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the trip N째8 luglio - agosto 2011 / free press tuk-tuk afgani Java occidentale Guatemala / Siria Kapuscinski thetripmag.com


Angie di Valentina Diaconale Nel suo zaino, il mondo. Quattro miliardi di anni a vagabonda-

“Ora mi hai stufato. Ma chi ti credi di essere? Pensi davvero che

re. In questo unico pianeta pieno di acqua.

l'uomo non sia in grado di sopravvivere senza di te? Neanche

Ricordi, nomi, case, piante e colori avvolti nella logora coperta

riesci a reggerti più in piedi e ancora ti credi così onnipotente?

verde. Mattoni e fili elettrici dondolano dietro la schiena se-

Fammi un favore, anzi fai un favore all'intera comunità: vai a

guendo il ritmo dei suoi lenti passi. Monotoni. Incessanti.

Cape Canaveral in Florida. Troverai Atlantis, un mio vecchio

“Cosa stai cercando?” - gli chiede la sua vecchia amica. Quella

amico, che sarà felice di ospitarti per il suo ultimo volo. L'ul-

che ha visto nascere dopo il raffreddamento della crosta terre-

timo Space Shuttle della storia ad andare in orbita. Fatti dare

stre. Quando la Terra e la piccola Theia si scontrarono e nell'ur-

un passaggio così potrai assistere anche alla fine di questa era.

to un po' della massa di questo piccolo corpo celeste si unì al

L'evoluzione è un movimento inarrestabile, l'hai deciso tu quan-

nostro pianeta mentre una porzione fu espulsa nello spazio, ma

do ti sei messo in testa di dare vita a tutta questa baraonda e

abbastanza materiale sopravvisse per formare un satellite orbi-

adesso cosa c'è ancora che ti trattiene?”.

tante. Si, lei, quella bugiarda da cui dipendono le maree.

Dio sbuffa, fa un grande respiro, distoglie lo sguardo da chi l'ha

“Cerco il mio destino ma ancora non sono riuscito a trovarlo”.

appena rimproverato e mentre si incammina verso la Florida

“Hai vagato dalla punta più esterna a nord ad Alert in Canada

rivolge le sue ultime parole alla sua amata Terra. A quella che

fino alla stazione di Amundsen-Scott in Antartide, e ancora non

ha sempre considerato come il suo Angelo. Adesso pronta a cu-

ti è chiara la tua sorte?” - incalza Lei.

stodirsi da sola.

Lui abbassa lo sguardo, si accarezza la folta barba e guarda in alto verso la sua fidata amica. È a lei che rivolge i suoi dubbi e

Oh Angie, Oh Angie,

timori. La sua compagna per tutto questo interminabile tempo.

when will those dark clouds disappear

Quella beffarda che lo prende in giro osservandolo dall'alto.

Angie, Angie,

“Per te è facile. Stai appollaiata lì sopra con un occhio chiuso

where will it lead us from here

e uno aperto a controllare i miei movimenti. Ma qui in mezzo

With no loving in our souls and no money in our coats

a questi sei miliardi di uomini ci sono io. E continuo a vedere

You can't say we're satisfied

queste nuvole scure, e continuo a credere che senza un briciolo

But Angie, Angie, you can't say we never tried.

d'amore nelle nostre anime e senza un soldo nelle tasche dei no-

Angie, you're beautiful, but ain't it time we said goodbye

stri cappotti la storia dei popoli sia condannata a morire”.

Angie, I still love you, remember all those nights we cried

“Il solito pessimista”- sorride Lei, ma subito dopo il suo occhio

All the dreams we held so close seemed to all go up in smoke

posizionato sul vecchio viandante si fa rosso sangue.

Let me whisper in your ear

“Odio quella tristezza nei tuoi occhi... Non è un bene essere vivi?”.

Angie, Angie, where will it lead us from here

Il vecchio annuisce sconfitto, si asciuga le lacrime che gli ba-

Oh, Angie, don't you weep, all your kisses still taste sweet

gnano il viso. È stanco, sa che è arrivato il momento di abban-

I hate that sadness in your eyes

donare gli uomini ma non vuole lasciarli soli. Sente che questo

But Angie, Angie, ain't it time we said good-bye

mondo non è ancora pronto per vivere senza dio. E con un urlo

With no loving in our souls and no money in our coats

di disperazione si rivolge alla sua unica compagna: “Come posso

You can't say we're satisfied

abbandonarli?”.

But Angie, I still love you,

Adesso “la lucente” è vistosamente incazzata. È vero che l'unico

Baby, ev'rywhere I look I see your eyes

movimento che compie è il moto di rotazione intorno al suo asse

There ain't a woman that comes close to you come on baby,

da ovest verso est ma 27 giorni, 7 ore e 43 minuti moltiplicati

dry your eyes

per miliardi e miliardi di anni ad ascoltare le lamentele di que-

But Angie, Angie, ain't it good to be alive

sto stupido vecchio sono decisamente troppi.

Angie, Angie, they can't say we never tried

Per di più essendo guercia.

(Rolling Stones - 1973)

“Dispossessed” di Mateo


sommario

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06 editoriale

eventi dal mondo

Fancesco Zingoni

gli angeli di Acapulco

26 Java Occidentale

la storia dell’astronave

31 54

52 Siria

la danza dei Dervisci

una nomade moderna

66 Brasile

70

68 Firenze

60

64

62 Ryszard Kapuscinski

33 Afghanistan

inviati

Caracas

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20

16 Guatemala

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portfolio

redazione the trip N° 8 luglio/agosto 2011

sede legale via Gasperina 188 - Roma

direttore responsabile Valentina Diaconale valentinadiaconale@gmail.com direttore editoriale Lorenzo Verrecchia lorenzoverrecchia@thetripmag.com art director Andrea Bennati info@andreabennati.com responsabile redazione Francesca Rosati redazione Claudia Bena e Paolo Valoppi photo editor Martina Cristofani responsabile web Veronica Gabbuti responsabile marketing abc project

sede redazione via Apollo Pizio 13 - Roma

editore the trip s.r.l. via Apollo Pizio 13 - Roma

foto Andromalis – metamop.org Gerald Bruneau – balckarchives.com Carlotta Cerulli – carlottacerulli@hotmail.com Gabriele Di Mascolo – gabrieledimascolo.com Salvatore Landi – salvatore.landi@gmail.com Alessia Laudoni – alessialaudoni.com

centro stampa Arti Grafiche s.r.l. via Vaccareccia 57 - 00040 Pomezia

Registrazione Tribunale di Roma n. 329 del 6 ottobre 2009 hanno collaborato Elena Adorni, Cristina Berberi, Simone Bracci, Anna Mastrolitto, Emanuele Kraushaar, Marianna Kuvvet, Simone Perini, Salvatore Saldini, Annamaria Scaramella, Arianna Spagnolo, Francesco Zingoni.

Gianrigo Marletta – vagabondreporters.com Rosario Oddo – rosariooddo.com Alessia Pienzi – alessia.pienzi@gmail.com Cesar Rodriguez – filckr.com/people/woingfat Alexandra Rosati - alexandra.rosati@gmail.com Alessandro Tripodi – alessandrotripodi.it La foto in copertina è di Gerald Bruneau L’illustrazione dell’editoriale è di Mateo - mateo-art.com contatti thetripmag.com info@thetripmag.com - thetripmag@gmail.com


Diffusori di Cultura Olfattiva

l profumo e' emozione. Il profumo e' ricordo. Il profumo e' arte. Il profumo e' incontro. Il profumo e' il viaggio. E il viaggio e' fatto di profumi.

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EVENTI DAL MONDO a cura di Francesca Rosati

SEGNALACI ANCHE IL TUO

BENICÀSSIM (SPAGNA) 14 LUGLIO – 17 LUGLIO “FIB HEINEKEN” Situata nel cuore della Costa del Azahar, Benicàssim è ormai sinonimo di FIB: la città si anima con un festival “eco friendly” che prevede otto giorni di campeggio libero, quattro di concerti, una settimana di attività ed eventi, il tutto su una bellissima spiaggia del Mediterraneo. Tra i tanti altri, quest’anno partecipano The Strokes, gli Arctic Monkeys, i Beirut, gli Arcade Fire e i Portishead. fiberfib.com

ROMA (ITALIA) 22 LUGLIO – 23 LUGLIO “MEET IN TOWN” Anche quest’anno l’Auditorium Parco della Musica di Roma ospita il Meet in Town, un appuntamento d’altissimo livello che fonde stili musicali diversi come quello del rock indipendente e quello della dance e dell’elettronica. Quest’edizione prevede niente di meno che l’unica data italiana dei Primal Scream, che si esibiscono con l’album Screamadelica sul palco della cavea. meetintown.com

OZORA (UNGHERIA) 2 AGOSTO – 7 AGOSTO “O.Z.O.R.A. FESTIVAL” Questo festival di musica psy-trance prevede, oltre alle zone principali (il Main Stage, il Chill Out e il Magic Garden), vari luoghi come il labirinto, il mercato e diversi parco giochi che, insieme alle decorazioni, ai visual e ad altre forme artistiche, lo rendono unico e surreale. E se vuoi fare il pieno di gioia ci sono ci sono gli afterparty fino a lunedì all’ora di pranzo, tra cui quello al Pumpiu Cinema! ozorafestival.eu

ISOLA DI SADO (GIAPPONE) 19 AGOSTO – 21 AGOSTO “EARTH CELEBRATION” Giunto ormai alla ventiquattresima edizione, questo tributo a Madre Natura – l’evento musicale più importante del Paese – si propone come obbiettivo quello di cercare una cultura globale alternativa, tramite collaborazioni con musicisti e artisti provenienti da tutto il mondo. E quest’anno, dopo essere stati messi a dura prova proprio dalla natura, i giapponesi hanno davvero bisogno di riconciliarsi con essa. kodo.or.jp

scrivi a info@thetripmag.com

POPOVKA (UCRAINA) 30 LUGLIO – 27 AGOSTO “KAZANTIP” Nel mese di agosto le spiagge della Crimea ospitano una repubblica che svanisce come un’allucinazione alla fine dell’estate. È la Repubblica di KaZantip, il festival techno-trance più folle del mondo, un’oasi provvisoria, un’isola che non c’è. Si viene catapultati in una realtà a sé stante dove non si usano nemmeno i soldi del mondo reale bensì l'unica moneta riconosciuta, la carta viZa. kazantip.com

FERRARA (ITALIA) 19 AGOSTO – 28 AGOSTO “FERRARA BUSKERS FESTIVAL” La rassegna internazionale del musicista di strada, con i suoi ottocentomila spettatori, è la più grande manifestazione al mondo che celebra questo tipo di arte, e lo fa in un luogo colmo di storia e di fascino. I protagonisti, i buskers (artisti girovaghi, appunto), invadono le strade di Ferrara e regalano allegria e buonumore senza percepire compensi (ricordatevi quindi di essere generosi). ferrarabuskers.com

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SARZANA (ITALIA) 2 SETTEMBRE – 4 SETTEMBRE “FESTIVAL DELLA MENTE” Si tratta del primo festival europeo dedicato alla creatività, che l’anno scorso, giunto alla settima edizione, si è chiuso con quarantamila presenze. Spettacoli, incontri e interventi di scienziati, artisti e letterati – molti dedicati a bambini e ragazzi tra i quattro e i quattordici anni – per cercare di capire come lavora quella macchina tanto affascinante quanto complicata che è la mente umana. festivaldellamente.it

ISOLA DI WIGHT (INGHILTERRA) 8 SETTEMBRE – 11 SETTEMBRE “BESTIVAL” Un vero e proprio Giardino dell’Eden – il Robin Hill Park – nel cuore dell’Isola di Wight. La line-up musicale più eclettica che si possa sperimentare. Zone e luoghi originali come il Bollywood Cocktail Bar e la Hidden Disco. Cinquanta mila persone che festeggiano in armonia senza dimenticare l’impegno sociale ed ambientale del festival. Suonano anche The Cure. Non c’è bisogno di aggiungere altro. bestival.net

TRAVELLING AROUND MUSIC ELETRIC PICNIC STRADBALLY HALL - IRLANDA 2 – 4 SETTEMBRE foto di Alessia Laudoni

Sposarsi in una chiesa gonfiabile, mentre nella notte suonano le note del tuo gruppo preferito? È possibile. Dove? Nella località di Stradbally Hall, alle porte di Dublino, durante l’Electric Picnic, un festival assolutamente da vivere e sperimentare dal 2 al 4 settembre. Quando il clima è ancora mite, la voglia di lavorare fa fatica a manifestarsi e il sapore dell’estate è ancora così vivo , si consiglia un’immersione nel verde di uno dei festival europei più apprezzati del mo-

mento, ma ancora di “nicchia” rispetto ad altri macro-festival, per la qualità delle scelte musicali, artistiche e dei servizi extra, quali ristorazione, ospitalità ed iniziative eco-friendly. Una manifestazione con coscienza, che accompagna l’esaltazione dello spirito in tutta la sua essenza e che segue la corrente della Zeightgeist Generation. Si può incontrare di tutto durante i tre giorni della kermesse che chiude il ciclo dei festival estivi: musica, arte, cinema, installazioni, spoken words, circo, teatro, finti matrimoni, ma anche viaggi sciamanici, sauna, yoga, medicina alternativa e benessere nello spazio Body&Soul, pensato per soddisfare anche i più esigenti o “alternativi” frequentatori del Festival. Sarà per la ricchezza delle attività e l’atmosfera rilassata che già tre mesi prima dall’inizio dell’evento i biglietti risultano es-

sere sold-out. Anche per quanto riguarda la musica, ce n’è per tutti i gusti e tutte le esigenze sonore: Pulp, Pj Harvey, Arcade Fire, The Chemical Brothers, Blonde Redhead, Beirut, Public Enemy, Dj Shadow, Mogwai, Paul Kalkbrenner, Micah P. Hinson, Twin Shadow, Trentemoller, etc, etc, etc… La risposta irlandese ai cugini inglesi di Glastombury, ma più giovane, fresca e meno “contaminata”. Colorato anche sotto la pioggia, pischedelico, allegro, esuberante ed eccentrico. In definitiva, un circo di emozioni. electricpicnic.ie Anna Mastrolitto travellingaroundmusic.com in alto: Jarvis Cocker il cantante dei Pulp

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intervista

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è una spiaggia o forse un deserto di Valentina Diaconale

Ricordi il tuo nome? Qui dove sono ora - un atollo disperso nel Pacifico Centrale, duemila chilometri a sud ovest di Okinawa - mi chiamano Mauke Nuha, "schiena sorridente". È a causa della grossa cicatrice che mi solca la schiena, che sembra un sorriso. Ma questo non è il mio vero nome. Chi ti ha dato questo nome? È un regalo dei nativi dell'isola. Un popolo eccezionale, che vive ancora secondo tradizioni antichissime, in un modo che noi occidentali giudicheremmo selvaggio. Quest'isola non appartiene a nessun arcipelago, le isole più vicine distano due settimane di navigazione in wa'hay (le loro lunghe canoe, dotate di vela e bilanceri laterali). Spesso non è nemmeno segnata sulle carte nautiche tradizionali. Per arrivare qui è indispensabile interpretare un rebbellib (o, come lo chiamano qui, rewe’llib), una fittissima ragnatela di bastoncini di legno incurvati e piccole conchiglie, una complessa carta nautica dove le conchiglie rappresentano le isole e i bastoncini, in base al loro spessore, tracciano le rotte di navigazione oppure i moti ondosi dell’Oceano. Ah, una curiosità: l'isola si chiama come me, motwy Mauke'Nha, l'isola dalla schiena a sorriso, a causa della formazione rocciosa centrale che sembra tracciare la sagoma di un boomerang. Da quanto tempo sei qui? Ho trascorso sull'isola nove mesi. Il tempo per imparare la loro lingua (un mix tra tahitiano e rapa-nui, con però alcuni fonemi unici al mondo e di provenienza misteriosa). Il tempo per farmi addestrare all'uso della wa'hay e per tentare di carpire alcuni dei segreti indispensabili per domare l'Oceano a bordo di queste fragili canoe. Il tempo di diventare uno dei

wa’kiydo, i cercatori di perle. Un mestiere davvero durissimo e logorante. All'inizio sono caduto preda del taravana (qui chiamato tara’wanay), il male dei pescatori di perle. Una febbre epilettica causata dai continui sbalzi di pressione e di ossigenazione del sangue.

una casa unica al mondo nel suo genere, sospesa sull’estuario del Taf, affacciata su un panorama mistico e pieno di suggestioni. Qui Dylan Thomas ha trovato ispirazione per molte delle sue più affascinanti composizioni, luoghi come St John’s Hill e il Colle delle Felci hanno dato il titolo ad alcune delle sue poesie più note. Robert Allen Zimmerman si ispirò a lui quando adottò il nome d’arte Bob Dylan nel 1961. Cosa puoi dirmi di quel libro sgualcito che hai tra le mani? Ah, questo? Era un libro... ma l'Oceano ne ha cancellato tutte le pagine. Ci sarebbe una storia lunga da raccontare su questo libro. Per ora posso dirti che con molta fatica ho staccato una ad una le pagine che l'acqua salmastra aveva incollato tra loro… e l'ho trasformato nel mio “diario”. Vuoi che ti legga qualcosa? Vediamo… pagina 27: il polistirolo la lana di vetro la noia alla prova del vero il retrogusto del biglietto del metro spesso il male di vivere ho incontrato ero io stesso riflesso nelle vetrine sotterranee tra Broadway e Bowery, con gli occhi rossi ed enormi per l'hoffmaniano, SuperSimpson sottolingua, ricordi? sono passati appena nove mesi ma sembra un'altra vita patton massive attack ist demagogie blasphemie politiki un giorno di tanti anni fa in cui strafatti non riuscivamo più a uscire dalla metropolitana e stavo quasi per mettermi a piangere Questo libro ha molto a che vedere con Dylan Thomas. Attraverso il ricordo di ciò che un tempo era scritto su queste pagine, ho trovato una guida che mi condurrà nel luogo dove forse ritroverò il mio nome: una spiaggia a forma di clessidra. Una spiaggia senza fine, una proiezione della mia coscienza. Una spiaggia, o forse un deserto.

Ma il tuo viaggio non si è interrotto nel Galles, vero? No, poi ci sono stati i Soul Travellers. Si tratta di una comune di backpacker, hobo e hippie sulla costa orientale di Taiwan, pochi chilometri a est di Taipei, dentro un ex aerea militare abbandonata. È stata la mia casa per un paio di mesi, il mio rifugio di perdizione, il fragile confine su cui ho vagato in preda alla disperazione, quando infine ho scoperto il mio vero nome. E il suo nome. E il nostro destino. Un segreto così drammatico che la mia mente aveva deciso di tenermelo nascosto, cancellandolo con l'amnesia. Qui il cerchio si è chiuso. Nascosto in quello che sembrava uno strano volantino scritto in giapponese, trovato chissà come da una ragazza della comune che collezionava "messaggi nella bottiglia", ho trovato il suo ultimo messaggio per me. Che tipo di messaggio? Nel Pacifico esiste un tradizione, chiamata Kula, o Cerimonia dei Doni: tutto ciò che viene ricevuto in dono non può essere trattenuto, ma deve essere nuovamente donato, lasciato libero di viaggiare, lungo rotte che diventano spirali senza fine. Così era il suo messaggio: un biglietto che ha vagato per il mondo, che dentro di sé conteneva una molla che lo ha fatto moltiplicare e viaggiare sempre più lontano. Ma, allo stesso un tempo, un messaggio che potevo capire davvero solo io. E infine è arrivato qui, tra le mie dita. Ieri sera ho scritto una lettera alle persone che amo. Tra poco spingerò in acqua la prua della mia wa'hay. Così avrà inizio il mio ultimo viaggio. La storia di Mauke Nuha, di Sebastian Haller e dell'uomo che, prima di ritrovare il suo vero nome, ha attraversato tre continenti vivendo queste due vite fittizie, è la storia raccontata da Francesco Zingoni nel suo romanzo d'esordio, "Demian Sideheart" (Outsider Edizioni, 648 pag.). Un'Odissea vissuta su un sottilissimo confine tra sogno e realtà che accompagna ogni singola pagina delle avventure di Demian Sideheart.

Ma cosa ti ha spinto fin qui? Cosa stai cercando? Questa è una domanda difficile... Io ho perduto la memoria. Mi sono trovato qui senza ricordi e senza identità. All'inizio ero come un demente, e la mia vita sembrava confondersi col sogno… Ed è stato proprio un sogno a rivelarmi il primo ricordo. Ho sognato il viso di una donna. E ora sono alla ricerca del mio nome. E del nome di questa donna. Adesso dove ti trovi? Nel Galles, a Laugharne. Per arrivare fin qui, da Okinawa, ho dovuto comprare un passaporto falso. Ora mi chiamo Sebastian Haller: questo è il secondo nome fittizio che mi ha dato la sorte. Mi sono lasciato guidare da quel sogno e da una poesia, credendo che avrei trovato qui la nostra casa. Ma non è stato esattamente così. Appena ho messo piede all'aeroporto di Cardiff e ho sentito parlare in cymraeg… ho capito che questa non era la mia lingua! Eppure questo posto ha qualcosa di familiare. Sento di essere già stato qui... (Ydych chi wedi bod yma o'r blaen? Sei già stato qui in passato?) Laugharne? La città dove è vissuto Dylan Thomas? Certo, il grandissimo poeta gallese, forse l'ultimo poeta maledetto. Una personalità tormentata, a tratti comica, sempre eccessiva. Alcolizzato, morì di delirium tremens nel 1959. Qui a Laugharne, dove ha vissuto a lungo, c'è la sua houseboat, ritratto di Dylan Thomas

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sin fronteras di Simone Perini foto di Gabriele di Mascolo què lejos està mi tierra y sin embargo, que cerca, o es que existe un territorio donde las sangres se mezclan. “Milonga de andar lejos” Daniel Viglietti

“La Bestia”, Il treno merci usato dai migranti come unico mezzo di locomozione


racconto di viaggio

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in attesa de “la Bestia”

migranti iniziano il viaggio verso gli Stati Uniti

un posto senza possibilità di scegliere dove l'unica alternativa possibile è la fuga ma è proprio qui che iniziano i problemi Esiste un centro. E di questo una periferia. Esiste una direzione, anzi due, opposte. Una linea sulla terra. Chi sta da una parte e chi sta dall'altra. Poi magari si gioca e le posizioni cambiano, ma l'inizio è chiaro, impossibile non capirlo. O di qua o di là. Un bastone nella sabbia, un gesso sull'asfalto, una linea sulla carta geografica. Poi si fanno le squadre. Il capitano è sempre il capitano e decide. Il mondo ne è pieno. Le nazioni ne sono piene. Capitani, marescialli, presidenti. Loro scelgono i giocatori, loro interpretano le regole. Sono secoli che le spiegano. Da stamattina non le capisco più. Il gioco dei bambini è sempre ad armi pari. Davanti alla disuguaglianza di opportunità, nel gioco, anche il bambino

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più timido diventa un ribelle. Se non è uguale per tutti il gioco non vale. E se va avanti lo stesso io non gioco. Braccia conserte. Punto. Nessuno può smuoverlo. Meglio la morte che giocare con queste regole. Meglio la morte. Centro America, Guatemala, Sud. Le squadre sono fatte da tempo. Si è giocato abbastanza da capire che quelli dall'altra parte sono i più forti. Da questa parte, capitani poco rappresentativi continuano a spiegare regole che non si riescono più a capire. Non oggi. Si è nati in un posto senza possibilità di scegliere, e la squadra uno se la trova già bella e pronta, credendo che tutto il mondo sia quel cortile, quel pezzo di terra. La mia terra è povera, non è sviluppata, non siamo stati capaci, trop-

pa delinquenza, troppa droga, troppa corruzione. A forza di ripeterlo si finisce per crederci, deve essere vero. Poi si scopre l'Altrove, raccontato, immaginato, telefonato, possibile. Le luci, ancora non viste, da lontano abbagliano, come un richiamo, un insulto, una provocazione a cui non si resiste. Le voci vanno e vengono, da Nord a Sud e viceversa. Sul filo e sui binari. Un flusso continuo. Quel che rimane qui invece, immobile, è la violenza. Della miseria, dei colpi per strada, dall'esodo verso una vita migliore, della famiglia che si riunisce in un phone center, del denaro ricevuto in agenzia, quando arriva. Briciole che cadono dalla tavola. Tutto ha un diritto e un rovescio. E chi non si accontenta di stare a testa in giù sul

mappamondo, allora parte. Si decide di seguire la voce all'altro capo del telefono. Il corpo viene contrabbandato come una merce. Una merce illegale. Un tanto al capo, due tre mila dollari a testa. Francobollo stampato in fronte e ci si spedisce al Nord. (Se per le regole valessi quanto un casco di banane!). No. Le regole sono altre. Sono scritte. Non da me. Allora ci si rivolge alla jungla. Anche lì esistono regole. Non scritte ma che tutti conoscono. Tutti conoscono il coyote, lui conosce la strada. “Come il lupo e lo sciacallo, il coyote è un predatore opportunista. Si nutre di mammiferi, anche di carogne, dai roditori ai grossi cervi alle capre, ai migranti”. Li cerca, li scova, ne mangia le speranze un po’ alla volta.

Ma anche il suo è un ruolo del gioco. Qualcuno deve pur farlo. Incassa i soldi e accompagna i giocatori dall'altra parte della linea. A volte solo fino al confine. La bestia, insieme alle altre merci, porta in groppa i viaggiatori. Le merci al coperto, nei vagoni sennò si rovinano, gli esseri umani dove avanza spazio. Chi cade rimane dietro, spesso invalido. La chiesa, vicino casa, offre la salvezza delle anime ad un prezzo accessibile, ma durante il viaggio regala qualche pasto caldo e un paio di notti all'asciutto. Dio ti benedica. Gratis. Alcune frontiere sono linee sulla cartina. Alcune sono solchi scavati sulla terra. E barriere, filo spinato, muro, guardie e vigilantes. Il Nord si protegge. Si concede a piccole dosi.

Chi tocca il muro e nessuno lo vede, passa. Chi viene visto ritorna indietro, di due passi, tre paesi e una gamba in meno. Ritenta e sarai più (in)fortunato. Sennò il carcere: stai fermo un giro. Se compri la carta deserto, devi attraversarlo. Se muori rimani lì. Archeologia delle migrazioni, la chiameranno un giorno. Chi passa va avanti di un quadro. Stati Uniti d'America. Altra periferia, altro Sud, altri capitani, altro gioco. Chi riesce a rimanere di qua manda indietro lettere, denaro, bagliori. Che incrociano gli altri viaggiatori in opposta direzione. Chi non riesce, si perde. Il quadro cade. Meglio la morte che giocare con queste regole. Meglio la morte, dice chi sta in piedi e guarda il gioco. Non il suo.

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curiositá

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gli angeli di Acapulco i clavadistas della Quebrada di Paolo Valoppi foto di Cesar Rodriguez Dicono che in Messico viaggiare di notte sia pericoloso. Me lo ricordano in tanti, tra conoscenti e parenti, così io e i miei amici tracciamo l’itinerario cercando di evitare tragitti notturni. Città del Messico, Playa del Carmen, Puerto Escondido, giriamo il Messico in lungo e in largo ma gli unici “cattivi” sembrano essere i poliziotti, che tra minacce di multe e finti controlli trovano sempre il modo di spillarci dei soldi. La prossima tappa sarà ad Acapulco, vogliamo vedere i famosi “clavadistas della Quebrada”, tuffatori professionisti che si esibiscono diverse volte al giorno tuffandosi da altezze vertiginose, fino a trentacinque metri, in un’insenatura larga pochi metri e profonda ancora meno. Appena arriviamo a La Quebrada, uno strapiombo situato nel piccolo fiordo dell’Oceano Pacifico, ci dicono che i clavadistas stanno per esibirsi e, come per ogni esibizione che si rispetti, dobbiamo sbrigarci per assicurarci i posti migliori. Da una parte del crepaccio, su un sentiero protetto, ci sono numerosi locali, un ristorante tipico messicano, molti negozi di souvenir e artigianato, ma soprattutto una piccola cappella dedicata alla Vergine Maria, alla quale spesso i tuffatori si rivolgono prima del vertiginoso salto nell’acqua. Scendiamo il sentiero, la folla è adunata, sulla parete rocciosa gli spericolati tuffatori calco-

lano attentamente il flusso del mare. Il riflusso marino varia costantemente le profondità e un tuffo effettuato al momento di bassa marea potrebbe essere fatale. Lo spettacolo è suggestivo, i giovani ragazzi messicani sembrano angeli in caduta libera. Una volta terminata la perfomance, i tuffatori, giovani sorridenti, gentili e disponibili, passano tra di noi per essere ringraziati ma ancora di più, per ricevere un’offerta in denaro che, per chi vuole, può essere ricambiata con una foto ricordo. Dopo l’esibizione ci mangiamo qualcosa, ormai è quasi ora di cena. Mentre ordiniamo il proprietario del ristorante ci dice che il momento migliore per assistere all’esibizione è durante la notte, di solito intorno alle dieci: le luci poste sulla scogliera rischiarano l’intera insenatura e la performance viene illuminata da torce infuocate che i clavadistas trattengono anche durante il salto, rendendo l’impresa ancora più unica ed emozionante. Assistiamo all’esibizione notturna, l’atmosfera è suggestiva e affascinante e dopo i tuffi si leva un lungo e fortissimo applauso. Per concludere la serata, prima di andare e raggiungere la città, ci beviamo un drink in uno dei locali vicini. Ci sono molti turisti, alcuni italiani, scambiamo due chiacchiere e chiediamo un consiglio su dove dormire ad Acapulco. Si è fatto tardi,

è ora di andare. Prima di salire in macchina facciamo la conta per scegliere il guidatore. Non tocca a me, per fortuna. Mi piazzo sul sedile davanti e in un attimo mi addormento. Mi sveglio di colpo, all’improvviso, uno dei miei amici mi scuote mentre l’altro è fuori dalla macchina che parla con un tipo dall’aria poco raccomandabile. Non capisco, mi sento ancora rintronato, mentre scendo dalla macchina vedo il mio amico dare le chiavi al signore, che senza chiedere niente entra nell’abitacolo e mette in moto. A quel punto comincio ad inveire, contro i miei amici, contro il signore. La situazione mi è ancora poco chiara, entro in macchina e tento di riprendere possesso delle nostre chiavi. In un attimo ho il cuore gelato e una pistola a tamburo che mi preme sulla fronte. Ora è tutto tremendamente esplicito. Adesso è il signore che comincia a gridare, io non parlo, l’unica cosa che riesco a dire è “scusa”. I miei amici mi tirano per la maglietta sperando di rivedermi tutto intero, l’uomo abbassa la pistola, mette in moto e si allontana con la nostra macchina. Rimaniamo così, nella notte, infradito e calzoncini, senza un telefono né soldi per chiamare. Ci avviamo verso i locali per chiedere aiuto a qualcuno, e mentre in testa ripercorro l’accaduto, guardo i miei amici e dico “ci facciamo un tuffo?”.

l’allenamento dei tuffatori

un tuffatore si rivolge alla Nostra Signora di Guadalupe

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la storia dell’astronave di Emanuele Kraushaar foto a cura di Veronica Gabbuti

l’astronauta ed ingegnere NASA Jeffrey N. Williams, durante un’escursione extraveicolare di 5 ore e 54 minuti. Agosto 2006 NASA/courtesy of nasaimages.org


racconto di viaggio

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Buzz Aldrin sul suolo lunare. Foto scattata da Neil A. Armstrong. 20 Luglio 1969 NASA/courtesy of nasaimages.org

vista dela Terra dall’Apollo 11. Luglio 1969 NASA/courtesy of nasaimages.org

Franco Ci sono cose che non è facile dire in pubblico. Comunque ho preso coraggio e ho tirato fuori la storia dell’astronave. “Sì insomma era triangolare, si è fermata sulla mia testa e poi è volata verso l’alto scomparendo nello spazio”. Io stesso non avrei creduto ad una delle mie parole, se le avesse dette un altro. Ma quella notte a fare il bagno dalle parti del castello c’eravamo io e Matilde. Solo che dato che lei non voleva far sapere di aver passato la notte con me, ecco che sono l’unico testimone. Al bar sembrano ancora più disattenti che dai carabinieri. Ho raccontato la mia storia, perché sentivo di doverlo fare e poi ho aperto “La Gazzetta dello Sport”. Ma senza leggerla: era come se aspettassi la reazione di qualcuno.

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Matilde Il problema è che al bar a nessuno importava niente di queste cose. E poi forse di storie come la mia se ne sono sentite così tante che ormai sono sputtanate. O magari la gente ci crede pure, ma in fondo di questi tempi anche un’astronave aliena non cambierebbe la vita a nessuno. “E che ci facevi a Santa Severa da solo?” mi ha chiesto mio cugino, sorridendomi. Mi si è avvicinato con un tono confidenziale. “Senti, a me dell’astronave triangolare non me ne frega molto, ma mi piacerebbe sapere chi ti sei fatto questa volta…”. Pochi sanno infastidirmi come mio cugino. Non ha ancora quattordici anni, ma sembra voler bruciare le tappe. Fuma, forse si droga, è già stato bocciato due volte e si impiccia

sempre delle cose degli altri. E meno male che sono riuscito a farlo stare zitto, senza fare il nome di Matilde. Proprio il giorno seguente infatti ho saputo che era sparita di casa. I genitori erano disperati e dopo un paio di giorni la notizia è finita sui giornali e in televisione. A quel punto ho deciso di non parlare più a nessuno della storia dell’astronave. Ogni tanto qualche bambino ancora mi chiede, ma io faccio finta di niente. Solo che è quasi una settimana che non riesco a chiudere occhio. Penso continuamente a Matilde e da ieri ho incominciato a credere che la sua sparizione abbia a che fare con la storia dell’astronave.

Ieri notte, o forse qualche settimana fa o magari domani o proprio adesso, vado al mare con Franco. C’è un buio di pece intorno ad ogni cosa. “Facciamo il bagno” dice Franco. Così mi spoglio ed incomincio a correre verso il mare. Mi butto in acqua, mentre lui fa capriole sulla sabbia. In quel momento vedo una luce fortissima che mi avvolge completamente. Franco lo perdo di vista e dopo un po’, quando è tornato tutto nero, esco dall’acqua. Non c’è più, rimangono solo le sue impronte. Corro verso la strada e faccio l’autostop. Il tipo che si ferma ha una brutta faccia, così al primo bar gli chiedo di farmi scendere. Telefono a mio padre,

che è venuto a prendermi dopo una mezzora. Ho ancora i capelli bagnati e mio padre dice: “Con chi eri?”. Voglio dire Franco, ma quando penso alla parola Franco non mi viene in mente niente. Quella stessa notte faccio un sogno che sembra vero. E in questo sogno – che sembra vero come vera è la realtà o anche di più – io sono un’astronave che cavalca veloce lo spazio e addosso mi vengono luci di tutti i colori, anche colori che non esistono, ma che da quel momento per me esistono eccome. In questo universo, in cui sono come un lampo, ci sono statue enormi che solo a distanza sembrano meteoriti o altri piccoli pianeti, ma che invece si rivelano come statue o meglio grosse teste, che poi sono le teste di quello che io pensavo...

Ecco, questo non mi va di dirlo, anche perché tutto quello che è venuto fuori da questo sogno è quello che comunque ho scritto la mattina seguente: ho corso fino in fondo lo spazio profondo e ho camminato come su una polvere spaziale per arrivare fino da te ma tu non c'eri c'era solo il ricordo che è una statua immobile al centro dell'universo F

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La prima parte è pubblicata in Tic, Atì Editore 2005

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Beniayu e i sotterranei di Java testo e foto di Gianrigo Marletta

l’entrata alle grotte di Java


racconto di viaggio

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esploratori seduti all’interno delle grotte

5 uomini nel sottosuolo di Sukabumi tra il rumore dell'acqua e il buio di 54 metri di profondità Avanzavamo con l’acqua fino al petto ed il fango alle ginocchia. I monumenti si lasciavano scoprire solo pochi metri alla volta. Inghiottiti da un buio assoluto si svelavano solo quando la luce calda delle lanterne a gas li illuminava. Dei monumenti. Dei veri e propri monumenti. Sotto ad un paesaggio tipico indonesiano, collinare, rivestito di foresta pluviale, fatto di risaie smeraldine a terrazza, di palme, banani e villaggi di contadini, si apre un mondo vasto e completamente oscuro. La spedizione partì alle sette del mattino. Cinque uomini in tuta da minatore, con le fiammelle delle lucerne a gas ad illuminare la via dal frontalino dei

caschi. Una squadra di quattro esperti, più un fotografo, intenta ad esplorare e documentare il sottosuolo di Sukabumi, nella Java occidentale. Ci calammo con una fune per venticinque metri da un buco largo appena uno e mezzo. La corda ci posò in una macro caverna detta “cupola”: uno stanzone di pietra che ricorda molto il Pantheon romano. Prima di discendere, però, pregammo. Un momento di silenzio in cui ognuno chiese al proprio dio di salvaguardare la spedizione. In Indonesia la terra trema costantemente. Quasi ogni giorno, da qualche parte, un terremoto del sesto grado scuote il sottosuolo. “Ti prego, fa che oggi

la terra rimanga immobile”, era la mia preghiera. Ci calammo al centro della “cupola”. Da qui partiva un reticolato di tunnel e cunicoli scavati dall’acqua nella pietra calcarea. Un tunnel che si estende per quattro chilometri. L’UNESCO, ci aveva detto il capogruppo, dichiarò Buniayu come il “miglior sistema di caverne nel Sud Est asiatico”; un complesso che conta ottantatre macro caverne ed un migliaio di micro grotte formatesi circa duecento milioni di anni fa. Un’area calcarea che si estende per oltre duecento ettari. Marciammo in discesa, in direzione del centro del pianeta, fino a raggiungere i cinquantaquattro metri di prole formazioni calcaree svelano particolari composizioni

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racconto di viaggio

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Arianna Spagnolo SÃO PAULO “Tanghetto” una milonga a Itaim Bibi Il tango mangia la notte anche ai paulisti. E non importa se vivi nella mecca del samba, ad Itaim Bibi troverai un ritaglio di respiro bonaeriense, aspro come il fumo, fugace e intenso come un abbraccio milonghero. E allora quella commedia farà ridere anche te. E ti sentirai anche tu un pò quella madre divorziata che si stringe al suo nuovo compagno davanti all’acerba figlia ribelle. E un pò quella maîtresse, mai prostituitasi per sesso, che accoglie e sistema via via la gente che arriva. Un pò quel ragazzo che balla guardandosi allo specchio e abbassa lo sguardo, perchè non lo sa sostenere. Sarai e ti sentirai parte di quel circo che tanto ami e tanto scansi, mentre le tue suole toglieranno lustro al parquet.

Salvatore Saldini INHASSORO - cucinare alla mozambica Passeggiavo per le polverose vie di Inhassoro, un villaggio di pescatori a nord di Maputo, quando mi sono imbattuto in una famiglia intenta a cucinare. All'ombra di un frangipane, le donne erano affacendate in laboriose opere culinarie, mentre gli uomini se ne stavano seduti al tavolo a giocare a dama e bere Sura (bevanda alcolica derivata dal cocco). Mi addentrai nel patio e dopo qualche minuto mi ritrovai alle prese con un mortaio a ridurre in polvere chicchi di riso e noccioline. La poltiglia ricavata si mescola al latte di cocco e si lascia bollire per circa 20 minuti. Si aggiungono foglie di cavolo e si attende per altri 15 min. La Matapa è quasi pronta. Aggiungente la polpa di granchio lessa o gamberetti affumicati e servire con riso in bianco.

il paesaggio intorno ai sotterranei

Annamaria Scaramella MADRID - la scommessa di Rizoma festival fondità. Godemmo della maestosità dei monumenti, apprezzando l’umiltà della natura che li aveva creati e poi nascosti nella completa oscurità. Il vasto fiume, che in origine formò i cunicoli, oggi riposa tranquillo e stagnante in alcuni punti della grotta, mentre in altri scivola violentemente precipitando tra le fessure nella roccia. Le formazioni calcaree e saline, modellate dall’acqua, svelano composizioni simili a sculture, fontane, sepolcri, piscine, cattedrali, cupole e colonne. Lungo i cunicoli e nelle “stanze” l’acqua calcarea forma le stalattiti e le stalagmiti. Le prime nascono dai frammenti di calcare lasciati dalle gocce cadenti dalla superficie superiore, allungandole di un millimetro l’anno. Le stalagmiti invece sono formate dalle gocce che cadono dalle stalattiti. Goccia dopo goccia il calcare depositato forma dei coni simmetrici e identici a quelli che

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pendono direttamente sopra. Le pietre laviche, rotolate fin qui dall’esterno e trasportate dal fiume, aggiungono un tocco di varie tonalità di grigio, altrimenti mancanti. Fino al 1982, ossia quando il Dottor R.K.T. Kho, assieme ad una spedizione di speleologi francesi, mappò la caverna, nessuno osava addentrarsi nel sottosuolo di Java. I contadini del luogo e i loro antenati hanno da sempre creduto che dentro dimorasse un demone. Ma ad abitarvi in realtà vi sono solo pochi animali ciechi: pipistrelli, pesciolini, grilli con le antenne lunghe fino a quattordici centimetri - sensori per compensare la cecità - ed un tipo di ragno che, sembrerebbe, ad un certo punto della sua evoluzione si sia mischiato con il granchio. Un mondo sotterraneo facilmente paragonabile a quello subacqueo corallino visto dai sommozzatori. Dopo quattro ore di cammino, di scalata, di

strisciata e di marcia rannicchiata, un raggio di luce bianca penetrò dall’alto tagliando in due il nero che imbottiva la caverna. Ci eravamo dimenticati di quanto la vita apparisse più semplice alla luce. Seguimmo il raggio e sgattaiolammo tra la crepa nella roccia. Alla vista, tra il bagliore accecante, tornò il verde, lo smeraldo, i banani, le palme e il caldo soffocante. Non lontano si udiva il fruscio di una cascata. Era l’acqua dello stesso fiume che creò le caverne e che adesso si tuffava da un dislivello alto una ventina di metri. Seguimmo il suono scrosciante dell’acqua e raggiungemmo la cascata. Ci lavammo e ci rinfrescammo, ognuno grato al proprio dio per non aver fatto tremare la terra, ringraziandolo per aver creato e condiviso con noi tanta splendida maestosità.

In botanica Rizoma è un fusto orizzontale simile a una radice, sotterraneo o strisciante in superficie, che costituisce un organo di riserva. La metafora del Rizoma è stata adottata da Deleuze e Guattari per indicare un tipo di ricerca filosofica che procede per multipli, senza punti di entrata o uscita ben definiti e senza gerarchie interne. Nato nel 2010 con l’obiettivo di stabilire un dialogo fra la realtà urbana e quella rurale, Rizoma è un festival interdisciplinare di musica, cinema e arte. Dopo una prima edizione celebrata la scorsa estate a Molinicos, piccolo paese della Sierra del Segura (provincia di Albacete) dove abitanti e visitatori hanno condiviso un fine settimana all’insegna del divertimento e della cultura, a settembre il festival approderà a Madrid.

Simone Bracci LOS ANGELES – dal deserto a la playa Scendiamo dalla San Fernando Valley giù per la collina che sovrasta Hollywood. Il sole alto ci trascina a sud del Wilshire Boulevard, mentre tagliamo orizzontalmente l’asfalto dei grandi vialoni alberati, passando dal glamour di Melrose, al lusso di Beverly Hills. Si può trovare di tutto nella Città degli Angeli perdendosi tra i suoi incroci. Una volta superata la foresta urbana che delimita Little Ethiopia imbocchiamo la Santa Monica Freeway che ci conduce al mare. Scegliamo l’ovest e giriamo a sinistra nel profumo dell’Oceano Pacifico. Sorpassiamo Venice Beach e accostiamo cercando parcheggio nell’insenatura di Marina del Rey. Siamo a ridosso della spiaggia, obbiettivo “Cabo Cantina”. È ora di ordinare nachos e margarita!


tuk-tuk afgani reportage fotografico di Gerald Bruneau blackarchives.it

I tuk-tuk più famosi sono quelli che sfrecciano per le strade rumorose e affollate di Bangkok, importunando qualsiasi turista. Ma esistono anche ad Herat, dove di turismo ce n’è davvero poco. Apette dai colori sgargianti, solitamente sprovviste di tassametro e decorate con immagini religiose si muovono in un paese in guerra, sotto gli sguardi penetranti e spesso ostili degli uomini e quelli invisibili delle donne, coperte dal mistero dei burka. Dieci scatti inediti del grande Gerald Bruneau. Dieci scatti “rubati” senza farsi notare, in un paese dove lo straniero non è ben accetto e dove si rischia la vita ogni secondo, in ogni angolo.


the trip

macro Lisa Eleuteri Serpieri, Kero, Nike Brass Alghisio, Flavio Carbonaro Solo, Zaelia Bishop e Andromalis. 6 nomi, 6 punti di vista, 6 personalità. 6 artisti. Sei modi diversi per reinterpretare le copertine di the trip uscite nel 2010. Il 4 maggio 2011 al MACRO, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, in collaborazione con CTS e l’Ente per il Turismo di Vienna, the trip ha presentato

a sinistra: vista dall’alto della hall dell’ala storica del MACRO durante l’evento “ViennArt”.

“ViennArt”, un evento che ha accolto più di 1500 persone tra diverse performance musicali e artistiche. Le fotografie delle copertine del magazine - rigorosamente in bianco e nero – uscite nel 2010 sono state rielaborate attraverso l’utilizzo del colore, che ogni artista ha deciso di maneggiare seguendo la propria tecnica, il proprio stile e le sue personali caratteristiche.

in alto a destra: Andromalis in primo piano durante la perfomance, a seguire di spalle Zaelia Bishop e sullo sfondo Flavio Carbonaro Solo. al centro: un primo piano di Lisa Eleuteri Serpieri mentre dipinge la prima copertina di “the trip” uscita a gennaio 2010. in basso: un particolare della tecnica mista di acrilico e pastelli ad olio della poliedrica Nike Brass Alghisio mentre colora la fotografia di Marco Dormino della quinta copertina di the trip 2010.


curiositá

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Cota 1000

una passeggiata in autostrada testo e foto di Alessia Pienzi La macchina è il mezzo di trasporto per eccellenza, non solo perché i servizi pubblici sono inesistenti o mal funzionanti, ma anche, e soprattutto, perché è il modo più economico per spostarsi. Siamo nella Chavezlandia del petrolio, dove un pieno di benzina costa meno di trenta centesimi e di conseguenza l’ingorgo è parte integrante del paesaggio urbano. Macchine incolonnate che congestionano le strade dalle sei del mattino alle otto di sera senza sosta. L’aria è a tratti irrespirabile e l’inquinamento invade prepotentemente i polmoni scoraggiando i pochi e temerari pedoni. Caracas si sviluppa dentro una bellissima valle tropicale delimitata dalla montagna El Àvila ai piedi della quale si trova l’unica strada a scorrimento rapido, l’Autopista Boyacà, chiamata anche Cota 1000. Essendo l’unica è costantemente congestionata ma, trovandosi a mille metri di altezza, regala una meravigliosa vista sulla città. Il traffico coinvolge tutti: ricchi e poveri. Il traffico è democratico. I borghesi possono scappare dalla violenza rifugiandosi in case blindate circondate da filo elettrificato e con vigilanza armata, possono sottrarsi alla crisi economica attingendo ai conti esteri e cambiando i dollari al mercato parallelo, ma non possono fare niente davanti al quotidiano e onnipresente mostro della strada. I cittadini di classe A, B, C e D vivono lo stesso dramma e poeticamente combattono la stessa rivoluzione quando la domenica la Cota 1000 viene chiusa alle auto e la invadono. La situazione è insolita: una passeggiata in autostrada che diventa un’area ricreativa per tutti. Sono quasi 10 km di asfalto invasi da ciclisti, maratoneti, anziani che passeggiano, bambini che sperimentano i pattini a

rotelle o imparano ad andare in bicicletta. Ci sono venditori ambulanti che offrono succhi freschi di arance tropicali spremute all’istante, bibite ghiacciate e un po’ di ombra sotto gli ombrelloni dei loro chioschi. Lungo l’autopista ci sono molti accessi alla montagna El Àvila ed è possibile avventurarsi nel rigoglioso Parco Nazionale, una giungla tropicale di liane, palme e pappagalli coloratissimi. La prima domenica a Cota 1000 la scena mi diverte. È curiosamente ironico questo popolo benzina-dipendente che si purifica i polmoni espiando le pigrizie settimanali sul luogo del delitto. La seconda domenica invento una fantasia, forse un po’ forzata, di una città fatta di persone che vivono insieme senza mai toccarsi e si concedono il lusso di sfiorarsi solamente su questi pochi chilometri di asfalto. Solo la terza domenica comprendo la vera particolarità di questo fenomeno urbano tropicale: la totale integrazione tra autopista e persone. L’autostrada sembra essere qualcosa di più di un nonluogo di Marc Augé: ha un’identità propria. I guard drive diventano panchine per le coppie d’innamorati che si baciano ammirando il paesaggio. I cavalcavia e le sopraelevate vengono usati come ancore per gli scalatori che vi si assicurano praticando il climbing. Nel chilometro di pendenza massima gli skater si lanciano in gravity. La segnaletica stradale si ricopre di cartelloni con le istruzioni della competizione del giorno, generalmente una maratona. I sottopassaggi e gli svincoli sono presi d’assalto dai graffitari che lanciano messaggi al popolo del traffico. Anche le linee bianche spartitraffico assumono una funzione specifica e sono rigorosamente rispet-

tate: sulla carreggiata bassa circolano i ciclisti sul lato destro e i corridori sul lato sinistro, sulla carreggiata alta a destra sfrecciano gli skater e a sinistra i pedoni. Non si perde mai la consapevolezza del luogo o la si perde tanto al punto di reinventarlo completamente? Ancora non lo capisco. La quarta domenica abbandono il mio interesse socioantropologico per il fenomeno Cota 1000, mi sveglio presto e alle 6.30 ho già le scarpe da ginnastica sull’autostrada. Il sole equatoriale è alto ma ancora debole e la luce sulla citta sembra pennellare i tetti dei grattacieli. Incontro gli habitué che mi riconoscono, mi salutano, alcuni con un sorriso, altri con la mano. Alcuni personaggi m’incuriosiscono più di altri, tra questi le bellissime ragazze dai poderosi seni al silicone che corrono a passi corti, imbudellate nei loro outfit Nike e con una bella visiera in testa in perfetto stile jogging hollywoodiano. I ragazzini dei barrios, mal vestiti, sporchi e con skateboard di legno autoprodotti, osservano i borghesi e li sfidano nelle gare di gravity. E infine i miei preferiti: “i trasportatori”. Curiosamente a Caracas ci sono moltissimi bambini e pochissimi passeggini. I bambini sono trasportati in braccio, sempre e comunque, sia i neonati sia i più grandi. Allo stesso modo i cani “borghesi” non solo vengono ridicolamente abbigliati come principesse o ballerine, ma anche portati in braccio. Sono le 13.00, la polizia passa in moto annunciando la riapertura dell’autostrada. Imbocco la prima uscita e sulla rampa incrocio un trasportatore di cani, lo saluto con la mano, lui ricambia con la voce. Inclino un po’ la testa, sorrido e torno a casa.

eco-traffico domenicale in autostrada

l'autostrada di Caracas la domenica mattina

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folgorati sulla via di Damasco testo e foto di Alexandra Rosati

La prima tappa del mio viaggio in Siria è stata la richiesta del visto. Strana sensazione chiedere il permesso per entrare in un paese che non è il tuo. Per chi ama

viaggiare, un ostacolo psicologico da superare, il primo segnale che il paese non ti sta dando il benvenuto nel modo piĂš convenzionale del termine.

cartellone con l'immagine del Presidente Assad, nel deserto intorno a Palmira


racconto di viaggio

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rovine di una basilica nei dintorni di Aleppo

piccolo villaggio lungo la strada per le Città Morte

dai Babilonesi all'Impero Romano dalla dinastia dei Seleucidi alla conquista araba il fascino di una terra in perenne movimento La sensazione di ospite indesiderato dura fino all’arrivo in aeroporto, dove oltre ai documenti devi presentare un modulo accuratamente compilato con le motivazioni del viaggio, il luogo e la durata della permanenza. Parlano un idioma completamente differente dal tuo, scritto con altri caratteri e dal suono ruvido. Alla dogana, i poliziotti confabulano, il loro sguardo è sfuggente, si concentra sulle informazioni da inserire nel database: sputano per terra con la disinvoltura di un calciatore in campo, e congedano rapidi con la semplice restituzione dei passaporti. Dopo il ritiro dei bagagli senti finalmente di essere arrivato e il

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passo accelera spontaneamente verso l’uscita. Mi guardo intorno, mi sento osservata, più dalle donne che dagli uomini, ma appena il nostro amico siriano si materializza davanti a noi ho l’assurda sensazione di essere a casa. Arriviamo in albergo per l’ora di cena, stanchi e affamati. Salutiamo l’amico che deve rientrare a casa con la fidanzata italiana, e prenotiamo un ristorante da lui consigliatoci. Il centro di Damasco è abbastanza piccolo da permetterci una passeggiata e, una volta usciti dai vicoli bui, ci ritroviamo nella movida damascena. Non è facile orientarsi, ci rendiamo conto che le informazioni del concierge sono

inesatte, e cominciamo a chiedere. Chi non sa rispondere non si rassegna, sbracciandosi e urlando chiede a un passante all’altro lato della strada, ferma le macchine, o entra in uno dei negozietti ancora aperti sulla via del Suq. Dopo aver fatto avanti e indietro sulla stessa strada per mezzora senza trovare la fatidica traversa, arriviamo in una piazzetta con dei poliziotti accanto alle moto. Pensando di aver risolto il problema, chiediamo a loro. La scena si ripete: urla rivolte a destra e a manca finché non arriva un giovane universitario, che con gentilezza disarmante ci dice, in inglese, che conosce il ristorante, e si offre di

accompagnarci. Così, dopo un’ora e con una fame da lupi, la nostra scorta, chiacchierando amabilmente, ci lascia davanti all’ingresso del locale. Peccato fosse quello sbagliato. Il Suq di Damasco è labirintico e disorientante, come tutta la città vecchia e i suoi quartieri millenari. Ti risucchia in un vortice di colori, odori, sapori, con un caos di persone che fanno acquisti, mentre taxi e camioncini vanno avanti a colpi di clacson. Ma il mercato non è fatto solo di spezie, profumi, oro, tessuti e squisite cibarie, e seppur storditi dal trionfo dei sensi, anche l’occhio trova la sua parte. In ogni angolo ci sono affascinanti testimonianze storiche e architettoniche, come l’antico ostello per viaggiatori, dove la fontana attorno alla quale venivano lasciati i cavalli, con il suo altissimo getto, è il centro di un armonico gioco di linee e archi. Dopo una breve sosta nel bar più antico della città, tra bicchieri di the caldo e aromi di narghilé, raggiungiamo la Moschea degli Omayyadi. Per entrare, le donne devono indos-

sare un lungo soprabito con cappuccio, ognuno deve levarsi le scarpe. All’interno, da una parte pregano gli uomini, dall’altra le donne: a delimitare gli spazi lunghe catene. Ai turisti è permesso aggirarsi liberamente. All’inizio mi sentivo un’intrusa che profanava un luogo di preghiera, dopo poco mi sono accorta che le persone del luogo parlavano al cellulare, mandavano sms, o conversavano a voce alta. Usciti dalla Moschea, la religione ti segue a ogni passo: nei burqa, nelle preghiere che all’alba, a mezzogiorno e al tramonto rimbombano nella città, nei minareti che incontri, negli sguardi che gli uomini ti rivolgono se sorseggi bevande alcoliche. Le donne vivono un’evidente condizione di diversità, anche se non tutte costrette in abiti tradizionali. Se osservi l’architettura delle case puoi notare strane ‘sporgenze’ sostenute da travi di legno, con piccole finestre dalle quali un tempo, alle donne chiuse in casa, era permesso guardare fuori senza essere viste. Ad Aleppo si respira ancora l’aria

dell’antico, prospero, crocevia lungo la Via della Seta, che nonostante le moderne contaminazioni urbanistiche fa parte dei siti ‘Patrimonio dell’Umanità’ dell’UNESCO. Come Damasco, è una delle città abitate da più tempo in modo continuativo, le sue antichità convivono con le nuove arterie stradali dandole l’aspetto di una metropoli. La mescolanza del profumo dei suoi famosi saponi all’olio d’oliva a quello dei succulenti shawarma grigliati (Aleppo è la città siriana dove si mangia meglio in assoluto) le garantiscono la magica atmosfera di una città araba: ma i dintorni hanno un fascino imbattibile. La notte prima di ripartire, ascoltando in tv il Presidente egiziano Mubarak annunciare le dimissioni, e le urla delle persone che affollavano piazza Tahrir al Cairo, nonostante la calma apparente dei nostri ospiti, sentivamo che la terra avrebbe cominciato a tremare anche lì. Alla tentazione di avere una guida per proseguire il viaggio non abbiamo resistito, e con un taxi ci siamo avventurati a nord-ovest, verso

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capanna di beduini nel deserto

la Turchia. Prima tappa: San Simeone. Preziosa meta archeologica, prende il nome dell’anacoreta che nel IV secolo d.C. decise di ritirarvicisi al riparo di una grotta. Ben presto però la notizia si diffuse, e l’uomo desideroso di solitudine si ritrovò assediato da pellegrini in cerca di benedizione. Cominciò così a costruirsi una colonna sempre più alta sulla quale decise di vivere, per predicare di tanto in tanto dall’alto. Oggi resta solo una grande pietra al centro di una Basilica, circondata da un incantevole panorama. La leggenda di Simeone lo Stilita ha ispirato il capolavoro di Bunuel “Simon del deserto”: ritrovarsi lì dopo aver visto il film è una sensazione indescrivibile. Dopo il giro delle Città Morte, respirando l’aria inquietante di città abbandonate e quasi intatte, ci siamo diretti verso Palmira. Il nostro albergo era nel mezzo delle rovine greco-romane: il suo nome, Zenobia Hotel, è in onore della ‘Regina ribelle’, la prima donna della storia che a capo del proprio esercito affrontò e sconfisse in battaglia i legio-

nari imperiali dichiarando l’indipendenza da Roma. In un’atmosfera da sogno, dopo aver visto sorgere il sole dalla collina dove si erge il castello, con la nostra guida ci siamo addentrati nel deserto. Persino qui, un cartellone con l’immagine del Presidente. L’avevo vista nelle piazze delle città, nei locali pubblici, sulle tendine parasole delle macchine e sui magneti da attaccare ai frigoriferi, ma, tra queste pietre mi domando se, alla luce della Primavera Araba, la sua dinastia sarà altrettanto immortale. In lontananza si fatica a distinguere i veri villaggi beduini dai set fotografici o cinematografici, perfettamente riprodotti. Grazie al nostro accompagnatore ne abbiamo visitato uno ‘originale’: qui una famiglia, i cui componenti rispondevano tutti al nome di Mohammed, ci ha ospitato due ore nella sua tenda, offrendoci the e mostrandoci cuccioli di capra, dal pelo morbidissimo e inaspettatamente gradevole all’olfatto. Me la sentivo ancora addosso la sensazione di quel cucciolo, sulla via del

ritorno, superando giovani pastorelli con le loro greggi, piccole oasi, cani girovaghi, un’isolata e pittoresca locanda dal nome ‘Baghdad Caffé’. E mentre i ricordi cominciavano a gonfiarmi il cuore, sapevo che un giorno mi sarebbe mancata anche la loro monomelodica musica.

DETTAGLI DI VIAGGIO ENTRARE IN SIRIA ANCHE IN QUESTO PERIODO NON SEMBRA ESSERE UN PROBLEMA. I VISTI TURISTICI VENGONO RILASCIATI DALL’AMBASCIATA SIRIANA CON IL SOLITO ITER BUROCRATICO UNICO OSTACOLO: AVERE SUL PROPRIO PASSAPORTO TIMBRI DI ENTRATA O USCITA DI ISRAELE O DI LOCALITÀ DI FRONTIERA DI PAESI AD ESSO LIMITROFI. SI VERREBBE IMMEDIATAMENTE FERMATI O RISPEDITI A CASA suq di Damasco

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curiositá

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la danza dei Dervisci

l'antica dottrina di amore ed estasi testo di Cristina Barberi e Salvatore Landi foto di Salvatore Landi

Costantinopoli, la città di Costantino, colui che creò la capitale dell'Impero Romano in Oriente. Preferiamo chiamarla così perché il suo nome antico evoca un insieme di diversità e varietà di popoli con i loro intrecci di lingue, colori e religioni. Costantinopoli, in cui acqua e cielo, Occidente e Oriente s’incontrano creando un'unica peculiare realtà. Il conformismo e la rigidità occidentale qui sembrano essersi sciolti con leggerezza in un mare di differenti idee e di molteplici sentimenti. Una sensazione che lascia il visitatore leggero nello spirito e stimolato nei sensi. Capita poi di imbattersi in un rito che può rappresentare una metafora dell'equilibrio che vige in queste terre tra le varie componenti del tutto. “Prendiamo da Dio e dispensiamo alla gente senza nulla tenere per noi”. Questo è ciò che indicano i Dervisci stendendo il braccio destro verso il cielo e il sinistro verso la terra, roteando su se stessi. Nel XIII secolo a Konya, in Turchia, il poeta e mistico persiano Mevlana Jalal al-Din Rumi fonda la confraternita sufi dei Mevlevi, basata sulla dottrina dell'amore e dell'estasi. Il Semà ne è il rituale mistico, dhikr, una forma di preghiera che unisce poesia, canto, musica e movimento per il raggiungimento dell'estasi. Un rito tramandato nei secoli fino ai giorni nostri, al quale prendono parte il Maestro, i danzatori guidati dal loro capo, i musicisti e i cantanti. Versi declamati e accompagnati da un soffio di flauto, il ney, introducono il rito: la poesia

è un inno di lode al Profeta Muhammad. Suonano i tamburi, i kudum: è in atto la creazione dell'Universo e il motivo del ney annuncia il principio della vita. Il Maestro e i danzatori entrano nel perimetro sacro avvolti da un mantello nero, la terra, e indossano l'alto copricapo di feltro marrone, la pietra tombale. Sotto il mantello nero si cela la veste bianca, la luce. Tre giri delimitano il perimetro, ogni giro una creazione: gli astri, le piante, gli animali. In piedi con la mano destra sulla spalla sinistra e quella sinistra sulla spalla destra, il corpo disegna l'alif, la prima lettera dell'alfabeto. Inizia la danza: il corpo gira su sé stesso, la mano destra rivolta al cielo e la sinistra verso la terra, i corpi ruotano intorno alla sala, come le stelle, i pianeti e tutto l'universo. Ogni giro è un passo verso la verità, l'estasi, l'incontro con Dio, il ritorno sulla terra. Esiste un anello esterno, lo spettatore, che partecipa con mente, voce e corpo. Tra i fedeli si nascondono i viaggiatori, che con le loro aspettative e la loro limitata comprensione si sentono riconoscibili. Anche loro iniziano il viaggio, spaesati, ma all'aumentare del ritmo aumenta il loro coinvolgimento con la musica, con il movimento e con l'altro. Ognuno prova ad accedere utilizzando la propria chiave, catturando un’immagine, entrando nel ritmo dei corpi, avvicinandosi ai suonatori, osservando i volti dei più giovani e dei più anziani, cercando di coglierne i sentimenti. Tutto con la paura di intromettersi troppo,

di invadere uno spazio e un tempo non loro; in punta di piedi, ancora non sono completamente immersi, i viaggiatori. Ma c'è un momento in cui, battuto il limite della lontananza e dell'incomprensione, catturati dalle rotazioni e dalla cantata poesia entrano nel circolo virtuoso: ogni loro senso è stimolato e liberandosi dalle diversità e dalla propria cultura di riferimento sentono di voler anche loro cantare Muhammad, qualsiasi sia il significato. Ormai si ricevono sorrisi da chi si pensava di invadere, sguardi da chi li accetta come parte: il segno che in qualche modo sono entrati nel cerchio, sono stati riconosciuti. Questo è il sentimento che pervade l’intero viaggio nella città che canta cinque volte al giorno, in cui la diversità sconvolge e, successivamente, tranquillizza. Non basta vedere la superficie, bisogna immergersi, perdere i significati per poi ritrovarli diversi. Ed ecco che sul fondo di questo mare i viaggiatori da spettatori diventano anche attori, nel loro duplice ruolo di osservatori ed osservati.

l'alto copricapo in feltro marrone rappresenta la pietra

“Prima di compiere il viaggio credevo che le montagne fossero montagne e i mari fossero mari; durante il viaggio scoprii che le montagne non sono montagne e i mari non sono mari; ed ora che sono giunto so che le montagne sono montagne e i mari sono mari” Dhul-Nun al-Misri durante la danza i Dervisci ruotano su loro stessi

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personaggio

giornalismo empatico di Paolo Valoppi illustrazione di Andromalis “Dove sono nato convivevano polacchi, ucraini, russi, tedeschi, ebrei, cattolici, ortodossi, armeni e così via. Da allora ho sempre cercato di ritrovare quell’armonia tra genti e culture, e il giornalismo era una strada per andare a cercarla, come l’antropologia uno strumento per capire”. Sono queste le parole con cui Ryszard Kapuscinski, considerato uno tra i reporter più famosi al mondo, esprime la sua concezione di giornalismo e di come esso debba essere vissuto. Figlio di insegnanti poveri, Kapuscinski nasce nel 1932 a Pinsk, una cittadina della zona più orientale della Polonia, e trascorre la sua infanzia in condizioni di miseria fino a quando non decide di trasferirsi per gli studi a Varsavia, dove successivamente si laureerà in storia dell’arte. Ed è proprio da qui che, cominciando a girare il mondo come inviato per diverse testate polacche con esigue risorse economiche, inizia il suo percorso giornalistico. Il suo primo viaggio risale al 1956, quando viene mandato dall’organo della gioventù comunista in India: il presidente Nehru era appena stato a Varsavia e nel partito si riteneva opportuno occuparsi di quel paese. Rimane lì sei mesi, a causa della crisi di Suez che gli impedisce il ritorno, e già da questa prima esperienza Kapuscinski decide di restare sul posto a sue spese, anche quando i riflettori si spengono, cercando, attraverso una conoscenza non superficiale dei luoghi in cui si trova, di offrire una testimonianza viva per costituire un’alternativa valida all’informazione dei mass media. E sono proprio la sensibilità e l’umanità presenti nel descrivere luoghi lontani e spesso dimenticati che rendono il “giornalismo empatico” di Kapuscinski unico nel suo genere. Fino al 1981 lavora per l’agenzia di stampa polacca Pap, inviando corrispondenze da vari paesi dell’Africa, dell’Iran e dell’Urss. In quarantasette anni di viaggi è testimone di ventisette rivoluzioni, in-

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numerevoli colpi di Stato e improvvisi cambi di governo dei più disparati paesi del globo, ed ogni parola, riga e articolo che scrive è ricavata dalla principale delle sue fonti d’informazione: confondersi con la gente del posto, mangiando, dormendo e vivendo a stretto contatto con loro, entrando nei dolori delle persone, con comprensione e compassione. “Un buon reporter è colui che presta i propri occhi alla contemporaneità, che offre il suo sguardo agli eventi che divengono storia e li vive; solo ciò che si è vissuto si può raccontare, riportare ad altri”. Ma nella vita di Kapuscinski, il viaggio è sempre accompagnato da un’altra costante fondamentale: la scrittura. La realtà multiculturale, variopinta e caleidoscopica, fedele compagna del suo essere viaggiatore, diventa sempre letteratura. Nei suoi anni da giramondo pubblica numerosi libri-reportage che lo rendono famoso. I più celebri “Il Negus”, “Viaggi con Erodoto”, “Imperium”, “Ebano”, sono ormai del classici per chi vuole orientarsi nell’età contemporanea. Combinando la passione di un mestiere con le doti narrative, Kapuscinski riesce a scrivere dei reportage considerati veri esempi letterari, suscitando nei lettori stupore e meraviglia per la scoperta. In un articolo scritto poco dopo la morte di Kapuscinski si racconta che nel 2003, il giorno dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein a Bagdad, gli inviati di tutti i giornali e di tutte le televisioni del mondo fossero riuniti per raccontare quel che potevano. Molti esageravano, la maggioranza gonfiava il petto. Essere così vicini alla storia dava la vertigine anche ai più pacati. Poi qualcuno se ne uscì con una domanda fuori tema: “Cosa avrebbe fatto Ryszard Kapuscinski in un'occasione del genere?”. Il gruppo tacque, i più abbassavano la testa. Una ragazza polacca che per l'intera serata era stata zitta in apparente adorazione dei colleghi più scafati rispose: “Non sarebbe qui in albergo con noi. Lui sarebbe dall'altra parte, in qualche casa di iracheni”.


antropologia

una nomade moderna di Elena Adorni foto di Rosario Oddo

L'ho incontrata nel bel mezzo del suo peregrinare. I capelli biondicci e l'aria fiera, di chi ha qualcosa da raccontare. Uno zaino pieno per metà di rullini sudamericani ed una vecchia Canon. Il suo viaggio si divide in tre capitoli: Europa, USA e ancora Europa. Può sembrare strano, ma era il modo più economico di spostarsi da un continente all'altro. Tutto iniziò in un giorno di luglio, partendo da Barcellona per fuggire verso nord, evitando l'estate ed i turisti. Così esplorò il Belgio, la Repubblica Ceca, l'Austria, l'Ungheria e la Svezia, per poi tornare verso il Mediterraneo, quando il caldo estivo si andava placando. Vide la Francia, l'Italia, la Grecia ed il Portogallo. A novembre decise che era tempo di andare ancora. Attraversò l'Atlantico per iniziare la seconda parte di viaggio: in tre mesi s’innamorò di NYC, San Francisco, Seattle e Vancouver, passando per piccole città californiane. Scoprì un intero continente attraverso i suoi abitanti, attraverso i visi degli amici che la ospitarono e che le mostrarono l'America. Gli ultimi due mesi di viaggio si svolsero in Europa, per dire arrivederci ai posti più amati, forse i suoi punti di riferimento: Roma e la Spagna, stavolta però fredde e grigie d'inverno. Nove mesi in giro per il mondo, dormendo su materassi di case sconosciute, pullman, battelli e sacchi a pelo. Rosario Oddo è una nomade dei nostri tempi, una ragazza chilena che ha trovato nel movimento una ragion d'essere, un modo di vedere il mondo. I popoli nomadi si spostavano anticamente per rispondere a necessità economiche e di sussistenza. I pastori, vivendo in simbiosi con le loro mandrie, si muovevano insieme a loro durante l'anno per utilizzare tutti i pascoli disponibili. Oggi i fattori che ci spingono a partire sono cambiati. I pastori non esistono più, esistono persone che rifiutano la quotidianità e le aspettative materialiste e soffocanti tipiche dell'occidente. Esiste chi non riesce a trovare il

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proprio posto nel mondo restando fermo e decide di cercarlo muovendosi, viaggiando senza una meta. Chi non si è mai emozionato di fronte ad un Alex Supertramp che brucia i soldi sognando di vivere, viaggiare e morire nelle terre selvagge? Chi non ha mai sognato di partire su un chopper attraversando l'America, lanciando a terra l'orologio? È il fascino del viaggio e della scoperta, insito nell'uomo dai tempi di Ulisse. Un viaggio fatto di colonne d'Ercole ma anche di Itaca, la madre-terra odiata ed amata, cui si ritorna sempre, prima o poi. Viviamo in una società in cui le persone hanno un estremo bisogno di ritualità, ed un viaggio lungo e solitario può diventare un rito d'iniziazione per cominciare la ricerca di sé, un sé in continuo confronto con l'altro. Ma è anche l'euforia di vivere una vita fuori dall'ordinario, dove non esiste quotidianità, a farci sognare quella parola che suona così bene: partire. È la ricerca di libertà che ci attrae. Rosario mi rivelava che era proprio il viaggio a renderla così potente e luminosa. Era il viaggio a renderla migliore. Il racconto fotografico del suo spostarsi ci porta in una dimensione di tranquillità estrema, di pace dei sensi, di fronte ad un sipario che si apre, mostrando l'universo umano, urbano e naturale che ci circonda. Con semplicità ed eleganza. Volti tristi e felici, profili e schiene, un furgone americano abbandonato, una casa, meduse che nuotano in un acquario, fiori, piante ed alberi, grattacieli, il mare ed una spiaggia inondata di gabbiani. Fisarmoniche e luci al neon, aeroporti e stazioni e treni. Il mondo in tutte le sue contraddizioni e tutta la sua bellezza. E la sete di muoversi, e scoprirla. a destra: "tesori abbandonati. La ragione per cui porto la macchina fotografica sempre con me". Rosario Oddo


moda

booming Brazil di Marianna Kuvvet foto di Carlotta Cerulli

In questo momento vorrei essere in Brasile. Chi non vorrebbe? Abbandonare il caos, la pioggia ed il cielo grigio di Londra per le spiagge e i colori brasiliani. Stranamente, però, la prima cosa che mi viene in mente pensando al paese sudamericano non è il carnevale, non è il cliché della samba, non è il calcio. Sono i BRIC. Reminiscenze dei miei stimolanti studi economici. Brasile, Russia, India e Cina, accomunati dall’estensione del territorio, dalla numerosità della popolazione e dell’abbondanza delle risorse naturali, nonché da un’importante crescita del PIL all’inizio del XXI secolo. Una noia mortale. D’altra parte sono queste caratteristiche che hanno portato il Brasile ad essere terreno fertile per la creatività indigena e fonte di opportunità per quella estera. Il mondo della moda rappresenta a pieno la situazione economica generale della nazione: nessuna via di mezzo, o si è ricchi o si è poveri, o si spendono quattrocento dollari per una t-shirt o pochi centesimi. I luxury brand più famosi si sono affrettati ad invadere il mercato brasiliano e i designer locali si sono fatti strada nelle riviste e sulle passerelle internazionali, supportati da una nazione profondamente orgogliosa e per lo più autosufficiente, che incoraggia il proprio commercio, la propria produzione, i propri artisti. Fra questi ultimi sicuramente rappresentativo è Alexandre Herchcovitch, il cui marchio di fabbrica, dei teschi che lo stilista fa costantemente comparire sulle proprie creazioni, hanno rappresentato un vero e proprio simbolo della gioventù brasiliana negli anni ’90. Le sue creazioni nascono in Brasile ma hanno conquistato le capitali della moda mondiale. Herchcovitch ha presentato sulle passerelle newyorchesi una collezione invernale che vede una donna elegante e classica, quasi rigorosa, ma al tempo stesso ultra femminile, originale e moderna. D’altra parte il designer è da sempre abile nel conci-

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liare l’inconciliabile, riuscendo a rendere innovativo ciò che è semplice, moderno ciò che è classico e tradizionale. I toni sono principalmente quelli sobri del nero, del grigio scuro e del sabbia, interrotti e valorizzati da interi abiti o piccoli particolari di un acceso giallo acido. Altri nomi bandiera della moda carioca sono quelli di Gloria Coelho e Reinaldo Lourenço. Lei, quasi sessantenne, da tre decenni crea abiti ricercati caratterizzati da forme e volumi originali e futuristici. Lui, classe 1960, ha iniziato la propria carriera come assistente della stessa Coelho. Il legame fra i due va, però, ben oltre l’ambito lavorativo, sono infatti sposati e hanno un figlio, Pedro Lourenço, a sua volta stilista e già paragonato nientedimeno che a Nicolas Ghesquière. Quando si dice buon sangue non mente. Il giovane Lourenço può facilmente essere definito un piccolo genio della moda, con la prima collezione creata per Carlota Joakina in occasione della San Paolo Fashion Week nel 2003 all’età di dodici anni (si, dodici) e la propria griffe lanciata a due anni di distanza a Parigi. Oggi le sfilate di Pedro vedono personaggi del calibro di Anna Dello Russo e Carine Roitfeld affollare le prime file. La collezione AW12 è a dir poco impeccabile e rende chiaro il motivo del paragone con il direttore creativo di Balenciaga. Sembrerà sicuramente curioso il fatto che nel novanta per cento dei casi le giovanissime promesse del mondo della moda abbiano dei cognomi importanti, ma stavolta il talento è lampante. Pedro Lourenço, prima di iniziare a disegnare le proprie collezioni, ha collaborato con Lanvin e Vogue Brazil e probabilmente è in grado di manipolare il tempo, poiché ad oggi ha solo vent’anni. Potendo scommettere sul futuro della moda brasiliana io punterei su di lui. Sarebbero soldi facili. a destra: "Rio à porter 2011"


150 - omaggio ai perdenti

Firenze a cura di Claudia Bena

Palazzo Pitti visto dai Giardini di Bòboli. Firenze

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Se per Risorgimento s’intende “tornare a sorgere”, forse alla sola Firenze appartiene questo termine, l’unica che può definirsi la continuazione della tradizione culturale romana, perduta con la fine dell’impero. Dopo l’armistizio di Villafranca dell’8 luglio 1859, il tradimento di Napoleone III, che restaura la situazione italiana riconsegnandola alle vecchie potenze, la Toscana risponde con un plebiscito. È il 12 Marzo 1860 ed i cittadini maschi maggiori di 21 anni scelgono l’annessione al Regno di Sardegna. Cinque anni più tardi Firenze diventa capitale d’Italia, dopo Torino e prima di Roma. Palazzo Pitti è il simbolo di questo cambiamento, del susseguirsi del tempo, della fine di un’epoca. Iniziato nel 1458 da Luca Pitti, diviene sede della corte Medicea da Fran-

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cesco I (1545) per sei generazioni, ospita i Lorena, Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, dal 1808 al 1814, di nuovo Ferdinando III Lorena ed infine Vittorio Emanuele II, re d’Italia dal 1865 al 70. Ogni ospite apporta modifiche e aggiunte fino a renderlo il più grande palazzo della città. Il parco di Bòboli che lo circonda completa il quadro, con un museo “en plein air” in un ordinatissimo esempio di giardino all’italiana. Situato accanto al quartiere di San Frediano, è un ottimo punto per iniziare la visita della città. Girando per Firenze ancora si respira la potenza culturale che la rende una delle tappe turistiche principali della nostra nazione. Concedetevi una giornata per percorrerla a piedi senza una meta. È piccola e non dispersiva. Mettete da parte la mappa e perdetevi. continua su thetripmag.com

VIA NICOLA ZABAGLIA, 25 - 00153 - ROMA - Tel. 06 5781466 - info@osteriadegliamici.info CHIUSO IL MARTEDÌ


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Alessandro Tripodi alessandrotripodi.it “Perché è la sensibilità a fare la foto, la macchina è solo lo strumento” Alessandro Tripodi è nato a Roma nel 1977, manager nel mondo della comunicazione e del webmarketing, ha completato la sua formazione fotografica professionale presso Officine Fotografiche, Associazione Culturale Roma sotto la guida del Presidente, e suo maestro, Massimo Ciampa. Impegnato in un duplice ruolo, produttore di immagini su commissione e ricercatore di estetiche tese a valorizzare l’utilizzo della fotografia come mezzo di espressione personale, basa la sua ricerca fotografica su temi quali il ritratto ed il reportage d’autore. Nella foto, scattata all’Havana nel 2008, gruppi di ragazzi cubani si muovono in macchina come se fossero bande dei quartieri malfamati di New York, ed invece sono semplici ragazzi, che si godono quel poco che il governo gli concede di avere, pronti a regalati un sorriso e farti sentire un “amigo”.

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