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Numero 1 Dicembre 2012

L'Europa comunitaria che c’è nonostante la crisi di Giuseppe Tesauro

Convegno nazionale CeSAF Maestri del lavoro d’Italia

CAPUA


SOMMARIO L'Europa comunitaria che c’è nonostante la crisi di Giuseppe Tesauro

pag. 5

Giudice Costituzionale

“I futuri del capitalismo” di Giuseppe Di Taranto

pag. 18

Docente di economia Luiss Guido Carli

Riflessioni di un educatore di Don Franco Galeone “È possibile, oggi, avere la fede?” La fede è “ragionevole” ma non “razionale” Alla riscoperta del proprio battesimo L’Ateo: un uomo tranquillo? Rieducare al “sacro”

Il lavoro e la dottrina sociale della chiesa di Mauro Nemesio Rossi

pag. 29 pag.29 pag.31 pag.33 pag.36 pag.39

pag. 42

Le industrie nell’alta Terra di Lavoro prima e dopo l’unificazione* di Ferdinando Corradini

pag. 47

Lavoro e formazione l'importanza dell'esperienza all'estero Intervista a Pierluigi Celli

pag. 61

Direttore Generale LUISS Guido Carli

La scuola Europea dall’unità d’Italia a oggi analisi pedagogica di 150 anni di storia di Angelo Francesco Marcucci

pag. 65

Dirigente scolastico provinciale Benevento

Interventi di difesa idrogeologica e di recupero ambientale in Campana di Fernando Fuschetti

pag. 77

già Dirigente Superiore del Corpo Forestale dello Stato Comandante Regione Campania

Il Cause Related Marketing: un punto di incontro tra etica e business? di Enrico Bonetti Professore Associato di Marketing Dipartimento di Economia Seconda Università degli Studi di Napoli

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pag. 86


In questo numero Esce a distanza di circa otto mesi dal numero zero il primo numero del periodico culturale del Centro Studi ed Alta Formazione dei Maestri del Lavoro. Raccoglie gli interventi non solo di alcuni dei nostri soci, ma anche le relazioni di due prestigiosi docenti universitari italiani che hanno partecipato al primo convegno nazionale che si è tenuto lo scorso sei dicembre presso la facoltà di economia della Seconda Università di Napoli ed ha visto la partecipazione di dieci istituti superiori della rete che si è costituita grazie ai Pon C5. Due gli avvenimenti su cui ci siamo soffermati: le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ed il dibattito sulla crisi economica europea che sta dividendo gli Italiani tra i favorevoli alla moneta unica e quelli contrari. Su questo argomento si sono cimentati due grandi esperti del settore. il prof. Giuseppe Tesauro giudice costituzionale è uno dei più accaniti sostenitori dell’Unione Politica dell’Europa. “In realtà, l'Europa comunitaria è per molti aspetti sconosciuta ai più. E' una struttura complessa, per alcuni aspetti contraddittoria, frutto di spinte succedutesi nel corso degli anni in modo non sempre uniforme.” Il prof. Giuseppe Di Taranto della Università Luiss Guido Carli ha analizzato gli errori ed orrori commessi dalla politica nel creare l’Europa. “L’euro non funziona non solo per i vizi di fondo che ne hanno segnato la genesi – come la voluta mancata soluzione alla crisi dei debiti sovrani – ma soprattutto perché il Trattato di Maastricht e le successive decisioni dell’UE, privilegiando il rigore rispetto alla crescita, avvantaggiano alcune nazioni a scapito di altre. Questo status quo, infatti, procura enormi benefici alla Germania, che continua a esercitare il suo strapotere sugli altri paesi dell’eurozona. Ma non solo di Europa si discute, ma anche dei valori cristiani delle nostre radici e dell’evoluzione del mondo della scuola, affidati a Don Franco Galeone che non fa mancare i suoi puntuali interventi anche sul web ed al provveditore agli studi di Benevento Angelo Francesco Marcucci che ha affrontato in occasione delle varie celebrazioni dei 150 anni dell’Italia Unita, l’evoluzione pedagogica della scuola italiana. Non ultimo in questo numero viene affrontata la dottrina sociale della Chiesa vista con l’intuizione e l’esperienza di un maestro del lavoro.

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CENTRO STUDI ED ALTA FORMAZIONE MAESTRI DEL LAVORO D’ITALIA

Organigramma Presidente onorario Paolo Vincenzo Pedone Preside della Facoltà Scienze del Farmaco e per l’Ambiente della Seconda Università di Napoli Presidente MdL dott. Mauro Nemesio Rossi giornalista Segretario MdL Giovanni Izzo

Consiglio direttivo Sig. Giovanni Bo PMI Confindustria Caserta Rapporti con le imprese MdL dott. Gianluigi Diamantini ex Presidente della Federazione Maestri del Lavoro d'Italia MdL p.i. Antonio Paladini MdL ing. Vincenzo Quattrucci Dott.ssa Adele Vairo Dirigente scolastico Liceo Manzoni (rapporti con le scuole superiori) Presidente Senato Accademico Prof. Andrea Buondonno Facoltà Scienze del Farmaco e per l’Ambiente della Seconda Università di Napoli

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L'Europa comunitaria che c’è nonostante la crisi di Giuseppe Tesauro

Capua facoltà di Economia Convegno CeSAF nella foto – Giovanni Maggi, Giuseppe Di Taranto e Giuseppe Tesauro

Negli ultimi mesi abbiamo avuto notizie e rappresentazioni diverse dell'Unione europea e più in generale dello scenario europeo. Notizie catastrofiche si sono alternate con manifestazioni di ottimismo, spesso collegate al convincimento, più radicato di quanto si creda, dell'irreversibilità del processo di integrazione comunitaria. Si è molto parlato di economia, usati e abusati sono stati termini ai più sconosciuti, almeno fino a ieri, molti in lingua inglese. Poi c'è stato il Vertice del 28 giugno, tecnicamente una ordinaria riunione del Consiglio europeo di fine semestre, evento rappresentato come occasione di tensione, quasi una partita di calcio. Sui risultati, proporrei, da ottimista avvertito, di guardare più alla parte piena che a quella vuota del bicchiere. D'altra parte, la storia della vicenda europea, dal 1950 ad oggi, ci ha insegnato che ogni 5


occasione di intervento sul quadro normativo e istituzionale, a dispetto delle immancabili delusioni, ha segnato un passo avanti nel processo di integrazione. E così, quel Consiglio europeo sarà ricordato come una delle tappe fondamentali nel processo di crescita ed integrazione dell'Unione europea1. Dopo un estenuante negoziato, reso difficile dalla fermezza tedesca e superato grazie alla ostinazione altrettanto ferma di italiani e spagnoli, l'Eurozona, cioè i 17 Paesi dell'Euro, si è dotata di un meccanismo per stabilizzare i mercati e per calmierare i tassi di interesse dei Paesi UE. L'Unione ha approvato il c.d. scudo anti-spread, il patto per la crescita e l'occupazione, comprendente le misure – nazionali e dell'Unione – tese a rilanciare gli investimenti e l'occupazione ed a rendere 1'UE più competitiva. Infine, è stata approvata la possibilità di ricapitalizzazione diretta delle banche da parte di un fondo europeo, definito salva-Stati. In attuazione di tali misure, è prefigurato un meccanismo di vigilanza unico, all'interno del quale la Bce assume il ruolo di supervisore per l'Eurozona. Pertanto, a verificare le condizioni cui sono sottoposti lo scudo anti-spread e le ricapitalizzazioni bancarie, saranno soltanto la Commissione e la Banca centrale europea: in breve un meccanismo dell'Unione. I Paesi UE avranno la possibilità di usare il fondo per rassicurare i mercati, a condizione che rispettino le raccomandazioni e gli altri impegni del patto di stabilità e crescita e delle procedure per gli squilibri eccessivi. Le misure mirano a mettere un freno alla speculazione ed a ridare stabilità alla moneta unica. L'Unione economica e monetaria ha dunque assunto maggiore importanza nel processo di coesione politica, sociale ed economica dell'UE, nell'ottica del superamento delle logiche nazionali. A parte ogni invocazione del benessere dei cittadini, che pure sembra 1

' Cfr. Conclusioni del vertice pubblicate sul sito internet del Consiglio europeo, ove, tra l'altro, si legge: «La nostra priorità fondamentale rimane una crescita forte, intelligente, sostenibile e inclusiva, basata su finanze pubbliche sane, riforme strutturali e investimenti per incrementare la competitività. [...] Siamo determinati ad adottare le misure necessarie per garantire un'Europa finanziariamente stabile, competitiva e prospera e accrescere in tal modo il benessere dei cittadini.».

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un punto positivo nelle conclusioni del Vertice di giugno, considerata la recessione imperante, resta la sensazione di un passo avanti verso una maggiore - integrazione politica. In definitiva, una schiarita nello scenario economico ed in quello politico, dopo un periodo, perché negarlo, di incertezze e sfiducia in non pochi dei 27 Paesi membri quanto al modo di essere e di funzionare dell'Unione. In realtà, l'Europa comunitaria è per molti aspetti sconosciuta ai più. E' una struttura complessa, per alcuni aspetti contraddittoria, frutto di spinte succedutesi nel corso degli anni in modo non sempre uniforme. Eppure, è passato un po' di tempo da quel lontano maggio del 1950 in cui maturò il disegno di un vivere insieme tra Paesi e popoli non da sempre amici, spesso almeno rivali, con la dichiarazione del Ministro degli Esteri francese Schuman (ma alsaziano e con una deliziosa casa avita a Lussemburgo). Quell'obiettivo originario è stato realizzato, anche prima e meglio di quanto molti si aspettavano: è l'Europa che c'è nella realtà e che è diversa da quella che viene rappresentata negli auspici della retorica comunitaria o nelle critiche di quella anticomunitaria, l'una e l'altra spesso frutto di conoscenza solo superficiale, di pregiudizi ideologici, comunque dell'uso di una chiave di lettura diversa da quella con la quale l'Europa che effettivamente viviamo merita di essere valutata. Ciò che propongo è precisamente una chiave di lettura per quanto possibile semplice e chiara del processo di integrazione europea, alla luce di alcuni valori rilevabili guardando in trasparenza la vicenda comunitaria nel suo insieme e che ne rappresentano gli obiettivi e al contempo gli assi portanti, in definitiva quelli che ne hanno accompagnato la nascita ed il successivo consolidamento, fino ai nostri giorni. L'ottica è beninteso quella di chi si è occupato prevalentemente di diritto e che, non posso dire inconsapevolmente, verso quella direzione indurrà la riflessione. europea: in breve un meccanismo dell'Unione. I Paesi UE avranno la possibilità di usare il fondo per rassicurare i mercati, a condizione che rispettino le raccomandazioni e gli altri impegni del patto di stabilità e crescita e delle procedure per gli squilibri eccessivi. Le misure mirano a mettere un freno alla speculazione ed a ridare stabilità alla moneta unica. 7


L'Unione economica e monetaria ha dunque assunto maggiore importanza nel processo di coesione politica, sociale ed economica dell'UE, nell'ottica del superamento delle logiche nazionali. A parte ogni invocazione del benessere dei cittadini, che pure sembra un punto positivo nelle conclusioni del Vertice di giugno, considerata la recessione imperante, resta la sensazione di un passo avanti verso una maggiore integrazione politica. In definitiva, una schiarita nello scenario economico ed in quello politico, dopo un periodo, perché negarlo, di incertezze e sfiducia in non pochi dei 27 Paesi membri quanto al modo di essere e di funzionare dell'Unione. In realtà, l'Europa comunitaria è per molti aspetti sconosciuta ai più. E' una struttura complessa, per alcuni aspetti contraddittoria, frutto di spinte succedutesi nel corso degli anni in modo non sempre uniforme. Eppure, è passato un po' di tempo da quel lontano maggio del 1950 in cui maturò il disegno di un vivere insieme tra Paesi e popoli non da sempre amici, spesso almeno rivali, con la dichiarazione del Ministro degli Esteri francese Schuman (ma alsaziano e con una deliziosa casa avita a Lussemburgo). Quell'obiettivo originario è stato realizzato, anche prima e meglio di quanto molti si aspettavano: è l'Europa che c'è nella realtà e che è diversa da quella che viene rappresentata negli auspici della retorica comunitaria o nelle critiche di quella anticomunitaria, l'una e l'altra spesso frutto di conoscenza solo superficiale, di pregiudizi ideologici, comunque dell'uso di una chiave di lettura diversa da quella con la quale l'Europa che effettivamente viviamo merita di essere valutata. Ciò che propongo è precisamente una chiave di lettura per quanto possibile semplice e chiara del processo di integrazione europea, alla luce di alcuni valori rilevabili guardando in trasparenza la vicenda comunitaria nel suo insieme e che ne rappresentano gli obiettivi e al contempo gli assi portanti, in definitiva quelli che ne hanno accompagnato la nascita ed il successivo consolidamento, fino ai nostri giorni. L'ottica è beninteso quella di chi si è occupato prevalentemente di diritto e che, non posso dire inconsapevolmente, verso quella direzione indurrà la riflessione. In origine, la spinta decisiva fu, non si sorprendano i pazienti ascoltatori elettori, la pace non è solo una parola di circostanza 8


quella che troviamo in qualche riga di preambolo dei Trattati. E' la vera ragion d'essere, storica e politica, della Comunità e al contempo il risultato di maggior rilievo realizzato. Non è un caso che, pur dopo tanti tentativi e tante riflessioni sull'idea di un legame più stretto tra i popoli d'Europa, è solo negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale che l'idea è stata perseguita concretamente e finalmente realizzata. Già durante le ultime fasi del conflitto si pensò ad un modello nuovo di cooperazione organizzata fra gli Stati in grado di impedire il riprodursi delle situazioni politiche, economiche e militari che avevano portato l'Europa ed il mondo intero a quel disastro. Né è un caso che in quegli anni si sottolineava soprattutto l'esigenza di un legame molto stretto tra Francia e Germania, da sempre al centro della patologia dei rapporti tra i Paesi europei. Il discorso di Churchill all'Università di Zurigo del settembre 1946 e ancor più la dichiarazione di Schuman nel 9 maggio del 1950, quest'ultima espressamente e specificamente focalizzata sull'opportunità di porre la produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto il controllo di un organo comune (che sarà poi la CECA) aperto alla partecipazione di altri Paesi, ne sono testimonianza emblematica. In altre parole, si pensava ad un meccanismo finalizzato ad una gestione non più nazionale ma plurinazionale delle fonti principali di forza economica e militare della Germania. Trascurare questo dato sarebbe nascondersi dietro un dito, anche oggi. Un obiettivo certo economico, dunque, ma trasparentemente anche politico, volto a pacificare le due aree da sempre oggetto di rivalità e di contese. I piccoli e grandi passi successivi, a cominciare dal trattato CEE del 1957 sono stati funzionali a quel disegno complessivo che vedeva nell'integrazione prima economica e poi, chissà, anche politica lo strumento adeguato per il perseguimento dell'obiettivo supremo, quello della pace. Leggiamo insieme qualche passo della breve Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950: "La pace mondiale non potrà essere salvaguardata non con sforzi creativi. proporzionali ai pericoli che la minacciano, Il contributo che un'Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. Questa 9


proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia. la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace.” E pace è stata. Per sessant'anni non si è sentito il crepitio di un fucile né l'urlo sordo di un cannone tra i Paesi dell'Europa comunitaria. Non se ne ricordano molti di periodi così lunghi e così pacifici nella nostra storia pregressa. Quell'obiettivo fondamentale, peraltro, è stato perseguito attraverso la leva di uno strumento economico, il mercato comune. Il progetto era articolato su quattro libertà fondamentali, di circolazione dei lavoratori, delle merci, dei servizi, dei capitali; in più, Stati ed imprese dovevano ispirare i loro comportamenti all'ideale del libero mercato, affinché si riducessero, fino a scomparire, le barriere di sempre, di qualsiasi genere e aspetto, tra i singoli mercati nazionali. Le competenze comunitarie, anche di regolare una materia in un modo piuttosto che in un altro, lungi dal generare confusione, furono ben precisate e sigillate nel lucchetto del principio di attribuzione: gli Stati rimanevano assolutamente sovrani laddove non avessero espressamente delegato un funzione alla Comunità. Questa era l'Europa dei Trattati istitutivi, siamo negli anni cinquanta. L'Europa dei piccoli passi voluta da Monnet, Schuman, De Gasperi, si evolveva in una dimensione apparentemente solo economica, contribuendo in modo decisivo alla crescita complessiva dei Paesi membri, più vistosa i Italia e Germania, proprio i due Paesi usciti sconfitti e in ginocchio dalle rovine della guerra. Peraltro, anche all'interno di questa dimensione economica, si è progressivamente rivelata la centralità sostanziale della circolazione delle persone, con il loro bagaglio di interessi e diritti; è quello che ritroviamo, con progressiva evidenza a partire dalli anni sessanta nella legislazione, nella prassi, soprattutto nella giurisprudenza. La circolazione dei lavoratori, anche sulla spinta della tragedia di Marcinelle e della ricaduta delle insufficienze sociali e previdenziali sulle famiglie dei minatori caduti, ricevette una particolare attenzione dal legislatore comunitario. mercato 10


comune delle merci, che appariva il centro del sistema comunitario, era già compiutamente realizzato alla fine degli anni sessanta. La sua evoluzione successiva ha fatto scoprire una dimensione diversa del mercato comune: non più solo l'area di circolazione dei prodotti e dei fattori della produzione, ma il contesto complessivo della relazioni tra Stati, imprese, cittadini comuni. Soprattutto è diventato l'ambito di essere e di agire precisamente delle persone comuni, ricchi e squattrinati, studenti e professionisti, donne e giovani, occupati e non, tutti con eguali diritti. Tutti godono delle libertà fondamentali, arricchite da politiche tipiche di una moderna società democratica, dall'energia all'ambiente, dall'informazione alla cultura, dalla politica sociale a quella di riduzione degli squilibri regionali. Insomma, protagonista della vicenda comunitaria degli ultimi 30 anni è la persona in quanto tale, quale che sia la sua condizione, perfino la sua età. Si, perfino, una piccola bimba di qualche mese, di genitori cinesi ma cittadina comunitaria perché nata in Irlanda, si è vista riconosciuto il diritto di vivere con noi e di trasmettere di conseguenza questo diritto anche ai genitori cinesi, laddove il rigoroso rispetto del requisito perché un extracomunitario abbia il diritto di restare nella Comunità, cioè la capacità di un suo familiare comunitario di mantenerlo, avrebbe viceversa tenuto i genitori lontani dalla bimba. La disciplina del mercato comune o unico, se si preferisce, è in definitiva il nucleo centrale di un sistema politico, economico e sociale articolato e tendenzialmente nel quale trovano riconoscimento non solo le libertà economiche fondamentali, ma anche l'insieme delle istanze che sono patrimonio comune di un moderno sistema democratico. L'Europa non può ridursi al volto arcigno di un mercato, sia pure inteso nella sua portata propria, cioè di uno spazio senza steccati. C'è anche l'Europa della solidarietà, del pari sviluppo delle sue parti, anche di quelle meno fortunate, dei valori nobili dell'uomo. Max Scheler diceva: "Mai in nessun luogo i semplici trattati hanno creato una Comunità". E' una grande verità, è anche una regola molto solida. Pure, come tutte le regole, soffre almeno un'eccezione, precisamente quella Comunità europea che è nata con il Trattato di Roma del 1957. Il nostro De Gasperi, nel 1953, 11


poco prima dunque della sua fine, disse che "La società europea, nonostante molte deviazioni e frequenti contrasti, riconosce che le sue origini, il suo corso, le sue evoluzioni, la portano a collocare al suo centro non lo Stato, non la sua collettività, ma l'uomo". Ed è precisamente l'uomo, la persona, sia chiaro, il secondo fondamento ideale del processo di integrazione europea che mi preme isolare e segnalarvi. L'obiettivo è stato quello di rendere possibile a tutti i cittadini comunitari godere di pari diritti, di qualsiasi natura e in tutti gli Stati membri. In origine, ne risultava beneficiaria la persona solo in quanto soggetto che esercitasse, ovvero beneficiasse di, un'attività economicamente rilevante; o comunque fosse a tale soggetto collegata, ad esempio per vincoli familiari. Per converso, la disciplina investiva tutte le attività, indipendentemente dalla natura subordinata o meno e dal carattere stabile od occasionale del suo esercizio rispetto al territorio di uno Stato membro. Nella prassi successiva, si è finito con il consentire la libera circolazione alla quasi totalità delle persone che avessero la cittadinanza di uno Stato membro. Si è infatti ampliata il più possibile la sfera dei soggetti ammessi a beneficiare della libera circolazione, andando ben al di là delle ipotesi tipiche e nominate di mobilità, quelle cioè collegate al lavoro dipendente, allo stabilimento e alla prestazione di servizi. E' così che a beneficiare della libera circolazione troviamo non solo i medici ma anche i pazienti, persino gli innamorati; c'è anche la mera ricerca di un lavoro in un altro Stato membro, così come lo spostamento degli studenti ai fini della formazione professionale. Del pari, la libera prestazione dei servizi ha incluso ormai la semplice cena al ristorante al di 1à del confine o ancora la mera visita in esercizi commerciali dove, eventualmente, si tornerà per fare acquisti. In definitiva, anche con interventi normativi e giurisprudenziali successivi, si è finito col riconoscere a tutti i cittadini comunitari un diritto di soggiorno generalizzato e, dunque, un diritto di circolare anche in assenza di un'attività lavorativa. Il Trattato di Maastricht del 1992, poi, nel prevedere espressamente che "ogni 12


cittadino dell'Unione ha il diritto di circolare liberamente nel territorio degli Stati membri" ha superato anche nella forma la concezione mercantile del diritto di circolazione: non più, dunque, libertà di circolazione in funzione dello svolgimento di un'attività economica, ma libertà di circolazione in quanto cittadini europei. In definitiva, questo è nient'altro che il contenuto sostanziale ed essenziale della cittadinanza europea. E circolazione, è chiaro, non soltanto andare a spasso per città e campagne, ma farlo con gli stessi diritti dei cittadini del Paese ospite, di maturare al pari di essi la pensione dopo aver versato i contributi, di godere dei benefici collegati alla nascita di un bambino o di ricevere il risarcimento dei danni dovuto per un'aggressione in metropolitana, di utilizzare un titolo professionale conseguito in altro Stato, di partecipare ad un appalto pubblico per la costruzione di un ponte o altro. E che dire dei diritti fondamentali? A dispetto del silenzio nei trattati, la prassi ha saputo cogliere al giusto l'importanza della tutela dei diritti fondamentali della persona come parte rilevante della tutela che anche l'amministrazione e il giudice comunitario sono tenuti ad apprestare. Così, da una semplice evocazione del principio di non discriminazione in base alla nazionalità e del diritto alla pari retribuzione di lavoratrici e lavoratori si è pervenuti all'affermazione di un generale principio di eguaglianza come cardine generale ed assoluto del sistema. In particolare ne ha beneficiato la condizione femminile, per tanti versi discriminata nell'accesso e nelle condizioni di lavoro, con licenziamenti in alcuni Paesi consentiti anche durante la gravidanza ed annullati dal giudice comunitario. Il diritto di proprietà, al libero esercizio di attività professionali, il diritto di difesa in giudizio, il diritto al rispetto della vita privata e dei dati personali, l'inviolabilità del domicilio, il diritto al giudice ed in particolare ad una tutela giurisdizionale completa ed effettiva, il diritto della donna alla maternità senza timore di perdere il lavoro, il diritto al ricongiungimento familiare, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale subito per effetto dell'applicazione di una legge nazionale contraria al Trattato, il diritto di sciopero con il blocco perfino della circolazione dei TIR tra un Paese e l'altro, perfino il diritto di cambiare sesso senza perdere il posto di lavoro, sono 13


altrettanti e solo esempi di diritti che hanno trovato puntuale ed ampia tutela nel sistema comunitario ed in particolare dinanzi alla Corte di giustizia, anche più e meglio che dinanzi a giudici nazionali, pure di rango. E sono diritti concretamente ed immediatamente esigibili, si badi, a differenza che in altri contesti internazionali. Come si vede, il sistema, nato su un trattato e dunque sull'impegno reciproco di Stati sovrani, ha finito con l’avere nel comune cittadino, nella persona, il suo vero protagonista: anche a dispetto degli Stati, il cui entusiasmo a questo riguardo non ha mai raggiunto temperature elevate, come si può intuire. Testimonianza indelebile di questa lettura intelligente ed in trasparenza dei Trattati e del disegno originario di coloro che lo redassero, resta una pronuncia della Corte europea di giustizia del 1963, secondo la quale gli obblighi sanciti reciprocamente dagli Stati rappresentano altrettanti diritti dei singoli. E il diritto del singolo non è tale se non può essere fatto valere dinanzi ad un giudice, senza diaframmi interposti. Tutto ciò è stato possibile grazie alla progressiva affermazione di quella Comunità di Diritto che è stato l'elemento trainante del processo di integrazione. E' questo il terzo valore fondamentale del sistema. Grandi ingegneri del diritto furono i fondatori della Comunità. Non era facile immaginare che norme internazionali (i trattati istitutivi), comunitarie (dettate dalle istituzioni comunitarie) e nazionali potessero convivere insieme, senza contrasti e patologie di vario tipo. Fantasia e lungimiranza hanno permesso di cogliere l'importanza del momento gestionale del rapporto tra norme di diversa origine, fino a disegnare quel meccanismo di controllo giurisdizionale che rappresenta il gioiello più prezioso del sistema comunitario e la ragione del suo successo. I trattati istitutivi delle Comunità, come tutti gli accordi internazionali e come le leggi, sono anzitutto pezzi di carta. Essi vanno fatti vivere, vanno animati giorno dopo giorno, fino a farli diventare strumenti vivi e palpabili della disciplina dei rapporti. E' il giudice che ha questo compito, attivando il meccanismo del controllo sul corretto funzionamento del sistema, verificando il rispetto puntuale delle norme da parte di tutti i protagonisti della 14


vicenda, che nel caso della Comunità erano e sono gli Stati membri, le istituzioni ed i singoli. All'origine della Comunità di diritto c'è un meccanismo di controllo giurisdizionale delle norme e dei diritti al quale devono soggiacere e del quale possono beneficiare sia i singoli, che le istituzioni comunitarie, che gli Stati membri. Il meccanismo si basa su alcuni cardini. Quello principale e fondamentale, che troviamo già nel disegno originario del Trattato di Roma del 1957, è la completezza del controllo, che investe la legittimità degli atti comunitari da una parte, e, dall'altra, la legittimità comunitaria delle leggi, degli atti e dei comportamenti degli Stati membri. Il secondo cardine è il criterio di interpretazione delle norme, che si concretizza attraverso il favore per l'interpretazione che più sia utile allo sviluppo del processo di integrazione in quanto obiettivo fondamentale di tutte le norme comunitarie. Il terzo pilastro è rappresentato dalla collaborazione tra giudice comunitario e giudice nazionale, prefigurata e realizzata con l'obiettivo di prestare la massima attenzione all'uniforme incidenza delle norme comunitarie sulla posizione giuridica soggettiva dei singoli. E' la tipica applicazione del principio di leale cooperazione tra istituzioni dell'Unione e degli Stati membri, chiave di volta del sistema comunitario complessivamente considerato. Nell'odierno scenario, con le realizzazioni raggiunte, l'Europa si interroga sui tempi e i modi per una connotazione ulteriore, in senso lato politica, del vivere insieme, oggi che non siamo più in pochi e abbiamo tante criticità da superare. I padri fondatori avevano in mente uno strumento di pace che non fosse costruito sulla dimensione tradizionale della sovranità, che ritenevano alimento per ambizioni di egemonia e protezionismi di ogni tipo, non solo economici. Luigi Einaudi, in un saggio su "Chi vuole la pace?", scrisse: "Quando noi dobbiamo distinguere gli amici dai nemici della pace, non fermiamoci perciò alle professioni di fede, tanto più clamorose quando più mendaci. Chiediamo invece: volete voi conservare la piena sovranità dello Stato nel quale vivere ? Se sì, costui è nemico acerrimo della pace. Siete invece decisi a dare il vostro voto, il vostro appoggio soltanto a chi 15


prometta di dar opera di trasmissione di una parte della sovranità nazionale ad un nuovo organo detto degli Stati Uniti d'Europa ? Se la risposta è affermativa e se alle parole seguono i fatti, voi potete veramente, ma allora soltanto, dirvi fautori della pace. Il resto è menzogna." Quanto al metodo, riecheggia ancora il monito a non fare l'Europa in un colpo solo, ma con realizzazioni concrete e creando prima una solidarietà di fatto. E' questa l'Europa di oggi, quella reale. Teniamocela ben stretta, sperando che in essa si investa più e meglio. I valori che hanno determinato l'irreversibilità del processo di integrazione in definitiva anche i nostri, coincidono nella sostanza con quelli che leggiamo nella nostra Costituzione e che se segnano il tasso di civiltà del nostro Paese. Penso al valore della persona, che le diverse culture, coniugate in una felice sintesi nell'Assemblea Costituente, ha posto a centro del sistema. Non solo i diritti fondamentali del singolo, ma anche delle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità (art. 2), fino al riconoscimento del pluralismo sociale ed istituzionale, in un assetto complessivo contraddistinto da pesi e contrappesi, anche territorialmente dislocati, che è funzionale alla migliore tutela dei diritti della persona. Penso ai principi fondamentali di libertà ed eguaglianza, anch'essi legati alla persona ma elevati a sistema, ad esempio nella dimensione economica dell’assetto costituzionale dello Stato. Penso al sistema di garanzia e di tutela dei diritti ed ai principi ad esso riferiti, come l'imparzialità e l'indipendenza dei giudici, la soggezione solo alla legge ed alla Costituzione, il controllo della compatibilità costituzionale perfino delle leggi votate dal Parlamento, fino alla rigidità della stessa Costituzione, modificabile solo con legge costituzionale. Penso ancora al principio dell'autonomia e del rispetto delle specificità locali, alla base della struttura regionale dello Stato, che pure è espressione del pluralismo istituzionale e dell'esigenza di contrappesi al potere centrale, anche in un'ottica di far contribuire la periferia all'individuazione degli indirizzi politici generali. Penso, infine, al valore della pace, e scusate se insisto. All'alba di una notte oscura e tragica, la nuova Italia non poteva non dare un 16


segnale forte e chiaro quanto all'apertura del Paese alla vita di relazione internazionale ed alle sue regole. Ed il segnale, non a caso collocato tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, che neppure una legge costituzionale potrebbe nella sostanza cancellare, si è tradotto nella possibilità espressa di "limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni", nonché la promozione di organismi internazionali finalizzati a tale scopo. In conclusione. Teniamocela ben stretta questa Europa, che non è sempre Babbo Natale, ma è fondata, anche al di 1à delle apparenze, su valori che vale la pena trasmettere alle generazioni future.

Convegno Cesaf Seconda Università di Napoli

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“I futuri del capitalismo” di Giuseppe Di Taranto L’euro non funziona non solo per i vizi di fondo che ne hanno segnato la genesi – come la voluta mancata soluzione alla crisi dei debiti sovrani – ma soprattutto perché il Trattato di Maastricht e le successive decisioni dell’UE, privilegiando il rigore rispetto alla crescita, avvantaggiano alcune nazioni a scapito di altre. Questo status quo, infatti, procura enormi benefici alla Germania, che continua a esercitare il suo strapotere sugli altri paesi dell’eurozona.

Giuseppe Di Taranto

I principi teorici su cui si è fondata la moneta unica, l’euro, sono contenuti in due fondamentali documenti, rispettivamente dell’aprile 1989 e dell’ottobre 1990, voluti dalla Commissione europea: il Rapporto Delors e “One market, one money”. Il primo si ispirava al principio di sussidiarietà, affidando alla Comunità le attribuzioni che necessitavano di decisioni collettive e ai singoli Stati quelle riguardanti il benessere delle relative popolazioni, e presupponeva il raggiungimento della massima omogeneità economica tra le nazioni che avrebbero adottato la moneta unica. Tale omogeneità – che sarebbe poi stata traslata nei criteri di 18


convergenza del Trattato di Maastricht – si fondava sulla mobilità dei fattori di produzione, sull’incremento dei fondi strutturali e, soprattutto, sulla parziale limitazione della sovranità economica degli Stati in materia di deficit, di prerogative delle rispettive banche centrali relativamente alla fissazione del tasso di interesse e alla politica del cambio, e sul loro trasferimento alla Banca centrale europea. Questa avrebbe perseguito l’obiettivo della stabilità dei prezzi quale premessa irrinunciabile per la crescita, l’occupazione e una bilancia dei pagamenti sostenibile. In questo quadro, le diverse nazioni non potevano accedere al credito delle proprie banche centrali, nella rigorosa ottica della teoria quantitativa, secondo l’assioma che l’aumento della moneta in circolazione implica solo inflazione – col pericolo di contagio ad altre nazioni – e mai crescita e occupazione. Le premesse dell’euro La prima fase, finalizzata alla creazione della moneta unica, doveva coincidere con l’entrata in vigore nel luglio 1990 della direttiva europea sulla liberalizzazione del movimento dei capitali, già prevista dall’Atto unico del 1986 assieme alla libera circolazione di merci, persone e servizi, inclusi quelli assicurativi bancari. Il successivo studio, “One market, one money”, fu elaborato dalla direzione generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea. Il documento, nel riaffermare i contenuti del Rapporto Delors, si proponeva di dimostrare tutti i vantaggi che nel medio-lungo periodo la moneta unica avrebbe portato, a fronte dei vincoli e dei costi – non certo insignificanti – del breve periodo di transizione per la sua attuazione. In particolare, si ribadiva quale obiettivo prioritario il rigore finanziario – tramite la stabilità dei prezzi – come base per una maggiore efficienza, un incremento degli investimenti e una riduzione della disoccupazione. Più in generale, l’allargamento del mercato avrebbe generato diffuse economie di scala con 19


conseguente riduzione dei costi per le aziende e dei prezzi per i consumatori, aumentando la flessibilità del lavoro e riducendo gli effetti negativi degli shock provenienti dall’esterno della futura eurozona; la maggiore concorrenza, inoltre, avrebbe cancellato le condizioni di monopolio delle banche all’interno dei singoli paesi, fenomeno tipico di mercati finanziari ristretti, e accelerato la convergenza. Perciò quest’ultima, assieme a un’adeguata mobilità dei due più rilevanti fattori della produzione – capitale e lavoro – e soprattutto, la maggiore estensione del mercato unico europeo erano poste (o meglio, imposte) come condizioni imprescindibili per la creazione della moneta unica. Non andavano poi sottovalutati i benefici indiretti che ne sarebbero derivati, quali l’eliminazione dei costi di transazione e di cambio tra le valute e la riduzione dei tassi d’interesse, maggiori nelle nazioni dove più alta era l’inflazione. Il vantaggio originato dall’allargamento del mercato e dalla nuova architettura istituzionale, nel breve periodo, era calcolato in un aumento della ricchezza del 4,5%, cui andava aggiunto uno 0,7% per l’introduzione stessa della moneta unica, una riduzione del livello dei prezzi del 6% e una crescita dell’occupazione non inferiore a 2 milioni di unità Il costo più significativo dell’intera operazione era individuato nella cancellazione di fatto, grazie all’adozione di una moneta comune, della possibilità di agire sul tasso di cambio da parte dei singoli Stati, comunque permessa – pur se all’interno di una banda di oscillazione ben definita – dal Sistema monetario europeo 1

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Giuseppe Guarino, Eurosistema. Analisi e prospettive, Giuffrè Editore, 2006, pp. 126-141. Si veda anche “L’Europa tradita. Dall’economia di mercato all’economia del profitto”, in Francesco Capriglione (a cura di), La nuova disciplina della società europea, Cedam, pp. 21-63, e “The internationalization process in southern Italy”, in Review of economic conditions in Italy, 2011/2-3, pp. 495-517, entrambi di Giuseppe Di Taranto. Sull’euro, si veda Max Otte, Fermate l’euro disastro, Chiarelettere, 2011; Giovanni Moro, La moneta della discordia, The Cooper Files, 2011; Bruno Amoroso, Euro in bilico, Castelvecchi, 2011.

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I parametri di Maastricht e i vizi di partenza II Trattato istitutivo dell’Unione Europea del 7 febbraio 1992, noto come Trattato di Maastricht, altro non fece che codificare gran parte dei contenuti dei due documenti descritti, in particolare del Rapporto Delors, e parametrarli con dei valori di riferimento ormai ben noti: rapporto deficit/pil non superiore al 3%; rapporto debito/pil non oltre il 60%; tasso d’inflazione non maggiore di 1,5 punti al tasso dei tre paesi più virtuosi; tasso d’interesse a lungo termine non al di sopra della media delle nazioni con saggio d’interesse a lungo termine più basso. Inoltre, il Trattato vietava alle banche centrali, nazionali o alla Banca centrale europea di concedere credito agli Stati, alla Comunità o ad altre istituzioni pubbliche. Questo divieto e l’inizio del monitoraggio dell’ottemperanza degli Stati a quei parametri rappresentarono la seconda fase verso la moneta unica. La terza avrebbe segnato il passaggio a regime dell’euro come banconota, dal 1° gennaio 2002, dopo la fissazione della parità tra le diverse valute; l’introduzione dell’euro solo come moneta bancaria, il primo gennaio del 1999; e soprattutto, l’attuazione del processo di convergenza per l’ammissione dei singoli Stati all’eurosistema, stabilita per la fine del 1997, dopo un primo monitoraggio al 31 dicembre 1994 dei parametri sopra descritti, e in via definitiva entro il primo luglio 1998. Fatti salvi gli obiettivi relativi all’inflazione e ai tassi d’interesse a lungo termine – entrambi pressoché raggiunti anche per la recessione causata dai sacrifici imposti dalla convergenza – per quanto riguarda la sostenibilità delle finanze pubbliche è interessante sottolineare che già prima della stipula del Trattato di Maastricht, al 31 dicembre 1991 quattro paesi su 12 registravano un parametro deficit/pil superiore al 3% (Portogallo e Belgio 7,2%; Grecia 11% e Italia 11,4%) e cinque un rapporto debito/pil oltre il 60% (Belgio, Grecia, Irlanda, Italia, Olanda). Al monitoraggio di fine 1993, il rapporto deficit/pil era diminuito al 10% per l’Italia, si era mantenuto stabile per il Belgio, aveva raggiunto il 4,2% in Austria (entrata ufficialmente nell’ue il primo 21


gennaio 1995 insieme a Svezia e Finlandia) e il 5,9% in Francia. All’atto della valutazione al 31 dicembre 1996, nove Stati avevano un rapporto deficit/ pil superiore al 3% e sette un rapporto debito/pil maggiore del 60%. Nonostante i miglioramenti registrati per l’indebitamento, all’ultima verifica al 31 luglio 1998 – che doveva determinare la rosa delle nazioni che, nel rispetto dei parametri del trattato, avrebbero potuto essere ammesse all’adozione della moneta unica – il rapporto debito/pil restava superiore ai valori prescritti sempre in sette paesi, ma era aumentato in molti altri: 20,1 punti in Germania, 22,3 punti in Francia, fino al 31,8 in Grecia. Alla fine delle tre valutazioni furono ammesse all’adozione della moneta unica 11 nazioni su 12. La Grecia fu ammessa con deroga, che poi fu ben presto superata. Quel giudizio positivo, che ignorava le criticità delle finanze pubbliche, fu possibile grazie a una certa interpretazione dell’articolo 104c del trattato già adottata nelle precedenti valutazioni. Si decise cioè di attribuire maggiore rilievo, ai fini dell’obiettivo da raggiungere, al rapporto deficit/pil rispetto all’altro parametro, il rapporto debito/pil. Poiché nel dicembre 1991 – quando era stato raggiunto l’accordo sul Trattato ma ancora non si era proceduto alla sua ratifica – già cinque Stati, come notato, registravano ben oltre il 60% del rapporto debito/pil, si decise che non esisteva un limite definito al volume del debito e che era sufficiente che quel rapporto fosse in via di riduzione, in modo da avvicinarsi al valore di riferimento a ritmo adeguato, senza in alcun modo specificare i tempi e la velocità necessari per raggiungere dell’obiettivo. Per il parametro relativo al rapporto deficit/pil, invece, si ammetteva un suo superamento in via temporanea ed eccezionale. Solo quest’ultimo, perciò, era condizione necessaria e sufficiente per la convergenza ai fini della moneta unica. Il gioco era fatto. L’inizio dell’euro ne segnava anche la fine. Alcuni l’avevano detto L’inadeguatezza del Trattato di Maastricht non è sfuggita a illustri 22


economisti e a non pochi premi Nobel per l’economia, che temevano che le rigidità e il rigore fiscale – in seguito ribaditi dal Patto di Stabilità e Crescita – avrebbero rappresentato un forte vincolo allo sviluppo. Dal 1993 in poi, studiosi come Franco Modigliani, Paul Samuelson, Robert Solow, Olivier Blanchard e altri hanno ripetutamente consigliato di abbandonare il progetto della moneta unica per perseguire l’obiettivo di un maggiore livello occupazionale, in sintonia con la teoria delle aree monetarie ottimali di Robert Mundell (altro premio Nobel per l’economia), che individuava nella bassa mobilità del lavoro il vincolo maggiore alla creazione di regioni geografiche a moneta comune. Nel 1998, anno di nascita della Banca centrale europea, alcuni di questi illustri economisti sottoscrissero, con altri noti studiosi quali Jean-Paul Fitoussi e Dennis Snower, un “Manifesto contro la disoccupazione in Europa”1 L’approccio politico ai temi del lavoro nell’ue assumeva la disoccupazione come un problema da risolvere all’interno di ciascun paese, senza un esplicito coordinamento delle politiche tra gli Stati membri, “nonostante il fatto che con l’ingresso nel sistema dell’euro i paesi membri rinuncino alla possibilità di adottare una politica autonoma di gestione della domanda, sia monetaria sia fiscale, ed entrino in concorrenza serrata tra di loro sulle politiche dell’offerta”. A giudizio degli autori del Manifesto, la soluzione alla stagnazione – in termini di crescita e di occupazione – causata dal raggiungimento dei parametri di convergenza andava individuata in un’interpretazione più ampia e costruttiva della normativa che definiva il ruolo della Banca centrale europea, normativa all’epoca largamente condivisa e oggi da più parti criticata. La BCE, com’è noto, ha un solo obiettivo inderogabile: la lotta all’inflazione. “Noi – scrivevano nel Manifesto – sollecitiamo un ampliamento radicale di questa interpretazione che, al pari della 1

Modigliani, Solow, Snower, Fitoussi e altri, “Manifesto contro la disoccupazione in Europa”, in Moneta e Credito, vol. 11, n. 203, settembre 1998, p. 383.

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normativa relativa alla Federal Reserve statunitense, comprenda almeno un altro obiettivo al quale attribuire lo stesso rilievo: tenere la disoccupazione sotto controllo. Siamo convinti che la bce possa svolgere tale compito senza rinunciare al proprio impegno sul fronte dell’inflazione […]. Riteniamo che concentrarsi su una lotta concorrenziale con il dollaro, combattuta attraverso un’escalation dei tassi d’interesse, rappresenti per la bce un errore gravissimo, che andrebbe a scapito della ripresa economica”. Questi concetti erano stati in parte già sostenuti anche da un altro nutrito gruppo di economisti in un diverso “Manifesto against European Monetary Union”, che giudicava prematuro il progetto della moneta unica e puntava piuttosto il dito sulla scarsa mobilità del lavoro nel vecchio continente. Agli appelli di questi autorevoli studiosi si rispose accelerando il processo di unificazione monetaria, ricorrendo anche a strumenti di finanza creativa al momento di stabilire quali paesi potevano accedere all’euro. Per mostrare che il rapporto deficit/pil era già rispettato prima del 1998, la Francia scorporò dal bilancio statale i trasferimenti di capitale alle imprese pubbliche che avevano un bilancio in rosso. L’Irlanda, la Svezia e l’Austria anticiparono la riscossione delle imposte e quest’ultima istituì un’Agenzia per le autostrade, con autonomia giuridica, e le imputò una quota dell’indebitamento pubblico pari al 3,2% del pil. La Bundesbank rivalutò le riserve e utilizzò le plusvalenze per coprire il deficit dello Stato. E gli esempi potrebbero continuare. Lo scarso entusiasmo dei popoli europei per l’euro L’euro non funziona non solo per la mancata soluzione alla crisi dei debiti sovrani – che, come abbiamo visto, trova origine nell’interpretazione data al Trattato di Maastricht – ma soprattutto perché lo stesso Trattato, privilegiando il rigore rispetto alla crescita, avvantaggia alcune nazioni a scapito di altre. Il cosiddetto processo di germanizzazione dell’Europa ne è un esempio evidente. La nascita dell’Unione monetaria europea era il prodotto di un 24


accordo tra il presidente francese Mitterrand, che puntava a limitare l’espansione economica della Germania attraverso uno stretto controllo del cambio, e il cancelliere Kohl, che voleva accelerare l’unificazione tedesca all’indomani della caduta del Muro di Berlino. Ciò nonostante, anche autorevoli esponenti della Bundesbank sottolinearono che l’accordo raggiunto a Maastricht richiedeva una più attenta precisazione dei contenuti. Alla sua ratifica, inoltre, il cancelliere inglese era assente; e, come è noto, la Gran Bretagna non aderirà all’euro. Nei numerosi paesi dove esso fu sottoposto a referendum popolare, i cittadini europei mostrarono col voto scarso entusiasmo per il progetto europeo. La Norvegia rifiutò di partecipare; la Danimarca ottenne deroghe sulla moneta unica, sulla politica sociale e sulla difesa. In Svezia, il Trattato fu approvato con il 54% dei voti e in Francia con appena il 51%. Quest’ultimo risultato è particolarmente significativo, sia perché esprimeva la volontà popolare di una nazione che, a livello politico, era stata tra i maggiori sostenitori della moneta unica, sia perché molti anni dopo, al referendum sulla Costituzione europea del 2005, i francesi, al pari degli olandesi, votarono “no”. Nel 1992, i cittadini europei esprimevano la loro volontà sul progetto e, forse, su una speranza; nel 2005, su una realtà ormai consolidata e che già mostrava non poche criticità: l’aumento dei prezzi che si era registrato dopo l’introduzione dell’euro; il superamento del 3% del rapporto deficit/pil imposto dal Trattato e non rispettato propriodalla Germania e dalla Francia; la recessione conseguente agli eccessivi vincoli in tema di pareggio di bilancio e di stabilità decisi a Maastricht dalla Germania stessa 1[3]. Lo strapotere della Germania È interessante notare che a tutt’oggi la rigidità finanziaria espressa 1

Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta unica, Bollati Boringhieri, 2001, pp. 167-183; Bruno Jossa, La moneta unica, Carocci, 1999, p. 85; Giorgio La Malfa, L’Europa legata. I rischi dell’euro, Rizzoli, 2000.

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dalla Merkel – con i suoi dinieghi ad aumentare il finanziamento del nuovo European Stability Mechanism (che sostituirà dal 1° luglio l’attuale Fondo salva Stati, e all’emissione di Eurobond), con il suo rifiuto di aderire alla lettera d’intenti sulla crescita sottoscritta da dodici paesi dell’Unione Europea, compresa l’Italia, e con la sua imposizione agli altri Stati del vincolo del pareggio di bilancio da inserire in costituzione, o del fiscal compact – è considerata addirittura dannosa dal ministro degli Esteri della Finlandia, Erkki Tuomioja, perché al servizio della “politica interna tedesca”. Le condizioni di affidabilità economica di Berlino, per esempio, attirano capitali dall’estero sottoscritti in Bund a tasso d’interesse zero e poi in parte reinvestiti in nazioni quali Grecia e Italia, dove maggiore è lo spread. Perciò, lo status quo è l’unica condizione che assicura lo sviluppo della Germania. D’altronde, la recente proposta tedesca di commissariamento della Grecia – unanimemente respinta e mai arrivata al tavolo delle trattative – mostra che la Germania può spingersi fino a causare, potenzialmente, la limitazione della sovranità di uno Stato. Uno dei padri fondatori dell’Ue, Jacques Delors – ormai diventato uno dei suoi maggiori critici – in un’intervista al Daily Telegraph ha dichiarato che i problemi dell’Unione monetaria nascono da “una combinazione tra l’ostinazione tedesca a tenere sotto controllo la moneta e l’assenza di una visione chiara da parte di tutti gli altri paesi”, anche se resta la speranza che a fronte dell’entità della crisi “persino la Germania” cercherà di trovare una soluzione all’incertezza dei mercati. Anche parte della stampa tedesca, come la Suddeutsche Zeitung, invita la Merkel a sostenere le nazioni impegnate nei piani di austerità, dopo aver imposto ai loro cittadini non pochi sacrifici; e lo stesso giornale, già il 28 maggio 2009, pubblicava un’intervista all’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer che, riferendosi alla cancelliera, affermava che “l’UE è sempre più considerata meramente come una cornice per il rafforzamento dei propri interessi particolaristici, e non più un fine di per sé della politica europea della Germania”.1 1

Silvia Bolgherini, Florian Grotz, La Germania di Angela Merkel, il Mulino, 2011, p. 113.

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Come l’euro avvantaggia Berlino L’impressione è che il governo di Angela Merkel abbia trasformato il principio fondamentale sancito dalla Corte di Giustizia europea della sovranità condivisa tra gli Stati in una sorta di sovranità subalterna degli Stati: una condizione che – proprio grazie alla moneta unica – offre non pochi vantaggi all’economia tedesca. È stato dimostrato, infatti, che se non fosse stato introdotto l’euro il marco si sarebbe rivalutato di oltre il 40%, riducendo notevolmente i flussi commerciali verso l’estero della Germania. Questa è stata favorita anche dal fatto che la moneta unica ha impedito agli altri partner europei di ricorrere a svalutazioni, che avrebbero permesso un recupero di competitività sui mercati internazionali. La politica economica di Berlino, a ben vedere, non è mutata da oltre trent’anni: da quando, con la nascita del Sistema monetario europeo nel dicembre del 1978, riuscì a imporre la sua egemonia a scapito degli altri paesi aderenti al Sistema monetario europeo. Per aumentare le esportazioni, il governo tedesco operò un’attenta politica del cambio, compensando l’attivo della bilancia commerciale con la fuoriuscita di capitali. In questo modo la svalutazione del marco causava automaticamente la rivalutazione delle altre monete europee e la conseguente riduzione delle esportazioni delle altre nazioni. Fino al 1992, la svalutazione del marco rispetto alla lira è stata continua. Ancora oggi, molte proposte e decisioni della Merkel sembrano in funzione più di obiettivi politici contingenti che del rilancio di una cultura e di uno spirito europeisti. Basti ricordare l’enorme ritardo nel concedere la precedente tranche di 110 miliardi di aiuti alla Grecia, per non scontentare la componente del suo elettorato più a destra e più intransigente circa i prestiti all’Europa; o il perfetto tempismo tra l’approvazione del Fondo salva Stati e le elezioni in Westphalia. E gli esempi

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potrebbero continuare. Ha dunque ragione il premio Nobel per l’economia Christofer A. Sims nel sostenere che “è inutile continuare a chiedere agli economisti: il salvataggio dell’euro, a questo punto, è solo una decisione politica”.

Convegno Cesaf Dicembre 2012 In primo piano Il prefetto vicario di Caserta Michele Campanaro ed il sindaco di Capua Carmine Andropoli

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Riflessioni di un educatore di Don Franco Galeone

Don Franco Galeone con il fischietto in una manifestazione per la difesa dell’ambiente

“È possibile, oggi, avere la fede?” (Karl Rahner) Il modo per sbarazzarsi della cattiva religione non è rifiutarla, ma superarla. Fede e ateismo sono tollerabili, quando includono una ricerca mai finita. Un giorno venne a trovarmi la madre di un mio alunno, vivace e intelligente: “Mio figlio perde la fede”. “Signora, ma è uno dei miei alunni migliori!“. “Lei non sa, mette tutto in discussione!”. “Ma lei dialoga con suo figlio?”. “Dove andiamo a finire se cominciamo a dialogare su problemi di questo genere?”. Allora le ho detto: “Signora, lei ha meno fede di suo figlio!”. Ogni cristiano deve attraversare un certo ateismo. Karl Rahner scrive: “E possibile, oggi, avere la fede?”. lo un giorno vorrei scrivere un libro con questo titolo: Bisogna perdere la fede per trovarla! 29


Il Vangelo è pieno di paradossi. Per esempio: quando il Messia atteso per secoli si presentò al suo popolo, non solo non fu accolto, ma tutte le autorità del tempo (politici e sacerdoti) lo condannarono! Invano Cristo ha cercato la fede dove avrebbe dovuto trovarla: nei farisei, scribi, teologi, preti, devoti... e l’ha trovata dove mai avrebbe sospettato: tra pescatori, pubblicani, prostitute, stranieri, pagani... E noi? “Ruminiamo tranquilli nella stalla dove ci hanno partorito”? I primi cristiani si dichiaravano coraggiosamente atei: “Il Pantheon è pieno di molti falsi dèi. Noi siamo atei al 99%. Noi crediamo in un solo Dio”. Molti sono cristiani esattamente per le stesse ragioni per cui al tempo di Cristo sarebbero stati dei persecutori. Cristiani per tradizione, abitudine, educazione, a causa delle famiglie, della religione, della patria. Ma la religione di Cristo non era la religione della famiglia né quella dei sacerdoti. Al tempo di Cristo bisognava uscire dalla famiglia. E oggi basterà restarci? Se siamo cristiani perché crediamo nei preti, probabilmente avremmo perseguitato Cristo, perché Lui portava cose nuove che costringevano a scegliere e rischiare. Egli metteva vino nuovo in otri vecchi ma questi scoppiavano sotto l’urto delle novità, delle rivoluzionarie rivelazioni. Oggi è la stessa cosa. Numerosi cristiani appartengono a una religione sociologica, ricevuta dalla famiglia o dalla scuola. Ma nel fondo del cuore sono rimasti atei. Nascendo hanno trovato tutto pronto e non fatto altro che sistemarsi in una religione stabilita. Ma è proprio quello che Cristo non vuole. Il modo per sbarazzarsi della cattiva religione non è rifiutarla, ma superarla. Fede e ateismo sono tollerabili, quando includono una ricerca mai finita.

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La fede è “ragionevole” ma non “razionale” Papa Benedetto, con la Lettera apostolica Porta fidei (11 ottobre 2011) ha indetto l’Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre 2012 (50° anniversario del Vaticano II) e si concluderà il 24 novembre 2013 (Solennità di Cristo re dell’universo). Invitato a scrivere sulle pagine di questa rivista qualche riflessione sull’Anno della fede (11 ottobre 2012 – 24 novembre 2013), ho accettato con atteggiamento diaconale, come chi è chi è invitato a rendere un servizio e nulla più. L’uomo di oggi non ha più l’anima naturaliter christiana, di cui parlava Tertulliano nel suo Apologeticum: non è, cioè, naturalmente aperto al Cristianesimo, ma è spesso avverso e sospettoso, per l’influsso dei “maestri del sospetto”, che sono, oltre Marx, Nietzsche e Freud, tanti scrittori pubblici e persuasori occulti. Si tratta di fondare la fede cristiana secondo le esigenze critiche dell’uomo di oggi, abituato al rigore razionale e scientifico. Gli uomini si sentono maggiorenni: sono usciti dallo stato di minorità, come affermava, secoli fa, un significativo interprete della coscienza moderna: “Sàpere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell‘Illuminismo” (I. Kant). Ciò richiede un grande sforzo di ripensamento della fede cristiana secondo le categorie dell’inculturazione. Non è una cosa nuova: sempre, infatti, il pensiero cristiano - da Paolo ad Agostino, da Giustino e Origene, da Tommaso a Pascal - ha cercato di rispondere alle obiezioni contro la fede e di presentarla in maniera non certo razionale ma ragionevole. Oggi, però, questo lavoro è più difficile, a motivo della globalità e radicalità che la critica religiosa ha assunto negli ultimi tre secoli. Non si tratta di risuscitare la vecchia apologetica, che aveva grandi meriti, ma aveva anche gravi limiti, come eccessivo trionfalismo e asprezza nei confronti degli avversari. Fides quaerens intellectum. Occorre diventare adulti nella fede. Non dobbiamo insegnare una religione che seduce a 10 anni, e rende atei a 16! La fede ha perso di ovvietà: oggi non è più normale e pacifico credere. Nel 1300 poteva suscitare scalpore che Cavalcanti si accanisse a cercare “se provar si potesse che Dio non 31


fusse”. Il suo rifiuto sembrava paradossale. Nella società attuale, l’ateo ha pieno diritto di cittadinanza; anzi, può essere orgoglioso della propria incredulità. Nessuno chiede a lui le ragioni della sua incredulità; egli stesso può sentirsi dispensato dal cercarle. La situazione si è rovesciata. Non è più l’ateo che deve giustificare il proprio rifiuto; è l’adesione del credente che appare sovente paradossale.

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Alla riscoperta del proprio battesimo

Il battesimo di acqua, di privilegio, di separazione, lo hanno chiesto altri per noi; ma il battesimo di fuoco, di consacrazione, di testimonianza, dobbiamo chiederlo noi. Se chiedessimo: “Cos’è il battesimo?”, avremmo qualche risposta, perché “battesimo” è un termine comune; significa: iniziare, inaugurare; abbiamo così il battesimo dell’aria, di una nave, di un bambino. Il sacramento del battesimo ci rende figli di Dio non in senso naturale ma adottivo. Chi ha adottato un bambino, può meglio comprendere questa verità. Purtroppo nessuno di noi ricorda il giorno del suo battesimo. Chi ricorda di essere stato profumato con olio benedetto, di avere ricevuto una veste bianca, di avere promesso di seguire Cristo? Ricordi lontani, perciò è urgente riflettere su quell’inizio: da quel momento siamo entrati nella Chiesa, famiglia di Dio. Il battesimo di acqua, privilegio, separazione, lo hanno chiesto altri per noi; ma il battesimo di fuoco, consacrazione, testimonianza, dobbiamo chiederlo noi. Nati e vissuti in una cristianità senza cristianesimo, dobbiamo riscoprire, come i neo33


catecumenali, le esigenze e la grandezza della nostra fede. “Riconosci, cristiano, la tua dignità”. È difficile, perché viviamo in una religiosità scenografica, folcloristica, post-cristiana, ricca di giocattoli religiosi, ma povera di valori autentici. Se pensiamo che la famiglia non è più oggi l’unica agenzia educativa; che i genitori non possono fare scelte definitive per i figli; che molti figli non avranno un’educazione religiosa; che molti genitori chiedono il battesimo per paura o per tradizione o per convenienza (un padrino importante!); se pensiamo che la legge 194 sull’aborto provoca un calo demografico, che dobbiamo convivere con religioni diverse, che verrà introdotta anche in Italia la legge sull’eutanasia; se pensiamo che solo il 15% di giovani fa riferimento al vangelo nella vita; che il 70% rifiuta l’etica della chiesa; che l’80% si stacca dalla parrocchia dopo la cresima… è a tutti evidente che cristiani non si nasce ma si diventa! Mentre il battesimo “religioso” separa il neonato dalla comunione degli uomini, il battesimo “messianico” rende il battezzato solidale con le gioie e le speranze del mondo. Abbiamo la possibilità di vivere come fermento dentro la pasta; la pasta non è per il lievito, ma è il lievito per la pasta; il mondo non è per i cristiani ma i cristiani sono per il mondo. Il battesimo esce così dalle angustie sacrali e diventa invece assunzione di responsabilità.

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L’Ateo: un uomo tranquillo? Alla fine degli anni 60 ebbe successo la teologia della morte di Dio. Alcuni sedicenti teologi teorizzarono l’impossibilità, nella tecnologica epoca moderna, di ammettere Dio. L’uomo, si disse, ammette solo il sapere scientifico e non dà alcun peso al sapere teologico. Non possiamo qui rinverdire le discussioni che si accesero attorno a questa tesi paradossale, alla fragilissima teologia della morte di Dio, che decretava la morte dell’Immortale di fatto e dell’Immortabile di diritto. L’ateo è così poco tranquillo di sé, che continua ossessivamente a parlare di Dio. Innumerevoli filosofi, sociologi, teologi, psicologi si consumano a dimostrarne l’inesistenza. E questo è veramente strano; se si fosse sicuri che Dio non esiste, non si perderebbe tanto tempo e denaro per dimostrarlo. In realtà, la perdita della fede non viene mai sentita come un evento felice. Essersi sbarazzati di un errore o di un pregiudizio, dovrebbe essere motivo di gioia. Ma non si vedono gli atei riunire i loro amici per festeggiare insieme questo lieto evento della morte di Dio! Dio, più che morto, sembra relegato nella indifferenza. Già nel 1827 l’abate Roberto De Lamennais, parlando della indifferenza religiosa, affermava che “il secolo più malato non è quello che si appassiona per l’errore, ma il secolo che trascura e disprezza la verità”. Purtroppo la nostra epoca è caratterizzata dal dilagare dell’indifferenza religiosa. Molti studiosi, ormai, chiamano l’attuale periodo storico non più soltanto post-religioso ma anche post-ateo. Il fenomeno della indifferenza religiosa ha ormai in Occidente uno sviluppo enorme. Davanti a questo “male oscuro” è difficile offrire una terapia. Di certo, l’ateismo come dottrina si contraddice, come fatto è impossibile. Nessun uomo, per quanto indifferente sia, può fare a meno di una fede, poiché ciascuno nella sua vita e nella sua conoscenza parte da princìpi ultimi (o primi) che non possono essere dimostrati. Già Aristotele affermava che “chi vuole imparare deve credere”, ossia che non esiste un modo di pensare privo di postulati; per cui la fede precede la ragione e ha, quindi, un valore trascendentale, in quanto è premessa e condizione della conoscenza particolare. Chi crede riesce a vedere di più. 35


La famiglia: luogo educativo per eccellenza Sbagliano quei genitori se pensano che il loro dovere essenziale consista nel mandare i figli alla scuola cristiana. È lodevole ma non sufficiente. L’esperienza ci mostra che la “scuola cristiana” non può sostituire la “famiglia cristiana”. Esiste solo un ambiente in cui l‘educazione religiosa è possibile: la famiglia. Anche il povero è padrone in casa sua. Ciò che non possono la propaganda, la politica, il potere, le lezioni di catechismo, la predica, l‘ora di religione... la famiglia lo fa semplicemente, vivendo la vita con amore. Nessuno ha, come un padre o una madre, il potere di rivelare Dio ai piccoli e di creare un ambiente in cui si respira il sacro. I genitori insegnano al bambino a camminare, a parlare, a nutrirsi… ma non mettono lo stesso impegno nell’educazione al sacro. I genitori si affidano alla chiesa, la chiesa alla scuola, la scuola allo Stato, che per definizione è laico, cioè non può e non deve privilegiare una religione. Concedere un privilegio alla sola religione cattolica è un privilegio, che necessariamente fomenterà guerre di religione. Gli unici segni/simboli che dovrebbero essere esposti nelle strutture statali sono, appunto, quelle dello Stato. Tutti gli italiani si riconoscono nel Tricolore e nella Costituzione, ma non tutti accettano i simboli cristiani, per quanto nobili e venerabili essi siano. II Papa, quando entra in una sinagoga o in una moschea, indossa la kippàh o toglie le scarpe. Questo è rispetto! La realtà è che noi cristiani abbiamo paura di diventare minoranza, per questo chiediamo privilegi allo Stato. Ma, per la logica del do ut des, naturalmente quei privilegi vengono poi pagati dalla Chiesa a caro prezzo. Dal connubio di trono e altare sono derivati scandali nella chiesa e nei suoi rappresentanti. Al di là degli effimeri vantaggi economici! Cosa significa tutta quella sacra e dorata mercanzia che riempie le sue chiese e i suoi musei? Se dovessimo amministrarli battesimo ai maggiorenni (18 anni), sono sicuro che ben pochi lo farebbero e avremmo un crollo verticale del Cristianesimo. Alle origini della Chiesa non era così. Clemente Alessandrino, Giustino, Tertulliano, Minucio Felice, Lattanzio, Ilario di Poitiers, Paolino da NoIa… si convertirono in 36


età adulta, rinunciando alla loro rispettabile professione. L’africano Arnobio si convertì a 6o anni, il vescovo di Milano Ambrogio a 47 anni; il dalmata Girolamo fu battezzato a 25 anni, il vescovo d’Ippona Agostino a 33 dopo lunga inquietudine interiore1 il nobile basco Ignazio di Loyola a 30 anni… Si tratta non di quantità (i cristiani sono 1 miliardo!) ma di qualità (i cristiani sono come un granello di senape, un piccolo gregge, una manciata di lievito, una fiammella nella notte!).

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Rieducare al “sacro” Nel mondo moderno la religione è diventata sempre più un fenomeno individuale: “non vi è più la cristianità, vi sono soltanto cristiani” (Moeller). La perdita del senso del sacro caratterizza la nostra epoca e rende l’uomo un essere spiritualmente cieco. Ha scritto C. Péguy: “La penuria del sacro è senza dubbio la caratteristica del mondo moderno”. A un adolescente di oggi il mondo appare chiaro e semplice come un cellulare; non vi è mistero, non vi è arte, non vi sono domande. Nelle città dell’Oriente non si fa un passo senza incontrare un altare, un tempio, un’iscrizione... In Occidente, invece, si vedono solo “negozi di borghesi, serbatoi di inquilini e cassonetti di spazzatura” (Claudel). Come potrà risvegliarsi il senso del tremendum et fascinosum? Nel mondo moderno la religione è diventata sempre più un fenomeno individuale: “Non vi è più la cristianità, vi sono soltanto cristiani” (Moeller). Vi sono tanti bambini che non hanno mai imparato gesti religiosi; non sentono soggezione in nessun luogo; entrano in chiesa (e soprattutto ne escono) con lo stesso passo fragoroso con cui stanno in cortile; fanno una genuflessione che è una caricatura, un segno di croce che sembra uno scongiuro; siedono al banco come se stessero al cinematografo. Prima di entrare nell’anima, la religione deve entrare nel corpo. Occorre insegnare loro a comportarsi in modo religioso, a unire le mani, a respirare, a camminare in silenzio, ad ammirare le opere d’arte... Camminare significa pregare. San Francesco Saverio convertiva i giapponesi camminando: vedendolo avanzare silenzioso, raccolto, pieno di dolce gravità, essi intuivano la presenza di un Altro. Bisogna insegnare ai bambini quanto vi è di sacro nel mondo e a trattarlo con rispetto: il pane, il lavoro, la natura, il bello, ma soprattutto il povero, il vecchio, il malato, il debole, Io straniero... 38


Il valore che sembra perso e che invece va recuperato è il silenzio: il silenzio come facilitatore di riflessione. Quando vado in vacanza, amo fare lunghe passeggiate sulla spiaggia, al mattino molto presto. E un giorno una mia nipotina mi chiese: - Perché passeggi al mattino tutto solo? - Per pregare! - Ma Dio è dappertutto, no? - Certo, Dio è dappertutto! Ma nel bosco io non sono lo stesso. Mi piace ricordare questo racconto dello scrittore ebreo V. Malka: “Chi sei venuto a cercare in questa casa di studio?”, chiede il rabbino a un nuovo allievo. “Sono venuto a cercare Dio!”. “Ti sei disturbato per niente. Non era assolutamente necessario venire fin qui. Dio è dappertutto!”. “Cosa si può cercare allora in questa casa di studio?”. “Se stessi!

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Non la “scuola cristiana” ma la “famiglia cristiana” L’esperienza ci mostra che la “scuola cristiana” non può sostituire la “famiglia cristiana”. La fiducia che i genitori pongono nella scuola è giustificata solo se essa è limitata e la sua opera è solida solo se le famiglie collaborano. Sbagliano quei genitori se pensano che il loro dovere essenziale consista nel mandare i figli alla scuola cristiana. È lodevole ma non sufficiente. L’esperienza mostra che la scuola cristiana non può sostituire la Famiglia cristiana. La fiducia che i genitori pongono nella scuola è giustificata solo se essa è limitata e la sua opera è solida solo se le famiglie collaborano. Ciò che educa è ciò che si vede fare. Più si avanza nella vita e più si rimane stupiti nel vedere La forza della prima educazione, quella ricevuta in famiglia. Oserei dire che la maturità è il periodo in cui si cessa d’imparare, perché più l’uomo lavora e meno impara. II tempo forte dell’educazione è l‘infanzia: il tempo della fiducia, della meraviglia, delle domande. Dopo avergli fatto respirare Dio in famiglia, i genitori aiuteranno il bambino a riconoscere Dio nel suo Libro, nelle immagini, nel culto, nei suoi rappresentanti. Voi racconterete loro la progressiva rivelazione dell’amore di Dio, dai giorni dell’Eden in cui Dio parlava familiarmente con Adamo, fino al giorno in cui ci parla per mezzo del Figlio suo, Gesù. Racconterete ai vostri figli le belle storie dei giusti che hanno sofferto per la verità: la storia di Abele, di Giuseppe, di Mosè, di Isacco, di Davide e, perché no?, di Socrate, di Epicuro, di Buddha... Questo è solo l’inizio, perché giunge il tempo di scoprire il Vangelo. Tenerezza di Gesù con le persone semplici che lavorano, pescano, si sposano, si ammalano, muoiono. Gentilezza di Gesù verso tutti coloro che lo seguono e che gli apostoli vogliono allontanare. Severità di Gesù, vero cavaliere senza macchia e senza paura, contro i potenti e gli ipocriti. Audacia di fronte al pericolo, dignità di fronte alle offese, amore per la natura, affetto verso gli amici, fiducia verso il Padre... Voi potete insegnare loro quanto Gesù era umano, molto più umano di quanto essi non credano; che non devono umiliarsi per somigliare a Gesù, ma realizzare pienamente se stessi; che se sono 40


poco religiosi non è perchÊ trascorrono poco tempo in chiesa ma perchÊ non sono abbastanza generosi, abbastanza umani. Voi spiegherete loro come la vita si anima, diventa misteriosa e palpitante quando in ogni povero riusciranno a intravedere Cristo e in ogni avvenimento la Provvidenza. Cercherete di appassionarli alla magnifica avventura della salvezza del mondo.

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Il lavoro e la dottrina sociale della chiesa di Mauro Nemesio Rossi In un precedente articolo pubblicato su varie riviste, ho preso in esame i due vocaboli maestro e lavoro che da soli hanno oggi, nel mondo contemporaneo, i più alti contenuti di esaltazione della personalità umana. In quell’occasione richiamai l’attenzione come in passato il lavoro non fosse considerato magistero dell’uomo ma, piuttosto, una pena e una necessità finalizzata alla sopravvivenza. Solo nel primo ventennio del 1800 la fisica ha scoperto, esaltandolo, il concetto di lavoro. Infatti, il termine lavoro fu utilizzato, per la prima volta, dallo scienziato francese Gaspard Gustave de Coriolis, operante con la rivoluzione industriale di quegli anni. È dello stesso periodo la valutazione e l’esaltazione del termine lavoro che divenne oggetto di contrapposizione e di lotta da parte delle dottrine filosofiche di quel tempo. In sintonia con esse la chiesa, che fino a quel momento era stata distratta, ne scoprì la validità e l’attualità tanto che la prima enciclica papale, con una lunga introduzione, compare alla fine del 1800. I Vescovi scoprirono nelle Sacre Scritture, a cominciare dalla Genesi, nel Vangelo e nei suoi Libri, i momenti ispiratori di quella che poi sarà la cosiddetta “Dottrina Sociale della Chiesa” e che la caratterizzerà per la sua partecipazione alla politica quotidiana. In realtà, sia il Vangelo sia la Genesi non considerano il lavoro come una esaltazione e una realizzazione della dignità umana quanto, piuttosto, uno stato di necessità per la sopravvivenza. La Bibbia si dimostra severa nei confronti dell’ozio per delle semplici ragioni; l’ozioso non ha niente da mangiare (Pr 13, 4) e rischia di morire di fame (Pr 21, 25); niente stimola a lavorare più della fame (Pr 16, 26); e S. Paolo, non esita a utilizzare questo argomento per mostrare in quale stato di aberrazione sono coloro che si rifiutano di lavorare: “che neanche mangino” (2 Ts 3, 10). 42


Ancora, l’ozio è un decadimento; si ammira la donna sempre attiva, poiché “il pane che mangia non è frutto di pigrizia” (Pr 31, 27) e ci si fa beffe degli oziosi: “La porta gira sui cardini, così il pigro sul suo letto” (Pr 26, 14). Non è più un uomo, è “una pietra imbrattata”, “una palla di sterco” (Sir 22, 1-2), che si respinge con disgusto. In compenso la Bibbia sa apprezzare il lavoro ben fatto, l’abilità e l’attaccamento al proprio mestiere: del contadino, del fabbro o del vasaio (Sir 38, 26.28.30). È colma di ammirazione per i frutti dell’arte: il palazzo di Salomone (1 Re 7, 1-12) e il suo trono, “non ne esistevano di simili in nessun regno” (1 Re 10, 20), ma, soprattutto, il tempio di Jahvè e le sue meraviglie (1 Re 6; 7, 13-50). La Bibbia non ha pietà per la cecità dei fabbricanti di idoli, ma rispetta la loro abilità e si indigna che tanta fatica sia sprecata per un “nulla” (Is 40, 19 ss; 41, 6 ss). La venuta di Gesù Cristo proietta sul lavoro i paradossi e le illuminazioni del Vangelo. Nel Nuovo Testamento il lavoro è contemporaneamente esaltato e ignorato o visto dall’alto, come se fosse un dettaglio senza importanza. È esaltato dall'esempio di Gesù, lavoratore (Mc 6, 3) e figlio di lavoratore (Mt 13, 55), e dall'esempio di Paolo che lavora con le sue mani (At 18, 3) e se ne vanta (At 20, 34; 1 Cor 4, 12). Tuttavia i Vangeli mantengono un sorprendente silenzio sul lavoro; sembra che conoscano questa parola solo per indicare le opere cui occorre applicarsi, cioè quelle di Dio (Gv 5, 17; 6, 28), o per portare come esempio gli uccelli del cielo che “non seminano, né mietono” (Mt 6, 28). A giustificazione di tutto ciò i teologi sostengono che la poca importanza data al lavoro da una parte e la sua valorizzazione dall’altra, non rappresentano una contraddizione, ma i due estremi dell’atteggiamento fondamentale del cristiano. Nell’evolversi dei processi e nell’analisi della realtà complessiva, la Chiesa prende posizione, entra cioè nell’ambito della complessa e molteplice questione sociale e in questo contesto il problema del lavoro umano compare naturalmente molte volte. È solo con l’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII che la chiesa affronta la moderna “questione sociale”. 43


Da qui la partenza e il continuo aggiornamento, conservando sempre quella base cristiana di verità alla quale, qualcuno, attribuisce una valenza perenne e universale. All’indomani delle consegne delle Stelle al Merito del Lavoro avvenute, con modalità diverse, su tutto il territorio nazionale, nulla è stato detto, per l’occasione, sul rapporto tra lavoro e chiesa da parte di chi avrebbe dovuto rappresentare la categoria, nonostante quest’anno ricorra il 30° anniversario dell’enciclica di Papa Giovanni Paolo II “Laborem Exercens”. Una tappa miliare per il mondo del lavoro perché sancisse e integra quello che Leone XIII aveva tracciato, mettendo in luce anche i punti fermi che la chiesa voleva affermare per distogliere i lavoratori da ideologie che nel nome del lavoro pretendevano di rinnegare principi fondamentali dell’uomo, come la religione e la proprietà. “L'ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell'industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l'essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l'unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l'aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l'ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo.” Erano queste le premesse che Leone XIII aveva messo alla base della sua enciclica. Preoccupava alla chiesa la strumentalizzazione dello stato di necessità che si era venuto a creare per i facili arricchimenti di un capitalismo selvaggio, ma anche il timore che, dietro alle rivendicazioni, a quel mettere il lavoro, lavoratori e il materialismo al centro del modello di vita, venisse meno quella politica di aiuto e cooperazione che il cristianesimo aveva ben individuato sia dal punto materiale che spirituale. 44


La “Questione operaia”, per la chiesa nel 1891, si poneva perentoria e non poteva né doveva rimanere fuori da un dibattito che animerà tutto il secolo successivo. “Pertanto, venerabili fratelli - scriveva Leone XIII -, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l'occasione più di una volta: ma la coscienza dell’apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.” In Papa si faceva carico di un vuoto che si era creato nel momento in cui all’artigianato, al lavoro a mezzadria, si andava sostituendo un salariato selvaggio, senza regole e dove il lavoro era considerato un fattore subalterno al capitale e alla proprietà. Molti operai definiti proletari per la grande moltitudine delle famiglie, vivevano in uno stato inammissibile e in condizioni considerate dalla chiesa miserevoli e indegne. Uno status conseguente alla soppressione delle corporazioni di arti e mestieri. “Senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi ha imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.” Una situazione che si sta ripentendo nel terzo millennio dove le 45


nuove leggi, il calo del potere contrattuale dei sindacati in ossequio ad un liberalismo selvaggio che mira solo al profitto finanziario sfruttando le masse, hanno creato precario ed effimero il lavoro, non solo dei prestatori d’opera, ma dell’artigiano, del piccolo imprenditore che sa che con la sopravvivenza della sua azienda si garantisce l’esistenza ed il benessere del principale nucleo della collettività che è rappresentato dalla famiglia. "1l lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell'uomo. Questi due cerchi di valori - uno congiunto al lavoro, l'altro conseguente al carattere familiare della vita umana - devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l'uomo acquista mediante il lavoro". E’ scritto nella Laborem exercens di Giovanni Paolo II, un grande della chiesa che aveva lottato ed anticipato i tempi. Laboriosità e lavoro che sono stati dal 1923 in poi, il motivo per cui riconosce il premio di Maestro del lavoro a chi presta opera a vario titolo alle dipendenze di un imprenditore, oggi non ha più significato perché dare un riconoscimento per laboriosità mortifica il concetto di uguaglianza e di democrazia della nostra costituzione. Nessuno lavoratore in quanto tale non è laborioso. Si entra su una linea di montaggio o in una formazione per fare squadra. Ma "Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno «diventa uomo», fra l'altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo". (LE, 10) "(...) La famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo". (LE, 10). Di contro lo status di disoccupato mina la libertà e la creatività della persona ed i suoi rapporti familiari, con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale.

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Le industrie nell’alta Terra di Lavoro prima e dopo l’unificazione* di Ferdinando Corradini I rapporti fra la media Valle del Liri e la odierna Italia meridionale datano molto indietro nel tempo. Sappiamo, infatti, che nel 354 a.C. fra i Romani e i Sanniti fu concluso un trattato con il quale i due popoli delimitarono le rispettive sfere di influenza. Per quanto riguarda la valle latina, tale “lottizzazione” prese a riferimento il Liri: a destra del fiume fu lasciata mano libera ai Romani; a sinistra ai Sanniti: fu così che centri quali Cassino, Atina, Fregellae e Arpino finirono sotto il controllo delle genti del Sannio1. Nel I secolo d.C. Augusto divise l’Italia in province anzi in regiones; la I, denominata Latium et Campania, andava all’incirca da Roma a Salerno e aveva quasi al centro la valle del Liri-Garigliano2. Com’è noto, l’unità politica della penisola si ruppe nel 568 allorché in Italia giunsero i Longobardi, che, nell’Italia meridionale, dettero vita al Ducato di Benevento. Di tale ducato fin dall’inizio fecero parte Cassino e Aquino, successivamente Atina3 Nell’anno 702 i Longobardi di Benevento presero anche Sora, Arpino e Arce, sottraendo tali centri al Ducato bizantino di Roma e portando, in tal modo, i loro possedimenti fino al Liri4. Quando, poi, nel 1130, i Normanni unificarono l’Italia meridionale organizzandola in province, in quella di Terra di Lavoro venne ricompreso il territorio che andava, nelle grandi linee, da Napoli fino a Sora, e che, in precedenza, era diviso fra i ducati ex bizantini di Napoli e Gaeta, sulla costa, e il Principato 1

F. Coarelli, La storia e lo scavo, in (a cura di) F. Coarelli e P.G. Monti, Fregellae 1. Le fonti, la storia, il territorio, Roma 1998, pp. 29-30. Il Coarelli fa propria la tesi enunziata in precedenza da E.T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, cap. V, Torino 1995, pp. 202-228. 2 Atlante storico mondiale, Novara 1993, p. 329. 3 Ivi, p. 335. 4 Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, (a cura di E. Bartolini), libro VI, cap. 27, Milano 2006, p.283.

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longobardo di Capua, nell’entroterra1. Fu soltanto durante il Fascismo che la valle del Liri passò dalla Campania al Lazio: la parte della provincia di Terra di Lavoro che era ricompresa nel Distretto di Sora venne aggregata alla neocostituita provincia di Frosinone nel 1927, mentre il distretto di Gaeta concorse a costituire la neonata provincia di Littoria, poi Latina, nel 1932 2. Per capire se un paese dell’attuale Lazio meridionale faceva parte della Terra di Lavoro (e del regno delle Due Sicilie), basta far riferimento al suo prefisso teleselettivo: 0776 in provincia di Frosinone e 0771 in quella di Latina testimoniano questa diuturna appartenenza, mentre i Comuni ex pontifici delle due attuali province sono connotati rispettivamente dai prefissi 0775 e 0773. Molto antica era l’industria della lana nella valle del Liri. Sappiamo che il padre di Cicerone era un produttore di panni di lana in conseguenza di un “incidente” occorso al famoso oratore, il quale, raggiunte le più alte cariche della Repubblica romana, si vantava di avere discendenza da un antico re volsco. “Ma quale re volsco – gli spiattellò in faccia in pieno Foro un suo avversario politico – se tuo padre faceva il fullone!?” Con quest’ultimo termine si indicavano proprio i produttori di panni di lana. Ma che nella Arpino di Cicerone fosse fiorente tale industria, si rileva anche dal fatto che, in occasione di alcuni lavori di restauro, sotto il pavimento della chiesa dedicata alla Madonna Assunta, posta nel quartiere di Civita Falconara, è venuta alla luce un’iscrizione latina in cui si fa espresso riferimento a Mercurio Lanario, il quale, con ogni probabilità, era il “protettore” della corporazione dei produttori di panna di lana arpinati3. Alla base di tale industria vi era un motivo pratico: il territorio di Arpino è bagnato, nella sua parte bassa, dal fiume Fibreno, che è emissario del lago detto della Posta ed è un affluente di sinistra del Liri. Le acque del Fibreno presentano una caratteristica: hanno una temperatura piuttosto bassa, conseguentemente non favoriscono la nascita e la crescita dei microrganismi animali e vegetali. Sono, quindi, 1

Atlante storico mondiale, Novara 1993, p. 337. 6 C. Jadecola, Nascita di una provincia, Roccasecca (FR) 2003, p. 15 e segg. 3 7 G.B. G. Grossi, Lettere istorico-filologiche-epigrafiche e scientifiche, illustrative delle antiche città dei Volsci indi Lazio-nuovo, vol. III, riguardante Arpino, Napoli 1816, p. 71 e segg. 2

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particolarmente “pulite” e perciò adatte alla “follatura”. Con tale termine si indica la procedura grazie alla quale i panni di lana diventano “sodi”, cioè compatti, mentre “fulloni” venivano detti coloro che la praticavano. Quando si incrociano i fili di lana, infatti, non si ha un tessuto chiuso, ma una trama che lascia passare l’aria. Per “compattare” tale orditura la si immergeva nell’acqua e, poi, la si pressava (“follava”) continuamente con dei colpi di maglio, anch’esso azionato dall’acqua. Ancora oggi a Carnello, che è una località posta sul Fibreno, nel punto in cui questo fiume segna il confine fra Arpino e Sora, è possibile vedere i resti di una torre fullonica in cui aveva luogo questo tipo di lavorazione. Vi è da aggiungere che il Fibreno si muove su un piano inclinato: ciò conferisce una certa pressione alle sue acque, ancor più accentuata nella zona di Carnello, dove sono delle piccole cascate1. L’industria della lana arpinate conobbe un’accelerazione a partire dagli inizi del Settecento. Ciò probabilmente avvenne anche in conseguenza di un’iniziativa presa dal feudatario Antonio Boncompagni Ludovisi, duca di Sora e di Arce nonché signore di Arpino e Aquino, il quale tra il 1710 e il 1711 concesse in prestito la complessiva somma di seimilaseicento ducati, al 6% annuo, a vari mercanti di lana di Arpino2. Tale industria godé anche della protezione della dinastia borbonica allorché la stessa si insediò sul trono di Napoli. Probabilmente non è un caso che a Arpino soggiornarono, anche per periodi piuttosto lunghi, il re Carlo nonché i due Ferdinando e probabilmente non è neanche un caso che gli stessi venissero ospitati nelle case di fabbricanti di panni di lana, all’ingresso di una delle quali ancora oggi fa bella mostra di sé una statua del re Carlo. Ciò ci è ricordato da varie iscrizioni presenti nella città, una delle quali, posta sulla facciata dell’edificio al civico 20 della via Capitano Federico Ciccodicola, fa espresso riferimento alla presenza del re Carlo nel 1744 presso

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Cfr. S. Barca, Il capitale naturale. Acqua e rivoluzione industriale in Valle del Liri, in Memoria e ricerca, n. 15, 2003. 2 A. Viscogliosi, I Boncompagni e l’Industria (1580-1796), in Trasformazioni industriali nella media valle del Liri in età moderna e contemporanea, Isola del Liri 1988, p. 21.

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un “nobile lanificio, regio per sua munificenza”1. Anche per mettere in comunicazione gli opifici della valle del Liri con il porto di Napoli, sul finire del Settecento il re Ferdinando IV stabilì che fosse costruita la prima strada rotabile dell’odierno Lazio meridionale, che collegava la capitale del Regno, passando per San Germano (odierna Cassino) e Arce, con il triangolo industriale di Terra di Lavoro, costituito da Arpino, Sora e Isola. Tale strada si identifica oggi con la via Casilina da Capua fino al cimitero di Arce; da qui fino a Sora, ad eccezione di una breve variante, con la Provinciale Valle del Liri. La costruzione della stessa ebbe del conseguenze non solo economico-commerciali ma anche politiche. Insieme con la sua realizzazione, infatti, nel 1796, il Re stabilì di abolire la feudalità negli stati di Sora, Arpino, Arce e Aquino, tutti, come già visto, fino ad allora amministrati dal duca Boncompagni Ludovisi: si prevedeva, come in effetti poi accadde, che la strada avrebbe fatto crescere l’economia della valle del Liri; si volle, quindi, liberare tale crescita dai “lacci e lacciuoli” che il feudatario avrebbe potuto imporle2. Nella città di Cicerone la lana veniva filata e, quindi, tessuta con telai azionati a mano. Ultimata tale operazione i panni venivano portati a Carnello per la follatura che veniva effettuata presso le gualchiere poste sul Fibreno e, quindi, riportati ad Arpino per la rifinitura. A partire dagl’inizi dell’Ottocento, vennero utilizzati dei moderni telai azionati dalla corrente dell’acqua: ciò determinò lo spostamento a valle di numerosi precedenti opifici e la nascita di nuove fabbriche che vennero posizionate sia lungo il Fibreno che lungo il Liri. Anche quest’ ultimo fiume, nel suo medio corso, si muove su un piano inclinato in quanto nel tratto da Sora a Ceprano supera un dislivello di circa centocinquanta metri, per superare i quali talvolta forma delle cascate, che, com’è agevole intendere, 1

Sulle iscrizioni arpinati del periodo borbonico ho in corso uno studio. Per tale strada, v. F. De Negri, La “reintegra” al demanio dello Stato di Sora: un momento del dibattito sulla feudalità nel Regno di Napoli alla fine del ‘700, in Viabilità e Territorio nel Lazio meridionale. Persistenze e mutamenti fra ‘700 e ‘800, Frosinone 1992, nonché A. Di Biasio, Territorio e viabilità nel Lazio meridionale. La rete stradale degli antichi distretti di Sora e di Gaeta dal tardo settecento all’unità, in Rassegna Storica Pontina, I, gennaio-aprile 1993.

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costituivano delle notevoli fonti di energia. Una di tali cascate, posta nel centro di Isola del Liri, ancora oggi viene indicata come “del valcatoio”, in quanto con il termine “valchiera” o “gualchiera” veniva anche indicato il luogo in cui avveniva la “follatura” dei panni1. Come ha evidenziato Aldo Di Biasio nel suo La Questione Meridionale in Terra di Lavoro, nel periodo precedente l’unificazione, nella valle del Liri- Fibreno vi erano ben quindici lanifici con le dimensioni di grande industria, tra questi spiccavano quelli di Polsinelli, Zino, Ciccodicola e Manna. A tali quindici opifici se ne aggiungevano ancora tanti altri “senza acqua e senza motori”: di questi ultimi solo ad Arpino se ne contavano ben trentadue. In questa città gli operai impegnati nella produzione di panni di lana erano settemila. Nel quinquennio 1840-45, nel Distretto di Sora si produssero panni di lana per complessive 320.000 canne (la canna era pari a m. 2 e cm. 11), alti dieci palmi (il palmo era pari a cm. 26,4): di questi 200.000 a Arpino, 30.000 a Sora, 40.000 a Isola e 50.000 a S. Elìa (in quest’ultimo centro, posto nelle vicinanze di Cassino, si sfruttavano le acque del fiume Rapido). Nello stesso periodo la produzione di panni di lana dava complessivamente lavoro dagli 11.500 ai 12.000 operai. Il lanificio Zino forniva anche i panni “color rubbio” all’esercito borbonico2. Un dato balza agli occhi dalla pianta della provincia di Terra di Lavoro eseguita dal Marzolla nel 1850: Arpino contava 12.699 abitanti, Caserta, che della detta provincia era il capoluogo, 10.845. Vi è da aggiungere che a Isola del Liri, nel lanificio dei fratelli arpinati Giuseppe e Angelo Polsinelli, il 28 maggio 1852 ebbe luogo un episodio di luddismo (v. nota da aggiungere), che, come ha evidenziato lo “scopritore”, Silvio de Majo, costituisce il primo fatto di tal genere documentato in Italia3. L’industria della lana nella valle conobbe degli alti e dei bassi. La 1

Per l’industria della lana in Arpino e nella valle del Liri, v. S. de Majo, L’industria meridionale preunitaria tra protezionismo statale e fluttuazioni cicliche: i lanifici della valle del Liri (1806-1860), in (a cura di) C. Cimmino, Economia e società nella valle del Liri nel sec. XIX. L’industria laniera. Atti del convegno di Arpino – 3/5 ottobre 1981. Rivista Storica di Terra di Lavoro, anni 1982/1986 – nn. 13/19, Caserta 1986. 2 A. Di Biasio, La Questione Meridionale in Terra di Lavoro 1800-1900, Napoli 1976, in particolare il cap. IV Arti e manifatture prima dell’unità. 3 S. de Majo, L’industria meridionale, cit., pp. 70-71 e 101-102.

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stessa, però, si avviò ad un inarrestabile declino subito dopo l’unificazione nazionale. Vi è da dire che tale industria nel periodo preunitario poteva reggere i mercati grazie ai dazi protezionistici. Tali dazi erano stati alquanto mitigati nel 1848, ma furono ben presto reintrodotti dal governo napoletano allorché ci si avvide delle difficoltà in cui i produttori regnicoli erano venuti a trovarsi una volta messi a confronto con la concorrenza straniera. Com’è noto, nel 1860 il regno delle Due Sicilie fu conquistato da quello di Sardegna e il 30 ottobre di quello stesso anno, ad appena quattro giorni dal fatidico incontro detto di Teano, la tariffa doganale piemontese fu estesa all’ex regno delle Due Sicilie. Conseguentemente i dazi protettivi furono abbassati, in complesso, di circa l’ottanta per cento “senza un lavoro di preparazione per il passaggio dall’uno all’altro sistema e senza tener conto delle differenze fra Nord e Sud”. Alle elezioni del 1861, il collegio di Sora inviò al parlamento di Torino Giuseppe Polsinelli di Arpino, che, insieme con il fratello Angelo, era uno dei principali produttori di panni di lana della valle del Liri. Contro la riduzione improvvisa dei dazi doganali protestò vibratamente il Polsinelli in un memorabile discorso tenuto alla Camera il 25 maggio 1861, con il quale, “fra la generale incomprensione e ostilità”, espose la situazione in cui erano venute a trovarsi le industrie tessili napoletane: “Sa il signor presidente del Consiglio – urlò in faccia al Cavour – i dolori e le perdite che hanno subite gl’industriali delle province meridionali? Sa il signor presidente del Consiglio quante centinaia di migliaia di persone sono a languire dalla fame per quelle modificazioni?” Il Cavour, serafico, gli rispose che, a quel che lui sapeva, da quando era stata introdotta la nuova tariffa doganale i traffici al porto di Genova erano aumentati1. La stessa cosa, però, aggiungiamo noi, non era accaduta nei porti di Napoli e di Palermo. Una dopo l’altra chiusero tutte le fabbriche che producevano panni di lana nella valle del Liri. L’ultima, che dava lavoro a 190 operai, nel 1882. Finì cos�� una tradizione industriale che, come abbiamo visto, affondava le sue radici nel periodo della Repubblica romana. 1

C. de Cesare, Protezionismo industriale e sviluppo economico negli stati italiani, in (a cura di) R. Villari, Il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale, Bari 1971, p. 57 e segg.

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Appena cinque anni dopo, nel 1887, per proteggere le industrie, che, nel frattempo, si erano concentrate al Nord, quelle della lana in primo luogo nella piemontese Biella, furono reintrodotti i dazi. Questa nuova tariffa doganale determinò la crisi della viticoltura e della olivicoltura, produzioni, queste, tipiche e preponderanti nell’Italia meridionale. Come ha evidenziato Denis Mack Smith, cominciò allora la corrente migratoria dal sud Italia verso l’America, “che divenne ben presto una vera e propria inondazione”1. Passando ad altro argomento, dobbiamo ricordare come, sullo spirare del regno delle Due Sicilie, il re Ferdinando II aveva fatto realizzare sulle sponde del fiume Melfa, affluente del Liri, nel territorio di Atina, un altoforno per la produzione del ferro, che si traeva dalla limonite estratta dalle miniere della valle di Comino, solcata dal detto fiume. Tale altoforno fu disattivato subito dopo l’unificazione. A ricordarci chi lo aveva fatto costruire, ancora oggi nella chiave di volta della struttura muraria in cui era allocato possiamo ammirare un magnifico stemma dei Borbone di Napoli2. Un discorso a parte merita l’industria della carta. La prima cartiera fu impiantata nel 1519 da tal Ottavio Petrucci nel territorio di Sora, lungo il fiume Fibreno3. La produzione della carta conobbe un notevole sviluppo a partire dagli inizi dell’Ottocento. Intorno alla metà di tale secolo, gli stabilimenti si trovavano sulle sponde del Liri e su quelle dei suoi affluenti di sinistra: Fibreno, Melfa e Rapido. Ricordiamo l’opificio Bartolomucci a Picinisco, quello dei fratelli Visocchi ad Atina (con 110 operai), quello dei fratelli Lanna a S. Elìa, le cartiere Courrier, Servillo, Lambert-Mazzetti ad Isola del Liri, la Pelagalli nel territorio di Arpino, quella del conte Lucernari ad Anitrella (quest’ultima si trovava sulla destra del Liri, nello Stato Pontificio, e arrivò a dar lavoro a 200 operai). Su tutte emergeva la cartiera del conte Lefèbre a Isola, che dava lavoro a 500 operai. La stessa disponeva di acqua in abbondanza, essendo 1

D. Mack Smith, Storia d’Italia 1861-1969, vol. I, Bari 1975, pp. 245-252. G.E. Rubino, L’industria siderurgica nel distretto di Sora in età borbonica, in Trasformazioni industriali nella media valle del Liri in età moderna e contemporanea, Isola del Liri 1988, pp. 131-168. 3 A. Viscogliosi, I Boncompagni, cit., p. 16. 2

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situata fra il Liri e il Fibreno, disponeva, altresì, di una grande quantità di carbone tratto dai boschi vicini ed era, infine, fornita di una macchina, detta “senza fine”, la sola in Italia, una delle poche esistenti in Europa. Tutte queste cartiere, esclusa quella di Anitrella, che, come già scritto, si trovava in territorio pontificio, potevano vantare una produzione complessiva media annua di circa ottantamila quintali di carta. La materia prima utilizzata per la sua produzione erano gli stracci, di cui, ogni anno, venivano utilizzati 120.000 quintali. Non possiamo non evidenziare come noi, oggi, per produrre la carta, tagliamo gli alberi, mentre nel passato si riciclavano gli stracci. La raccolta di tale materia prima dette origine a un florido commercio in cui si distinsero ben presto gli abitanti di Sora, i quali, per tale loro attività, si videro ben presto gratificati dell’epiteto di cinciàri, che sta per “cenciaioli”. In un discorso tenuto alla Camera il 27 maggio 1861, il già detto deputato del collegio di Sora, Giuseppe Polsinelli, fece presente di aver ricevuto “premure grandissime” dai fabbricanti di carta della valle del Liri perché sollecitasse il Governo “a trovar modo d’impedire l’esportazione degli stracci”, che, come abbiamo appena visto, costituivano la materia prima da cui si produceva la carta. Nel medesimo intervento il Polsinelli ricordò ai colleghi del Parlamento di Torino come l’industria della carta della Valle del Liri “aveva prosperato tanto nel passato governo [borbonico,ndr] che i suoi prodotti in gran parte andavano all’estero, finanche in Inghilterra ad uso del grande giornale il Times”. Bisogna dire che questa volta fu accontentato. Il Parlamento stabilì di mantenere eccezionalmente in vita il dazio di uscita sugli stracci, non solo verso l’estero, ma anche verso le altre province italiane. È forse questo uno dei motivi per i quali l’industria della carta della valle del Liri è riuscita a sopravvivere fino al secondo dopoguerra. In conclusione ricordiamo come, fino all’unificazione, i 2/3 dei panni di lana e della carta che si consumavano nel regno delle Due Sicilie erano prodotti nella valle del Liri e venivano comunemente chiamati “di Arpino”, dalla città capofila della produzione industriale. Le lane locali non erano inferiori a nessun altro prodotto del 54


Regno, mentre le carte venivano esportate finanche in Grecia, Inghilterra e Francia (le due ultime erano le superpotenze dell’epoca)1. Abbiamo fatto cenno in precedenza all’onorevole Giuseppe Polsinelli. Egli, che era nato sul finire del Settecento, aveva preso parte sia ai moti carbonari del 1820-21 che a quelli del 1848. Nel 1860, poi, armò, a sua cura e spese, settanta uomini per dar man forte all’esercito savoiardo che stava scendendo alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Eletto, come già visto, deputato al Parlamento di Torino, divenne uno dei più tenaci oppositori della politica cavouriana2. Il raffronto fra la situazione precedente e quella successiva all’unificazione dell’intera provincia viene così tratteggiato dal prof. Carlo Zaghi nella sua Prefazione a La Questione Meridionale in Terra di Lavoro di Aldo Di Biasio3: Terra di Lavoro! Una delle province più vaste, più popolate, più sviluppate e ricche di infrastrutture dell’intero Meridione sotto il dominio borbonico; una delle più diseredate, delle più sfruttate e abbandonate del nuovo Regno d’Italia: popolazione in continuo aumento, pressione fiscale intollerabile, brigantaggio a sfondo sociale con punte drammatiche di rara e cruenta efferatezza, servitù militari insostenibili, ristagno degli investimenti pubblici e cessazione automatica dei molteplici privilegi dei quali la provincia aveva fruito negli anni precedenti, recessione manifatturiera, crollo massiccio dell’occupazione operaia e contadina, pauperismo, emigrazione, ecco solo alcuni dei problemi che la provincia presenta dopo l’Unità. […] Gli investimenti pubblici da circa un terzo degli investimenti di tutto il Regno borbonico (nel 1854 sono stati spesi nell’intera Italia meridionale 3.556.670 ducati, ma di essi 1.248.230 sono stati investiti a Napoli e ben 907.157 in Terra di Lavoro, mentre la terza provincia, Bari, con 208.636 ducati seguiva a notevole distanza) sono diventati assai meno della decima parte dopo l’Unità (limitatamente alle strade nel quarantennio 18621898 sono state spese nella provincia £ 9.623.512 e nel Meridione continentale £ 280.138.569). Al minore investimento di capitali pubblici risponde un maggior carico fiscale, basato essenzialmente sul barbaro sistema della tassazione indiretta. Pressoché inesistente nel Regno borbonico, la pressione fiscale diventa insostenibile nello Stato sabaudo, fino a raggiungere vette davvero vertiginose. Nel solo 1870 la tanto odiata tassa sul macinato ha permesso di raccogliere ben 1.382.447 lire. 1

A. Di Biasio, La Questione Meridionale, cit., cap. IV. Sul Polsinelli, v. G. Gabriele, Elites industriali e politiche in Terra di Lavoro tra restaurazione e regno d’Italia: Giuseppe Polsinelli, Roma 2002. 3 C. Zaghi, Prefazione a A. Di Biasio, La Questione Meridionale, cit., pp. VII – XI. 2

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Le imposte nel loro complesso sono state caratterizzate da un crescendo spaventoso. Basti pensare, ad esempio, che nel 1870 la provincia ha versato alle casse dello Stato 21.415.760 lire e che il totale delle imposte, che ciascun abitante versava annualmente all’erario, il quale già nel 1864 aveva superato la media nazionale, raggiunge, appena tre anni dopo, nel 1867, la somma di £ 35,99 per abitante, là dove, nel Regno delle Due Sicilie, il fisco gravava in media su ciascun abitante con la somma annua di £ 16,06 nel 1857 e £ 16,11 nel 1859. […] Nel 1876 gli operai impiegati nei dieci maggiori tipi di opifici della provincia sono 8.360, nel 1887- 88 4.716: nel solo circondario di Arpino nel 1845 erano oltre dodicimila. […] La produzione agricola è caratterizzata da un costante aumento negli anni sessanta, diminuisce gradualmente negli anni settanta e crolla in quelli seguenti. […] Ecco allora spiegato l’aumento dei crimini che da cinquecento nel 1855 passano a cinquemila nel 1870, quello dei mendicanti […] e quello dei reclusi, che da meno di un migliaio nel 1855 raggiungono le diecimila unità nel 1870. […] Una prima reazione a tale stato di cose fu il brigantaggio. […] La fine del brigantaggio è intimamente legata all’inizio dell’emigrazione, due aspetti di un unico problema: la diseredazione economica. Dal 1876 al 1887 emigrano 17.270 abitanti; poi il loro numero aumenta in un crescendo sbalorditivo: 3.000 nel 1890, 4.000 nel 1891, 7.641 nel 1893, 9.122 nel 1896, 14.065 nel 1900, 23.901 nel 1901, 28.210 nel 1913.

Allargando lo sguardo all’intero ex Regno delle Due Sicilie rileviamo che non meno significative sono le pagine dedicate da Francesco Saverio Nitti al raffronto fra la situazione preunitaria e quella successiva all’unificazione. L’uomo politico ed economista meridionale ha dimostrato con dati, fatti e cifre che, con l’annessione al Regno d’Italia, il meridione non solo non risolse i suoi problemi ma peggiorò la sua situazione1: A causa dell’estensione del sistema fiscale piemontese avvenne che il Regno delle Due Sicilie si trovò ad un tratto, senza che nessuna trasformazione economica fosse in esso avvenuta, a passare dalla categoria dei paesi e imposte lievi nella categoria dei paesi a imposte gravissime. […] Mentre altre regioni si alleggerivano o rinnovavano con i vecchi 1

F.S. Nitti, Bilancio dello Stato dal 1862 al 1897, in Scritti sulla questione meridionale, Bari 1958, riportato in C. Bonanno, L’età contemporanea nella critica storica, Padova 1968, pp. 206-207. F.S. Nitti (Melfi, Potenza, 1868 – Roma 1953) fu politico e studioso. Esponente della sinistra liberale fu presidente del consiglio nel 1919/20. Oppositore del fascismo, trascorse gli anni della dittatura in esilio in Svizzera e Francia (L’Enciclopedia de La biblioteca di Repubblica, vol. 15, Novara 2003, ad vocem).

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ordini, o avevano riduzioni, nel Regno delle Due Sicilie a pochi anni di distanza si succedevano imposte che non si conoscevano affatto prima, o imposte che erano conosciute in forma lievissima. […] Leggendo le collezioni dei giornali napoletani di quel tempo si vede lo spavento che suscitavano i nuovi ordinamenti fiscali mentre nel Piemonte, Liguria, Lombardia il carico tributario veniva alleggerito.

Il Nitti, che, come già scritto, era un economista, esaminò analiticamente i bilanci dello Stato italiano dal 1862 al 1897. Con cifre ufficiali alla mano poté, quindi, provare che il meridione, rispetto alle sue capacità, diede allo Stato un contributo di imposte e di tasse nettamente superiore a quello del Nord: In quarant’anni il Sud ha dato ciò che poteva e ciò che non poteva: ha ricevuto assai poco, soprattutto ha ricevuto assai male. Si può calcolare che, per effetto della politica dello Stato, della differenza fra la contribuzione dei cittadini e le spese pubbliche, per effetto della rendita pubblica, dei beni demaniali ed ecclesiastici, della forma che l’annessione del Mezzogiorno ebbe, parecchi miliardi, quattro o cinque forse, si siano trasferiti dal Sud al Nord. L’esame dei bilanci e le cifre ufficiali dell’Ufficio di Statistica provano ancora che il Mezzogiorno contribuiva assai più del settentrione alle entrate dello Stato, poiché possedendo il 27% della ricchezza pagava il 32% delle imposte. Con poco più di un quarto del reddito nazionale (2 miliardi e mezzo su otto e mezzo), il Mezzogiorno e le isole pagavano circa il terzo dei tributi (700 milioni su circa due miliardi).

È vero che il nuovo Stato si assunse i debiti degli Stati preunitari, ma, osserva il Nitti, mentre il Regno delle Due Sicilie ne presentò circa trentacinque milioni, il Piemonte, molto più piccolo per superficie e per popolazione, ne aveva circa sessantuno milioni; inoltre il 65% di tutta la moneta circolante era del Sud ed in pochi anni, in conseguenza delle nuove imposte e della vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici, emigrò al Nord e fu impiegata per lavori pubblici nel Settentrione. In conclusione, il Sud, entrato nel nuovo Stato, fu privato dei suoi capitali ad esclusivo vantaggio del Nord e fu esautorato delle sue risorse finanziarie. Ma il Nitti non si è limitato a studiare i bilanci dello Stato del periodo postunitario. Egli è andato anche a valutare il diverso peso politico avuto dalle varie regioni nella composizione dei Governi dal 1861 al 1900 e scrive: Fra i 174 individui che sono stati una o più volte ministri, dal primo ministero nazionale all’ultimo ministero Pelloux, 47 ne ha dati il Piemonte, 14 la piccola Liguria, 19 la

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Lombardia, 41 tutta l’Italia meridionale, 14 la Sicilia. L’Italia meridionale avrebbe avuto 119 ministri se ne avesse avuti in proporzione quanto la Liguria! Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord.

E poi, scrivendo sempre nel 1900, aggiunge, quasi profeticamente1 : Quando i capitali si sono raggruppati al Nord, è stato possibile tentare la trasformazione industriale. Il movimento protezionista ha fatto il resto, e due terzi d’Italia hanno per dieci anni almeno funzionato come mercato di consumo. Ora l’industria si è formata, e la Lombardia, la Liguria e il Piemonte potranno anche, fra breve, non ricordare le ragioni prime della loro presente prosperità. […] Ma il Nord d’Italia ha già dimenticato: ha peccato anche di orgoglio. I miliardi che il Sud ha dato, non ricorda più: i sacrifizi compiuti non vede. Qualche autore ha detto perfino che in Italia vi sono razze superiori e razze inferiori. I meridionali appartengono piuttosto a quest’ultima categoria. Esiste una scienza, anzi una mezza scienza, che prevede senza difficoltà l’avvenire dei popoli e che sa dire chi sia capace di progredire e chi non. Questa mezza scienza si diletta a dire che i meridionali sono un ostacolo a ogni progresso […] Ora è bene che la verità sia detta: essa renderà l’Italia settentrionale meno orgogliosa e l’Italia meridionale più fidente. Quando si saprà ciò che quest’ultima ha dato e quanto ha sacrificato, sia pure senza volere e senza sapere, la causa dell’unità avrà molto guadagnato.

Dopo aver praticato, per qualche decennio, una politica liberoscambista, nel 1887 lo Stato italiano, come già accennato, eresse delle barriere doganali a protezione delle industrie che erano ormai concentrate al Nord. Ciò determinò una profonda crisi delle produzioni agricole tipiche del Sud, quali il vino e l’olio. Contro il perdurare di tale situazione, nel 1903 prese netta posizione l’economista e uomo politico meridionale Antonio De Viti De Marco, il quale scrisse2: La tariffa del 1887 obbliga di fatto, indirettamente, il Mezzogiorno agricolo a comperare dal Nord gli articoli del suo consumo. E’ una forma attenuata dell’antico regime 1

F.S. Nitti, Nord e Sud, Torino 1900, brani riportati in (a cura di) R. Villari, Il Sud Nella storia d’Italia, antologia della questione meridionale, vol. I, Bari 1971, pp. 319 e 323.

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A. De Viti De Marco, La questione meridionale, Roma 1903, brani tratti da (a cura di) R. Villari, Il Sud nella storia, cit., pp. 352-353. Il De Viti De Marco (Lecce 1858 – Roma 1943) fu economista e politico. Deputato radicale, fu autore di numerosi saggi. Nel 1931 rifiutò di giurare fedeltà al fascismo. (L’Enciclopedia de La biblioteca di Repubblica, vol. 6, Novara 2003, ad vocem).

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coloniale, per uscire dal quale basta pure, ma occorre, una forma attenuata di lotta per la propria indipendenza: la lotta politica. Noi abbiamo rinunziato volontariamente al nostro diritto, dando il nostro voto alla tariffa dell’87. Ma allora si diceva che la rinunzia sarebbe stata temporanea: appena il tempo necessario perché le industrie bambine fossero diventate grandi e vigorose. Sono trascorsi quindici anni, durante i quali noi abbiamo vendute a vil prezzo le nostre derrate, concorrendo al buon mercato della vita del Nord, ed abbiamo comperati ad alto prezzo i manufatti protetti, concorrendo a rincarare la vita nel Mezzogiorno. Così abbiamo in quindici anni contribuito, noi, a reintegrare rapidamente il capitale investito nelle manifatture, mentre con quest’atto abbiamo posto noi stessi nella quasi impossibilità di reintegrare il capitale investito nei nostri vigneti. […] L’azione a cui invito i miei amici e concittadini non è regionalista, ma essenzialmente unitaria e patriottica, poiché, con la difesa del diritto e la conseguente eliminazione di una ignobile legislazione di classe e di regione, si mira ad elevare il Mezzogiorno economico e sociale al livello dell’altra parte d’Italia.

E poi conclude con un affondo: Fino a quando noi faremo durare le sperequazioni tributarie di cui ho parlato, e quelle ancora più gravi della legislazione doganale e della politica commerciale, noi non saremo un grande paese di trenta o trentatré milioni d’abitanti, ma un piccolo Stato, grande quanto il Belgio o l’Olanda, che sta a piè delle Alpi, e una popolosa colonia di sfruttamento, che si stende lungo l’Appennino al mare.

E che la situazione fosse realmente quella descritta dal Nitti e dal De Viti De Marco viene riconosciuto anche dall’uomo politico e economista piemontese Luigi Einaudi, il quale, com’è noto, è stato anche presidente della Repubblica italiana1: Sì, è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato di più delle spese fatte dallo Stato italiano; è vero, peccammo di egoismo quando il Settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale, con la conseguenza di impoverire l’agricoltura, unica industria del Sud; è vero che abbiamo spostata molta ricchezza dal Sud al Nord con la vendita dell’asse ecclesiastico e del demanio e coi prestiti pubblici; […] è vero che abbiamo ottenuto più costruzioni di ferrovie, di porti, di scuole e di altri lavori pubblici …

Non sarà fuori luogo concludere questa breve carrellata di scritti sulla questione meridionale con una considerazione di Antonio Gramsci, il quale, concentrando la sua attenzione sulle problematiche sociali prima ancora che economiche, così si 1

L. Einaudi, Il Buongoverno, Bari 1954, brano riportato in C. Bonanno, L’età contemporanea, cit., pp. 208-209.

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espresse1: Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori venduti tentarono di infamare col marchio di briganti. Settecentomila civili massacrati (su una popolazione totale di nove milioni di abitanti), cinquecentomila cittadini arrestati, sessantadue paesi incendiati, centinaia di migliaia di patrioti deportati nei campi di sterminio piemontesi. Tutto ciò fu l’unità d’Italia. * Testo della conferenza tenuta in Cassino presso la Biblioteca comunale in occasione dell’Assemblea

TãtÜw ÅxÅÉÜ|tÄ TÄyÉÇáÉ UtàxÄÄ|

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A. Gramsci, Ordine Nuovo, 1920.

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Lavoro e formazione l'importanza dell'esperienza all'estero Intervista a Pierluigi Celli Direttore Generale LUISS Guido Carli

Nel 2009 Lei ha inviato una lettera al quotidiano La Repubblica, in cui suggeriva a suo figlio a lasciare l’Italia, affermando che il bel Paese “non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio”. Ad oggi la sua opinione in merito è cambiata? Ritiene ancora che l’unica opportunità per i giovani sia quella di abbandonare il Paese e cercare una realizzazione professionale all’estero? La lettera nasceva come provocazione sulla base dell’esperienza che stavo facendo in università nell’accompagnare al lavoro i ragazzi che si laureavano. Un impegno che assorbe gran parte della mia giornata lavorativa insieme al tempo dedicato ad ascoltare gli studenti nei loro problemi quotidiani. Le difficoltà crescenti di trovare occupazione e di incontrare prospettive soddisfacenti, mostravano con chiarezza l’accentuarsi della crisi che allora non sembrava sollecitare riflessioni né interventi. Il contesto generale, poi, segnalava un paese in degrado progressivo e quasi inarrestabile, con sbandamenti preoccupanti sia a livello politico-istituzionale che civile. Da allora, 61


l’argomento della disoccupazione giovanile e della contrazione delle opportunità lavorative è diventato quasi di moda sulla stampa, nei convegni e nelle prese di posizione pubbliche. Le soluzioni non sono ancora arrivate, ma almeno il contesto sociale e politico è cambiato, sembra esserci una diversa sensibilità alla questione morale, e la speranza che si ponga mano in qualche modo al problema si sta facendo più concreta. Io credo, per quello che mi è dato di vedere, che i giovani possano trovare nell’esperienza all’estero confronti e arricchimenti personali e professionali utilizzabili positivamente. Del resto i circuiti internazionali, per gli studenti, si stanno moltiplicando, e questo è un bene. Se poi tutto questo sarà possibile utilizzarlo in patria è un desiderio che sta a cuore a tutti noi. Per chi abbia interesse genuino per le sorti del nostro paese, poter contare su di una generazione più ricca di saperi, più aperta, e meno condizionata da logiche di appartenenza o da devozioni improprie, non può essere che un vantaggio. Partendo dal discorso inverso, noi in questi anni, abbiamo “esportato” tanti talenti, ma quanti ne abbiamo attirati sul nostro territorio? L’Italia non dovrebbe preoccuparsi maggiormente di attirare "nuove menti" per migliorare il confronto internazionale? Quale dovrebbe essere in tal senso il ruolo delle Università? Per attirare risorse competenti e di pregio dall’estero bisognerebbe offrire condizioni almeno compatibili con quelle presenti oggi in altri paesi evoluti o in quelli che hanno imboccato risolutamente la via di un rapido sviluppo. Cosa che l’Italia ancora non sembra assicurare. La logica meritocratica nella valutazione, selezione, promozione e accompagnamento nella crescita professionale dei talenti e dei volenterosi, è tutt’ora largamente casuale e limitata, quando non addirittura negletta od ostacolata. Altrettanto si può dire dei riconoscimenti economici da agganciare ai curricoli e ai risultati. Le nostre università, poi, con lodevoli eccezioni certo, sono ancora largamente dominate da atteggiamenti difensivi di antiche corporazioni, in cui la tutela di posizioni di potere e della discrezionalità nei percorsi di carriera più o meno familistici, offre condizioni opache che scoraggiano anche quelli disposti a rischiare. 62


E’ chiaro che il superamento di queste forme di arroccamento autoreferenziale si presenta come una condizione minima per superare le diffidenze esterne: chi vale vuol essere sicuro di capire su che terreno e con quali regole si gioca, mentre l’impressione più accreditata è che principi e valori correnti legittimino comportamenti non comparabili con gli standard internazionali. Negli anni recenti, la perdita di reputazione del paese all’estero ha fatto il resto. Lavoro, flessibilità, precariato. Le domande e gli interrogativi su questo tema sono infiniti, le risposte limitate. Università, imprese, istituzioni, è un rimbalzo di responsabilità. Ma il futuro dei giovani che oggi vivono questa situazione dove trova le risposte? L’università deve fare i conti ( e stenta a farli ) con un mercato del lavoro in cambiamento profondo, in cui le conoscenze trasmesse, ancorché pregiate, non sono più sufficienti, da sole, a intercettare i nuovi modelli occupazionali. Servono ‘teste’ allenate ad affrontare problemi che richiedono saperi multipli, compositi, più larghi delle singole specializzazioni e abili a intercettare connessioni, a discriminare, a pensare strategicamente. Bisogna rendersi conto che gli studenti – per arrivare a questo tipo di formazione eccedente i singoli sillabi di istruzione – devono essere messi in grado di sperimentare, almeno negli ultimi anni di studio, condizioni assimilabili a quelle richieste dalle nuove forme di organizzazione del lavoro e delle professioni; e questo perché le imprese, ormai, incalzate dal tempo che taglia piani e spazi di manovra, molto spesso non sono più in grado di garantire ai nuovi arrivati disponibilità dilatate di adattamento all’ambiente lavorativo. Di qui l’urgenza di avere quasi dei ‘ semilavorati’, almeno per quanto riguarda l’adattabilità ai nuovi contesti e la capacità di interpretare le situazioni e l’articolazione delle variabili in campo. Andrebbe retrocessa agli ultimi anni dell’università la possibilità di sperimentare in vitro quello che sarà l’ambiente in evoluzione che attende lo studente alla fine del suo ciclo di studi, e che richiede una flessibilità di testa che va allenata praticamente, per anticipare la maturazione professionale, la disponibilità a lavorare in gruppo come scelta consapevole, l’attitudine ad affrontare problemi meno routinari, la responsabilità nel proporre 63


idee e soluzioni. Serve, in definitiva, un pensiero articolato, critico e ‘largo’, che sia in grado di leggere segnali, di stabilire rapporti non del tutto evidenti, di decrittare ciò che è essenziale rispetto a quello che può essere trascurato. Tutto questo non è risolvibile nella forma canonica del corso di tradizione, nelle lezioni frontali, negli esami ridotti a escussione di testi standard. L’accademia ha doveri nuovi: uscire dai clichè collaudati e fornire agli studenti occasioni diverse di apprendimento, più direttamente esperienziale ancorché teoricamente legittimato, con un risalto significativo per iniziative progettuali, esercitazioni su idee valorizzate sulla base della capacità degli studenti di rischiare in proprio, e così via. “Luiss on the road”. Tre studenti della Luiss alla scoperta dell’Italia migliore. Quindi un’Italia migliore esiste ed è possibile? 13 le regioni da visitare, 35 le tappe in 17 giorni e oltre 6mila chilometri da percorrere in treno, in auto e in aereo. Quali i modelli positivi che crede questi ragazzi incontreranno? L’iniziativa, accanto ad altre come il Laboratorio di impresa, l’incubatore, Italia-camp, controesodo etc, è nata in Luiss per dare una risposta al bisogno degli studenti di trovare ragioni valide per impegnarsi responsabilmente in questo paese. Andare a vedere di persona cosa sta crescendo di buono e di valorizzabile in giro per l’Italia, raccontarlo, con i mezzi di comunicazione più diversi e sui social network, ai compagni di università, alle famiglie, agli amici, a chi ha responsabilità politiche e civili, confrontarsi con il coraggio e la fatica di chi crede che in questo paese sia ancora possibile cambiare, è un buon test per decidere su cosa costruire nei propri anni residui in università e come prepararsi “al dopo” per non deludere e non essere delusi. Ci sono molti modi per lavorare a una ‘testa ben fatta’; l’unico che non dà risultati apprezzabili è rintanarsi nella sacralità accademica. Se ‘l’esprit de geometrie’ garantisce forse gli strumenti e la capacità di misura, è ‘l’esprit de finesse’ che alimenta l’interpretazione, la sensibilità all’evoluzione, la passione per le scelte meno convenzionali. In fondo, la voglia di non arrendersi. 64


La scuola Europea dall’unità d’Italia a oggi analisi pedagogica di 150 150 anni di storia di Angelo Francesco Marcucci

Angelo Francesco Marcucci direttore scolastico provinciale Benevento

In genere si suole parlare di scuola tradizionale, facendone l’oggetto di varie critiche e si ha l’impressione che la cosiddetta scuola tradizionale sia una specie di oggetto immaginario che tutti i pedagogisti e tutti coloro che parlano di pedagogia oggi hanno il diritto di colpire con le loro critiche. Purtroppo questo non è completamente esatto. Anche se il parlar male della scuola tradizionale spesso è superficiale e inappropriato. Veramente la scuola dell’800 e dei primi lustri del ‘900 è stata una scuola che ha trattato l’infanzia con grande durezza e scarsa finezza pedagogica. Questo è dipeso dalle seguenti cause: 1. La scuola di questi anni fu una realizzazione dei nuovi stati moderni organizzati entro strutture compatte e spesso aspre per i cittadini, quindi, non è da meravi-gliarsi che anche la scuola risentisse di questa durezza. Aspre erano le pene per i reati, duro il carcere, esisteva la pena di morte, lungo e duro il servizio militare, molto gerarchizzata era la società, anche nei paesi che chiamavano democratici, severe erano 65


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anche le norme morali, i beni disponibili non abbondavano e c’era una generale austerità dovuta a una produttività che cresceva con difficoltà, anche perché le tecnologie solo lentamente si andavano rinnovando. La scolarizzazione di massa era una novità che i nuovi stati moderni affrontavano con i mezzi di cui dispone-vano che non erano attinenti: mancavano un po’ dapper-tutto locali e maestri ed era necessario avere classi numerose per il cui controllo si usavano mezzi coercitivi abbastanza duri; sull’Italia unificata, soprattutto nel Sud, negli anni ’70,’80 e ’90 dell’ottocento, erano normali le classi di 50 alunni e in alcuni classi si giungeva anche a 100. Il maestro doveva salire su di una predella alta anche tre scalini, dalla quale doveva dominare e controllare la classe; questo poteva essere fatto solo creando un clima di soggezione e timore. Le masse di fanciulli che venivano scolarizzati appartenevano generalmente a popolazioni che per secoli non erano mai andate a scuola ed erano vissute nella campa-gna col bestiame o in ambienti umili della città. Immerse nella scuola, queste persone non riuscivano a rispettare un clima di ordine, necessario al funzion-amento della stessa, se non erano sottoposti a un’azione deterrente che doveva essere esercitata da tutto il personale scolastico. Sebbene le opere di Rousseau, di Pestolozzi e Froebel fossero oramai conosciute fra i dotti, sulla vita pratica non si aveva idea di come organizzare un grande sistema scolastico nazionale senza una rigorosa disciplina e un contesto di rigore nel quale potessero operare anche maestri che non avessero il fascino personale di un Pestalozzi e di qualche suo seguace. Non si aveva una sufficiente stima dell’età infantile, nonostante la diffusione delle idee di Rosseau1 Pestalozzi1

Jean Jacques Rousseau teorizzò un programma pedagogico basato sul concetto di “educazione preventiva”, ossia di un’educazione che non inculca alcuna virtù, ma previene il vizio; non insegna la verità, ma preserva dall’errore consentendo il libero sviluppo della personalità. Rousseau espone la sua visione dell’educazione nell’Emilio, un libro parzialmente di fantasia, che racconta nei dettagli la crescita di un giovane

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ragazzo chiamato appunto Emilio, e guidato dallo stesso Rousseau. Rousseau lo porta nella campagna, il luogo che, per lui, è maggiormente congeniale alla natura umana, diversamente dalla città, dove rischierebbe di apprendere unicamente cattive abitudini, sia dal punto di vista fisico che morale. Obiettivo dell’educazione, dice Rousseau, è come imparare a vivere, e questo si ottiene seguendo un guardiano in grado di mostrare la strada per una vita buona. La crescita del ragazzo è divisa in tre sezioni: la prima sino ai dodici anni circa, periodo in cui non è ancora possibile il pensiero complesso e i bambini, secondo Rousseau, vivono come animali; la seconda va dai dieci o dodici anni sino ai quindici, periodo in cui comincia a svilupparsi la ragione; la terza va dai quindici in su, periodo in cui il ragazzo va facendosi infine adulto. A questo punto Emilio incontra una giovane donna, chiamata Sofia, con cui potrà completarsi. Il libro è basato sugli ideali di Rousseau di una vita sana. Il ragazzo deve imparare, dalla propria esperienza diretta, come seguire i suoi istinti sociali e proteggersi dai vizi dell’individualismo e dell’autocoscienza urbana. Curiosamente, come altri grandi pedagoghi, non fu per nulla affettuoso padre dei suoi figli (che abbandonò in orfanotrofio), ma grande educatore al di fuori della famiglia. 1

Johann Heinrich Pestalozzi contrariamente a Rousseau, non riteneva che l’uomo fosse necessariamente buono (infatti parla di “natura inferiore”, dominata da istinti e passioni animalesche). Riteneva quindi necessario che fosse compito dell’educazione perfezionare la natura dell’uomo e che l’educatore non avesse che il compito di assisterlo durante la sua naturale evoluzione secondo un’unità di cuore, mente e mano. Sosteneva che l’uomo attraversasse tre stadi evolutivi: naturale (nel quale segue le proprie forze istintuali); sociale (in cui la vita in comune lo obbliga a un riadattamento, non sempre positivo per l'individuo); e infine morale (il fine ultimo dell’uomo e dell’educazione: l’individuo si predispone al bene, alla solidarietà verso gli altri e all’accoglienza di Dio nel proprio spirito). Pestalozzi introdusse il concetto di educazione del cuore (educazione all’affettività, del sentimento) ed educazione familiare (es. Leonardo e Gertrude mostra la centralità nel processo educativo). Per lui, l’ambiente deve essere un ambiente che fa proprie certe caratteristiche dell’educazione familiare e ne era talmente convinto che ha deciso di riproporlo nella vita vera, aprendo degli istituti dove poter accogliere dei giovinetti, e poterli istruire). Per Pestalozzi, l’educazione è una finalità etica, anche perché in quegli anni molti erano i bambini che a colpa della guerra restavano orfani del padre, o erano sbandati o abbandonati. Il pedagogista da questa esperienza giunge a concludere che non esiste solo un’infanzia materialmente abbandonata (senza genitori e senza cibo) ma ne

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e di Froebele1 prevedeva largamente prevaleva l’opinione che per l’infanzia, la fanciullezza e l’adolescenza fosse necessario il bastone unito ad una benevolezza paterna. Infatti, la figura educativa per eccellenza era considerata esiste anche una moralmente abbandonata (che nonostante i bambini abbiano chi si prende cura di loro, non sono seguiti e non ricevono un’adeguata proposta educativa) altrettanto pericolosa. Il concetto che a ogni modo rimane centrale nel pensiero di Pestalozzi è il rapporto strettissimo tra natura ed educazione, è importantissimo che leducando possa vivere esperienze nel proprio contesto. La caratteristica prima di queste esperienze sarà che esse siano fondate sull’intuizione. Grazie all’esperienza che va concretamente a realizzare nei suoi istituti, Pestalozzi raggiunge una fama mondiale e influenza moltissima della cultura del suo tempo. Sono gli anni in cui si viaggia spesso, e proprio da questi viaggi, e dai molti incontri che si sviluppano nuove idee e nuove frontiere quali i viaggi pedagogici, fatti da pedagogisti alla ricerca delle grandi esperienze educative (o le migliori) dove potranno toccare con mano l'offerta e le idee di un determinato Pedagogista o corrente di pensiero. Tra i tanti pedagogisti che si diressero in Svizzera, negli istituti aperti da Pestalozzi, c'è stato anche un giovane educatore chiamato Frobel. Gli istituti di Pestalozzi così, poco alla volta cominciarono a diventare un importante punto di incontro per tutti i pedagogisti e gli educatori europei. Le idee pedagogiche cominciano a circolare e così cominciano a nascere nuovi modelli e nuove ipotesi; tra i nuovi modelli non si può non citare il modello del mutuo insegnamento (il quale fascino influenzò anche Pestalozzi). 1

Friedrich Froebel vide l’educazione del bambino come celebrazione ed esaltazione dell’autonomia spirituale dell’essere umano che egli è. Questa attività spirituale si realizza nel gioco, ed è per offrire ai bambini l’opportunità di scoprire se stessi attraverso il gioco che Froebel ideò il Kindergarden, i giardini d’infanzia. Essi erano costituiti da sale interne, il cortile per gli esercizi ginnici e un giardino, fondamentale per mettere il bambino a contatto con la natura. L’attività quotidiana prevedeva: canti religiosi, ginnastica, giochi, coltivazione del giardino, esercizi di lettura e scrittura, discorsi su geografie e scienze, tessitura, disegno. Per i più piccoli Froebel ideò i doni, oggetti di legno offerti, in tempi diversi, al bambino, per indurlo alla scoperta della realtà e di se stesso: una palla, una sfera, un cubo, un cilindro. Per ogni dono Froebel indicava l’uso che se ne poteva fare per stimolare tutte le potenzialità del bambino: osservazione, esercizio tattile, separazione e ricostruzione. I suoi giardini d’infanzia hanno modificato l’idea dell’educazione del bambino nella prima infanzia (le sorelle Agazzi e Maria Montessori si rifaranno a lui). Nella sua opera principale L’Educazione dell’uomo (1826), Fröbel riprende in parte le riflessioni di Pestalozzi sui concetti educativi di spontaneità e intuizione e il misticismo dei filosofi suoi contemporanei.

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sempre quella del padre severo esteriormente e benevolo solo nel proprio interno, il quale, con largo uso di mezzi coercitivi violenti, domasse i figli rendendoli capaci di vivere civilmente. Il problema di fondo era quello di realizzare un funzio-namento della scuola almeno in linea di principio, anche se molti ragazzi subivano traumi, frustrazioni e angosce anche se molti si sottraevano all’obbligo scolastico, anche se molti abbandonavano la scuola dopo due bocciature nella stessa classe. 7. Un’altra ragione molto importante era anche che gli stessi Stati moderni dell’800 si sentivano deboli di fronte ai pericoli interni ed esterni. Dall’interno si temevano sconvolgimenti rivoluzionari disordini delle plebi e forze centrifughe regionali. Questo timore nasceva dal fatto che gli Stati erano creati con l’imposizione di strutture politiche e amministrative che spesso erano in contrasto con le abitudini e le tendenze tradizionali del popolo. Per esempio il servizio militare obbligatorio per tutti, sistemi di tassazione rigida mai prima conosciuti, centralizzazione del controllo della moneta, centralizzazione amministrativa dettata dai criteri di efficienza e poco rispettosi delle tradizioni locali. Le popolazioni sottoposte a tali imposizioni, spesso erano scontente, soprattutto quando la rivoluzione industriale creò un proletario facilmente organizzabile da forze rivoluzionarie. Contro l’indisciplina interna gli Stati imposero strutture repressive molto energiche che toccavano anche la scuola. 8. Un’ultima causa è che il senso di debolezza estesa degli Stati faceva sempre temere una guerra e rendeva necessario il mantenimento di eserciti che avevano bisogno della cosiddetta disciplina militare. Allora l’educazione dei ragazzi e dei giovani veniva considerata soprattutto in rapporto al servizio militare che essi avrebbero dovuto prestare; poiché in prevalenza erano i maschi che andavano a scuola gli alunni venivano visti sempre come futuri soldati e perciò bisognosi di essere preparati alla disciplina militare. Le stesse scuole nella mentalità generale, 69


dovevano realizzare in piccolo la struttura dell’esercito, gli alunni dovevano essere soldati, i maestri gli ufficiali e i presidi gli ufficiali superiori e le altre autorità scolastiche i generali. I vecchi collegi inglesi come quello di Etom erano impostati secondo il modello militare e si vantavano di aver fornito e di fornire all’esercito i migliori ufficiali. C’era un detto che la grandezza coloniale dell’Inghilterra veniva preparata nei suoi collegi. La stessa cosa valeva per la Germania del Kaiser e anche per la Francia. L’Italia cercava di imitare questo uso. 9. La dottrina psicologica e pedagogica che prevalse nel tardo ‘800 in tutt’Europa fu quella herbartiana1, che giustificava l’educazione coercitiva attraverso l’appren-dimento di rappresentazioni che dovevano essere tanto solide da disporre per tutta la vita i cittadini a compor-tarsi in modo conforme a principi morali utili alla società. Questo tipo di scuola indebitamente presentava caratteri criticabili, ma le critiche potevano nascere solo quando cominciarono ad aprirsi spiragli nuovi per rimuovere l’educazione a tutti i livelli. Così noi abbiamo proprio all’inizio del ’900, e perfino prima, dei tentativi di contestazione di tale scuola e questi tentativi sono scuole nuove, ma per capire il significato della loro contestazione è necessario tener presente qual era la situazione scolastica a cui esse si ribellavano. Negli ultimi decenni la cultura pedagogica e didattica ha subito 1

Johann Friedrich Herbart (Oldenburg, 4 maggio 1776 – Gottinga, 14 agosto 1841) è stato un filosofo e pedagogista tedesco. Herbart tra l’altro pone l’analisi dei dati dell’esperienza al servizio di una struttura metafisica dell’esperienza, fondata sull’assunzione di enti reali che possiamo cogliere solo nella oro ‘traduzione’ nel linguaggio delle manifestazioni fenomeniche. Ma il carattere controverso di una simile impostazione metafisica, l’influenza di Herbart sulla discussione filosofica tedesca si farà sentire a lungo: da un lato sarà uno dei grandi ispiratori della psicologia scientifica che si svilupperà nella seconda metà dell'Ottocento e che si servirà largamente del lessico psicologico herbartiano; dall’altro lato la visione genetico-psicologica dell’apparato categoriale costituirà la struttura portante delle indagini sulla “psicologia dei popoli”.

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intense trasformazioni tanto che si parla spesso, forse con retorica di rivoluzione dell’insegnamento. Si parla di Pedagogia Nuove La novità pedagogica però va considerata sempre come una risposta a una serie di bisogni socio-culturali. Dunque, quali sono in sintesi questi bisogni? Una delle ragioni del mutamento pedagogico e didattico bisogna cercarlo sulla critica delle tradizioni educative. Si è trattato di una critica sociologica, che ha avuto per oggetto gli effetti socio-culturali della tradizione. Effetti che sono parsi negativi, cioè non conformi alle attese etiche e politiche dalla democrazia moderna. Nell’ambito di uno Stato che è andato avvertendo sempre più le sue responsabilità sociali che ha intrapreso un’azione politica volta alla realizzazione della giustizia sociale, la politica dell’educazione degli anni ’60-‘70 non solo in Italia, ma in generale nel mondo occidentale, ha avuto come meta quella che è stata chiamata la compensazione culturale. Si è trattato cioè, di riorganizzare l’attività educativa differenziandola a seconda dei bisogni individuali e dei gruppi sociali. In luogo dei tradizionali programmi scolastici universali, ma generici, unici e quindi poco adatti a correggere le situazioni di svantaggio culturale si è pensato di costruire dei curricoli che fossero sensibili ai bisogni del territorio, dei singoli, dei gruppi se non addirittura delle stesse classi sociali. È stata messa in atto un’azione educativa fondata sul principio della discriminazione positiva, ossia della variazione dell’intervento educativo in rapporto alle esigenze locali e individuali tendenti a sostenere culturalmente chi più ne ha bisogno. La critica della tradizione e il mutamento della politica dell’educazione però trovano giustificazione nel quadro in cui si sono determinate. Tale quadro è costituito da quel complesso di trasformazioni socio-culturali prodotto dalla tecnologia moderna, alimentato dall’economia della società ad alto sviluppo industriale che contrassegnano una società strutturalmente diversa da quelle 71


tradizionali. Una società moderna e post-moderna di cui la comunicazione di massa, l’informatica, il consumo elevato il cambiamento incessante delle occupazioni, il rinnovamento continuo delle competenze sono gli aspetti più appariscenti. In questo contesto socio-culturale sono appunto nate le nuove pedagogie. Vediamone insieme i principi fondamentali delle tendenze più significative. Le nuove pedagogie Le pedagogie nuove, a differenza della Paidea1 classica, non riconoscono un valore assoluto al sapere esistente e questo per la ragione molto ovvia che un sapere stabile è oramai introvabile. Affiorano ininterrottamente nuovi saperi tanto che, come conseguenza, il compito educativo non sembra più consistere sulla riproduzione di modelli intellettuali, ma nelle ricerca di modelli 1

La paideia (παιδεία, paidèia) era il modello educativo in vigore nell’Atene classica e prevedeva che l’istruzione dei giovani si articolasse secondo due rami paralleli: la paideia fisica, comprendente la cura del corpo e il suo rafforzamento, e la paideia psichica, volta a garantire una socializzazione armonica dell’individuo nella polis, ossia all’interiorizzazione di quei valori universali che costituivano l’ethos del popolo. Lo spirito di cittadinanza e di appartenenza costituivano infatti un elemento fondamentale alla base dell’ordinamento politico-giuridico delle città greche. L’identità dell’individuo era pressoché inglobata da quell’insieme di norme e valori che costituivano l’identità del popolo stesso, tanto che più che di processo educativo o di socializzazione si potrebbe parlare di processo di uniformazione all’ethos politico. L’elemento fisico dell’educazione dei giovani ateniesi si basava in una prima fase su un rigoroso addestramento ginnico, in base all’idea che un corpo sano favorisce un pensiero sano e viceversa; successivamente si aggiungeva quello bellico, essendo la guerra una fra le attività considerate più nobili e virili dell’uomo greco; per arrivare infine al completamento dell’istruzione rappresentato dalla formazione politica, vero centro della cittadinanza ateniese, e apice verso il quale era indirizzato l’intero processo educativo. È proprio questa paideia psichica che interessava maggiormente a Platone, ed è infatti su questa che fonderà le basi del suo progetto di rinnovamento (ma al tempo stesso anche conservazione) dell’uomo greco. Il modello della paideia venne ripreso dai Romani, e secondo vari studiosi ha influenzato in maniera determinante non solo il modo di pensare degli antichi greci, ma anche in genere dell'Occidente europeo.

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alternativi. Per queste ragioni, dunque, quella che precedentemente appariva la funzione di un modello di condotta, ora sembra sostituita dalla creazione di modelli nuovi. Pertanto le nuove pedagogie hanno assunto il titolo di antipedagogia (Illich1 - Foucault2 risalgono a Rousseau). Esiste un rapporto, per così dire, sotterraneo tra l’antipedagogia e l’antipischiatria. Come l’antipischiatria ha voluto mettere in discussione la malattia, così l’antipedagogia ha seminato dubbi intorno al sapere. Sono stati contestati da un lato l’ospedale quale luogo delle cura della malattia, e dall’altra la scuola quale luogo di formazione culturale. 1

Ivan Illich (Vienna, 4 settembre 1926 – Brema, 2 dicembre 2002) è stato uno scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco. Personaggio di vasta cultura viene citato spesso come teologo, definizione da lui stesso rigettata, linguista, per la sua vasta conoscenza di svariati idiomi, e storico. Viene però più spesso ricordato come libero pensatore, capace di uscire da qualsiasi schema preconcetto e di anticipare riflessioni affini a quelle altermondiste. Estraneo a qualsiasi inquadramento precostituito, la sua visione è strettamente affine all’anarchismo cristiano. Vice rettore dell’Università di Puerto Rico e fondatore in Messico del Centro Intercultural de Documentación Cidoc, che ha il compito di preparare i preti e i volontari alle missioni nel continente Americano, ha focalizzato gran parte della sua attività in America Latina. Il suo essenziale interesse fu rivolto all’analisi critica delle forme istituzionali in cui si esprime la società contemporanea, nei più diversi settori (dalla scuola all’economia alla medicina), ispirandosi a criteri di umanizzazione e convivialità, derivati anche dalla fede cristiana, così da poter essere riconosciuto come uno dei maggiori sociologi dei nostri tempi.

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Paul Michel Foucault (Poitiers, 15 ottobre 1926 – Parigi, 26 giugno 1984) è stato uno storico e filosofo francese. Il tema della conoscenza è centrale nel pensiero di Foucault, che a essa lega la storia stessa della cultura dell’occidente con riferimenti all’esercizio del potere tramite la gestione della verità effettuati ad esempio dalla Chiesa o dalla scienza positiva. Una rivoluzione della conoscenza e della “verità” porta inevitabilmente dei cambiamenti forti nella essenza stessa della società e della sua cultura. Cosicché la storia si viene a delineare come costituita da momenti di grave crisi delle “verità” seguiti da periodi di relativa stabilità in cui una serie di “discorsi” domina su altri. Il “discorso2”, quindi, si viene a delineare come una costruzione basata su degli epistemi tramite il quale viene esercitato un potere e rispetto al quale, per la difesa di questo discorso, esistono una serie di tecniche e procedure, tra cui l’interdetto ossia il divieto di trattare certi argomenti: la creazione dei tabù, oppure il rapporto con i discorsi dei folli, che in quanto tali non vengono presi in considerazione oppure caricati di valori misteriosi, ma mai trattati.

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Le antipedagogie sono state l’aspetto più radicale della critica della tradizione e più che elaborare procedure tecniche e didattiche hanno elaborato ideologie: Esse rappresentano l’ala estrema dell’innovazione. Sono rivoluzionarie e perciò possono essere distinte da teorie pedagogiche e didattiche che invece hanno assunto una direzione riformista e che assumono il nome di pedagogia istitu-zionale. La pedagogia istituzionale ha portato delle vere e proprie innovazioni non pedagogiche e didattiche. L’idea di fondo è che fosse un vero e proprio microcosmo socio- politico. Se nella concezione tradizionale della scuola gli assi portanti dell’attività educativa erano gli insegnanti e l’allievo, secondo la pedagogia istituzionale esiste un Tertium cioè l’istruzione o meglio le dinamiche inconsce dell’istituzione (cultura psicoanalitica). In complesso le nuove pedagogie assegnano un ruolo decisivo al soggetto impegnato nell’attività di apprendimento, di cui si da rilievo al ritmo che da una spiegazione migliore di quello che ha saputo fare la nozione di Fase Evolutiva. Tra queste tendenze innovative si annovera la propensione verso la decomposizione e semplificazione dell’atto pedagogico, che conduce alla identificazione delle abilità specifiche dell’alunno sulla fase della classificazione dei comportamenti. Classificazione nota come tassonomia1. Scomposto e semplificato l’atto pedagogico nei suoi elementi di fondo, rinunciando alla idea, che oggi a molti pare mitica, secondo la quale l’atto educativo è una unità inscindibile, si giunge a progettare l’educazione alla padronanza delle singole abilità. Le strategie impiegate in questo lavoro di analisi dei comportamenti educativi sono quelli dell’osservazione, della ricerca-azione del controllo o del feed-back. Sintesi di questo orientamento analitico è la pedagogia per 1

La tassonomia (dal greco ταξις, taxis, “ordinamento”, e νοµος, nomos, “norma” o “regola”) è, nel suo significato più generale, la disciplina della classificazione. Abitualmente, si impiega il termine per designare la tassonomia biologica, ossia i criteri con cui si ordinano gli organismi in un sistema di classificazione composto da una gerarchia di taxa annidati.

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Obiettivi Il programma tracciato dalla pedagogia per obiettivi consiste nella opportunità di spostare il discorso educativo dell’analisi delle intenzioni pedagogiche che rispecchiano la prevalenza dell’insegnamento o del teaching, all’analisi degli obiettivi operazionali che indicano la rilevanza dell’apprendimento o del learning. Con il termine operazionale la pedagogia per obiettivi intende quel che nell’atto educativo è comunicabile in termini non ambigui ed è effettuato realmente, mostrandosi come compor-tamento specifico. S’intende in questo modo conferire prima all’analisi delle situazioni educative e di conseguenza all’azione stessa un carattere di precisione, chiarezza, trasparenza che rende gli attori (alunni) perfettamente consapevoli di quel che sta avvenendo. La Pedagogia per obiettivi rappresenta la tendenza riformista legata a una impostazione tecnologica dell’educazione (gergo militare–società industrializzate che danno rigore scientifico all’attività umana). Mentre l’antipedagogia è una critica ai contenuti culturali e fa leva sulla forza educativa della società; la pedagogia istituzione tenta una mediazione tra soggetto e oggetto. La Pedagogia per obiettivi sembra, invece, puntare sull’organizzazione e regolamentazione dell’attività educativa, poiché procede su un piano analitico, scompositivo e costruisce precise sequenze dell’apprendimento. Giunge insomma a una sorta di sapere organizzato, il rovescio della medaglia dell’antiorganizzazione sollecitata dall’antipedagogia. Pedagogia Negativa Siamo forse di fronte a una sorta di sinistra, centro, destra dell’innovazione educativa? Si e No! Si perché le differenze sono evidenti, No perché tra la pedagogia istituzionale e la Pedagogia Organizzativa la distanza non diventa mai una frattura. L’unità di queste tendenze sta nel fatto che a differenza della Paidea classica che attribuiva maggiore funzione 75


educativa all’attività dell’insegnate, le tecnologie nuove danno il primato all’attività dell’allievo. Il metodo didattico a cui la Pedagogia per obiettivi approda è sicuramente un metodo centrato sull’allievo e sui suoi processi di appren-dimento. La pedagogia per obbiettivi per quanto detto è indiscutibilmente di derivazione comportamentalista. Secondo il neo-comportamentismo di Skinner1 risulta possibile organizzare una didattica in cui i soggetti vengono volta per volta messi in condizione di agire con la somministrazione di conoscenze in maniera parcellizzata e facendo acquisire un elemento dopo l’altro con l’aiuto di rinforzi. Le note sono tratte dall’enciclopedia

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Burrhus Frederic Skinner è stato uno psicologo americano altamente influente. Scrittore, inventore, sostenitore di riforme sociali e poeta. È stato Professore di Psicologia alla cattedra “Edgar Pierce” dell'Università Harvard dal 1958 sino al 1974, anno in cui andò in pensione. Inventò la camera di condizionamento operante, nota anche come Skinner Box, e presentò il proprio punto di vista in relazione alla filosofia della scienza noto come Comportamentismo Radicale. Fondò inoltre la propria scuola di ricerca psicologica sperimentale chiamandola Analisi Sperimentale dei Comportamenti. La sua analisi sul comportamento umano culminò col lavoro interpretativo Comportamento Verbale, il quale è stato oggetto recentemente di un’enorme crescita di interesse in contesti sia sperimentali che applicati. Scoprì e portò avanti la frequenza di presentazione dei comportamenti come variabile dipendente nella ricerca psicologica. Inventò il cumulative recorder come strumento per misurare la frequenza dei comportamenti durante la sua ricerca, ritenuta fondamentale in psicologia sperimentale e applicata, sulle schede di rinforzamento. In un recente sondaggio Skinner è stato giudicato il più influente psicologo del XX secolo

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Interventi di difesa idrogeologica e di recupero ambientale in Campana di Fernando Fuschetti già Dirigente Superiore del Corpo Forestale dello Stato Comandante Regione Campania

Premessa Ho accettato con grande entusiasmo di stendere poche note su due aspetti che a noi forestali stanno particolarmente a cuore e che rappresentano il nostro passato, il nostro presente ed il nostro futuro. Quando giovane funzionario del Corpo sono arrivato all'Ispettorato regionale delle foreste di Napoli era da poco avvenuto il passaggio delle competenze in materia di agricoltura foreste caccia e pesca dallo Stato alle Regioni a statuto ordinario. Ho così vissuto , insieme ad altri colleghi ,molti dei quali non più in servizio e qualche altro che già ci ha purtroppo lasciato, una stagione di grande fervore di fare e di attività intense di programmazione, nel settore forestale. Mi sono formato alla disciplina ferrea del fare trasmessami dal mio Maestro, il Prof Antonio Postiglione, cui debbo gran parte della mia formazione come funzionario e come uomo. Anzi voglio approfittare oggi per esprimergli il mio più profondo ringraziamento per quanto mi ha insegnato non solo nella gestione dei boschi e delle foreste, ma principalmente nella gestione degli uomini e delle risorse materiali. Non debbono apparire queste mie parole come un puro esercizio della retorica o come il ricordare di chi si avvicina ad un'età che porta spesso a guardare più indietro che davanti. Questo non appartiene al mio modo di pensare, anzi credo che ciascuno di noi , nel piccolo delle sue responsabilità, debba sempre cercare di trovare nuovi stimoli, nuovi obiettivi, nuovi traguardi che possano far nascere la voglia di fare e di creare. Dette queste parole che sono anche frutto del mio particolare legame alle giornate che stiamo vivendo e alla manifestazione che si va realizzando legata al Santo patrono dei forestali, che ho avuto l'onore di organizzare nel lontano 1985, anche allora per conto della Campania , vado ad introdurre il tema che mi sono ritagliato. 77


La questione idrogeologica: normativa ed interventi. La tutela idrogeologica e il degrado ambientale, sono i due grandi problemi del nostro territorio. I dissesti di Ischia i fatti funesti nella nostra comunità regionale legate alle crisi idrogeologiche di Sarno e Bracigliano sono sciagure che ci portano a fare un’analisi accurata delle cause. I professori Guadagno, Forte e Rivellino in un loro articolo di grande interesse scientifico sulle "coltri piroclastiche della Montagna Campana" scrivono: "gli andamenti giaciturali sono tali da rendere la copertura piroclastica simile a quella nevosa di un pendio montuoso su cui si accumulano successivi strati di neve dalle differenti proprietà fisico-meccaniche. Questa similitudine negli assetti induce a ritenere compatibili i ben noti meccanismi d'innesco delle valanghe con quella della instabilità delle coltri piroclastiche e a considerare tali coperture come un unicum nel panorama delle formazioni superficiali, sia dal punto di vista geologico sia delle proprietà fisiche. Le conseguenze sulla circolazione delle acque d'infiltrazione sono senza dubbio significative; la presenza di livelli a permeabilità differenziata facilita l'instaurarsi di falde flussi sostanzialmente paralleli al versante; pressioni neutre possono ,quindi , localmente svilupparsi , conducendo ad instabilità in punti singolari". Questa è la situazione oggettiva ed intrinseca di gran parte della montagna campana. In tale contesto fortemente a rischio non solo è complesso operare interventi di assetto idrogeologico , ma è fortemente pericoloso pensare ad opere di urbanizzazione. Spesso si è detto della copertura arborea degradata che ha causato o favorito l'innescarsi dei fenomeni ; è invece da considerare che in taluni casi una presenza di biomasse cospicua e non adatta alla natura dei versanti, finisce per essere concausa dei disastri. Il che significa che la prevenzione ed la tutela dei rischi idrogeologici sia difficile e complesso lo stato fisico del suolo di vaste aree della Regione Campania. Nessun disastro, se non quello naturale della frana, verrebbe mai a realizzarsi, se non vi fossero scelte illogiche o localizzazioni abusive di impianti o di abitazioni che nulla hanno a che fare con 78


la natura dell'evento, ma che sono vittime colpevoli dei disastri naturali. Queste poche precisazioni, sono fondamentali per introdurre il tema, perché problema idrogeologico e disastro ambientale , sono per una serie di cause così intimamente interconnesse. Torna così drammaticamente in primo piano la questione idrogeologica, le cui periodiche crisi, hanno più volte fortemente provato intere comunità regionali con eventi disastrosi la cui memoria dovrebbe suggerire ben altra attenzione a questo endemico nemico. In verità si deve dire che questo triste primato di disastri naturali non è solo appannaggio della Campania, ma è comune a gran parte di tutto il Paese che ancora oggi , nonostante un forte intervento normativo , stenta a trovare un assetto risolutivo per mitigare gli effetti dirompenti dei disastri legati a tali avvenimenti. Il Legislatore già in epoche passate ha posto l'attenzione alla tematica idrogeologica se è vero che vantiamo una legge di pianificazione e di intervento che è del lontano 1923 e precisamente il Regio Decreto Legge n° 3267 del 1923 conosciuta anche come legge Serpieri o legge sul " Vincolo per scopi idrogeologici". Il Regio decreto legge nasce proprio per la esigenza di porre un freno concreto al dissesto idrogeologico delle aree deboli del nostro Paese, con una serie di norme vincolistiche e di interventi finalizzati al recupero del territorio ed alla prevenzione da frane ed alla perdita di suolo, per effetti legati al dilavamento. L'imposizione del vincolo per scopi idrogeologico, vincolo ordinatorio e non inibitorio, in aree a rischio ha fornito un primo strumento di pianificazione grazie ad idonei interventi di natura idraulico forestale ed idraulico agraria e di riassetto fisico dei bacini montani. Nasce anche grazie al R.D. 3267/23 il concetto di intervento integrato che mira a riportare l'intero bacino idrico in una condizione di equilibrio idrico mediante l'analisi dei principali coefficienti udometrici e dell'indice di copertura arborea dello stesso.(indice di dissesto) In questa azione di individuazione delle aree da sottoporre a vincolo per scopi idrogeologici ed alla successiva pianificazione 79


degli interventi idraulici e selvicolturali svolge un ruolo importante l'Amministrazione forestale attraverso i tecnici del Corpo forestale dello Stato. E' stato, infatti, loro compito individuare e progettare le opere idraulico forestali necessarie per il regolare deflusso delle aste del bacino montano e le opere di ricostituzione boschiva e di rimboschimento necessarie per assicurare il regolare deflusso delle acque piovane. In Campania sino agli anni '70 , vale a dire prima della istituzione delle Regioni, cui verrà devoluta la materia in questione con i decreti delegati (DD.PP.RR. 11/72 e 616/77), è stato proprio il Corpo forestale dello Stato , attraverso gli Ispettorati Ripartimentali delle Foreste, ad assolvere la funzione di progettazione e di esecuzione delle opere idrauliche con i finanziamenti recati da specifiche leggi di intervento quali la legge sulla montagna del 1951 n° 991 (legge Fanfani) i fondi dei Pani verde n°1 e n° 2, nonché fondi recati da specifici capitoli del Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste. Cospicui interventi, negli stessi anni, sono stati assicurati anche dai diversi interventi dei progetti speciali di bonifica della Cassa per il Mezzogiorno. Al Ministero dei Lavori Pubblici attraverso gli Uffici del Genio Civile è stata assegnata la competenza idraulica per le parti vallive dei corsi di acqua. C'è quindi una divisione di competenze tra Ispettorati forestali e Genio Civile sul corso dell'asta venendo assegnata ai primi la parte montana e collinare ai secondi la parte di valle sino alla foce. Dei lavori eseguiti fanno ampia testimonianza le numerose opere di assetto dei corsi d'acqua realizzate con briglie e difese spondali, i lavori di rimboschimento e di recupero dei boschi degradati, le altre opere di bonifica e di recupero del territorio montano, A partire dal 1970 la Regione Campania si è sostituita al Ministero per effetto della delega, sia con i fondi di bilancio ordinario, provenienti dai trasferimenti, sia successivamente con una serie di leggi regionali di intervento che a partire dal 1974 (l.r. 28/74) arrivano fino al Piano decennale della legge 11/96 che copre il periodo che va dal 1997 al 2006. Questo naturalmente nel solo settore di competenze dell'Assessorato all'agricoltura e foreste. Prima però di dare alcuni dati relativi alla massa di finanziamenti 80


destinati al settore dal programma decennale, è opportuno fare alcune ulteriori considerazioni sulle norme in materia di difesa del suolo e di assetto idrogeologico che sono state emesse a livello nazionale, in questo lasso di tempo considerato. In particolare alla "legge 183/89 sulla Difesa del suolo" , che ha dato nuovi parametri dell'azione di programmazione per la difesa del suolo e la tutela idrogeologica. La legge ha individuato nuove realtà di programmazione nelle Autorità di bacino, riprendendo ed ampliando l'esperienza dei Magistrati dei grandi corsi d'acqua del nord Italia. Le autorità di bacino nazionali sono competenti per i corsi d'acqua principali che interessano territori di più Regioni, le Autorità di bacino interregionali e regionali da istituire con legge regionale sono a loro volta competenti per corsi d'acqua secondari. Alle autorità di bacino viene assegnato il compito di definire il Piano generale di Bacino con le norme di tutela attiva e passiva delle aree che influiscono sull'intero bacino idrografico, non resta certo chiara la competenza degli interventi e la gestione della materia del vincolo idrogeologico. Al di là di queste considerazioni, si può dire che l'Autorità di bacino nazionale che ci riguarda , vale a dire l'Autorità del Volturno, Liri e Garigliano, ha di recente licenziato il Piano di bacino e le relative norme di tutela e salvaguardia. Discorso a parte riguarda le Autorità di bacino regionale che sono state istituite solo nel 1998 con legge regionale n° 8 del febbraio sono in numero di 7. Quasi tutte le Autorità hanno elaborato la classificazione delle aree di competenza rispetto al grado di pericolosità della stabilità dei versanti, alla presenza di aree con potenziale pericolo di franamento e di frane in atto. Non è quindi più sola la competenza idrogeologica in seno all' Assessorato per l'agricoltura e foreste ma oggi abbiamo una rete o come si usa dire in modo più moderno un network di soggetti competenti che debbono attendere all'azione di studio, pianificazione, programmazione e progettazione degli interventi di assetto delle aree a rischio idrogeologico e di gestione del vincolo o dei vincoli ad esso connessi. 81


A questo quadro istituzionale che ha il suo carburante nei fondi recati dalle specifiche normative, si aggiungono in modo estemporaneo, ma non per questo meno cospicui, gli interventi di norme urgenti e di sostegno per danni da alluvioni o quelli dell'emergenza della protezione Civile nazionale. Basti qui ricordare il Decreto 11 giugno 1998 , n°180 recante misure urgenti per la prevenzione del rischio idrogeologico ed a favore delle zone colpite da disastri franosi nella Regione Campania che ha previsto interventi strutturali per la difesa dal dissesto idrogeologico e per la riduzione del rischio. E' previsto da questa norma un piano straordinario da redigersi a cura delle Autorità nazionali , interregionali e regionali ciascuna per la propria area di competenza volto alla perimetrazione delle aree a rischio idrogeologico molto elevato per la incolumità delle persone e delle infrastrutture. Studi, indagini e diagnosi, quindi, c'è ne sono a sufficienza, ma se i Bacini idrografici sono conosciuti nelle loro più disparate peculiarità, è necessario, invece, dare impulso alla azione di progettazione esecutiva degli interventi , ma ciò deve essere fatto in modo coordinato. E’ necessaria una cabina di regia o di coordinamento che sappia discernere quali sono le aree a rischio e di più urgente assetto e indicare i soggetti deputati all'esecuzione. Non si può tutto demandare allo studio e all'indagine, che sono certamente importanti e propedeutici, è necessario agire , agire bene e presto ed in modo coordinato. Ritornando al discorso della massa di finanziamenti stanziati dal solo Piano decennale dell'Assessorato per l'Agricoltura, nel solo settore della sistemazione idrogeologica con interventi intensivi,opere idrauliche e di difesa, ed estensivi, opere di rimboschimento ex novo e di manutenzione ai rimboschimenti, riporto un quadro riassuntivo relativo al periodo 1997/2004. Come si nota è molto forte la percentuale che il Piano di forestazione e bonifica montana destinata alla difesa del suolo nel suo complesso, alle opere idrauliche ed alla ricostituzione del manto forestale. La tecnica d'intervento che pur essendo già usata dai forestali agli inizi del secolo scorso, sta trovando particolare attenzione negli ultimi anni. L’ ingegneria naturalistica ha il vantaggio di abbinare 82


alle tecniche consolidate di difesa l'uso di materiali naturali, in particolare legno e piante vive che danno un ottimo risultato dal punto di vista della tenuta. Il materiale vivo messo a dimora è costituito principalmente da selvagioni, semi di piante erbacee , talee, giovani alberi e arbusti radicati. Gli interventi possono riguardare versanti con pendenze anche oltre il 50% e riguardano la realizzazione di briglie in pietrame e legname, graticci di pali, graticciate, palizzate. Le maggiori criticità per questi interventi, sono rappresentate principalmente dall'approvvigionamento del materiale vivo che deve essere il più possibile compatibile con gli ambienti ove si debbono realizzare gli interventi stessi. La questione ambientale Non meno complessa ed articolata In Campania risulta essere la questione ambientale. Essa è legata fortemente al disordine idrogeologico e con esso intimamente connessa fino a rappresentare l'altra faccia della stessa medaglia. L'uso del territorio, o per meglio dire la programmazione degli interventi sul territorio, non ha tenuto in nessun conto in talune scelte della sostenibilità, scelte che andavano ad incidere profondamente sulla struttura dello stesso instaurando un processo di degrado fisico ed in taluni casi anche economico i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. Si sono instaurati processi di inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo che hanno prodotto notevoli disastri incidendo profondamente sia sulla qualità della vita che su alcune produzioni di grande valore merceologico della Regione. Basti pensare che il DM 471/97 relativo all'individuazione dei siti di interesse nazionale da bonificare ne individua ben 12 per il solo territorio della Campania, oltre quelli di competenza regionale, provinciale e comunali. D'altro canto non meraviglia, come già visto per la questione idrogeologica, non è solo nella Regione Campania che esiste questo tipo di problema. La direttiva dell'UE relativa alla revisione delle norme di gestione dell'ambiente del 2004 nasce sul considerato che nei Paesi dell'Unione vi sono notevoli siti da 83


bonificare! Purtroppo gli interventi normativi, siano essi promossi dall'UE che dal governo nazionale e regionale, tesi a frenare o prevenire lo stato di degrado, hanno tardato a produrre gli effetti sperati. Il forte abusivismo edilizio, l'uso improprio delle risorse naturali non rinnovabili, la cattiva gestione legata al ciclo dei rifiuti, la errata localizzazione di attività produttive e la scelta non sempre compatibile con la sostenibilità del territorio,come già accennato in premesse, hanno finito per instaurare un progressivo degrado ed un massa di attività illecite che ci pongono ai primi posti nella graduatoria nazionale per illeciti ambientali. Le annuali relazioni di Lega ambiente sulle Ecomafie sona a riscontro di quanto detto. Nel quadro generale relativo alle rilevazioni sull'illegalità ambientale relative alla stima anno 2005 con un totale di 3462 infrazioni rilevate, la Campania si pone al primo posto tra le Regioni meridionali e con una percentuale sul totale nazionale pari al 13,6%! Così per la questione ambientale non sono pochi gli interventi normativi a livello nazionale e regionale che si sono posti l'obbiettivo di arginare lo stato di degrado. Il decreto Galasso del 1985 (legge 431/85) che ha sottoposto a vincolo inibitorio ampie zone del del territorio con i relativi Piani paesisistici che ne regolano le attività. La legge regionale sulle attività di cava e torbiere (legge 54/85 e legge 17/96) la legge sull'istituzione del Ministero dell'Ambiente (legge 349/86) con la introduzione del risarcimento per danno ambientale, la legge sulla istituzione dei Parchi e delle Riserve nazionali ( 394/92 ) , la legge regionale sui Parchi e riserve Regionali (legge 33/93), la leggi sulla protezione dei boschi dagli incendi (legge 47/75 , legge regionale 57/75 ; legge 353/2000), le norme di protezione introdotte per i boschi e le le attività connesse (legge 13/86 e legge 11/96), per finire alla istituzione delle ZPS e dei SIC previsti dalle Direttive europee sulla protezione degli Habita (direttiva 92/43/CEE del 1992). Cosa ancora dobbiamo aspettare perché si instauri quel processo virtuoso di recupero delle aree inquinate e si passi allo sviluppo sostenibile del territorio della nostra Regione, ma anche del nostro Paese? 84


Vi sono interessanti segnali positivi , se infatti si guarda al POR 2000/2006 Asse Ambiente si può vedere quanto spazio è dato al recupero della qualità dell'ambiente e della vita. Gli stessi Parchi e riserve costituiscono i punti di forza dell'intervento ,aspettiamo e con attenzione seguiamo l'evolversi del sistema ambiente, senza abbassare la guardia e sempre pronti a prevenire piÚ che reprimere un cattivo uso od abuso del nostro territorio.

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Il Cause Related Marketing: un punto di incontro tra etica e business? di Enrico Bonetti Professore Associato di Marketing Dipartimento di Economia Seconda Università degli Studi di Napoli

Etica e business sono due termini che per molti rappresentano un ossimoro, una contraddizione in termini, mentre per altri la necessità di coniugarli è considerato un imperativo sempre più imprescindibile. Da sempre, il rapporto tra etica ed affari è ritenuto un tema particolarmente critico, tanto che si assuma l’ottica dell’azienda, quanto che si adotti il punto di vista di chi ne giudica i comportamenti. Relativamente al primo aspetto, la delicatezza dell’argomento, per buona parte deriva dalla considerazione che l’etica è un concetto relativo; ciò che è giudicato etico in un certo Paese, in una certa cultura, da un certo individuo o in un certo momento, potrebbe non esserlo in un altro Paese, cultura, per un altro individuo o in un altro momento. E’ etico, per un’impresa industriale, sostituire alcuni componenti di un prodotto con altri di più scarso valore e di minore qualità senza comunicarlo ai consumatori? E’ etico, per un’industria alimentare, commercializzare in un certo Paese prodotti che, per motivi di salute, sono vietati in altri? E’ etico, per un’azienda che vende componenti industriali, offrire regali al personale addetto agli acquisti nelle aziende clienti? L’elenco di domande potrebbe continuare e le risposte potrebbero rivelarsi molto diverse a seconda di chi le fornisce. Dal punto di vista di chi esamina e giudica i comportamenti delle imprese (si tratti di consumatori, studiosi o stakeholders), anche quando questi siano improntati al rispetto di valori etici, vi è sempre un dubbio di fondo relativamente alle motivazioni che 86


spingono l’impresa ad adottare tali comportamenti; in pratica è legittimo domandarsi se l’etica sia il fine ultimo dell’agire imprenditoriale o se si tratti semplicemente di un mezzo per conseguire scopi meno “elevati”. E’ indubbio che vi siano imprese che, per storia e cultura aziendale, fanno costantemente riferimento a valori etici e pongono particolare attenzione ad istanze particolari, come quelle di carattere sociale o ambientale. D’altronde, è però innegabile che vi siano aziende per le quali tali atteggiamenti vengono indotti dalle istanze dei consumatori o di altri interlocutori o, addirittura, sono la conseguenza della necessità di adeguarsi ad una mutata normativa. Gli strumenti cui le aziende normalmente ricorrono per far conoscere i propri valori di riferimento sono numerosi. Da un lato, vi sono modalità dirette a comunicare le logiche che ne guidano i comportamenti nella gestione quotidiana, tra queste rientrano: la carta dei valori, la declinazione di mission e vision, il bilancio ambientale, ecc. Dall’altro, vi sono azioni esplicitamente connesse a finalità etiche, ma non necessariamente legate alla gestione quotidiana; è il caso della filantropia aziendale e delle sponsorizzazioni sociali. Nell’ambito di questa seconda categoria di strumenti, una posizione di sempre maggior rilievo è ricoperta dal Cause Related Marketing, definito come “il processo di formulazione ed implementazione di attività di marketing, caratterizzato dall’offerta da parte dell’azienda di contribuire con un ammontare specifico ad una data iniziativa o causa, allorché i consumatori partecipino a scambi remunerativi che soddisfano obiettivi organizzativi ed individuali”. Il Cause Related Marketing sembra quindi essere, per certi aspetti, una quadratura del cerchio; infatti, per un verso, consente all’impresa di migliorare la propria immagine, associandosi ad una certa causa, ma con l’”onestà intellettuale” di evidenziare in modo trasparente ai consumatori le condizioni e le motivazioni di tale associazione. Per altro verso, permette ad un’organizzazione non profit di accrescere la propria raccolta di fondi e la propria notorietà. L’ideazione 87

di

questo

strumento

viene

fatta

risalire


all’American Express (lo stesso termine “Cause Related Marketing” è un copyright dell’azienda), che, nel 1982, avviò una campagna in cui si impegnava a donare 5 centesimi di dollaro a diverse associazioni artistiche di San Francisco per ogni acquisto fatto nell’area e 2 dollari per ogni carta sottoscritta. Il successo dell’iniziativa spinse l’azienda a lanciare, l’anno successivo una campagna simile su scala nazionale, il cui ricavato sarebbe stato destinato al restauro della Statua della Libertà; sebbene vennero raccolti 1,7 milioni di dollari a fronte dei 6 milioni spesi per il lancio e la promozione dell’iniziativa, la ricaduta per l’azienda in termini di nuove sottoscrizioni, di comunicazione e di immagine, fu tale da indurla a riutilizzare più volte questo strumento e da favorirne la diffusione a livello mondiale. Nel corso degli anni il Cause Related Marketing ha conosciuto una notevole evoluzione, che si è essenzialmente sviluppata lungo due direttrici: (1) l’ampliamento della tipologia di cause sociali oggetto delle iniziative; (2) l’affinamento delle tecniche e delle modalità di svolgimento delle iniziative. Relativamente al primo aspetto, gli ambiti che sono stati oggetto di iniziative di Cause Related Marketing, così come gli esempi di successo sono davvero innumerevoli; Avon ha raccolto oltre 22 milioni di dollari per sostenere un programma di educazione e prevenzione del cancro al seno; la squadra di basket dei New York Knicks ha offerto prodotti del proprio merchandising in cambio della consegna di un’arma da fuoco; Digital, IBM, Sony e Polaroid hanno sostenuto un programma per favorire la ricerca dei bambini scomparsi o sfruttati. In Italia, Coop ha raccolto oltre un milione di euro con l’iniziativa a favore dei “Bambini del sud del mondo”, per favorire l’adozione a distanza, l’assistenza educativa e sanitaria; Paluani sostiene il “Telefono Azzurro”, la Banca Nazionale del Lavoro è partner di Telethon, l’iniziativa diretta alla raccolta di fondi per combattere la distrofia muscolare. Per quanto riguarda le tecniche e gli strumenti utilizzati nelle iniziative di Cause Related Marketing, è possibile individuare quattro distinte tipologie: 88


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Transaction based; è la formula più tradizionale, nonché la più diffusa, in cui un’azienda profit contribuisce all’attività o ad un progetto di un’azienda non profit, in misura proporzionale al fatturato derivante dalla collaborazione. E’ quanto ha fatto Vodafone che ha dato la possibilità ai suoi clienti di devolvere 1 euro con l’invio di un SMS a favore di un programma per la prevenzione della trasmissione dell’AIDS dalle mamme ai bambini dell’Africa subsahariana;

Joint issue; è una formula molto simile alla sponsorizzazione, in cui un’impresa profit promuove la conoscenza e la diffusione di un’attività o un progetto non profit, eventualmente fornendo anche un contributo di natura economica o tecnica. Un esempio è quello del Monte dei Paschi di Siena che, a sostegno di un programma dell’UNICEF per la vaccinazione dei bambini in Somalia, oltre ad effettuare direttamente una donazione, ha invitato i propri clienti a contribuire all’iniziativa diffondendo, presso i propri sportelli, materiale di comunicazione relativo al progetto;

Licensing; è una sorta di sponsorizzazione inversa, in cui è il soggetto non profit, dietro pagamento di un corrispettivo fisso o variabile, a concedere all’azienda profit il diritto di utilizzazione del proprio marchio in determinati contesti. E’ il caso di BankAmericard che ha ottenuto la possibilità di creare una carta di credito con il marchio WWF, in cambio del pagamento di circa 10 euro della commissione annua e del 2 per mille delle spese effettuate;

Joint Found Raising; è una formula in cui l’azienda profit sostiene una certa iniziativa ponendosi come intermediario tra il soggetto non profit e i propri clienti, i quali possono comunque decidere se e quanto donare. E’ quanto ha fatto la catena di alberghi Starwood che, all’atto del check out, informava i propri clienti circa la possibilità di donare un dollaro a favore dell’UNICEF ed ha raccolto così oltre 5 milioni di dollari.


Indipendentemente dalle tecniche utilizzate gli effetti positivi per le aziende che fanno ricorso a questo strumento possono essere diversi: dall’incremento delle vendite alla fidelizzazione della clientela, dal rafforzamento dell’immagine alla differenziazione dai concorrenti, dall’aumento della motivazione nei dipendenti al consolidamento del brand. Per il soggetto non profit, essenzialmente i vantaggi sono riconducibili ad un incremento della raccolta di fondi ed un aumento della notorietà, propria o di una specifica iniziativa. Naturalmente, come in tutte le forme di partnership, possono sorgere diversi ordini di problemi, connessi all’impossibilità di valutare tutte le possibili conseguenze dell’iniziativa, ad una lettura negativa che i consumatori potrebbero dare alla stessa, al rischio di una potenziale incompatibilità tra i due soggetti. Riguardo a quest’ultimo punto, un aspetto certamente interessante è rappresentato dal ribaltamento del “dilemma etico” il quale, piuttosto che all’azienda, viene a cadere in capo all’istituzione non profit; infatti, sarà quest’ultima a dover decidere se il fine giustifichi i mezzi. In sostanza, dovrà valutare se, pur di riuscire a sostenere una giusta causa, sia opportuno legare il proprio nome ad aziende che, sotto alcuni punti di vista, potrebbero essere considerate non etiche o comunque che non si sono mai contraddistinte per attenzione e riguardo a principi etici. Di contro, la scelta potrebbe essere quella di rifiutare qualsiasi forma di aiuto da soggetti la cui condotta sia anche minimamente opinabile, rischiando però di mettere in pericolo il raggiungimento delle finalità della causa; è, ad esempio, quanto ha fatto Emergency che ha rifiutato i contributi economici offerti dal Governo Italiano, considerato parte in causa nella guerra in Afghanistan in cui l’organizzazione stava prestando la propria opera. L’analisi delle esperienze di successo mostra comunque come le ricadute positive per entrambi gli attori siano più frequenti quando si verifichino due condizioni: l’intenzione reciproca di creare un legame stabile e duraturo e la trasparenza, da parte di tutti, relativamente alle motivazioni alla base dell’accordo ed ai 90


meccanismi di funzionamento dello stesso. In caso contrario, il rischio è di attrarre attenzione sull’iniziativa per le contraddizioni che la caratterizzano, piuttosto che per il suo valore; è quanto si è verificato per Coca Cola, che ha promosso un’iniziativa di ripopolamento della flora in un parco nazionale californiano, utilizzando il suo brand Minute Maid, attraendo così l’attenzione di gruppi ambientalisti che hanno fortemente criticato il marchio per l’utilizzo di un package giudicato assolutamente non ecocompatibile.

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