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cartoline ritrovate

Sardegna

Roma

Lucania

Torino

Erri De Luca

the trip winter 2013 | 2014

N째 18


il viaggio nel gusto continua con cornetto

www.facebook.com/CornettoIT


TM

LA SICUREZZA DI UN SORRISO BRILLANTE

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la valigia del lettore editoriale di Marco Cassini

N

ulla di più adeguato che trovarmi in viaggio, a Città del Messico, proveniente da New York e diretto a Oaxaca, mentre scrivo queste parole da mandare alla rivista che me le ha chieste. E, considerato il nome della rivista, nulla di più adeguato, pure, dello stato mentale in cui mi trovo di fatto dall’inizio di questo viaggio, e anche precisamente in questo momento. Oddio, non è che voglia a tutti i costi vestire i panni del gonzo journalist solo perché the trip parla di viaggio e io sono in viaggio, e mi sono seduto al computer con l’intenzione di terminare il mio compito subito dopo aver condiviso birra, tequila e marijuana con alcuni amici di qui. Però la quantità ingerita - non eccessiva, per carità, ma superiore alle mie abitudini - di sostanze più o meno legali mi ha fatto apprezzare il mio primo viaggio in Centro America in maniera senz’altro più completa, o con una prospettiva più ampia di quanto mi ero immaginato prima della partenza. Uso questo testo anche come promemoria: domattina devo ricordarmi di chiamare la compagnia aerea con cui ho prenotato il ritorno per risolvere il problema dell’eccesso di bagaglio. Ho già riempito di libri un’intera valigia - la seconda, quella che mi porto vuota nei viaggi in cui sono alla ricerca di storie già raccontate in altre lingue, e spesso in altri decenni, da portare in Italia. Di questi viaggi ne ho fatti a decine negli Stati Uniti, quasi sempre a New York, mettendo insieme una tale quantità di narrativa che basterebbe a riempire tutti i giorni della mia vita a venire, se potessi impegnarmi a leggerli con orario d’ufficio, dalle 9 alle 18. Considerando i libri già accumulati e non ancora letti e tutti quelli che continuo a portarmi a casa da ogni viaggio (ora l’interesse si è spostato all’America Latina, ed ecco il perché del mio viaggio in Messico) in effetti mi rendo conto solo ora, proprio adesso che lo scrivo, e con una certa tristezza, che molti dei libri che ho a casa non li leggerò mai. Magari perché sono finiti in uno scaffale troppo in alto, o perché col tempo mutano gli interessi e le passioni, o perché me ne sono semplicemente dimenticato. Eppure ognuno di loro era stato scelto, selezionato fra tanti, o addirittura cercato con caparbietà; o invece era stato un incontro fortuito: raccattato sugli scalini di un brownstone a Brooklyn (dove la gente, specie nel weekend, lascia sempre qualcosa di cui vuole liberarsi) o trovato sotto la poltrona di un cinema a Venezia, o ancora se ne stava accanto al libro che stavo cercando davvero ma mi ha distratto dalla ricerca originaria. In ogni posto dove vado cerco libri: le bancarelle, le librerie, le edicole delle stazioni di provincia o i mercatini dell’usato sono altrettante agenzie di viaggio; come per i viaggi, ci sono libri di vacanza e libri di lavoro, e se non li cerco per passione è per lavoro o viceversa. A volte i libri sono souvenir del posto dove sono stato e li compro con slancio, altre sono acquisti di cui mi pento prima di arrivare alla cassa perché sono un peso in più da portarsi in giro per giorni: ma m’impongo la regola di comprare sempre qualcosa quando entro in una libreria, specie se è la prima volta che ci vado, e specie se sono in una città che non è la mia. Ho comprato libri a Genova, in Molise, nelle Eolie, a Roma, a Torino, in Lucania, in montagna, nel Gargano, insomma in ognuno dei posti di cui parla questo numero di the trip. E se è vero che ogni libro è un viaggio, ho accumulato miglia sufficienti per fare più volte il giro del mondo. A partire dall’Italia e dalle pagine che seguono. Marco Cassini twitter: @marcominimum

Marco Cassini ha fondato nel 1993 e diretto per vent’anni la casa editrice minimum fax. Nel 2011 ha fondato le edizioni SUR. Nel 2008 Laterza ha pubblicato il suo Refusi. Diario di un editore incorreggibile.

46||editoriale editoriale

illustrazione di Enrico Riposati

illustrazione dal Pinocchio di Enrico Riposati

editoriale |

05


sommario 04.

24.

8.

editoriale di marco cassini

torino di luca giordano

eventi italia

15.

26.

10.

my trip sardegna

genova di angelo calvisi

intervista a erri de luca

33.

30.

65.

reportage fotografico

molise di federica araco

in italia libri

50.

52.

66.

fuji presenta alessandro mallamaci

gargano di uberto paoletti

cornetto la spada nella roccia

54. roma di andrea esposito

58. alicudi di luisa brancaccio

60. monte labbro di ilaria giannini

62.

redazione the trip n°18 winter 2013 / 2014 direttore responsabile Valentina Diaconale valentinadiaconale@gmail.com direttore editoriale Lorenzo Verrecchia lorenzoverrecchia@thetripmag.com direttore artistico Valentina Gruer valgruer@gmail.com responsabile di redazione Francesca Rosati francescarosati7@gmail.com redazione Claudia Bena claudiabena83@gmail.com Federico Di Vita photo editor Annalisa D’Angelo e Valeria Ribaldi

lucania di C ollettivomensa

responsabile marketing Luca Salice lucasalice@thetripmag.com responsabile eventi Veronica Gabbuti veronicagabbuti@thetripmag.com editore The Trip s.r.l. Via Apollo Pizio 13 - Roma centro stampa Pignani printing Via degli Imprenditori snc Zona industriale Settevene - Nepi (VT) sede legale Via Gasperina 188 - Roma Registrazione Tribunale di Roma n. 329 del 6 ottobre 2009

responsabile web Antonio Maria Napoli antoniomaria.napoli@gmail.com coordinatore tecnico Damiano Mencarelli contatti info@thetripmag.com thetripmag.com

immagini Federica Araco | slowsud.wordpress.com Fabio Barile | fabiobarile.com Giovanni Cocco | giovannicocco.it Marta Colaiocco Gianluca Colla | gianlucacolla.eu Ilaria Di Biagio | ilariadibiagio.com Eugenia Lecca | eugenialecca.eu Alessandro Mallamaci | alessandromallamaci.it Massimo Nicolaci | massimonicolaci.com Bianca Ossicini Nicolò Pellizzon |fauces.com Chiara Pellegrin Elena Perlino | elenaperlino.com Valeria Ribaldi Marilena Taranto Stefano Tripodi | stefanotripodi.com

in copertina: Piazza San Marco, Venezia, 1959 dal reportage fotografico Cartoline ritrovate hanno collaborato Francesco Blasilli, Luisa Brancaccio, Angelo Calvisi, Marco Cassini, Collettivomensa, Andrea Esposito, Ilaria Giannini, Luca Giordano, Uberto Paoletti, Marta Saviane, Sveva Taverna

L’illustrazione dell’editoriale è di Enrico Riposati enricoriposati.over-blog.it Un ringraziamento particolare a Paolo Lecca | image color correction


eventi inviaci anche il tuo

scrivi a info@thetripmag.com

STROMBOLI (ISOLE EOLIE - SICILIA) FINE AGOSTO - INIZIO SETTEMBRE FESTA DEL FUOCO Nella più lontana delle sette perle dell’arcipelago eoliano, alle pendici del vulcano più attivo d’Europa, quando l’estate sta finendo, a Stromboli si svolge la Festa del Fuoco. Grazie alle sue notti incontaminate senza le luci dei lampioni, per due settimane l’isola diventa la dimora di una folta comunità di talenti circensi provenienti da tutto il mondo. festadelfuocostromboli.com

CORTONA (VAL DI CHIANA - TOSCANA) DA LUGLIO A SETTEMBRE CORTONA ON THE MOVE

SARZANA (LIGURIA) SETTEMBRE FESTIVAL DELLA MENTE

Nel cuore della Val di Chiana, tra i vicoli di questa città toscana, il tema del viaggio prende forma in tutte le sue sfumature. All’interno del vecchio ospedale, dentro le mura dell’antica fortezza medicea e in tante altre location sparse per Cortona, è possibile ascoltare un’ unica voce, quella dei fotografi, viaggiatori per eccellenza, che ci portano in terre lontane attraverso i loro personali percorsi di vita.

Si tratta del primo festival europeo dedicato alla creatività che raggiunge le quarantamila presenze. Spettacoli, incontri e interventi di scienziati, artisti e letterati - molti dedicati a bambini e ragazzi tra i quattro e i quattordici anni - per cercare di capire come lavora quella macchina tanto affascinante quanto complicata che è la mente umana.

cortonaonthemove.com

festivaldellamente.it

SAN MARTINO (CAMPANIA) 1 - 5 AGOSTO SONICA

ROMA 25 NOVEMBRE NASCE BRANDO

Quest’anno ci sono state molte polemiche. Il cambio di location all’ultimo minuto ha penalizzato quello che però rimane il più grande festival di musica psytrance in Italia. All’interno di una delle maggiori riserve di Castagni nel Sud del paese, nascosti nel cuore della Valle Caudina, il Sonica Dance festival ha accolto quasi ha accolto quasi cinquemila spettatori riuniti per rendere omaggio al Pianeta Terra.

Il 25 novembre 2013, alle ore 11.23, è nato Brando Parroni. Il piccolo Brando è arrivato con qualche settimana di anticipo e la nostra Francesca ha fatto appena in tempo ha chiudere la sua rubrica che la cicogna si è presentata. Tantissimi auguri alla mamma e al papà. La redazione di the trip

sonica-dance-festival.eu

FERRARA (EMILIA ROMAGNA) AGOSTO FERRARA BUSKER FESTIVAL Con i suoi ottocentomila spettatori oggi il Ferrara Busker Festival è la più grande manifestazione al mondo dedicata all’arte di strada. Nasce nel 1988 con lo scopo di valorizzare la figura del musicista di strada, le cui esibizioni sono ancora oggi vietate in molte città del globo. Nessun palcoscenico, nessuna pedana, lo spettacolo sono le strade, i vicoli e le piazze di Ferrara. ferrarabuskers.com

8 | eventi

mappe di aleksandra e Daniel Mizielinscy electa kids L’illustrazione è tratta dal libro Mappe di Aleksandra e Daniel Mizielinscy (ElectaKids, 108 pagine, 22 €), vincitore della trentaduesima edizione del Premio Andersen come miglior libro di divulgazione. Mappe conduce grandi e piccini in un viaggio fantastico attraverso cinquantuno tavole.

eventi |

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intervista a Erri De Luca

il mondo senza di noi di Marta Saviane foto di Giovanni Cocco | giovannicocco.it Ilaria Di Biagio | ilariadibiagio.com

Erri de Luca le montagne le ha attraversate in lungo e in largo, da solo e con incredibili compagni di viaggio. Le ha annusate, accarezzate, aspettate, sfidate. Umilmente. Sempre. Qui ci restituisce un pezzettino del suo sguardo.

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Rocca Calascio avvolta nella nebbia, Parco del Gran Sasso e Monti della Laga Š Giovanni Cocco

intervista |

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Cos’è viaggio? É un andare senza certezza di destinazione e senza biglietto di ritorno in tasca. Il turismo per me rientra invece nella voce spostamento, spesso inteso come spedizione così minuziosamente organizzata prima, da poterla definire imballaggio. Lei interpreta il concetto di viaggio come cammino. Perché? Perché è quella l’andatura umana, il suo passo che schiude lentamente il paesaggio attraversato e apre agli incontri casuali con abitanti e altri viandanti. Forse il luogo che più di ogni altro ha sentito la fatica dei suoi passi è la montagna. Perché, cosa si aspetta di trovare ogni volta che l’affronta? Di starmene in disparte in uno spazio vasto, di sentire la mia inferiorità numerica e fisica in punta di piedi… addosso alla bellezza. Molti dei suoi personaggi infatti cercano rifugio proprio nella montagna. Cosa nasconde e cosa invece svela? Svela qualcosa di se stessi, mette a prova la pazienza, la fraternità, la capacità di isolamento. Nasconde i suoi pericoli sotto una smagliante bellezza. Quali sono i suoi suoni? Il vento è il direttore d’orchestra. Sposta sassi e valanghe, riempie di musica le chiome delle ultime conifere, taglia via la voce del compagno di cordata. Poi c’è il fulmine che lassù è martello, scalpella le pareti e le sbriciola in ghiaie che crepitano sotto i passi. Quali invece i suoi abitanti? I più arditi che si sono adattati alle difficoltà del terreno e alle scarsità. Il più atleta è il camoscio, il più elegante è il corvo, agile anche a terra dove l’aquila invece è più goffa di un tacchino. Poi nei boschi si è ripopolato il cervo e a fine settembre si sentono i richiami maschili dell’accoppiamento. Il capriolo, più schivo, abbaia, la marmotta fischia come una pescivendola al mercato. Sono diversi gli alberi di montagna rispetto ai fratelli delle valli e delle coste? Sia al mare che in montagna vivono le conifere, ma quelle di montagna hanno a che fare con le nevi schiaccianti che piegano i rami ma non li spezzano. In alto dove resiste solitario il cirmolo e il cespuglio di pino mugo, essi segnano il confine della vegetazione: oltre di loro esiste solo il regno minerale. L’albero di montagna è una creatura di frontiera, quello di costa no. Qual è l’incontro più suggestivo che ha mai fatto lassù? Un vecchio maschio di camoscio sulla cima del Borgà, sopra Erto, che non si è fatto disturbare dal mio arrivo ed è rimasto lì seduto a fianco per tutto il tempo della mia sosta. All’epoca stavo scrivendo Il peso della farfalla dove appunto si narra di un vecchio camoscio. La coincidenza ha reso quell’incontro un segno per me di misteriosa intesa.

L’Italia vanta un territorio d’alta quota incredibile, come gli Appennini e le Dolomiti (patrimonio Unesco). Quali sono i più selvaggi, quali i più impervi? Gli Appennini sono la colonna vertebrale che spartisce l’Italia in due versanti, anche climaticamente opposti, poco collegati da valichi, dunque più aspri e vuoti d’insediamenti. Gli Appennini sono un sistema montuoso, meno frequentato e per questo più riservato, le Dolomiti una preziosità minerale, come un cristallo di grotta. Quanto sono importanti i Parchi come risorsa italiana? I Parchi sono dei posti dove siamo ammessi con obbligo di discrezione, posti che possono insegnare un po’ di buona educazione a noi, ma non riescono a essere santuari. La montagna è un’isola piantata in terraferma, per accostarla bisogna staccarsi da una base, da una vallata, come da un porto. Certe isole dove non si può sbarcare né sostare all’ancora, come Montecristo, sono più efficacemente dei presìdi naturali. Ci sono paesi che ancora vivono in simbiosi con la montagna. Paesi arroccati, come Rocca Calascio, tra i più alti d’Europa. Chi vive ancora la montagna davvero? Resiste il pastore che trova in estate pascoli più accessibili mentre d’inverno deve spostare a valle il bestiame trovando difficoltà di spostamento e di collocamento. Resiste il boscaiolo, resiste qualche struttura contadina sul genere del maso. Ma in prevalenza l’economia di montagna si è specializzata in offerta turistica. Perché è importante tornare alla montagna? In genere nella nostra economia e nella società urbana ingolfata si sente un bisogno di tornare alla terra. In questo impulso nuovo rientra anche un timido riaffacciarsi in montagna non come seconda casa, ma proprio come residenza principale. Nel suo libro Sulle tracce di Nives descrive la montagna come luogo deserto dove si vede il mondo com’era senza di noi e come sarà dopo. Cosa intendeva? Così è per me l’alta montagna, dove è più impervia: un panorama dove la nostra presenza manca del tutto e allora mi sembra di sbirciare dal buco della serratura un mondo senza di noi. Qual è la sua montagna ideale? Sono affezionato al Campanile di Val Montanaia e ammiro la linea del Monviso che si stacca di netto sulla catena delle cime intorno. Ma la mia montagna ideale è il Sinai: non quello che oggi viene chiamato così, con abuso di identificazione. Quello dove la divinità scese all’incontro con Mosè che saliva; quel punto che faceva da reciproco confine e dove avvenne scambio di consegne. Quel Sinai è altura che si fece origine di tutta la nostra civiltà religiosa. Da non credente rispetto quel luogo che ha posto nella scrittura sacra, ma non necessariamente in geografia. Bosco di abete rosso nei pressi del Labirinto del Latemar, Carezza, Bolzano - Parco naturale dello Sciliar © Di Biagio

12 | intervista

intervista |

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my italian

trip testo di Sveva Taverna foto di Fabio Barile e Sveva Taverna | fabiobarile.com my trip |

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Olbia

Torpè

Sassari

Nuoro

Gorroppu

Oliena Orgosolo

Urzulei

Oristano

Cagliari

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Si dice che dal punto più stretto e oscuro della gola di Gorroppu, dove le pareti superano i cinquecento metri di altezza, sia possibile vedere le stelle in pieno giorno

A Orgosolo non esistono solo i murales. Una tradizione molto più antica viene tramandata nel paese barbaricino da secoli: l’allevamento del Su Ermeddu, il baco da seta

Leggetevi la leggenda di Abacrasta, il piccolo paese dove nessuno moriva per morte naturale ma si suicidava dopo aver sentito una fantomatica voce. Parola di Salvatore Niffoi my trip |

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18 | my trip

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oltre il respiro del mare «Chiamavamo noi stessi s’ard, che nell’antica lingua significa danzatori delle stelle» Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri

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rizzonte in movimento, vertigine, voragine, cambia il profilo del paesaggio, dello sguardo. Tra Roma e la Sardegna, un viaggio ripetuto infinite volte, che non è mai stato lo stesso. Nata e cresciuta nella capitale, figlia di una sarda che ha sempre detto di se stessa di provenire dall’età della pietra, nei primi anni di vita questo viaggio era in qualche modo un dovere, si tornava a trovare la famiglia, a riabbracciare i nonni. Nell’età della ragione si è trasformato in una necessità e la radice di questo desiderio di tornare, di questa intensa saudade, sta nelle riflessioni che facevo da bambina. Ricordo che iniziavo a misurare il mondo dalla distanza che separa la città dal paesino di mille anime, immerso tra i monti barbaricini, nel quale è nata mia madre. Riflettevo su cosa doveva essere stato, per lei, aver visto per la prima volta il mare nell’età dell’adolescenza, quando ci si capitava in qualche occasione straordinaria, e che io avevo attraversato per la prima volta a nove mesi. I racconti materni e di famiglia, che evocavano quella visione come una piccola rivoluzione, come un incontro con i propri confini, non solo geografici, a me, che ne avevo avuto esperienza da sempre, sembravano delle leggende. Mia madre raccontava che la visione del mare era stata un tumulto dell’anima, una sensazione che chiudeva lo stomaco, era l’incontro con la forza della natura, imprevedibile come la potenza del vulcano. Fino ai quindici anni l’aveva visto solo al cinema parrocchiale e in bianco e nero, in documentari o in film di guerra. Quando per la prima volta lo attraversò per raggiungere Roma, a vent’anni, fu una sfida con se stessa. Attraversare il mare significava entrare nell’età adulta, prendere pieno possesso di sé. Il mare sardo da cartolina, deformato in funzione del turismo, non poteva essere più lontano, mi capitava di sentirne parlare con vanto tra i banchi di scuola, da chi era stato in Costa Smeralda, che a me sembrava un altro pianeta. La Sardegna, quindi, è diventata sempre di più un incontro, la terra Madre cui fare ritorno, nella quale rinvigorire il pensiero e il respiro. Accolta dai nonni e dagli zii pastori e contadini, nella casa dove tutto ha avuto inizio, tra ritmi sconosciuti, scanditi dai suoni della lingua sarda, una lingua da apprendere se non si voleva rimanere isolati, anche le visioni, gli odori e i sapori non potevano essere più diversi. La carne non aveva mai avuto quel gusto e il latte di capra appena munto o la ricotta ancora calda, sul pane carasau, indorata di miele, erano un altro nuovo linguaggio, diverso e potente come tutte le grandi esperienze fatte quando la percezione è più potente della ragione. Gruttas, una montagna dalla punta sbrecciata, come la lama di una grossa freccia, sovrasta la nostra casa a Urzulei. Salendo lungo le montagne circostanti e oltrepassando la zona di Ghenna e’ Silana, dalla strada si apre la vista di uno dei canyon più profondi d’Europa, Gorroppu, che mi piace immaginare come l’utero del Supramonte. Mio nonno aveva l’ovile nel cammino che porta verso la gola e il fratello più grande di mia madre andava, da solo, a sette anni, a portargli il pane carasau e i panni puliti, durante i lunghi soggiorni estivi, scanditi da ritmi di vita con radici lontane, quando i bisogni della sussistenza dettavano i principi e i modi dello stare al mondo. Un silenzio sospeso abbraccia questo paesaggio solitario, che è rimasto puramente selvaggio, indomabile e indomato dallo spirito colonialista dell’uomo. Con vanto, in famiglia, si è sempre detto che neanche i Romani sono riusciti a penetrare questo territorio e a piegare la loro cultura millenaria a sé, ed è per questa ragione che la chiamarono Barbagia, per loro non era altro che terra di barbari.

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Gorroppu ci separa da un altro scrigno del Supramonte, Orgosolo. Nei suoi murales c’è molto dello sguardo della Sardegna oltre i suoi confini. Durante la festa di Nostra Sennora de Mesaustu (Nostra Signora di Ferragosto) Orgosolo si apre allo sguardo curioso de sos istrangios. Animata da donne illuminate dai colori incandescenti del costume locale, ritmato da forme che appaiono come architetture variopinte, come frattali ricamati da mani senza tempo, la festa si svolge al ritmo dello scampanellio di cavalli domati da uomini pieni del fascino di cui la balentìa, emblema dello spirito barbaricino, appare iscritta nel loro sguardo. Raggiungere questa zona interna della Sardegna non è mai semplice. Arrivando in nave o in aereo, percorrendo la strada a scorrimento veloce da Olbia, oppure da Arbatax o da Cagliari con l’orientale sarda, il viaggio si trasforma sempre in un’avventura. Con gli occhi intrisi di mare, che scorre oltre i finestrini, ci si ritrova presto a osservare tanche, caprette che pascolano libere e poi ginepri, corbezzoli, alberi dalle forme maestose, scolpite da un tempo antichissimo, che appaiono come una eco di ciò che doveva essere questa terra fino agli anni Sessanta del Novecento. Quando vengono nominati dai miei zii, in famiglia, sempre in sardo e per questioni pratiche che riguardano la loro quotidianità, gli alberi e le piante si trasformano in suoni icastici: sa murta (il mirto), su pirastru (pero selvatico), s’ìlighe (quercia), su olidone (corbezzolo), sa tufera (erica), su tippiri (rosmarino), su tinneperu (ginepro), s’erba pùdida (ceppica)… e poi ancora in sapori, come il miele di corbezzolo, di un dolce amaro che lascia stordito il palato o quello molto pregiato di erba pùdida, una pianta selvatica che cresce sui monti. Vita e paesaggio ancora fusi in un ritmo unico. Immersa tra queste sensazioni, per conoscere un’altra, nuova, Sardegna, mi sono addentrata nelle viscere della sua terra. È stata una delle esperienze più intense, anche perché condivisa con il mio compagno. Attraverso una fessura sovrastata da un albero monumentale abbiamo raggiunto la Grotta Voragine di Tiscali, nella valle di Lanaittu, a Oliena. Quasi inginocchiati abbiamo percorso uno stretto e lungo cunicolo, l’aria diventava sempre più umida e le pareti sembravano morbide come la seta. La curiosità di scoprire cosa sarebbe apparso, illuminato dal fascio della luce sul casco, era irresistibile. Raggiunta l’immensa sala principale della grotta, all’improvviso, dalla voragine che la incide a circa novanta metri di altezza, è penetrato un fascio di raggi solari che sembrava venire da un altro mondo ed era veramente di un altro mondo, quello di luce naturale, che per pochissimo tempo ha illuminato le concrezioni. Strane sculture tortili, perfette come se fossero state pensate e realizzate da un artista puntiglioso. Riemersi dalla grotta, la vista sembrava aver acquisito nuovo vigore. È stato come virare da un pianeta a un altro. Oltre la dimensione fisica del viaggio, nel tempo è nato anche il desiderio di comprendere cosa avesse generato, nel mondo delle idee, questa terra intrisa di bellezza millenaria. Così si è schiuso un nuovo orizzonte, animato dai personaggi della Deledda, di Salvatore Satta, di Sergio Atzeni e di Salvatore Niffoi, che mi ha aperto le porte della sua casa e mi ha portato a visitare il bellissimo, piccolo, museo dedicato a Costantino Nivola, nell’antico lavatoio del suo paese, a Orani. E poi le visite al MAN di Nuoro, che sotto la direzione di Cristiana Collu è diventato il fulcro di rinnovate energie, nel cuore della Barbagia. Un’altra vera folgorazione è stata la scoperta dei poeti improvvisatori in limba: ritmo, respiro, canto, personaggi, immagini, sogni, avventure, tutto inventato, in rima, e sul momento, davanti a un pubblico estasiato. Ascoltarli mi ha fatto ripensare a una frase della Vedova scalza di Niffoi: «A me la gente piace guardarla in faccia, entrargli dentro come un fulmine a bocca aperta». Perché questa è la sensazione che lasciano sulla pelle, come la Sardegna. 22 | my trip

Di anno in anno, con i primi temporali, il cuore si stringe in gola. I fiumi sepolti sotto il cemento sono talmente comuni in Sardegna che ne abbiamo uno davanti alla casa di famiglia… Si parla con timore, tra i sardi, di questa e delle tante altre follie realizzate sul territorio. Il giorno successivo alla tragedia, l’isola si è risvegliata stretta intorno ai suoi morti, il cui sangue si è fuso con le acque indomabili e ribelli che li ha travolti. Gli eventi che hanno fatto luce su questa terra, di cui di solito si parla da giugno a settembre, quando diventa l’immensa spiaggia dei romani, dei milanesi, dei tedeschi, fanno pensare alla considerazione che abbiamo della nostra Italia, smarrita sotto le luci della ribalta dell’ennesimo disastro ambientale.

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il Mago Francia di Luca Giordano illustrazione di Nicolò Pellizzon| fauces.com

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el mio palazzo, all’ultimo piano, abitava un mago. Come lavoro vero lavava i bagni pubblici del mercato di Porta Palazzo, che è quel mercato così grosso che ci passa un mondo attraverso, che c’è così tanta gente che lavare i bagni pubblici non doveva essere divertente. Così io, quel mago, lo vedevo sempre con il suo grembiule blu e il carrellino dove teneva i detersivi e le carte con cui faceva le magie. Le scope e gli stracci. Aveva capelli lunghi che sembravano spaghetti al nero di seppia, borse sotto gli occhi e mani grosse. Fin troppo grosse. Era un mago gentile, un mago che salutava sempre. Anche me, che ero piccolo e un po’ avevo paura di quel mago che sembrava più che altro un bidello. Di cognome faceva Francia e Mago Francia era anche il suo nome d’arte. Il Mago Francia, oltre a esser mago e a lavare i bagni pubblici del mercato, era triste. Gentile ma anche molto triste. Era sempre triste perché quand’era giovane e aveva una moglie e un figlio, il Mago Francia un giorno li aveva accompagnati al cinema e il film era un film francese che parlava di un uomo che portava sfiga ovunque andasse. La Capra. S’intitolava La Capra e la moglie aveva insistito tanto per vederlo. Il Mago Francia quel giorno li aveva accompagnati e lasciati lì perché lei lo voleva tanto vedere, quel film, ma lui doveva lavorare anche se ancora non lavava i bagni e non era nemmeno un Mago. E quel giorno in cui era andato a lavorare e aveva lasciato moglie e figlio al cinema a vedere il film che parlava di quest’uomo che portava sfiga, La Capra, quel giorno il cinema andò a fuoco e le uscite di sicurezza erano chiuse con un lucchetto. Probabilmente fu proprio quello il momento, quello in cui arrivò lì davanti che era troppo tardi, quando i pompieri aprirono le porte del cinema vicino a Corso Francia, e c’era da vedere solo il fumo che usciva e tutto il nero che c’era dentro, la puzza di bruciato e i corpi di sessantaquattro uomini, donne e bambini, proprio in quel momento il Mago Francia cominciò a esser triste. E forse anche a esser Mago. Che se io rivedo quella scena, con tutto quel fumo e la puzza di bruciato, io ripenso a quei giorni in cui il Mago Francia organizzava qualcosa in casa sua che sembravano esperimenti o magie strane. Probabilmente il Mago Francia era anche l’Alchimista Francia e nessuno lo sapeva, ma noi nel nostro palazzo sentivamo la puzza di bruciato e vedevamo il fumo, ma non chiamavamo i pompieri perché tanto ci dicevamo che era lui con i suoi esperimenti, le sue magie, bianche o nere che fossero. E lo lasciavamo fare. Al massimo, chiudevamo le finestre per non sentire la puzza di bruciato. Così, io l’esoterismo a Torino non lo collego alle scritte sui muri delle cantine, al cane trovato impiccato a un albero sotto casa, alle storie nere di statue che si animano, alla porta dell’inferno, ai triangoli e via dicendo. Lo collego alla puzza di bruciato che c’era in quei giorni nelle scale del mio palazzo, che era la stessa di un cinema bruciato. E lo collego a un mago sempre triste che sembrava un bidello, un mago con le mani grosse che salutava sempre.

L’illustrazione è tratta dal libro di Nicolò Pellizzon Lezioni di Anatomia edizioni GRRRzetic pagine 192 euro 22 grrrzetic.bigcartel.com

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l’arco di St. Louis e lo stagno sottostante © shutterstock/Young Nova curiosità |

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settanta passi di Angelo Calvisi foto di Elena Perlino| elenaperlino.com

nota è l’esplosione di colori dei panni stesi alle finestre dei palazzi, lenzuola magliette camicie che ormai fanno parte dell’arredo urbano. Sembra un paradosso, l’ennesima contraddizione, ma nel capoluogo della regione più anziana e cementificata d’Italia, in una città dove non c’è lavoro e da cui i giovani scappano, quella dei panni stesi è una emergenza che, periodicamente, torna a turbare i sonni degli amministratori genovesi. Nel febbraio del 2011, in nome del decoro, il regolamento di polizia urbana li aveva vietati, e poco conta se, un pugno di giorni dopo, il sindaco di allora, Marta Vincenzi (area PD, coinvolta e travolta dall’inchiesta che ha fatto seguito alla tragica alluvione del 4 novembre di due anni fa, dove persero la vita sei persone, uccise dall’esondazione del Rio Ferreggiano: a proposito dei disastri provocati dalla appena menzionata cementificazione selvaggia), ha ritratto il provvedimento. Che poi, il decoro. Mica vero. «Non vogliono che si veda che le lenzuola diventano grigie perché l’aria è irrespirabile», dice con pragmatismo tipicamente zeneize la signora Marcella, la mia vicina di casa che incrocio sul portone. E d’altra parte la questione era salita alla ribalta della cronaca anche nell’estate del 2001, ai tempi del nefasto G8 genovese, quando il premier di allora, Silvio Berlusconi, aveva ordinato che i panni stesi sparissero dalla salita Pollaiuoli e dalle altre zone che si affacciano sul palazzo Ducale, perché ragazzi parliamoci chiaro, Tony Blair mica poteva uscire e trovarsi di fronte le mutande del signor Pino, perbacco (e comunque, anche in quella occasione, l’arazzo sopraelevato e multicolore restò dov’era: questi riottosi genovesi). Ad ogni modo, i panni stesi sono la prima cosa che si vede camminando col naso all’insù, se come un’anima candida cerchi il cielo. Se invece restate quaggiù, tra i comuni mortali, ciò che salta agli occhi è lo straordinario affollamento di prostitute che rende unica via della Maddalena. Ci sono ragazze di ogni età, di ogni etnia, di ogni nazionalità, ma attenzione, le potete trovare soltanto in orario d’ufficio, dalle 9 alle 19, pausa pranzo compresa, anzi specialmente in pausa pranzo, perché anche a Genova, come in altre grandi città della penisola, la consuetudine del sesso mercenario all’ora di pranzo ha sostituito la scappata in palestra e il lunch vegetariano. «Ci sono dei clienti che pagano con i buoni pasto», mi dice sorridendo Morena, splendida ecuadoriana ventiduenne, e qualcuno obietterà che è storia vecchia, e tuttavia a Genova la consuetudine si è consolidata negli anni, e in tempi di crisi come questi… «Il problema è che alcune aziende distribuiscono i ticket con il nome del dipendente stampato», dice ancora Morena, che quando va a fare la spesa al supermarket di zona si trova suo malgrado a sputtanare in maniera indelebile il malcapitato cliente. Squilla il cellulare della ragazza, da qualche finestra, da qualche angolo della via, qualcuno si è accorto che sta parlando un po’ troppo con il sottoscritto, e allora dobbiamo salutarci. Perché Morena, bella e giovane, ha il protettore. Tutte le ragazze più giovani ce l’hanno, e lo puoi capire anche senza chiederlo, perché di solito le più carine non si fermano nello stesso cantone per più di un mese, ma circolano nelle diverse zone della città. «In questo modo si evita che le ragazze si affezionino ai clienti e il pappone mantiene alto l’interesse per la mercanzia», mi spiega la signora Luciana, la decana delle mercenarie della Maddalena, che esercita in un basso a dieci metri dal mio palazzo. Ha l’età di una mia zia, sessantaquattro anni, è una donnina minuta e gentile, a sea of light

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ggi, su Google, ho cercato due parole: Genova e contraddizioni. Sono usciti circa 459 mila risultati. Pochi, in fondo, almeno se paragonati alle milionate di analoghe digitazioni riferite a Milano e Roma. Pochi soprattutto se consideriamo che Genova, in realtà, è proprio la capitale delle contraddizioni. Provate, per esempio, ad andare in via Garibaldi. Via Garibaldi è la cinquecentesca Strada Nuova, una strada di rappresentanza (palazzo Tursi, sede del municipio di Genova, si trova qui), il modello di identità sociale ed economica che ha inaugurato l’architettura di età moderna in Europa. In via Garibaldi potete visitare i palazzi progettati da Gian Galeazzo Alessi e i musei di Palazzo Bianco e Palazzo Rosso, che nel loro piccolo ti danno la possibilità di ammirare Van Dyck, Strozzi, Dürer, Veronese, e ancora Caravaggio, Rubens, Magnasco… Eppure, se dopo la visita ai musei di Strada Nuova avrete voglia di farvi una passeggiata, vi farete un’idea più precisa di ciò di cui parliamo quando parliamo delle contraddizioni di Genova. Dal portale di Palazzo Rosso scegliete uno qualunque dei vicoli perpendicolari a via Garibaldi che si inoltrano giù, verso le viscere del centro storico. Vico Angeli può andare? Oppure vico del Duca? Il risultato è sempre lo stesso, dopo settanta passi (vi prego di contarli) sarete in via della Maddalena, settanta passi appena separano la via più bella di Genova (Pietro Paolo Rubens, addirittura, definì Strada Nuova come la via più bella d’Europa) dalla strada delle mignotte, dello spaccio, delle bottigliate notturne. Secondo voi io dove abito? Risposta esatta, io abito qui, in via della Maddalena, la via delle mignotte, dello spaccio, delle bottigliate notturne, e quando mi hanno telefonato e mi hanno chiesto di fare un reportage su questa parte della città non ho dovuto fare altro che togliermi le pantofole e scendere giù. Via della Maddalena è un posto strano, tutto il centro storico di Genova è un posto strano. La prima cosa che si 2005

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non priva di una certa eleganza, e deve averne viste di cotte e di crude. «Una volta - racconta - un ragazzo si è presentato con il padre. Con il padre, capisce? Mi ha detto che il signore aveva delle esigenze particolari, voleva farmi la pipì addosso. Gli ho risposto di andare a farsi curare da uno bravo». La signora Luciana è la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via. Non ha figli (ma anche se li avesse dubito che lo direbbe a me), ma mi parla di un nipote grande che studia al Politecnico di Torino, e mi fa anche tenerezza il suo orgoglio nel decantare i risultati del suo giovanotto, come lo chiama lei. «Mi scusi l’impertinenza, ma alla sua età, non potrebbe ritirarsi dalla scena?». «Cosa vuole - risponde la signora Luciana - con alcuni clienti si è proprio creato un legame d’amicizia, certe volte vengono e non facciamo niente, chiacchieriamo e basta». Ci salutiamo, ci vediamo domani, le dico, che ora si è fatta? Sono le sette e mezza. Più avanti nella via una coppia giovane, Pietro e Zea, ventisei anni lui ventinove lei, pochi mesi fa ha aperto un locale che si chiama con il nome di una varietà di peperoncino e l’ha aperto in controtendenza rispetto a una realtà che, invece, dice che i negozi della zona stanno in larga misura abbassando le serrande. Vado a trovarli, c’è molta gente, molte birre, molto cibo. «Le cose funzionano - mi racconta Pietro - forse stiamo beneficiando dell’effetto novità, però non ci possiamo lamentare». Lui e la sua compagna stanno cercando di creare una piccola rete di accoglienza del pubblico con gli esercenti della zona, soprattutto con l’ostello che è stato da poco inaugurato nelle adiacenze della chiesa della Maddalena, l’area meno degradata. «Al di là di una maggiore presenza delle forze dell’ordine, il rilancio di via della Maddalena parte da noi, dalla nostra capacità di attirare gente e movida, soltanto così possiamo sperare di restituire almeno in parte via della Maddalena alla città». Pietro mi versa un boccale di birra spagnola, mi fa assaggiare il suo polpo in guazzetto, è tutto molto buono, e stasera via della Maddalena, e tutta Genova, mi sembrano più belle del solito.

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da una nuvola di nebbia testo e foto di Federica Araco | slowsud.wordpress.com

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a prima volta che lo vidi sbucò all’improvviso da una nuvola di nebbia. Lui, infangato e malconcio, e dopo di lui centocinquanta pecore. Le mie signore, disse, prima di chiedermi un goccio dell’acqua che trasportavo sulla testa. Era piovuto forte tutta la notte e anche la mattina. Uno di quei temporaloni d’inizio autunno che spezzano i rami secchi lasciando foglie dappertutto. Io tornavo dalla fonte, come ogni giorno a quell’ora. Abitavo con mamma, papà e i miei cinque fratelli in una piccola casa vicino al tratturo Pescasseroli-Candela. Sapevo del passaggio dei pastori in transumanza, ma mai mi era capitato di incontrarne uno.

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«Dal piazzale di Santa Maria di Collemaggio fino alla piazza dell’Epitaffio di Foggia sono quindici giorni di cammino», disse dopo aver bevuto. «Qui siamo un po’ più che a metà strada». Le sue signore ci guardavano immobili e solo qualche folata di vento, muovendo i piccoli campanelli, mi ricordava della loro presenza. Parlammo a lungo, almeno credo. Lui raccontava e io chiedevo, perdendomi nelle sue parole. Immaginavo i luoghi che aveva appena attraversato, le stelle contate nel cielo per orientare il cammino, il calore del fuoco notturno e il richiamo dei pastori, ciascuno il suo, per recuperare le greggi.

La mia vita, in confronto, era d’una noia mortale. Quasi mi vergognai quando mi chiese «E tu che fai?» Esitai un momento, stringendo nel pugno lo scialle di lana di mia nonna al quale attribuivo magici poteri di coraggio e preveggenza. «Vado a scuola e nel pomeriggio aiuto la mamma in campagna e mi prendo cura dei miei fratellini. Abbiamo qualche pecora anche noi, sai? Cinque galline e una mucca. C’è sempre molto da fare». Non mi parve deluso, almeno a giudicare dalle tante domande. Prima del tramonto si rimise in viaggio, verso Sud, promettendomi di tornare dopo l’ultima neve.

Cominciò così la nostra strana amicizia, il nostro rapporto stagionale. Passava a salutarmi ogni inizio d’autunno e sapevo che lo avrei rivisto a primavera inoltrata. Tutto il resto del tempo era ricordo e attesa. Non credo di esserne stata innamorata, anche se c’ho pensato qualche volta e in casa mi prendevano in giro notando il mio fermento quando si avvicinavano i giorni del tratturo. Lo aspettavo, certo. Ed ero felice di vederlo sbucare dai cespugli, tra lo scampanellare delle sue morbide amiche, ogni volta con un regalo diverso. Cesti di rose canine, mazzolini di crocus e ciclamini selvatici, more, mandorle o qualche pezzo di pane pugliese cotto a legna d’ulivo, una rarità dalle nostre parti. E ogni volta c’erano nuovi racconti entusiasmanti, benché il tragitto fosse sempre lo stesso. Anche io mi impegnavo per intrattenerlo, selezionando con cura gli eventi più interessanti sul piccolo taccuino rilegato in pelle di mucca, il suo regalo più prezioso. Passavano i mesi, gli anni. Raramente parlavamo di noi, di quanto fossimo felici di ritrovarci ogni volta. Non perché lo dessimo per scontato, sapevamo quanto quelle poche ore trascorse insieme fossero preziose per entrambi. Credo fosse più che altro una questione di pudore e timidezza. Poi tornò l’inverno, più lungo e rigido del solito quell’anno. Rimanemmo isolati per settimane senza poter raggiungere il paese più vicino, che era a un giorno di cammino da casa. Il cibo non mancava, per fortuna, ma quegli interminabili pomeriggi passati davanti al fuoco erano per me, allora adolescente, una vera tortura. Scrivevo sul mio diario con ossessiva regolarità, appuntando meticolosamente piccoli eventi di poco conto, in attesa di potergliene parlare a voce. Era una mattina di fine aprile quando lo vidi arrivare insieme a Nina, il suo inseparabile pastore maremmano, che ormai conosceva bene la strada di casa. Stavo preparando il pane e insistetti perché si fermasse a pranzo. Parlammo a lungo, come sempre, sotto un tiepido sole primaverile. Mi raccontò dell’eccezionale nevicata che lo sorprese la notte di Natale e della costruzione della nuova ferrovia che un giorno, dicono, avrebbe collegato Bari a Milano. Ripartì poco dopo per svalicare il Matese prima di sera, abbracciandomi più forte e più a lungo del solito. Fu l’ultima volta che lo vidi. Lo aspettai invano l’autunno seguente, e la successiva primavera e tutti i mesi e i giorni a venire. Solo molto tempo dopo seppi che si era sposato con una giovane aquilana, figlia d’un importante produttore di filati. Ormai mi sono abituata alla sua assenza e non spero più di rivederlo. Invecchio e scrivo, accoccolata accanto a un camino sempre acceso. Ma ogni tanto, quando passeggio con i miei cani lungo il tratturo, chiudo gli occhi e sorrido. E lo rivedo, tutto sporco e malconcio, sbucare da una nuvola di nebbia.

nella foto: il Rifugio Santa Maria nell’Oasi di Guardiaregia massiccio del Matese, 2013 curiosità |

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Da oggi ancora più lontano. A casa tua.

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viaggio in Italia cartoline ritrovate «Mentre percorrevo l’Italia, e scrivevo dopo ogni tappa quello che avevo appena visto, la situazione mi cambiava in parte alle spalle. È vero che avevo cercato di eliminare tutto quanto pareva più evidentemente legato a circostanze transitorie. Ma lo stabile e il transitorio entrambi sono relativi, e non possono sempre dividersi con taglio netto» Guido Piovene Viaggio in Italia

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n baule per cinquant’anni custodisce un racconto, il resoconto di un viaggio per un’Italia antica e lontana, che ci viene restituita nel suo carattere nazionale e immutabile. Una testimonianza intima, lontana dalla luce per mezzo secolo, riprende vita e colore in queste pagine. Come Guido Piovene qualche anno prima nel suo di Viaggio in Italia, Giovanni, il protagonista di questo tour, ci lascia con le immagini che seguono una documentazione e un ricordo del paese nella sua natura immobile tanto quanto in quella transitoria.

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L’idea nasce dal ritrovamento di queste cartoline in un baule nella soffitta di mio padre. Chi fosse il protagonista di questo viaggio non lo sappiamo, ma con Annalisa D’Angelo e Valeria Ribaldi abbiamo deciso di ripercorrere insieme a lui l’Italia della metà del secolo scorso. Eugenia Lecca, illustratrice e artista romana, ci ha aiutato a restituire un po’ di colore a queste immagini e soprattutto a inserire la figura di Giovanni, che ci piace immaginare protagonista di ogni foto. Perché se quella che vediamo è l’Italia come i nostri genitori ancora ricordano, quella che è descritta nel retro è l’Italia di Giovanni, che racconta attraverso le sue sensazioni i sapori e gli odori della penisola. Claudia Bena Eugenia Lecca è pittrice e illustratrice, vive a Roma dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti. Ha esposto tra il 2001 e il 2011 alla Galleria GRANMA di Roma con la mostra personale Ritratti; alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Termoli con la mostra collettiva Re-Generation; alla Biblioteca di Villa Mercede di Roma per la mostra personale Ateliers d’Artista presentata da Marco Tirelli a cura di Rosanna Rago; alla Galleria Caffè Dagnino di Roma per la mostra collettiva Sottovetro; alla Galleria Studio Soligo di Roma per la mostra collettiva Scanning; al Festival Misticanza di San Casciano per la mostra personale Misticanza; alla Edward Culter Gallery di Milano per la mostra collettiva Interno e Memoria. Per la Salani Editore di Milano ha illustrato Il capitano del mio mare e The Water Horse.

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fujifilm presenta

alessandro mallamaci

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on il progetto U Stegg Alessandro Mallamaci racconta la dimensione umana e diretta della festa così come ancora è intesa nell’Aspromonte Meridionale, a Cataforio (Reggio Calabria), dove due volte l’anno (in estate e in inverno) per una settimana è possibile seguire corsi di danza tradizionale reggina, zampogna, tamburello, organetto, lira calabrese, chitarra battente. La particolarità rispetto alle altre realtà didattiche sparse in Calabria è il contatto diretto con il mondo coreutico e musicale di origine pastorale e contadino del territorio. La didattica è affidata ai consueti canali orali del guardare e ripetere assieme a maestri suonatori e danzatori del luogo, mentre ogni sera è possibile partecipare a una festa in un posto diverso dell’Aspromonte meridionale.

Fotografo trentatreenne, laureato al D.A.M.S., ambassador Fuji, co-direttore artistico del festival di fotografia  La misura del paesaggio, ha al suo attivo la pubblicazione del libro I tamburi della Sila - Costruttori e suonatori dei Casali cosentini, mostre tra cui la collettiva De rerum natura nel 2012 e collaborazioni con quotidiani e riviste. Tiene corsi e workshop di fotografia e post produzione. Nel 2009 ha fondato l’agenzia  Servizifotografici.net. Dal 2010, con l’associazione Nonsense, di cui è socio fondatore, ha organizzato la serie di Incontri fotografici d’autore. Con l’associazione Sismi nel 2009 ha organizzato l’evento ReggioFotoGrafia e nel 2010 il workshop  Raccontare una storia per immagini - La professione del fotografo contemporaneo in ambito editoriale con Giulio Di Sturco. «Non ho una passione smodata per la tecnica, al contrario credo che la qualità più importante per un fotografo sia la sua capacità di raccontare delle storie con le proprie immagini.  La tecnologia e il progresso non cambiano la sostanza della fotografia. Riferirsi alla tecnica e alle tecniche significa ignorare la fotografia. La tecnica è il mezzo, non il fine». alessandromallamaci.it

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diario di bordo di Uberto Paoletti illustrazioni tratte dai libri di Mauro Mancini Navigare lungo costa, Il Tagliamare

31 marzo 2010 - Otranto 5.30 del mattino

1 aprile 2010 18.22 Cala delle Zagare

C’è qualcosa che non va. Sono le prime luci dell’alba e sto navigando a motore spento godendomi il silenzio del mare. La cambusa è stracolma, il vento favorevole e le antiche torri che svettano dalla costa mi ricordano i pirati saraceni. Ieri sera le ho raccontato di Dragut, ma credo sia rimasta più colpita dal fatto che sapessi chi fosse il grande Ammiraglio Andrea Doria piuttosto che dalle cinquemila teste mozzate di viestani per mano del pirata. Ne ho avuto la conferma quando mi ha spiattellato con fare ingenuo le sue conoscenze in campo storico-architettonico-artistico. «La terza statua sopra al palazzo Ducale di Genova, quello è Dragut». La saccente.

Sono a prua con le gambe a penzoloni, da solo con la mia zia Elena. Lei sta dormendo in cabina, ha voluto stare con me per il turno di notte e ora è crollata. Devo pulire il pozzetto, controllare il meteo, assicurare l’ancora... e mentre passo in rassegna tutte le mansioni da capitano - marinaio - mozzo mi scappa un sorriso pensando alla sua faccia quando si troverà di fronte Michele, che con tutto il suo fascino le racconterà di Pizzomunno e il suo amore per Cristalda. «Ogni cento anni il povero Pizzomunno abbandona le sue fattezze di pietra e torna a essere umano per incontrare la sua amata Cristalda, rapita dalle sirene invidiose e trascinata negli abissi». Si, va bene, la conoscono tutti la leggenda di Pizzomunno, ma se a raccontarla è il mitico Cavalier Trimigno è tutta un’altra cosa.

31 marzo 2010 9.03 Da Est il vento si è alzato a venti nodi, che mi consentono di navigare in direzione Vieste di bolina larga a una velocità di sei nodi e mezzo. Zia Elena avanza a gran passo sull’acqua, supera la piccola insenatura di Torre di S. Stefano e costeggia la larga spiaggia che nasconde i due laghi costieri. So che a breve incontrerò la secca di Missipezza, sono troppo vicino alla costa, mi sto preparando alla manovra quando sento odore di caffè. Il pozzetto di zia Elena è stato imbandito a festa: burro, marmellata, cornetti caldi (caldi? È riuscita ad accendere il forno?), caffè fumante e un sorriso da sirena. Devo sbaraccare tutto e non ho molto tempo. Addento un cornetto, recupero un po’ di randa, assicuro il fiocco, la guardo e mi sento felice. C’è qualcosa che non va.

1 aprile 2010 5.47. L’Alba Il promontorio del Gargano comincia a non confondersi più con la notte. Sono finalmente solo, stanco, assonnato. Zia Elena mi culla di quella strana sensazione che c’è proprio qualcosa che non va. Ieri pomeriggio abbiamo pescato un tonno. C’è voluta una manovra di quasi mezz’ora per recuperare la nostra cena, visto che non sapevo di avere una lenza a mare. Abbiamo cucinato insieme e cenato protetti nella baia di Pugnochiuso. Abbiamo fatto l’amore sottocoperta e guardato le stelle inseguendo il Nord nella notte. Poi lei ha cominciato a parlarmi di Enrico Mattei che nel ‘56 sorvola Pugnochiuso, se ne innamora, decide di comprarla e ne fa un’oasi per i dirigenti dell’Eni fino al suo tragico incidente. Quando fa la professoressa non la sopporto. Tesoro mio sono anni che navigo per questo pezzetto di Adriatico e arrivi tu pensando di darmi lezioni? La lascio fare, ho il mio asso nella manica che tirerò fuori a tempo debito lasciandoti senza parole. Il pensiero mi stizzisce e inorgoglisce allo stesso modo, ridacchio tra me con un retrogusto di amaro in bocca. Sono confuso.

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2 aprile 2.52 Porto di Vieste Ho dormito quasi sei ore. Quando siamo arrivati in porto, verso le tre del mattino, i primi pescherecci erano già salpati e io mi sono attraccato al molo ormeggiando zia Elena a uno di loro. Ho fatto subito rifornimento di acqua, messo la barca in sicurezza, alzato la passerella e di corsa a dormire. Mi sono addormentato subito, tranquillo di essere in porto, tranquillo accanto a lei. Ora sono sveglio, lei non c’è, mi sono alzato, ho controllato, la passerella è abbassata. Rimbambito di sonno sbatto l’alluce contro lo scalino del pozzetto e impreco. Sono incazzato nero, meglio rimettersi a dormire e chissenefrega di tutto. Torno in cabina e mi accorgo che c’è un libro aperto accanto al mio cuscino con un biglietto e un cistus nel mezzo. Nel libro di Göran Schildt sono sottolineate a penna quattro righe:

il Mediterraneo è come una donna dai mille volti, con atteggiamenti sempre mutevoli. Ho imparato, però, a riconoscerne pregi e difetti, sperimentando molti dei suoi lati buoni e alcuni dei peggiori.

E il biglietto dice: «Ho conosciuto Michele Trimigno andando a comprare i cornetti stamattina (li trovi in dinette). Ti aspetto al bar del porto, sbrigati! Baci, Bea».

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colui che vede in se stesso tutte le cose di Andrea Esposito foto di Massimo Nicolaci|massimonicolaci.com

per Davide

Roma 2013

Roma 2012

UNO

Roma 2011

«Era una cosa entusiasmante che lui, Arthur Fidelman, in fin dei conti figlio del Bronx, camminasse in mezzo a tutta quella storia. La storia era misteriosa, un ricordo di cose sconosciute, da un lato oneroso, dall’altro un’esperienza inebriante. Esaltava e deprimeva: non sapeva perché, sapeva solo che eccitava la sua mente più di quanto fosse bene per lui» Bernard Malamud, L’ultimo moicano

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l’arco di St. Louis e lo stagno sottostante © shutterstock/Young Nova

Se divento cieco questa è l’ultima cosa che voglio vedere. Con una bracciata teatrale gli indica il Pantheon. Un cameriere. Corpo secco e nervoso. Brutta pelle. Qualcosa di fiero. Lui sorride, lascia la mancia e se ne va dal ristorante. Ha una specie di affanno. La bocca amara del vino cattivo. Pensa a Morte a Venezia. Se muore lì nessuno lo riconoscerà. Magari gli rubano i documenti. Resterà come una statua al centro di una qualsiasi piazza bellissima. Gli viene sempre più spesso in mente. Che morirà in Italia. Una profezia che si è fatto da solo. Un inciampo da cui la mente non si sposta. Arriva a Largo Argentina. Al centro i ruderi. I romani ci vivono intorno a tutte queste rovine. Un gigantesco piazzale di rovine. Come i fori. È successo ieri, ai Fori, che il suo viaggio è cambiato. È stato il caldo. Sapeva che avrebbe fatto caldo. Agosto, Roma. Lo sapeva. Ma nessuno gli aveva detto come fosse quel caldo. Un vento immobile e melmoso. Un sudore di febbre. All’improvviso ha avuto paura di impazzire. O di morire. È uscito dai Fori. Camminando immerso in quel caldo come in un liquido. E qualcosa che ieri è andato via non è ancora tornato. Forse ha cominciato a impazzire. Non era preparato a questo. A tutte queste rovine. Tutti questi avanzi intoccabili intorno. E a questo caldo fluido e fermo. A Piazza Venezia si è come perduto. Sapeva dov’era, ma si sentiva un niente in mezzo a un maestoso niente. I palazzi nuovi e i palazzi vecchi ugualmente distrutti. Non era preparato a questo. Malamud non l’aveva preparato. Prima di arrivare modellava l’Italia sui racconti di Malamud. Specialmente la serie di Fidelman, e specialmente L’Ultimo Moicano, il primo. Dove Fidelman arriva in Italia con il primo capitolo della sua tesi su Giotto. Incontra uno strano individuo, Susskind, che diventa il suo persecutore. Gli ruba la tesi e lo costringe a restare in Italia. Cammina per Via dei Giubbonari. Lo struscia gente ubriaca. Non riesce a togliersi quel sapore dalla bocca. Una piccola chiesa conficcata in fondo a una piccola piazza. Tutto ammonticchiato, tutto sovrapposto. Un gruppo di americani come lui. Spagnoli cantano mentre vanno verso Campo de’ Fiori. È poco più grande di loro ma è molto più vecchio. Perché è qui? Perché poteva essere carino, come gli ha detto qualcuno quando ha raccontato la sua idea: una piccola vacanza in Italia per staccare dalla tesi di dottorato. Ma la tesi è su Malamud, e così la vacanza è anche un pellegrinaggio. Sorrideva: Sperando di non incontrare il mio Susskind. Ma il suo persecutore è questo sentimento che non sa capire. Arriva a Campo de’ Fiori, un boato strisciante di voci. Turisti dappertutto. E lui è uno dei turisti. Come ai Fori. Quegli sciami di turisti che camminavano lenti storditi dal sole. Camminano e guardano, non capiscono, si perdono. E lui è come loro. Entra in un bar per bere qualcosa. Gli ci vogliono dieci minuti per arrivare al bancone. Tutti bar per turisti. Tutti bellissimi e finti. Quando sta per ordinare si rende conto che non sa cosa prendere. La ragazza lo guarda e lui le chiede il primo cocktail che gli viene in mente. Sa che sarà ubriaco alla fine del bicchiere. Mentre esce pensa alla cameriera che ha conosciuto ieri. Era carina e lui per attaccare bottone ha parlato bene della città, come se stesse facendo i complimenti a lei. E lei ha detto: Qui ami tutto, pure quello che ti fa incazzare. E questo non è giusto. Un amore sciocco, pensa. Si siede sotto la statua di Giordano Bruno. Cori di ubriachi. Una chitarra. Non sa cosa gli succede. Non sa perché è qui. Si chiede se qualcuno leggerà la sua tesi. Se finirà mai la sua tesi. Guarda in alto ma la città emana troppa luce. Non si vede una stella. Questo posto morto che ospita e ingloba senza accettare. Un ossimoro immane. Tutto finto e così vero. Guarda tutta questa bellezza che gli parla di morte. In fondo alla piazza qualcuno strilla, c’è una specie di rissa. Gli si chiudono gli occhi. Sente puzza di sudore. E poi guarda due figure e le segue con lo sguardo. Due ragazzi italiani. Uno, più bello, cammina con una rosa in mano. Dietro l’altro imbraccia un mazzo di rose. Ogni tanto il primo si stacca e va da una turista. Attacca bottone e le dona la rosa. Ci parla un po’. Se lei non gradisce, dopo qualche battuta saluta e se ne va. Torna dal suo amico, prende una rosa dal mazzo e ricomincia il giro. Guarda i due italiani aggirarsi per la piazza e gli succede qualcosa. All’improvviso tutto quanto è chiaro. Capisce tutto. Vede tutto. Sa che parte ha la finzione, che parte ha la verità. Non ha più nessun dubbio davanti a sé. È sicuro e fermo. Ma non ne farà nulla di quello che realizza ora. E dimenticherà il senso di quello che ha compreso qui in un istante. Lo liquiderà come una sbronza colossale. Ripenserà a quel vino orrendo. Non ricorderà mai cosa annuncia questa sua chiarezza. Già l’ha dimenticato. Ma il tempo di questa chiarezza è adesso. Adesso che sente questa cosa sedimentarsi in lui. Come un taglio che genera qualcosa, invece di dividere. Adesso è tutto perfetto. Ora è al posto giusto. Partirà domani. racconto di viaggio |

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DUE

È entusiasmante. Ma solo se ci fa caso. L’acquedotto serpeggia sopra di lui. È storia e lui ci cammina in mezzo. Ma è una storia misteriosa. Un ricordo di cose sconosciute. È al Mandrione. L’acquedotto è immenso e morto. Esaltante e deprimente. Percorre via Casilina Vecchia. Sta andando a pranzo da sua madre. La casa a Piazza Lodi dove è cresciuto. Ora abita a Torpignattara. Il caldo è un vento immobile e melmoso. Ha sceso una piccola rampa di scale. Poi un breve tunnel. È passato sotto un arco dell’acquedotto e ora cammina per via Casilina Vecchia. Case basse e giardini. Spiazzi abbandonati, recinzioni. La degradazione qui ha qualcosa di antico. Abbandono silenzioso e impassibile. Passa davanti a casa di Marco. Erano amici tanti anni fa. Lui entrava in quella casa, quasi ogni pomeriggio, e ne usciva la notte. Adesso percorre la stessa strada che faceva al suo ritorno. All’epoca il Mandrione era più desolato. Una solitudine minerale. Lui arrivava come arriva adesso in fondo a questa strada, dove un piccolo ponte passa sopra una ferrovia. Non ci ha mai visto passare un treno. All’altezza del ponte i cani cominciavano ad abbaiare. Non riusciva a vederli. Aveva paura, era solo, era buio, i cani intorno. Aveva passato il pomeriggio a fumare e a giocare ai videogiochi. Con Marco stavano davanti allo schermo finché non erano troppo fatti per tenere gli occhi aperti. E quando usciva lo aspettavano i cani nel buio. Il primo ponte era un traguardo. Se passava era un po’ più salvo. E quelle notti, come adesso, passava. Arriva alle case più avanti. Squadrate e di un colore di sabbia morta. Il Mandrione è un solo lungo ponte. Da una parte c’è Torpignattara, la Prenestina, il Pigneto. Dove le case hanno qualcosa di raffazzonato, e la gente sembra tenere insieme tutto e impregnare le cose. Pelli e odori a ogni angolo. Dall’altra parte del Mandrione inizia un’altra Roma. Piazza Lodi e Villa Fiorelli, la loro indolenza residenziale. Teste di pietra urlanti dalle facciate di palazzi d’epoca. Il Mandrione è una pausa. Una pausa che lui attraversa. Anche tre anni fa. Una festa all’Init. Ha cominciato a ridere insieme a lei. Sono usciti fuori nella notte e lui le ha toccato la mano e si sono baciati. Sono andati verso casa di lui. Era estate. Hanno percorso il Mandrione, all’inverso di come lui lo percorre adesso. Ridevano e si fermavano per baciarsi. I cani non hanno abbaiato. Tutto intorno era quella stessa pausa. Erano soli. Ci sono affondati dentro e ne sono riemersi. Da lì la città intorno sembrava un materiale buio e molle. Vedevano il cielo. Sono riemersi dal Mandrione ed è stato come riempire una casa vuota. I cani erano scomparsi. Quella notte più delle altre notti. In tutti quegli anni i cani non li ha mai visti. Tranne uno. Ne ha visto soltanto uno, una volta sola. Era un ragazzino. Esce da casa di Marco. Più avanti, poco prima del ponte, un cane sbuca lentamente da una rete di ferro. Come in una specie di parata. Lo guarda. Lui si ferma. È solo. Il cane lo fissa. Corpo secco e nervoso. Ha qualcosa di malato. Il respiro, il pelo. Restano immobili. Il cane non abbaia. Non si muove. Lui guarda il cane e il cane diventa reale sotto i suoi occhi. Come un risveglio. E dentro di lui nasce una paura nuova. Cresce tanto che diventa un sasso al centro della sua pancia. Il sasso non se ne andrà più via. E lui lo sa mentre prende posto dentro di lui. E poi il cane volta la testa e torna dietro la recinzione. Lentamente, come dissolvendosi. Lui riprende a camminare. Affretta il passo. Si volta indietro per vedere se il cane lo segue. Sente il proprio respiro. Come se un altro respirasse al posto suo. Arriva al secondo ponte. Dove c’è il tracciato di un’altra ferrovia. Scavalca. C’è un pendio scosceso. Si siede sull’erba. È invulnerabile. La paura al centro della sua pancia è una cosa solida. E non se ne andrà più via ma lui è invulnerabile. E c’è l’odore dell’estate e della terra e la sua paura appena nata non gli farà nulla. Sente il respiro rallentare. Il suo respiro convivrà con quella paura. E la sua forza nascerà da quella paura. È sul pendio scosceso della ferrovia dove non passa nessun treno. ______________________________________________ Esergo da: Il barile magico, minimum fax, p. 198 Il titolo viene dalla frase di Giordano Bruno: «Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose»

Zoo - Roma 2013

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Giulia - Roma 2012

Matteo - Roma 2012

racconto di viaggio |

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di Luisa Brancaccio

D

omenica Lorenzo è stato sparato. Lo hanno preso alla spalla col fucile a piombini. Dicono che è stato mio padre ma non è stato lui. Dicono che mio padre gli ha ammazzato una pecora, dicono che lo ha fatto perché Lorenzo gli ha bruciato la barca, dicono che hanno visto gli extraterrestri su in montagna, dicono che certi virus possono passare dal computer ai cristiani, che possono anche ucciderti. Ma io non ci credo. La dottoressa gli ha dovuto togliere i piombini dalla spalla senza anestesia, con le pinze, scavando in mezzo al sangue. Dicono che a metà del lavoro è svenuta e allora ha continuato Beatrice, la moglie di Lorenzo. A lei non le fa schifo niente. Era buio quando gli hanno sparato, lui era sulla strada per San Bartolo, gli hanno sparato dal costone di fronte e lui non ha visto chi era. Nessuno va a caccia di notte, questo è il problema. Ha chiamato i carabinieri di Filicudi e glielo ha detto, non è stato un incidente, qualcuno voleva sparargli. I carabinieri sono venuti a fare domande per due giorni poi se ne sono andati e non è successo più niente. A me non me ne frega un cazzo. Mi sono iscritto a Meetic, è un sito serio, senza virus. Ho messo la mia foto, ho chattato con qualche ragazza, una di Messina mi piaceva un sacco, le ho chiesto di venire qui ma mi ha detto che non poteva, i genitori non la mandano perché non è ancora maggiorenne. Io non ce li ho i soldi per andare a Messina in albergo, e pure se ce li avessi al limite andrei a Lipari da una puttana, almeno è una scopata sicura. Perché le ragazze sembrano tutte troie finché stanno a casa loro ma quando si tratta di scopare si tirano sempre indietro. Vado a perdere tempo. Stanotte ho avuto un incubo, ho sognato che mia sorella partoriva una capretta. Lei era tutta contenta, a me faceva impressione, capivo che era una cosa innaturale. Dicono che non voglia dire chi è il padre perché è un marocchino, uno di quelli che lavorano giù al molo. A Martina non la capisco, in primavera partorisce, se è marocchino si vedrà dal colore, tanto vale dirlo subito. Allora ieri ho letto il suo diario segreto. Ha un catenaccio che è una presa per il culo, l’ho aperto subito. Sulle prime tre pagine c’era scritto solo «Non ce la faccio più. Non ce la faccio più. Non ce la faccio più». Tre pagine intere. Mi sono spaventato, ho pensato vuoi vedere che è pazza. Ho richiuso il catenaccio e ho

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l’arco di St. Louis e lo stagno sottostante © shutterstock/Young Nova

© Marilena Taranto

© Bianca Ossicini

sessanta abitanti

rimesso il diario a posto. Non si è accorta di niente, sta tutto il giorno davanti alla televisione a mangiare, è grassa come una vacca, non parla, mangia solo, certe volte piange. Quando aveva sette anni Martina è stata morsa alla testa da uno scorpione. Dicono che se uno scorpione ti morde alla testa puoi diventare pazzo. Le dico Marti’ non ti preoccupare, si mette tutto a posto. E lei piange. Ma che cazzo piange a fare? Il figlio di Matteo dice che l’anno prossimo se ne va. Forse a Padova a lavorare in fabbrica oppure in Australia dai suoi parenti. Vorrei sapere come mai quella testa di cazzo se ne va e io no. E pure Cristian, dice che vuole andare in Russia a trovarsi una moglie, dice che parte dopo l’estate ma lo diceva pure l’anno scorso. Cristian lo sa, in Russia parlano russo e lui manco l’italiano parla, in Russia fanno qualche venti gradi sotto zero e il biglietto d’aereo costa e Cristian non ha niente. Il telefonino gliel’ho regalato io quando mi sono preso quello nuovo, se no nemmeno quello aveva. Dicono tutti che se ne vanno e non se ne va mai nessuno. Dicono che ho ucciso il mio mulo, che certi turisti tedeschi mi hanno fatto il filmino col cellulare e poi mi hanno denunciato alla protezione animali, che andrò a finire in carcere per omicidio perché ora uccidere un mulo è grave come uccidere un cristiano. E secondo loro io uccidevo il mulo che ho pagato mille euro? Sta legato in montagna perché se lo tengo nelle lenze qua giù quello scappa. Il mio mulo è intero, vuole scopare, mi sta facendo diventare pazzo, fosse per me lo sgozzerei ma poi come faccio a lavorare? Oggi ho detto a mia madre che mi brucia la pira. Secondo lei devo andare dalla dottoressa. Ma la dottoressa è femmina. Che faccio, le metto la pira in mano e le dico che mi brucia? Non mi sembra proprio il caso. Allora ci ho messo sopra il bialcol ma sono quasi morto dal dolore. Ho deciso di non fare più niente, aspetto che mi passa. Tanto, per quello che mi serve. Sull’isola non c’è nessuna donna. Nessuna donna libera che non sia mia parente. Nessuna donna che non faccia schifo come un cesso. Mio padre mi ha detto che una volta ha scopato con una turista. Gli ho chiesto come è stato, come sono le turiste? Ha detto che sono diverse, né meglio né peggio, solo diverse, strane. A me sembrano belle. Magre. Educate. Vestite bene. Soprattutto quelle del Nord.

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l’ascesa al Monte Labbro di Ilaria Giannini illustrazioni tratte dal libro David Lazzaretti di Francesco Bardelli - Editori del Grifo

L

a seconda volta che saliamo sul Monte Labbro è un sabato mattina di metà novembre e per poco il freddo non ci fa tornare indietro. Non ci siamo coperti abbastanza contro la nebbia, questa spuma densa che si sprigiona dalle pendici della montagna e avvolge il cono calcareo. La cima è uno scoglio lontanissimo, affogato in una tazza di latte. «Non è così alto, l’Amiata è quasi il doppio». «Sì ma laggiù almeno il cielo è sgombro». Ci lasciamo alle spalle la campagna ripulita dal vento e iniziamo la nostra immersione in salita: la terra è dura e friabile, si sbriciola ad ogni passo. In un recinto due asinelli stretti l’uno all’altro ci seguono con lo sguardo, finché non spariamo dietro la curva. Stiamo girando in tondo: il sentiero che inquadro nella digitale è una parabola flessa. «Ma Lazzaretti come fece a convincere la gente a venire a vivere quassù?» «A valle c’era la malaria e poi erano tutti poveracci, contadini senza terra, pastori, un esercito di straccioni». «Un profeta che parla maremmano avrei proprio voluto sentirlo». Ridi eppure non c’è niente di divertente, è solo il dramma dell’Italia populista che si ripete all’infinito. Viene un David qualunque a raccontarvi di essere il secondo Cristo e siete tutti pronti a seguirlo, a salire in vetta, mettere in comunione i vostri beni e fondare una nuova società. È solo un barocciaio ma sa alzare la voce a sufficienza e si presenta con una faccia non troppo diversa dalla vostra. Anche io vengo dalla montagna, ma sulle Apuane ci nascondiamo nei boschi per fottere l’autorità, non per abbracciarne un’altra. Avevo provato a dirtelo anche la prima volta ma c’è sempre questo problema delle parole tra noi, che sembrano perdere forza e significato nel tragitto, che sono subito pronte a trasformarsi in qualcos’altro. Sotto la calura di luglio mi avevi raccontato del vostro santone e io non ero riuscita a replicare niente, mentre il sole andava a stanare ogni dettaglio della vostra campagna, erosa dalla siccità, e quel sapore bestiale d’erba secca si infiltrava sotto le ascelle, mi riempiva la bocca. Mi manca quasi adesso, mentre dietro la cortina di nebbia vedo allargarsi finalmente la radura per cui siamo venuti fin qua, lo spiazzo dominato dalla campana e dalla croce: il monumento alla

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religione giurisdavidica si staglia oscuro contro l’orizzonte lattiginoso, di fronte ai ruderi della torre e all’ingresso della cappella sotterranea, che dal 1870 ad oggi non è mai crollata. «Se ci pensi è un miracolo che il soffitto non sia mai venuto giù mentre c’era dentro qualcuno». «Fermo lì, questa mi viene come si deve». Premo il pulsante una decina di volte, cambiando appena angolatura, inclinando la macchinetta a caso, mi metto in ginocchio per farci entrare più cielo, per prendere tutto quello che posso di questo spazio bianco che ci sovrasta. Sul prato qualcuno ha disegnato una spirale fatta di pietre, ti fotografo mentre le guardi per trattenerti dall’avvicinarti troppo, per tenerti dal lato giusto di questa storia, dal lato di chi osserva e basta, di chi non interferisce. «Questo posto mi fa paura». «Ma sei stata te a volerci venire». «Volevo vedere se mi faceva paura anche stavolta». Conosco quel sorriso che ti metti addosso, ricordo persino che un tempo mi piaceva, che lo trovavo confortante, solido nella sua prepotenza. È un sorriso che adesso mi fa pensare ai fondali del mare, alle rocce friabili, a tutto quello che succede non appena voltiamo le spalle, ai mondi che vivono nell’istante in cui guardiamo con la coda dell’occhio l’angolo della strada dove abitiamo. Ti inabissi sotto la volta della cappella e io capisco che non verrò sotto con te, non oggi. Non sopporterei di ritrovare gli stessi fiori bianchi di allora, intatti e smisurati dentro il vasetto di vetro. Avrei giurato che fossero orchidee, se avessi saputo immaginare la mano che le aveva deposte su quell’altare che non vede mai la luce. Ho i capelli bagnati, la digitale cerca di sfuggirmi dalle dita. Quattro mesi fa mi ero seduta a guardare le alture che si rincorrono, a vedere i soffioni di Santa Fiora sbuffare tra un dosso e l’altro. Mi piacerebbe posare lo sguardo un’ultima volta sui campi pettinati dai trattori, sulle spighe di grano che ciondolano nel vento. Ma non si vede nulla, non c’è più nulla. Sul Monte Labbro non è rimasto niente per me. curiosità |

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Poggio Cavallo di Collettivomensa foto di Stefano Tripodi | stefanotripodi.com

S

olo quando nevica sembra tutto quasi perfetto. Non si vedono le baracche di lamiera, le recinzioni decadenti, i detriti di macchine in disuso. Non si vede l’opaco sfocato dei pixel della realtà. E’ tutto coperto di bianco e di luce riflessa, in un ottimo assetto dei colori. Quando la neve si scioglie, riemerge tutto a poco a poco. L’erba ritrova l’energia di stare in piedi, come i capelli dopo un po’ che non gli usi shampi. Le ruote l’aderenza per far girare le macchine.

Il mio ragazzo si chiama Pino Scannamonaca, e’ un nazista con le spalle larghe. Mi ha corteggiato parlando di libertà e rivoluzione sessuale e ora mi tradisce. Lavora di notte come guardiano dell’autosalone. Vado ogni giorno a pranzo da lui e poi facciamo l’amore con la pancia piena mentre alla tv danno il TG3. In camera ha dei poster di Che Guevara e Groucho Marx. E’ un romantico perduto e mai gli e’ passato per la testa di avere le idee confuse. Quelli della valle accanto ci chiamano picapuòrch, cioe’ picchiaporcelli, ma l’origine del nome non e’ chiarissima. Dai discorsi che ho sentito al bar le ipotesi sono tre: o i nostri avi picchiavano lattonzoli per migliorare la qualità del lardo, oppure picchiavano quelli della valle accanto, oppure ancora picchiavano i maiali spersi sulle montagne. In ogni caso, sicuramente siamo di stirpe violenta. Ogni volta che si parla di quelli della valle accanto il mio ragazzo, senza troppi indugi, organizza con i presenti delle spedizioni punitive contro di loro. «Quelli dell’altra valle vanno bastonati perche’ razza inferiore e bastarda», sue testuali parole. Ogni volta si armano di bastoni e di forche che prendono dalla stalla di Tetè, e partono coraggiosi e fieri alla volta delle montagne sulla Golf nera di Pino. O meglio così dicono loro. In realtà non penso che abbiano mai attraversato le montagne. Il posto dove lavoro e’ il bar dello scasso, che ci funziona da cinema, dove i clienti sono sempre gli stessi e sembrano appena usciti da un film di Franco Frank Martinelli, dove il regista cerca a tutti i costi di ficcarci una qualsivoglia morale che poi va a identificarsi quasi sempre con il «non seguite il loro esempio, perche’ loro finiscono male». Il mio lavoro e’ riuscire a servire birre respingendo l’universo di maschietti allupati che si riversa su di me, che sembra finito e invece e’ come il mare, che si rigenera sempre. La sua riva e’ il bancone del bar, e le sue onde sono le braccia degli avventori. C’e’ l’avvocato per niente ubriaco che cerca di rimorchiarmi con delle citazioni imparate male e a memoria dai fumetti di Tex Willer. «Pupa, io ti faccio morire...dal ridere». E io rido. Ci sta la coppietta di motociclisti con lei che prende sempre quellocheprendelui. Lui lavora in banca e spende tutti i soldi che guadagna per comprare giacche Dainese con le protezioni. La sua tipa non lo sa, crede che quei soldi li faccia rapinando drugstore, e lui ama farglielo credere. Il suo ludibrio e’ sentirla aggrappata ai suoi fianchi quando sfrecciano con la moto davanti all’uscita delle scuole nell’ora in cui escono gli studenti. Si ritrovano la domenica davanti allo scasso con altri loro colleghi centauri e fanno delle scampagnate motorizzate, partendo smarmittando e piegandosi all’inverosimile alla prima curva. Poi, quando nessuno li vede, vanno a venti all’ora. Per godersi il paesaggio. Ci sta il gruppetto di amici metallari, tutti vestiti di pelle e lattice che parlano solo di gothic metal. Si fanno chiamare amici-per-la-pelle. Si scolano tre birre tutte in una volta e dopo mi riescono a dire ti amo luce dei miei occhi, con un solo rutto. Sono tutti di buona famiglia, ma le rinnegano, almeno in pubblico. C’e’ Rocchino u’ Carcerato, condannato all’ergastolo per motivi ignoti e se gli chiedi precisazioni ti risponde solite cose. Crede di essere Humphrey Bogart ma e’ brutto come pochi. Si veste sempre in bianco e nero e quando e’ in macchina avvicina ogni ragazza che passeggia da sola. E’ solito dirle «dove credi di andare senza di me, baby? Dai salta su... non fare la stupida». E nel frattempo cerca di farle l’occhiolino, con poco successo, perche’ chiude involontariamente tutti e due gli occhi. In cucina c’e’ Sean Paul Sartre, che va tanto fiero del suo nuovo soprannome ma prima lo chiamavano tutti Ano. Fa musica elettronica, ma gli riescono molto meglio i panzerotti fritti. A servire c’e’ Matilde, una cameriera insoddisfatta e brasiliana che parla dialetto e portoghese in un misto multietnico che alla fine non si capisce mai un cazzo. Soffre di insonnia perche’ ha paura di sognare. E comunque non ha un bel culo, va ripetendomi Pino. Ci sono le bellezze decadute e le contesse miseria. Daniele, il tossico belloeddannato. Gli stronzi imbranati. I cercatori di petrolio. Le puttane quattordicenni e mille altre normalità borderline. Poi ci sono io, che credo di essere fuori contesto, che nello spazio limitato di questo mattino nuvoloso ho lanciato involontariamente un bicchiere contro una parete, rotto un piattino addosso a un cliente perche’ ridevo troppo e sono inciampata. Che vorrei uccidere la metà dei clienti, ma piango se uno dei tanti mi tratta male. Che con la mia inspiegabile capacità analitica non so come mi innamoro sempre di ragazzi in giro per il mondo. E sono costretta a fare una sorta di turismo sentimentale per mantenere in vita relazioni in cui nemmeno credo più di tanto, con la scusa di andarmene da questo paese incatramato. Che ho fatto cadere la birra sulla tastiera e sono costretta a scrivere la e’ accentata in questo modo balordo. E adesso vaglielo a dire a Ligabù che io le parole adatte ce l’ho, il problema e’ che mi mancano proprio le lettere. Le lettere per dire che si scende in fretta, si risale a fatica, si precipita a capitombolo, si sbaglia sempre senza accorgersene, ci si scusa troppo, ci si perdona poco, si invecchia, ci si invigliacchisce, non ci si capisce, non ci si vuol capire, si erra, si cade a terra, si pensa, ci si ripensa, ci si accresce, forse troppo, forse troppo poco. Che le rivoluzioni sono lumachine incaponite e poi passa sempre una macchina e le spiaccica sull’asfalto e io rimango qui, al funerale della mia chioccia testarda col lavandino intasato di cronopios e famas. Nei pochissimi stop dinamici che mi separano dal bianco e dal nero, aggiungendo battute nell’estremo tentativo di non essere condivisa nemmeno su una pagina di wikiquote, perche’ comunque, alla fine della storia veramente muoiono tutti. 62 | racconto di viaggio

l’arco di St. Louis e lo stagno sottostante © shutterstock/Young Nova

Fisarmonicista - Albano di Lucania 2011 dal progetto "I Basilschi"

racconto di viaggio |

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in Italia

Partecipa anche tu! Maggio - Luglio 2014

Le lunghe ore 1914 - 1917 di Colette Del Vecchio editore traduzione di Angelo Mollica Franco

«Non esiste al mondo uno stato a cui ci si abitua più in fretta che allo stato di guerra». Colette decide di descrivere il tempo trascorso tra la Francia e l’Italia durante la prima guerra mondiale, la differenza tra l’attesa annoiata delle ricche donne e quella gioiosa delle popolane, queste ore lunghe, piene, che aiutano l’autrice a comprendere meglio gli avvenimenti che sta vivendo, in un paradiso che non è fatto per la guerra.

Napoli ‘44 di Norman Lewis edizioni Adelphi traduzione di Matteo Codignola

Una Napoli orientale che odora di legno bruciato accoglie questo giovane ufficiale inglese, una città dove i fedeli si ribellano ai santi, i soldati si uniscono alla popolazione, povera e orgogliosa, che ha sempre sconfitto i suoi conquistatori e dove la linea tra credenza e realtà è invisibile. «Napoli ha raggiunto uno stato di esaurimento nervoso in cui le allucinazioni di massa sono diventate un fatto ordinario, e qualsiasi credenza può essere più vera del vero».

Quello che ho visto e udito a Roma di Ingeborg Bachmann edizioni Quodlibet traduzione di Kristina Pietra e Anita Raja

Letti di notte

21 giugno 2014 www.letteraturarinnovabile.com amici@letteraturarinnovabile.com

«Ho visto che chi dice Roma intende ancora il mondo e la chiave della forza sono quattro lettere, S.P.Q.R.» Il caso Montesi per raccontare la situazione politica, la tragedia a Salerno per sottolineare il dislivello di civilizzazione tra Nord e Sud, la costruzione della metropolitana, la fiat, il traffico. Una cronaca italiana degli anni Cinquanta e una personale impressione su quello che la poetessa austriaca ha visto e sentito durante la sua permanenza nella capitale.

This is Rome di Miroslav Sasek Universe publishing «Once upon a time there was a motherly she-wolf and two baby brothers called Romulus and Remus». Così comincia la storia di Roma e così Miroslav Sasek inzia da più di cinquant’anni i bambini alla scoperta della capitale. Dalle passeggiate per il centro alle ville passando per piazze, vicoli e monumenti, fino a svelare il segreto per tornare nella città eterna. Peccato solo per i carabinieri in copertina. Dal 1959, quando uscì This is Paris, questo autore accompagna i bambini in giro per il mondo con semplici spiegazioni e dolci disegni. rubrica |

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Cornetto continua a invitare tutti coloro che amano le emozioni intense e travolgenti a partire insieme al motto di ENJOY THE RIDE. LOVE THE ENDING: se ti godi ogni momento del viaggio, amerai ancora di più il suo finale! Un viaggio sorprendente e pieno di emozioni che per quest’anno volge al termine concludendosi in Toscana, tra storia e fantasia nellAbbazia di San Galgano.

la Rotonda di Montesiepi di Francesco Blasilli foto di Gianluca Colla | gianlucacolla.it

C

hissà quante volte avrete visto La spada nella roccia, il celeberrimo cartone animato di Walt Disney. Da bambini prima, con figli e nipoti poi. E anche da soli, perché per certi sogni non c’è mai età. Ed è inutile negare, ogni volta avete trattenuto il fiato mentre Semola provava a estrarla e i vostri occhi saranno stati inevitabilmente lucidi ogni volta che la spada splendeva finalmente verso il cielo. Ma sicuramente in pochi la spada nella roccia l’avranno vista in carne e ossa. Pardon, in metallo e roccia. Perché la spada nella roccia esiste davvero ed è molto più vicino di quando pensiate. Si trova in un posto bellissimo, in provincia di Siena, dove tra agriturismi, vigneti e splendidi centri storici c’è anche un luogo magico, l’Abbazia di San Galgano. Certo, nessuno dice che il film della Disney prenda spunto da questa Abbazia (anche perché ce n’è un’altra di spada nella roccia, a Rocamadour, in Francia), ma nei cartoni animati e nelle storie di magia possiamo immaginare tutte le trame che vogliamo. E quella dell’Abbazia di San Galgano è una di quelle storie in cui ci fa bene credere, perché mescola magia e verità. La storia del Cavaliere Galgano Guidotti, che nel lontanissimo 1180, proprio alle pendici del Montesiepi, ebbe la visione dell’arcangelo San Michele che gli parlò di pace e serenità. A lui che di professione si occupava di guerra. E come in tutte le leggende, con fare teatrale, Galgano scese dal suo cavallo bianco, ripensò alle tante battaglie combattute e scelse di cambiare strada: diventò un eremita. Prima, però, doveva sbarazzarsi della sua fedele compagna di vita, della vecchia vita: la spada. La prese, la piantò nella roccia e vi s’inginocchiò di fronte a pregare. Dopo la sua morte, avvenuta cinque anni dopo, iniziò il processo di canonizzazione e divenne santo. Con un po’ di nazionalismo - che poco ha a che fare con le leggende - ci piace pensare che altre storie magiche presero l’abbrivo da Galgano. Perché la sua spada è precedente a quella di Excalibur e il suo

nome ricorda molto quello di Galvano, uno dei cavalieri della tavola rotonda di Sir Gawain. Impossibile? Forse, ma in magia tutto vale. E infatti c’è chi dice che quando crollò il soffitto dell’abbazia (nel XVIII secolo a causa di un terremoto) non venne mai ricostruito come scelta architettonica, ma anche come omaggio al quindi uscimmo a riveder le stelle del sommo poeta Dante. Anche perché pensare che siano le stelle a fungere da tetto aiuta ad alimentare la fantasia, a volare fino a Rosslyn, vicino a Edimburgo, dove sul soffitto ci sono dipinte delle stelle. E proprio vicino alla cappella c’è un’altra chiesetta, anch’essa dei Templari, che non ha copertura: che sia un nesso magico con l’Abbazia di San Galgano? Sicuro magica è Rosslyn Chapel, se non altro perché lì hanno girato il finale del Codice da Vinci, che non sarà una pietra miliare della nostra infanzia come La spada nella roccia, ma è stato comunque un successo. Perché la magia piace a tutti. Anche ai burloni (o imbecilli) che a distanza di anni, la prima volta negli anni Sessanta e la seconda nel 1991, provarono a emulare Semola e nel tentativo di alzare la spada al cielo la spezzarono entrambe le volte. Esiste un magico filo di cretineria tra i due? Probabilmente sì. Ma insomma, voi sapreste resistere alla tentazione di sollevare la spada? Io no. E non ha resistito neanche l’esercito dei sospettosi che asseriva che sotto la roccia non ci fosse veramente la lama. Così nel 2001 è stata compiuta un’ispezione che ha svelato l’arcano: sì, la lama c’era davvero. Ma, in fondo, cosa sarebbe cambiato? A Siena o in Francia, tra le stelle dipinte nella cappella di Rosslyn o dentro una casa di periferia, quello che conta è solo la storia che ci siamo costruiti nella nostra testa, è la luce che sprigiona la spada nel cartone di Disney che a vederlo adesso - e a confrontarlo con le immagini in 3D - sembra quasi medievale. E forse proprio per questo continua a rapire l’attenzione di persone di ogni età. Se non è magia questa. l’Abbazia cistercense di San Galgano nel comune di Chiusdino

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Nato nel 2009 dall’idea di Laura Traversa, Arianna Ubaldini e Fabio Gizzi, l’Emporio delle Spezie è diventato un punto di riferimento per chef e appassionati di gastronomia della capitale. Si tratta, più che di un negozio, di un vero e proprio luogo di scambi e di incontri. Come in un vecchio mercato giovani bartender alla ricerca di stimoli sempre nuovi condividono consigli con casalinghe del rione pronte a proporre le loro ricette. All’Emporio, la cucina gourmet, quella tradizionale romana e l’etnica si mescolano nell’autenticità del quartiere popolare di Testaccio.

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72 | dove siamo

URBAN STAR Via Enrico Fermi 91/93 VILLA BALESTRA Via Ammanniti VOY Via Flaminia 496

MILANO BOND Via Pasquale Paoli 2 BITTE Associazione Culturale A.R.C.I. Via Watt 37 CALIFORNIA BAKERY Piazza Sant’Eustorgio 4 Viale Premuda 449 Largo Augusto (Via Verziere ang. Via Merlo 1)

La Fabbrica del Vapore Via Procaccini 4 20154 Milano LA SACRESTIA Via Conchetta 20 mc2gallery Via Malaga 4 20136 Milano MiCamera Via Medardo Rosso, 19 Milano

CAPE TOWN CAFÈ Via Vigevano 3

Photology via della Moscova 25 20121 Milano

Centro Culturale di Milano Via Zebedia 2 - 20123

Spazio Farini via Farini 6 20154 Milano

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