casa no […] t’invierò una lettera per casa che tu invierai a mamma nel caso che il sottoscritto non se la scampi». (62) Lettera del 20 aprile alla zia Cesira Emanuelli, ivi. (63) Lettera del 17 aprile, ivi. Le stesse cose aveva scritto, in pari data, al colonnello medico Zefirino De Simone, padre del carissimo amico suo di infanzia Mario: «I giorni trascorsi non sono stati veramente troppo belli – né se ne prepareranno migliori. Ma non ci spaventano gli assalti che sono la prerogativa caratteristica dei bersaglieri» (ivi). (64) Ivi. (65) Ivi. (66) Ibidem. Il maggiore gli aveva fatto gli elogi per essere andato in prima linea, mentre spettava ad uno dei quattro ufficiali più anziani di lui, dicendogli: «Mi compiaccio. Ella ha bagnato molto bene i suoi speroni d’oro», frase che ad Ottorino riuscì incomprensibile. Ugualmente si erano complimentati con lui il suo capitano di compagnia e, stando a tavola, anche quello di un’altra. (67) Scriveva, in data 20 luglio 1917, alla madre di Rinaldi il capitano Erminio Rossi, che in più occasioni aveva avuto Ottorino alle sue dipendenze: «Con suo figlio fui a Selz ove i combatté con fortuna: questo avvenne il giorno di Pasqua del 1916. Suo figlio in quel giorno intervenne al combattimento col suo plotone e ne sentii far gli elogi del modo in cui si comportò», in Per un eroe, cit., p. 102. (68) Lettera del 1° maggio alla madre, cit. (69) Nella lettera citata del 20 luglio 1917, il capitano Erminio Rossi scriveva: «In Maggio – avendo gli austriaci presa l’offensiva a Monfalcone, noi del 15° Regg. Bersaglieri, vi accorremmo, ed io con la mia compagnia e con una parte dell’altra (6ª) ebbi a mantenere e difendere una posizione (ridotta sotto quota 85). Alla mia dipendenza ebbi suo figlio che si rivelò pieno di coraggio e di spirito, talmente che affidai a lui ogni incarico di fiducia». (70) Ivi, lettera ai familiari del 12 maggio. (71) Lettera al padre in data 16 maggio, ivi. (72) Quanto al «nostro battaglione, scriveva al padre, il 6 maggio (ivi), si è portato benissimo fin dal principio della guerra ed ha già avuto la medaglia d’oro – mentre il reggimento ha la medaglia d’argento». (73) Ivi. (74) Ottorino giustificava al padre questa sua decisione con la necessità di tenere alto l’onore del corpo cui apparteneva. Scriveva infatti: «Lo dissi non per un senso di amor proprio, ma per far vedere che anche i bersaglieri come i fanti non indietreggiano mai davanti al pericolo». Ibidem. (75) «L’encomio solenne è certissimo. Il mio furiere mi ha detto invece che sono stato proposto per la medaglia al valore. Vedremo». (76) Lettera alla famiglia dalla zona di guerra, ivi. (77) Ibidem. (78) Lettera del 24 maggio, ivi. (79) Lettera alla famiglia del 27 maggio. Alla sorella Ada, nel prosieguo della lettera, raccomandava di non affaticarsi troppo: «non dovrebbe prendere altre lezioni, bastano quelle che ha».

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(80) Lettera ai familiari del 22 giugno. (81) Lettera del 1° luglio alla zia Cesira, ivi. (82) Lettera del 24 maggio, cit. (83) Ivi. (84) Ivi. Il fatto che le trincee nemiche si fronteggiassero a così breve distanza, consentiva azioni provocatorie e derisorie. In quest’occasione Ottorino raccontò, per esempio, in una lettera del 20 giugno (ivi), del lancio agli austriaci, da parte dei soldati italiani, di «sassi con avvolti dei manifestini in cui si parlava delle vittorie russe. Una volta poi scrivemmo su un cartello a grandi caratteri: «In Russia» e poi dieci fiaschi vuoti in fila. Si arrabbiarono e cominciarono a tirare fucilate le quali non ci facevano impressione e, quel che peggio, bombe». (85) Ottorino ne fece cenno ai familiari soltanto nella citata lunga lettera del 20 giugno. Il Baldacconi, ferito nell’azione del 10, fu sostituito dal capitano Peirani, mentre il sottotenente più anziano prese il comando della compagnia (ibidem). (86) Lettera al padre, ivi. (87) Lettera alla madre, 18 giugno. Alla zia Cesira, più specificamente, scriveva, in pari data: «Adesso posso anche dormire tranquillamente e comodamente sui lastricati anche se piove», ivi. (88) Lettera del 20 giugno, cit. (89) Ibidem. In altra lettera alla zia Cesira, in data 28 giugno, cit., quanto all’abbigliamento indossato, si descriveva così: «[…] vestito da gran signore, con le scarpe rosse (di terra non di vergogna), le mulattiere idem, il vestito più o meno sudicio e sbrindellato […]». (90) Lettera del 22 giugno ai familiari, ivi. (91) Oltre al Torraca, scrisse e ricevette corrispondenza dai professori universitari Alessandro Olivieri, senatore Giuseppe Di Lorenzo, senatore Enrico Cocchia, Paolo Fossataro. Intensa corrispondenza tenne con il professore Gabriele Fusco, del Regio Liceo di Caserta. Dal canto suo, il prof. Torraca inviò ad Ottorino diverse cartoline, firmandosi ogni volta con “Vostro aff.mo Francesco Torraca”. Gli scriveva il 21 aprile, ivi: «Carissimo Rinaldi, Benissimo “Pare che a danza ecc.”. Ma, ricambiandovi cordialmente gli auguri, fo voto che la seconda parte della citazione non si avveri!… Vostro aff.mo Francesco Torraca». La seconda parte diceva, infatti “e non a morte vada”. (92) Ivi. (93) Lettera del 22 giugno, cit. (94) Ibidem. Mancinelli, mandolino, Ottorino, pianoforte, e Iannuzzi, cantante, facevano l’orchestra la sera, quando si era a riposo. A Iannuzzi, in seguito a ferita, si doveva ora amputare una gamba. (95) Ivi. (96) Il tutto nella lettera al padre del 20 giugno, ivi. (97) Lettera del 1° luglio, ivi. (98) Ivi. (99) Lettera alla famiglia dell’11 luglio, ivi. E, poi, di seguito continuava: «Di queste occupazioni non si è fatta ancora parola nei Comunicati che vagamente «si sono prese trincee» ecc., anzitutto per rassodare posizioni poi perché tutto insieme si annunzierà, se conservata 131 cadrà il Cosich che è uno dei perni della difesa sul fronte. Allora potrà essere occupato del tutto S. Michele e il Debeli e Gorizia cadrà». (100) Ibidem. (101) Ibidem. (102) Scriveva il 17 luglio, ivi: «Più che l’attacco austriaco si temeva un attacco coi gas asfissianti. L’avevano fatto, mentre stavamo in prima linea – proprio vicino a noi – e da tanti indizii si aspettava e si temeva verso di noi. Distrutta quel po’ di apprensione e di preoccupazione naturale nel soldato per tutte le cose nuove e strane – si poteva essere sicurissimi. Grazie all’organizzazione nostra meravigliosa, noi, che già avevamo una maschera, dopo due giorni del loro primo attacco con gas […] avemmo la nuova maschera e i nuovi occhiali. Se la prima era efficace, la seconda è efficacissima contro i gas. Ne abbiamo fatta – io personalmente e due bersaglieri – esperienza solenne un giorno». I rappresentanti di tutti i reggimenti, infatti, furono fatti entrare in una baracca

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satura di gas più terribili. Ci furono di quelli che restarono dentro più di venti minuti, senza avvertire alcun disturbo. Ovviamente occorreva vigilare «moltissimo per mettersi a tempo la maschera». (103) Lettera del 25 luglio, ivi. (104) Lettera del 17 luglio, cit. (105) Lettera dell’11 luglio, cit. (106) «Tornando all’argomento delle licenze è impossibile averne ora – si hanno più ragioni troppo dolorose. Preferibile restare qui» (lettera di Ottorino ai familiari del 1718 luglio, cit.). (107) Ibidem. (108) Cfr. la lettera spedita da Ottorino dall’altopiano di Doberdò, il 18 agosto, alla signorina Delia Molinari. (109) «Il nostro tenente colonnello, comandante il mio battaglione, è caduto da valoroso la sera del 9 in un assalto» (lettera alla madre del 14 agosto, ivi). All’eroismo del tenente colonnello Piaggio faceva riferimento anche il colonnello comandante del reggimento, Orso, nel suo ordine del giorno del 13 agosto, nel ricordare lo slancio dei bersaglieri nell’andare all’attacco, «guidati da un eroe: il T. Colonnello Piaggio» (ivi, p. 63). (110) Lettera del 9 agosto, ore 16, ivi. (111) Scriveva, ad un certo punto, il colonnello Orso nel citato suo ordine del giorno: «[…] Avanti, avanti sempre, col nostro slancio non più sminuito e depresso dalla guerra di trincea […] I Comandanti d’Armata e delle Divisioni conoscono già da tempo le gesta gloriose che ha compiuto finora il Reggimento. Io stesso vi ho visto al fuoco intrepidi, vi ho visto sopportare con serena abnegazione la fame e la sete. Siete mirabili, ed io sono orgoglioso di comandarvi […]». (112) Lettera alla famiglia del 15 agosto, ivi. Rivelatore del suo stato d’animo in quei giorni è quanto scrive alla signorina Margherita De Marco di Teano il 16 agosto: «Abbiamo molto lavorato in questi ultimi giorni – ma abbiamo vinto, siamo andati avanti – avanti; parecchi sono fra noi i gloriosi caduti […] ma più che il rimpianto per i cari perduti viviamo ora l’ebbrezza della vittoria – pronti anche a morire purché si vada avanti». (113) Lettera, in data 18 agosto, di Ottorino alla signorina Maria Casella in Faenza, dopo la presa di Gorizia. (114) Lettera del 28 agosto, ivi. (115) Lettera alla madre, 28 agosto, ivi. In precedenza gli era stato assegnato il comando di tre plotoni (lettera a Mario De Simone, 19 agosto, ivi). (116) Lettera a Margherita De Marco, 28 agosto, cit. (117) Lettera del 1° settembre, ivi. (118) Ivi. Quindi proseguiva: «Ho degli affetti sacri, mio padre, mia madre, i miei piccoli fratellini; mi scrivono sempre ed io pure loro. Mi si scongiura sempre di non essere temerario, troppo ardito: è mia madre che teme che la Patria possa rubarmi a Lei. Ed io debbo scriverle delle pietose bugie che la calmino un poco e le diano sempre speranza e fede». Così, poteva succedere che il recapito di una lettera della famiglia, contenente una fotografia di gruppo di tutti i suoi componenti, fosse capace di infondergli una gioia invincibile: «Non ti so dire la gioia, l’emozione provata nel rivedervi tutti in fotografia; m’è parso quasi per un istante di essere in mezzo a voialtri sul nostro terrazzino verde di fronte a Casertavecchia … Grazie. Dono migliore e più gradito non avrei potuto avere. Giusto mi addoloravo di non avervi tutti con me. Ora ci siete» (lettera del 6 settembre, ivi). Riesce, a questo punto, fin troppo agevole intuire il motivo per cui lui stesso spediva a casa, agli amici, ai conoscenti più intimi, insieme con le lettere, un gran numero di foto ed egualmente desiderava riceverne da loro. (119) Lettera del 4 settembre, ivi. (120) Lo scriveva anche Ottorino al padre, aggiungendo che doveva «ringraziare il Comando del reggimento che mi ha messo in quel posto» (lettera dell’8 settembre, ivi). (121) L’attendente di Ottorino era sempre Quarello, anche lui trasferito alla sezione pistole e mitragliatrici. (122) Lettera dell’8 settembre, cit. Nella sua ultima lettera alla famiglia, riportata senza data, ma, assai presumibilmente, come da contesto, scritta il 14 settembre, alcune ore

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prima dell’assalto, che il periodico “Terra di Lavoro” pubblicò nel numero del 10-11 febbraio 1917, faceva anche il calcolo dei giorni di licenza che gli sarebbero spettati, circa venticinque, vale a dire quindici giorni più un giorno per ogni mese trascorso al fronte. (123) Entrambe le lettere furono scritte in data 8 settembre, pubblicate poi sempre nel volume ad Ottorino dedicato, Per un eroe, cit. (124) La lettera, ivi, indirizzata alla sua madrina di guerra Anita Martini in Arezzo, reca la data del 14 settembre, poche ore prima, perciò, che si compisse il destino fatale di Ottorino. Anche nell’ultima lettera inviata ai genitori, cit., scriveva: «Fra poco andrò su. Dopo un’azione che speriamo sia fortunata, come la precedente, noi scenderemo veramente a riposo con l’orizzonte delle licenze vicine. Il momento è solenne, ma l’anima è forte. Vinceremo, e ancora una volta ci auguriamo di poter tornare incolumi o quasi. Quindi fede e coraggio sempre». E, in conclusione di lettera, quasi a sigillo, l’ultima ferma dichiarazione di volontà: «Io prigioniero mai!… Beneditemi». (125) Le due lettere sono riprodotte, senza l’indicazione della data, sotto il titolo Le ultime lettere dei genitori ad Ottorino, in Per un eroe, cit., p. 81. (126) Lettera del sottotenente Giannetto Rossi alla madre di Ottorino, senza data, ma gennaio 1917, p. 90. (127) Cfr. l’articolo a firma di Alfonso Ruggiero, apparso sul numero de “La Tribuna” di Roma del 5 dicembre 1916, V edizione, e riprodotto in Per un eroe, cit., p. 86. (128) Lettera del sergente Luigi Casati a Giannetto Rossi, 22 dicembre 1916, in Per un eroe, cit., pp. 90-91. (129) Ivi, p. 84. (130) Lettera del tenente Gino Botti al carissimo Rossi, Zona di guerra, 23 gennaio 1917, ivi, p. 91. (131) Era stato il padre di Cantarini a chiedere queste informazione al figlio, per poi trasmetterle con lettera del 12 dicembre 1916, ivi, p. 85, ai Rinaldi, dopo aver letto su “Il Giornale d’Italia” l’annuncio da questi fatto pubblicare in cui si chiedevano notizie sulla sorte di Ottorino. (132) Mio figlio!, cit., in Per un eroe, cit., p. 5-6. (133) La commutazione della medaglia di bronzo al valor militare in quella d’argento risulta registrata, con l’indicazione degli estremi - B° Uff.le 1923 dispª 14ª pag.ª 608 nel foglio matricolare di Ottorino. La medaglia gli era stata conferita con la seguente motivazione: «Rinaldi Ottorino, da Roma, aspirante ufficiale di complemento reggimento bersaglieri. In seguito a volontaria e pericolosa esplorazione notturna, con contegno ardito e deciso, assicurava in (nelle) nostre mani un tratto di trincea parallela (nemica) con relativi camminamenti, contrastando (incalzando) da presso e fugando col fuoco un gruppo di avversari che vi si erano introdotti. Monfalcone 16 maggio 1916», in Bollettino ufficiale Ministero della Guerra, dispensa 106 del 9 dicembre 1916, riportata in Per un eroe, cit., p. 87. Tra parentesi sono registrate le due varianti, contenute nella motivazione di commutazione, riportata nel foglio matricolare. Il capitano Erminio Rossi, che, per la sua bella ed ardita azione, aveva proposto Ottorino proprio «per la ricompensa di una medaglia d’argento» a ragione si stupì quando seppe che era stata convertita in medaglia di bronzo e commentò: «[…] purtroppo non sempre la giustizia umana sa pesare e vagliare le azioni». Cfr. la sua lettera alla madre di Ottorino del 20 luglio 1917, cit. Va detto che ad Ottorino era stata assegnata, in precedenza, anche una medaglia al valor civile, per aver salvata la vita alla signora Anna Carfora, che stava per essere investita dal treno. L’episodio avvenne il 25 giugno 1913 ed è rievocato dalla stessa in Per un eroe, cit., p. 110. (134) La lettera si concludeva col dire che nessun ringraziamento gli era dovuto per le informazioni date. «Ringraziamenti invece se li meritano le squadre del 42°, capitanate dal nostro scomparso prode cappellano, Pisacane, che per ricuperare molti corpi di compagni morti han lasciato pur loro seminata la via di sangue generoso. Cordiali saluti e auguri», ivi, p. 91-92. (135) La lettera, che reca la data del 26 giugno 1917, in Per un eroe, cit, p. 100-101. In essa era accluse altre due lettere, una del tenente Pasquale Loris (20 maggio 1917) e l’altra del tenente Domingo (26 maggio 1917), ivi, p. 101. (136) Cfr. il capitolo VI, Condoglianze, in Per un eroe, cit., pp. 111-133.

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(137) Il Giornale d’Italia, 15 febbraio 1917. (138) Roma, 2 aprile 1917. (139) Per queste commemorazioni, cfr., capitolo VII di Per un eroe, cit., pp. 134-141. (140) In Per un eroe, cit., p. 95. (141) Si legge nel foglio matricolare: «Alla testa del suo plotone lanciavasi all’attacco di una forte posizione nemica, concorrendo a conquistarla. Difendeva, quindi, con tenacia e valore, la nuova posizione contro violenti contrattacchi nemici, finché colpito a morte, cadeva da prode sul campo. – Carso (quota 208), 14 settembre 1916» (B° Uff.le 1923 dispª 14ª pagª 608). Come si evince dal contenuto della motivazione, era stato alla fine possibile ricostruire con precisione le modalità della morte di Ottorino. Egli fu, inoltre, «autorizzato a fregiarsi della medaglia commemorativa della guerra 1915-1918 istituita con R° D° 124 in data 19 luglio 1920 e ad apporre sul nastro della medaglia le fascette corrispondenti all’anno di campagna 1916», nonché a fregiarsi «della medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia di cui al R° D° 19 ottobre 1922, N° 1362».

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APPENDICE Preghiera manoscritta rinvenuta dai genitori tra le carte che Ottorino aveva con sé. Mamma, Mamma, tergi le lagrime; Io vivo! Vivo nella gloria delle patrie memorie, nella gloria tua e della nostra famiglia che per me s’illumina e risplende! Ti ricordi, o Mamma? Allorché io nacqui tu gemevi pel dolore, ma poi ti giocondasti di giubilo. Ora tu gemi perché io sono nato alla vita immortale e non mi vedi più con gli occhi del corpo; ma il dolore sarà ben presto trasformato nel tripudio modesto e fiero di indicibili e nobilissime gioie materne. Poiché tuo è il merito, e tuo l’onore di avere educato un figlio che ha saputo gloriosamente finire la sua terrena giornata nell’adempimento del proprio dovere e nel servizio della Patria! O Signore, dà pace ai morti, conforto ai vivi, conserva in noi tutti l’alto sentimento del dovere e la forza di adempirlo. E’ solo nell’adempimento del dovere, che trova l’uomo e il suo valore e l’attuazione dei suoi destini, poiché se di fronte alla caducità della vita, noi vedremo che la vita è per la morte, di fronte al dovere ed alla virtù intenderemo che la morte è per l’immortalità e per l’eterna corona! L’ultimo saluto delle sorelle Per ogni giovane vita spezzata eroicamente per la grandezza della Patria, una nuova fulgida stella sale su nel Cielo; per ogni stilla di sangue versata, un vivido fiore fragrante, che non appassirà mai, nasce sulla zolla dove è caduta. Per la tua fine gloriosa, Ottorino, caro ed ardimentoso eroe, poeta forte e gentile della guerra di redenzione, una stella più splendente e bella è salita al cielo; per il tuo sangue versato tanti fiori rigogliosi e purpurei sono sbocciati sul terreno dove la tua giovane e balda esistenza si è spezzata per sempre. L’angiolo buono e caro che insieme piangemmo per la sua dipartita, ti ha protetto con le sue splendide ali nei tremendi momenti del più intenso pericolo, ti ha sorretto fra i disagi e le sofferenze. Ma quando il Signore gli chiese di condurre a Lui, per coronarne, con le altre elette, il suo Trono, l’anima più buona e idealista, più fervente ed entusiasta, più eroica e generosa, l’angiolo buono raccolse l’anima tua, purificata dal dolore e dalle sofferenze, santificata dal martirio, e con essa

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avvinto, felice, si librò a volo nello spazio infinito verso il Trono Divino. Hai lasciato noi nel pianto, nel dolore, nell’angoscia; ma tu gioisci ricongiunto a quell’angiolo caro e sei felice lassù nell’immensità dei cieli, ove non è più pianto, dolore, sconforto, ove la gioventù non tramonta mai. Le sorelle - Bice, Maria, Ada, Edina Alla madre la sorella Cesira - 20 febbraio 1917 T’ho lasciato da poche ore soltanto e già sento vivo il desiderio di esserti ancora vicino per confortarti, e per piangere con te. Confortarti? Ma come? Ah! purtroppo lo sento che la perdita di un tal figliuolo non può avere un conforto. Tu l’educasti alla scuola del dovere, sii fiera se egli è morto per compierlo. No, Clelia mia, non è morto: egli vive nel nostro cuore, egli vivrà imperituro nella storia di quegli eroi che diedero la vita volontariamente, sorridendo, per la grandezza d’Italia. Aveva un culto per tutta la famiglia, pel babbo suo, e una vera venerazione per te … ora egli spirto invisibile ti è sempre vicino per sorreggerti, per darti forza, per ravvivare la tua fede affinché possa portare a fine con gli altri piccoli la tua sacra missione di madre. Sii forte Clelia, per te, per il tuo povero Pietro che il dolore ha già tanto abbattuto, per i figli tuoi che ti prepareranno nuove soddisfazioni. Sfoga il tuo dolore nel pianto, se lo puoi, ma sii fiera di essere stata la madre di un tale figliuolo, eletto per ingegno ed eroismo, che la gloria sfiorò col suo bacio. Egli era destinato a divenire grande per la rara intelligenza, non sarà meno grande per il suo eroico sacrificio. Nessuno più di me sa e comprende il tuo dolore, ma devi esser forte. Coraggio Clelia, sorella mia, coraggio per te, pei tuoi cari, e che presto la calma rassegnazione entri nel tuo povero cuore. Ti bacio con tutta l’anima e sono con te. Tua sorella - Cesira

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INDICE La fanciullezza L’adolescenza Gli studi universitari Gli anni di insegnamento La guerra Il corso alla Scuola Militare di Modena I sei mesi al fronte La lunga angosciosa incertezza sulla sorte di Ottorino L’unanime cordoglio Note Appendice

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pag. 3 pag. 5 pag. 7 pag. 8 pag. 10 pag. 11 pag. 22 pag. 41 pag. 44 pag. 47 pag. 55


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Ottorino rinaldi  
Ottorino rinaldi  

un eroe della grande guerra, la sua biografia la breve vita

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