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www.societadeborg.com Nuova

edizione

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info@societadeborg.com Marzo

2010

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Periodico

edito

dalla

Società

de’ Borg

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Padella,

22

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47900

RIMINI

L'appuntamento è per Settembre 2010 quando… ritorneranno tutti! Marianna Balducci, questa volta, ha ricomposto per noi la vicenda di un muratore-artista, un protagonista dell'emigrazione borghigiana. Ed è a storie come questa che noi vogliamo dedicare l'anima della prossima Festa. Anzi, proprio a lui vorremo offrire la chiusura, il finale del nostro evento: con la riproposizione dell'uomo del filo, che su di un cavo teso e sospeso fra le due sponde del fiume (come avvenne nel settembre del 1980) volteggerà nell'aria. Si tratta, inoltre, della chiusura di un ciclo trentennale. Nel settembre 2010 il Borgo tenterà di ripopolarsi, simbolicamente, con i vecchi personaggi riminesi, quelli che abbandonarono (più o meno costretti) la nostra città. Un Borgo e una città che hanno visto e dovuto lasciar partire i propri figli, ma che, nel tempo, hanno saputo accogliere tanti nuovi concittadini, mutando e conservando, allo stesso tempo, le proprie identità. La Festa 2010, giunta alla diciassettesima edizione, vivrà di momenti spettacolari e culturali dedicati a questo tema (mostre, filmati, coreografie e scenografie lungo le strade e le piazze).

14 APRILE CENA DELLA SOCIETÀ DE' BORG: IL PROGRAMMA A PAGINA 8

Nella prossima Festa ritroveremo anche Ugo, l’uomo del filo La storia di Ugo Urbinati (1903-1969) è una storia che parla di rischio, di libertà e, naturalmente, di equilibri. Me l’hanno raccontata Anna e Maria, le sue figlie (due di sette fratelli), un pomeriggio come gli altri, quando tutto mi aspettavo tranne di trovare, praticamente dietro l’angolo, una piccola ma assolutamente autentica parte di Andalusia. Anna e Maria sono nate e cresciute lì, in Spagna. Anna, la più grande tra le due, aveva appena un anno e mezzo quando assieme al babbo Ugo, borghigiano riminese, alla mamma Laura Besurga, bolognese, e ai fratelli più grandi, ha lasciato la casa di via San Giuliano n°99. Maria mi descrive il babbo come un gran lavoratore, non c’è un momento in cui lo ricordi con le mani in mano. Mi mostra una sua foto. Ugo era sicuramente così, energico e pieno di risorse, ma una certa inquietudine, maturata forse a causa di una vita di sacrifici, e un temperamento irrequieto devono averlo portato a rivoluzionare il suo mondo. Urbinati ha circa

UNA VITA SENZA RETE: come quella vissuta da Ugo Urbinati e da tanta altra gente del popolo costretta ad emigrare. In lui, però, la metafora divenne attività quotidiana, nella speranza di raggiungere la libertà e il successo come artista. 30 anni quando decide di assecondare il suo istinto, lasciare tutto e diventare un artista funambolo. Fantasioso e un po’ eccentrico deve esserlo sempre stato quest’uomo che aveva fatto il muratore, il falegname e persino il meccanico, assemblando da cima a fondo la carrozzeria di un camion per un “amico” che lo ripagò con appena un chilo di fave secche. Ugo rimase affascinato dalle acrobazie sul filo da quando, giovanissimo, si offrì volontario per portare la pertica all’equilibrista che quel giorno sfidò il pubblico a raggiungerlo tra le nuvole. Fu lì che probabilmente brillò in lui l’intuizione che lo portò, anni dopo, a tentare una via di riscatto

tutt’altro che ordinaria. Dopo alcune brevi tappe nel territorio romagnolo (l’unica esibizione nella sua città Ugo la fece nel 1932, col filo teso in piazza Tre Martiri, tra quello che era il negozio di Sarti e la drogheria Porcellini, per appena 80 lire), Urbinati iniziò la sua vita itinerante assieme alla famiglia in giro per l’Europa. Per un certo periodo lavorò in Francia, poi in Spagna dove la guerra civile lo costrinse a fermarsi più a lungo, a Porcuna, un paesino dell’Andalusia. In Spagna Ugo sembrò aver trovato la sua “fortuna”: per gli spagnoli era “el Diablo del Aire”, ma di soldi ne vide ben pochi in realtà. Si esibiva spesso in occasione delle corride; a volte le figlie raccoglievano le

offerte con dei piccoli salvadanai di latta che lui aveva costruito, ma Maria, la prima volta che vide il suo babbo volteggiare sul filo e far finta di cadere sotto lo sguardo attonito e sadico degli spettatori, si scordò persino del suo “compito” e rimase incantata a guardarlo ostentare la sua strana libertà. A casa di Maria c’è il manifesto della sua ultima esibizione: 1948, col nome di “Hugo Urbinati”. A volte si esibiva senza alcun tipo di protezione. Con talento e ingegno inventava nuove difficoltà per complicare i suoi numeri: si copriva con un sacco e procedeva alla cieca, si metteva in testa una ruota e faceva partire al momento giusto dei continua a pag. 2


2 Visto da fuori, da altri quartieri e zone della città, il Borgo sembra vivere un momento particolarmente invidiabile. Il suo successo commerciale è sotto gli occhi di tutti. Ma il fenomeno presenta anche un rovescio della medaglia: gli affitti delle botteghe e dei pubblici esercizi salgono a dismisura, mettendo in croce chi ha meno margini di guadagno.

E’ borg i que, e’ borg i qua… e po’? Per una volta lascio perdere il revival, il come eravamo per provare ad addentrarmi, su input della redazione, nel cosa saremo. Certamente un quadro meno affascinante, quasi una cornice vuota se paragonata ai colori pennellati dalla memoria. Sì, perché parlare del passato mette tutti in pace, i nostalgici orgogliosi che si accapparrono il merito di averlo creato, il Borgo, quelli venuti dopo, appagati dalla conquista come i nuovi arricchiti in vacanza a Cortina. E non si dà fastidio nemmeno alle autorità politiche, amministrative, associative… perché quando del Borgo si parla al passato, il Borgo è un bene di tutti, tutti convengono… ma sul futuro le fazioni si dividono, le responsabilità si rimpallano, le scadenze si rinviano, gli strateghi riflettono e intanto il nervo vitale del borgo si sta seccando. Alludo al sistema che ruota attorno al Commercio ed ai Pubblici Esercizi, con i titolari in fuga. Certamente la crisi del commercio, anzi dei consumi si ricollega ad una molteplicità di fattori, primo fra tutti la precarietà della condizione economica che investe strati sempre più vasti di popolazione; la stessa per cui quando ti accosti alle scansie del Conad Tiberio, quelle che hanno in bella vista i cartellini “2X1”, “Prezzo Speciale” le trovi quasi sempre vuote, saccheggiate dai tiratori scelti che, oramai, vivono di quelle; la stessa che fa aumentare la richiesta di pasti alla Caritas, la stessa che ha portato i ristoranti ad inserire la pizza anche all’ora di pranzo per ammortizzare costi di gestione, la stessa che, sempre al ristorante, ti fa fermare al primo piatto e, alle coppie, fa dividere in due il secondo; la stessa che ti fa scegliere, consapevolmente, prodotti di minor qualità perché a buon mercato. Eppoi c’è un sistema fiscale per cui se sei in affari e compri un SUV incongruo alla vista ed agli spazi cittadini, lo puoi scaricare dalle tasse come bene utile e necessario, se sei un lavoratore dipendente e cambi il frigorifero paghi e ti tieni l’IVA. Poi si potrebbe passare all’etica di un’economia oramai insostenibile perché basata su bisogni virtuali e su consumi imposti mediaticamente… Ma mi allontanerei troppo dal Borgo natale… Ed allora vengo al dunque: una delle cause principali che porta la ruggine alle saracinesche abbassate è il caro affitto, quella lava che, partita dal centro storico, sta lambendo adesso anche il Borgo. Se va avanti così il Bar Vecchi finirà, rincorso, sulla via Emilia. Scadono i contratti di botteghe storiche e, a fronte di richieste d’affitto raddoppiate e triplicate, si va inesorabilmente alla chiusura. E questo è il paradosso: si paga il Borgo, si paga di più per essere nel Borgo ed il Borgo così facendo rischia di sparire. Chi ci guadagnerà? Chi occuperà i locali abbandonati? Abbiamo già detto e scritto che il Borgo non è la cartolina che fa da sfondo al ponte di Tiberio, il Borgo è un sistema di relazioni, di persone e personaggi che ruotano attorno ai luoghi del vivere: la pizzeria, gli articoli sportivi, la cartoleria… Lì si compra, si discute, si parla dialetto autoctono e un italiano con ogni tipo di accento straniero. Da anni, molti anni. Sono tappe di ristoro per gli spiriti stressati e sane abitudini per quelli normali, in un complesso che è l’esempio più tipico e vero del tanto decantato centro commerciale naturale. Adesso stanno per chiudere, se non hanno già chiuso. Vero è che il caro-affitti risponde ad una logica di mercato le cui leggi vanno ben oltre il nostro Ponte. Tuttavia l’appello che viene dall’Associazione Borgo San Giuliano, rappresentata da Arturo Pane, è quello di non chiudere gli occhi! Arturo parla di attacco concentrico, da un lato gli affitti, l’aumento della tassa sul suolo pubblico, la crisi generale tra le più pesanti degli ultimi anni, dall’altro scelte che vanno a favore dei grandi centri commerciali artificiali che, preservati da ogni limitazione, compresa la chiusura al traffico del giovedì, stanno diventando mete esclusive, obbligate. Scrivo volentieri le mie storie o i miei commenti su e’ foj dè borg, fuori da ogni schema ideologico e/o partitico. E’ il mio modo per staccare le spina dagli stress di vario genere prima di andare in corto circuito. E non ho nessuna intenzione di cambiare stile, lo dico per me stessa ed anche per tener fede all’impostazione, fin qui, seguita con riconosciuto successo, dal giornale. Ma non ci sarà molto da dire sul o nel Borgo se non si pone un freno a questa tendenza. Non è un problema solo del Borgo. Come quello del centro storico, è un problema di tutta la città, della solidità da attribuire alla sua prospettiva. Se il cippo che sulla Via Flaminia segna il terzo miglio da Rimini, si fosse trovato in un altro Paese di quelli poveri poveri di storia e antica civiltà sarebbe venerato, custodito, preservato… da noi, sboccioni, è diventato e’ stronz d’urland. Ecco, non giochiamoci anche il Borgo San Giuliano!

Grazia Nardi

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Tutti hanno un prezzo, salvo rarissime eccezioni. In un'epoca in cui la corruzione dilaga, fa piacere riscontrare che c'è ancora qualcuno che non si lascia corrompere, che non si vende! (La foto è di Paolo Miccoli, tornato ad imbracciare la macchina fotografica, soprattutto di notte)

segue da pag. 1 fuochi artificiali (ci perse due dita una volta). Ugo Urbinati è decisamente un emigrante fuori dal comune. Fino a poco tempo fa, a ricordarlo c’erano i murales della Casa Bianchi che lo ritraevano sulla bicicletta in equilibrio sul filo teso: un filo tirato tra l’Italia e l’Andalusia. L’intera vita di Ugo è stata un filo teso sul quale camminare… un passo dietro l’altro, un lavoro dietro l’altro… fermarsi sarebbe stata la resa, la sconfitta più grande; reinventarsi ogni volta era necessità e virtù. Mi chiedo se ad accomunare ancora oggi gli emigranti sia proprio la strenua ricerca di nuovi equilibri. “Equilibrio” è una parola strana: implica stabilità e dinamismo allo stesso tempo; non è una condizione innata, ma è quasi sempre una disposizione dell’animo conquistata con coscienza e volontà. Per chi, come Ugo Urbinati e la sua famiglia, lascia la propria casa per andare incontro ad un destino imprevedibile, sia esso scelto o imposto dalle circostanze, sulla corda ci si continua a camminare per un bel po’, spesso senza rete ed è ai propri movimenti, a volte misurati a volte arrischiati, che si affida il domani. Giocare con gli equilibri è pericoloso e al contempo gratificante. La storia di Ugo ci porta a constatare che, anche quando non siamo noi ad aver assicurato l’altro capo del filo, in ogni caso spetta a noi seguirne il tracciato e cercare di domarlo. Urbinati, negli anni ’50, riporta le figlie a Rimini; un nuovo impiego sembrerebbe attenderlo a Caracas, ormai non ha più l’età per volteggiare spavaldo sulla fune ed è tornato ai soliti lavori saltuari. I piani però si disfano all’improvviso e Ugo finisce col tornare anche lui nella sua città dove morirà non molti anni dopo. Ugo,“el Diablo del Aire”, è tornato a congiungersi con la sua Rimini e assapora di nuovo l’aria italiana arricchito da quell’ampio e sudato respiro preso tra le nuvole dei cieli spagnoli.

Marianna Balducci Per le immagini si ringrazia la disponibilità delle famiglie Urbinati e Bartolini.

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3 Moreno non molla la presa. D’altronde, traffico, viabilità e tutela del patrimonio storico, in Italia e da noi, non trovano facile soluzione

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In data 18 febbraio 2010 il Corriere Romagna pubblicava in prima pagina la notizia dal titolo “Ponte di Tiberio, via le auto – Dopo il Duomo, si lavora a un’altra missione impossibile”; nel corpo dell’articolo si riportava la notizia che il Comune di Rimini “... ha pubblicato un incarico (da 23mila euro) affidato in dicembre alla società di ingegneria Airis”. Qual è il compitino? Leggiamo il documento dirigenziale “Attività di supporto al responsabile unico del procedimento per la definizione del modello di simulazione del traffico privato finalizzato alle valutazioni degli impatti ambientali relativi alla realizzazione di 2 parcheggi Italo Flori e Scarpetti al nuovo assetto della circolazione con le nuove infrastrutture che potrebbero portare alla pedonalizzazione del Ponte di Tiberio … il dibattito si è via via concentrato su due modelli. Nel primo è previsto un ponte che dal parco della pace bypassa il deviatore per sbucare nell’area delle vie dei colori fino a Via Marecchiese. La seconda ipotesi è prevista nel prg ed è quella che a monte del monumento gira verso il Parco Marecchia. In una prima fase l’isola verde veniva attraversata a raso, adesso si preferisce ipotizzare una galleria che va a sbucare all’altezza del parcheggio Italo Flori”. Torna pertanto alla ribalta il tema della (possibile) pedonalizzazione

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tantissimi anni fa i riminesi si riunirono per decidere come risolvere il grave problema del fiume Marecchia che con le sue frequenti piene, travolgeva i ponti che ogni volta venivano costruiti per recarsi verso il Borgo di S. Giuliano. Venne quindi deciso di affidare “la costruzione di un nuovo ponte nientedimeno che al diavolo, il quale accettò l’incarico in cambio dell’anima di colui che sarebbe passato per primo”. La leggenda narra che il ponte fu costruito nell’arco di una notte e “quando venne il momento dell’inaugurazione, tutte le autorità poste a capo del ponte si trovarono nell’imbarazzo di scegliere l’anima da sacrificare; alla fine decisero di barare facendo passare per primo un cane. Il diavolo andò su tutte le furie e cercò di distruggere a calci il ponte che lui stesso aveva costruito, ma la struttura era talmente solida che resistette. Dicono che in una pietra del ponte è rimasta l’impronta di uno zoccolo caprino”. Ora al di là della leggenda (che ben autorizza l’amico Paolo Miccoli a declinare il proprio ristorante con l’appellativo “Ponte del Diavolo”), appare evidente il profondo significato politico e religioso assunto dal Ponte di Tiberio i cui lavori di costruzione iniziarono nel 14 d.C. per volere di Augusto. Come illustrato dall’Arch. Foschi “Augusto, molto attento alla comunicazione

Una tranquillità da vivere a tempo pieno Con il Tempio Malatestiano ecco lo scorcio più familiare e prestigioso della nostra città. E Paolo Miccoli ne ha colto in pieno l'intensità e il silenzio.

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del ponte di Tiberio, che di tanto in tanto fa capolino, per poi sparire nell’anonimato. Ora che del Ponte di Tiberio vadano opportunamente tutelate le “nobili” origini, è ormai un dato assodato; ma il progetto deve essere accompagnato da una serie di indispensabili interventi accessori aventi l’obiettivo di salvaguardare le attività commerciali presenti all’interno del Borgo. Non si deve infatti dimenticare che la presenza degli esercizi commerciali nel borgo è condizione vitale per l’esistenza del borgo stesso, pertanto ogni intervento andrà pensato tenendo conto di questa obiettiva necessità; in tale ottica la realizzazione e/o il mantenimento di un area di parcheggio appare assolutamente indispensabile. Già in passato il Foi de Borg si era occupato del tema della “pedonalizzazione del ponte” ma quello che oggi desta maggior sorpresa è che l’ipotesi della “galleria che va a sbucare all’altezza del parcheggio Italo Flori” non è la trovata dell’ultima ora; infatti già nel 1987 circa l’ Arch. Stefano Piccioli suggeriva al fine di “risolvere il problema del traffico nella zona del Ponte di Tiberio” di realizzare “un tunnel automobilistico che passerà subito a monte dello specchio d’acqua ed un parcheggio sotterraneo per 500 auto da realizzare di fronte al Piazzale Tiberio”. Ma al di là delle soluzioni prospettate … quanto tempo si dovrà ancora aspettare per vedere realizzato un intervento non più rinviabile? Del Ponte di Tiberio si continua a parlare anche a cavallo tra “storia e leggenda”. Il Lions Rimini Host ha infatti dedicato nel gennaio scorso una serata in “onore” del Ponte di Tiberio (“Il ponte di Tiberio: leggende e curiosità”); nel corso dell’evento l’Arch. Pierluigi Foschi (Direttore dei Musei Comunali di Rimini) ha fornito tutta una serie di notizie rievocando la leggenda di come

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attraverso i simboli, una volta raggiunta militarmente la pacificazione dell’Impero, abbandona le vesti del condottiero (nella statuaria rappresentato con la lorica) ed assume quelle di pontefice massimo. Il ponte di Rimini rappresenta, nelle chiavi delle arcate, simboli sacerdotali quali la brocchetta sacrificale, la patera per le offerte alle divinità, la spirale segno degli aruspici; ma presenta anche decorazioni che richiamano direttamente la figura di Augusto: la corona di quercia che l’imperatore esponeva sulla porta di casa e lo scudo d’oro posto dal senato nella Curia Giulia. Per questi motivi forse sarebbe più corretto chiamare il ponte di Rimini come Ponte di Augusto, anche se l’opera fu completata dal successore Tiberio. Tra le curiosità costruttive ricordiamo che le pile poggiano su palafitte in legno di rovere del diametro di circa cm. 35 e della lunghezza dai 3 ai 5 metri; le superfici esterne e le decorazioni sono in blocchi di pietra d’Istria ma il nucleo centrale dei piloni e delle arcate è costituito da muratura ‘a sacco’, cioè frammenti di laterizio di ciottoli e di pietrame legati con malta, tecnica identica a quella dell’Arco di Augusto. Non tutti sanno che i piloni del Ponte sono inclinati rispetto all’asse stradale, perché orientati verso l’antica foce del Marecchia ove si trovava il porto romano, più o meno nella zona dell’attuale parcheggio dello scalo merci; cosa che possiamo verificare facilmente ponendoci nel parco e traguardando l’arcata centrale, da monte verso mare: anziché il porto attuale vedremo l’area a sud del grattacielo”. Ancora una volta appare evidente l’enorme interesse che suscita il Ponte di Tiberio nella nostra città, considerato uno dei nostri più prestigiosi monumenti cittadini; futuro prossimo, storia e leggenda … del Ponte di Tiberio ormai si parla... come se fosse qualcuno di famiglia. E come ogni familiare va amato e rispettato. Moreno Maresi


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Il 31 marzo verrà presentato il volume Falce, martello e lasagne, curato da Tiziano Arlotti, Giuliano Ghirardelli e Mario Pasquinelli

Il gallismo in spiaggia, di giorno e di notte La presentazione del volume avverrà il 31 marzo p.v. alle ore 10.30, presso il Pub Rose & Crown, viale Regina Elena, 2 - Rimini. Saranno presenti, ed interverranno: Giancarlo Dall’Ara (docente di marketing turistico), Richard Di Angelo (presidente Confcommercio), Maurizio Melucci (vice Sindaco di Rimini), Giovannino Montanari e gli autori In libreria dal 1° Aprile (e non è uno scherzo...) Pubblichiamo, ora, in anteprima un brano tratto dal libro, e più precisamente dal capitolo “Il gallismo di borgata, tra anni Cinquanta e Settanta”, di Mario Pasquinelli

La collana “Francamente – nuove guide per gli ospiti”, voluta e progettata dalla Montanari Tour, in collaborazione con l’editore Panozzo, è un’iniziativa editoriale che punta a far conoscere e approfondire la storia, i luoghi e i personaggi della Romagna e i fenomeni più rilevanti del moderno turismo. Con il titolo Falce, martello e lasagne sono stati raccolti e raccontati episodi divertenti e significativi della nostra storia, della vicenda del turismo romagnolo dal dopoguerra ad oggi, senza trascurare o tralasciare nulla: dalla politica all’emancipazione del costume sessuale, dallo sviluppo caotico alle mille peripezie umane, ai mille episodi incredibili… (Le foto ci sono state gentilmente offerte da Giovanni Bianchini, Mery Spadoni e Sergio Serafini. L’immagine di copertina è di Paolo Miccoli)

(…) Adesso che tutto è passato, possiamo parlarne liberamente: smitizzando la leggenda del gallismo romagnolo. E ci riferiamo alla fase precedente a quella interpretata dai personaggi alla Zanza, eroi della stagione imperniata sulle discoteche. Noi invece raccontiamo episodi legati all’era pionieristica del cosiddetto gallismo, segnata dalla presenza del bagnino e dall’ambiente di spiaggia. Già, perché allora, nell’epoca dei soldi contati, quasi tutto si svolgeva sull’arenile, di giorno e di notte, dove la vita splendente era alla portata anche dei proletari. Non per niente stiamo attraversando, con i ricordi, l’Italia dei poveri ma belli… Fu a quei tempi, e soprattutto a Rimini, un fenomeno che potremmo definire di massa (se non altro per la sua visibilità), quasi da esportazione; sul quale si è anche giocata una certa promozione turistica. L’identità riminese si confondeva con questa celebrazione del machismo da spiaggia. (…) Il gallismo, ora, si dice sia sostanzialmente finito: una gioventù (maschile, logicamente) molto più equilibrata e tranquilla - non più in competizione sfrenata nella conquista dei cuori femminili - ha preso il posto di quegli assatanati maschietti, sempre all’arrembaggio…

L’ORGOGLIO DI UNA CATEGORIA BENEMERITA L’epoca d’oro dei bagnini latin lovers è definitivamente tramontata: tutto oggi avviene senza quell’affanno che contraddistingueva, allora, la “caccia” alla preda esotica. D’altronde, la loro attività - oggi diventata imprenditoriale a pieno titolo - non consente più divagazioni in serie. La nostalgia, però, non manca… come testimonia il messaggio che un vecchio bagnino ha voluto trasmettere alle nuove generazioni - con un cartello assai vistoso, esposto all’ingresso del suo stabilimento; si tratta, in realtà, di un rebus che fa leva sui seguenti oggetti: chiave - remo - ancora (10, 6). La soluzione rimanda alla memoria di un’epoca spensierata e, allo stesso tempo, intrisa di una sessualità greve, un po’ esasperata.

Gli episodi si sprecano, e alcuni fra questi fanno capo a Valerio (e, logicamente, non si tratta del suo vero nome…) UNA SERATA TRA BIRRA E BIRRI

A Valerio, e alla sua compagnia di giro, capitava anche di frequentare gli ambienti riccionesi: uno in particolare, la birreria Spatenbräu, sul portocanale; un locale oltremodo popolare che, nell’atmosfera e nell’arredamento, si rifaceva allo stile tedesco. E non poche erano le turiste provenienti dalla Germania, dalla Svizzera o dall’Austria. Quel clima su di giri, informale, piaceva molto a Valerio e ai suoi amici. Lì si ballava, si cantava, si mangiava e si beveva. E si imbarcava! Nulla di facile e di scontato, però. La concorrenza, infatti, era sempre in agguato… come nell’episodio in oggetto. Valerio, in quella occasione, scese in campo con Marco. Trovarono subito da ballare, e Marco, più fortunato, invitò al tavolo due signore svizzere di lingua italiana, che accettarono ben volentieri. La serata era partita sotto i migliori auspici. La conversazione risultava fluente e si prospettava realisticamente la nascita di una bella storia estiva. Erano passate già un paio d’ore, quando improvvisamente apparve sulla scena Pietro, un collega di lavoro di Marco, che quest’ultimo accolse con particolare piacere, invitandolo ad accomodarsi al loro tavolo. Valerio, invece, andò subito in apprensione e guardò con sospetto questo Pietro, personaggio a lui sconosciuto, che immediatamente riuscì a conquistare la simpatia delle signore. Era disinvolto, simpatico, brillante nella conversazione. Valerio, allora, lanciò un ‘messaggio’ a Marco, quasi sottovoce, in dialetto per non farsi capire dagli altri (in particolare da Pietro, che non era romagnolo). Una frase, quella di Valerio che voleva denunciare un pericolo e riaffermare una regola valida sempre ‘nelle operazioni d’imbarco’:

C’ERANO ANCHE STORIE IMPORTANTI Tutte le avventure di spiaggia non si concludevano nel volgere di una stagione: sono nate, in molti casi, relazioni importanti, matrimoni fra romagnoli e ospiti straniere… come nel caso del nostro amico Nerone (il personaggio atletico, in costume da bagno) che conquistò il cuore di una ragazza francese, sposandola e andando a vivere sulla Costa Azzurra. Nerone, oggi, è un signore attempato che, dalla Francia, continua a sognare la Rimini di quegli anni (nella foto, con lui, Giorgio Diotallevi Meo, Giovanni Bianchini Cicia e Antonio Canarecci)

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zione diventata veramente amabile, Pietro accennò pure ad un abbraccio alla ‘candidata’ prescelta da Valerio; il quale vide confermarsi ampiamente le sue preoccupazioni, e le esternò - sempre sottovoce - a Marco: “S’un cheva cla mena, aglia tai !!” (‘Se non leva quella mano, io gliela trancio!!”) Non solo, ma colse anche un tentavo di far piedino da parte del solito e incontenibile Pietro. “Guerda cum che sgaretta!” (“Guarda che lavoro di piedi sta facendo!”). Marco sembrava quasi divertito da queste continue - e sotterranee - proteste di Valerio, e decise, signorilmente, di lasciare campo libero ai due contendenti, andando a cercarsi una nuova compagnia negli altri tavoli. Questa scelta non servirà a favorire Valerio. Infatti, dopo poco, le due dame svizzere accoglieranno l’invito di Pietro, a proseguire la serata altrove, e rifiutando di fatto - tutt’e due - la compagnia di Valerio, che rimase solo e costernato. E il finale fu amaro anche per Marco, che dovette sorbirsi una lavata di testa da parte dell’amico abbandonato, il quale gli ribadì quella sua regola collaudata (che la concorrenza non bisogna stupidamente favorirla): “Te l’avevo detto che non si deve invitare il birro al tavolo!” E per punizione il nostro lasciò a piedi l’amico. Valerio ritornò a Rimini con la sua Cinquecento, mentre Marco dovette rientrare in filobus.

ENICA M O D A L E H C APERTO AN E 12.30 L L A 0 3 . 8 E DALLE OR NO TUTTO L’AN

’ Tutti i lavori fotografici Stampa di foto digitale

DOMENICA AL MARE Al riparo dei capanni, i birri di borgata si concedono un momento di relax. Uno di loro si è portato appresso, pure, la fidanzatina. Sono soddisfatti, fiduciosi nel futuro, e senza tanti grilli per la testa. Il boom era nell’aria.

FORSE BASTAVA GUARDARSI ATTORNO Tutti proiettati alla ricerca di bellezze esotiche (nello specifico svedesi, tedesche e svizzere), i giovani birri trascuravano le ragazze nostrane. Ecco un esempio lampante di ciò che si perdeva: nella foto l’avvenente Viviana, borghigiana purosangue, nell’estate del 1953.

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“Marco, a ne voi e’ ber te tevul!! “ (traduciamo: “Marco, non lo voglio il birro al tavolo!”). Ma, ormai, Pietro si era ben installato; anzi, chiese il permesso a Marco di ballare con la turista svizzera che sembrava a lui interessata. Il permesso venne accordato, mentre Valerio danzava con l’altra. Il nuovo arrivato si dimostrò anche un ottimo ballerino. Tornando tutti al tavolo, proseguì il “protagonismo” di Pietro, che sembrava aver fatto breccia definitiva presso le due ospiti straniere. Addirittura, nella conversa-

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OFF LIMITS Un vecchio bagnino della Barafonda (ovvero San Giuliano a Mare), in una posa che mescola assieme la rudezza dei caratteristi, famosi nei film americani dell’epoca, con l’espressione smagata del proletario di borgata; e, a detta di chi lo conosceva, piaceva non poco alle bagnanti. Un muretto separava la strada dalla sabbia del suo piccolo stabilimento balneare: e proprio quel muretto era il limite - invalicabile - che lui aveva imposto alla moglie di rispettare. Durante l’estate, la donna, non doveva assolutamente invadere il campo… delle sue conquiste.

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6 – FUORI TEMA –

Maurizio Lazzarini, reduce da una delicata operazione e da una breve convalescenza (auguri Peace!), ha già ritrovato tutta la sua forza, tutta la sua ben nota vitalità. E questo suo articolo ne è la riprova: difende a spada tratta uno spot pubblicitario che qualche tempo fa scatenò non poche reazioni.

Belle topolone, rigatoni e gorgonzola

Il gorgonzola è un formaggio dalle caratteristiche uniche. L’erborinatura (quel caratteristico aspetto striato) gli conferisce un gusto particolare: è cremoso, quasi piccante, sensuale e peccaminoso, adatto ai palati robusti. Mi raccontava un amico - che negli anni ‘70 lavorava a Milano, all’Alfa Romeo - come nelle vecchie osterie molti avventori inseguivano nel piatto, con il pane, i vermi che il gorgonzola produceva. La scorsa estate il Consorzio del gorgonzola ha lanciato una campagna pubblicitaria, allo scopo di ampliare il proprio mercato. Un passo indietro: ve lo ricordate lo spot della Barilla girato da Fellini? Recitava più o meno così: in un ristorante di lusso un cameriere imponente e ieratico elencava, in francese e pomposamente, una serie di piatti ad una bellissima e sensualissima commensale. Lei ascoltava in religioso silenzio quello che il cameriere stava declamando, poi ordinava, inaspettatamente: “Rigatoni!” E lo faceva liberando una sensualità profonda, dirompente… che lasciava presagire paradisi straordinari… Beh, la pubblicità del gorgonzola rispecchiava lo stesso cliché: sempre al ristorante una bella commensale, con fare ammiccante, ordina del gorgonzola. Il cameriere, distinto e professionale, non mostra nessuna sorpresa, rimane immobile. Il suo pensiero, però, viene espresso da una voce fuori campo: “Ottima scelta, bella topolona!”. La frase pensata è una bomba emotiva, che irrompe e inonda di piacere sensuale l’evento. Difficilmente si

possono riscontrare delle assonanze emotive così precise fra prodotto e pubblicità. Lo spot si concludeva con lo slogan: “L’irresistibile”. Irresistibile è il gorgonzola che sfrutta la bomba emotiva, a sfondo sessuale, contenuta nella pubblicità. Dopo averla presentata per pochi giorni la pubblicità viene sostituita - e il fatto mi ha colpito - con altri spot in cui il concetto di “bella topolona” risulta annacquato, facendogli perdere il pathos precedente. Oggi vediamo dei passaggi televisivi insulsi a tal punto da arrivare a danneggiare l’immagine del prodotto. Mi domando perché la prima versione - che definisco emotivamente forte - è stata cancellata, se esprimeva così efficacemente il carattere del gorgonzola? Io penso che il Consorzio abbia subito una quantità enorme di pressioni - da parte di ambienti benpensanti, che avranno addirittura gridato allo scandalo tale da convincere i responsabili a modificare l’immorale pubblicità. Mi viene da pensare che la nostra società non sia più in grado di reggere ed apprezzare le emozioni, soprattutto quelle autentiche, vitali, conturbanti. Penso che si stia diffondendo un sistema di omologazione ipocrita che nasconde, copre e si scandalizza dei fatti della vita (che, si sa, sono scomodi!). Da parte di quel sistema che, mantenendo una facciata perbenista ed edulcorata, permette, invece, il crescere di fenomeni di autentico degrado sociale. Maurizio Lazzarini (Peace)

UN PICCOLO SOSTEGNO A GIOVANI IN GAMBA

Manuel Pasquinelli e Luca Miserocchi (rispettivamente, Amministratore e Presidente della Società de Borg) consegnano il ricavato dell'operazione Calendario 2010 agli Scout di mare di via Madonna della Scala. Il Borgo ha realizzato un Calendario per il 2010, dedicato alle caricature di Guido Baldini, e i giovani scout lo hanno distribuito e venduto: un'iniziativa finalizzata a sostenere economicamente le lodevoli attività di quest'ultimi. Gli scout sono stati vittime, recentemente, di un incendio doloso che ha distrutto le loro imbarcazioni, in rimessa nel capannone di via Madonna della Scala.

Giuliano Bonizzato ci ha fatto un piccolo-grande regalo. In un articolo apparso recentemente su “La Voce” (che qui riproponiamo), ha espresso un caloroso apprezzamento per il nostro Calendario 2010. Due sono le cose che lo hanno entusiasmato: le caricature del compianto Baldini e l’originalità, nonché l’umanità, dei personaggi ritratti ed evocati. Un “mondo” destinato ad essere rinchiuso nei cassetti del passato, se non avremo il coraggio di raccoglierne l’eredità.

Cronache malatestiane

GENTE DE’ BORG LE CARICATURE DI GUIDO BALDINI La vera caricatura non può limitarsi a tracciare le linee più o meno deformate di un volto. Deve entrare in profondità, operando una sorta di “transfert” tra il disegnatore e il soggetto, così da farne affiorare l’intima essenza. Ciò spiega il successo che le buone caricature riscuotono nell’ambiente delle persone effigiate, come è avvenuto con quelle di Guido Baldini, raffiguranti i personaggi più caratteristici di Borgo San Giuliano. Guido Baldini. Borghigiano doc. Ceramista di enorme talento. Uomo libero, sarcastico, strafottente e anarchico come tanti del Borgo che, discendenti dei portolotti veneziani dediti alla pesca d’altura, facevano, sino a due secoli fa, razza a sé, e oggi rappresentano, beati loro, la quintessenza della malatestianità. Non per nulla, come ho ricordato più volte in queste mie cronache, il termine “malatestiano” fu coniato da Glauco Cosmi, il tipografo-editore-poeta, creatore della Sagra Musicale Malatestiana, che del Borgo San Giuliano, prima ancora che dell’intera Città, fu una delle figure più rappresentative. Glauco che nel Borgo, teneva banco al “tavolo della cultura” del Bar di Piero, assieme a personaggi straordinari (anch’essi scolpiti in maniera indelebile nella memoria dei Riminesi) come Guido Nozzoli, Elio Pasquini, il professor Biagini, Gino Pagliarani e Demos Bonini con la partecipazione straordinaria di Sergio Zavoli “quando si decideva finalmente a venir giù da Roma”. E non per nulla Glauco fu negli anni 50-60 l’ anima occulta del “Goliardo”, il periodico satirico riminese che “usciva quando gli tirava” ma che, quando “gli tirava”, e cioè quattro o cinque volte l’anno, vendeva, in città, più copie del Carlino. Ma torniamo a Guido. Che ci ha lasciato a soli sessantacinque anni, dopo cinquanta di attività concentrata e intensa: piatti decorati e medaglioni, pannelli, dipinti o modellati a bassorilievo, grandi e piccoli vasi, ceramiche multicolori e lucenti, dal figurativo all’informale, presenti in quasi tutte le case dei riminesi e in innumerevoli collezioni pubbliche e private, fino ai capolavori esposti nel Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. Ed ora queste sue caricature, sconosciute ai più, testimonianza dell’eclettismo e della versatilità che caratterizzano i veri Artisti, che appaiono nel “Calendario 2010” realizzato, per beneficenza, dalla “Società dè Borg” su una idea di Graziano Toccafondo. Una vera primizia, una prelibatezza da gustare personaggio dopo personaggio, didascalia dopo didascalia e… mese dopo mese.

Dino Spadoni, (il titolare della Galleria d’Arte di San Giuliano dove, le caricature furono esposte per la prima volta in occasione di una delle tante “Feste de’ Borg”) è il primo ad essere immortalato, a destra della colonna del mese di Gennaio. Nella didascalia si legge che “Il Borgo, il Calcio e la Pittura sono le sue tre passioni. Quattro con la Pia”. E a questo punto mi sono un po’ commosso perché questo richiamo alla Pia (e basta), mi ha riportato ai tempi di quando anche la Rimini del Centro Storico era un borgo, dove tutti si conoscevano e dove, proprio per questo, le caricature del “Goliardo” (realizzate da Cumo, da Fabbri e, negli ultimi anni, da me e da mio fratello Marino) portavano didascalie che si riferivano solo al “soprannome” del soggetto effigiato. Adesso, i riminesi veraci bisogna andarli a cercare col lanternino. A meno di non traversare il Ponte di Tiberio, entrando in San Giuliano, per respirare nuovamente l’aria libera e ricca d’umanità della Rimini di una volta. L’aria del Borgo di Amarcord. E allora avanti col “Calendario “ della Società dè Borg. Avanti, in compagnia di Leone, “l’uomo graticola”, un trionfo di brodetti e rustide, di Pierino, che “per quarant’anni ci ha messo la faccia,” spettatore e interprete delle più incredibili patacate, di Gambela, signorile e fantasioso di cui viene posta in dubbio l’attendibilità da quando scoprì un mare di lucciole dall’alto della muraglia cinese, di “E’ Nin”, scorbutico Bastian Contrario e tuttavia “blig d’la veggia” ovverosia ombelico di ogni festa, di Ercole, il re degli idraulici, primatista di tutte le Feste del Borgo, di Orlando, il Proletario Ripulito, Caffettiere della Rimini Bene e quindi Borghigiano da esportazione, utile per le Pubbliche Relazioni, di Quarto, che, illuminato dalla luna, inveisce contro i nottambuli del bar di Pierino che rumoreggiano sotto di lui impedendogli di dormire, di Gnoli “nato coi baffi” venuto giù con la piena del Marecchia ma che ora è uno dei nostri a tutti gli effetti, di Caio il venditore di carne di cavallo “conteso tra ippica e calcio”, di Netti che “facendo il ristoratore riscatta un passato di fame insoddisfatta”, di Augusto, ribelle anarcoide, contestato come Presidente perché “abita cinquanta metri più in là” dei confini storici del Borgo. Siamo già arrivati a dicembre? Come passa il tempo ragazzi! Buon 2010 col Calendario di “quelli del Borgo San Giuliano”, veri, ultimi, gloriosi Malatestiani! Giuliano Bonizzato


7 MORENA AVEVA PORTATO FRA DI NOI UNA VENTATA DI FRESCHEZZA E MODERNITÀ ED È SCOMPARSA CONSERVANDO L'IMMAGINE DI ETERNA RAGAZZA.

Era riuscita a diventare una del Borgo ruolo. E vogliamo ricordarla così, coraggiosa, attiva e sensibile. Ma per capire ancora meglio la sua forte personalità, e per ricordarla con le sue parole, pubblichiamo uno stralcio di una lunga lettera che ci scrisse nel 2005 (che apparve sul fòj de Bórg), nella quale Morena rifletteva sull’esperienza della Festa.

Una recente immagine di Morena Benagli (la foto ci è stata consegnata dalla famiglia Benagli, alla quale esprimiamo la nostra più sincera solidarietà e vicinanza). A soli 51 anni, a seguito di una malattia incurabile, è scomparsa pochi giorni fa, Morena Benagli, nota commercialista riminese e, a suo tempo, presidente della Società del Borgo San Giuliano. Morena faceva parte di un gruppo di giovani che alla fine degli anni ‘70 si avvicinò al Borgo, condividendone l’impegno e la vivacità che proprio allora si manifestavano con una forte capacità di aggregazione: la battaglia (tra l’altro vinta) per il risanamento delle vecchie case, la nascita di questo giornale, la realizzazione di un campo sportivo nell’alveo del fiume in maniera del tutto autonoma, e tante altre iniziative di tipo sociale e conviviale che, poi, sfoceranno nell’organizzazione della prima Festa de’ Borg (1979). Era tanta la sua passione per il Borgo che venne pure ad abitarci, in via Marecchia, vicino alla Madonna della Scala, in una casetta che si affaccia sul canale. Le donne nel Borgo sono state sempre delle protagoniste assolute nelle nostre vicende, occupando un ruolo predominante, ma delegando, però, la rappresentanza (nelle organizzazioni e nelle istituzioni) sempre alla componente maschile: Morena, invece, si mise in gioco, accettando l’incarico di presidente della Società, dal 1993 al ‘97, ruolo che comportava un’enorme responsabilità dal punto di vista penale ed economico, stante la sempre più rilevante importanza ed affluenza alle nostre manifestazioni. Rappresentava, logicamente, una nuova versione femminile, più moderna, aveva, inoltre, una particolare sensibilità artistica e negli anni della sua presidenza organizzò le feste più significative dal punto di vista spettacolare: la Festa del ‘94, soprattutto, dedicata a Fellini, con la regia di Valerio Festi, il quale diresse anche quella successiva. Sono state le edizioni che, ancora oggi, vengono ricordate come le migliori, le più innovative (grazie anche a lei) E’ stata l’unica donna a rivestire quel

Forza amici, ci vuole più coraggio! (…) Siamo proprio obbligati a farla se poi, tutte le volte, alla fine ci troviamo a dire sì, è ancora bella, ma non sono più le feste di una volta? Perché non investire i soldi (pochi) e le energie (ne servono tante) per altre iniziative? Perché non scommettere, ad esempio, sugli spettacoli estivi nell’invaso (un’idea brillante e che ha portato centinaia di riminesi a scoprire uno degli angoli più suggestivi della città) o sulle iniziative di Natale? Perché non insistere sulle presentazioni dei libri o pensare a qualcosa di nuovo? Dei laboratori, ad esempio, per trasformare il Borgo per una settimana in un grande luogo di aggregazione e di produzione teatrale, o musicale, o artigianale... E’ un’idea così, buttata lì, come ce ne possono essere tante. Un’idea per dire che l’energia non può e non deve essere concentrata solo sulla festa. Per dire che la Società de’ Borg non è nata solo per organizzare questo evento. A suo tempo la festa è stata un mezzo per portare avanti altre iniziative. E’ stata il colpo a sorpresa, lo spot che ha permesso di realizzare decine di altre cose: quelle per cui la Società era nata ed era stata pensata. Chi non ricorda la distribuzione del cherosene negli anni dell’austerity? Chi non ricorda i progetti commissionati per cambiare il volto dell’invaso? La Società faceva, a modo suo, politica. Era nata per rivitalizzare il Borgo, e il Borgo è diventato quello che è diventato. Quanto del merito del Borgo come lo vediamo oggi è di chi non ha mollato allora? (…) Ma di cose da fare, di iniziative da prendere, ce ne sarebbero altre. Tante altre. Piangersi addosso, o ricordare solo i bei tempi passati, beh, limitarsi a questo vuole dire condannare l’esperienza ad andare verso l’esaurimento. O peggio ancora significa trasformarla in qualcosa di sempre uguale a se stessa, senza appeal, senza fascino, senza grinta, senza una spinta propositiva e propulsiva. Vuole dire, e lo scrivo con il massimo rispetto per tutti, correre il rischio di trasformarci in un comitato turistico, che organizza feste per gli altri e non, in primo luogo, pensando a divertirsi e ad essere lo specchio della propria realtà verso l’esterno. Il Borgo, lo voglio ripetere, non è più lo stesso. E i borghigiani che ho conosciuto io in gran parte non ci sono

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più. Oggi c’è gente nuova, che arriva da esperienze diverse. Oggi c’è chi ha piacere di vedersi raccontato il passato, ma non solo quello. C’è gente con i problemi del traffico, con i problemi della cura dell’arredo urbano, che guarda ad esperienze lontane da Rimini e pensa che per il Borgo sia arrivato il momento di un nuovo salto di qualità: dal punto di vista urbanistico; dal punto di vista della qualità urbana; dal punto di vista commerciale e artigianale... Lo stesso Fòi de Borg, forse, dovrebbe ritrovare il coraggio di un tempo, la voglia di fare battaglie. Che non vuole dire schierarsi pro o contro; che non vuole dire fare politica nel senso di schieramento di parte. Vuole dire molto più semplicemente trovare il coraggio di dire la sua, di intervenire, di stimolare, di farsi portavoce di quello che chiedono i vecchi e i nuovi cittadini del Borgo. E questo è, a suo modo, fare politica. Una politica in grado di riavvicinare la gente, di interessare i nuovi residenti che non sono più, tanto per rimanere all’immagine oleografica, gli anarchici e i mangiapreti, ma molto semplicemente cittadini del Borgo. È doveroso precisare, da parte nostra, che Morena, nonostante questi corposi rilievi, ha continuato a partecipare alle nostre iniziative, ritagliandosi un ruolo nell'organizzazione delle Feste successive.

Festa del Borgo, 1994. Ennio Carando, Morena Benagli, Maurizio Falcioni, Tiziano De Silvestri e Gigi Bronzetti, in un momento di relax, nel bailamme festaiolo. Quell’anno la manifestazione venne dedicata a Fellini e al mondo dei clown, dei suoi clown; da qui l’idea di mascherarsi tutti con un “naso rosso” (ispirandosi anche al manifesto di quell’edizione che riproduceva, appunto, una foto di Fellini con il naso da clown).

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8 I racconti di Dino Il protagonista principale di questa vicenda è il vino, a cui il Borgo è sempre stato molto… legato e interessato. I giovani borghigiani, magari credendosi più raffinati, invece di frequentare le osterie (tra l'altro quasi scomparse) si sono iscritti più volentieri a corsi da sommelier. Ma l'anima burlesca e dissacrante, tipica di quegli ambienti, non è mai venuta meno. E il racconto lo dimostra. Dino non ha mai ecceduto col vino, anche "se ero di razza, ma al mio gruppo piacevano più il Campari e il Tre stelle, fat se legn…"

Tre personaggi in cerca di vino d'autore

La nuova generazione del Borgo, quella successiva alla mia, coprire la bocca, doveva essere delicatamente sputato in una rinfrancato, aggiunse: aveva fondato da poco il ‘Club degli amici del vino’, e cassetta ripiena di ghiaia messa a loro disposizione. I nostri “Umano, naturalmente!” spesso la sera si ritrovava nel ristorante Abbazia del Parco, amici avevano, più o meno, rispettato correttamente le varie A quel punto dovette subito intervenire Cicci per calmare il su a San Fortunato, gestito da Renzo Pari. E lì si facevano le fasi degustative, tranne l’ultima… Non se la sentivano di risentito componente della giuria. I tre borghigiani, cose in grande: il presidente del club era il compianto Attilio sprecare tanto ben di dio, anche perché disse imperterriti, continuarono a bere tutto quello che passava Cicci Arlotti, da tutti, unanimemente, considerato il più sommessamente Giorgio: “Non è fine, non è educato sputare loro tra le mani, scherzando e ridendo. autorevole esperto riminese in questo campo. Le serate erano in pubblico!” La misura era quasi colma: Gnoli e Mario, dalla stazza non piacevoli, il vino scorreva abbondante e in allegria e i neofiti Il più disinvolto era certamente Gnoli, tanto che il giurato a proprio esuberante, avevano già raggiunto il pieno, e fecero apprendevano in fretta i segreti delle degustazioni che Cicci lui più vicino gli chiese un parere sull’aroma del vino appena capire a Giorgio, un po’ con le parole ma ancor più coi gesti, rivelava loro sapientemente. Proprio che ne avevano abbastanza e che se ne quell’anno lui, tra l’altro, era stato designato sarebbero andato in giro per la Fiera, che a presiedere la giuria che durante la Fiera di fuori impazzava. San Martino avrebbe dovuto giudicare i Giorgio rispose: “Ancora un goccio…” E migliori vini del nostro circondario. Pensò per quel giorno furono le ultime parole bene, allora, di invitare alla degustazione che disse: gli si era impastata la lingua e quelli che riteneva essere i più promettenti non riuscì più a parlare, continuando fra gli “allievi” borghigiani. imperterrito a trangugiare tutti i vini in “Mi raccomando - disse a Mario e a Gnoli concorso. Gli altri due, invece, andarono non fatemi fare brutta figura! Allora, ad assaggiare il vino nuovo alla botte che d’accordo, ci vediamo sabato alle 17 nella Battistini aveva collocato vicino a Piazza sala del Consiglio Comunale di Ganganelli. A quel punto estrassero dalla Santarcangelo” E nel congedarsi, consegnò valigetta l’occorrente per la degustazione loro una valigietta professionale, con tutto e iniziarono ad emettere i loro giudizi… l’occorrente per le mansioni di sommelier. non tutti chiaramente comprensibili: I nostri i due amici si sentirono così investiti “Bisolfito, asidein, birela, cancaroun, nella parte da indossare, per quella grisein, triega…”. importante occasione, addirittura i frac in Dapprima il vinicoltore sembrava quasi dotazione alla Società de Borg. divertito, poi sempre più minaccioso Inoltre, Mario e Gnoli invitarono alla prova esplose: “Scavev de caz, burdel, che am il ‘socio anziano’ Giorgio, detto Catrani, arviné la piaza!” grande esperto di vini… bevuti, fin dai Ai nostri, visto l’andazzo, non rimase che tempi del Circolo Primo Maggio. una disonorevole, ma provvidenziale, Giunti a Santarcangelo, e così bardati, ritirata. fecero il loro ingresso nella sala consigliare, Le parole mancarono anche a Mario, DEGUSTATORI O GUASTATORI? suscitando stupore e un po’ di perplessità. Gnoli, Catrani e Mario - da sinistra - ritratti nel Borgo prima di partire per Santarcangelo, dove quando fece ritorno a casa. La moglie Cicci, alla loro vista, non si perse d’animo, li attendeva una serata che poteva risultare, per loro, anche professionalmente gratificante, come dovette aiutarlo a spogliarsi, mettendolo a anzi, stando al gioco, presentò gli amici come letto. E lui riuscì solo a dire, piagnucolando: grandi esperti di vino. Ma la foto già tradiva, e anticipava, intenzioni non proprio da sommelier… tre esperti milanesi, giunti appositamente per “Ti prometto, non vado più a bere!” partecipare alla degustazione, appena La sera dopo i nostri protagonisti si iniziata: “Vi presento l’ingegner Gnoli, il chirurgo odorato. ritrovarono al ristorante l’Abbazia del Parco, dove Renzo Pari Pasquinelli e il professor Catrani!”, facendoli, poi, “Un vago sentore di liquirizia e zagara, con un retrogusto di aveva organizzato una serata per il Club Amici del Vino, con accomodare a lato dei giurati. more selvatiche”, rispose Gnoli con ostentata sicurezza. assaggi di salumi e sangiovese, naturalmente. I vini in competizione erano più di trenta e i giudici - e i L’interlocutore rimase sorpreso e perplesso, se non incredulo. nostri con loro - avevano a disposizione una serie Le degustazioni del vino si susseguivano e i tre borghigiani Piccolo glossario enologico (senza pretese scientifiche) interminabile di calici che venivano riempiti fino alla metà. non ne sprecavano neppure un goccio, ma i loro gesti e le Asidein (acetino) - vino leggero, con uno spunto di Le operazioni da farsi erano le seguenti: roteazione del loro parole diventavano sempre mene calibrate. acidità bicchiere, annusamento, controllo visivo e, infine, assaggio. Erano giunti, ormai, verso la quindicesima degustazione, Birela - vino annacquato A questo punto il vino veniva fatto stazionare in bocca, quando il solito giurato ricorse, maliziosamente, ancora una Grisein - vino con una asprezza di fondo spostandolo da un lato all’altro della cavità orale, con volta al giudizio di Gnoli, il quale stava assaggiando un vino Cancaroun - Vino robusto, dal sapore sgraziato rigonfiamento alternativo delle guance. Finalmente bianco e non aveva più fluidità di linguaggio: Triega - beverone disgustoso preso come medicina; di completato il rito, il vino poteva essere bevuto ma solo in “Un sapore di… vago… ma intenso… di… di…” vino che ha preso d’amaro una piccola quantità, mentre il restante, con una mano a “… di sperma!”, completò la frase Mario. E Gnoli, già

 A cena con la Società de’ Borg mercoledì 14 aprile, ristorante “La Cappa”, ore 20,00 Mercoledì 14 aprile, al ristorante “La Cappa” di San Giuliano Mare, cena sociale per il tesseramento della Società de’ Borg. Il prezzo di Euro 35 comprende la cena a base di pesce e il costo della tessera. Durante la serata verranno illustrati il tema della Festa e il suo programma culturale e spettacolare. Le prenotazioni verranno raccolte presso il circolo Acli (chiostro della chiesa di San Giuliano) tutte le sere dal martedì al venerdì; o presso il negozio SINTENDE (dalla Myriam), in viale Tiberio 11 e in altri punti del Borgo che verranno segnalati da un’apposita locandina. I posti a disposizione sono 170 e le prenotazioni andranno effettuate entro il 10 aprile.

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L’Associazione Borgo San Giuliano, costituita dai commercianti della zona, a partire da febbraio 2010 ha lanciato un’iniziativa finalizzata a creare un clima di particolare accoglienza nella giornata del Giovedì: prendendo spunto dalla decisione dell’Amministrazione di bloccare il traffico in questa giornata, fino alle 18.30, ha deciso di coinvolgere i propri aderenti, botteghe e pubblici esercizi, in offerte speciali, sconti, prodotti e menù a condizioni vantaggiose. L’iniziativa durerà tutto l’anno e sta già registrando un interesse crescente da parte dei nostri concittadini: si può far la spesa con molta convenienza, durante il giorno, e pranzare o cenare a prezzi speciali, offerti esclusivamente in questa occasione. Nel clima rilassante del giovedì il Borgo si presenta con grande disponibilità e calore, dalla mattina a notte fonda, nei negozi, nei ristoranti, nei caffè e nelle cantinette. A guidare l’operazione Giovedì, con l’entusiasmo che solitamente li contraddistingue, ci sono Arturo Pane, presidente dell’Associazione, e il suo vice Graziano Toccafondo.

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2010_marzo_E foi de' Borg