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edizione

info@societadeborg.com

- Aprile

2012

-

Periodico

edito

dalla

Società

de’ Borg

- Vi a

Padella,

22

-

47921

RIMINI

Un futuro non impossibile Aspettando la buona stagione, i turisti da tutto il mondo e la prossima grande Festa di settembre, con la speranza che la città diventi sempre più solidale, sempre più bella: ricostruendo il suo teatro, facendo rivivere tutte le colonie ora diroccate, salvando dal degrado le banchine del canale, l'invaso e il Ponte di Tiberio. Abbiamo chiesto a Luca Miserocchi, presidente della Società de’ Borg, le novità della prossima Festa, quella di settembre 2012, e le iniziative in programma.

Il turnover generazionale. Un avvicendamento in atto anche fra i protagonisti della nostra Festa.

LA CRISI ECONOMICA NON DEVE FERMARE LA FESTA E I PROGETTI IN CORSO Partiamo da una situazione di rinnovamento che si è realizzata recentemente con l’uscita di alcuni vecchi componenti del Comitato – che continueranno comunque ad essere vicini all’organizzazione – e con l’inserimento di giovani entusiasti. Conseguentemente abbiamo ritenuto che fosse arrivato il momento giusto per rivolgere lo sguardo, e la nostra creatività, al futuro. D’altra parte tutte le Feste precedenti avevano celebrato e ricordato, ampiamente, la storia e le vicende del nostro Borgo. Il passato. Il futuro lo affronteremo attraverso l’elaborazione di alcuni progetti, le cui anticipazioni verranno anche presentate nel corso della manifestazione: si tratta di idee che puntano a migliorare le condizioni sociali e urbanistiche della nostra realtà, e non solo. A partire dalla pedonalizzazione del Ponte: abbiamo già chiesto la possibilità di sperimentarla durante qualche serata della prossima estate; una soluzione non fine a se stessa, ma inserita in un progetto complessivo di valorizzazione di tutta l’area, comprese le banchine del canale. Immaginiamo un percorso lungo tutto il fiume che colleghi il mare al centro storico: una nostra vecchia ambizione che, purtroppo, non si è mai tradotta in realtà, pur in presenza di tanti piccoli tentativi (non solo nostri, ma anche di altre associazioni). Noi crediamo, arrivati a questo punto, che sia necessario dotare l’itinerario di vere, originali ed importanti attrattive, solo così si potrà indurre e invogliare la gente a sceglierlo come passeggiata, come luogo d’incontro e di collegamento mare-città. Già da tempo avevamo proposto che questo itinerario diventi il “luogo della memoria” dedicato a Federico Fellini; ogni film del Maestro occuperebbe un tratto delle banchine e verrà ricordato attraverso immagini multimediali (pannelli, video, murales...), con il percorso che finirebbe per confluire nel Borgo San Giuliano. Ognuno dovrà fare la sua parte. Il Comune ha già detto che realizzerà il completamento della passeggiata, per arrivare all’invaso del Ponte di Tiberio, con banchine in legno; e lo stesso invaso, secondo noi, dovrà diventare una formidabile arena per dar vita a spettacoli sull’acqua (con le nostre Feste abbiamo dimostrato come ciò sia possibile). Naturalmente sarà necessario realizzare, in seguito, un parcheggio sotterraneo sottostante l’attuale piazzale Tiberio che – finalmente liberato dalle auto – si trasformerà in una grande piazza, una vera e propria agorà. Arrivando a piedi dal mare, i riminesi e gli ospiti della nostra città potranno sia raggiungere il centro storico che inoltrarsi nelle stradine e nei vicoli del Borgo. San Giuliano potrebbe offrire oltre alle memorie già presenti (le piastrelle in ceramica dedicate alle famiglie della scomparsa comunità marinara) nuovi murales dedicati al regista e una esposizione a cielo aperto, ai limite del parco Marecchia e vicino al Ponte, di alcune sue scenografie recuperate a Cinecittà. Tutto ciò in continuità con quella che possiamo definire come la vera “missione” della Società de’ Borg, che è quella di valorizzare la nostra identità culturale, rinnovata nel tempo con l’integrazione dei nuovi residenti. Come sempre abbiamo tante idee e tanta voglia di fare... sono solo preoccupato del risvolto economico di tutte le nostre attività... pertanto confidiamo nella generosità delle istituzioni, delle realtà economiche e di ogni singolo cittadino. Tutti ci chiedono con insistenza di continuare. Il Borgo non deve spegnersi. Anche la città deve offrire il suo contributo.

▲ Sono passati appena trent’anni e la nuova generazione di bor-

ghigiani (di fatto figli della precedente) si ritrova, nella foto, in una casa di via Pozzetto, in allegria... ma con opportunità e problemi diversi: magari più cultura ma con prospettive economiche più incerte! (da sinistra: Gaela, Marianna, Alice, Enrica, Maria Elena, Oscar e Francesco)

A metà degli anni Sessanta, sta per scoppiare tutto, dalla rivolta giovanile al grande sottofondo musicale che accompagnerà quegli anni ruggenti. Allora ogni cosa sembrava facile, dall’integrazione alle prospettive di successo personale. I tre giovanissimi della foto, sicuri del fatto loro, sono, da sinistra: Aldo Casciello, Paolo Nucci e Tonino Para detto Bitols. Il primo arrivò nel Borgo dal Sud, il secondo dalla Valmarecchia, mentre solo il terzo era originario di Rimini.

Ecco un proclama, pieno di entusiasmo, da parte delle nuove leve, entrate da poco a far parte della schiera degli organizzatori

Riminesi e non, borghigiani e non... è cominciato il conto alla rovescia! Per chi ancora non ne fosse a conoscenza, questo è l’anno della XXVIII Festa del Borgo, la manifestazione social-culturalludico-gastronomica più attesa e – diciamolo con non poco orgoglio – più amata dalla cittadinanza e (scusate se mi ripeto) non solo. ----------------------------------------------------------------------------------------- (l'articolo, di Sonia Serafini, continua a pag. 8)

Luca Miserocchi

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Stefano Pini Massimo Astolfi

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2 Mentre la prossima Festa sarà dedicata al presente e al futuro del Borgo, abbiamo sentito forte l'esigenza di documentare, organicamente, le vicende del nostro passato. La Società de Borg ha avviato, così, un lavoro di documentazione al passo coi tempi, in cui i vecchi e nuovi borghigiani si raccontano attraverso un film-documentario.

Volti, immagini e parole

Alea iacta est! Siamo partiti. Sotto le fitte nevicate del mese febbraio sono state effettuate le prime riprese del documentario che la Società de Borg ha deciso di realizzare nel tentativo di fissare la storia e l’evoluzione degli abitanti del Borgo san Giuliano. Affidata la macchina da presa alle mani giovani ma gia’ esperte di Alessandra Gori, riminese doc e gia’ assistente alla regia di Ermanno Olmi, e’ partita la ricostruzione di un mondo che per larghi tratti non c’e’ più, racconti e narrazioni che i protagonisti di epoche ormai lontani hanno ricostruito con passione e coinvolgimento. Dai più anziani che ripercorrono scene di vita privata ed eventi storici cui conferiscono i colori e le atmosfere come i libri di storia non potranno mai fare, ai protagonisti di oggi che possiamo incontrare tutti i giorni nelle strade del borgo o che saranno a sudare e a impegnarsi nella prossima Festa del Borgo nel settembre prossimo: tutti questi saranno i protagonisti di quello che vuole avere tutti i crismi di un documentario. Un documentario che sara’ il testimone ai posteri di quella che e’ stata a tutti gli effetti l’emancipazione di un luogo che nasce come luogo povero di Rimini per antonomasia, che subisce molteplici attacchi alla sua esistenza

fisica, per poi trasformarsi in quartiere à la page, il tutto unicamente grazie agli sforzi di abitanti che probabilmente costituiscono una comunità irripetibile. A tutt’oggi l’eterogeneità di quella comunità è uno degli elementi che ne contraddistinguono la qualità della vita: nel passato infatti al borgo si sono stratificate ondate successive di emigrazioni e immigrazioni e oggi i nuovi immigrati (una numerosa componente di cittadini cinese) risiedono a fianco a professionisti di successo, così come esercizi commerciali presenti in loco dall’inizio del secolo scorso convivono con locali nuovi che animano le serate. Una pagina del documentario ripercorrerà il gusto della beffa e della goliardia tipica della popolazione del Borgo rappresentata da un epocale scherzo che paralizzo’ proprio il Borgo San Giuliano nell’aprile del 1980 con una millantata epidemia di tifo del tutto inesistente a cui si fece fronte con una profilassi a base di cioccolato caldo… La storia che si narrerà sarà un storia emblematica del novecento in Italia, con il lieto fine di sapere che il Borgo San Giuliano oggi e’ un gioiello architettonico a cielo aperto, ma che non e’ sempre stato così, anzi… Rossano Lambertini

Un piccolo-grande appello: invitiamo i nostri lettori a contattarci e ad inviarci testimonianze del passato borghigiano; cerchiamo foto, filmati, documenti sulla nostra storia (anche recente), sulle nostre feste, sui personaggi e sulle innumerevoli iniziative. E il tutto verrà utilizzato per la costruzione del documentario già in allestimento. Ringraziandovi anticipatamente, vi preghiamo di contattare: Luca Miserocchi (c/o Linotipia Riminese) – 0541 778205 Miriam Semprini (c/o negozio Sintende – Viale Tiberio 22) – 0541 57250 Mario Pasquinelli – 3385097221 Sergio Serafini – 3398962397 Giuliano Ghirardelli (c/o e’ Foj de Borg) – 3391589935

PIAZZETTA ORTAGGI, PRIMA DELLA GUERRA. L'immagine riprende il forno Olivieri che di lì a pochi anni verrà fortemente danneggiato dai bombardamenti. Oggi, ricostruito nella stessa sede, rappresenta la gestione più longeva del Borgo e, forse, della città. (Sono proprio foto come questa che stiamo cercando di recuperare, nell'ambito della ricerca indispensabile alla realizzazione del documentario).

Recentemente è scomparso Dino Spadoni, l’uomo che ricordava e raccontava, meglio di chiunque altro, tutti passaggi del novecento borghigiano, anche quelli più delicati

Era lui il nostro narratore ufficiale Quando si vive in una comunità con dei legami così forti come quella del Borgo, la scomparsa di uno dei suoi componenti viene vissuta come un lutto collettivo. Sempre. E per tutti.

sua diventava musica. Ci ha fatto conoscere storie ed episodi vissuti direttamente o che gli avevano raccontato i vecchi borghigiani per i quali Dino aveva un profondo rispetto.

Ma con Dino è come se noi perdessimo anche la memoria di un passato che nessuno meglio di lui ha saputo raccontare. Sui giornali e nei libri che abbiamo realizzato si prese l’impegno di narrare i periodi più burrascosi e drammatici della nostra storia recente. Senza mai piangersi addosso, per la miseria e le difficoltà della dura vita che avevamo dovuto affrontare. Anzi, con l’orgoglio di aver contribuito con le iniziative della Società de’ Borg alla rinascita e alla rivalsa di una realtà che era stata emarginata dal resto della città. Anche recentemente quando doveva preparare un altro dei suoi articoli aveva detto: “se non ci fossimo stati noi, il Borgo oggi avrebbe perso la sua identità”.

Oltre ad essere il narratore ufficiale della nostra comunità, Dino aveva un’altra grande passione: quella per la pittura, per i quadri. Aveva così scritto in un articolo apparso su e’ Foi de’ Borg: “Onestamente devo dire che il Borgo sta scomparendo, sopravvive nei ricordi, nelle foto, come pure nei quadri con i tanti pittori che hanno ritratto vicoli e personaggi... qualche volta sogno che di notte dalle tele, che mi sono molto famigliari, escano i pretini di Foglietta, le giacche di Demos, i pescatori di Della Bartola, le borghigiane di Maroncelli e Paolizzi... e tutti insieme si mettano a passeggiare, nel buio, per le nostre contrade”.

Il Borgo era tutto il suo mondo, vi aveva sempre vissuto, con un attaccamento da far pensare che non ne fosse mai uscito, neppure una volta. Era il suo argomento principale, affrontato con molta saggezza e raccontato in un dialetto che in bocca

Addio caro Spadoni, rimarrai sempre nei nostri cuori e nei nostri ricordi, grazie anche ai tuoi straordinari racconti. E siamo certi che, nei sogni di qualcuno di noi, anche tu uscirai fuori ad aggirati per le contrade del nostro Borgo. La Società de’ Borg

Dino alle prese con le scenografie della Festa 2004. Alla sua passione per la pittura si deve il contributo che molti artisti hanno offerto alle nostre manifestazioni. Alle spalle di Spadoni i pannelli realizzati da Giuliano Maroncelli in quella occasione (foto Leonardo Fazioli).

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3 Silvano Silvegni, con questo racconto, inizia la sua collaborazione al giornale: la sua memoria, il suo considerevole archivio potranno fornirci tanti episodi interessanti, con particolare riferimento al periodo da lui trascorso nel Borgo, fra gli anni '50 e '80.

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enorme piacere: da malato depresso qual ero, la loro estrosità, le I ricordi della mia vita borghigiana sono intrisi di tristezza e di allegria, come l’atmosfera e lo spirito della vicenda che sto per loro patacate, mi risollevarono non poco. Assieme ci lasciammo raccontarvi. andare a stupide risate, senza senso, nel sentire il continuo ticL’aspetto triste inizia nel momento in cui mio babbo si ammala, chettio, il concerto delle gocce che cadevano dal soffitto sull’inintorno al 1950, quando avevo poco più di tre anni. La sua malatterminabile serie di tegami, bidoni e recipienti vari. E fu proprio tia era quella classica, quella che colpiva a quei tempi molti abiin quel momento che mi accorsi del loro sorriso sardonico, di tanti del Borgo: “calice, fumo e stravizi vari”. quella certa espressione, che ben conoscevo... quella di una pataLa nostra famiglia, allora, sprofondò ulteriormente nella povertà, cata in preparazione! tanto da raggiungere, in quel periodo, il posto più basso nella Poi mi salutarono, con l’impegno di tornare a trovarmi portanscala sociale del Borgo. domi un regalo. Mia mamma, seppur colpita da una grave menomazione, fortunatamente era sorretta da un carattere eccezionale e rimboccandosi Dovete sapere che, in quel periodo, la mia ultima conquista – una le maniche riuscì a tirare avanti la baracca, lavorando come una ragazza veramente molto bella e sofisticata, di elevata condizione bestia. – mi aveva spinto a “volare alto”, a presentarmi per ciò che non Già da tempo, assieme a mio fratello, facevo l’apprendista nella ero: spacciandomi per uno studente impegnato, borghese, figlio ditta idraulica di Scalalesciani Natale, il babbo del nostro amico di papà, abitante, addirittura, in Viale Principe Amedeo, in una Ercole: e in quegli anni imparai anche ad apprezzare i piaceri sontuosa residenza di famiglia! L’avevo fatto anche altre volte, della tavola e delle relative libagioni. La vita, però, era durissima forse per rimuovere un mio complesso di inferiorità sociale, un e il freddo micidiale di quei tempi rendeva ancor più micidiale il qualcosa di mortificante, che mi rodeva dentro. disturbo respiratorio che mi tormentava e che spesso mi bloccava I due amici, Tonino ed Ezio, erano al corrente di questa mia cona letto con influenze bronchiali. quista e delle relative bugie che vi avevo ricamato sopra ... e così, Si stava consumando lentamente un pessimo inverno, fatto di tornarono nel pomeriggio, accompagnati proprio da lei, dalla neve e di temperature capaci di far gelare pure il portocanale. In ragazza dei miei sogni... Io ero a letto con la febbre ancora alta, casa nostra, ovviamente senza riscaldamento e con problemi di sentivo un gran freddo, tanto da tenere in testa una vecchia berdisgelo, si viveva in continua emergenza. La neve che si scioretta di lana. La stanza era in preda al caos, come sempre. Sparso glieva sul tetto trovava la grondaia ostruita dal ghiaccio, e l’acqua c’era di tutto: bidoni per raccogliere l’acqua piovana, avanzi del filtrava sotto le tegole gocciolando in vari punti della camera, pranzo, medicine, montagne di panni ammucchiati alla meno finendo anche dentro l’armadio. Mia madre spostava, allora, gli peggio, giornali e i libri in ogni angolo... e, infine, il vaso da notte abiti, ammassandoli alla meno peggio nella stanza, creando un ancora da vuotare. ambiente da accampati. Non parliamo, poi, delle condizioni igieniche: nella maggior parte delle case pochissimi erano i bagni Entrarono prima loro due, annunciando l’arrivo di una grossa decenti, e per lavarsi si usava il mastello. sorpresa: alta, capelli lunghi, ben vestita e come sempre bella, La casa dove sono nato, e dove è nata anche mia mamma, era in entrò proprio Lei... via Chiavica numero 16, in pessime condizioni: due camere sotto Mentre Tonino ed Ezio sghignazzavano a crepapelle, cercai di e due sopra, con unica fonte di riscaldamento una stufa econoorganizzare un minimo di difesa, ma purtroppo le forze mi avemica a piano terra, dove si trovava anche il bagno; e quando si vano abbandonato. stava male, magari con la febbre, si usava l’urinale (vaso da Dovetti, così, subire fino in fondo l’oltraggio, facendo buon viso notte), tenuto sotto il letto e rigorosamente coperto. a cattiva sorte, sottostando a quel gioco crudele che lentamente Il grande problema del freddo - che in camera faceva scendere il mi stava spaccando il cuore. Crollai letteralmente al tappeto, termometro sotto lo zero - veniva risolto tamponando gli spifferi incapace di reagire: i miei amici ebbero, così, campo libero, e cominche attraversavano gli infissi con cordolini di stoffa imbottiti, ciarono a mostrarle appoggiati sulla bandettagliatamente il china della finestra; catalogo: dal conmentre, per quanto certo dei recipienti riguardava il tremocon il loro tintinnio lio dei sottili vetri, all’apertura dell’arche vibravano al solo madio all’interno del passaggio in strada quale i bidoni avedi una bicicletta, si vano sostituito i veusavano stuzzicadenstiti, dalle finestre rotti e piccoli cunei di te al caos totale della legno. stanza... Non avevo Ma tutto ciò è niente più parole, ero in uno al cospetto del cavret, stato di depressione una coperta antica, di acuta, aspettando solana grezza, pungente lo che l’agonia finiscome la lana di vetro se. ... della quale avevo un vero terrore; non Mentre la ragazza tanto perché fosse era indecisa se ridere come la carta veo piangere, i due, non trata, ma perché era ancora contenti, prevecchia e consunta, pararono il botto finapesantissima e inle: cominciarono ad gombrante, mai laillustrare i comfort vata e carica di poldella casa, con il bavere; ed essendo io gno perfino in camolto delicato di mera... e a quel pun▲ La famiglia di Silvano, di fronte alla propria casa, in via Chiavica. La mamma Angelina bronchi, mi scateto, senza alcuna pietà, con i figli: a sinistra Silvano e, a destra, Ivano. Siamo alla fine degli anni sessanta e lo si nava improvvise e intuisce dalla capigliatura e dall'abbigliamento del nostro protagonista. tirarono fuori da sotto violente crisi di asma. il letto l’urinale che, Il cavret veniva ripoper giunta, era colmo fino all’orlo!? sto in una cassapanca, che oggi si trova nell’appartamento di mio In preda alla vergogna finii per nascondermi sotto le coperte. E, figlio Stefano. Quella stessa cassapanca proveniva dalla famiglia nei giorni successivi, feci di tutto per evitare ogni contatto con la di mia madre, composta da dodici fratelli, quasi tutti marinai, ragazza. Lei cercò di riallacciare il rapporto, facendomi arrivare anche loro... vittime del cavret. biglietti ed ambasciate. Ma al solo pensiero della tragica avventura vissuta, sprofondavo nell’angoscia. Ma ora voglio parlarvi di uno scherzo di cui sono stato oggetto in quegli anni, ad opera di due amici: Tonino Vasi detto Cugullo, Nei confronti di quei due avevo solo il desiderio di vendicarmi, marinaio ed armatore (da sempre innamorato della Teresa), scadi organizzare a loro spese qualche brutto scherzo. Anch’io, però, vezzacollo, schietto amante della musica, della tavola e delle non ero da meno in fatto di patacate. Inoltre devo ammettere che patacate... ed Ezio Grossi, mio parente e fratello di latte certi miei atteggiamenti, e il modo in cui mi proponevo, potevano (abbiamo avuto la stessa balia, prendendo il latte dal seno prospeirritare e provocare i miei coetanei. roso di sua madre Tullia, figlia di mia zia Eva). Mi trovavo a letto ammalato, in una di quelle fredde giornate di Silvano Silvegni cui parlavo sopra, e non nascondo che la loro visita mi fece un


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Caspita, vi siete dimenticati della Parrocchia!!? Renato Berti, anima creativa e organizzativa della Parrocchia, non ci sta! Non è assolutamente d'accordo con una ricostruzione storica delle vicende borghigiane che escluda il ruolo della Chiesa: come è avvenuto nelle pagine de “il borgo cambia pelle”, dove è rappresentato, soprattutto, il Borgo più spinto, più ribelle, più proletario, quello concentrato fra via Marecchia e via Trai. Carissimi Mario e Giuliano,

ho letto con piacevole attenzione il vostro libro “il borgo cam-

bia pelle“ e non solo perché Mario Pasquinelli me lo aveva suggerito, ma soprattutto perché io leggo, per quello che mi passa per le mani, tutte le pubblicazioni riguardanti il Borgo. Ecco proprio il Borgo mi dà lo spunto per una considerazione concernente la sua delimitazione. Intendo dire che il Borgo S. Giuliano è tutto il territorio che va dal Ponte Tiberio al deviatore del Marecchia, e non solo le quattro vie e piazze assurte da diverso tempo agli onori della cronaca. Il Borgo è la Parrocchia, da sempre riferimento storico per la comunità.

e Bertino), il negozio di biciclette (Casicci) e la mitica tabaccheria dei Battistini, dove si compravano le sigarette sfuse, cioè una alla volta, messe in una bustina. Il giornalaio, Sante, era lo stesso per tutto il Borgo. L’osteria di fianco al barbiere - gestita per un periodo da la Mariocia ad Sorbini - era centro di animate dispute sia di ciclismo che di politica, mentre noi ragazzetti giocavamo sui marciapiedi di fronte con gli stampini dell’Itala Pilsen, o a pallone o quant’altro te prè ad cirulin, proprio dietro la casa dei miei genitori completamente distrutta dalla guerra. Sulla Via XXIII Settembre si trovava il carbonaio, il negozio di alimentari della Sina, con a fianco il forno e di fronte il bar gestito dai Morri, con al primo piano la sala da ballo attorniata, com’era

costume dell’epoca, da sedie e panche... per “le vecchie” addette al controllo delle giovinette. Molti di noi vivevano nei “palazzoni“, le case popolari lungo viale Matteotti, parte del borgo, anzi nel Borgo: per questo motivo eravamo frequentemente, per svariati motivi, dentro e fuori la nostra Chiesa. Cuore pulsante del quartiere La Parrocchia. Centro pulsante per ogni tipo di attività sia ludica che sociale. Il parroco Don Stefani, da tutti conosciuto come Don Pizizzi per il suo movimento delle labbra, quando parlava era molto stimato da tutti, anche quando lanciava i suoi anatemi dall’altare durante le prediche. Assieme a Don Stefani c’era il cappellano, come era uso allora, per noi un “grande“, Don Dorino Celli, a cui abbiamo dedicato una festa con tutti gli amici della nostra generazione: il 29 giugno del 2001 (vedi foto), per il 50° del suo Sacerdozio; una festa ottimamente organizzata, con la collaborazione di tutti ed in particolare di Enzo Sorbini, Piero Sammaritani e Peppe Neri, che ci ha dato lo spazio e la disponibilità sua e di tutto lo staff del Bagno 16. L’attivismo era il nostro forte Svariate sono le iniziative realizzate in quel periodo: la squadra di calcio con mister Alfredo Brandi, Donati, Sartini, Bernardi; la squadra di pallacanestro con Mulazzani, Garattoni, Succi, Carasso – diventato poi manager del Basket Rimini, Rossi, G. Serafini G., Bianchi, Samorì e Renzi; le squadre di ping-pong, con Montanari, Alessandri, Serafini, S. Casadei, Ferri; la ristrutturazione e la rimessa in attività del Teatro Tiberio, con relative manifestazioni teatrali, musicali, ecc. ecc. e con l’eccezionale Enzo Corbari, al cui seguito potevamo trovare, oltre a Giuliano Casadei e Bruno Pari, una pletora di ragazze/i del borgo; le mie “creature“, Cicco, Peppe, Zavatton, Carlone, Andrea, Eugenio, Paolone, Adolf, che seguivano e gestivano tutti gli spettacoli, con la costante presenza del “super maestro“ Franco Morri, sempre presente in tutte le nostre manifestazioni musicali; i giovani “musicisti” della nostra Parrocchia, Cabai, Tiziano, Renzo, Tore, Pilus, Scarcello, Serra, Toz, Dalmazio, Aldo, le dolci voci di Giusy, Antonella e Annamaria (un caro pensiero a Paolo, Carlo e Felix). Tutto ciò significava anche amare il Borgo, nella sua completezza, indipendentemente dal fatto di abitare o meno nei “luoghi tipici“; significava partecipare alle innumerevoli iniziative, come

▲ IL CALCIO DI PARROCCHIA In alto, da sinistra: Don Dorino Celli, Alfredo Renzi, …, Renato Berti, Enea Belli, Toni Donati e Alfredo Brandi. In basso, da sinistra: Giorgio Zavatta, Giorgio Galvani, Romano Bernardi, Aldo Bertozzi, Alberto Sartini e Giuseppe Cavalli.

il doposcuola della Egle, nei pomeriggi estivi, come la gestione della drammatica “crisi del kerosene“ o la famigerata assemblea dell’arch. De Carlo, nel Teatro Tiberio. Nell’insieme un’attività molto intensa da parte di tanti ragazzi. Giovani che, ora, è impossibile ricordarli ad uno ad uno, anche se la cosa mi farebbe molto piacere, poiché ognuno di loro lo meriterebbe. Grazie a tutti. In Amarcord c’eravamo anche noi Qualche brivido mi percorre e i ricordi si accavallano; gli amarcord e i tatarcord spuntano disordinatamente. Riesco a fermarne alcuni, fra i tantissimi che mi ballano davanti agli occhi della memoria: - le feste da ballo nelle pensioncine, magistralmente organizzate da Enzo Sorbini, con Fausto Gasperoni (Nano) e gli altri amici, dal mese di dicembre e per tutto il Carnevale, con poco e niente (un giradischi, una ciambella e l’apprezzatissimo vermouth) - i pomeriggi in casa dei Chierighini, in piazzetta Gabena, con gli amici per ascoltare i primi “45 giri “- le fogheracce per San Giuseppe - le “incursioni” di Neroun nei locali dell’allora Azione Cattolica, mentre si giocava a ping-pong - l’assalto al campo di Giovannino... per la sua frutta - la montagnola, la vecchia cantina posta sulla via San Giuliano - il “barbiere“ per eccellenza sulla via Tiberio - il negozio di frutta del Serpieri, noto a tutti per i suoi bomboloni e per l’abbigliamento che usava vestendosi da Befana, a ridosso del Ponte e con a fianco l’edicola di Sante - le esibizioni, sulla sabbia della Barafonda, di ginnastica artistica da parte di Carlo Zamagni, divenuto poi olimpionico di successo - le indimenticabili serate al Dancing La lucciola, dove uno dei miei più grandi amici, Domenico Fellini, in arte Titti, si esibiva con Valmaggi, la Scienza, nella strampalata imitazione di Hitler (Titti faceva il “lustrotto“ in via S. Giuliano, e ha fatto e fa della sua esistenza un capolavoro di satira e gioia di vivere); mentre il direttore di sala, un importante personaggio, era un altro dei nostri, Nevio Monaco. Potrei continuare a citarvi personaggi e fatti di quel tempo, a iosa, ma mi preme sottolineare che, nel bene e nel male, tutti insieme abbiamo fatto la storia del Borgo, ed in quei momenti non vi erano distinzioni fra chi abitava a nord o a sud della Chiesa. Dico questo poiché mi pare di cogliere, nel vostro libro, l’ipotesi di due identità diverse fra nord e sud del Campanile, del nostro Campanile… del Campanile di tutti. Forse qualcuno per cultura o famiglia non frequentava la Chiesa, ma ciò non ci metteva in contrasto e ci permetteva di trovarci assieme in tante situazioni. L’orgoglio era lo stesso!

Vanno quindi elogiati tutti gli abitanti del Borgo - inteso nella sua dimensione geografica più ampia e non in quella... ghettizzata che hanno saputo emergere molto prima e molto meglio degli abitanti di altri luoghi. Oggi chi vive in S. Giuliano, diciamo, centro, deve un “grazie“ anche all’arch. De Carlo, poiché il suo “piano di distruzione“ ha fatto emergere l’orgoglio e l’ambizione tipica di “noi del borgo“, che difficilmente accettiamo ordini dall’alto, soprattutto se ci toccano le nostre cose. Ancora grazie a tutti ! L’altro ruolo notevole per la definitiva consacrazione del Borgo spetta a Mario Pasquinelli, con la Festa de’ Borg, che ponendosi quale essenziale punto di riferimento, da vero trascinatore, è riuscito assieme a tanti altri collaboratori, del borgo e non, a creare un gioiello architettonico e culturale, all’interno di uno spazio cittadino, facendolo diventare un luogo in per eccellenza. A Mario un mio personale e particolare apprezzamento. Molto ben raccontata la storia di Hombre, un personaggio al di fuori e al di sopra delle righe: chi ha avuto la fortuna di averlo vicino non potrà dimenticarlo. Sono d’accordo con il pensiero di Giuliano, purtroppo attuale e realistico, "sul venir meno della socializzazione e non solo nel Borgo"; con il suo augurio e proposito "… il borgo deve rilanciare e sperimentare nuove forme di convivenza sulle ceneri di una comunità che non c’è più"… cosa, a mio parere, molto lontana nel tempo. Mancano i presupposti… mancano quelli del kerosene degli anni ‘70, manca l’entusiasmo, la fratellanza, l’amore e la solidarietà di quelli delle prime Feste de’ Borg… "C’e n'è di strada da fare nei prossimi anni". Un auspicio ed una preghiera. Sicuramente nella vostra prolifica produzione di libri avrete in mente qualcos’altro, a quel punto... ricordatevi che il borgo nasce e vive anche vicino ad una Parrocchia, la quale rappresenta, pur sempre, l’incontro nella gioia e nel dolore di una comunità. Forse ne esce un’altra faccia del Borgo S. Giuliano! Concludo queste mie osservazioni con un grosso complimento a Mario Pasquinelli e Giuliano Ghirardelli, per il loro pregevole lavoro. Un sentito ringraziamento a Enzo Sorbini, per la preziosa collaborazione nella stesura di questi appunti. Grazie per l’ospitalità e l’attenzione, un abbraccio Renato Berti

CERCASI DONNA USATA, AL FUMAIOLO Una gita, allegra e motorizzata, dei giovani della Parrocchia alle sorgenti del Tevere. Nella foto, da sinistra, riconoscibili: Nirin Mussoni, Tino Olivieri, Pinuccio Cavalli, Alfredo Brandi, Renato Berti, Carlo Maggioli Pumo, Giorgio Zavatta, Alberto Sartini Gamba e Tino Battaglia.

E questo territorio, questo Borgo, penso di conoscerlo abbastanza bene, non solo per esserci nato - al civico 8 di via XXIII Settembre - ma per averlo vissuto in maniera molto partecipata fino agli anni ’60 e, dopo la parentesi milanese per studio e lavoro, dal ’70 in poi, dando vita a molte iniziative. Era Borgo anche quel piccolo rione, fatto di piccole attività commerciali e artigianali, chiamato i zardinet, oggi Piazzale Vannoni. I miei genitori avevano, già da prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, un negozio di frutta e verdura nei locali delle case popolari, che hanno gestito fino al 1957, anno della morte di mia madre. Sembrava, questo microcosmo, un centro commerciale ante litteram poiché, oltre al negozio di frutta dei miei, vi erano la storica bottega di alimentari della signora Galli, la mescita del vino dla Angiulina ed in fondo, verso via Toselli, la gelateria, punto di ritrovo del nostro gruppo. Dalla parte opposta la macelleria dei Pari, il barbiere (Renato

LA PARROCCHIA IN TRASFERTA BALNEARE In occasione dei cinquant'anni di sacerdozio di Don Dorino Celli, un gruppo di un'ottantina di amici, parrocchiani di San Giuliano, si è ritrovato, per festeggiarlo, al bagno 16 di Giorgio Neri, detto Pipoun. Da sinistra: il Don festeggiato, Renato Berti, Claudio Serpieri, Luciano Bocedi, Pierino Brandi e in prima fila, davanti ai suoi tegami, Enzo Sorbini con il fratello Franco.

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▲ IN OCCASIONE DELLA STESSA RIMPATRIATA IN SPIAGGIA Da sinistra: Franco Sorbini, Paolo Bianchi, Pierino Brandi, Romano Rossi, Enzo Sorbini e Alfredo Renzi.

Gli “imputati” così rispondono

Caro Renato,

hai ragione a segnalare le carenze dell’ultimo libro sul Borgo, in cui è assente, come segnali tu, la componente legata alla Parrocchia, alla Chiesa. Potremmo rispondere con varie argomentazioni, ma la spiegazione che ci convince di più è quella che fa capo essenzialmente alle due anime del Borgo, le due componenti che si contrapposero, fino in fondo, all’epoca della guerra fredda: da una parte i fedeli, i moderati, legati alla Chiesa e alla sua visione del mondo e della politica dall’altra il Borgo ribelle, anarchico e comunista. Logicamente, in mezzo, tante persone non assimilabili ai due profili; soprattutto le donne del Borgo che, in gran numero partecipavano alle idee dei loro uomini, ma erano anche assidue frequentatrici della Chiesa, magari cercando di stemperare rivalità e contrasti. Nelle case si mischiavano - con tanto di lumini sotto - le immagini sacre con quelle dedicate ai rivoluzionari, ai caduti negli scontri con la Celere... Esisteva nelle contrade di San Giuliano una comunità proletaria così radicata nelle proprie convinzioni, da risultare originale, quasi unica rispetto ad altri quartieri. Ovunque c’era la Chiesa, ma qui c’era anche qualche cos’altro. A questa anima popolare e ribelle abbiamo dato la precedenza... non perché racchiudesse verità e ragione. Ma per la sua forte singolarità, all’ombra della quale siamo cresciuti (uno dall’interno, Mario, e l’altro, Giuliano, dall’esterno). Ma ora che anche – e fortunatamente – lo scontro ideologico appartiene al passato, rimangono, comunque, piccole testimonianze di quelle diversità. Ad esempio, non ti sarà sfuggita, caro Renato, quella scena che si ripropone ad ogni funerale, quando c’è sempre un gruppo – sempre meno numeroso – che non mette piede in Chiesa, e sosta fuori del sagrato. Un piccolo retaggio legato alle tradizioni di quella vecchia parte del Borgo. Oggi, nonostante gli affanni che perseguitano l’Italia, siamo approdati fortunatamente ad una convivenza molto più tollerante. Tant’è, per tornare alle nostre vicende, che la Società de’ Borg, nata da quelle esperienze, oggi si ritrova quotidianamente nei locali del circolo Acli, proprio dentro la Parrocchia. Renato, a te e ad altri che come te, che hanno vissuto intensamente la vita di Parrocchia, il compito di raccontarla, come hai già intrapreso in questo numero. E, se credi, anche con la nostra collaborazione. Fraterni saluti, Giuliano e Mario

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6 Com'è la vita quotidiana fra colleghi, fra vicini, fra compagni, o meglio, fra avversari di partito? Soprattutto a Rimini. Ecco, sulla materia, uno spaccato gustoso quanto realista a cura della nostra Grazia Nardi.

Sarà che sono del segno dei Pesci... Si può essere diversi da se stessi? E quando si è se stessi? Ed essere doppi è sempre un tratto negativo? Personalmente credo di appartenere alla schiera di quelli che vogliono osare al massimo quando si tratta di prendere una posizione, di schierarsi specialmente a fianco di minoranze, di “rispondere” agli attacchi di varia natura anche nella piena consapevolezza del prezzo che puntualmente si va a pagare. Anche perché la solidarietà non vale niente se non costa qualcosa. E la coerenza pure. Quando, in diversi momenti della mia vita professionale, mi sono ritrovata ad ingoiare magoni col rischio di arrivare a detestarmi se non avessi reagito… mi sono sempre “trasferita” anche rinunciando a posizioni che allora ed in quell’ambiente, erano considerate di prestigio. E non ho preso parte ad una festa organizzata in mio “onore” dai colleghi convinta che l’ipocrisia superasse certamente l’obiettivo dichiarato. C’era anche il classico “pensierino”. Ancor oggi non so di cosa si trattasse. E prima, in occasione del mio matrimonio, avevo diffidato i colleghi dal presentarmi il tradizionale “regalo”. Non volevo fare il fenomeno ma sapendo cosa si scatenava dietro la raccolta delle “quote”, ci rinunciavo volentieri. Io stessa avevo organizzato raccolte di fondi per pensionamenti o altri eventi di rilievo e sapevo che la questua diventava occasione in cui anche il più mite tra i dipendenti pubblici poteva sfogare fantozziane repressioni, consapevole di “contare” qualcosa, almeno quanto la cifra stabilita: “10 mila lire a testa? Ma siete matti? Io non dò più di 5… a sì? …allora chi dà meno di 10 non è giusto che firmi il biglietto di accompagnamento… ma come altri soldi?… la settimana scorsa li abbiamo messi fuori per il funerale di... eppoi chi ha lo stipendio più alto deve “mettere” di più… io non ci sto perché lei/lui… non li ha messi per il battesimo di mio figlio… ma ci sarà il rinfresco per quelli che ci stanno? Per non dire dei giudizi di merito: regalo per quello/a stronz...? Non ci penso nemmeno!” Un po’ come in campagna elettorale quando si va a caccia di voti. A chiunque è capitato d’imbattersi in un candidato che dopo averti ignorato nel resto della precedente vita, ti avvicina e con tono confidenziale, una pacca sulla spalla, ti apostrofa: “carissimo/a, come stai, e la famiglia? E il lavoro, tutto bene?” Ecco, in quel momento, il prescelto viene investito di un potere che gli apre un ventaglio di possibilità: vendicarsi, mentire, accondiscendere, rilanciare… ”perché tu vali” come recita lo slogan pubblicitario. Ma il gusto dura poco. Quel tipo, ancorché diffuso, di candidato, il giorno dopo le elezioni trombato od eletto che sia, incontrandoti non ti saluterà

neppure. Tornando a me, i regali arrivarono ma da parte dei colleghiamici, quelli che mi consideravano “la Grazia” e non “la Nardi”. Non di meno in politica: stare dalla parte di chi ti piace che non sempre è anche il più forte, pur dentro la stessa organizzazione… si paga… si paga… ma il bello della politica sta proprio lì… nel credere in quello che fai sennò è un’altra cosa… Ma non in minoranza per vocazione. Quando giovanissima ho aderito alla FGCI non mi scalfivano certo le battute di scherno dei rivoluzionari con l’eskimo, gli stessi che oggi girano con la borsa di Vuitton, non di rado ai posti di comando della politica o dell’economia locali. E la passione aumenta quando gli obiettivi vanno oltre la mia sfera strettamente personale. Ad esempio trovo che oggi, per di più in una globalizzazione che ha annientato distanze e limato le peculiarità, siano ignobili e gratuite le sofferenze (perché di questo si tratta) ancora inferte alle persone omosessuali, cui vengono negati diritti essenziali e, quel che peggio, la libertà di amare. Negare la possibilità di amare! Questo sì è perverso! Da etero mi sento non solo di condividere ma di mettermi alla testa di ogni battaglia che restituisca diritti e affetti vilmente espropriati. E se è vero che i partiti cosiddetti progressisti sono arrivati a bocciare i loro stessi progetti di legge contro l’omofobia, lo è altrettanto che ognuno di noi, ma soprattutto chi abbia un ruolo riconosciuto nella comunità, ci debba mettere la sua faccia. C’è chi, da democratico della domenica, pensa di cavarsela con un “io non ho niente contro i gay, saluto sempre quando incontro quello che abita nel mio quartiere! E chi, per non dire semplicemente che giudica i gay troppo effeminati, si butta nel classico e rassicurante: “sono più dolci e più sensibili degli altri”. E mi riferisco ai sedicenti tolleranti perché non ho nessuna intenzione di far pubblicità agli omofobi. Sì, posso ammettere che ci siano problemi di natura culturale, generazionale ma gli alibi sono pochi se mia mamma, oramai ottantaseienne, quinta elementare, risolve con un “je tot nost fiol!”. Molto più cauta nelle sfide che coinvolgono il fisico. Cauta è dire poco. In famiglia per la mia totale mancanza del senso di orientamento vengo considerata una “minorata”. Sarà perché da ragazza il babbo “non mi faceva uscire”, sarà perché ho preso la patente tardi almeno rispetto ai tempi di oggi… ma a 61 anni mi trovo in “cattura” a dover affrontare itinerari, anche limitrofi ma per me nuovi. La nebbia poi mi terrorizza, fin dal suono cupo del faro che, di notte, la preannuncia. E non sono

Se vi siete mai chiesti cos'è la riminesità, dovete sapere che Grazia e sua madre Elsa sanno raccontarla, ma anche scriverla e cantarla, come pochi altri (nella foto, Grazia ed Elsa a tavola dalla Marianna).

certo il tipo che accorre curiosa quando s’imbatte in un incidente. La violenza fisica vista o raccontata mi fa l’effetto di un pugno nello stomaco. Ed il campeggio? No, grazie. Ho patito per tutta l’infanzia: il gabinetto fuori casa, l’acqua fredda, i turni per lavarsi nel mastello… rifarlo per scelta, chiamandola addirittura vacanza, sarebbe come dichiararsi vittima della sindrome di Stoccolma. Poi bisogna combattere contro il rischio di apparire snob ogni volta che ti opponi a chi “conosce un posto dove si mangia bene e si spende poco”. Anche qui mia mamma, li bolla con un “l’è zenta che a chesa sua l’an magna, per forza quand i va fora l’è tot bon!” Aggiungo l’insofferenza verso coloro che trovano la bàgia nelle svendite e che, dice sempre la Elsa, “i va in zir sa do bascozi si na in putria truvè gnint”. Ed infatti quando ci entri scopri fatalmente che la merce “scontata” è finita e l’unico modo per colmare la delusione è buttarsi sui “nuovi” e carissimi arrivi. Per cui, alla larga! Sarà che sono del segno dei Pesci... Grazia Nardi

Quel muro ispirato da Tonino Guerra Recentemente, come tutti sanno, Tonino Guerra ci ha lasciati. Ovunque in Romagna c’è qualcosa di lui: fontane, piccoli monumenti, giardini speciali, meridiane e tanti altri allestimenti, fra scultura, pittura e poesia. Solo a Rimini manca una sua materiale testimonianza. Il Borgo potrebbe, ripristinando il muro dei soprannomi, superare questa carenza. Infatti, in uno dei nostri incontri con il poeta, proprio Tonino ci aveva suggerito l’idea di realizzare qualcosa che rimanesse e che non svanisse come può accadere con le feste, “date vita ad un muro dei soprannomi, assicurando così che la memoria collettiva conservi per sempre il ricordo dei personaggi a cui era stato affibbiato un originale appellativo”: E noi, assecondandolo, abbiamo scelto fra oltre quattrocento soprannomi alcuni di questi, realizzando una serie di piastrelle in ceramica – elaborate dal Centro Zavatta – e collocate sul muro di casa Bianchi, a fianco del Lurido. Purtroppo, con la necessaria ristrutturazione di quel vecchio fabbricato, le mattonelle sono state rimosse. Fortunatamente una buona parte è stata salvata, ed ora, ci auguriamo che l’impresa Muccini voglia ricollocarle sulla stessa parete. Se così non fosse la Società de Borg si impegnerà a trovare un’altra collocazione. Comunque vada, è nostra intenzione, nel ripristino del muro, riconoscere a Tonino la paternità di questa idea. (foto Leonardo Fazioli).

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7 Giovanni Bianchini ci regala un piccolo ritratto, delicato e preciso, degli anni in cui era complicato mettere insieme il pranzo con la cena.

Tocchi, acciughe e caffellatte garbava molto: difatti era di pessimo umore. E, fattasi l’ora di cena, mia madre mise in tavola le poche cose che era riuscita a rimediare. A quel punto il malumore di mio padre esplose: prima con una serie di moccoli contro il Duce e contro il fascismo che lo costringeva ad un lavoro ingrato, pesante, poi contro quella cena così misera, che consisteva in qualche acciuga molto salata e in poche patate lesse... Prese, allora, il cartoccio aperto delle acciughe e lo scaraventò contro il muro dove una di queste, prima di cadere per terra con le altre, rimase per qualche istante appiccicata alla parete. Fatto questo, mio padre prese giacca e berretto e uscì di casa, forse per andare a sfogare l’amarezza davanti ad un bicchiere di vino. Il segno di quell’acciuga lasciato sul muro della cucina vi rimase per molto tempo. Avevo dieci anni e queste cose non riuscivo a capirle. Così come, nella Scuola Decio Raggi, che allora frequentavo, non compresi il significato di certe scritte (evidentemente clandestine) in vernice rossa: VIVA STALIN, VIVA LENIN! Il mio maestro, signor M., che nelle occasioni ufficiali non disdegnava di venir a scuola vestito con stivaloni e divisa fascista, con tanto di fez e relativa nappa, quella mattina in cui apparvero le scritte, si mise a sbraitare a destra e a sinistra contro fantomatici – per me – sovversivi comunisti, minacciando sfracelli a non finire, prendendosela con gli inermi bidelli.

Bartein non era un nano, ma era alto solo 155 centimetri; poteva avere circa sessantacinque o settant’anni e con il carrettino e il somarino che lo trainava formava un trio perfetto. Vestiva sempre con giacca e cappello in testa, e i pantaloni avevano un grosso risvolto (non trovandone di sua misura). Passando per strada declamava la propria merce che non era veramente di prima scelta; vendeva frutta con qualche... avaria, ma lui con enfasi gridava: “abbiamo dei bei tocchi!”. Ed è evidente che della sua ditta faceva parte anche il somarino (Per tocchi si deve deve intendere la frutta con qualche ...ammaccatura). In quegli anni compravamo i tocchi di Bartein, che non erano certamente la cosa più cattiva: il tesseramento dei generi alimentari introdotto dal fascismo aveva affamato le classi meno abbienti, così anche nel nostro piccolo borgo questo stato di cose si faceva sentire. Il pane era poco e immangiabile, la carne introvabile, la pasta alimentare fatta con i cereali i più disparati; mentre il bei tocchi di Bartein, tolta la parte ammaccata, erano gustosi e saporiti. Bartein portava i baffetti alla Charlot... ma i suoi erano bianchi. Era un personaggio simpatico che, con carrettino e somarino, faceva parte di quel mondo targato anni Quaranta destinato a scomparire. Lo osservavo mentre stava passando. Ero seduto sullo scalino, addossato al muro di casa, una posizione che mi trasmetteva sicurezza e tranquillità. La mamma di Titti, dentro casa sua, stava sfaccendando (la famiglia di Titti abitava di fronte a me). I fratelli Mazza, Giorgio e Nino, miei coetanei e dirimpettai, invece, erano chiusi dentro il recinto della loro villetta, aggrappati alla rete metallica di recinzione, e, forse, invidiavano la mia libertà. Intanto stava arrivando a casa mio padre. Di solito dalla stazione ferroviaria tornava a casa in bicicletta. Ma quel giorno arrivò a piedi; gli corsi incontro, salutandolo con “ciao ba’!”. E, mentre gli toglievo di mano la valigietta, mi rispose in dialetto, mettendosi una mano fra i capelli: “ciao Zvanera!” In quel bauletto custodiva i recipienti delle vettovaglie e il rotolo delle lenzuola (perché nei dormitori delle stazioni la biancheria era sempre molto sudicia). Salimmo il “greppo” ed entrammo in casa e, dopo una rapido saluto a mia madre, lui si tolse la giacca e la camicia e prese a rinfrescarsi nello scafoun, che serviva a lavare piatti, stoviglie e quant’altro si usava in cucina. Mio padre era stato in servizio per diversi giorni consecutivi e questo non gli

Ma non c’erano solo i tocchi e le acciughe... la cena di noi bambini consisteva in una bella tazza di caffellatte (si fa per dire, si trattava invece della famigerata Miscela Leone, un intruglio d’orzo con l’aggiunta di un goccio di latte) e pane: così si iniziava la nostra giornata e così la si finiva; per me e mio fratello Tonio era abbastanza, mentre mia nonna avanti con l’età e senza denti, dopo un pancotto, con un briciolo d’olio, rosicchiava ciò che rimaneva; e dopo il rosario, sfarfugliato nella sua camera, si addormentava. Giovanni Bianchini

Non è Arnaldo Pambianco, non è Felice Gimondi, ma l’amore di Giovanni per il ciclismo - corse anche come dilettante, con buoni risultati - è pari a quello per il Borgo: infatti tutti i giorni, da Rivabella, torna nella sua vecchia casa di via Bissolati, ricolma di ricordi familiari.

Gnoli alle prese con "la posta del cuore"

“Donne, non avete sempre ragione voi!” Caro Gnoli,

visto che tu hai buone parole con tutti, e offri consigli più che ragionevoli con tanta pazienza, prendo il coraggio per esporti la mia situazione. Ho superato da poco la linea critica dei cinquant’anni e mi trovo spesso a tracciare il bilancio della mia vita, che non oso raccontarti per intero ma che ti esporrò per sommi capi: sono sola, per libera scelta; e fra alti e bassi ora sto facendo i conti con una solitudine che diventa sempre meno accettabile. Sono stata innamorata di un uomo che alla lunga ho imparato a conoscere e a giudicare come una persona frivola e vuota. Nella mia gioventù ero cotta di lui, della sua eleganza e della sua avvenenza. Quando andavamo a ballare tutte lo guardavano: le sue movenze erano fascinose, da ballerino esperto e consumato. Era il re della sala. Ed io non bramavo altro che un suo invito a ballare. E così dicevo “no” a tutti gli altri; e credimi, erano in tanti quelli che mi chiedevano: “permette un ballo, signorina?”. Ma io niente. Inflessibile e implacabile. Due anni è durata la mia attesa. E tutte le domeniche, andando nelle sale da ballo, speravo di poter essere io la sua prescelta: fra tanti che mi ronzavano attorno – quanti rifiuti ho distribuito! - nessuno mi interessava.

Finalmente lui si è accorto di me. Ed è iniziata una lunga, lunghissima relazione, che non è mai sfociata in qualcosa di veramente serio. Mentre lui continuava a fare l’eterno giovane alla ricerca di avventure, senza mai assumersi delle responsabilità di vita, nell’amore come nel lavoro, nelle amicizie come negli impegni. Fortunatamente non ci siamo sposati, ma quella delusione ha pesato moltissimo sulla mia esistenza, impedendomi di guardarmi attorno, alla ricerca di una unione definitiva. Caro Gnoli, cosa posso fare per non pensare di aver buttato via la mia vita, almeno quella sentimentale? Sono ancora in tempo per rimediare? Attendo con ansia le tue parole, firmato: una nuova residente del Borgo

Cara la mia bella e nuova residente,

questa volta non ce la faccio ad essere buono e comprensivo. E’ più forte di me. Leggendo la tua lettera mi sono identificato immediatamente in tutti quelli a cui hai detto di no! In tutta la tua vita! Adesso come allora non ti rendi conto di quanti ragazzi hai fatto soffrire... di quanti ragazzi hai umiliato con i tuoi

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insensibili rifiuti. Te lo dico io – per esperienza diretta – cosa significa sentirsi rifiutati di fronte all’intera platea! Andavo a chiedere – quasi ad elemosinare – un ballo... e a testa china dovevo tornare indietro scornato e sconfitto. Guardato con un sorrisino sardonico e malevolo da parte di chi, invece, abituato a vincere, non stava giù un ballo! E quei vincenti, molto spesso, erano come quella tua vecchia fiamma: tutta apparenza e niente sostanza. E noi invece... poveri ragazzi, non bellissimi, ballerini impacciati e modesti, avevamo dentro uno scrigno di valori che potevano, alla lunga, far felice una ragazza. Hai visto cosa capita a far troppo la difficile? E adesso verresti da me – che sono il prototipo dello sfigato da ballo – a chiedere lumi e comprensione!?! Ti sta bene, te la sei cercata! Evidentemente nella vita c’è una giustizia... che ora bisogna rispettare! Rifletti se puoi e cerca in te stessa le ragioni della tua attuale situazione. Distinti saluti Gnoli

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8 – PAROLA DI VASCO –

Soltanto il Borgo riuscì a piegare gli Inglesi! Un piccolo giallo storico, dai contorni tutti borghigiani, è stato ora risolto. Si tratta di un episodio dell’immediato dopoguerra, che non aveva ancora avuto una chiara e sufficiente spiegazione: alludiamo, addirittura, ad una spedizione punitiva ad opera di giovani uomini del Borgo e rivolta contro le truppe inglesi! Ma andiamo per ordine. Gli Alleati liberarono Rimini nel Settembre del 1944: una delle città più distrutte dalla guerra, in Italia. Erano stati loro - gli Alleati - a bombardarla, considerandola un nodo strategico, importantissimo sul piano logistico: un presidio indispensabile da attaccare per sconfiggere gli eserciti di Hitler e di Mussolini. Solo dopo si scoprirà che Churchill - a differenza di Roosevelt - aveva fretta di avanzare, di travolgere la Linea Gotica, non solo per sconfiggere il nazismo ma anche per fermare l’avanzata da est delle truppe di Stalin. Lui, il Grande Inglese, aveva le idee molto chiare sulla natura del comunismo sovietico… a differenza di noi italiani, di noi riminesi: nella nostra città lo schieramento social-comunista, maggioritario, era devoto al Piccolo Padre sovietico. Ma quello, dal 1944 al 1947, fu un periodo speciale. Non era ancora scoppiata la guerra fredda. C’era un clima di collaborazione fra tutte le forze politiche (e fra queste e i militari dell’ VIII Armata Alleata) difficile da rintracciare nella storia successiva. Complice, naturalmente, la necessità grave ed impellente di uscire dalle macerie. La diffidenza fra le varie componenti, tuttavia, non mancava. Fra democristiani e comunisti, naturalmente. Ma anche gli inglesi non scherzavano: non avevano alcuna simpatia per quello che si agitava all’insegna del rosso… come si deduce dai ricordi di Dino Spadoni; basta questo piccolissimo episodio per capire che aria tirasse…

“Tu, niente! Via! Via”’ Fu addirittura cacciato dal locale. Aldo, rimasto fuori, non si dava pace. Si mise a riflettere sull’accaduto. E pian piano scoprì il motivo di quell’esclusione. A quei tempi andava di moda portare sotto la giacca una sciarpa, anche per ripararsi dal freddo… sennonché, in quella occasione, la sciarpa era rossa. E agli inglesi il ‘rosso’ non piaceva! Allora se

Il “rosso”, che qui piaceva tanto, agli Inglesi andava di traverso!

la tolse, si ripresentò all’ingresso e fu tranquillamente fatto entrare.”

(…) i militari inglesi nel Borgo non erano solo di passaggio: avevano organizzato, tra l’altro, un locale da ballo, da Semprini (sul viale Tiberio, dove ora c’è la filiale di una banca). Da un forno, ripulito adeguatamente, i militari avevano ricavato una sala da ballo e, tutte le domeniche, con un’orchestrina si facevano due salti. I borghigiani più grandi di noi frequentavano quel locale, rispettando le condizioni poste dagli inglesi: era ammesso l’ingresso, a patto che ogni giovane portasse con sé due ragazze. Con un simile stratagemma c’era da ballare per tutti! Aldo, a questo proposito, mi ha raccontato un episodio curioso. Si presentò, in una di quelle domeniche, all’ingresso del locale, accompagnato da due ragazze, com’ era nei patti. Le due giovani accompagnatrici furono fatte entrare, mentre su di lui, gli inglesi, formularono un netto rifiuto:

Fin qui il racconto del compianto, ed indimenticabile, Dino Spadoni. Poi, pian piano, raccogliemmo altre voci relative a quei mesi, voci che raccontavano di un intervento punitivo organizzato da alcuni borghigiani a scapito dei militari inglesi. E qual era la causa che aveva scatenato quella reazione? L’affronto politico fatto ad Aldo, ritenuto comunista? O che altro ancora? A collegare il tutto, e ad offrire una spiegazione definitiva all’insieme degli episodi, ci ha pensato ora Vasco Zavattini, allora giovanissimo, addirittura ragazzino, e testimone diretto delle vicende anglo-borghigiane. Ed ecco il vero collegamento fra questi episodi, nel ricordo vivissimo (in fondo sono passati solo 67 anni!) di Vasco.

Gli Inglesi appropriandosi provvisoriamente del forno di Semprini lo avevano trasformato, alla bene meglio, in una sala da ballo. Ricordo che, lì, gli adulti ballavano al suono di un giradischi e noi, ragazzini di quattordici/quindici anni, c’ eravamo improvvisati piccoli camerieri, piccoli inservienti: mettevamo su i dischi, distribuivamo in giro per la sala ciambella e vino; eravamo contenti, noi più

DAL “MONDO” DI VASCO Nella foto, due noti fiaccheristi con un tiro di cavalli, in occasione di un matrimonio: Alvaro Morelli (a sinistra) e Romano Perazzini, del casato dei Gabena; il primo seguirà l'evoluzione della categoria, trasformandosi in tassista, il secondo continuerà, invece, fino alla fine a condurre la sua carrozza (la foto appartiene all'archivio di Nello Mondaini, collezionista entusiasta di immagini e di foto legate alla storia del nostro ciclismo).

piccoli, di partecipare attivamente a quel clima di festa e di assaggiare qualcosa di buono... ma, a poco a poco, cominciammo a vedere delle scene poco piacevoli, inaccettabili, ai nostri occhi. I militari inglesi si erano fatti molto, troppo, intraprendenti con le ragazze del quartiere: esageravano nei palpeggiamenti... Avevano la forza e il potere dalla loro parte, e se ne stavano approfittando! Si sparse ben presto la voce di quanto, lì dentro, stava accadendo; e noi facemmo la nostra parte, avvisando i borghigiani più grandi. Di lì a poco scattò la reazione: Urbinati detto l’Americhen, Cadinoun, Toio, Sirio Agostini (figlio della Stampa) e pochi altri si presentarono nel forno di Semprini al termine di una domenica pomeriggio; noi piccoli scappammo subito e il gruppo d’assalto borghigiano, al grido di “a i mitem a post nun!!!”, e chiudendosi le porte dietro di sé, iniziò a picchiare sodo... I nostri non erano più di sette/otto, mentre i militari stranieri erano sicuramente il doppio. Ma la

sorpresa e la rabbia consentì ai borghigiani di avere la meglio; dopodiché scapparono, chiudendoli dentro. Gli era stata impartita una dura lezione. Nella stessa serata, le jeep della Military Police girarono a lungo per le stradine e le piazzette del borgo: i militari, con tanto di elmetto e manganello, chiedevano a tutti dove potevano trovare quell'uomo con la camicia rossa, il borghigiano che aveva guidato l'assalto del pomeriggio. Ma di Urbinati, detto l’Americhen, non trovarono tracce. Gli Inglesi, però, non si diedero per vinti. Quello che avevano subito non poteva essere facilmente archiviato. E, così, qualche giorno dopo gli uomini della MP fecero irruzione al Caffè Commercio, allora gestito dai fratelli Nicolò (all’angolo di piazza Cavour, dove oggi troviamo la Banca dell’Agricoltura). Cercavano sempre l’Americhen, abituale frequentatore del locale assieme a Mazaset, a Onorato (il nipote di Muzio), a Libero Trumbon, a Nesanzio... . Ma anche quella volta, ai liberatori di Rimini, andò male! I borghigiani presenti nel locale, in numero superiore ai quattro occupanti della camionetta, con la quale erano arrivati, furono svelti ad abbassare le serrande e ad impartire una seconda, e durissima, lezione ai militari. Poi, ai borghigiani non restò che la fuga, dal retro del bar. Quel bar che i fratelli Nicolò dovettero chiudere rapidamente, passando, di lì a poco, a gestire il Circolo repubblicano di via Giordano Bruno. Qui finisce il racconto di Vasco. Chissà se la morale di tutta la vicenda è racchiusa solo nella sanguigna ed orgogliosa rivendicazione: giù le mani dalle nostre donne!!! Oppure, se quegli interventi giustizialisti racchiudevano e comprendevano una antipatia costante e duratura nei confronti della potenza Inglese: che i fascisti disprezzavano chiamandola la perfida Albione e che la Sinistra, che venne dopo, denunciava come potenza imperialista! E pensare che furono gli Inglesi ad inventare la democrazia, a praticarla perennemente... Costruendo uno Stato, ed una civiltà così serie e forti da non perdere, tra l’altro, nemmeno una guerra, dico una, nel corso di secoli e secoli. Tranne quella, logicamente, ingaggiata con il Borgo San Giuliano. g. g.

La famiglia di Vasco Zavattini era conosciuta con il soprannome de “i Parón”. Suo padre, durante la guerra del ‘15-18, con la carrozza trasportava le vedove, sfollate a Viserba dal Veneto, a ritirare periodicamente la pensione in piazza Cavour. Le donne si rivolgevano a lui chiamandolo, appunto, parón, come si usava dalle loro parti.

Riminesi e non, borghigiani e non...

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Della Festa, che si terrà sabato 1 e domenica 2 settembre (se San Giuliano poggerà anche questa volta la sua mano protettrice) era già stato stabilito il titolo - Artorne me futur - e già si conoscevano le linee guida che hanno ispirato le argute menti ideatrici nel corso della stesura del programma. Un programma teso a dimostrare che tutte le più funeste profezie che avviluppano questo periodo storico (dal disastro della crisi economica a quella dei Maya) possono essere sconfitte dalla volontà, dalla caparbietà, dalla risolutezza dell’essere umano, dalla voglia di rivalutarsi e dal desiderio di riappropriarsi dei propri luoghi di una comunità, esattamente come hanno fatto i Borghigiani in diversi periodi della propria storia, in barba alle annientatrici bombe del II Conflitto Mondiale o del distruttivo Piano Regolatore di qualche decennio più tardi. Ora, con la riunione del Consiglio del 15 marzo 2012, si è davvero entrati nel vivo dei preparativi, perché sono state formate anche le commissioni che dovranno materialmente – e soprattutto alacremente – lavorare per rendere esecutivo il brillante ed innovativo progetto.

Periodico edito dalla Società de’ Borg

A proposito delle commissioni - Economica, Tecnica, Cultura, Spettacolo, Gastronomica - ognuna di esse ha, quale responsabile, un consigliere e, rispettivamente: Manuel Pasquinelli, Piero Emiliani, Marianna Balducci, Roberto Maldini e Raffaella Scalesciani. A costoro ed a tutti gli altri componenti (anche quelli che vorranno aderire successivamente e che verranno accolti a braccia aperte), va fin d’ora il corale augurio di buon lavoro ed un sentito ringraziamento anticipato per l’impegno che dovranno profondere per vincere la difficile sfida legata all’attuazione del progetto, ma soprattutto alle tristemente note difficoltà economiche generali che stanno facendo contrarre i contributi e gli sponsor. Infine, un appello a tutti coloro che – anche non borghigiani - muniti di entusiasmo, hanno voglia di contribuire alla preparazione della Festa in forma volontaria, tramite qualunque tipo di aiuto: il Borgo vi aspetta numerosi e per ogni necessità potete contattare il Presidente Luca Miserocchi al 348.7018527 o il Vicepresidente Sergio Serafini al 339.8962397 Sonia Serafini

di Andrea Furlini

è gradito l'appuntamento

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