settemiglia da Gerusalemme ad Emmaus …e ritorno
Periodico Mensile Anno I - N°10 Novembre 2011 Mail ed Info: redazione@settemiglia.it www.settemiglia.it
Diocesi di Nola – Parrocchia San Francesco di Paola – Scafati – Sa
CRISTIANI NON SI NASCE, MA SI DIVENTA! Cammino di fede nella comunità Ascol amo con nuamente dalla TV suoni e parole urlate. La nostra ci à è più rumorosa del solito, traffico impazzito, persone che li gano… Ci guardiamo intorno e sembra che non sappiamo dove s amo andando, dove abbiamo riposto i nostri sogni, come sta il nostro cuore… Tendiamo l’orecchio e non ascol amo più parole che ci scaldano il cuore e la speranza viene meno… È tempo di rime ersi in cammino, di puntare verso l’alto, poiché c’è una Parola sempre nuova, che cambia la vita! Lui, Gesù, ci mostra la vita e ci accompagna come sul cammino dei discepoli verso Emmaus la sera di Pasqua. Agli adul e ai giovani della nostra comunità è rivolto l’invito ad un percorso permanente di crescita nella fede. È vivo tra noi, magari sopito e perciò da risvegliare, un desiderio di Vangelo, di una catechesi evangelizzante che per alcuni sarà consolidamento della fede apertamente professata; per gli altri, che si sentono carichi di dubbi, l’inizio di un cammino; per tu varrà come annuncio di salvezza! Ogni primo venerdì del mese ci ritroveremo nella nostra Chiesa, alle ore 20,30, per me erci alla scuola del Maestro e per ascoltare nuovamente la sua domanda: “Voi chi dite che io sia?”. Vivere la propria vocazione di ba ezza, significa riprendere con coraggio, in mano, la propria vita, verificandola alla luce della Parola di Dio, lasciandosi interrogare e accompagnare da essa. Me ersi alla sequela di Gesù vuol dire “conformarsi” sempre più a Lui, facendo di tu a la propria vita, a prescindere dagli impegni assun (matrimonio, vita
consacrata, professione, amicizia, vita quo diana…), un grande dono d’amore, riconoscendosi davvero come figli di Dio. “Chi ha incontrato Cristo non può tenerlo per sé” (Benede o XVI), la no zia è talmente bella e liberante che non può rimanere muta. Il Signore risorto invia i suoi per offrire una tes monianza umile ma che non perda i toni del coraggio e della profezia. Convin che “la fede si rafforza donandola” (Giovanni Paolo II), tra le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di ogni uomo, iniziando dalla nostra comunità, per giungere, poi alle nostre case, all’università, sul posto di lavoro, partendo dal Vangelo, vogliamo riproporre non le nostre idee, le proprie convinzioni, le nostre esperienze.
RIFLESSIONI
LIBRO DEL MESE
Omelia Vescovo di Rimini ai funerali di Marco
Le città invisibili
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Nemmeno la nostra fede. Solo il Vangelo! I nostri contemporanei non ci chiedono un Vangelo di carta, ma una vita che sia Vangelo. Sulla strada difficile della tes monianza, incontreremo Lui pellegrino che si accosta a noi e ci farà “ardere ancora il cuore nel pe o”. don Peppino De Luca
Calendario dei prossimi incontri Venerdì 02 Dicembre 2011 Venerdì 13 Gennaio 2012 Venerdì 03 Febbraio 2012 Venerdì 02 Marzo 2012 Venerdì 04 Maggio 2012 Venerdì 01 Giugno 2012 Sempre alle ore 20.30
“Vola solo chi osa farlo” (Luis Sepúlveda)
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RIFLESSIONI
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A-DIO MARCO Omelia del Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi al funerale di Marco Simoncelli Vorrei accostarmi al vostro dolore, papà Paolo e mamma Rossella, Mar na e Kate, e vorrei farlo con tu a la tenerezza che voi meritate e il garbo di cui sono capace. Chi vi parla, non ha vissuto il dolore lacerante che vi brucia in cuore, ma perme etemi di venire a voi con l’abbraccio di tu . Vi confesso che ho fa o fa ca a trovare le parole più giuste per questo momento. Il giorno che morì don Oreste Benzi, di fronte alla sua salma, trovammo scritte sul suo libre o questo suo pensiero: “Nel momento in chi chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà che è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede. In realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa vita, li apro all’infinito di Dio”. So di condividere con voi questa incrollabile certezza: quando un nostro amico non vive più, vive di più. Passatemi un pennarello per far firmare anche a me lo striscione degli amici “Marco, ora insegna agli angeli ad impennare”; fatemi rileggere le parole ritrovate sul libro del PuntoGiovane di Riccione al quale aveva partecipato a una se mana di convivenza coi compagni di liceo Simoncelli all’età di 18 anni: “Sono stato il folle o più scandaloso che la storia ricordi. Non prometto che pregherò per te in futuro, perché sicuramente me ne dimen cherei. Però
lo farò questa sera e cercherò di fare in modo che la mia preghiera valga anche per tu e le volte che non la dirò”. Negli stessi giorni una compagna di classe gli scrisse: “Tu, a differenza di mol altri, sei uno che non pretende dagli altri”. Personalmente ho incontrato Marco solo qualche mese fa, alla cresima di Mar na. Ma ora che ho scoperto la sua schie ezza e bontà, mi prende un amaro rimpianto: quello di non aver provato a diventargli amico. Sono sicuro che non mi avrebbe respinto per il solo fatto di essere anziano o vescovo. Perme etemi che mi senta anch’io percuotere il cuore da quella domanda inesorabile: perché Marco si è schiantato domenica scorsa a Sepang? Il mio animo si ribella all’idea volgare di un Dio che si auto denomina “amante della vita” e poi si apposta dietro la curva per sorprendermi con un colpo gobbo. Perme etemi di ridire qual è questa
benede a volontà di Dio, con le parole pronunciate da suo Figlio: “Questa è la sua volontà: che io non perda nulla di quanto mi ha dato ma lo resusci nell’ul mo giorno”. Il nome di Gesù significa “Dio-Salva”. Dove stava Gesù in quell’istante fatale in cui il corpo di Marco ha cessato di vivere? Stava lì, pronto per impedire che Marco cadesse nel baratro del niente, per dargli un passaggio alla volta del cielo Gesù domenica scorsa stava là a dire a Marco: “Grazie, per tu e le volte che mi hai abbracciato nei fratellini disabili della Piccola Famiglia di Montetauro. Grazie, per le volte che mi hai fa o diver re, quando hai partecipato alla gara delle karatelle nella festa parrocchiale. Grazie, perché tu e le volte che hai fa o queste cose ai miei fratelli più piccoli, le hai fa e a me”. Ora, perme mi, caro Marco, di rivolgermi dire amente a te. La sera, prima della gara, hai de o che desideravi vincere il gran premio per salire sul gradino più alto del podio, perché lì avrebbero visto meglio tu . A noi addolora non riuscire a veder ma ci dà pace e tanta gioia la speranza di saperci inquadra da te, dal podio più alto che ci sia. Lasciaci allora dire un’ul ma semplicissima parola: Addio, Marco. E’ una parola scomposta dal dolore, ricomposta dalla speranza: a-Dio. Il Vescovo di Rimini Francesco Lambiasi
PRIMAVERE DI POPOLI E LIBERTÀ Parliamone insieme Nel mio lavoro mi ritrovo ad affrontare sempre, insieme agli alunni, il tema della libertà. Ebbene, ogni volta che ne parliamo, mai, dico mai, qualcuno mi sa dare, della libertà, una definizione esauriente e convincente. Alla domanda su cosa essa sia, per esempio, un gruppe o mi dice che “essere liberi significa fare ciò che si vuole”, un altro sos ene la tesi della “libertà come democrazia”, un terzo racconta la sua vita familiare e dice di “sen rsi libero man mano che cresce e si distacca dall’autorità dei genitori”. C’è, infine, anche chi, candidamente, risponde così: “Prof, perché dobbiamo parlare della libertà, tanto ormai ce l’abbiamo, è come l’aria che respiriamo. Il problema è per quelli che ancora non l’hanno conquistata”, riferendosi ai popoli che ancora oggi ggi devono sperimentare una democrazia compiuta. Sono queste riposte a convincermi che occorre educare i giovani alla libertà e bisogna farlo paradossalmente sopra u o oggi, nella nostra comunità sociale, nella quale, da un lato, è stata eliminata ogni forma di limite e di barriera, ma, dall’altro, si corre il rischio di rimanere ingabbia nell’idea di una “libertà intesa come opportunità”. (con nua) Vincenzo Fiorenza
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Il libro del Mese
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LE CITTA’ INVISIBILI Che cos’è oggi la città, per noi? La prima volta che il le ore si trova a passeggiare per le strade delle ci à di Calvino rischia di perdersi e, spaventato, potrebbe cercare di fuggire da quei dedali di pensieri e descrizioni che lo confondono. Eppure quest’ul mo poema d’amore alle ci à, come lo definisce lo stesso autore, rimane lì sospeso e magne co, ca ura lo sguardo finché non ci si ritrova di nuovo impelaga nei vicoli di Cloe, Raissa, O avia, Cecilia… Eh sì perché Le ci à invisibili ( tolo del libro in ques one) sono tu e donne raccontate a raverso segni, silenzi, sguardi da Marco Polo al Kublai Kan, e hanno la capacità di sorprendere anche l’occhio più a ento e lo sguardo più razionale. La penna di Calvino disegna paesaggi così profondamente umani che rendono il microcosmo ci adino copia del suo costru ore, gli uomini e le ci à si fondono in un unico corpo, lo spazio ed il tempo si perdono e mescolano in un non-luogo ed in un senza-tempo. È spontaneo chiedersi come questo sia possibile considerando che la ci à è quanto di più concreto e materiale si possa immaginare, avvolta nel suo vorce di orari ed impegni, di via vai con nui ed ininterro . “Nelle Ci à invisibili non si trovano ci à riconoscibili. Sono tu e ci à inventate; […] il libro è fa o di brevi capitoli,
ognuno dei quali dovrebbe offrire uno spunto di riflessione che vale per ogni ci à o per la ci à in generale”. Si trovano, così, ci à che hanno legami comuni segnate dal loro rapporto con i mor , la terra, o con il cielo, o ancora, ci à che sono ormai solo fili di relazioni intessute nel deserto. Calvino entra lentamente nelle case, nei pensieri e scava con maestria nella mente del le ore innestando dubbi, incertezze ma anche luminose speranze. Egli cela e svela allo stesso tempo ciò che il cuore umano sussurra, e si aprono, così, voragini che ci mostrano l’inferno del quo diano, del presente, dell’adesso, ma al contempo vengono proposte soluzioni che ciascuno è libero di acce are o cri care perché, come ribadisce lo scri ore, questo è un libro che si è scri o da sé senza avere la pretesa di manifestare verità assolute ma che semplicemente indaga nell’anima e nel mondo. Si ha il bisogno, a volte, di uno sguardo che sappia mostrarci le cose so o una prospe va differente, che sappia scuoterci e me erci in movimento non tanto fisicamente, perché forse già ci muoviamo molto tra lavoro, palestre, impegni… e tro erellando nel mondo rischiamo di dimen carci che c’è anche qualcos’altro che deve rimanere in connuo movimento ed è la testa.
LE CITTÀ NASCOSTE. 2. RAISSA Non è felice, la vita a Raissa. Per le strade la gente cammina torcendosi le mani, impreca ai bambini che piangono, s’appoggia ai parape del fiume con le tempie tra i pugni, alla ma na si sveglia da un bru o sogno e ne comincia un altro. Tra i banconi dove ci si schiaccia tu i momen le dita col martello o ci si punge con l’ago, o sulle colonne di numeri tu stor nei registri dei negozian e dei banchieri, o davan alle file di bicchieri vuo sullo zinco delle be ole, meno male che le teste chine risparmiano dagli sguardi torvi. Dentro le case è peggio, e non occorre entrarci per saperlo: d’estate le finestre rintronano di li gi e pia ro . Eppure, a Raissa, a ogni momento c’è un bambino che da una finestra ride a un cane che è saltato su una te oia per mordere un pezzo di polenta caduto a un muratore che dall’alto dell’impalcatura ha esclamato: - Gioia mia, lasciami in ngere! - a una giovane ostessa che solleva un pia o di ragú so o la pergola, contenta di servirlo all’ombrellaio che festeggia un buon affare, un parasole di pizzo bianco comprato da una gran dama per pavoneggiarsi alle corse, innamorata d’un ufficiale che le ha sorriso nel saltare l’ul ma siepe, felice lui ma piú felice ancora il suo cavallo che volava sugli ostacoli vedendo volare in cielo un francolino, felice uccello liberato dalla gabbia da un pi ore felice d’averlo dipinto piuma per piuma picchie ato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: “Anche a Raissa, ci à triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un a mo e si disfa, poi torna a tendersi tra pun in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la ci à infelice con ene una ci à felice che nemmeno sa d’esistere”. da: Le Ci à Invisibili di Italo Calvino
Svuotarla a volte dagli impegni e dagli appuntamen per potersi dedicare al pensiero, alla riflessione, al domandarsi in che direzione si sta andando. A tal proposito questo mese volevo dedicare un brano a tu voi, cari le ori, un brano che è un balsamo benefico che può rifocillarci nel momento di abba mento, di tristezza, sconforto poiché risulta difficile a volte trovare una via di fuga o una speranza nei momen più neri ma, anche se siete felici, ciò non toglie che questo possa dare maggiore slancio al vostro sorriso che potrà irradiarsi sempre di più ed illuminare gli altri (è un esperimento provato, lo assicuro) Eh già perché “L’inferno dei viven non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abi amo tu i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a mol : acce are l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige a enzione e approfondimento con nui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Elena Fiorenza
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Supplemento a IN DIALOGO Mensile della Chiesa di Nola Aut.ne Trib. di Napoli n. 3393 del 7/03/1985 Direttore Responsabile: MARCO IASEVOLI Coordinatore Redazione: DON GIUSEPPE DE LUCA Redazione: VINCENZO FIORENZA ENZO VITIELLO ALFONSO QUARTUCCI ELENA FIORENZA VINCENZO DONNARUMMA E-Mail ed Info: redazione@settemiglia.it Per leggere e scaricare le pubblicazioni precedenti: www.settemiglia.it stampa graficline